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Giovannino Guareschi

Tutto don Camillo

MONDO PICCOLO

Volume 3 di 5

Racconti dal 153 al 218


153 EMPÒRIO PITACIÒ

Un tragico destino si accaniva da anni e annorum sui


Bigatti, e all'ultimo, all'Anteo, era toccata la sorte peggiore
di tutti i Bigatti perché la malignità paesana, oltre al nomi-
gnolo, gli aveva appioppato un cognomignolo e lo chiamava
Empòrio Pitaciò.
Il padre di Anteo, Giosuè Bigatti, fin da ragazzo ce l'a-
veva messa tutta per far capire alla gente che lui non era un
villano quadro come gli altri, ma aveva delle idee dentro il
cervello: ce l'aveva messa tutta per non confondersi con la
massa e per conquistare il rispetto del paese con la sua serie-
tà e con la sua non indifferente cultura. Niente da fare: gli
avevano appiccicato sulle spalle il nomignolo di Pitaciò e gli
era rimasto.
Il pitaciò non è una porcheria: il pitaciò è un'erba che
cresce sulle rive dei fossi e caccia fuori uno strano fiore che
pare un candido piumino da cipria, piantato in cima a uno
stelo alto poco più di una spanna. Si coglie delicatamente il
fiore con tutto lo stelo e si soffia sul piumino che si sfalda in
mille pelucchi che volano via come nella marca di fabbrica
dell'Enciclopedia Larousse. Con un colpo d'unghia si tronca
in due lo stelo buttando via la parte superiore, quella del piu-
mino. Si stringe l'altro troncone fra l'indice e il pollice della
sinistra in modo che ne rimanga libero un pezzetto alto due o
tre dita. Con l'indice della mano destra si abbatte tutto in
avanti e poi tutto all'indietro e di nuovo in avanti e poi all'in-
dietro il pezzetto di tubetto fino a quando non si spezzi. Però,
mentre si lavora col dito, bisogna dire ad alta voce una fac-
cenda come questa: «Pitaciò della rorò, fa pi pò» e la magìa
consiste nel far sì che il pitaciò si spezzi sul «pò»: allora,
soffiandovi dentro, il tubetto suona come una trombettina.
Il pitaciò non è una porcheria: però un uomo che si sen-
ta chiamare Pitaciò, ci sforma. Del resto, anche il tamarindo
è una cosa buona, eppure non c'è uomo che non si offenda a
chiamarlo Tamarindo.
A venticinque anni Giosuè Bigatti non sopportò più il
fatto che al paese tutti lo chiamassero Pitaciò e andò a lavo-
rare in città.
Rimase via quindici anni e tornò in paese ben vestito,
ben scortato di quattrini e bene ammogliato.
«È tornato Pitaciò» disse tranquilla la gente appena lo
vide.
In città, Giosuè Bigatti aveva lavorato duramente e ora
tornava per far vedere a quei villani retrogradi chi fosse lui e
come si dovesse fare a stare al mondo. In paese esistevano
solo bottegucce vecchie come il cucco, bottegucce umide,
buie, anguste, con vetrinette miserabili: comprò una casa in
piazza e mise in piedi il pri. mo vero negozio del paese. Un
negozio con grande vetrina, mostrine, insegna e saracinesche
come in città. E sull'insegna fece scrivere:

GIOSUÈ BIGATTI
& FIGLIO
EMPORIO
ARTICOLI CASALINGHI

Questo avveniva un anno e mezzo dopo il ritorno di


Giosuè in paese e il figlio di cui parlava l'insegna non aveva
ancora raggiunto i dieci mesi: comunque il figlio c'era e si
chiamava Anteo Bigatti. Ma la gente non ci stette neppure a
pensar sopra un minuto: «Giosuè Bigatti e figlio Emporio»,
disse la gente.
E, siccome Giosuè Bigatti si chiamava Pitaciò, Anteo
Bigatti venne chiamato Empòrio Pitaciò.
Anteo non ne aveva nessuna colpa, ma quello dei Bigat-
ti era un tragico destino e il nomignolo gli rimase sul grop-
pone. Suo padre e sua madre non tentarono neppure di lotta-
re: e quando un giorno, arrivato Anteo ai sei anni, tornò dalla
scuola piangendo perché i suoi compagni lo avevano chia-
mato Empòrio Pitaciò, il padre gli rispose:
«Lasciali dire, Anteo. Quando sarai grande gli farai ve-
dere chi sei tu!».
Anteo si piantò dentro il cervello quelle parole e, in se-
guito, quando lo chiamavano Empòrio o Pitaciò, incassava
sempre senza batter ciglio.
A diciassette anni, però, la cosa incominciò a dargli fa-
stidio perché anche le ragazze lo chiamavano Empòrio; allo-
ra disse a suo padre:
«Mandami a studiare in città».
Nessuno in paese sapeva cosa accidente studiasse Em-
pòrio in città. Tornava al paese per le vacanze e, quando gli
amici cercavano di andargli sotto, se la cavava dicendo:
«Faccio pratica commerciale».
Quando Empòrio compì i ventidue anni, in paese scop-
piò la bomba. Empòrio studiava canto; stava scritto sul gior-
nale, nella cronaca della provincia: Anteo Bigatti si era parti-
colarmente distinto nel saggio al Conservatorio.
E non ci furono dubbi perché nella vetrina dell'emporio
d'articoli casalinghi c'era, appiccicato al cristallo, il giornale
con un gran frego rosso attorno alla notizia del saggio al
Conservatorio.
Aspettarono che Empòrio tornasse per le vacanze, ma
Empòrio non tornò. «Empòrio si è perso nella nebbia» disse
la gente.
Cinque anni dopo il vecchio Bigatti morì. La vecchia ri-
mase alcuni mesi a piangere in bottega poi, una mattina, la
saracinesca non si levò e rimase sempre abbassata: i coniugi
Pitaciò si erano riuniti.
«Forse è morto anche lui» commentò la gente non ve-
dendo Empòrio comparire né al funerale del padre né a quel-
lo della madre.
Ma Empòrio Pitaciò non era morto, e un giorno tornò a
galla dalla terza pagina di un giornale: «Clamoroso successo
del tenore Anteo Bigatti in Argentina».
La gente, in paese, rimase perplessa: non riusciva ad
ammettere che Empòrio Pitaciò potesse aver combinato
qualcosa di così grosso.
Poi fu costretta ad ammetterlo perché il nome di Anteo
Bigatti diventò sempre più famoso e, quando il quotidiano
nazionale più importante pubblicò l'intervista che Anteo Bi-
gatti aveva concesso al corrispondente newyorchese, al paese
venne la frenesia.
Nell'intervista Anteo Bigatti affermava che, una volta fi-
niti i suoi numerosi impegni coi principali teatri d'America,
avrebbe cantato in Europa e, quindi, anche in Italia: e questo
era bene. Ma, più avanti, si affermava che Anteo Bigatti era
nato «a Castelletto, un piccolo paese in riva al Po…».
«Porci maledetti!» urlò la gente in paese. «Anteo Bigatti
è nato qui, non a Castelletto! Anteo Bigatti è nostro!»
Peppone fece fotografare il registro delle nascite e man-
dò la fotografia al giornale con una lettera di fiera protesta. Il
direttore del giornale approfittò dell'occasione per spedire un
inviato speciale al paese a raccogliere materiale per un arti-
colo sulla fanciullezza del grande tenore.
Risultò che tutti avevano da raccontare qualche episodio
sulla straordinaria vocazione per il canto che Anteo Bigatti
aveva dimostrato, fin da quando era ragazzino, e risultò che
tutti avevano detto, a suo tempo: «Questo ragazzo farà cose
grandi».
Soltanto don Camillo, quando il giornalista andò a inter-
vistarlo, spiegò che lui non aveva capito proprio niente:
«Era quello che cantava peggio, nel coro. Ricordo che
fui costretto a escluderlo per completa mancanza di voce e
d'orecchio. Come tipo di ragazzo era taciturno, musone e
piuttosto antipatico».
Il giornale stampò puntualmente anche le dichiarazioni
di don Camillo e la cosa fu tanto grossa, per il paese, che
Peppone organizzò un pubblico comizio per deplorare indi-
gnato «coloro che, pur vestiti della tonaca dei ministri della
religione cristiana, approfittano di ogni occasione per deni-
grare gli illustri artisti espressi dai virgulti generosi del sano
popolo lavoratore».
Disse inoltre che «il paese si gloriava di avere come fi-
glio Anteo Bigatti anche se l'oscurantismo medioevale del
clericalismo aveva tentato di ostacolarne la radiosa carriera
negando la bellezza di quel canto che oggi risuona nei princi-
pali teatri del mondo e porta alto il prestigio della Nazione e
del paese natio!».
Don Camillo non si inquietò. Rispose con estrema sem-
plicità:
«Non posso rimproverare il buon Dio perché non mi ha
fornito di fine intuito musicale, tanto più che mi ha regalato
una virtù ben più importante: quella della sincerità».
Passò del tempo e, ogni volta che qualche giornale par-
lava di Anteo Bigatti, il ritaglio con la notizia o l'articolo ve-
nivano appiccicati alle vetrine di tutti i caffè e di tutti i nego-
zi più importanti.
Poi, il giorno in cui la stampa e la radio comunicarono
che Anteo Bigatti era arrivato in Italia, il paese fu come
sconvolto da una ventata di entusiasmo, tanto è vero che ri-
sultò necessario costituire immediatamente un comitato.
«Anteo deve venire qui!» disse il paese. «Prima di tutto
egli deve venire nel luogo che gli ha dato i natali, che l'ha
ispirato, che l'ha sostenuto nelle sue prime dure battaglie.
Deve venire qui, fra i suoi amici, fra i suoi compagni di gio-
chi, fra la gente che gelosamente ha conservato i suoi morti!
La sua voce è la voce di questa terra: è la nostra voce e noi
abbiamo il diritto di sentirla prima degli altri.»
Il comitato lavorò giorno e notte e, alla fine, decise:
«Qualcuno parta immediatamente per Milano, trovi Anteo,
gli porti il vibrante messaggio di benvenuto di tutto il paese e
lo convinca a venire qui, almeno per una sera, a cantare per
noi. Gli garantiamo una organizzazione perfetta e la presenza
di tutte le principali personalità della provincia e della stam-
pa nazionale».
Il difficile incominciò quando si trattò di trovare chi an-
dasse a Milano a convincere con la sua parola appassionata il
celebre tenore.
Peppone obiettò che lui sarebbe andato volentieri, ma,
data la sua posizione politica, non voleva che Anteo, il quale
veniva dall'America e, probabilmente, aveva delle errate idee
sui comunisti, venisse indotto a equivocare circa le intenzio-
ni del sindaco.
Allora, per eliminare ogni equivoco, si stabilì che, assie-
me al sindaco, sarebbe andato anche il parroco.
E don Camillo fu costretto ad accettare. Fu costretto so-
prattutto dalla sua furibonda curiosità di vedere cosa fosse
diventato, dopo tanti anni, quel musone di ragazzino che
aveva tanto orecchio quanto una tegola.

Peppone, a vestirlo dalla festa con pantaloni stirati, scar-


pe lustre, colletto, cravatta e penna stilografica nel taschino,
funzionava come se lo avessero inamidato dentro e fuori. Le
parole arrivavano fino al bottone del colletto poi ritornavano
giù impaurite, a ribollir dentro lo stomaco.
«Parlate voi, reverendo» disse quando furono davanti al
grande albergo milanese. «Parlate pure anche a mio nome.
Cercate magari di non farmi dire delle sciocchezze troppo
grosse.»
«Non temere, compagno» lo rassicurò don Camillo. «Ti
farò dire le stupidaggini solite.»
Ci fu da aspettar parecchio prima che don Camillo e
Peppone potessero ottenere via libera.
E, quando furono davanti alla porta dell'appartamento di
Anteo, erano piuttosto agitati tutt'e due.
Li ricevette un personaggio pieno di sussiego.
«Sono il segretario» spiegò. «Il commendatore è molto
affaticato: li prego di essere brevi.»
Anteo, in vestaglia da camera, era sdraiato in una enor-
me poltrona di velluto rosso. Stava leggendo un giornale e
levò lentamente il capo.
«Prego» sospirò con voce lontana. «Dicano pure.»
Peppone toccò col gomito don Camillo che stava lì in
piedi al suo fianco e guardava il celebre tenore a bocca aper-
ta.
«Ecco» balbettò don Camillo «noi siamo qui, il sindaco
e io, a portarle il benvenuto affettuoso del paese.»
Anteo Bigatti fece un sorrisetto:
«Del paese?» domandò con calma. «Scusino, di quale
paese?»
Don Camillo, che fino a quel momento non era riuscito
a raccapezzarsi, ingranò decisamente la marcia.
«Del nostro paese» rispose. «Del suo, del mio e di quel-
lo del signor sindaco. Del paese dove lei è nato, insomma.»
Anteo Bigatti fece un sorrisetto tutto tirato da un lato:
«Molto interessante e molto carino» rispose. «Un pen-
siero davvero gentile.»
Don Camillo cominciò a vedere della nebbia: per fortu-
na Peppone era riuscito a vincere il "complesso del colletto"
e a dar fiato sufficiente alle sue parole:
«Commendatore» disse Peppone «il nostro paese è or-
goglioso di lei e ha sempre seguito con ansia i suoi successi
mondiali. E allora tutti, al di sopra delle correnti politiche,
siamo qui a chiederle il privilegio di una sua visita».
Il celebre tenore sospirò:
«Capisco» rispose. «Ma i miei impegni sono tali e tanti
che mi è assolutamente impossibile.»
Il segretario allargò le braccia e scosse il capo.
«Impossibile» disse anche lui. «Assolutamente impossi-
bile.»
Don Camillo intervenne:
«Ci rendiamo perfettamente conto di quello che lei dice,
commendatore. Il celebre tenore deve avere davvero degli
impegni straordinariamente gravi se non riesce a concedere
al figlio neppure poche ore di permesso per andar a vedere se
i suoi vecchi son stati sotterrati in un cimitero oppure lungo
la riva di un fosso».
Anteo Bigatti impallidì. Poi diventò rosso. Ma don Ca-
millo non se ne accorse neppure. Lanciata la sua freccia av-
velenata, aveva voltate le spalle al celebre tenore e veleggia-
va maestoso verso la porta. Peppone lo seguì.
Ma non fecero a tempo a imboccar la scala che soprag-
giunse affannato il segretario:
«Li prego, signori. Qui c'è un equivoco. Non si preoccu-
pino, lascino fare a me, sistemerò tutto io: troverò il modo di
posporre qualche impegno. Domani riceveranno un mio tele-
gramma. Nel frattempo evitino di fare qualsiasi dichiarazio-
ne alla stampa. Qui tutto è chiaro e semplice e non bisogna
complicare ciò che è chiaro e semplice».
Don Camillo capì che aveva il coltello per il manico e
non lo mollò:
«Certamente» rispose. «Noi abbiamo organizzato un so-
lenne ricevimento per il commendatore, il quale, la sera, sarà
tanto gentile da eseguire qualche pezzo per noi del paese.
Tutti sono in grande aspettativa. Oltre al resto lo scopo è be-
nefico. Inviteremo le autorità, la stampa. Una cosa degna del
commendatore.»
Il segretario mandò giù.
«Lascino fare a me» rispose. «Certamente, il commen-
datore canterà. Però niente stampa, niente autorità… Altri-
menti egli dovrebbe pagare grosse penali dati i contratti che
ha firmato. Sì, una cosa in famiglia.»
Peppone era raggiante:
«Certamente» esclamò. «Anteo e noi siamo figli della
stessa terra. Una cosa intima, familiare, senza estranei.»
Usciti dall'albergo Peppone e don Camillo camminarono
in silenzio per un bel pezzo. Poi don Camillo sospirò:
«Peppone, io ti dico che avrei agito più da galantuomo
se, invece di fargli quel discorso, gli avessi rifilato una sber-
la. Dio mi avrebbe perdonata la sberla, difficilmente mi per-
donerà quelle parole».
Ma Peppone schiattava di contentezza e non si preoccu-
pava minimamente del disagio spirituale di don Camillo.

*
La mattina seguente arrivò il telegramma. Il commenda-
tore accettava dì venire e di cantare e stabiliva la data. Pep-
pone fece subito sparare un manifesto trionfale e il paese si
preparò a ricevere degnamente il suo illustre figlio. Il salone
venne rimesso a nuovo: pittura ai muri, vernice alle porte.
Vennero installati altoparlanti in modo che anche la gente ri-
masta fuori potesse sentire.
Anteo Bigatti arrivò nel primo pomeriggio del giorno
fissato e la gente lo aspettava fin dal mattino.
Quando apparve nella piazza la enorme macchina ame-
ricana del tenore, non rimasero nelle case neppure i gatti.
Anteo era di pessimo umore: scese dal macchinone nero
che la polvere delle strade della Bassa aveva reso biancastro.
Toccò col dito affusolato dall'unghia curatissima un risvolto
del suo meraviglioso doppiopetto grigio a righe bianche e
fece una smorfia di disgusto:
«Un'indecenza: sono pieno di polvere anch'io. Pieno di
sudore e di sudiceria! Prego, portatemi alla mia stanza, devo
rimettermi a posto».
La gente applaudiva e gridava: «Viva Anteo!», ma An-
teo aveva premura soltanto di raggiungere la sua stanza. Il
fatto di essere arrivato al paese con una macchina stupenda
ma che, essendo piena di polvere, non faceva neppure metà
dell'effetto che avrebbe potuto fare, lo deprimeva. E poi an-
che lui era in disordine. Aveva la faccia untuosa, sciupata.
«Presto, presto, la stanza del commendatore!» gemeva
intanto il segretario che volteggiava intorno al tenore come
un caccia attorno al bombardiere.
Poi, quando finalmente vide la stanza, il segretario si
coperse il volto con le mani:
«Gesù, Gesù! È una cosa impossibile! Almeno la stanza
doveva essere qualcosa di decente!».
L'albergatore, che aveva tirato fuori dai cassettoni la sua
biancheria più candida e aveva messo sui mobili tutte le cose
più belle della casa, compresa la coppa d'argento placcato
guadagnata nel torneo di bocce, era umiliatissimo.
«Presto, il bagno!» esclamò Anteo arrivando e gettando-
si su una sedia. «Presto, un bagno caldo e subito o è un disa-
stro.»
Tutti erano usciti dalla stanza e stavano lì, davanti alla
porta chiusa, come rimbambiti: schizzò fuori il segretario.
«Per favore» implorò «il bagno. Il bagno, per favore; il
commendatore è in condizioni pietose. Il bagno!»
Si guardarono in faccia l'un con l'altro, poi Peppone bal-
bettò:
«Il bagno… il bagno non c'è… Capisca, questo è un
paese…».
Il segretario sbarrò gli occhi.
«E come faccio a dirglielo al commendatore? Qui suc-
cede una tragedia!»
«Mettiamo subito su dell'acqua e prepariamo la bigoncia
del bucato!» propose l'oste. Ma il segretario non gli diede
neppure retta. Disse che bisognava trovare un bagno.
«Alla palazzina vecchia c'è un bagno!» esclamò lo Smil-
zo. «Lo mettiamo a posto e vuol dire che il bagno lo andrà a
fare là.»
Peppone, lo Smilzo e il Bigio corsero alla Palazzina e
alla vecchia custode dissero che non rompesse l'anima per-
ché dovevano requisire il bagno per motivi di utilità pubbli-
ca.
Effettivamente il bagno c'era. L'aveva fatto impiantare
nel 1920 quel matto del Trambini, quando gli erano venute le
smanie della nobiltà. Lo scaldabagno era a legna, di quei tra-
biccoli alti di rame. La vasca di ferro smaltato era gialla di
sporcizia e piena di patate e di cipolle.
Lo Smilzo volò in officina a prendere dell'acido e, men-
tre il Bigio e la vecchia si affannavano a sgombrare la vasca
e il camerino, Peppone si attaccò alla caldaia. Lavorò feb-
brilmente e riuscì a riempirla d'acqua. Teneva bene e allora
Peppone accese il fornello.
Quando, un quarto d'ora dopo, ritornò lo Smilzo con l'a-
cido, la caldaia scoppiò.
La squadra riprese tristemente la via del ritorno e davan-
ti all'alberghetto trovò il segretario che aspettava cupo.
«Abbiamo trovato il bagno» spiegò Peppone. «Ma la
caldaia è scoppiata.»
Il segretario lo guardò, poi disse con voce nella quale
fremeva l'orrore:
«Non importa. Il commendatore sta facendo il bagno
dentro un bigoncio!».
La gente, adesso, si era tutta raggruppata davanti all'al-
bergo e aspettava. Sapeva che Anteo Bigatti stava facendo il
bagno e rispettava la sua pace.
Dopo mezz'ora la gente incominciò a battere le mani e a
gridare: «Viva Anteo!», «Fuori Anteo!». Arrivò la banda che
attaccò il suo pezzo forte e Anteo dovette affacciarsi alla fi-
nestra. Aveva una stupenda vestaglia di seta. Sorrise, agitò la
bianca mano e l'enorme diamante che aveva al dito sfavillò
al sole.
Poi il segretario scese pregando la gente di lasciar tran-
quillo il commendatore che aveva bisogno di riposo e di si-
lenzio.
Pareva che tutto fosse finalmente tranquillo e che tutto
dovesse procedere bene ma, verso sera, il commendatore
chiese qualcosa da mangiare e gli portarono un enorme piat-
to di salame e culatello, un'anitra arrosto e una plancia di la-
sagne al forno.
Il segretario quasi si metteva a piangere:
«Qualcosa da mangiare per un cantante, non per una
leonessa!» gemette. «Roba leggera, un piccolo brodo ristret-
to, una fettina di prosciutto magro, un cetriolo, un dito di
vino di Porto…»
L'oste, che aveva tagliato sei culatelli e otto salami pri-
ma di trovare due pezzi perfetti, si sentì morire.
Il brodino, fatto così alla svelta, risultò una schifezza, il
prosciutto sapeva di rancido, il lambrusco non riuscì neppure
a ricordare il Porto. Il cetriolo dovette essere sostituito con
un orrendo mazzo di ravanelli.
Il commendatore pareva Giove al quale, invece di netta-
re, avessero rifilato una fetta di mortadella.
Intanto le ore galoppavano: il salone era zeppo, la piaz-
za gremita.
Male anche tutto questo perché, dopo aver dovuto lavo-
rare come un carro armato per fendere la folla nella piazza,
Anteo Bigatti trovò la sala zeppa, appunto, come un uovo
quando invece avrebbe dovuto essere vuotissima e ciò allo
scopo di permettere al commendatore di mettersi d'accordo
col maestro di pianoforte e provare qualcosa per via dei toni
e dei trasporti. La gente fu costretta a uscire tutta e fu un gas.
E poi ci fu la tragedia del maestro di piano che non capiva
niente. Alla fine tutto andò a posto e la gente potè ritornare
in sala.
Peppone, che si era messo un vestito nero nel quale
scoppiava perché aveva dovuto prenderlo a prestito, quando
la banda ebbe eseguito, dalla piazza, l'inno di Mameli, si
avanzò sul palco introducendo con un gesto maestoso Anteo
Bigatti che indossava un frac tagliato dal miglior sarto di
Piccadilly. L'applauso fu qualcosa di spaventoso. Anteo si
inchinò sorridendo come si sarebbe inchinato se fosse stato
non nel salone del suo paese, ma sul palcoscenico del Metro-
politan.
Peppone snocciolò un discorso formidabile che termina-
va: «E ora vorremmo che il grande Anteo Bigatti, il nostro
grande Anteo, prima di cantare dicesse una parola ai suoi
amici».
La cosa infastidì spaventosamente Anteo che, dopo aver
esitato parecchio, si avanzò al proscenio e disse con voce in-
differente:
«Canterò per voi "Celeste Aida "».
La gente tacque e stette a guardare Anteo Bigatti che
lentamente andava assumendo la posa statuaria dell'Ugola
Divina che si accinge a regalare al mondo – lurido e pezzen-
te – uno dei gioielli mirabili del suo scrigno.
Tutto si svolse in un silenzio assoluto, un silenzio quasi
soprannaturale. Anteo Bigatti era oramai pronto: il brillante
enorme che aveva al dito esplose in mille barbagli.
Il piano preludiò. Le labbra di Anteo si dischiusero. La
voce uscì e la gente ne fu come sgomenta. La gente trattenne
il fiato per timore di turbare l'aria nella quale si distendeva
quell'argenteo filo canoro. E il filo, dopo essersi disteso nel
silenzio, prese a salire in lente volute, via via fino a raggiun-
gere le prime stelle del cielo e sostò un istante per prendere
lo slancio che l'avrebbe portato al culmine dell'infinito. E
qui, implacabile, inequivocabile, esplose una stecca colossa-
le, orrenda.
Una stecca atomica che lasciò atterrito Anteo Bigatti e
tolse alla gente quel pochino di fiato che le era rimasto.
Ma fu questione di un decimo di secondo. Immediata-
mente una voce urlò:
«Empòrio, va a cantare in Argentina!».
E cento altre voci crepitarono:
«Pitaciò, vai a letto!».
«Pitaciò!. Pitaciò!… Pitaciò!…».
Fu qualcosa come una ribellione, una sommossa, una ri-
voluzione. Fu un grido feroce, spietato. Un sibilare furibon-
do di cento vapori in pressione.
Poi una risata zampillò in mezzo alla sala, e altri zam-
pilli schizzarono un po' dappertutto fino a quando la risata
non diventò un fiume vorticoso.
Anteo Bigatti impallidì: rimase immobile qualche istan-
te poi infilò la porticina e scomparve. Pochi minuti dopo en-
trava nell'albergo.
«Povero Empòrio Pitaciò, te l'hanno dato il prosciutto
magro e il cetriolo!» gli gridò dietro sghignazzando l'oste.
Non fece neppure le valigie: aiutato dall'autista e dal se-
gretario, abbrancò la sua roba alla rinfusa e, sceso, la buttò
dentro la macchina. L'immensa Buick si mosse e scomparve
rapidamente nella notte.
Erano le nove. La gente continuò a ridere fino all'una di
notte, poi tutti andarono a letto perché non ne potevano più
di ridere.
All'una e mezzo crepitò e si spense l'ultimo «Pitaciò!» e,
alle due, il paese piombò in un sonno di piombo.
La piazza rimase deserta. Le lampade erano immobili
perché non soffiava un alito di vento.
Alle due e un quarto un enorme fantasma nero scivolò
fino al margine della piazza e qui si fermò.
Un uomo uscì dall'ombra del fantasma e, arrivato al cen-
tro della piazza, ristette.
A un tratto la lama di una voce altissima forò quel silen-
zio. E la voce aumentava sempre più di volume fino a diven-
tare un canto pieno e dispiegato. Un canto che percorse rapi-
do il porticato attorno alla piazza, poi volteggiò nel cielo e
riempì la notte.
Tutta la gente si svegliò e dischiuse le finestre e dalle
fessure rimirò sbigottita Empòrio Pitaciò che era tornato in-
dietro e ora cantava in mezzo alla piazza deserta.
Una, due, cinque, dieci arie; l'una dopo l'altra, una più
difficile dell'altra, e l'ultima fu proprio quella che Empòrio
aveva dovuto interrompere alcune ore prima nel salone:
«Celeste Aida».
Quando arrivò all'acuto, là dove era esplosa la stecca, la
voce balzò sicura all'arrembaggio di quella nota che, forse,
nessuno era riuscito mai a sfiorare, e l'agguantò sicura per il
lungo gambo e la colse come fosse un fiore e, come fosse un
fiore, la depose davanti alla saracinesca polverosa del nego-
zietto che portava scritto sull'insegna scolorita:
GIOSUÈ BIGATTI
& FIGLIO
EMPORIO
ARTICOLI CASALINGHI

Poi Empòrio Pitaciò tornò dentro la sua grossa macchi-


na e disparve. Nessuno fiatò, le gelosie si riaccostarono si-
lenziosamente e don Camillo, che anche lui si era levato ad
ascoltare, tornò a letto e sussurrò:
«Gesù, fate che le anime dei suoi vecchi l'abbiano senti-
to».
154 LA BUONA TERRA

Peppone, ogni volta che gli parlavano del Magnaschi,


faceva la smorfia dello schifato e sputava per terra.
Il Magnaschi non gli era mai andato giù per un sacco di
ragioni e, quando avvenne il ribaltone, il Magnaschi fu il pri-
mo a essere chiamato davanti al tribunale del popolo.
«Lei è colpevole di aver svolto attività politica contraria
agli interessi del popolo e alla libertà e atta a potenziare il ti-
rannico regime dittatoriale» disse Peppone al Magnaschi.
«Io non ho fatto della politica» rispose calmo il Magna-
schi. «Non ho mai ricoperto cariche. Tutti possono testimo-
niare che io non mi sono mai mosso dal mio podere.»
«Lei non si è mai mosso, ma tutti possono testimoniare
che nel suo podere era un continuo viavai di gerarchi con gli
stivaloni e col piccione sul berretto. Perché venivano da lei e
non andavano dagli altri?»
«Perché il mio podere era, allora, quello che è oggi: il
podere meglio coltivato della provincia. Il mio podere ha
sempre dato il grano migliore di ogni altro. Del resto io sono
l'agricoltore che ha avuto i premi più importanti nella batta-
glia del grano.»
Qualcuno saltò su pieno di furore:
«E hai anche la spudoratezza di vantartene! La battaglia
del grano era una iniziativa del regime e tu, combattendo per
la battaglia del grano e quindi per il trionfo di questa iniziati-
va, hai potenziato il regime!».
Il Magnaschi spalancò le braccia:
«In verità io avevo la sola intenzione di potenziare la
produzione del grano: non sapevo che fosse un reato politico
aver fuori la media normale di quindici quintali di grano per
biolca anziché sette o otto».
Peppone diventò rosso:
«Il valore politico della battaglia del grano era infinita-
mente superiore al suo valore economico» gridò.
Ma il Magnaschi era preparato a tutto. Cavò di saccoc-
cia un foglio arrotolato e lo porse al presidente del tribunale
del popolo spiegando:
«Questo è il diploma di medaglia d'oro che mio padre ha
ricevuto dalla Cattedra Ambulante d'Agricoltura nell'anno
1913, per aver ottenuto, nel podere Santa Lucia, una produ-
zione media di quindici quintali di grano per biolca. Il mio
errore, quindi, non è stato quello di aumentare la produzione
del grano, ma di non averla diminuita. Io ho continuato stu-
pidamente l'opera di mio padre invece dì distruggerla. Co-
munque, la mia buona fede è chiara; vuol dire che, adesso,
cercherò di diminuire la produzione: mi dispiace per i miei
contadini che, oltre al salario normale di spesati, hanno sem-
pre avuto un premio di produzione».
Peppone masticò amaro poi disse categorico:
«Per il momento torni a casa e rimanga a nostra disposi-
zione. Verrà chiamato quando sia completata l'inchiesta».
Non lo chiamarono più e a Peppone la faccenda rimase
sul gozzo: perché, col Magnaschi, ce l'aveva per ragioni per-
sonali, più che per la politica. Non era il solo a detestare il
Magnaschi, in paese. Il Magnaschi dava fastidio a un sacco
di gente a causa di quelle sue arie da Padreterno che s'era
sempre dato. Arie ingiustificate, dicevano tutti: perché, se il
podere Santa Lucia era quello che era, il merito spettava
semplicemente ai quattrini che il vecchio Magnaschi aveva
lasciato a suo figlio assieme alla terra.
«È facile fare l'agricoltore per sport» borbottavano i
contadini. «È facile cavare due raccolti dalla terra quando ci
sono tutti i quattrini che si vuole da buttar via. Macchine,
concimi, semi selezionati, irrigazione, manodopera, bestiame
di razza pregiata, mangimi: è facile cavare cento da un pode-
re spendendo centocinquanta. Ma noi dobbiamo vivere sul
prodotto e quindi, arrivati a una certa cifra, non possiamo
spendere un centesimo di più. Dateci i quattrini del Magna-
schi e faremo rendere i nostri poderi come il suo e anche più
del suo!»
A un sacco di gente il Magnaschi era simpatico come il
fumo negli occhi soprattutto per via della sua superbia, e pa-
recchi avrebbero visto volentieri nei pasticci. Ma il tribunale
del popolo finì prima che finisse il Magnaschi e, siccome il
Magnaschi da quella volta diventò ancora più riservato e si
tenne ancora più fuori dalla vita degli altri comuni mortali
del paese, la gente lo detestò ancora di più.
Da parte sua, Peppone, ogni volta che gli parlavano del
Magnaschi, faceva la smorfia dello schifato e sputava per
terra. E una mattina, in Comune, aveva appena finito di spu-
tar per terra perché avevano dovuto parlargli del Magnaschi
a proposito della rettifica della Strada Vecchia, quando lo
Smilzo lo venne a chiamare d'urgenza.
Peppone scese e trovò, fermo in piazza, un meraviglioso
torpedone da gran turismo pieno di giovanotti.
Due signori assai distinti si fecero avanti, e il meno at-
tempato, dopo essersi presentato a Peppone e dopo avergli
presentato l'altro che, stringendo la mano a Peppone, pronun-
ciò sorridendo qualche parola incomprensibile, spiegò:
«Sono gli allievi della scuola agraria più importante del-
la Francia, compiono un giro per i vari Paesi d'Europa guida-
ti dai loro professori. Vogliono studiare sul posto le caratteri-
stiche dei vari tipi d'agricoltura e avere sul posto dei dati sta-
tistici effettivi, non i soliti dei libri di scuola. Questa zona li
interessa perché, si può dire, è il centro della produzione del-
la salsa di pomodoro, dei salumi, del formaggio grana ecce-
tera: lei può farci da guida in modo da poter accedere a qual-
che podere, visitare stalle, granai, fienili, colture e via discor-
rendo?».
Peppone non ebbe un istante di perplessità, chiamò lo
Smilzo e gli disse:
«Vola alla Torretta e spiega al vecchio Beletti che fra
mezz'ora saremo là per visitare il suo podere: digli che biso-
gna fare buona figura con l'estero e che cerchi di mettere tut-
to in ordine».
Poi Peppone fece dire a quelli del torpedone che il sin-
daco desiderava offrire loro un rinfresco e porgere loro il
benvenuto del paese.
Poco dopo, nella sala del Consiglio, Peppone alzava il
bicchiere alla salute della comprensione reciproca di tutti i
popoli liberi e al trionfo della pace.
L'accompagnatore rispose con un adeguato discorsetto e
gli studenti sottolinearono le parole del sindaco e del loro
professore con grandi applausi.
Quando lo Smilzo tornò ad avvertire Peppone che tutto
funzionava, Peppone disse che, se gli ospiti lo desideravano,
si poteva andare.
Giovani e professori ripresero posto nel torpedone e
Peppone li precedette in motocicletta.
Lo Smilzo era con lui, rannicchiato dentro il carrozzino.
«Questa è la volta che quel maiale del Magnaschi crepa
di rabbia!» disse Peppone a un tratto. «Quando saprà che ho
portato i francesi dal Beletti ci farà una malattia! È finito il
bel tempo in cui ogni due giorni capitava in paese la squa-
draccia dei gerarchi e andava a render omaggio al frumento
del Magnaschi! Adesso niente gerarchi e niente Magnaschi!
Adesso si vanno a visitare tutti i poderi fuori che quello del
Magnaschi!»
Lo Smilzo sopirò:
«Giusto, capo: peccato però che l'unico podere vera-
mente in gamba sia ancora quello del Magnaschi».
«Non diciamo stupidaggini!» urlò Peppone. «Santa Lu-
cia non è un podere in gamba. Non è il podere normale della
zona! È una specie di baraccone delle meraviglie organizzato
col concetto fascista del generale che, durante l'ispezione, gli
fan vedere un magnifico cannone vero e lui risponde: "Be-
nissimo!" e non sa che tutti gli altri sono cannoni finti, sago-
me di legno! In democrazia si guarda alla sostanza!»
Lo Smilzo disse che il capo aveva ragione. Però aveva
un'obiezione da fare:
«Noi dobbiamo guardare in faccia la nostra realtà per
non crearci delle illusioni, e sta bene. Ma è utile che gli stra-
nieri guardino in faccia la nostra realtà? E poi penseranno
che se noi gli facciamo visitare il podere del Beletti quello
sarà il migliore di tutti. E siccome il podere del Beletti non è
un gran che, considereranno che noi abbiamo una agricoltura
piuttosto depressa».
«Questo è un ragionamento fascista!» urlò Peppone
mentre lo Smilzo si cacciava tutto dentro il carrozzino.
Erano arrivati al bivio del Pioppo: a sinistra la strada
che conduceva al podere del Beletti, a destra la strada che
conduceva al podere del Magnaschi.
Peppone prese la strada di destra e, quando se ne accor-
se, era troppo tardi per ritornare indietro perché aveva svolta-
to anche il torpedone. Allora Peppone, furibondo, urlò allo
Smilzo:
«Porco maledetto, mi hai fatto sbagliare! Quando tornia-
mo a casa facciamo i conti!».
Il Magnaschi si comportò da signore e ignorò completa-
mente Peppone. Solamente alla fine, quando, terminata la vi-
sita ai campi, gli stranieri vennero ricevuti nell'ombroso giar-
dino della signora Magnaschi, il Magnaschi concedette al
sindaco la grazia di considerarlo presente.
Uno degli accompagnatori domandò al Magnaschi
quanti quintali di frumento riuscisse a ottenere come produ-
zione media normale per ettaro. Allora il Magnaschi si volse
verso Peppone e gli disse:
«Signor sindaco, posso dirgli la verità o debbo dire di
meno?».
Peppone non gli diede retta.
«Quarantacinque quintali per ettaro» spiegò agli ospiti.
I professori fecero un sorrisetto incredulo che non piac-
que a Peppone. E Peppone allora si indirizzò al Magnaschi:
«Gli faccia vedere i diplomi, le medaglie eccetera! Così
si convincono che non raccontiamo balle!».
Il Magnaschi lo guardò incuriosito:
«Anche quelli con il fascio?» si informò cautamente.
Fu allora che Peppone pronunciò una delle sue storiche
frasi:
«Qui non si fa della politica, qui si fa della statistica!».
*

Questo Magnaschi aveva un solo figlio, Gigino, che al


tempo, appunto, della visita degli studenti francesi toccava i
venticinque anni. Aveva un diploma di scuola media, ma se
l'era dimenticato da un sacco di tempo perché, da un sacco di
tempo, si occupava esclusivamente di far prosperare, assie-
me al padre, le cento biolche del podere Santa Lucia. Aveva
imparato tutto quello che c'era da imparare da suo padre e, in
casa, lo trattavano da uomo.
Gigino aveva un segreto: non s'era confidato con nessu-
no, neanche con sua madre, la signora Virginia, perché era
un tipo riservato, orso più ancora di suo padre. Ma un giorno,
a tavola, vuotò il sacco.
«Ho conosciuto una ragazza che va bene per me» disse
Gigino «e ho deciso di sposarla.»
Gigino diceva solo le cose essenziali e parlava sempre a
ragion veduta; se aveva detto: «Ho conosciuto una ragazza
che va bene per me» significava che egli aveva studiato il
tipo arrivando a quella conclusione. Se aveva detto: «Ho de-
ciso di sposarla» ciò significava che, se anche suo padre e
sua madre o chiunque altro non avessero trovata di loro gra-
dimento la ragazza, egli l'avrebbe sposata ugualmente.
La signora Virginia rimase come fulminata. Il padre si
limitò ad allargare le braccia dicendo:
«Ognuno segue la strada che crede quella buona. E que-
sta ragazza chi sarebbe?».
«La figlia di Bigoni.»
Allora fu Magnaschi padre a rimanere a bocca aperta.
«Bigoni?» domandò sbalordita la signora Virginia. «Bi-
goni di Fiumetto?»
«Sì» rispose il figlio.
«Ma Bigoni era un nostro vaccaro!» esclamò angosciata
la signora Virginia. «È un ignorante, un uomo grossolano.»
«Io non debbo sposare lui» spiegò con calma il giova-
notto. «io sposo sua figlia. È una bella e brava ragazza, ha
studiato un po', sa il fatto suo.»
Il padre non disse niente, era una cosa enorme per lui:
Gigino sposava la figlia di un suo ex vaccaro!
«Se non avete niente in contrario, stasera la vado a do-
mandare» annunciò Gigino.
Il Magnaschi padre si strinse nelle spalle:
«Vedi tu».
La signora Virginia pianse tutta la notte e il Magnaschi
non riuscì a chiudere occhio. Alla mattina poi ci fu l'altro
colpo, il più grosso.
Arrivò in macchina il vecchio Bigoni e la signora Virgi-
nia, appena lo vide, andò a chiudersi in camera sua.
Il Bigoni era sempre quello di un tempo e, vestito della
festa, pareva ancora più brutto e volgare.
Entrò subito in argomento:
«Vostro figlio è venuto a dirmi che vuol sposare la mia
Paolina: se per voi va bene, per me va bene».
Il Magnaschi borbottò:
«Se mio figlio ha deciso così… È lui che deve sposarsi,
non io».
«Bene!» esclamò il Bigoni. «Stando così le cose si con-
clude alla svelta. Io ho quattro figli e una figlia: a ognuno dei
quattro figli lascio un podere. A mia figlia do una dote in
contanti di venti milioni. Voi ne cacciate altri venti che fan
quaranta e son proprio quelli che ci vogliono per concludere
un buon affare. Vendono la tenuta di Camporosso che è di
cento biolche con rustico in ordine e un bel palazzo. I due ra-
gazzi si trasferiscono là e conducono il podere così come voi
lo conducete qui. Mi pare che sia una cosa ben fatta.»
Il Magnaschi approvò l'idea:
«Mi pare una buona cosa».
«Allora vediamo di sbrigarci perché c'è un sacco di gen-
te che fa la posta a Camporosso e non bisogna lasciarsi scap-
pare l'occasione.»
Il vecchio Bigoni se ne andò tronfio e sudante, e la si-
gnora Virginia venne giù a sentire le novità.
E tutto fu presto detto.
«Non riesco ancora a crederci» gemette la signora Vir-
ginia. «A ogni modo sia fatta la volontà di Dio.»
Il Magnaschi strinse i pugni:
«È venuto per umiliarmi coi suoi quattrini!» esclamò.
«Sporco villano!»
La signora Virginia si fece più accomodante:
«Venti milioni di dote non sono da buttar via. E Campo-
rosso e un ottimo affare. Hai sempre detto anche tu che è un
podere in gamba. Dagli i quattrini e che vivano la loro vita.
L'importante è che qui, a Santa Lucia, i Bigoni non mettano
mai piede! Occhio non vede, cuore non sente».
Il Magnaschi guardò la moglie.
«Virginia» disse con angoscia «come si fa?»
«Come si fa che cosa?»
«Come si fa a dargli venti milioni? Tutto quello che
possediamo oggi è il podere di Santa Lucia e tre milioni in
banca.»
La signora Virginia cadde a sedere su una poltrona. Era
la prima volta che suo marito le parlava di questioni finan-
ziarie: mai le aveva detto niente, mai aveva permesso che al-
tri, all'infuori di lui, si occupasse di affari. La rivelazione la
colse di sorpresa e la lasciò sgomenta.
«Non posso cercare venti milioni in prestito qui: anche
se li trovassi non li prenderei. Questa soddisfazione non la
darò mai a questi pezzenti. Nelle banche chiedono il dieci, il
quindici per cento di interesse, adesso. Non riuscirei mai a
pagare. Per dare venti milioni a Gigino non c'è che un siste-
ma: vendere Santa Lucia.»
«Mai!» gridò la donna. «Sarebbe la peggior cosa. Signi-
ficherebbe distruggere tutto irrimediabilmente. Significhe-
rebbe aver vissuto inutilmente. Tu non puoi tradire tuo pa-
dre! Santa Lucia è sempre stato l'orgoglio dei Magnaschi e lo
deve rimanere. C'è un altro sistema: opporsi al matrimonio.
Se Gigino se la vuol sposare, la sposi senza avere un soldo
da noi.»
Il Magnaschi scosse il capo:
«Gigino ha diritto di sposare chi vuole e noi non possia-
mo opporci. Inoltre i Bigoni e tutti gli altri direbbero che noi
abbiamo trovato questa scusa perché non abbiamo i venti mi-
lioni. Sarebbe un trionfo per questa gentaglia».
La signora Virginia era ritornata la solita signora Ma-
gnaschi, impassibile e impenetrabile.
«Decidi quel che vuoi» disse. «Io sono pronta a tutto.»
Il giorno dopo il Magnaschi mandò a chiamare il Bigo-
ni:
«Ho pensato tutta notte alla faccenda» spiegò al Bigoni.
«L'affare di Camporosso è buono ma non se ne fa niente»,
Il Bigoni lo guardò:
«Per venti milioni voi rinunciate a un colpo grosso!».
«Non me ne importa niente» rispose duro il Magnaschi.
«Mio nonno ha creato il nucleo di Santa Lucia, mio padre lo
ha reso il podere più bello della regione e lo ha passato a me
che l'ho reso il podere più bello d'Italia. Santa Lucia deve
passare a mio figlio che lo renderà il podere più bello d'Euro-
pa.»
Il Bigoni sghignazzò:
«Non esageriamo! Qui giochiamo ai campionati del
mondo!».
«Con voi non accetto neppure di discutere su questo
tema. Io sono il miglior agricoltore d'Italia e vi ho cacciato
via perché eravate il peggior vaccaro dell'universo! Ricorda-
tevelo.»
«Intanto però oggi sono in grado di dare un podere a
ognuno dei miei quattro figli e venti milioni di dote a mia fi-
glia!» gridò il Bigoni.
«I soldi guadagnati col mercato nero non nobilitano la
vostra bassa origine e non diminuiscono la vostra
ignoranza!» affermò il Magnaschi. «Io non darò un centesi-
mo a mio figlio. Io sono malato e debbo ritirarmi in riviera.
Non ce la faccio più: se continuo crepo. Io mi ritiro e lascio
Santa Lucia, così come si trova, a mio figlio perché non pos-
so ammettere che un altro che non sia un Magnaschi possa
condurre questo podere. Coi vostri venti milioni i ragazzi po-
tranno comprare altre cinquanta biolche e ingrandire il pode-
re: Pattini è disposto a cedere tutta la parte del suo fondo che
confina con Santa Lucia. O così, o niente!»
Il Bigoni allargò le braccia:
«Per me va bene: fate vobis».

Celebrato il matrimonio fra Gigino e la figlia del Bigo-


ni, concluso l'affare delle cinquanta biolche, il Magnaschi e
la moglie fecero le valigie e partirono.
Arrivati a Roma, andarono a trovare Giorgio, l'unico e
grande amico di famiglia che avessero:
«Giorgio» spiegò il Magnaschi. «Ho lasciato tutto a mio
figlio. Non domandarmi perché ho fatto questo. L'ho fatto
perché lo dovevo fare. Non abbiamo più niente e ho bisogno
di lavorare. Mandaci da qualche parte. Sai che io conosco il
mio mestiere.»
«Ho comprato una grande tenuta in Sudafrica. Non c'è
niente e bisogna creare tutto: un uomo come te è quello che
ci vuole.»
«Quando dobbiamo partire?» rispose la signora Virgi-
nia.

Appoggiati al parapetto di poppa, il Magnaschi e la si-


gnora Virginia guardavano verso la terra che piano piano si
allontanava.
Quando fu scomparsa e si trovarono fra cielo e mare, il
Magnaschi sospirò:
«Tutto è finito. È il viaggio senza ritorno. Pare di essere
come morti e di guardare il mondo dei vivi allontanarsi,
mentre si vola in cielo. E, in pratica, siamo morti…».
«Ma siamo morti bene!» esclamò la signora Virginia. E
c'era, nella sua voce, un orgoglio smisurato.
155 COMUNQUE

Don Camillo era di bocca buona e, più d'una volta, ave-


va ingoiato roba durissima da digerire: ma Comunque non
riusciva proprio a mandarlo giù.
Fra tutti quelli della banda di Peppone, Comunque era
l'unico che mettesse paura a don Camillo: e non perché si
trattasse di un forzuto o d'un violento, ma per tutt'altra ragio-
ne.
Fino a quando Comunque era stato semplicemente Ce-
sarino Delfosso, don Camillo non aveva mai avuto motivo di
preoccuparsi particolarmente di lui.
Poi, un bel giorno, Cesarino s'era trasferito non si sa
dove per frequentare la scuola di Partito. Possedeva una me-
moria formidabile e, ritornando in paese dopo parecchi mesi,
non era più un uomo, ma un perfetto fonografo automatico
corredato di una completa collezione di dischi.
Per ogni obiezione aveva il suo bravo disco pronto: e
ogni disco era inciso con diabolica abilità perché per alcuni
giri seguiva fedelmente il filo logico della discussione, poi
lentamente, dolcemente, senza che gli ascoltatori potessero
rendersi conto del trapasso, mollava il tema della discussione
per svicolare in un altro tema. Cosicché l'oppositore si trova-
va alla fine nella situazione del pugile che si chiude nella più
ermetica guardia per parare e controbattere il pugno dell'av-
versario che gli sta dinanzi e, a un tratto, riceve una pedata
nella schiena da un compare dell'avversario.
Oltre alla provvista di dischi, Cesarino s'era portato dal-
la città anche il «comunque»: una parola che aveva scoperto
alla scuola di Partito e che gli era piaciuta tanto e poi tanto
da sentire il bisogno di ficcarla un inverosimile numero di
volte nei suoi discorsi.
E, così, in paese l'avevano soprannominato
«Comunque».
Don Camillo era stato il primo a esperimentare la slealtà
delle armi di Comunque. E si trattò di una esperienza parti-
colarmente dolorosa perché il fatto accadde sulla pubblica
piazza, durante un comizio. Comunque stava parlando già da
un bel pezzo e, a un certo punto, don Camillo non seppe trat-
tenersi e lo rimbeccò. Comunque non batté ciglio: mise sul
fonografo il disco ad hoc e seppellì don Camillo sotto una
valanga di parole.
«Questa non è una risposta all'obiezione che ho fatto
io!» protestò alla fine don Camillo. «Questa è un'altra que-
stione!»
Comunque sorrise:
«Una volta, in guerra, un generale andò a fare un'ispe-
zione agli avamposti e s'imbattè in un soldato che stava sdra-
iato per terra. "Perché non ti alzi e non saluti?" domandò il
generale. "Sono otto giorni che sto qui di guardia e nessuno
mi ha mai portato né da mangiare né da bere" rispose il sol-
dato. "Questa è una faccenda che non riguarda il regolamen-
to di disciplina bensì la Sussistenza! Questo è un altro di-
scorso!" urlò il generale. Comunque, reverendo, la questione
era sempre la stessa, invece, per la semplice ragione che il
soldato stava crepando di fame e non aveva neanche la forza
di tirarsi su per salutare il generale».
Don Camillo aveva dovuto lottare come un leone per
cavarsi fuori da quel pasticcio e ne era uscito malconcio, in
verità, perché è impossibile discutere con un fonografo.
Comunque diventò il numero uno della propaganda, e
siccome ogni occasione era buona per offrirgli il pretesto di
impiantare una discussione, dopo un certo tempo tutti sco-
persero il segreto del giochetto ed evitarono di attaccar di-
scorso con lui. Tutti, eccettuati i «rossi» per i quali Comun-
que rappresentava la più rigorosa logica, quella logica infles-
sibile davanti alla quale non c'era obiezione degli avversari
che potesse rimanere in piedi. Ed erano i «rossi» che interes-
savano a Comunque e al Partito.

Don Camillo era di bocca buona, ma questo dannato


Comunque non riusciva a mandarlo giù. Peppone, invece,
aveva dovuto mandarlo giù perché, il primo giorno che, in
sede, entrò in discussione con Comunque perché non si tro-
vava d'accordo su certe sue affermazioni, Comunque gli dis-
se:
«Compagno, le tue obiezioni sono quelle classiche che
mi farebbe un reazionario. Debbo risponderti come risponde-
rei a un reazionario, o mi basta ricordarti che questo che ho
esposto è il punto di vista del Partito?».
«Il punto di vista del Partito, se non sbaglio» replicò
Peppone «è che nell'interno del Partito è permessa la discus-
sione democratica.»
«È permessa la discussione democratica ma non con ar-
gomentazioni antidemocratiche» affermò Comunque.
Peppone non ritenne opportuno continuare la discussio-
ne perché capiva che l'idea di prendere a calci Comunque
difficilmente avrebbe potuto essere interpretata come una ar-
gomentazione democratica.
Mandò giù e non tornò più in argomento.
Anzi, il giorno in cui incontrò don Camillo, si dimostrò
tutt'altro che insoddisfatto del lavoro di Comunque:
«Reverendo, se non sbaglio, ho l'idea che sia arrivato il
tipo capace di mettervi i fichi a due la lira!» esclamò. «Mi
pare che risulti piuttosto difficile mettere nel sacco quel gio-
vanotto!»
«Impossibile» rispose calmo don Camillo. «Nel sacco
c'è già. Ce l'hanno messo alla scuola del Partito.»
«Facile cavarsi d'impiccio con una battuta spiritosa» re-
plicò Peppone. «Meno facile discutere col mio giovanotto.»
«Impossibile addirittura» affermò don Camillo. «Perché
tu gli domandi cosa fa due più due e lui ti risponde: "Domani
è venerdì".»
Peppone sghignazzò:
«Comunque mi pare che fino a oggi la cosa funziona».
«Hai imparato anche tu a dir "comunque"?» si informò
don Camillo. «Adesso il comunismo è forse diventato co-
munquismo?»
«Reverendo, mi pare che anche voi, quando vi doman-
dano cosa fa due più due, rispondiate: "Domani è venerdì".»
«Può darsi: con la semplice differenza che io lo dico il
giovedì, mentre il tuo campione lo dice il martedì o il saba-
to.»
«Bisognerebbe che voi lo poteste dimostrare!» esclamò
Peppone.
«Impossibile, compagno sindaco: il calendario del tuo
partito non va d'accordo col calendario dei galantuomini.»
Peppone si fece aggressivo:
«Reverendo, vi è rimasta nel gozzo la figura da ciocco-
latino che avete fatto quando avete tentato di mettere nel sac-
co Cesarino?».
«Può anche darsi: però tu non ci sei mai riuscito.»
Peppone accusò il colpo:
«E cosa c'entra questo?».
«C'entra perché io non capisco come mai nella tua se-
zione il capo rimani sempre tu quando avete uno che ragiona
meglio di te.»
«Ci sono molte cose che voi non capite!» replicò Peppo-
ne. «Sappiate comunque…»
«Ricominciamo a comunquare?» lo interruppe con un
sorrisetto cattivo don Camillo.
«Andate all'inferno voi e i pronomi!» gridò Peppone
volgendogli le spalle e allontanandosi furibondo.

Comunque, dopo un anno di intensa attività oratoria,


venne chiamato in città per la revisione del fonografo e l'ag-
giornamento del repertorio.
Tornò con ogni congegno perfettamente lubrificato e
con una serie completa di dischi nuovi tutti dedicati alla Rus-
sia: progresso straordinario della Russia, ferma volontà di
pace della Russia, necessità di amare la Russia anche a costo
di odiare tutti gli altri popoli del mondo, urgenza di denun-
ciare il patto atlantico per stringere importanti rapporti com-
merciali e scambi culturali con la Russia e via discorrendo.
Comunque si gettò a capofitto alla sovietizzazione delle mas-
se e faceva delle sparate oratorie da togliere il fiato. E, quan-
do proprio ebbe raggiunto la vetta dell'esaltazione, accadde il
fatto.
I carabinieri mandarono a chiamare Comunque per co-
municazioni personali urgenti e Comunque andò.
Peppone se lo vide ricomparire davanti a sera tarda e
con aria cupa.
«Cosa volevano?» si informò preoccupato Peppone.
«È un guaio grosso» rispose Comunque. «Manda via
tutti perché si tratta di una cosa molto delicata.»
Rimasti soli alla Casa del Popolo, Peppone si rivolse a
Comunque:
«Parla!».
Comunque allargò le braccia:
«Capo, è una cosa che riguarda me personalmente ma,
impegnato come sono in questo momento, può tornare, in un
certo senso, a danno del Partito».
«Spiegati! Cos'hai combinato?»
«Niente, è una storia vecchia. Tu lo sai che anche io,
come tanti altri, ho dovuto fare la guerra. Anche io ho dovu-
to combattere contro gente che non conoscevo, anche io ho
dovuto servire la causa sbagliata e diventare strumento della
violenza dei dittatori. Anche io faccio parte di quella genera-
zione tradita che ha aperto gli occhi quando era troppo tardi,
anche io, come tanti altri, ho inconsciamente servito gli inte-
ressi dei mercanti di cannoni e dei tiranni…»
«Taglia corto» lo interruppe Peppone. «Io non ti ho
chiesto di fare l'autocritica. Inoltre nella tua scheda c'è scritto
tutto: eri caporale di Sussistenza in Grecia.»
Comunque scosse il capo:
«Nella scheda c'è scritto cosi, ma in realtà io non facevo
parte della Sussistenza in Grecia, ma ho combattuto come
bersagliere in Russia».
Peppone levò il capo di scatto.
«Ti sei comportato come un cretino. Dovevi dire la veri-
tà.
Questi sono sistemi da ragazzini e da donnette. A ogni
modo non vedo dove stia il pasticcio grosso e cosa c'entrino i
carabinieri. Che porcheria hai combinato in Russia?»
«Questa» sussurrò Comunque porgendo a Peppone un
grosso rotolo. «Me l'hanno consegnato i carabinieri stasera.»
Peppone distese sulla scrivania il foglio.
Era il decreto di concessione di medaglia d'argento al
valor militare al caporale dei bersaglieri Cesare Delfosso: e
la motivazione era lunga e significativa.
Peppone lesse attentamente il foglio poi sollevò il capo:
«Volontario?» disse con voce cupa.
«Sì» rispose assai umiliato Comunque.
«Promosso caporale per ardimentosa impresa di
guerra!»
«Sì.»
«Poi, da solo, con bombe a mano sei andato a snidare e
a eliminare tre soldati russi che con la loro mitragliatrice pe-
sante battevano un valico infliggendo gravi perdite ai reparti
italiani in avanzata!»
Comunque allargò le braccia:
«Quando ho visto cadere fulminato al mio fianco Gigi,
il mio più caro amico, non ho capito più niente».
«E quando hai fatto l'altra azione di guerra che ti ha
fruttato i galloni da caporale?»
«L'esaltazione della battaglia… Eravamo un po' tutti
come pazzi…»
«E quando sei andato volontario nel corpo di spedizione
contro la Russia che esaltazione avevi?»
«Non lo so» rispose Comunque. «Ero tanto giovane…
Ci avevano avvelenato il sangue a scuola… Io appartengo a
quella infelice generazione…»
«Me l'hai già spiegato!» affermò bruscamente Peppone.
«Adesso mi devi spiegare come te la caverai quando, mentre
tu parlerai in comizio dei fratelli russi eccetera, quel male-
detto di don Camillo ti sventolerà sotto il naso il giornale con
la notizia della medaglia d'argento, la motivazione e tutto il
resto.»
«Nessun giornale stamperà questo!» protestò Comun-
que.
«Se il corrispondente effettivo del giornale degli agrari
non fosse don Camillo, e se don Camillo non fosse l'uomo
capace di ficcare il naso dappertutto, forse te la caveresti. Ma
stando come stanno le cose, gioco diecimila lire contro un
bottone che dopodomani c'è sul giornale la notizia su tre co-
lonne. Vuoi dirmi come te la caverai?»
Comunque strinse i denti e rimase a pensarci sopra un
bel pezzo inutilmente. Allora intervenne in suo aiuto Peppo-
ne.
«C'è soltanto un sistema: appena ti sventolano sotto il
naso il giornale, tu rispondi: "Non mi cogliete di sorpresa:
aspettavo questo. Ecco difatti il decreto". Cacci di tasca il de-
creto, lo fai vedere, poi lo stracci in mille pezzi e spieghi:
"Rifiuto sdegnosamente questa medaglia che mi ricorda un
vergognoso passato che io disprezzo. Ho sbagliato come
centomila giovani della mia età hanno sbagliato, vittime del-
la delittuosa propaganda della dittatura. È alla dittatura e a
voi che l'avete creata e sostenuta che io getto in faccia i bran-
delli di questo passato di vergogna che non tornerà mai
più…". Eccetera. Ti prepari il discorsetto e poi, domattina,
vieni qui e me lo fai sentire così concordiamo i particolari.»
«Va bene, capo» disse Comunque rimettendosi in tasca
il suo rotolo e andandosene. «Li farò crepare di rabbia, quei
maledetti.»
■ ■■■'.■'■

Peppone non aveva sbagliato: in quel momento don Ca-


millo girava in su e in giù per la canonica in preda alla più
viva agitazione.
Sapeva già tutto. Gli avevano portato la copia completa
del decreto e una foto, la foto di un gruppetto di bersaglieri
che mostravano allegramente un cartello sul quale stava
scritto:

«Quando saremo a Mosca ci pianterem la giostra dire-


mo ai bolscevichi che siamo in casa nostra».
E in prima fila, proprio col cartello in mano, stava il
bersagliere Cesarino Delfosso detto Comunque.
Don Camillo non riusciva a trovare la calma necessaria
per sedersi a tavolino e buttar giù la notizia da inviare al
giornale. Oltre al resto era incerto: inviare foto e notizia al
giornale oppure far stampare dei manifestini da distribuire
durante il primo comizio di Comunque?
Finalmente si sedette al tavolino e impugnò la penna:
aveva deciso per il giornale.
Intinse la penna, la provò su un fogliaccio e, quando fu
sicuro che funzionava perfettamente bene, scaraventò la pen-
na lontano.
L'asticciola andò a conficcarsi sul fianco di un armadiet-
to e lì rimase assieme a tutte le tentazioni sconfitte da don
Camillo.

L'indomani mattina Peppone ricevette la visita di Co-


munque. «Hai preparato il discorsetto?» s'informò brusca-
mente Peppone. «Sì» rispose Comunque. «Sentiamo.»
Comunque rimase qualche istante a testa bassa come per
rimeditare le parole che aveva architettato di pronunciare,
poi disse:
«Sventolino tutti i giornali che vogliono: io non stracce-
rò niente. Io la medaglia me la sono guadagnata e me la ten-
go».
Peppone tentennò il testone:
«Ti rendi conto esattamente di quello che dici?».
«Sì: ci ho pensato e ripensato tutta la notte. Io non posso
vergognarmi di essere stato un bravo soldato. Io allora ero
convinto di servire il mio Paese e quelli contro i quali com-
battevo erano per me i nemici del mio Paese.»
Peppone lo guardò severamente:
«Tu dunque non ti vergogni, oggi che hai aperto gli oc-
chi e sai come stavano e stanno le cose, non ti vergogni di
aver fatto fuori quei tre poveretti che difendevano il loro
Paese invaso?».
«Me ne dispiace, ma non posso vergognarmene» spiegò
Comunque.
«Ciò è gravissimo.»
«Sarebbe più grave se mi vantassi di essere stato diser-
tore.»
«Se tu fossi stato disertore oggi non ti sentiresti la colpa
di aver partecipato attivamente a una guerra ingiusta.»
«Se una guerra è giusta o ingiusta lo si sa soltanto quan-
do è finita. Se la si perde è ingiusta, se la si vince è giusta. Io
allora sapevo soltanto che il mio dovere era quello di andare
a combattere come gli altri.»
«Bene» concluse Peppone. «Se tu mi fossi venuto a dire
che accettavi di stracciare il brevetto della medaglia ti avrei
cacciato via a calci.»
«Non c'era pericolo: piuttosto di stracciare quel foglio
straccio la tessera del Partito.»
«Puoi tenere tranquillamente l'uno e l'altra» lo rassicurò
Peppone. «Vedrò io di mettere a posto ogni cosa per il
resto.»
Appena entrato in canonica, Peppone mise senza tante
storie la faccenda sul tappeto:
«Reverendo, caso mai non lo sapeste ancora, vi avverto
che il cosiddetto Comunque, quello che adesso fa la réclame
alla Russia, ha preso una medaglia d'argento per un eroico
fatto d'arme compiuto combattendo contro i russi».
«Lo so già» rispose don Camillo.
«Lo immaginavo. Sono quindi certo che, se non l'avete
già fatto, provvederete a mandare la notizia al giornale in
modo da poter in un certo senso mettere in imbarazzo lo
stesso Comunque.»
«Me ne guardo bene» replicò don Camillo. «Gli affari
interni del vostro partito non m'interessano.»
Peppone arrossì di rabbia:
«Capisco, reverendo, a voi interessano soltanto i fatti di-
sonorevoli che accadono nel mio Partito. Se a uno dei miei
riconoscono il merito di essere stato un bravo soldato, questo
non vi interessa. È uno strano modo di fare il corrispondente
del cosiddetto "giornale indipendente". Se foste un uomo
onesto, mettereste sul giornale non soltanto il brutto ma an-
che il bello».
Don Camillo si alzò, andò nell'angolo dello stipo, cavò
la penna infissa nel legno, rabberciò il pennino e, sedutosi al
tavolo vergò rapidamente alcune righe: «A riconoscimento di
una eroica azione di guerra nel corso della quale, da solo,
riusciva a raggiungere e a distruggere un nido di mitraglia-
trici tenuto saldamente da tre soldati nemici, è stata conces-
sa al caporale dei bersaglieri Cesare Delfosso la Medaglia
d'argento al Valor Militare».
Mostrò il foglietto a Peppone che lesse attentamente la
notizietta.
«Se si trattasse di uno dei vostri, avreste fatto un roman-
zo!» commentò alla fine.
Don Camillo allargò le braccia:
«Se Dio ti porge un dito non afferrarGli la mano» sen-
tenziò.
«Non sapevo che adesso vi avessero promosso addirittu-
ra Padreterno» commentò Peppone. «Volete che vi paghi su-
bito il disturbo o aspetto che mi mandiate la nota a casa?»
«Aspetta la nota: ma non te la manderò io. Te la presen-
terà il Padreterno quando sarà ora.»
«Speriamo che sarete tanto gentile da farmi fare uno
sconto.»
Peppone uscì ed era molto soddisfatto.
156 MENELIK

Giarón il carrettiere era conosciuto come la betonica e,


in paese, si sapeva tutto su Giarón eccettuata una cosa sol-
tanto: se fosse più bestia lui o il suo cavallo.
In generale, alla gente grossolana scappa, quando parla,
qualche bestemmia: Giarón, al contrario, era un tipo al quale,
nel parlare, scappava qualche parola perché il suo vocabola-
rio era composto esclusivamente di bestemmie, e le bestem-
mie non sono parole.
Giarón aveva conosciuto tempi splendidi e s'era trovato
ad avere nove magnifiche bestie da tiro: sei cavalli e tre figli.
Allora, quando uno del paese o dei dintorni si metteva in
strada con un barroccio, una bicicletta, una moto o una auto-
mobile, doveva ogni volta pregare il Padreterno che non lo
facesse incocciare in qualche Giarón.
Salvo la provinciale, le strade della Bassa erano tutte
poco più di grossi sentieri e ogni Giarón ragionava così: «Se
la strada basta appena appena per me, perché pretenderesti di
servirtene anche tu? Lasciami dormire e arrangiati!».
Brutto affare svegliare un Giarón quando dormiva boc-
coni sul colmo del carico di ghiaia o sabbia del suo barroc-
cio. Brutto affare perché tutti i Giarón erano fabbricati della
stessa stramaledetta pasta e non ci mettevano niente a tirar
giù legnate col manico della frusta o sventole col badile.
Del resto, a quei tempi, non soltanto i Giarón la pensa-
vano così: la faccenda di andar giù di strada e cedere il passo
a qualcuno era una questione d'onore per tutti i carrettieri in
genere. E non si trattava neanche di cattiveria o di prepoten-
za; quando il carrettiere tornava su dal fiume dopo aver cari-
cato un cassone di roba, si sentiva in diritto d'esser lasciato
tranquillo: si buttava con la pancia sulla sabbia fresca e,
mentre il sole gli arrostiva la schiena, si addormentava e la-
sciava che il cavallo se la sbrigasse. E il cavallo tirava avanti
e si arrangiava da solo fin dove poteva.
I cavalli dei carrettieri erano brave bestie, le più brave
bestie del mondo, e la gente si trovava d'accordo nel dire che
erano meno bestie dei loro padroni. Salvo nel caso del caval-
lo di Giarón padre la gente aveva qualche perplessità. Perché
il cavallo di Giarón padre non si limitava a tirare avanti per
la sua strada quando il padrone dormiva: ma, ogni volta che
passava davanti a una osteria, si fermava e rimaneva lì fino a
quando Giarón non si fosse svegliato.
«No» diceva sempre don Camillo «per me Giarón è più
bestia del suo cavallo perché è stato lui ad abituare il cavallo
a fermarsi davanti a ogni osteria. Il cavallo si limita a fare
quello che gli hanno insegnato.»
«Per me, invece, è più bestia il cavallo che Giarón» re-
plicava qualcuno. «Perché un cavallo, bestia che sia, avrebbe
il dovere morale di ragionare lui quando il ragionamento del
suo padrone non funziona. Un cavallo che non fosse più be-
stia di Giarón non si fermerebbe davanti alle osterie costrin-
gendo il padrone a svegliarsi e a scendere per riempirsi di
vino.»
Discussioni peregrine, baggianate se si vuole, ma che
servono a spiegare che arnese fosse Giarón e che razza di ar-
nesi potessero essere i figli di uno stramaledetto del genere.
Giarón, dunque, aveva conosciuto tempi splendidi poi,
una bella volta, era scoppiato il guaio grosso. Rincasando,
una sera, Giarón trovò che i suoi tre figli avevano un'aria dif-
ferente dal solito. Mangiarono in silenzio, poi il più vecchio
dei figli vuotò il sacco:
«Qui non si va più avanti» disse. «Qui bisogna venire a
una decisione o si crepa di fame.»
Giarón sfoderò una bestemmia con intonazione interro-
gativa.
«È inutile che vi scaldiate» esclamò cupo il figlio.
«Guardatevi d'attorno e vedrete che noi siamo gli unici in
tutta la plaga a insistere nel nostro mestiere. Tutti gli altri
hanno capito già da un pezzo che coi cavalli non si può fare
concorrenza ai camion. Il camion carica dieci volte tanto e fa
dieci volte più strada di un cavallo. E mentre al cavallo biso-
gna dar da mangiare anche quando non c'è lavoro, il camion,
quando sta fermo, non consuma niente.»
Giarón domandò dove il figlio volesse arrivare con que-
sto suo discorso. E il figlio glielo spiegò:
«Abbiamo sei bestie e un po' di quattrini da parte: ven-
diamo le bestie e compriamo un camion. C'è un'occasione
buona e non bisogna lasciarla perdere».
Giarón si guardò attorno e si accorse che tutt'e tre i figli
erano d'accordo: allora la sua ira esplose e ne saltò fuori una
scena spaventosa.
Alla fine Giarón urlò:
«Chi vuol cambiare, se ne vada. La roba è mia e ne fac-
cio quel che voglio io!».
«La roba è nostra!» replicò il figlio più vecchio «perché
anche noi abbiamo lavorato come voi. I diritti sono uguali.»
Giarón sparò la sua più orrenda bestemmia poi conclu-
se:
«Voi fate come volete: io mi tengo Menelik e la Bionda
e continuo il mio mestiere».
Tre sere dopo, rincasando carico di vino, Giarón trovò
sotto il portico un grosso camion. Era una bella macchina, e i
tre figli di Giarón se la stavano rimirando come se fosse il
panorama di Napoli.
Giarón lo guardò con odio e sputò per terra.
«Gli passerà!» borbottò ridacchiando il figlio più vec-
chio rivolto agli altri due.
Non gli passò e anche quando, un mese dopo, i figli gli
mostrarono i conti e gli spiegarono il guadagno di trenta
giorni di lavoro, Giarón non si smosse.
«I conti non si fanno dopo un mese» affermò. «I conti si
fanno in ultimo.»
Non volle neppure toccare quei soldi.
«Puzzano di petrolio» disse. «È il petrolio che ha rovi-
nato il mondo. Da quando in questa casa si sente puzzo di
petrolio non va più bene niente.»
Il figlio maggiore saltò su imbestialito:
«In questa casa non va bene niente quando voi puzzate
di vino come adesso!» replicò.
Giarón si scagliò su di lui per picchiarlo ma il figlio lo
respinse con una manata. Giarón era gonfio di vino fino agli
occhi e finì per terra lungo disteso.
Si rialzò faticosamente e la sua ira era diventata furore
perché sentiva che riusciva a malapena a reggersi in piedi.
«Avete avuto tutto quello che vi spettava e anche di
più!» urlò ai figli. «Andatevene via di qui e portatevi via
quel canchero perché se io me lo trovo domani ancora fra i
piedi gli do fuoco! Via tutti, porci vigliacchi!»
I tre se ne andarono la notte stessa: caricarono le loro
carabattole sul camion e partirono senza dir niente.
In casa rimasero soltanto Giarón e la vecchia e fu una
vita schifosa perché tutti i discorsi fra i due erano costituiti
dalle furibonde bestemmie di Giarón e dal silenzio cupo di
sua moglie.
Giarón continuò a fare il carrettiere: non aveva rinuncia-
to a niente. Era l'unico di tutta la Bassa che continuasse a
portare la fascia di lana rossa e verde attorno alla vita, le ca-
micie a quadroni, il gilè a doppiopetto col catenone del gros-
so Roskoff d'argento, il cappello alla socialista buttato in te-
sta alla diotifulmini.
Giarón continuò a fare il carrettiere senza rinunciare a
niente anche se a un bel momento dovette rinunciare alla
Bionda e accontentarsi di tirare avanti alla bell'e meglio con
Menelik.
Non rinunciò alla sua fascia rossa e verde, non rinunciò
al suo vino, non rinunciò alle sue orrende bestemmie. E la
volta in cui in una stradetta solitaria don Camillo gli arrivò
alle spalle in bicicletta e gli gridò che si facesse da parte per-
ché la strada non era sua e anche gli altri avevano diritto di
passare, Giarón urlò con voce roca cose da far drizzare i ca-
pelli a un ateo calvo.
Don Camillo, abbandonata la bicicletta, lo agguantò per
una gamba e lo tirò giù dal barroccio.
«Giarón» ruggì don Camillo sbatacchiando il carrettiere
contro una sponda del barroccio. «Questa volta io te le faccio
pagare tutte.»
«Siete un vigliacco uguale a mio figlio che mi ha messo
le mani addosso approfittando che avevo bevuto un po'» ri-
spose Giarón afflosciandosi come uno straccio tra le mani di
don Camillo. «Picchiatemi quando sono giusto, se avete il
coraggio!»
Don Camillo mollò il carrettiere e risalì sulla sua bici-
cletta.
«Giarón» disse don Camillo «chi semina vento racco-
glie tempesta. Tutti ti abbandoneranno se continui questa tua
porca vita. Un giorno sarai solo come un cane.»
«Non me ne importa un accidente» replicò Giarón. «A
me basta che non mi abbandoni il mio cavallo.»
«Ti abbandonerà anche lui!»
«I cavalli sono più galantuomini dei cristiani!» urlò Gia-
rón. «I cavalli non tradiscono.»
Fu la stessa sera che, rincasando, Giarón non trovò più
sua moglie. Trovò un bigliettino sulla tavola apparecchiata:
«Vado coi miei figli: ho sopportato anche troppo».
Giarón spaccò tutto quello che gli capitò sottomano, ma
quello sfogo non gli bastava e allora andò nella stalla e, ur-
lando come un pazzo, si scagliò su Menelik.
«Tu no, porco maledetto!» urlava mentre furibondo
riempiva di pugni la testa del cavallo. «Tu non mi pianterai
come gli altri! Tu non mi tradirai! Tu non ti ribellerai!»
Giarón era pieno di vino e le sue mani non riuscivano a
colpire bene la bestia: allora afferrò la corta frusta per la par-
te sottile e incominciò a menar legnate a Menelik. Sulla te-
sta, sulla schiena, sul ventre: legnate feroci come se, invece
di picchiare un cavallo, stesse picchiando un uomo.
Menelik nitrì e prese ad agitarsi atterrito ma Giarón con-
tinuò a pestarlo sempre più ferocemente. A un tratto la ca-
vezza si spezzò e, con un balzo, il cavallo si scagliò verso la
porta della stalla.
Giarón fu travolto e cadde. Quando si rialzò il cavallo
era già scomparso in mezzo ai campi.
«Ti abbandonerà anche lui!…» Giarón sì ricordò le pa-
role di don Camillo e gridò ancora una orrenda bestemmia.
Poi si sentì spossato e con la testa vuota e andò a buttar-
si sul letto.
Si svegliò che il sole era già alto: si trovò ancora vestito
e con le ossa peste. Nel fuggire Menelik col ferro di uno zoc-
colo gli aveva ferito uno stinco.
Scese zoppicando e la casa era silenziosa e deserta: in
cucina i cocci delle stoviglie che nel suo furore Giarón aveva
spaccato occupavano il pavimento.
Sulla tavola devastata c'era ancora il bigliettino della
donna: «Vado coi miei figli…».
Poco male se gli fosse rimasto Menelik: ma anche il ca-
vallo se ne era andato. Giarón entrò nella stalla vuota. Guar-
dò la cavezza spezzata.
Il furore lo riprese e voleva urlare chi sa cosa: ma per la
prima volta nella sua vita non ebbe la forza di bestemmiare.
Uscì a testa bassa dalla stalla e andò dietro la casa per
dare un'occhiata al barroccio sotto il portico.
Il barroccio era là e, fra le stanghe, stava fermo, ad
aspettare pazientemente, Menelik.
Giarón rimase un istante perplesso, poi si avvicinò len-
tamente al cavallo e, buttatigli addosso i finimenti che erano
appesi al muro, glieli affibbiò. Nel mettergli il sottopancia si
accorse che Menelik aveva una scorticatura. Chi sa quante
altre ne aveva sulla schiena e sul muso.
«Hiup!» gridò Giarón mettendo un piede su un raggio di
una delle due alte ruote del cassone e aggrappandosi con le
mani alla fiancata. «Hiup!»
Il cassone si mosse, la ruota girò sollevando il carrettie-
re che saltò al momento giusto dentro il cassone.

Giarón rivide due dei suoi figli un anno dopo.


Era un pomeriggio pieno di sole e il cassone di Giarón
stava rollando sui sassi della Strada Quarta mentre Giarón
dormiva con la pancia sul colmo del carico di sabbia fresca.
Un suono prepotente di clacson lo svegliò: si volse e
vide che un grosso camion era dietro il biroccio e domanda-
va il passo.
Riconobbe nei due uomini che stavano dentro la cabina
i primi due dei suoi tre figli, i più anziani.
Non disse bai. Riprese a dormire e lasciò che Menelik
continuasse a camminare nel bel mezzo della strada.
Quelli del camion non insistettero col clacson: avevano
riconosciuto Giarón e seguirono zitti zitti il barroccio per sei
chilometri, fino al quadrivio della Pioppaccia: qui il cassone
svoltò a destra e il camion tirò diritto.
Passarono altri due anni e Giarón ricevette la notizia che
sua moglie era morta. Non andò al funerale perché non vole-
va incontrarsi coi figli. Ma con due dei figli doveva incon-
trarsi sette od otto mesi più tardi.
Fu sulla provinciale vicino al bivio del Molinetto. Gia-
rón dormiva come al solito in cima al suo cassone carico di
sabbia e, a un tratto, qualcuno fermò il cavallo e urlò qualco-
sa. Giarón si trovò davanti a un gruppo di gente che stava di-
scutendo. C'erano anche i carabinieri.
Giarón scese e andò a curiosare anche lui. Niente di
straordinario.
«Un camion è finito dentro il canale» gli spiegò qualcu-
no. «Uno degli autisti dormiva nella cuccetta della cabina,
l'altro deve aver preso sonno per il caldo e la stanchezza.
Sono morti tutt'e due sul colpo.»
I due cadaveri stavano sul ciglio della strada coperti da
un telone: Giarón si appressò e, chinatosi, sollevò un lembo
della tela.
Lo sapeva anche prima di sollevare la tela: erano Diego
e Marco, i suoi due ragazzi più vecchi.
Allora Giarón bestemmiò come non aveva mai bestem-
miato:
«Era meglio se lo bruciavo!» urlava. «Maledetti stupidi,
ve l'avevo detto che il petrolio è la rovina.»
Scese nel canale per sputare sui rottami del camion. Vo-
leva incendiare tutto e dovettero tirarlo via per forza.
Risalì sul cassone e riprese la sua strada. E la gente lo
vide agitarsi e lo sentì bestemmiare fino a quando Menelik
non svoltò per la stradetta del Mulino Vecchio.
Gli rimaneva il terzo figlio e gli dissero che adesso abi-
tava a Fiumetto dove faceva servizio di corriere con un mo-
tocarro veloce. Un anno dopo lo vennero ad avvertire che an-
che il terzo figlio aveva raggiunto gli altri due. Un autotreno
lo aveva appiccicato a un muro assieme al motocarro.
Giarón bestemmiò come un pazzo e il giorno in cui in-
contrò don Camillo e don Camillo scese dalla bicicletta per
venirgli a parlare e fargli animo e convincerlo a sopportare
con animo sereno le sue disgrazie, Giarón agguantò la frusta
per la parte sottile e urlò:
«Prete maledetto: se hai il coraggio di parlare ti ammaz-
zo a legnate!».
Le bestemmie del vecchio fecero impallidire don Camil-
lo che non ebbe la forza di farlo tacere.
Una volta che il vecchio tacque perché il fiato gli man-
cava, don Camillo gli parlò con dolcezza:
«Giarón, il dolore vi rende pazzo: che Dio vi faccia rin-
savire e vi protegga».
«Dio!» urlò Giarón. «Non voglio aver niente a che fare
col tuo Dio! Il tuo Dio mi ha tradito! Tutti mi hanno tradito:
soltanto il mio cavallo non mi ha tradito e non mi tradirà!»

Continuò mesi e anni a girare per le stradette della Bas-


sa il biroccio di Giarón e, quando la gente lo incontrava, ave-
va l'idea di veder passare la carretta del Demonio perché
Giarón era tanto gonfio di odio verso Dio e verso il suo pros-
simo che le sue bestemmie non soltanto orrore facevano, ma
paura.
Continuò mesi e anni a navigare tra i campi della Bassa
la carretta del Demonio e a incontrarla veniva fatto alla gente
di segnarsi. Giarón non parlava più con nessuno, parlava sol-
tanto con Menelik: sdraiato sulla sabbia del cassone, Giarón
parlava con Menelik e ci fu una ragazza che, un giorno, arri-
vò spaventata da don Camillo e gli giurò di aver sentito lei,
con le sue orecchie, che Menelik rispondeva a Giarón.
«Ho sentito un cavallo parlare come un cristiano!» ge-
mette la ragazza.
«Io ho sentito di peggio» replicò don Camillo. «Ho sen-
tito adesso una ragazza parlare come una gallina. Cerca di
dire delle cose meno stupide!»
Menelik continuò a trascinare il biroccio del vecchio
Giarón per un sacco di tempo ancora, e il vecchio Giarón
continuò a parlare con Menelik: o urlava come un ossesso, o
parlava sottovoce con Menelik. Ma una sera d'autunno ac-
cadde qualcosa che fece rimanere perplesso Menelik.
Il vecchio Giarón, dopo aver parlato a lungo con Mene-
lik, tacque e non prese a urlare: incominciò a gemere e quel
lamento appunto fece drizzare le orecchie a Menelik.
Era oramai buio e le strade deserte e silenziose: Menelik
si fermò e lanciò un nitrito. Ma gli rispose soltanto il gemito
di Giarón. Allora Menelik riprese il cammino e, arrivato al
fontanile, là dove la strada si allargava, lentamente girò e ri-
tornò indietro, verso il paese.
Don Camillo s'era appena messo a tavola per cenare
quando udì il rumore e, siccome il rumore non finiva, andò a
dare un'occhiata per vedere cosa stesse succedendo davanti
alla canonica e si trovò davanti a Menelik che scalpitava fer-
mo davanti alla porta. Udì il gemito venire dall'alto del bi-
roccio e, fattosi scaletta della ruota, salì.
Si trovò con la faccia a pochi centimetri dalla faccia del-
l'uomo sdraiato sul colmo del carico di sabbia.
«Giarón!» esclamò don Camillo «sono io, don
Camillo!»
«Che Dio mi perdoni…» sussurrò con un filo tenue di
voce il vecchio Giarón.
Poi il vecchio Giarón non disse più niente di niente.
Non gemette più.
Ma oramai Dio l'aveva perdonato.
Don Camillo si trovò giù, e sentì il fiato caldo di Mene-
lik.
«Menelik» sussurrò don Camillo accarezzando il muso
del cavallo. «Non può averti guidato lui fino a qui. Le redini
non le teneva più lui: gli sono scappate di mano fin da quan-
do s'è sentito male e questo deve essere successo tanto tempo
fa perché si vede che le redini hanno strusciato a lungo per
terra e ti son finite sotto gli zoccoli e tu le hai spezzate. Me-
nelik, come hai fatto per arrivare fin qui?»
Don Camillo ebbe paura del silenzio e del buio.
«Menelik» implorò ancora con angoscia. «Te l'ha detto
lui di venire qui o l'hai portato tu di tua ispirazione?»
Menelik non rispose perché i cavalli non possono parla-
re e allora don Camillo si accorse della cosa pazza che stava
facendo.
«Gesù» gemette. «Illuminate la mia mente perché ho la
testa piena di nebbia, tanto è vero che adesso io sto parlando
con un cavallo!»
«Don Camillo» rispose la voce del Cristo «un uomo è
venuto qui per morire nella grazia di Dio. Perché di questo
fatto vuoi essere grato a un cavallo mentre tu devi esserne
semplicemente grato a Dio?»
Don Camillo trasse un sospiro:
«Gesù, perdonatemi: ma non so come sia successo. M'è
venuta in mente la poesia della cavallina storna, quella che
risponde col nitrito…».
«Don Camillo, non confondere la fede con la poesia.»
Menelik era nero come la notte e immobile come fosse
di marmo.
A un tratto nitrì e, più che un nitrito, pareva un sin-
ghiozzo.
Ma era poesia, solo poesia e don Camillo scoppiò a
piangere come s'era messo a piangere quando, ragazzo, ave-
va letto l'ultimo verso della «Cavallina storna». Poesia, solo
poesia.
157 NEL PAESE DEL MELODRAMMA

Le galline aspettavano che la campana suonasse il mez-


zogiorno e, intanto, provavano la voce per il solito coro.
Quell'estate, il sole ce l'aveva messa tutta e spesso si
sentiva dire o si leggeva di gente che, mentre traversava una
piazza o camminava per la strada, era cascata per terra –
come una pera cotta – ammazzata dal caldo.
Tutti si tenevano lontani il più possibile dall'asfalto e,
sulla provinciale, si vedeva soltanto un disgraziato che viag-
giava a cavalcioni di una scassata motoleggera. A mezzo chi-
lometro dal paese il motore smise di ronzare: starnutì e si
fermò. L'uomo scese di sella e continuò la strada a piedi,
spingendo il suo motociclo.
Non si chinò neppure a guardare il motore perché sape-
va perfettamente dov'era il guasto.
Guasto grosso, il più grosso dei guasti: mancava la ben-
zina e pur se il distributore fosse stato a lato della strada, il
motociclista avrebbe dovuto continuare pedibus calcantibus
ugualmente in quanto non aveva un ghello in saccoccia.
Mentre sudando procedeva per la strada deserta, l'uomo
si guardava attorno per veder di trovare un'ombra: ma non
c'erano piante, ai lati della strada. E anche a poter scavalcare
il fosso per entrare nei campi, di là si sarebbero trovate sol-
tanto stoppie bruciate.
Era un tratto di strada maledetto, quello lì, e, più avanti,
dove cominciavano i campi alberati, avevano messo le siepi
di rete metallica.
L'uomo continuò; si sentiva una gran confusione dentro
la testa (forse debolezza per via delle febbri dei due giorni
precedenti, forse debolezza per via che non aveva mangiato
da quindici ore) e aveva paura che il sole gli azzeccasse una
botta sul cervello.
Arrancò disperatamente e allorché, finalmente, riuscì a
raggiungere la Maestà che sorgeva a cinquanta metri dalle
prime case del paese, gli parve di essere scampato miracolo-
samente a un grosso pericolo.
La cappelletta dava un minimo d'ombra e, per goderla,
bisognava rimanere appiccicati al muro tanto era stretta: l'uo-
mo si addossò al muro e gli venne in mente di essere un nau-
frago aggrappato a una magra zattera.
Una zattera verticale.
Oramai il mezzogiorno stava per suonare e incomincia-
va a passar gente per la strada: l'uomo pensò che non poteva
rimanere lì, non poteva farsi vedere dalla gente in quella
strana situazione. Perfino i ragazzini dell'asilo la sapevano
lunga, in fatto di motoleggere, e, poco che fosse rimasto lì,
qualcuno si sarebbe fermato a domandare che accidente
avesse la motoleggera e a dar consigli e a offrire aiuto.
Si tolse dall'ombra, tirò su la moto e riprese deciso la
strada. Ma, fatti pochi passi, si rese conto che, scassato
com'era, non doveva neanche sognarselo di arrivare a piedi
fino a casa sua. Abitava in città a trentacinque chilometri di
distanza.
Si trattava di guadagnar tempo e, soprattutto, si trattava
di riuscire a sbarazzarsi della moto. Allentò la valvola del
pneumatico anteriore e, quando la copertura fu afflosciata, si
rimise in viaggio.
Suonava la campana del mezzogiorno allorché l'uomo
arrivava davanti all'officina di Peppone. Peppone stava anco-
ra smartellando: l'uomo entrò con la moto nel grande stanzo-
ne affumicato.
«Per cortesia» disse «gliela lascio qui. Con comodo mi
guardi il pneumatico dietro. Non so se sia bucato o se si tratti
della valvola che perde. Tornerò nel pomeriggio, sul tardi
perché ho da fare in paese.»
Tirò fuori dalla borsa del portapacchi una busta di cuoio
molto spelacchiata e se ne andò.
Gli pareva di aver fatto un grosso colpo: "Intanto, fino a
stasera alle cinque o alle sei, sono a posto. La moto è al sicu-
ro, non m'impiccia, non mi mette in imbarazzo e io posso
pensare tranquillamente al modo di rimediare i quattrini che
mi occorrono".
In realtà aveva aggravato la faccenda perché, se prima
occorrevano solo i quattrini per la benzina, adesso occorre-
vano anche i quattrini che bisognava dare al meccanico per il
disturbo di aver tenuta mezza giornata la moto e di aver con-
trollato il pneumatico. A ogni modo si trattava di poca roba.
L'importante, la cosa urgente e necessaria era, adesso, di
riuscire a sottrarsi alla curiosità della gente. Il forestiero, in
un paese piccolo, fa spicco, specialmente quando lo si veda
gironzolare in su e in gita proprio nell'ora in cui tutti vanno a
mangiare.
Uscì dall'abitato e, alla prima carrareccia, svoltò deciso
e si buttò a sedere all'ombra della siepe.
C'era un fossetto con un po' d'acqua ferma: si lavò le
mani e inumidito il fazzoletto, si ripulì la faccia. Si ravviò i
capelli e, strappato un ciuffo d'erba, si tolse la polvere dalle
scarpe.
La barba se l'era fatta la mattina col rasoio che portava
sempre con sé, dentro la borsa della moto: adesso era di nuo-
vo a posto e poteva presentarsi dignitosamente dovunque
avesse voluto. Quand'era ancora impolverato, spettinato, pie-
no di sudore e con quella dannata moto da trascinarsi dietro
come una croce, era sicuro che il guaio stava tutto nel disor-
dine della sua persona e nell'impiccio che gli dava la macchi-
na: rimediato al disordine e scomparso l'impiccio, ogni cosa
avrebbe ripreso a funzionare perfettamente.
Adesso si accorgeva che la situazione era peggiorata.
A chi presentarsi di bel mezzogiorno?
A chi andare a offrire lucido da scarpe e saponette?
E poi, anche ammettendo che fosse riuscito a far firmare
qualche ordinazione, chi gli avrebbe dato dei quattrini d'anti-
cipo su merce di cui aveva visto soltanto il campione?
Già da quattro anni faceva quel mestiere. La guerra l'a-
veva portato via dalla vita a ventidue anni e quando, dopo
cinque anni, egli era ritornato, non aveva più trovato nessuno
a casa sua.
Non aveva più trovato nessuno e niente: neanche la
casa.
Un mucchio di calcinacci nudi e crudi perché la gente
aveva rubato tutto quello che non era calcinaccio, perfino i
mattoni rimasti interi.
Gli avevano dato quattro soldi di danni di guerra, e con
questi e con gli altri quattro soldi che aveva avuto dal distret-
to come liquidazione dei due anni di prigionìa in Germania si
era comprato qualche vestito, un po' di biancheria e le cara-
battole necessarie per poter abitare una stanzaccia rimediata
Dio sa come.
La motoleggera non era sua; la noleggiava di volta in
volta, e gli facevano un buon prezzo: una ditta di quint'ordi-
ne lo aveva assunto come produttore. Batteva le piazze attor-
no alla città, per un raggio di quaranta chilometri. Da quattro
anni andava in giro a offrire cattivo sapone e pessimo lucido
da scarpe a gente che aveva quasi sempre le botteghe piene
zeppe di sapone finissimo e di lucido eccellente: faceva dei
trattamenti di favore mangiandosi metà della provvigione,
pur di riuscire a vendere qualcosa. In principio disponeva di
una piccola scorta e allora il gioco gli riusciva.
«Se lei fa questa ordinazione» diceva «riceverà una fat-
tura di milleottocento lire. È già un ottimo affare ma io, sic-
come voglio farmi una solida clientela, intendo lavorare sol-
tanto per la pubblicità. Così, per dimostrare coi fatti che lei
incomincia a guadagnare prima ancora di vendere la merce,
io le do subito trecento lire in contanti e lei verrà a pagare
non milleotto ma millecinque.»
L'idea di ricevere dei quattrini da chi le vende roba è,
per una certa categoria di persone, piuttosto simpatica, e in
principio la faccenda funzionò. Poi, quando fu finita la scor-
ta, il lavoro diventò ancora più duro e adesso, ogni volta che
fermava il macinino davanti a una botteguccia di campagna,
l'uomo si sentiva mancare il cuore.
E quando spingeva la maniglia di un uscio a vetri e il
campanello suonava, gli veniva la voglia di saltar sulla mac-
china e di scappar via.
E mentre attendeva che qualcuno arrivasse in bottega
pensava: "Questa volta non mi andrà liscia. Quando sapran-
no chi sono e quello che voglio mi cacceranno fuori a calci".
Nessuno invece lo aveva mai preso a calci: nessuno lo
aveva mai maltrattato. Forse perché era un bell'uomo e con
un portamento da signore anche se i suoi abiti non valevano
che pochi soldi.
Forse perché tutti i bottegai erano oramai abituati a rice-
vere visite di produttori, e rispondevano di no con l'indiffe-
renza data dalla lunga abitudine. Ma egli avrebbe quasi desi-
derato che lo insultassero, che gli rispondessero di mangiar-
seli lui il suo schifoso sapone e il suo ripugnante fango per
scarpe. Forse allora avrebbe trovato la forza di piantar lì e di
darsi da fare da qualche altra parte.
Invece il tran tran era continuato: ma adesso qualcosa di
eccezionale stava succedendo. A Castelletto, tre giorni pri-
ma, una febbre da cavallo lo aveva costretto a rimanere a let-
to in un alberguccio, e quando si era alzato i pochi quattrini
che aveva in saccoccia gli erano appena appena bastati per
pagare la camera e il mangiare.
Il conto faceva duemilasettanta ed egli ne aveva duemila
soltanto: ma la padrona, visti i due biglietti da mille, aveva
detto che bastava così.
Un miracolo. Che però non si era ripetuto quando, a die-
ci chilometri da Castelletto, il serbatoio della motoleggera
era rimasto vuoto.
E adesso egli era lì, seduto all'ombra della siepe, in riva
al fossatello pieno di acqua morta, a pensare al modo di
riempire il serbatoio e di tornare a casa.
Di tornare a casa senza una lira e senza aver guadagnato
un centesimo di provvigione.
Vendere qualcosa? Non possedeva niente: la moto ap-
parteneva al noleggiatore e, anche a impegnarla soltanto, c'e-
ra da andare in galera. Un rimedio peggiore del male.
Ripensò ai giorni della guerra e della prigionìa: come
era bella la vita, allora, ancora piena di speranze.
Guardò l'acqua morta del fossatello; levò gli occhi e si
ricordò di una cosa molto importante: oltre l'argine c'era il
fiume. Il fiume che lì si allargava e pareva immenso.
Pensò a quell'acqua e gli parve che l'aspettasse. Provò
quasi una gioia.
Il fiume ampio e profondo.
Si alzò e la testa prese a girargli. Si incamminò verso
l'argine lontano, ma c'era qualcosa che l'aveva uncinato allo
stomaco e lo teneva lì.
Era fame. Fame disperata. E la fame lo teneva aggancia-
to alla vita.
"Fin che desidererò di mangiare come lo desidero ades-
so non troverò mai la forza di buttarmi nel fiume. Voglio
mangiare, inzepparmi lo stomaco di cibo e di vino."
Aveva bisogno di mangiare ma soprattutto di bere.
Riempirsi di vino.
Rientrò nella strada e si avviò verso il paese.
L'osteria della Frasca era lì a duecento metri, una casetta
isolata col pergolato davanti.
"Mangiare e bere va bene, ma pagare?" Quel pensiero lo
fece ridere: un uomo che, fra un'ora al massimo, sarà morto,
deve proprio preoccuparsi di una cosa del genere. Un mori-
bondo che si angustia: "Chi pagherà i miei funerali se sono
solo al mondo?".
E poi l'avventura lo divertiva: non aveva mai fatto una
cosa così, non era mai partito allo sbaraglio in questo modo.
Tanta gente aveva avuto mille avventure di tal genere nella
vita e se ne gloriava. Anche lui l'avrebbe avuta la sua avven-
tura e si sarebbe accontentato di raccontarla a se stesso, pri-
ma di buttarsi nell'acqua.
Entrò nell'osteria pieno di allegria: lo interessava straor-
dinariamente sapere come sarebbe finita la storia del desina-
re a sbafo.
Si sedette ma non si tolse la giacca. Ci teneva a non per-
dere quota neppure all'ultimo giro.
«Vorrei mangiare» disse con voce sicura all'oste. «Date-
mi tutto quel che c'è di pronto.»
L'oste della Frasca era un omaccio sgraziato dal princi-
pio alla fine. Un uomo che non aveva mai riso, in vita sua,
perché anche se l'avesse voluto, non ci sarebbe mai riuscito
tanto aveva duri e tirati i muscoli delle mascelle. Lo chiama-
vano Ganassa, per dir ganascia, e i suoi movimenti erano
lenti e tardi. Le volte che lo tiravano a cimento e doveva
mettere in moto le mani, non dava cazzotti come fanno tutti
gli altri cristiani: levava il pugno e lo mollava giù come una
martellata.
«Minestra col lardo, salame e frittata con le cipolle»
spiegò Ganassa con voce cupa.
«Va bene. Portate subito del vino.»
Arrivò la minestra e, più che mangiarla, il giovanotto la
fumò, poi si buttò sulla frittata e sul salame. Faceva un caldo
da crepare e il vino era fresco: lo bevve come fosse gazzosa
e la sbornia gli scoppiò tutta d'un colpo.
Per un momento parve all'uomo che la testa gli si spac-
casse e gli venne il terrore di non potersi più muovere di lì:
poi dolcemente sentì mancarsi il cuore e si addormentò.

«Passata?»
La voce aspra di Ganassa lo risvegliò. La testa non gli
girava più ma aveva la bocca arida.
Mandò giù mezza caraffa d'acqua.
«Che ore sono?» domandò all'oste.
«Le sette.»
L'angoscia lo prese: pensò alla motocicletta senza benzi-
na, pensò al desinare e al vino da pagare. La faccia cupa di
Ganassa e le sue mani enormi gli fecero paura. Poi pensò al
fiume, al grande fiume che aspettava e, improvvisamente, si
sentì tranquillo. Tutto a posto.
Si fece portare un grosso bicchiere di grappa e lo cacciò
giù e Ganassa lo stette a guardare.
«Conto» disse l'uomo.
Ganassa prese un pezzetto di gesso e scarabocchiò qual-
cosa su di un tavolo. Il giovanotto vedeva muoversi quella
manaccia dalle dita grosse come bastoni. Ma cosa importa-
va? Tutto sarebbe finito nell'acqua del grande fiume.
«Seicentodieci» disse alla fine Ganassa tirando su la te-
sta.
Il giovanotto esitò un momento poi disse:
«Mi dispiace molto».
Ganassa non capì.
«Non è né molto né poco» replicò con tono minaccioso.
«È il prezzo giusto. Se vuol controllare controlli.»
Il giovanotto sospirò.
«Non parlo del prezzo. Dico che mi dispiace molto per
il fatto che io non ho le seicentodieci lire.»
Ganassa si avvicinò lentamente e, arrivato al tavolo, ap-
poggiò i pugni micidiali sulla tovaglia e si protese verso il
giovanotto.
«Non avete le seicentodieci lire?»
«No.»
«E quanto avete?»
«Niente» spiegò il giovane.
La cosa sembrò enorme a Ganassa che rimase qualche
istante come sbalordito.
«E senza un centesimo in tasca voi siete entrato qui e vi
siete fatto servire tutto quel che vi ho dato!» ruggì mentre gli
occhi gli diventavano sempre più piccoli.
Il giovanotto allargò le braccia.
Ganassa ansimava, adesso.
«A me non mi ha mai preso per il bavero nessuno» disse
Ganassa scostando con una zampata la tavola.
Il giovanotto non si levò neppure in piedi. La cosa non
gli in. teressava e attese. Ganassa avanzò d'un passo, agguan-
tò con la sinistra il giovanotto per gli stracci del petto e lo
tirò su.
Il giovanotto attese che la mano destra si mettesse in
moto ma in quell'istante, una voce si levò:
«Ganassa, non ti mettere nei guai per seicento lire».
Ganassa allentò le dita e si volse:
«lo gli ho dato da mangiare» disse. «Io non sono che un
disgraziato e tu lo sai. Perché, se non aveva neanche un cen-
tesimo, è venuto proprio a imbrogliare me?»
«Sono entrato nella prima osteria che ho incontrato»
spiegò il giovanotto e Ganassa strinse i pugni:
«Perché, quando siete entrato, non avete detto che era-
vate senza soldi e che avevate fame? Qualcosa ve l'avrei data
lo stesso».
«Non ho mai chiesto la carità in vita mia» spiegò il gio-
vanotto. «E poi avevo bisogno di vino, molto vino.»
Ganassa aveva finito tutto il suo repertorio di argomen-
tazioni.
«Basta!» ruggì. «Non uscite di qui se non mi date qual-
cosa per rifarmi il danno.»
In un angolo della stanzaccia tre o quattro uomini stava-
no seduti a un tavolo giocando alle carte. Smisero definitiva-
mente di giocare e stettero ad aspettare. Ganassa era lanciato
e di sicuro sarebbe saltato fuori un macello.
Il giovanotto pensò al grande fiume che lo aspettava e
sentì quasi un malvagio piacere per quel che gli stava acca-
dendo. Come se succedesse a un altro. Si frugò in tasca poi
mostrò a Ganassa le poche cianfrusaglie racimolate.
«Non c'è niente di buono» spiegò. «Se volete che vi la-
sci la giacca!»
«Non voglio stracci!» grugnì Ganassa.
«Ho questa borsa, la matita stilografica…»
«Non voglio stupidaggini!» grugnì ancora più feroce
Ganassa.
Il giovanotto si guardò addosso poi allargò le braccia:
«Non so cosa darvi» disse. «Per quanto io pensi non so
cosa darvi. Non posso neanche farvi una cambiale perché so
che non potrei pagare mai…»
Gli occhi gli caddero sulla parete di fianco e vide i qua-
dretti con le solite vecchie oleografie da osteria di campagna:
Otello che sta per strozzare Desdemona, Rigoletto che col
braccio levato urla «Cortigiani vil razza dannata» e via di-
scorrendo. Allora si ricordò di una vecchia storia di prigio-
nìa, di quando cioè, per avere dai tedeschi un paio di zoccoli
di legno, aveva dovuto cantare 0 sole mio, e si volse verso
Ganassa:
«Sentite» disse «io non so cosa darvi. Se volete posso
farvi una cantata».
Quando gli venne in mente che, a dire una cosa del ge-
nere, significava dare il via all'oste per il macello, era troppo
tardi: Ganassa aveva già stretto i pugni e già si avanzava im-
placabile.
«Volete pagarmi con una cantata?» domandò Ganassa
giunto a un passo da lui.
«Quand'ero in prigionìa, un tedesco per una cantata mi
ha dato un paio di zoccoli, una trancia di pane così, e una si-
garetta.»
Ganassa rimase un istante perplesso poi indietreggiò e
andò a infilarsi dietro il banco.
«Avanti» disse Ganassa.
Il giovanotto fece di sì con la testa e si schiarì la gola.
Intanto si guardava attorno e scoperse, appeso sopra la porta,
un quadro con dentro la faccia malgarbata del Peppino di
quelle parti.
Guardò intensamente, disperatamente quell'immagine
cercandone gli occhi e, alla fine, li trovò e non li mollò più.
Erano due occhi piccoli ma che sfavillavano nell'ombra
come due diamanti.
Il giovanotto attese il cenno e quando l'ebbe da un bar-
baglio guizzato fuor dall'ombra, attaccò qualcosa di Verdi.
Continuò a cantare mai abbandonando quegli occhi e
sentì uscirsi di bocca una voce che non gli pareva neppure la
sua e, negli acuti, il fiato che non trovava nei polmoni lo cac-
ciava fuori dal cuore.
Il vino? La grappa? Il miraggio del grande fiume che
aspettava?
Cantò e, quando vide spegnersi le due. gemme dell'om-
bra, capì che aveva finito di cantare.
Ganassa era lì, coi gomiti sul banco, il testone stretto tra
le manacce pelose e non tirava neanche il fiato. E i tre o
quattro del gruppetto in fondo alla sala pareva si fossero
messi d'accordo con Ganassa.
Il giovanotto si mosse e si avviò verso la porta perché il
fiume lo aspettava. Quando passò davanti al banco, Ganassa
si riscosse: si levò su, aperse il cassetto e vi frugò dentro e
depose sul marmo trecentonovanta lire.
«Signore, il resto delle mille lire» disse con voce cupa
Ganassa.
Il giovanotto si volse e rimase come incantato da quel
gesto straordinario. Poi l'atmosfera del melodramma prese
anche lui e sorridendo rispose:
«Resto mancia».
«Grazie, signore» rispose Ganassa. E nei suoi occhi bril-
lò un lampo di meraviglia perché non aveva mai ricevuto in
vita sua una mancia così grossa.
Fuori, il sole aveva finito di assassinare i campi e ora si
apprestava lentamente a mettere in scena un tramonto degno
del cielo lirico della Forza del destino.
Il giovanotto arrivò in riva all'acqua. Ma l'acqua lo re-
spingeva. Tutto era uguale, ma tutto era cambiato, adesso.
«Ecco la macchina.»
Il giovanotto si volse: Peppone stava dietro lui e teneva
la motoleggera per il manubrio.
Il giovane voleva dir qualcosa ma Peppone non gliene
lasciò il tempo.
«Tutto a posto» spiegò. «La gomma e la benzina.»
Il giovane allargò le braccia ma Peppone scosse il capo:
«Stia comodo, sono già pagato di tutto: ero all'osteria
anch'io».
Si incamminarono verso la discesa che portava alla stra-
da provinciale.
«Come ho cantato?» domandò il giovanotto.
«Non lo so» rispose Peppone. «Non pareva neanche una
voce. Non ho un'idea di che accidenti sembrasse. Sono cose
che si sentono ma non si capiscono.»
Il giovanotto sospirò:
«Ero pieno zeppo di vino…».
«Ma che vino!» borbottò Peppone. «Non diciamo stupi-
daggini. So ben io la roba che può venir fuori da sotto il
vino.»
Il giovanotto notò qualcosa nella forcella anteriore della
motoleggera e si chinò.
«Non ho fatto a tempo a riverniciarla» spiegò Peppone.
«Era incrinata da tutt'e due le parti e l'ho saldata. Se aveste
fatto ancora cinquecento metri, vi sareste accoppato. Vi è
mancata la benzina al momento giusto.»
Il giovanotto impallidì e incominciarono a tremargli le
mani:
«È impossibile!» esclamò.
«Sì, ma oggi è destino che succedano soltanto cose im-
possibili» replicò Peppone.
Poi tacque un istante e concluse:
«Giovanotto, dicano quel che vogliono, ma, politica a
parte, il Padreterno è sempre il Padreterno».
Il giovanotto saltò sulla macchina e, percorsi i primi tre
metri della discesa, il motore già ronzava. Peppone stette lì a
sentire il ronzìo del motore e gli pareva un poema sinfonico
che, lentamente, si sciogliesse e svanisse nell'aria.
158 COMMERCIO

Il Nero stava smartellando già da tre ore, ma ancora non


era riuscito a concludere niente di buono perché quel muro
stramaledetto pareva un unico masso di pietra e bisognava
cavar via i mattoni pezzettino per pezzettino.
Il Nero interruppe il suo lavoro per asciugarsi il sudore
della fronte e, guardando la piccola nicchia che era riuscito a
scavare dopo tanta fatica, lanciò una imprecazione.
«Bisogna aver pazienza» disse una voce. Ed era il pa-
drone di casa, il vecchio Molotti, che era entrato già da qual-
che minuto e s'era fermato vicino alla porta a osservare il
muratore.
«La pazienza non basta!» esclamò di malumore il Nero.
«Questo non è un muro, è un blocco di ghisa. Per aprire una
porta in un canchero così ci vuol altro che la pazienza!»
Il Nero riprese a smartellare rabbiosamente ma, poco
dopo, lasciava cadere martello e scalpello assieme a una be-
stemmia. Il colpo era stato forte e l'indice della mano sinistra
gli sanguinava.
«Te l'avevo detto che bisogna aver pazienza!» esclamò
il vecchio Molotti. «Quando uno ha pazienza, non perde la
calma e non si pesta le martellate sulle mani.»
Il Nero bestemmiò ancora e allora il vecchio Molotti
scosse il capo:
«Il Padreterno non c'entra se ti sei pestato un dito»
esclamò. «Prenditela non con Lui ma con quello che ti ha
dato la martellata. E ricordati che per guadagnarsi il Paradiso
bisogna soffrire.»
Il Nero si mise a sghignazzare:
«Bisogna soffrire per guadagnarsi un pezzo di pane!»
disse. «Altro che Paradiso! Ci faccio la birra, io, col vostro
Paradiso!»
Il Nero era rosso come il fuoco e uno dei più scalmanati
della banda di Peppone, ma il vecchio Molotti, per quanto
avesse passati i novant'anni, non era tipo da lasciarsi impres-
sionare:
«Già» disse «col nostro Paradiso tu ci fai la birra. Di-
menticavo che sei comunista, uno di quelli che promettono il
Paradiso in terra!».
Il Nero si volse:
«Molto più onesti di chi promette il Paradiso in cielo.
Perché, mentre noi promettiamo delle cose che si possono
vedere e controllare, voi promettete delle cose che nessuno
può vedere né controllare».
«Non temere» replicò il vecchio Molotti levando il dito
ammonitore. «Verrà il tuo turno e allora vedrai e controlle-
rai.»
Il Nero rise di gusto:
«Morto io, morto il mondo. Una volta che uno è crepa-
to, tutto è finito. Di là ci sono soltanto le chiacchiere dei pre-
ti».
Il vecchio Molotti sospirò:
«Dio salvi la tua anima!».
Il Nero si rimise a smartellare.
«Roba da matti!» borbottò. «Si deve ancora sentir parla-
re di simili baggianate! L'anima! L'anima che vola in cielo
con le ali e va a prendere il premio! Questa gente ci prende
proprio per dei cretini!»
Il vecchio Molotti si appressò:
«Se non fossi sicuro che parli così per fare il bullo e
che, di dentro, pensi in maniera tutta diversa, ti risponderei
che tu sei un povero pazzo».
«Pazzi siete voi della borghesia e del clero che credete
di riuscire ancora a darcela a bere!» urlò il Nero. «Io sono
ben sicuro di quello che dico, e la penso come dico.»
Il vecchio Molotti tentennò il capo:
«Allora tu sei proprio sicuro che l'anima muore assieme
al corpo?».
«Sicuro come sono sicuro di essere vivo. L'anima non
esiste!»
«Addirittura! E se l'anima non esiste, cos'è che hai di
dentro?»
«Polmoni, fegato, milza, cervello, cuore, stomaco, bu-
della. Siamo delle macchine di carne che funzionano fino a
quando tutti gli organi funzionano. Quando un organo si gua-
sta, la macchina si ferma e, se il dottore non riesce a riparare
il guasto, la macchina muore.»
Il vecchio Molotti allargò le braccia indignato:
«Ma l'anima» gridò «è il soffio della vita!».
«Balle» replicò il Nero. «Provate a tirar via i polmoni a
un uomo e poi vedrete cosa succede. Se l'anima fosse il sof-
fio della vita e via discorrendo, un corpo umano dovrebbe
funzionare anche senza qualche organo interno!»
«Tu bestemmi!»
«Io ragiono. Io vedo che la vita dell'uomo è legata ai
suoi organi interni. Io non ho mai visto un uomo morire per-
ché gli hanno tolto l'anima. E poi, se, come dite voi, l'anima
è il soffio della vita, dato che le galline vive sono vive, han-
no l'anima anche le galline e, quindi, ci sarà l'Inferno, il Pur-
gatorio e il Paradiso anche per le galline.»
Il vecchio Molotti capì che era inutile continuare la di-
scussione e si allontanò. Ma non rinunciò alla lotta e, quando
a mezzogiorno il Nero smise di smartellare e andò a sedersi
sotto il portico per mangiare la roba che s'era portato da casa,
lo raggiunse.
«Sentite, Molotti» l'ammonì il Nero appena se lo vide
davanti. «Se venite per ricominciare la solfa, è fiato spreca-
to.»
«Non ho nessuna voglia di discutere» spiegò il vecchio
Molotti. «Vengo a proporti un affare. Sei proprio sicuro di
non avercela, l'anima?»
Il Nero si rabbuiò, ma il vecchio non gli diede tempo di
parlare:
«Se sei proprio sicuro di non avere l'anima, perché non
me la vendi? Ti do cinquecento lire».
Il Nero guardò il biglietto di banca che il vecchio gli
porgeva e scoppiò a ridere.
«Bella davvero! E come faccio a vendervi una cosa che
non ho?»
Il vecchio Molotti non disarmò:
«Non te ne incaricare: tu mi vendi la tua anima. Vuol
dire che, se proprio non ce l'hai, io ci rimetto le cinquecento
lire. Se invece tu l'hai, l'anima diventa mia proprietà».
Il Nero stava divertendosi come non s'era divertito mai.
Pensò che il Molotti doveva essere rimbambito a causa del-
l'età.
«Cinquecento lire sono poche» replicò allegramente il
Nero. «Almeno dovete darmi un biglietto da mille.»
«No» rispose il vecchio Molotti. «Un'anima come la tua
non vale più di cinquecento lire.»
«O mille o niente!» affermò il Nero.
Il Molotti cedette:
«Sta bene mille lire. Prima di andare a casa concludere-
mo l'affare».
Il Nero smartellò allegramente fino alla sera: allora il
vecchio ricomparve. Aveva in mano un foglio di carta bolla-
ta e una penna stilografica.
«Sei ancora del parere?» domandò al Nero.
«Certamente.»
«Bene, siediti lì e scrivi. Sono poche parole.»
Il Nero si sedette al tavolo e il vecchio prese a dettare:
«Io sottoscritto Francesco Colini detto "Nero" con la pre-
sente privata scritta valevole a tutti gli effetti di legge di-
chiaro di vendere la mia anima al signor Giuseppe Molotti
per la somma di lire mille. Il signor Molotti entra oggi stes-
so in possesso dell'anima di cui sopra avendo versato in mie
mani la pattuita somma di lire mille, e di essa anima può di-
sporre come meglio crede. Letto e sottoscritto…».
Il vecchio Molotti porse le mille lire al Nero che segnò
sotto il contratto la sua più bella firma.
«Perfetto!» disse soddisfatto il vecchio riponendo con
cura il contratto dentro il portafogli. «Affare fatto e non se ne
parli più.»
Il Nero se ne andò ridendo: evidentemente il vecchio era
completamente rimbambito. Si rammaricò di non aver chie-
sto di più. Comunque era sempre un bigliettone da mille che
pioveva dal cielo.
Però, mentre pigiava sui pedali del suo scalcagnato bici-
clo, il Nero continuò a pensare allo strano contratto: "E se il
Molotti non è rincretinito come pare, perché mi ha regalato
mille lire?".
Il Molotti era tanto danaroso quanto tirchio, e se aveva
fatto questo a mente lucida uno scopo doveva esserci.
A un tratto una luce brillò nel cervello del Nero che lan-
ciò una imprecazione e tornò indietro deciso a rimediare alla
stupidaggine commessa.
Trovò il vecchio Molotti nell'aia e subito entrò in argo-
mento:
«Sentite» disse con aria cupa «sono stato uno stupido a
non pensarci prima. Comunque meglio tardi che mai. Cono-
sco gli sporchi sistemi di propaganda politica di voi reazio-
nari; voi mi avete carpito quella dichiarazione per pubblicar-
la e cavarne fuori uno scandalo e danneggiare il mio Partito:
"Ecco cosa sono i comunisti: gente che vende l'anima per
mille lire"».
Il vecchio scosse il capo.
«Questo è un affare tra me e te e lo dobbiamo sapere
soltanto noi due» rispose. «Comunque sono disposto a met-
tere in calce al contratto una clausola di garanzia: "Giuro sul
mio onore che non mostrerò mai a nessuno il presente docu-
mento". Ti basta?»
Il Molotti era un uomo d'onore: se giurava c'era da fi-
darsi.
Il Molotti, entrato in tinello, scrisse in calce al contratto
la clausola di garanzia e la firmò.
«Adesso puoi star tranquillo» disse il Molotti. «Ma po-
tevi star tranquillo anche prima perché io la tua anima l'ho
comprata non per farne commercio più o meno politico, ma
per tenermela io.»
«Sempre ammesso che la troviate!» esclamò allegra-
mente il Nero.
«Naturalmente» replicò calmo il Molotti. «A ogni
modo, per conto mio l'affare è ottimo perché io sono sicuro
che tu l'anima ce l'hai. Sarebbe la prima volta, in vita mia,
che sbaglio un affare.»
Il Nero tornò a casa soddisfatto; oramai non aveva più
alcun dubbio: il vecchio Molotti era completamente rimbam-
bito.
Aveva una voglia matta di raccontare la faccenda alme-
no ai suoi più intimi della banda: poi lo trattenne il timore
che la storia andasse in giro e servisse ai reazionari per far
inorridire le vecchie bigotte.

I lavori in casa del Molotti durarono una settimana e,


ogni giorno, il Nero ebbe modo di incontrarsi col vecchio:
ma il vecchio non tornò mai sull'argomento del contratto né
impiantò più discussioni a sfondo politico. Pareva addirittura
che non si ricordasse più di niente. Poi, quando ebbe lasciata
la casa del Molotti, anche il Nero si dimenticò del famoso
contratto e passò un anno prima che la cosa gli si riaffaccias-
se alla mente.
Questo accadde una sera, nell'officina di Peppone. Pep-
pone doveva fare un lavoro urgente e aveva bisogno di qual-
cuno che gli desse una mano: c'era da mettere insieme un
cancelletto di ferro battuto di cui Peppone aveva già forgiato
tutti gli elementi.
«È del vecchio Molotti» spiegò Peppone «e lo vuole a
ogni costo per domattina. Gli serve per la tomba di famiglia:
dice che, prima di morire, vuol vederlo lui perché gli altri
non capiscono niente.»
«È malato?» si informò il Nero.
«Ha novantatré anni» rispose Peppone. «Si è messo a
letto da una settimana con un accidente ai polmoni e si sa
che, a quell'età, anche un raffreddore può mandare all'altro
mondo.»
Il Nero si mise a girare la manetta della ventola.
«Un vecchio maiale reazionario di meno» borbottò il
Nero. «Una fortuna per tutti, anche per lui perché da un bel
pezzo era diventato completamente rimbambito.»
Peppone scosse il capo:
«Non mi pare: un mese fa ha combinato l'affare del fon-
do di Trespiano guadagnandoci almeno quindici milioni».
«Un semplice caso di fortuna schifosa!» replicò il Nero.
«Ti assicuro che da un pezzo era diventato completamente
cretino. Capo, ti dico un fatto che non ho mai detto a nessu-
no.»
Il Nero sghignazzando raccontò la storia del contratto
dell'anima e Peppone lo stette ad ascoltare attentamente.
«Non è cretino un uomo che compra un'anima per mille
lire?» concluse il Nero.
«Certamente» osservò Peppone. «Però è più cretino chi
vende l'anima per mille lire.»
Il Nero si strinse nelle spalle:
«Lo so, potevo cavarci molti quattrini di più» riconobbe.
«Non è questione di soldi in più o in meno» disse Pep-
pone. «È il fatto in sé che è cretino.»
Il Nero smise di girare la manetta della fucina.
«Capo» esclamò «mi stai diventando una figlia di Maria
anche tu? Che storie sono queste? Lascia stare l'opportunità
politica di non prendere di petto la religione e la Chiesa, la-
scia stare la posizione ufficiale del Partito: ma detto qui fra
noi, non sei forse d'accordo che l'anima, il Paradiso, l'Inferno
e compagnia bella sono soltanto delle invenzioni dei preti?»
Peppone continuò a pestar martellate sul ferro rovente.
«Nero» disse dopo una lunga pausa di silenzio «tutto
questo non c'entra. Io dico che vendere l'anima per mille lire
è controproducente.»
Il Nero si rasserenò:
«Capo, adesso, sì, capisco. Però hai torto: per evitare
ogni speculazione politica ho fatto aggiungere sul contratto
la clausola che il Molotti mai parlerà di quel contratto con
nessuno».
«Be', allora se c'è la clausola è un'altra cosa» affermò
Peppone. «Diventa un fatto tuo personale che non ha niente a
che vedere col Partito. Col Partito sei a posto.»
Poi prese a parlare d'altro.
Il Nero tornò a casa verso mezzanotte ed era allegrissi-
mo.
"L'importante è di essere a posto col Partito" disse fra sé
prima di addormentarsi. "Quando uno è a posto col Partito è
a posto con tutto il resto."
Il Molotti andò peggiorando di giorno in giorno e don
Camillo, ritornando una sera in canonica dopo aver trascorso
lunghe ore al capezzale del vecchio, si imbatté nel Nero.
«Buonasera» disse il Nero. E la cosa fu tanto grossa che
don Camillo ritenne necessario fermare la bicicletta, scende-
re e andare a guardare in faccia, da vicino, il Nero.
«Straordinario» disse alla fine. «Tu sei effettivamente il
Nero in carne e ossa e mi hai salutato. Ti sei forse sbagliato?
Mi hai forse preso per una guardia del dazio? Ti sei accorto
che sono il parroco?»
Il Nero si strinse nelle spalle:
«Con lei non si sa mai come regolarsi. Se non la salutia-
mo dice che noi "rossi" siamo dei senzadio. Se la salutiamo
dice che siamo matti».
Don Camillo allargò le braccia:
«In un certo senso hai ragione. In un certo altro però hai
torto. Comunque, buonasera a te».
Il Nero rimase qualche istante a guardare il manubrio
della bicicletta di don Camillo poi domandò:
«Come sta il vecchio Molotti?».
«Si spegne lentamente.»
«Ha perso conoscenza?»
«No: è sempre stato ed è ancora lucidissimo.»
Il Nero esitò, poi domandò aggressivo:
«Le ha detto niente?».
Don Camillo spalancò gli occhi stupito.
«Nero, non capisco» affermò. «Che cosa avrebbe dovu-
to dirmi?»
«Non le ha mai parlato di me? Di un contratto fra me e
lui?»
«No» disse con estrema sicurezza don Camillo. «Abbia-
mo parlato di tutto fuorché di te. D'altra parte io non vado al
capezzale dei moribondi per parlare di affari: io non ammini-
stro beni terreni, io amministro anime.»
Il Nero ebbe uno scatto e don Camillo tentennò sorri-
dendo la testa:
«Nero, non ho nessuna intenzione di farti delle prediche.
Quello che dovevo dirti te l'ho già detto quando tu eri ancora
ragazzo e venivi ad ascoltarmi. Adesso mi limito a risponde-
re alle tue domande: non ho parlato d'affari col Molotti. Non
mi sono interessato di nessun contratto. Né posso interessar-
mene. Se hai bisogno di un aiuto, rivolgiti a un avvocato. Ma
fai presto perché il Molo tu è più di là che di qua».
Il Nero si strinse nelle spalle:
«Se ho fermato lei e non un avvocato significa che la
cosa riguarda un prete e non un avvocato. Si tratta di una
sciocchezzuola, uno scherzo: a ogni modo lei dovrebbe dare
al Molotti queste mille lire e dirgli di restituirmi quella carta
bollata».
«Danaro? Carta bollata? Mercanzia da avvocati, non da
preti!» ribatté don Camillo.
Erano oramai arrivati davanti alla canonica: don Camil-
lo entrò e il Nero, data un'occhiata intorno, lo seguì.
Don Camillo andò a sedersi dietro il tavolino in tinello
e, indicando una sedia al Nero, gli disse:
«Se credi che io possa esserti utile, parla».
Il Nero rigirò il cappello fra le mani per un bel po' quin-
di disse:
«Reverendo, il fatto è questo: un anno fa io ho venduto
al Molotti la mia anima per mille lire».
Don Camillo fece un piccolo balzo sulla sedia, poi disse
minaccioso:
«Senti: se tu vuoi divertirti hai sbagliato porta. Fila!».
«Non scherzo!» esclamò il Nero. «Io lavoravo in casa
sua e ci siamo messi a discutere dell'anima. Io sostenevo che
l'anima non esiste, allora lui mi ha detto: "Se per te l'anima
non esiste, perché non me la vendi? Ti do mille lire". Io ho
accettato l'affare e ho firmato il contratto.»
«Il contratto?»
«Sì: scritto di mio pugno, in carta bollata.»
Il Nero ripetè a memoria il testo del contratto: lo ricor-
dava alla perfezione. E don Camillo si convinse che il Nero
diceva l'esatta verità.
Allora allargò le braccia:
«Ho capito perfettamente. Quello che non capisco è il
perché tu rivoglia quella carta. Se per te l'anima non esiste,
che cosa ti importa di averla venduta?».
«Non è per l'anima» spiegò il Nero. «Non vorrei che gli
eredi trovassero quella carta e ne facessero una speculazione
politica a danno del mio Partito.»
Don Camillo si levò e si piantò davanti al Nero, con le
mani sui fianchi.
«Dimmi un po'» muggì a denti stretti. «Secondo te io
dovrei dunque aiutarti per fare l'interesse del tuo partito! Al-
lora questo significa che tu mi giudichi il prete più cretino
dell'universo! Prendi la porta e fila!»
Il Nero si levò e si avviò lentamente verso la porta. Ma,
fatti pochi passi, tornò indietro:
«Non me ne importa niente del Partito!» gridò. «Io rivo-
glio quella carta!»
Don Camillo era sempre lì fermo, coi pugni sui fianchi e
la mascella serrata.
«Rivoglio quella carta!» gridò il Nero. «Sono sei mesi
che io non dormo più!»
Don Camillo guardò quel viso sconvolto, quegli occhi
sgomenti, quella fronte piena di sudore.
«La carta!» ansimò il Nero. «Se quel porco vuol guada-
gnare anche in punto di morte, gli darò di più. Gli darò quel-
lo che chiede. Io non posso andare da lui. Non mi lascereb-
bero entrare. E poi non saprei come impostare la faccenda.»
Don Camillo intervenne:
«Calmati: se non è per una questione di partito, cosa ti
importa quella carta? Tanto l'anima e l'aldilà sono balle in-
ventate da noi preti…».
«Sono affari che non vi riguardano!» urlò il Nero. «Io
rivoglio la mia carta!»
Don Camillo si strinse nelle spalle:
«Domani mattina proverò».
«No! Subito!» disse il Nero. «Domattina può essere
morto. Subito, intanto che è vivo. Prenda le mille lire e vada.
Io l'aspetto lì fuori… Vada, reverendo. Si spicci!»
Don Camillo aveva capito, ma, nonostante tutto, non
riusciva a mandar giù il tono perentorio di quel dannato sen-
zadio. E perciò stava ancora lì fermo coi pugni sui fianchi a
guardare il viso sconvolto del Nero.
«Reverendo, faccia il suo dovere!» urlò il Nero esaspe-
rato.
Allora don Camillo si sentì improvvisamente la smania
addosso: corse fuori senza neppure mettersi il cappello e sal-
tato sulla bicicletta scomparve nel buio.

Ritornò dopo circa un'ora: entrò in canonica e il Nero lo


seguì.
«Ecco» disse al Nero porgendogli una grossa busta sug-
gellata.
Dentro la busta grande c'era un foglietto con poche ri-
ghe e un'altra busta con suggelli di ceralacca. Il foglietto di-
ceva: «Con la presente il sottoscritto Molotti Giuseppe di-
chiara annullato il contratto stipulato col signor Colini
Francesco detto "Nero" e glielo restituisce. In fede Molotti
Giuseppe».
Nella busta piccola c'era il contratto famoso in carta bol-
lata.
Don Camillo porse al Nero qualcosa d'altro:
«Le mille lire non le ha volute» spiegò «dice che tu ne
faccia quello che credi. Buonasera».
Il Nero non disse una parola. Uscì con tutta la sua mer-
canzia fra le mani. Pensò che doveva lacerare subito il con-
tratto, ma poi pensò che sarebbe stato meglio bruciarlo.
La porta piccola della chiesa era ancora aperta e si vede-
vano brillare alcuni ceri.
Entrò e si fermò davanti al cero che ardeva subito dietro
la balaustra dell'aitar maggiore.
Appressò alla fiamma il foglio di carta bollata e lo guar-
dò bruciare.
Poi strinse fra le grosse dita il foglio contorto e carbo-
nizzato e lo ridusse in cenere. Aperse la mano e soffiò via la
cenere.
Si avviò per uscire, ma si ricordò delle mille lire che
aveva messo dentro la busta, assieme al foglietto del Molotti.
Cavò il biglietto da mille e, appressatosi alla cassettina delle
elemosine, lo infilò nella fessura.
Poi cavò di tasca un altro biglietto da mille e anche que-
sto infilò nella fessura.
"Per grazia ricevuta" pensò. Uscì e tornò a casa. Aveva
gli occhi pieni di sonno e sapeva che, quella notte, avrebbe
dormito.
Don Camillo, poco dopo, andò a chiudere la chiesa e a
salutare il Cristo dell'aitar maggiore.
«Gesù» disse «chi riesce a capirla, questa gente?»
«Io» rispose sorridendo il Cristo Crocifisso.
159 IL "FRANCESE"

Non s'erano mai visti tanti stranieri come quell'estate.


Arrivavano da tutte le parti, con tutti i mezzi.
Parecchi arrivavano addirittura senza nessun mezzo, pe-
dibus calcantibus: però, con un po' di pazienza e di faccia di
tolla, riuscivano ugualmente – mendicando passaggi agli au-
tomobilisti – a girare mezza Italia.
Naturalmente i turisti forestieri dell'autostop lavoravano
soltanto nelle strade di grande traffico, e il fatto di trovarsi
improvvisamente davanti uno di questi tipi, proprio nella più
squallida suddetta della Bassa, era davvero qualcosa di tal-
mente straordinario da lasciar perplesso chiunque.
Peppone si trovò davanti il tipo all'imbocco della strada
del Crociletto e, preso così alla sprovvista, pestò sul freno
una zampata che bloccò il camion e fece sbattere contro il
parabrise la zucca dello Smilzo.
Peppone masticò qualche parolaccia poi, aperta la por-
tiera, si sporse e urlò irato:
«Cosa succede?».
L'uomo balbettò qualcosa di incomprensibile e allora
Peppone si calmò e lo considerò con curiosità.
Era un ometto grassoccio sui quarant'anni, coi capelli
color paglia, vestito di un paio di brache corte fin sopra il gi-
nocchio e d'una camiciola senza maniche. Ai piedi portava
sandali e, in testa, una specie di basco. Sulle spalle aveva
uno zaino affardellato.
«Roba forestiera» spiegò lo Smilzo mentre continuava a
massaggiarsi la fronte. «Merce turistica.»
L'ometto si appressò e sorridendo spiegò:
«Escusate me… Se voi potete prendre me sur votre
auto… Io diretto Rome…».
Peppone scoppiò a ridere e rispose:
«Nix Roma! Noi andare paese! Roma bisogna prendere
Via Emilia e poi Bologna. Voi dietro-front e avanti march!
Capito?»
L'ometto con molto stento e con l'italiano più strampala-
to dell'universo spiegò che lui non riusciva a parlare italiano,
però lo capiva. Che parlasse pure nella sua lingua. Un po'
adagio, per favore.
Peppone gli spiegò, aiutandosi coi gesti, come fosse
spaventosamente fuori strada e come dovesse raggiungere la
Via Emilia. Gli fece, con l'aiuto dello Smilzo, uno schizzo
topografico su un pezzetto di carta e scrisse il totale dei chi-
lometri: 35.
L'ometto, con aria di sgomento, si coperse il viso con le
mani.
«Trente-cinq kilometres!» esclamò. «Quello malvagio
autista che mi preso su camion a Piacenza poi messo a terra
qui e detto: "Vingt-cinq minutes et puis Bologne!".»
Spiegò che oramai era tardi e che, almeno, doveva rag-
giungere un centro abitato per poter dormire.
Peppone fece salire l'ometto e rimise in moto il camion.
«Di dove viene?» si informò strada facendo.
«Paris. Io francese» rispose l'ometto.
Peppone fece un fischio di meraviglia:
«Venite da Parigi e andate a Roma!» esclamò. «E sem-
pre con questo sistema!»
«Oui monsieur!»
«È una cosa da matti!» disse Peppone. «Ma come è pos-
sibile viaggiare così?»
L'ometto allargò le braccia:
«Pour voyager il faut de l'argent, beaucoup d'argenti!
Je n'ai pas d'argenti Io poco argento e allora bisogna trovare
sistema per viaggiare con poco argento.»
Peppone sbuffò:
«Balle! Si può stare anche a casa sua!».
L'ometto sospirò poi sorrise mestamente:
«Tutta l'année travailler, toujours travailler, e allora bi-
sogna qualche giorno fuggire… Vedere belle cose… Cose
nuove… Com-pris, monsieur?».
Peppone aveva capito perfettamente e scosse il capo.
Cambiò discorso:
«E allora, vi piace l'Italia?».
«Formidable!» esclamò l'ometto. «Formidable!»
Peppone trovò la cosa molto lusinghiera e continuò nel-
l'indagine:
«E della nostra regione, dell'Emilia, cosa ve ne pare?».
L'ometto si strinse nelle spalle.
«Non avete capito?» insistè Peppone. «Dicevo come vi
piace l'Emilia.»
L'ometto parve imbarazzato:
«Capito. Emilia molto bello… Molto agricultura…
Buono mangiare…».
Evidentemente l'ometto trovava che qualcosa non anda-
va, in Emilia, ma non osava dirlo.
«Parlate liberamente!» esclamò Peppone. «Cos'è che
non vi piace?»
«Io piace tutto!» esclamò l'ometto. «Però io molto pau-
ra.»
Peppone bloccò la macchina e si volse all'ometto.
«Voi avete paura? E perché?»
«Prego, signore» balbettò molto impressionato il france-
se. «Io non offendere! Emilia molto benissimo, però io paura
per politica! Io non fare politica, signore. Io soltanto travail-
ler.»
Peppone piantò gli occhi in faccia al francese:
«Cosa vi hanno fatto di male in Emilia a voi?» urlò.
«Niente, monsieur. Niente male! Solo benissimo, molto
gentile e amabile tout le monde… Io sentito dire, io letto
giornale, molto terribile politique nella Emilia.. Tutti comu-
nisti, in Emilia, e se uno non comunista, tuer!»
«"Tué"?» domandò Peppone. «"Tué"? Cosa significa?»
«Pam! Pam!» rispose il francese simulando il gesto di
chi spara il fucile. «Les communistes di Emilia pam pam
tous les prétres, tutto i prete, bruciare chiese… Molto terribi-
le, spaventevole.»
Peppone si volse verso lo Smilzo:
«Hai sentito?» disse con voce cupa. «Hai sentito cosa
son riusciti a far credere all'estero i nostri porci giornalisti
reazionari? Hai visto come questo disgraziato è terrorizzato?
Non vede l'ora di andarsene! Gli pare di essere cascato in
mezzo a una banda di assassini».
Lo Smilzo allargò le braccia:
«E cosa vuoi farci, capo? Se credono che sia così non
c'è niente da fare».
«C'è qualcosa da fare, invece!» rispose Peppone. «Stai
attento come mi lavoro io questo mammalucco! Quando tor-
nerà avrà cambiato del tutto parere!»
Peppone aveva parlato in fretta e in dialetto: il francese
non aveva capito una parola e i suoi occhi erano pieni di ap-
prensione.
Peppone si volse verso il francese:
«Vedete questo affarino rosso qui sul bavero della giac-
ca?» esclamò. «Ebbene, è il distintivo del Partito comunista!
Io comunista, mio compagno comunista! Io capo di tutti i co-
munisti!»
Trasse dal portafogli la tessera e la mise sotto il naso del
francese:
«Capito?».
Il poveretto era terrorizzato.
«Prego, signore» balbettò. «Io scendere… Molte
grazie… Merci bien… Io non offendere… Io niente
politica… Io niente partito… Io semplicemente travailler…
Io duo figlio e un moglie… Prego non fare del male…»
Peppone rimise in moto il camion:
«Non abbiate timore» lo rassicurò. «Voi siete male in-
formato! Tutta falsa propaganda reazionaria. Io vi farò vede-
re la verità.»
Il francese non pareva molto convinto e quando vide,
poco dopo, apparire nella strada un prete in bicicletta, impal-
lidì.
Peppone se ne accorse e strizzò l'occhio allo Smilzo. Al-
lorché il prete stava per incrociare il camion, fermò la mac-
china e scese. Quando il prete gli fu a qualche passo, Peppo-
ne si tolse il cappello, fece un leggero inchino, indi porse al
prete un foglio che aveva tratto di tasca.
Il prete fermò la bicicletta e scese:
«Che accidenti ti piglia, compagno sindaco?» domandò
don Camillo con la faccia piuttosto scura.
«Niente, reverendo» rispose con un bel sorriso Peppone.
«Le sarei grato se, con comodo, desse un'occhiata a questo
appunto. Buona sera.»
Salutò con una grande scappellata, risalì sul camion e ri-
partì mentre don Camillo rimaneva lì a guardarlo.
«Da quando comandano i preti in Emilia» spiegò con un
sospiro Peppone al francese «la vita è diventata dura. Per far
viaggiare il camion c'è bisogno del foglio di via. Controllano
tutto. Controllano tutto per conto del governo.»
Il francese aveva sbarrato gli occhi:
«Mais c'est incroyable!» balbettò.
«Ve ne accorgerete!» sospirò Peppone.
Giunto in paese Peppone puntò diritto sulla Casa del Po-
polo.
«Questa è la nostra sede, la sede del Partito comunista»
spiegò Peppone al francese. «Entrate tranquillamente come
se foste in casa vostra. C'è al primo piano una bella stanza da
letto: siete nostro ospite.»
Il francese non capiva più un accidente e si lasciò rimor-
chiare.
«Mettetevi pure in ordine» gli disse Peppone introdu-
cendolo nella stanza. «Il lavandino è nello stanzino lì a sini-
stra. Riposatevi: verrò a riprendervi fra un'oretta.»
Trascorsa l'ora, Peppone bussò alla porta della stanza: il
francese s'era fatto la barba e s'era ripulito per quel poco che
poteva ripulirsi.
«Lasciate pure il vostro bagaglio» gli disse Peppone.
«Qui è sicurissimo. Scendiamo.»
La sala delle adunanze era piena di gente: lo Smilzo
aveva funzionato bene.
«Compagni» disse Peppone «abbiamo qui un gradito
ospite straniero, un lavoratore francese, la quale sono lieto di
dargli il nostro benvenuto!»
Scoppiò un applauso che fece impallidire l'ometto.
Vennero tutti a stringergli la mano e tutti gli sorrisero.
Poi Peppone fece un cenno e tutti tacquero e si dispose-
ro in bell'ordine davanti al palcoscenico del teatrino.
«Siete cattolico?» si informò Peppone rivolto al france-
se.
«Oh, oui!» rispose il francese.
«Allora potete rimanere» lo rassicurò Peppone.
Squillò un campanello e tutti si misero sull'attenti. Il si-
pario si aperse e comparve un Crocifisso troneggiante in
cima a un altarino addobbato di bianco, rosso e verde.
Peppone attaccò il Pater Noster e tutti gli fecero coro.
Poi attaccò l'Avemaria. Alla fine tutti si segnarono e il sipa-
rio si richiuse.
«Dobbiamo fare così» spiegò Peppone al francese. «I
preti, per renderci sgraditi agli ambienti cattolici, ci hanno
scomunicati e ci impediscono di entrare in chiesa. E noi, che
siamo ottimi cattolici praticanti, dobbiamo dire le nostre pre-
ghiere clandestinamente. Ma Dio sa, e darà il giusto castigo a
chi lo merita.»
Il francese aveva le lacrime agli occhi:
«C'est incroyable!» continuava a balbettare.
Cenarono a casa di Peppone e c'erano tutti i pezzi grossi
dello stato maggiore.
«Mi dispiace di non potervi offrire che uova, pesce, mi-
nestra al burro e verdure perché oggi è venerdì e se l'autorità
ecclesiastica sa che noi non mangiamo di magro potrebbe
farci arrestare. Sono implacabili!» esclamò Peppone.
«C'est incroyable!» balbettò ancora il francese.
Fu davvero un pranzo assai allegro e sereno. Verso le
nove, i figli di Peppone vennero tutti a prendere dal babbo il
bacio sulla fronte: anche il più grande, quello che era di leva.
«Mi raccomando le preghiere della sera!» li ammonì
Peppone mentre la masnada si allontanava.
Si discussero questioni locali: e fu una discussione dav-
vero straordinaria, di quelle da mettere nei manuali di demo-
crazia. Lo Smilzo parlò dello sciopero agricolo:
«I compagni» disse «hanno tutti unanimemente risposto
di no! Nessuno vuole lo sciopero perché danneggerebbe gra-
vemente il raccolto. Se, per ragioni politiche, il clero vuole
che si faccia sciopero allo scopo di dimostrare all'America
che il pericolo comunista è sempre vivo, noi ci opporremo
democraticamente, ma fermamente. Lavoreremo!».
«Viva!» risposero gli altri. Verso la mezzanotte, dopo
lieti cori campestri, la seduta venne chiusa e il francese ripre-
se la strada della Casa del Popolo.
«È una cosa meraviglioso!» esclamò l'ometto. «È teribi-
lo come il propaganda dipinge al contrario. Io finalmente
comprendo la situazione de Emilia, di questo extraordinario
regione agricolo e generoso! Io quando ritorno a Paris dirò
come stanno la verità. Molto grazie. Merci bien!»
Il francese dormì come non aveva mai dormito e, la
mattina dopo, quando scese col suo zaino in spalla, trovò la
colazione già pronta.
E fuori c'era il side-car che lo aspettava.
«Il capo ha dato ordine di portarvi fino al punto buono»
spiegò lo Smilzo.
Il francese prese posto sul carrozzino e, lasciando il pae-
se, aveva le lacrime agli occhi. Lo Smilzo marciò a tutta ma-
netta, ma si fermò dopo tre soli chilometri.
«Ecco» spiegò lo Smilzo «questa è la stazione. I lavora-
tori comunisti del paese non vogliono che voi vi sacrifichiate
camminando a piedi. Prendete il treno. Buona fortuna, com-
pagno!»
Lo Smilzo porse al francese una busta e, risalito in sella,
partì a saetta.
«C'est incroyable!» balbettò il francese.
Si avviò verso la stazione ma non riuscì a fare neppur
due passi che qualcuno lo bloccò.
Era don Camillo: aveva seguito in moto lo Smilzo e
quando lo Smilzo s'era fermato aveva svicolato aspettando di
aver via libera.
«Bonjour» disse sorridendo don Camillo. «Ho saputo
che siete stato ospite della Casa del Popolo e, prima che ve
ne andiate, desideravo accertarmi che vi abbiano trattato con
ogni riguardo.»
«Formìdable! Molto benissimo!» rispose con entusia-
smo il francese. Molti bravo gentiluomini! Je suis tres heu-
reux de les avoir con-nus! Io avevo paura de comunisti quan-
do arrivato, mais io non più paura. Tutto propaganda malva-
gia. Io mi permetto, monsieur l'archipréte, de vous dire que
aujourd'hui io crede che più da avere paura del clencato.»
«Gradirei fare quattro chiacchiere con voi» disse don
Camillo. «Pranzeremo assieme in quella trattoria laggiù. Sa-
remo tranquillissimi e mangerete ottimamente.»
Prima di entrare in argomento, don Camillo aspettò che
il francese fosse carburato al punto giusto e, quando lo vide –
gonfio di cibo e vino – diventare più espansivo e loquace, at-
taccò.
Non ci volle molto a far cantare l'ometto: il francese rac-
contò per filo e per segno come fossero andate le cose, con-
cludendo che non aveva mai trovata gente più generosa, gen-
tile, pia, democratica e mite di quella.
«C'est incroyable!» esclamò alla fine.
«Vi hanno giocato come un bambino!» replicò don Ca-
millo. «Hanno recitato una miserabile commedia e ora stan-
no divertendosi alle vostre spalle!»
Il francese sbarrò gli occhi:
«Io non comprende… Io visto con mio occhio…».
Don Camillo scosse il capo.
«Voi non conoscete dunque i loro metodi! Voi vi illude-
te che essi siano come li avete visti! Oh, uomo ingenuo!»
Don Camillo parlò con veemenza: parlò in italiano, in
francese, in latino. Parlò con le mani, con gli occhi, e l'omet-
to lo stette a sentire e il suo turbamento cresceva di minuto in
minuto; alla fine si coperse gli occhi con le mani:
«C'est terrible!» esclamò con angoscia. «Io mai imma-
gino che il perfidia umano giunge a questo limiti! C'est
épouvantable! Io vorrei domani essere Rome per poter ingi-
nocchiare davanti San Pietro e chiedere Dio perdono dei pec-
cati di questi criminale! Io vorrei essere subito nella città
santa per purificarmi. E poi tornare a Parigi! Rivedere mia
casa, miei fanciulli.»
Don Camillo consolò il povero ometto. Gli spiegò che,
poi, il Diavolo non è così brutto come lo si dipinge. Che c'è
il prò e il contro. Sì: gli avevano recitato una commedia, ma
non si trattava di criminali. Gente che è su una cattiva strada
ma che potrà riprendersi. Ecco tutto.
Non doveva andar via con quella impressione. Quello
che si diceva e si scriveva in Francia a proposito dell'Emilia
era falso, era una denigrazione. Gli uomini che lo avevano
giocato si erano, sì comportati in modo riprovevolissimo,
però non si trattava di briganti o di belve travestite.
Rimanesse suo ospite un paio di giorni, in modo da po-
tersi rendere conto di come stessero realmente le cose.
Il francese scosse il capo:
«C'est impossible!» Come avrebbe fatto a ritornare in
paese? Lo avrebbero riconosciuto e, vedendolo ospite del
prete, cosa gli avrebbero combinato?
«Non vi preoccupate» lo rassicurò don Camillo. «Vi tro-
verò un abito da persona civile. Girerete col cappello e con
gli occhiali. Non potrà riconoscervi nessuno. Dovete farlo:
bisogna che voi ritorniate a casa con le idee chiare sulla no-
stra regione. Così, a un tavolo d'osteria, non si può spiegare
niente.»

Una volta rimesso all'onore del mondo, il francese non


assomigliava neppure lontanamente al turista scalcinato di
qualche giorno prima.
Era un uomo simpatico e fece compagnia a don Camillo
per quasi una settimana. Si rese conto della reale situazione
dell'Emilia e del carattere degli emiliani. Quando ripartì, don
Camillo non gli permise di riprendere la vecchia divisa di
globetrotter. Gli mise i suoi stracci in una valigia e gli diede
anche i quattrini per il viaggio fino a Roma.
Don Camillo lo portò con la moto fino alla stazione.
Poi entrò con lui e lo aiutò a salire. Poi aspettò sotto la
pensilina che il treno partisse.
E quando il treno fischiò, il francese si sporse dal fine-
strino e disse a don Camillo:
«Au revoir Monseigneur… Non sono di Parigi: sono di
Napoli— Ho fatto il giro d'Italia travestito da turista e ora
torno a casa… Faccio ancora a tempo a scendere e a venire
con voi dai carabinieri».
Don Camillo sospirò:
«Buon viaggio… Meglio che un uomo così in gamba sia
italiano piuttosto che straniero. Au revoir, monsieur!»
«Au revoir Monseigneur!…»
160 IL SANGUE NON È ACQUA

Alle Ghiaie tutto funzionava bene fino a quando c'era


abbondanza d'acqua: appena arrivava l'asciutto, ogni cosa in-
tristiva rapidamente e, se il Bacchi non riusciva a comprare
l'acqua, il guaio diveniva irreparabile.
Il Bacchi possedeva altra terra, disponeva di quattrini ed
era stato, nella zona, il primo a pensare di scavare un pozzo
per l'irrigazione: ma, per quanto avesse seppellito soldi e tubi
di ferro nella terra delle Ghiaie, d'acqua non se n'era vista un
goccio.
Alle Ghiaie non c'era acqua: lo sapevano anche i gatti. E
il pozzo che serviva per gli uomini e per le bestie, nel pieno
dell'estate si asciugava.
Il Bacchi, però, non aveva mollato: il pozzo d'irrigazio-
ne era diventato il suo pallino, e alle Ghiaie era un continuo
viavai di tecnici e di praticoni. Appena il Bacchi sentiva par-
lare di qualche rabdomante, lo mandava a chiamare subito, e,
oramai, si poteva dire che le Ghiaie fossero state saggiate
centimetro per centimetro. Il Bacchi non badava a spese ed
era disposto a tutto.
«Se mi dicessero che l'acqua è sotto il pavimento della
cucina o della stalla» affermava «ci sto a buttar giù la casa e
a rifarla da un'altra parte!»
Ma alle Ghiaie d'acqua non ce n'era; i rabdomanti più
famosi, quelli che a colpo sicuro dicevano: «L'acqua è qui
sotto a tanti metri di profondità», dopo aver girato in su e in
giù le Ghiaie, concludevano tutti che, all'infuori della vena
del pozzo di casa – una vena superficiale da quattro soldi –,
alle Ghiaie non avevano sentito niente di niente. Mai capitato
un caso simile.
Quell'anno il secco fu tremendo e alle Ghiaie la roba
bruciò tutta nei campi: il Bacchi era fuori dalla grazia di Dio
e così, quando qualcuno gli mostrò un giornale illustrato nel
quale si parlava di un rabdomante straordinario che abitava
nei pressi di Roma e che aveva trovato l'acqua dove nessuno
era mai riuscito a trovarla, non ci pensò sopra neanche un
minuto e si mise in viaggio.
Trovò un signore sui cinquant'anni molto serio e molto
occupato nei suoi studi e nei suoi affari, e si sentì rispondere
garbatamente ma recisamente di no. Troppo lontano, troppo
tempo da perdere.
Il Bacchi offrì quattrini, ma non si trattava d'una que-
stione di quattrini: il rabdomante non aveva bisogno di quat-
trini e non aveva mai accettato quattrini per le sue ricerche.
«Quando cerco l'acqua» spiegò «io non faccio un lavo-
ro. Io non ci metto niente di mio. Dio mi ha fornito di un se-
sto senso non perché io ne faccia una speculazione, ma per-
ché lo usi a favore degli uomini che questo sesto senso non
posseggono. Sarebbe come se io capitassi in un paese di cie-
chi e volessi approfittare del fatto che ho gli occhi buoni per
cavare quattrini da chi ha la disgrazia di non potere usare de-
gli occhi suoi.»
Il Bacchi raccontò la sua storia e concluse con le lagri-
me agli occhi:
«Sono vecchio, oramai: fatemi vedere l'acqua alle Ghia-
ie, prima di morire. Ve lo chiedo come una grazia. Non è una
questione di quattrini neanche la mia: le Ghiaie le ho create
io, e, a vederle così, è come se avessi tirato su faticosamente
un figlio e poi mi diventasse paralitico nelle gambe».
Il professore sospirò e rispose:
«Non si può negare una consolazione a un vecchio che
ha lavorato tutta la vita. Verrò».

Il professore arrivò la settimana dopo e il Bacchi, quan-


do lo vide, quasi lo abbracciava.
Il professore andò a tagliare da un salice il rametto che
faceva al caso suo e si mise subito al lavoro.
Aveva un metodo di ricerca più organico degli altri rab-
domanti, lo si capiva facilmente. E si capiva pure che era un
uomo molto istruito, un vero signore il quale, pur senza darsi
arie, incuteva soggezione.
Volle che gli indicassero i confini precisi del podere, poi
fece un lungo interrogatorio a Peppone.
Peppone era lì perché alle Ghiaie gli assaggi dei pozzi li
aveva fatti tutti lui e perché, nella zona, era l'unico che aves-
se l'attrezzatura e la competenza necessarie per impiantare un
pozzo d'irrigazione.
Peppone riferì i risultati di tutte le esperienze alle Ghiaie
e nei poderi della plaga concludendo: «Alle Ghiaie l'acqua
non c'è: sono pronto a giocarmi il collo».
Il professore guardò il collo taurino di Peppone e scosse
il capo: «Se lei mette a repentaglio un collo così, significa
proprio che è sicuro. Comunque, nella vita non si può mai
essere troppo sicuri».
In verità i fatti diedero ragione a Peppone perché, dopo
ore e ore di ricerche, il professore si arrese.
«Escludo, per quel tanto che può valere il mio giudizio,
che esistano vene d'acqua di qualche importanza in questo
podere.»
Il Bacchi aveva una faccia così triste che metteva nel
cuore la malinconia; il professore lo guardò, poi disse:
«Adesso sono stanco e non posso più continuare. Ri-
prenderemo le ricerche domattina».

Peppone fu il primo ad arrivare: c'era in ballo, sia pur


soltanto simbolicamente, il suo collo, e la cosa lo appassio-
nava. E poi il professore, quell'uomo di poche parole, lo affa-
scinava perché aveva negli occhi qualcosa di speciale.
Le ricerche ripresero metodiche, quasi ossessionanti
tanto erano pignole. Ma, quando al campanile stava per suo-
nare il mezzogiorno, il professore non aveva trovato niente
di più del giorno prima.
Il sole picchiava come un maledetto e, prima di tornare
alla fattoria, il professore sentì il bisogno di riposarsi un po'
all'ombra.
Erano arrivati al limite ovest delle Ghiaie, dove il pode-
re aveva, come linea di confine, un canalaccio sassoso, più
una pietraia che un canale, e, proprio sulla riva del canalac-
cio, lì a far la sentinella, levava le sue antiche fronde un
olmo secolare. Il Bacchi e Peppone si avviarono verso l'om-
bra precedendo il professore. Ma il professore non li rag-
giunse perché, arrivato al limite dell'ombra, si fermò come se
gli avessero inchiodato d'improvviso i piedi per terra. Pareva
in preda a una sofferenza acuta che gli faceva serrare la ma-
scella e tendere tutti i muscoli. Il rametto di salice, di cui te-
neva strette fra le mani le estremità, pareva diventato vivo e
s'era messo a girare.
Il professore si allontanò, ritornò indietro e, arrivato di
nuovo al punto di prima, si fermò di scatto coi piedi incollati
per terra.
Ripetè la prova cinque, sei volte, partendo sempre da
luoghi diversi, e sempre, arrivato al punto famoso, rimaneva
coi freni bloccati.
Allora segnò il punto con un sasso e vi fece tutt'attorno
dei giri sempre più stretti: ma il bastoncello non dava più se-
gno di vita.
Riprese a muoversi quando il professore tornò sul punto
segnato col sasso.
«Qui l'acqua c'è» disse il professore. «C'è e non molto
profonda.»
Peppone scosse il capo:
«Non è possibile: qui saranno passati trenta rabdomanti
e non hanno mai sentito niente di niente!» esclamò.
«Proprio qui in questo punto?» si informò il professore
indicando il sasso.
«Proprio in questo punto non lo posso dire» rispose
Peppone. «Però vicini ci sono passati di sicuro. E, se ci fosse
stata la vena, l'avrebbero sentita di sicuro. Era gente in gam-
ba: li ho visti io trovare l'acqua anche nei posti più diffìcili.»
Il professore guardò il sasso:
«Il fatto è che qui non c'è nessuna vena: ho girato tutt'at-
torno. Però lì, in quel punto, l'acqua c'è!».
Peppone allargò le braccia:
«Allora significa che l'acqua non proviene dalla terra ma
dallo Spirito Santo. Perché, se venisse dalla terra, da qualche
vena dovrebbe pure arrivare».
«Qui, in questo punto, l'acqua c'è» affermò il professore.
«Può darsi che io non senta la vena perché passa profondissi-
ma. Può darsi che si tratti di una vena d'acqua saliente che
qui, in questo punto, ha trovato terreno poroso ed è filtrata
verso l'alto. Fate conto che una tubatura dell'acquedotto passi
a tre o quattrocento metri sottoterra e qui, in questo punto,
abbiano innestato un tubetto che porta l'acqua in su, fino a
pochi metri dalla superficie. Comunque, sia quel che sia, io
dico che qui sotto, a pochi metri, l'acqua c'è.»
Il Bacchi, che fino a quel momento s'era limitato a guar-
dare a bocca spalancata ora il professore ora Peppone, si levò
e incominciò a gridare:
«L'acqua! L'acqua! Presto! Presto!».
Peppone lo calmò:
«Se c'è, nessuno ve la porta via, quindi possiamo fare le
cose con grande calma. Tanto più che non è proprio il caso
di gridare che l'acqua c'è prima d'averla vista. Oggi, verso le
quattro, io vengo con gli arnesi e si incomincia. Poi conti-
nuiamo anche tutta notte. Per il momento state zitto: se inco-
minciate a urlare che l'acqua c'è e poi non la si trova, sarà
peggio delle altre volte perché vi prenderanno anche in
giro».
Il Bacchi si allontanò malvolentieri: e prima di andarse-
ne voleva piantare un fittone al posto del sasso per essere più
sicuro, ma il professore non glielo permise. Anzi, buttò via
pure il sasso.
«Oggi, tornando, ritroverò il punto. Se non lo ritrovo, si-
gnifica che adesso ho sbagliato.»

*
Alle quattro si trovarono in parecchi attorno all'olmo. Il
Bacchi coi figli, Peppone coi suoi tre aiutanti, gli spesati del
podere, gli affittuari dei poderi confinanti. Quando il profes-
sore apparve si ritirarono al margine del canalaccio per non
impicciare.
Il professore si avvicinò, camminando rapidamente, al-
l'olmo e a un tratto eccolo inchiodato.
«È proprio qui» disse. «Potete incominciare.»
Il terreno era sassoso: grossi ciottoli affioravano e, pri-
ma di far lavorare il mazzapicchio, fu necessario togliere lo
strato di sassi. Gli uomini si misero all'opera e, per un buon
metro e mezzo di profondità, continuarono sempre a cavar
ciottoli. Poi si incominciò a trovare terra ghiaiosa. Ma qui il
lavoro venne subito interrotto.
«Nessuno si muova e nessuno tocchi niente fin che non
è arrivato il maresciallo» ordinò con voce tonante Peppone.
E la gente si ritrasse.
Arrivò il maresciallo con due carabinieri e il medico. Un
secondo dopo arrivò pure don Camillo assieme al resto del
paese. Il maresciallo e il medico discesero nella buca.
«Un mucchietto d'ossa con un po' di stracci grigioverdi»
spiegò il maresciallo a Peppone e a don Camillo, ritornando
su dalla buca.
«Foro alla nuca» aggiunse il medico sopraggiungendo.
«Roba del 1945, probabilmente.»
«Politica!» commentò don Camillo.
«Guerra!» replicò a denti stretti Peppone.
Ci fu qualche istante di silenzio. Poi il Bacchi scosse il
capo e disse:
«Chi sa chi è, poveretto!».
«Gli abbiamo trovato addosso soltanto questo» rispose
il maresciallo mostrando una sottile catenella d'oro con me-
daglia.
Sfregò la medaglietta fra l'indice e il pollice per ripulirla
dal terriccio.
«Pare ci sia inciso qualcosa» disse il maresciallo: «8
febbraio 1929».
«Sedici anni!» esclamò don Camillo. «Maresciallo, mi
pare ci sia inciso anche un nome.»
Il maresciallo trasse di tasca una piccola lente e conside-
rò la medaglietta:
«Cesare Deppi» spiegò. «Chi sa mai di dov'è!».
«Borgodeste» disse la voce del professore. E tutti volse-
ro gli occhi verso di lui.
«Scusi, come fa a saperlo?» balbettò il maresciallo.
Il professore allargò le braccia e scosse malinconica-
mente il capo.
«Non ho dimenticato le generalità di mio figlio» rispo-
se. «Tanto più che era figlio unico. Io stavo in guerra e al
principio del 1945 il ragazzo scappò di casa per arruolarsi.
Non se n'è più saputo niente. L'avevano mandato al Nord e
non è più tornato. Sua madre lo aspetta ancora.»
«Dovrà poi passare da me per l'inchiesta» disse il mare-
sciallo al professore.
«Inchiesta?» sospirò il professore. «È morto. Ecco tutto.
Ora potrà riposare in terra benedetta e sua madre saprà dove
inginocchiarsi per piangere.»
Il professore rimase al paese due giorni e, prima di an-
darsene, volle rivedere la buca vicino all'olmo.
Peppone e il Bacchi lo accompagnarono e stettero a
guardare in silenzio.
«Tutti i rabdomanti son passati di qui e nessuno ha sen-
tito niente» disse a un tratto il professore. «Ma io ho sentito
qualcosa perché questa terra era bagnata del sangue di mio
figlio.»
Scosse il capo mestamente, poi aggiunse:
«Il sangue non è acqua».
La parola gli ricordò il Bacchi: il professore si volse
verso il vecchio.
«Non ha importanza, non ha importanza» balbettò il
Bacchi.
«Invece ha importanza» replicò il professore. E, strap-
pato un rametto di salice, lo impugnò e discese nella buca.
«Non sento più quello che sentivo prima» spiegò. «Non
era l'acqua, era lui che io sentivo…»
Peppone non ebbe neppure il coraggio di pensare: "Ave-
vo o no ragione io?".
Il professore continuò:
«Era lui che sentivo così violentemente. Però l'acqua
c'è. Non a pochi metri come dicevo. A pochi metri c'era
lui… L'acqua c'è verso i duecento metri… Chi ha fede la tro-
va».

Il Bacchi aveva fede: tutti gli dissero che era un pazzo


scatenato quando incominciò a far conficcare tubi nella terra,
vicino all'olmo.
Aveva fede e poi capiva che era necessario trovare l'ac-
qua: non per l'irrigazione, ma per qualcosa d'altro che egli
non riusciva a spiegarsi ma che era molto importante.
L'acqua fu trovata a centonovanta metri e, quando il
Bacchi vide uscire quel torrente tumultuoso dal tubo da venti
centimetri di diametro, gli venne la febbre e dovette mettersi
a letto.
Gli operai lavorarono giorno e notte ma, dieci giorni
dopo, il pozzo era pronto con tutta la sua casetta dei comandi
elettrici. Una casetta in mattoni a faccia vista, che pareva un
piccolo fortino. E un cannone pareva il grosso tubo che sbu-
cava fuori dal muro ai piedi del quale incominciava il canale
di cemento che avrebbe portata l'acqua al fosso grande del si-
stema d'irrigazione.
Il Bacchi volle che alla inaugurazione del pozzo ci fos-
sero tutti e, prima di tutti, il professore.
Il professore venne accompagnato dalla moglie, e fu la
moglie del professore ad abbassare il coltello del motore.
L'acqua uscì con violenza. Un torrente di acqua limpida
e fresca e, appena la vide, il Bacchi capì qual era la cosa im-
portante e fece il discorso inaugurale:
«Ecco l'acqua che purifica tutto e lava la terra dalle
macchie di sangue e, assieme alle macchie di sangue della
terra, va via l'odio dagli animi. Amen».
Si fece avanti don Camillo che benedisse l'acqua. Allora
la moglie del professore bagnò la punta delle dita della mano
destra nell'acqua che sgorgava dal tubo e si segnò. Anche il
professore toccò l'acqua e si segnò.
La gente – e c'era tutto il paese – stava lì a guardare trat-
tenendo il fiato, e si udiva soltanto lo scrosciare dell'acqua,
ma pareva una musica.

Don Camillo andava spesso a guardare lo spettacolo


dell'acqua che sgorgava dal pozzo del Bacchi. E ogni volta,
tornandosene, si portava una borraccia d'acqua fresca e, pri-
ma di rincasare, andava al cimitero a innaffiare con quell'ac-
qua i fiori dell'aiuola sotto la quale riposava in pace il ragaz-
zo assassinato dalla guerra civile.
«È la tua acqua» mormorava don Camillo. «Acqua be-
nedetta.»
E un pomeriggio d'agosto, arrivato al pozzo, trovò un
uomo che, seduto su una sponda del canale di cemento, stava
immobile a guardare l'acqua.
Don Camillo lo riconobbe: era uno della banda di Pep-
pone, un giovanotto di venticinque o ventisei anni. Guardava
l'acqua e, quando don Camillo gli apparve davanti dall'altra
parte del condotto di cemento, levò per un momento lo
sguardo e subito lo riabbassò.
Ma bastò quell'istante perché don Camillo si accorgesse
che quegli occhi non erano i soliti occhi della solita gente.
Don Camillo si sedette sulla sponda del condotto e stette ad
aspettare.
Voi non conoscete i pomeriggi d'agosto della Bassa. Là,
in mezzo ai campi deserti, pieni di sole, ogni cosa sa di favo-
la e, se il Demonio apparisse scarlatto e ghignante in mezzo
a una piana di stoppia bruciata, sembrerebbe la cosa più na-
turale del mondo.
Don Camillo aspettava e, a un tratto, il giovanotto disse
come parlando a se stesso:
«Sangue! Questa non è acqua ma sangue».
«Acqua» replicò sottovoce don Camillo.
«Sangue!» ripetè il giovanotto sempre a occhi bassi.
«Sangue. Lo so ben io perché è il suo sangue…»
«Acqua» sussurrò mite don Camillo.
«Sangue!» ansimò il giovanotto guardando con orrore il
canale gonfio d'acqua. «Il suo sangue. Lo so ben io che l'ho
toccato quando quel sangue era ancora caldo… Ho eseguito
un ordine… Credevamo che fosse una spia… Io sono a posto
perché ho eseguito un ordine… Io ho sentito quello che ha
detto suo padre… Ho visto quel che ha fatto sua madre qui…
Sangue. Questa non è acqua, è sangue.»
«Acqua» insistè dolcemente don Camillo. «Prova a toc-
carla.»
Il giovane ritrasse inorridito la mano. Ma don Camillo
ancora insistè con voce suadente. E il giovane, lentamente,
esitando, appressò la mano all'acqua.
«Immergila tutta la mano» sussurrò don Camillo. «Il
Bacchi aveva ragione: l'acqua purifica, lava le macchie di
sangue, cancella l'odio.»
Il giovane immerse la mano nell'acqua gelata. E aveva
tutti i nervi tesi da spezzarsi. A un tratto gli occhi gli si riem-
pirono di pianto e due lagrime gli scivolarono sulle guance e
andarono a cadere nell'acqua.
Il giovane ritrasse la mano e la guardò gocciolare.
Poi, d'un tratto, si riscosse come se si fosse svegliato da
un sogno e guardò con gli occhi sbalorditi don Camillo.
«Stai tranquillo» lo rassicurò don Camillo. «Dio soltan-
to sa quel che è successo. Se pure è successo qualcosa.»
Il giovane si alzò e se ne andò. Fatti pochi passi si volse
a guardare il tubo del pozzo.
«Acqua» gli disse don Camillo. «Non sangue. Acqua
benedetta.»
Il giovane riprese il cammino, passò fra i ciottoli roventi
del canalaccio, scomparve fra le gaggìe. Don Camillo riempì
d'acqua fresca la solita borraccia per innaffiare l'aiuola fiorita
sotto la quale riposava in pace il ragazzo assassinato dalla
guerra civile. E, mentre riempiva la borraccia, mormorava:
«Chi sa mai dove sono andate a finire quelle due lagri-
me che io poco fa ho visto scivolare nell'acqua!».
Ma Dio lo sapeva e fece entrare le due lagrime nella
borraccia, assieme all'acqua.
161 «MISS VIE NUOVE»

S'erano incontrati cento volte alla Casa del Popolo, ave-


vano marciato fianco a fianco in ogni corteo, avevano girato
in coppia per la raccolta delle firme della pace e per le altre
diavolerie: così, una sera d'estate, la cosa nacque spontanea.
«Mi pare che noi due funzioniamo bene, insieme!» os-
servò il Falchette mentre usciva con la ragazza dalla Casa del
Popolo.
«Pare anche a me» ammise la Giulietta.
Non aggiunsero niente altro: ma, la sera seguente, il Fal-
chette fece una passeggiatina fin davanti alla casa del Bru-
sco, e Giulietta era lì ad aspettarlo, seduta sulla spalletta del
ponte.
Da quella volta incominciò la storia e la gente l'accettò
come la più logica del mondo.
In verità la figlia del Brusco e il Falchetto parevano fatti
l'una per l'altro perché avevano la stessa età e le stesse idee
sballate dentro il cervello; e se la Giulietta era la più bella ra-
gazza del paese, il Falchetto era un rispettabilissimo pezzo di
giovanotto.
E tutt'e due erano rovinati dalla stessa malattia della po-
litica: rovinati a un punto tale da dimenticare tutto il resto.
«Falco» diceva la Giulietta «mi piaci perché sei diverso
da tutti gli altri e parli con me come se io non avessi la di-
sgrazia di essere una donna.»
«Giulia» rispondeva il Falchetto «che importanza può
avere la differenza di sesso quando la fede che ci anima è la
stessa?»
Continuarono a trovarsi quattro volte la settimana sul
ponte anche in autunno; ma, una sera di pioggia, venne fuori
la madre della Giulietta e disse che potevano almeno riparar-
si sotto il portico.
Quando incominciò l'inverno, la madre della Giulietta
intervenne ancora per dire che, invece di star lì sotto il porti-
co a prendersi dei malanni, potevano anche entrare in casa.
La moglie del Brusco era una donna all'antica; pensava
soltanto alle sue faccende: per lei, al di là del ponte, c'era l'e-
stero. Quello che succedeva passato il ponte non l'interessa-
va.
E, al di qua del ponte, per la moglie del Brusco tutto era
rimasto e doveva rimanere com'era venti o trent'anni prima.
Perciò, quando il Falchetto, accogliendo l'invito, entrò
in cucina, la donnetta gli indicò una sedia a fianco della cre-
denza e gli disse:
«Accomodatevi!».
Poi fece cenno alla figlia che si sedesse nella sedia che
faceva pendant alla prima, dall'altro lato della credenza, e lei
tornò a sedersi davanti al fuoco a far la calza.
La Giulietta e il Falchetto continuarono tranquilli il di-
scorso iniziato sotto il portico e rimasero lì due buone ore.
Uscito il Falchetto, la Giulietta salì subito in camera sua
e la madre non le disse una sola parola.
Ma aveva il gozzo pieno e, quando il Brusco tornò, vuo-
tò il sacco.
«È venuto in casa quel giovinotto» disse la donna.
«Ah!» borbottò il Brusco. «Cosa te ne pare?»
«È un disgraziato!» esclamò la donna.
«È un bravo ragazzo. Un ragazzo serio, equilibrato» re-
plicò il Brusco. «Lo conosco bene.»
«È un disgraziato» ripetè la donna. «Per due ore non ha
fatto che parlare di politica, di partito, di giornali, di Russia,
d'America e altre stupidaggini. E lei come ci stava! Disgra-
ziati l'uno più dell'altra.»
Il Brusco si strinse nelle spalle.
«E di che cosa vuoi che parlino? Sono questi i problemi
che oggi interessano la gioventù.»
«Fin che si parla di politica, non ci si sposa» affermò ca-
tegorica la donna. «Qui si tratta di fondare una famiglia, non
di fondare dei partiti. Quel tipo non mi va.»
Il Brusco si avviò verso la scala:
«Non lo devi sposare tu» disse. «L'importante è che sia
un bravo ragazzo.»
«Non può essere un bravo ragazzo un giovane che ap-
partiene a un partito di scomunicati come il tuo» replicò la
donna.
«Anche tua figlia appartiene al mio stesso Partito di sco-
municati» esclamò il Brusco. «Allora, secondo te, non è una
brava ragazza neanche tua figlia!»
La donna allargò le braccia e sospirò:
«Quella non è mia figlia. È figlia tua.»
Durante la notte, mentre si rigirava tra le lenzuola cer-
cando invano di trovar sonno, alla donna venne un sospetto.
Forse avevano parlato di quelle stupidaggini perché lei li sta-
va ad ascoltare. Magari, da soli, i due parlavano in modo di-
verso.
Volle fare la prova e, la sera seguente, appena il Fal-
chette fu entrato e si fu seduto sulla solita sedia a fianco della
credenza, la donna disse che era stanca morta e che andava
su a dormire.
Invece non andò a letto: togliendo un mattone aveva
preparato, durante il giorno, un buon buco nel pavimento so-
pra la cucina e di lì, non vista, poteva tranquillamente vedere
e ascoltare.
Il Falchette e la Giulietta rimasero per una decina di mi-
nuti a conversare col solito tono; poi il Falchette esclamò:
«Adesso che tua madre è andata a letto possiamo parlare
liberamente. Io ti dico che se qui si continua con la tattica dei
molli tipo Peppone e tuo padre, non si conclude niente. Biso-
gna mostrare i denti a questi maiali d'agrari se vuoi ottenere
qualcosa».
«Sono perfettamente d'accordo con te» rispose la Giu-
lietta con aria molto grave. «Alla prima riunione in sede bi-
sogna parlar chiaro con Peppone. In quanto a mio padre, ti
assicuro, Falco, che io sto cercando di fargliela capire da un
sacco di tempo, ma è inutile. Sono vecchi, oramai. Mentalità
superata.»
La donna tratteneva il respiro e non perdeva un millesi-
mo di parola. Ma si trattava di stupidaggini ancora più grosse
di quelle della sera prima.
Si annoiò e il Brusco, entrando in camera da letto, la
trovò addormentata per terra, con l'orecchio sopra il buco del
pavimento.
«Bella mercanzia!» esclamò la donna tirandosi su. «Se
ti interessa, tua figlia ha detto a quel disgraziato che tu e
Peppone siete dei vecchi rimbambiti che si fanno prendere in
giro dagli agrari.»
Il Brusco scosse il capo:
«Sono bravi ragazzi pieni di entusiasmo, ma hanno la
malattia dell'estremismo. Comunque, noi siamo perfettamen-
te a posto col Partito».

La storia continuò senza alcuna variante ancora per un


bel pezzetto: la moglie del Brusco non si interessava oramai
più né di Giulietta né del Falchette.
Quando appariva il giovanotto, si limitava ad andarsene
borbottando:
«Arriva il comizio!».
Ma, finalmente, la novità arrivò. La portò una sera la
Giulietta stessa. Il Brusco e la moglie stavano a tavola da
mezz'ora e la ragazza non era ancora tornata. Arrivò di corsa,
molto agitata, sventolando una rivista.
«Guarda un po'!» esclamò trionfante spalancando il fa-
scicolo davanti al padre. «Devo partecipare alla finalissima!»
Il Brusco studiò in silenzio la faccenda poi passò la rivi-
sta alla moglie:
«La conosci?» domandò indicandole una fotografia.
La donna guardò la foto poi disse:
«Assomiglia a lei».
«Assomiglia tanto che sono io!» ridacchiò la Giulietta.
«E c'è anche scritto sotto il nome.»
La donna non capiva:
«Perché c'è la tua fotografia?».
«È il concorso per "Miss Vie Nuove". Io sono ammessa
per la finalissima.»
La madre guardò il giornale poi scosse il capo. Buio
completo.
La Giulietta sbuffò:
«Ci vuol poco a capire! Vie Nuove è la rivista del nostro
Partito e tutti gli anni fa il concorso di "Miss Vie Nuove". Le
ragazze delle varie sezioni di tutta l'Italia mandano la loro fo-
tografia e una commissione fa la scelta. Alla fine, le poche
ragazze che restano in gara vengono chiamate a Roma dove
la commissione le esamina e sceglie la ragazza da proclama-
re "Miss Vie Nuove". Io sarò tra le otto che andranno a Roma
e che saranno le candidate al titolo».
La madre aveva capito tutto meno una cosa:
«Ma perché le scelgono? Per che cosa? Che concorso
è?».
«Un concorso di bellezza!» esclamò Giulietta. «La ra-
gazza che risulta la più bella di tutte conquista il titolo e an-
che dei bellissimi premi. È una cosa seria: nella commissione
ci sono dei registi, degli artisti, dei giornalisti, eccetera. E poi
basta dire che è una iniziativa della nostra rivista. C'è di mez-
zo il Partito.»
La donna si volse al marito:
«E tu» disse «lasci che tua figlia si faccia pubblicare sul
giornale e vada a Roma a fare la sfida di bellezza?».
Il Brusco scrollò le spalle:
«Non caviamoci fuori una tragedia! Ce ne sono cento-
mila di questi concorsi. Cosa c'è di male? Le reginette non ci
sono sempre state anche prima?».
«Anche le ragazze poco serie c'erano anche prima» re-
plicò dura la donna. «Con questo non è bene che le ragazze
poco serie ci siano anche oggi.»
La Giulietta saltò come una vipera:
«Mamma!» urlò minacciosa «non dite stupidaggini!».
La donna guardò il marito che non si mosse ma conti-
nuò a mangiare. Allora si levò e si avviò rapidamente verso
la scala.
Il Brusco mandò giù in fretta il boccone e uscì: borbottò
che aveva una riunione in sede.
La Giulietta rimase sola. Sparecchiò e si sedette vicino
alla credenza ad aspettare il Falchette Era la sua sera e arrivò
puntuale.
«Falco, hai visto?» gli domandò la Giulietta mostrando-
gli la rivista.
Il Falchette aveva visto.
«È venuta bene la fotografia» disse. «Non sapevo che tu
l'avessi mandata…»
La Giulietta era sempre molto agitata. Spalancò la rivi-
sta e la sciorinò sulla tavola.
«Guarda le altre ammesse alla finalissima e giudica tu»
disse.
Il Falchette guardò le fotografie.
«Sai, è difficile giudicare da una fotografia stampata su
un giornale» concluse dopo attento esame.
«Per questo ci chiamano a Roma!» esclamò la ragazza.
«Lì ci guarderanno in faccia e nel resto! E, modestia a
parte…!»
Il Falchette continuò a guardare le fotografie.
«E quand'è che dovresti andare a Roma?» si informò.
«C'è scritto il giorno ventisei. Fra quattro giorni.»
«È un viaggio lungo» osservò il Falchette.
«Figurati! Settecento chilometri. E poi non ho mai visto
Roma. Viaggio, alloggio e vitto, tutto è pagato: vale la pena
di approfittarne.»
Il Falchetto convenne che l'occasione era ottima.
«Comunque» concluse «a me questa faccenda delle
Miss dà un po' l'idea di roba, diciamo, piuttosto borghese.»
La Giulietta si mise a ridere:
«La bellezza non è una cosa borghese» affermò. «La
bellezza è un bene universale.»
«D'accordo, Giulia» ribatté il Falchetto. «Però in Russia
questi concorsi di bellezza non si fanno.»
«In Russia è un'altra cosa!» protestò la ragazza. «In
Russia non si fanno neppure scioperi né occupazioni di fab-
briche. Perché in Russia tutto funziona a favore del popolo.
Non c'è, in Russia, una borghesia maledetta che attraverso la
sua propaganda cerca di presentare i comunisti come brutta
gente, come mostri con tre buchi nel naso e via discorrendo.
Il concorso di Vie Nuove serve per dimostrare che nel Partito
ci sono ragazze bellissime. Più belle mille volte delle ragazze
borghesi. Del resto, se non ci fosse uno scopo, il Partito non
lo permetterebbe. Il Partito sa quel che fa.»
Il Falchetto convenne che l'osservazione era giusta: il
Partito ha sempre ragione.
«Però, ti confesso che a me personalmente dispiace che
tu abbia mandato la foto» affermò.
«Falco» disse con voce dura «che storie sono queste?
Cominci anche tu a tirare in ballo le baggianate degli altri
uomini?»
«Giulia, non mi hai capito» rispose il Falchetto. «Io ti
ho sempre apprezzata e ammirata come una donna diversa da
tutte le altre: senza vanità, senza le solite ambizioni… Ecco:
il fatto di partecipare a un concorso di bellezza mi dà l'idea
che tu ti sia lasciata vincere appunto da un po' di vanità, di
ambizioncella.»
La Giulietta si drizzò in tutta la sua fierezza:
«Se l'iniziativa è del Partito, ciò significa che essa giova
alla causa del Partito. E se io posso giovare all'iniziativa che
giova alla causa del Partito, non faccio che il mio dovere di
compagna!».
Il Falchetto arrossì:
«Ti domando scusa, Giulia: il fatto è che mi succede
qualcosa che non capisco bene. Mi dà fastidio che ti abbiano
pubblicata la foto e mi dà fastidio che tu vada a Roma».
La Giulietta rise sarcastica:
«Controllati, compagno, o diventerai uno dei soliti im-
becilli che perdono la testa quando vedono una qualsiasi ra-
gazza! Non mi deludere. Non mi fare il solito scherzo del-
l'uomo diverso da tutti gli altri, dell'uomo che sa coltivare
un'amicizia pura e poi, tirate le somme, si rivela un miserabi-
le sporcaccione che cerca di fare il solito colpo».
Il Falchetto diventò pallidissimo:
«Giulia» gridò «tu mi offendi!».
«Falco» replicò la Giulietta. «Sei tu che offendi me! E
non solo offendi me ma offendi anche mio padre! Perché, ri-
cordatelo bene, mio padre non ha trovato proprio niente da
ridire, su questo fatto.»
Il Falchetto allargò le braccia:
«Non ti inquietare, Giulia: io non voglio offendere nes-
suno. Io ti chiedo soltanto se, per favore, puoi rinunciare ad
andare a Roma. Cosa ti importa di diventare la reginetta di
Vie Nuove quando sei la mia regina!».
Il Falchetto aveva parlato con una strana voce, insolita-
mente sommessa e dolce: la Giulietta lo considerò con disgu-
sto e poi gli gridò:
«Cretino!».
Il Falchetto impallidì ancora di più e si avanzò verso la
ragazza prendendole una mano. Giulietta lo respinse rude-
mente:
«Vattene e non farti vedere mai più, imbecille smidolla-
to!» urlò indicandogli la porta.
Il Falchetto accusò il colpo: abbassò il capo e si avviò
verso la porta.
In verità il Falchetto non era un imbecille e possedeva
una spina dorsale. Tanto è vero che si volse di scatto e disse
con voce aspra:
«Giulia, ti proibisco di andare a Roma! Non voglio che
tu partecipi a concorsi di bellezza e porcherie del genere. Se
tuo padre è stupido io non lo sono».
La Giulietta si piantò davanti al Falchetto coi pugni sui
fianchi:
«Proibire?» urlò. «Con quale diritto tu mi proibisci di
fare qualcosa? Chi sei tu?»
«Io sono uno che ti vuol bene!» rispose perdendo la cal-
ma il Falchetto. «Io non sono uno di quelli che mettono in
vetrina sua moglie!»
La Giulietta prese a sghignazzare e il Falchetto la lasciò
fare un po', quindi strinse i pugni e le disse:
«Tu a Roma non ci andrai!».
La Giulietta smise di ridere e lo guardò negli occhi:
«Non fra quattro giorni, partirò: ma domani mattina!»
affermò. «E mi presenterò alla commissione in costume da
bagno! Ce l'ho qui: guardalo!»
Aperse un cassetto e ne trasse un involto di cui lacerò la
carta.
«Ecco, Falco: costume da bagno a due pezzi: slip e…»
Il Falchetto non la lasciò finire perché, con un balzo, le
strappò via di mano la roba e la buttò per terra calpestandola
sotto i piedi.
«Ne vendono degli altri!» ansimò furibonda la Giulietta.
«Vedrai la mia foto in costume da bagno… La vedrai sui
giornali… E adesso vattene fuori di casa mia! Ti manderò
una bella cartolina da Roma.»
Il Falchetto era tanto gonfio di rabbia disperata che pa-
reva dovesse scoppiare. Ma non c'era niente da fare. Si guar-
dò attorno come per cercare un qualcosa che non sapeva nep-
pure lui: vide appesa al muro, a fianco del camino, la dop-
pietta col carniere e le cartucce. E c'era qualcosa che brillava
sinistramente anche sul ripiano del camino.
La Giulietta non fece a tempo ad accorgersene: il Fal-
chetto già aveva uncinata l'arma e già, con l'altra mano, ave-
va agguantato per il collo la Giulietta.
Il Falchetto aveva delle mani d'acciaio e Giulietta riusci-
va a malapena a respirare.
Il Falchetto levò l'arma e vibrò il primo colpo alla testa
della ragazza.
La disgraziata non ebbe neppure il tempo di lanciare un
urlo perché l'orrore le fece perdere i sensi.
Quando rinvenne, si ritrovò seduta per terra e, levando
gli occhi, scorse il Falchetto che la rimirava.
La Giulietta non capiva ancora: si sentiva la testa vuota,
spaventosamente vuota.
E, più vuota di così, non poteva essere perché il Falchet-
to le aveva rapato i capelli a zero. Quei magnifici capelli lun-
ghi, ondulati e morbidi come la seta, che ora giacevano, reci-
si, per terra, in mezzo alla polvere.
Il Falchetto lanciò ai piedi della Giulietta la macchinetta
per tosare e allora la Giulietta capì.
«E adesso vai a Roma!» disse il Falchetto con ferocia.
Poi infilò la porta e scomparve.
Sdraiata sul pavimento del primo piano, la moglie del
Brusco aveva seguito dal buco tutta la scena.
«Te l'avevo detto che è un bravo ragazzo» le sussurrò
all'orecchio il Brusco che era arrivato a casa già da un bel
pezzo e, entrato dalla porta dell'orto, era salito e anche lui,
sdraiato a fianco della moglie, aveva assistito alla tragedia.
*

Il giorno dopo tutto il paese sapeva della rapatura; come


la gente lo avesse saputo e da chi è inutile spiegarlo: nei pae-
si della Bassa si sa tutto di tutti.
E, naturalmente, la Giulietta nel pomeriggio ricevette la
visita di un'amica che le spiegò come tutto il paese sapesse
ogni cosa.
«Giulietta» concluse l'amica che le aveva parlato attra-
verso la fessura della porta «nessuno ha ancora visto niente.
Ti conviene tagliar la corda per due o tre mesi e andare in
montagna da tuo zio. Là basta un parrucchino leggero e un
fazzoletto in testa e tutto è a posto. Intanto i capelli ricresco-
no.»
«Grazie» rispose la Giulietta.
Rimase chiusa in casa tutto il giorno poi, dopo cena,
andò a sedersi sulla spalletta del ponte.
Era una magnifica sera d'agosto con una luna enorme: ci
si vedeva come di giorno e il primo che passò davanti al pon-
te del Brusco e scoperse la zucca pelata della Giulietta diede
l'allarme in paese.
Incominciò il viavai davanti al ponte del Brusco: poi, a
un bel momento, arrivò anche il Falchetta.
Rimase lì fermo e titubante e la Giulietta gli disse:
«Be'? Non entri?».
Il Falchetta inghiottì poi le rispose:
«Giulia, se hai intenzione di fare qualcosa, fallo subito.
Però non rovinarmi col vetriolo: piuttosto sparami».
«Spararti?» si stupì la Giulietta. «E se ammazzo te dove
lo trovo, così conciata come sono, un altro cretino che mi
sposa subito?»

Per il matrimonio, la Giulietta si mise il suo tailleur gri-


gio con cravatta e don Camillo, quando si trovò davanti quel-
la faccenda, rimase perplesso; guardò il Falchetta, guardò la
testa pelata della Giulietta e poi domandò burbero:
«Chi dei due è l'uomo?».
«Lui!» rispose sospirando la Giulietta coprendosi la
zucca rapata con un velo nero.
162 LA MEDICINA

La gente non riusciva a perdonare a don Camillo d'es-


sersi ridotto così per causa di Ful.
«Andiamo!» diceva la gente quasi indignata. «Un cane è
sempre un cane!»
Anche un passero è sempre un passero: però se un pas-
sero si» posa su una trave di cemento che può portare, come
massimo, tremila quintali e sette grammi e che ha un carico
di tremila quintali e sette grammi, la trave si spacca.
Quando accadde la storia del cane, don Camillo si trova-
va appunto nella stessa situazione della trave di cemento:
ecco tutto.
Il giorno prima che si riaprisse la caccia, Ful uscì di casa
verso il mezzodì e la sera non tornò. Non si fece vivo neppu-
re il mattino seguente e don Camillo girò come un pazzo per
rintracciare il cane. Girò fino a notte e, rincasando a mani
vuote, aveva un tal magone che non toccò niente della cena.
"Me l'hanno rubato!" pensava. "Me l'hanno rubato e,
adesso, magari, è già in Piemonte o in Toscana!"
Sentì a un tratto cigolare la porta e, voltatosi, vide Ful.
Ful, lo si capiva dal suo sguardo dimesso, sapeva di aver
combinato una porcheria grossa e non trovava neanche il co-
raggio di entrare del tutto, ma rimaneva lì, fermo sulla so-
glia, mostrando soltanto un pezzo di muso.
«Entra!» disse don Camillo.
Il cane non si mosse.
«Ful, qui!» gridò don Camillo.
L'ordine era categorico e Ful entrò e si fece avanti lenta-
mente a testa bassa. Giunto ai piedi di don Camillo si fermò
e attese.
Fu in quel momento preciso che il passero si posò sulla
trave di cemento, perché fu allora che don Camillo scoperse
che qualcuno aveva pitturato di rosso il treno posteriore di
Ful.
Non toccate il cane a un cacciatore. Per fare un affronto
al cacciatore non fate un affronto al suo cane. È una cosa
enorme, è la vigliaccata più nera. Don Camillo sentì come
uno scricchiolìo, di dentro, e dovette alzarsi e andare a respi-
rare davanti alla finestra.
L'ira gli era passata subito e ora provava soltanto una
grande malinconia. Tornò a sedersi: si asciugò la faccia pie-
na di sudore. Toccò la schiena di Ful: il minio era oramai
seccato. Si trattava di una faccenda del giorno prima. Ful non
era rientrato perché si vergognava.
«Povero Ful» disse ansimando don Camillo. «Ti sei la-
sciato accalappiare come un cagnetto da quattro soldi…»
Poi gli venne in mente che Ful non era il tipo di cane
che si lasciasse avvicinare dagli estranei o che cedesse all'al-
lettamento di un pezzo di carne. Ful non si fidava di nessuno,
era un cane di razza. Si fidava soltanto di due persone: e una
era don Camillo.
La faccenda diventava chiara: don Camillo si alzò e
uscì. Volle che Ful lo seguisse e Ful lo seguì pieno di vergo-
gna. Peppone stava ancora lavorando in officina e don Ca-
millo gli comparve davanti come un fantasma.
Peppone continuò a smartellare e don Camillo si pose
dall'altra parte dell'incudine.
«Peppone» disse don Camillo «hai un'idea di come Ful
si sia conciato in questo modo?»
Peppone diede un'occhiata a Ful, poi si strinse nelle
spalle.
«E cosa ne so io? Si sarà seduto su qualche panchina
verniciata di fresco!» borbottò.
«Può anche darsi» rispose calmo don Camillo. «Però,
secondo me, è una faccenda che riguarda invece direttamente
te. Per questo l'ho portato a te.»
Peppone sghignazzò:
«Io faccio il meccanico: la smacchiatrice a secco è dal-
l'altra parte della piazza, sotto i portici».
«Ma il tipo che l'altro giorno mi ha chiesto il cane in
prestito e che, per vendicarsi del rifiuto, ha pitturato il cane
di rosso è qui!» affermò don Camillo.
Peppone mollò il martello e si mise i pugni sui fianchi
piantando gli occhi addosso a don Camillo.
«Reverendo, cosa vorreste dire?»
«Che tu hai commesso la più grande vigliaccata che
uomo possa commettere!» rispose don Camillo.
Don Camillo ansimava: sentiva Peppone urlare ma non
capiva cosa dicesse. Gli girava la testa. Dovette aggrapparsi
alla ruota del trapano per non cadere.
«Se siete ubriaco andate a smaltire la sbornia in sagre-
stia dove c'è più fresco di qui!»
Adesso capiva le parole di Peppone: si riprese e si avviò
verso la porta. Si ritrovò in canonica senza sapere come ci
fosse arrivato.
Mezz'ora dopo, richiamato dall'abbaiare disperato di
Ful, il campanaro venne giù: la finestra del pianterreno della
canonica era aperta e la luce era accesa e il campanaro ap-
pressatosi diede un urlo, perché scoperse don Camillo, ab-
bandonato sul pavimento, come morto, con Ful che ululava
vicino.
Don Camillo fu caricato sulla autoambulanza e portato
subito all'ospedale in città e la gente, prima di andare a letto,
aspettò il ritorno degli infermieri dell'autoambulanza per sa-
pere qualche notizia.
«Non si sa che roba abbia» dissero gli infermieri. «È un
pasticcio di cuore, fegato, sistema nervoso. Deve aver pic-
chiato anche la testa quando è caduto. Durante il viaggio va-
neggiava: continuava a lamentarsi perché gli hanno pitturato
di rosso il cane.»
La gente andò a letto molto triste borbottando: «Povero
don Camillo!». Poi, il giorno dopo, quando seppe che il cane
glielo avevano pitturato davvero di rosso, e che le parole di
don Camillo non erano i vaneggiamenti di un uomo in deli-
rio, la gente osservo che, a farsi venire un accidente per un
cane, è roba da matti: «Un cane è sempre un cane,
perbacco!».
Ma era, invece, la storia del passero che fa crollare la
trave di cemento.

Ogni sera qualcuno portava il bollettino dalla città, e il


bollettino era sempre lo stesso: «Sta male. Non vogliono che
veda nessuno e parli con nessuno».
E ogni mattina, puntualmente, Ful arrivava davanti al-
l'officina di Peppone, si accucciava sulla soglia, e rimaneva
lì, fermo, a guardare Peppone.
Rimaneva lì almeno due ore ogni mattina: alle otto,
quando incominciava ad arrivare gente, Ful se ne andava.
Peppone non gli aveva mai dato retta ma una volta,
dopo che questa bella storia si era ripetuta per circa venticin-
que giorni, Peppone perdette la pazienza e, appena vide arri-
vare Ful, gli urlò:
«Piantala di rompermi l'anima! Sta male, ecco tutto. Se
vuoi saperne di più vallo a trovare!».
Il cane non si mosse di un millimetro e Peppone riprese
il lavoro, ma quei due occhi maledetti se li sentiva addosso.
Alle sette non ne potè più e corse in casa. Si ripulì, si
mise il vestito della festa e, saltato sul side-car, partì.
Dopo due chilometri bloccò la macchina perché voleva
vedere come stesse a benzina. Il serbatoio era pieno zeppo.
Controllò l'olio e le gomme. Poi scrisse alcuni appunti nel
notes perché gli era venuta in mente una cosa importante.
Poi, finalmente, arrivò Ful con mezzo metro di lingua
fuori e saltò sul carrozzino.
«Crepa te e il tuo padrone!» gli disse con rabbia Peppo-
ne ripartendo.
Alle otto fermava davanti all'ospedale e ordinava a Ful
di rimanere a far la guardia alla macchina.
In portineria gli spiegarono che era troppo presto per le
visite agli ammalati. Quando poi seppero di che malato si
trattasse, gli spiegarono pure che era inutile che aspettasse.
Era estremamente grave e non poteva vedere nessuno né par-
lare con nessuno.
Peppone non insistette: risalì sulla macchina e marciò
diritto sul vescovado.
Non lo volevano fare entrare a nessun costo neppure
qui: ma poi rimasero impressionati dalla sua decisione e dal-
le sue enormi mani e gli dissero di aspettare un momentino.
Il vecchio Vescovo, sempre più vecchio, sempre più
piccolo e sempre più bianco e minuto, stava girando nel giar-
dino rallegrandosi dei vivaci colori dei fiori.
«C'è un energumeno il quale dice di essere amico perso-
nale di Vostra Eccellenza» gli spiegò il segretario arrivando
tutto affannato. «Debbo avvertire la polizia?»
Il vecchio Vescovo allargò le braccia:
«Figlio mio» «rispose «perché avvertire la polizia? Hai
così poca stima del tuo Vescovo da credere che egli scelga i
suoi amici personali fra i criminali ricercati dalla polizia?
Fallo passare».
Un minuto dopo Peppone arrivava come un bolide e il
vecchio Vescovo, facendo capolino di dietro un cespuglio, lo
bloccava puntandogli contro il petto il bastoncello.
«Eccellenza!» balbettò Peppone frenando. «Scusi se la
disturbo, ma la cosa è grave.»
«Parli, signor sindaco. Cosa le succede?»
«A me niente, Eccellenza: è successo qualcosa a don
Camillo. Da oltre venti giorni…»
«Lo so, so tutto, son già andato a visitarlo, povero don
Camillo» lo interruppe con un sospiro il vecchio Vescovo.
Peppone rigirò il cappello tra le mani.
«Bisogna fare qualcosa, Eccellenza.»
«Qualcosa?» disse il Vescovo allargando le braccia.
«Solo Dio può fare qualcosa per don Camillo.»
Peppone aveva la sua idea:
«Anche Lei, Eccellenza, può fare qualcosa! Una Messa
speciale, per esempio!».
Il vecchio Vescovo lo guardò incuriosito.
«Eccellenza» balbettò Peppone «cerchi di capirmi. Il
cane l'ho pitturato io di rosso!»
Il vecchio Vescovo non rispose e si incamminò lungo il
viale del giardino. Sopraggiunse il segretario a dire che la
colazione era pronta.
«No, no!» rispose brusco il Vescovo. «Via! Via!»
In fondo al viale c'era la cappella. Qui giunto, il Vesco-
vo si fermò:
«Vada fin laggiù e dica che mi mandino un
chierichetto» disse il Vescovo a Peppone.
Peppone allargò le braccia:
«Eccellenza» balbettò «se vuole posso fare io… Da ra-
gazzo, insomma, me la cavavo bene…».
«Messa speciale con chierichetto speciale» commentò il
Vescovo. «Entri e chiuda la porta col catenaccio. Queste son
cose che dobbiamo sapere soltanto io e lei. E il buon Dio, na-
turalmente.»

Uscendo dal vescovado, Peppone ritrovò Ful al suo po-


sto di guardia, dentro il carrozzino della moto. Risalì, partì e
poco dopo fermava davanti all'ospedale.
Non volevano farlo passare a nessun costo, ma Peppone
passò ugualmente.
«Noi decliniamo ogni responsabilità» gli dissero. «Qua-
lunque cosa accada il responsabile è lei.»
Lo accompagnarono al primo piano di un padiglione e,
arrivati davanti alla porta, lo abbandonarono:
«Per noi lei è entrato per forza».
La cameretta era piena di luce e, aperta la porta, Peppo-
ne ebbe un sobbalzo perché vide subito il viso di don Camil-
lo.
Peppone non avrebbe mai potuto immaginare che un
uomo come don Camillo potesse, dopo venticinque giorni di
malattia, ridursi così.
Entrò in punta di piedi e si fermò al capezzale. Don Ca-
millo aveva gli occhi chiusi e pareva morto.
Quando riaprì gli occhi pareva vivo.
La sua voce era un soffio:
«Sei venuto per raccogliere l'eredità?… Non ho che
Ful… Te lo lascio… Tutte le volte che lo vedrai così sporco
di rosso, ti ricorderai di me…».
Peppone abbassò il capo:
«Il rosso è quasi andato via del tutto» spiegò a bassa
voce. «Tutti i giorni lo faccio lavare con l'acqua ragia.»
Don Camillo sorrise:
«Avevo ragione di portarlo a te e non dalla smacchiatri-
ce…».
«Lasciate perdere, reverendo… Ful è giù: ha voluto ve-
nire anche lui a trovarvi. Non l'hanno lasciato entrare.»
Don Camillo sospirò:
«Strana questa gente: lasciano entrare te e non lasciano
entrare Ful che è tanto meno cane di te!…».
Peppone fece un cenno di approvazione.
«Vedo che incominciate a migliorare, reverendo. Vi
sento molto risollevato.»
«Fra pochi giorni mi vedrai sollevato fin sopra le nuvo-
le. È finita. Non ho più forza… Non ho più neanche la forza
di essere arrabbiato con te.»
Entrò un'infermiera con una tazzina di roba.
«Grazie» sussurrò don Camillo. «Non ho fame.»
«Ma è roba da bere!»
«Non ho sete.»
«Dovete sforzarvi e mandarla giù.»
Don Camillo bevve a piccoli sorsi. Poi, uscita l'infer-
miera, fece Una smorfia:
«Brodini, pappine, creme: da venticinque giorni sempre
così. Mi pare d'essere diventato un canarino…».
Si guardò le mani scarne e bianche.
«Vuoi che proviamo a fare il braccio di ferro?» doman-
dò a Peppone.
Peppone abbassò il capo:
«Non statevi ad angustiare» disse.
Don Camillo chiuse lentamente gli occhi e parve riad-
dormentarsi. Peppone rimase qualche minuto ad attendere,
poi si mosse per andarsene. Ma una mano gli toccò il brac-
cio.
«Peppone» sussurrò don Camillo «sei un galantuomo o
sei l'ultimo dei vigliacchi?»
«Sono un galantuomo» rispose Peppone.
Don Camillo gli fece cenno di abbassarsi e gli parlò al-
l'orecchio.
Gli dovette dire cose spaventose perché Peppone si levò
di scatto esclamando:
«Reverendo! Ma è un delitto!».
Don Camillo lo fissò negli occhi:
«Anche tu, dunque» ansimò «anche tu mi tradisci?».
«Io non tradisco nessuno» replicò Peppone. «Voi me lo
chiedete o me lo ordinate?»
«Te lo ordino!» ansimò don Camillo.
«Sia fatta la volontà vostra» sussurrò Peppone uscendo.

La moto di Peppone poteva, spinta al massimo, viaggia-


re a centodieci: quella volta marciò a centotrenta. Non fu una
corsa, il ritorno: fu un volo.
Alle tre del pomeriggio, Peppone era di nuovo davanti
all'ospedale. Si era fatto accompagnare dallo Smilzo e, quan-
do in portineria lo vollero bloccare, spiegò:
«È una questione grave, una questione d'eredità. Mi
sono portato anche il notaio!».
Riuscì a salire e, appena fu davanti alla porta della stan-
zetta di don Camillo, ordinò allo Smilzo:
«Tu fermati qui e non fare entrare nessuno: di che sta
confessandosi».
Don Camillo dormiva ma il suo sonno era leggerissimo
e spalancò subito gli occhi.
«E allora?» ansimò.
«Tutto come avete voluto voi» rispose Peppone. «Però è
un delitto.»
«Hai paura dunque?» disse don Camillo.
«No.»
Peppone cavò di sotto la giacca un involto e l'aperse.
Depose ogni cosa sul comodino e tirò su don Camillo acco-
modandogli i cuscini sotto la schiena.
Poi distese in grembo al malato un tovagliolo e vi depo-
se la roba: una micca di pane fresco e un piatto di culatello
affettato.
E don Camillo incominciò a mangiare pane e culatello.
Poi Peppone stappò la bottiglia del lambrusco e il mala-
to bevve il lambrusco. Mangiò e bevve lentamente e non era
per ghiottoneria, ma per sentire meglio il sapore della sua
terra.
E ogni boccone e ogni sorso gli portavano un'onda di
acuta nostalgia: i suoi campi, i suoi filari, il suo fiume, la sua
nebbia, il suo cielo. I muggiti delle bestie nella stalla, il pic-
chiettare lontano dei trattori intenti all'aratura, l'ululare della
trebbiatrice.
Tutto questo gli pareva lontano, come appartenesse a un
altro mondo: ed erano i sapori falsi delle pappine e delle cre-
me e i veleni delle medicine che gli avevano fatto perdere il
contatto con la sua terra.
Mangiò e bevve lentamente. Quand'ebbe finito disse a
Peppone:
«Mezzo toscano!».
Peppone sudava ed era pieno di paura e guardava don
Camillo come se dovesse vederlo, da un momento all'altro,
rimaner lì, secco come un chiodo.
«No!» rispose. «Il sigaro no!»
Poi dovette cedere ma, dopo due o tre boccate, don Ca-
millo lasciava cadere per terra il sigaro e piombava nel son-
no.
Tre giorni dopo don Camillo lasciava l'ospedale, ma in
paese tornò soltanto due mesi dopo: voleva che lo rivedesse-
ro perfettamente a posto.
Ful gli fece un'accoglienza strepitosa e continuava a gi-
rar su se stesso perché don Camillo si rendesse conto che
oramai era perfettamente a posto anche nella parte posterio-
re.
Peppone, che quasi per caso era passato davanti alla ca-
nonica e si era avvicinato richiamato dal putiferio di Ful,
fece notare a don Camillo che il cane non aveva più neppure
una macchiolina di rosso, addosso.
«Già» rispose don Camillo «lui è a posto. Adesso si trat-
ta di ripulire dal rosso gli altri cani che circolano per il pae-
se.»
«Siete guarito completamente» borbottò Peppone. «For-
se anche troppo.»
163 IL BUSTO DEL RE

«Il Re!» esclamò lo Smilzo molto agitato, entrando a


saetta nell'ufficio del sindaco.
Peppone levò gli occhi dai suoi scartafacci e guardò stu-
pito lo Smilzo:
«Il Re?» domandò. «Quale Re?»
«Quello morto!» balbettò lo Smilzo uscendo e facendo
cenno a Peppone di seguirlo.
Il solaio del municipio serviva da archivio ma si tratta-
va, più che altro, di un immenso magazzino di polvere e ra-
gnatele. Peppone v'era entrato una volta sola rimanendovi il
tempo strettamente necessario a borbottare: Che porcaio!»;
quindi si incamminò con scarsissimo entusiasmo dietro lo
Smilzo che stava salendo, tre gradini per volta, la scala stret-
ta e buia, e poi, con palese disgusto, varcò la soglia del regno
delle scartoffie comunali.
Lo Smilzo traversò rapidamente la stanzaccia e, arrivato
davanti al grande scaffale della parete di fondo, si fermò.
«Ecco» disse lo Smilzo indicando lo scaffale i cui ripia-
ni erano zeppi di pacchi di cartaccia neri di polvere.
Peppone guardò quella porcheria poi guardò lo Smilzo.
«Sei diventato stupido?» si informò.
«Capo» rispose lo Smilzo «prova a spingere questa
piantana. Non è uno scherzo!»
Peppone appoggiò diffidente una zampa al legno e tutta
una sezione dello scaffale si aperse come fosse il battente
d'una porta. Ed effettivamente si trattava di un pezzo di scaf-
fale che era fissato su cardini e funzionava da porta.
Peppone rimase perplesso: questo tipo di faccende da
romanzo giallo non gli piaceva. Ma lo Smilzo si era infilato
nell'angusto pertugio e anch'egli entrò.
Si trovò in una stanzetta illuminata da una finestra bas-
sa, a fior di pavimento. Una stanzetta pulitissima e senza
scartoffie, con le pareti che parevano essere state imbiancate
da pochi giorni.
«Capo, guarda un po'!» esclamò lo Smilzo.
Peppone si volse: il Re era là.
Era là, nel bel mezzo della parete più alta della soffitta:
un enorme busto di gesso candido, appoggiato su una colon-
na di legno pitturato a finto marmo, con la sua brava targa:
«Bah» borbottò Peppone. «Che questa roba non sia stata di-
strutta tutta è una porcheria. Però non ci vedo niente di
straordinario.»
Lo Smilzo sogghignò:
«Capo, non ti pare straordinario il fatto di questa porta
segreta? Non ti pare straordinario il fatto di questa stanzetta
dove non c'è un granello di polvere? Capo, parliamoci chia-
ro: qui c'è qualcuno che ogni tanto viene a scopare il pavi-
mento e a spolverare il Re! E se non ci credi dai un'occhiata
lì».
Peppone si appressò al piedistallo e, sul capitello che so-
pravanzava di quattro dita tutt'attorno il basamento del busto
di gesso, scorse delle margherite.
«Non possono essere state messe lì da più di due giorni»
osservò lo Smilzo. «Capo, non ci sono dubbi: questo è un
covo monarchico!»
Peppone strinse i pugni:
«Tu resta qui e non muoverti per nessuna ragione!» gri-
dò. «Adesso me lo cucino io! Questa volta lo liquido!»

Il segretario comunale entrò nell'ufficio del sindaco e


subito disse:
«La relazione sullo stato del ponte del Molinetto sarà
pronta fra mezz'ora. La sto battendo a macchina».
«Lasci perdere il ponte del Molinetto» rispose con voce
dura Peppone. «Parliamo di qualcosa di più importante.»
Il segretario comunale allargò le braccia e aspettò pa-
ziente. Era un uomo oramai anziano, un uomo mite abituato
a dire signorsì sin da quando aveva fatto il servizio di leva.
«Qui» affermò Peppone «c'era una volta il busto del Re,
se non sbaglio.»
«Sissignore» rispose il segretario. «In tutti i Comuni c'e-
ra un busto del Re.»
«D'accordo: però allora in tutti i Comuni c'era la monar-
chia, mentre adesso, in questo Comune, come negli altri, c'è
la repubblica. Lei se ne è accorto?»
«Certamente.»
«Pare di no» esclamò Peppone. «Altrimenti lei non
avrebbe fatto quel che ha fatto e continua a fare.»
«Non capisco, signor sindaco» balbettò il segretario.
«L'ho capito perfettamente io vedendo quel che c'è nella
stanzetta segreta dell'archivio!» urlò Peppone.
Il segretario allargò le braccia:
«Io non so niente. Io non ho la minima idea di che stan-
za segreta lei parli».
Peppone pestò un pugno sulla scrivania:
«Sta bene: aprirò un'inchiesta immediatamente» gridò.
«In archivio ci vanno soltanto due persone: lei e il custode.
Vedremo di chi è la responsabilità. Vedremo chi è che ha
portato il busto del Re nella stanza segreta! Vedremo chi è
che lo spolvera e gli porta i fiori!»
Il segretario scosse il capo.
«Il busto l'ho fatto portar io lassù nel 1943 quando è ve-
nuta la repubblica sociale. Nessuno può rimproverarmi di
aver fatto questo. Poi me ne sono dimenticato. Nessuno può
rimproverarmi d'essermi dimenticato del Re.»
«E le pulizie? E gli omaggi floreali?» urlò Peppone.
Ma in quel momento entrò lo Smilzo che si trascinava
dietro il vecchio custode:
«L'ho pescato» spiegò lo Smilzo. «È entrato nella stanza
segreta con la spolverina in mano.»
Il vecchio custode si strinse nelle spalle.
«Ebbene?» borbottò. «Cosa c'è di male se tiro giù la
polvere a un monumento che è nei locali del municipio? Se è
nei locali del municipio significa che va tenuto pulito come
tutte le altre cose.»
Peppone pestò un pugno tremendo sulla scrivania:
«Locali del municipio un corno! Qui si tratta di un na-
scondiglio segreto che conoscete soltanto voi due!».
Il segretario intervenne con molta calma:
«Signor sindaco, lì appeso al muro, dietro la sua scriva-
nia, c'è il quadro con la pianta completa del palazzo munici-
pale e, come può controllare, la stanzetta annessa all'archivio
vi è segnata e porta anche la qualifica: Numero 27: alloggio
per l'eventuale guardia notturna prevenzione incendi e sor-
veglianza archivio».
Peppone schiumava di rabbia:
«E i fiori?» urlò. «C'erano dei fiori freschi davanti al
monumento!»
«Li ha messi la mia nipotina l'altro giorno» spiegò con
naturalezza il custode. «Era con me quando facevo la pulizia.
Ha visto quella statua tutta bianca e l'ha presa per il monu-
mento a un morto. Ha tre anni: non capisce.»
«E voi, che non avete tre anni, non avete capito che quel
monumento era un reato contro la repubblica?» gridò lo
Smilzo.
«Io ho capito soltanto che si tratta di un Re morto» re-
plicò il custode. «Credevo che fosse roba storica.»
«I Re non fanno storia né vivi né morti!» affermò lo
Smilzo.
Il custode allargò le braccia:
«Non mi interesso di politica. Io so che in piazza gran-
de, a Milano, c'è il monumento di un Re a cavallo e ce l'han-
no lasciato anche se adesso siamo in repubblica».
«Ce l'hanno lasciato non per il Re, ma per il cavallo!»
urlo Peppone.
Peppone era furibondo: neanche quella volta aveva po-
tuto pizzicare il segretario comunale. Si sfogò col custode:
«Siete un vecchio rimbambito!» affermò. «Adesso pro-
curatevi un martello, andate su, spaccate quella porcheria e
buttate nella spazzatura i calcinacci!».
Il custode scosse il capo:
«Chi è morto giace e pace all'anima sua» disse. «Io coi
morti non me la piglio. E poi quello là mi fa soggezione.»
«Soggezione?» gridò Peppone. «Soggezione la statua di
un pipetta così?»
«Pipetta o no» replicò il custode «un Re è sempre un
Re… Spaccatelo voi, se avete il coraggio.»
Peppone fece un cenno allo Smilzo poi uscì dopo aver
ordinato al segretario e al custode di seguirlo.
Salirono in solaio e, quando entrarono nella stanzetta, lo
Smilzo li raggiunse. Aveva in mano un grosso martello e lo
porse a Peppone.
Peppone si piantò a gambe larghe davanti al grosso bu-
sto di gesso e, dopo aver guardato negli occhi il segretario e
il custode, levò il martello e menò un colpo tremendo.
Ma allora accadde qualcosa che gli gelò il sangue: sotto
il colpo il busto del Re non si sbriciolò. Rimase intatto e die-
de un suono come di campana sommersa.
Il martello sfuggì dalle mani di Peppone e parve a Pep-
pone che quel suono fosse come una voce possente che ve-
nisse d'oltretomba. Come un richiamo che percorresse im-
mensi, sconfinati pianori deserti e oppressi da un cielo tem-
pestoso. E, a quel richiamo, morti sorgevano dalla terra nuda
e devastata e si componevano in ranghi compatti. E, ben pre-
sto, i ranghi si disposero a quadrato e luccicavano le baionet-
te e gli elmetti e, al centro del quadrato, c'era il piccolo Re a
cavallo, il piccolo Re vestito di grigioverde (come Peppone
l'aveva visto quand'era ancora ragazzo) e, nel pugno, stringe-
va l'asta della bandiera.
La voce del segretario lo riscosse:
«È di bronzo» spiegava il segretario. «Non avevo gente
per spostarlo e allora lo pitturai di bianco per far credere che
fosse gesso. Mi andò bene perché quando arrivarono i tede-
schi dissero: "Fate scomparire quella porcheria". Se si fosse-
ro accorti che era di bronzo me l'avrebbero requisito e se lo
sarebbero portato via. Ciò avrebbe aumentato il loro poten-
ziale bellico.»
Il custode raccolse il martello e lo porse a Peppone: e al-
lora Peppone venne preso dal furore. Respinse il martello e
stretto fra le braccia il busto lo divelse dal piedistallo.
Era spaventosamente pesante ma ciò non aveva impor-
tanza.
La finestra a fior di pavimento dava in un orto; lo Smil-
zo si affacciò poi disse:
«Capo, non c'è nessuno: sgancia!».
Il busto precipitò nel vuoto e si udì un tonfo.
Peppone discese e corse nell'orto: il busto era intatto e
messo per il verso giusto, come se lo avessero sistemato così
appositamente.
«Caricatelo su un carretto e portatemelo in officina!»
urlò Peppone. «Stasera me lo sistemo io con l'ossigeno!»

Quand'ebbe finito di cenare Peppone si avviò alla distru-


zione scientifica della monarchia. Il busto del Re era stato
scaricato nel cortiletto, in mezzo ai rottami, e, poiché aveva
piovuto a scroscio per tutta la giornata, l'impiastricciatura di
gesso e colla se n'era andata.
Peppone agguantò il busto del Re e lo trascinò in offici-
na. Poi preparò la bombola e gli altri arnesi. Impugnò il can-
nello, si tirò davanti agli occhi la visiera di mica affumicata.
Si inginocchiò davanti alla vittima.
Il cannello scoppiettò. La fiamma ossidrica si appressò
al petto del Re e lo trafisse.
Peppone spense il cannello e guardò il buco nero che
ora si apriva sul petto del Re, dalla parte del cuore.
Nel rialzarsi, Peppone fece cadere un grosso martello
che stava sull'incudine. Il martello cadde sul busto di bronzo
ed ecco che, ancora, si udì quel richiamo d'oltretomba e an-
cora Peppone vide levarsi i morti nell'immenso pianoro
squallido e oppresso dal cielo tempestoso.
Ancora vide il grande quadrato e, al centro, stava il pic-
colo Re, sul suo cavallo bianco. Ma il piccolo Re, adesso,
aveva il petto pieno di sangue.
Peppone corse a far girare la ventola della fucina. Quan-
do tutto fu pronto, Peppone coricò sul dorso il busto del Re
e, con un dischetto d'ottone e un po' di stagno, tappò il buco
che la fiamma ossidrica aveva aperto nel petto del Re.
Lisciò la saldatura con una limetta fine, poi la ripassò
con la pomice. Perfetto: ma adesso pareva che il Re avesse
una medaglia d'oro appuntata sul petto.

Don Camillo s'era appena alzato dal letto quando Pep-


pone venne a bussare alla porta della canonica. Peppone ave-
va una carriola con sopra un grosso arnese coperto da un te-
lone. Entrò direttamente con la carriola nell'androne, poi tol-
se la tela e mostrò a don Camillo il busto del Re.
«Reverendo, io non so cosa fare di questo cadavere»
disse Peppone asciugandosi il sudore. «Voi preti e frati siete
specializzati in cadaveri del passato regime. Ve lo regalo. Io
ho provato a spaccarlo ma non sono riuscito.»
«Non sei riuscito?» domandò don Camillo. «E come
mai?»
«Difficile da spiegare.»
«Ci penso io» disse don Camillo. «Io so come vanno
trattati i Re.»
Quand'ebbe celebrata la Messa, don Camillo andò nella
rimessa dove aveva nascosto il busto del Re e chiuse la porta
col catenaccio.
Tolse di sopra il busto la paglia che lo copriva e col faz-
zoletto lo nettò dalla polvere.
«Maestà» disse con voce sommessa don Camillo. «Io
non vi giudico. Io rivolgo semplicemente questa ardente pre-
ghiera a Dio: "Fa che egli sia stato un buon Re". Maestà, non
è il rancore che m'ispira: se io vi odiassi vi terrei qui nasco-
sto tra le fascine o tra le ragnatele su in solaio. Se vi ho ri-
spettato da vivo, non vi mancherò di rispetto da morto. Non
lascerò che clandestinamente si adori la vostra immagine
come quella d'una divinità, non lascerò che la si disprezzi
pubblicamente. Faccio il mio dovere di ministro del Re dei
Re e di vecchio soldato del Re d'Italia.»
Una grossa mazza era lì presso: don Camillo l'impugnò
e vibrò un colpo tremendo al busto del Re.
E il busto del Re andò in frantumi come se, anziché di
bronzo, fosse stato di gesso.
Don Camillo raccolse i pezzi e li ripose con cura in una
cassetta.

Passarono alcune settimane ed ecco che, un giorno, Pep-


pone mentre rincasava udì qualcosa che gli diede come un
piccolo brivido.
Le campane suonavano a distesa e pareva che fossero
sempre le solite campane che Peppone ben conosceva ma,
ogni tanto, un tocco inconsueto si aggiungeva al coro.
Peppone tese l'orecchio e presto fu ben sicuro: c'era una
voce nuova.
Una voce sottile e squillante che andava a stanare echi
mai prima stanati.
Mentre Peppone era lì fermo col naso all'aria, soprag-
giunse lo Smilzo.
«Ciao, capo» disse lo Smilzo «il clero aumenta il suo
potenziale acustico!»
«Una campana nuova?»
«Una campanella» spiegò lo Smilzo. «L'han messa su
stamattina e adesso la provano.»
Si incamminarono in silenzio poi, a un tratto, lo Smilzo
si volse verso Peppone e gli disse a voce bassa:
«È la campana del Re».
Al crocicchio si lasciarono e Peppone proseguì da solo.
Quando fu giunto davanti alla porta di casa il concerto di
campane si spense poco a poco e pareva, a un certo momen-
to, che fosse finito del tutto ma, dopo un rintocco grave del
campanone, la campanella nuova squillò ancora nitida e im-
periosa. E, a quello squillo, Peppone si volse di soprassalto
come se qualcuno l'avesse chiamato.
Il fatto di essere stato colto così, di sorpresa, seccò Pep-
pone che, borbottando, infilò la porta di cucina.
«Hai sentito che bella la campana del Re?» gli domandò
la moglie.
«Stupidaggini!» rispose Peppone. «Se ne accorgeranno
quando suonerà la campana di Stalin!»
Intanto però pensava al buco fatto nel petto del Re con
la fiamma ossidrica e non era per niente malcontento di aver-
lo saldato con lo stagno e col coriandolo d'ottone che, poi,
pareva una medaglia.
164 LA DIRETTISSIMA

Peppone aveva il pallino della direttissima: un pallino


che, a ragionare un momento sulla singolare mappa del Co-
mune, non poteva neanche essere chiamato un pallino.
Il territorio del Comune, infatti, era come una fettaccia
di torta: un triangolo con la base appoggiata all'argine mae-
stro del fiume grande. Il capoluogo si trovava circa a metà
della base del triangolo, rannicchiato al piede dell'argine
come altre sei frazioni – tre a monte e tre a valle – alle quali
era collegato dalla strada che correva sull'argine.
Ma il Comune possedeva sette frazioni e la settima, Ca-
stelletto, stava piantata proprio al vertice del triangolo, unita
al capoluogo dalla strada della Rovaccia.
La strada sull'argine era ampia e bellissima, ma quelli
del Comune che volevano recarsi in città senza buttar via una
ventina di chilometri e più dovevano arrivare al capoluogo,
poi dal capoluogo a Castelletto dove sboccavano sulla pro-
vinciale.
Dal capoluogo a Castelletto c'erano, in linea d'aria, circa
sei chilometri, però bisognava farne undici abbondanti a cau-
sa della Rovaccia, un corso d'acqua che, prima di sfociare nel
grande fiume, faceva un'ansa e si intrufolava tra Castelletto e
il capoluogo.
Insomma, questo stramaledetto fiumiciattolo passava,
nei riguardi della linea retta capoluogo-Castelletto, un chilo-
metro dopo Castelletto, e un chilometro prima del capoluo-
go, e così, se qualcuno avesse voluto unire i due paesi con
una strada diritta, sarebbe stato costretto a costruire due pon-
ti.
Come mai la strada della Rovaccia fosse riuscita tanto
strampalata e sbilenca da diventare lunga più di undici chilo-
metri, non si sa. Forse per non passare in mezzo al bosco,
forse per seguire i confini di qualche antica enorme tenuta:
inutile indagare. Se volete trovare delle strade strampalate
dovete girare nella Bassa.
Oltre a essere lunga undici chilometri, la strada della
Rovaccia era una delle più scomode dell'universo: piena di
curve e controcurve, stretta, fangosa o polverosa a seconda
delle stagioni, pareva fatta per invogliare la gente a trascura-
re i propri affari e a starsene a casa.
Quindi chiamare pallino l'idea di costruire una direttissi-
ma dal capoluogo a Castelletto significava essere per lo
meno ingiusti.
Ma, quando c'è di mezzo la politica, ogni ragionamento
sensato va a farsi benedire e così, se il tuo avversario politico
ti avverte che piove, tu, per fargli dispetto, esci di casa senza
l'ombrello.
E poi l'errore di Peppone era quello di insistere conti-
nuamente sulla faccenda della direttissima: di trovare sempre
e dovunque il pretesto per parlare della direttissima.
«Ha la mania della direttissima!» borbottava la gente. E
lo diceva col tono e con lo spirito coi quali si dice: «Ha la
mania di persecuzione».
Ma Peppone aveva la zucca dura come la ghisa e, a for-
za di darsi da fare, un bel giorno riuscì a mettere il progetto
della direttissima sul piano della attuazione pratica.
Ne saltò fuori un mezzo finimondo: c'erano centomila
lavori più urgenti e più importanti, secondo il parere della
gente, e il voler seppellire un sacco di quattrini in quell'im-
presa significava tradire la comunità.
«È un sopruso!» urlavano i proprietari attraverso i pode-
ri dei quali sarebbe passata la direttissima.
La battaglia fu lunga, ma Peppone la spuntò e, un bel
giorno, i lavori incominciarono. I due ponti sulla Rovaccia
vennero costruiti rapidamente, gli operai incominciarono a
fare la massicciata.
La gente friggeva, ma taceva: però, quando arrivò la ca-
rovana del catrame, la gente non seppe più contenere la pro-
pria bile. Asfalto! Faceva addirittura un'autostrada!
Invece di adoperare i quattrini, a esempio, per sistemare
il problema dell'acquedotto e della fognatura, costruiva il
monumento alla sua megalomania!
Peppone non si smosse di un millimetro: si limitò a far
rizzare all'inizio della strada un cartello con la scritta «Noi ti-
reremo dirittissimo!».
Verso la fine dei lavori ebbe un momento di sconforto e,
durante una discussione in piazza, distribuì un certo numero
di sberle. Ma la fede nell'importanza della sua impresa e la
sicurezza che, in seguito, il paese gli sarebbe stato ricono-
scente, gli fecero superare la crisi.
Il giorno dell'inaugurazione c'erano soltanto quelli della
sua banda, ma Peppone non se ne dolse.
«Il rospo è duro da mandar giù» osservò. «Ma lo man-
deranno giù.»
La mattina seguente la corriera che dal capoluogo porta-
va a Castelletto, caricata la gente in piazza, invece di imboc-
care la vecchia dannata strada della Rovaccia, imboccò alle-
gramente la direttissima.
«Alto là» disse la gente della corriera al guidatore «o
prendi la vecchia strada o scendiamo e non ci serviremo mai
più della corriera.»
L'autista prese la strada della Rovaccia: era centomila
volte più scomoda ma anche lui la preferiva alla nuova. Pep-
pone, la sera, lo chiamò in Comune:
«O ti servi della direttissima o ti faccio togliere la licen-
za!» gli disse.
La mattina seguente la corriera fece la direttissima: però
completamente vuota. E completamente vuota ritornò.
Dopo cinque giorni di questa solfa, l'autista andò da
Peppone a domandargli cosa doveva fare:
«Va all'inferno tu e quei disgraziati!» gli rispose Peppo-
ne.
Ma dovevano essere disgraziati forte perché nessuno
passava mai per la direttissima: anche quando diluviava e la
strada della Rovaccia era un fiume di fango.
Anche quelli che da Castelletto dovevano venire al ca-
poluogo usavano esclusivamente la strada della Rovaccia. E
Peppone dovette distaccare a Castelletto un servizio speciale
perché, al bivio del ponte nuovo, c'era sempre qualche male-
detto che faceva trovare davanti all'imbocco della direttissi-
ma dei cartelli con diciture di questo genere: «Attenzione:
strada pericolosa»; «Lavori in corso»; «Strada interrotta».
I forestieri trovavano sempre a Castelletto qualcuno che
li dirottava per la strada della Rovaccia: un rappresentante di
oli e saponi che se ne infischiò degli avvertimenti e arrivò al
capoluogo per la direttissima non riuscì a fare mai più un
centesimo d'affari.
Peppone non poteva prendere la gente per il collo e ob-
bligarla a camminare per la direttissima. Lo avrebbe fatto vo-
lentieri, in verità. Però capiva che l'unico sistema era quello
di incassare col sorriso sulle labbra.
«Non bisogna aver fretta!» osservava Peppone fingendo
di essere molto tranquillo. «Passeranno! Passeranno!»
Una mattina trovò tutto il paese pieno di scritte murali
«No pasaran!».
Continuò a incassare: ma un giorno, finalmente, pestò
un pugno sul tavolo e disse:
«Questa volta no!».

A Castelletto era morto un certo Brichetti e, come i


morti di tutte le altre frazioni, doveva essere portato al cimi-
tero comunale del capoluogo. Ora, considerando che il servi-
zio del trasporto defunti lo faceva il Comune, non c'era nep-
pur da pensare che l'autofurgone funebre potesse passare da
altra strada che non fosse la direttissima.
Così, quando il capo dei beccamorti motorizzati venne a
dire a Peppone che l'autofurgone avrebbe percorso la strada
della Rovaccia, fu quanto mai logico che Peppone facesse un
salto sulla sedia.
«Sei diventato stupido anche tu?» urlò Peppone al capo
dei beccamorti.
«Io sono qui semplicemente per ricevere degli ordini»
rispose l'ometto allargando le braccia.
«Non c'è bisogno di ordini!» replicò Peppone. «È logico
che tu devi fare la direttissima!»
«Logico fino a un certo punto» spiegò l'ometto. «Il fatto
è che i parenti del morto non vogliono.»
«Siccome non possono tenersi il morto in casa» gridò
Peppone «e siccome il servizio è del Comune, o portano il
morto qui, passando per la direttissima, o se lo portano in un
altro cimitero! Tu puoi e devi fare soltanto la direttissima.»
Un'ora dopo arrivarono i parenti del morto:
«Noi non possiamo portarlo in un altro cimitero» disse-
ro i parenti. «Noi dobbiamo portarlo qui e passando per la
strada della Rovaccia.»
«E perché?» domandò Peppone. «Che cosa c'è nella di-
rettissima che non vi va?»
«A noi niente» rispose il figlio più vecchio del morto.
«Per noi direttissima o non direttissima è la stessa cosa. Il
fatto è che mio padre ha lasciato scritto nel testamento che
vuole essere sepolto qui e che il carro deve passare per la
strada della Rovaccia. Se no ci toglie l'eredità.»
I parenti esibirono il testamento e c'era proprio una clau-
sola così.
Peppone rispose che non gliene importava niente: o per
la direttissima o in un altro cimitero.
«Come volete!» esclamò il figlio del morto. «Però que-
sto ce lo dovete mettere per iscritto perché se perdiamo l'ere-
dità noi faremo causa al Comune.»
Il morto passò per la strada della Rovaccia.
Peppone ci mise quindici giorni per ritrovare la sua cal-
ma. Ma la ritrovò e una sera, entrato nel caffè che funziona-
va come covo dei reazionari, prese a chiacchierare allegra-
mente del più e del meno, poi, a un tratto, guardò l'orologio:
«È tardi!» disse. «Domattina devo alzarmi presto. Devo
cambiar posto al distributore.»
Peppone aveva un distributore di benzina davanti alla
sua officina: tutti lo sapevano e nessuno riusciva a capire
dove diavolo volesse spostarlo.
«Qui va a finire che se non si mettono le mani avanti si
resta a piedi» spiegò Peppone. «Adesso che il traffico si indi-
rizza tutto sulla direttissima, andrà a finire che nessuno pas-
serà più davanti alla mia officina e siccome, per quanto uno
abbia poca benzina in serbatoio, ne avrà sempre a sufficienza
per fare sei chilometri di strada diritta e asfaltata, si corre il
rischio che tutti aspettino di far rifornimento a Castelletto.
Prima era diversa: in undici chilometri di strada schifosa pie-
na di curve e di frenate, se ne consuma di benzina! Allora io
sposto il distributore al ponte della direttissima. Ci metto
qualcuno dei miei ragazzi nell'attesa di spostare anche l'offi-
cina.»
Mettere il distributore al ponte, a quasi un chilometro
dall'imbocco della strada della Rovaccia, quando tutto il traf-
fico era sulla strada della Rovaccia e dal ponte della direttis-
sima non passava anima viva né morta, significava esser di-
ventati pazzi da legare.
Nessuno prese la cosa sul serio e, appena Peppone se ne
fu andato, tutti dissero che evidentemente si trattava d'una
smargiassata qualsiasi. Invece non era una smargiassata e il
distributore di benzina due giorni dopo faceva la sentinella al
deserto ponte della direttissima.
Un mese dopo la cisterna del distributore era ancora pie-
na zeppa.
*

La Madonna Pellegrina era arrivata a Castelletto e da


Castelletto doveva poi passare al capoluogo. Quelli del Ca-
stelletto l'avrebbero scortata fino al confine e quelli del capo-
luogo sarebbero andati al confine a riceverla.
Don Camillo si recò a far visita al parroco di Castelletto
per prendere gli accordi.
«C'è poco da prendere accordi» gli rispose il parroco di
Castelletto. «Il confine è quello che è. Il confine segue il cor-
so della Rovaccia cominciando due chilometri prima del
ponte nuovo e proseguendo fino a metà della strada della Ro-
vaccia. Al Mulino Vecchio il confine taglia la strada. Io ti
aspetto quindi al ponte nuovo.»
Don Camillo scosse il capo:
«Non è giusto» osservò. «Tu sai come stanno le cose e
mi metti nei pastìcci.»
«Nessun pasticcio» replicò il parroco. «Io mi fermo da-
vanti al bivio dove la strada della Rovaccia si innesta, passa-
to il ponte, alla direttìssima. Io ti metterei nei pasticci se ti
aspettassi all'altro punto accessibile di confine, sulla strada
della Rovaccia. Perché tu, per esempio, potresti arrivare non
dalla strada della Rovaccia ma dalla direttissima. Quando io
mi fermo davanti al bivio, da qualunque parte tu arrivi siamo
a posto. Inoltre, se io prendessi la strada della Rovaccia ver-
rei ad assumere una posizione che non posso assumere.»
«E io, allora?» borbottò don Camillo.
«Ognuno per sé e Dio per tutti» rispose il vecchio parro-
co.
Don Camillo ritornò a casa per la strada che aveva per-
corso nell'andata: ed era quella della Rovaccia, e poco prima
di giungere in paese si trovò davanti Peppone.
«Reverendo» disse Peppone «perché, per andare Castel-
letto, non usate la strada più breve e più bella?»
«Abitudine» rispose don Camillo. «Forza dell'abitudi-
ne.»
«Giusto» replicò Peppone. «La forza dell'abitudine fa
fare le cose contrarie alla logica. A ogni modo, se voi siete
abituato a fare la strada della Rovaccia, la Madonna Pellegri-
na non è abituata. Secondo voi, reverendo, che strada farà
per venire da Castelletto al paese?»
«Non ne ho idea» disse don Camillo. «Comunque non
mi pare che la Madonna Pellegrina abbia bisogno di permes-
si di circolazione rilasciati dal tuo partito.»
«Il Partito non c'entra. Come sindaco desidererei sapere
da che parte arriverà. I sindaci si debbono preoccupare sem-
pre quando e di dove arriveranno le autorità.»
«La Madonna è diventata un'autorità anche per te? Stra-
na cosa la politica!»
«La politica non c'entra e non deve entrarci. La Madon-
na non fa politica. State attento, reverendo, a non indirizzarla
su una strada sbagliata.»
«Non capisco cosa vuoi dire.»
«Voglio dire che la strada diritta è la più breve e la
meno pericolosa.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che per-
de e non sa quel che trova».
Peppone si strinse nelle spalle:
«Fate vobis, reverendo. Prete avvisato, mezzo salvato».

Si formò il corteo sul sagrato e c'erano tutti gli avversari


dei «rossi» ma a nessuno passava neppure per l'anticamera
del cervello che si potesse andare incontro alla Madonna Pel-
legrina per altra via che non fosse la vecchia della Rovaccia.
Erano undici chilometri ma ne avrebbero fatto trenta pur
di non passare per la direttissima: e il lunghissimo corteo
percorse la strada tortuosa e polverosa e finalmente arrivò
allo sbocco nella strada grande, subito dopo il ponte. L'auto-
carro infiorato sul quale troneggiava la sacra immagine era lì
pronto ad attendere attorniato dalla gente di Castelletto.
Si compose, davanti, attorno e dietro l'autocarro, il nuo-
vo corteggio. E don Camillo si mise prima di tutti:
«Quando saremo sulla strada della Rovaccia» disse ai
suoi più fidi «lasciate un bel distacco fra me e gli altri. So io
il perché».
Il corteggio si mosse e percorse i trecento metri di strada
prima del ponte. Ed ecco il bivio, lì a pochi passi.
"Gesù" disse fra sé don Camillo "perdonatemi, ma io mi
riterrei un Vostro indegno soldato se cedessi davanti a una
oscura minaccia. Fate che, se qualcosa di doloroso deve suc-
cedere, ogni danno si riversi su di me."
Dalla strada della Rovaccia sbucò una macchina che si
fece a lato e si fermò. Ne scese il maresciallo dei carabinieri:
«Reverendo, so che qualcuno ha in mente di combinarle
qualche putiferio» disse sottovoce il maresciallo a don Ca-
millo. «Ma lei vada tranquillissimo. Abbiamo ottenuto dei
rinforzi e la strada della Rovaccia è tutta controllata…»
Ecco il bivio: a sinistra la strada della Rovaccia tutta
controllata, a destra il ponte della direttissima: e sul ponte
Peppone solo.
Peppone vestito dalla festa con la sciarpa tricolore da
sindaco e il cappello in mano.
Si udì un mormorio dietro, ma oramai don Camillo ave-
va infilato il ponte e camminava sull'asfalto della direttissi-
ma.
Camminava a testa alta con passo deciso e qualcuno
tentò di raggiungerlo ma Peppone si era messo tra don Ca-
millo e la testa del corteo e le immense spalle del sindaco pa-
revano una barriera insormontabile.
La marcia continuò e, poiché la distanza fra la testa del
corteo e don Camillo era parecchia e poiché i canti ancora
non avevano ripreso, don Camillo sentì il cuore pieno di sgo-
mento e disse con angoscia:
«Gesù, fate che essi mi seguano!».
In quell'istante il canto riprese e don Camillo sussurrò:
«Gesù, fatemi la grazia che io sempre li possa precede-
re».
L'asfalto, pulito e intatto, pareva un grande tappeto di
velluto nero. Oramai i sei chilometri erano stati percorsi e
oramai l'autocarro infiorato della Madonna stava varcando il
ponte, quando si udì un brusìo e don Camillo, volgendosi, si
accorse che il corteo s'era fermato.
«Niente, reverendo» gli sussurrò all'orecchio sopravve-
nendo Peppone «il camion s'è fermato semplicemente perché
non ha più benzina. Lo sistemiamo in un momento.»
Il distributore era lì a due passi e il figlio di Peppone
stava già pronto, con la canna tra le mani.
Fu questione di pochi istanti e il motore riprese a bor-
bottare e il corteo si rimise in marcia.
«Come primo cliente, non posso lagnarmi» osservò una
voce sommessa.
Don Camillo si volse e con uno sguardo atomico fulmi-
nò Peppone.

Don Camillo e Peppone si incontrarono soltanto un


mese dopo, a metà della vecchia strada della Rovaccia, e c'e-
ra fango a mezza gamba.
«Pare di essere in una strada russa!» osservò don Camil-
lo.
«In Russia ci sono anche strade magnifiche, asfaltate
come la direttissima!» replicò Peppone.
«Ma non ci può mai passare la Madonna Pellegrina.»
Peppone allargò le braccia poi borbottò:
«Se ci fossero là dei preti come voi, credo che passereb-
be».
«Anche se ci fossero dei sindaci come te, compagno.»
Peppone accese un mezzo toscano poi sentenziò:
«I preti come voi sono pericolosi per il trionfo della cau-
sa del popolo: bisognerà impiccarli tutti».
«Giusto» rispose don Camillo.
165 DIARIO DI UN PARROCO DI
CAMPAGNA

Il Brusco guardò il muro, poi si strinse nelle spalle.


«E allora?» domandò don Camillo.
«Non so» rispose il Brusco.
«Un capomastro che non sa se in un muro si può aprire
o no una porta è meglio che cambi mestiere!» esclamò don
Camillo.
«Si tratta di muro vecchio come il cucco» spiegò il Bru-
sco. «E i muri vecchi giocano dei brutti scherzi. Se prima
non mi lasciate togliere l'intonaco e fare un assaggio, io non
vi posso dire né sì né no.»
Don Camillo disse al Brusco che facesse pure l'assag-
gio.
«Tieni presente che sei in una sagrestia» gli raccoman-
dò. «Vedi di lavorare con garbo e d'insudiciare il meno pos-
sibile.»
Il Brusco trasse martello e scalpello dalla sporta che s'e-
ra portato e incominciò a scalcinare il muro.
«Brutto affare, reverendo» borbottò dopo due o tre mar-
tellate. «L'intonaco è di calcina buona, ma il muro è di sassi
e terra. Se era di mattone, bastava fare uno scasso per l'archi-
trave di cemento armato e poi tagliare le spalle e tirar fuori la
porta. Così è un guaio grosso.»
Don Camillo si fece dare il martello e tolse l'intonaco in
un altro punto, ma anche qui trovò subito sassi tenuti assie-
me da malta di fango.
«Straordinario!» esclamò. «Fuori, i muri della chiesa
sono tutti di mattoni. Possibile che abbiano fatto la parte in-
terna di sassi?»
Il Brusco allargò le braccia.
«Possono aver fatto di mattoni i pilastri e una foglia
esterna e aver riempito con sassi» disse. «Comunque, provia-
mo con calma a fare un buco d'assaggio.»
Con un grosso chiodo incominciò a togliere la terra at-
torno al sasso che aveva scoperto e ben presto potè cavare il
sasso. Grattò la terra in fondo al buco lasciato dal sasso e ap-
parve un altro sasso. Il Brusco lo scalzò tutt'attorno e, a un
tratto, il sasso scomparve.
«Dietro il muro di sassi c'è il vuoto» spiegò il Brusco.
«Questa è una faccenda che non capisco. I sassi dovrebbero,
almeno, essere appoggiati al muro di mattoni.»
Il Brusco guardò il soffitto che non era a volta, ma so-
stenuto da una robusta travatura di rovere, e i tre enormi travi
maestri poggiavano, da un capo, sul muro di sassi.
Il Brusco scrollò la testa e, tirato fuori di saccoccia il
metro, misurò la distanza tra il muro di sassi e il muro oppo-
sto.
Poi, con una scala a pioli, salì nella soffitta soprastante
la sagrestia, alla quale si accedeva attraverso una botola. E
don Camillo lo seguì. Arrivato su, il Brusco misurò il pavi-
mento della soffitta fra i due muri opposti e ottenne circa un
metro e venti in più di quel che aveva trovato al piano di sot-
to.
Allora, fattosi sotto il muro della parte esterna, là dove
lo spiovente del tetto toccava quasi il pavimento, cavò un
paio di mattoni del pavimento e, acceso un cerino, guardò
nel buco.
«Per forza doveva essere così» borbottò ritraendosi per
lasciar posto a don Camillo. «Il muro portante è di mattoni e
le travi maestre poggiano sul muro portante. Il muro di sassi
è stato fatto dopo per nascondere qualcosa.»
Don Camillo allargò il buco del pavimento: effettiva-
mente il muro di sassi era stato tirato su per nascondere un
enorme armadio.
Naturalmente a don Camillo venne la febbre e, ridisceso
in sagrestia, disse al Brusco:
«Grazie, per il momento non ho più bisogno di te».
«Credo invece che ne abbiate bisogno» replicò calmo il
Brusco. «Un muro di cinque metri di lunghezza, tre d'altezza
e cinquanta centimetri di spessore, fa sette metri cubi e mez-
zo di sassi e malta. E bisogna tirarlo giù tutto se si vogliono
aprire gli sportelli dell'armadio.»
«E chi ti dice che io voglio tirar giù il muro?» esclamò
don Camillo. «Mica sono matto.»
«Peggio: siete don Camillo» rispose il Brusco.
Don Camillo pensò ai sette metri cubi e mezzo di sassi e
malta e riconobbe che erano troppi anche per lui.
«Sta bene» disse. «Porta qui gli uomini che occorrono
per tirar giù il muro, e gli scariolanti per portar fuori, mano a
mano, il materiale. Però, sia ben chiaro che, una volta fatto il
vostro lavoro, voi ve ne andate. Per aprire l'armadio basto
io.»
Dieci minuti dopo, l'intero paese era sul sagrato e tutti
avevano un'idea precisissima della faccenda:
«Don Camillo ha trovato un tesoro murato in sagrestia».
Si incominciò subito a entrare nei dettagli e a parlar di
pentole piene di marenghi d'oro, di quadri e oggetti preziosi,
e non ci fu più modo di mantener calma la gente: ognuno vo-
leva vedere.
Gli otto uomini del Brusco diventarono ben presto ot-
tanta. Si formò una lunghissima catena di volontari che si
passavano le secchie piene di sassi e di malta.
Il muro calava rapidamente e, via via che il muro dimi-
nuiva, l'enorme armadio di noce si faceva sempre più alto,
maestoso e affascinante.
Oramai era notte, ma nessuno pensava di piantar lì e, fi-
nalmente, l'ultimo sasso e l'ultima secchia di calcinacci ven-
nero portati fuori.
Don Camillo si piantò davanti all'armadione e, rivoltosi
alla folla che stipava la sagrestia, disse:
«Grazie tante del vostro aiuto e buona notte».
«Aprire! Aprire! Vogliamo vedere anche noi!» urlò la
gente.
«Mica è roba vostra!» gridò inviperita una donna. «I te-
sori sono di proprietà pubblica!»
«Ricordatevi che qui non siete in piazza! Qui siete in
chiesa!» disse don Camillo. «E tutto quel che è dentro in
chiesa appartiene alla chiesa; e di tutto quello che è della
chiesa, io devo rispondere alle autorità ecclesiastiche.»
Il maresciallo e i carabinieri si misero ai fianchi di don
Camillo, davanti all'armadio del tesoro: ma si capiva che la
gente era stata presa dalla frenesia e nessuno poteva tenerla
più. E poi la marea di folla rimasta fuori premeva perché vo-
leva entrare a ogni costo.
«Sta bene» disse don Camillo. «Fatevi indietro di due
passi e io aprirò.»
La gente arretrò e don Camillo aprì il primo sportello.
Lo scomparto era zeppo di grossi libri, ognuno dei quali
recava sulla costola un numero.
Aprì il secondo sportello e risultò la stessa faccenda. E
di libracci erano zeppi anche tutti gli altri scomparti.
Don Camillo trasse uno dei libroni e lo sfogliò:
«È un tesoro» spiegò ad alta voce «ma non come pensa-
vate voi. Sono i registri delle nascite, delle morti e dei matri-
moni di due secoli e mezzo, fino al 1751. Non so cosa sia
successo nel 1751: il fatto è che il parroco d'allora deve aver
avuto ragione di credere che i documenti potessero andar di-
strutti e allora li ha fatti murare qui».
Fu necessario organizzare le cose in modo tale che tutti
potessero constatare coi propri occhi la verità di quanto ave-
va detto don Camillo e, quando tutto il paese ebbe finito di
sfilare davanti all'armadio, don Camillo potè finalmente con-
cludere la sua turbinosa giornata.
«Gesù» disse quando rimase solo in chiesa «perdonate-
mi se, per colpa mia, la Vostra casa è stata trasformata in un
sacrilego accampamento di frenetici cercatori d'oro. Non
prendetevela con gli altri, la colpa è tutta mia. Io sono stato il
primo a lasciarmi vincere dalla frenesia. E quando il pastore
diventa matto, come può comportarsi saviamente il gregge?»
Nei giorni seguenti un'altra frenesia si impadronì di don
Camillo: egli avrebbe voluto avere mille occhi per poter sfo-
gliare subito tutti quei volumi e così incominciò a scegliere i
registri a caso. Ma non fu un'idea sbagliata perché, arrivato
al fascicolo del 1650, trovò, allegato al registro degli atti uf-
ficiali della parrocchia, un quadernetto nel quale il parroco
d'allora aveva puntualmente annotati, di suo pugno, giorno
per giorno, tutti i fatti di qualche rilievo accaduti nel paese e
nei dintorni.
Don Camillo si buttò avidamente sulle cronachette del
parroco e trovò un sacco di cose curiose. Ma, arrivato alle
note del giorno 6 maggio 1647, fece due scoperte straordina-
rie. E la prima riguardava Giosuè Scozza.
Bisogna sapere che Giosuè Scozza era l'orgoglio di Tor-
ricella, il capoluogo del Comune vicino. E, nel bel mezzo
della piazza di Torricella, Giosuè Scozza in marmo troneg-
giava su un alto piedistallo recante questa lapide:

Giosuè Scozza divino creatore di armonie figlio predi-


letto di Torricella scrisse il nome suo e quello di Torricella
negli albi immortali della Gloria 1647-1746

Torricella aveva dedicato al nome di Giosuè Scozza, ol-


tre al monumento, la piazza, il teatrino, la via principale, la
banda musicale, l'asilo infantile e la scuola elementare. E il
nome di Giosuè Scozza saltava fuori immancabilmente in
tutti i discorsi tenuti da torricellesi, in tutti gli articoli scritti
da torricellesi, e la stampa nazionale, quando parlava di Gio-
suè Scozza, lo chiamava il cigno di Torricella.
La gente del paese di Peppone e di don Camillo si tra-
mandava da secoli una fiera antipatia per quelli di Torricella
e, quando leggeva o sentiva parlare di Giosuè Scozza e del
cigno di Torricella, soffriva atrocemente.
Ebbene, nel diario del parroco, don Camillo trovò una
faccenda che, in parlar corrente, diceva così: Oggi, Geremia
Scozza, maniscalco, ha trasferito la sua abitazione da qui a
Torricella, nel palazzo dei conti di Sanvito dei quali Signori
entra al servizio, e lo accompagnano la moglie Geltrude
Bandelli e il figlio Giosuè, nato qui il dì 8 giugno 1644.
Il fascicolo del 1644 confermò e documentò che Giosuè
Scozza non era di Torricella, ma era un parrocchiano di don
Camillo. E i volumi precedenti dimostrarono che gli Scozza
erano originari della parrocchia di don Camillo. Torricella
aveva perso il suo cigno preso in forza solo tre anni dopo la
sua nascita.
Ma la notizia del trasferimento degli Scozza era prece-
duta dall'altra notizia straordinaria:

Oggi, giorno 6 maggio 1647, è stato decapitato nella


pubblica piazza Giuseppe Bottazzi di anni 48, fabbro, per
avere il dì 8 aprile aggredito con armi il Rettore di Vigolen-
zo don Patini e feritolo profondamente alla testa e rubatagli
una borsa piena d' oro. Il Giuseppe Bottazzi, buon fabbro
ma di idee sacrileghe, non è di qui, ma venne qui venti anni
fa e tolse in moglie una del paese, di nome Gambazzi Maria
dalla quale ebbe un figlio battezzato Antonio e che adesso
conta quindici anni. Il Giuseppe Bottazzi è risultato il capo
di una banda di briganti che compiva ammazzamenti e rapi-
ne nel territorio del Marchese di Sanvito e, nel dicembre
dell'anno scorso aveva anche assalito e trucidato la guarni-
gione del Castello della Piana dove lo stesso Marchese di
Sanvito aveva dimora, salvandosi il detto Signore con la
fuga attraverso il sotterraneo segreto.

Don Camillo controllò le annate seguenti e la faccenda


si presentò chiara e pulita: il fabbro Giuseppe Bottazzi, detto
Peppone, sindaco e capobanda dei «rossi», derivava dritto
dritto dal fabbro Giuseppe Bottazzi giustiziato nel 1647
come feritore di un prete e come capo di una banda di bri-
ganti.
"Per le prossime elezioni ti arrangio io!" pensò don Ca-
millo. "Faccio riprodurre la pagina del registro e la appiccico
come manifesto a tutte le cantonate. E sotto ci scrivo: 'Buon
sangue non mente: la storia si ripete'."
Si trattava di una faccenda da accantonare in attesa che
diventasse matura; avrebbe colto due piccioni con una fava:
rivendicazioni dei diritti del paese sul cosiddetto cigno di
Torricella, e colpo gobbo a Peppone.
Però l'affare di Giosuè Scozza era così grosso e appas-
sionante che a don Camillo qualcosina scappò detto e così,
una bella volta, Peppone gli capitò davanti in canonica.
«Reverendo» disse Peppone «in giro si fa un gran parla-
re di certe notizie che lei avrebbe trovato nei libracci dell'ar-
madio. Siccome non è merce politica ma c'è in ballo l'onore
del paese, potrei sapere cos'è questa storia?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Cos'è questa storia?» rispose don Camillo. «Storia.»
«Storia in che senso?»
«Storia nel senso di geografia» spiegò don Camillo. «È
sempre la geografia che fa la storia.»
Peppone si grattò la pera.
«Non ho capito un accidente!» esclamò. «Volete spie-
garvi?»
«Non so se sia il caso.»
«Ho capito, le solite balle della propaganda reazionaria»
concluse Peppone. «Si cerca di toccare la gente nell'amor
proprio.»
Don Camillo diventò rosso:
«Io non racconto balle!» gridò. «Io ho in mano i docu-
menti che dimostrano che il cigno di Torricella non è nato a
Torricella nel 1647, ma è nato qui nel 1644!»
Peppone si protese verso don Camillo:
«Reverendo, qui i casi sono due: o voi raccontate balle,
e siete un disonesto. O voi non raccontate balle e siete ancora
più disonesto perché, se potete dimostrare che Scozza non è
di Torricella ma di qui e non lo dimostrate, derubate un inte-
ro paese dei suoi sacrosanti diritti».
Don Camillo tirò fuori dal cassetto della sua scrivania il
registro con la cronaca famosa e lo mostrò a Peppone.
«La verità è qui dentro. E non soltanto qui!»
«E perché non piantate la grana?»
Don Camillo accese il suo mezzo toscano e buttò contro
il soffitto qualche grossa boccata di fumo.
«Per piantare la grana c'è un sistema: pubblicare sui
giornali e sui manifesti la riproduzione fotografica di una in-
tera pagina di questo registro. O non pubblicare l'intera pagi-
na ma essere pronti a presentare il registro a chiunque chieda
di controllare le mie affermazioni.»
«E perché non lo fate?»
«Non me la sento di prendere questa decisione. La nota
che riguarda Scozza è preceduta da un'altra nota che bisogna
pubblicare in quanto è proprio questa che porta la data preci-
sa. Siccome è una nota che riguarda direttamente la tua fami-
glia, l'unico che può decidere sei tu.»
Peppone guardò sbalordito don Camillo.
«La mia famiglia?»
«Sì: il Giuseppe Bottazzi di cui leggerai nella nota del 6
maggio 1647 è il disgraziato che ha portato in questo paese
la razza dei Pepponi. Ho seguito tutta la trafila e non ci son
dubbi.»
Don Camillo mise davanti a Peppone il libraccio aperto
e segnò col dito la nota che interessava.
Peppone lesse, rilesse, poi fissò don Camillo.
«Ebbene? Cosa c'entro io con un Bottazzi del 1647?»
Don Camillo allargò le braccia.
«Sai com'è la gente: capostipite dei Bottazzi locali, Giu-
seppe come te, fabbro come te, brigante mangiapreti come te
e capobanda come te. La propaganda dei tuoi avversari se ne
può servire magnificamente per far ridere la gente alle tue
spalle e danneggiarti moralmente. Sai, le elezioni si avvici-
nano. Comunque vedi tu.»
Peppone rilesse due o tre volte la nota riguardante Scoz-
za e il capostipite dei Pepponi locali. Poi restituì il libraccio a
don Camillo:
«Non me ne importa niente di quel che possono dire
quei maiali della reazione. L'importante è ricuperare Giosuè
Scozza gloria del paese. Prima del bene mio sta il bene del
paese. Procedete!».
Peppone si volse per uscire. Poi fece un rapido dietro-
front e si avvicinò al tavolino dietro il quale sedeva don Ca-
millo:
«E poi» esclamò «sapete cosa vi dico? Che sono orgo-
glioso di avere come capostipite il Bottazzi che sta scritto lì.
Perché questo significa che i Bottazzi avevano le idee chiare
fin dal 1647: far fuori preti e signori. Anche a costo di rimet-
terci la testa. Ed è inutile che facciate il risolino, reverendo:
state tranquillo che verrà anche il vostro turno».
«Guarda che io mi chiamo don Camillo e non don Pati-
ni» lo ammonì don Camillo.
Peppone levò solennemente il dito:
«La politica ci divide ma il bene del paese deve unirci»
affermò. «Se ne riparlerà al momento giusto: adesso bisogna
riconquistare Giosuè Scozza.»

Don Camillo si buttò come un leone all'arrembaggio del


cigno di Torricella: aveva documenti fin che voleva e, senza
aver bisogno di tirare in ballo il capostipite dei Pepponi, spa-
rò sul giornale provinciale articoli che tolsero il fiato ai torri-
cellesi.
Intervenne poi la stampa nazionale: la faccenda ingolo-
siva i giornalisti perché c'era di mezzo l'avventuroso ritrova-
mento dell'archivio murato e Torricella, dopo una disperata
quanto vana difesa, dovette capitolare.
Anzi, quando i torricellesi furono sicuri che Giosuè
Scozza apparteneva alla gente che essi detestavano, furono
presi da furore anti-scozzano.
Si formò una specie di Comitato di Salute Pubblica che
fissò un programma radicale: purificare Torricella contami-
nata distruggendo il monumento dello pseudotorricellese e
facendo sorgere al suo posto una fontana. Lavare la macchia.
Peppone allora intervenne presso i «rossi» di Torricella
e si arrivò a un accordo: il paese di Peppone avrebbe offerto
a Torricella la fontana in marmo e Torricella avrebbe ceduto
in cambio il monumento marmoreo di Giosuè Scozza.
Fu stabilito che lo scambio dei doni marmorei si sarebbe
svolto con grande solennità. Un carro tirato da buoi avrebbe
recato la fontana al confine e qui si sarebbe incontrato col
carro torricellese recante il monumento. Avvenuto lo scam-
bio dei carri, ognuno avrebbe pensato ai fatti suoi.
I soldi per la fontana saltarono fuori subito e, un mese
dopo, i carri si misero in moto: Giosuè Scozza arrivò al con-
fine in piedi sul suo piedistallo. Legato e puntellato ma fiero:
c'era tutto il paese ad aspettarlo con la banda e le autorità e le
bandiere.
Peppone pronunciò un discorso che incominciava:
«Salute, illustre fratello che ritorni tra i fratelli dopo se-
colare assenza…».
Fu una cosa commovente e quando i torricellesi ebbero
preso in consegna il carro con la loro fontana e si furono al-
lontanati, Peppone tirò fuori di tasca un martello e uno scal-
pello e cavò dal piedistallo la lapide che descriveva Giosuè
Scozza come «figlio prediletto di Torricella». La lapide in-
franta venne gettata oltre confine e il corteo prese allegra-
mente la strada del paese.
Tutto era già pronto: muratori, marmisti, argani, fonda-
zioni: il monumento a Giosuè Scozza venne calato nell'appo-
sito alloggiamento al centro della piazza. Sul piedistallo ven-
ne immediatamente murata la nuova lapide.
Un telone fu gettato sopra il monumento e poi, al mo-
mento opportuno, venne tolto. Don Camillo benedisse il mo-
numento e pronunciò un breve e toccante discorso in cui par-
lava di «figliol prodigo».
Il comitato, un comitato veramente apolitico, aveva fat-
to ogni cosa per bene e la sera in piazza si svolse l'ultimo e il
più solenne numero del programma di onoranze.
Peppone prese la parola per spiegare il significato del-
l'avvenimento:
«Noi abbiamo visto le tue sembianze, o fratello ritornato
tra le braccia della madre, ma ancora non abbiamo udito la
tua voce. Quella voce melodiosa e divina che tu levasti nei
cieli dell'immortalità e della gloria, o Giosuè Scozza, creato-
re di melodie senza pari! Questa sera quindi un valentissimo
complesso d'archi eseguirà un completo programma di musi-
ca scozzana. E ognuno potrà rendersi conto della straordina-
ria bellezza delle composizioni più celebri del nostro Giosuè
Scozza…».
La piazza era zeppa come un uovo e, quando Peppone
ebbe finito il suo discorsetto, scoppiò un colossale applauso
e poi cadde un religioso silenzio.
Il complesso d'archi era veramente in gamba: i migliori
orchestrali della città. E il primo dei dodici pezzi scozzani in
programma, 1 '«Andantino numero sei», fu un ricamo.
L'applauso che coronò l'esecuzione fu colossale.
Seguì Y«Aria in do diesis» minore con pari successo e
poi fu la volta della «Sonata in re maggiore».
La gente applaudì ma, quando incominciò il quarto nu-
mero, «Ballata in fa», si levarono tra il pubblico delle voci:
«Verdi! Verdi!».
I suonatori smisero e il direttore si volse a guardare la
gente.
«Verdi! Verdi!» urlarono cinquecento voci. «Verdi!»
Peppone e don Camillo erano nelle poltrone di centro in
primissima fila: il maestro guardò sgomento Peppone.
Peppone guardò don Camillo.
Don Camillo fece cenno di sì.
«Verdi!» gridò perentorio Peppone.
La gente pareva impazzita per la contentezza. Il maestro
parlottò coi suonatori poi picchiò la bacchetta sul leggìo e
tutti tacquero.
Si levarono le note del preludio della Traviata e la gente
pareva incantata. Alla fine l'applauso fu così violento che
maestro e suonatori impallidirono.
«Questa è musica!» urlò Peppone.
«Verdi è sempre Verdi!» rispose don Camillo.
Il programma continuò a base esclusivamente di musica
di Verdi e, alla fine, il direttore d'orchestra venne portato in
trionfo.
Passando davanti al monumento di Giosuè Scozza lo
Smilzo guardò il divino creatore di melodie e poi disse:
«Si vede che l'aria di Torricella gli ha fatto male».
«Se fosse rimasto qui avrebbe fatto della musica molto
più in gamba» aggiunse il Bigio.
«La roba storica è sempre bella anche se è brutta!» af-
fermò severamente Peppone. «Qui siamo nel campo storico e
il valore di Giosuè Scozza è sempre grandissimo. Non le
pare, reverendo?»
«Naturalmente» rispose don Camillo. «Bisogna sempre
inquadrare gli artisti nel loro tempo.»
«Però Verdi…» tentò di obiettare lo Smilzo.
Ma Peppone gli saltò sulla voce:
«Cosa c'entra Verdi? Verdi non è mica un artista, Verdi
è un uomo con un cuore grande così».
Allargando le braccia fece il vuoto attorno a sé.
Don Camillo non fu svelto a scansarsi e si prese una tre-
menda pacca sullo stomaco.
Ma non disse niente per rispetto a Verdi.
166 LA STRADA DEL BENE

D 'improvviso l'aria si scaldò. Succedeva sempre così da


quelle parti: per mesi e mesi tutto filava liscio come un olio e
pareva che dovesse durare in eterno: ed ecco che, di botto,
Peppone andava su di pressione e incominciavano i guai.
Peppone era stato chiamato dai capi di città e, al suo ri-
torno, aveva una grinta che segnava tempesta. Evidentemen-
te gli avevano dato la carica per la campagna elettorale: ri-
prendeva la solfa di cinque anni prima.
Il primo comizio venne preparato con cura e, il pome-
riggio del sabato, la piazza era zeppa di «rossi» piovuti da
tutte le parti.
Don Camillo capitò in mezzo a quella baraonda proprio
per un caso disgraziato: doveva ritirare un sacco di farina di
granturco a Castelletto e, così, aveva attaccato alla pistoiese
il suo vecchio brocco. Il quale brocco si chiamava Peppo: e
anche questo era un caso, perché don Camillo gli aveva ap-
piccicato quel nome senza la minima intenzione allusiva e –
come andava dicendo in giro – adesso gli dispiaceva se, a
causa del dialetto che non permetteva di far distinzione fra
Pèpo cavallo e Pèpo Peppone, si potesse pensare a Dio sa
mai quali mire nascoste.
Spiegava che aveva provato cento volte a cambiar nome
alla bestia, ma che il cavallo, se non lo si chiamava Pèpo,
non si muoveva.
«Bisognerebbe che il signor sindaco cambiasse nome
lui» concludeva ogni volta don Camillo.
Don Camillo, dunque, attaccò il brocco alla pistoiese,
buttò sullo schienale la regolamentare pelle di pecora e poi
uscì dal cortile della canonica con la onesta intenzione di tra-
versare la piazza e imboccare la strada per Castelletto.
Ma si trovò davanti una marea di gente che, quando don
Camillo diceva «Permesso?» si voltava a guardare con l'e-
spressione di uno che pensa: "Chi è questo stramaledetto che
pretenderebbe di farmi spostare?".
E poi, immediatamente, apparve lo Smilzo che funzio-
nava da servizio d'ordine.
«Alt» disse lo Smilzo.
«Devo andare a Castelletto» spiegò don Camillo. «Se
mi sai indicare come posso arrivarci senza attraversare la
piazza…»
«Aspettate che il comizio sia finito e poi passerete!» re-
plicò categorico lo Smilzo.
Don Camillo allargò le braccia e se ne stette buono buo-
no a fumare il suo mezzo toscano nell'attesa che gli dessero
via libera.
Peppone prese la parola: si capiva benissimo che aveva
visto don Camillo bloccato là in mezzo e che non voleva la-
sciarsi scappare l'occasione di fargli intendere che aria tiras-
se.
«Anche se qualche reazionario con le orecchie foderate
di prosciutto non se ne è accorto, è più che mai vicino il mo-
mento della riscossa proletaria! Molti si illudono vedendo
che il proletariato per un certo periodo non si agita e non fa
baccano. Il proletariato è come un cannone che spara non per
il gusto di sparare, ma soltanto quando ha individuato l'obiet-
tivo da battere. Sentirete presto il rombo del cannone! La co-
siddetta classe dirigente che sfrutta e tiranneggia il proleta-
riato sta per finire il suo comodo gioco. La classe dirigente è
il popolo che lavora e produce, e che deve avere il posto che
gli spetta…»
Peppone continuò per un bel pezzo su questo tono e, a
un certo momento, urlò:
«Nessuno potrà mai fermare la marcia trionfale dell'idea
proletaria: nessuno. Neanche se sa pensare in americano e
parlare in latino! Chi ha buon orecchio intenda!».
Tutti si volsero sogghignando verso don Camillo e don
Camillo domandò ad alta voce rivolto verso la tribuna:
«Dice a me?».
«No, parlo al suo cavallo che ha orecchie migliori e in-
tende meglio!» esclamò Peppone.
Don Camillo ritornò a disinteressarsi di ogni cosa dopo
aver osservato:
«È logico, fra cavalli ci si capisce…».
Dopo Peppone prese la parola qualcun altro e allora don
Camillo, vedendo che la faccenda minacciava di non finire
più, rimise in moto Peppo e tornò nel cortile della canonica.
Passato un quarto d'ora, i discorsi erano finiti, ma la
gente rimase a chiacchierare in piazza e Peppone e il suo sta-
to maggiore tenevano un supplemento di comizio all'ombra
del palco.
Ed ecco riapparire don Camillo: però non aveva più il
biroccino ma una carretta a sponda alta e, fra le stanghe, non
c'era il cavallo, bensì don Camillo. Il cavallo stava sul bar-
roccio e portava attorno al collo un grande fazzoletto rosso.
La gente rimase a rimirare a bocca spalancata quello
spettacolo e don Camillo, sempre trascinando il suo barroc-
cio, incominciò l'attraversamento della piazza. Arrivato da-
vanti al palco, si fermò e si sedette su una stanga della carret-
ta, cavando di saccoccia il fazzoletto per asciugarsi il sudore.
Incontrò lo sguardo di Peppone:
«Vede?» spiegò sbuffando don Camillo «quale potenza
ha la propaganda quando è fatta bene come la fa lei? Dopo
aver sentito il suo discorso, il cavallo che ha buone orecchie
non ne ha più voluto sapere di tirare il barroccio: "Adesso
tocca a noi!" ha detto il cavallo. E così mi sono dovuto met-
tere io fra le stanghe. Bisogna proprio convincersi che il
mondo va fatalmente a sinistra».
Peppone avanzò di qualche passo e si piantò davanti a
don Camillo, coi pugni piantati sui fianchi e la faccia feroce.
«Proprio così» disse sorridendo don Camillo. «Il guaio è
che, adesso, per me è difficile capire dove voglia andare il
cavallo.»
Peppone si buttò il cappello all'indietro:
«Cosicché per lei i proletari sono delle bestie!» disse
con voce cupa.
«Non saprei» rispose don Camillo. «Provi a domandarlo
al cavallo che ha orecchie migliori delle mie e capisce più di
me.»
Per fortuna in quel momento arrivò il maresciallo dei
carabinieri e non successe quel che stava per succedere.
Quando vide don Camillo combinato in quel modo, il mare-
sciallo rimase senza fiato.
«Che pasticcio è questo?» domandò il maresciallo.
«Niente» rispose don Camillo rimettendosi fra le stan-
ghe e facendo manovra per ritornare al cortile della canonica.
«È la rivoluzione proletaria che, salita sul barroccio e preso
il posto della vecchia classe dirigente, guida il paese verso
radiose mete.»
Rimesso nella stalla il cavallo, don Camillo andò a dare
un'occhiatina in chiesa e, passando davanti all'aitar maggio-
re, udì la voce del Cristo Crocifisso:
«Don Camillo, perché hai fatto quella stramberia?».
«Non è una stramberia» rispose don Camillo «ma un
apologo figurato, per dimostrare la balordaggine della tesi di
Peppone.»
«È un apologo che non quadra; tu, così facendo, hai esa-
sperato ancor di più l'animo di quella gente. Tu hai provoca-
to quella gente.»
«No» affermò don Camillo. «Il provocato sono io. È
stato Peppone a tirare in ballo la faccenda del cavallo. Egli
ha detto che non parlava a me ma al cavallo che sa intendere
meglio di me. E allora io sulla carretta ho messo il cavallo e
ho preso il suo posto fra le stanghe.»
«Meriteresti di rimanerci, don Camillo. Tu non rappre-
senti la fazione opposta a quella di Peppone: tu devi rappre-
sentare la saggezza che interviene fra le due fazioni opposte
e le riconduce al rispetto della Legge eterna. Se tu ti metti
sotto la bandiera d'una fazione, come potrai mostrare le Ta-
vole della Legge eterna agli uomini dell'altra fazione e dire:
"Queste sono le Leggi di Dio?". Essi ti risponderanno: "No:
sono le leggi della fazione a noi nemica!".»
Don Camillo allargò le braccia:
«Gesù, le fazioni sono due: quella di Cristo e quella del-
l'Anticristo. Io non posso starmene in mezzo fra le due, ma
debbo combattere nelle file di Cristo».
«Don Camillo: tu bestemmi facendo del tuo Dio il capo
di un partito. Tu bestemmi doppiamente sia perché poni la
sorte di Dio alla mercé del risultato finale della lotta fra due
fazioni, sia perché ritieni che il tuo Dio possa schierarsi a fa-
vore d'una fazione e contro un'altra fazione. Nei confronti
della legge creata dagli uomini, esistono uomini ossequienti
alla legge, uomini violatori della legge e uomini che tutelano
la legge. Ma l'uomo giusto non dice: io sono con la legge
quindi debbo militare nelle file dei tutori della legge. L'uomo
giusto è semplicemente con la legge e vigila sulla integrità
della legge per evitare che i tutori della legge tutelino la leg-
ge con atti contrari alla legge. Esiste la Legge divina ed esi-
stono uomini che operano contro la Legge divina e uomini
che combattono in nome del trionfo della Legge divina. Ma
il tuo posto è fuori dalle fazioni, di guardia alla Legge divina
affinché nessuno possa toccarla, affinché essa conservi la sua
integrità; e pura, immacolata, splendente, possa essere mo-
strata come supremo monito ai contendenti dell'una e dell'al-
tra parte.»
Don Camillo sollevò gli occhi al cielo.
«Gesù, cosa posso fare, allora? Rimanere fermo mentre
gli altri camminano?»
«Cammina, don Camillo: cammina diritto per la strada
del Signore. E se troverai che altri cammina per la tua stessa
strada, rallegrati nel più profondo del cuore. E se, a un tratto,
ti trovi solo perché gli altri che camminavano al tuo fianco
sono usciti dalla strada del Signore per prendere una scorcia-
toia, rattristati, ma rimani nella strada del Signore. Richiama-
li a gran voce, implorali di rientrare nella via giusta, ma non
uscire dalla strada del Signore. Mai, don Camillo, mai! Non
ti spinga il fatto di vedere che la scorciatoia presa da chi
camminava con te si ricongiunge poco dopo con la strada del
Signore e abbrevia il cammino. La strada del Signore non ha
scorciatoie. Chi, pur per un istante, esce dalla strada del
Bene, cammina nelle vie del Male. Se sempre camminerai
per la strada del Bene, tu sarai la voce che richiamerà sulla
retta via i viandanti che ne sono usciti.»
Don Camillo chinò il capo.
«Gesù» sussurrò «fate che io mai perda l'orientamento.»
«Se sempre terrai l'occhio fisso al Segno che indica il
culmine del monte là dove termina la terrena via del Bene e
dove incomincia la via dei Cieli, non sbaglierai mai, don Ca-
millo. Se questo Segno tu, a un tratto, non vedi più, significa
che sei fuori strada perché chi cammina nella via giusta a
ogni istante vede quel Segno. Rientra nella via giusta e rive-
drai quel Segno. "In hoc sigilo vinces."»
«Vinceremo» sussurrò don Camillo con umiltà.

L'aria continuò a scaldarsi perché la storia del proleta-


riato-Pè-po trascinato dalla pseudo-classe-dirigente-don-Ca-
millo aveva avuto un grande successo nel paese e nei dintor-
ni. Ma don Camillo voleva rimanere nella strada giusta e
perciò, pur soffrendo pene d'inferno, rifiutò a se stesso il per-
messo di uscir di casa e di immischiarsi nella faccenda.
Ma un giorno non resistette più, e fu quando accadde il
pasticcio della lapide.
La lapide l'avevano murata in via Castelletto, allo sboc-
co nella piazza grande, nel 1942, e, da allora, via Castelletto
aveva cambiato nome, in quanto sulla lapide stava scritto:
Via LUIGI BRAMBELLI
Medaglia d'oro
caduto eroicamente
sul fronte russo

Questo Luigi Brambelli era l'unico figliolo della vedova


Brambelli, la Desolina del Crocilone. Quando Luigi Bram-
belli cadde combattendo in Russia, lasciò un bambinello d'un
paio d'anni e la moglie sulle spalle della Desolina. Due spalle
buone, perché la Desolina aveva sempre lavorato sodo nella
sua vita. La Desolina andava di rado in paese e, ogni volta
che ci andava, prendeva la strada più lunga, quella di Castel-
letto, perché lo scopo principale del viaggio era quello di
passare davanti alla lapide che ricordava il nome del suo ra-
gazzo.
Intanto il ragazzino cresceva e incominciò anche lui ad
andare a scuola in paese. La Desolina aspettò che finisse la
prima classe poi, un giorno, lo accompagnò davanti alla lapi-
de e gli ordinò:
«Leggi».
Il ragazzino, compitando, lesse ad alta voce quel che
stava inciso sul rettangoletto di marmo.
«Ecco» gli spiegò allora la Desolina. «Quello è tuo pa-
dre.»
La cosa rimase molto impressa nella mente del ragazzi-
no. E il ragazzino tornò da solo e spesso davanti alla lapide,
sempre rileggendo quel che stava inciso sul marmo.
Poi, quando riprese la scuola, adottò sistematicamente la
strada del Castelletto, così passava in via Luigi Brambelli
due volte al giorno.
Cosa ci passasse per fare non si sa: roba da ragazzi. Co-
munque ci passava prima a piedi e poi, quando fu arrivato in
quarta classe, in bicicletta.
E, un mezzogiorno, il ragazzino rincasò molto triste e,
siccome sua madre e la Desolina insistevano per sapere cosa
gli fosse successo, si mise a piangere e spiegò che la targa
stradale col nome del papà non c'era più.
La Desolina arrotolò il grembiale legandolo alla cintura
e andò in paese a controllare. Il ragazzino aveva ragione: al
posto della lapide col nome di Luigi Brambelli ne era stata
murata un'altra.
Corse su in Comune e il segretario si limitò ad allargare
le braccia:
«È stata una decisione del Consiglio: ecco qui il verbale.
Hanno cambiato anche altri nomi di strade e piazze. Non so
niente di più».
La Desolina non insistette: tornò a casa, si mise il vesti-
to della festa e partì per la città. Ritornò a notte fatta con un
grosso involto legato al manubrio.
La Desolina era una donna spiccia, di quelle abituate a
far di tutto: la mattina seguente, col suo fagotto sotto il brac-
cio, si avviò verso il paese accompagnata dal ragazzino.
In paese trovò in prestito una scaletta, l'appoggiò al
muro sotto la lapide e, tirati fuori di saccoccia un martello e
uno scalpello, salì sulla scaletta e si mise tranquillamente a
scalzare l'intonaco attorno alla targa nuova.
Dopo pochi minuti arrivava il capoguardia urlando: ma
la Desolina non aveva la minima intenzione di scendere. Si
formò attorno alla scaletta un gran cerchio di gente, poi subi-
to apparve Peppone.
«Si può sapere cosa state facendo?» gridò Peppone.
«Tiro via questa lapide e ci metto quella di mio figlio»
rispose la Desolina. «Sono andata in città a farla rifare.»
Il ragazzino, ai piedi della scala, stava di guardia alla la-
pide che aveva tolto dall'imballo e appoggiata al muro.
«Venite giù, smettetela di fare stupidaggini!» gridò Pep-
pone.
La Desolina si volse verso Peppone:
«Non faccio stupidaggini» rispose. «Il nome di mio fi-
glio era qui e deve ritornare al suo posto. Una stupidaggine
l'ha fatta chi ha cambiato la lapide.»
«È una decisione del Consiglio» replicò Peppone. «È il
Consiglio che ha stabilito di cambiarla.»
«E perché? Cos'ha fatto di male mio figlio?»
Peppone si strinse nelle spalle.
«Per favore, venite giù e lasciate perdere» disse. «Voi
siete sua madre e a una madre si perdona tutto: però voi sa-
pete benissimo chi era vostro figlio.»
«Mio figlio è uno che è morto in guerra.»
«Sì, è morto in guerra» replicò Peppone. «Però è stato
anche uno di quegli scalmanati che l'hanno voluta, la guerra.
Ce lo ricordiamo.»
«Mio figlio era un ragazzo quando è andato a fare il fan-
taccino in Russia. E la guerra non l'ha voluta lui. Era un ra-
gazzo come centomila altri e, come centomila altri, ha com-
battuto e ha fatto onore al suo Paese.»
Peppone fece un gesto d'impazienza.
«Onore! Onore una guerra persa! Una guerra sbagliata!»
«Mio figlio la guerra l'ha vinta. Non si dà la medaglia
d'oro a uno che perde. Voi l'avete persa, la guerra, non mio
figlio. E ha combattuto una guerra giusta, tanto è vero che il
Re gli ha dato la medaglia. I Re non danno medaglie se un
soldato non è nel giusto.»
«I Re giusti!» esclamò Peppone. «Il guaio è che quello
era un Re sbagliato, tanto è vero che adesso non c'è più per-
ché l'hanno cacciato via.»
«Però l'Italia è sempre quella. Non è cambiata.»
«È cambiata sì!» gridò Peppone. «Per fortuna è cambia-
ta. Adesso è finita la frenesia guerrafondaia e si fanno le cose
ragionando, non sragionando.»
La Desolina guardò la lapide ancora fissata al muro.
«Ma chi sarebbe questo Gramsci che ha preso il posto di
mio figlio? In che guerra è morto se mio figlio è caduto in
quella sbagliata?»
«In quella giusta! Nella guerra che il popolo combatte
per la libertà e il progresso» gridò Peppone. «Per la libertà,
per il progresso e per la pace!»
«Non me ne intendo» replicò la Desolina. «Io so che
questo Gramsci non è un nome di qui.»
«Gramsci è un nome mondiale, universale!» gridò Pep-
pone. «E in tutta l'Italia non c'è città o paese che non gli ab-
biano dedicato una via o una piazza.»
«E non ne aveva abbastanza?» protestò la Desolina.
«Proprio al mio ragazzo doveva venire a portar via il posto?»
Peppone tirò il fiato lungo perché voleva dire una roba
grossa poi sentenziò:
«È triste per voi, ma è così. È la nemesi storica, cara la
mia brava donna. È l'ordine che subentra al disordine. È la
storia vera che si sostituisce alla storia falsa».
La Desolina non seppe cosa rispondere. Sospirò, allargò
le braccia e disse con voce piena di angoscia:
«E allora, se tutto è cambiato, il mio ragazzo è come se
fosse morto cadendo giù dal fienile. Una disgrazia. Ma, al-
meno, quelli che muoiono cadendo dal fienile, li seppellisco-
no qui. Mio figlio è rimasto chi sa dove: qui c'era soltanto il
suo nome. Adesso è proprio perso del tutto».
Il ragazzino non aveva fiatato: con la sua lapide stretta
fra le braccia aveva continuato a guardare Peppone. E Pep-
pone se li era sentiti, quegli occhi, addosso da un pezzo: ma
ora li vedeva. Occhi senza lagrime ma pieni di orrore. Gli
occhi del figlio che guarda colui che gli ha ammazzato il pa-
dre.
Peppone fece fatica a distaccare lo sguardo da quegli
occhi. Ci riuscì e guardò in su e dal muro, dalla targa di mar-
mo sopra la scaletta, la voce gelida del Partito gli ordinava:
«Obbedisci!».
Don Camillo si fece davanti:
«Desolina, siate ragionevole. Non potete mettervi contro
la legge. Le leggi non si possono discutere, si obbediscono».
La donna discese e andò a restituire la scaletta.
Don Camillo si avviò dopo aver fatto un cenno al ragaz-
zino che lo seguì stringendo sempre la sua lapide fra le brac-
cia.
Passando davanti a Peppone, il ragazzino guardò in su
per un istante.
Arrivato alla porta della canonica, don Camillo si fermò
e si volse.
«Adesso vai a scuola che è tardi, lascia tutto qui, poi a
mezzogiorno torna qui.»
Il ragazzo consegnò a don Camillo la lapide e se ne
andò. E don Camillo rimase sull'uscio, con la targa di marmo
fra le mani.
«Gesù» sussurrò dopo lunga meditazione «non so se
adesso io continuerò per la strada del Bene o scivolerò per
quella del Male. Perdonatemi se sbaglio, ma debbo trovare
un'altra strada per un istante almeno.»
E la strada era lì, tra il fianco della canonica e il fianco
della chiesa: una stradetta lunga sì e no otto o nove metri.
Una stradetta che, finito il rustico della canonica, diventava
un viottolo e si perdeva in mezzo ai campi. Una stradetta in
disuso, tant'è vero che don Camillo l'aveva chiusa con un
cancello di ferro.
Don Camillo entrò in canonica a cercare gli arnesi e la
scaletta. Appoggiò la scaletta al muro della canonica e, tro-
vato il punto dove il muro era meno gibboso, prese le misure
e con martello e scalpello forò i quattro buchi.
Adesso però veniva il difficile perché occorrevano il ce-
mento e le quattro graffe di ferro.
Ridiscese e si trovò davanti Peppone.
«Vi porto tutto io fra dieci minuti» borbottò Peppone.
Don Camillo non aveva chiesto niente, ma non si stupì
che qualcuno sapesse quel che egli aveva solo pensato.
Peppone tornò di lì a poco con le quattro graffe e un car-
toccio di cemento rapido.
Lo Smilzo rimase dieci metri indietro, in posizione stra-
tegica, a badare che non arrivasse gente.
Peppone salì sulla scaletta e murò la targa di marmo.
Lo Smilzo fischiò e Peppone fece appena in tempo ad
agguantare la scaletta e a portarla nell'andito della canonica.
Don Camillo era già nella saletta che aveva una finestra
proprio sotto la lapide. I telai a vetri erano socchiusi e dalla
fessura don Camillo stava curiosando per vedere chi arrivas-
se.
Peppone andò a sbirciare anche lui per sentire come si
commentasse la novità.
Arrivò in bicicletta il ragazzino. Giunto davanti alla por-
ta, fece per entrare ma qualcosa attirò la sua attenzione per-
ché si spostò fin sotto la finestra e guardò in su.
Vide la lapide e sorrise.
«Ciao, papà» disse.
Poi saltò sulla bicicletta e, infilato il cancello e la viotto-
la, scomparve tra i campi.
Via Luigi Brambelli era ufficialmente inaugurata.
Si trattava di una viottola di origine poderale che, da al-
meno vent'anni, nessuno adoperava più. Ma portava al Croci-
lone accorciando di mezzo chilometro buono la strada. E il
Crocilone era un piccolo borgo isolato nel quale l'apparizio-
ne di una motocicletta o d'un furgoncino rappresentava una
novità sensazionale. Perciò Peppone disse una tremenda stu-
pidaggine quando comunicò a don Camillo: «Questa scorcia-
tola può servire per decongestionare il traffico della strada
del Crocilone. Manderò un paio di uomini a sistemarla un
po'».
«Io oggi stesso faccio cavare il cancello» aggiunse don
Camillo.
Don Camillo pensò che la strada del Bene poteva maga-
ri chiamarsi, in un certo punto, via Luigi Brambelli e su di
essa egli, magari, poteva trovarsi a camminare per un certo
punto a fianco di Peppone. Sorrise.
Peppone interpretò male quel sorriso e avviandosi per
uscire esclamò:
«Il proletariato non è un cavallo che non sa dove deve
andare. Il proletariato è fatto di uomini che conoscono per-
fettamente la loro meta».
«Lo dirò a Pepo» rispose calmo don Camillo. «Così
darà le dimissioni da proletariato e ritornerà a fare il caval-
lo.»
«Bene» replicò duramente Peppone. «Se poi voi ritorna-
ste a fare il prete sarebbe ancora meglio.»
«Già fatto» spiegò calmo don Camillo. «Dio sia con te e
ti illumini, compagno sindaco, cosicché un giorno, concluso
il nostro cammino terreno, possiamo ritrovarci fianco a fian-
co all'inizio della strada che conduce verso l'eternità.»
Il tono della voce di don Camillo era così umile e som-
messo che Peppone si stupì:
«Roba da matti!» borbottò. «Stai a vedere che, adesso,
diventa cristiano anche l'arciprete!»
167 LA CENA DELLE BEFFE

Quelli di Torricella erano inveleniti e, perduto con Gio-


suè Scozza il primato musicale, cercavano rabbiosamente di
rifarsi conquistando qualche altro primato.
Così accadde che, una bella mattina, uscendo di casa, la
gente del paese avversario trovò appiccicati a tutte le canto-
nate grandi manifesti:

Se avete undici giovanotti


che siano in grado di distinguere
un pallone da una scatola
di salsa di pomodoro
mandateli al campo sportivo
di Torricella
a sentire che aria tira.

Appena ebbe letto il cartello di sfida, Peppone si volse


allo Smilzo e gli disse:
«Avverti i ragazzi della "Dynamos" di incominciare su-
bito gli allenamenti e poi corri a Torricella a fissare il giorno
dell'incontro».
Lo Smilzo saltò sulla bicicletta e partì a tutta birra e
un'ora dopo era di ritorno. Peppone lo aspettava con impa-
zienza nel suo ufficio in Comune e già aveva steso la brutta
copia del manifesto di risposta da far appiccicare a Torricel-
la.
«Ebbene?» domandò Peppone. «Combinato tutto?»
«Combinato un accidente» borbottò lo Smilzo. «Siamo
arrivati tardi.»
«Tardi in che senso?»
«Nel senso che la squadra del prete è arrivata prima di
noi.»
Peppone non esitò un secondo e, calcatosi il cappello
sulla zucca, iniziò la marcia sulla canonica.
Trovò don Camillo sul sagrato ed entrò subito in argo-
mento:
«Se c'è una squadra che deve difendere l'onore del pae-
se» esclamò «questa non può essere che la "Dynamos"!».
«Se c'è una squadra che deve difendere l'onore del pae-
se» rispose calmo don Camillo «questa non può essere che la
"Gagliarda".»
«La "Gagliarda" non è una squadra, è un malinteso!»
urlò Peppone.
«La "Dynamos" non è una squadra, è un pollaio» repli-
cò don Camillo.
Una cordiale intesa su queste basi non pareva molto
probabile: comunque la discussione continuò sullo stesso
tono ravvivata dalla presenza e dagli interventi di un centina-
io di persone.
Alla fine, quando Peppone e don Camillo già marciava-
no a motore imballato, si udì la voce della saggezza:
«Qui c'è poco da questionare» esclamò il farmacista.
«"Dynamos" e "Gagliarda" sono pari e i casi sono due: o si
gioca a testa e croce chi delle due squadre deve rappresentare
il paese nell'incontro col "Torricella", oppure si prendono gli
elementi migliori delle due squadre e se ne fa una mista.»
«Gli elementi migliori della "Gagliarda" sono undici!»
affermò don Camillo.
«E gli elementi migliori della "Dynamos" sono dodici
perché ci metto dentro anche il massaggiatore che, pure es-
sendo zoppo, gioca meglio di qualsiasi giocatore della "Ga-
gliarda"!» urlò Peppone.
Però l'idea di formare una squadra unica col meglio di
tutt'e due le squadre era la più logica e, a un bel momento,
sia Peppone che don Camillo dovettero ammetterlo.
«Sta bene, ne riparleremo» concluse don Camillo rien-
trando in canonica.
«Ne riparleremo» concluse Peppone avviandosi verso la
Casa del Popolo.
Don Camillo e Peppone si incontrarono il giorno dopo
in campo neutro e tutt'e due erano accompagnati da un grup-
po di persone.
«Io non voglio immischiarmi nella faccenda» spiegò
don Camillo. «Io faccio il prete e ho dato incarico di decide-
re a una commissione di esperti.»
«Io faccio il sindaco» replicò Peppone «e anche io la-
scio ogni decisione a una commissione di esperti.»
«Le due commissioni se la vedano tra loro» disse don
Camillo.
«Perfettamente» rispose Peppone. «Io rimango qui
come semplice osservatore. Tutto quello che fanno le com-
missioni, per me, è ben fatto. Comunque la faccenda è molto
semplice perché, considerati con la massima serenità tutti gli
elementi della "Gagliarda", è ovvio che la "Dynamos" pren-
da il vostro centrattacco e metta gli altri dieci elementi.»
«È la stessa conclusione alla quale si è arrivati dopo
aver discusso sulle possibilità degli uomini della "Dynamos":
voi ci date lo Smilzo e noi mettiamo gli altri dieci giocatori»
spiegò don Camillo.
Peppone strinse i denti:
«Io non voglio influire sulle decisioni della commissio-
ne, comunque è positivo che, se vi piace, è come ho detto io.
Se non vi piace, è come ho detto io. E ringraziate Dio che vi
concediamo l'onore di far giocare uno dei vostri uomini in
uno squadrone come il nostro».
«Il danno che lo Smilzo porterà nella "Gagliarda" sarà
forte» replicò don Camillo. «Ma a noi preme dimostrare alla
gente che, da parte nostra, non manca la volontà di collabo-
rare.»
«E allora andate all'inferno voi e le vostre schiappe!»
gridò Peppone.
«Se la commissione non ha niente altro da dire» annun-
ciò don Camillo «si potrebbe sciogliere la seduta.»
Il capo della commissione tecnica prescelta da don Ca-
millo allargò le braccia. Lo stesso fece, rivolto verso Peppo-
ne, il capo della commissione tecnica avversaria. Ognuno se
ne andò per la sua strada.
Tre giorni dopo riecco quelli di Torricella farsi vivi con
nuovi manifesti:

AVVERTENZA
Allo scopo di favorire le due
formazioni che hanno raccolto la sfida
lanciata dal «Torricella»,
anziché battere prima l'una
e poi l'altra
il «Torricella»
ha deciso di batterle tutt'e due
contemporaneamente e perciò
l'undici di «Torricella»
si incontrerà
col ventidue «Dynamos-Gagliarda».

La necessità di formare una squadra unica ritornò imme-


diatamente a galla e, presieduta dal farmacista e dal medico
condotto, nacque una commissione di collegamento fra le
due commissioni tecniche.
Fu un'impresa molto dura e complicata ma, alla fine, le
due commissioni tecniche si trovarono riunite per arrivare a
una decisione.
«Mi rimetto completamente alla commissione» disse
don Camillo prendendo per primo la parola. «Comunque è
ovvio che dovendo dare ogni squadra una metà dei giocatori,
la "Gagliarda" ne darà sei e la "Dynamos" cinque.»
«Perfettamente d'accordo» replicò Peppone. «Cinque la
"Gagliarda" e sei la "Dynamos".»
Don Camillo rispettò per qualche minuto il silenzio che
aveva seguito le parole di Peppone, poi disse:
«Considerato che le commissioni sono ferme su questa
base, ce la facciamo a scopa».
Venne procurato un mazzo di carte e Peppone e don Ca-
millo giocarono una delle più feroci partite a scopa della sto-
ria.
Vinse Peppone per un punto e fu deciso che la «Dyna-
mos» desse alla "rappresentativa" sei uomini e la «Gagliar-
da» cinque.
«È giusto che, stando così le cose» aggiunse don Camil-
lo «la "Gagliarda" venga moralmente riportata alla pari con-
cedendole di fornire il capitano della squadra.»
«La democrazia ha delle regole precise» replicò Peppo-
ne. «Lei reverendo non lo sa ma è così. In democrazia chi ha
la maggioranza governa. Quindi il capitano ce lo scegliamo
noi.»
Don Camillo scosse il capo:
«Il solito sistema comunista: conquistato il potere, si in-
staura la dittatura in nome della democrazia».
«Lo sport non deve entrarci con la politica!» protestò vi-
vacemente Peppone. «Comunque, tanto per smentire le vo-
stre calunnie di reazionario, ce lo facciamo a scopa.»
Questa volta vinse don Camillo e la «Gagliarda» ebbe il
diritto di fornire il capitano alla "rappresentativa". Il giorno
dopo la "rappresentativa" si trovò al campo sportivo per il
primo allenamento.
Il gioco durò esattamente otto minuti, poi i cinque della
«Gagliarda» e i sei della «Dynamos» incominciarono a pe-
starsi fra loro e l'allenamento venne rimandato. Il giorno se-
guente ci fu un indubbio miglioramento perché il gioco non
incominciò neppure e dynamini e gagliardini si presero a
cazzotti e a seggiolate appena entrati in spogliatoio.
Il terzo giorno i giocatori non si picchiarono né in cam-
po né in spogliatoio: si picchiarono fuori dal campo, prima di
entrare, e non poterono giocare.
Il quarto giorno, avendo esaurite tutte le combinazioni, i
ragazzi giocarono e ne uscì la faccenda più triste e malinco-
nica dell'universo. E le volte seguenti fu anche peggio. Non
riuscivano a legare, non riuscivano a combinare un'azione
con qualche logica: parevano undici selvaggi che, visto per
la prima volta un pallone, si divertissero a mandarlo di qua e
di là a pedate.
Intanto il tempo passava e il giorno dell'incontro si avvi-
cinava senza che la squadra riuscisse a realizzare niente. E
venne la sera della vigilia. Dopo l'ultimo e disastroso allena-
mento, don Camillo e Peppone si ritrovarono fianco a fianco
per la strada che conduceva in paese:
«Reverendo» disse Peppone «domani raccoglieremo il
frutto della vostra testardaggine. Se aveste dato retta a me la-
sciando alla "Dynamos" il compito di difendere il primato
sportivo del paese, adesso non ci troveremmo in questi
guai».
«Peppone: io conosco uno per uno i miei ragazzi» rispo-
se don Camillo «e so che tutto dipende da voi. Avete appli-
cata in questa faccenda sportiva la vostra solita tattica politi-
ca dell'ostruzionismo per metterci nella condizione di essere
costretti a rinunciare a voi tutta l'impresa. Di essere costretti,
perché chi ha coscienza e sentimento cede. E la coscienza e
il sentimento l'abbiamo, noi. L'esperimento è riuscito anche
questa volta: domani giocherà la vostra squadra. La "Ga-
gliarda" si ritira. Non trovate storie perché so benissimo che,
ogni giorno, la "Dynamos" si è allenata per conto suo a Fiu-
metto e il finto allenamento con la nostra squadra non vi ha
portato nessun danno.»
Peppone non si preoccupò neppure di negare; schizzò
via e, due ore dopo, alle cantonate erano affissi dei grandi
manifesti rossi:
A causa del ritiro della «Gagliarda»
dovuto a riconosciute
manchevolezze tecniche
la partita col «Torricella»
verrà combattuta domani
dalla Squadra «Dynamos»
che unica difenderà l' onore
sportivo del paese.

Don Camillo, prima di buttarsi a letto, andò a inginoc-


chiarsi davanti al Cristo Crocifisso:
«Gesù» sussurrò «fate che essi non perdano domani.
Non per loro che non lo meritano, ma per me. Fate che essi
non perdano: evitate che io, vedendoli ritornare sconfitti,
venga indotto nella tentazione di gioire della loro sconfìtta».
«Don Camillo, lo sai: non mi intendo di sport» rispose
sorridendo il Cristo.

Gli uomini di Peppone giocarono una orrenda partita e il


«Torricella» li rimandò a casa con un baule di goal.
E don Camillo non riuscì a resistere alla tentazione e si
rallegrò intimamente della batosta della «Dynamos».
E non solo si rallegrò intimamente, ma se ne rallegrò
pure pubblicamente e, in seguito, oramai in preda al Demo-
nio, mandò a sfidare la squadra del «Torricella» e, la dome-
nica seguente, la «Gagliarda» restituì il baule di goal che il
«Torricella» aveva appioppato alla «Dynamos».
Allora don Camillo decise che l'avvenimento doveva es-
sere celebrato solennemente e, radunati i ragazzi della «Ga-
gliarda», annunciò:
«Ho tre meravigliosi capponi, in pollaio: domenica sera
li mangeremo alla salute della "Dynamos". La notizia non è
riservata e, se vi scappa anche detta, non fa niente».
A qualcuno, evidentemente, scappò detta perché, il gior-
no dopo, tutto il paese sapeva che la domenica, in canonica,
si sarebbe svolta quella che fu subito definita "la cena delle
beffe".
Volendo fare le cose per bene, ci voleva un inno: don
Camillo stette alzato l'intera notte del martedì per trovare an-
che le parole dell'inno della «Gagliarda» e rimase fino alle
ventitré del mercoledì in sagrestia a cercare nell'armonium
un'aria adatta alle parole.
Alle ventitré del giovedì, don Camillo usciva dalla sa-
grestia con la musica completa. Aveva tutto il tempo di inse-
gnarla ai ragazzi per cantarla alla fine della cena della dome-
nica: si trattava di una arietta facile e le parole, caso mai, po-
tevano essere lette.
Entrò soddisfatto in canonica e prima d'andare a dormire
si recò nel pollaio a dare un'occhiata ai tre famosi capponi.
Ma nel pollaio non c'erano più né i tre capponi né le tre
galline: rimanevano soltanto una pollastrella spennacchiata e
un galletto magro come un chiodo. In compenso sul muro
qualcuno aveva appeso un cartello con la scritta: «Crescete
et moltiplicorum».
Don Camillo si sentì mancare il fiato e, agguantato il
cartello, andò a confidarsi col Cristo dell'aitar maggiore.
«Gesù» ansimò «mi hanno rubato le galline!»
«Mi spiace» rispose sorridendo il Cristo. «Comunque,
prima di fare un'affermazione così recisa, controlla che le be-
stiole non siano fuggite.»
Don Camillo mostrò al Cristo il cartello:
«Gesù, so quel che dico! Guardate cos'hanno lasciato i
ladri! Non è una cosa orrenda?».
«Don Camillo, non pretenderai forse che un ladro di
polli conosca alla perfezione il latino!»
«Non è per il latino: è una cosa orrenda per la cattiveria
di chi ha voluto, oltreché danneggiarmi, dileggiarmi! Gesù,
chi sarà stato?»
«Io non sono il maresciallo dei carabinieri» rispose il
Cristo. «Né avevo io il compito di far la guardia al tuo polla-
io…»
Don Camillo si sentì mancare il fiato: Ful! Ful! Perché
Ful non aveva abbaiato?
Uscì e trovò Ful placidamente sdraiato nella sua casetta
di legno.
«Traditore!» gli gridò don Camillo. «Manutengolo!»
Più che il fatto in sé dei polli rubati, inferociva don Ca-
millo il fatto della "cena delle beffe" che andava a monte.
Passeggiò in su e in giù per il sagrato e, a un tratto, una
voce lo riscosse dai suoi turbinosi pensieri:
«Reverendo, non ha sonno? Ancora alzato a mezzanot-
te?».
Don Camillo levò gli occhi: era il maresciallo dei cara-
binieri che tornava assieme a uno dei suoi uomini dal solito
giro d'ispezione.
«Mi hanno rubato le galline!» esclamò con angoscia don
Camillo. «Alle dieci, quando sono entrato in sagrestia, c'era-
no, alle undici, quando sono uscito, non c'erano più: io suo-
navo all'armonium e qualcuno ne ha approfittato.»
«E non ha abbaiato il cane?»
«Suonavo» rispose don Camillo. «Forse ha abbaiato
quando io suonavo e non potevo sentirlo.»
«Ha dei sospetti?»
Don Camillo allargò le braccia.

Don Camillo si chiuse in casa: non voleva farsi vedere


da nessuno. Tutto il paese era al corrente del colpo e i
«rossi» sghignazzavano e dicevano:
«La cena di domenica pare che sarà un po' magra. Caso
mai significa che, se non ci sono più i capponi, mangeranno
l'inno!».
La sera della domenica fu tristissima per don Camillo.
Alle otto fischiò a Ful per dargli la scodella di zuppa, ma Ful
non c'era.
Si fissò che doveva sapere dove fosse andato Ful e uscì
prendendo la via dei campi.
Dieci minuti dopo era nell'orto di Peppone ed entrava
nell'andito buio. Dalla cucina veniva un putiferio dì risate:
don Camillo girò la maniglia e spinse.
Peppone era a tavola con lo Smilzo, il Brusco, il Bigio e
gli altri fedelissimi dello stato maggiore. Stavano mangiando
cacciatora di pollo e, vedendo apparire don Camillo, rimase-
ro come tanti baccalà.
«Peppone, scusate» disse don Camillo. «Cerco Ful: lo
avete visto?»
Peppone allargò le braccia, ma don Camillo aveva buoni
occhi. Sollevò un lembo della tovaglia e, sotto la tavola, c'era
Ful, rannicchiato davanti a un piattaccio d'ossa di pollo.
«È capitato qui per caso» spiegò Peppone.
«Capisco» rispose calmo don Camillo.
Ful si era appiattito per terra e si capiva che aveva una
vergogna nera.
«Se volete restar servito, reverendo!» esclamò Peppone.
«Accomodatevi!»
«Grazie, ho già mangiato. Buona sera.»
Don Camillo uscì e Ful, dopo essersi tolto di sotto la ta-
vola e aver guardato Peppone, seguì di lontano il padrone.
Quando don Camillo fu in casa, si volse e, appena Ful arrivò,
gli disse con voce piena di disprezzo:
«Ladro!».
E poiché il cane non pareva rendersi conto della durezza
della qualifica, don Camillo gli urlò ancora:
«Venduto alla Russia!».

Il giorno dopo arrivavano al maresciallo due o tre lettere


anonime e la faccenda diventava improvvisamente colossale.
Sei galline non sono niente di straordinario ma, quando si
abbia ragione di ritenere che chi le ha rubate è il sindaco, as-
sumono, anche per via della politica, una importanza ecce-
zionale.
Peppone ricevette la visita del maresciallo e davvero
non se l'aspettava.
«Scusi, signor sindaco, ma io debbo fare il mio dovere.
Vuol dirmi dove si trovava dalle ventidue alle ventitré di gio-
vedì scorso? In casa no perché alle ore ventidue e cinque è
stato visto scavalcare la siepe dell'orto del parroco: ci sono
tre testimoni. E altri han visto che alle ventidue e cinquanta
ha scavalcato la siepe del suo orto.»
Peppone si impappinò come un bambino.
«Sono stato dove mi pareva e piaceva!» rispose quando
la stizza gli tolse l'uso del ragionamento.
«Dove ha comprato i sei polli che domenica sera ha
mangiato a casa sua?»
«Affari nostri» rispose Peppone.
Il maresciallo gli fece altre domande senza ottenere ri-
sposta; allora se ne andò dicendo:
«Vuol dire che risponderà al magistrato».
Improvvisamente la cosa diventò colossale, favolosa, in-
credibile. Il sindaco Giuseppe Bottazzi denunciato come so-
spetto autore di furto di polli e chiamato a discolparsi in Pre-
tura: il colosso che aveva respinto gli assalti degli elefanti
crollava sotto la puntura di una vespa.

Don Camillo si trovò in Pretura senza neppure saper


come. Comunque c'era e vedeva Peppone nel banco degli
imputati. Il gigante stava per sgretolarsi.
Avevano incominciato a parlare:
«L'imputato si è rifiutato di dire al maresciallo come e
dove abbia trascorsa l'ora tra le ventidue e le ventitré. Da
quando cioè fu visto, prima, scavalcare la siepe dell'orto del-
la canonica e, poi, la siepe di casa sua. L'imputato intende
ora rispondere?».
Il Pretore guardò Peppone. Tutti guardavano Peppone.
Peppone allargò le braccia:
«Non posso dire dove mi trovavo» rispose Peppone a
bassa voce.
«Lei si rifiuta?»
«Non mi rifiuto signor Pretore: non posso.»
Don Camillo chiese di poter parlare nell'interesse della
giustizia e gli fu concesso.
«Dalle ventidue alle ventitré circa il signor Bottazzi è ri-
masto in sagrestia con me» affermò con voce ferma don Ca-
millo.
«Perché non l'ha detto prima, reverendo?»
«Nessuno me l'ha domandato. Inoltre, per poterlo dire,
ho dovuto chiedere il permesso ai miei superiori.»
Il Pretore si strinse nelle spalle.
«Scusi, reverendo: cosa veniva a fare a quell'ora in chie-
sa, mentre lei suonava? A prendere lezione di canto?»
«Signor Pretore: il suono dell'armonium non impedisce
a Dio di ascoltare la voce di un fedele che viene nella Casa
di Dio per rivolgere la sua preghiera a Dio.»
Il Pretore si strinse ancora nelle spalle.
«Non discuto, reverendo: soltanto non capisco come
mai l'imputato non abbia detto che a quell'ora si trovava in
chiesa. Io non avrei nessunissimo ritegno a dire d'essere stato
in chiesa qualora fossi stato in chiesa.»
«Ma lei non è sindaco comunista e capo dei comunisti
d'un centro della Bassa» replicò calmo don Camillo. «Egli
viene in chiesa quando i suoi compagni non lo possono vede-
re. Se il signor Pretore crede necessaria una più dettagliata
precisazione della posizione politica…»
«Non occorre, non occorre!» lo interruppe sorridendo il
Pretore.
«Il qui presente Giuseppe Bottazzi è un eccellente fi-
gliolo di sentimenti fondamentalmente buoni, onesto, labo-
rioso e timorato di Dio» concluse don Camillo.

Don Camillo fece il viaggio di ritorno sulla moto di


Peppone e Peppone non aperse mai bocca. Giunti davanti
alla canonica, Peppone sospirò profondamente:
«Mi avete reso ridicolo. I giornali reazionari faranno dei
romanzi su questa buffa storia».
«Ne avrebbero fatti di peggio se tu fossi stato condanna-
to come ladruncolo di galline» replicò don Camillo.
«Mi avete messo nei pasticci di fronte al Partito: se dico
la verità piglio del cretino perché ho rubato i polli. Se confer-
mo la vostra versione piglio dell'idiota per il resto.»
«Che importanza ha il partito?» disse don Camillo. «Io,
sì, che sono nei pasticci di fronte a Dio! Non capisci che io,
un sacerdote, ho detto la falsa testimonianza? Come troverò
il coraggio di entrare in chiesa?»
Peppone saltò giù dalla macchina ed entrò in chiesa lui e
marciò diritto verso l'aitar maggiore. Rimase fermo qualche
minuto davanti al Cristo Crocifisso poi ritornò fuori.
«Potete entrare: ho spiegato io come stanno le cose. Fa-
temi voi lo stesso servizio al Partito se ne siete capace!»
Don Camillo allargò le braccia:
«Certo che è più facile trattare con Dio che con un fun-
zionario del tuo partito. I funzionari del tuo partito non per-
donano».
Come poi avesse spiegata la cosa Peppone, non è dato
saperlo. Il fatto è che, quando don Camillo trovò, a sera tar-
da, il coraggio di entrare in chiesa e di inginocchiarsi davanti
all'aitar maggiore, il Cristo Crocifisso disse:
«Povero don Camillo, cosa hai combinato?».
«Ero d'accordo col Vescovo» si giustificò don Camillo.
«Bel tipo anche quello!» sospirò sorridendo il Cristo
Crocifisso.
168 LO SCOLARETTO DI QUINTA

Peppone decise di partire a tutta manetta alla difesa del-


l'istruzione elementare insidiata dalle ingerenze clericali e
così, al giornale murale della Casa del Popolo, apparve un
fiero proclama a firma Giuseppe Bottazzi. Proclama nel qua-
le si auspicava l'istituzione di una commissione di controllo
che avendo libero accesso nelle scuole potesse assistere alle
lezioni per giudicare se i programmi scolastici governativi
fossero o no in disaccordo coi princìpi democratici.
La mattina dopo, al giornale murale della parte avversa,
apparve il contro-proclama:

«Noi non facciamo certamente colpa al signor Giusep-


pe Bottazzi di non aver potuto perfezionare i suoi studi: sia-
mo sempre d'accordo che non è la grammatica quella che
conta, ma contano le idee. Però, nel caso specifico della
nuova polemica, riteniamo opportuno osservare che a occu-
parsi dell'istruzione elementare non doveva essere una per-
sona che non possiede neppure la licenza elementare.
«Il signor Giuseppe Bottazzi rinunci l'incarico allo
Smilzo che, almeno, avendo ripetuto per due anni la prima,
per tre anni la seconda e per tre anni la terza, ha senz 'altro
maggior competenza in materia d'istruzione elementare».

Il contro-proclama di parte bianca fece grande scalpore


in paese e don Camillo, ricopiatolo su un foglietto, andò a
leggerlo al Cristo dell'aitar maggiore.
«Il mio giudizio non cambia, don Camillo» disse il Cri-
sto. «Stolto è chi ha scritto queste parole, come stolto fu chi,
quella tal volta, scrisse "asino" in margine a un altro manife-
sto di Peppone.»
«Gesù» obiettò don Camillo «adesso la cosa è completa-
mente diversa. Stolto è, secondo me, chi, avendo una gamba
sola, vuol partecipare a una corsa podistica.»
«Don Camillo, tu bari! Chi manca d'una gamba non la
può acquistare: chi non sa la grammatica la può imparare. Se
non la sa è perché nessuno gliel'ha insegnata. Don Camillo,
se tu conosci colui che ha scritto quelle parole spiegagli che
ha agito stoltamente.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Proverò a spiegarglielo» rispose «ma credo che sarà
difficile farglielo capire perché egli crede in perfetta buona
fede di aver ragione».
«Non è in buona fede, né può esserlo, chi sa di trovarsi
in disaccordo con la legge di Dio. E tu lo sai perché te l'ho
detto io.»
«Don Camillo ha sempre torto» sospirò don Camillo
mestamente.
*

Peppone non seppe incassare il colpo e rispose con un


altro proclama che incominciava:

«Potiamo dire senza paura di sbagliarsi che se l'ignoto


polemista avversario, invece di occuparsi di queste cose si
occupasse di fare il suo mestiere di prete, sarebbe meglio.
Esistono due tipi d'ignoranza: quella di chi non ha potuto
studiare per ovie ragioni e quella di chi, come l'ignoto prete
di qui sopra, pur avendo studiato, non ha capito niente ed è
come il paiolo luccicante ma sfondato che dileggia il paiolo
fuliginoso ma sano: la quale però se non ci fosse lui la po-
lenta non si farebbe!».

Il bello, però, veniva dopo perché Peppone, esaurito il


preambolo, tirava giù di grosso. E, quando don Camillo andò
a inginocchiarsi davanti all'aitar maggiore, il Cristo gli do-
mandò se avesse letto quello che gli aveva risposto Peppone.
«Sì.»
«E hai resistito alla tentazione di replicare?»
«Sì.»
«E resisterai?»
Don Camillo allargò le braccia:
«L'avvenire è nelle mani di Dio» esclamò.
«Ma la brutta copia della tua replica è nella tua tasca de-
stra, don Camillo: e perciò l'avvenire, in questo caso, è nelle
tue mani.»
Don Camillo tolse di tasca il foglietto e lo incenerì alla
fiamma d'una candela.
«Stiamo avvicinandoci alle elezioni» osservò don Ca-
millo «e, secondo me, questa – politicamente – è una tattica
sbagliata.»
«Può anche darsi, don Camillo, ma non ti preoccupare
per le elezioni: io non entro in lista con nessuno né contro
nessuno. Io ho già vinto da un pezzo.»

Quando il furor polemico gli faceva perdere l'indirizzo


di casa, Peppone procedeva in ogni campo con la delicatezza
del carro armato pesante: perciò era logico che la replica fa-
mosa che incominciava col «Potiamo» fosse zeppa di spro-
positi. La gente si divertì un mondo e mezzo anche senza la
contro-replica di don Camillo e ciò fece invelenire Peppone
fino al midollo.
Provò a offrire in giro qualche sberla, qualcuna ne suo-
nò senza averla prima offerta: ma si rese rapidamente conto
che tutto questo non risolveva niente di niente, e le sue co-
gnizioni grammaticali rimanevano più che mai approssimati-
ve. Allora troncò la polemica sull'istruzione elementare e
prese ad accarezzare un ambizioso sogno.
Alfine arrivò a una importante decisione che tenne na-
scosta a tutti, anche ai più fidi.
Solo la moglie era al corrente del progetto favoloso di
Peppone e quando, ogni sera, Peppone saltava sulla moto e
partiva verso l'ignoto, la donna sospirava. E quando, verso la
mezzanotte, Peppone faceva ritorno, gli domandava con an-
sia:
«E allora?».
«È dura, ma la spunterò.»
La faccenda durò tre mesi e mezzo: fino alla sera in cui,
tornando dal suo misterioso viaggio, Peppone annunciò alla
moglie:
«Ci siamo: faccio il salto!».
«E se non riesci?»
«Debbo riuscire!»
«Pensa come goderebbero tutti quei maledetti se tu non
riuscissi. Non potresti fare il colpo in città? Nessuno là ti co-
nosce e, anche se andasse male, non succederebbe niente.»
Peppone scosse la zucca:
«No: se facessi il colpo fuori, qui subito parlerebbero di
trucco, di pastetta. Bisogna che ogni cosa si svolga qui, alla
luce del sole, nella più completa legalità. Domani presento la
domanda!».
«Cerca di non fare errori almeno nella domanda!» gli
raccomandò la donna.
«Sono già a posto» la rassicurò Peppone. «La domanda
l'ho già qui scritta a macchina: me l'hanno preparata là in cit-
tà.»
«È già qualcosa» si consolò la donna.

«Io sottoscritto Giuseppe Bottazzi» eccetera eccetera


«faccio rispettosa istanza a codesta on. Direzione Didattica
perché mi sia concesso di sostenere l'esame di quinta classe
elementare…»: la bomba scoppiò subito, e lo scoppio fu di
intensità atomica.
Lo Smilzo piombò a casa di Peppone con gli occhi fuori
dalle orbite:
«Capo! In giro tutti dicono che tu vuoi dare l'esame dì
quinta!».
«Ebbene, cosa c'è di straordinario?»
«Capo, la quinta è difficile!»
«Meglio. Bisogna vivere pericolosamente.»
«Capo, se ti bocciano sei finito!»
«Al Conservatorio hanno bocciato anche Verdi e Verdi
non è finito.»
Davanti a quella spavalda sicurezza lo Smilzo non seppe
più cosa dire. E allora Peppone, con estrema naturalezza, con
la elegante noncuranza del signore che butta via una cicca,
aggiunse:
«Se non ho il patema io, perché devi averlo tu, compa-
gno?».
Per lo Smilzo il patema fu il colpo di grazia. Se Peppone
sapeva anche il patema significava che era oramai dentro
fino agli occhi nella faccenda della cultura.
«Capo» balbettò «allora in questi tre mesi e mezzo tu
hai studiato! Chissà quanti quattrini ti è costata questa
storia!»
«E perché? Mi sono limitato a frequentare un corso ac-
celerato alla scuola serale in città. C'erano adulti e ragazzi:
avevo per vicino di banco un ragazzino di dodici anni. Si
chiama Mario Gibelli. Un robino grosso così. Mi verrà a tro-
vare qualche domenica.»
«Straordinario!» esclamò lo Smilzo. «Pare di essere in
un romanzo di quelli all'antica.»
«La realtà della vita è il romanzo più antico e moderno
del mondo!» sentenziò Peppone. «De Amicis e De Sica sono
neoveristi anche se De Amicis è nato in un altro secolo.»
Lo Smilzo si allontanò completamente rassicurato; Pep-
pone era diventato un intellettuale:
«Non ci sarebbe da meravigliarsi se scrivesse degli arti-
coli su Vie Nuove o su Rinascita» spiegò al Brusco, al Bigio
e agli altri dello stato maggiore. «Ci sarà gente che mastiche-
rà amaro parecchio.»
Uno che aveva già cominciato a masticare amarognolo
era don Camillo; don Camillo bruciava dalla voglia di parla-
re con Peppone, di sentire qualcosa d'inedito, di scandagliare
l'uomo: ma Peppone non gli era mai venuto a tiro. Si capiva
che lo sfuggiva deliberatamente e questo esasperava don Ca-
millo.
Ma un giorno, finalmente, riuscì a incocciarlo e non fu
un caso ma ciò accadde perché don Camillo andò a stanare
Peppone proprio nella sua officina.
Peppone lo accolse con signorile indifferenza.
«In che cosa posso esserle utile, reverendo?»
«Passavo di qui» rispose don Camillo. «Volevo sentire
come sta il signor sindaco.»
«Il signor sindaco non c'è: qui c'è soltanto il fabbro Giu-
seppe Bottazzi pronipote di quel fabbro Giuseppe Bottazzi
che, alcuni secoli fa, introdusse nel paese la razza dei Bottaz-
zi e fu poi decapitato per aver tolto il maltolto a un prete. Ne-
mesi storica!»
Don Camillo lo guardò sbalordito.
«Nemesi storica? In che senso?»
«Nel senso che, questa volta, forse finirà diversamente e
il fabbro Giuseppe Bottazzi farà la festa al prete, dopo aver-
gli tolto il maltolto.»
«Il maltolto? Ma se ho tanti quattrini come una lepre in
viaggio!»
«Non si parla di quattrini: voi avete carpito la fiducia di
tanta gente. Ve la toglieremo.»
La faccenda prendeva una piega spiacevole: ma don Ca-
millo voleva sapere e ingoiò il rospo.
«Sarà quel che sarà, signor sindaco. E l'esame? A quan-
do?»
«Quisquilie!» rispose Peppone. «Il vero esame, quello
importante, io lo do ogni giorno qui, su questa incudine, su
quella morsa. E, ogni giorno, sono promosso.»
Don Camillo se ne andò e davanti alla porta c'era la mo-
glie di Peppone.
«Siete venuto a invelenirlo?» gli disse aggressiva. «Vi
scotta, eh, il fatto di non poter più scrivere sui vostri fogli
che mio marito non ha la licenza elementare!»
«No» replicò don Camillo. «Comunque, è presto. Lo ve-
dremo alla prova!»
Don Camillo tornò a casa cupo.
«Gesù» esclamò rivolto al Cristo dell'aitar maggiore «in
verità Vi assicuro che quel disgraziato è tanto pieno di boria
da meritare d'essere bocciato in tutte le materie!»
«Non so, don Camillo: questo non è di mia competenza.
Lo dovranno stabilire gli esaminatori. Io non faccio parte
della commissione d'esame.»
«Dio è presente dappertutto» obiettò don Camillo. «E
sarà anche nell'aula scolastica dove quel villanzone dirà le
sue stupidaggini.»
«Certamente, don Camillo: Dio è dappertutto. È anche
qui e adesso ascolta le balordaggini tue.»
Don Camillo allargò le braccia desolato:
«Da un po' di tempo a questa parte non ne azzecco più
una buona!».
*

La faccenda dell'esame del sindaco Peppone preoccupò


la direzione didattica. Bisognava che tutto funzionasse alla
perfezione: nessuno doveva poter trovare un appiglio per in-
sinuare che (se l'esame fosse andato male) ciò era accaduto
perché l'esaminato era un capo comunista o che (se l'esame
fosse andato bene) ciò era accaduto perché l'esaminato era
sindaco e temibile capo comunista. Venne formata una com-
missione composta dallo stesso direttore didattico e da due
insegnanti: un uomo di media età e una rigida e attempata si-
gnora chiamati da altro Comune.
Peppone era sfavillante: non aveva alcun dubbio. Aveva
la matematica sicurezza di superare trionfalmente la prova.
E, quando ricevette l'avviso che fissava l'esame per l'indoma-
ni, esclamò:
«Era ora! Incominciavo ad annoiarmi!».
Andò a letto di eccellente umore quella sera. E, il matti-
no seguente, si levò dal letto d'umore ancor più eccellente.
Si mise l'abito della festa, riempì d'inchiostro la stilogra-
fica, provò il pennino su un pezzetto di carta e, alle otto, uscì
di casa.
«Ti accompagno fin davanti alla scuola!» disse la mo-
glie.
«Non facciamo stupidaggini!» le rispose Peppone.
«Il bambino vuol venire a tutti i costi!» insistè la donna.
«Non rendetemi ridicolo!» esclamò Peppone. «Non fa-
temi fare la figura dello scolaretto delle elementari! Quei
maledetti sono appostati dietro tutte le finestre!»
Peppone si avviò solo ma, quando fu arrivato davanti
alla scuola, la moglie e il ragazzino erano già lì ad aspettarlo,
nascosti dietro la siepe, rossi in viso perché avevano fatto
una gran corsa attraverso i campi. E allorché Peppone salì la
breve scaletta per entrare lo salutarono agitando la mano.
Peppone fece "ciao ciao" con la mano nascosta dietro le
spalle.
Fu ricevuto con perfetta, gelida cortesia dalla commis-
sione.
«Si accomodi» gli disse il direttore. «Ella sosterrà le
prove scritte di aritmetica e di comporre. Tenga presente che
il tempo a sua disposizione scade alle ore tredici.»
Gli misero davanti quattro fogli protocollo timbrati e fir-
mati: due per la brutta e due per la bella copia.
«Possiamo incominciare?» domandò il direttore quando
vide Peppone sistemato e con la penna in pugno.
«Prego» rispose Peppone.
«Allora scriva: "Problema. Una comune vasca di ce-
mento a forma di parallelepipedo avente la base di metri 1
per metri 1,50 è alimentata da due rubinetti. Il primo versa
litri 30 d'acqua ogni minuto primo, il secondo, versando 20
litri d'acqua al minuto secondo, è in grado di riempire in 30
minuti i 2/5 della vasca. Si chiede: quanto tempo occorre
per riempire la vasca tenendo aperti tutt'e due i rubinetti'?
Qual è l'altezza della vasca?".»
Peppone scrisse diligentemente e notò che, via via, la
mano gli tremava sempre di più.
"Ho fatto male a smartellare ieri sera" pensò. "Ho la
mano stanca."
Il direttore gli disse di cambiare foglio e la vecchia mae-
stra dettò: «Tema. Raccontate un fatto, recente o lontano,
che vi è rimasto particolarmente impresso».
Peppone scrisse a fatica perché la mano continuava a
tremargli sempre di più. Alla fine si passò il fazzoletto sulla
fronte gocciolante di sudore.
Guardò i due fogli. Rilesse il problema.
Parallelepipedo. Che diavoleria era un parallelepipedo?
Due minuti prima lo sapeva perfettamente, adesso non ne
aveva la più lontana idea.
Il rubinetto dei due quinti lo riempì di sgomento: cosa
significano i due quinti di un parallelepipedo? E l'altro rubi-
netto che intanto continuava a versare acqua?
Aveva la testa vuota. Rilesse il tema. Un fatto? Che fatti
gli erano successi? Cos'è un fatto? Come si racconta un
fatto?
Ripensò alle lezioni della scuola serale: cercò di ripesca-
re nella memoria espressioni udite in quei tre mesi e mezzo.
Neppure una parola. Pensò a sua moglie e al suo ragazzo che
l'avevano accompagnato, dietro la siepe, e sentì stringersi il
cuore.
Al tavolo in fondo alla stanza, erano seduti i tre esami-
natori: immobili e silenziosi come fossero di marmo.
Si asciugò ancora il sudore della fronte.
L'orologio del campanile suonò le dieci.
Era una cosa spaventosa: guardò fuori dalla finestra per
sincerarsi di non avere udito male. L'orologio del campanile
segnava le dieci. E le dieci segnava l'orologio dell'aula.
Aveva appena finito di scrivere e già era passata un'ora
e mezzo!
E i due maledetti rubinetti continuavano a versare acqua
nello stramaledetto parallelepipedo.

Arrivò in canonica la vecchia bidella con le notizie.


«Reverendo, l'ho visto io coi miei occhi! È un'ora e
mezzo che sta guardando i fogli bianchi e suda. Suda come
se avesse la febbre a quaranta. Non ha ancora scritto una sola
parola!»
Don Camillo ascoltò soddisfatto la relazione.
«Ecco dove va a finire la boria!» esclamò.
«Pare uno scolaretto di otto anni!» raccontò la vecchia.
«È venuto da solo per la strada, però s'è fatto accompagnare
da sua moglie e dal suo ragazzo. La donna e il ragazzo cam-
minavano dietro la siepe. Poi si sono salutati quando lui è en-
trato. Gli hanno fatto "ciao ciao" con la manina, povero coc-
co!»
La bidella se ne andò dicendo che sarebbe ritornata fra
poco.
Riapparve alle undici ancora più agitata.
«Siamo allo stesso punto» ansimò. «Continua a sudare e
a guardare i fogli. Fra due ore scade il termine. Sua moglie e
suo figlio sono sempre lì, dietro la siepe. Lei ha già mangiato
un fazzoletto! Reverendo: mi piacerebbe se lo vedeste, quel
bullo, a cosa è ridotto!»
Don Camillo pensò che aveva il sacrosanto diritto di ve-
dere il bullo umiliato.

Undici e mezzo: suonarono i due tocchi al campanile e


Peppone pensò che gli rimanevano soltanto un'ora e mezzo.
In quel momento la bidella venne a chiamare il direttore.
Il direttore uscì nel corridoio e si trovò davanti a don
Camillo.
«Mi scusi» disse don Camillo «ma anche se gioca allo
scolaretto, il sindaco è sempre il sindaco e c'è qui una disgra-
ziata che probabilmente muore se il sindaco non mette il nul-
la osta per l'immediato ricovero all'ospedale della città.»
Don Camillo porse al direttore un foglio protocollo:
«Mi faccia la carità: glielo consegni lei».
«Ciò non è regolare» balbettò il direttore.
«D'accordo, direttore, però è ancora meno regolare il
fatto che, per salvare la regolarità di un esame di quinta, una
povera donna ci rimetta la vita. E poi non credo che ciò con-
fonderà le idee allo scolaretto…»
Il direttore si strinse nelle spalle:
«Reverendo» gli disse sottovoce «le assicuro che è una
cosa impressionante. Non ha fatto che sudare. Come esame
di sudore è straordinario!».
Don Camillo sorrise:
«Tutti così questi scolaretti: fuori fanno gli spavaldi e
poi in classe…».
Il direttore prese il foglio e si avviò per rientrare. Poi
cambiò idea:
«Glielo mando qui così lei gli consegna personalmente
il foglio. Magari lascio aperta la porta, intanto».
Don Camillo vide lo sfacelo di Peppone e attese a piè
fermo.
Peppone, quando il direttore gli ebbe spiegato di che
cosa si trattava, si levò lentamente e uscì nel corridoio.
«Mi scusi signor sindaco» gli spiegò don Camillo «ma
la cosa è eccezionalmente urgente.»
Peppone prese il foglio e lesse: «La sottoscritta Pateri
Angiolina, vedova e senza alcun sostentamento, fa presente
quanto segue…».
«Le ho già detto che non posso fare niente per la Pateri»
rispose Peppone restituendo il foglio a don Camillo. «Questo
esposto l'ho già avuto tra le mani quindici giorni fa.»
«Quindici giorni fa la cosa era diversa!» replicò con vi-
vacità don Camillo. «Abbia la cortesia di leggere qui: questo
è il parere del medico condotto avallato da firma autentica e
da timbro!»
Il direttore intervenne:
«Signor sindaco, è logico che, trattandosi di cosa vera-
mente eccezionale, il tempo che lei ora impiega per interes-
sarsi di questa povera donna le sarà aggiunto: la commissio-
ne ha verbalizzato l'ora precisa in cui lei è stato chiamato
fuori dall'aula».
«Grazie» disse don Camillo. «Non vorrei avere in co-
scienza il mancato perfezionamento di qualche capolavoro
letterario o di qualche ardita esercitazione aritmetica.»
Peppone strinse i denti e guardò con odio don Camillo.
«Prego, signor sindaco, si affretti.»
Peppone riaprì il foglio, cercò nell'altra pagina il bollo e
la dichiarazione del dottore e lesse: «Il sottoscritto attesta
che la Pateri Angiolina è in condizioni disperate e deve es-
sere ricoverata immediatamente per l'intervento chirurgico,
tu vai al gabinetto fra una decina di minuti».
Peppone rilesse le ultime righe temendo di aver capito
male. Ma effettivamente c'era scritto così. Allora guardò don
Camillo e domandò:
«E perché?».
«Se lo dice il medico significa che si deve fare così» re-
plicò don Camillo. «Firmi, per favore.»
Peppone firmò e restituì il foglio rientrando nell'aula.
Quando si sedette la commissione prese nota dell'ora precisa.
Don Camillo ringraziò il direttore poi sottovoce, gli dis-
se:
«Pare un po' scemo però non lo è. È una intelligenza vi-
vace ma a scoppio ritardato».
«Molto ritardato, reverendo!» ridacchiò discretamente il
direttore.
Passò qualche tempo senza che niente di nuovo accades-
se: poi, d'un tratto, Peppone alzò la mano destra e mostrò
l'indice e il medio.
«Si accomodi pure» gli disse il direttore. «Se vuol fuma-
re una sigaretta lo faccia: noi le sconteremo anche questi mi-
nuti.»
Peppone marciò con passo malfermo verso i gabinetti
che erano in fondo al lunghissimo androne. Il corridoietto, ai
lati del quale si aprivano i camerini, dava con una finestra su
un orto incolto dalla parte dei campi.
«Pss!»
Peppone incollò il viso all'inferriata. Sotto la finestra
c'era un mucchio di paglia e sterpaglia e il sibilo veniva pro-
prio di lì.
«Spicciati disgraziato! Accendi il sigaro e fai finta di
niente! Presto, il problema!»
Peppone incominciò a fumare e a parlare, fra sbuffo e
sbuffo, con un angolo della bocca.
«Parallelepipedo, vasca, metri uno per uno e mezzo.»
«Dove?» s'informò sommessamente il mucchio di ster-
paglia.
«Base. Due rubinetti. Uno trenta litri al minuto. Altro 20
al secondo però in 30 minuti riempie due quinti vasca.»
«Cosa si vuol sapere?»
«Quanti minuti riempire con tutt'e due i rubinetti. Quan-
to altezza parallelepipedo.»
«Asino!» rispose il mucchio di sterpaglie. «Problema da
ragazzino.»
Poi gli spiegò rapidamente la faccenda e concluse:
«Capito?».
«No. Però adesso che lo so ci penserò.»
«Fila!»
Peppone ebbe un sussulto:
«Il tema!».
«Com'è?»
«Raccontate fatto lontano o vicino che vi è rimasto
maggiormente impresso.»
«Arrangiati! Cosa ne so io dei fatti tuoi?»
«Non mi ricordo più niente di quel che mi è successo.
Cosa racconto?»
Il mucchio di sterpaglia gli consigliò un argomento e
Peppone rientrò in aula.
Rimase a pensare intensamente su quel che gli aveva
detto il mucchio di sterpaglia e, trovato il bandolo della ma-
tassa, incominciò a ragionare per iscritto il problema. Poi si
buttò sul tema e prese a raccontare il fatto consigliatogli dal
mucchio di sterpaglia. Sudava come prima ma adesso era un
altro sudare. E la mano gli tremava ancora, ma era un altro
tremito.
La voce del direttore lo riscosse:
«La avverto che, pure abbuonandole dieci minuti per la
prima interruzione e dieci per la seconda, lei ha ancora a sua
disposizione venti minuti soltanto».
Lo sgomento riprese Peppone: venti minuti per mettere
in bella copia tema e problema? Si guardò attorno come per
cercare un aiuto e il suo occhio cadde sull'orologio del cam-
panile.
«Non è ancora l'una» esclamò. «Mancano quasi venti
minuti!»
La commissione notò che l'orologio dell'aula segnava
invece l'una.
«Mi scusino» disse Peppone con energia «ma io sono
entrato con quello e sarebbe giusto che uscissi con quello.»
«Perfettamente» approvò il direttore che cercava soprat-
tutto di non avere grane.
Peppone ricopiò il problema poi si buttò sul componi-
mento e, quando l'orologio del campanile segnò le tredici e
diciotto minuti, consegnò tutto.
Don Camillo, col binocolo, era di vedetta nella cella
campanaria e appena vide apparire sulla scaletta della scuola
Peppone andò al piano di sotto a rimettere in sesto la mac-
china dell'orologio.
«Adesso cerca di ricuperare piano piano i venti minuti
che ti ho fatto perdere» disse don Camillo alla macchina del-
l'orologio.
Tornò su a esplorare col binocolo e vide Peppone saltare
la siepe e avviarsi verso casa per i campi assieme a sua mo-
glie e al suo ragazzo.
«Porca famiglia di disgraziati!» borbottò don Camillo.
«Vi voglio vedere domani, agli orali, se trovate un disonesto
che vi aiuta a farla franca come oggi!»
Ma l'indomani Peppone se la cavò benissimo da solo e,
alla fine, la vecchia e arcigna commissaria non potè fare a
meno di dirgli:
«Permetta che io mi compiaccia: ella, oltre a essere per-
fettamente preparato, ha dimostrato col suo componimento
di possedere un animo di straordinaria gentilezza e sensibili-
tà».
Direttore e commissario si dichiararono solidali con la
collega.
E Peppone uscì trionfante e, questa volta, tornò ancora a
casa con la moglie e il ragazzino, ma non attraverso i campi.
Per la strada, con aria solenne e altera.
Ma quando vide, sul sagrato, don Camillo seduto sulla
solita panchina a fumare il mezzo toscano, si staccò un mo-
mentino dai suoi e marciò deciso verso don Camillo.
«Promosso lo scolaretto?» si informò don Camillo.
«Promosso» rispose cupo Peppone. «Però voi siete stato
il solito vigliacco a propormi come argomento del tema la
descrizione del giorno della mia Prima Comunione! Avete
approfittato di un uomo indifeso.»
«Certo è un bel guaio» riconobbe don Camillo «perché,
quando verrà Stalin, quel componimento salterà fuori e andrà
nella tua scheda e tu sarai finito per sempre. La febbre della
cultura ti ha rovinato, compagno sindaco.»

Passando davanti all'aitar maggiore, don Camillo fu


bloccato dalla voce del Cristo:
«Dove sei stato, ieri mattina, don Camillo, che non t'ho
visto per tanto tempo?».
«Gesù» gemette don Camillo «Vi prego, soprassediamo
per il momento. Poi faremo tutto un conto e quel che ci sarà
da pagare pagherò.»
Il Cristo sospirò:
«Sei vergognosamente fortunato, don Camillo: poi ve-
drai che, anche allora, troverai Chi, invece di farti pagare, ti
farà ancora credito».
«Rimetti a noi i nostri debiti siccome noi li rimettiamo
ai nostri debitori» disse don Camillo allargando le braccia.
Poi gli venne in mente la moglie di Peppone e il ragazzino
che avevano aspettato lo scolaretto nascosti dietro la siepe e
affermò deciso:
«Gesù, io l'ho fatto per loro due!».
«Per loro tre» rettificò il Cristo con dolcezza.
«Be', uno più, uno meno, in fondo è la stessa cosa» con-
cluse don Camillo.
169 DUE COMIZI

«Gesù» disse don Camillo «oggi è la nostra grande gior-


nata!»
Il Cristo parve stupito.
«E perché, don Camillo?»
«Gesù, c'è scritto a caratteri grossi così sui manifesti ap-
piccicati a tutti i muri del paese e dei paesi vicini. Oggi in
piazza parlerà l'onorevole Betiò.»
«E chi sarebbe questo Betiò?»
«Gesù» esclamò don Camillo «ma è uno degli esponenti
più importanti del nostro partito.»
Il Cristo parve ancor più stupito:
«Noi siamo iscritti a un partito? E da quando?»
Don Camillo scosse il capo sorridendo:
«Gesù, non mi sono espresso bene. Dicevo "nostro par-
tito" per indicare il partito che ci sostiene».
Il Cristo sospirò:
«È triste, don Camillo! Avere un partito che ci aiuta nel
difficile compito di tener in ordine l'universo, e non saperlo
neppure! Non abbiamo più l'onniscienza di un tempo, don
Camillo. Dio invecchia…».
Don Camillo abbassò il capo pieno d'umiliazione.
«Gesù, la mia lingua ha travisato il mio pensiero: par-
lando di "nostro partito" era mia intenzione indicare il partito
che riunisce tutti i buoni cristiani, quelli che si stringono at-
torno alla Chiesa per difenderla da chi la insidia e la vorreb-
be distruggere per far trionfare l'Anticristo! Questi buoni cri-
stiani non hanno certamente la presunzione di aiutare Dio a
governare l'universo!»
Il Cristo sorrise:
«Non ti angustiare, don Camillo: io leggo nel tuo cuore
come in un libro aperto e non ti giudico dalle tue parole.
Dimmi piuttosto: questo partito che raccoglie i buoni cristia-
ni è molto importante? Quante anime raccoglie?».
Don Camillo rispose che il partito era assai importante e
diede il numero approssimativo degli iscritti.
«Ohimè» sospirò il Cristo «i buoni cristiani sono ben
pochi a confronto dei cattivi!»
Don Camillo spiegò che, oltre agli iscritti, esistevano i
simpatizzanti.
«Sempre terribilmente pochi» esclamò il Cristo. «Gli
onesti, i giusti, sono una sparuta minoranza al confronto dei
disonesti, dei non giusti che appartengono agli altri partiti o
che simpatizzano per gli altri partiti! Tristissima notizia tu
mi dai, don Camillo! Io mi illudevo che i giusti e gli onesti
fossero assai di più. Comunque consoliamoci; l'idea di rag-
gruppare tutti i buoni cristiani in una unica organizzazione
facilita molto il nostro compito: gli iscritti al partito dei giu-
sti li manderemo in Paradiso, i simpatizzanti al Purgatorio e
tutti gli altri li manderemo all'Inferno. Dovresti farmi avere
la nota precisa.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Gesù» mormorò tristemente «ho detto troppe scioc-
chezze: punitemi!».
«No» rispose con dolcezza il Cristo «io non bado alle
parole ma alle intenzioni. La tua lingua ti ha tradito, il tuo
cuore no. Sorveglia la tua lingua, don Camillo, talvolta essa
ti porta fuori strada.»
Don Camillo rasserenato ringraziò il Cristo e andò in
giro per il paese. Ogni cosa si svolgeva con piena regolarità:
le autocorriere continuavano a portar gente da ogni parte e la
grande piazza andava rapidamente gremendosi.
«Tutto il merito è della eccellente organizzazione!» dis-
se qualcuno alle spalle di don Camillo.
Don Camillo si volse e trovò quel che sapeva di trovare:
Peppone con lo Smilzo, il Brusco e gli altri tre o quattro del-
lo stato maggiore.
«Parlava con me il signor sindaco?» si informò don Ca-
millo.
«No, reverendo» rispose sorridendo Peppone «parlavo
con lo Smilzo. Gli stavo dicendo che il merito della riuscita
dell'adunata va tutto alla eccellente organizzazione del servi-
zio postale. Senza un buon servizio postale, le cartoline rosa
non danno nessun frutto.»
Don Camillo tolse il mezzo toscano di bocca e scosse
col mignolo la cenere.
«Creda, signor sindaco» rispose con aria assai cordiale
«il perfetto funzionamento del servizio postale non è tutto.
Perché si dà il caso spesso di organizzazioni che, pur invian-
do migliaia di cartoline rosa regolarmente recapitate, non rie-
scano a racimolare più di duecentoventisette persone.»
Peppone strinse i denti: l'ultima adunata, quella per la
festa della pace, si era risolta in un completo fallimento per-
ché gli intervenuti eran stati esattamente duecentoventisette.
«Non sono d'accordo con lei, reverendo» ribatté Peppo-
ne «nel particolare della sproporzione fra gli inviti e gli inter-
venuti. Gli intervenuti si possono contare, ma come si fa a
sapere quante persone sono state invitate?»
Don Camillo frugò nella sua tonaca e cavò fuori un li-
briccino di note.
«È facile» disse «basta guardare qui: duemilanovecento-
cinquantasette.»
Peppone si volse al suo stato maggiore:
«Ecco» gridò indignato «ecco come viene tutelato il se-
greto epistolare!».
«Grazie per la conferma che il numero è esatto» disse
don Camillo.
«Esatto un corno!» urlò Peppone. «Non erano duemila-
novecentocinquantasette! Ne abbiamo spedite duecentotren-
ta!»
Don Camillo ripose il libretto.
«Meglio così: ciò significa che il segreto epistolare non
è stato tradito e che l'informazione anonima arrivatami è
frutto di pura fantasia. In quanto a noi, comunque, non ab-
biamo niente da nascondere. Niente di segreto: gli inviti dira-
mati sono esattamente duemilaquattrocentosette.»
«Seimilanovecentoquarantatré!» urlò Peppone.
Don Camillo lo guardò con aria preoccupata:
«Signor sindaco, qui i casi sono due: o il segreto episto-
lare è stato tradito, oppure lei racconta una bugia».
Peppone diventò pallido: c'era cascato come un ragazzi-
no.
«Ho sentito dire in giro una cifra di questo genere» bor-
bottò «e mi sono limitato a riferirla.»
«Me l'immaginavo!» si rallegrò don Camillo. «Sono sta-
ti diramati infatti duemilaquattrocentosette inviti, come le di-
cevo poco fa. E creda pure che è una soddisfazione grossa
vedere che gli intervenuti sono già circa il triplo delle perso-
ne convocate. E non è ancora finita!»
Peppone si volse bruscamente per andarsene; don Ca-
millo lo richiamò e gli mostrò un foglietto ciclostilato:
«Mi è capitato per caso tra le mani» gli spiegò don Ca-
millo. «È una copia della circolare inviata per la manifesta-
zione d'oggi. Visto che il suo tipo di circolare non funziona
più, se vuole gliela lascio copiare… Io credo che il segreto
sia nella intestazione: se invece di Partito comunista, ci met-
tesse quest'altra intestazione sono sicuro che lei avrebbe dei
risultati assai migliori.»
Peppone lo lasciò parlare senza aprir bocca. La bocca
l'aprì quando don Camillo gli mise sotto il naso il foglietto: e
l'aprì per strappare con una morsicata rabbiosa un lembo del
foglio.
«Farò un esposto al Comune!» esclamò indignato don
Camillo. «Non è ammesso che si lasci girare un sindaco sen-
za museruola.»
«Non è ancora nato il tipo capace di mettermi la muse-
ruola!» ruggì Peppone.
«Guarda meglio nei registri dello stato civile» ribatté
don Camillo: «è nato nel tuo stesso anno e si chiama Camil-
lo.»
Lo stato maggiore agguantò Peppone e lo trascinò via.

La piazza era zeppa come un uovo e, quando l'onorevole


apparve sulla tribuna, fu accolto da un applauso che pareva
un temporale.
Incominciò a parlare della situazione politica in genera-
le, poi passò a precisare la posizione dei vari partiti. Arrivato
a parlare del partito monarchico, diventò veemente e gridò:
«In quanto ai savoiardi, in quanto a coloro che vorreb-
bero turbare l'ordine democratico instaurato dalla repubblica
per imporci ancora la monarchia che già tradì il popolo, sap-
piano che il popolo…».
Ma dovette interrompersi perché, proprio in quel mo-
mento, incominciarono a piovere giù dal cielo le saltellanti
note della Marcia reale.
L'oratore incominciò a urlare contro la provocazione e i
provocatori, ma la musica continuava imperterrita.
La massa, inviperita, prese a rumoreggiare. Qualcuno
attaccò Fratelli d'Italia, altri si misero a cantare in coro l'in-
no del partito, e ne saltò fuori un putiferio maledetto, che
rendeva difficile l'identificazione della finestra dalla quale
proveniva la provocazione.
Si trattava d'una finestra al terzo piano della casa alla
quale era appoggiata proprio la tribuna dell'oratore: una vera
pugnalata alle spalle della repubblica, come la definì l'onore-
vole Betiò, intransigente repubblicano.
Identificata la finestra, il maresciallo dei carabinieri cor-
se su per le scale alla ricerca della porta corrispondente. La
trovò, ma era talmente solida e talmente chiusa che, dopo
aver tentato invano di indurre l'inquilino incriminato ad apri-
re, risolse di mandar a chiamare un fabbro.
Si volse e il fabbro era lì pronto, perché Peppone, supe-
rato in qualità di sindaco facilmente lo sbarramento che il
maresciallo aveva posto davanti al portone della casa per im-
pedire che la giustizia popolare si sostituisse alla giustizia
dello Stato, era salito assieme allo Smilzo.
«Per favore» gli gridò eccitato il maresciallo «mi apra
quella porta!»
«Come sindaco o come fabbro?» si informò Peppone.
«Come fabbro.»
Mentre il dannato che stava al riparo di quella formida-
bile porta blindata continuava imperterrito a far girare sul ra-
diogrammofono il disco della Marcia reale, lo Smilzo partì
verso l'officina di Peppone per prendere gli arnesi adatti.
Ci mise un sacco di tempo per via della gente che gre-
miva la piazza. Ma, finalmente, ritornò.
Peppone si tolse la giacca e si appressò alla porta e ri-
mase lì davanti a gingillarsi con gli arnesi portatigli dallo
Smilzo.
«Perché non comincia?» gridò il maresciallo.
«Il fabbro sta discutendo col sindaco» spiegò Peppone.
«Non riescono a mettersi d'accordo.»
«Signor sindaco» rispose a denti stretti il maresciallo
«dica al fabbro che, se non si spiccia, avrà delle grane col
maresciallo.»
Peppone si mise all'opera e si diede a scardinare la por-
ta, mentre il radiogrammofono continuava imperterrito a
suonare il disco della provocazione.
Finalmente la formidabile porta fu divelta e il marescial-
lo potè entrare. Quando però si trovò alla presenza del ribel-
le, la rabbia che fino a quel momento gli aveva rosicchiato il
fegato divenne una irritazione costretta nei limiti precisi del-
la legalità. Perché, visto così da vicino, il signor Mavelli di
anni ottanta, colonnello in pensione, non aveva proprio nien-
te del bandito convenzionale.
«Fermi la macchina, mi consegni quel disco e venga con
me!» ordinò il maresciallo.
Il vecchio Mavelli fermò la macchina e, toltone il disco,
lo spezzò sul ginocchio come fosse una spada.
Poi consegnò il disco spezzato al maresciallo e con voce
fiera e imperiosa da colonnello in servizio permanente effet-
tivo disse:
«Maresciallo, fate il vostro dovere».
Il povero maresciallo, davanti a quella inaspettata riesu-
mazione dei fasti del Risorgimento, si impappinò e credette
che il suo dovere fosse quello di scattare sull'attenti.
Sbagliò, ma fino a un certo punto.
Comunque si riprese e disse al vecchio Mavelli di rima-
ner piantonato lì a disposizione della giustizia.
Peppone, prima di scendere, ebbe modo di comunicare
al ribelle:
«Come sindaco ho ordinato al fabbro di buttarvi giù la
porta per evitargli grane col maresciallo. Come fabbro ordi-
nerò al sindaco di farvi accomodare la porta dal fabbro».

Don Camillo era indignato:


«Gesù» disse al Cristo dell'aitar maggiore «ecco una
magnifica manifestazione rovinata da un vecchio imbecille.
Io non riesco a capire: come gli è venuta in mente la pagliac-
ciata di suonare il disco per fare il contraddittorio?».
«Non saprei» rispose il Cristo. «Che gli abbia suggerito
l'idea quel tizio che, per fare il contraddittorio a Peppone, gli
ha suonato l'anno scorso il disco del Piave? O quell'altro ti-
zio che, per dar sulla voce al commissario rosso venuto dalla
città a tenere un comizio, si è messo a suonare le campane?»
Don Camillo si inchinò e poi si avviò verso la sagrestia.
«Chi semina vento raccoglie tempesta» lo ammonì il Cristo.

Era logico che Peppone si prendesse la rivincita e studiò


il sistema di prendere due piccioni con una fava. Preparò un
grandioso comizio e volle che, come oratore, venisse desi-
gnato lo stesso che era venuto a parlare per la vittoria ripor-
tata dai «rossi» nelle amministrative e che don Camillo ave-
va zittito suonando le campane.
«Voglio un'adunata storica!» ordinò Peppone. «Voglio
schiacciarli! Polverizzarli!»
Lavorò per un mese intero e, finalmente, arrivò il gran
giorno. Il discorso era fissato per le quattro del pomeriggio,
ma, alle tre, già la piazza rigurgitava.
Alle tre e mezzo don Camillo entrò in agitazione e co-
minciò a camminare nervosamente in su e in giù per la chie-
sa deserta. Finalmente si fermò davanti all'altare:
«Gesù» disse «non potrei andare un momentino alla fi-
nestra per dare un'occhiata?».
«Certamente» rispose il Cristo. «Ma che io ne sappia,
eccettuato il rosone sopra il portale d'ingresso della chiesa, tu
non hai finestre che guardino in piazza.»
«In verità» precisò don Camillo «una finestra ci sareb-
be. Ma bisognerebbe salire fin sopra il campanile.»
«Non credo sia il caso» affermò il Cristo. «Anche per-
ché lassù soffia un'arietta molto fresca.»
«Per questo sono ben coperto» lo rassicurò don Camillo.
«Capisco, don Camillo: ma mi dispiacerebbe che succe-
desse come l'altra volta e che ti venisse voglia di metterti a
suonare le campane proprio mentre l'oratore parla.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Errare humanum est, diabolicum perseverare!».
«Speriamo che tu non te lo dimentichi lungo le scale.»
«Ho buona memoria» disse don Camillo.
Don Camillo arrivò ansimante in cima al campanile e,
quando fu lassù, era logico che si facesse vento col suo gran-
de fazzoletto bianco.
Ed era logico che, quando Peppone, dalla tribuna, vide
sventolare quel fazzoletto, diventasse smorto.
«È appostato lassù come l'altra volta!» gli disse l'oratore
venuto dalla città. «Voglio sperare che avrai predisposto le
cose in modo che la porcheria delle campane non si ripeta.»
Peppone gli parlò sottovoce nell'orecchio:
«Stai tranquillo, compagno: nel penultimo ripiano della
torre, sotto la cella campanaria, sono nascosti da ieri sera due
ragazzi in gambissima. Se incomincia con la solita solfa, non
credo che la cosa durerà molto».
Tutti, nella piazza, s'erano accorti che don Camillo stava
sul campanile e la massa era piena di nervosismo.
All'ora convenuta, Peppone prese la parola e diede il
benvenuto al compagno inviato dalla federazione. Si impap-
pinò perché la presenza di don Camillo lassù gli dava un fa-
stidio tremendo.
Quando passò il microfono all'oratore, sudava.
«Compagni!» disse l'oratore. «È la seconda volta che io
mi presento a voi su questa tribuna e per la seconda volta io
vedo i corvi della reazione appollaiati nei loro aerei nidi,
pronti a rattristare il cielo azzurro col battere delle loro lugu-
bri ali nere!…»
Peppone guardò in su. Ma il corvo della reazione era
sempre là tranquillo e continuava a farsi vento col suo enor-
me fazzoletto bianco.
«Compagni» continuò l'oratore imbaldanzito dal silen-
zio dell'avversario «oggi il cielo di ogni paese è solcato da
neri corvi e difficile è la vita per la candida colomba della
pace…»
Tutti guardarono in su ma non videro né corvi né co-
lombe. Videro invece un aeroplano che scendeva volteggian-
do e, arrivato a bassissima quota, sorvolava la piazza sgan-
ciando sulla gente dei piccoli paracadute che si aprivano e
scendevano volteggiando.
Ci fu un po' d'agitazione perché ognuno voleva agguan-
tare quegli arnesi piovuti dal cielo. E l'agitazione crebbe
quando ci si accorse che al paracadute erano agganciati sala-
mi, scatole di frutta sciroppata e di carne, cioccolata, sigaret-
te.
Era tutta roba americana (eccettuati i salami e le sigaret-
te) e l'oratore incominciò a spiegare il significato offensivo e
provocatorio del lancio compiuto dall'aereo, ma dovette in-
terrompersi perché l'aereo era già di ritorno.
Il secondo lancio ebbe ancora più successo del primo e
la confusione fu grande. E crebbe quando l'aereo, compiuta
una elegante virata, passò per la terza volta sulla piazza.
Stavolta non calcolò bene il tempo e l'ottanta per cento
della roba cadde nella strada che dalla piazza portava verso i
campi. La gente si incanalò nella strada e l'aereo, ritornato
indietro, ripetè il lancio che cadde tutto sulla strada e uscì fin
fuori dal paese.
La manovra si ripetè e il senso era chiaro: portar la gen-
te fuori dalla piazza.
Manovra che riuscì alla perfezione perché, a un bel mo-
mento, sulla piazza si trovarono soltanto: la tribuna con a
bordo Peppone e l'oratore della federazione.
E deserti erano i portici, e deserte le case perché gli ae-
rei della cuccagna (infatti risultarono due) avevano stanato
fuori dalle case tutta la gente spingendola a corsa pazza attra-
verso i campi.
Peppone schiumava rabbia: quando ritrovò l'uso della
parola, si volse verso l'alto del campanile e, mostrando il pu-
gno a don Camillo che placidamente si godeva lo spettacolo,
si appressò il microfono alla bocca e urlò:
«Questo è banditismo politico! Venite giù se avete il co-
raggio, cornacchione maledetto!».
Don Camillo, più che scendere, volò giù e, pochi istanti
dopo, era in piazza piantato a gambe larghe davanti alla tri-
buna.
«Adesso vieni giù tu, se hai il coraggio» gridò don Ca-
millo a Peppone.
Ma l'oratore della federazione gli si era aggrappato e
non lo mollava:
«Non scendere, compagno! È un provocatore! Lo fa per
mettere nei guai il Partito! Ti ordino di non scendere».
Peppone digrignò i denti.
«Venite su voi se avete il coraggio!» gridò mentre inva-
no il compagno cercava di chiudergli la bocca.
Don Camillo si rimboccò le maniche e salì sulla tribuna.
Oramai erano fuori dalla grazia di Dio tutt'e due e si
scagliarono l'uno contro l'altro invano trattenuti dall'oratore
della federazione che si era messo in mezzo.
Il primo cazzotto lo sparò Peppone e colpì l'oratore sul
versante sinistro della zucca.
Don Camillo fulmineo rispose fulminando l'oratore sul
versante destro della zucca.
Il disgraziato piombò giù come uno straccio e si afflo-
sciò sul pavimento del palco.
Peppone e don Camillo si guardarono sbalorditi in fac-
cia.
Poi don Camillo allargò le braccia e sospirò:
«Cosa vuoi farci: quello, tutte le volte che viene qui, è
destinato a prendere una suonata».
Don Camillo ritornò lentamente alla base e cercò di
sgattaiolare davanti all'altare, ma il Cristo lo richiamò:
«Don Camillo, dove vai?».
«Gesù» rispose don Camillo «a mezzogiorno non ho
toccato cibo e adesso ho una fame da lupo: vado a letto senza
cena. Così non riuscirò a chiudere occhio e avrò tempo e
modo di ripensare alla stupidaggine che ho commesso.»
170 MARTELLI

L' aria si andava scaldando sempre di più perché le va-


canze politiche erano finite e i «rossi» avevano ricominciato
con la polemica aggressiva, ma don Camillo si manteneva
quanto mai sereno e tranquillo.
Però, il giorno in cui lesse sul giornale murale della
Casa del Popolo il commento che Peppone aveva fatto all'ul-
timo discorso del Papa, don Camillo perdette la calma e, dal
pulpito, disse liberamente tutto quello che pensava di Peppo-
ne e della sua banda di scatenati.
In verità, non doveva pensarne troppo bene perché Pep-
pone, appena gli ebbero riferito il sermone di don Camillo,
balzò fuori dalla Casa del Popolo e marciò sulla canonica col
fermo e preciso intento di «far fuori una buona volta quel
maledetto prete».
Ma in canonica non trovò nessun prete da far fuori per
la semplice ragione che don Camillo se ne stava in chiesa,
sullo stesso pulpito dal quale poco prima aveva tuonato con-
tro i senzadio, e, armato di un grosso martello e d'uno scal-
pello, si dava da fare per praticare un buco nella colonna di
pietra cui era appoggiato il pergamo.
Durante il suo veemente sermone don Camillo s'era agi-
tato parecchio e aveva avvertito più d'una volta nel vecchio
legno del pergamo degli scricchiolii preoccupanti: così, ades-
so, s'arrabattava a scavare la sede per una solida zanca di fer-
ro che, murata nella colonna e poi avvitata al parapetto del
pulpito, avrebbe eliminato il pericolo di un crollo.
Peppone bussò furiosamente alla porta della canonica e,
non ottenendo alcuna risposta, stava per tornarsene alla base,
ma lo smartellamento che veniva dalla chiesa gli fece mutar
parere.
La porta della chiesa era chiusa, chiusa era la porticina
del campanile. Però la finestrella della cappelletta di San-
t'Antonio Abate era aperta: Peppone, girando attorno alla
chiesa, se ne accorse e, tirata su una piletta di mattoni e sassi,
andò a curiosare a quella finestrella.
Il pulpito era dall'altra parte della navata centrale, pro-
prio di faccia alla cappelletta di Sant'Antonio Abate, e Pep-
pone vide subito chi fosse lo smartellatore notturno e l'ira gli
tornò ancor più rabbiosa di prima.
«Reverendo, state tirando giù la chiesa?»
Don Camillo si volse di scatto e, aiutato dalla luce del
cero che ardeva davanti all'immagine di Sant'Antonio Abate,
riconobbe Peppone.
«Io no: qualcun altro tenta di tirar giù la Chiesa» rispose
don Camillo. «Però non c'è niente da fare. Costruzione soli-
da.»
«Non fidatevi troppo» ammonì Peppone, «Solida che
sia, non riuscirà mai a coprire le spalle dei disonesti che vi si
nascondono per insultare i galantuomini.»
«Giustissimo» replicò don Camillo. «Niente salverà il
disonesto che insulta il galantuomo, però qui dentro non ci
sono disonesti.»
«Ci siete voi!» gridò Peppone. «E valete per cento diso-
nesti!»
Don Camillo strinse i denti e resistette. Ma l'altro, ora-
mai, era lanciato ed esagerò.
«Voi, pretaccio falso e vigliacco!» urlò Peppone.
Allora don Camillo perdette il controllo, e trovandosi tra
le mani il grosso martello, lo scagliò contro la finestrella.
La mira era terribilmente esatta ma Dio volle che un
colpo di vento facesse oscillare una lampada portandola a in-
terferire nella traiettoria del proiettile. Il martello frantumò la
lampada e, deviando, andò a spegnere la sua furia omicida
contro il muro della cappelletta di Sant'Antonio, a venti cen-
timetri dallo spigolo destro della finestrella.
Peppone scomparve e don Camillo rimase sul pergamo,
immobile, coi denti stretti e tutti i nervi tesi.
Poi si riscosse e scese andandosi a confidare col Cristo
dell'aitar maggiore.
«Gesù» disse ansimando «avete visto! Mi ha provocato,
mi ha insultato. La colpa non è mia.»
Il Cristo non rispose.
«Gesù» disse ancora don Camillo «egli mi ha ingiuriato
qui, in chiesa…»
Ma il Cristo rimase muto.
Don Camillo si alzò e prese a camminare pieno d'agita-
zione in su e in giù. E ogni tanto si volgeva sgomento perché
sentiva due occhi fissarlo. Andò a controllare la porta grande
della chiesa e la porticina del campanile: erano chiuse col ca-
tenaccio. Guardò dappertutto, dentro i confessionali, dietro le
colonne.
Non trovò niente di niente: ma don Camillo era sicuro
che qualcuno stava in chiesa e lo spiava.
Si asciugò il sudore che gli allagava la faccia.
«Gesù» ansimò «aiutatemi… Qualcuno mi guarda…
Qualcuno è qui, e io non lo vedo ma c'è perché io sento i
suoi occhi…»
Si volse di scatto perché gli pareva di sentire sulla nuca
l'alito dello sconosciuto. Non trovò che l'aria deserta della
chiesa semibuia ma ciò non lo rassicurò.
Aperse il cancelletto e passò oltre la balaustra rifugian-
dosi sui gradini dell'altare.
«Gesù» gridò con voce piena d'angoscia. «Proteggete-
mi!… Ho paura!»
Tenendo le spalle addossate all'altare, girò lentamente lo
sguardo attorno e, a un tratto, ebbe un sussulto:
«Gli occhi!».
Gli occhi dello sconosciuto erano là, annidati nell'ombra
della cappelletta di Sant'Antonio Abate. Erano là e lo fissa-
vano.
Non aveva mai visto due occhi così.
Il sangue gli si gelò poi, d'improvviso, gli riprese a cir-
colare bollente e tumultuoso nelle vene: don Camillo strinse
i pugni e prese ad avanzare lento e implacabile verso quegli
occhi.
Poi, quando fu davanti alla cappelletta di Sant'Antonio
Abate, protese le mani in avanti, pronto ad artigliare con le
dita lo sconosciuto nascosto nell'ombra.
Avanzò un passo, due passi, tre passi: e, quando gli par-
ve che lo sconosciuto fosse lì, a pochi centimetri da lui, si
avventò.
Ma le sue unghie graffiarono il muro.
E gli occhi continuarono a fissarlo.
Don Camillo agguantò di sopra l'altare il cero acceso e
lo avvicinò agli occhi allucinanti.
In fondo non c'era niente di misterioso: il martello sca-
gliato da don Camillo e poi deviato dalla lampada fatta oscil-
lare dalla Divina Provvidenza aveva pestato un gran colpo
contro il muro e una larga patacca d'intonaco era caduta.
Ed era venuto alla luce un pezzetto dell'affresco che,
temporibus illis, decorava la cappelletta e che era stato co-
perto con nuovo intonaco quando chi sa mai qual parroco
aveva deciso di aprire una finestrella nel muro della cappel-
letta.
Don Camillo con l'unghia staccò altri pezzi d'intonaco
allargando quella finestrella aperta dal martello su secoli pas-
sati e apparve il viso di color bruno e il ghigno beffardo di
un demonio.
Una ingenua rappresentazione dell'Inferno? Una inge-
nua raffigurazione della tentazione?
Don Camillo non era in grado di tentare nessuna indagi-
ne: lo interessavano soltanto quei diabolici occhi che conti-
nuavano a fissarlo.
Muovendo il piede, sentì qualcosa e, chinatosi, scoperse
sul pavimento, in mezzo ai calcinacci, proprio sotto la figura
del demonio, il martello maledetto.
L'orologio del campanile suonò le ventidue.
"Tardi!" pensò don Camillo.
Poi pensò:
"Non è mai troppo presto per umiliarsi" e uscì dalla
chiesa.
Camminò rapidamente nella notte: oramai tutte le fine-
stre delle case erano spente. Ma quella dell'officina di Peppo-
ne era ancora illuminata.
Don Camillo si appressò e si abbrancò con le mani al-
l'infernata. Anche le imposte a vetri erano aperte e si sentiva
l'ansimare di Peppone intento a piegare a martellate una
spranga rovente.
«Mi dispiace» disse don Camillo.
Peppone ebbe un sussulto ma si riprese subito e conti-
nuò a battere la sua spranga senza levare il capo.
«Mi hai colto all'improvviso» continuò don Camillo.
«Avevo i nervi tesi… Quando me ne sono accorto, il martel-
lo era già partito.»
Peppone ghignò:
«Voi avete un'intelligenza a scoppio ritardato, reveren-
do. Vi accorgete delle vostre mascalzonate soltanto quando
le avete dette o fatte».
«È già qualcosa riconoscere di aver sbagliato» affermò
cauto don Camillo. «È la prova che uno è fondamentalmente
onesto. Disonesto è chi non riconosce mai il suo errore.»
Peppone era furibondo e pestava con rabbia martellate
sulla innocente verga di ferro oramai divenuta bigia.
«Ricominciamo?» ruggì.
«No» rispose don Camillo. «Sono qui per finirla, inve-
ce. Tanto è vero che ti domando scusa del gesto inqualifica-
bile che ho commesso contro di te.»
«Le vostre scuse ipocrite di pretaccio falso e vigliacco
me le metto qui!» gridò Peppone battendosi la mano in fondo
alla schiena.
«Giusto» replicò don Camillo. «È lì il posto dove i di-
sgraziati come te tengono le cose più sacre.»
Peppone non resse e il martello partì.
Partì con una precisione diabolica verso la faccia di don
Camillo, ma la Divina Provvidenza volle che la traiettoria
del proiettile passasse proprio nel mezzo d'una delle sottili
sbarre di ferro dell'inferriata.
La sbarra sotto il colpo tremendo si incurvò e il martello
cadde sul pavimento dell'officina.
Don Camillo guardò sbalordito la sbarra deformata e,
quando potè ingranare la marcia, partì a tutta birra.
Arrivò col carburatore ingolfato:
«Gesù» disse inginocchiandosi davanti al Cristo Croci-
fisso «siamo pari: un martello a uno».
«Una stoltezza più una stoltezza fanno due stoltezze» ri-
spose il Cristo.
Ma quella pur semplice addizione risultava un'operazio-
ne troppo diffìcile per don Camillo che aveva una febbre da
carro armato.
«Gesù» balbettò «troppa la paura per un povero prete
solo.»
Fu, quella, la peggior notte che don Camillo potesse
passare: un incubo continuo a base di martelli che partivano
sibilando e di martelli che sibilando tornavano. Dal buco del-
l'intonaco della cappelletta era uscito il diavolo dagli occhi
tremendi e, dietro lui, continuavano a uscire diavoli e diavo-
li. E sul manico di ogni martello che andava o tornava sibi-
lando per l'aria stava a cavalcioni un diavolo. Don Camillo
continuò a schivare martelli fin che potè, poi la stanchezza lo
prese e i martelli in arrivo gli finivano tutti in testa: toch!
toch! toch!…
Soltanto verso le sei del mattino il viavai di martelli vo-
lanti cessò nel cervello di don Camillo. Cessò perché don
Camillo si svegliò.
Aveva la testa così rintronata per i tremendi colpi rice-
vuti che non riusciva a pensare alle azioni che stava com-
piendo. Riprese il controllo di se stesso soltanto quando si
trovò davanti all'altare, per la Messa mattutina.
Celebrò la Messa più eroica della sua vita e il buon Dio
dovette tenerne conto perché alla fine gli diede la forza di
reggersi ancora in piedi.
Don Camillo, rimasto solo e deposti i paramenti, andò a
ispezionare la cappelletta di Sant'Antonio Abate: gli occhi
maledetti erano ancora là sul muro e il martello maledetto
era ancora lì, fra i calcinacci, ai piedi del muro.
«Il delinquente torna sul luogo del delitto!» disse qual-
cuno.
Don Camillo si volse e incontrò lo sguardo di Peppone.
«Ricominciamo?» domandò con voce stanca don Camil-
lo.
Peppone fece cenno di no e cadde a sedere su una pan-
ca. Pareva uno straccio: aveva gli occhi pesti, i capelli incol-
lati sulla fronte e ansimava.
«Non ce la faccio più» disse. «Arrangiatevi voi.»
Don Camillo si accorse che Peppone, con uno sforzo
enorme, stava porgendogli qualcosa avvolto in un giornale.
E, quand'ebbe tra le mani l'oggetto, gli parve che pesasse una
tonnellata.
Tolse la carta. Era una cornice tutta di ferro battuto, a
volute e a foglie, e racchiudeva, anziché un quadro, una la-
stra di rame in mezzo alla quale era assicurato con due lega-
ture di filo d'ottone un grosso martello.
Un cartiglio di rame portava una dicitura bulinata:
«A Sant'Antonio Abate per grazia ricevuta facendomi
sbagliare la mira».
«Il martello è quello là» spiegò Peppone.
Don Camillo guardò il martello.
«La cornice è fatta col ferro dell'inferriata» spiegò anco-
ra Peppone.
Don Camillo guardò le volute di ferro battuto.
«L'ho lavorata col martello famoso» concluse Peppone.
Peppone parve non aver più nulla da comunicare. Inve-
ce dimenticava qualcosa. Se ne rammentò e si frugò in tasca
cavandone un grosso chiodo fucinato che porse a don Camil-
lo.
Don Camillo entrò nella cappelletta di Sant'Antonio,
raccolse il martello maledetto che giaceva sul pavimento fra
i calcinacci e deposto il quadro votivo blindato ai piedi del-
l'altarino, prese a piantare il chiodo nel muro.
Non aveva la forza sufficiente per scegliere con un cri-
terio artistico il posto più adatto. Piantò il chiodo lì, dove gli
capitò. E smartellò un bel pezzo.
Poi tirò su il quadro e l'appese. Ma, siccome il filo d'ot-
tone che assicurava alla lastra di rame il martello di Peppone
lo permetteva, don Camillo legò vicino al martello di Peppo-
ne il suo martello.
Peppone considerò a lungo la faccenda, poi, quand'ebbe
capito il significato della cosa, scosse il capo e disse con
voce indignata ma stanca:
«Sfruttatore delle fatiche del proletariato…».
Don Camillo, ugualmente stanco, replicò:
«La mia parte di lavoro ce l'ho messa anche io!».
«Se sapeste cosa ho faticato a lavorare con la febbre tut-
ta la notte!» esclamò Peppone.
«Se sapessi quante martellate mi sono pestato adesso
sulle dita per piantare quel chiodo!» affermò don Camillo.
E mostrò la mano sinistra che non era più una mano ma
il sanguinoso bilancio d'una strage.
«Mi fa piacere tanto!» si rallegrò languidamente Peppo-
ne.
«Anche a me» disse con voce lontana don Camillo.
Poi guardò il quadretto votivo blindato e si stupì di non
vedere più gli occhi del demonio.
È questo accadeva perché don Camillo, senza volere,
aveva piantato il chiodo proprio quattro dita sopra la fronte
del satanasso venuto a galla dagli abissi del tempo che fu ri-
svegliato da una dannatissima martellata.

«Gesù» disse don Camillo quando, il giorno dopo, ebbe


ricuperate le forze e la speranza «Vi ringrazio d'avermi aiuta-
to.»
«Ringrazia Sant'Antonio Abate» rispose il Cristo. «È lui
che protegge le bestie.»
Don Camillo levò gli occhi angosciato.
«Gesù, così mi giudicate adesso?»
«No, don Camillo, adesso non ti giudico così. Ma chi ha
lanciato il martello non sei stato tu, è stata la bestia irragio-
nevole. Ed è la bestia che Sant'Antonio ha protetto.»
Don Camillo chinò il capo.
«Però» borbottò «non sono stato soltanto io a lanciare
martelli… Anche lui…»
«Non ha importanza, don Camillo: un cavallo più un ca-
vallo fa due cavalli.»
Don Camillo, aiutandosi con le dita, fece la prova del-
l'addizione poi scosse il capo.
«Gesù, il conto dei due cavalli non torna perché io sono
un asino.»
E don Camillo era così convinto, ma così sinceramente
convinto di quello che diceva da indurre il Cristo ad avere
pietà di lui.
171 PEPPONE MARCA VISITA

«Questa non è un'ora da cristiani» disse don Camillo


quando si trovò davanti la moglie di Peppone.
«Credevo che i preti e i medici non avessero orario d'uf-
ficio» replicò la donna.
«Parla, ma senza sederti» borbottò don Camillo. «Così
fai più presto ad andartene. Cosa vuoi?»
«È per la casa nuova. Dovreste benedirla.»
Don Camillo strinse i pugni.
«Hai sbagliato sportello» esclamò con voce dura. «Buo-
na notte.»
La donna si strinse nelle spalle:
«Reverendo, acqua passata. Era pieno di guai».
Don Camillo scosse il capo. La cosa era stata troppo
grossa per poterla dimenticare anche se erano trascorsi già
sei mesi.
Peppone aveva fatto il colpo di testa: aveva chiuso la
vecchia officina scalcagnata e, impegnandosi fino agli occhi,
aveva tirato su una casa nuova al margine del paese, a lato
della strada maestra. Un bel fabbricato con officina attrezza-
ta come quelle di città e, al primo piano, l'abitazione.
Era riuscito a procurarsi la concessione di un distributo-
re di benzina e questo doveva facilitargli il lavoro col traffico
della strada grande, quella che passava sull'argine e tagliava
fuori completamente il paese.
Don Camillo, si capisce, non aveva potuto resistere alla
tentazione e, una bella mattina, aveva messo il naso dentro la
nuova officina. Peppone stava cercando di capire qualcosa in
un maledetto motore d'automobile e non aveva una gran vo-
glia di chiacchierare.
«Bello» disse don Camillo guardandosi attorno.
«Lo so» rispose Peppone.
«L'abitazione al primo piano, il cortile, il distributore:
c'è proprio tutto» continuò don Camillo. «Manca solo una
cosa.»
«E cos'è che mancherebbe?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Un tempo, quando si inaugurava una nuova casa, c'era
l'usanza di chiamare il prete per benedirla…».
Peppone si drizzò e, con la mano, si tirò via il sudore
della fronte:
«L'acqua santa dei giorni nostri è questa!» affermò ag-
gressivo. «Benedetta dal lavoro e non dal prete.»
Don Camillo se ne era andato senza fiatare e la cosa gli
aveva fatto un'impressione enorme perché aveva sentito nelle
parole di Peppone qualcosa che non aveva sentito mai. E,
adesso, la moglie di Peppone, venendo a parlargli di benedir-
le la casa, gli aveva fatto riprovare il disgusto di quel giorno
lontano.
«No» rispose don Camillo alla donna.
Ma la moglie di Peppone non si scoraggiò:
«Dovete venire; nella casa non abita soltanto mio mari-
to: ci abito io, ci abitano i miei figli. Che colpa ne abbiamo
noi se Peppone vi ha trattato male? Se Cristo avesse…».
«Cristo non c'entra!» la interruppe don Camillo.
«Invece mi pare di sì» replicò convinta la donna.
E così don Camillo, dopo aver girato un bel pezzo in su
e in giù per la stanza, rispose:
«Va bene. Verrò domani».
La donna scosse il capo:
«Non domani. Dovete venire subito, intanto che mio
marito è fuori: non voglio che lo sappia lui e che la gente
veda».
Allora don Camillo scoppiò.
«Ecco, io mi metto a fare il prete clandestino: magari mi
travesto da guardiacaccia per andare a benedire una casa.
Come se si trattasse di un atto disonesto, di una porcheria da
nascondere. Tu bestemmi peggio di quel disgraziato di tuo
marito.»
«Don Camillo, cercate di capirmi: se la gente vi vedesse
malignerebbe che noi, adesso, ci facciamo benedire la casa
perché siamo nei guai.»
«Già, la gente malignerebbe che siete nei guai… Mentre
se tu vuoi farmi benedire la casa nuova la ragione è comple-
tamente diversa… E quale?»
«Che siamo nei guai» spiegò la donna. «Da quando ci
troviamo nell'officina nuova non ce ne va più nessuna per il
diritto.»
«Capisco: e allora, non sapendo più dove sbattere la te-
sta, tu pensi a Dio.»
«Certo, mica posso pensare al farmacista.»
«Se, invece, tutto avesse funzionato bene non ti saresti
mai sognata di venirmi a chiedere la benedizione della casa.»
«Certo: quando le cose vanno bene ci si arrangia da soli
e il Padreterno non serve.»
Don Camillo cavò un grosso bastone dalla fascina che
stava appoggiata al muro, a fianco del caminetto:
«Se fra due secondi non sei, almeno almeno, in piazza,
te lo rompo sulla testa».
La donna uscì senza parlare. Però rimise dentro la testa.
«Me ne vado non perché mi faccia paura il vostro basto-
ne, ma perché mi fa paura la vostra cattiveria.»
Don Camillo buttò il bastone sul fuoco e lo guardò in-
cendiarsi e ardere. Poi, a un tratto, si buttò il tabarro sulle
spalle e uscì.
Camminò nel buio della notte e, arrivato alla porta della
casa nuova di Peppone, bussò.
Gli aprirono la porta subito:
«Sapevo che sareste venuto» disse la moglie di Peppo-
ne. «Vi aspettavo.»
Don Camillo trasse di tasca il Breviario ma non fece a
tempo ad aprirlo: Peppone entrò infatti come un turbine nel-
l'andito.
«Reverendo, cosa fate qui a quest'ora?»
Don Camillo non seppe cosa rispondere e, allora, inter-
venne la donna:
«Sono andata a chiamarlo io perché benedica la casa».
Peppone si volse cupo alla moglie:
«Con te faremo i conti dopo. In quanto a voi, reverendo,
potete andarvene: non ho bisogno né di voi né del vostro
Dio!».
A don Camillo parve di udire stavolta una voce addirit-
tura completamente sconosciuta. E in verità Peppone non era
più quello di prima.
Peppone aveva fatto il passo più lungo della gamba: si
era buttato a capofitto nella sua avventura impegnando tutto
quello che possedeva e anche quello che non possedeva.
Adesso non ce la faceva più: aveva l'acqua alla gola e non
trovava più la forza di rimettersi a galla. E quella sera si era
arreso e, per la prima volta in vita sua, aveva marcato visita.

Quando don Camillo fu uscito Peppone riversò la sua


ira sulla moglie:
«Anche tu mi tradisci!».
«Non ti tradisco: questa è una casa maledetta e ho cerca-
to di rompere il cerchio della maledizione. Non ho fatto
niente di male.»
Peppone entrò nella grande cucina e si sedette alla tavo-
la.
«Benedire!» gridò. «Non capisci che egli non viene qui
per benedire ma per spiare? Per vedere come vanno le cose.
Per poter trovare qualche prova della situazione schifosa nel-
la quale ci troviamo. Se fosse riuscito a entrare in officina si
sarebbe accorto che il tornio nuovo non c'è più…»
La moglie gli si appressò:
«Com'è andata?».
«Tutto bene: adesso il tornio è già sistemato. Non se ne
è accorto nessuno che l'ho portato via.»
La donna sospirò.
«Se ne accorgeranno domani. Il primo che entrerà in of-
ficina scoprirà che il tornio non c'è più.»
«Non scopriranno niente» spiegò Peppone. «Coi soldi
che ho ricavato dal tornio ho tacitato i due creditori più peri-
colosi, e domani non aprirò bottega. Mi sono messo a posto
anche di lì.»
La donna lo guardò sbalordita.
«Ho fatto adunare d'urgenza il Consiglio comunale e ho
spiegato che sono malato e mi occorre un lungo periodo di
riposo. Rimarrò chiuso in casa e non mi farò più vedere.»
«Questo non servirà a niente» replicò la donna. «Le
cambiali scadono lo stesso anche se tu stai chiuso in casa.»
«Le cambiali vanno in scadenza fra un mese, il tornio se
ne è andato oggi e bisogna tamponare subito il buco del tor-
nio. Non devono sapere niente in paese. C'è un sacco di ma-
ledetti che sarebbero troppo contenti di sapermi nei guai.»
Peppone si fece portare un largo foglio di carta e col
pennellino scrisse a stampatello: «Chiuso per malattia del
proprietario».
«Vallo a incollare subito sulla saracinesca dell'officina»
disse alla moglie porgendole il foglio.
La donna trovò il boccette della colla e si avviò, ma
Peppone la richiamò subito.
«Così non può andare» si rammaricò «"Proprietario' è
un'espressione troppo borghése.»
Cercò affannosamente qualcosa di meno reazionario poi
dovette accontentarsi di un quanto mai generico: «Chiuso
per malattia».
E, in verità, era malata tutta l'azienda, non soltanto Pep-
pone.

Peppone non mise più il naso fuori di casa e la moglie


continuava a spiegare a tutti che Peppone aveva l'esaurimen-
to e bisognava lasciarlo tranquillo fin che non si fosse rimes-
so. E così passarono dieci giorni, ma l'undecimo portò una
brutta novità; sul giornale degli agrari, nella pagina della
provincia, c'era un trafiletto che riguardava il paese:
«Concittadini che si fanno onore. Siamo lieti di comuni-
care che la popolarità del nostro sindaco Giuseppe Bottazzi
diventa sempre più grande: l'odierno bollettino dei protesti
cambiari reca infatti per ben tre volle il nome del compagno
Giuseppe Bottazzi. Molte felicitazioni per la meritata affer-
mazione».
A Peppone venne la febbre sul serio e si buttò a letto di-
cendo alla moglie che, qualsiasi cosa accadesse, non gli par-
lasse di niente:
«Non voglio vedere lettere, non voglio leggere giornali.
Lasciami dormire».
Ma, tre giorni dopo, la moglie entrò singhiozzando nella
stanza e lo svegliò:
«Bisogna che te lo dica» gemette. «Sono venuti a pigno-
rare tutte le macchine nuove dell'officina.»
Peppone buttò la testa sotto il cuscino, ma oramai le sue
orecchie avevano udito.
Sudò tutto quello che era umanamente possibile sudare.
Poi ebbe una improvvisa decisione e balzò giù dal letto.
«Non c'è che un rimedio» esclamò. «Me ne vado.»
La moglie cercò di ricondurlo alla ragione:
«Lascia perdere ogni cosa. Sequestrino, vendano tutto.
Roba maledetta. Ci restano sempre la vecchia casa e la vec-
chia officina. Ricominciamo da capo.»
«No!» urlò sgomento Peppone. «Non posso ritornare
alla vecchia officina e alla vecchia casa. Non posso. È una
umiliazione spaventosa. Bisogna che me ne vada. Dirai che
ho dovuto andarmi a curare in montagna: intanto io cercherò
di rimediare le cose. Qui non posso pensare. Non ho nessuno
col quale consigliarmi. Non tronco niente qui: lascio tutto in
sospeso… Se le cose vanno male diranno che è a causa della
mia malattia… Non è possibile ritornare indietro, dare una
soddisfazione così grossa a tutti i maledetti che ce l'hanno
con me.»
La donna non insistette:
«Fai tu».
«Mi resta il mio camion» spiegò Peppone. «Mi servirà.
Non so dove finirò ma avrai mie notizie. Non dire niente a
nessuno, neppure se ti scannano.»
Alle due di notte Peppone mise in moto il camion e par-
tì; nessuno lo vide, ma, a quell'ora, in paese c'era ancora gen-
te che continuava a parlare di lui:
«Gli sono saltati addosso come maledetti approfittando
che è malato» dicevano gli uni.
«La malattia è una scusa per coprire le magagne» dice-
vano gli altri di parte avversa.
«È una vigliaccata.»
«Gli sta bene.»
«L'importante è che guarisca e torni al suo posto in Co-
mune.»
«Se ha un minimo di faccia dovrà dare le dimissioni da
sindaco!»
Cento e cento bocche parlavano ancora di Peppone e
Peppone, sul suo vecchio camion, fuggiva inseguito dal terri-
bile complesso del borghese che nei paesi miete vittime in
tutti i ceti, anche in quello proletario.

Passarono dei giorni e, dopo la notizia del pignoramen-


to, arrivò in paese il bando della vendita all'asta delle nuove
macchine di Peppone.
«Gesù» disse don Camillo al Cristo mostrandogli il co-
municato sul giornale «come vedete, un Dio c'è!»
«Dillo a me» rispose sorridendo il Cristo.
Don Camillo abbassò confuso il capo:
«Perdonate la mia balordaggine» mormorò.
«La balordaggine causata dalla tua lingua maldestra,
don Camillo, è perdonabile. Non l'altra, quella che scaturisce
dal tuo intimo convincimento. Dio non si occupa di sequestri
e di vendite all'asta. Quello che sta accadendo a Peppone è
indipendente dalle sue colpe. Come non dipende da nessun
merito nascosto se uomini disonesti hanno fortuna negli affa-
ri.»
«Gesù, egli ha bestemmiato il Vostro nome ed è giusto
che abbia una punizione. Tutta la brava gente del paese è
convinta che questi guai gli siano accaduti perché ha respinto
la benedizione della casa.»
Il Cristo sospirò:
«E cosa direbbe tutta la brava gente del paese se, invece,
gli affari di Peppone fossero andati bene? Che ciò è accaduto
perché ha rifiutato la benedizione della casa?».
Don Camillo allargò le braccia:
«Gesù: relata refero… La gente…».
«La gente? Cosa significa "la gente"? In Paradiso la
gente non entrerà mai perché Dio giudica ciascuno secondo i
suoi meriti e le sue colpe e non esistono meriti o colpe di
massa. Non esistono i peccati di comitiva, ma solo quelli
personali. Non esistono anime collettive. Ognuno nasce e
muore per conto proprio e Dio considera gli uomini uno per
uno e non gregge per gregge. Guai a chi rinuncia alla sua co-
scienza personale per partecipare a una coscienza e a una re-
sponsabilità collettiva.»
Don Camillo abbassò il capo:
«Gesù, l'opinione pubblica ha un valore…».
«Lo so: fu l'opinione pubblica a inchiodarmi sulla cro-
ce.»

Venne il giorno della vendita all'asta e piombarono


come falchi in paese gli avvoltoi della città: erano organizza-
ti perfettamente e, con quattro soldi, si divisero le spoglie di
Peppone. Don Camillo, che, anche lui, era andato ad assiste-
re al grande spettacolo, tornò piuttosto cupo.
«Cosa dice la gente, don Camillo?» gli domandò il Cri-
sto. «È contenta?»
«No» rispose don Camillo. «Trovano brutto che si rovi-
ni così un poveretto approfittando del fatto che è malato, lon-
tano e non può occuparsi dei suoi affari.»
«Don Camillo, sii sincero: cosa dice, con precisione, la
gente?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Dice che, se ci fosse un Dio, queste cose non succede-
rebbero».
Il Cristo sorrise:
«Dall'osanna al crucifige il passo è breve, don Camillo».

La sera stessa in Consiglio comunale ci fu burrasca


grossa; l'unico consigliere d'opposizione, Spiletti, portò il di-
scorso sul sindaco:
«Sono oramai due mesi che non si ha più nessuna noti-
zia del sindaco: egli si disinteressa di ogni cosa che accade
nel paese, anche di quelle che lo riguardano direttamente.
Dov'è? Come sta? Cosa fa? Facendomi interprete di un vasto
strato della cittadinanza esigo una precisa risposta».
Il Brusco, che fungeva da vicesindaco, si alzò:
«Mi riservo di rispondere dettagliatamente domani».
«Non credo di aver chiesto di venire a conoscenza di se-
greti di Stato!» replicò Spiletti. «Esigo una risposta imme-
diata: dov'è il sindaco?»
Il Brusco si strinse nelle spalle:
«Non lo sappiamo».
La gente che assisteva alla seduta rumoreggiò: era una
cosa incredibile.
«Non si sa dove sia il sindaco!» urlò Spiletti. «Allora si
metta un annuncio sui giornali: "Competente mancia a chi
riporterà un sindaco di colore rosso smarrito due mesi fa".»
«C'è poco da fare gli spiritosi!» gridò il Brusco. «Nessu-
no sa dove sia il sindaco: neanche sua moglie.»
«Io però lo so» disse una voce. Ed era don Camillo.
La gente ammutolì. Il Brusco impallidì.
«Ditelo, se lo sapete.»
«No» rispose don Camillo. «Però vi ci posso portare do-
mattina.»

Nella triste periferia di Milano, nel cantiere di un grosso


casamento in demolizione, Peppone stava sbadilando cupo a
fianco del suo camion che andava riempiendo di calcinacci e
rottami.
Suonò la sirena del mezzogiorno e Peppone, buttato il
badile lontano, trasse fuori dalla giacca appesa nella cabina
dell'autocarro un grosso pane imbottito di mortadella e l'
Unità, andò a sedersi con la schiena alla palizzata, a fianco
degli altri manovali, e incominciò a mangiare leggendo il suo
giornale.
«Signor sindaco!»
La voce acuta di Spiletti lo riscosse facendolo balzare in
piedi. Si trovò davanti al Consiglio comunale al completo.
«Non ci sono sindaci, qui!» rispose.
«Il guaio è che non ci sono sindaci neppure al paese» re-
plicò lo Spiletti. «Vuol dirci dove possiamo trovarne uno?»
«Affari che non mi riguardano» affermò Peppone rimet-
tendosi a sedere.
«Ho l'impressione che lei sia guarito completamente»
disse lo Spiletti. «E che, comunque, sia in grado di scriverci
una cartolina di saluti.»
«A chi? A lei?» esclamò Peppone. «Al rappresentante
della cricca clericale? Lei non ha un'idea come io stia bene
non pensando a lei.»
«Il suo non è linguaggio da sindaco» protestò lo Spiletti.
«Il mio è il linguaggio di un uomo libero!»
«Bene!» dissero i manovali che avevano smesso di man-
giare e si erano affollati attorno a Peppone e al Consiglio.
«Se vuol essere libero dia le sue dimissioni!» urlò Spi-
letti.
«Già, per far piacere a te!» commentò ironica la massa
dei manovali. «Tieni duro, compagno.»
«Se non vuol dare le dimissioni, desidereremmo sapere
quali siano le sue intenzioni!»
Peppone scrollò le spalle.
«Se lei invece di fare il suo dovere in paese, preferisce
rimanersene a divertirsi a Milano, si diverta!» urlò lo Spilet-
ti. «E dia le dimissioni!»
«Te le facciamo dare a te le dimissioni!» commentò la
massa. Ma Peppone si volse:
«Silenzio, ragazzi» disse con voce autoritaria Peppone.
«Qui siamo in una amministrazione democratica e le minac-
ce non funzionano.»
Il Brusco, il Bigio e il resto della banda si erano seduti
attorno a Peppone e lo stavano guardando in silenzio.
«Capo» disse il Brusco cupo «perché ci hai abbandona-
to?»
«Io non abbandono nessuno!»
«Come facciamo per la strada nuova? Qui c'è la risposta
del Ministero.»
Il Brusco porse un foglio a Peppone che lo prese e lo
lesse.
«Fino a quando al Governo ci sarà certa gente non si
combinerà mai niente di buono!» affermò Peppone.
«Lei non butti in politica l'amministrazione!» urlò Spi-
letti. «Faccia invece una proposta concreta.»
«L'abbiamo già fatta a suo tempo» disse il Bigio.
«Sotto le sparate demagogiche non c'è niente di concre-
to!» strillò lo Spiletti.
Lo Smilzo replicò. Intervenne Peppone e la discussione
si fece serrata.
E così si svolse, fra le macerie di una casa milanese in
demolizione, la più straordinaria seduta di Consiglio comu-
nale dell'universo.
E fu una cosa lunga e, quando furono le cinque e il
guardiano disse che lui non voleva sapere storie e che dove-
va chiudere il cantiere, il Consiglio si trasferì, opposizione
compresa, sul cassone del camion e Peppone montò sulla ca-
bina e mise in moto il motore:
«Andiamo a cercare un posto più tranquillo» disse.

Non si sa come accadde, forse per la scarsa conoscenza


della topografia di Milano: il fatto è che, a un bel momento,
il camion si trovò a navigare sull'asfalto della Via Emilia.
Peppone guidava a denti stretti: voleva dire qualcosa da
un sacco di tempo e non riusciva a dirlo.
A un tratto diede una brusca frenata.
Uno dei soliti maledetti dell'autostop gli si era parato
davanti e col pollice faceva segno che voleva andare in giù
anche lui.
Aveva nella mano sinistra un panettone e un palloncino
della «Rinascente». In testa portava un cappello da prete.
Lo Smilzo, che stava seduto al fianco di Peppone, scese
e prese posto sul cassone assieme al Consiglio.
Don Camillo salì e Peppone innestò la marcia e partì
con uno strattone da carro armato.
«Che io debba sempre aver certa gente tra i piedi?» bor-
bottò.
Il camion pareva una sedici cilindri da corsa e dava l'i-
dea che dentro il cofano, al posto di un motore, ci fosse tutta
l'orchestra di Toscanini.
Apparve a un tratto, lontano, dietro l'argine, il campani-
le del paese.
«Mah!» sospirò Peppone.
«Chi dice "mah!" il cuor contento non ha» commentò
don Camillo.
«Chi "mah!" non dice non è felice» concluse un'altra
voce che veniva da chi sa dove e che soltanto don Camillo
poteva udire.
Roba che succede in quel paese in riva al fiume, in quel
piccolo paese che dovrebbe esser grande come il mondo.
172 LA PARTITA

Apparve lo Smilzo che fungeva da postino aggiunto per


il recapito degli espressi e dei telegrammi e, arrivato davanti
alla panchina sulla quale don Camillo stava seduto a godersi
il sole e a leggere il giornale, frenò alla Mao Tse-tung.
In verità il sistema di arrestare la bicicletta schizzando
giù dalla sella per di dietro e tirando contemporaneamente in
su il manubrio in modo da far impennare il velocipede come
fosse un cavallo, fino a pochi anni prima era denominato in
paese «frenata alla Texas»: ma poi, per evidenti ragioni poli-
tiche, l'Occidente borghese e conservatore aveva dovuto ce-
dere all'Oriente proletario e rivoluzionario.
Don Camillo levò gli occhi e guardò con diffidenza quel
putiferio in arrivo.
«Abita qui un certo Gesù Cristo?» domandò lo Smilzo
traendo una lettera dalla borsa che portava a tracolla.
«Qui abita uno che è capace di prenderti a pedate» ri-
spose con semplicità don Camillo.
«Voi dovete rispettare i servizi pubblici nell'esercizio
della loro funzione» replicò lo Smilzo. «L'indirizzo dell'e-
spresso è "Gesù Cristo – Casa parrocchiale": se il destinata-
rio non risulta presente io scrivo sulla busta "Sconosciuto
alla casa parrocchiale " e buona notte suonatori.»
Don Camillo agguantò la lettera ed effettivamente l'indi-
rizzo era quello che aveva detto lo Smilzo.
«E allora, reverendo, la ritirate o no?»
«La ritiro: mi servirà per fare un esposto contro le Poste
che si prestano a secondare le iniziative sacrileghe degli im-
becilli.»
«Le Poste fanno il loro dovere: la casa parrocchiale esi-
ste e questo basta. Le Poste non sono obbligate a sapere chi
c'è e chi non c'è dentro la casa parrocchiale. Ognuno tiene in
casa chi vuole. Il nome non conta: può anche darsi che si
tratti di uno pseudonimo.»
Don Camillo si chinò con indifferenza, ma lo Smilzo
non gli lasciò neppure il tempo di arrivare con la mano alla
scarpa e si portò fulmineo fuori tiro.
La penna sacrilega che aveva scritto l'indirizzo aveva
pure aggiunto sottolineando: «Riservata personale» e don
Camillo andò a deporre tutta la sua indignazione ai piedi del
Cristo Crocifisso.
«Gesù» esclamò «perché non mi dite il nome del disgra-
ziato che ha osato tanto? Perché non mi date la possibilità di
andarlo a prendere per il colletto e di fargli mangiare questa
lettera?»
«Don Camillo» rispose sorridendo il Cristo «bisogna ri-
spettare il segreto epistolare. Non possiamo contravvenire ai
princìpi della Costituzione.»
«Gesù» disse con impeto don Camillo «dovremo dun-
que permettere a questi sciagurati di bestemmiare per iscritto
oltreché a voce?»
«Chi ti dice che quella sia la lettera di un bestemmiato-
re? Non potrebbe essere la lettera di un semplice? Di un po-
vero pazzo? Leggi la lettera, prima di condannare chi l'ha
scritta.»
Don Camillo allargò le braccia e lacerò la busta cavan-
done un foglietto scritto a stampatello, che lesse rapidamen-
te.
«E allora, don Camillo? Hai trovato tutto l'orrore che
pensavi?»
«No, Signore: si tratta di un povero pazzo, meritevole
soltanto di pietà.»
Don Camillo ficcò foglietto e busta in tasca accingendo-
si a uscire, ma il Cristo lo fermò:
«E cosa vorrebbe da me questo povero pazzo?».
«Niente, in definitiva. Frasi sconclusionate, senza un co-
strutto, senza una logica.»
«Capisco, don Camillo: ma non bisogna essere così su-
perficiali quando si tratta delle espressioni di una mente tur-
bata. Esiste anche una logica dell'illogico e, se si riesce a
scoprirla, ciò può essere utile per identificare di che ordine
sia il turbamento.»
«È un turbamento generico» si affrettò a rispondere don
Camillo. «Non si riesce assolutamente a capire cosa voglia
dire.»
«Leggi, don Camillo.»
Don Camillo si strinse nelle spalle e, tratto di tasca il fo-
glietto, lesse ad alta voce: «Gesù, Vi prego di illuminare la
mente di un certo parroco in modo da fargli capire che egli
adesso sta esagerando nel suo attivismo politico e che, se
continuerà di questo passo, probabilmente inciamperà con la
schiena contro qualche palo di gaggìa, perché se uno fa il
prete per vocazione va bene, ma se lo fa per provocazione al-
lora la cosa cambia. Firmato: Un amico della democrazia».
«Di quale sacerdote parlerà?» domandò il Cristo quando
la lettura fu finita.
«Non ne ho un'idea» rispose don Camillo.
«Conosci nessun sacerdote che esageri nel suo attivismo
politico?»
«Gesù, io viaggio ben poco. I parroci dei dintorni son
tutti gente calma, equilibrata…»
«E tu, don Camillo?»
«Gesù, si parlava di parroci dei dintorni: io sono il par-
roco del paese. Se la lettera avesse voluto alludere a me
avrebbe detto "il parroco", non "un certo parroco". Come
giustamente mi avete fatto notare, esiste nelle illogiche
espressioni di un pazzo una logica dell'illogico e io appunto
cerco di ragionare secondo questa particolare logica.»
«Don Camillo!» sospirò il Cristo. «Perché cerchi di na-
scondere la verità al tuo Dio? Perché non dici che quel parro-
co sei tu?»
«Gesù, Voi dunque prestereste fede alle accuse di un
anonimo?»
«No, don Camillo: presterei volentieri fede alle tue ac-
cuse.»
Don Camillo scosse il capo:
«Gesù, le elezioni si avvicinano, la battaglia politica è
importante e io debbo essere solidale col parroco del paese.
Non posso mettermi contro di lui, diventare anche io un suo
accusatore. Posso indurlo a essere più cauto».
«Per evitargli di inciampare contro i pali di gaggìa?»
«No, Signore: io non penso alla salvezza della mia
schiena, penso alla salvezza della mia anima.»
Don Camillo andò a meditare in canonica e così, il gior-
no dopo, accadde che lo Smilzo entrò nell'ufficio di Peppone
e gli mise una lettera sulla scrivania.
«Capo, cosa facciamo di questa porcheria d'espresso?»
Peppone non si scompose: prese atto che, sulla busta, fi-
gurava l'indirizzo «Signor Stalin – Casa del Popolo» poi l'a-
perse e, cavatone un foglietto scritto a stampatello, lesse:
«Signor Stalin, vogliate compiacerVi di comunicare al Vo-
stro dipendente qualificatosi "amico della democrazia" che la
sua interessante lettera verrà fotograficamente riprodotta dal-
la locale stampa reazionaria. Vivi ringraziamenti. Firmato:
"Un certo parroco"».
Peppone diventò rosso per la rabbia, ma lo Smilzo gli
disse assennatamente:
«Capo, ti conviene incassare e lasciarlo perdere. Si è
messo le spalle al coperto».
«Al coperto dai pali di gaggìa!» urlò pestando una zam-
pata sulla scrivania. «Ma posso sempre far perdere le tracce
spennellandolo con un palo di gelso, d'olmo o di pioppo!»
«Figurati, capo: hai mille possibilità di spazzolarlo sen-
za comprometterti con l'indizio della gaggìa. La botanica è
dalla parte del popolo!»

Il cancan suscitato dalla pubblicazione della lettera fu


grosso, e non si trovò uno che non accusasse i «rossi» del-
l'impresa epistolare. Allora Peppone, per parare la botta, de-
cise di adottare una politica distensiva e fece organizzare il
«Primo Grande Torneo Scopistico della Pace».
In quei paesi là, dove d'inverno la nebbia densa e pesan-
te isola la gente dal resto del mondo, la scopa, più che un
giuoco, è una necessità, e un torneo di scopa, anche se orga-
nizzato all'ombra delle ali della colomba di Stalin, non pote-
va ottenere che un gran successo. Fu scelta, come sede degli
incontri, l'osteria del Molinetto, e la faccenda incominciò a
marciare a tutta birra.
Alla sera, l'osteria del Molinetto era piena di gente d'o-
gni idea e d'ogni condizione e gli incontri si facevano sempre
più appassionanti perché le schiappe venivano via via elimi-
nate per lasciare il campo ai campioni. E rapidamente si arri-
vò alla serata decisiva e all'incontro fra i due campionissimi.
Don Camillo ragguagliò il Cristo sulla situazione.
«Questa sera si saprà chi è il più bravo giocatore di sco-
pa del paese» spiegò don Camillo. «La gente è tutta in agita-
zione perché anche qui è successo come in tutte le altre cose
di questo paese. Il giuoco della scopa è slittato dentro la poli-
tica e non mi meraviglierei che volasse qualche sberla.»
«E perché mai, don Camillo?»
«Gesù, la politica ha il dannato potere di cambiare lenta-
mente i connotati di tutte le vicende e così, dopo alcune setti-
mane, un torneo di scopa è diventato un duello fra il campio-
ne del popolo e il campione della reazione. I due ultimi gio-
catori rimasti in campo sono l'agrario Filotti e Peppone: se
vince Filotti trionfa la reazione, se vince Peppone trionfa il
proletariato.»
«È una stoltezza» rispose il Cristo. «Quali interessi sono
legati a quel giuoco?»
«Interessi di prestigio. Balordaggini, certamente, ma che
in politica hanno il loro valore. Comunque oramai la nostra
sconfitta è sicura.»
Don Camillo credette necessario precisare il suo pensie-
ro:
«Dico nostra per significare sconfitta degli avversari dei
«rossi». D'altra parte era naturale che finisse così. Peppone
non ha dovuto combattere col più forte. Filotti è un eccellen-
te giocatore ma non il migliore della parte avversa. Inoltre
Peppone è un filibustiere e non ci mette niente a fare con le
carte qualche giochetto speciale».
Don Camillo si strinse nelle spalle:
«Parlare di giustizia in una faccenduola frivola e sprege-
vole quale può essere una bagattella di carte da giuoco sareb-
be quasi una bestemmia. Ma, se fosse lecito parlarne, si po-
trebbe osservare che non è giusto che la vittoria tocchi a chi
non la merita».
Il Cristo intervenne:
«Non ti angustiare, don Camillo: tu stesso hai onesta-
mente riconosciuto che si tratta di frivolezze di nessun peso.
Tanto più che tutti questi giuochi da taverna sono diseducati-
vi pur se vengono giocati per semplice trastullo. Il giuoco di
carte è vizio, come vizio è ogni cosa che funzioni semplice-
mente da perditempo».
Don Camillo si inchinò:
«Non c'è nessun dubbio» affermò. «Purtuttavia, se fosse
lecito fare una graduatoria fra queste pratiche viziose, direi
che la scopa è il giuoco meno disonesto di tutti, in quanto in
esso vale soprattutto il ragionamento. È una non inutile gin-
nastica mentale praticata pure da persone laboriose e da gen-
te timorata di Dio.»
Don Camillo spiegò le sostanziali differenze esistenti tra
il gioco della scopa e gli altri giochi. Fece degli esempi prati-
ci, illustrò la recondita bellezza di certe azioni serenamente
meditate proprie dell'accorto giocatore di scopa. Mise molto
calore nella sua perorazione tanto che il Cristo fu indotto al
sorriso:
«Don Camillo, tu ne parli come un appassionato».
«No, come un semplice buon conoscitore del gioco»
precisò don Camillo. «Un modestissimo giocatore che, però,
sarebbe in grado di appiccicare al muro non uno ma tre Pep-
poni… D'altra parte non è neppure pensabile che un sacerdo-
te si mescoli ai giocatori di carte in un'osteria anche se sia
spinto dal nobile intento di non permettere a un senzadio di
gloriarsi d'una immeritata vittoria.»
«Certamente» approvò il Cristo. «Il piede d'un sacerdote
non deve mai varcare la soglia d'una taverna quando si tratti
semplicemente di immischiarsi in miserabili faccenduole di
gioco. Il sacerdote è al servizio del Re dei Cieli, non al servi-
zio del re di picche o di fiori.»
Oramai era tardi e don Camillo si allontanò per tornare a
letto. Intanto all'osteria del Molinetto, zeppa come un uovo,
si stava concludendo l'ultima battaglia.
Peppone era in piena forma e pareva che, al posto del
cervello, avesse una macchina calcolatrice.
L'azione finale gli procurò un applauso colossale: Filotti
abbandonò le carte sul tavolo e chiese un bicchiere di vino
bianco.
«Beviamoci sopra» borbottò. «Non mi resta niente altro
da fare.»
Peppone era vincitore: i «rossi» parevano diventati matti
per la contentezza e incominciarono a urlare che volevano il
discorso. E, nel silenzio generale, Peppone prese la parola:
«Compagni! In tutte le battaglie, in quelle del lavoro
come in quelle del dopolavoro, la vittoria finale non può es-
sere che del popolo lavoratore! Questo trionfale torneo com-
battuto sotto l'ègida…».
All'"ègida" frenò perché qualcuno bussava alle ante del-
la finestra che dava sulla strada.
Lo Smilzo tolse prudentemente il rampone e apparve
dietro l'inferriata la faccia di don Camillo.
Il silenzio diventò quasi drammatico.
«Cosa volete?» domandò minaccioso Peppone.
«Giocare» rispose don Camillo.
«Giocare? E con chi?»
«Con chi non ha paura di giocare con me.»
Peppone lo guardò con commiserazione.
«lo non ho paura di nessuno. A ogni modo il torneo è fi-
nito. Se volevate giocare dovevate iscrivervi.»
«Mi sono iscritto» spiegò don Camillo. «Guardate la li-
sta e troverete che uno si è iscritto sotto lo pseudonimo di "Il
calmo".»
«Non significa niente» replicò Peppone. «Chiunque può
venire qui a dire di essere "Il calmo".»
«No: perché "Il calmo" è l'anagramma di Camillo. E Ca-
millo sono io.»
«Non c'è anagramma che tenga; qui non si fa del latino,
qui si fa a chi è più in gamba.»
Don Camillo spiegò cosa significasse anagramma e
Peppone, spuntando le lettere, controllò: «Il calmo» e Camil-
lo erano la stessa faccenda.
«Se il signor sindaco ha paura di fare una figura da cioc-
colatino posso anche andarmene» avvertì don Camillo.
«Entrate!» gridò Peppone.
«Non posso» replicò don Camillo. «Io resto qui e gioco
da qui. Il davanzale ci farà da tavola.»
Peppone si avvicinò alla finestra:
«Forse è meglio: così vi sentirete più sicuro».
Don Camillo abbrancò con le mani due sbarre dell'infer-
riata e le piegò in fuori.
«È più comodo» spiegò. «Comunque, se ti dà fastidio
l'aria, puoi richiudere.»
«Mi dà fastidio» affermò cupo Peppone e, abbrancate le
due sbarre, le raddrizzò.
La gente non aveva mai visto uno spettacolo così formi-
dabile e tratteneva il fiato come quando gli acrobati al circo
equestre fanno l'esercizio difficile al rullo del tamburo.
Peppone prese un mazzo di carte e lo pose sul davanza-
le. Don Camillo tirò su il mazzo di carte, lo guardò poi scos-
se il capo:
«Troppo fragile per il mio temperamento» disse.
E, attanagliato il mazzo intero nella morsa delle enormi
mani, lo spaccò in due.
Peppone impallidì. Lo Smilzo depose un altro mazzo di
carte sul davanzale.
«Questo vi va?» domandò Peppone a don Camillo.
«No» rispose don Camillo.
«Neanche a me» replicò Peppone. E, agguantato il maz-
zo, lo spaccò in due pezzi.
Qualcuno mise un terzo mazzo di carte sul davanzale.
«Nuovo e ancora impacchettato o non se ne fa niente»
disse don Camillo. «Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.»
Lo Smilzo portò un mazzo di carte nuovissimo, ancora
sigillato nella busta di cellophane.
Peppone lo studiò attentamente poi lo porse a don Ca-
millo:
«Per me va bene: vedete voi».
Don Camillo raccolse con due dita il mazzo, lo rigirò
poi lo riconsegnò a Peppone.
«Per me va bene. Aprilo, mescolalo tu e cerca di non
fare scherzi con le mani.»
Peppone strinse i denti. Lacerò l'involucro, mescolò le
carte, le depose sul davanzale.
«Il torneo è finito e l'ho vinto io» disse Peppone. «La
Coppa va al Partito e nessuno gliela toglierà. Ma, per interes-
sare la partita e per darle un significato morale, io mi gioco il
mio schioppo. E voi?»
Si udì un mormorio: la doppietta di Peppone era il fucile
più bello della regione ed era la cosa che Peppone amava più
di tutte. Avrebbe ceduto una gamba piuttosto che rinunciare
al suo fucile da caccia. Tutti aspettarono che don Camillo ri-
spondesse a tono. E don Camillo non deluse:
«E io mi gioco Ful» annunciò.
Ful era il cane più straordinario dell'universo e don Ca-
millo lo aveva caro come un occhio.
La partita incominciò e fu qualcosa di ciclopico: se gli
eroi di Omero avessero giocato a scopa si sarebbero compor-
tati come don Camillo e Peppone. Lottarono a denti stretti
fino all'ultimo: ma, all'ultimo, don Camillo vinse. Nessuno
ebbe il coraggio di applaudire, nemmeno di aprir bocca.
Don Camillo si toccò il cappello:
«Grazie del divertimento e buona sera. I debiti di gioco
si pagano entro le ventiquattro ore» disse andandosene.

Don Camillo non entrò in chiesa e s'infilò lesto in cano-


nica, ma la voce del Cristo lo raggiunse:
«A quest'ora, don Camillo?».
«Sono andato a dare un'occhiata alla finale del torneo.
Ma non ho messo piede nell'osteria: sono rimasto alla fine-
stra. Come avevo facilmente previsto, il torneo l'ha vinto
Peppone.»
«Sono successi dei guai?»
«Niente: il gioco, in definitiva, è andato come doveva
andare e tutti hanno riconosciuto che era giusto avesse vinto
il più forte.»
«Don Camillo, questo gioco della scopa mi interessa»
disse il Cristo. «A quanto mi pare di aver capito da te, per
giocare a scopa ci vuole un mazzo di carte nuovo, ancora nel
suo involucro originale.»
«È più prudente, specialmente se si sa di giocare con
gente lesta di mano e che, appartenendo a una combriccola
che è d'accordo con l'oste, cerca di mettere in tavola carte se-
gnate.»
«Giusto. Allora si prende un mazzo di carte nuovo: il
primo giocatore lo guarda e lo passa al secondo che, con
mossa abile, se lo fa scivolare in tasca restituendo un altro
identico mazzo di carte nuovissimo, ma preventivamente se-
gnato da minuscoli solchi fatti con l'unghia e poi riavvolto
accuratamente nell'involucro originale. Si fa così?»
«No» rispose don Camillo.
«E allora cos'è che hai in tasca?»
Don Camillo cavò di tasca un mazzo nuovissimo di car-
te e lo depose sul tavolo.
«Non riesco a capire come sia finito qui» balbettò.
«È finito lì perché ce l'hai messo quando Peppone te l'ha
dato e tu gli hai restituito l'altro che avevi in tasca.»
«Evidentemente devo aver fatto un po' di confusione»
sussurrò don Camillo.
«Sì, hai confuso il lecito con l'illecito e hai voluto ren-
dere ani cor più immorale una bagattella immorale per sua
natura. Hai perso, don Camillo.»
Don Camillo trasse di saccoccia il fazzolettone per
asciugarsi il sudore della fronte, quando entrò Peppone.
Cavò di sotto il tabarro il suo famoso fucile e glielo por-
se.
«I debiti di gioco si pagano subito» disse. «Però, se non
siete l'ultimo dei barabba, la rivincita me la dovete dare.»
Guardò il mazzo di carte sui tavolo:
«Viene proprio a fagiolo: è nuovo, ancora da spacchet-
tare e non ci saranno trucchi. Apritelo e mescolate».
Si sedettero al tavolo. Don Camillo tolse l'involucro di
celllophane, mescolò le carte.
La partita incominciò e fu omerica come quella di poco
prima. Ma questa volta la vittoria toccò a Peppone.
«Si fa la bella?» domandò Peppone.
Don Camillo non rispose perché era intento a giocherel-
lare col mazzo di carte.
«Ah» disse a un tratto «tu il settebello lo segni con que-
sto tratto qui?»
Peppone incassò magnificamente. Cavò di tasca un
mazzo di carte, lo fece passare fino a quando non trovò il
settebello:
«Già, voi invece lo segnate con queste due righette?».
Don Camillo raccolse il mazzo di Peppone e lo buttò
sulle brada del caminetto. Peppone fece lo stesso col mazzo
di don Camill lo. La fiamma divampò.
«Siamo pari» disse Peppone alzandosi.
«No» rispose con tristezza don Camillo. «Ho perso io.»
E c'era tanto dolore nella sua voce che Peppone si pre-
occupò:
«Reverendo, non facciamo tragedie. Lo si sa: davanti al
settebello non si ragiona. E allora lo si segna per di dietro.
Vuol dire che io vi presterò il mio fucile e voi mi presterete
il vostro cane, qualche volta».
Peppone se ne andò e don Camillo rimase solo, a guar-
dare le carte consumarsi nel fuoco.
«Don Camillo, t'avevo detto che tu sei al servizio del Re
dei Cieli, non del re di picche o del re di fiori» ammonì la
voce del Cristo.
«Gesù» si scusò umilmente don Camillo. «Si giocava
con le carte a bastoni, denari, coppe e spade…»
«Don Camillo, vergogna!»
Don Camillo allargò le braccia e, levando gli occhi al
cielo., esclamò:
«Gesù, capisco il mio torto, ma avete sentito quello che
ha detto anche lui: davanti al settebello non si ragionai…».
11 Cristo sospirò:
«Chi ti salverà dai tizzoni dell'Inferno, don Camillo?».
Don Camillo non rispose perché doveva essere solidale
col parroco del paese e il Cristo lo sapeva e lasciò che don
Camillo cercasse con calma la risposta tra le bragia del cami-
netto.
Che la cercasse e la trovasse.
173 LA FEBBRE DELL'ORO

L' atomica scoppiò verso il mezzogiorno del lunedì,


quando arrivarono i giornali.
Uno del paese aveva fatto il colpo alla Sisal vincendo
dieci milioni. I giornali precisavano che si trattava di certo
Pepito Sbezzeguti: ma in paese non vi era nessun Pepito e
nessun Sbezzeguti.
Il gestore della ricevitoria, assediato dal popolo in agita-
zione, allargò le braccia:
«Sabato c'era mercato e ho venduto un sacco di schedi-
ne a dei forestieri. Sarà uno di quelli. Comunque salterà fuo-
ri».
Invece non saltò fuori niente di niente, e la gente conti-
nuò a tormentarsi perché sentiva che quel Pepito Sbezzeguti
era un nome che suonava falso. Passi lo Sbezzeguti: ci pote-
va essere uno Sbezzeguti tra i forestieri venuti al mercato.
Ma un Pepito, no.
Quando uno si chiama Pepito non può partecipare a un
mercato di paese dove si trattano granaglie, fieno, bestiame e
formaggio grana.
«Per me quello è un nome finto» disse nel corso di una
lunga discussione Foste del Molinetto. «E se uno adopera un
nome fìnto questo significa che non è un forestiero ma uno
del paese che non vuol farsi conoscere.»
Si trattava di un'argomentazione piuttosto approssimati-
va: ma fu accolta come la più rigorosamente logica e la gen-
te, disinteressatasi dei forestieri, accentrò la sua attenzione
sugli indigeni.
E le ricerche vennero condotte con ferocia, come se si
trattasse di trovare non il vincitore d'una lotteria ma un delin-
quente.
Senza ferocia, ma con indubbio interesse, si occupò del-
la faccenda anche don Camillo. E, poiché gli pareva che il
Cristo non vedesse con eccessiva benevolenza questa sua at-
tività di segugio, don Camillo si giustificò:
«Gesù, non è per insana curiosità che io faccio questo,
ma come un dovere. Perché merita di essere additato al di-
sprezzo del prossimo chiunque, ricevuto un grande beneficio
dalla Divina Provvidenza, lo tenga nascosto».
«Don Camillo» rispose il Cristo «dato e non concesso
che la Divina Provvidenza si occupi di totocalcio, ho l'idea
che la Divina Provvidenza non abbia bisogno di pubblicità.
Inoltre è il fatto in sé che conta; e il fatto è noto in tutti i par-
ticolari essenziali: c'è qualcuno che ha vinto al gioco una
grossa somma. Perché ti affanni nel voler sapere chi sia que-
st'uomo fortunato? Interessati piuttosto della gente non favo-
rita dalla fortuna, don Camillo.»
Ma don Camillo aveva oramai il chiodino piantato in
mezzo al cervello e il mistero del Pepito lo affascinava sem-
pre di più.
Finalmente un lampo illuminò le tenebre.
A don Camillo venne voglia di mettersi a suonare il
campanone quando scoperse la chiave di quel nome: seppe
resistere alla tentazione di aggrapparsi alla corda della «Ger-
trude», però non seppe resistere all'altra tentazione. Quella di
buttarsi addosso il tabarro e di andare a fare un giretto in
paese.
E, arrivato dopo pochi istanti davanti all'officina di Pep-
pone, non seppe neppur resistere alla tentazione di fermarsi e
di metter dentro la testa per dare un salutino al sindaco:
«Buon giorno, compagno Pepito!».
Peppone smise di smartellare e gli piantò addosso due
occhi spiritati:
«Cosa vorreste dire, reverendo?».
«Niente: Pepito, in fondo, non è che un diminutivo di
Peppone. E poi si dà pure il caso curioso che anagrammando
Pepito Sbezzeguti salta fuori qualcosa che somiglia stranissi-
mamente a Giuseppe Bottazzi.»
Peppone riprese a smartellare tranquillamente.
«Andatelo a raccontare al direttore della Domenica
Enigmistica» disse. «Qui non si fanno degli indovinelli: qui
si lavora.»
Don Camillo scosse il capo:
«Mi dispiace sinceramente che tu non sia il Pepito che
ha vinto i dieci milioni».
«Dispiace anche a me» borbottò Peppone. «Se non altro,
adesso potrei offrirvene due o tre per convincervi a tornare a
casa vostra.»
«Non ti preoccupare, Peppone: io i piaceri li faccio gra-
tis» rispose don Camillo andandosene.
Dopo due ore tutto il paese sapeva alla perfezione che
cosa fosse un anagramma e non c'era casa dove il povero Pe-
pito Sbezzeguti non venisse spietatamente vivisezionato per
vedere se davvero avesse nella pancia il compagno Giuseppe
Bottazzi.
La sera stessa ci fu alla Casa del Popolo una riunione
straordinaria dello stato maggiore dei «rossi».
«Capo» spiegò lo Smilzo prendendo la parola «i reazio-
nari hanno ripreso in pieno la loro tattica propagandistica
della calunnia. Il paese è in subbuglio. Ti accusano di essere
tu quello che ha vinto i dieci milioni. Bisogna intervenire
con energia e inchiodare al muro i diffamatori.»
Peppone allargò le braccia:
«Dire che uno ha vinto dieci milioni alla Sisal non è una
diffamazione» rispose Peppone. «Si diffama una persona ac-
cusandola di aver compiuto un atto disonesto. Vincere alla
Sisal non è una cosa disonesta.»
«Capo» replicò lo Smilzo «la diffamazione politica av-
viene anche accusando l'avversario di aver commesso un'a-
zione onesta. Quando un'accusa porta del danno al Partito al-
lora è da considerare diffamazione.»
«La gente ride alle nostre spalle» aggiunse il Brusco.
«Bisogna farla smettere.»
«Ci vuole un manifesto!» esclamò il Bigio. «Un manife-
sto che parli chiaro.»
Peppone si strinse nelle spalle.
«Va bene, domani ci pensiamo.»
Lo Smilzo cavò di saccoccia un foglio:
«Per non darti fastidi lo abbiamo già preparato noi. Se ti
va, lo si fa stampare subito e domattina lo appiccichiamo».
Lo Smilzo lesse ad alta voce:

«Il sottoscritto Giuseppe Bottazzi dichiara di non aver


niente in comune col Pepito Sbezzeguti vincitore dei dieci
milioni della Sisal. È inutile che i reazionari cerchino di ca-
lunniarmi identificandomi col neomilionario suddetto: qui di
neo c'è soltanto il loro fascismo.
Giuseppe Bottazzi».

Peppone scosse il capo.


«Sì, va bene: però fino a quando non vedo roba stampa-
ta non rispondo con roba stampata.»
Lo Smilzo non era d'accordo:
«Capo, mi pare che sia sciocco aspettare che uno ci dia
una schioppettata per rispondergli con una schioppettata. La
regola è di sparare un minuto secondo prima degli altri».
«La regola è quella di sparare una pedata nel sedere a
quelli che si occupano dei fatti miei personali. Non ho biso-
gno di difensori: so difendermi benissimo da solo.»
Lo Smilzo si strinse nelle spalle:
«Se la prendi così» borbottò «non c'è più niente da
dire».
«La prendo così!» urlò Peppone pestando un pugno sul
tavolo. «Ognuno per sé e il Partito per tutti!»
Lo stato maggiore se ne andò poco convinto.
«Lasciarsi accusare di aver vinto dieci milioni, per me, è
un segno di debolezza» osservò lungo la strada lo Smilzo.
«Tanto più che c'è la complicazione dell'anagramma.»
«Speriamo bene!» sospirò il Bigio.

Dopo le chiacchiere arrivò la roba stampata: il giornale


degli agrari pubblicò un trafiletto intitolato: «Gratta il Pep-
pone e troverai il Pepito». Il paese si spaccò le budella per il
gran ridere perché il trafiletto era scritto da uno che ci sapeva
fare. Allora lo stato maggiore si riunì alla Casa del Popolo e
disse chiaro e tondo che un intervento energico era necessa-
rio.
«Sta bene» rispose Peppone «fate stampare il manifesto
e appiccicatelo.»
Lo Smilzo volò in tipografia e, un'ora dopo, don Camil-
lo riceveva dalle mani del Barchini la primissima bozza.
«È un brutto colpo per il giornale» osservò malinconica-
mente don Camillo. «Se i milioni li avesse vinti lui si guar-
derebbe bene dal far stampare una cosa del genere. A meno
che non abbia già incassato o fatto incassare la vincita.»
«Non si è mosso di qui» lo rassicurò il Barchini. «È sor-
vegliato da tutto il paese.»
Era già tardi e don Camillo andò a letto. Ma alle tre di
notte lo vennero a svegliare. Ed era Peppone.
Peppone entrò dalla parte dell'orto e, quando fu nell'an-
dito, stette a spiare attraverso la porta socchiusa. Era agitatis-
simo.
«Spero che non mi abbia visto nessuno» disse alla fine.
«Mi pare sempre di essere spiato.»
Don Camillo lo guardò preoccupato.
«Non sei diventato matto, per caso?»
«No: ma ho paura che lo diventerò.»
Si sedette e si asciugò il sudore.
«Parlo col prete o con la gazzetta del paese?» si informò
Peppone.
«Dipende da quello che vieni a dirmi.»
«Vengo per parlare col prete.»
«Il prete ti ascolta» disse gravemente don Camillo.
Peppone rigirò un poco il cappello tra le mani poi si
confessò:
«Reverendo, ho detto una grossa bugia. Pepito Sbezze-
guti sono io».
Don Camillo ricevette la bomba atomica proprio sulla
cima della testa e rimase qualche minuto senza fiato.
«Dunque sei tu quello che ha vinto i dieci milioni della
Sisal!» esclamò quando ebbe ritrovato il numero di casa. «E
perché non l'hai detto prima?»
«Non l'ho detto neanche adesso perché io sto parlando
col prete. A voi deve interessare soltanto la bugia.»
Ma a don Camillo interessavano i dieci milioni e, dopo
aver guardato con disprezzo Peppone, lo fulminò con roventi
parole:
«Vergogna! Un compagno, un proletario che vince dieci
milioni! Lasciale fare ai borghesi capitalisti queste porcherie.
Un bravo comunista i quattrini se li deve guadagnare col su-
dore della fronte».
Peppone sbuffò:
«Reverendo, non ho voglia di scherzare. Non sarà mica
un delitto giocare al totocalcio!».
«Non scherzo e non dico che sia un delitto vincere al to-
tocalcio. Affermo semplicemente che un buon comunista
non gioca al totocalcio.»
«Stupidaggini! Giocano tutti.»
«Male. E malissimo nel caso tuo perché tu sei un capo,
uno di quelli che debbono guidare la lotta del proletariato. Il
totocalcio è una delle più subdole armi inventate dalla bor-
ghesia capitalista per difendersi dal proletariato. Un'arma ef-
ficacissima e che non costa niente alla borghesia. Anzi le dà
dei grossi guadagni. Un buon comunista non aiuta, ma com-
batte fieramente il totocalcio!»
Peppone lo guardò sbalordito:
«Reverendo, il cervello vi va in acqua?».
«No: è andato in acqua a te» esclamò solennemente don
Camillo. «Cos'è il totocalcio? Come funziona? Mille poveri
diavoli vengono prelevati dal despota capitalista, chiusi in un
campo di concentramento e costretti a lavorare duramente. E,
per tutta paga, dà a ognuno dei poveretti ogni giorno un pez-
zo di pane che non basta a sfamarli. E allora cosa fanno gli
infelici per cercar di far tacere la fame? Ognuno sacrifica un
giorno per settimana cento grammi di pane della razione e lo
consegna al padrone sfruttatore assieme a un bigliettino con
scritto il proprio nome. Il padrone mette i mille bigliettini
dentro un cappello poi, la domenica, ne estrae a sorte uno. E
il fortunato riceve metà del pane versato dai compagni. L'al-
tra metà se la tiene il padrone per il disturbo dell'organizza-
zione del totopane. Così si ha semplicemente il risultato che
novecentonovantanove affamati si privano ciascuno di cento
grammi di pane per far sì che uno ne possa avere mezzo
quintale di più. E ognuno sacrifica ogni settimana un quinto
del suo pane quotidiano con la speranza di essere lui il favo-
rito dalla sorte e di guadagnare il premio. Invece chi guada-
gna è il padrone. Sempre il padrone sfruttatore.»
Peppone scrollò le spalle con stizza.
«Non ti agitare, compagno! Tutto quanto serve a illude-
re il lavoratore di potersi procurare il benessere con mezzi
che non siano la rivoluzione proletaria, è contrario al benes-
sere del popolo e favorevole alla causa dei nemici del popo-
lo! Tu favorendo il totocalcio tradisci la causa del popolo!»
Peppone si spazientì.
«Io non tradisco nessuno! Io so bene quel che faccio.»
«Non lo metto in dubbio, compagno Peppone. È logico
che siccome lo scopo ultimo è quello di far trionfare la causa
del popolo, e siccome non si può pretendere che i capitalisti
siano così imbecilli da finanziare il movimento comunista, è
necessario che il popolo stesso cacci i quattrini per finanziare
la propria causa. E allora, se tu sei un buon comunista, gio-
cando al totocalcio lo fai con spirito comunista, allo scopo di
procurare al partito i mezzi per la continuazione della lotta. E
allora se sei un buon comunista tu verserai i dieci milioni
nelle casse del partito!»
Peppone agitò le braccia:
«Reverendo» gridò «piantiamola di buttare sempre le
cose in politica!».
«Compagno! E la rivoluzione proletaria?»
Peppone pestò i piedi.
«Ti capisco, compagno» concluse sorridendo don Ca-
millo. «In fondo hai ragione. Meglio dieci milioni oggi che
la rivoluzione proletaria domani.»
Don Camillo attizzò il fuoco poi dopo qualche minuto si
volse verso Peppone.
«Sei venuto qui per dirmi soltanto che hai vinto i dieci
milioni?»
Peppone sudava.
«Come faccio a incassarli senza che nessuno sappia
niente?»
«Vai direttamente.»
«Non posso, mi sorvegliano. E poi non posso più andare
io: domattina esce la dichiarazione.»
«Manda uno di tua fiducia.»
«Non mi fido di nessuno.»
Don Camillo scosse il capo:
«Non so cosa dirti».
Peppone gli mise davanti al naso una busta:
«Andate voi, reverendo».
Peppone si alzò e si avviò verso la porta e don Camillo
rimase lì a guardare la busta.
Don Camillo partì la mattina stessa e tre giorni dopo era
di ritorno. Arrivò che era sera tarda e, prima di entrare in ca-
nonica, andò a parlare col Cristo dell'aitar maggiore.
Aveva con sé una valigetta che posò sulla balaustra del-
l'altare e aprì.
«Gesù» disse con voce molto severa «questi sono dieci
pacchetti di cento biglietti da diecimila ciascuno. Totale die-
ci milioni per Peppone. Io mi permetto di farVi notare sem-
plicemente che quel senzadio non meritava un premio di
questo genere.»
«Dillo alla Sisal» lo consigliò il Cristo.
Don Camillo se ne andò con la sua valigia e, salito al
primo piano della canonica, accese e spense tre volte la luce,
secondo quanto convenuto con Peppone.
Peppone, che era in vedetta, rispose accendendo e spe-
gnendo due volte la luce della sua camera da letto.
Arrivò in canonica dopo due ore, intabarrato fino agli
occhi. Entrò dalla parte dell'orto, sbarrò la porta col catenac-
cio.
«E allora?» domandò a don Camillo che aspettava in ti-
nello.
Don Camillo si limitò a fargli un cenno per indicargli la
valigetta che stava sulla tavola.
Peppone si appressò e con mani tremanti aperse la vali-
getta.
Vedendo i pacchi di banconote gli si riempì la fronte di
sudore.
«Dieci milioni?» sussurrò.
«Dieci milioni: puoi contarli.»
«No, no!»
Continuò a guardare i pacchi di banconote, come affa-
scinato.
«Certo» sospirò don Camillo «che dieci milioni sono un
bel malloppo, oggi come oggi. Però cosa saranno domani?
Basta una notizia preoccupante per distruggere il valore del
danaro e fare di questi quattrini un mucchio di cartaccia.»
«Bisognerebbe investirli subito» disse Peppone con un
po' d'ansia. «Con dieci milioni si può comprare un discreto
podere. La terra è sempre terra…»
«La terra ai contadini, ha detto Stalin. Non la terra ai
fabbri. Se viene Stalin ti porta via tutto.»
«Stalin? E perché dovrebbe venire? Non è mica un im-
perialista.»
«Dico Stalin per dire comunismo: il comunismo è desti-
nato a trionfare. Il mondo va a sinistra, caro compagno…»
Peppone continuava a guardare le banconote.
«Oro» disse. «Bisognerebbe comprare dell'oro. Quello
lo si può nascondere.»
«E poi, quando l'hai nascosto, cosa ne fai? Se viene il
comunismo tutto è razionato e statizzato e l'oro lo devi la-
sciare dov'è perché non puoi comprare niente.»
«E mandarlo all'estero?»
«Ohibò! Come un capitalista qualsiasi! E poi bisogne-
rebbe portarlo in America perché l'Europa è destinata a di-
ventare tutta comunista. E poi anche l'America, rimasta iso-
lata, dovrà capitolare davanti a Stalin.»
«L'America è forte» disse Peppone. «In America non ci
arriverà mai.»
«Non si sa: l'avvenire è nelle mani di Stalin,
compagno.»
Peppone sospirò poi si mise a sedere.
«Mi gira la testa, reverendo. Dieci milioni!…»
«Pigliati su la merce e portatela a casa. Però rimandami
la valigia. Quella è mia.»
Peppone si alzò:
«No, reverendo! Per favore, tenete voi tutto. Ne parlia-
mo domani. Adesso non capisco più niente».
Peppone se ne andò e don Camillo, presa la valigia, salì
al primo piano e si buttò nel letto.
Era stanco morto ma non riuscì a dormire molto perché,
alle due di notte, lo svegliarono e dovette scendere. Erano
Peppone e sua moglie tutti imbacuccati.
«Reverendo» spiegò Peppone «cercate di capirmi… Mia
moglie vorrebbe vedere come sono fatti dieci milioni…»
Don Camillo andò a prendere la valigia e la pose di nuo-
vo sulla tavola.
La moglie di Peppone, appena vide le banconote, impal-
lidì. Don Camillo aspettò pazientemente che lo spettacolo
fosse finito. Poi richiuse la valigia e andò ad accompagnare
alla porta Peppone e la donna:
«Cercate di dormire» disse don Camillo.
Tornò a letto ma, alle tre del mattino, dovette scendere
ancora.
E ancora si trovò davanti Peppone.
«Be'? Non è ancora finito il pellegrinaggio?»
Peppone allargò le braccia:
«Reverendo, sono venuto a prendere la valigia».
«Adesso? Neanche per sogno: l'ho già nascosta in solaio
e sta sicuro che non salgo a prenderla. Vieni domani. Ho
sonno e ho freddo. Forse non ti fidi?»
«Non è questione di fidarsi. Mettete il caso che, si fa per
dire, vi venga un accidente qualsiasi… Come faccio a dimo-
strare che quei soldi sono miei?…»
«Vai a letto tranquillo: la valigia è sigillata e c'è scritto
il tuo nome. Io penso a tutto.»
«Capisco, reverendo… Comunque è meglio che i soldi
siano in casa mia…»
Don Camillo avvertì un tono di voce che non gli piac-
que. E allora cambiò improvvisamente tono anche lui.
«Di che soldi parli?» domandò.
«Dei miei! Di quelli che siete andato a ritirare per me a
Roma!»
«Tu sei pazzo, Peppone. Tu sogni. Io non ho mai ritirato
soldi tuoi!»
«La schedina era mia!» ansimò Peppone. «Pepito Sbez-
zeguti sono io!»
«Ma se c'è stampato su tutti i muri che non sei tu. La di-
chiarazione è tua!»
«Sono io! Pepito Sbezzeguti è l'anagramma di Giuseppe
Bottazzi!»
«Niente affatto: Pepito Sbezzeguti è l'anagramma di
Giuseppe Bottezzi. Tu ti chiami Bottazzi, non Bottezzi. Mio
zio si chiama Giuseppe Bottezzi: io ho ritirato la schedina
per lui.»
Peppone scrisse con mano tremante Pepito Sbezzeguti
sul margine del giornale disteso sul tavolo, poi scrisse il suo
nome e controllò:
«Maledizione!» urlò. «Ho messo una "e" al posto della
"a"! Ma i soldi sono miei!»
Don Camillo si avviò lungo la scala per tornare a letto e
Peppone lo seguì, sempre insistendo che i soldi erano suoi.
«Non agitarti, compagno» lo ammonì don Camillo en-
trando nella camera e mettendosi a letto. «Io i dieci milioni
non me li mangerò. Li userò per la tua causa, per la causa del
popolo, distribuendoli ai poveretti.»
«Al diavolo i poveretti!» urlò fuori di sé Peppone.
«Porco reazionario!» esclamò don Camillo accomodan-
dosi tra le coltri. «Vattene e lasciami dormire.»
«Datemi i miei soldi o vi ammazzo come un cane!» urlò
Peppone.
«Pigliati la tua porcheria e vattene!» borbottò don Ca-
millo senza voltarsi.
La valigia era lì sul comò. Peppone l'agguantò e, nasco-
stala sotto il mantello, scappò via.
Don Camillo lo udì sbattere la porta dell'andito e sospi-
rò.
«Gesù» disse severamente «perché farlo vincere, rovi-
nargli la vita? Quel poveretto non meritava una punizione si-
mile!»
«Prima mi rimproveri perché quel danaro è un premio
non meritato, adesso mi rimproveri perché quel danaro è una
punizione ingiusta. Evidentemente non ne azzecco più una
con te, don Camillo» rispose il Cristo.
«Gesù, non parlo con Voi, parlo con la Sisal» precisò
don Camillo prendendo finalmente sonno.
174 L'UOMO SENZA TESTA

Don Camillo balzò in piedi e si sarebbe anche messo a


urlare perché la scoperta era straordinaria, ma i rintocchi del-
l'orologio del campanile vennero a distoglierlo dal suo pro-
posito e gli ricordarono come, alle tre di notte, l'unica cosa
sensata che si possa fare sia quella di andarsene a dormire.
Don Camillo ne convenne ma, prima di abbandonare il
campo, volle ancora rileggersi quella notizia straordinaria
venuta a galla sulle acque morte dei secoli passati: «L'8 no-
vembre 1752 accadde un fatto tremendo…».
Il diario dell'antico parroco veniva a spiegare finalmente
il mistero della pietra nera e offriva a don Camillo un eccel-
lente argomento per la predica della domenica.
Don Camillo chiuse il librone e corse a buttarsi a letto
perché era già domenica da più di tre ore.

«Fratelli» disse don Camillo al sermone della Messa


delle undici. «Oggi voglio parlarvi della pietra nera. Quella
pietra nera che tutti avete visto piantata per terra in un ango-
lo del cimitero, quella misteriosa pietra sulla quale sta scrit-
to: "8 novembre 1752 – Qui giace un uomo senza nome e
senza volto". Quante discussioni, quante ricerche sono state
fatte per scoprire il senso di quella misteriosa iscrizione! Ma
oggi, finalmente, tutto è spaventosamente chiaro…»
Un mormorio di meraviglia accolse l'affermazione di
don Camillo. E don Camillo riprese:
«Già da alcuni mesi, sera per sera, io vado passando con
estrema cura i vecchi libri della parrocchia trovati nell'arma-
dio famoso, e, come sapete, ho trovato molte interessanti no-
tizie. Ma, come ancora non sapete, ho trovato stanotte la no-
tizia più straordinaria. E ve la traduco ora in lingua corrente
dallo stesso documento originale: "L'8 novembre 1752 ac-
cadde un fatto tremendo. Da oltre un anno una banda di scia-
gurati batteva il nostro paese e i paesi vicini e compiva le sue
delittuose imprese nel cuor della notte e veniva chiamata
'banda del buco' in quanto si introduceva nelle case pratican-
do con infernale destrezza un pertugio in qualche muro. Mai
nessuno dei briganti venne colto con le mani nel sacco, ma la
notte dell'8 novembre accadde che il mercante Giuseppe Fo-
lini del Crocilone fu risvegliato da un rumore sospetto e, sce-
so cautamente dal letto e cautamente entrato nel magazzino
ove era riposta la sua mercanzia, si accorse che il rumore
proveniva dal muro verso i campi, ove non erano finestre o
porte. Qualcuno dall'esterno stava evidentemente praticando
un pertugio nel muro per entrare e non poteva trattarsi che
d'una nuova impresa della 'banda del buco'.
«"Di lì a pochi istanti, quando il Folini ancora era incer-
to sul da farsi, un pezzo di calcinaccio si staccò dal muro a
meno di una spanna dal livello del pavimento e, poiché un
po' di luce lunare entrava da un finestrino e poiché il suo oc-
chio s'era abituato al buio, il Folini vide che un mattone si
muoveva. Difatti il mattone lentamente venne cavato via e
una mano bianca e sottile spuntò dallo stretto pertugio e, ag-
guantato un altro mattone, lo smosse e lo divelse. Allargato
così il pertugio, la mano riapparve con tutto l'avambraccio e
prese a tastare cautamente il muro tutt'intorno al buco per ve-
dere se al muro fosse appeso o appoggiato qualcosa che po-
tesse cadere e far rumore.
«"Il Folini, uomo robusto, afferrò al polso quel braccio,
deciso a non lasciare la presa. E, nello stesso tempo, inco-
minciò a urlare.
«"Sopraggiunsero i familiari, e un figlio del Folini con
molti giri di corda legò il braccio del malvivente e così il
malvivente si poteva dire irrimediabilmente catturato.
«"La casa del Folini essendo isolata, non si poteva dare
l'allarme ed essere uditi dalla gente del paese. E i Folini, per
timore di cadere in una imboscata dei complici del malviven-
te, attesero a uscire che fosse giorno. A ogni modo uno della
banda era preso e, messo nelle mani della giustizia, avrebbe
detto chi erano gli altri.
«"All'alba i Folini uscirono e si portarono cautamente
dietro la casa. Ma trovarono soltanto un cadavere decapitato.
I briganti, per timore che, sotto la tortura, il complice cattu-
rato disvelasse i loro nomi, e per evitare che identificando il
disgraziato la giustizia potesse avere qualche indizio che la
portasse sulle tracce della banda, l'avevano ammazzato se-
gandogli la testa e portandosela via.
«"Visto che niente lo sciagurato recava indosso che po-
tesse portare alla sua identificazione, la salma decapitata
venne da me nottetempo sepolta in un angolo del cimitero,
ponendo io a segnacolo una pietra nera con la scritta: '8 no-
vembre 1752 – Qui giace un uomo senza nome e senza
volto'…"».
Don Camillo chiuse il vecchio librone poi, contemplato
per qualche istante lo sgomento della gente, concluse:
«Fratelli, ecco con questa tremenda storia svelato un mi-
stero. Sotto la pietra nera dorme un uomo senza testa. Questo
è orrendo, ma più terrificante ancora è il fatto che non uno
ma cento uomini senza testa vivono e operano in questo pae-
se e, con infernale destrezza, lavorano per praticare un buco
nel muro meno sorvegliato d'ogni casa allo scopo di intro-
dursi in ogni casa per togliere alla gente il cervello, sosti-
tuendolo con la propaganda e con le direttive di un partito
politico di estrema sinistra che non nomino per ovvie ragio-
ni…».

*
La storia dell'uomo senza testa suscitò una grande im-
pressione in paese e tutti vollero andarsi a rivedere la pietra
nera del cimitero.
Al Crocilone la vecchia casa dei Folini era ancora in
piedi: non serviva più da abitazione ma da magazzino forag-
gi e, ai piedi del muro verso i campi, crescevano alte erbac-
ce. L'erbaccia fu falciata e il buco venne identificato. E chi,
di sera, doveva passare per il Crocilone, pigiava forte sui pe-
dali del biciclo o girava, se era in motocicletta, la manetta
del gas, per via di quel brividino che tutti si sentivano correre
lungo il filone della schiena.
Sopraggiunsero le prime brume del novembre e il gran-
de fiume diventò cupo e misterioso.
E, una sera, la vecchia Gabini, ritornando da Castellina
per la strada sull'argine, incontrò un uomo senza testa.
Rincasò pazza di paura e la dovettero portare a letto per-
ché non aveva più neanche la forza di reggersi in piedi. Volle
il prete e chi andò in paese a chiamare don Camillo si fermò
un momento al caffè sotto il portico per bere un grappino e
raccontò il fatto. Così, in pochi istanti, tutto il paese fu a co-
noscenza dell'incontro e don Camillo, al suo ritorno dalla
casa della vecchia Gabini, trovò sul sagrato un mucchio di
gente che voleva sapere di che diavoleria si trattasse.
«Stupidaggini!» spiegò don Camillo. «Se la vecchia Ga-
bini non stesse male, ci sarebbe da ridere.»
In verità la poveretta aveva detto cose che non stavano
né in cielo né in terra:
«Reverendo! L'ho visto: era lui!».
«Lui chi?»
«Lui, quello senza testa sepolto sotto la pietra nera! Mi
sono trovata improvvisamente a faccia a faccia con lui.»
«A faccia a faccia? E come mai? Non era senza testa?»
«Senza testa, reverendo. Era in bicicletta e andava ada-
gio…»
Don Camillo aveva sghignazzato:
«O bella! E come faceva ad andare in bicicletta se è
morto nel 1752 quando le biciclette non esistevano?».
«Non lo so» aveva balbettato la vecchia. «In questo
tempo si vede che avrà imparato… Ma io sono sicura che era
lui! Lui, l'uomo senza testa.»
Il racconto di don Camillo divertì molto la gente aduna-
ta sul sagrato, e la storiella del fantasma che aveva imparato
ad andare in bicicletta rimbalzò allegramente da casa a casa.
Per una quindicina di giorni non accadde niente di
straordinario ma ecco che, improvvisamente, l'uomo senza
testa si rifece vivo.
Lo aveva incontrato poco dopo il tramonto Giacomone
il barcaiolo. Passando attraverso il macchione di gaggìe, se
lo era trovato lì davanti, sul sentiero. E l'uomo senza testa
stavolta non era in bicicletta ma camminava a piedi come
ben si addice a un fantasma del Settecento.
Fu lo stesso Giacomone ad andarlo a raccontare a don
Camillo.
«Tu bevi troppo, Giacomone!» gli disse don Camillo
quand'ebbe udita la storia.
«Non bevo da tre anni» rispose Giacomone. «E non
sono il tipo che si impressioni. Io mi limito a riferirvi quello
che ho visto con questi occhi: un uomo dalla testa mozza.»
«Non hai visto per caso un uomo che, per ripararsi dalla
pioggia, si era tirato la giacca sulla testa?»
«Ho visto il collo mozzo.»
«Non hai visto niente! Credi di aver visto. Domani ritor-
na nel punto preciso dove ti pare d'esserti incontrato con
l'uomo senza testa, guardati bene attorno e scoprirai la frasca
o la pianta che ti hanno suggerita quell'illusione.»
Giacomone, il giorno dopo, andò e assieme a lui andaro-
no almeno venti persone. Trovarono il punto dell'incontro, si
guardarono attorno ma non videro niente che potesse dar l'i-
dea d'un uomo con la testa mozza.
L'uomo senza testa apparve una settimana dopo a un
giovanotto e allora la gente non si domandò più se le appari-
zioni fossero vere o no. Si pose semplicemente la domanda:
«Perché l'uomo senza testa va in giro? Cosa cerca?».
La ragione era evidente: l'uomo senza testa cercava la
sua testa. La rivoleva perché giacesse, assieme al resto, in
terra benedetta.
Don Camillo non accettò di esprimere nessun parere sul
motivo che spingeva l'uomo senza testa a girovagare per gli
argini e lungo le carrarecce:
«Non voglio sentir parlare di queste sciocchezze!» ri-
spondeva a chi lo interpellava.
Ma, un giorno, si sentì profondamente turbato e disse il
suo cruccio al Cristo dell'aitar maggiore:
«Gesù, da quando io sono parroco in questo paese io
non ho mai visto tanta gente venire in chiesa. All'infuori di
Peppone e dei pochi barabba del suo stato maggiore, ci sono
sempre tutti: vecchi, giovani, sani, malati».
«E non sei contento, don Camillo?»
«No: è soltanto la paura che spinge qui tanta gente. Non
è timor di Dio. E io mi cruccio di questo e del fatto di vedere
tanta povera gente piena di paura. Vorrei che l'incubo finis-
se.»
Il Cristo sospirò.
«Don Camillo, fra tutta questa gente che ha paura, non
ci saresti per caso anche tu?»
Don Camillo allargò le braccia ed esclamò con estrema
sicurezza:
«Gesù, don Camillo non conosce cosa sia la paura!».
«Ciò è molto importante, don Camillo: basterà il fatto
che tu non abbia paura per liberare gli altri dalla paura.»
Don Camillo si rasserenò, ma la storia delle apparizioni
dell'uomo senza testa continuò e venne complicata dall'inter-
vento di Peppone.
Peppone, infatti, un giorno affrontò in piena piazza don
Camillo e gli disse alzando la voce in modo da essere udito
almeno fino oltre il fiume:
«Reverendo, sento parlare in giro di una strana faccenda
nella quale si parla di un uomo senza testa! Ne sa qualcosa,
lei?».
«Io no» rispose con aria stupita don Camillo. «Di che
cosa si tratterebbe?»
«Pare che un uomo senza testa si faccia vedere di sera in
giro per il paese.»
«Un uomo senza testa? Dev'essere di sicuro uno che
cerca la Casa del Popolo per venirsi a iscrivere al tuo parti-
to.»
Peppone incassò senza spostarsi di un millimetro.
«Già: ma non potrebbe invece trattarsi di un fantasma
fabbricato in canonica e poi messo in circolazione allo scopo
di terrorizzare la gente e indurla a cercare rifugio all'ombra
della sottana del parroco?»
«In canonica non si fabbricano fantasmi né con la testa
né senza testa» replicò don Camillo.
«Ah: i fantasmi senza testa li fate arrivare
dall'America?»
«E perché rivolgersi all'industria estera quando la suc-
cursale locale del tuo partito fabbrica i migliori fantasmi sen-
za testa?»
Peppone ridacchiò:
«Comunque un fatto è certo: il fantasma dell'uomo sen-
za testa è uscito dalla fabbrica della canonica!».
«È uscito dalla fabbrica dei cervelli malati. La storia di
un uomo senza testa l'ho raccontata io, ma è uscita dalla fab-
brica della storia. Il documento è a completa disposizione di
chi ha dei dubbi.»
Don Camillo si avviò verso la canonica e Peppone lo se-
guì assieme allo Smilzo, al Brusco, al Bigio e agli altri pezzi
grossi dello stato maggiore.
Il libro famoso era ancora sulla scrivania del tinello; don
Camillo lo indicò a Peppone:
«Cerca l'8 novembre del 1752 e leggi».
Peppone sfogliò lentamente il libraccio e, trovato il pun-
to che interessava, lo lesse. Poi lo rilesse. Poi lo fece leggere
agli altri.
«Se avete dei dubbi sulla autenticità del documento, pa-
dronissimi di farlo studiare da un competente di vostra fidu-
cia. In tutta questa storia l'unica cosa che mi si può rimprove-
rare è quella di non aver neppure lontanamente pensato che
una cronaca del 1752 avrebbe potuto eccitare pericolosamen-
te le fantasie.»
Il Bigio tentennò il capo:
«Allora qualcosa di vero c'è nella faccenda dell'uomo
senza testa» borbottò.
«C'è di vero semplicemente quello che sta scritto su
quel foglio!» affermò don Camillo. «Tutto il resto è fantasia,
invenzione!»
La banda se ne andò cogitabonda e, la sera, altri due del
paese incontrarono l'uomo senza testa.
Il giorno seguente un gruppo di madri di famiglia si pre-
sentò a don Camillo: tutte le donne erano agitatissime.
«Reverendo, bisogna che lei intervenga! Bisogna fare
qualcosa: benedire la tomba della pietra nera, dire una Messa
di suffragio per quell'anima in pena!»
«No» rispose don Camillo. «Qui non c'è nessuna anima
in pena: qui ci sono soltanto le vostre stolte fantasticherie
che io non posso avallare col mio intervento.»
«Andremo a protestare dal Vescovo!» gridarono le don-
ne.
«Andate dove volete: nessuno può ordinarmi di credere
ai fantasmi!»

L'incubo divenne sempre più pesante, oramai l'uomo


senza testa era stato visto da decine e decine di persone: il
morbo della paura aveva infettato i cervelli più positivi e la
situazione diventava sempre più preoccupante. E, una sera,
don Camillo decise di intervenire. Aspettò che ogni vita si
spegnesse nel paese e andò a bussare alla porta di Peppone.
Peppone era ancora alzato e venne subito ad aprire.
Pioveva a scrosci e quello che disse don Camillo parve
più che naturale a Peppone:
«Debbo andare da uno che sta morendo, e in bicicletta
non ce la faccio. Portami in macchina».
Peppone tirò fuori dalla rimessa la macchina che usava
per il servizio pubblico. Salirono.
«Portami un momentino in canonica» disse don Camil-
lo.
Arrivati davanti alla canonica, don Camillo scese e volle
che scendesse pure Peppone.
«Debbo parlarti» spiegò don Camillo quando furono in
tinello.
«E c'era bisogno di tutta questa commedia?»
«Di questa e di altre commedie ancora. Qui tutti stanno
impazzendo e noi che abbiamo ancora il cervello a posto
dobbiamo a ogni costo liberare la gente dal terrore. Non è
onesto quello che ti propongo, ma mi carico di ogni respon-
sabilità di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Dobbiamo si-
mulare il ritrovamento di un teschio. Studieremo il posto più
adatto: io lo seppellirò e tu farai in modo di ordinare dei la-
vori di sterro che permettano di ritrovarlo. Lo seppellirò as-
sieme a una mezza moneta dell'epoca. L'altra mezza moneta
la seppellirò in mezzo alle ossa, nella tomba sotto la pietra
nera. Capisci?»
Peppone sudava.
«È una cosa spaventosa» balbettò.
«Ma è più spaventoso il fatto che la gente stia impaz-
zendo dalla paura. Bisogna liberare la gente da una sugge-
stione con un'altra suggestione. Adesso si tratta di concorda-
re il piano nei particolari.»
Concordarono il piano nei particolari e così si fece tardi.
Peppone risalì in macchina che erano già le due di notte,
ma subito lanciò un'imprecazione.
«Cosa c'è?» domandò don Camillo che stava ancora sul-
la porta.
«Ci deve essere un guaio nella batteria: l'avviamento
non funziona.»
Tentò con la manovella ma tutto fu inutile.
«Lasciala qui, la verrai a prendere domattina» disse don
Camillo. «Ti accompagnerò fino a casa. Tanto sono già ba-
gnato fino alle ossa.»
Si avviarono sotto la pioggia per la stradetta che girava
attorno al paese e, a un tratto, Peppone si fermò attanaglian-
do con una mano il braccio di don Camillo.
L'uomo senza testa era lì davanti, in mezzo alla strada.
Il cielo era pieno dei bagliori della tempesta e si vedeva
benissimo l'uomo senza testa.
L'uomo senza testa si incamminò e Peppone e don Ca-
millo lo seguirono lentamente.
Svoltò per la viottola che portava all'argine e, giunto
sotto una quercia secolare, si fermò.
Don Camillo e Peppone ristettero.
Il bagliore d'un fulmine illuminò ancora una volta l'uo-
mo senza testa fermo sotto la quercia.
Poi un orrendo bagliore accompagnato a un tremendo
schianto intontì per qualche istante don Camillo e Peppone.
Il fulmine aveva frantumato la quercia secolare già
svuotata dal tempo scalzandone fin le radici.
Nuovi bagliori illuminarono quella rovina, ma l'uomo
senza testa non c'era più.
Don Camillo si ritrovò rannicchiato dentro il letto senza
neppur sapere come e cadde in un sonno di piombo.
Lo svegliarono la mattina presto e lo trascinarono fuori.
Attorno alla quercia abbattuta c'era mezzo il paese e, nella
terra nera, fra le radici divelte, biancheggiava un teschio.
La gente non ebbe un attimo d'esitazione: non poteva
appartenere che all'uomo senza testa. Il modo col quale era
saltato fuori lo stava a dimostrare.
Lo portarono la mattina stessa alla tomba della pietra
nera.
E tutti ebbero la sensazione che l'incubo era finito.
Rincasando ancora allocchito, don Camillo andò a ingi-
nocchiarsi davanti al Cristo.
«Gesù» balbettò «Vi ringrazio d'avermi punito per il
mio peccato di presunzione: adesso conosco cos'è la paura.»
«Credi dunque anche tu alle storie dei fantasmi senza te-
sta?»
«No» rispose don Camillo. «Ieri sera, per un istante, il
mio cervello personale è stato dominato dalla paura colletti-
va.»
«È una spiegazione quasi scientifica» sussurrò il Cristo.
«È un mezzo come un altro per non confessarvi la mia
vergogna» spiegò umilmente don Camillo.
L'uomo dalla testa mozza ebbe una testa: era la sua?
Non era la sua?
Comunque si accontentò e non disturbò più la fantasia
della gente.
E il grande fiume placido portò al mare anche questa
storia, come una foglia morta.
175 (a, b) IL FRATE CERCÓNE

Il Barchini entrò in canonica agitatissimo senza neanche


domandar permesso.
«Reverendo!» esclamò cavando di tasca un giornale e
sciorinandolo davanti a don Camillo che stava scrivendo una
lettera. «Hanno dovuto pubblicare la notizia anche loro!»
Don Camillo prese il giornale e, data un'occhiata alle
prime righe dell'articolo che aveva messo tanto in frenesia il
Barchini, si rallegrò:
«Questo sistema ogni cosa!».
«Reverendo, leggete il commento se volete sentirne del-
le grosse!» disse il Barchini.
«Il commento non mi interessa» rispose don Camillo.
Mi interessa il fatto che il loro giornale abbia pubblicato la
lettera di dimissioni. Non possono più risponderti che loro
non sanno niente di deputati e di senatori e che non si occu-
pano delle fantasie della stampa reazionaria. Comunque, la-
sciami il giornale.»
Il Barchini se ne andò e don Camillo lesse con estrema
diligenza tutto l'articolo. Poi lo rilesse analizzandone ogni
parte. Quindi, riposto il giornale nel cassetto della scrivania,
si buttò sulle spalle il tabarro e andò a fare un giretto in pae-
se.
Arrivato davanti all'officina di Peppone, diede una rapi-
da occhiata esplorativa attraverso la finestra e, visto che la
situazione si presentava quanto mai favorevole, si diresse de-
ciso verso la porta ed entrò.
Peppone stava discutendo con lo Smilzo, col Bigio, col
Brusco e con gli altri pezzi grossi dello stato maggiore e non
era difficile capire quale fosse l'argomento della discussione
perché l'Unità era lì, in mezzo al crocchio, sciorinata sull'in-
cudine.
«Disturbo?» si informò don Camillo ad alta voce.
«Molto!» borbottò Peppone lanciando a don Camillo
un'occhiata feroce.
«Vado via subito» disse don Camillo. «Ho bisogno sem-
plicemente di dare una guardatina all'Unità. Non sono riusci-
to a trovarne una copia da nessuna parte.»
Don Camillo aveva già allungato la zampa verso l'incu-
dine e Peppone non fece a tempo a impedirgli di agguantare
il giornale.
«Quando circolano notizie sensazionali» spiegò don Ca-
millo mentre si accostava alla finestra per dare in buona luce
la guardatina al giornale «non mi fido di nessuno e voglio
sentire tutt'e due le campane prima di tirare una
conclusione…»
Ma aveva evidentemente trovato quello che cercava per-
ché s'interruppe concentrandosi nella lettura dell'articolo che
aveva già letto e riletto in canonica.
Alla fine si avvicinò al crocchio e rimise il giornale sul-
l'incudine.
«La notizia di quel vostro deputato che ha dato le dimis-
sioni perché come cristiano cattolico non se la sentiva più di
rimanere in un partito scomunicato dalla Chiesa è dunque
vera!» esclamò.
Peppone non era in grado di rispondere con sufficiente
serenità; rispose per lui lo Smilzo:
«Vera come la notizia di tre mesi fa. Quella del gesuita
che ha dato le dimissioni da prete e si è iscritto al Partito co-
munista. Perché non siete venuto a chiedere l'Unità allora?».
«Forse perché tu me ne hai fatto trovare sei copie incol-
late sul muro della canonica» spiegò don Camillo.
Peppone, superata la crisi, passò al contrattacco:
«Certo, reverendo, che quello è stato un gran brutto col-
po per voi!».
«E perché mai? Se un cattivo sacerdote se ne va è un ot-
timo affare per la Chiesa.»
«Ottimo come quello che fa adesso il Partito perdendo
un cattivo compagno!» gridò trionfante Peppone.
Don Camillo scosse il capo.
«Non è precisamente così: il tuo partito non perde un
cattivo compagno, perde un buon cristiano.»
«Ma che buon cristiano!» urlò Peppone. «Ci sono a cen-
tinaia di migliaia di buoni cristiani, nel Partito, e neanche
uno si sogna di dare le dimissioni. Non esiste nessuna in-
compatibilità!»
«La Chiesa è di parere opposto.»
«La Chiesa può dire quello che vuole. Oramai è chiaro:
la Chiesa fa della politica e cerca di impaurire gli ignoranti
per portar via voti al Partito del popolo.»
«Quel vostro deputato non mi pare un ignorante.»
«Lo si vedrà chi è.»
«Lo si è già visto» affermò calmo don Camillo. «È un
uomo che ha ascoltato la voce della sua coscienza. Date retta
a me: se avete ancora una coscienza e se questa coscienza
qualche volta vi parla, ascoltate le sue parole e seguite l'e-
sempio del vostro deputato dando anche voi le dimissioni dal
partito.»
«Quando avremo bisogno delle vostre prediche verremo
in canonica» disse Peppone con voce cupa e minacciosa.
«Sta bene» rispose don Camillo. «Allora ci vedremo
presto perché avete davvero un gran bisogno di prediche.»
Dicendo queste parole don Camillo non pensava che
prima di sera avrebbe rivisto Peppone e la sua banda.
Peppone e il suo stato maggiore, infatti, arrivarono alla
canonica nel pomeriggio, ma non entrarono. Si fermarono
davanti alla finestra del tinello e fecero cenno a don Camillo
di uscire.
«Ho ripensato alle vostre parole» spiegò Peppone quan-
do si trovò al cospetto di don Camillo. «Esiste incompatibili-
tà. Quindi sono venuto a dare le mie dimissioni.»
Don Camillo non riusciva a orizzontarsi:
«Dimissioni?» balbettò. «Ma io cosa c'entro? Presentale
al tuo partito.»
«No, le presento a voi perché intendo dare le mie dimis-
sioni da cattolico.»
Don Camillo allargò le braccia.
«Le tue dimissioni le hai già date da quando, invece di
obbedire alle direttive della Chiesa, hai obbedito alle diretti-
ve del tuo partito, quando cioè ti sei messo contro la legge.»
«Però, agli effetti legali, io resto sempre cattolico» repli-
cò Peppone. «Tanto è vero che, quando io debbo riempire un
qualsiasi formulario, alla domanda della religione io sono
costretto a rispondere "Cattolica" se non voglio dichiarare il
falso. Io sono sempre in forza nell'organizzazione clericale
per il semplice fatto che il mio nome è scritto nel libro dei
battezzati. Cancellatelo. Non sono stato io a chiedere di esse-
re battezzato perché allora avevo pochi giorni e non ero in
grado di ragionare.»
«Neppure adesso che hai un sacco d'anni sei in grado di
ragionare» affermò don Camillo. «Comunque, anche se ti
hanno battezzato senza il tuo consenso, nessuno ti ha tolto la
libertà di agire come meglio credi. Quando sei nato, i tuoi
genitori ti hanno comprato un biglietto per compiere il tuo
viaggetto e arrivare in Paradiso. E poi, con un nastrino ti
hanno appeso il biglietto al collo. Ma ti hanno lasciato la pie-
na facoltà di usare questo biglietto o di non usarlo. Mica ti
hanno obbligato ad andare in Paradiso: puoi sempre buttar
via il biglietto e andare all'Inferno.»
Peppone era un omaccio, però aveva una sensibilità spe-
ciale per le minime sfumature; sentendosi mandare all'Infer-
no strinse i pugni:
«All'Inferno vi ci manderemo noi il giorno in cui trion-
ferà la causa del popolo!».
Don Camillo sorrise:
«E come farete a mandarmi all'Inferno se, allora, io sarò
già in Paradiso da almeno tre o quattromila anni?».
Peppone voleva continuare ma lo Smilzo lo dissuase:
«Capo, non vai la pena di insistere: qui siamo in piena
atmosfera di oscurantismo medievale. Trecento anni fa il
parroco d'allora faceva di sicuro gli stessi discorsi usando le
stesse parole. I preti non si accorgono che il mondo cammi-
na. Andiamo, non stiamo qui a perdere tempo».
«Veramente non so neanche perché siate venuti» disse
don Camillo.
«Per farvi vedere come il popolo reagisce alle illecite
pressioni delle autorità ecclesiastiche!» rispose Peppone.
«Scrivetelo sul vostro giornale murale, vicino all'artico-
lo sul "caso di coscienza" del deputato.»
Peppone aveva un gatto vivo dentro lo stomaco perché,
tirate le somme, la spedizione alla canonica risultava un
mezzo fiasco, una cosetta slavata ben diversa dalla spavalda
presa di posizione che Peppone aveva progettato.
E così ci andò di mezzo un poveretto che non ne aveva
nessuna colpa.
Infatti, proprio mentre fermi a pie della stradetta che si
arrampicava sull'argine Peppone e soci stavano discutendo
sulla perfidia del clero in genere e di don Camillo in partico-
lare, arrivò, come un piccioncino dentro un nido di falchi, un
frate cercóne.
Era un fraticello striminzito e scarlingàto con un sac-
chetto in spalla e a vederlo camminare così sbilenco dava l'i-
dea che dovesse sfasciarsi da un momento all'altro oppure
inabissarsi d'improvviso dentro il saio.
Arrivava da Dio sa dove per la strada sull'argine e,
quando vide il gruppo di Peppone e soci, venne giù come
una piccola valanga d'ossa.
Lo guardarono cupi e lo lasciarono parlare un bel po',
quindi Peppone disse con sarcasmo:
«Se, invece di sciuparvi ad andare in giro, provaste a
fare qualche lavoretto di utilità pratica, forse vi trovereste
meglio».
Il fraticello sorrise:
«Noi non cerchiamo di trovarci meglio, cerchiamo di
trovarci peggio».
«Affari vostri!» borbottò Peppone.
Il fraticello era timido e umile:
«Non sono affari nostri: il convento non ha niente e ogni
giorno la gente che ha fame viene a bussare alla porta del
convento. Noi chiediamo il superfluo per poter fornire il ne-
cessario a chi soffre».
Peppone sghignazzò:
«Se quelli che soffrono, invece di andare a bussare alle
porte dei conventi, si unissero e pestassero legnate sulla zuc-
ca di quelli che stanno troppo bene, tutto andrebbe a posto
subito».
«Bisogna aver fede nella Divina Provvidenza» mormorò
il frate cercóne. «Con la violenza si ottiene soltanto altra vio-
lenza. Il male non lo si guarisce col male. Per avere del bene,
bisogna fare del bene.»
Peppone sghignazzò.
«Allora rimaniamo intesi così. Arrivederci.»
Il frate cercóne non si scoraggiò.
«Non potreste darmi qualcosa? Anche pochino.»
«No!» urlò Peppone con violenza.
Il fraticello ebbe un sussulto: frugò nella manica e, pe-
scato un foglietto, lo porse a Peppone.
«Fatemi la carità di accettare almeno questo santino»
sussurrò.
«Non mi serve» rispose Peppone.
Il fraticello pareva che non si fosse accorto della presen-
za di tutti gli altri e aveva occhi soltanto per Peppone.
Ritirò lentamente la mano col santino. Poi si volse e ri-
salì faticosamente sull'argine per riprendere la sua strada.
«Bisogna mettere dei cartelli in paese» disse Peppone:
«"Vietato l'accattonaggio anche ai frati e alle suore".»
«Giusto!» approvò lo Smilzo. «È ora di passare energi-
camente all'azione. Questi frati cercóni, per il novantacinque
per cento sono spie del Vaticano.»
Venne sciolta la seduta e ognuno tornò a casa per conto
suo.
Peppone scelse la strada più lunga, quella dell'argine:
aveva bisogno di rimanere un po' solo per poter smaltire tutta
la bile che aveva nello stomaco. Giunto sull'argine guardò
verso Castelletto e riuscì a intravedere ancora il fraticello che
si allontanava rapidamente.
«Va a farti benedire tu e il tuo santino!» borbottò.
Arrivato a casa si cavò la giacchetta, si mise la tuta,
andò in officina e cercò di lavorare, ma era ancora troppo
nervoso per poter concludere qualcosa di buono.
Si rimise la giacchetta, e, tirata fuori la bicicletta, uscì
per fare un giretto fino al paese.
Si ritrovò sulla strada dell'argine e già una nebbiolina
leggera era venuta su dal fiume. Peppone incominciò a pigia-
re forte sui pedali: bisognava fare presto altrimenti non
avrebbe più potuto trovare niente.
Pedalò un bel pezzo poi, incontrato un vecchio poco pri-
ma del bivio della Pioppetta, si fermò.
«Avete visto un frate?»
«Mi pare» rispose il vecchio.
«Come si fa a dire "mi pare"? O l'avete visto o non lo
avete visto!»
«Un quarto d'ora fa io ho incontrato alla chiavica vec-
chia un fagotto di stracci che aveva il colore del frate, ma
non ho visto bene cosa c'era dentro il fagotto.»
Peppone riprese il cammino. Passò la chiavica vecchia
di due chilometri e poi tornò indietro perché, anche ammesso
che quel dannato frate avesse le gambe di Dorando Petri, non
poteva essere andato più in là.
Sicuramente era svoltato subito dopo la Chiavica vec-
chia.
Peppone si buttò su questa nuova pista ma non trovò
nemmeno l'ombra di un frate. E intanto la nebbia si ispessi-
va.
Nel ritornare verso la Chiavica vecchia, poco prima di
sfociare sull'argine, notò uno stradello che si inoltrava tra i
campi verso Torricella.
«Cretino!» borbottò. «C'è un convento fra Torricella e
Gabiòlo. Dovevo pensarci!»
Sudava come sapeva sudare soltanto lui e lo stradello
era schifoso, come fondo, e la nebbia diventava sempre più
fitta, ma oramai Peppone aveva mollato i cavalli e nessuno
poteva fermarlo.
A un tratto intravide qualcosa di scuro sul ciglio del fos-
so. Strinse i freni ed era il fagotto di stracci color frate.
Il fraticello che era seduto sul ciglio del fosso si levò e
guardò sbalordito quell'omaccio.
Lo riconobbe.
«Mi sono perduto nella nebbia» borbottò Peppone. «Sa-
pete se vado bene per Gabiòlo?»
«Sì» rispose il frate. «Io torno al convento che è due
chilometri prima di Gabiòlo.»
Peppone rimase perplesso. Poi prese coraggio:
«Venite su, vi porto in canna fino al convento».
Il frate cercóne sorrise:
«Grazie, fratello. Noi cerchiamo sempre di star peggio,
non di star meglio».
Si avviò col sacchetto in spalla e Peppone scese dalla bi-
cicletta e camminò al suo fianco. La nebbia si incupiva sem-
pre di più e i due adesso erano lontani dal mondo un milione
di chilometri.
A un tratto, Peppone si fermò e si fermò anche il frate.
«Per i vostri poveri» borbottò Peppone porgendo al frate
un foglio da mille.
Il fraticello guardò sbalordito l'omaccio e non sapeva ri-
solversi ad allungare la mano.
«Dio ve ne renderà merito» mormorò alla fine e, riposto
il danaro, riprese a camminare.
Ma Peppone non si mosse e allora il frate cercóne si
volse e domandò:
«Cosa c'è?».
«Il santino!» disse Peppone.
Il fraticello si frugò nella manica e pescato il santino lo
porse a Peppone che se lo ficcò in saccoccia.
«Buona sera» borbottò Peppone facendo dietro-front e
saltando sul biciclo.
Il frate cercóne lo guardò scomparire nella nebbia. Era
sconcertato: quello non aveva detto che doveva andare a Ga-
biòlo? Com'è che adesso tornava indietro?
Era un frate semplice e, quando non capiva una cosa,
non si incupiva nel volerla a ogni costo capire. Si strinse nel-
le spalle e riprese il suo cammino.
Ma subito sentì una grande dolcezza scaldargli il cuore
e allora volse gli occhi al cielo e mormorò:
«Deve essere una cosa molto bella. Gesù, Ve ne ringra-
zio».
Peppone navigava a tutta birra in mezzo alla nebbia.
Quando si ritrovò sull'argine, alla chiavica vecchia, fermò il
biciclo, trasse di saccoccia il santino e lo ripose nel portafo-
gli, dentro la tessera del Partito.
Gli venne fatto di ripensare al frate cercóne lasciato nel-
lo stradello solitario e se lo figurò fermo sulla riva del fosso,
intento a parlare agli uccelli che sbucavano a centinaia dalla
nebbia e gli si posavano sulle mani e sulle spalle cinguettan-
do.
«Oscurantismo medioevale!» borbottò Peppone ripren-
dendo a pigiare sui pedali. «Noi siamo impregnati di oscu-
rantismo medioevale! Bisogna vigilare noi stessi!»
Montò immediatamente di sentinella ai suoi sentimenti
pronto a dare l'allarme.
Ma, clandestinamente, continuò a pensare al frate cercó-
ne fermo sulla riva del fosso a chiacchierare con i passeri e
con gli scriccioli.
176 LA ROSA ROSSA

«Capo» disse lo Smilzo entrando nell'ufficio del sindaco


«giù in piazza c'è qualcosa che non funziona.»
«Non funziona in che senso?» si informò Peppone.
«Difficile da spiegare» borbottò lo Smilzo. «È meglio
che vedi tu.»
Peppone lasciò le sue scartoffie e seguì lo Smilzo.
In piazza pareva che tutto fosse a posto, ma sotto il por-
ticato c'era gente ferma davanti a una botteghetta.
«Si tratta di Jofìno» spiegò lo Smilzo mentre Peppone
marciava decisamente sull'obiettivo.
«Cos'ha fatto?»
«Dieci minuti fa, appena è arrivata la notizia, ha chiuso
bottega e ha inchiodato sulla porta quel cartello lì.»
Oramai erano arrivati nel gruppo e il cartello di Jofìno
era abbastanza leggibile: «Chiuso per lutto nazionale».
Era una cosa incredibile che Jofìno avesse potuto com-
binare una faccenda di quel genere, perché Jofìno l'orologia-
io pareva l'uomo meno tagliato per i colpi di testa. Sui ses-
santanni, piccolo, striminzito, Jofìno in vita sua non aveva
mai detto una parola più del necessario, non s'era mai impic-
ciato di politica, limitando la sua attività alla cura degli oro-
logi malati e alla pesca con la lenza.
Eppure Jofìno, appena in paese era arrivata la notizia
della morte della Regina, aveva chiuso bottega e aveva in-
chiodato sulla porta il cartello che adesso la gente stava rimi-
rando muta e perplessa.
Oramai Peppone si trovava nel gruppo e doveva per for-
za darsi un contegno.
Accese un mezzo toscano.
Come presa di posizione non andava male: però era
poco per un sindaco e la repubblica aspettava da lui qualcosa
di più sostanzioso.
La gente si scostò lasciandogli libero il passaggio fino
alla porta della bottega di Jofìno: ciò significava che la re-
pubblica invitava il cittadino Peppone ad arrivare fino alla
porta della bottega di Jofìno.
Peppone allora arrivò fino alla porta e, comprendendo
che non poteva rimanere lì a rimirare il cartello, bussò.
La testa di Jofìno apparve alla finestrella del mezzanino.
«Ripassate, oggi non lavoro» borbottò Jofìno.
«Se non lavorate voi la nazione però lavora» rispose
Peppone.
«Allora andate a far accomodare il vostro orologio dalla
nazione» replicò Jofìno.
«Non è una questione di orologi» spiegò Peppone. «Il
fatto è che se voi oggi non volete lavorare siete padronissimo
di chiudere bottega. Però è ben chiaro che si tratta di un affa-
re vostro personale.»
«La morte della Regina non è un affare mio personale,
ma interessa tutta la nazione.»
Peppone scosse il capo:
«Secondo i casi: in Inghilterra, per esempio, sì, perché
in Inghilterra c'è la monarchia. Qui, per esempio, no, perché
qui c'è la repubblica. E voi non siete in Inghilterra ma siete
qui».
Jofìno non risultò per niente convinto dal rigoroso ra-
gionamento di Peppone:
«Repubblica o monarchia, una Regina è sempre una Re-
gina, e se muore c'è in tutta la nazione gente che si addolora.
Quindi è un lutto nazionale».
«Lutto nazionale quando tutta la nazione è d'accordo
sulla eccezionale importanza della persona che muore. Qui,
per esempio, a me la morte della Regina non fa né caldo né
freddo. È come se fosse morta una donna qualsiasi.»
Jofìno si ribellò:
«La Regina non era una donna qualsiasi e tutti lo
sanno!».
«Non ha importanza che fosse diversa dalle altre» sen-
tenziò Peppone che incominciava a sudare. «In una repubbli-
ca, eccettuata la moglie del Presidente, tutte le altre donne,
anche se sono diverse, sono uguali!»
Jofìno aveva già parlato troppo:
«Per me è lutto nazionale. Ognuno è libero di pensare
come crede».
Detto questo Jofìno si ritirò e chiuse la finestra.
Peppone si asciugò il sudore della fronte e si volse verso
l'assemblea:
«È inutile insistere con la gente che non vuol capire!».
«Se non vogliono capire, gli si fa capire!» rispose il far-
macista che era un repubblicano furioso. «Quel cartello è una
provocazione e, senza stare tanto a discutere, lo si toglie.»
«Giusto» approvò Peppone. «Quando col ragionamento
non si riesce a niente, si deve passare all'azione.»
«E allora tolga il cartello e non se ne parli più» disse il
farmacista.
Peppone scosse il capo:
«Nella mia qualità di sindaco non posso andare in giro a
strappare cartelli o manifesti» spiegò. «Ogni mia azione deve
essere legalmente giustificata altrimenti diventa un arbitrio.
Piuttosto lo tolga lei, dottore. Lei rappresenta la giusta rea-
zione dell'opinione pubblica.»
Il farmacista rimase titubante, poi scosse il capo.
«Ha ragione il signor sindaco» concluse «il fatto è deli-
cato e potrebbe prestarsi a speculazioni politiche. Si agisca
nel più stretto ambito della legge. Una commissione si rechi
a denunciare il fatto al maresciallo dei carabinieri.»
La commissione risultò composta dal farmacista, da
Peppone, dallo Smilzo e dal Bigio perché, appena sentirono
parlare dì commissioni, tutti se la squagliarono e rimasero
sul posto soltanto il farmacista, Peppone e gli altri due soci
della birra.
Si avviarono in silenzio verso la palazzina dei carabinie-
ri e, arrivati alla svolta della strada grande dove era la farma-
cia, Peppone si fermò e si rivolse al farmacista.
«A proposito, dottore: lei non ha qualche buona specia-
lità contro il mal di fegato?»
«Ne ho due o tre buonissime» rispose il farmacista.
«E perché, allora, non ne approfitta per curarsi il
fegato?» borbottò Peppone.
Il farmacista tentennò il capo poi sbuffò:
«Quel maledetto vecchio mi ha fatto perdere la calma.
Se non le avesse dette così grosse non avrei parlato. Se veni-
te dentro un momento, vi faccio sentire la china che faccio
io. È straordinaria».
Entrarono tutti in farmacia e passarono subito nella sa-
letta. Il farmacista riempì quattro bicchierini.
La china risultò eccellente e il farmacista fece un secon-
do giro. E poi ne fece un terzo.
Il terzo bicchierino di china tolse a tutti il desiderio di
parlare. Stettero zitti un bel po' guardando il tappeto della ta-
vola, poi Peppone sospirò:
«Mah!».
«È la vita!» disse lo Smilzo.
«È il mondo che non è più quello di una volta!» borbot-
tò il Bigio.
Il farmacista agguantò la bottiglia della china e riempì
per la quarta volta i bicchieri. Il che stava a significare che
egli era fondamentalmente d'accordo con Peppone, con lo
Smilzo e col Brusco.
Tutti e quattro levarono il bicchiere e brindarono in si-
lenzio a non si sa chi.
E il cartello del vecchio Jofìno rimase lì dov'era, e tutto
il paese vi sfilò davanti ma nessuno si fermò a commentare.
Come se non lo vedessero.

Peppone quella sera non riusciva a dormire perché ave-


va dentro il cervello una cosa che non riusciva a capire.
Intendiamoci: si trattava di un pensiero che gli era nato
improvvisamente nel cervello, quindi roba tutta sua persona-
le. Ma un pensiero che finiva con un punto interrogativo.
Brutto affare perché si trattava di cosa urgente e non c'era
tempo da perdere in contorsioni cerebrali.
E, alla fine, arrivò alla conclusione più logica: fare la
cosa e poi, in un secondo tempo, cercare di capire perché
avesse fatto la cosa.
Saltò giù dal letto alle quattro e andò a frugare in mezzo
ai ferrivecchi nell'angolo dell'officina e trovò lo spezzone di
ferro che serviva al caso suo.
Ravvivò il fuoco della fucina e vi ficcò il suo pezzo di
ferro.
Poi, quando il ferro fu diventato rosso, incominciò a
smartellarlo sull'incudine.
Cosa diavolo volesse cavarne fuori lo sapeva soltanto
lui. Smartellò fino a mezzogiorno poi nascose il suo ferro
nella cenere calda della fucina e andò a mangiare.
Non finì neppure perché gli portarono il giornale e, sul
giornale, trovò una notizia che lo mise in agitazione.
«Oggi non ci sono per nessuno!» disse alla moglie.
«Se ricominci a smartellare ti sentiranno» rispose la
donna.
«Che mi sentano o no poco importa: l'importante è che
nessuno mi disturbi.»
La moglie di Peppone conosceva il suo pollo e non insi-
stette. Quando Peppone parlava con quel tipo di voce, l'unica
cosa da farsi era quella di obbedire alla lettera.
Peppone ritornò in officina: chiuse le serrande di ferro
delle finestre e riprese a lavorare alla luce della lampadina
elettrica.
Bisognava far presto perché tutto doveva essere finito
per l'indomani e nel giornale c'era l'ora precisa. Non si pote-
va ritardare di un minuto. Anzi, era necessario finire prima
per poter avere il tempo di pensare al perché di tutto il lavo-
ro.
Se Peppone non avesse trovato una conclusione logica,
tutto sarebbe rimasto una cosa morta, senza significato. Un
arnese da mettere nel museo di famiglia. Una carabattola
qualsiasi.
Ma, in paese, non c'era soltanto Peppone a vivere ore
così agitate. Pur non arrabattandosi a smartellare su una in-
cudine, anche don Camillo stava passando i guai suoi.
Perché anche lui, durante il desinare, aveva trovato sul
giornale la stessa notizia che aveva messo in allarme Peppo-
ne. E adesso camminava in su e in giù per la chiesa deserta
senza trovare una soluzione possibile al problema che gli oc-
cupava la cassetta del cervello.
«Gesù» disse a un tratto rivolto al Cristo dell'aitar mag-
giore «io so che farò una certa cosa e non so quale sarà.»
«Non ti preoccupare, don Camillo: lo saprai quando l'a-
vrai fatta.»
«Gesù, mi preoccupo, invece. Perché non so se questa
cosa sarà bella o brutta.»
«Se sarà brutta, non farla.»
«Gesù, farò a tempo ad accorgermene prima d'averla
fatta?»
«Se, nel frattempo, tu non avrai rinunciato alla tua qua-
lità di uomo pensante, te ne accorgerai.»
«Questo mi tranquillizza completamente» sospirò don
Camillo. Ma era una grossa bugia che egli diceva non per in-
gannare il suo Dio ma per ingannare se stesso.

Peppone, intanto, continuava il suo furioso smartellare.


Alla sera gli passarono qualcosa da mangiare attraverso la fi-
nestra. Buttò giù un po' di roba e poi si rimise al lavoro. Con
le finestre chiuse e la luce accesa, Peppone aveva persa la
nozione del tempo e le ore volavano via ma egli non ne tene-
va conto, solo preoccupato di fare il più presto possìbile.
E, alla fine, la cosa fu terminata.
Peppone la guardò sbalordito: era una grande, magnifica
rosa di ferro battuto. Lo spezzone di ferro era diventato un
fiore dai petali sottili.
Peppone afferrò la rosa per l'estremità del lungo gambo:
sì, la cosa era riuscita, ma era poi riuscita in tempo?
Socchiuse l'antone di una finestra e vide che era giorno.
L'orologio della torre gli disse che mancavano pochi istanti.
Richiuse l'antone e lo sgomento lo prese: aveva fatto la
cosa ma era come se non l'avesse fatta perché si trattava di
una cosa grigia, fredda. Di una cosa morta. Una inutile cosa
morta: una carabattola, un capolavoro artigianesco da mette-
re nel museo di famiglia. Tanto duro e febbrile lavoro buttato
via.
Guardò la sua fredda, grigia, grande rosa che, nata fra
quei muri, lì sarebbe rimasta, come l'inutile cadaverino di un
pezzo di ferro.
Intanto don Camillo, dopo aver passato un'ora con lo
sguardo appiccicato al quadrante dell'orologio, accortosi che
il momento era lì lì per arrivare, s'era buttato disperatamente
su per le scale del campanile.
E di lì a poco, quando Peppone sentì che le campane
suonavano a morto, si riscosse e trovò la soluzione.
Agguantò per il gambo la sua straordinaria rosa e la tuf-
fò tra le fiamme della fucina e girò furibondo la ventola.
Poi trasse la rosa dai carboni e la rosa non era più grigia,
ma rossa. Era viva!
La depose così rossa e sfavillante sull'incudine nera e
stette a rimirarla; gli pareva che palpitasse tanto era viva. E
quando il rosso accennò a diventar più cupo, Peppone disse:
«Adesso il feretro della Regina sta davanti a me!».
E buttatosi via di testa il cappello, agguantò il martello
grosso e sussurrando «Salve Maestà!» menò sulla rosa una
martellata tremenda. E le lacrime di ferro ancora rovente si
frantumarono schizzando tutt'intorno.
Una manciata di rossi petali sulla bara della Regina
morta in terra straniera.
Le campane di don Camillo rintoccarono ancora a morto
per un bel po'. Poi tacquero e la gente dimenticò immediata-
mente che le campane avevano suonato.
Peppone riaprì gli antoni della finestra e si mise a lavo-
rare attorno al motore di un trattore. Tranquillo, senza più
problemi da risolvere perché la rosa rossa era stata fatta ed
era arrivata dove doveva arrivare.
177 CUOR DI MEZZADRO

D' estate, quando la siccità asciugava i pozzi e, sotto le


vampate di sole, le foglie degli olmi prendevano il colore del
bruciaticcio e i prati si spelacchiavano, alla Badia l'erba me-
dica, fresca e grassa, arrivava fino a metà gamba.
Questo succedeva perché la terra della Badia era ladina
e sentiva poco l'asciutto, ma soprattutto perché il podere –
una striscia di settecento metri per cinquecento – aveva il
lato più lungo disteso a pie dell'arginetto del canale Rovac-
cia, e nel Rovaccia – poca o tanta – acqua ce n'era sempre e,
sotto sotto, ristorava i campi attraverso i quali passava.
Il podere si chiamava Badia per via del fabbricato colo-
nico di insolita imponenza. Probabilmente, temporibus illis,
giustificava la sua tracotanza: adesso no perché, ad avvici-
narsi un momentino, tutto del casone rivelava lo sfacelo.
In realtà, nonostante le apparenze, una buona metà del
fabbricato si trovava in perfetta efficienza perché l'avevano
ricostruito a regola d'arte nel 1938: ma di ciò potevano ralle-
grarsi soltanto le bestie in quanto si trattava della stalla e del
fienile.
Il resto, la parte riservata ai cristiani, continuava un di-
sfacimento iniziato almeno duecento anni prima. Disfaci-
mento accelerato dalla guerra che aveva trasformato la Badia
in un accantonamento di soldati di due o tre razze.
Alla Badia abitavano il figlio e i nipoti del fu Cristoforo
Gabassi che nel 1888 si era venuto a insediare alla Badia
come mezzadro del Bocci.
Tanto per dare un'idea di che tipo di cristiani fossero
questi Gabassi, basterà ricordare che la gente aveva ribattez-
zato la Badia in «Kremlino». Complessivamente i Gabassi
erano soltanto dodici: i due vecchi sui cinquantacinque anni,
più un figlio di trentacinque ammogliato e con due ragazzac-
ci di quindici e quattordici anni, più altri tre figli maschi di
ventisette, ventiquattro e diciotto, più due figlie femmine di
venticinque e diciassette, più un cane di cinque anni.
La gente metteva il cane tra i componenti della famiglia,
però spiegava che il cane era il Gabassi più civile, tant'è vero
che era l'unico dei Gabassi che non fosse iscritto al Partito.
La gente dei paesi esagera e bisogna sempre fare una
abbondante tara su tutto quello che dice: comunque gli undi-
ci Gabassi a due gambe, politicamente parlando, valevano al-
meno quanto trenta dei migliori uomini della banda di Pep-
pone e questo perché, se i Gabassi maschi valevano per due,
i Gabassi femmine valevano per quattro.
Bocci, il padrone dei Gabassi, abitava in città: un tempo
veniva almeno una volta alla settimana alla Badia ma, finita
la guerra, non s'era fatto più vedere.
Al posto suo i Gabassi videro un bel giorno comparire
un amministratore il quale però mise subito le mani avanti:
«Io sono qui semplicemente per fare dei conti: se li vo-
lete fare va bene, se non li volete fare, a me personalmente
non interessa niente, perché il padrone è il signor Bocci».
Il vecchio Gabassi si limitò a indicargli la porta:
«Quando il signor Bocci avrà rimesso a posto la casa,
allora parleremo di conti».
Il giovanotto se ne andò e ritornò dopo un mese a porta-
re la risposta:
«Ha detto il signor Bocci che, prima di parlare di altre
cose, dovete dargli quello che gli spetta».
L'amministratore uscì dalla Badia a becco asciutto natu-
ralmente e la storia diventò lunga e complicata. Alla fine il
Bocci mandò l'ultimatum: «Non ho la possibilità di fare le
riparazioni perché la spesa è enorme. Se volete rimanere,
pagate quello che dovete e poi si vedrà. Se non volete rima-
nere tenetevi come buona uscita la parte che mi spetta e la-
sciatemi libero il podere».
Intanto, piano piano, la buriana s'era calmata e la data
della rivoluzione proletaria pareva rimandata a epoca da de-
stinarsi: i Gabassi pensarono che non avrebbero mai potuto
trovare terra straordinaria come quella della Badia e dovette-
ro inghiottire il rospo. Discussero un sacco di tempo sui con-
ti e sugli abbuoni, ma, alla fine, pagarono.
Si vendicarono diventando ancora più rossi e, visto che
a parlar con l'amministratore di riparazioni alla casa era
come discutere col muro, smisero di parlarne e la loro ama-
rezza aumentò.
In verità la casa era in uno stato schifoso e, se i Gabassi
avessero portato le bestie in casa andando ad abitare nella
stalla, avrebbero fatto un grosso affare.
Peppone nei suoi discorsi citava sempre la Badia a
esempio dell'egoismo degli agrari e i Gabassi erano diventati
il simbolo del mezzadro sfruttato ignobilmente dal padrone e
poi trattato peggio di una bestia. Fotografie di qualche inter-
no della Badia vennero anche pubblicate nelle riviste del
Partito e ci fu chi si preoccupò di inviare ogni volta una co-
pia della pubblicazione al Bocci. Ma ciò non migliorò la si-
tuazione, anzi la peggiorò, perché servì soltanto a invelenire
il Bocci.
Passò dell'altro tempo ed ecco che, un pomeriggio di do-
menica, accadde qualcosa di straordinario: entrò nell'aia del-
la Badia una Millequattro e, a bordo della macchina, stavano
una signora, un giovanotto e una bella ragazza.
«È questo il podere detto Badia?» domandò il giovanot-
to ai due o tre Gabassi che si erano avvicinati alla macchina.
«Sì» rispose il vecchio Gabassi sospettoso.
«Bene» si rallegrò il giovanotto scendendo e tendendo-
gli la mano. «Io sono Bocci, Bocci figlio. Questa è mia sorel-
la e questa è la mamma.»
I Gabassi si guardarono sbalorditi senza sapere cosa ri-
spondere.
«Si accomodino» disse il vecchio Gabassi toccando la
mano al giovanotto, poi alla ragazza e alla signora. «Entrino
pure.»
«Grazie, caso mai dopo» esclamò il giovanotto. «Ades-
so approfittiamo di questo pochino di sole per andare a dare
un'occhiata al laghetto. Io l'ho visto quando avevo dieci anni
e me lo ricordo ancora come una cosa meravigliosa.»
«Io ne avevo sette quando l'ho visto assieme a te!» ag-
giunse la ragazza. «E neanche io l'ho dimenticato. Lo voglio
rivedere. Andiamo, mamma!»
La signora si volse ai Gabassi:
«I figli comandano loro» spiegò sorridendo. «Bisogna
accontentarli».
Il vecchio Gabassi si avviò e i Bocci lo seguirono. Non
ci misero molto ad arrivare al boschetto di pioppi in mezzo
al quale si nascondeva la «cosa meravigliosa».
Rivista così, in un pomeriggio domenicale dicembrino,
la «cosa meravigliosa» risultò più che altro una grande poz-
zanghera di acqua marcia.
Ma il giovanotto e la ragazza ci trovarono un sacco di
cose belle. E, siccome l'argine era vicino, dopo aver rimirato
il laghetto vollero salire sull'argine.
Poi vollero arrivare fino a una chiesetta abbandonata
che si vedeva tra le piante spoglie, oltre il Rovaccia. E così, a
un tratto cadde la sera e la signora si preoccupò: bisognava
tornare subito in città per non incocciare nella nebbia.
Tornarono all'aia della Badia e, dopo aver salutato la
banda dei Gabassi che era tutta presente, salirono sulla mac-
china.
Il giovanotto si mise al volante e tirò il pomello della
messa in moto: ma, dopo un breve tramestìo, il motore ritor-
nò zitto.
Il giovane Bocci ritentò, ma ogni tentativo nuovo non
fece che aggravare la già precaria situazione della batteria.
Uno dei Gabassi sollevò il cofano e, aiutato da uno dei
fratelli, provò a far partire la macchina.
«Non è soltanto la batteria scarica» disse alla fine. «C'è
qualche guaio grosso nello spinterogeno e nella bobina. Non
c'è niente da fare: ci vuole il meccanico.»
Intanto le prime folate di nebbia incominciavano a navi-
gare per i campi e la signora Bocci diventò sempre più pre-
occupata.
Il vecchio Gabassi ordinò a uno dei nipoti di andare a
chiamare il meccanico e il ragazzo, saltato sulla bicicletta,
partì.
«Bisogna arrivare fino al paese grosso a sette chilome-
tri» spiegò il vecchio. «Qui nella frazione non c'è che un fab-
bro. Speriamo di trovarlo: oggi è domenica.»
Le folate di nebbia oramai si inseguivano e l'aria si face-
va sempre più cupa e fredda.
«Si accomodino in casa» disse il vecchio. «Qui rischia-
no di prendere un accidente.»
La signora e i due ragazzi seguirono il vecchio fino a un
grande stanzone illuminato soltanto dal focherello del cami-
no.
Una delle donne accese una lucerna a petrolio.
«Qui non c'è luce elettrica e bisogna adattarsi» borbottò
il vecchio.
La stanza era squallida, il pavimento sconnesso, la gros-
sa trave sulla quale poggiavano i travicelli del soffitto era
piegata e l'avevano puntellata nel mezzo. I telai delle finestre
parevano rosicchiati dai topi e l'aria entrava sibilando.
La signora si guardò attorno sgomenta.
Il vecchio Gabassi mise sul tavolo dei bicchieri. Poi
chiamò una delle donne e le disse:
«Prendi un tovagliolo e dagli una passata!».
Rivolgendosi alla signora Bocci spiegò:
«Sono puliti, ma siccome non abbiamo secchiaio e dob-
biamo lavare le stoviglie sotto il portico, un po' di polvere è
facile che si appiccichi».
Il giovane Bocci lo guardò stupito:
«Non c'è secchiaio?».
«No.»
«E perché?»
«Così» rispose il Gabassi, prendendo a riempire di vino
bianco i bicchieri che una ragazza aveva ripassati col tova-
gliolo.
«Io vorrei un bicchiere d'acqua» mormorò la signora.
«Non bevo vino.»
«È dolce e leggero» disse il Gabassi. «Lo può bere. E
poi, qui, l'acqua non è molto sicura a berla cruda. Pozzo vec-
chio a camicia che arriva appena appena alla falda superfi-
ciale.»
Il ragazzo che era andato al paese ci mise un sacco di
tempo a ritornare. Spiegò che lo aveva sorpreso la nebbia
che adesso era fitta. Al paese non aveva trovato il meccani-
co.
«Hai almeno lasciato detto che lo avvisino di venire su-
bito qui appena lo vedono?»
«Sì, l'ho detto a sua moglie. Ma il meccanico è fuori
paese per un servizio. Torna domattina.»
La signora Bocci divenne agitatissima:
«Non è possibile rimanere qui con le mani in mano! Bi-
sogna decidersi, trovare un'autopubblica e farsi portare in cit-
tà. Il paese è grosso e ci sarà pure un'autopubblica!».
«Sì» spiegò il vecchio Gabassi. «Ma il servizio pubblico
lo fa il meccanico e il meccanico è appunto fuori paese per
un servizio con la sua macchina.»
«Ma ci sarà anche qualche auto privata!» gemette la si-
gnora. «Pagheremo tutto quello che comporta il disturbo.»
«Con questa nebbia sarà difficile trovare uno che li con-
duca in città» borbottò il vecchio Gabassi.
La signora si volse eccitatissima verso i figli:
«È colpa vostra se siamo in questi pasticci e pare quasi
che la cosa non vi riguardi neppure! Siete incoscienti».
«Mamma» esclamò il giovanotto «mica siamo sperduti
in mezzo al deserto del Sahara.»
Il vecchio intervenne:
«Se si adattano, posto da dormire ce n'è».
«Non vogliamo disturbare!» rispose la signora. «Andre-
mo in paese: ci sarà pure un albergo.»
«C'è» spiegò il vecchio. «Il guaio è arrivarci. Io posso
mettervi a disposizione soltanto delle biciclette e un motori-
no.»
La nebbia era diventata densa ed era oramai buio.
«Non ti preoccupare, mamma» esclamò la giovane Boc-
ci. «Dormiremo qui. Non occorre neanche avvertire il papà
perché è a Roma e tornerà domani sera.»
La signora si calmò e, assieme ai figli, andò a sedersi
davanti al camino per lasciar libere le donne che dovevano
apparecchiare la lunga tavola.
Durante la cena, il vecchio Gabassi cercò di tener su il
tono della serata parlando del tempo, ma i due Bocci giovani
erano troppo affamati per dargli retta, e la signora non aveva
nessuna cognizione specifica in materia, così, siccome gli al-
tri dieci Gabassi si limitavano a guardare fissamente la si-
gnora senza dir parola, la faccenda risultò piuttosto depri-
mente.
Finalmente la cena finì e la signora Bocci potè dire che
era molto stanca e che sarebbe andata a dormire molto volen-
tieri.
«Abbiamo preparato una stanza matrimoniale per lei e
per la signorina» spiegò la vecchia Gabassi. «La stanza del
signorino è vicina alla sua.»
La vecchia Gabassi accese una lucernetta a petrolio e si
avviò seguita dalla signora, dalla signorina e dal signorino.
«Attenzione a non farsi male» avvertì arrivata alla scala.
«La scala è di legno e un po' faticosa.»
Più che salire a normali stanze di abitazione, si aveva l'i-
dea di salire in un normale fienile.
La signora si trovò alla fine in una grande camera con
un lettone che pareva mostruosamente alto per via del prete
che era stato infilato tra le lenzuola, con la padelletta piena di
bragia.
La signora si preoccupò:
«Il letto fuma! Deve aver preso fuoco!».
La vecchia sorrise:
«No, fuma per l'umidità. Il fuoco a letto lo mettiamo
non per scaldare ma per disumidire lenzuola e coperte. Spero
che non manchi niente. Buona notte».
La vecchia se ne andò lasciando la lucerna sul comodi-
no, dopo aver sfilato il prete e aver riposto la padelletta in un
angolo.
«Per favore, la porti via!» gemette la signora. «È ancora
piena di bragia e può essere pericoloso per l'asfissia.»
La vecchia raccolse la padelletta:
«Non c'è nessun pericolo, signora: fra soffitto e finestre
ci son tante di quelle fessure che par d'essere all'aria aperta.
Comunque, la porto via».
La signora e la figlia si spogliarono rapidamente e si in-
filarono tra le lenzuola bollenti.
«Mamma, spegni perché voglio dormire subito» sussur-
rò assonnata la ragazza.
«No» rispose la signora. «Questo buio mi fa paura. Se
poi succede qualcosa non si sa come fare perché non c'è la
luce.»
«Non succede niente» borbottò la ragazza spegnendo la
lucerna con un soffione e poi infilandosi sotto le coperte.
Invece era destino che succedesse qualcosa perché,
un'ora dopo, la signora, che cercava di dormire ma non ci
riusciva, ebbe un sobbalzo e si aggrappò disperatamente alla
figlia.
«Accendi!» gemette. «Accendi o muoio!»
Fu un affare difficile riaccendere la lucerna perché i
fiammiferi non si trovavano e la ragazza fu costretta ad anda-
re nella stanza vicina a svegliare il fratello.
Ma, quando la lucerna fu riaccesa, la signora non la vol-
le spegnere più:
«Quello era un topo!» ansimò. «L'ho sentito camminare
sul letto!»
Passò così un paio d'ore poi accadde qualcosa d'orrendo.
La signora non trovò né sotto il letto, né dentro i como-
dini una certa cosa che contava di trovare e allora svegliò an-
cora la figlia e la mandò a esplorare nella stanza del fratello
per vedere se trovasse là quello che non aveva trovato.
Niente neppure là.
La situazione diventava sempre più orrenda: come si fa
a trovare in una casa buia che non si conosce una certa porta
senza correre il rischio di aprirne prima sei o sette che non
c'entrano, mettendo l'allarme fra la gente che dorme?
Il figlio venne interpellato.
«Io lo so dov'è» disse. «È vicino alla barchessa, sulla
destra.»
«La barchessa?» disse la signora. «Cos'è la barchessa?»
«È quel porticato pieno di paglia dall'altra parte del cor-
tile.»
Era una notizia spaventosa: uscire di casa a quell'ora
senza sapere da che parte fosse l'uscita? E il freddo? E la
nebbia? E il cane? Davanti alla disperazione della madre, il
giovanotto prese una coraggiosa risoluzione.
«Vado a svegliare qualcuno.»
«Fermati!» esclamò la signora. «Voi giovani non avete
la minima idea di che cosa sia la dignità!»
«Non è una questione di dignità…» balbettò il giovanot-
to. Ma la madre, con fierezza lo ricacciò a letto.
Poi la lucerna, finito il petrolio, si spense e la signora ri-
mase a soffrire al buio. E vigilò insonne fino all'alba e così
udì sibilare il vento dalle mille fessure, e udì il tramestìo fel-
pato dei topi che si aggiravano sul solaio.
Alle quattro il vecchio Gabassi si alzò per rigovernare la
stalla e fu stupito vedendo comparirsi davanti, pochi istanti
dopo, la signora.
«Già in piedi? Ha bisogno di qualcosa?»
«Se, per favore, chiama il cane, io dovrei arrivare fino
alla macchina a prendere la busta delle compresse che ho la-
sciato sul sedile assieme alla mia borsetta. Ho un dente che
mi fa impazzire.»
Il vecchio chiamò il cane e lo mise alla catena sotto la
porta-morta. E la signora con fierezza marciò verso la mac-
china che, grazie al cielo, era stata riparata proprio sotto la
barchessa.

Dovettero aspettare fino alle dieci prima di poter risalire


in macchina e ripartire: e, in tutto quel tempo, la signora e i
figli notarono che, vista di giorno, la casa era ancor peggio di
quanto non fosse loro sembrata vedendola di sera.
«Vengano a trovarci qualche volta» disse il vecchio Ga-
bassi, quando i Bocci furono risaliti in macchina. «Buon
viaggio e tanti saluti al signor padrone.»
Il quale signor padrone, quando la sera tornò a casa, tro-
vò non la solita moglie e i soliti due figli, ma tre musi duri.
«Per la prima volta in vita mia mi sono vergognata di
essere tua moglie!» affermò indignata la moglie.
«E noi di essere i tuoi figli!» aggiunsero il giovanotto e
la ragazza.
La signora, fremendo come una socialista saragattiana,
riferì dettagliatamente sull'orrore di quella notte e di quella
casa, sostenuta dalla muta ma completa approvazione dei fi-
gli.
«Hanno fatto apposta a guastarvi la macchina e a farvi
mancare quel che avete cercato nella camera da letto!» urlò il
Bocci. «Quelle canaglie hanno voluto che voi dormiste alla
Badia!»
«E con questo?» ribatté la signora. «Ci hanno costretti a
constatare la realtà. La possibilità di rimettere a posto la casa
ce l'hai: non ti resta che fare il tuo dovere.»
«No!» gridò il Bocci. «Se quella canaglia se ne va e
vengono degli altri, rimetterò a posto la casa. Altrimenti la
casa resterà così com'è! Non lo meritano: nel '45 hanno get-
tato la maschera! Vadano a farsela riparare da Stalin, la
casa!»
Il giovanotto allargò le braccia:
«Come vuoi: il padrone sei tu» disse. «Però, così facen-
do, tu rendi un ottimo servizio a Stalin.»
Il Bocci ci pensò su una giornata intera, poi capitolò:
«Sta bene: farò rimettere in ordine la casa».

Passò l'inverno e venne la primavera; un bel giorno di


sole l'amministratore si presentò ai Gabassi:
«Se siete disposti per due mesi ad arrangiarvi, il padrone
vi rimette a posto la casa. Se no non se ne parla più».
«Non ve ne incaricate: il giorno in cui arrivano i mura-
tori noi vi lasciamo libera tutta la baracca dalla cantina al
granaio» rispose il vecchio Gabassi.
E tutti erano soddisfatti perché quella era una superba
vittoria del comunismo contro gli agrari sfruttatori.
Quindici giorni dopo la famiglia Gabassi sgombrò la
casa ingegnandosi a sistemarsi nella rimessa, nella legnaia,
sotto la barchessa, e una grossa squadra di operai venuti dal-
la città si buttò all'assalto della Badia propriamente detta.
Era tutta gente che parlava poco e lavorava molto. E poi
doveva essere stata scelta fra gli avversari dei «rossi» perché
non dava udienza ai Gabassi e, a chi chiedeva spiegazioni sui
lavori, rispondeva:
«Ognuno di noi fa il mestiere suo e non sa niente del re-
sto».
In sessanta giorni il restauro fu terminato anche nei par-
ticolari e la casa, intonacata da cima a fondo e pitturata di
giallino e con le persiane avvolgibili verde pastello, pareva
arrivata da Milano. Dentro, poi, era qualcosa di strepitoso
perché tutto era stato rifatto secondo le regole dell'edilizia
moderna. Le donne, quando entrarono, rimasero senza fiato
davanti agli sfolgoranti pavimenti di marmiglia lucidata a
piombo. Ed era arrivata la luce elettrica, ed era stato fatto un
nuovo pozzo con pompa elettrica sommersa automatica e
compressore, il che permetteva di avere acqua potabile a
pressione uguale a quella degli acquedotti cittadini.
E c'erano un bagno completo, scintillante di piastrelle
verdoline, e un camerino per il secchiaio. E perfino il gas che
non veniva a costar niente in quanto sfruttava il metano rac-
colto da un gazometro nella concimaia.
E, addirittura, grazie a questo gas, si potevano riscaldare
gli ambienti con stufette a termosifone.
All'inaugurazione della casa vennero tutti i Bocci: la si-
gnora regalò alle donne un pacco di tendine a fiorellini da
mettere alle finestre. La signorina regalò zerbini e un tappeto
grande, il signorino regalò agli uomini una radio.
Il Bocci non regalò niente: guardò, toccò, controllò, pre-
se degli appunti. Prima di andarsene chiamò il vecchio Ga-
bassi e gli disse:
«Bisognerà anche rifare il contratto. Elimineremo, se-
condo la legge, tutti i generi e le prestazioni che voi mi dove-
te per il cosiddetto "pendizio". L'amministratore vi porterà il
contratto nuovo».
Il contratto nuovo arrivò dopo un'ora dalla partenza del
Bocci ed era compilato secondo tutte le leggi possibili e im-
maginabili. Conteneva anche questa clausola: «Il proprieta-
rio si impegna, ogni anno, a far pervenire al Gabassi un pa-
nettone per Natale e una torta semifredda per il
Ferragosto».
I Gabassi erano tutti raccolti nell'aia attorno al vecchio e
ascoltavano in silenzio il vecchio che leggeva il contratto
nuovo.
Quando il vecchio fu arrivato alla clausola famosa, lo
guardarono sbalorditi: il vecchio rimase un momento immo-
bile come un sasso, poi sputò sul contratto.

*
Quindici giorni dopo i Gabassi abbandonavano con tutte
le loro carabattole la Badia e il vecchio, prima di lasciare per
sempre la casa nuova nella quale nessuno era ancora entrato,
con un carbone scrisse sul muro giallino:
«Porco maledetto, non mi freghi!».
178 IL DONO DI STALIN

Il Natale si avvicinava galoppando a spron battuto e, an-


che quell'anno, la moglie del Tarocci andò a dare una mano
al fratello che aveva un laboratorio di pasticceria in città. E,
prima di partire, disse al marito:
«Ricordati di domani sera».
«Domani sera?» domandò il Tarocci. «E cos'è domani
sera?» «Santa Lucia!» esclamò la donna. «Te l'avrò ripetuto
cinquanta volte tra ieri e oggi e già non ti ricordi più.»
«Mi ricordo, invece, anche troppo. Però sono stupidag-
gini che sarebbe bene eliminare. Non bisogna mettere della
confusione in testa ai ragazzi.»
«Gigino ha sei anni appena e, per il momento, lo si deve
lasciare tranquillo. Ogni cosa a suo tempo. Non mi fare que-
sto dispetto perché non te lo perdonerei mai!»
Il Tarocci si strinse nelle spalle:
«Come vuoi. Parti tranquilla. Penso io a tutto».
La donna se ne andò rassicurata, ma il Tarocci, l'indo-
mani mattina, aveva già dimenticato ogni cosa.
Certamente nel corso della giornata, se avesse avuto oc-
casione di passare davanti ai negozi di chincaglieria e alle
bancarelle dei giocattoli, se ne sarebbe ricordato. Ma quello
fu un venerdì particolarmente laborioso per lo stato maggiore
di Peppone perché era arrivato un pezzo grosso della federa-
zione e il Tarocci dovette rimanere fino a sera tarda alla Casa
del Popolo. Luogo nel quale si trattano questioni che non
hanno niente a che vedere coi santi in genere e con Santa Lu-
cia in particolare. In quanto a Gigino, il Tarocci non aveva
nessuna preoccupazione: la vecchia Rosa, che veniva a fargli
le faccende di casa quando rimaneva solo, avrebbe pensato a
tutto come il solito.
Uscito dalla Casa del Popolo, il Tarocci, assieme a Pep-
pone e al resto della banda, andò a mangiare un boccone al-
l'osteria del Molinetto e qui rimase a discutere fino alla mez-
zanotte.
Quando rincasò era stanco morto e, appena si fu infilato
nel letto, si addormentò.
Si risvegliò l'indomani mattina alle otto e, vestitosi in
gran fretta, scappò subito via perché era sabato e guai se uno
che tratta mangimi e foraggi non si trova in piazza di buon'o-
ra nei giorni di mercato. Fece appena in tempo a intravedere
Gigino che, aiutato dalla vecchia, stava preparandosi per an-
dare a scuola, e a gridargli:
«Fa il bravo!».
Non si potè accorgere che Gigino era diverso dal solito.
Gigino si era svegliato presto, quella mattina: alle cin-
que era saltato giù dal letto e, arrivato alla finestra della cuci-
na che dava sull'orto, l'aveva aperta per ritirare le scarpe che
la sera, prima di andare a letto, aveva messe sul davanzale
dopo averle ripulite con gran cura. Ma le scarpe erano vuote,
e il sacchettino coi crostini di pane e la crusca che Gigino
aveva avuto cura di collocare vicino alle scarpe per l'asinelio
di Santa Lucia stava ancora lì intatto. Questo significava che
Santa Lucia aveva dimenticato Gigino.
La vecchia Rosa mezzo rimbambita dagli anni non tene-
va più dietro al calendario da un gran pezzo, non aveva par-
lato quindi di Santa Lucia con Gigino e Gigino si era tenuto
in corpo tutto il suo gran dispiacere.
Ma arrivato davanti alla scuola aveva trovato i ragazzini
in pieno fermento. Ognuno diceva quello che gli aveva por-
tato Santa Lucia e mostrava le caramelle, i mentini o le cioc-
colatine prelevate a titolo di anticipo dalle scarpette zeppe di
regali.
Gigino resistette fin che potè, ma in classe crollò e inco-
minciò a singhiozzare.
La maestra si avvicinò all'infelice e gli domandò cosa
gli succedesse: Gigino si limitò a scuotere il capo per signifi-
care che non gli era successo niente, ma qualcuno spiegò ad
alta voce il mistero:
«Piange perché Santa Lucia non gli ha portato niente».
Gigino era il bambino più tranquillo e più diligente della
scuola. Era un bambino che pareva scappato fuori dal silla-
bario e bastava che la maestra lo guardasse perché Gigino di-
ventasse immobile come una statuina di gesso. Tratteneva
perfino il respiro, se la maestra lo guardava: e adesso, veden-
dolo singhiozzare perché Santa Lucia non gli aveva portato
niente, la maestra sentiva una voglia matta di mettersi a pian-
gere anche lei.
Non seppe cosa dirgli per consolarlo, lo lasciò tranquillo
e, quando la lezione finì, lo tenne lì seduto nel suo banco fin
che gli altri non se ne fossero andati. Poi lo chiamò e gli die-
de un pacchetto di cioccolatini.
Gigino fece segno di no con la testa.
«Perché?» gli domandò con dolcezza la maestra.
«Voglio i miei» rispose sottovoce.
Davanti a un bambino di sei anni o poco più che non fa
una questione di cioccolatini ma una questione di principio,
c'è poco da discutere. La maestra, che era una ragazza giova-
ne, si sentì profondamente intimidita e rimise il pacchettino
nel cassetto della cattedra.
Gigino, quando fu sulla strada, vide che i bambini erano
ancora fermi a chiacchierare poco più avanti: allora prese la
via dei campi e si incamminò lentamente. Faceva freddo e la
terra era indurita dal gelo: Gigino proseguì per un bel pezzo
poi, arrivato a una capannuccia di melicacci, si sedette sulla
paglia umida a pensare.

Il Tarocci fece il mercato e verso l'una e mezzo del po-


meriggio rincasò.
La vecchia Rosa gli spiegò che il bambino non era anco-
ra tornato da scuola, mentre gli altri erano tornati tutti. La
cosa non era naturale.
Allora il Tarocci prese la bicicletta e corse alla scuola,
ma trovò tutto chiuso. Bussò e si affacciò la bidella.
«Sapete niente del mio Gigino?»
«È uscito con gli altri» spiegò la donna. «Però ha svolta-
to per la carrareccia prima del ponte e ha preso la scorciatoia
dei campi.»
Il Tarocci lasciò la bicicletta alla bidella e prese anche
lui la scorciatoia, ma non trovò Gigino. Arrivò a casa per ve-
dere se nel frattempo fosse tornato, ma Gigino non s'era an-
cora visto.
Rifece la strada percorsa chiamando a gran voce il bam-
bino ma nessuno gli rispose. Finalmente, quando il Padreter-
no volle, trovò Gigino addormentato sulla paglia umida, den-
tro la capannuccia di melicacci.
Il Tarocci era imbestialito e, tirato su il bambino ancora
addormentato, lo svegliò con due sberle.
Poi, siccome il bambino rimaneva lì tremando di freddo
e di paura, lo agguantò per un'orecchia e se lo trascinò dietro.
Dopo una ventina di passi, il Tarocci smise di maltratta-
re il bambino e lo lasciò in pace fino a casa.
«Due ore mi hai fatto cercare!» lo rimproverò aspro
quando furono in casa. «Perché, invece di venire a casa dirit-
to, ti sei andato a perdere in mezzo ai campi? Perché non sei
tornato assieme agli altri?»
«Gli altri avevano tutti la roba e io no» sussurrò il bam-
bino.
«Che roba?»
«La roba di Santa Lucia» spiegò il bambino.
Al Tarocci venne un mezzo colpo: Santa Lucia! La rac-
comandazione della moglie. Ma anziché placarsi a quel pen-
siero, venne preso da un'ira furibonda:
«Ma che Santa Lucia!» urlò. «Sono tutte stupidaggini.
Santa Lucia non c'è.»
«C'è» replicò Gigino. «Tutti gli altri hanno trovato i re-
gali nella scarpa.»
«Non è vero!» gridò il Tarocci.
«È vero» affermò Gigino. «Ho visto io la roba.»
Per un bambino di sei anni niente può esserci che riesca
a demolire questa ferrea costruzione logica.
«Tutta colpa di quella cretina di tua madre!» commentò
a denti stretti il Tarocci. «A ogni modo sia la prima e l'ultima
volta che, invece di venire a casa subito, ti fermi a gironzola-
re.»
Gigino sospirò:
«Io sono sempre stato buono: perché Santa Lucia non
mi ha portato niente? A tutti ha portato il regalo. Soltanto a
me no. Cos'ho fatto di male?».
Il Tarocci scrollò le spalle:
«E chi lo sa? Bisogna vedere come ti sei comportato a
scuola!».
«La signorina, quando ha saputo che Santa Lucia non
mi aveva portato niente, mi voleva dare lei i cioccolatini.
Vuol dire che mi sono comportato bene.»
«Se la maestra ti voleva dare i cioccolatini, dovevi pren-
derli!» affermò il Tarocci.
«No: io voglio la roba mia» spiegò il bambino. «Quella
dentro la scarpa.»
Il Tarocci smise di mangiare:
«Che storie sono queste? Dentro la scarpa o fuori dalla
scarpa non è la stessa cosa?».
«No. Io sono sempre stato buono e Santa Lucia mi deve
portare il regalo nella scarpa.»
Il Tarocci ci pensò su un momentino e si accorse facil-
mente che con un bambino di sei anni la tattica da usare do-
veva essere un'altra.
«Hai ragione» rispose allora con calma. «Il fatto è che
tu sei stato buono ma Santa Lucia non ti ha portato un bel
niente, neanche una caramella. Questo significa che Santa
Lucia ce l'ha con te, soltanto con te.»
Il bambino lo guardò sbalordito:
«Con me? E perché?».
«Si vede che non le sei simpatico. O magari è vero quel-
lo che tutti dicono: Santa Lucia non esiste.»
«E i bambini che hanno avuto i regali?»
«Credono che sia stata Santa Lucia e invece chi sa mai
chi è stato. E poi tu non devi guardare gli altri, devi sempre
guardare te stesso. Sei stato buono?»
«Sì.»
«Hai pregato Santa Lucia di portarti il regalo?»
«Sì, tutte le sere.»
«Ti ha portato il regalo Santa Lucia?»
«No.»
«C'è poco da dire, caro mio: i fatti sono fatti. Per te San-
ta Lucia non esiste.»
Gigino non trovò nel suo piccolo cervello niente da
obiettare. Gli dispiaceva che Santa Lucia non esistesse, per
lui, ma non sapeva come rimediare al disastro.
«E allora, per avere il regalo, chi bisogna pregare?» do-
mandò con voce piena d'ansia.
Al Tarocci era venuta in mente una certa storia che ave-
va letto o sentito da qualche parte e s'era regolato in modo da
attirare nella trappola il bambino.
«Secondo me bisognerebbe pregare Stalin» rispose.
«Stalin?» si informò il bambino. «È un Santo?»
«È uno che fa delle cose straordinarie» spiegò il Taroc-
ci. «Tu stasera devi pregare Stalin di portarti il regalo perché
sei stato buono. Se Stalin ti porta il regalo vuol dire che esi-
ste per te, mentre Santa Lucia che non ti ha portato niente si-
gnifica che per te non esiste.»
Il bambino si rasserenò.
«Bisogna mettere il sacchetto di crusca per l'asinelio, vi-
cino alle scarpe?»
«No» rispose avventatamente il Tarocci. «Stalin viene
da un posto dove agli asini danno da mangiare bene e non c'è
bisogno di mantenerli con l'elemosina.»
Quando si accorse di aver detto una stupidaggine era
troppo tardi: comunque Gigino non notò l'involontario devia-
zionismo paterno.
«Come si fa a pregare Stalin?» domandò Gigino. «Biso-
gna inginocchiarsi e poi fare il segno della Croce?»
«Non occorre» spiegò il Tarocci imbarazzato. «Basta
dire tre volte: "Stalin, sono stato bravo, portami il regalo". E
Stalin ti porta il regalo.»
Il bambino obiettò:
«Quando si prega Dio o i Santi bisogna fare il segno
della Croce e inginocchiarsi».
«Fai come credi» concluse il Tarocci. «L'importante è
che tu non dica niente a nessuno.»
«Metterò anche la crusca» disse Gigino. «Può darsi che
l'asino abbia fame anche se ha mangiato a casa sua.»
Il Tarocci lasciò il bambino e se ne andò per i fatti suoi.
Verso sera, pochi minuti prima che chiudessero le botteghe,
comprò un trenino a molla, un pacchetto di caramelle, uno di
cioccolatine e una scatoletta di matite colorate. Si ficcò tutto
nelle tasche della giacca e, invece di andare a casa, si fermò
a mangiare al Molinetto.
Finito di mangiare, si mise a giocare con Peppone e soci
e così venne la mezzanotte.
Uscì assieme a Peppone:
«Capo, sono stanco morto» gli spiegò. «Ma ho dovuto
rimaner fuori fino a tardi per essere sicuro di trovare il bam-
bino addormentato.»
E, cammin facendo, spiegò a Peppone tutta la storia e il
trucchetto combinato per democratizzare Santa Lucia.
«Capo» concluse. «Non è stata una idea in gamba?»
«Certo» borbottò Peppone.
«Bisogna agire senza sentimentalismi» continuò il Ta-
rocci. «Alle donne si può dar retta fino a un certo punto.
Dopo, occorre intervenire decisi. Incominciamo a snebbiare
pian pianino i cervelli. Incominciamo a sloggiare i Santi dal-
l'animo dei nostri bambini mettendo al loro posto qualcosa di
più sostanzioso. Incominciamo a sfatare le leggende. Non ti
pare?»
Peppone tentennò gravemente il testone:
«Giusto come concetto. Ma tu, facendo quel che hai
pensato di fare stasera, mentre distruggi la leggenda di Santa
Lucia, ne crei un'altra. Secondo me tu dovevi spiegare al tuo
bambino che, invece di pregare i Santi che non esistono, ba-
sta scrivere a Stalin che esiste, e Stalin per posta manda il re-
galo. Trasportare tutta la faccenda dal piano del soprannatu-
rale al piano della realtà».
«Certamente» replicò il Tarocci «però bisogna fare le
cose per gradi. Il bambino non sa scrivere lettere, non riesce
a rinunciare al fascino della favola. Intanto contentiamoci del
primo passo: Santa Lucia molla la scarpa e la occupa Stalin.
E il bambino impara che a pregare Santa Lucia non si ottiene
niente, mentre a pregare Stalin si ottiene qualcosa. Non ho
ragione?»
«Hai ragione» riconobbe francamente Peppone.
Erano oramai arrivati alla casa del Tarocci.
«Stai qui un momento a far la guardia» disse il Tarocci
a bassa voce. «Intanto che io entro nell'orto e metto la roba
dentro le scarpe che sono sul davanzale della cucina.»
Peppone fece il palo e, poco dopo, il Tarocci fu di ritor-
no,
«Fatto?»
«Tutto a posto. Fregata Santa Lucia.»
Peppone se ne andò e il Tarocci entrò cautamente in
casa. Il bambino dormiva nella sua camerina e aveva un dol-
ce sorriso sulle labbra.
Il Tarocci si spogliò in fretta e si infilò nel letto perché
aveva lavorato parecchio quel giorno. Ma il sonno non veni-
va.
"Capita sempre così quando si è troppo stanchi" pensò.
Poi gli venne in mente la faccenda dello scherzetto a Santa
Lucia: dal punto di vista della propaganda era un colpo ma-
gnifico. Gli avrebbe procurato qualche noia con la moglie.
Ma con le mogli, a un bel momento, sì può cambiare tattica e
si può usare la maniera forte. Alla fine, egli lavorava per il
bene del figlio. I figli non devono avere il cervello ingombro
di stupidaggini. Comunque l'affare era concluso e non dove-
va più ripensarci.
Si rigirò nel letto. Aveva dato due sberle da uomo a un
bambino di sei anni. E poi, a momenti, gli stracciava un'orec-
chia. Ma la colpa era di quella stupida di sua moglie che ave-
va combinato il guaio. D'ora in poi il bambino lo avrebbe
educato lui: soltanto lui.
Gli venne voglia di alzarsi per andare a vedere il bambi-
no.
"Bisogna che controlli se gli ho fatto male. Bisogna che
mi spicci, però: di sicuro il bambino si sveglia per tempo
perché ha la smania della scarpa."
Non riusciva a decidersi a saltar giù.
Un po' per via del freddo. Un po' perché aveva paura del
buio.
Era una cosa ridicola ma il buio gli faceva senso, quella
notte.
Forse aveva mangiato troppo, al Molinetto.
A un tratto riuscì a scendere dal letto: le gambe non vo-
levano muoversi e faceva una fatica matta a camminare.
Come se avesse le ossa di piombo. Traversò lentamente la
stanza, raggiunse il corridoio, aperse la porta della stanzetta
del bambino: ma il letto era vuoto, e la finestra spalancata.
Il Tarocci scavalcò penosamente il davanzale e si trovò
nell'orto. Passò la siepe e si trascinò ansimando per i campi.
Arrivò alla capannuccia di melicacci e Gigino era là, addor-
mentato sulla paglia umida.
Allora lo tirò su e incominciò a schiaffeggiarlo. E conti-
nuò a schiaffeggiarlo anche quando la mano gli faceva male.
E voleva smettere di picchiarlo ma non ci riusciva.
Si trovò sdraiato nel suo letto col braccio destro mala-
mente piegato sotto il corpo e con la fronte piena di sudore.
Suonarono delle ore al campanile e le contò: quattro!
Balzò giù dal letto con disperazione: bisognava raggiun-
gere il davanzale della cucina prima che Gigino si svegliasse.
Bisognava togliere il trenino e tutta l'altra roba che aveva
messo dentro le scarpette. Faticò a orizzontarsi e quando ci
riuscì era troppo tardi e nel piccolo corridoio si incontrò con
Gigino che tornava dalla cucina.
Il Tarocci si sentì pieno di disperazione ma subito gli si
risollevò il cuore:
«Neanche Stalin mi ha portato niente!» esclamò Gigino
scoppiando a piangere. «Niente: nemmeno una caramella!»
Il Tarocci lo agguantò e lo ficcò nel letto grande.
«Adesso dormi e poi domattina mettiamo a posto tutto.»
Piombò nel sonno e ne aveva bisogno davvero.

Era una cupa domenica di dicembre, piena di nebbia


fredda. Il Tarocci si svegliò verso le sette e trovò Gigino già
bell'e vestito.
Il Tarocci non gli diede retta fin che non fu pronto an-
che lui. Poi si occupò del bambino.
«E allora? Proprio niente hai trovato nelle scarpe?» si
informò.
«Niente» rispose con gli occhi pieni di lagrime il bambi-
no.
«Questo significa che, a pregare Stalin, non si ottiene
niente» spiegò il Tarocci.
«Ma neanche a pregare Santa Lucia!» si dolse Gigino.
«E allora come si fa?»
Il Tarocci gli mise il cappottino, lo sciarpone, e gli calcò
in testa la berretta. Poi si intabarrò e uscì.
«Vieni che sistemiamo tutto» disse prendendo per mano
il bambino.
Il paese era ancora deserto e silenzioso, immerso in
quella nebbia marcia.
A un bel momento il Tarocci si fermò:
«Gigino, io ti aspetto qui; tu vai in chiesa e di' a Gesù
Bambino: "Santa Lucia si è dimenticata di me e io sono sem-
pre stato bravo. Faccio rapporto"».
«Devo parlare anche di quell'altro?… Come si chiama?
…»
«Niente, parla soltanto di Santa Lucia. Tutto andrà a po-
sto. In questi casi Gesù Bambino porta direttamente lui la
roba a Natale.»
Il bambino scappò di corsa e il Tarocci lo aspettò addos-
sato a un pilastro del portico.
Gigino dopo una decina di minuti riemerse dalla nebbia.
«Hai detto così come ti ho spiegato?» si informò il Ta-
rocci.
«Sì, papà.»
«Cosa ti ha risposto?»
«Che ci pensa lui.»
«Bene» borbottò tranquillo il Tarocci prendendo per
mano il bambino e rimorchiandoselo a casa.
E gli pareva tutto naturalissimo; e non gli passò nemme-
no per l'anticamera del cervello che fosse almeno curioso, se
non strano, il fatto che Gesù Bambino avesse risposto a Gigi-
no: «Ci penso io».
E non si domandò neppure come mai, pur avendo, lui
stesso, il Tarocci, con le sue mani, riempite le scarpe di Gigi-
no coi regali di Stalin, Gigino avesse poi trovate le scarpe
completamente vuote.
Non si domandò mai neppure che fine avessero trovato
il trenino e le altre cose. Al Tarocci importava soltanto che
Gigino avesse trovato le scarpe vuote e che Natale fosse lì a
due passi.
Il Bambino avrebbe rimesso a posto tutto: il Tarocci ne
era sicurissimo.
A onor del vero non ci fu niente di miracoloso nella
scomparsa dei doni di Stalin perché Peppone, dopo averli ca-
vati fuori dalle scarpe di Gigino, li era andati a buttare nel
fiume borbottando:
«Non è un buon servizio che faccio al compagno
Stalin».
Poi, quando l'acqua del grande fiume ebbe ingoiato tutta
la merce, si consolò dicendo tra sé:
"Dio ti vede, Stalin no".
Si accorse troppo tardi d'essere caduto come un pesce
nella trappola degli slogan della propaganda elenco-america-
na. E se ne dolse.
Ma fino a un certo punto.
179 LA LUCE CHE NON SI SPEGNE

Peppone non era rimasto per niente soddisfatto quando


aveva letto sul suo giornale la lettera con la quale il famoso
deputato spiegava come, non riuscendo più a conciliare i
propri doveri di cattolico con quelli di militante comunista, si
vedeva costretto a dimettersi dal Partito.
A Peppone non era piaciuta la lettera e meno ancora era
piaciuto il comunicato della segreteria del Partito che accom-
pagnava la pubblicazione della lettera.
Lo trovava troppo generico e questo lo preoccupò.
Ma si trattava di una preoccupazione quanto mai ingiu-
stificata perché, al momento opportuno, doveva saltar fuori
qualcosa di anche troppo specifico.
E questo saltò fuori alcuni giorni prima del Natale.
Le dimissioni non erano state accettate e il deputato fa-
moso era stato espulso dal Partito «per indegnità e per tradi-
mento».
«Questo taglia la testa al toro» osservò il Lungo quando
ebbe letto il comunicato. «O con noi o contro di noi.»
Peppone non era ancora convinto:
«Siamo sempre sulle generali!» esclamò. «Invece qui
c'era bisogno di precisare delle direttive riguardo ai rapporti
fra Chiesa e Partito.»
Il Lungo scosse il capo:
«Capo, tutto è chiarissimo. Mentre il Partito non ha mai
detto: "Chi segue la dottrina cattolica non può essere dei no-
stri", la Chiesa dice: "Chi segue la dottrina marxista non può
essere dei nostri e viene scomunicato". Il Partito ti lascia li-
bero di essere cattolico. La Chiesa ti proibisce di essere co-
munista. Il torto marcio è dalla parte della Chiesa. E che la
Chiesa si sia messa contro la legge te lo dimostra il fatto che
la Giustizia condanna quei preti che in chiesa dicono: "Chi
vota per i comunisti incorre nella scomunica". Stando così le
cose nessun dubbio è possibile: il compagno che cede alle
minacce dei preti e dà le dimissioni dal Partito, si mette con-
tro la legalità diventando un traditore della causa della legali-
tà e dimostrandosi indegno di appartenere al Partito che ha
per missione appunto la difesa della legalità. Quindi la diret-
tiva che salta fuori automaticamente dal comunicato di oggi
non può essere che questa: intensificare la vigilanza e au-
mentare gli sforzi che già facciamo per sottrarre i compagni
dalla malefica influenza dei preti».
Peppone tentennò la testa:
«Siamo sempre sulle generali: la questione specifica è
quella di sapere cosa dovremmo fare per mettere in atto la
direttiva qui, nel nostro paese. Mica possiamo eliminare il
prete».
«Non sarebbe una brutta idea» affermò cupo il Lungo
che era un duro. «Comunque non risolveremmo niente per-
ché, eliminato il prete, ne manderebbero subito un altro peg-
gio di questo.»
«Difficile trovare un prete peggio di don Camillo» bor-
bottò Peppone.
«È invece la cosa più naturale» spiegò il Lungo. «I preti
sono tutti uno peggio dell'altro.»
Discussero a lungo sulla linea di condotta da tenere e,
alla fine, il Lungo, che aveva appena finito il corso di prepa-
razione politica in città, disse:
«Mettiamoci subito al lavoro incominciando lo smantel-
lamento della roccaforte sentimentale dei preti».
Poi il Lungo spiegò il suo concetto:
«La roccaforte sentimentale dei preti è il Natale. Quan-
do viene il Natale tutti sono disposti a concedere qualcosa ai
preti. Non occorre andare in chiesa: il semplice fatto di man-
giare meglio del solito è una concessione che si fa ai preti,
che hanno inventato il Natale. A Natale anche i più forti e i
più duri cascano nella trappola del sentimento: il ragazzino
che dice la poesia e mette la letterina sotto al piatto, il Prese-
pe, le cartoline d'auguri, la neve, gli angioletti, l'organo della
chiesa nella notte, i ricordi di fanciullezza, insomma è tutta
una messa in scena che riesce a farci dimenticare la realtà a
vantaggio della favola. Bisogna reagire e passare al contrat-
tacco!».
Peppone allargò le braccia:
«Va bene, ma non possiamo pretendere di costringere la
gente a modificare le loro usanze».
«Si può però incominciare il lavoro costringendo noi
stessi a non cascare più dentro la trappola. Per disintossicare
le masse bisogna, prima di tutto, disintossicare noi stessi. Io
ho già incominciato.»
Peppone, il Bigio, il Brusco, lo Smilzo e gli altri dello
stato maggiore guardarono preoccupati il Lungo.
Il Lungo era il custode della Casa del Popolo: abitava
con la moglie e col figlio in tre stanzette del primo piano e la
sua vita privata non poteva essere più trasparente per i fre-
quentatori della Casa del Popolo.
«Chiunque lo voglia potrà controllare che in casa mia da
quest'anno è stato eliminato il Natale» spiegò il Lungo. «Tut-
to dovrà funzionare come gli altri giorni. Se lo volete, anche
nelle vostre case sarà la stessa cosa.»
Il Bigio sospirò:
«Difficile farlo capire alle donne».
«No» replicò il Lungo che evidentemente si era prepara-
to sull'argomento. «Il difficile è convincere se stessi: una
volta che uno sia riuscito a convincere se stesso, gli riuscirà
facilissimo convincere gli altri. Naturalmente, per convincere
se stessi, bisogna avere delle idee chiare.»
Peppone intervenne:
«Le idee chiare le abbiamo» esclamò «e le faremo veni-
re anche agli altri. Il Lungo ha ragione: tutti incomincino fin
da questo momento il lavoro di persuasione dei compagni.
Lavorare con garbo senza forzare mai la mano. Specialmente
quando si tratta di compagni che abbiano dei vecchi in casa.
Democratizzando il Natale noi daremo il primo duro colpo
alla roccaforte sentimentale dei preti».
Peppone si era entusiasmato, e l'idea del Lungo gli pia-
ceva sempre di più. Quando tornò a casa si diede subito allo
smantellamento della roccaforte sentimentale della moglie:
«Da quest'anno Natale non deve esistere più» disse Pep-
pone e la moglie gli domandò se fosse ubriaco di vino o di li-
quori.
Ma Peppone le dimostrò di avere il cervello pieno di
fumi ben più tossici e la donna allargò le braccia:
«Sta bene, niente Natale. E per la Pasqua?».
«Ogni frutto ha la sua stagione» rispose Peppone. «In-
cominciamo a cancellare il Natale dal calendario.»

Peppone si buttò come un dannato nella sua impresa di


snatalizzazione e fece davvero del buon lavoro. La moglie
tentò un paio di volte di mitigare la sua decisione ma, visto
che ciò serviva soltanto ad aggravare la situazione, si arrese.
E, la sera della Vigilia, Peppone rincasando trovò che
tutto era nella più squallida normalità.
La tavola con la solita tovaglia macchiata, la solita mi-
nestra nel lardo e il solito odore di frittata con le cipolle.
L'ora era stata addirittura anticipata:
«Alle otto tutti a letto» avvertì con voce dura Peppone.
«E mettersi a dormire senza far baccano.»
Si rivolse al ragazzino più piccolo, quello di sette anni:
«Specialmente tu!».
Mangiò in silenzio la sua minestra e, quand'ebbe finito,
fece per togliere la fondina, ma si accorse appena in tempo
che, sotto la fondina, era celato il tradimento.
Si sentiva addosso gli occhi spalancati del ragazzino
piccolo e strinse i denti. Rimise giù la fondina che aveva ap-
pena sollevata.
Bevette un bicchiere di vino e, buttato il tovagliolo sulla
tavola, si alzò.
«Non mangi la frittata?» gli domandò stupita la moglie.
«No!» rispose cupo Peppone. «Non ho più fame. E poi
ho da fare.»
Uscì rapidamente e, buttatosi il tabarro fin sotto gli oc-
chi, camminò a grandi passi per le strade deserte.
Nelle altre case la gente stava per mettersi a tavola: Pep-
pone pensò con orgoglio allo squallore della tavola dalla
quale s'era appena alzato.
L'appuntamento alla Casa del Popolo era per le otto:
Peppone arrivò un quarto d'ora prima e, trovato tutto spento
al pianterreno, salì al primo piano dal Lungo.
Trovò il Lungo, sua moglie e il loro ragazzino ancora a
tavola: una tavola malinconica, da giorno feriale.
«Tutto bene?» si informò il Lungo versando un bicchie-
re di vino a Peppone.
«Perfetto» rispose Peppone. «Mia moglie ha funzionato
come doveva ma c'è stato un caso di deviazionismo.»
Peppone ridacchiò poi, appressata la bocca all'orecchio
del Lungo, spiegò a bassa voce:
«Il piccolino era riuscito a mettermi la letterina sotto il
piatto».
«Come te la sei cavata?» domandò il Lungo.
«Me ne sono accorto quando stavo per tirar via la fondi-
na vuota. Allora mi sono alzato e sono uscito. Ci ho rimesso
la frittata.»
Il Lungo rise.
«Io ho un ragazzino soltanto e mia moglie è riuscita a
sorvegliarlo facilmente. E poi io gli avevo spiegato con bel
garbo come stanno le faccende. È un ragazzino che capisce.»
Oramai anche gli altri dovevano essere arrivati: Peppo-
ne e il Lungo scesero.
«Non aspettarmi perché verrò su tardi» disse il Lungo
alla moglie.
«Andiamo a letto subito» rispose la donna. «Anche il ra-
gazzino ha sonno.»
Trovarono al pianterreno lo Smilzo e il Bigio:
«Mi pare che potremmo subito incominciare il giro»
spiegò Peppone. «Si fa una piccola ispezione in tutte le case
di quelli che si sono impegnati a fare come s'era stabilito.
Vediamo chi sgarra.»
Il Brusco abitava in una piccola casa isolata, fuori pae-
se: quando Peppone, il Lungo e gli altri due arrivarono, tro-
varono tutto spento.
Il Brusco venne ad aprire mezzo svestito:
«Ho litigato con le donne» confessò molto triste il Bru-
sco. «Alla fine siamo andati tutti a letto senza mangiare. Mi
dispiace un po' per mia moglie che non sta tanto bene.»
Il Lungo intervenne:
«Le cose si fanno o non si fanno. Se si fanno non biso-
gna poi rimpiangere niente».
«Non rimpiango niente» precisò il Brusco. «Ma se mia
moglie ha la febbre io non posso esserne contento. Comun-
que l'importante è che tutto sia stato fatto com'era stabilito.»
L'ispezione continuò; Peppone, il Lungo, il Bigio e lo
Smilzo dovettero andare a bussare ad altre dieci porte perché
il primo esperimento di disintossicazione sentimentale era
stato ristretto alla cerchia dei fedelissimi: e dappertutto tro-
varono case già buie o gente che leggiucchiava il giornale se-
duta davanti ai resti di una tristissima cena.
L'ultima casa visitata era quella del Falchetto, che stava
in fondo al paese, di là dall'argine, verso il fiume: quando la
campana rintoccò per chiamare i fedeli alla Messa di mezza-
notte, Peppone e gli altri tre si trovarono a camminare lenta-
mente sulla strada dell'argine.
«Possiamo veramente essere soddisfatti del risultato»
affermò il Lungo. «Ed è molto importante che l'esperimento
sia riuscito perché l'idea è già passata nel campo della realiz-
zazione pratica. Quando si vuole demolire un muro, l'impor-
tante è cavare il primo mattone.»
Erano arrivati alla Chiavica vecchia e si sedettero sulla
spalletta del ponte.
«È una cosa straordinaria» disse Peppone. «È bastato il
semplice fatto di considerare questa sera come una sera qual-
siasi, per darmi l'idea che il Natale non sia mai esistito. Que-
sto dimostra che, se uno non riesce a liberarsi dai sentimen-
talismi, non potrà mai capire quali sono le cose vere e quali
le false.»
Lo Smilzo accese una sigaretta.
«Certo che è una strana faccenda» osservò. «Uno aspet-
ta il Natale come se si trattasse di chi sa qual cosa importante
ed ecco che, improvvisamente, si accorge che il Natale è un
giorno preciso identico a tutti gli altri. Ci si resta male.»
«L'anno venturo non proverai nessuna delusione» affer-
mò il Lungo «perché oramai che ti sei accorto di che cosa si
tratta, non lo aspetterai più come l'hai aspettato quest'anno.
L'essenziale, in queste illusioni sentimentali, è di rompere la
catena.»
Ripresero a camminare lentamente verso il paese: era
oramai vicina la mezzanotte e la piazza era deserta perché
chi voleva assistere alla Messa era già entrato in chiesa.
Arrivati in vista della Casa del Popolo, Peppone escla-
mò:
«Cosa succede lassù?».
Tutti levarono gli occhi e videro che una delle finestrel-
le del solaio era illuminata. Poi la luce si spense per riaccen-
dersi di lì a poco. E la storia si ripetè per parecchie volte.
Il Lungo si preoccupò:
«La chiave del solaio è nascosta in un posto che cono-
sco soltanto io. E poi nessuno di casa mia è mai salito lassù».
Lasciarono il Bigio di guardia al pianterreno e salirono
in punta di piedi. La porta del solaio era socchiusa e, ogni
tanto, la fessura si illuminava fiocamente.
C'era qualcuno evidentemente e cercava chi sa mai cosa.
Peppone, il Lungo e lo Smilzo rimasero in agguato trat-
tenendo il respiro: poi, quando al vicino campanile incomin-
ciarono a battere i primi tocchi della mezzanotte, si infilaro-
no dentro la porta del solaio e si addossarono al muro.
Al dodicesimo rintocco la luce si accese e non si spense
più.
Una piccola luce, una lampadina a pila che illuminava
l'interno di una minuscola capanna sistemata su una cassa.
E, in piedi davanti alla cassa, stava il ragazzino del Lun-
go.
Rimase lì a guardare per una decina di minuti e ci sareb-
be rimasto ancora se il Bigio non avesse fatto un po' di fra-
casso giù al pianterreno dove era rimasto di guardia. Allora il
ragazzino scappò via, passando davanti, senza vederli, a Pep-
pone e agli altri due nascosti nell'ombra a lato della porta.
Scomparso il ragazzino, i tre uomini intabarrati uscirono
dall'ombra e andarono a fermarsi davanti alla capannuccia si-
stemata sulla cassa.
«Pensa se questo lo venisse a sapere don Camillo» bor-
bottò Peppone. «Il Presepe clandestino, i cristiani riportati al
periodo delle catacombe… Figuriamoci che pacchia sareb-
be.»
Il Lungo era cupo.
«Da piccolino gli hanno riempito il cervello di queste
favole» sussurrò. «Non è possibile cambiare una mentalità
da un momento all'altro… Però vorrei sapere chi gli ha dato
quella roba.»
Peppone si chinò a guardare il Presepino:
«Nessuno» spiegò. «Sono statuine di terra cruda pittura-
ta. Se le è fatte da solo. E sono anche belle parecchio. Mica
stupido il ragazzino.»
Il Lungo rimirò in silenzio le statuette del Presepino poi,
con una sberla, le spazzò via mandandole a sbriciolarsi con-
tro il muro.
Ma la lampadina rimase accesa nella capannuccia deser-
ta e devastata.
La gente usciva dalla chiesa e riempiva di allegre voci la
piazza: Peppone si riscosse dallo stupore nel quale il gesto
del Lungo l'aveva fatto piombare e raggiunse in fretta la por-
ta, seguito dallo Smilzo, mentre il Lungo rimaneva là a guar-
dare con occhi attoniti quella luce che non si spegneva.
180 DA NATALE…

Peppone, uscito dalla Casa del Popolo disinteressandosi


completamente del Bigio che lo aspettava sul portone, si av-
viò in fretta verso casa tagliando fuori la piazza per non in-
contrarsi con la gente che tornava dalla Messa di mezzanotte.
Lo Smilzo lo seguì disciplinatamente ma non ne ricavò
nessuna soddisfazione perché, arrivato a destinazione, Pep-
pone gli sbatté la porta in faccia e lo piantò lì senza neanche
dirgli bai.
Peppone era stanco morto e, spogliatosi in gran furia, si
andò a infilare subito tra le lenzuola.
«Sei tu?» gli domandò la moglie.
«Certo!» borbottò Peppone. «Chi vuoi che sia?»
«Non si sa mai» replicò la donna. «Adesso coi nuovi
princìpi che hai tirato fuori, non ci sarebbe niente di strano se
tu mi facessi trovare nel letto al posto tuo qualche funziona-
rio del tuo partito.»
«Non dire stupidaggini!» esclamò Peppone. «Non ho
voglia di scherzare.»
«Figurati la voglia di scherzare che ho io, con quella
bella Vigilia di Natale che ci hai fatto passare!»
Peppone si rigirò nel letto.
«Neanche la letterina di tuo figlio hai voluto guardare!»
si rammaricò la donna. «E quando, poverino, era lì già in
piedi sulla sedia per dirti la poesia, sei scappato via. Cosa
c'entrano i tuoi figli con la politica?»
Peppone si agitò ancora:
«Lasciami dormire!» gridò con rabbia.
La donna tacque, ma Peppone ci mise un sacco di tempo
per prendere sonno. E quando, finalmente, riuscì ad addor-
mentarsi non è da dire che trovasse la tranquillità perché in-
cominciarono subito a passargli per il cervello i sogni più
strampalati: sogni da gente che ha digerito male. Da gente
che ha un gatto vivo dentro lo stomaco.
Si svegliò che era ancora buio e, saltato giù dal letto, si
rivestì senza accendere la luce. E, mentre si rivestiva, conti-
nuava a ripensare alla zampata che il Lungo aveva menato
sul Presepe del ragazzino, e al lumino rimasto acceso.
Gli pareva che tutto questo facesse parte dei sogni di
poco prima e, invece, questo non era un sogno.
Scese in cucina per farsi scaldare un po' di latte e trovò
la tavola ancora apparecchiata come l'aveva lasciata, uscen-
do, la sera.
Al suo posto c'era ancora la fondina sporca di minestra:
la sollevò per vedere se, sotto, ci fosse la lettera del piccoli-
no. Ma non c'era più niente.
Guardò la tovaglia sporca, gli avanzi della frittata.
Ripensò alla tavola delle altre Vigilie di Natale.
Ripensò agli altri Natali: al Natale di quand'era ragazzo.
Gli vennero in mente sua madre e suo padre.
D'improvviso si ricordò del Natale del 1944: quello lo
aveva passato in montagna, dentro una tana da bestie, col pe-
ricolo di essere ammazzato a raffiche di mitra da un momen-
to all'altro ed era stato un Natale tremendo. Però meno ango-
scioso di questo perché l'aveva passato pensando disperata-
mente ai dolci e sereni Natali di pace e quel pensiero gli ave-
va scaldato il cuore.
Adesso egli non correva nessun pericolo, tutto funziona-
va nel modo più tranquillo, sua moglie e i suoi ragazzi stava-
no lì, sicuri, a pochi metri da lui e, appressandosi alla porta
della loro stanza, avrebbe potuto udirne il respiro: ma il cuo-
re gli rimaneva pieno di gelo perché pensava che quella tavo-
la, a mezzogiorno, sarebbe stata la identica, malinconica ta-
vola della sera prima.
"Il Natale è tutto qui" concluse tra sé. "Una questione di
tovaglie, di bicchieri, di capponi, di torrone e di agnolotti."
Ma poi ripensò al ragazzino del Lungo che s'era fatto il
Presepe clandestino nella soffitta della Casa del Popolo e la
conclusione non lo convinse più. Tanto più che neppure la
lettera e la poesia del piccolino erano faccende mangerecce.
Albeggiava e Peppone, avvoltosi nel tabarro, uscì di
casa e si avviò verso la Casa del Popolo.
Il Lungo era già alzato e stava spazzando il salone delle
adunanze; venne ad aprire a Peppone che si stupì:
«Al lavoro a quest'ora?».
«Sono le sette» spiegò il Lungo. «Nei giorni feriali si in-
comincia alle otto ma oggi è un giorno più che feriale e biso-
gna incominciare prima.»
Peppone andò a sedersi alla scrivania del suo ufficio:
doveva guardare tutta la posta del giorno prima e si mise su-
bito all'opera. Si trattava di una decina di lettere di normale
amministrazione e, pochi minuti dopo, Peppone aveva già
preso visione di ogni cosa.
«Niente di importante, capo?» domandò il Lungo affac-
ciandosi.
«Niente» rispose Peppone. «Sbrigale tu.»
Il Lungo raccolse le lettere e se ne andò ma, poco dopo,
si ripresentò molto eccitato con un foglietto tra le mani.
«Capo» disse il Lungo «questa è molto importante. Ti
deve essere sfuggita.»
Peppone, presa la lettera che il Lungo gli porgeva, le
diede una occhiata e la restituì.
«L'avevo vista» spiegò. «Niente di straordinario.»
«Ma parla di tesseramento e bisogna che tu risponda su-
bito. È un affare tuo personale.»
«Dopo» borbottò Peppone. «Oggi è Natale.»
Il Lungo lo guardò in un certo modo e a Peppone non
piacque il fatto di essere guardato a quel modo.
Si alzò e piantatosi davanti al Lungo esclamò:
«Oggi è Natale: hai capito?».
Il Lungo scosse il capo e poi rispose:
«No, non ho capito».
«Adesso te lo spiego» disse a denti stretti Peppone pittu-
randogli sulla faccia una sberla da esposizione campionaria.
Il Lungo ebbe il torto di non afferrare subito il concetto
e, siccome era un pezzo di satanasso più alto ancora di Pep-
pone, cercò di restituire la sventola ricevuta.
Peppone, allora, gli si buttò addosso come una divisione
corazzata e, dopo averlo scaraventato a gambe all'aria, gli
cambiò i connotati del sedere a furia di pedate.
Poi, quand'ebbe finita la lavorazione, agguantò il Lungo
per il petto e gli domandò:
«Hai capito cosa ho detto?».
«Ho capito» borbottò cupo il Lungo. «Oggi è Natale.»
«E adesso vai su in solaio e rimetti a posto quella roba
prima che qualcuno la veda. Non hai pensato che, se si sa-
pesse quello che è successo stanotte lassù, ne salterebbe fuori
una speculazione spaventosa contro di noi?»
«Ci ho già pensato» rispose il Lungo. «Ho già rimesso a
posto ogni cosa.»
Preceduto dal Lungo, Peppone salì in soffitta a control-
lare: ed effettivamente il Presepino pareva non fosse stato
neppur toccato. Peppone lo stette a guardare per qualche mi-
nuto poi borbottò:
«Alla fine cosa c'è di male se a qualcuno fa piacere di
credere che, circa duemila anni fa, in una certa stalla, sia
nato un figlio di falegname, che poi ha predicato l'uguaglian-
za di tutti gli uomini, ha difeso i miseri dai potenti e poi è
stato crocifisso dai nemici della giustizia e della libertà?».
Il Lungo tentennò la grossa testa.
«Di male niente: ma la gente crede che questo figlio di
falegname sia addirittura Dio. Ecco il brutto!»
«Brutto?» esclamò Peppone. «Bellissimo, invece. Per-
ché il fatto che Dio abbia scelto per padre un falegname e
non un borghese, sta a significare che Dio è democradco.»
Il Lungo sospirò:
«Peccato che in questa faccenda ci siano di mezzo i pre-
ti. Potrebbe diventare una cosa nostra».
«Ecco il punto!» affermò Peppone. «Bisogna sempre
agire con molta calma e non fare confusioni. Dio è una cosa,
i preti sono un'altra cosa. Il pericolo non è rappresentato dal-
l'esistenza di Dio ma dall'esistenza dei preti. Quindi non bi-
sogna eliminare Dio ma bisogna eliminare i preti. È la stessa
questione della ricchezza e dei ricchi: non bisogna eliminare
la ricchezza ma eliminare i ricchi e dividere la ricchezza tra i
poveri.»
Il Lungo, che aveva appena finito il corso di preparazio-
ne politica, tentennò ancora la testa:
«Sì, ma la questione base è un'altra: Dio non esiste,
l'hanno inventato i preti. Esistono soltanto le cose che noi
possiamo vedere e toccare. Le cose che hanno una consisten-
za materiale. Il resto è fantasia».
Peppone non parve eccessivamente preoccupato dalla
comunicazione del Lungo e rispose:
«Se uno nasce cieco, come fa a credere che esista il co-
lore verde o il colore rosso dato che non lo può né vedere né
toccare? Ora metti il caso che tutti incominciano a nascere
ciechi: fra cento anni nessuno potrà più credere all'esistenza
dei colori perché nessuno li potrà più vedere. Però i colori
esisteranno ugualmente nella realtà materiale. Non può darsi
che Dio esista realmente e che noi siamo, rispetto a Lui,
come il cieco nato che, sulla base del suo ragionamento, non
può ammettere che esistano i colori?».
Il Lungo rimase molto perplesso.
«Comunque» tagliò corto Peppone «la questione non ri-
veste carattere di particolare urgenza e la soluzione del pro-
blema può essere rimandata.»

Peppone si avviò verso casa ed ecco che, alla svolta del


Borghetto, si trovò davanti don Camillo.
«Sua Eminenza grigia desidera?» si informò cupo Pep-
pone.
«Volevo farle gli auguri di buon Natale, buona fine e
buon principio d'anno» rispose con garbo don Camillo.
«A me?» ridacchiò Peppone. «A uno scomunicato?
Questa sì che è coerenza!»
Don Camillo allargò le braccia:
«È la stessa coerenza del medico che, riconoscendo af-
fetto da morbo infettivo una persona, impedisce a questa per-
sona di praticare la gente sana, però cura il malato. Bisogna
odiare il male ma amare il malato».
Peppone si mise a sghignazzare:
«Straordinario! Ci scannereste tutti e parlate d'amore!».
«Saremmo ben disgraziati e stolti e pazzi medici di ani-
me se, per distruggere il morbo, noi volessimo eliminare gli
infelici che hanno l'animo contagiato dal morbo. Noi li curia-
mo amorosamente per farli guarire.»
«Capito: vorreste applicarci la cura di cui parlavate l'al-
tro giorno in piazza!» replicò Peppone.
«Non si trattava di te né della gente come te» spiegò
calmo don Camillo. «Nel tifo petecchiale, tanto per dirne
una, gli elementi da considerare per debellare il morbo sono
tre: il tifo petecchiale cioè il male in sé, il veicolo del tifo pe-
tecchiale, cioè il pidocchio, e l'infelice affetto da tifo petec-
chiale. Per debellare il male occorre curare il malato ed eli-
minare il pidocchio. Stolto chi volesse curare il pidocchio,
pazzo chi intendesse trasformare il pidocchio in qualcosa che
non fosse veicolo di tifo petecchiale. Peppone, tu non sei il
pidocchio, tu sei il malato.»
«Io sto benissimo e il malato siete voi, reverendo» ri-
spose Peppone. «Malato nel cervello.»
«I miei auguri vengono dal cuore, non dal cervello»
spiegò don Camillo. «Li puoi accettare tranquillamente.»
Peppone scosse il capo:
«Cuore, cervello, milza o fegato, non ha importanza. Sa-
rebbe come dire: "Accetta tranquillamente questa pallottola
di fucile Novantuno: non te la manda il percussore con punta
ma è un gentile omaggio del mirino"».
Don Camillo allargò le braccia:
«Dio avrà pietà di te».
«Può anche darsi: ma di voi non avrà pietà di sicuro e il
giorno della riscossa non vi eviterà di sventolare, appeso per
il collo, alla corda di quell'asta. La vedete?»
Don Camillo la vedeva, sì, quell'asta di bandiera pianta-
ta sul davanti del balcone della Casa del Popolo. La vedeva
anche troppo perché la Casa del Popolo era nel lato destro
della piazza, e guardando dalla finestra del suo tinello, don
Camillo non mancava mai di notare quella dannata asta che
si stagliava contro il cielo libero, e che portava provocatoria-
mente al posto della lancia il luccicante emblema della falce
e del martello. Quell'asta, e particolarmente il suo corona-
mento, gli rovinava tutto il panorama.
«Non sarò un po' pesante per quel palo?» domandò don
Camillo. «Non sarebbe meglio che ti facessi prestare una for-
ca dai tuoi amici di Praga? O sono cose riservate a voi com-
pagni?»
Peppone non rispose: gli volse le spalle e se ne andò.
Arrivato davanti a casa chiamò fuori la moglie:
«Io torno verso l'una» disse. «Vedi di arrangiarti di pre-
parare tutto come se fosse un Natale normale.»
«Già fatto» borbottò la donna. «Stai fresco che io aspet-
tavo il tuo contrordine. Puoi tornare a mezzogiorno in pun-
to.»
Entrando poco dopo il mezzogiorno nella grande cucina,
Peppone ritrovò l'aria del Natale dei tempi passati e gli sem-
brò di essere uscito come da un incubo.
Trovò la lettera del piccolino sotto il piatto e gli parve di
un interesse eccezionale. Poi si preparò ad ascoltare con tutta
l'attenzione possibile la poesia: ma la poesia non accennava a
saltar fuori.
Peppone pensò che sarebbe arrivata alla fine del desina-
re e si mise a mangiare tranquillamente.
Ma, anche alla fine del desinare, il piccolino non dimo-
strò la minima intenzione di levarsi in piedi sulla sedia per
declamare dei versi.
Peppone fece un cenno interrogativo alla moglie e la
donna rispose stringendosi nelle spalle.
Poi la donna si alzò e andò a parlottare col piccolino.
«Niente da fare» comunicò a Peppone. «Non la vuol
dire.»
Peppone aveva però pronto il colpo segreto; cavò fuori
di tasca un pacchetto di cioccolatini e annunciò ad alta voce:
«Se c'è uno che, adesso, mi dice una bella poesia, io gli
do tutta questa roba».
Il piccolino sbirciò preoccupato il pacchettino poi scos-
se il capo.
La moglie di Peppone andò a parlottare ancora col pic-
colino poi riferì al marito:
«Non la vuol dire».
Allora Peppone perdette la pazienza:
«Se non vuoi dire la poesia significa che non la sai!»
disse al piccolino.
«La so invece» rispose il bambino. «Però non si può più
dire.»
«E perché?» gridò Peppone.
«Perché adesso non conta più» spiegò il piccolino.
«Adesso il Bambino è già nato e la poesia parla del Bambino
che deve nascere questa notte.»
Peppone si fece portare dalla moglie il quadernetto con
la poesia; effettivamente la poesiola era tutta protesa nel fu-
turo: a mezzanotte la capanna di Betlemme si illuminerà e il
miracolo si ripeterà, e il Bambino nascerà e arriveranno i pa-
storelli e via discorrendo.
«Una poesia non è un annuncio del giornale» spiegò
Peppone. «Anche se la dici oggi la poesia ha lo stesso valo-
re.»
«No» insistè il piccolino. «Se il Bambino è nato ieri sera
non si può dire che nascerà stanotte.»
La madre provò a insistere ma il piccolino non mollò:
«È testardo come te» esclamò alla fine la donna rivolta a
Peppone.

Nel pomeriggio Peppone portò a spasso il piccolino e,


quando furono lontani dal paese, fece l'ultimo tentativo:
«Adesso che siamo soli me la dici la poesia?». «No» rispose
il piccolino. «Qui nessuno ti sente!»
«Ma il Bambino Gesù lo sa» sussurrò il piccolino. Que-
sta era la più bella poesia che il piccolino potesse dire, e Pep-
pone lo capì.
181… A SAN SILVESTRO

Passarono i giorni che dovevano passare e arrivò la not-


te di San Silvestro. Anche al paese, come un po' dappertutto,
era ancora viva l'usanza di ammazzare l'anno.
Allo scoccare della mezzanotte, la gente scaricava
schioppettate contro il cielo e, per qualche minuto, pareva il
finimondo.
A don Camillo questa faccenda non era mai piaciuta per
mille ragioni e mai aveva consumato una cartuccia per spara-
re alle nuvole: però, quella volta, anche a lui venne una vo-
glia matta di ammazzare l'anno e così, pochi istanti prima
della mezzanotte, aprì la finestra del tinello e aspettò che l'o-
rologio del campanile desse il segnale.
La luce del tinello era spenta ma il fuoco fiammeggiava
nel camino e Ful, che aveva buoni occhi, appena scorse il fu-
cile tra le mani di don Camillo entrò in agitazione.
«Sta tranquillo» gli spiegò sottovoce don Camillo «non
è roba per te. Questo non è un fucile da caccia, è il vecchio
arnese che io tengo per ricordo in solaio. Si tratta di ammaz-
zare l'anno e la doppietta non serve.»
La piazza era deserta, e il lampione che stava davanti
alla Casa del Popolo illuminava nitidamente l'asta della ban-
diera:
«La si vede anche di notte!» borbottò don Camillo.
«Pare una cosa studiata per farmi rabbia!»
Scoccò il primo dei dodici rintocchi e immediatamente
incominciò la sparatoria.
Don Camillo si appoggiò al davanzale della finestra, e
lasciò partire un colpo anche lui. Un colpo solo perché si
trattava di cosa simbolica e quel che conta nelle cose simbo-
liche è il gesto in sé.
Faceva freddo: don Camillo richiuse accuratamente la
finestra e, riposto il fucile contro la cassapanca, accese la
luce e si sedette davanti al fuoco.
Allora si accorse che Ful non c'era e lo chiamò: ma il
cane, evidentemente, eccitato da tutto quel crepitìo di schiop-
pettate, aveva infilato la porta ed era uscito.
Don Camillo non se ne preoccupò: come era uscito sa-
rebbe rientrato. E, difatti, poco dopo, sì sentì cigolare la por-
ta: ma non era Ful.
Era invece Peppone che spiegò amabilmente:
«Scusate reverendo, ma ho trovato aperta la porta e sono
venuto a farvi visita».
«Grazie figliolo: fa piacere vedere che qualcuno si ricor-
da di noi.»
Peppone si sedette vicino a don Camillo.
«Reverendo, bisogna proprio riconoscere che, nella real-
tà, succedono dei fatti che la fantasia si rifiuta di pensare.»
«È successo qualcosa di brutto?» si preoccupò don Ca-
millo.
«Niente di brutto: un curioso scherzo del caso. Figurate-
vi che, durante la sparatoria di poco fa, qualcuno ha tirato un
colpo in aria e la pallottola, invece di perdersi chi sa dove, è
andata a sbattere nell'asta della nostra bandiera troncandola
in cima, proprio nel punto dove l'emblema d'ottone si infila
nel legno. Non è un bel caso?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Bellissimo» convenne.
«Ma non è tutto» continuò Peppone. «Perché il trofeo,
nel cadere, quasi finiva in testa al Lungo che stava entrando.
E il Lungo, credendo che gli avessero tirato in testa qualcosa
apposta, è corso dentro a dare l'allarme e noi siamo usciti ma
non abbiamo trovato niente per terra. Però, guardando in su,
ci siamo accorti che il trofeo dell'asta mancava e, esaminan-
do poi l'asta, ci siamo accorti che un colpo di fucile l'aveva
stroncata appena sotto il trofeo. Non è un caso strano? Chi
può aver raccolto e portato via il trofeo se la piazza era de-
serta?»
Don Camillo si strinse nelle spalle:
«Con rispetto parlando, non capisco a chi possano inte-
ressare cianfrusaglie di quel genere».
Già da qualche minuto Ful era rientrato e si era messo
fra don Camillo e Peppone e stava lì ad aspettare immobile
come una statua.
E, fra i denti, reggeva il trofeo d'ottone con la falce e il
martello. Si stancò e lasciò cadere l'arnese sul pavimento.
Don Camillo raccolse il trofeo, lo rigirò studiandolo da
tutte le parti poi scosse il capo:
«Lamierino d'ottone; da lontano pareva più consistente:
se ti interessa portatelo pure a casa».
Peppone guardò il trofeo luccicante che don Camillo gli
porgeva poi riprese a guardare le fiamme del focolare.
Don Camillo buttò il trofeo tra le braci ardenti e Peppo-
ne strinse i denti ma non si mosse.
Il trofeo sì arrossò rapidamente e lo stagno delle salda-
ture si sciolse, le strisce di lamierino si contorsero come ser-
pentelli.
«Se l'Inferno non fosse una invenzione di noi preti…»
sussurrò don Camillo.
«L'Inferno non è un'invenzione dei preti» borbottò Pep-
pone. «I preti sono un'invenzione dell'Inferno.»
Don Camillo attizzò il fuoco e Peppone andò alla fine-
stra. Attraverso i vetri si vedeva, illuminata dal lampione, l'a-
sta decapitata.
«Quanti colpi?» domandò Peppone senza voltarsi.
«Uno» rispose senza alzar la testa don Camillo.
«Americano con cannocchiale?»
«Novantuno normale.»
Peppone tornò a sedersi davanti al fuoco.
«Il Novantuno è sempre una bell'arma» borbottò guar-
dando la fiamma.
«Le armi sono tutte brutte» sussurrò don Camillo.
Peppone si alzò e si avviò verso la porta.
«Buon anno» borbottò Peppone uscendo.
«Grazie, altrettanto» rispose don Camillo.
«Non ho detto a voi» disse rude Peppone. «Ho detto a
Ful.»
Fulmine detto Ful, sentendosi tirato in ballo, rimase ac-
cucciato davanti al fuoco ma agitò la coda per significare che
gradiva il gentile pensiero.
182 IL CRIK

La poca neve venuta giù il giorno prima era marcita tut-


ta e, adesso, le strade parevano carrarecce.
Brutta faccenda a doversi destreggiare in bicicletta fra
pozzanghere e carreggiate: e don Camillo, che da un bel pez-
zetto navigava perigliosamente in quella specie di torrentello
fangoso ch'era diventata la strada del Molinetto, sudava
come un dannato.
A un tratto sentì dietro di sé il gracchiare di un clacson e
pigiò più forte sui pedali perché, a una quindicina di metri,
proprio a cavallo del fosso di destra, stava un ponticello.
Raggiunto il ponticello, don Camillo uscì di strada e si
fermò per aspettare che il ciclone annunciato dal clacson fos-
se passato.
Davanti all'imbocco del ponticello la strada era quasi
completamente asciutta. Quasi completamente in quanto,
proprio nel bel mezzo alla strada, stava una buca piena d'ac-
qua: ma ciò non preoccupò per niente don Camillo perché, se
l'autoveicolo fosse transitato tenendo il centro della strada, la
pozzanghera sarebbe sgusciata via fra le ruote di destra e
quelle di sinistra. E se, invece, l'autoveicolo fosse transitato
tenendo la sua destra, la pozzanghera avrebbe interessato
solo le ruote di sinistra.
L'autoveicolo era oramai a pochi metri e don Camillo
constatò con piacere che si trattava di un grosso camion:
l'ampiezza del bestione rendeva impossibile anche l'ipotesi
dello schizzo a sinistra.
Disgraziatamente non si trattava di un normale camion:
quando don Camillo se ne accorse era troppo tardi. Infatti il
camion, arrivato a pochi metri dal ponticello, si buttò tutto
sulla sinistra in modo da passare con le ruote di destra dentro
la pozzanghera al centro della strada.
Non interessava niente, allo stramaledetto che stava al
volante, il pericolo di finire, con le ruote di sinistra, dentro il
fosso: gli interessava semplicemente che la melma della poz-
zanghera schizzasse a destra.
Don Camillo si trovò coperto di fango da capo a piedi,
come se l'avessero pitturato col pennello, e il Leopardo, ri-
tornato sulla carreggiata giusta, si allontanò traballando.

Il Leopardo era il camion più squinternato dell'universo


e la gente l'aveva battezzato Leopardo per via delle centinaia
di pezze e toppe di lamiera scura e rugginosa che gli macula-
vano la carrozzeria color paglia.
Nessuno riusciva a capire come il Leopardo potesse
camminare perché non aveva pezzo che non fosse scassato:
eppure camminava dalla mattina alla sera. E stracarico di
sabbia o ghiaia che andava a prendere al fiume, o di sacchetti
di cemento, o di mattoni.
In verità, chi conosceva bene il Crik riusciva a spiegarsi
il fenomeno del Leopardo. Camion e autista, infatti, erano
una cosa sola e non risultava possibile stabilire con esattezza
se il Leopardo fosse un accessorio del Crik o se il Crik fosse
un accessorio del Leopardo.
In origine, il Crik doveva essere stato un bel ragazzo:
ma, da quando aveva stanato fuori quella carcassa infernale
di camion, il Crik s'era trasformato, poco alla volta, in qual-
cosa di squinternato e di rattoppato come il Leopardo. S'era
messo dalla parte di Peppone ma, prima di prendere la tesse-
ra, aveva fatto i patti:
«Quando è il momento di fare la rivoluzione chiamate-
mi. Per tutto il resto lasciatemi tranquillo perché devo lavo-
rare».
Viveva da solo: dormiva nella casa che gli avevano la-
sciato i suoi e mangiava dove gli capitava.
Il lavoro non gli lasciava il tempo di farsi degli amici e
neanche dei nemici: e il fatto di comportarsi da carogna,
quando viaggiava in macchina, non proveniva da rancori o
da cattiveria, ma dalla sincera convinzione che ciò fosse uno
dei doveri imposti dal mestiere di carrettiere motorizzato.
E quando, per esempio, era riuscito, rischiando di rom-
persi l'osso del collo, a riempire di melma don Camillo, non
s'era rallegrato ma aveva borbottato fra sé pieno di malumo-
re:
"Guarda che pericoli si devono correre per riuscire a
fare questo porco mestiere!".
Naturalmente, pur conoscendo il Crik, don Camillo non
poteva comprendere queste sfumature psicologiche e, trova-
tosi pitturato di fango dalla cima della testa alla punta dei
piedi, classificò il Crik fra gli esseri da agguantare per gli
stracci e da sbatacchiare contro il muro.
E tornò in canonica animato dal non lodevole quanto
fermissimo proponimento di appostarsi nei pressi della casa
del Crik per dare al Crik una spazzolata. E gironzolò un bel
pezzo nei paraggi dell'abitazione del Crik, ma fortunatamen-
te il Leopardo, quella sera, non fece ritorno alla base.
Fortunatamente fino a un certo punto.

Sistemato don Camillo e ripresa la carreggiata giusta, il


Crik continuò tranquillamente per la sua strada. Andava a ca-
ricare ghiaia grossa e, in questi casi, il Crik non si serviva dei
depositi già preparati, appena giù dall'argine del fiume gran-
de, dove si poteva avere sabbia o sgiavra eccetera a un tanto
il metro cubo, ma arrivava col camion fin sul greto dello Sti-
vone e tirava su lui stesso la roba a badilate.
Quando fu a un miglio dallo Stivone, sopravvenne un
banco di nebbia: il Crik conosceva perfettamente la strada e
trovò ugualmente la discesa dell'argine ma, arrivato in fondo
alla discesa, tagliò troppo a destra e finì in mezzo al pantano.
Visto che con le bestemmie non riusciva a cavar fuori
dalla pégola il Leopardo, il Crik saltò giù e si diede da fare,
con ciottoli e sterpaglia, a consolidare la melma dietro alle
ruote del camion.
Poi risalì e fece marcia indietro.
Le gomme fumavano girando a vuoto nel pantano, ma il
Crik voleva uscire di lì a ogni costo e continuò un bel po',
con l'unico risultato di impantanarsi sempre di più.
Allora innestò la marcia ridotta cercando di spingersi
avanti. Poi ancora provò con la marcia indietro. E via discor-
rendo.
Il furore lo prese e, urlando come un pazzo furioso, insi-
stè nelle sue insensate manovre: finalmente le ruote fecero
presa, ma un minuto dopo al Leopardo si schiantava il vec-
chio cuore.
Il camion stava fino alla sala dentro la pégola e il moto-
re era bloccato. Il Crik, con le ossa rotte per la fatica, si pla-
cò: cavò di sotto il sedile la bottiglia della grappa e bevve a
garganella. Poi si afflosciò cadendo in un sonno di piombo, e
così passò la notte dentro la cabina.
Si svegliò la mattina presto e, saltato giù dal camion, ar-
rivò di corsa fino a un casolare dove trovò chi gli prestò una
bicicletta. Pedalò disperatamente e, quando Dio volle, arrivò
al paese e all'officina di Peppone.
«Vieni a vedere il camion» disse a Peppone. «Prendi su
i ferri; c'è qualcosa che non va.»
Il Crik era talmente eccitato che Peppone non ebbe
neanche il coraggio di aprir bocca: saltò sulla moto e il Crik
prese posto sul carrozzino, assieme alla bicicletta.

Arrivato al pantano maledetto, Peppone guardò il Leo-


pardo affogato nella melma e borbottò:
«Ci vuole un Caterpillar per tirarlo fuori».
«Mettimi a posto il motore e lo tiro fuori io senza Cater-
pillar» rispose il Crik. «Non è la prima volta che m'impego-
lo.»
La visita che Peppone fece al Leopardo fu lunga e accu-
rata. Alla fine riavvitò quello che aveva svitato, chiuse quel
che aveva aperto e rimise i ferri dentro il carrozzino della
moto.
«Crik» spiegò «l'unica cosa da fare è di lasciarlo lì fino
a quest'estate. Allora forse lo potrai cavar fuori e venderlo
come ferrovecchio.»
«Capo!» rispose cupo il Crik. «Non ho voglia di scher-
zare.»
«Neanche io» affermò Peppone. «In quel poco che ho
potuto vedere ho trovato il motore sbiellato, la frizione bru-
ciata, il differenziale sbranato, la pompa dell'olio spaccata, il
cambio sgranato. Non c'è più niente che possa funzionare.»
Il Crik si mise a urlare:
«Ma non è possibile che io, in una volta sola, abbia
spaccato tutta quella roba!».
«Non l'hai spaccata in una volta sola: era tutta roba che
stava per andare ed è andata. Come un muro che si è piegato:
se lo lasci tranquillo va avanti ancora per dieci o venti anni,
ma se gli cavi di sotto un solo mattone, crolla tutto. Lo stesso
di quella gente che sta bene fino a quando non le viene il raf-
freddore e crepa perché le saltano fuori otto o dieci malattie
tutte d'un colpo.»
Il Crik guardò il camion poi disse:
«Lo devo rimettere a posto a ogni costo! Tutto può esse-
re rimesso a posto!».
«Si capisce» replicò Peppone. «Ma qui, anche se trovi
uno che ti fa il lavoro per amicizia ci vogliono duecento bi-
glietti da mille, come minimo. E cambiando soltanto quello
che è rotto e lasciando stare il resto che sta per rompersi.»
Dire duecentomila e dire due miliardi era lo stesso, per
il Crik, che era fornito come una lepre in viaggio.
Peppone risalì sulla moto e viaggiò verso il paese: il
Crik riportò la bicicletta a chi gliel'aveva prestata, poi tornò a
dare un'occhiata al Leopardo.
Il Crik sapeva che Peppone aveva detto la verità nuda e
cruda: tutto era dunque finito.
Vendere la casa?
Bell'affare: come uno che, per fare riparare la scarpa de-
stra rotta, vende la scarpa sinistra ancora buona.
Si avviò lentamente verso il paese ma non camminò
molto perché, a un bel momento, pensò:
"E cosa vado a fare in paese? Un altro mestiere? Il mio
mestiere è questo".
Rifece la strada e, quando fu per imboccare la discesa
che portava al pantano, suonò mezzogiorno. Allora si spinse
fino alla frazione più vicina, comprò un fiasco di vino, del
pane, un pezzo di gorgonzola, cinque nazionali e fece ritorno
al pantano.
Mangiò dentro la cabina del camion. Gli avanzò un po'
di pane, un po' di formaggio e mezzo il vino.
"Mi basterà anche per stasera" pensò sdraiandosi sul se-
dile.

Una settimana dopo la voce si sparse nel paese: il Crik


era diventato matto. Passava il suo tempo dormendo dentro
la cabina del Leopardo o gironzolando attorno al camion.
Peppone un giorno saltò sulla moto e, assieme allo
Smilzo, andò a trovare il Crik.
Il Crik era in cabina e, quando Peppone lo chiamò, mise
fuori la testa dal finestrino.
«C'è la rivoluzione?» domandò a Peppone.
«No» rispose Peppone.
«Allora lasciami tranquillo. Ho da fare.»
Non era il caso di insistere e Peppone e lo Smilzo se ne
andarono.
In seguito si interessarono della cosa i carabinieri che
arrivarono una bella mattina al pantano e trovarono il Crik
che stava lavorando attorno al motore del camion.
Il maresciallo lo stette a guardare poi gli disse con gar-
bo:
«In confidenza, perché non torna a casa sua?».
«Quando sarò riuscito a riparare il camion tornerò» ri-
spose il Crik. «Se avessi le duecentomila lire che occorrono
per farlo accomodare tornerei subito. Ma non le ho e debbo
cercare d'arrangiarmi da solo. E di notte sto qui perché non
mi rubino i pezzi.»
Il maresciallo si strinse nelle spalle e se ne andò.
Il Crik non dava noia a nessuno, non chiedeva niente a
nessuno. Lo lasciarono in pace. E così passò un mese ed
ecco che, una mattina, il Crik sentì bussare alla porta della
cabina e, affacciatosi, vide don Camillo, nero nero in mezzo
alla neve che era caduta durante la notte.
«È scoppiato il Giudizio Universale?» domandò il Crik.
«Purtroppo non ancora» borbottò don Camillo.
«E allora lasciatemi tranquillo: ho da fare.»
Il Crik tirò dentro la testa e chiuse il finestrino, ma don
Camillo tornò a bussare.
«Reverendo» esclamò il Crik «ce l'avete ancora con me
perché vi ho rinfrescato un po' sulla strada del Molinetto?
Non vi basta di vedere che non posso più spruzzare
nessuno?»
«Crik» disse gravemente don Camillo «perché rimani
qui?»
«L'ho già spiegato al maresciallo.»
«Io non sono il maresciallo» affermò don Camillo.
«Press'a poco» ridacchiò il Crik. «Siete un carabiniere
del Papa.»
«Crik, lascia stare il Papa che non c'entra. Al paese di-
cono che tu sei diventato matto ma io non ci credo. Non è
possibile che abbia dato di volta il cervello a uno, come te,
che non ha mai avuto cervello.»
«Reverendo» disse il Crik «voi ve ne approfittate a sfot-
termi perché sapete che sono un po' giù di giri…»
«Crik, come fai a vivere? Chi ti dà da mangiare?»
«Non lo so, reverendo: ogni tanto qualcuno mi porta
qualcosa. Ma probabilmente è una scusa per vedermi in fac-
cia.»
Don Camillo scosse il capo.
«Non capisco cosa tu faccia qui. Non riesco a renderme-
ne ragione. Forse perché non c'è una ragione in tutto questo e
tu sei veramente squilibrato.»
«Una ragione c'è» affermò il Crik. «Io sto qui ad aspet-
tare.»
«Ad aspettare che cosa?» gridò don Camillo. «Che la
manna scenda dal cielo? Che il Padreterno ti mandi un Cater-
pillar e una squadra di meccanici specializzati?»
Il Crik si strinse nelle spalle:
«Io aspetto».
«Aiutati che il ciel t'aiuta!» esclamò don Camillo. «Bi-
sogna darsi da fare se si vuole ottenere qualcosa!»
«Uno si dà da fare e si aiuta fin che può. Poi, se viene
notte e non c'è lume, non gli resta che aspettare che torni
giorno. Tornerà giorno anche per me.»
«Tornerà sì: ma se tu aprirai gli occhi. Ma se terrai chiu-
si gli occhi sarà sempre notte per te. Muoviti, torna a casa,
lavora e riuscirai a ritrovare la tua strada.»
«La mia strada io non l'ho persa! La mia strada è questa.
Adesso il camion si è fermato ma, un giorno, si rimetterà in
moto! Io resto qui, sul mio camion.»
Il Crik tirò dentro definitivamente la testa e chiuse il fi-
nestrino. Allora don Camillo cavò di sotto il tabarro una
sporta piena di roba da mangiare, la mise sul cofano del Leo-
pardo e si allontanò.
«Gesù» disse al Cristo don Camillo quando fu di ritor-
no. «Il Crik è pazzo.»
«Non è mai pazzo chi ha fede nella Divina
Provvidenza» rispose il Cristo.
«Il Crik è un disgraziato che non crede né in Dio né nel-
la Divina Provvidenza» obiettò don Camillo. «Egli crede sol-
tanto nel suo camion.»
Il Cristo sorrise:
«È già qualcosa, don Camillo. Perché quel camion è la
sua vita e, avendo fede in esso, il Crik ha fede nella vita e in
Dio».

Don Camillo non s'era allontanato da più di un'ora quan-


do il Crik sentì qualcuno zampettare attorno al camion e, af-
facciatosi, scorse una ragazza che, vedendosi scoperta, fece
l'atto di scappar via.
«Coraggio, coraggio!» disse ridendo il Crik. «Venite
pure avanti a vedere il fenomeno, non si paga niente.»
La ragazza si fermò.
«Se state lì dentro va bene, ma se venite fuori, scappo
via e non mi vedrete mai più.»
«Sto dentro sì» borbottò il Crik. «Cosa volete che esca a
fare?»
La ragazza si appressò e si sedette su un sasso a rimirare
curiosamente il Crik.
«Vi garbano i miei connotati?» domandò ironico il Crik.
«Non lo so» rispose la ragazza «avete tutta la faccia co-
perta dalla barba.»
Questa osservazione stupì profondamente il Crik che,
cavato dalla cassetta del sedile il pezzetto di specchio che
portava sempre per via di orizzontarsi quando doveva cavarsi
le porcherie che gli entravano negli occhi durante il lavoro,
si guardò.
Faceva veramente schifo: a ventisei anni pareva un vec-
chio pezzente.
Sbirciò la ragazza: non doveva avere più di ventitré o
ventiquattro anni e, così, vista tra il lusco e il brusco, pareva
piuttosto un gran bel pezzo di ragazza.
Il Crik si vergognò d'essere tutto lercio e ritirò la testa
dal finestrino.
«Fine dello spettacolo» annunciò. «Domani alle quattro,
il matto in seconda visione.»
La ragazza si alzò e se ne andò. Il Crik non ci pensò più.
Comunque, la mattina seguente, tirò fuori dalla cassetta del
sedile l'occorrente e si fece la barba. Poi si lavò la faccia e si
pettinò.
Alle quattro la ragazza riapparve e, quando vide il Crik
tutto ripulito e tirato a lucido, sembrò molto soddisfatta.
«Perché fate il matto se non lo siete?» domandò.
«Non faccio il matto!» rispose il Crik. «Aspetto.»
«Che cosa?»
«È difficile da spiegare, specialmente a una ragazza.»
«Provate.»
Si davano del voi com'è l'uso della vecchia gente delle
campagne della Bassa, e parlavano con grande serietà.
Il Crik provò a raccontare tutta la storia e alla fine la ra-
gazza scosse il capo.
«Non ho capito perché aspettate» disse. «Però ci pense-
rò.»
Alle quattro del giorno seguente riecco la ragazza che
porse al Crik un involto contenente del pane e del salame.
Il Crik diventò rosso:
«No, non posso accettare roba dalle donne» borbottò.
«La dovete accettare per forza» spiegò calma la ragazza.
«Se non volete morir di fame.»
Il Crik si ribellò: spalancò lo sportello e saltò giù.
«Io mi sono sempre guadagnato il pane con queste mie
mani» urlò. «Io non ho mai avuto bisogno di nessuno e mai
ne avrò bisogno perché io sono il Crik e il Crik è un uomo
fatto così.»
Lì, sulla riva del fiume, era in secca una chiatta; e una
grossa e lunga trave di rovere impediva che la chiatta scivo-
lasse giù: il Crik agguantò la trave con furore, ne ficcò cin-
quanta centimetri sotto la sala d'una delle ruote posteriori del
Leopardo e curvatosi fino a potersi collocare l'estremità libe-
ra della trave sopra la spalla destra, puntò i piedi sulla mota
che il gelo aveva reso dura come la ghisa e incominciò a sol-
levarsi lentamente.
Il Leopardo, saldato alla terra gelata, non si smosse, ma
la grossa trave, a un tratto, si spezzò.
La ragazza non mostrò nessun entusiasmo:
«Non mi piace la gente così materiale» osservò.
Il Crik ritornò dentro la sua cabina e allora la ragazza si
sedette sul solito sasso.
Quante volte la ragazza tornò a sedersi su quel sasso?
Quante volte la ragazza cercò di far cambiare idea al Crik?
E così andò a finire che, una sera, dopo aver ripetuto il
solito discorso al Crik la ragazza si alzò e disse:
«Io non verrò più: vi ho detto dove sto di casa. Se volete
vedermi muovetevi voi».
La primavera era oramai in viaggio e la terra gelata ridi-
ventava pantano molle sotto le ruote del Leopardo.
E la neve dei monti stava sciogliendosi e le piogge scro-
sciavano al piano e al monte. Il fiume grande s'era andato
gonfiando paurosamente e tutti i fiumi piccoli che sfociavano
in esso si riempivano sempre più d'acqua per il rigurgito del
fiume grande.
Anche lo Stivone aveva alzato il suo livello e l'acqua
non tardò a lambire le ruote del Leopardo.
Il Crik aspettò una, due, tre sere che la ragazza tornasse,
ma la ragazza non tornò e l'acqua coprì il sasso sul quale la
ragazza si metteva di solito a sedere.
«Sapete dove sto: se mi volete vedere venite voi»: il
Crik sarebbe andato, sì, dalla ragazza, ma non a piedi. Ci sa-
rebbe andato al volante del suo Leopardo. Aspettò tranquil-
lamente perché sentiva che presto il Leopardo si sarebbe
mosso, avrebbe ripreso la strada.
L'acqua premeva sugli argini e la gente era preoccupata
e tutti avevano dimenticato il Crik; soltanto la ragazza non
l'aveva dimenticato e lo aspettava, perché era sicura che il
Crik sarebbe venuto.
E difatti il Crik si fece vedere la notte in cui il fiume
grosso toccò il livello più alto: erano quasi le undici e piove-
va a scrosci.
La ragazza nella sua camera del primo piano a pie del-
l'argine maestro sentì a un tratto suonare un clacson e, affac-
ciatasi alla finestra che si apriva all'altezza quasi dell'argine,
vide il Leopardo fermo davanti alla finestra sulla strada del-
l'argine.
Il Crik stava al volante; si mostrò sorridendo al finestri-
no e salutò agitando il braccio. Poi innestò la marcia e partì
di gran carriera.
La ragazza sentì ancora suonare il clacson lontano.
Il Crik e il Leopardo furono visti da parecchi, quella
sera. E parecchi udirono il suono del clacson.
Quando il livello tornò giù, dopo un paio di giorni, don
Camillo, buttandosi dentro l'acqua fino allo stomaco, fu il
primo che arrivò al Leopardo che s'era interrato ancor di più
e aveva l'acqua fino al sedile della cabina.
Don Camillo aprì lo sportello della cabina e il Crik era
seduto al volante: fiero e sorridente che pareva vivo.
Passò tanto tempo e, una sera di pioggia, don Camillo si
trovò ancora sulla strada fangosa del Molinetto e, udendo un
suono di clacson, ancora pigiò sui pedali per rifugiarsi sul
ponticello.
E il Leopardo, di lì a poco, passò rombando, ma non lo
spruzzò di fango, perché il Crik non fece la vigliaccata di
buttarsi sulla sinistra per incocciare con le ruote di destra la
pozzanghera.
Il Crik passò mantenendo correttamente la sua mano e
don Camillo sospirò:
"Quanto ti ci è voluto, povero figliolo, a imparare la
creanza. Che Dio abbia pietà di te e del tuo camion".
Non dovete preoccuparvi se qualche sera, lungo le soli-
tarie strade che corrono sugli argini della Bassa, doveste in-
crociare col Leopardo: è il Crik che va a fare il bullo sotto
le finestre della sua bella.
183 «CERATOM»

Una Topolino squinternata si fermò sul sagrato e ne sce-


se un uomo magro, con una gran borsa di pelle.
Raggiunta la porta della chiesa, la socchiuse, mise den-
tro la testa, e poi fece un rapido dietro-front e marciò deciso
sulla canonica.
Don Camillo stava godendosi il focherello del camino in
tinello e, sentendo bussare, gridò un «Avanti!» che pareva
una minaccia a mano armata. Ma quando poi vide comparire
quell'ometto striminzito, si placò:
«Il tempo di consegnarle un plico e poi tolgo subito l'in-
comodo» spiegò sorridendo tristemente il forestiero frugando
dentro la borsa che aveva posato sulla tavola.
Il plico conteneva un opuscolo di propaganda contro i
«rossi».
«Lo manda il comitato» commentò il forestiero.
«Si accomodi» esclamò completamente rasserenato don
Camillo.
«Si sta meglio qui che dentro la mia trappola!» sospirò
il forestiero sedendosi davanti al fuoco. «D'altra parte il me-
stiere è quello che è.»
Don Camillo si alzò per riporre l'opuscolo e per tirare il
collo a una bottiglia di fortanella.
«Lei è del comitato?» s'informò don Camillo.
«No» rispose il forestiero. «Sono amico di quelli del co-
mitato e mi presto volentieri. Comitato o non comitato, la
battaglia è unica per tutti i galantuomini. Siccome io debbo
battere la zona paese per paese, il fatto di portare qualche pli-
co non mi dà nessun incomodo. Così si risparmiano le spese
postali e, soprattutto, si è sicuri che il materiale non vada
perso.»
Il forestiero ridacchiò. Bevve un sorso di vino.
«Questo mi tirerà un po' su di giri!» esclamò. «Ne ho bi-
sogno.»
Don Camillo tornò a sedersi.
«Se è lecito» s'informò «quale sarebbe precisamente il
suo mestiere?»
«Non me lo faccia dire, reverendo!» disse il forestiero.
«È il mestiere più disgraziato del mondo. Ma quando uno si
trova con una famiglia sulle spalle, non può fare tanto lo
schizzinoso.»
Don Camillo attendeva.
«Viaggio» spiegò l'uomo malinconicamente. «Cerco di
vendere una merce di cui nessuno ha bisogno. Io sono arriva-
to ultimo e le piazze buone le avevano già prese gli altri. Mi
sono toccati i piccoli centri, i paesi!»
«Ma cos'è che vende?»
«Niente!» rispose cupo l'uomo. «Faccio gli affari che fa-
rebbe uno che cercasse di vendere del ghiaccio al Polo Nord
o delle ancore da bastimento sulle Dolomiti. Lasciamo per-
dere, reverendo. Dimentichiamo per un momento i nostri
guai.»
L'uomo vuotò d'un sorso il bicchiere e don Camillo tor-
nò a riempirglielo. La curiosità incominciava a pizzicare don
Camillo: ma che accidente vendeva quel disgraziato?
Il forestiero scosse il capo:
«Reverendo» sussurrò «lo sa cos'è il "Ceratovi"} Non
stia a lambiccarsi il cervello, glielo dico io: "Ceratom" signi-
fica "Cera Atomica". In altre parole: cera per pavimenti».
Bevve un goccio di vino poi continuò:
«Capisce? Io devo vendere cera per lucidare i pavimenti
dove non esistono pavimenti da lucidare. Dove esistono sol-
tanto pavimenti di mattoni.»
Don Camillo credette suo dovere rettificare:
«Ci sono pavimenti di mattonelle e di marmiglia anche
qui. Tanto è vero che in drogheria la cera per pavimenti la
vendono.»
L'uomo sorrise tristemente:
«Esatto, reverendo: ho visitato le due drogherie del pae-
se e so già tutto. Mi hanno fatto vedere che, dato il consumo,
hanno scorte di cera almeno per venticinque anni! E poi il
mio è un prodotto nuovo: ottimo, economico, ma nuovo, e la
gente diffida sempre delle novità. Lavorare coi privati non
posso: cerco di far qualcosa con i Comuni e con le organiz-
zazioni che posseggono sedi, ritrovi, sale di adunanza, teatri,
cinema. Ma purtroppo qui i Comuni e le organizzazioni in
genere sono per il novanta per cento in mano dei "rossi": e
allora, piuttosto che bussare alla porta di quella ciurmaglia,
crepo di fame».
Bevve un lungo sorso di fortanella.
«Questo mi tira un po' su di giri, reverendo» esclamò
quasi allegramente. «Ne ho bisogno come non mai! Lei mi
capisce: girare dentro quella trappola, con questa foglia di
verza addosso, fare chilometri e chilometri di strada schifosa,
in mezzo a un deserto di neve, per poi tirare le somme, la
sera, e scoprire di averci rimesso il tempo e la benzina!»
Frugò nella borsa e ne trasse un bollettario che aprì e
mostrò a don Camillo:
«Guardi, reverendo, il lavoro di tutta la mattinata: "Dro-
gheria Piacini di Torricella – Ceratom' una grossa". Capi-
sce? Dopo aver insistito due ore. A titolo di prova l'han pre-
sa. Ma più che altro per mandarmi fuori dai piedi».
Don Camillo controllò il bollettario e tentennò il capo:
«Davvero c'è poco da stare allegri!».
L'uomo mandò giù un sorso, poi esclamò con vivacità:
«Ho detto la bugia, reverendo! A Fiumetto ho concluso
anche un altro affare: il parroco è uno dei pochi che ha le
mattonelle in chiesa e allora, a titolo sempre di prova, ne ha
comprato una scatola. Piccola, però. Una di queste da due et-
togrammi».
L'uomo mostrò un barattolino a don Camillo e spiegò:
«Ne avevo due in campionario e gliel'ho data diretta-
mente io. Anche perché non ho il coraggio di presentare in
ditta un'ordinazione per una scatola piccola!».
Don Camillo considerò con tristezza la scatoletta, poi
domandò:
«La grossa è molto grossa?».
L'uomo cavò dalla borsa un barattolo e lo mostrò a don
Camillo:
«Un chilo in tutto. Poca roba: ma dato che l'articolo è in
fase di introduzione, in ditta sono contenti anche se si riesce
a collocarne una scatola a titolo di prova. Certo che, quando
uno l'abbia usata, non la molla più di sicuro! È una cera vera-
mente straordinaria.»
Don Camillo credette giunto il momento di prendere la
sua decisione:
«Mi piacerebbe provarla» disse. «Ne dia una scatola an-
che a me.»
L'uomo lo guardò stupito:
«Una scatola? A cosa le serve, reverendo? Per lucidare i
mattoni?».
«Qui in casa ho i mattoni, ma in chiesa c'è il pavimento
di mattonelle» affermò con orgoglio. «L'abbiamo fatto nuovo
l'anno scorso.»
L'uomo sospirò:
«Reverendo, lei è un gran brav'uomo e, pur di aiutarmi,
è perfino capace di dire le bugie. La ringrazio: anche questo
servirà a tirarmi su di giri. Quando avrà il pavimento di mat-
tonelle, allora si ricordi di me»
Don Camillo si alzò avviandosi verso l'uscio: l'uomo,
mandato giù in fretta quel che restava di fortanella nel bic-
chiere, agguantò la borsa e lo seguì.
Credeva che fosse un sistema spiccio per dirgli che l'u-
dienza era finita e, giunto fuori dalla porta dell'andito, si ac-
cinse ad accomiatarsi, ma don Camillo lo afferrò per un
braccio e, fattogli attraversare il sagrato, lo condusse dentro
la chiesa.
«Ebbene, c'è o non c'è il pavimento di mattonelle?» do-
mandò trionfante.
L'uomo si chinò e toccò col dito le mattonelle che erano
velate e opache.
«Con questo tempaccio, la gente mi porta dentro delle
tonnellate di fango. Ma è bellissimo.»
Così spiegò don Camillo e, chinatosi, bagnò l'indice del-
la mano destra con la saliva e lo strisciò su una mattonella.
«Vede come luccica? Ma non si può tenerlo sempre tira-
to a cera. Ce ne vorrebbero delle tonnellate.»
«Tonnellate?» si stupì l'uomo. «E perché?»
«Perché, appena lo si passa con lo straccio umido per
togliere la fanghiglia, la cera se ne va.»
L'uomo rise. Aperse la borsa, cavò il barattolo grosso, lo
scoperchiò e, con uno strofinaccio tolto fuori dalla stessa
borsa, spalmò un sottile velo di «Ceratom» su una mattonel-
la. Con un altro strofinaccio tirò la mattonella a lucido. Poi
uscì un momentino e rientrò con una manciata di neve.
«Reverendo» disse «vuol provare a bagnare la mattonel-
la?»
Don Camillo sfregò energicamente la neve sulla matto-
nella fin che la neve fu tutta sciolta. Poi con un cencio asciu-
gò la mattonella e la mattonella rimase luccicante.
«Il "Ceratom"» spiegò l'uomo «è, più che una cera, una
vernice che mantiene il lucido alla mattonella ed essendo im-
permeabile impedisce all'acqua di venire a contatto con la
mattonella stessa. Il "Ceratom"è un impalpabile velo di cri-
stallo disteso sul pavimento.»
Uscì, calpestò una pozzanghera, rientrò, sfregò energi-
camente la suola sudicia sulla mattonella ceratomizzata tra-
sformandola in una gran macchia di fango.
Poi col cencio tolse il fango e la mattonella riapparve in
tutta la sua lucentezza.
«È sufficiente passare il "Ceratom" sul pavimento una
volta ogni dieci giorni» concluse trionfante l'uomo.
Uscirono sul sagrato:
«Grazie dell'ospitalità e arrivederla, reverendo» disse
l'uomo facendo l'atto di salire sulla macchina.
Ma don Camillo lo agguantò ancora per il braccio e se
lo trascinò dietro in canonica:
«Le bottiglie si incominciano e si finiscono» spiegò.
«Bottìglia sturata, bottiglia condannata.»
Tornarono a sedersi davanti al fuoco.
«Mi piacerebbe davvero provare» disse don Camillo.
«Quanto costa alla scatola?»
«Trecento lire. La piccola.»
«E la grossa?»
«Quattrocentocinquanta. Non c'è proporzione perché la
scatola costa quasi lo stesso nel formato piccolo e nel forma-
to grosso. Comunque, reverendo, lasci perdere: non voglio
aver l'idea di averle "fatto l'articolo". Rimaniamo buoni ami-
ci.»
Don Camillo si mise a ridere:
«L'amicizia è una cosa, la cera è un'altra. Ne prendo due
scatole. Anzi tre. Tre grosse».
L'uomo fece di no con la testa:
«O una o niente! Ci tengo all'amicizia. Lei prova il "Ce-
ratovi" e, se le va, mi scrive due righe a questo indirizzo e io
le faccio mandare tutte le scatole che vuole».
«Una o due è la stessa cosa» insistè don Camillo.
«No» affermò l'uomo traendo dalla borsa il bollettario e
mettendo a posto la carta carbone per la copia. Lei non è un
bottegaio, e io, trattando con lei, non devo tendere alla quan-
tità ma apprezzare la attestazione di simpatia e di fiducia in
sé e per sé. Non guastiamo questa cosa così simpatica.»
Incominciò a compilare il foglietto dell'ordinazione e
don Camillo mise la mano al portamonete:
«Quanto debbo, allora?».
«Niente: io non posso accettare danaro. Lei pagherà
quando avrà ricevuto la merce. Reverendo, una grossa
allora?»
«Grossa.»
«Ecco fatto: "Ceratovi ~ Una grossa…". Controlli e fir-
mi. La firma non per me ma per la ditta, naturalmente.»
Don Camillo firmò e si ebbe il foglietto della copia.
L'uomo levò il bicchiere:
«Grazie a Dio, non è tutta Inferno questa gabbia di "ros-
si" scatenati» esclamò. «E, per chi ha fame, una briciola di
pane ha il suo valore perché, se non alimenta il corpo, riesce
ad alimentare la speranza. La speranza vive di poco: una bri-
ciola di pane condita con la fede nella Divina Provvidenza e
avanti. La marcia continua!»
Don Camillo accompagnò l'uomo fino alla macchina e
stette a guardarlo partire.
"Potevo tenerlo qui a desinare!" si rammaricò don Ca-
millo pensando alla briciolina condita con la fede nella Divi-
na Provvidenza.

Trascorsero quindici giorni ed ecco che un pomeriggio


il corriere arrivò col camion davanti alla canonica, scaricò
una enorme cassa, fece firmare a don Camillo una ricevuta e
se ne andò.
Don Camillo aprì la cassa e vi trovò dentro centoqua-
rantaquattro scatole di «Ceratom» da un chilogrammo l'una.
In possesso di circa un quintale e mezzo di cera per pa-
vimenti, don Camillo arrivò a possedere il giorno dopo anche
una lettera della fabbrica del «Ceratom»:

«Spettabile Ditta,
come da V/ ordine, numero eccetera, in data eccetera,
Vi abbiamo inviato franco di porto una grossa dì "Ceratom"
al prezzo convenuto di lire 450 al pezzo, abbuonandoVi, a ti-
tolo di particolare simpatìa, le lire eccetera per l'imposta
Generale Entrata, e l'imballaggio. Con la certezza che tutto
sia di V/ gradimento e in attesa di V/ ambiti ordini, passia-
mo a ben distintamente salutarVi.
«Allegata tratta per il pagamento a giorni 30 di lire
64.800 (sessantaquattromilaottocento) salvo errori e omissio-
ni».

In verità di errori non ce n'erano: avevano semplicemen-


te omesso di scrivere in calce alla lettera:
«Abbiamo fatto fesso don Camillo il quale soltanto
adesso che ha sul groppone un quintale e mezzo di "Cera-
tom" si è cautamente informato e ha appreso che una grossa,
termine commerciale, significa non una scatola grossa ma
dodici dozzine di scatole grosse».
A don Camillo non passò neppure per l'anticamera del
cervello l'idea di protestare e di scatenare un cancan. Sua
unica preoccupazione fu quella di nascondere gelosamente
cento delle centoquarantaquattro scatole di «Ceratom» in
modo che nessuno in paese potesse sospettare che don Ca-
millo aveva preso una fregatura tale da tener allegro tutto il
Comune per almeno trenta o quarant'anni.
Don Camillo conosceva i suoi polli. Se voi andate da
quelle parti e vi fermerete nei dintorni di R., vi racconteran-
no di sicuro una faccenda successa quarant'anni fa: la storia
del fabbro che si fece le ali di latta e poi, aiutato da un amico
fidato, nottetempo salì su un pioppo e si buttò giù. Finì den-
tro l'acqua delle bùdrie e si slogò un braccio. Però la sua pri-
ma preoccupazione non fu quella di medicarsi il braccio: egli
subito cacciò la mano rimasta efficiente in saccoccia e, cava-
tone uno scudo d'argento (era una somma grossa quarant'an-
ni fa), disse all'amico: «Per l'amor di Dio non dir niente a
nessuno!».
L'amico andò a casa e non disse niente. Passò una notte
angosciosa. La mattina dopo, alle cinque, corse dal fabbro e,
messogli in mano il suo scudo d'argento, disse con aria ango-
sciata: «Perdonami, ma non posso tacere». E parlò e ancor
oggi la gente ne parla e ride come se il fatto fosse successo
ieri.
Seconda preoccupazione per don Camillo fu quella di
trovare le sessantaquattromila lire da inviare alla fabbrica del
«Ceratovi».
Il guaio è che, per un povero prete strapelato come don
Camillo, il cacciar fuori dal gozzo sessantaquattro carte da
mille è come prendere una martellata in testa. Una martellata
in testa ogni giorno, perché i soldi avuti a prestito bisogna re-
stituirli.
Don Camillo tirò la cinghia fin che potè poi, trovandosi
nei guai neri a causa d'una scadenza e non sapendo più dove
sbattere la testa, l'andò a sbattere contro Peppone.
Lo trovò in officina intento a frugare dentro la pancia di
un trattore a cingoli.
«Signor sindaco» spiegò con disinvoltura don Camillo
«per l'edificio comunale e per la sua Casa del Popolo non le
farebbe comodo qualche scatola di "Ceratom", una cera per
pavimenti straordinaria? Ci sarebbe una buona occasione. Un
amico in difficoltà si è rivolto a me.»
Peppone smise di lavorare e guardò con odio don Ca-
millo.
«Chi è quel vigliacco che ve l'ha detto?» domandò con
ferocia.
Don Camillo allargò le braccia.
«Reverendo, badate a tenere chiusa la ciabatta perché,
se questa storia circola, io me la prendo con voi. Prete avvi-
sato mezzo salvato.»
Don Camillo sospirò:
«Però lo scherzetto della scatola grossa e della grossa
non è mica balorda, compagno sindaco».
Peppone strinse i pugni:
«Bella forza! Cosa volete che ne sappia di grosse e di
piccole un disgraziato che ce la fa appena a leggere e a scri-
vere? Non ho mica studiato il latino, io!».
«E cosa c'entra? Io l'ho studiato, eppure dentro la mia
cantina ho centoquaranta scatole di "Ceratom".»
Peppone fece un balzo.
«Ma no!» gridò.
«Ma sì» rispose umilmente don Camillo.
«Parola?»
«Parola.»
Allora Peppone buttò il cappello per terra e vi danzò so-
pra frenetico. Pareva rinato.
Don Camillo scosse il capo.
«Va bene, ma adesso che lo sai, cosa ci guadagni?»
«Io? Niente! L'importante è che ci perdete voi!»
Don Camillo sospirò.
«Umana stoltezza! Se ti casca una tegola in testa, perché
ti rallegri vedendo il prossimo tuo prendere una tegola in te-
sta?»
«Voi non siete il prossimo mio» affermò Peppone. «Voi
siete un nemico del popolo e il danno che riceve il nemico
del popolo è un vantaggio per il popolo.»
«Giusto» ammise don Camillo. «E il danno che riceve
invece l'amico del popolo va a svantaggio del popolo perché
le centoquarantaquattro scatole di "Ceratom" non le paga il
compagno Peppone ma finiscono nel passivo della ammini-
strazione comunale.»
Peppone si piantò davanti a don Camillo.
«No, signor clero! Questa stramaledetta cera la devo pa-
gare io personalmente perché l'ho ordinata io e, se metto in
bilancio quelle sessantaquattromila lire, i vostri briganti del-
l'opposizione mi mettono in croce come Gesù Cristo!»
«Come Barabba» rettificò don Camillo.
Peppone si rimise al lavoro poi, a un tratto, tirò su la te-
sta dal cofano del trattore.
«Reverendo, levatemi una curiosità: come si è presenta-
to?»
«Diceva che veniva da parte del comitato. Mi ha portato
un opuscolo.»
«Idem con patate!» gridò Peppone. «Comitato anche
con me e busta con dentro il ritratto della nuova colomba
della pace. Un tipo in gamba davvero! Però, se mi capita sot-
to le zampe, vi giuro che gli svito il collo!»
Peppone sputò contro il muro, poi riprese gonfio di fu-
rore:
«Se mi capita sotto le zampe, lo abbranco per il collo,
gli mollo una sventola a cavallo di un'orecchia e poi gli do-
mando: "Le va questo tipo? Benissimo, allora gliene spedi-
sco una grossa"».
Don Camillo non rispose anche perché Peppone aveva
fatto due occhi grandi come una ruota da biroccio.
Una Topolino squinternata si era fermata davanti alla
porta dell'officina.
«È lui!» disse Peppone con voce strozzata. «Nasconde-
tevi lì dietro. Forse entra. Mi ha visto in Comune. Non sa che
l'officina è mia!»
E difatti entrò l'ometto magro, con la foglia di verza ad-
dosso e la borsa di pelle in mano.
Quando Peppone si volse e mostrò la faccia, l'uomo cer-
cò di riguadagnare la porta. Ma sulla porta stava a gambe lar-
ghe don Camillo.
L'uomo diventò pallido come un morto.
«Vorrei un quarto d'olio per il motore» balbettò.
«Denso o fluido?» si informò Peppone avvicinandosi
col misurino al barile con la pompetta.
«Fluido» disse l'uomo tremando.
Peppone riempì il misurino quindi lo porse all'uomo.
«Lo beve qui o preferisce berlo fuori, seduto nella sua
macchina?»
L'uomo guardò Peppone e poi don Camillo e il terrore
gli riempì gli occhi di lacrime. Comprese che non c'era via di
scampo.
«Lo bevo qui» sussurrò. «Fuori, sulla macchina, c'è mia
moglie.»
L'uomo prese il misurino e se lo appressò alle labbra.
Allora Peppone glielo strappò di mano e, uscito dall'of-
ficina, tirò su il cofano della Topolino e versò l'olio dentro il
motore.
L'uomo si era appoggiato al banco.
«Può andare» gli disse Peppone rientrando.
«Quanto fa?» ansimò l'uomo.
«Niente: servizio gratis a scopo di far conoscere il pro-
dotto. Vada pure.»
«Cerco di andare, ma mi si è ingranata la messa in
moto» spiegò faticosamente il poveretto abbrancato al banco.
«Ma se non ne ha neanche bevuto una goccia!» osservò
don Camillo.
«Sì, reverendo» disse l'uomo. «Ma è come se l'avessi
bevuto tutto.»
Peppone tolse da un armadietto una bottiglia di cognac
e ne versò un bicchiere all'uomo che bevve tutto d'un fiato.
Don Camillo gli infilò in bocca un mezzo toscano e, pe-
scando con la tenaglia lunga una brace nella fucina, glielo
accese.
L'uomo aspirò qualche boccata, poi si staccò lentamente
dal banco.
«Si marcia?» domandò Peppone.
«La frizione slitta un po'» rispose l'uomo incominciando
lentamente a camminare. «Però si incomincia.»
Si rinfrancò strada facendo e, arrivato alla porta, si vol-
se:
«Arrivederci» disse riuscendo a ottenere una voce quasi
gioviale. «E quando hanno bisogno di qualcosa, hanno il mio
indirizzo.»
«Grazie: per il momento siamo forniti» rispose tra i den-
ti don Camillo.
L'uomo entrò nella macchina e la Topolino partì.
Peppone non era soddisfatto di tutta la faccenda.
«Così» disse a un bel momento «chi ci rimette sono
sempre io: voi ve la siete cavata con mezzo sigaro, mentre io
ho dovuto dargli olio e cogitaci»
«Inoltre dovrai prestarmi ottomila lire» disse don Ca-
millo. «Per pagare la cera ho fatto dei debiti e sono nei
guai.»
Peppone scosse il capo:
«Non presto soldi!» esclamò. «Se volete le ottomila lire
datemi venti scatole di cera.»
«Sfruttatore del clero! Mi freghi mille lire!»
«Prendere o lasciare: gli affari sono affari!»
Don Camillo andò a prendere le venti scatole.
Peppone, quando don Camillo tornò, andò ad aprire lo
stanzino dietro la cantina.
«Mettetele lì assieme alle altre centoquaranta» disse
Peppone.
Poi richiuse la porta a chiave e domandò:
«Secondo voi, se io glielo avessi lasciato bere, credete
che lo avrebbe bevuto?».
«No» rispose don Camillo «perché, se glielo avessi la-
sciato bere tu, non glielo avrei lasciato bere io.»
«E adesso, cosa ce ne faremo di tutta quella cera?» bor-
bottò Peppone.
«Non mi interessa. Mica dovremo portarcelo dietro, il
"Ceratovi", quando andremo all'altro mondo.»
Impostato così, il problema diventava molto meno grave
e Peppone si tranquillizzò.
184 LO SMORTÌNO

«Novità?» domandò Peppone entrando nel suo ufficio


alla Casa del Popolo.
Il Lungo si alzò, andò a chiudere l'uscio poi, tratta di ta-
sca una lettera, la porse senza parlare a Peppone.
Era lo Smortìno, uno dei ragazzi più in gamba, che dava
le sue dimissioni. Spiegava rapidamente che non riusciva più
a conciliare i suoi doveri di cattolico coi suoi doveri di mili-
tante comunista.
I giornali del mattino avevano portato la notizia dell'atti-
vista bolognese che era uscito dal Partito così come aveva
fatto poche settimane prima il deputato comunista meridio-
nale, e Peppone aveva masticato amaro per tutta la giornata.
Adesso la lettera dello Smortìno veniva a bloccargli la labo-
riosa digestione dopo la cena.
«Ma cosa sta succedendo?» esclamò.
«Niente» rispose il Lungo. «Temperamenti deboli che si
lasciano suggestionare. Leggono le notizie strombazzate dai
giornali e gli viene la crisi. La stessa storia di quelli che si
suicidano. Non bisogna perdere la calma.»
Peppone pestò un pugno sulla scrivania:
«Giusto! Bisogna starsene tranquilli ad aspettare che an-
che questa notizia venga strombazzata dai giornali e che altri
temperamenti deboli la leggano e gli venga la crisi delle di-
missioni».
Il Lungo scosse il capo:
«Bisogna invece fare in modo che questa notizia non
venga stampata sui giornali. La lettera l'ha portata lo Smortì-
no dieci minuti fa e poi è filato via. Lo si manda a chiamare,
gli si parla con garbo. Si sente come stanno le cose, se qual-
cuno sa della sua decisione oppure no. Lo si induce a ragio-
nare e tutto va a posto».
Lo Smilzo arrivò giusto giusto: gli dissero di andare a
chiamare lo Smortìno perché avevano bisogno di parlargli e
lo Smilzo saltò sulla bicicletta e partì a tutta birra.
Tornò di lì a poco e spiegò che lo Smortìno non era in
casa. La madre non sapeva dove fosse andato.
«Fifa!» borbottò il Lungo. «O è nascosto in casa e allora
sua mamma è al corrente, o è nascosto da qualche parte e al-
lora c'è il caso che sua mamma non sappia niente. Io direi di
andare a vedere.»
Era necessario fare le cose con garbo, e non era difficile
perché la casa nella quale lo Smortìno viveva con la madre
era isolata, fuori dal paese.
«Uno si apposta dalla parte dell'argine, uno si apposta
dalla parte della strada, uno dalla parte dell'orto» spiegò il
Lungo. «Se è in casa, amen. Se è fuori rientrerà e, a meno
che non piova dal cielo, lo becchiamo di sicuro.»
Organizzarono la spedizione con molta cura. Andarono
tutti e tre a bere qualcosa al caffè sotto il portico, e si misero
a chiacchierare con la gente. Poi, a un bel momento, lo Smil-
zo spiegò che aveva sonno e andava a letto. Partito lo Smil-
zo, il Lungo salutò la compagnia e si avviò verso casa anche
lui. Peppone rimase ancora un quarto d'ora poi incominciò a
sbadigliare e, augurata felice notte alla combriccola, navigò
nella nebbia verso la base domestica.
Qui giunto, entrò dalla porta davanti per uscire poi cauto
dalla porta di dietro e raggiungere, attraverso i campi, il po-
sto che aveva scelto per l'agguato.
Lo Smilzo e il Lungo, naturalmente, montavano già la
guardia nei loro due settori.
Era una notte nebbiosa e maledettamente fredda, ma i
tre soci avevano la corteccia spessa e dura e, quando suonò
l'una di notte, stavano ancora lì silenziosi e immobili come
sassi.
Lo Smortìno tornò dalla parte dei campi poco dopo l'una
e fu proprio Peppone che lo acchiappò per gli stracci.
«Vieni che facciamo quattro chiacchiere» gli disse a
bassa voce Peppone.
Lanciò un breve fischio e arrivarono gli altri due.
Lo Smortìno non oppose nessuna resistenza e si incam-
minò senza parlare assieme ai tre della spedizione.
Si preoccupò un pochettino quando si accorse che, inve-
ce di prendere la strada, Peppone e soci continuavano a inol-
trarsi in mezzo ai campi sepolti dentro la nebbia.
«Dove mi portate?» domandò.
«In un posto dove possiamo chiacchierare tranquilli» ri-
spose il Lungo.
In verità, il posto che la banda aveva scelto non poteva
essere più tranquillo perché si trattava della Castorta. E la
Castorta era una bicocca abbandonata, sperduta in mezzo
alle sterpaglie, dove non passava mai anima viva.
Arrivarono alla Castorta e, facendosi luce con una lam-
padina, entrarono in quel nido di pipistrelli e di fantasmi. Un
camerone a volte e con le finestre murate (doveva aver servi-
to un tempo da cantina) era ancora in buono stato e serviva ai
fittavoli, al podere dei quali era annessa la Castorta, come
deposito di cianfrusaglie fuori uso e aveva anche una porta
chiusa con catenaccio e lucchetto.
Con un chiodo, Peppone aprì facilmente il lucchetto
rugginoso e la banda invase il camerone.
Tronconi di palo, travicelli e tavole mezze marce era fa-
cile trovarne dentro e fuori il camerone: e così, poco dopo,
un fuoco gagliardo rallegrava quella gelida tetraggine.
Peppone si scaldò in silenzio per qualche minuto, quindi
osservò soddisfatto:
«Qui possiamo parlare tranquilli perché, anche se ci
mettessimo a urlare come matti tutt'e quattro insieme, non ci
potrebbe sentire neppure il Padreterno».
Lo Smortìno capì l'antifona ma fece finta di niente e
aspettò.
«Smortìno» incominciò poco dopo Peppone «ho ricevu-
to una lettera che mi piacerebbe non aver ricevuta. A te, per
caso, non dispiace di avermela mandata?»
«Sì» rispose lo Smortìno «mi dispiace specialmente per
te. Ma oramai quel che è fatto è fatto.»
«Non è vero» obiettò Peppone. «Quello che è fatto può
anche essere disfatto. Specialmente quando si tratta di una
cosa che è stata fatta in un momento di squilibrio mentale.»
Lo Smortìno scosse il capo:
«Io l'ho fatto a mente serena» rispose. «Sono anni che ci
penso.»
Peppone sghignazzò:
«Anni, addirittura! E da quando con precisione?».
«Dalla notte in cui tu, io, lo Smilzo e il Lungo ci siamo
trovati a Castellina circondati dai tedeschi che ci mitragliava-
no. Io allora mi sono sentito perduto e ho pregato Dio. E mi
sono salvato.»
«E io, e Peppone e lo Smilzo non ci siamo salvati forse
come te?» esclamò il Lungo. «Eppure non abbiamo pregato
Dio.»
«Questo lo sapete soltanto voi» replicò lo Smortìno.
«Comunque la questione non è il fatto che Dio mi ha salvato:
io lo so cosa ho provato dentro quando mi sono rivolto a
Dio. Io allora ho sentito che, anche se mi ammazzavano, non
ero perduto. È difficile da spiegare.»
«È facile da capire, però» replicò il Lungo. «Non si ca-
pisce invece che cosa c'entri il fatto che tu credi in Dio col
fatto di dare le dimissioni dal Partito. Il Partito ti vieta forse
di credere in Dio?»
«No» spiegò calmo lo Smortìno. «Però Dio mi vieta di
credere nel Partito.»
Il Lungo balzò in piedi:
«Non Dio, ma il prete! Non Dio, ma la sporcacciona che
ti ha fatto girare il cervello e che non ti vuole perché sei un
avversario politico di quel democristiano falso di suo padre!
Sappiamo tutto».
«Non sai niente» rispose calmo lo Smortìno. «Qui non
c'entrano né preti né ragazze. Qui c'entra la mia coscienza.»
Peppone intervenne:
«Smortìno» disse brusco «ti rendi conto del danno che il
Partito riceverà dalla tua decisione? Ti rendi conto della
sporca speculazione che i nostri avversari organizzeranno sul
tuo gesto? Non ti vergogni pensando a quello che i giornali
dei nemici del popolo scriveranno su di te?».
Lo Smortìno allargò le braccia:
«Io ho dato le dimissioni, voi mi cancellate dal registro
e buonanotte al secchio. Non è mica necessario che voi an-
diate a raccontare in giro come sono andate le cose».
«Stupido!» gridò il Lungo. «Tu non sei un compagno
qualsiasi; sei un esponente, uno dei quadri. Ti dovremo
espellere per tradimento e tu, per difenderti, racconterai
come sono andate le cose!»
«E perché volete espellermi per tradimento?» si stupì lo
Smortìno. «Io non tradisco nessuno.»
«Basta!» tagliò corto il Lungo. «Non siamo venuti qui
per perdere il tempo in discussioni inutili. Ti abbiamo spie-
gato come stanno le cose e la sostanza è questa: il momento
è speciale e non possiamo permettere uno scandalo. Ritira la
lettera e non se ne parli più.»
«No» affermò lo Smortìno. «Non posso ritirarla.»
Il Lungo lo guardò fisso negli occhi:
«Perché?» domandò con voce insinuante. «Hai forse già
divulgata la storia?»
«No. Non ho detto niente a nessuno.»
«Proprio a nessuno? Neanche a tua mamma?»
Lo Smortìno riuscì a diventare ancora più pallido:
«Cosa c'entra mia mamma? Nelle mie cose c'entro sol-
tanto io!».
«Meglio» ridacchiò il Lungo. «È una bella cosa che tua
mamma non c'entri e che non sappia niente di lettere e di non
lettere. Così l'affare resta fra noi. Smortìno: se non vuoi riti-
rare la lettera, hai un'altra via d'uscita. Tu prendi un foglietto,
ci scrivi sopra che domandi perdono di quello che fai ma che
non te la senti di vivere senza la donna che ami, che i suoi
non ti vogliono dare per ragioni politiche. Poi prendi questa
corda, la agganci a quell'uncino che sta sulla volta e ti impic-
chi.»
Lo Smortìno si mise a ridere:
«Lungo, non ho voglia di scherzare».
Il Lungo balzò in piedi:
«Neanche noi!» urlò furibondo.
Lo Smortìno fece un balzo indietro, ma cadde tra le
braccia di Peppone e si trovò stretto come in una morsa.
Lo Smilzo, a un cenno del Lungo, si buttò a tuffo e ab-
brancò le gambe dello Smortìno.
«Adesso puoi far conto di essere un baccalà!» ghignò il
Lungo. «Con la differenza che i baccalà non hanno la testa,
mentre tu ce l'hai ancora e ci servirà parecchio.»
Il Lungo aveva la mano svelta e, raccolta la grossa fune
che stava ai suoi piedi, improvvisò un nodo scorsoio con tut-
te le regole dell'arte.
Si avvicinò allo Smortìno e, infilatagli la testa dentro il
cappio, tirò la corda:
«Smortìno» spiegò feroce «le tue pene d'amore le cono-
scono perfino i gatti. Domani, trovandoti impiccato, tutti di-
ranno: "Povero Smortìno, l'amore disperato l'ha fatto impaz-
zire". Qui la cosa è semplicissima, io tiro il cappio fin che
t'ho affogato, poi ti appendiamo al gancio del soffitto e ti
mettiamo vicino ai piedi quella cassetta rovesciata. Hai il
paltò e, sopra il paltò, il tabarro: nessuna traccia di violenza
anche se Peppone ti tiene strette le braccia. Notte di nebbia:
nessuno ci ha visto arrivare, nessuno ci vedrà partire. Tutto
perfetto».
Lo Smortìno conosceva il Lungo e si sentì perduto. Per-
duto come quella volta a Castellina.
«Smortìno, decidi prima che io abbia contato fino a tre»
disse con voce cupa il Lungo «o ritiri la lettera o ti strozzo!
Ritiri? Uno… due… tre.»
«No» rispose lo Smortìno. «Ho più paura di Dio che di
voi.»
Il Lungo tese i muscoli e incominciò a stringere il cap-
pio.
Poi mollò la corda.
«Non vai la pena che ci sporchiamo le mani con un ver-
me come te» disse.
Peppone e lo Smilzo lasciarono libero lo Smortìno e si
andarono a sedere vicino al fuoco.
«Il processo è finito» annunciò il Lungo. «Assolto dal-
l'imputazione di tradimento per totale infermità mentale.
Però le spese del processo le paghi!»
Il furore aveva ripreso il Lungo che, tolto su da terra un
grosso bastone, si avvicinò allo Smortìno con la palese inten-
zione di spazzolargli le ossa della schiena.
«Le spese del processo le paghi!» urlò il Lungo levando
il bastone.
«Le spese del processo le paga Stalin» disse una voce.
E, siccome la voce dava tutta l'idea di uscire da una can-
na brunita che don Camillo teneva stretta fra le mani, il Lun-
go lasciò cadere il bastone.

*
Don Camillo si avanzò cauto e, dopo aver rimirato lo
Smortìno che stava lì, fermo come un baccalà, con la corda
ancora al collo ridacchiò:
«Cravatta con nodo tipo "Praga"!… Avanti! Togliti quel
pendaglio dal collo e vattene a casa mentre io faccio quattro
chiacchiere con questa brava gente».
Lo Smortìno si cavò il cappio e se ne andò senza parla-
re. Allora don Camillo si sedette davanti all'uscio.
«Quel lazzarone, dunque, aveva combinato il giochetto
d'accordo con voi!» muggì Peppone.
«No» spiegò calmo don Camillo. «Non era d'accordo
con nessuno. Ma sua madre lo sapeva che aveva portato la
lettera e, quando ha visto lo Smilzo arrivare per dire al ragaz-
zo di andare alla Casa del Popolo, si è preoccupata ed è corsa
da me per domandarmi consiglio. Io l'ho consigliata di anda-
re a letto e sono andato in giro a dare un'occhiatina. Così ho
capito la vostra manovra al caffè e così, quando voi avete
beccato lo Smortìno, il povero arciprete era lì, a quattro passi
da voi. E vi ha seguito fino a qui. E ha aspettato paziente-
mente nascosto dietro la porta.»
Il Lungo incominciò a dire:
«Voi…» ma dovette smettere subito.
«Tu stai zitto, boia!» esclamò don Camillo brandendo
minaccioso la sua maledetta canna brunita.
«Mi fate più paura quando maneggiate dei candelotti»
gridò Peppone facendosi avanti. «E ve lo dico io che voi sie-
te l'individuo più perfido dell'universo!»
Don Camillo scosse il capo:
«No, compagno Peppone. Se fossi l'individuo più perfi-
do dell'universo, invece di entrare quando il Lungo ha preso
il bastone, sarei entrato nel momento in cui il Lungo, mentre
voi tenevate stretto lo Smortìno, stringeva il cappio. Allora
come avreste potuto convincermi che la vostra intenzione
non era quella di strozzare lo Smortìno, ma di fargli paura?».
Don Camillo raccolse dal fuoco un tizzone e accese il
mezzo toscano.
«Io non sono il vigile urbano che si apposta nei punti
dove è proibito posteggiare le macchine e lascia che l'autista
se ne vada per mettere sotto la paletta del tergicristallo il bi-
gliettino della multa. Io non sono il vigile carogna, sono il
vigile onesto che, quando vede l'autista arrivare nel posto
della sosta proibita, gli dice: "Guardi che qui non si può.
Cerchi un altro posteggio".»
Peppone borbottò che questo non c'entrava. Anzi, era
tutto l'opposto.
«C'entra, fratello. E non è l'opposto. Perché, vedendovi
accalappiare il disgraziato e portarlo qui, se io fossi interve-
nuto subito, nessuno avrebbe potuto togliermi dall'animo il
sospetto che voi aveste intenzione di farlo fuori. Ho voluto
controllare fin dove sareste arrivati, e quando ho visto tirare
il cappio non ho potuto credere che voi foste così canaglie.
Ho avuto fede in voi e adesso sono contento perché la mia
missione non è quella della pattuglia della questura che tutte
le notti deve presentare al questore una lista di venti o trenta
o cinquanta persone fermate come sospette e da tenere in
gattabuia come presunti delinquenti anche se si tratta di per-
fetti galantuomini che sono scesi un momentino per compra-
re le sigarette e hanno dimenticato in casa il portafogli coi
documenti. Io sono il pastore che esce la notte per trovare la
pecorella smarrita e riportarla tra le pecore dell'ovile. Non
sono il pastore che esce la notte per veder se lupi si aggirino
intorno all'ovile e, se vede la pecorella smarrita, dice: "Tu sei
lupo perché solo i lupi son fuori di notte mentre le pecorelle
di notte stan dentro l'ovile". E la tratta come lupo.»
Peppone sbuffò:
«Fatele allo Smortìno, le vostre prediche!».
«Non ne ha bisogno: ha trovato da solo la strada dell'o-
vile.»
«Bell'acquisto! L'affare lo abbiamo fatto noi perdendo-
lo! Ci siamo liberati d'una cellula del nemico!»
Don Camillo si strinse nelle spalle:
«Una? Cosa volete che sia una cellula, con le centinaia
di migliaia di cellule nemiche annidate fra voi?».
Peppone si mise a ridere:
«Se è per questo possiamo dormire tra due cuscini, reve-
rendo!».
«Dormi, Peppone: ma mentre tu dormi, la cellula lavo-
ra.»
Don Camillo toccò con l'indice l'ampio torace di Peppo-
ne:
«È nascosta lì dentro, la cellula del vostro nemico. E si
chiama coscienza».
Lo Smilzo girò l'ostacolo:
«Chi sa come rideremo vedendo lo Smortìno vestito da
figlia di Maria, col nastro al collo!».
Don Camillo scosse il testone:
«Mah! Io so che vedendo lo Smortìno che, col cappio al
collo, continuava a dire "non ritiro niente!", non avevo nes-
suna voglia di ridere. Lo Smortìno, se non sbaglio, è un ra-
gazzo piuttosto in gamba».
«Bella forza!» esclamò fieramente Peppone. «È venuto
su alla mia scuola! Tutti quelli venuti su alla mia scuola sono
tipi in gamba!»
Gli altri due disgraziati, che erano fra i galletti del polla-
io di Peppone, gonfiarono orgogliosamente il petto.
«La vecchia guardia muore ma non si arrende!» affermò
con voce da episodio storico lo Smilzo.
Don Camillo lo guardò incuriosito:
«Non si arrende a chi?».
«A chicchessia!» gridò il Lungo.
«E a chicchessiàte!» aggiunse solenne Peppone, tanto
per far capire a don Camillo che la vecchia guardia non te-
meva né gli attacchi in terza persona singolare, né quelli in
seconda persona plurale.
Davanti a quella resistenza massiccia, don Camillo levò
l'assedio e si ritirò.
185 IN ABITO SIMULATO

Per poter prendere il direttissimo che porta a Milano, bi-


sogna arrivare alla stazione di P:, circa a quaranta chilometri
dal paese. Ma per chi non vuol arrivare a Milano dopò le
nove, la corriera non serve.
A Peppone interessava sbrigarsi alla svelta: trovare i
pezzi di ricambio che gli occorrevano e riprendere subito il
treno. La mattina era fredda e nebbiosa ma, quando era a ca-
valcioni della sua motocicletta, Peppone non aveva paura di
niente e di nessuno.
Arrivò a P. gelato come un sorbetto, lasciò la macchina
nel posteggio davanti alla stazione, ma non fece a tempo a
staccare il biglietto perché il treno stava già muovendosi.
Riuscì tuttavia a salire, ed era un vagone di seconda
classe.
Uno scompartimento completamente libero stava lì da-
vanti a lui e Peppone non seppe resistere all'invito:
"Vuol dire che caricherò la spesa sul conto di quello del
trattore" pensò. "Non mi va di andarmi a buttare in mezzo
alla puzza e alla confusione della terza."
Passava un controllore: Peppone fece il biglietto e andò
a stravaccarsi nel divano dello scompartimento, dopo aver
chiuso la portiera e tirate le tendine con la segreta speranza
che nessuno venisse a disturbarlo.
Si stava bene davvero così tranquilli, e Peppone si appi-
solò e dormicchiò fino a quando non venne quello del con-
trollo per bucargli il biglietto. Nell'uscire, il ferroviere non
richiuse completamente la portiera, e Peppone aveva già
messo la zampa sulla maniglia per eliminare la fessura, ma
una voce che proveniva dal corridoio lo bloccò.
«Vorrei fare la differenza.»
Peppone era sicuro di non sbagliarsi: quello che voleva
fare la differenza doveva essere per forza don Camillo.
Peppone scostò leggermente la tendina ma rimase sba-
lordito perché l'uomo che, lì davanti, stava parlando col con-
trollore aveva la voce, la faccia e la corporatura di don Ca-
millo ma non era don Camillo.
Infatti indossava un abito che non aveva niente a che ve-
dere con la sottana del prete.
Peppone lentamente richiuse la portiera, si sdraiò sul di-
vano e si coprì la faccia con l'Unità:
"Don Camillo in borghese!" borbottò tra sé Peppone.
"Questa è bella davvero! Ma come sarà arrivato qui, quel
maledetto?"
Don Camillo era arrivato lì semplicemente perché, salito
a P. in divisa regolare sul primo vagone di terza classe, una
volta che il treno s'era mosso, aveva diligentemente passato
in rassegna tutti i vagoni di terza e, non avendo notato facce
note o sospette, s'era andato a chiudere nel gabinetto.
Qui, cambiatasi la divisa da arciprete con la normale te-
nuta borghese che aveva dentro la valigia, era uscito passan-
do alla seconda classe. Tornando in terza, correva il pericolo
che qualcuno avesse poco prima notata la sua fisionomia e
ora trovasse strano il cambiamento d'abito del titolare della
fisionomia. In seconda, don Camillo non correva nessun pe-
ricolo perché nessuno del paese, neanche il più ricco agrario,
viaggiava mai in seconda classe.
Pagata la differenza, don Camillo socchiuse la portiera
dello scompartimento di Peppone e mise dentro cautamente
la testa, ma subito la ritrasse richiudendo. Un uomo che dor-
me con l'Unità sciorinata sopra la faccia non può in nessun
caso esser un piacevole compagno di viaggio per un prete.
Riprese il suo valigione e si avviò lungo il corridoio
sbirciando in ogni scompartimento e fermandosi soltanto
quando ne ebbe trovato uno completamente vuoto.
Intanto, sotto l'Unità, la testa di Peppone lavorava:
"Non può andare che a Milano: ma perché si sarà trave-
stito da uomo?".
Peppone prese in considerazione tutte le ipotesi, anche
le più ardite e azzardate, arrivando all'unica conclusione pos-
sibile: per sapere cosa andasse a fare a Milano, in abito simu-
lato, bisognava a ogni costo pedinare don Camillo.
Peppone dimenticò i pezzi di ricambio del trattore: se un
reazionario si traveste, c'è sotto di sicuro qualcosa di sporco.
Peppone decise di entrare subito sul sentiero di guerra:
esplorò il corridoio e, trovatolo completamente deserto, rag-
giunse rapidamente la terza classe e si fermò soltanto quando
fu arrivato in fondo al primo vagone, in testa al convoglio.
Quando il treno arrivò sotto la pensilina della stazione
di Milano, Peppone, tiratosi su il bavero del cappotto, scese e
marciò fulmineo verso l'uscita.
Traversò l'atrio e si appostò vicino a un chiosco di gior-
nali tenendo d'occhio il cancelletto dell'uscita. Come intravi-
de tra la folla dei viaggiatori l'alta vetta di don Camillo, scese
lo scalone e andò ad aspettare il suo uomo al pianterreno,
sotto l'androne.
Avrebbe preso il tassì, l'autobus o il tram? Bisognava
essere pronti a partire all'inseguimento e Peppone si preparò
spiritualmente.
Ma don Camillo tardava ad apparire e, a un bel momen-
to, Peppone pensò con orrore che, forse, il suo uomo era sce-
so dallo scalone laterale ed era salito sul filobus sotto il ca-
valcavia.
Ma don Camillo si era semplicemente fermato per depo-
sitare la sua valigia in bagagliaio e, difatti, dopo una decina
di minuti, sbucò sotto l'androne.
Tram, tassì, autobus? E se ci fosse stata ad attenderlo
una macchina privata?
Peppone si sentì mancare il fiato per la paura di perdere
le tracce del clandestino.
Però la faccenda ebbe una soluzione tanto imprevista
quanto confortevole: don Camillo si avviò a piedi. Questo fa-
cilitava notevolmente l'operazione di pedinamento e Peppone
si apprestò a seguire il suo uomo.
In quell'istante gli si parò davanti uno dei soliti fotografi
ambulanti con la Leica appesa al collo:
«Facciamo una bella istantanea?».
«No, no!» rispose con malgarbo Peppone. Poi gli venne
un'idea e richiamò il giovanotto:
«Non a me» gli spiegò. «Lo vede quell'omaccio laggiù
col paltò marrone e il cappello grigio? Senza farsi accorgere
veda di beccarlo. Pago bene!»
«Ci penso io» rispose il giovanotto partendo all'arrem-
baggio dell'omaccio. Peppone seguì a distanza di sicurezza la
manovra del fotografo. Si capiva che era un tipo in gamba:
raggiunse don Camillo, lo sorpassò disinvolto, si celò dietro
un tram e, quando gli arrivò a tiro, gli sparò la prima istanta-
nea.
Poi gliene sparò dieci metri più avanti una seconda, poi
una terza.
Don Camillo non s'era accorto di niente: pareva rincreti-
nito, in mezzo a tutta quella confusione. Peppone era trion-
fante: con un documento fotografico di quel genere poteva
fare del buon lavoro durante la campagna elettorale. Peppone
vedeva già i manifesti con la riproduzione in grande delle
foto e, sotto, la dicitura: «Chi sarà questo elegante signore
che passeggia per le strade di Milano? Certo che, per non
disonorare la tonaca, è meglio cavarsela!».
Il fotografo sopravvenne:
«Tutto a posto. Liscio come un olio. Facciamo sei carto-
line di ogni posa?».
«Sì, sei cartoline e un ingrandimento. Però mi occorrono
subito.»
Il fotografo allargò le braccia:
«Prima di stasera non è possibile».
«Deve essere possibile.»
Il fotografo cavò di tasca un blocchetto e, scarabocchia-
to qualcosa su un foglietto, lo staccò e lo porse a Peppone:
«Alle due a questo indirizzo. Sarà tutto pronto. Seimila
lire: tre subito e tre alla consegna delle copie».
Peppone cavò di tasca tre biglietti da mille e li porse al
giovanotto.
«Mi raccomando che sia un lavoro fatto bene.»
«"La Fotoscat" è la migliore ditta di Milano.»
Peppone, che pur parlando col fotografo non aveva in-
terrotto il suo pedinamento e non aveva perso d'occhio il suo
uomo, liquidò con un «va bene» il giovanotto e si dedicò
esclusivamente a don Camillo.
Pareva che don Camillo non avesse nessuna fretta per-
ché, oltre a camminare pian pianino, si fermava davanti a tut-
te le vetrine.
"O si è accorto di essere pedinato e finge di bighellona-
re" pensò Peppone "oppure ha l'appuntamento per una certa
ora e cerca di ammazzare il tempo."
Evidentemente la seconda ipotesi era quella buona per-
ché, a un bel momento, don Camillo, cavato dal taschino l'o-
rologio, lo guardò e accelerò il passo.
Peppone lo seguì senza difficoltà fino a Piazza della
Scala. Ma qui la faccenda incominciò a diventare difficile
per via della gran gente.
Quando poi don Camillo imboccò la Galleria a Peppone
venne il sudor freddo:
"Si è accorto di essere pedinato e mi ha portato fin qui
dove c'è una confusione spaventosa così, al momento giusto,
si infila in mezzo alla folla e non lo trova più nessuno!".
E difatti, una volta che don Camillo, traversata la Galle-
ria, virò a sinistra nei portici di Piazza del Duomo, la folla lo
inghiottì.
Ma c'è un Dio anche per i poliziotti dilettanti e così Pep-
pone, quando oramai aveva perso ogni speranza, ripescò don
Camillo che stava entrando alla «Rinascente».
Don Camillo, con Peppone sempre alle calcagna, fece
tutte le scale mobili della salita fino all'ultimo piano. Poi le
fece in discesa fino all'interrato.
Partendo di qui, rifece tutte le scale mobili in salita. Poi
le rifece in discesa ma si fermò al pianterreno.
Raggiunse l'interrato servendosi della scala normale,
poi, con le scale mobili, arrivò fino all'ultimo piano.
Qui però don Camillo parve preso da un improvviso
pensiero e, consultato ancora l'orologio, scese con le scale
mobili fino al pianterreno, uscì dal palazzo e marciò a passo
da bersagliere su Piazza della Scala.
In Piazza della Scala si infilò lestamente in un tassì e
schizzò via. Ma Peppone lo seguiva su un altro tassì.
Non fu una corsa lunga perché, pochi minuti dopo, don
Camillo era già arrivato a destinazione.
«Fermi qui» disse Peppone all'autista. «Ho un appunta-
mento con un amico. Aspetto.»
L'autista cavò di tasca il giornale e si mise a leggere
tranquillamente mentre Peppone, rintanato nella macchina,
seguiva ogni movimento di don Camillo.
Liquidato il suo autista, don Camillo rimase fermo qual-
che minuto sul marciapiedi, poi prese a gironzolare in su e in
giù davanti a un grande portone spalancato.
Doveva avere dei dubbi o dei sospetti. Comunque, a un
tratto, prese la sua decisione e s'infilò nel portone.
Peppone si sforzò di leggere la targa murata a lato del
portone: «Montecatini»!
Un parroco della Bassa che si traveste per andare a Mi-
lano alla direzione della «Montecatini» quale scopo può ave-
re? Quello di comperare dei concimi chimici?
È chiaro come il sole: il clero vatico-americano e la
grande industria complottano ai danni del proletariato e, nel-
l'imminenza delle elezioni, concertano l'azione da svolgere.
«Si vede che il mio amico non viene» disse Peppone al-
l'autista. E si accingeva a scendere quando scorse don Camil-
lo apparire.
«Aspettiamo ancora qualche minuto» spiegò Peppone
all'autista.
Don Camillo uscì svoltando verso destra, fece qualche
passo, poi tornò indietro e rientrò nel portone.
Poi, appena dentro, fece dietro-front, uscì e di nuovo en-
trò poi ancora uscì. Ma, questa volta, tirò diritto.
L'autista che aveva seguito la manovra sogghignò:
«Sembra impossibile che dei vecchi imbecilli si diverta-
no come dei ragazzini! Ha visto?».
«Sì» rispose Peppone. «Però non ho capito niente.»
«Non è di Milano?»
«No.»
«Ah. Lì c'è una gran porta di cristallo a due battenti
scorrevoli che funziona a cellula fotoelettrica. Quando uno
passa la soglia, il raggio si interrompe e la porta si apre. E
così per l'uscita. Ecco, guardi.»
Un uomo stava entrando e Peppone fece attenzione.
«Il mio amico non viene più» disse Peppone scendendo.
Pagò la corsa e la sosta e si accinse a continuare l'inse-
guimento di don Camillo. Ma, fatti pochi passi, tornò indie-
tro e marciò direttamente verso la grande porta di cristallo
che, docilmente, quasi miracolosamente, si aperse e si chiuse
alle sue spalle.
Uguale fenomeno si verificò quando Peppone uscì.

*
Don Camillo si era rimesso a bighellonare. Pareva che
non avesse la minima idea di dove volesse andare. Comun-
que Peppone rimase sul chi vive perché coi preti, anche se in
abito borghese, non c'è da fidarsi mai.
La faccenda minacciava di diventare straordinariamente
monotona, ma improvvisamente acquistò interesse. Infatti,
imboccata una certa stradetta, si udirono delle grida e, alle
spalle di Peppone e di don Camillo, arrivò di corsa una gran
masnada di gente che faceva uno spaventoso vociare e agita-
va cartelli contenenti apprezzamenti tutt'altro che benevoli
nei riguardi del Governo. Molte frasi atte a smascherare una
non meglio identificata «legge truffa».
Peppone potè ritirarsi in un portone, ma don Camillo
che camminava in mezzo alla strada venne raggiunto e risuc-
chiato dalla masnada che lo spinse avanti, in primissima fila
verso la vicina piazzetta, evidente meta del corteggio di scal-
manati.
Il guaio è che, sulla piazzetta, c'era un grandioso schie-
ramento di agenti della Celere e Peppone arrivò in tempo per
vedere un nugolo di agenti caricare la testa della colonna dei
dimostranti.
Naturalmente, degli elementi di primissimo scaglione,
quello che maggiormente dava nell'occhio per la inconsueta
mole della sua persona era don Camillo: e sulla zucca di don
Camillo si scatenò un tale temporale di legnate da riempire
di stelle due o tre firmamenti.
E poiché la masnada che si addensava nella stradetta
premeva maledettamente, gli infelici in testa alla colonna
non potevano innestare la marcia indietro e i mattarelli di
gomma degli agenti continuavano con crescente vigore a pe-
stare zucche e schiene già pestate.
Don Camillo, sorpreso da quel diluvio universale di le-
gnate, rimase in un primo tempo sconcertato poi, quando
capì che, se fosse rimasto lì, gli avrebbero fatto una testa
come un dirigibile, con uno strattone si liberò dalle zampe
degli agenti ed eseguì un laborioso dietro-front. I celerini, vi-
sta quella schiena spaziosa e comoda come un letto a due
piazze, si sentirono invitati a nozze e incominciarono a pittu-
rare le spalle di don Camillo con tale entusiasmo da far tro-
vare a don Camillo la manetta della marcia ridotta. Allora,
agguantate con ambo le mani le falde del cappello, don Ca-
millo si buttò a testa bassa contro la masnada degli scalma-
nati, riuscendo a fenderla e a portarsi in posizione più arre-
trata. La minaccia di una carica con le camionette indusse il
corteo a sciogliersi e don Camillo potè così infilarsi in una
viuzza laterale e ripararsi dentro un caffè.
Peppone non aveva occhi che per don Camillo, e il fatto
di aver visto don Camillo prendere tutte quelle legnate dalla
Celere gli aveva riempito il cuore di incontenibile gioia.
Il pensiero poi di poter raccontare in paese il trattamento
ricevuto da don Camillo lo entusiasmava. Addirittura lo esal-
tava.
Seguì don Camillo facendosi largo tra la folla a gomita-
te, e, pochi istanti dopo, anche Peppone entrava nel caffè.
La grande sala era zeppa di gente e don Camillo, seduto
in un tavolino d'angolo, stava facendo cautamente l'inventa-
rio delle ammaccature situate in luogo accessibile.
Peppone, trionfante, ruppe il gioco del pedinamento e,
sedutosi a un tavolino nei paraggi immediati di quello di don
Camillo, urlò allegramente:
«Padrone, pago da bere!».
Il caffettiere lo guardò con sospetto:
«Cosa le succede? Ha vinto al totocalcio?».
«Meglio!» spiegò sghignazzando Peppone. «Ho visto un
tizio prendere dai celerini tutte le manganellate che avrei vo-
luto dargli io! Come gli stavano bene addosso: parevano pit-
turate dal Correggio. In gamba davvero questi bravi ragazzi
del ministro Sceiba!»
Don Camillo incassò senza smuoversi di un millimetro.
Ma la fine ironia di Peppone non ebbe un grande successo
perché, inaspettatamente, Peppone si trovò circondato da una
trentina di facce proibite, tutta gente che era venuta lì dentro
per ripararsi dal temporale di caucciù poliziesco.
«Porco fascista!» gli disse uno facendogli volar via con
una sberla il cappello.
Peppone non fece a tempo ad aprir bocca che gli furono
addosso tutti e trenta, e ognuno ci metteva tutta l'anima per
pestare il provocatore. Fortunatamente, prima ancora che in-
cominciasse la lavorazione, il padrone del caffè aveva fatto
un cenno al garzone e il garzone era corso come un fulmine
nella piazzetta, lì a due passi, a dar l'allarme alla Celere che
stava ancora di guardia.
Appena sentirono l'odore del caucciù in arrivo, gli scate-
nati interruppero il pestaggio e se la squagliarono per la porta
del cortile. Riaffiorato dall'alluvione, Peppone si levò in pie-
di faticosamente per poi sfasciarsi sulla sedia. Il caffettiere
gli portò un bicchierone di cognac e glielo fece bere.
Entrarono gli agenti:
«Sono scappati tutti» spiegò il padrone. «Ancora cinque
minuti e lo sfracellavano!»
Gli agenti si rivolsero a Peppone:
«Li conosce?».
«Non conosco nessuno» spiegò Peppone. «Ero entrato
qui perché mi sono trovato per disgrazia in mezzo a quella
confusione.»
Spiegò da dove proveniva, e che lo scopo del viaggio
era l'acquisto di pezzi di ricambio. Mostrò la carta d'identità,
la lettera della ditta che l'invitava a Milano.
Gli agenti si rivolsero al padrone:
«E lei conosce qualcuno di quei tipi?».
«Mai visti. Sono venuti qui per ripararsi. Tutù delin-
quenti, canaglia comunista. Si sono buttati su di lui come
belve perché non è della loro idea.»
Un agente scoperse don Camillo nel suo angolo.
«E quello là era del gruppo?» domandò sospettoso.
«Non ha una fisionomia nuova.»
Il caffettiere allargò le braccia.
«Non lo so. La faccia da comunista ce l'ha: comunque
non si è mai mosso dal suo tavolino.»
Un graduato aveva tratto il libretto e si accingeva a sten-
dere il verbale:
«Lasci perdere» disse Peppone. «Voi avete anche troppo
da fare in questi momenti. La mia pelle è dura e ci vuol altro
per farmi del male. E poi io torno subito al paese e chi si è
visto si è visto.»
Si udirono degli schiamazzi in strada e gli agenti disse-
ro: «Va bene» e se ne andarono.
Il padrone versò un altro bicchiere di cognac a Peppone
e questo rimise in fase il motore del compagno sindaco.
Riassestatisi gli abiti spiegazzati e spolverate le ammac-
cature della testa, Peppone si alzò e domandò:
«Quanto fa?».
Il padrone scosse il capo sorridendo e gli tese la mano:
«Niente: fra noi della stessa idea bisogna aiutarci! Ciao,
camerata!». Peppone strinse la mano del caffettiere e uscì.
Si ritrovarono poco dopo su una panchina del parco.
«Certo» osservò molto sarcastico Peppone «questi agen-
ti del Governo clericale che non rispettano neppure un sacer-
dote!…»
«Ma anche questi comunisti che non rispettano neppure
i compagni di fede!…» replicò don Camillo.
«È diversa la cosa, reverendo!» ridacchiò Peppone. «È
diversa!»
«Le botte sono sempre botte» sentenziò don Camillo.
«Comunque esse non hanno nessun valore perché sono do-
vute a un semplice equivoco.»
«A botta calda tutto va bene, reverendo: me lo saprete
dire domani.»
Peppone accese un toscano, aspirò qualche boccata poi
domandò a don Camillo:
«Reverendo, quella tenuta da libera uscita ve la passa il
Vaticano direttamente?».
Don Camillo sospirò:
«No, è un abito che mi ha lasciato in casa mio fratello.
L'ho indossato per dargli un po' d'aria».
«È stata una buona idea perché avete trovato modo di
fargli dare anche una spolverata proprio come si deve.»
Don Camillo tirò fuori la mano destra dalla tasca del
cappotto e mostrò a Peppone un manganello di gomma:
«Nel putiferio m'è rimasto in mano…» spiegò.
Peppone cavò fuori di tasca un pezzo di stoffa.
«Anche a me è rimasto in mano qualcosa» disse «duran-
te il pasticcio del caffè.»
Ed era la bavarese d'una giacca, con un distintivo comu-
nista infilato all'occhiello.
«Ci conviene scambiarci i trofei» ridacchiò don Camillo
porgendogli la mazza di caucciù e prendendo il bavero con
distintivo.
Peppone rigirò tra le mani il manganello poi lo buttò
lontano:
«Brutto trofeo, reverendo, anche se mi ricorda un episo-
dio piacevole per me e spiacevole per voi».
Don Camillo buttò via la bavarese.
«Hai fatto bene a liberartene, Peppone. Io ne ho un altro
perché, nella confusione, me ne sono rimasti tra le mani
due… Però questo me lo tengo. Può sempre servire. Non si
sa mai.»
Peppone guardò con disprezzo il manganello di gomma
che don Camillo aveva tratto dall'altra saccoccia poi disse:
«In qualunque occasione voi rivelate sempre la vostra
sporca anima di fascista!».
«Sì, camerata» rispose sorridendo don Camillo.
Peppone si allontanò seccatissimo. Ma presto si rassere-
nò perché gli vennero in mente le fotografie documentarie
scattate la mattina. Tolse dal portafogli il foglietto della rice-
vuta e, salito su un tassì, si fece portare al numero della via
indicata nell'intestazione. Trovò soltanto il rudere di una casa
bombardata.
Tremila lire per tre fotografie scattate con una macchina
perfettamente priva di negativa.
Tre fotografie che valevano un milione.

*
Anche per il ritorno, Peppone dovette prendere la secon-
da perché era tutto ammaccato. E, appena si fu seduto sul di-
vano, arrivò don Camillo vestito da prete.
«È finita la cuccagna?» si informò Peppone.
«Finita.»
«Però» affermò Peppone «secondo me Milano non è poi
quella gran cosa che dicono.»
«Ha i suoi lati cattivi e i suoi lati buoni» rispose don Ca-
millo che nonostante tutto non riusciva a dimenticare la me-
raviglia delle scale mobili della «Rinascente» e dalla porta
"magica" della «Montecatini».
Una volta che fu arrivato a casa, don Camillo andò a in-
ginocchiarsi davanti al Cristo dell'aitar maggiore.
«Già di ritorno, don Camillo? Non ti sei divertito?»
«Sì, Gesù, molto: ma non bisogna mai abusare dei di-
vertimenti.»
Sagge parole.
186 LO SCHERZO

Peppone, quando vide che quelli dello stato maggiore


c'erano tutti, fece chiudere col catenaccio la porta e tirò fuori
di sotto la scrivania una valigetta rossa.
Lo Smilzo, il Brusco, il Bigio, il Lungo e compagnia
bella guardarono perplessi l'arnese ma, come Peppone ebbe
sollevato il coperchio, lo Smilzo esclamò:
«Un radiogrammofono portatile!».
«Già» rispose Peppone innestando una spina in una pre-
sa di corrente e poi armeggiando attorno alle manopole del
congegno.
«Ma il disco dove si mette?» s'informò il Bigio.
«La novità consiste che il radiogrammofono non è a di-
sco» spiegò Peppone. «Invece del disco c'è un filo d'acciaio
con incisa la musica.»
«Non sanno più cosa inventare!» borbottò il Brusco.
«Be', facci sentire qualcosa!» disse il Lungo.
«Subito» rispose Peppone continuando ad armeggiare
attorno alle manopole.
Si udì un fruscio, poi dalla cassettina incominciò a usci-
re la voce del Bigio, poi quella di Peppone e via discorrendo.
Insomma, tutta la conversazione di poco prima.
«Non è straordinario?» domandò Peppone trionfante.
Si trattava di un comune magnetofono a filo, ma, laggiù
alla Bassa, quelle porcherie elettriche non erano ancora co-
nosciute.
Peppone spiegò che, una volta registrata la voce sul filo,
la si poteva mantenere incisa per riudirla quando si voleva.
Oppure si poteva cancellare l'incisione e servirsi del filo per
nuove registrazioni.
Tutti provarono a parlar dentro il piccolo microfono per
poi riascoltare la propria voce: alla fine domandarono a cosa
potesse servire praticamente quel gingillo.
«A registrare i discorsi degli avversari per avere il docu-
mento di quel che hanno detto, a registrare i nostri discorsi
per poi farne l'autocritica e correggere i difetti della voce.
Oppure per registrare una trasmissione alla radio.»
Peppone accese l'apparecchio radio, lo lasciò funzionare
dieci minuti, riavvolse il filo rapidamente girando la mano-
pola della marcia indietro e, pochi istanti dopo, il magnetofo-
no ripeteva esattamente quello che aveva ascoltato dalla ra-
dio. E tutto alla perfezione, parole e musiche.
Discussero a lungo sulle possibilità dell'apparecchio e, a
un tratto, lo Smilzo ebbe un'idea:
«Ho in mente uno scherzo straordinario! Si registra sul
filo un bel pezzo di trasmissione normale della radio poi,
quando arriva il segnale dell'uccellino, si spegne la radio e si
dice dentro il microfono una notizia inventata da noi. Poi, in-
vece della radio, si innesta nell'altoparlante dello spaccio il
magnetofono e nessuno si accorge del trucco e, quando arri-
va la notizia, tutti la bevono perché, subito dopo la notizia, si
incide un altro pezzo di trasmissione».
Quelli della banda si misero a sghignazzare divertiti e
Peppone esclamò:
«Ciro degli Oppi!».
Non ci fu bisogno di dire altro. Tutti avevano già capito.

Ciro degli Oppi, uno della banda di Peppone, era un rab-


bioso del totocalcio. Non c'era sabato che Ciro non compilas-
se una schedina e questo non significa niente perché c'è gen-
te che, di schede, ne spara dieci o venti tutte le settimane.
Ciro era un rabbioso del totocalcio perché, ogni sabato, ap-
pena consegnata la sua scheda, incominciava immediatamen-
te a pensare che cosa avrebbe fatto coi soldi vinti. E così, ar-
rivato il pomeriggio della domenica, quando la radio dello
spaccio dava i risultati delle partite, risultati completamente
diversi da quelli pronosticati da Ciro, Ciro si arrabbiava non
come uno che non ha vinto, ma come uno che ha vinto e poi
gli hanno rubato i soldi della vincita.
Tutte le domeniche pomeriggio, allo spaccio della Casa
del Popolo, c'era lo spettacolo di Ciro imbestialito come
un'intera gabbia di leopardi idrofobi. Pochi minuti prima che
la radio trasmettesse le notizie sportive, Ciro si alzava dal
suo tavolino e andava ad appoggiarsi al banco col libretto
delle partite già pronto nella sinistra e il lapis nella destra.
Lo scherzo da fare a Ciro era semplicemente quello di
truccare la trasmissione trasmettendo una notizia con i risul-
tati corrispondenti alla scheda compilata da Ciro.
Il Lungo funzionava anche da banconiere dello spaccio
e, oltre a mescere vino e bibite, teneva la ricevitoria del toto-
calcio: quindi non era davvero difficile sapere cosa avesse
pronosticato Ciro ogni sabato sera.
Studiarono nei minimi particolari la faccenda, registra-
rono la trasmissione normale di canzonette e annunci com-
merciali, poi il sabato sera, avuta la lista precisa dei pronosti-
ci di Ciro, interpolarono la notizia, aggiunsero un altro pezzo
di trasmissione, collegarono l'altoparlante dello spaccio con
l'apparecchio di registrazione e provarono, a volume ridotto,
l'effetto.
«Straordinario!» esclamò Peppone. «Se non lo sapessi ci
cascherei anche io!»
E arrivò il pomeriggio della domenica: Ciro all'ora solita
comparve e, sedutosi al solito tavolino, ordinò la solita botti-
glia di vino.
L'altoparlante trasmetteva regolare musica della radio e
continuò a trasmetterla fin quando, arrivato il momento buo-
no, Peppone, che stava facendo una scopa seduto a un tavoli-
no vicino a quello di Ciro, non si mise a urlare come un ma-
ledetto per via delle stupidaggini che combinava il Bigio, suo
compagno di gioco. Il Bigio urlò più di lui: intanto, nell'altra
stanza, lo Smilzo approfittava del putiferio per staccare la ra-
dio e attaccare al cavo dell'altoparlante il magnetofono.
Nessuno si accorse di niente perché la radio marciava a
volume ridotto e il putiferio in sala era infernale.
Ritornò la calma e, mano a mano che i minuti passava-
no, Ciro diventava sempre più nervoso.
Ed ecco che, a un bel momento, Ciro si alzò e appressa-
tosi al banco tirò fuori libretto e lapis.
Ogni cosa era stata studiata al minuto secondo e, all'ora
precisa, la voce della radio annunciò: «Notizie sportive…».
Tutti in sala chiusero il becco e, nel più completo silen-
zio, l'altoparlante incominciò a snocciolare i risultati delle
partite. Ciro, come tutte le altre volte, prendeva febbrilmente
nota e, quando ebbe finito di trascrivere i risultati, li confron-
tò coi pronostici della sua schedina e, sbarrati gli occhi, inco-
minciò ad ansimare.
«Ah… Ah… Ah…» non riusciva a parlare e tutti gli si
fecero attorno preoccupati.
«Ciro, cosa ti succede?»
Ciro sventolò con mano tremante la scheda: e altri tre o
quattro che avevano preso nota dei risultati controllarono.
«Vecchio mondo, stavolta ha proprio vinto!» gridarono.
Ciro agguantò una bottiglia di cognac che stava lì sul
banco, ne tracannò una sorsata che non finiva più, poi urlò:
«È finita la naja! È finita la naja!».
Schizzò fuori dallo spaccio e schiamazzando scompar-
ve.
«A momenti avevo paura che gli venisse un colpo!» os-
servò Peppone. «Adesso quando saprà che era uno scherzo!»
«Uno scherzo? Ma l'ha detto la radio!» replicò qualcu-
no.
Peppone andò a prendere il magnetofono e spiegò la
faccenda.
Naturalmente l'interesse per quella cassetta straordinaria
che registrava le voci sul filo d'acciaio fece dimenticare a tut-
ti il povero Ciro, perché ognuno voleva provare a parlare
dentro il microfono per poi risentire la propria voce.
Ma, a un tratto, entrò nello spaccio un ragazzino ansi-
mante:
«Ciro è diventato matto!» gridò lanciando l'allarme.
Ciro abitava in una casipola isolata fuori dal paese e
Peppone, seguito da tutta la banda, si avviò di corsa per ve-
dere cosa fosse successo.
Trovarono Ciro che, continuando a urlare: «È finita la
naja!», stava ballando una danza selvaggia attorno a un rogo
che fiammeggiava in mezzo al cortiletto.
La moglie di Ciro, terrorizzata, lo stava a guardare da
una finestra del primo piano. Quando vide Peppone e soci,
corse giù e spiegò con voce agitata:
«È arrivato a casa come un maledetto, gridava quel che
grida adesso: che la naja è finita, che finalmente i milioni
sono arrivati. È salito e ha buttato giù tutto: letto, sedie, tavo-
la, buffet. Poi ha rovesciato sul mucchio un bidone di petro-
lio e gli ha dato fuoco!».
La poveretta afferrò per un braccio Peppone:
«Guardate, guardate!».
Ciro, agguantati due materassi, stava per buttarli tra le
fiamme, ma Peppone e gli altri gli furono d'un balzo addosso
e gli strapparono i materassi di mano.
«Ciro, stai diventando matto?» gli domandò Peppone af-
ferrandolo per un braccio.
«Matto? Matto perché brucio quelle porcherie?» urlò
Ciro. «Adesso i milioni ci sono! Pochi o tanti ma ci sono! È
finita la naja… Ho vinto!»
Voleva finire il lavoro incominciato, bruciare ogni cosa.
Un pasticcio grosso.
Chi se la sentiva di spiegargli come stesse la faccenda?
Ci pensò la moglie di Ciro che, dopo aver parlottato con
qualcuno del gruppo, si avvicinò al marito e gli gridò:
«Ciro, smettila di fare lo stupido! Non capisci che è sta-
to uno scherzo? Non hai vinto niente».
Ciro si mise a ridere:
«Uno scherzo! Ho sentito io la radio! Ho controllato io i
risultati e li hanno controllati gli altri!».
«Ciro, calmati» borbottò Peppone. «È stato uno scherzo
davvero.»
«Ma la radio…»
«C'era il trucco del magnetofono. Poi ti spiegherò, ve-
drai…»
Ciro si calmò istantaneamente.
Guardò negli occhi Peppone, poi tutti gli altri della ban-
da.
«Uno scherzo… Soltanto uno scherzo…» sussurrò scuo-
tendo il capo.
Fissò a lungo il falò nel quale stavano crepitando i fran-
tumi dei suoi poveri mobili.
Si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte.
Guardò ancora negli occhi Peppone:
«Che siano gli altri, che siano gli sfruttatori del popolo a
prendere in giro la mia miseria, sta bene… Ma che siate voi,
no!».
Trasse lentamente di tasca il portafogli e toltane la tes-
sera del Partito la buttò nel fuoco.
Nessuno ebbe il coraggio di muoversi.
«Dimenticatevi che io sono al mondo!» esclamò con
voce dura volgendo le spalle a Peppone e rientrando in casa
seguito dalla moglie.
Peppone rimase lì muto e immobile a rimirare il fuoco
per qualche istante, poi fece dietro-front e assieme agli altri
si avviò lentamente verso il paese.
«È stato uno scherzo cretino» disse poco prima di arri-
vare in paese. «Ma chi poteva immaginare che l'avrebbe pre-
sa così?… Smilzo, tu…»
Lo Smilzo che stava sul chi vive fece rapidamente un
balzo indietro e portò il sedere a distanza di sicurezza.
«Capo, io non ne ho colpa!» protestò. «Io ho proposto lo
scherzo, tu hai pensato a Ciro.»
«Lasciamo perdere!» tagliò corto Peppone. «Nessuno sa
niente, nessuno ha visto niente, d'accordo? Se lo sanno in fe-
derazione continuano sei mesi a darci dei cretini… Lo can-
celliamo dai quadri e lo sostituiamo senza tante storie. E poi
c'è il caso che gli passi…

Non gli passò, a Ciro. E non poteva neanche passargli


perché, per colpa di quello scherzo stupido, Ciro aveva bru-
ciato tutti i suoi mobili e la storia di quel falò ridicolo e triste
circolava in tutto il Comune.
Non gli passò, a Ciro. E, quando a suo fratello nacque il
secondo figlio, lo volle tenere lui a battesimo, come padrino.
Appena se lo vide comparire davanti in chiesa, don Ca-
millo gli domandò brusco:
«Come mai hai il coraggio di presentarti qui?».
«Reverendo, non trovate delle storie» rispose Ciro.
«Adesso sono in regola: ho bruciato la tessera e faccio per
conto mio.»
Don Camillo scosse il capo:
«Già: sei tornato cristiano per ripicco. Non per intima
persuasione. Hai smesso di fare il brigante non per amor del-
l'onestà ma in odio al tuo capobanda. Se non ti avessero fatto
lo scherzo della finta vincita, saresti ancora tra loro».
Ciro degli Oppi si guardò attorno:
«Reverendo: se avessi voluto rimanere fra loro lo pote-
vo fare benissimo».
«Sì, dopo il magnifico scherzo di farti bruciare tutti i
mobili e di renderti ridicolo fino al Polo Nord!»
«I mobili li ho voluti bruciare io per avere un pretesto
buono per togliermi dal partito senza storie e complicazioni.
Lo sapevo benissimo che si trattava di uno scherzo. La sera
prima avevo sentito tutto dal corridoio della sede. Anche il
comunicato falso.»
Don Camillo borbottò:
«La cosa cambia…».
«Comunque, reverendo, non occorre che voi lo diciate
in giro. L'importante è che lo sappia quello là.»
Il Cristo dell'aitar maggiore difatti lo sapeva e non si of-
fese sentendosi chiamare «quello là».
C'è fior di gente pia che bacia i gradini dell'altare e chia-
ma Gesù «Nostro Signore Gesù Cristo», ma che, per amor di
Gesù, non sacrificherebbe neanche un bottone. Ciro degli
Oppi lo chiamava come lo chiamava ma, per amor di Gesù,
aveva sacrificato anche il letto e dormiva per terra.
E, pur dormendo per terra, faceva sonni dolci e tranquil-
li come se avesse vinto davvero un miliardo al totocalcio.
187 «IL NEMBO»

Preso a sé, nudo e crudo, era un grosso ciclofurgone a


pianale ampio, basso e senza sponde, con le ruote laterali as-
sai più piccole della ruota motrice posteriore.
Possedeva una solida ossatura di tubo d'acciaio pitturato
di rosso scarlatto e poteva trasportare carichi notevoli: ma,
nonostante tutte queste belle qualità, considerato in sé e per
sé, non era che un ciclofurgone.
Quando, invece, era completato dallo Smilzo, diventava
«il Nembo».
Tozzo, pesante, lento per sua natura, il ciclofurgone del-
la Casa del Popolo, con lo Smilzo in sella, si trasformava in
una creatura ardita, fremente, quasi saettante.
Peppone, costruttore del triciclo, una volta terminata la
sua opera, aveva spiegato ai compagni della Casa del Popo-
lo:
«Lasciate che la reazione rida se a causa della demolti-
plica si pedala in fretta e si cammina adagio. L'importante è
arrivare dove si vuole arrivare, qualunque sia il carico.
«Il concetto della rivoluzione proletaria che perde in ve-
locità ma acquista in potenza è quello che ho seguito nella
costruzione del triciclo».
Il Bigio e poi il Brusco e il Lungo avevano collaudato il
triciclo uniformandosi al concetto della rivoluzione proleta-
ria lenta e potente, ma, venuto il suo turno, lo Smilzo era sal-
tato in sella affermando:
«Capo: la demoltiplica non farà ridere i reazionari!».
I reazionari, infatti, non risero a causa della demoltiplica
che rendeva lento il triciclone: risero per via del furore col
quale lo Smilzo doveva pedalare per rendere veloce la mar-
cia della ciclori-voluzione proletaria.
La reazione rise e disse:
«Passa il Nembo!».
Rise perché non capiva che non si trattava d'una que-
stione di gambe ma d'una questione di fede.

«Il Nembo è in ordine?» domandò sottovoce Peppone


allo Smilzo.
«A posto, capo» lo rassicurò lo Smilzo.
Peppone si rivolse agli altri della banda e disse:
«È già mezzanotte e mezzo: andate pure a casa. Io e lo
Smilzo rimaniamo qui per finire la revisione dello
schedario».
Poco dopo alla Casa del Popolo rimanevano soltanto
Peppone e lo Smilzo. Si gingillarono un bel po' attorno allo
schedario poi Peppone venne al sodo:
«C'è un servizio delicato da fare e questa è la notte buo-
na perché c'è nebbia e la terra è gelata».
Lo Smilzo allargò le braccia e guardò perplesso Peppo-
ne.
«Non ti preoccupare, capirai dopo» borbottò Peppone.
«Adesso devi semplicemente rispondermi se ti senti di impe-
gnarti per una missione delicata.»
«Sono qui per questo.»
Peppone si alzò avviandosi verso la porticina che dava
nel cortile e lo Smilzo lo seguì.
Traversato il cortile buio e silenzioso, si fermarono sotto
la tettoia di lamiera ondulata che riparava il portone dell'au-
torimessa.
Apersero cautamente e, una volta dentro lo stanzone
dell'autorimessa, Peppone, assicuratosi che gli scuretti della
finestra fossero chiusi, accese una lampadina tascabile.
«Gira il Nembo in modo che sia pronto per uscire e ac-
costalo alla porta» ordinò Peppone.
La manovra non risultò difficile perché nel grande ca-
merone, all'infuori del Nembo, non c'era nient'altro e, quando
lo Smilzo ebbe piazzato il triciclone come voleva il capo,
Peppone passò nella legnaia alla quale si accedeva dal gara-
ge, attraverso una porta di spessa lamiera.
«Aiutami a togliere quelle fascine!»
Lo Smilzo eseguì e, poco dopo, l'angolo che interessava
Peppone era sgombro. O meglio: era sgombro di fascine ri-
manendo occupato soltanto da due grosse casse.
Peppone appressò l'occhio della lampadina alle casse e
lo Smilzo ebbe un sussulto. Conosceva bene quel tipo di cas-
se: roba militare, chiuse con robusti lucchetti e sigillate con
bolli di ceralacca.
«Aiutami a portarle di là!»
Lo Smilzo agguantò una maniglia della prima cassa:
«Accidenti come è pesante! Neanche fosse piena di
piombo!» esclamò.
«Chiudi il becco!»
Portarono il cassone nella rimessa e lo caricarono sul
Nembo.
«Credi che si dovranno fare due viaggi o che si potrà
fare un viaggio unico caricando tutt'e due le casse?» doman-
dò Peppone.
«Dipende dalla lunghezza del viaggio» rispose lo Smil-
zo. «Per portarle, le porta anche se fossero più pesanti.»
«Il viaggio è lungo come da qui al cortile di casa mia»
spiegò Peppone. «Però bisogna passare dalla Strada degli
Orti e, arrivati alla Chiavica piccola, prendere la viottola.»
Lo Smilzo sobbalzò:
«La viottola? Capo, se entro nella viottola mi impantano
e ci vuole un Caterpillar per cavarmi fuori».
«Non dire stupidaggini! La terra è gelata, dura come la
ghisa. E poi, se non ce la fai, fischi e vengo io.»
«Se la terra è gelata, col Nembo arrivo fin sul Monte
Bianco!» affermò lo Smilzo sicuro di sé. «Carichiamo anche
l'altra merce.»
Quando anche l'altra cassa fu sistemata sull'ampio pia-
nale del Nembo, Peppone mise una mano sulla spalla allo
Smilzo:
«Smilzo, sii sincero: ti senti?».
«Capo: innesto la marcia ridotta e non mi ferma più nes-
suno.»
«Smilzo, la faccenda non consiste semplicemente nel
portare due casse da qui a casa mia. Si tratta di portarle senza
che nessuno se ne accorga. Altrimenti non faremmo l'opera-
zione a quest'ora!»
«Ho ben capito. Tirerò via come un maledetto: ma se in-
coccio in qualcuno cosa posso fare? Non posso mica metter-
mi a volare!»
Peppone diede le ultime direttive:
«Io, adesso, vado a casa per la strada normale. Poi tra
un'ora vengo ad aspettarti sulla carrareccia. Resta qui e,
quando sentì suonare le due al campanile, partì».
«Va bene, capo… Tanto per sapermi regolare nella mar-
cia: c'è roba fragile? Roba che si possa rompere… Non so,
roba che possa scoppiare?…»
«C'è roba che deve arrivare a casa mia. Il resto non ti in-
teressa. Metticela tutta: più presto ti togli dalla strada e me-
glio è per tutti.»
Lo Smilzo si asciugò la fronte bagnata di sudore.
«Capo, va bene. Però, prima di mettermi in viaggio,
devo fare il pieno. Non vorrei rimanere a metà strada per
mancanza di carburante.»
«Grappa?» borbottò Peppone.
«No: ci vuole benzina super. Cognac.»
Peppone si allontanò e tornò con una mezza bottiglia di
cognac:
«Vedi di non ingolfare il motore».

Lo Smilzo rimase solo e la bottiglia del cognac gli fu di


grande compagnia.
Quando sentì suonare le due, spalancò la porta della ri-
messa e il cancello che dava sul viottolo e, salito in sella al
Nembo, ingoiò una gran sorsata di cognac e pigiò sui pedali.
La nebbia era fitta ma lo Smilzo conosceva la strada a
memoria e poi il cognac gli aveva schiarito in modo straordi-
nario la vista.
Finito il viottolo ecco la Strada degli Orti: il Nembo,
carburato a cognac, procedeva a tutta birra e lo Smilzo peda-
lava a motore imballato come se, invece di due gambe, ne
avesse sei come il Super-cortemaggiore.
Ecco emergere fioca, in mezzo al nebbione, la luce del
fanale della svolta. Dopo la svolta, altri cento metri e poi il
Nembo sarebbe arrivato alla chiavica e avrebbe tagliato per
la viottola.
Ed ecco la svolta: lo Smilzo ha fretta di togliersi il fasti-
dio di quella maledetta lampada e, buttato giù l'ultimo sorso
di cognac, abborda la curva a tutta manetta.
Ma l'insidia è annidata proprio dietro la curva: due occhi
rossi brillano nella nebbia. Due fanali. Due biciclette. Due
ombre nere.
Due carabinieri!
«Altolà!»
Il Nembo si arena contro un mucchio di ghiaia al margi-
ne della strada, e lo Smilzo schizza giù di sella, cade dentro
il fosso, si rialza, salta la siepe e scompare in mezzo ai prati,
ingoiato dalla nebbia.
Intanto Peppone aspetta sulla viottola. Ma dovrà aspet-
tare ancora più di un'ora prima di vedersi comparire davanti
lo Smilzo.
«E la roba?» domanda quando arriva lo Smilzo.
«Capo: i carabinieri mi hanno bloccato alla svolta. E io,
per non farmi beccare, ho tagliato la corda.»

«Altola!»
Don Camillo – di ritorno dall'aver vegliato il vecchio
Bedi – stava svoltando nella Strada degli Orti, quando si era
visto comparire davanti il Nembo lanciato a tutto Smilzo e,
temendo d'essere travolto, aveva urlato «Altolà».
Il satanasso misterioso s'era fermato e un uomo era
schizzato via da dietro il veicolo scomparendo. Un uomo
sbronzo patocco che vedeva doppio e aveva scambiato un
prete per due carabinieri.
Don Camillo, sceso dalla bicicletta, si appressò pieno di
sospetto al veicolo e subito lo riconobbe.
Non faticò a capire che l'uomo svanito nella nebbia non
poteva essere che l'altro pezzo del Nembo.
Alle due di notte lo Smilzo stava facendo un trasporto e
proprio per la Strada degli Orti? E per chi?
Pensò alla viottola che, partendo dalla chiavica, arrivava
alle spalle della casa di Peppone.
Poi, quand'ebbe visto le casse di tipo militare e ne ebbe
saggiato il peso ed ebbe constatato che erano chiuse col luc-
chetto e sigilli, non dovette pensare più a niente perché ave-
va capito tutto.
Caricò la bicicletta sopra le casse e, saltato in sella al
Nembo, incominciò a pigiare sui pedali.
La manovra non era facile, ma la luce che rompeva il
buio della svolta lo aiutò. Riuscì a invertire la marcia e peda-
lò come una intera squadra di Smilzi.
Non incontrò anima viva, lungo la strada, e venti minuti
dopo era davanti alla porta della canonica.
Spalancando completamente il grande portone dell'andi-
to, il Nembo riusciva a entrare. Ed ecco il Nembo intrappola-
to con tutto il suo carico infernale.
Con un grosso scalpello don Camillo fece saltare rapida-
mente i chiavistelli delle due casse.
Sollevò quasi con paura il primo coperchio. Poi sollevò
con mano più ferma il secondo.
Era un colpo grosso: una cosa così non se l'aspettava.

Alle quattro del mattino, don Camillo andava a tirar giù


dal letto Barchini, il tipografo, e fattolo rivestire in fretta e
furia, gli consegnava un foglio e gli ordinava di mettersi su-
bito al lavoro.
Alle sei, tre giovanotti si presentavano dal Barchini e ri-
cevevano un rotolo di carte.
Alle otto, quando la nebbia si diradò, la gente trovò af-
fissi a tutte le cantonate dei manifesti che dicevano:

RITROVAMENTO

«Questa mattina sono state trovate due grosse casse


contenenti alcune tonnellate dì copie invendute del giornale
l'Unità.
«Evidentemente sono state smarrite da qualcuno che
non è riuscito a vendere dette copie e che, per non fare brut-
ta figura di fronte ai superiori, ogni volta che ì giornali gli
sono stati inviati li ha pagati di tasca sua. Poi, quando ha
visto che era arrivato il momento di disfarsi della merce che
diventava sempre più ingombrante, ha approfittato della
notte nebbiosa per portarseli a casa per vie traverse, sfrut-
tando magari la viottola che svolta a sinistra poco prima
della chiavica. Chiunque avesse smarrito, in un momento di
distrazione, le dette tre o quattro tonnellate di copie dell'U-
nità, può ritirarle presso la Canonica».

La gente, quel giorno, incominciò a sghignazzare alle


otto e dalle otto e cinque alla mezzanotte, nell'andito della
canonica, sfilarono tutti i peggiori reazionari della zona con
l'intento di sincerarsi della reale consistenza del ritrovamen-
to. Don Camillo aveva organizzato la manifestazione con
molta coscienza. Fatto scomparire il Nembo, aveva tratto
dalle casse i pacchi di giornali e li aveva allineati su una cor-
sia distesa sul pavimento, in ordine cronologico, appendendo
al muro cartelli che spiegavano come i vari pacchi fossero
sempre di. maggior mole. Il che significava che giorno per
giorno la vendita del giornale diminuiva.
Ciò significava che don Camillo fissava con diagrammi
l'esatta consistenza di detta diminuzione e formulava interes-
santi previsioni per l'avvenire.
La mattina dopo, la gente uscì di casa all'alba perché era
impaziente di conoscere la risposta dell'ignoto. E, difatti, tro-
vò affissa alle cantonate la replica:

AVVERTENZA
«Chiunque reazionario nazifascista può procurarsi gior-
nali arretrati presso la relativa Amministrazione pagandoli il
doppio, e quindi fingere che sono stati trovati.
«È un sistema ingegnoso e comodo che costa parecchi
quattrini. La quale però ce ne sono in abbondanza quando si
è servi dei guerrafondai americani!».

Il tipo si difendeva bene e la gente rimase un po' scossa:


in fondo l'ignoto non diceva cose incredibili. Comunque atte-
se fiduciosa gli eventi e ventiquattro ore dopo apparve il ter-
zo cartello:

RITROVAMENTO

«Assieme alle casse contenenti le copie invendute del-


l'Unità è stato ritrovato il veicolo sul quale viaggiavano nel-
la notte profonda e misteriosa le stesse casse. Dicono gli
esperti in materia che si tratta di furgone a triciclo denomi-
nato "Nembo". Il veicolo è visibile in Canonica e chiunque
lo avesse smarrito può venirlo a ritirare presentando, come
riconoscimento, la tessera del PC intestata al nome del si-
gnor Giuseppe Bottazzi».

Il colpo era formidabile e il paese si riversò sul sagrato:


il Nembo era lì, davanti alla porta, e tutti potevano vederlo.
La gente non si stancava di rimirarsi lo spettacolo del
Nembo e si riprometteva di passare lì almeno un'oretta in
piacevoli commenti ma, a un tratto, accadde un fatto straor-
dinario.
Apparve lo Smilzo pedalando sul Nembo.
Si fermò, tolse da un rotolo un manifesto e, con quattro
pennellate di colla, lo appiccicò al muro della canonica. E la
gente sbalordita lesse:

AVVERTENZA

«Il signor Giuseppe Bottazzi non è un signore e il cosi-


detto Nembo visibile in Canonica non è il Nembo.
«La quale è tuttora in possesso della Casa del Popolo
come qualsiasi cittadino lo può vedere coi suoi occhi e toc-
care con le sue mani dovunque gli pare. E così è facile giu-
dicare chi sono i denigratori che rispondono putacaso al
nome del Molto Reverendo don Camillo».

La gente rimase allocchita; confrontò il Nembo di don


Camillo col Nembo dello Smilzo: erano identici!
Precisi spiccicati anche perché erano tutt'e due privi del-
la prescritta targhettina di circolazione.
Don Camillo allargò le braccia:
«Non so come spiegare questo fatto straordinario: lo ac-
cetto così com'è senza discuterlo. La mia buona fede è pale-
se. Vuol dire che, siccome la Casa del Popolo ci ha tenuto a
dimostrare che il furgone rinvenuto non è suo, lo terremo noi
passandolo all'Asilo che ne ha tanto bisogno».

Don Camillo incontrò Peppone qualche giorno dopo:


«Ti interessano i tuoi giornali?» gli domandò. «Li ho
ancora.»
«No» rispose Peppone. «Mi interesserebbe invece sape-
re perché quando avete messo fuori il primo manifesto non
avete parlato del Nembo.»
«Quando si entra in polemica bisogna sempre tenersi in
serbo la cartuccia più forte.»
«Sarebbe stato meglio se l'aveste sparata subito, se non
sbaglio.»
«Sbagli: se io l'avessi sparata subito, tu saresti stato co-
stretto a riprenderti il Nembo. Invece così hai avuto quaran-
totto ore di tempo per fabbricarne uno uguale e l'Asilo ha
avuto il furgone che gli faceva comodo. Sei sempre in gamba
come fabbro!»
Peppone sghignazzò:
«Questa storia la potete raccontare al prete!».
«Infatti gliel'ho raccontata e lui mi ha risposto: "Pensa,
don Camillo, che figuraccia avrebbe fatto il povero Peppone
se tu, prima di esporre il vero Nembo al pubblico, non avessi
tolto la targhetta di circolazione con la matricola!".»
Don Camillo si frugò in tasca e consegnò a Peppone una
targhettina metallica.
«È roba tua: il mio Nembo l'ho targato io sotto il mio
nome.»
Peppone strinse i denti:
«Dopo la mascalzonata che mi avete fatto e il danno che
mi avete dato io vi dovrei anche ringraziare!».
«Non occorre, Peppone. Io mi accontento del Nembo.»
188 IL COMPAGNO «PENÈLOPO»

Don Camillo si trovò ad attraversare la piazza proprio


mentre un gruppetto di «rossi» stava drizzando, davanti alla
facciata della Casa del Popolo, una grande plancia e, allora,
si fermò un momentino per vedere di che cosa si trattasse.
Niente di straordinario:

Cittadini! Domenica alle ore 15


tutti in piazza.
Il compagno «Penèlopo»
parlerà sul tema:
«Difendere la Costituzione!».
Chi ama la libertà non può
mancare!

«Farebbe bene a venire anche lei, reverendo» disse una


voce alle spalle di don Camillo.
«E come potrei, signor sindaco?» rispose don Camillo
volgendosi. «Io non amo quel tipo di libertà di cui parlate
voi.»
«Già» borbottò Peppone. «Mi dispiace.»
«Dispiace di più a me, signor sindaco: perché uno che si
chiama Penèlopo deve essere un tipo molto interessante da
ascoltare.»
«Certamente sarebbe stato ancora più interessante per
lei se, invece di chiamarsi Penèlopo, si fosse chiamato De
Gasperi. Comunque io farò presente all'oratore che il suo
nome non piace all'arciprete del paese.»
«Non si scomodi, signor sindaco: uno può chiamarsi Pe-
nèlopo ed essere un oratore formidabile, mentre un altro può
chiamarsi Giuseppe Bottazzi ed essere un disgraziato qual-
siasi. Il nome in sé non conta. L'ho notato perché non sapevo
che ci fossero dei Penèlopi in paese.»
Peppone scosse il capo:
«Non è uno del paese. È un grande oratore di città. Pe-
nèlopo è il suo nome di battaglia».
«Capisco» borbottò don Camillo. «E il suo vero nome
qual è?»
«Non lo so» confessò Peppone «né mi interessa saperlo.
Il nome di battaglia è quello che conta perché non ce l'ha re-
galato il prete ma ce lo siamo guadagnati noi con il nostro
sacrificio di combattenti clandestini.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Qui però la clandestinità è finita e sarebbe bene che
tutti si presentassero col loro vero nome e cognome».
«Sta bene, reverendo: appena Penèlopo arriva, gli faccio
riempire la schedina e poi la mando in canonica.»
«Non occorre, compagno sindaco: a me personalmente
non interessa. La schedina la porti dal maresciallo dei carabi-
nieri: c'è il caso che a lui interessi…»
Lanciata la sua stoccata, don Camillo si avviò per i fatti
suoi e pareva che non dovesse mai più interessarsi di Penèlo-
po e che se ne fosse occupato soltanto come pretesto per dar
noia un po' a Peppone: invece non era così.
Infatti, appena arrivato in canonica, mandò a chiamare i
suoi più fidi e disse:
«Lavorate Peppone e quelli della Casa del Popolo e cer-
cate di sapere chi sia questo Penèlopo».
La sera gli uomini della missione vennero in canonica a
riferire:
«Non lo sa nessuno. Lo conoscono tutti di fama perché
è il capo del reparto propaganda ma non hanno mai avuto oc-
casione di parlare con lui. Deve però essere uno molto prepa-
rato e molto in gamba. La banda è eccitatissima perché pre-
vede che nessuno potrà beccarlo».
Don Camillo allargò le braccia:
«La battaglia è importante e c'era da aspettarsi che quei
dannati avrebbero tirato fuori a un bel momento i grossi cali-
bri».
«Bisognerebbe che anche noi facessimo arrivare qual-
che pezzo grosso dalla città» osservarono preoccupati gli uo-
mini di don Camillo.
«Domani faccio io una scappata in città per vedere
come si può rimediare» li rassicurò don Camillo.
Il giorno dopo, difatti, don Camillo andò a ciabattare in
su e in giù per la città e tornò molto soddisfatto.
«Non datevi pensiero» spiegò ai suoi fidi. «Il compagno
Penèlopo non è quel fenomeno che credono Peppone e soci.
Temevo che fosse un altro, invece è proprio quello che pen-
savo io: l'ho sentito parlare poco tempo fa in città. Come ora-
tore non vale una cicca. Dobbiamo ringraziare il cielo che
mandino lui invece di un altro. Argomento chiuso, non se ne
parli più.»
Il compagno Penèlopo fu dimenticato e così venne la
domenica e, durante la Messa delle undici, don Camillo pro-
nunciò il consueto sermone.
«Fratelli» disse don Camillo «ogni giorno, ogni istante,
noi sentiamo la gente esclamare piena di cruccio: "Oh, che
triste e spietato mondo è mai diventato questo granello di
sabbia sul quale noi viviamo!". E, in verità, ogni mattina i
giornali vi raccontano fatti sempre più sconfortanti. Odio,
sete di vendetta, invidia, egoismo, brutalità, ingratitudine,
immoralità, disonestà: questi sembrano gli eterni temi delle
cronache quotidiane.
«E il mondo pare diventato una foresta buia e selvaggia
popolata solo di belve avide di sangue. E pare che l'unica
legge viva sia quella della giungla e che la carità cristiana sia
morta.
«Ma, grazie al cielo, non è così e la pietà, la bontà, sono
ancora vive nel cuore degli uomini. E se, su mille fatti che i
giornali ci raccontano, novecentonovanta sono cronache del-
la cattiveria e solo dieci della bontà, i novecentonovanta non
ci facciano disperare dei dieci, ma i dieci ci facciano dimen-
ticare i novecentonovanta e ci diano speranza per un avveni-
re di pace e di bontà.
«Ecco fratelli, in questo giornaletto, qualcosa di vera-
mente confortante. Ecco qui una storia che pare un romanzo
e invece è vera. Una storia cruda e aspra ma che ha un finale
dolcissimo, quasi soave.»
Don Camillo trasse di tasca un giornale che dispiegò in-
cominciando a leggere.

Roba vecchia: una faccenda incominciata nel 1922,


quando nella Bassa faceva caldo parecchio.
Le cooperative socialiste funzionavano ancora a tutta
birra ed erano la vera forza dei «rossi» d'allora: e, si capisce,
davano un fastidio maledetto agli altri, quelli con la camicia
nera.
Quindi, quando la carburazione fu arrivata al punto giu-
sto, i fascisti di città incominciarono a fare delle puntatine
verso la Bassa, avendo come obiettivo le cooperative sociali-
ste, e così la musica diventò sempre più mossa sino ad arri-
vare all'orrendo fuoco di quella pira e alla distruzione totale
delle organizzazioni rosse.
Accadde dunque che, durante una delle puntatine d'as-
saggio in una cooperativa socialista d'un certo borgo, i gua-
statori di città trovassero il locale dello spaccio vini e com-
mestibili presidiato da pochi ma decisi giovanotti. E uno di
questi giovanotti era un pezzaccio di cristiano con due brac-
cia che parevano tronchi di rovere e certe manacce che spe-
divano sventole da due tonnellate ciascuna. E questo giovi-
nastro, catturato il più bullo dei guastatori cittadini, lo trat-
tenne mentre gli altri ripartivano ammaccati in camion, riser-
vandosi di spedirlo per espresso alla sua sede naturale. Indi
gli dava il "via libera" avendo cura di accompagnarlo per sei
chilometri a pedate nel sedere, per metterlo sulla strada giu-
sta.
Quando nell'agosto del 1922 arrivò la spedizione defini-
tiva dalla città, fra i liquidatori delle cooperative rosse c'era,
si capisce, il tipo che aveva preso sei chilometri di pedate e
cercò affannosamente il giovanottaccio famoso per restituir-
gli con gli interessi tutto quel ben di Dio.
Non lo trovò. Però non lo dimenticò e, un anno e mezzo
dopo, incontratosi in città col giovanottaccio venuto su dal
paese per comprare roba, lo riconobbe. Allora organizzò le
cose in modo che il giovanottaccio si trovasse, a un bel mo-
mento, in un vicoletto discreto e riservato, chiuso alle due
estremità da giovanotti robusti e con le mani occupate da
grossi bastoni.
Il giovanottaccio ricevette tante pedate da poter agevol-
mente percorrere non sei, ma sessanta chilometri senza scalo.
E quando gli parve che il trattamento fosse terminato, il gio-
vanottaccio borbottò:
«Posso andare?».
«Puoi andare» rispose il bullo. «Però cerca di non capi-
tarmi più tra i piedi.»
Il giovanottaccio tornò al suo paese e aspettò circa un
anno prima di arrivare ancora in città. Ma, evidentemente, al
paese c'era qualcuno in contatto col bullo di città: comunque
– telefono, telegrafo, oppure caso – il fatto è che, quando il
giovanottaccio giunto in città uscì dalla stazione del tram, si
trovò faccia a faccia col bullo.
Il bullo lo squadrò sorridendo compiaciuto.
«Hai una bella giacca» gli disse. «Mi piace molto. Se
permetti mi prendo un campioncino.»
E, afferratagli una bavarese della giacca, tirò giù fino in
fondo.
Il giovanottaccio, vedendosi devastare così barbaramen-
te la giacca nuova, strinse i denti ma non si mosse: non gli
conveniva muoversi. Adesso le cose erano cambiate e, per di
più, sapeva nome e cognome del bullo. Era un pezzo grosso:
meglio lasciar perdere.
Se ne andò col risvolto della giacca penzoloni e ci volle-
ro altri sei mesi prima che il magone gli passasse.
Ritornando la terza volta in città fece tutto il possibile
per non dar nell'occhio e cercò i vicoletti meno battuti. Ma
proprio in uno di questi vicoletti incontrò il bullo.
«Hai una bella giacca» gli disse il bullo. «Mi piace mol-
to. Se permetti mi prendo un campioncino.»
Agguantò un risvolto della giacca e tirò giù come l'altra
volta.
Per il giovanottaccio fu come se gli avessero stracciato
un pezzo di carne dal petto: ma il Padreterno lo aiutò e non
gli fece perdere la calma. Se si fosse ribellato, l'altro lo
avrebbe fulminato di sicuro.
Gli vennero le lacrime agli occhi:
«Senti» disse. «Io non t'ho mai cercato: tu sei venuto al
mio paese per riempirmi di legnate e io mi sono difeso. I cal-
ci che ti ho dato me li hai restituiti cento volte tanto. Adesso
lasciami vivere, sono un disgraziato che lavora.»
«Ti lascio vivere fin che non mi capiti fra i piedi» rispo-
se l'altro. «Ricordati bene che, campassi mille anni, tutte le
volte che t'incontro ti faccio il servizio del campioncino.»
Al paese doveva esserci davvero un maledetto che ce
l'aveva a morte col giovanottaccio e lo teneva d'occhio; an-
dasse in tram, o in bicicletta, o in biroccio o in motocicletta,
tutte le volte che il giovanottaccio arrivava in città incontra-
va il bullo e ci rimetteva una giacca.
Passarono gli anni e il giovanottaccio diventò un omac-
cio, ma quando andava in città non riusciva mai a sfuggire al
suo triste destino.
La cosa durò per un sacco di tempo e quando il bullo,
che aveva incarichi importanti nel partito, fu trasferito in al-
tra città, l'omaccio parve rinascere e fece accendere un gros-
so cero davanti alla Madonna.
Ma era destino che la cosa non finisse lì e così accadde
che, nel '40, trovandosi l'omaccio in città per compere, incro-
ciasse con un corteo: erano i giorni delle dimostrazioni di
fede nella vittoria ma l'omaccio pensava soltanto ai suoi figli
e alla guerra.
Si ritrasse in una viuzza per lasciar passare il corteo e
stava lì zitto zitto e buono buono, quando gli arrivò sulla
zucca una sberla che gli mandò il cappello lontano dieci me-
tri.
«Giù il cappello quando passano le bandiere e i gagliar-
detti!» esclamò una voce aspra.
L'omaccio si volse e si trovò faccia a faccia col bullo fa-
moso.
«Ah!» esclamò il bullo «sei invecchiato, ma non sei
cambiato! Sempre il solito disfattista sovversivo!»
Poi gli agguantò un risvolto della giacca e tirò giù, fino
in fondo, come le altre volte.
La guerra andò come andò. E, quando finì, l'omaccio
che aveva combattuto in montagna diventò il capo dei comu-
nisti del suo paese. E poi diventò anche sindaco e così passa-
rono altri anni.
L'omaccio aveva avuto un sacco di soddisfazioni, ma gli
era rimasto nel gozzo quel maledetto che lo aveva così fero-
cemente perseguitato. Ed ecco che un giorno il bullo perver-
so gli capitò davanti.
*

Don Camillo interruppe la lettura e disse:


«Fratelli, voi comprendete: l'affronto era stato gravissi-
mo e chiunque, al posto dell'omaccio, trovandosi davanti il
suo spietato persecutore, avrebbe avuto, almeno almeno, uno
scatto d'impazienza.
«Ma egli non batté ciglio: egli sorrise, fratelli! Sorrise e,
rivoltosi ai compagni di fede radunati in piazza, disse:
"Compagni, ho l'onore di presentarvi l'oratore inviatoci dalla
federazione, 'Penèlopo', ovvero: il compagno Davide Lagnò-
lo!".
«Disse così e, sorridendo, gli strinse la mano… Sì, fra-
telli; dimentichiamo un istante la politica per ricordare l'uo-
mo e il suo gesto generoso, quasi soave. E siamo orgogliosi
di avere nel nostro sindaco, Giuseppe Bottazzi, l'uomo più
buono del mondo. E non manchiamo di segnalarlo alla com-
missione per il Premio della Bontà!».

Fuori dalla chiesa la gente trovò dei giovanotti che sta-


vano vendendo il numero unico di cui don Camillo aveva
parlato durante il suo sermone. E sul numero unico trovaro-
no, oltre al racconto intitolato «Soave bontà del compagno
Peppone», una grande fotografia del compagno Penèlopo in
divisa di camerata Davide Lagnòlo.
Quella domenica ci fu gente che non mangiò neanche
pur di accaparrarsi un buon posto in piazza.
Gente era a tutte le finestre e gente era perfino sui tetti.
Tutti volevano vedere «quello che sarebbe successo alle tre».
Avrebbero rimandato il comizio?
Avrebbero fatto sostituire all'ultimo momento il compa-
gno Penèlopo?
Alle tre in punto, Peppone salì sulla tribuna e si appres-
sò al microfono.
La piazza diventò muta.
Peppone gonfiò il petto:
«Compagni» disse «ho l'onore di presentarvi l'oratore
inviato dalla Federazione: Penèlopo. Ovvero: il compagno
Davide Lagnòlo!».
Strinse la mano sorridendo al compagno Lagnòlo e poi
applaudì imitato da tutti i «rossi» adunati in piazza.
Finito il discorso, lo stato maggiore dei «rossi» festeg-
giò con un rinfresco il compagno Penèlopo alla Casa del Po-
polo.
Poi Peppone si appartò nel suo studio col compagno Pe-
nèlopo.
«Compagno» disse Peppone porgendogli una copia del
numero unico. «Leggi, per favore.»
Il compagno Penèlopo lesse il racconto con molta atten-
zione poi restituì il giornaletto a Peppone:
«Compagno, tu forse credi alle favole della stampa rea-
zionaria e clericale?».
«No» rispose Peppone. «Però il fatto che tu mi strappavi
il bavero della giacca ogni volta che m'incontravi è vero. An-
che la sberla del 1940 è vera.»
Il compagno Penèlopo scosse il capo:
«No, compagno, niente è vero. Se fosse vero non sareb-
be stampato su un foglio della reazione clerico-fascista. Tut-
to ciò che pubblica la stampa clerico-fascista è falso».
Il ragionamento era rigidamente logico e Peppone rima-
se perplesso.
«Compagno» affermò severamente Penèlopo. «Il nostro
passato non ci appartiene: appartiene al Partito e solo il Parti-
to può disporne.»
«Le nostre giacche, però, appartengono a noi» replicò
deciso Peppone. E, agguantato un risvolto della giacca di Pe-
nèlopo, tirò giù fino in fondo e il brandello di panno gli ri-
mase in mano.
Il compagno Penèlopo non disse bai: si infilò il soprabi-
to e lo abbottonò fino al collo.
«Compagno, hai bisogno che ti insegni la strada per tor-
nare in città?» si informò a denti stretti Peppone.
«No, compagno, me l'hai già insegnata una volta. Io ho
buona memoria.»

*
Don Camillo stava scaldandosi davanti al caminetto del
tinello, quando udì qualcuno bussare ai cristalli della fine-
stra. Si alzò e andò ad aprire.
Era Peppone che, senza una parola, mise dentro una
mano e mostrò il bavero della giacca del compagno Penèlo-
po.
Don Camillo allargò le braccia ed esclamò volgendo gli
occhi al cielo:
«Compagno Peppone, prega Dio che non vincano i co-
munisti: il compagno Penèlopo non ti perdonerà mai il suo
passato. Egli farà impiccare me ma, subito dopo, farà impic-
care anche te».
«L'importante è che io riesca a vedervi impiccato!» bor-
bottò Peppone ritraendo la mano e facendo scomparire sotto
il tabarro la bavarese del compagno Penèlopo.
189 SCIOPERO DELLA FAME

La madre dello Smilzo aveva le gambe paralizzate ma il


cervello no e, pur se da cinque o sei anni non si muoveva di
casa e passava i suoi giorni inchiodata su un seggiolone e ta-
gliata fuori dal mondo, sapeva tutto.
Presente la vecchia, lo Smilzo e sua moglie evitavano di
parlar di politica: però la vecchia aveva l'orecchio fine e sen-
tiva anche le parole taciute.
Così lo Smilzo e sua moglie s'erano illusi di poter tran-
quillamente tirare avanti senza guai: ma, quando allo Smilzo
nacque il figlio, la vecchia lasciò passare un paio di giorni e
poi disse:
«Adesso è ora di battezzarlo».
Lo Smilzo non si aspettava il colpo e rimase lì come un
merlo, ma la moglie gli venne in aiuto:
«Non c'è premura: lasciate che passi almeno questo
freddo maledetto. Poi se ne riparlerà».
La vecchia non insistè, ma, due giorni dopo, ritornò alla
carica:
«Ebbene, lo si battezza o non lo si battezza?».
E siccome più i giorni passavano e più la vecchia si fa-
ceva insistente sulla necessità di battezzare il bambino, una
bella volta lo Smilzo prese il coraggio a due mani e vuotò il
sacco:
«Basta, per piacere, con questa storia del battesimo.
Adesso i tempi sono cambiati e sono successe cose che non
sapete».
La vecchia scosse il capo:
«Dal giorno in cui Gesù Cristo ha inventato il Battesimo
i tempi sono cambiati centomila volte e sono successe le
cose più straordinarie: però i bambini li hanno sempre bat-
tezzati appena venuti al mondo».
Lo Smilzo farfugliò di politica e di scomunica ma la
vecchia aveva le idee chiare:
«I bambini appena nati non fanno della politica, quindi
non possono essere scomunicati. E allora bisogna
battezzarli».
Lo Smilzo insistette nel dire che la vecchia non poteva
capire, ma la vecchia scosse il capo:
«Capisco benissimo; tuo padre era un disgraziato peggio
di te e aveva la testa piena di stupidaggini politiche: però,
quando sei nato tu, sei stato battezzato».
«Altri tempi!» esclamò la moglie dello Smilzo.
«Altre mogli!» replicò duramente la vecchia.
La moglie dello Smilzo si ribellò:
«Altre mogli? E perché? Cosa potete dire contro di
me?».
«Che sei una stupida» spiegò la vecchia.
«E allora» gridò la moglie dello Smilzo «sappiate che
mio figlio non lo battezzerò. Quando sarà grande, se mio fi-
glio sentirà il bisogno di battezzarsi, si farà battezzare!»
La vecchia guardò lo Smilzo.
«È un sopruso che noi facciamo ai figli, battezzandoli
quando loro non capiscono niente» borbottò lo Smilzo.
«Bene» concluse la vecchia. «Da questo momento io
non mangerò più. Ricomincerò a mangiare quando il bambi-
no sarà battezzato.»
La nuora sghignazzò:
«Se è così starete senza mangiare parecchi anni!».
Lo Smilzo non disse niente. Si limitò a pestare un pugno
sulla tavola e a uscire di casa.
La mattina dopo la vecchia non toccò il latte e, a mezzo-
giorno, rimase immobile e silenziosa sul suo seggiolone a
guardar gli altri che mangiavano. La sera fu la stessa faccen-
da e lo Smilzo perdette la pazienza:
«Dovete smetterla di fare i capricci!» urlò. «Mangiate e
non rovinatemi l'anima!»
«Quando avrà fame mangerà!» lo tranquillizzò la mo-
glie.
Ma anche il secondo giorno la vecchia non aprì bocca
né per mangiare né per parlare e, allora, anche la nuora inco-
minciò ad aver paura.
«Bisogna chiamare il dottore!» esclamò. «Spiegare
come stanno le cose! Farla ricoverare! Altrimenti, se muore,
la gente dirà che l'abbiamo fatta crepare di fame noi! Lo vedi
com'è vigliacca? Lo vedi? Ci vuol coprire d'infamia. Vuol
rovinarci!»
La vecchia allora parlò:
«Dammi un pezzo di carta e una penna e io scriverò che
muoio perché voglio morire io. Io non cerco di rovinare voi:
cerco di salvare mio nipote».
La nuora ebbe una crisi e si mise a singhiozzare urlan-
do:
«Ce l' ha con me! Mi odia! Mi farà andare indietro il lat-
te!…».
«Poco male» replicò la vecchia. «Latte di vipera non dà
sostanza.»
Lo Smilzo scappò via per la disperazione. Ma avrebbe
potuto benissimo rimanere lì perché la vecchia non parlò più.
Il terzo giorno non volle che la tirassero su dal letto:
«Preferisco morire coricata» spiegò. «Vorrei che mi
chiamaste il prete.»
«No!» urlò furibonda la nuora. «No!»
«Non fa niente» sospirò la vecchia. «Dio mi ascolterà
ugualmente.»
«Morirete maledetta!» urlò ancora la nuora. «Questo è
un suicidio. Siete voi che vi ammazzate rifiutandovi di man-
giare.»
«No» rispose serenamente la vecchia. «Siete voi che mi
impedite di mangiare non facendo battezzare il bambino.»
La vecchia chiuse gli occhi e si assopì e la moglie dello
Smilzo si ritirò atterrita.
Lo Smilzo aveva sentito tutto perché era rimasto a ori-
gliare alla porta:
«Bisogna decidere qualcosa e subito!» affermò.
«Vorresti dare quella soddisfazione ai preti?» ansimò la
moglie. «Loro ti cacciano via a pedate e tu gli porti il figlio
da battezzare? E dopo tutto quello che hai proclamato in
giro?»
«Calmati» rispose lo Smilzo. «Qui si tratta di salvare ca-
pra e cavoli. Ragioniamo un momentino.»

Peppone stava lavorando in officina quando arrivò lo


Smilzo tutto trafelato:
«Capo, devi aiutarmi. Sono nei guai fino agli occhi». Lo
Smilzo raccontò l'angosciosa storia e concluse: «Capo: io
non posso venir meno ai miei princìpi, ma non posso nean-
che lasciar morire mia mamma. Io adesso mi procuro un
porte-enfant coi pizzi e i veli, tu ti metti in ghingheri poi, con
la macchina, vieni con me a casa. Addobbiamo per il battesi-
mo il marmocchio, lo mostriamo alla vecchia e tu ti presenti
come padrino. Partiamo, arriviamo alla Casa del Popolo, ci
infiliamo dentro attraverso il cancello del cortile, ci beviamo
una bottiglia di vino. Poi riportiamo il marmocchio alla vec-
chia e le diciamo: "Eccolo battezzato come volevate". La
vecchia ricomincia a mangiare e io sono a posto con la co-
scienza e con l'idea».
«Capisco» borbottò Peppone. «E dopo? E se lo viene a
sapere?» «Non lo verrà a sapere. Comunque l'importante è
che adesso ricominci a mangiare!»
Peppone allargò le braccia e, mentre lo Smilzo partiva
alla ricerca dell'addobbo per il bambino, andò a mettersi in
ghingheri.
Mezz'ora dopo erano a casa dello Smilzo. Casa isolata,
giornata nebbiosa: meglio non poteva essere.
La moglie dello Smilzo corse a svegliare la vecchia:
«Se veramente non volete rovinarci, tiratevi su un mo-
mentino! È arrivato in macchina il padrino del bambino!».
La vecchia spalancò gli occhi: «Il padrino?».
«Sì: è il sindaco in persona che ci fa l'onore di tenere il
bambino al battesimo. Vuole salutarvi.»
Si udirono delle voci al pianterreno e la vecchia, aiutata
dalla nuora, si tirò a sedere nel letto. Volle lo scialle per co-
prirsi le spalle.
«E il bambino?» sussurrò.
«Lo stanno preparando.»
«Figura bene?»
«Lo vedrete!…»
Bussarono alla porta ed entrò lo Smilzo che reggeva sul-
le braccia il bambino infilato dentro il più favoloso porte-en-
fant dell'universo.
Dietro quel trionfo di veli bianchi nereggiava alto e
massiccio Peppone in gran tenuta: ma la vecchia non aveva
occhi che per il bambino.
«Com'è bello!» singhiozzò levando le mani scarnite
come davanti a una miracolosa apparizione.
Anche la madre del marmocchio era rimasta sbalordita
vedendo il bambino in quella edizione di gran lusso. E subito
tolse il fagotto dalle braccia dello Smilzo per rimettere a po-
sto i pizzi, per distendere le pieghe, per raddrizzare la cuf-
fietta sulla testolina rosa del pupo.
«Come va?» domandò Peppone.
La vecchia distolse gli occhi dal fagottino scintillante e
guardò Peppone.
«Quale onore, signor sindaco, che abbiate voluto fargli
da padrino!…» esclamò commossa la vecchia afferrando con
le mani scarne una zampa di Peppone. «Dio vi benedica…
So che è merito vostro se mio figlio ha messo giudizio…
Non parliamone: acqua passata.»
Peppone cercò di liberare la zampa, ma le dita della vec-
chia parevano diventate di acciaio.
«Non dite così!» rispose. «Vostro figlio non ha bisogno
di consigli. È un bravo ragazzo. E l'onore di far da padrino a
suo figlio è tutto mio… Piuttosto: come state?»
«Benissimo!» rispose la vecchia. «Oramai è passata. Un
po' d'influenza. L'hanno avuta tutti quest'anno!»
«State riguardata» consigliò autorevolmente Peppone.
E, dopo questo immane sforzo, non seppe più cosa dire.
Intervenne lo Smilzo:
«Bisogna sbrigarsi: il prete aspetta!».
La vecchia volle vedere ancora il bambino e, con un
dito, gli toccò leggermente la fronte.
«Sorride!» esclamò Peppone. «Vi conosce già!»
Il bambino con una manina agguantò il dito ossuto della
nonna e ci volle del bello e del buono per fargli mollare la
presa:
«Lo so» sospirò la vecchia «vorrebbe che venissi an-
ch'io… Ma come faccio così piena di guai?… Però sentirò i
botti della campana… Sarà come se io fossi là».
«Sarà difficile sentire i botti della campana» borbottò la
nuora. «C'è una nebbia da tagliare col coltello.»
«Ho l'orecchio fine e aprirò la finestra» rispose sorriden-
do la vecchia.

Nella sala dello spaccio-vini della Casa del Popolo c'era


soltanto il Bigio che faceva dei conti. Vedendo entrare Pep-
pone seguito dallo Smilzo col fagotto scintillante di seterie,
spalancò gli occhi.
«Tira giù la saracinesca» ordinò Peppone mettendosi a
sedere a un tavolo «e porta una bottiglia di bianco secco!»
Chiusa la saracinesca, il Bigio stappò una bottiglia di
vino bianco e la portò in tavola con tre bicchieri.
«E tu?» domandò lo Smilzo. «Non bevi?»
«Sì: siamo in tre e i bicchieri sono tre.»
«E quello lì, dove lo metti?» ridacchiò lo Smilzo indi-
cando il fagotto che aveva posato sulla tavola.
Il Bigio scosse il capo:
«Non capisco un accidente» borbottò.
«Battesimo proletario!» spiegò lo Smilzo levando il bic-
chiere pieno. «Alla salute del nuovo compagno!»
Il Bigio e Peppone levarono il bicchiere.
Bevvero fino all'ultima goccia.
Poi, mentre sottovoce Peppone metteva al corrente il Bi-
gio, lo Smilzo, bagnata la punta dell'indice nel vino, l'appres-
sò alla bocca del bambino.
«Guarda come succhia!» ridacchiò. «Guarda come gli
piace il vino! Questo si capisce subito che sarà un tipo in
gamba.»
Gli altri non risposero e lo Smilzo si vuotò un secondo
bicchiere che tracannò d'un fiato.
Tacque per qualche istante assorto in qualche lontano
pensiero poi disse:
«I botti! Vuole sentire anche i botti della campana!».
In quell'istante si udì scampanare e tutt'e tre trasalirono
come se fosse accaduto qualcosa di magico.
«Ah, già» esclamò alla fine il Bigio. «Oggi dovevano
battezzare il bambino del farmacista.»
Lo Smilzo diede un urlo di gioia:
«Voleva i botti? Ecco i botti! Poteva andare meglio di
così?».
Il fagotto si agitò e Peppone, avvicinatosi, toccò con l'e-
norme dito la fronte rosea e calda del pupo. E subito una ma-
nina piccola piccola agguantò il ditone e vi si aggrappò.
Peppone pensò che la stessa manina, poco prima, aveva
agguantato il dito ossuto della vecchia. E sentì la mano stret-
ta fra le mani fredde della vecchia. E la manina calda non
mollava il grosso dito di Peppone.
Lo Smilzo buttò giù un terzo bicchiere di vino.
«Adesso possiamo tornare a casa» disse posando con
violenza sul tavolo il bicchiere vuoto.
Peppone e il Bigio non si mossero.
«Possiamo tirare giù il sipario!» ridacchiò lo Smilzo.
«La commedia è finita e io sono un porco!»
Peppone e il Bigio non avevano mai sentito un'autocriti-
ca così franca e circostanziata e rimasero favorevolmente im-
pressionati.
«Bigio, fila e vediamo di far presto!» ordinò Peppone.
Il Bigio partì.

«Che roba sarebbe?» si informò don Camillo appressan-


dosi al fonte battesimale.
Lo Smilzo allargò il cespo di pizzi che emergevano dal
fagotto recato a braccia da Peppone e disse con voce fiera:
«Mio figlio!».
«Disgraziato» sospirò don Camillo, scostando col dito
un pizzo che nascondeva il mento del marmocchietto. «Non
potevi sceglierti un padre migliore?»
Il marmocchietto, oramai, si era specializzato e, avvista-
to il ditone di don Camillo, lo agguantò al volo e vi si ag-
grappò disperatamente.
«Screanzato!» esclamò duramente don Camillo. «Già da
adesso cominci ad arraffare la roba d'altri?»
Lo Smilzo voleva dir qualcosa ma don Camillo gli saltò
sulla voce:
«Silenzio! Come sapete, chiunque sia convinto militante
comunista non può fungere da padrino nei battesimi. Lei è
convinto militante comunista?».
«Nossignore» rispose Peppone.
«Dio sa se lei è sincero oppure no e ne terrà conto nel
giudizio finale.»
Terminato il rito, mentre Peppone correva a infilarsi
nella macchina che, guardata dal Bigio, attendeva davanti
alla chiesa, lo Smilzo si appressò a don Camillo:
«Quanto debbo per il disturbo?».
«Niente: pagherai poi tutto in una volta quando ti pre-
senterai al Padreterno.»
Lo Smilzo lo guardò con aria di sfida:
«Al prossimo figlio, però, non mi fregate, reverendo!».
Don Camillo allargò le braccia:
«L'avvenire è nelle mani di Dio, figliolo! Però fila alla
svelta perché il presente potrebbe essere nei miei piedi».
Era un'ipotesi come un'altra, però era avvalorata dal fat-
to che lo Smilzo conosceva l'esatta consistenza dei piedi di
don Camillo, e così lo Smilzo la tenne in seria considerazio-
ne.
190 LA COSCIENZA

Le donne, quando si buttano in politica, sono sempre


peggiori degli attivisti più frenetici.
Questo perché, mentre spesso i frenetici della politica
combinano le loro soperchierie per il bene della causa, le
donne frenetiche combinano le stesse soperchierie esclusiva-
mente per fare del male agli avversari politici.
La differenza, insomma, che ci può essere fra chi va in
guerra per difendere la patria e chi ci va per ammazzare il
nemico.
La Jo' del Magro era una donna impegolata fino agli oc-
chi dentro la politica, e siccome aveva del temperamento,
riusciva agevolmente a fare non solo la sua parte ma anche
quella del marito.
Il Magro era morto di malattia lasciandola sola con un
bambino di tre anni appena: ma il dolore procuratole dalla
perdita del marito doveva essere stato ampiamente compen-
sato dal fatto che la Jo' aveva potuto tirare un colpo mancino
al prete portando il morto al cimitero con funerale civile, al
suono di Bandiera rossa.
La Jo' era piuttosto una bella donna e non arrivava ai
trent'anni: avrebbe potuto trovarsi un altro marito e campare
meglio. Ma non avrebbe mai rinunciato al suo disagio: senti-
va che il disagio le andava in tanto veleno, e l'odio per gli av-
versari cresceva di giorno in giorno e la sosteneva perché l'o-
dio era la sua fede.
Si arrangiava come poteva: mietitura, trebbiatura, pigia-
tura, spannocchiatura, eccetera. E nella morta stagione fab-
bricava ceste e cestelli di vimini che poi andava in giro a
vendere.
Lavorava con ferocia, quasi ritraesse il maggior piacere
dalla fatica in sé. E anche gli uomini più impertinenti bada-
vano a non stuzzicarla perché la Jo', oltre a essere lesta di
mano, era capace di infilare dei rosari di parolacce da far ri-
manere senza fiato i più celebrati campioni di turpiloquio.
Il ragazzino veniva su come un puledro allo stato brado
e, quando non rimaneva solo nella casipola sperduta in mez-
zo ai campi e seguiva la madre, era come fosse solo perché,
appena la Jo' lo scaricava in qualche aia, l'unico compito che
gli veniva assegnato era quello di «non rompere le scatole»
alla madre.
A cinque anni, il figlio della Jo' era in grado di tirare
sassate come un ragazzo di dieci e di rovinare in meno di
mezz'ora un albero carico di frutta.
Girava come un cane da trifola a stanare in mezzo alle
siepi i nidi delle galline per prendersi il gusto di spaccare le
uova, seminava cocci di vetro per le strade e mercanzia del
genere: però possedeva uno stile in quanto le sue azioni era-
no di carattere strettamente personale. Il Magrino detestava
le gazzarre collettive.
Partecipava alle sassaiole, ma da franco tiratore: si ap-
postava dietro un cespuglio o dentro una buca e sparava sas-
sate contro gli uni e gli altri.
Agiva da solo contro l'intera società: agiva da guastato-
re, da sabotatore isolato. Possedeva un'abilità straordinaria
nel curare il colpo e nello scomparire dopo aver compiuta
l'impresa.
Era piccolo, magro e svelto come una lepre; riusciva a
infilarsi dovunque voleva: aveva dei tratti geniali, nella sua
malvagità, e, la sera dell'ultima sagra, intrufolatosi nel depo-
sito di biciclette annesso alla balera, pianino pianino era riu-
scito a sgonfiare i pneumatici di oltre cinquanta bicicli, aven-
do cura di buttar via i coperchietti delle valvole.
Non lo scopersero e nessuno lo vide, ma tutti dissero:
«Non può essere stato che quello stramaledetto del
Magrino!».
Alcune brave signore, un giorno, andarono a far visita
alla Jo' e, con bella maniera, le spiegarono che sarebbe stata
una buona cosa non lasciare in giro il ragazzino ma affidarlo
durante il giorno all'Asilo.
La Jo' era diventata rossa e si era messa a urlare che,
piuttosto di affidare suo figlio a un asilo di preti, l'avrebbe
dato in consegna a certe donne che sapeva lei.
«Dite a don Scarpaccia che si occupi delle sporche fac-
cende sue!» concluse la Jo' sparando una raffica di parolacce
che fece allontanare di corsa le buone signore.
La commissione riferì con indignazione a don Camillo il
risultato della spedizione:
«E non vi dico neanche come vi ha chiamato quella
sciagurata!» esclamò una delle signore levando le mani al
cielo.
«Lo so già» rispose cupo don Camillo.

Il tempo s'era messo al bello e, da una settimana, i bam-


bini dell'Asilo di don Camillo passavano le ore più calde del
pomeriggio all'aperto, nel campo dei giochi.
La giostra e l'altalena erano stati rimessi in funzione e
anche i bambini più musoni avevano ritrovato il loro sorriso.
Don Camillo, allungato sulla sdraio, fumava il suo mez-
zo toscano e si godeva il sole tranquillamente, quando, a un
tratto, ebbe la sensazione che qualcosa non funzionava rego-
larmente.
Il campo dei giochi, dalla parte verso l'argine, dava su
un grande prato d'erba medica e un'alta siepe di rete metalli-
ca stava fra il campo e il prato. Era perciò regolare il fatto
che don Camillo vedesse perfettamente la grande distesa
d'erba medica oltre la rete di filo zincato; ma non era regola-
re che l'erba medica, ogni tanto, ondeggiasse in un certo pun-
to.
Evidentemente qualcosa di vivo era annidato in mezzo
all'erba e l'istinto del cacciatore diceva a don Camillo che
non si trattava di un pollo o di un gatto.
Don Camillo non si mosse: anzi tirò giù a metà la sara-
cinesca degli occhi fingendo di dormire per osservare più
tranquillamente il fenomeno.
Ed ecco che, qualche istante dopo, dall'erba emerse len-
tamente qualcosa di scuro, poi qualcosa di più chiaro, e don
Camillo si sentì addosso gli occhi del Magrino.
Don Camillo trattenne addirittura il respiro e vide che,
trascorso qualche istante, gli occhi del Magrino, rassicurati
dall'immobilità di don Camillo, abbandonarono il primo
obiettivo e si puntarono su altri obiettivi.
Il Magrino adesso seguiva i giochi dei bambini: si capi-
va che la faccenda lo interessava molto perché, a un bel mo-
mento, dimenticò ogni prudenza e tirò fuori tutta la testa per
veder meglio.
Ma nessuno lo notò e don Camillo ne fu contento.
Improvvisamente la testa del Magrino si tuffò dentro
l'erba e scomparve: una grossa palla di gomma con la quale
il gruppo dei più grandicelli stava trastullandosi, ricevuta una
pedata gagliarda, superò la siepe e cadde in mezzo all'erba
medica, a una quindicina di metri dal limite del campo dei
giochi.
«Reverendo! La palla è caduta nel prato! Possiamo an-
dare a prenderla?»
Don Camillo finse di svegliarsi di soprassalto:
«La palla ancora nell'erba?» urlò furente. «Quante volte
vi ho detto di stare attenti? Non si deve calpestare l'erba! Per
punizione niente più la palla, per oggi. Lasciatela là dov'è.
Andrete a riprenderla domani! E lasciatemi tranquillo che ho
sonno!»
I ragazzini brontolarono un po' quindi, stanata una palla
di stracci, ricominciarono il loro gioco e don Camillo tornò a
sdraiarsi fingendo di dormire. Ma era più sveglio che mai.
Ed ecco che, dieci minuti dopo, l'erba medica incomin-
ciò a muoversi: però la testa del Magrino non riapparve.
L'erba si muoveva, ma la zona di ondeggiamento adesso si
allontanava dalla siepe.
Il Magrino stava andandosene via: seguendo tuttavia un
itinerario ben strano perché la marcia tendeva a raggiungere
il centro del prato d'erba medica.
"Si vede che traversa diagonalmente" pensò don Camil-
lo "per uscire costeggiando poi la siepe del canale."
Invece, arrivato a un certo punto, il Magrino si fermò
poi cambiò rotta e, invece di continuare marciando verso de-
stra, puntò decisamente verso sinistra.
Il pirata aveva raggiunto la palla, se ne era impadronito
e ora portava in salvo il bottino.
«Ah, barabba!» borbottò don Camillo quand'ebbe capito
il tema tattico del corsaro di erba medica. «Hai fatto il colpo!
Però, arrivato al filare, quando l'erba medica finisce dovrai
pure saltar fuori e passare allo scoperto!»
Ma il Magrino sapeva il fatto suo e, arrivato al limite
della zona erbosa, continuò a strisciare carponi nell'erba co-
steggiando il filare fino a sfociare dentro il fossetto che cor-
reva al limite del prato d'erba medica, perpendicolare al fila-
re.
Giunto lì poteva continuare a camminare al coperto.
«Gesù» sussurrò don Camillo quasi sgomento «chi può
aver insegnato a un marmocchio di cinque anni una sottile
astuzia di questo genere?»
«Don Camillo» rispose il Cristo «chi insegna il nuoto ai
pesciolini? È l'istinto.»
«L'istinto!» disse cupo don Camillo. «Gli uomini hanno
dunque l'istinto del male?»

Don Camillo procurò ai ragazzini un'altra palla e non


parlò a nessuno dell'impresa del Magrino. Sperava di rive-
derlo ancora, il Magrino: forse quella palla aveva funzionato
da amo e da esca. Ogni giorno guardava il prato d'erba medi-
ca: ma non scoperse nessun ondeggiamento. Poi gli dissero
che il Magrino era malato e, da un bel po', non si muoveva di
casa.
Al Magrino effettivamente era venuta la febbre la notte
stessa dell'impresa. Nel fossetto in fondo al prato d'erba me-
dica, il Magrino aveva trovato acqua e, non potendosi scopri-
re, aveva continuato la sua marcia pancia a terra inzuppando-
si come una spugna.
Prima di rientrare in casa, aveva fatto un buco seppel-
lendovi dentro la palla. La Jo' era tornata tardi dal lavoro e
aveva trovato il ragazzino gelato come un sorbetto.
In principio pareva una cosa da poco, da guarire con un
po' di caldo e qualche pastiglia, ma la faccenda si era compli-
cata e, una bella sera, il Magrino incominciò a smaniare.
Continuava a farfugliare sempre le stesse parole e la Jo'
non riusciva a capire: finalmente capì che il ragazzo parlava
di una grossa palla di gomma.
«Va bene» lo tranquillizzò la donna «adesso guarisci e
poi ti compro la palla di gomma.»
Il Magrino parve tranquillizzato, ma la notte seguente,
quando la febbre gli si alzò, riprese l'argomento della palla:
«La palla… La palla grossa…».
«Stai buono, non ti agitare: ho già detto che te la com-
pro quando guarisci!»
«No… No…»
«La vuoi subito allora? Se stai buono te la vado a com-
prare.»
«No… No… La palla…»
Evidentemente si era fatto una fissazione. Fenomeni del
delirio. Anche il dottore disse che non bisogna cercare un
senso in quello che può dire un bambino in delirio.
Così, la notte seguente, quando il ragazzino ricominciò
a farneticare sul solito tema, la Jo' si limitò a rispondere: «Sì,
sì, va bene…».
Il ragazzino farneticò fino all'una di notte, poi la febbre
gli scemò e potè addormentarsi.
Allora la Jo' andò a buttarsi stanca morta nel suo letto.

Quella mattina don Camillo s'era alzato presto e, alle


cinque, stava già facendosi la barba davanti allo specchietto
che aveva appeso alla spagnoletta del telaio a vetri della fine-
stra della sua camera.
Era una bella mattinata, frescolina ma limpida, e don
Camillo si gingillava col rasoio e il pennello sia perché non
aveva fretta, sia perché, di lassù, vedeva la gran distesa di
campi verdi, e l'argine e i pioppi dietro l'argine e, fra i piop-
pi, scintillava il fiume.
Lì sotto, poi, c'era il recinto dei giochi con la giostra,
l'altalena eccetera; tutto fermo, tutto silenzioso, tutto deserto:
ma, fra poche ore, sarebbe arrivata la banda. Sorrise pensan-
do ai visini freschi e puliti, agli occhi con dentro ancora dei
pezzettini di sogno.
Guardò l'alta rete metallica e il prato d'erba medica e
istintivamente disse: «Quel barabba era lì…».
Trasalì vedendo navigare in mezzo all'erba medica qual-
cosa di biancastro. Non capiva cosa potesse essere ma, quan-
do l'arnese fu a pochi metri dalla rete metallica, capì.
Era il Magrino che camminava barcollando come un
sonnambulo ubriaco. Il Magrino infagottato in una lunga e
ampia camicia da notte che poi non era altro che una vecchia
camicia da giorno di suo padre.
Il Magrino incespicò, cadde, si rialzò, ma continuò la
sua avanzata verso la rete e, stretta al petto, portava la grossa
palla di gomma.
Quando fu arrivato sotto la rete, il Magrino lanciò la
palla.
La voleva buttare dentro il campo di gioco, ma la rete
era troppo alta e la palla ricadde.
Il Magrino raccolse la palla e la lanciò ancora e ancora
la palla urtò contro la rete.
Don Camillo ansimava e aveva la fronte piena di sudo-
re:
«Gesù» implorò «dagli la forza di buttarla dentro!».
Il Magrino era spossato e le braccine che uscivano dalle
enormi maniche della vecchia camicia del Magro parevano
ancora più misere: faticava a rimanere diritto e, prima di lan-
ciare ancora la palla, dovette passare del tempo. Alla fine la
lanciò.
Don Camillo chiuse gli occhi e, quando li riaprì, la palla
era dentro il campo di gioco e il Magrino giaceva supino nel-
l'erba, immobile e stecchito, come morto.
Don Camillo si buttò giù per le scale a valanga e, dopo
un istante, era in mezzo all'erba medica. Si chinò a raccoglie-
re il Magrino e, sentendoselo così leggero tra le mani, provò
uno sgomento che gli riempì l'animo di paura.
Il Magrino aprì un momentino gli occhi e vedendosi tra
le grinfie dell'omaccio sussurrò:
«Don Scarpaccia… la palla è dentro…».
«Bravo, bravo!» rispose don Camillo.

Il campanaro che era corso ad avvertire la Jo' trovò la


disgraziata che urlava come una pazza perché aveva scoperto
la scomparsa del figliolo. E quando, poco dopo, nel tinello
della canonica, trovò il ragazzino sdraiato sul divano che era
stato messo davanti al fuoco del caminetto, rimase sbalordi-
ta.
«L'ho trovato svenuto nel prato d'erba medica, venti mi-
nuti fa» spiegò don Camillo.
La donna allargò le braccia:
«Nel prato d'erba medica? E cosa andava a fare? In que-
sto momento non capisco più niente».
«E quale è il momento in cui tu hai capito qualcosa?»
replicò don Camillo.
Arrivò il dottore e disse alla Jo' che non si sognasse nep-
pure dì muovere di lì il ragazzino. Fece una iniezione al ma-
lato. Spiegò alla Jo' quel che doveva fare.
Intanto don Camillo, in sagrestia, stava preparandosi per
la Messa.
«Gesù» esclamò don Camillo rivolto al Cristo dell'aitar
maggiore. «Come può essere accaduto quel che è accaduto?
Come può quel bambino aver agito così, con la tremenda
educazione che ha ricevuto? Chi può avergli insegnato la dif-
ferenza che esiste tra il bene e il male se egli ha vissuto sem-
pre nel male?»
Il Cristo sorrise:
«Don Camillo, chi insegna il nuoto ai pesciolini? È
istinto. La coscienza non si insegna, la coscienza è istinto,
don Camillo. La coscienza non è qualcosa che si dà a chi non
la possiede. Tu non porti dall'esterno una lampada accesa in
una stanza buia. Ma la lampada ardeva già nella stanza e la
stanza era buia perché la lampada era coperta da uno spesso
velo e, quando tu togli il velo, la stanza si illumina».
Don Camillo allargò le braccia:
«Gesù, ma chi ha tolto il velo di sopra la lampada che
ardeva nell'animo di quel fanciullino?».
«Don Camillo, quando sopravviene il buio della morte,
ognuno cerca istintivamente in sé un po' di luce. Non investi-
gare sul come ma appagati del quanto. Ringrazia Dio che
quel fanciullino abbia trovato la luce che ardeva sotto il
velo.»
*

Il Magrino rimase in canonica due settimane e la Jo' tutti


i giorni, mattina e sera, veniva a vederselo; non entrava,
però: rimaneva fuori, davanti alla inferriata della finestra del
tinello.
Bussava ai vetri, don Camillo apriva e la Jo' borbottava:
«Sono venuta a trovare mio figlio in prigione».
Don Camillo non rispondeva e lasciava che la Jo' chiac-
chierasse da sola col Magrino.
Ma, dopo quindici giorni, don Camillo rientrò in canoni-
ca d'improvviso e trovò il Magrino che stava sgonfiandogli
le gomme della bicicletta.
Allora gli affastellò in un fagotto tutti i suoi stracci, gli
infilò il braccio nel fagotto, lo mise fuori dalla porta e gli
disse:
«Fila, sei guarito».
La sera arrivò la Jo' piena di baldanza:
«Cosa vi debbo per il disturbo?» domandò.
«Niente. L'unica grande ricompensa che puoi darmi è
quella di non farti mai più vedere da me per omnia saecula
saeculorum.»
«Amen» borbottò la Jo'.
Se ne andò, ma, per fargli un dispetto, la domenica se-
guente la Jo' era in chiesa alla Messa delle undici. In prima
fila, assieme al Magrino.
Don Camillo, trovandosela lì davanti, le lanciò un'oc-
chiata tremenda e, dalla spavalderia con cui la Jo' gli rispose
con lo sguardo, don Camillo capì perfettamente che la Jo'
stava dicendogli mentalmente:
"Don Scarpaccia, è inutile che tu mi fai quegli occhi:
non ho paura!".
191 VITTORIA PROLETARIA

Lo Smilzo spense la radio e il silenzio cadde nello stan-


zone semibuio e freddo.
Per ore e ore gli uomini dello stato maggiore avevano
aspettato con ansia il bollettino e, adesso che il bollettino era
arrivato, nessuno trovava la forza di parlare.
Si udì la voce di Peppone:
«L'unico fatto positivo che ci interessa è questo: non è
morto. E fino a quando non muore rimane vivo».
Colpiti dalla elementare e profonda verità delle parole
del capo, gli uomini dello stato maggiore lasciarono la Casa
del Popolo e se ne andarono tranquillamente a letto.
Si ritrovarono tutti alla Casa del Popolo nel pomeriggio
del giorno seguente e l'attesa del bollettino fu lunga. Final-
mente la radio annunciò che Stalin era morto.
Gli uomini dello stato maggiore si guardarono sgomenti.
«E adesso, cosa si fa?» domandò il Bigio.
«La situazione è delicata» rispose Peppone. «Appunto
per questo occorre non perdere la calma. La prima cosa da
fare è di aumentare la vigilanza. Non si sanno le intenzioni
degli avversari e, tanto per incominciare, mettiamo al sicuro
schedari e documenti.»
In verità gli avversari non mossero un dito; si limitarono
a commentare sobriamente la scomparsa del padre dei popo-
li:
«Non succederà niente, comunque è sempre uno di
meno!».
Don Camillo, abilmente tirato sull'argomento da un
agente provocatore, si strinse nelle spalle:
«Sono affari di sua stretta competenza: adesso se la
deve vedere lui col Padreterno».
«Secondo me è un uomo che ha fatto tanto bene ai po-
veretti che andrà dritto in Paradiso» replicò l'agente provoca-
tore.
«Se il Padreterno ha affidato l'amministrazione del Para-
diso a Roosevelt può anche darsi che Stalin arrivi pure in Pa-
radiso» borbottò don Camillo.
Peppone si rese conto che la vigilanza doveva essere
rafforzata non tanto all'esterno quanto all'interno del partito.
«Molti dei nostri sono schiacciati dal dolore per la per-
dita del Capo» disse Peppone. «Bisogna tirarli su di giri, gal-
vanizzarli.»
Decise quindi di fare subito l'altarino: e l'altarino venne
eretto davanti alla Casa del Popolo. Il grande ritratto del
Capo campeggiava su un ricco drappeggio di bandiere rosse,
illuminato da una grossa stella di lampadine elettriche.
Un tavolino venne sistemato a fianco dell'altarino e, sul
tavolino, c'erano un grande registro e l'occorrente per scrive-
re.
Vennero affissi manifesti che invitavano i cittadini a
rendere omaggio alla memoria del grande campione della
Pace e della Giustizia e la gente incominciò a sfilare davanti
all'altarino. Molti recavano fiori e tutti, prima di allontanarsi,
segnavano la loro firma nel registro.
Peppone e lo stato maggiore, appostati nell'interno della
Casa del Popolo, seguivano non visti lo svolgimento della
cerimonia.
Tutto dava l'idea di dover funzionare con la più perfetta
regolarità: i «rossi», convocati con una categorica cartolina
precetto, venivano tutti, poco alla volta, a rendere omaggio al
campione della Pace e della Giustizia. E, naturalmente, oltre
agli iscritti al partito, nessun altro.
Ciò era ampiamente previsto e perciò, quando a un bel
momento lo Smilzo che stava di vedetta alla finestra venne
ad annunciare a Peppone che vi erano "novità", Peppone cor-
se a sbirciare anche lui con giustificata agitazione.
Si trattava di un ragazzotto sui quindici, sedici anni; una
faccia nuova sia per Peppone che per lo Smilzo: si fermò
qualche minuto davanti all'altarino poi entrò sotto l'atrio a
firmare il registro.
«La figura di Stalin esercita un fascino potente su tutti,
specialmente sui giovani!» osservò compiaciuto Peppone.
«Bisogna che lo teniamo presente. La figura di Stalin è miti-
ca e ai giovani piacciono i miti.»
Quando il ragazzotto se ne fu andato, Peppone uscì nel-
l'andito per leggere la firma che l'ignoto aveva segnato sul
registro. La firma era decifrabilissima come del resto era
quanto mai decifrabile la nota che seguiva la firma: «Mario
Batoni - figlio di uno degli ottantamila soldati italiani morti
nei campi di concentramento sovietici».
Peppone schizzò fuori dall'atrio e raggiunse il ragazzot-
to.
«E se io ti prendessi a pedate nel sedere» gli domandò
cupo e minaccioso Peppone «cosa diresti?»
«Niente» rispose calmo il ragazzotto. «Vi sparerei una
revolverata nella pancia.»
Il ragazzotto teneva la mano destra ficcata nella tasca
della giacca e Peppone impallidì. Di un uomo, anche armato
di mitra, Peppone non avrebbe avuto paura. Ma di quel ra-
gazzo aveva paura.
«Mi fa piacere che quell'assassino sia morto!» disse il
ragazzotto.
Peppone strinse i denti:
«Ci rivedremo, bel tomo. Ti terrò d'occhio.»
«Anch'io.»
Peppone non disse niente a nessuno, ma quella faccenda
lo rese nervoso e irritabile.
Radunò gli uomini dello stato maggiore e spiegò:
«Sia ben chiaro: non si tollerano provocazioni. Da qual-
siasi parte vengano. Il momento è delicato: gli avversari cre-
dono di poter tirar su la testa. Bisogna agire senza esitazione.
Far capire alla gente che niente è cambiato. Mettetevi in
giro: occhi e orecchie aperti. Nei casi semplici intervenire.
Nei casi complicati riferire subito».
Ed ecco che il caso complicato si presentò subito. Fu lo
Smilzo a darne notizia.

«Capo» disse lo Smilzo «può il Partito prendere a sberle


la vecchia Desolina?»
La vecchia Desolina aveva ottantatré anni e pareva la
reclame del mal di reni.
«Non diciamo stupidaggini!» rispose Peppone. «Cosa
c'entra la vecchia Desolina?»
«C'entra perché, per colpa sua, il paese sta sghignazzan-
do alle nostre spalle.»
Peppone rimase sbalordito:
«Cos'ha fatto quella disgraziata?».
«Ha messo fuori un cartello che tutti vanno a leggere.»
«Un manifesto contro di noi?»
Lo Smilzo allargò le braccia:
«Capo, è difficile da spiegare. Vieni fino alla casa della
Desolina e vedrai».
Si incamminarono e ben presto si trovarono in mezzo a
gente che ridacchiava, radunata davanti alla botteguccia della
Desolina. Quando la gente vide Peppone, il consesso si sciol-
se. Peppone aveva una faccia che non prometteva niente di
buono e tutti se ne resero conto.
Un cartello era appiccicato, dal di dentro, al vetro della
mostra della botteguccia e Peppone, letto quanto stava scritto
sul cartello, strinse i pugni ed entrò.
La bottega della Desolina era un bugigattolo dentro il
quale ci si poteva appena muovere: un banco mal combinato
e una scansia con quattro scatoloni costituivano tutto il capi-
tale dell'azienda. E la scorta-merci era composta di qualche
rotella di fettuccia, qualche carta di bottoni, un po' di bustine
di aghi, un mazzo di stringhe per scarpe, due vasi con cara-
melle colorate e via discorrendo.
Ma la botteguccia della Desolina era importante per una
specialità di cui era, per la zona, concessionaria esclusiva la
Desolina.
La Desolina, infatti, era in grado di cavar fuori i numeri
del lotto da qualsiasi avvenimento, da qualsiasi sogno: così
un sacco di gente frequentava la bottega della Desolina. E
non invano, perché, più d'una volta, la vecchia ci aveva az-
zeccato giusto.
Vedendo entrare Peppone, la Desolina levò gli occhi.
Era una vecchina calma e imperturbabile che non si meravi-
gliava mai di niente.
«Sentite» domandò Peppone. «Cosa significa quel car-
tello che avete messo fuori?»
«C'è scritto su» spiegò la vecchietta. «Sono i numeri del
morto.»
«E perché l'avete messo fuori con la spiegazione?» do-
mandò ancora Peppone.
La vecchietta scosse il capo:
«Era un viavai continuo: tutti volevano i numeri del
morto e tutti volevano la spiegazione. Non si poteva più vi-
vere. Così ho messo fuori il cartello coi numeri e con la spie-
gazione».
Lo Smilzo intervenne:
«Quella non è una spiegazione, è una provocazione!»
esclamò.
La vecchia lo guardò stupita. Tolse dalla vetrina il car-
tello e lo mise sul banco.
«A me pare che tutto sia chiaro» disse la Desolina. E
lesse ad alta voce il cartello:

Numeri della morte di Stalin


23 – Brigante
18 — Sangue
62 – Meraviglia
59 — Avvenimento lieto.
La Desolina guardò su verso Peppone.
«Cosa ci trovate di strano? Era o no un brigante? E se
era un brigante fa 23.»
«Non diciamo stupidaggini!» gridò Peppone. «Era il più
grande galantuomo dell'universo, uno che ha fatto un sacco
di bene ai poveretti!»
La vecchia scosse il capo:
«Era uno scomunicato, un senzadio, un Anticristo che
ammazzava i preti e tutti quelli che non la pensavano come
lui. Quindi era un brigante e il suo numero è 23. Siccome era
un brigante e ha fatto ammazzare dei milioni di persone, il
secondo numero è il 18 perché il sangue fa 18. Il terzo nu-
mero è 62 che significa meraviglia. Infatti la morte ha riem-
pito di meraviglia tutti. Quelli contro di lui che si sono mera-
vigliati che il Padreterno l'abbia tenuto vivo tanto tempo.
Quelli del suo partito che si sono meravigliati che un indivi-
duo così onnipotente potesse morire come tutti gli altri uomi-
ni. E poi c'è l'avvenimento lieto. Se non è un avvenimento
lieto la morte di un tipo come quello lì, di che cosa ci si può
rallegrare al mondo? Del resto basta parlare con la gente per
sentire come tutti sono contenti. Quindi il quarto numero è
59 che significa avvenimento lieto».
Peppone schiumava rabbia.
«Desolina, io, se volessi, potrei farvi arrestare!» escla-
mò. «Questa è tutta una denigrazione infame. Una sporca
provocazione politica.»
«Questi sono i numeri del morto» affermò tranquilla la
vecchietta. «Chi li vuol giocare li gioca, chi non li vuol gio-
care non li gioca.»
«Voi tirate dentro questo cartello e non lo mettete più
fuori!» gridò Peppone.
La vecchietta si strinse nelle spalle:
«Ho ottantatré anni» sospirò «ed è la prima volta che mi
viene fatta una prepotenza come questa. Prendetevi pure il
cartello: vuol dire che i numeri del morto li darò a voce».
Peppone nascose il cartello sotto il tabarro e si avviò per
uscire. Poi si volse:
«Desolina» disse con voce calma «voi state facendo il
gioco di qualche farabutto che si serve di voi per offenderci.
Non è una bella cosa, questa».
«Io non faccio il gioco di nessuno» replicò la vecchia.
«Io faccio il gioco del lotto. I numeri del morto sono questi,
e questi numeri io do a chi me li chiede.»
Peppone scosse il capo:
«Desolina, non prendetemi per stupido. Siate sincera:
questi numeri ve li ha suggeriti qualcuno e voi vi siete pre-
stata perché quel qualcuno, magari, è il parroco, e allora quel
che dice il parroco è Vangelo, per voi che siete di chiesa. Se
volete tirare fuori i numeri del morto, tiratene fuori degli al-
tri, date retta».
«I numeri del morto sono questi!» affermò cocciuta la
vecchietta. «E se devo tirar fuori i numeri del morto non pos-
so tirar fuori che questi: "Brigante, sangue, meraviglia, av-
venimento lieto. 23, 18, 62, 59". Il mio mestiere lo so.»
«Fate come volete!» concluse Peppone andandosene.
Il cartello venne messo agli atti, in archivio, e, un'ora
dopo l'operazione, il Bigio portò un foglietto a Peppone:
«L'ho strappato da un muro. Ce ne sono già tanti in giro:
Un 23 va all' inferno
dopo aver sparso tanto 18.
Senza giocare al lotto
abbiamo vinto un terno!».

Peppone si infuriò:
«Tutta colpa di quella vecchia maledetta!».
«Lascia perdere, capo» lo consigliò il Bigio. «È stato
già un errore farle togliere il cartello. È proprio questo che
cercavano i provocatori.»
Più tardi la squadra di sorveglianza venne a dire a Pep-
pone che c'era folla davanti alla bottega della Desolina: an-
che dai paesi vicini arrivava gente per avere dalla vecchia i
numeri con "spiegazione".
«A quei maledetti non interessano niente i numeri: inte-
ressano le "spiegazioni"!» esclamò lo Smilzo.
«È una cosa che non può continuare!» urlò imbestialito
Peppone. «È una provocazione insopportabile! Bisogna fare
qualcosa!»
Il Brusco, che parlava soltanto in casi di emergenza,
fece udire la sua voce:
«Per conto mio, intanto, comincerei col giocare i nume-
ri…».
Peppone balzò in piedi e lo agguantò per il petto:
«Brusco» urlò «spero che tu scherzi!».
Il Brusco allargò le braccia:
«Capo, di' quel che vuoi: fino a domani a mezzogiorno
c'è tempo. Io domattina vado in città e, senza che nessuno ne
sappia niente, mi gioco i numeri».
Peppone guardò sbalordito il Brusco.
«Brusco, mi fai schifo» disse inorridito.
«Capo» rispose il Brusco «la politica è la politica, il gio-
co del lotto è il gioco del lotto. Io, dei numeri della Desolina,
prendo in considerazione soltanto la parte che riguarda il
gioco del lotto. In fondo la Desolina ci indovina spesso e i
numeri possono uscire.»
«Non possono uscire!» urlò Peppone. «Sono fondati sul-
la menzogna e sulla più sporca speculazione propagandisti-
ca!»
Era oramai sera e la seduta si sciolse senza altre parole.
Il disgustoso episodio del Brusco aveva indignato oltre-
misura Peppone che, una volta a letto, non riuscì a prendere
sonno e continuò a rigirarsi tra le lenzuola come se avesse
mangiato un gatto vivo.
Sentì suonare le ore al campanile. Le sentì suonare tutte
e, quando scoccarono le cinque e mezzo, qualcuno dalla stra-
da buttò un sasso contro le persiane della finestra.
Peppone si affacciò, ed era il Brusco.
«Capo, hai bisogno di qualcosa? Io vado in città.»
Peppone gli buttò un fagottino.
«Terno e quaterna per tutte le ruote» disse con ferocia
Peppone.
Poi sbatacchiò le gelosie e tornò a letto. E soltanto allo-
ra potè prendere sonno.

Si alzò dal letto tardissimo e non si mosse di casa. Alle


sei e trenta del pomeriggio arrivò di corsa lo Smilzo: «Capo,
hai sentito la radio?».
«No.»
«Ci sono novità grosse. Vieni subito in sede.»
Appena Peppone entrò nel suo ufficio, il Brusco gli cor-
se incontro sventolando un foglietto:
«Tre!» gridò il Brusco.
«Sicuro?» si informò Peppone.
«Sicurissimo!» gridarono agitati il Bigio, il Lungo e lo
Smilzo. «L'ha detto la radio!»
Peppone non riusciva a trovare la calma sufficiente per
decifrare il foglietto.
«È uscito il terno sulla ruota di Milano!» gli spiegò il
Brusco.
Peppone si asciugò il sudore.
«Io ci cavo fuori circa trecentocinquantamila lire!» dis-
se. «E voi?»
«Idem: abbiamo giocato quello che hai giocato tu.»
«Bene… pensate se fosse uscita la quaterna!» ansimò
Peppone. «Quale numero non è venuto?»
«Il 62, quello della meraviglia!» spiegò il Bigio.
«C'era da immaginarselo!» osservò il Brusco. «"Brigan-
te, sangue, avvenimento lieto": lì un senso c'era. Ma la mera-
viglia proprio non c'entrava! Che meraviglia ci può essere se
uno vecchio come il cucco un bel giorno muore?»
Il Lungo ricevette l'ordine di sbarrare porte e finestre e
di trovare roba da mangiare e da bere.
Mangiarono e bevvero lì, nello studio di Peppone, e, al-
l'una di notte, stavano ancora mangiando e bevendo.
All'una di notte lo Smilzo riempì il bicchiere e si alzò:
«Beviamo alla salute del grande Capo!» esclamò con
voce solenne. «Ricordiamoci che se egli non fosse morto,
noi non avremmo vinto il terno!»
«Egli non è morto perché la sua opera è viva ed eterna!»
precisò Peppone levando il bicchiere. Poi riprese ad affettare
il culatello finale.
Il vento corse impetuoso per le strade, quella notte. Ma
non veniva dalla steppa. Era vento di casa.
192 PAESAGGIO E FIGURA

Una mattina arrivò un giovanotto in bicicletta e, ferma-


tosi sul sagrato, incominciò a guardarsi attorno come se cer-
casse qualcosa.
A un tratto parve aver trovato ciò che gli interessava e,
appoggiata la bicicletta a un colonnotto, prese ad armeggiare
attorno al fagotto che stava sul portapacchi.
Ne cavò un seggiolino pieghevole, un cavalletto, una
cassetta di colori, una tavoletta e, pochi minuti dopo, era già
al lavoro.
Per fortuna i ragazzini stavano a scuola e così il pittore
potè lavorare tranquillo per una buona mezz'ora. Ma, dopo,
incominciò ad arrivare gente da tutte le parti e, ben presto, il
giovanotto sentì sulla punta del suo pennello il peso di cento
occhi curiosi.
Camminando piano piano, come se passasse di lì per
caso, arrivò anche don Camillo e qualcuno gli domandò sot-
tovoce cosa pensasse di quella faccenda.
«È presto, per giudicare» rispose don Camillo.
«Io non capisco cosa ci sia di bello in quel portico» bor-
bottò un giovanotto della squadra degli intellettuali. «Ci sono
dei soggetti mille volte più pittoreschi, lungo il fiume.»
Il giovanotto sentì e, senza voltarsi, disse:
«Il pittoresco va bene per fare le cartoline illustrate. La
Bassa mi piace proprio perché non è pittoresca».
L'affermazione lasciò perplessa la massa che continuò a
seguire con diffidenza il lavoro del giovanotto fino a mezzo-
giorno. Poi, a mezzogiorno, tutti se ne andarono: il giovanot-
to rimase solo e, trovandosi finalmente libero, potè spennel-
lare senza preoccupazioni per due ore filate.
Così, quando il popolo ritornò a godersi lo spettacolo, il
quadro fu degno di indurre qualcuno a correre in canonica
per avvertire don Camillo:
«Reverendo, venite a vedere che meraviglia!».
In verità il giovanotto ci sapeva fare parecchio e Peppo-
ne, che era tra gli spettatori, fece, con parole molto semplici,
il punto esatto della situazione:
«Guardate cosa vuol dire l'arte! Sono quasi cinquant'an-
ni che vedo tutti i santi giorni quel porticato, e soltanto ades-
so mi accorgo che è bello!».
Il giovanotto era stanco: ripose la tavolozza e i pennelli
e, richiusa la cassetta, si alzò.
«Ha già finito?» domandò qualcuno.
«No: lo finirò domani. Adesso la luce è cambiata. C'è
tutto un gioco diverso.»
«Se le fa comodo di mettere la sua roba in canonica, ho
tutto il posto che vuole e nessuno le toccherà niente» disse
don Camillo vedendo che il giovanotto era imbarazzato per
la sistemazione della tela ancora fresca di pittura.
«Le sono molto grato» rispose il giovanotto.
«Volevo vedere che non lo accalappiasse!» borbottò
Peppone andandosene indispettito.

Sistemati i suoi arnesi nell'armadione dell'andito della


canonica, il giovanotto domandò a don Camillo:
«Reverendo, saprebbe indicarmi un posto dove poter
mangiare e dormire spendendo il meno possibile?».
«Sì» rispose don Camillo. «Qui.»
Il giovanotto lo guardò stupito.
«Lei è un artista e io sono lieto di poterla ospitare» spie-
gò don Camillo.
In tinello il fuoco era acceso e la tavola apparecchiata: il
giovanotto era pieno di fame e di freddo e, mano a mano che
mangiava, la sua faccia smorta riprendeva colore.
E anche quella era pittura.
«Io non so come ringraziarla, reverendo» disse alla fine.
«Non mi ringrazi» rispose don Camillo. «Si fermerà
molto da queste parti?»
«Domani nel pomeriggio torno in città» spiegò il giova-
notto.
«Già finito il suo entusiasmo per la Bassa?»
«Finiti i quattrini» sospirò il giovanotto.
«Ha molto lavoro in città?»
Il giovanotto si mise a ridere.
«Si vive alla giornata.»
Don Camillo lo guardò:
«Io non posso darle dei quattrini perché non ne ho» dis-
se. «Però, se lei mi fa qualche lavoretto per la chiesa, io pos-
so darle da mangiare e da dormire per un mese. Ci pensi.»
«Ci ho pensato» rispose il giovanotto. «È un contratto
che mi conviene. Purché lei mi lasci il tempo di dipingere
anche per me.»
«Si capisce!» esclamò don Camillo. «Mi basta che lei
dedichi alla chiesa un paio d'ore al giorno. Vedrà che quello
che c'è da fare non è molto.»
La chiesa era stata riparata da un mese e, dove avevano
rifatto qualche placca d'intonaco, le decorazioni interne era-
no state cancellate. Bisognava ritoccare e completare le de-
corazioni e il giovanotto, quando ebbe visto di che cosa si
trattava, sorrise:
«Tutto qui?».
«Tutto qui.»
«In una giornata le sistemo tutto, reverendo. Non posso
accettare il contratto. Non sarebbe onesto, da parte mia. Bi-
sogna che lei mi dia qualcosa d'altro da fare.»
Don Camillo allargò le braccia:
«Veramente ci sarebbe dell'altro» rispose. «Ma è un la-
voro grosso, d'impegno, e non ho neppure il coraggio di par-
larne.»
«Parliamone, invece!»
Don Camillo si appressò alla balaustra d'una cappelletta
laterale e accese la luce.
«Guardi che disastro!»
Il giovanotto levò gli occhi e vide soltanto una grande
macchia che deturpava il muro sopra l'altare.
«Una infiltrazione d'acqua» spiegò don Camillo. «Ce ne
siamo accorti troppo tardi. Una volta riparato il tetto, l'into-
naco è venuto giù perché col gelo si era staccato dal muro.
Così l'immagine della Madonna è andata distrutta.»
Il giovanotto tentennò gravemente il capo.
«È un guaio grosso» disse. «Bisogna rifare l'intonaco
completamente perché quello che è rimasto non serve più.»
«Si trattasse soltanto dell'intonaco, il guaio sarebbe da
ridere!» esclamò don Camillo. «È l'immagine della Madonna
che bisogna dipingere di nuovo.»
«A questo ci penso io» esclamò il giovanotto. «Lei fac-
cia risanare il muro. Io intanto mi studio la figura e preparo il
cartone e lo spolvero. Quando sarà il momento, mi metta a
disposizione il muratore per l'intonaco. L'affresco lo conosco
bene. Però voglio lavorare tranquillo: il lavoro lo vedrà
quando sarà finito. Per me è una tortura lavorare con gli oc-
chi della gente addosso.»
Don Camillo era tanto contento che non trovò neppure il
fiato per rispondere: «Signorsì».

*
Il giovanotto era un artista appassionato e, oltre a trovar-
si in un ambiente che gli piaceva, il fatto nuovo di poter
mangiare regolarmente e abbondantemente ogni giorno gli
aveva messo addosso un entusiasmo straordinario. Così, fini-
to – tra l'approvazione incondizionata del paese – il quadro
coi portici della piazza, partì alla scoperta della Bassa e alla
ricerca dell'ispirazione per la Madonna di don Camillo.
Non poteva dipingere una Madonna convenzionale: do-
veva spiritualizzare un viso vero. Quella immagine doveva
essere non solo un omaggio a don Camillo, ma un omaggio
alla pittura.
Nella prima settimana liquidò i rappezzi e i ritocchi del-
le decorazioni. Fece anche di più perché restaurò il grande
quadro a olio che incombeva sul coro: però non si sentiva a
posto.
Soltanto quando avesse trovato l'ispirazione per la Ma-
donna della cappelletta l'irrequietezza che giorno per giorno
aumentava in lui si sarebbe placata.
Ma, alla fine della seconda settimana, le cose erano no-
tevolmente peggiorate per il giovanotto: il muro della cap-
pelletta, completamente risanato, attendeva già da un pezzo,
e il giovanotto era ancora in alto mare.
Il giovanotto aveva guardato mille donne, fra quelle del
borgo e quelle delle frazioni, ma non aveva visto un viso in-
teressante.
Don Camillo si accorse ben presto che qualcosa non
funzionava: il giovanotto pareva avesse perso la voglia di la-
vorare e, più d'una volta, non riportava a casa neppure uno
schizzo.
«La Bassa non la interessa più?» domandò una sera don
Camillo. «Ci sono ancora tante cose belle che lei non ha fer-
mato sulla tela.»
«Adesso mi interessa una sola cosa bella che non riesco
a scoprire!» rispose con voce piena di sconforto il giovanot-
to.
La mattina dopo il giovanotto inforcò la bicicletta e si
mise in viaggio con questo fermo proposito: "Se non trovo,
stasera me ne vado".
Girò affidandosi al caso: entrava nelle aie per chiedere
un bicchier d'acqua o una cosa qualsiasi, si fermò ogni volta
che s'imbattè in una donna, ma riuscì solo ad aumentare la
sua amarezza.
A mezzogiorno si trovò alla Rocca, la frazione più vici-
na al paese grosso, e si fermò a mangiar qualcosa all'osteria
del Fagiano.
Non se la sentiva di tornare a casa.
La sala del Fagiano, uno stanzone basso a travicelli con
le oleografie dell' Otello alle pareti, era deserta.
Apparve una vecchia e il giovanotto chiese pane, salame
e un bicchiere di vino.
Quando, di lì a poco, una mano depose davanti a lui, sul
piano scuro della tavola, una carta di salame, un bicchiere di
vino e un pezzo di pane, il giovanotto levò gli occhi e rimase
senza respiro.
Trovata l'ispirazione!
L'ispirazione aveva al massimo venticinque anni e por-
tava in giro la sua roba con la baldanza d'una ragazza di di-
ciotto. Ma quel che interessava al giovanotto era il viso della
donna.
Ed egli stette a guardare sbalordito quel viso che da tan-
to tempo cercava.
La ragazza sostenne il suo sguardo per un po' quindi
ebbe uno scatto:
«E allora?» domandò con voce dura. «Ce l'ha con me?»
«Scusi» balbettò il giovanotto confuso.
La ragazza se ne andò, poi tornò di lì a poco, mettendosi
a sedere vicino alla porta e incominciando a cucire.
Il giovanotto non seppe resistere: cavò una tavoletta e
prese a disegnare.
Non durò molto perché la ragazza, sentendosi quegli oc-
chi addosso, levò la testa e disse:
«Si può sapere cosa fa?».
«Se mi permette vorrei farle il ritratto» le rispose il gio-
vanotto.
«Il ritratto? E perché?»
«Io sono pittore di mestiere» balbettò il giovanotto «e ai
pittori interessa tutto quello che è bello.»
La ragazza fece una smorfia di compatimento, scrollò le
spalle e si rimise a lavorare.
Stette lì ferma più d'un'ora poi si alzò e si avvicinò al
giovanotto:
«Si può vedere cosa ha combinato?».
Il giovanotto mostrò lo schizzo.
«Sono così, io?» ridacchiò la ragazza.
«È appena abbozzato, signorina: se permette vengo do-
mani a finirlo.»
La ragazza raccolse il piatto e il bicchiere.
«Quanto fa?» domandò il giovanotto.
«Pagherà domani.»
Il giovanotto, appena tornato in canonica, andò a chiu-
dersi nella sua stanza dove disegnò fino a sera.
Il mattino seguente continuò a disegnare: uscì verso il
mezzogiorno chiudendo la porta a chiave.
«Reverendo» spiegò «ci siamo. L'ispirazione è
arrivata!»
Partì pedalando a tutta birra e trovò al Fagiano ogni cosa
come il giorno prima: stanza deserta, pane, salame, vino e
ispirazione seduta vicino alla porta.
Questa volta, dopo un paio d'ore di posa, la ragazza, ve-
dendo il risultato del lavoro del giovanotto, parve più soddi-
sfatta del giorno precedente:
«Così va meglio» disse.
«Se potessi venire anche domani la cosa andrebbe me-
glio ancora» sospirò il giovanotto.
Andò a finire che il giovanotto tornò altre due volte:
dopo non si fece più vedere al Fagiano perché aveva ben al-
tro per la testa.
Rimase chiuso per tre giorni nella sua stanza, poi, accor-
datosi col muratore, incominciò a lavorare nella cappelletta.
Incominciò a lavorare pieno d'orgasmo e nessuno pote-
va vedere cosa facesse perché una robusta e impenetrabile
tramezza di tavole era stata tirata su davanti alla cappella iso-
landola dal resto della chiesa. E il giovanotto soltanto poteva
entrare nella cappella, perché soltanto lui aveva la chiave del
lucchetto che bloccava lo sportello di accesso.
Don Camillo bruciava di curiosità, ma riusciva a domi-
narsi e si accontentava di domandare ogni sera al giovanotto:
«E allora, come andiamo?».
«Vedrà, reverendo!» rispondeva il giovanotto eccitatis-
simo.
E venne finalmente il giorno fatale.
Il giovanotto, finito il suo lavoro, ricoprì l'affresco con
una tela, fece togliere l'assito e andò a chiamare don Camil-
lo:
«Reverendo, ci siamo».
Don Camillo in un attimo fu davanti alla balaustra della
cappella e attese col cuore che gli batteva.
Il giovanotto, con una pertica, fece cadere il telone che
copriva la Madonna del Fiume.
Era una cosa stupenda e don Camillo rimase a bocca
aperta davanti a quell'apparizione.
Poi, a un tratto, sentì come una mano attanagliargli il
cuore e la fronte gli si coperse di sudore.
E un urlo gli sfuggì, pieno d'angoscia:
«La Celestina!».
Il giovanotto lo guardò stupito.
«Che Celestina?»
«Quella è la Celestina, la figlia della padrona del Fagia-
no!»
Il giovanotto allargò le braccia:
«Sì» ammise tranquillamente. «È una ragazza che ho
trovato al Fagiano.»
Don Camillo agguantò la scala a pioli e, entrato nella
cappella, l'appoggiò al muro di fondo e ricoprì l'immagine
con la tela.
Il giovanotto non capiva più niente.
«Reverendo» domandò quando don Camillo fu ritornato
a terra. «Siete diventato matto?»
Don Camillo non rispose e corse in canonica seguito dal
giovanotto sempre più sbalordito.
«Sacrilegio!» ansimò giunto che fu in tinello. «La Cele-
stina del Fagiano! La Celestina del Fagiano! La Madonna
con la faccia della Celestina del Fagiano! Ma lei non sa chi è
la Celestina del Fagiano?»
Il giovanotto impallidì.
«Lei non sa che la Celestina del Fagiano è la più sfega-
tata delle comuniste della zona? Non sa che a fare una Ma-
donna con la faccia della Celestina del Fagiano sarebbe
come fare Gesù Cristo con la faccia di Stalin?»
Il giovanotto ritrovò un po' di calma:
«Reverendo» disse. «Io non mi sono ispirato alla fede
politica di quella ragazza, io mi sono ispirato al suo viso. Il
viso è bellissimo e la bellezza non gliel'ha regalata il partito
ma Dio.»
«Ma l'animaccia nera che si nasconde sotto quella bel-
lezza gliel'ha regalata il Demonio!» gridò don Camillo.
«La bellezza non è mai dono del Demonio» replicò il
giovanotto. «Tutto ciò che è bello è un dono divino.»
Don Camillo levò le braccia al cielo:
«Lei ha commesso un sacrilegio! E se non sapessi che
lei ha agito in buona fede, io l'avrei già scaraventato a casa
del diavolo. Non si rende conto dell'enormità della cosa?».
Il giovanotto scosse il capo:
«No» rispose. «Io ho la coscienza tranquilla. Io, per di-
pingere il viso della Madonna, ho cercato l'ispirazione nel
viso più bello che ho trovato.»
«Lei non ha fatto il ritratto alle sue buone intenzioni, lei
ha fatto il ritratto a un tizzone d'inferno! A una scomunicata!
Non le pare un orrendo sacrilegio dare alla Madonna le sem-
bianze di una donna scomunicata? La Madonna del Fiume?
La Madonna scomunicata, questo è il suo nome giusto!»
Il giovanotto aveva voglia di piangere:
«E io che ho cercato tanto e che ci ho messo tutta la mia
passione per spiritualizzare quel viso…».
Don Camillo agitò le braccia con violenza:
«Ma cosa vuol spiritualizzare! Come si può spiritualiz-
zare una faccia volgare come quella della Celestina? Una
donna che, quando si mette a dir parolacce, fa arrossire perfi-
no i carrettieri? Ma come si può avere la spudoratezza di
pensare che la Madonna possa avere la faccia bieca della Ce-
lestina del Fagiano?».

Il giovanotto andò a buttarsi nel suo letto: non scese a


cena e don Camillo non si sognò neppure di chiamarlo. Ma,
verso le dieci di sera, salì a trovarlo:
«Ebbene, è convinto di aver commesso un sacrilegio?
Spero che lei abbia riguardato a mente serena i suoi bozzetti
e si sia reso conto che non è possibile trovare al mondo fac-
cia più volgare di quella. Lei è giovane, ha visto una ragazza
provocante e gli occhi dell'artista non hanno più funzionato
lasciando il posto agli occhi dello sporcaccione».
Il giovanotto scosse il capo:
«Lei mi giudica male, reverendo. Lei mi insulta senza
una ragione».
«Ma prenda i suoi bozzetti! Ma guardi!»
«Ho stracciato tutto» rispose il giovanotto.
«Andiamo a vedere giù» esclamò don Camillo. «Voglio
che lei si convinca.»
Scesero nella chiesa silenziosa e deserta e, giunti davan-
ti alla cappelletta, don Camillo con la pertica fece cadere la
tela che copriva l'affresco.
«Guardi con calma e mi dica se ho o non ho ragione.»
Il giovanotto guardò l'affresco, lo illuminò coi due ri-
flettori, tornò a guardarlo, poi fece di no con la testa:
«No, reverendo, quel viso non è né bieco né volgare».
Don Camillo sghignazzò e si mise a studiare con cipi-
glio feroce l'affresco.
La Madonna del Fiume aveva un viso dolce, sereno, e
gli occhi erano limpidi e puri.
«Roba da pazzi!» gridò inviperito don Camillo. «Io vor-
rei sapere come lei può aver fatto a trovare della spiritualità
nella faccia di quella disgraziata!»
«Reverendo, lei dunque riconosce che quell'immagine
ha un viso spirituale, non bieco, volgare e perverso!»
«L'immagine ha il viso spirituale, ma la Celestina ha il
viso volgare e perverso! E chiunque veda questa immagine
dirà: "To': la Celestina travestita da Madonna".»
«Reverendo» esclamò il giovanotto «non è il caso di
fare tragedie. Domattina si guasta tutto e si ricomincia da
capo.»
Don Camillo andò a ricoprire l'affresco e spense la luce.
«Domani decideremo» disse. «Il guaio è grosso perché,
disgraziatamente, come pittura, l'affresco è bellissimo e gua-
starlo è un delitto.»
La Madonna del Fiume, infatti, piaceva da pazzi al po-
vero don Camillo. Per lui quel dipinto era un capolavoro. Era
la cosa più bella che avesse mai visto. D'altra parte come po-
teva tollerare che la dannata Celestina si mostrasse dall'altare
sotto le vestì della Madonna?
L'indomani don Camillo chiamò in aiuto i cinque o sei
parrocchiani più fidi e, portatili davanti alla cappelletta, tirò
giù il sipario e disse:
«Esprimete il vostro parere liberamente».
E tutti, dopo avere esclamato: «Meraviglioso!» ebbero
un sussulto e aggiunsero inorriditi: «Ma è la Celestina del
Fagiano!».
Don Camillo spiegò la disgrazia successa al povero pit-
tore e concluse:
«Non c'è che una cosa da fare: cancellare tutto».
«Peccato perché è un capolavoro!» commentarono quel-
li della commissione. «D'altra parte non si può permettere
che la Madonna abbia la faccia d'una scomunicata
maledetta…»
Don Camillo tirò su il sipario e pregò quelli della com-
missione di non dire niente in giro.
Il risultato fu che la voce circolò immediatamente e ci fu
subito un gran viavai di gente davanti alla cappelletta: ma
l'immagine era coperta e l'ingresso alla cappelletta sbarrato.
La voce circolò anche fuori paese e la sera stessa, men-
tre don Camillo stava chiudendo il portale della chiesa,
emerse dall'ombra un viso arcigno.
Era la Celestina del Fagiano.
«Cosa volete?» domandò asciutto don Camillo.
«Devo dire due parole a quel disgraziato imbecille lì»
borbottò cupa la Celestina.
Don Camillo si volse: il giovanotto stava arrivando.
«A parte il fatto che lei è venuto a mangiare per quattro
volte da me senza mai pagare» esclamò minacciosa la Cele-
stina «vorrei sapere chi le ha dato il permesso di denigrarmi
sfruttando la mia faccia per pitturare delle Madonne.»
Il giovanotto guardò sbalordito e quasi atterrito la Cele-
stina: ecco il viso volgare, bieco, perverso di cui parlava don
Camillo. Si domandò con angoscia come mai avesse potuto
trovare qualcosa di spirituale o di spiritualizzabile in quel
viso.
Balbettò qualcosa e la ragazza gli saltò sulla voce:
«Lei è un cretino!».
Don Camillo intervenne:
«Ragazza, cerchiamo di non far cagnara e di liberare il
passaggio. Qui non siamo nella vostra osteria, qui siamo in
chiesa».
«Voi non avete il diritto di sfruttare la mia fisionomia
per le vostre Madonne!» replicò aspra la Celestina.
«Nessuno ha mai pensato di sfruttarvi» affermò don Ca-
millo. «Io non so cosa cerchiate.»
«C'è gente che ha visto la Madonna con la mia faccia!»
gridò la Celestina. «Provate a mentire se siete capace!»
Don Camillo si sentì a disagio.
«Non c'è nessuna Madonna con la vostra faccia, né po-
trebbe mai esserci» replicò don Camillo. «Comunque, poiché
nell'immagine dipinta da questo giovanotto qualcuno ha tro-
vato una sia pur lontana somiglianza con voi, domani l'im-
magine sarà scalpellata via e rifatta.»
«Voglio vederla!» esclamò la ragazza. «E voglio che le
cancelliate subito la mia faccia. In mia presenza.»
Don Camillo guardò quel viso deturpato dalla collera,
pensò al dolce viso della Madonna del Fiume e disse:
«Non è la vostra faccia. Potete controllare».
La ragazza camminò decisa versa la cappelletta e, da-
vanti alla balaustra, si fermò.
Don Camillo prese la pertica e fece cadere la tela che
copriva l'immagine.
Poi guardò la Celestina.
La Celestina rimase immobile a contemplare l'affresco
ed ecco qualcosa di inaspettato, di straordinario.
Ecco il viso della Celestina distendersi poco a poco,
ecco gli occhi spiritati diventare via via sempre più dolci,
sempre più sereni.
Ècco sparire dal viso della Celestina ogni volgarità, ec-
colo quel viso diventare sempre più uguale al viso dell'im-
magine.
Il giovanotto si aggrappò a un braccio di don Camillo.
«Così io l'ho visto» sussurrò all'orecchio di don Camil-
lo.
Don Camillo gli fece cenno di star zitto.
Ci fu qualche istante di silenzio poi si udì la voce som-
messa della Celestina:
«Com'è bella!…».
La Celestina non si stancava di guardare l'immagine, e a
un tratto si volse verso don Camillo:
«Non cancellatela, per favore!» implorò con voce piena
d'angoscia. «Aspettate!»
Quindi si inginocchiò davanti alla Madonna del Fiume e
si segnò.
Don Camillo rimase senza fiato e guardò sbalordito la
Celestina allontanarsi singhiozzando, seguita dal pittore.
Ritrovatosi solo in chiesa, don Camillo ricoprì l'immagi-
ne poi andò a confidarsi col Cristo dell'aitar maggiore:
«Gesù» ansimò «cosa sta succedendo?». «Non me ne inten-
do di pittura» rispose sorridendo il Cristo.

La mattina dopo il giovanotto salì in bicicletta e pedalò


verso il Fagiano.
Lo stanzone dell'osteria era deserto e la Celestina stava
cucendo a testa bassa seduta al solito posto.
«Sono venuto a pagare il mio debito» disse il giovanot-
to.
La Celestina rialzò lentamente il capo e il giovanotto si
sentì il cuore gonfio di consolazione perché la Celestina ave-
va il viso dolce e sereno del ritratto.
«Come siete bravo!» sospirò la Celestina. «Com'è bella
quella Madonna!»
Il giovanotto balbettò qualcosa e la Celestina aggiunse:
«È troppo bella: non la devono cancellare!».
«Lo so, dispiace anche a me perché ci ho messo, nel di-
pingerla, tutta la mia anima e tutto il mio cuore, ma la gente
dice che non è possibile lasciare in chiesa una Madonna che
ha il viso d'una scomunicata…»
La Celestina sorrise:
«Io non la sono più, scomunicata: stamattina ho già fatto
quel che dovevo fare».
Il giovanotto rispose che non capiva e allora la Celestina
gli spiegò tutto. Poi approfittò dello stupore del giovanotto
per domandargli se fosse sua moglie quella che gli accomo-
dava la biancheria e l'altro spiegò che nessuno gli accomoda-
va la biancheria perché era solo al mondo e viveva come un
cane.
Allora lei osservò sospirando che, a una certa età, la so-
litudine pesa anche alle donne più corteggiate e si sente il bi-
sogno di farsi una famiglia.
Allora lo sciagurato ammise che quello di farsi una fa-
miglia era sempre stato il suo sogno ma che riusciva a mala-
pena a vivere da solo.
Allora la Celestina replicò saggiamente che ciò succede-
va perché il giovanotto viveva in città dove tutto costa il
doppio. Mentre, se fosse vissuto in campagna, avrebbe trova-
to ogni cosa più facile tanto più se la sorte l'avesse fatto im-
battere in una brava ragazza con una casa piccola ma pulita e
una azienda piccola ma redditizia.
Allora il giovanotto disse qualche parola, ma subito suo-
nò il mezzogiorno perché le ore passano spaventosamente
alla svelta quando si chiacchiera di queste faccende, e la ra-
gazza si alzò e andò a prendergli pane, salame e vino.
Quando ebbe mangiato il giovane domandò: «Quanto
fa?».
«Pagherete domani» rispose la Celestina.

La Madonna del Fiume rimase nascosta dietro il telone


circa un mese. Ma il giorno in cui il giovanotto e la Celestina
si sposarono in pompa magna con accompagnamento d'orga-
no, don Camillo tirò su il sipario e inondò di luce la cappel-
letta.
Don Camillo era un po' preoccupato per quel che avreb-
be potuto dire la gente vedendo che la Madonna del Fiume
aveva la faccia della Celestina; ma la gente commentò sem-
plicemente:
«Figurati! Le piacerebbe alla Celestina essere bella
come quella pittura! Non le somiglia neanche
lontanamente».
193 IL COMPAGNO GRAMIGNA

Una quercia di trecento anni pare qualcosa di formidabi-


le e la si guarda con occhi pieni di reverente stupore. Poi,
quando arriva la folgore che spacca la pianta da cima a fon-
do, ci si rende conto che una quercia non è che un filo d'erba
un po' più grosso degli altri fili d'erba.
La gente guardava ammirata e intimidita Peppone che
emergeva dalla massa come una quercia secolare, ma un
giorno improvvisamente tutti si accorsero che Peppone era
semplicemente un uomo un po' più grosso degli altri uomini.
Peppone, già da un pezzo, aveva il motore giù di fase.
Continuava a marciare perché l'asta era buona: però sentiva
che non poteva durare molto.
Per gli uomini forti, il dover ricorrere al dottore è una
cosa umiliante, addirittura da vergognarsene come d'una vi-
gliaccheria. E Peppone, uomo forte anche troppo, tenne duro
per mesi e mesi. Finalmente, anche per far tacere una buona
volta sua moglie che continuava a torturarlo, cedette e andò
dal dottore.
Il dottore fece tutto il suo possibile per riuscire a capire
cosa accidente si fosse sgranato o sbiellato in quella gran
macchina e, alla fine, allargò le braccia:
«Per me c'è qualche pasticcio nei polmoni: vada in città
e si faccia fare una radiografia. Così vediamo».
Peppone tornò a casa furibondo. Spiegò urlando a sua
moglie che il dottore era un cretino e che la storia dei raggi
era un trucco per cavar quattrini alla gente:
«È tutta una ghenga di banditi» gridò. «Il medico ti
manda dal radiologo, il radiologo dal cardiologo, il cardiolo-
go dal fegatologo, il fegatologo dal cancerologo, il cancero-
logo dal chirurgo. Ti aprono, ti richiudono, ti riaprono, ti fan-
no tremila iniezioni, ti ingozzano di specialità, ti seppellisco-
no per mesi e mesi in una clinica cara come il chinino e, alla
fine, ti rispediscono a casa dopo averti fregato quattrini e sa-
lute. Dal radiologo ci vada lui.»
La moglie lo lasciò sfogare, poi incominciò a battere il
chiodo:
«E allora, quando vai dal radiologo? Perché non vai dal
radiologo?».
Peppone resistette per cinque o sei giorni. Poi comunicò
alla moglie le condizioni della resa:
«Ci vado se mi accompagni tu».
La moglie lo seguì in città e gli fece compagnia nell'an-
ticamera del radiologo.
Peppone fu fortunato perché c'era una quantità enorme
di gente ad aspettare, così potè ambientarsi e trovare la forza
di entrare da solo nel gabinetto del radiologo.
Il radiologo, uomo di pochissime parole, lesse il bigliet-
to d'accompagnamento del dottore, disse all'infermiera di
prendere nota del nome. Poi fece il suo lavoro.
«Professore, c'è niente?» domandò Peppone quando il
radiologo ebbe finito.
«Devo studiare la lastra» rispose il radiologo. «Mandi
dopodomani a ritirare lastre e referto.»
Peppone, rivestitosi, tornò in anticamera piuttosto pre-
occupato e spiegò la faccenda alla moglie che lo rianimò:
«Se ci fosse stato qualcosa di grosso, te lo avrebbe detto
subito. Se prima deve studiare la lastra, significa che lui non
ha trovato niente».
Peppone si consolò, ma una volta arrivato a casa la pre-
occupazione lo riprese.
«Perché mi ha detto: "Dopodomani mandi a ritirare la-
stre e referto"? Perché non mi ha detto: "Dopodomani venga
a ritirare lastre e referto"?»
«Non ti fare fissazioni su delle stupidaggini!» rispose la
moglie.
«Stupidaggini un accidente! Quando scoprono che un
malato ha un male grosso molto, evitano di dirglielo per non
impressionarlo e lo dicono ai parenti!»
La donna cercò di tranquillizzarlo, ma Peppone era ora-
mai in pieno crollo morale e così dovette mettersi subito a
letto perché gli saltò addosso una febbre da cavallo.
Rimase a letto anche il giorno seguente e, arrivata la
sera, fece chiamare il dottore:
«Domattina le lastre sono pronte e io, che ho capito l'an-
tifona, sono sicuro che ho dentro qualche accidente grosso».
«Non si impressioni…»
«Lasci perdere! Il fatto è questo: io non posso andare
perché sto male. D'altra parte non voglio che vada mia mo-
glie perché se, come temo, ho un brutto male, mia moglie
non ne deve sapere niente. E neanche i miei figli. Quindi fac-
cia lei un biglietto al radiologo dicendogli di sigillare la bu-
sta e di consegnarla sigillata al latore della presente che por-
terà la busta a lei e se ne parlerà poi fra noi due.»
La mattina dopo lo Smilzo partì in motocicletta, ritirò la
busta, pagò quel che c'era da pagare e prese la via del ritorno.
Intanto Peppone bruciava. Quando Dio volle, arrivò il
dottore.
Peppone lo sentì entrare, sentì la moglie chiedere al dot-
tore se ci fosse qualche guaio. Sentì che il dottore rispondeva
allegramente: «Niente di grave, signora! Stia tranquilla!».
Sentì la moglie compiacersi della buona notizia.
E sentì pure che la notizia non era buona per niente.
Lo capì guardando il dottore, appena il giovane fu entra-
to nella camera.
«Come sta?» domandò cercando di essere gioviale il
dottorino.
«Come sto? Lei lo deve dire a me come sto!»
Il dottorino era piuttosto imbarazzato:
«Non si preoccupi: ho visto lastre e referto… Niente di
gravissimo. Lei deve semplicemente stare molto tranquillo,
non agitarsi e seguire la cura… Mi metterò d'accordo con sua
moglie, per la cura».
Peppone si levò a sedere sul letto:
«Dottore, lei non si deve mettere d'accordo con nessu-
no!» disse cupo. «Lei deve mettersi d'accordo soltanto con
me! Avanti. Si sbottoni!»
Il dottorino si asciugò il sudore.
«Se lei si eccita è peggio. Lei ha bisogno di tutta la sua
serenità…»
«Io ho bisogno che lei la pianti di fare la commedia!»
ruggì Peppone. «Cacci fuori la busta!»
Il dottorino allargò le braccia, frugò nella sua borsa di
pelle e trasse le negative e il foglio allegato.
Peppone guardò la roba nera e grigia delle lastre, lesse
le strane cose scritte sul referto, poi urlò:
«Non capisco un accidente! Cosa significa?».
Il dottorino incominciò a tirar fuori delle parole difficili,
ma Peppone lo interruppe furibondo:
«Lasci perdere: chiami le cose col loro nome! Dica
quello che ho usando le espressioni correnti del paese!».
Il dottorino rispose che era difficile trovare, nel parlar
comune, una espressione che desse con esattezza l'idea del
male, e Peppone sbuffò:
«L'aiuto io! Cos'è, un tumore maligno?».
«No!» rispose il dottorino. «Tanto per usare un'espres-
sione dialettale approssimativa, si dovrebbe parlare piuttosto
di quella che la gente chiama tisi galoppante…»
Peppone si calmò e tornò a distendersi.
«Totale?»
«Totale in che senso?» balbettò il dottorino.
«Totale nel senso di tirare le somme e fare il punto pre-
ciso della situazione!»
Il dottorino tentò affannosamente di ingarbugliare le
cose, ma Peppone gli saltò sulla voce:
«I casi sono due: o lei crede di aver a che fare con una
femminuccia o la femminuccia è lei. Io sono un uomo e vo-
glio trattare con uomini: se non è capace di dirmi la sentenza
esatta, si tolga dai piedi. Farò venire un dottore dalla città».
Il dottorino sospirò.
«E allora?» intimò Peppone.
«Allora, dato che lei lo vuole, le dirò che, stando alle la-
stre e al referto, i suoi polmoni sono in uno stato preoccupan-
te. Lei deve immediatamente essere ricoverato in un sanato-
rio.»
Peppone guardò negli occhi il dottorino:
«E cosa ci vado a fare in sanatorio?».
Il dottorino allargò le braccia:
«Lei è di una robustezza eccezionale e, aiutato dalle
cure e dall'aria, può riprendersi. Se resta qui, la sua sorte è
segnata irrimediabilmente».
Il dottorino si avvicinò e gli spiegò con estrema preci-
sione il senso delle macchie nere e grigie delle negative.
«Ho capito» osservò alla fine Peppone. «Come un mo-
tore coi cilindri crepati.»
«Non precisamente» rettificò il dottorino. «Un motore
coi cilindri che stanno per crepare.»
«Questione di pochi giri!»
«Cambiando il regime di giri, il carburante e il lubrifi-
cante, il motore può continuare a girare ancora parecchio.
Anche degli anni.»
Peppone afferrò il dottorino per un braccio:
«Lei è un giovanotto che sa il fatto suo: se lei dovesse
ragionare a regola di briscola, senza tener conto dei possibili
miracoli, quanti giri mi darebbe?».
«Due mesi, signor sindaco» rispose il dottorino abbas-
sando la testa.
«Grazie» disse Peppone. «Mi raccomando: non ne parli
con nessuno. Nessuno deve sapere. Adesso ho le ossa rotte: è
la febbre. Appena mi sarà passata partirò. È soprattutto un
dovere nei riguardi dei miei. Lei racconti qualche balla a mia
moglie.»
Ma il dottorino non potè raccontare nessuna balla alla
moglie di Peppone perché la donna era rimasta a origliare
dietro la porta e aveva sentito tutto. E il dottorino, uscendo
dalla stanza di Peppone, se la trovò davanti sgomenta.
«Taccia, non parli di questo con nessuno!» le ordinò du-
ramente il dottorino. «Non aggravi la situazione. Dica che è
influenza.»
La poveretta giurò che non avrebbe fatto parola con ani-
ma viva. Naturalmente, siccome aveva un magone grosso
come un dirigibile, andò a confidarsi con la vecchia madre.
Così, il giorno dopo, la notizia galoppava per il paese.
La bocca di una vecchia è un mulino a vento.

Peppone dovette rimanere a letto due giorni interi: la


mattina del terzo si alzò sfebbrato. Aveva la barba lunga, ma
non volle farsela perché non gli bastava il coraggio di guar-
darsi nello specchio.
Uscì di casa di nascosto e marciò decisamente sulla
Casa del Popolo. Era domenica e trovò tutto lo stato maggio-
re radunato.
«Salve, capo! Come va?» domandò lo Smilzo vedendo
apparire Peppone.
«Bene!» rispose Peppone. «L'influenza bisogna passarla
tutti.»
Trasse di tasca un mezzo toscano, se lo ficcò in bocca.
L'accese, ma non fece a tempo a tirare la seconda boccata
perché incominciò a strangozzare come se uno gli avesse fic-
cato un braccio in gola e gli avesse rivoltato il sacco dello
stomaco.
Gli lagrimavano gli occhi e, prima che la carburazione
fosse ritornata normale, ci volle del tempo.
«Non dovresti fumare!» esclamò lo Smilzo.
Peppone scrollò le spalle. Buttò giù un bicchier d'acqua
e domandò:
«Che novità ci sono?».
Gli uomini dello stato maggiore si guardarono in faccia.
«Niente!» rispose il Lungo. «Quella poca corrisponden-
za che è arrivata è già stata sbrigata.»
«E chi ha firmato?» s'informò Peppone.
«Io» rispose il Lungo. «Si trattava di robetta di normale
amministrazione.»
Intervenne lo Smilzo:
«Invece di perdere tempo, mostragli il copialettere!»
esclamò con impazienza.
Il Lungo allargò le braccia:
«Non vai la pena! Ho detto che si tratta di normale am-
ministrazione. Tesseramento, campagna stampa, eccetera».
Lo Smilzo strinse i pugni:
«Lungo, mostragli il copialettere e piantala di chiacchie-
rare!».
Il Lungo ebbe un gelido sorriso:
«Smilzo, occupati dei fatti tuoi e abbassa la cresta se no
te la faccio abbassare».
Peppone pestò un pugno sul tavolo:
«Lungo» urlò «caccia fuori il copialettere immediata-
mente!».
«Con la calma si fa tutto, compagno!» rispose il Lungo
mostrando una faccia che tirava gli schiaffi lontano un mi-
glio.
Una cosa così straordinaria non era mai successa e Pep-
pone ne rimase come folgorato. Poi si riprese e fece per scat-
tare ma sentì, aggrappate alle sue braccia, le mani dello
Smilzo, del Bigio e del Brusco.
Peppone si volse e incontrò i soliti occhi del solito Smil-
zo, del solito Bigio, del solito Brusco.
Ma gli occhi del Lungo, del Falchetto, del Rossino e de-
gli altri tre "ragazzi" che stavano attorno al Lungo, non erano
i soliti.
«Con la calma si fa tutto» ripetè il Lungo muovendosi
lentamente e andando a prendere il registro del copialettere
da un cassetto della scrivania.
Quando Peppone ebbe passate le ultime pagine del co-
pialettere pestò una manata sul registro:
«Non va!» gridò.
Il Lungo allargò le braccia:
«Le risposte sono state concordate fra tutti e approvate
da tutti».
«Eccettuati noi tre!» replicò lo Smilzo.
«Per forza, non c'eravate! Si trattava di rispondere con
la massima urgenza e io ho dovuto consigliarmi con chi c'e-
ra. Il Partito deve funzionare sempre. La marcia deve conti-
nuare senza nessuna sosta: non ci si può fermare per aspetta-
re chi è rimasto indietro o è caduto dentro il fosso.»
Peppone non rispose: agguantò il registro del copialette-
re e, strettolo nella morsa delle mani, lo torse per spaccarlo
in due.
Ma non riuscì nemmeno a piegarlo. Era come se a Pep-
pone avessero recisi i muscoli.
Il Lungo allargò le braccia:
«Bei tempi!» sospirò. «Hai tanto bisogno di riposo,
compagno!» Peppone rimise il registro sulla scrivania. Si
alzò e, senza guardare nessuno, uscì.
Per tornare a casa prese la strada dei campi e camminò a
testa bassa ma non era solo: lo Smilzo, il Bigio e il Brusco lo
seguivano. Quando se ne accorse, si volse: «Tornate indie-
tro!» disse. «Il vostro posto è là.» «Il nostro posto è vicino a
te» rispose il Brusco. «Se posso ancora darvi un ordine, vi
ordino di tornare là e rimanere sempre là: adesso più che
mai.»
I tre si guardarono, poi strinsero la mano a Peppone e
fecero dietro-front.
Peppone rimase solo e lentamente riprese a camminare
verso la sua casa.

Trovò ad aspettarlo il dottore:


«Lei deve partire subito! Io e sua moglie ci siamo inte-
ressati per trovare il sanatorio più adatto».
«Lei mi ha tradito, dunque!» esclamò Peppone. «Ha
parlato!»
«No, glielo giuro! Sua moglie ha sentito tutto. Stava na-
scosta dietro la porta.»
Intervenne la moglie:
«Io l'ho detto soltanto a mia madre! Te lo giuro!».
Peppone sorrise tristemente:
«Allora, se lo sapeva soltanto tua madre tutto è spiegato.
Partirò stasera stessa. Farò il viaggio in treno: non mi sento
di sopportare le scosse della macchina».
Peppone andò a chiudersi nella sua stanza dove rimase
sdraiato fino a quando non arrivò, verso le quattro del pome-
riggio, il dottore.
Gli provò la febbre, gli sentì il cuore.
«Può viaggiare» concluse. «Avvertiremo telefonicamen-
te la direzione della casa di cura. Lei non pensi a niente: arri-
verà a S. alle ventidue. Qui ci sarà ad aspettarla la macchina.
Sua moglie poi provvederà a farle avere quello che le biso-
gna.»
«Sta bene» rispose Peppone. «Adesso toglietevi dai pie-
di. Non voglio vedere nessuno, prima di partire. Prenderò la
scorciatoia del Bruciatino e mi imbarcherò alla stazione di
Torricella. Che mia moglie se ne vada coi ragazzi. Se no va a
finire che mi si spacca il cuore e resto secco qui.»
Quando si trovò solo in casa, Peppone si mise all'ordine
i vestiti e scese. Uscì e, prima di uscire, volle dare un'occhia-
ta all'officina.
Tutto pareva a posto ma, guardandosi attorno, Peppone
scorse, abbandonata in un angolo, la mazza, quella che ado-
perava per domare il ferro più grosso.
La tirò su per metterla sopra l'incudine.
Pesava spaventosamente. Un tempo, poco tempo fa, egli
la maneggiava come un gingillo.
Secondo il dottorino egli aveva al massimo due mesi di
vita.
Il pensiero gli mise l'orgasmo addosso. Bisognava che
andasse via subito.
Il sentiero attraverso i campi passava, quasi subito, die-
tro la chiesa: Peppone costeggiò le mura della chiesa ed en-
trò per la porticina del campanile.

Don Camillo stava ritoccando la statua di Sant'Antonio


Abate e, quando Peppone gli comparve davanti così inaspet-
tato, ebbe quasi un sussulto.
«Mi hai fatto quasi paura!» borbottò.
«I fantasmi fanno sempre impressione» rispose Peppo-
ne.
Don Camillo scrollò la testa.
«Si parte, reverendo. Sarete contento di cambiar sinda-
co.»
«Io no: un «rosso» vale l'altro e tutt'e due non valgono
niente.»
«C'è chi sarà contento che io crepi, reverendo. Gli stessi
che schiattavano di contentezza quando è morto Stalin.»
«Non dire stupidaggini. Stalin era un'altra cosa.»
Peppone ridacchiò:
«Due mesi! Crepo giusto giusto. Bel colpo, reverendo!
Bel colpo per le elezioni. Che trionfo, reverendo, quando
passerete per il paese davanti al mio carro!».
Don Camillo ebbe un tuffo al cuore:
«Ah!…» balbettò.
«Però, se non siete un vigliacco, la bandiera rossa la do-
vete lasciare nel funerale. La mia bandiera per la quale ho
lottato da galantuomo, la voglio!»
«La tua bandiera sì… Ci sarà, a costo di farmi
spretare… Ma se i tuoi, poi, non vogliono che ti porti io al
cimitero?»
«Quella che deve contare è la mia volontà!» replicò
duro Peppone traendo di tasca una busta suggellata e conse-
gnandola a don Camillo. «Qui ci sono le disposizioni per il
funerale. La aprirete come sta scritto sulla busta quando mi
avranno portato qui morto.»
Don Camillo cercò di reagire:
«Ma che storia è questa? Hai proprio deciso di morire!».
«Non ho deciso io, ha deciso Quello là.»
Don Camillo scosse il capo:
«Per ora Quello là non ha deciso niente. Per ora chi ha
deciso è un medico. Ma l'avvenire non è nelle mani dei me-
dici, è nelle mani di Dio».
Peppone sorrise:
«Parlerei così anche io se avessi i vostri polmoni, reve-
rendo».
«Basterebbe che tu avessi un pochino della mia fede.»
«Se ce l'ho o non ce l'ho sono affari miei.»
«Peppone, già che sei qui, potresti almeno inginocchiar-
ti davanti a Cristo e implorare il Suo aiuto.»
«No: se mi vuol salvare, mi salvi in piedi. Non voglio
che Dio creda che io ho paura.»
«Tu bestemmi nella Casa di Dio!»
«Dio sa che io non bestemmio. Dio capisce più di voi:
non ho bestemmiato quando ho saputo la sentenza. Dio mi
ha dato la vita quando ha creduto bene darmela. Mi può dare
la morte quando è giusto che io muoia.»
Don Camillo sospirò:
«Non vorresti per caso confessarti?».
«Quando sarà ora.»
«Posso fare qualcosa per te?»
«Per me no: date un'occhiata ai miei ragazzi.»
«Pregherò per te.»
«Non occorre. Dio sa quel che deve fare. Non si lascerà
influenzare dalle vostre preghiere. Preghiate o non preghiate,
Dio è giusto e agirà secondo giustizia.»
«Tu bestemmi: secondo te la preghiera non conta dun-
que niente?»
«La preghiera serve per salvare le anime, non i corpi.»
Peppone si avviò verso l'uscita. Poi si fermò:
«Reverendo, voltatevi perché voglio segnarmi senza che
mi vediate: io voglio dare una soddisfazione a Gesù Cristo,
non a un prete reazionario!».
Don Camillo si volse cadendo in ginocchio e, quando
levò la testa, Peppone era scomparso.
Allora don Camillo si volse angosciato al Cristo dell'ai-
tar maggiore:
«Gesù, non mi ha neanche salutato!».
«Don Camillo, ha salutato me. È più che sufficiente.»
Allora don Camillo incominciò a trovare una crescente
difficoltà a respirare e gli parve che, assieme a Peppone, se
ne fosse andato un pezzo del suo cuore.

Il Bigio, il Brusco e lo Smilzo trascorsero due orrende


giornate alla Casa del Popolo: il Lungo e la frazione dei duri
avevano già preso praticamente possesso della sezione. E i
tre fedelissimi di Peppone continuavano a lottare con sempre
maggior disperazione difendendo il sistema e i princìpi di
Peppone.
La notte del secondo giorno la trascorsero quasi tutta in
tremende discussioni. Il Lungo aveva argomenti che piaceva-
no agli scatenati, ai giovani spietati sempre in lotta con la
vecchia guardia.
Non arrivarono a nessuna decisione per la successione
ufficiale di Peppone e si lasciarono con l'accordo di ritrovarsi
alle otto del mattino seguente.
E alle otto erano tutti presenti, quelli dello stato maggio-
re: e tutti pieni di irritazione per la stanchezza.
Una faccenda che sarebbe finita a cazzotti di sicuro. E
lo si capì subito dalle prime battute della discussione.
Alle nove le premesse per dare una spazzolata maiusco-
la allo Smilzo, al Bigio e al Brusco erano già tutte state po-
ste. Alle nove e dieci il Falchetto, difatti, agguantò per gli
stracci lo Smilzo e gli mise un grosso pugno sotto il naso.
Alle nove, dieci primi e tre secondi, una mano che pare-
va il castigo di Dio sradicava il Falchetto e lo faceva volare
in un angolo.
Dietro quella mano c'era il resto di Peppone.
Un Peppone che scoppiava di salute.
Il copialettere stava sulla scrivania: le mani di Peppone
lo agguantarono, lo torsero e lo spaccarono in due.
Poi i due pezzi di registro volarono in faccia al Lungo.
«Chi non intende uscire dalla porta, si metta in nota e io
mi impegno a farlo passare a calci attraverso le inferriate del-
la finestra» spiegò Peppone.
Lo Smilzo, il Bigio e il Brusco continuavano a guardare
sbalorditi Peppone e non riuscivano a parlare.
«Niente miracoli» spiegò Peppone. «Alla casa di cura
mi hanno fatto subito i raggi e si sono accorti che io ho i pol-
moni più sani dell'universo. Le lastre non erano le mie, ma di
un altro Giuseppe Bottazzi, della mia età precisa che s'era
fatto la radiografia il giorno prima di me. Operatori diversi,
infermiere diverse. Nomi identici. Cose che succedono. Ci
vediamo stasera. Adesso devo liquidare un certo affare.»

Don Camillo ricevette Peppone in canonica. «Tutto per-


fettamente a posto, reverendo. Son tornato a riprendere la
mia lettera.»
Superato il suo stupore, don Camillo gridò:
«E tu, invece di ringraziare Dio, pensi alla lettera?».
«Dio non c'entra. Dio non fa errori di buste e se anche
tre milioni di persone si chiamano tutte con lo stesso nome e
cognome, Dio li conosce uno per uno e sa quale è il buono e
quale il cattivo o il così così. Vi è mancato un bel colpo per
le elezioni, reverendo.»
«Il mio partito vincerà sempre» rispose don Camillo in-
dicando il Crocifisso.
Peppone ripetè che rivoleva la lettera con le disposizioni
per i funerali.
«Hai dunque deciso di non morire mai più?» si informò
don Camillo.
«Morirò quando sarà ora, reverendo.»
«Le disposizioni serviranno per allora. Lasciamo la let-
tera sigillata fra i documenti della parrocchia. Nessuno sa,
neppure io, quel che c'è scritto dentro la busta.»
«E se, per caso, doveste morire prima voi di me?»
«Nessuno muore "per caso". A ogni modo niente di
male: passerei la busta sigillata al mio successore.»
«Il vostro successore?» borbottò Peppone. «Ma ci sarà
poi da fidarsi?… Comunque è impossibile che voi moriate
prima di me. Le erbe grame sono dure da estirpare.»
«Arrivederci, compagno Gramigna!» rispose don Ca-
millo.
194 IL CANALACCIO

Il Canalaccio era una piaga grossa, una piaga che si al-


largava sempre di più ma che nessuno poteva neppur medi-
care perché il Canalaccio apparteneva al Boccia.
Un tempo, il Canalaccio serviva al Boccia per azionare
un mulino giù alla Pioppetta: adesso serviva semplicemente
a rovinare i poderi attraverso i quali passava nel suo lungo e
tortuoso giro.
Infatti, se il mulino a un bel momento s'era fermato,
l'acqua aveva continuato a camminare e così – non toccato
per vent'anni da vanga o da badile – il fondo del Canalaccio
s'era via via alzato. E così, venuta a scorrere quasi a pelo di
terra, l'acqua si infiltrava nell'humus dei campi attraversati
dal canale. E, quando per le piogge o per il disgelo il livello
dei corsi d'acqua aumentava, i campi costeggiami il Canalac-
cio si allagavano.
Guaio grosso in quanto, da che mondo è mondo, l'acqua
scorre dal sopra verso il sotto e perciò il Canalaccio – doven-
do raccogliere da ogni dove acque da portare alla Pioppetta –
era stato scavato nella parte più bassa della zona. E le terre
più vicine alla Pioppetta, costrette a sorbirsi gli scoli convo-
gliati dal Canalaccio e non potendo liberarsi dell'acqua ingol-
lata, dovevano tenersela.
Il danno che questa faccenda procurava ai frontisti era
grosso; ma il Boccia, ogni volta che l'avevano sollecitato a
far sfondare il canale, aveva risposto:
«Il canale è mio e i campi sono vostri: arrangiatevi».
Nessuno era mai riuscito a smuovere il Boccia: ripetuta-
mente i frontisti, avendo la legge dalla loro parte, iniziarono
una azione comune contro il Boccia. Ma, fatti i primi passi,
dovettero fermarsi perché si accorsero che, se essi avevano
dalla loro parte la legge, il Boccia aveva dalla sua parte i
quattrini.
Soltanto nel Comune, il Boccia possedeva millecinque-
cento biolche di terra: circa un miliardo e mezzo di roba.
E le migliaia di biolche che possedeva da altre parti? E i
palazzi in città? E i quattrini in banca? E i beni all'estero?
Anche il proprietario più grosso della zona, quello che,
dopo il Boccia, aveva le costole più dure, piuttosto che attac-
carsi col Boccia vendette uno dei suoi poderi traversato dal
Canalaccio.

Quando il Comune venne conquistato dai «rossi» e pa-


reva che tutto dovesse cambiare, una commissione di affit-
tuari e mezzadri andò da Peppone e gli sottopose il problema
del Canalaccio:
«La terra rovinata dal Canalaccio non è nostra, ma la la-
voriamo noi e il prodotto serve per tutta la Nazione. Chi dan-
neggia la terra che noi coltiviamo danneggia quindi dei lavo-
ratori e il patrimonio nazionale: bisogna costringere il Boccia
a sfondare il canale».
Peppone allargò le braccia:
«Tutto giusto!» rispose. «Però come faccio? Il Boccia
non abita qui, se ne sta al sicuro all'estero: mica possiamo
prenderlo per il cravattino. Mica possiamo occupare il cana-
le.»
«Potete fare eseguire i lavori e poi costringere il Boccia
a pagare. Sequestrategli i poderi!»
«È presto: prima bisogna vincere le elezioni politiche e
poi si potrà sistemare ogni cosa.»
Ma i «rossi» non vinsero le elezioni politiche e il Cana-
laccio rimase tale e quale. Vinsero i clericali e allora la com-
missione andò a confidarsi con don Camillo.
Ma anche don Camillo allargò le braccia e scosse il
capo:
«E cosa ci posso fare io? Un mese fa, appena ho saputo
che il Boccia era tornato dall'estero, sono andato a trovarlo
per pregarlo di regalare al paese mille metri di terra per tirar
su l'Asilo. Mi ha guardato come se gli avessi domandato di
regalarmi una delle sue gambe. "Siete matto, reverendo? Coi
tempi che corrono?" Allora ho trovato i quattrini per pagar-
gliela, la terra, e sono andato a domandargli se me li vendeva
i mille metri di terra per l'Asilo. Mi ha risposto che per prin-
cipio lui non vende niente. Ho fatto intervenire il Vescovo,
dei deputati: niente. Ho scritto a Roma e mi hanno spiegato
che per il momento non si può costringerlo a dare la terra».
Quelli della commissione insistettero e don Camillo
fece un esposto al Ministero dell'Agricoltura: che il Governo
espropriasse il Canalaccio e ne assumesse la gestione.
Gli risposero che il Governo non era in grado, per il mo-
mento, di assumere altri oneri: ne aveva già troppi.
Intervennero allora i proprietari dei terreni attraversati
dal Canalaccio e portarono la questione davanti alla associa-
zione degli agrari.
«E cosa possiamo farci?» risposero i dirigenti. «Intenta-
re un'azione legale contro il Boccia che è nostro
consociato?»
«È sufficiente cacciare il Boccia fuori dalla associazione
e ogni cosa diventerà facile» obiettò uno dei proprietari.
«Tutti conoscono che pellaccia sia il Boccia, e gli avversari,
quando vogliono dare un'idea dell'agrario, citano il Boccia.
Parlano del suo egoismo, della sua pitoccheria, della sua pre-
potenza, della sua insensibilità. E, purtroppo, è verità sacro-
santa perché non c'è al mondo uomo più gretto del Boccia e,
se volete vedere della gente che abita in case schifose, peg-
gio della peggiore stalla, dovete visitare i poderi del Boccia.
«Il Boccia è un uomo che, da solo, riesce a screditare
un'intera categoria. Eliminarlo dall'associazione e intentargli
causa sarebbe un affare.»
«Un affare per i nostri avversari!» obiettò il presidente
degli agrari. «Faremmo il loro gioco: coi mezzi e con la te-
stardaggine del Boccia, una azione legale contro di lui diven-
terebbe clamorosa e interminabile perché egli si accaparre-
rebbe i migliori difensori dell'universo. E allora ve la figurate
che pacchia per i giornali comunisti? Come possiamo, pro-
prio noi, offrire alla stampa avversaria una magnifica occa-
sione per scrivere un romanzo a puntate intitolato: "Gli agra-
ri della Valle Padana si chiamano Boccia?". I panni sporchi
si lavano in famiglia.»
Il Canalaccio rimase quello che era e, giorno per giorno,
il danno per i frontisti aumentava.
E, fra tutti, il maggior danneggiato era il povero Bonetti.

Il Bonetti era proprietario di due ettari di terra sistemati


nel più disgraziato dei modi.
In origine, il poderetto faceva parte d'un grosso appez-
zamento rettangolare delimitato a nord dalla Strada Nuova e
a est dalla Strada Quarta. E in origine il Canalaccio non pas-
sava per il grosso appezzamento: ci arrivò in un secondo
tempo, quando evidentemente venne rettificato e – traversata
la Strada Nuova poco prima dell'incrocio con la Strada Quar-
ta, per traversare poi la Strada Quarta poco prima dell'incro-
cio con la Strada Nuova – il Canalaccio venne a smussare
l'appezzamento rettangolare tagliandone l'angolo di nord-est.
E così nacque il più infelice podere dell'universo perché
avente la forma d'un triangolo rettangolo con i cateti sulle
due strade e con l'ipotenusa sul Canalaccio.
Come se ciò non bastasse, l'angolino stava nella parte
più bassa del grande appezzamento: così, quando il Canalac-
cio incominciò a non funzionare più come doveva, i due etta-
ri presero a immagazzinare acqua sino a esserne completa-
mente impregnati.
Per il Bonetti, che era arrivato a comprarsi con fatiche
spaventose quella fettolina di terra, fu un disastro. Ed era lo-
gico che il Bonetti fosse quello che col Canalaccio ce l'aveva
più di tutti. Altro è togliere cinquanta grammi di pane a uno
che ne ha soltanto un etto e altro è togliere cinquanta grammi
a chi ne ha due chili.
Il Bonetti tentò tutto quello che poteva tentare ma, il
giorno in cui arrivò a scrivere anche al Papa senza, per que-
sto, poter niente risolvere, decise di agire d'iniziativa.
E, ogni volta che aveva un po' di tempo libero, attaccava
al carretto il cavallo e andava al fiume a cavare sassi e fan-
ghiglia.
E scaricava poi sassi e fanghiglia lungo la riva del Cana-
laccio.
La gente gli domandò che progetto avesse e il Bonetti
rispose:
«Faccio come l'Olanda. Tiro su una diga per protegger-
mi».
La gente si mise a ridere: il difetto era nel manico. Non
contava niente fare un pezzetto d'argine quando il fondo del
Canalaccio rimaneva quasi a pelo di terra. L'acqua avrebbe
continuato a filtrare sotto-sotto. Se voleva difendersi, il Bo-
netti avrebbe dovuto fare lungo il Canalaccio un argine sot-
terraneo di cemento impermeabilizzato.
«Lo so» rispose il Bonetti. «Io faccio l'argine lungo la
riva, così la terra, sotto il peso dell'argine, si schiaccia, perde
la porosità e l'acqua non filtra.»
Allora la gente non rise più: scosse il capo e disse che il
povero Bonetti era diventato matto.
Lo lasciarono bollire tranquillo nel suo brodo e il Bonet-
ti continuò a portare terriccio e sassi.
Quando ne ebbe portato una grossa quantità, incominciò
il lavoro di sistemazione e qui la gente non potè più stare zit-
ta. Infatti, il povero Bonetti, coi ciottoli e il terriccio, s'era
messo a costruire non un argine ma una specie di muraglia
lungo il Canalaccio, e questa era più che pazzia.
«Io voglio schiacciare la terra sotto» spiegò calmo il
Bonetti. «Più mi allargo alla base e meno schiaccio. Io devo
concentrare il peso maggiore nel minor spazio possibile.»
La gente scosse il capo e lo lasciò tranquillo concluden-
do:
«È diventato scemo».
Ma il Bonetti non era diventato scemo; infatti, quando
ebbe finito, dopo mesi e mesi di lavoro, la sua grande mura-
glia, una notte zitto zitto bloccò il canale a valle, davanti al-
l'imbocco del ponticello sotto il quale il Canalaccio traversa-
va la Strada Quarta.
E aspettò tranquillo.
Accadde quel che doveva accadere: il canale si riempì
d'acqua e ben presto straripò andando a bagnare la base del
muraglione. Il Bonetti aveva costruita la base del muraglione
in modo speciale, mettendo i ciottoli grossi dalla parte del
podere e, dalla parte del canale, ciottoli piccoli tenuti assie-
me da malta di terra.
L'acqua inumidì rapidamente la terra, e i ciottoli piccoli,
non più legati, smottarono. Mentre i grossi, quelli verso l'in-
terno, essendo legati con malta di cemento non si mossero.
E, a un bel momento, il muraglione precipitò dentro il
canale bloccandolo da un ponte all'altro.
Il Bonetti perfezionò la faccenda buttando paglia e ra-
maglie sotto l'arco del ponte della Strada Nuova: paglia e ra-
maglie che l'acqua spinse contro i sassi e il terriccio del mu-
raglione crollato ostruendo ogni più piccola falla.
L'acqua incominciò a invadere il primo podere oltre la
Strada Nuova, poi il secondo e via discorrendo.
Si allagò anche qualche strada bassa e, siccome aveva
incominciato a piovere a catafascio, l'affare diventò rapida-
mente un mezzo cataclisma.
La casa del Bonetti si trovò invasa da un sacco di gente
imbestialita.
«Ve l'avevamo detto che stavate facendo una stupidag-
gine!» urlava la gente al Bonetti. «Avete visto il risultato
della vostra testardaggine? Siete un vecchio cretino!»
Il Bonetti lasciò dire limitandosi ad allargare le braccia.
Ma poi, a forza di sentirsi ripetere che era un vecchio creti-
no, perdette la calma.
«Non sono né vecchio né cretino perché ho quarantano-
ve anni appena e perché è successo quello che volevo io.
Nessuno intende interessarsi del Canalaccio? Ebbene, biso-
gna creare uno scandalo, provocare un fatto che costringa
tutti a interessarsene. Invece di vociare come galline, tutti i
frontisti facciano quello che ho fatto io: blocchino il Canale
e, a un bel momento, quando l'acqua arriverà nelle strade,
qualcuno dovrà ben muoversi e mettere all'ordine del giorno
la sistemazione del canale!»
Se non fossero arrivati in quel momento i carabinieri, la
torma urlante dei frontisti avrebbe sbranato il povero Bonet-
ti.
Quando i carabinieri ebbero portato via il Bonetti per
spedirlo in galera, i frontisti non si calmarono ma, pieni di
sacrosanta indignazione, andarono a urlare in massa davanti
al municipio.
Erano scatenati e Peppone, per la prima volta in vita
sua, impallidì. Agì immediatamente: fece la mobilitazione
generale dei braccianti e li mandò a sbloccare il canale.
*

Si recò egli stesso sui lavori:


«Il canale deve essere liberato nel più breve tempo pos-
sibile!» urlò. «Non risparmiatevi! Ricordatevi che lavorate a
tariffa doppia!»
Lo Smilzo fu lasciato lì a sorvegliare i lavori, ma ben
presto Peppone, che nel frattempo era rientrato in sede, se lo
vide comparire davanti.
«Non ce la faccio più a rimanere» spiegò lo Smilzo.
«Mai visto gente sfaticata come quella là. Altro che tariffa
doppia: calci ci vorrebbero! Non parliamo dei camion che
portano via i sassi e la terra! Bisogna che tu intervenga: si ru-
bano i soldi del popolo!»
«Ma che soldi del popolo!» urlò Peppone. «Chi rompe
paga. Pagherà quel farabutto che ha combinato il guaio.»
Quando Dio volle, il Canalaccio fu liberato dai sassi e
dal terriccio che vi aveva portato il Bonetti. E, quando Dio
volle, il Bonetti venne mollato e potè tornare a casa sua.
Ma, intanto, i frontisti avevano organizzato un'azione
comune contro il Bonetti:
«Deve pagare i danni che ci ha procurato, e li pagherà».
Il Bonetti andò alla associazione degli agricoltori per
farsi difendere ma lo cacciarono via malamente dicendogli
che, se era matto, doveva rivolgersi al manicomio.
«Noi non possiamo difendere l'illegalità!» gli gridarono.
«Noi non possiamo farci paladini del sopruso, dell'arbitrio!»
Il Bonetti fu condannato a pagare danni e spese. Per tro-
vare i quattrini necessari dovette cercar di vendere il poderet-
to.
Gli risero in faccia, sentendo il prezzo che chiedeva:
«Per un pezzo di terra marcio d'acqua voi avete il corag-
gio di domandare quei soldi?».
Sei biolche di terra, a buttarle via, valevano sempre
quattro milioni: trovò uno che arrivò a offrirgliene due.
«Almeno due e mezzo!» implorò il Bonetti.
«Non è possibile» gli risposero. «Così conciato com'è il
podere non rende niente. Chi volete lo prenda in affìtto?»
«Io» rispose il Bonetti.
«Bene: se il fondo rende quello che dite, allora voi do-
vete darci almeno cinque quintali per biolca! Se non li date
significa che il podere non li rende.»
Il Bonetti accettò il contratto di affittanza per avere i
due milioni e mezzo.
La compratrice era una signora di città ed egli la intravi-
de appena davanti al notaio.
«Ricordatevi che noi esigiamo ordine e puntualità» spie-
gò la signora quando il Bonetti ebbe firmato.
«Sono un galantuomo» rispose il Bonetti.

*
Così, zuppo d'acqua, il podere non rendeva assoluta-
mente di che pagare cinque quintali per biolca e il Bonetti si
trovò ben presto nei guai.
Lavorarono, il Bonetti e sua moglie, fino a scannarsi,
ma giorno per giorno il podere deperiva per via del Canalac-
cio. Pagò sempre puntualmente l'affitto rimettendoci del suo
e ce la fece perché, pagate le spese dei lavori di sgombro, le
spese dei processi e i danni ai frontisti, gli era rimasto ancora
qualcosa.
Poi dovette ricorrere alla commissione per avere la ridu-
zione dell'affitto, ma la commissione gli diede torto:
«Chi poteva conoscere il podere meglio di voi? Se avete
accettato vuol dire che potevate accettare. Anzi vi hanno
dato i soldi che v'han dato appunto perché avete accettato il
contratto dei cinque quintali».
Così arrivò il momento in cui il Bonetti non ce la fece
più a pagare e, una bella mattina, una macchina si fermò nel-
l'aia e ne scese il Boccia il quale disse al Bonetti:
«Scegliete, o regolare le pendenze, o sgombrare!».
Il Bonetti balbettò che lui aveva un contratto con la si-
gnora tal dei tali ma il Boccia ridacchiò:
«È mia moglie e gli affari di mia moglie li faccio io».
Il Bonetti non riuscì a pagare ed ebbe lo sfratto. Allora
si ribellò:
«Mi mettano il podere nelle condizioni giuste, sfondino
il canale e io pagherò tutto quello che devo pagare per il pas-
sato e il futuro».
E quando gli risposero che oramai il decreto di sfratto
per inadempienza contrattuale era già firmato e quindi biso-
gnava sloggiare, il Bonetti scosse il capo:
«E dove vado? Di qui non mi muovo. Dovranno cac-
ciarmi fuori i carabinieri».
I carabinieri non vennero. Passarono due mesi ed ecco
che un giorno arrivò una squadra di muratori che, senza dire
né ai né bai, incominciò a scoperchiare il tetto della casa del
Bonetti.
«Noi abbiamo ordine così» spiegarono sghignazzando i
muratori. «Dobbiamo incominciare i lavori di ripristino per-
ché deve entrare il nuovo affittuario.»
Il Bonetti scosse il capo:
«Siete della povera gente come me: non dovete fare il
gioco d'un prepotente ai danni d'un poveretto».
«Siamo della povera gente come voi» gli risposero «e
dobbiamo lavorare per mangiare. Per favorirvi non possiamo
stare senza mangiare.»
Il Bonetti si mise subito in giro per trovare un poderetto
in affitto. Era roba difficile da trovare ma lo trovò finalmente
a Gazzòla; cinque biolche di terra, quello che faceva per lui.
Combinarono, però prima di definire il contratto il pa-
drone si riservò di domandare informazioni.
Domandò informazioni e il risultato fu che egli potè ri-
spondere a chi gli chiedeva se avesse perfezionato l'affare
col Bonetti:
«Bonetti? È una testa calda, un anarchico. Per mandarlo
via da un podere perché non pagava l'affitto, hanno dovuto
scoperchiargli la casa! Figuratevi se mi metto in casa un tipo
così!».
Quando, oltre al tetto, gli portarono via anche gli infissi,
il Bonetti dovette andarsene.
Vendette tutto e assieme alla moglie andò ad abitare in
una casipola in paese.
Lavorava a giornate dove poteva: alla strada, nei campi.
Un giorno Peppone incontratolo gli disse:
«Bonetti, prima magari non li conoscevi bene e non po-
tevi giudicare: ma adesso li conosci bene, i signori. Perché
rimani ancora nelle file dei loro difensori, invece di venire
tra le file dei difensori del proletariato?».
Il Bonetti allargò le braccia:
«Così: per la stessa ragione per cui il pesce piccolo che
rischia d'essere mangiato dal pesce grosso rimane sempre
nell'acqua invece di andare a vivere sopra la terra dove non
c'è il pericolo d'incontrare pesci grossi».
Peppone scosse il capo:
«Non è dunque riuscito a convincerti il Boccia?».
«No, Peppone, il Boccia non è riuscito a convincermi
che Dio non esiste. Io continuo a credere nella giustizia divi-
na.»
Peppone si mise a ridere:
«Se lo sapesse il Boccia, chi sa come si divertirebbe!».
«Lo sa e non si diverte. Perché lo scopo suo e dei tipi
come lui è quello di far perdere agli uomini la fede in Dio.
Questa è la ricchezza che egli non ha né può avere e che vor-
rebbe togliere a chi la possiede per accomunare il maggior
numero di gente possibile alla sua squallida miseria.»
Peppone cacciò fuori un fischio ammirativo:
«Questa è roba filosofica: dove l'hai letta?».
«Da nessuna parte: me l'ha spiegata don Camillo.»
«Ah» ridacchiò Peppone «volevo ben dire! Te l'ha spie-
gata lui!»
«Sì, ma cosa importa? L'importante è che io l'ho capita»
rispose il Bonetti.
Passò la macchina del Boccia e Peppone domandò:
«Non ti senti niente, dentro, quando vedi quello lì?».
«Sento pietà per la sua carne maledetta» rispose il Bo-
netti.
«Anche questo te l'ha insegnato il prete?»
«No, ci sono arrivato da solo» rispose il Bonetti.
195 TRITOLO

La prima lettera non turbò Peppone. Anzi gli fece piace-


re perché potè appiccicarla al giornale murale con questo ef-
ficace commento:
«La lettera anonima è l'arma dei viliacchi e rivela la de-
bolessa degli avversari. Non è con questi sistema che ci fare-
te paura!».
In verità la lettera era molto generica: «Pentitevi fin che
siete in tempo! Abbandonate l'Anticristo e tornate a Cristo!
Stracciate la tessera del PC!».
Peppone appiccicò all'albo anche la seconda lettera. La
terza però non la appiccicò: «Non c'è peggior sordo di chi
non vuol sentire: ma noi troveremo il modo di farci ascolta-
re anche da chi non ci vuole ascoltare. Se sapete organizzar-
vi clandestinamente voi, lo sappiamo fare anche noi. E, se
sarà necessario, useremo i vostri sistemi».
Peppone mostrò la lettera agli uomini del suo stato mag-
giore e osservò:
«Le lettere anonime non contano niente, però impressio-
nano i più deboli. Dandole in pasto al pubblico noi facciamo
il gioco dell'avversario che, con una lettera sola, riesce a farsi
leggere da mille persone».
Poi arrivò, dopo una settimana, la quarta lettera che par-
lava «di dare un piccolo esempio, e anche presto se
occorre», e allora Peppone si tenne la comunicazione per sé
e non ne fece parola neppure coi fedelissimi dello stato mag-
giore.
Ma la sera, alla riunione della Casa del Popolo, lo Smil-
zo cacciò fuori di tasca una lettera precisa identica a quella
ricevuta la mattina da Peppone. E anche gli altri fecero lo
stesso, perché ognuno degli uomini della vecchia guardia
aveva ricevuto la missiva.
La storia delle lettere anonime era incominciata in gen-
naio e alla fine di marzo durava ancora. E le lettere erano
sempre più minacciose. Minacce vaghe ma, appunto per ciò,
preoccupanti.
«Questo mascalzone» osservò Peppone, ricevuta la
quindicesima lettera «in definitiva non dice niente. Però è
riuscito a rendere nervosi anche i nostri uomini migliori.»
«Bisogna finirla» esclamò lo Smilzo. «Metterei la cosa
nelle mani dei carabinieri.»
Peppone scosse il capo:
«Bravo! Così tutti diranno che noi abbiamo paura! Biso-
gna invece stare con gli occhi aperti. Le lettere portano tutte
il timbro della città, ma sono sicuro che vengono di qui. E se
il tipo parla sul serio e ha veramente intenzione di combinar-
ci uno scherzetto, noi dobbiamo aspettarci lo scherzetto da
qualcuno di qui. Conosciamo i nostri tipi: non perdiamoli di
vista un solo minuto. Intensifichiamo la sorveglianza e, se il
mascalzone oserà tentare qualcosa, lo beccheremo. Non la-
sciamoci tirare nel laccio: il farabutto è uno del paese e il suo
nome figura di sicuro nella nostra nota degli individui peri-
colosi».
La sorveglianza venne intensificata, e se uno dei «peri-
colosi» si fosse anche semplicemente soffiato il naso in
modo sospetto, alla Casa del Popolo lo si sarebbe saputo tre
minuti dopo.
Ma la serpe dell'insidia non aveva il suo nido in paese.
La serpe dell'insidia aveva il nido lontano e, per quanto
serpe forestiera, nessuno della squadra di vigilanza, pur ve-
dendola, sospettò perché la squadra di vigilanza aveva occhi
soltanto per le serpi del paese.

Una sera, una motoleggera si fermò davanti alla «Coo-


perativa di consumo» della Casa del Popolo, e ne scese un
giovanotto forestiero che pareva recasse scritto in fronte:
«Commesso viaggiatore».
Tirò giù dal portapacchi una grossa valigia ed entrò. Si
sedette a un tavolo e chiese pane, salame e un po' di vino.
Prima di mettersi a mangiare domandò se ci fosse modo
di ripulirsi un po'. Aveva le mani nere di morchia e spiegò:
«Mi ha fatto diventar matto, quella maledetta baracca.
Non riuscivo a capire che cànchero avesse. Quindici chilo-
metri a piedi, mi sono dovuto fare. Appena arrivato qui in
paese ho visto un distributore ancora aperto e allora mi è ve-
nuta l'idea di quel che poteva essere il guaio».
«Non c'era più benzina!» sghignazzò lo Smilzo che sta-
va giocando a carte.
Il forestiero allargò le braccia:
«Sono un motociclista balordo, ma fino a questo punto,
perbacco, no! La benzina c'era. L'ho fatta sostituire con ben-
zina pura mettendo io stesso i misurini giusti d'olio. Il moto-
re ha funzionato subito. Abbiamo guardato la miscela che
avevo cavata fuori. A momenti c'era più olio che benzina!».
«Il guaio delle "due tempi" è questo» osservarono alcuni
dei presenti. «Se ti danno una miscela sbagliata sei
rovinato.»
La moglie del Lungo che aiutava il marito nel servizio
allo spaccio vini e commestibili si avvicinò:
«La pompa è lì subito, in cortile. Se le occorre un po' di
lisciva gliela do. Per due mani ridotte così ci vuol altro che il
sapone».
«Ma che lisciva! Un goccio di benzina!» intervenne lo
Smilzo.
Il forestiero sorrise scuotendo il capo.
«Né lisciva né benzina» disse. «Rovinano la pelle e pu-
liscono male.»
Mise sulla tavola il valigione, e sollevò il coperchio.
Tolse una busta di pelle e apparve uno strato compatto di ba-
rattoli, pacchetti e tubetti.
Scelse un tubetto e si spremette sulla palma della mano
sinistra due o tre centimetri di roba biancastra. Poi si sfregò
le mani e, fattosi dare uno straccio, se le asciugò.
«È più spiccio, più igienico e più economico» disse mo-
strando le mani nette. «Adesso basta darsi una sciacquatina
con acqua e sapone e tutto è a posto.»
I presentì rimasero favorevolmente impressionati.
«Certo» osservò Peppone che frattanto era entrato «per
uno che ha sempre le mani nella morchia è comodo.»
Il forestiero cavò dalla valigia un tubetto nuovo e lo por-
se a Peppone. Poi distribuì un tubetto a ciascuno dei presenti.
«Omaggio della ditta» spiegò ridendo. «Se il prodotto vi
soddisfa non avete che a chiederlo al droghiere.»
Tolse dalla valigia degli stampati e li distribuì spiegando
che lì c'erano le caratteristiche del prodotto e i prezzi.
«Voi mi capite» concluse ridendo. «È il mio mestiere e
il tempo che ho perso con quella maledetta motocicletta lo
devo pur riguadagnare.»
Cavò fuori dalla valigia una manciata di saponette.
«Naturalmente» disse dandone una a Peppone e ai più
vicini «se dopo esservi tolta la morchia con il "DET" ve le
sciacquate col "FLU" le vostre mani non solo diventeranno
candide come un giglio ma acquisteranno la morbidezza vel-
lutata della Lollobrigida.»
La combriccola si mise a sghignazzare e il forestiero an-
che lui rise divertito. Poi offrì una delle sue saponette alla
moglie del Lungo e andò in cortile a lavarsi.
«È simpatico» riconobbe Peppone che pure, dopo la sto-
ria del «Ceratom», aveva una particolare avversione per i
rappresentanti di cere e detersivi.
Il forestiero rientrò e consegnò alla moglie del Lungo
anche l'altra saponetta appena usata.
«Mi faccia della reclame» le disse.
Mangiò con grande appetito il pane e il salame. Bevve il
suo vino. Poi chiese un bicchierino.
«Mi dispiace ma bisogna che faccia presto» avvertì il
Lungo portandogli un bicchierino di grappa. «Mancano po-
chi minuti a mezzanotte e noi a mezzanotte chiudiamo.»
«Sta bene» rispose il forestiero. «Mi faccia il conto. Si
tenga anche la camera per questa notte.»
«Noi non abbiamo alloggio» spiegò il Lungo. «Questa è
la "Cooperativa di consumo". Qui dormiamo soltanto io, mia
moglie e mio figlio. E dormiamo male!»
Peppone intervenne:
«Non lamentarti! Quando il ragazzino sarà più grande ti
troveremo un'altra stanza».
Il Lungo si strinse nelle spalle.
«Se vuol dormire bisogna che vada al "Leoncino". La
stanza c'è di sicuro.»
Il forestiero pagò il conto e quindi domandò dove fosse
piantato il «Leoncino».
«Se viene con me, io nel tornare a casa ci passo
davanti» disse Peppone.
Il forestiero tirò su il suo valigione e si avviò verso l'u-
scita preceduto da Peppone. Fatti pochi passi si fermò.
«Posso lasciare qui questa mercanzia?» domandò al
Lungo. «Mi secca doverla legare ancora sopra la moto. La
vengo poi a prendere domattina. Se non disturbo.»
«Niente disturbo!» esclamò il Lungo. «La metta lì dietro
il banco. Qui di sicuro nessuno le tocca niente. Però la chiu-
da a chiave.»
Il forestiero rise.
«È tutto materiale di propaganda: campioni, volantini.
L'unica poca roba che mi interessa l'ho qui nella borsa. La
scarico di ogni responsabilità.»
«Per favore la chiuda!» insisté il Lungo.
E il forestiero andò dietro al banco e armeggiò attorno al
valigione.
Poi uscì e camminò per le strade deserte del paese a
fianco di Peppone, spingendo a braccia la magra motociclet-
ta.
Chiacchierarono allegramente. Al «Leoncino» la stanza
c'era e c'era anche il posto per riparare la moto. Il forestiero
ringraziò Peppone e se ne andò a letto.

*
Celebrata la prima Messa, don Camillo, dopo essersi
gingillato un bel po' in sagrestia, tornò in canonica dove l'a-
spettava la colazione.
Trovò sulla tavola del tinello il latte fumante col pane
affettato e, appoggiata alla zuccheriera, una lettera: «Per il
signor Parroco - Urgentissima».
«L'ha portata un giovanotto» spiegò la vecchia che face-
va le faccende in canonica. «Voi avevate appena incomincia-
ta la Messa. Mi ha raccomandato di darvela. È una cosa im-
portante.»
Don Camillo lacerò la busta e trasse il foglietto: «Avver-
tire subito! Nella valigia lasciata alla Casa del Popolo ieri
sera c'è una bomba a orologeria! Sgombrare la Casa del
Popolo: fra poco salterà in aria!».
Don Camillo balzò in piedi e, pochi istanti dopo, arriva-
va ansimando davanti alla casa di Peppone.
Erano le sette e tre quarti e tutti ancora dormivano. Don
Camillo incominciò a tirar sassate contro gli antoni delle fi-
nestre del primo piano e, ben presto, si udiva l'urlaccio di
Peppone.
«Cosa succede?»
«Venga giù! Venga giù immediatamente! Non c'è un se-
condo da perdere!» gridò don Camillo.
Peppone si affacciò: non aveva mai visto don Camillo
così agitato. Scese ad aprire mezzo svestito e don Camillo gli
mise subito davanti agli occhi la strana lettera spiegando
come l'avesse ricevuta.
Peppone lesse un paio di volte le poche righe, poi disse,
cupo:
«Che storia è questa?».
Qualcosa biancheggiava sul pavimento dell'andito, ai
piedi della mezza anta della porta ancora chiusa.
Peppone si chinò e tirò su una lettera che portava questa
intestazione: «Giuseppe Bottazzi – Capo dei senzadio – Ur-
gentissima!».
La lettera era più dettagliata di quella ricevuta da don
Camillo:

«Da mesi e mesi noi vi avvertiamo. Ma voi non volete


intendere la ragione e continuate a militare nelle schiere dei
banditi senzadio. Vi avevamo promesso un piccolo esempio:
oggi lo avrete.
«Nella valigia depositata ieri sera allo spaccio della
Casa del Popolo c'è una bomba a orologeria.
«Doveva scoppiare alle tre di stanotte ma siccome noi
non siamo assassini, appena saputo che nella Casa del Po-
polo dormono una donna e un bambino, abbiamo tirato in-
dietro la lancetta in modo tale da darvi il tempo per salvare
gli innocenti.
«Spicciatevi: c'è appena il tempo sufficiente. Quando la
lancetta toccherà i due contatti chiudendo il circuito, la
bomba scoppierà e la Casa del Popolo andrà in briciole.
«Non toccate la valigia, se non volete che vi scoppi fra
le mani. Sappiamo fare le cose per bene e il dispositivo di si-
curezza è infallibile.
«Siete avvertiti: la responsabilità di ogni vittima umana
sarà vostra.
«Distrutta la Casa del Popolo, se non metterete giudizio,
agiremo con energia ancora maggiore.
«Abbandonate l'Anticristo. Stracciate la tessera del
PC!».

Peppone ripensò alla storia del forestiero e rabbrividì. Il


colpo era stato diabolico.
In quell'istante arrivò di corsa il Lungo che gli porse con
mano tremante una lettera:
«L'ho trovata poco fa sotto la porta» spiegò ansimando.
«Cosa facciamo?»
Peppone lo afferrò per il collo:
«Disgraziato! Mi viene a domandare cosa deve fare!
Tira fuori subito tua moglie e tuo figlio!».
«E… e la roba?»
«La roba vada all'inferno!» urlò Peppone. «Come si fa a
sapere quando la bomba scoppia?»
Il Lungo si allontanò di corsa. Erano le otto e quando
Peppone, completato il suo abbigliamento, arrivò in piazza,
trovò tutto il paese stipato sotto il portico di fronte alla Casa
del Popolo.