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I PROMESSI SPOSI

DI ALESSANDRO MANZONI
di Salvatore S. Nigro

Letteratura italiana Einaudi

In:
Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere
Vol. III, a cura di Alberto Asor Rosa,
Einaudi, Torino 1995

Letteratura italiana Einaudi

Sommario
1-2.

Genesi, struttura, fonti.

3-5.

Tematiche e personaggi.

44

6.

Nota bibliografica.

73

Letteratura italiana Einaudi

1-2. Genesi, struttura, fonti.


Una finestra a ghigliottina. Roma, 19 agosto 1778. Alessandro Verri scrive al fratello Pietro: Io sono stato poco soddisfatto della Nouvelle Hloise a segno che
non ho possuto continuare la lettura dopo qualche lettera, e ci perch vi ho trovato una morale falsa sotto il velo del sentimento filosofico, poich insomma un
maestro a cui si confida una zitella, e finisce a farla madre1. La lepidezza, sul mal
sentimento e sul mal servizio della Julie, smentisce lEntretien sur les romans entre
lditeur et un homme de lettres pubblicato da Rousseau come seconda prefazione
al romanzo (1761). In questione erano le seduzioni dellimmaginario romanzesco
che, nellesemplificazione malignamente estrema di Alessandro Verri, andavano
ad agire sugli affetti di una vergine eccitandone quelle istanze ormoniche che il rispetto della condizione avrebbe dovuto persuadere ad escludere. Il caso rientrava
nella casistica di follia da fascinazione e catturazione letterarie, stabilita dallo stesso Rousseau nel suo dialogo immaginario:
Lon se plaint que les romans troublent les ttes; je le crois bien: en montrant sans cesse
ceux qui les lisent les prtendus charmes dun tat qui nest pas le leur, ils les sduisent, ils leur font prendre leur tat en ddain, et en faire un change imaginaire contre
celui qon leur fait aimer [...]. Il faut que les crits faits pour les solitaires parlent la langue des solitaires: pour les instruire, il faut quils leur plaisent, quils les intressent; il
faut quils les attachent leur tat en leur rendant agrable2.

Un anno prima Pietro Verri, nei Ricordi a mia figlia Teresa, si era soffermato
sulla compagnia cara e istruttiva dei libri:
Io approvo che voi leggiate sterminatamente tutte le Commedie e tutte le Tragedie possibili, sono queste una dilettevolissima occupazione, vi conducono a sviluppare insensibilmente in voi medesima i penetrali del vostro cuore e dellaltrui, vi insegnano il pi nobile e decente modo di conversare, vi sviluppano sentimenti nobili e generosi e sono una
eccellente lezione di morale pratica. Anche i Romanzi scritti con decenza e con grazia gli
approvo, escludo soltanto i troppo libertini i quali se avete lanima delicata vi stomacano e se disgraziatamente laveste poco ferma vi prostituiscono alla dissolutezza3.
1 A. VERRI, Lettera a Pietro Verri del 19 agosto 1778, in P. VERRI e A. VERRI, Carteggio (1 luglio 1778 - 29 dicembre 1779), a cura di G. Seregni, Milano 1939, p. 53.
2 J. J. ROUSSEAU, Julie ou La nouvelle Hloise, Paris 1952, I, p. XVI (trad. it. di P. Bianconi, Giulia o La nuova
Eloisa, I, Milano 1964, p. 31: Ci si lagna che i romanzi fanno perdere la testa. Lo credo bene. Facendo continuamente vedere a quelli che li leggono i fallaci incanti duno stato che non il loro, li seducono, li disgustano del loro proprio stato, al quale rinunciano per quello immaginario che i romanzi gli fanno amare [...]. Bisogna che gli scritti destinati ai solitari parlino il linguaggio dei solitari: per istruirlo bisogna che piacciano e interessino; bisogna che gli rendano piacevole il loro stato e glielo facciano amare). Salvo diversa indicazione, le traduzioni presenti nel testo sono nostre.
3 P. VERRI, Manoscritto per Teresa, a cura di G. Barbarisi, Milano 1983, pp. 181-82.

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I due fratelli andavano di concerto. Con dotta complicit. Che spiega, infine,
largomento morale, in stile espressionistico, della madre bambina; una volta che
si sia richiamata la passione collezionistica (condivisa con Cesare Beccaria)4 che
indiavolatamente tentava Pietro di fronte alle stampe buffone inglesi e alle
carte inglesi di figure strane e ridicole di William Hogarth5.
Il profilo della vergine pass in eredit al nipote dei Verri e di Beccaria. E si
affacci nella prosa di Alessandro Manzoni, a dar testimonianza, ancora una volta (e di nuovo a partire, anche, dal dialogo immaginario di Rousseau), del carico di responsabilit del genere romanzo: ripetutamente accusato di allettare e dilettare; e di produrre eccitazione con le sue malsentimentali smodatezze, e persino con le tenerezze dellamor contento che ancor di pi, e subdolamente, esponevano i lettori alla persuasione della concupiscenza. Ma la zitella venne ulteriormente caricata da Manzoni. Divenne estremisticamente hogarthiana, avanzata
negli anni e inappetibile. E difatti, nel ciclo pittorico e grafico dei Quattro momenti del giorno di Hogarth, fa curva grottesca limpettimento fino al naso affilato di una zia zitellona che di buon mattino consuma il dramma quotidiano della traversata della piazza, verso la chiesa di Covent Garden. La gentildonna incurante dei mendicanti. per interessata agli ultimi e scomposti amoreggiamenti delle coppiette non ancora rincasate: il suo occhietto nervoso; guarda di sbieco, mentre il ventaglio chiuso preme sulle labbra, che sono una linea di dispetto,
tirata e sottile.
Alessandro Manzoni scrive allabate Eustachio Degola, di attiva fede giansenista. il 10 maggio del 1825:
Come mai avete la bont dinteressarvi alle bazzecole che escono dal mio calamaio? Sapete voi di che genere sia quella intorno a cui sto faticando, come se fosse un affare
dimportanza? di quel genere di composizioni, agli autori delle quali il vostro e mio
Nicole regalava, senza cerimonia, il titolo di empoisonneurs publics. Certo, io ho posto
ogni studio a non meritarlo; ma ci sar poi riuscito? Quando abbiate veduta lopera,
aspetter con impazienza, e non senza timore il vostro giudizio. Vi avverto per che io,
da buon autore, ho in pronto apologie contro tutte le obiezioni che mai vi possano venire in mente; e intendo di giustificare il mio lavoro non solo dalla taccia di pernizioso,
ma, vedete! anche dallaccusa di inutilit6.
4
Cfr. F. ANTAL, Hogarth and his Place in European Art, 1962 (trad. it. di A. De Caprariis, Hogarth e larte europea, Torino 1990, p. 356).
5 Si veda P. VERRI e A. VERRI, Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767), a cura di G. Gaspari, Milano 1980, pp. 171,
193 e 202.
6 A. MANZONI, Lettera a Eustachio Degola del 15 maggio 1825, in ID., Tutte le lettere, a cura di C. Arieti, con
unaggiunta di lettere inedite o disperse, a cura di D. Isella, I, Milano 1986, p. 377. Cfr. anche Aggiunta II alledizione
di Cesare Arieti, a cura di D. Isella, in Annali manzoniani, nuova serie, II (1994), pp. 79-150.

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Era gi avvenuto con il teatro. Sul quale gravava la condanna agostiniana di


immoralit, trasmessa a Manzoni dai moralisti francesi del gran secolo ai quali si
era poi affiancato il Rousseau della Lettre Mr. dAlembert. I romanzi erano livres corrupteurs de la vie humaine, per Nicole; e per il Bossuet della Lettre sur la
comdie. Erano, per Bourdaloue, divertissements criminels, rovinosi: livres
empests che dellamore passionato oppure honnte, trattato par art et par
rgles, avevano fatto la passion dominante et le ressort de toutes les autres passions7. Per Manzoni non si tratt pi di lodare o dislodare, di scusare o di accusare un genere letterario. Ma, pi arditamente, di rifondare il romanzo; peraltro
convinto, insieme al sodale Ermes Visconti, che non esistono giustificazioni che
possano legittimare la messa al bando della letteratura o di qualcuna delle sue forme:
Le arti del bello non si dovrebbero proscrivere, nemmeno se si potesse farlo senza incorrere ne gravissimi mali provenienti da un tale divieto sancito per leggi civili o procacciato da uno stolto rigorismo religioso o filosofico. Concludendo, la somma degli effetti delle arti del bello, purch gli artisti non vogliano abusarne scientemente, pu essere favorevole alla virt degli individui ed al meglio sociale8.

Il romanzo genere proscritto nella letteratura italiana moderna, la quale ha


la gloria di non averne o pochissimi, scrive Manzoni9. E conta molto, nella presa
datto, la terribilit dellaggiunto di proibizione che porta su di s linquietante memoria storica di un editto sulla proscription des romans, ispirato dal cancelliere
giansenista Daguesseau, ed effettivamente promulgato in Francia nel 173910. Gi
nel discorso Della Moralit delle Opere Tragiche, Manzoni aveva appuntato: Opinione ricantata e falsa: che il poeta per interessare deve movere le passioni. Se fosse cos sarebbe da proscriversi la poesia. Ma non cos. La rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma riflessione sentita pi poetica dogni altra11. Il romanzo non andava svalutato, n tanto meno proscritto. Andava rifor-

7 L. BOURDALOUE, Sermon sur les divertissements du monde, in ID., uvres, I, Paris 1837, pp. 582- 584 (la
passione dominante e il rinforzo di ogni altra passione).
8 E. VISCONTI, Riflessioni sul bello e su alcuni rapporti di esso colla ragionevolezza, colla morale e colla presente civilizzazione europea (1819-22), in ID., Saggi sul bello, sulla poesia e sullo stile, a cura di A. M. Mutterle, Roma-Bari
1979, parte V, cap. 1, p. 164.
9 A. MANZONI, [Prima] Introduzione a ID., Fermo e Lucia, in ID., Tutte le opere, a cura di A. Chiari e F. Ghisalberti, II/3, Milano 1954, p. 5.
10 Si veda G. MAY, Le dilemme du roman au XVIIIe sicle, Paris - New Haven Conn. 1963, cap. III (La proscription
des romans), pp. 75-105.
11
A. MANZONI, Della Moralit delle Opere Tragiche, in ID., Tutte le opere, V. Scritti linguistici e letterari, t. III, a
cura di C. Riccardi e B. Travi, Milano 1991, p. 57.

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mato, in quanto genere filosofico12; e cio, trattato a proposito come un ramo


delle scienze morali13. La questione era di poetica narrativa. Manzoni si rifaceva
alla tradizione critica che andava dalle settecentesche Lectures on Rhetoric and Belles Lettres di Hug Blair (presto tradotte e commentate da Francesco Soave), allEssai sur les fictions di Madame de Stal, fino al recupero del Blair dentro il discorso
sui romanzi (presentato nel 1821 dal tipografo Giovanni Pirotta, ma attribuibile allo stampatore e libraio Antonio Fortunato Stella)14 che inaugura la milanese Biblioteca amena ed istruttiva per le donne gentili. Blair era stato esplicito:
[] certamente le storie fittizie possono impiegarsi ad utilissimi usi; conciossiach forniscan uno de mezzi migliori per trasmettere listruzione, per dipingere i costumi e le
vicende dellumana vita, per dimostrare gli errori, in cui siamo tratti dalle nostre passioni, per rendere amabile la virt e odioso il vizio []. Non pertanto la natura di
questo componimento considerato in s stesso, ma la difettosa maniera di eseguirlo,
quella che lo pu rendere dispregevole15.

Il discorso attribuito allo Stella andava oltre. E, al di l del rigorismo giansenista, conciliava con la religione lo scandalo del genere romanzo:
Numerose dissertazioni sono state scritte nei tempi addietro per provare che i romanzi,
e cos i componimenti teatrali, sono contrarii al vero spirito del cristianesimo, e i romanzieri quindi e i poeti di teatro essere pubblici avvelenatori non dei corpi, ma delle
anime []. Altri parlatori ci sono che si mostrano fortemente avversi ai romanzi, non
perch ne abbiano letto alcuno, ch arrossirebbero a prenderne uno in mano, ma perch sanno che non vha romanzo in cui non entri lamore, il quale per lo pi anzi n la
base principale. E come credono che lamore, non conoscendolo forse essi che da un lato solo, non possa tendere ad altro che a contaminare i cuori ed a corromperli, cos nei
loro discorsi spiegano, sia apparente, o vero, un abborrimento tale allamore, che quasi
sembra che il volessero sbandito non solo dai libri, ma anche dalla terra. Costoro meglio ragionerebbero se, vedendo che lamore non pu sbandirsi dalla terra, a cui stato
dato per la conservazione delle cose, intendessero tutta la cura de savi stare in ben dirigerlo: onde distrumento di felicit, ch per tale la Provvidenza lha dato agli uomini,
non diventi mezzo di ruina16.

Lo scoglio persistente era lavversione moralistica alla passione amorosa, tra


contenimento del sesso e gioia della virt; e ancora, tra autoconservazione della
12
P. BORSIERI, Avventure letterarie di un giorno o consigli di un galantuomo a vari scrittori (1816), in Discussioni
e polemiche sul Romanticismo, a cura di E. Bellorini e A. M. Mutterie, I, Roma-Bari 1975, pp. 152-56.
13 A. MANZONI, Materiali estetici, in ID., Tutte le opere, V cit., t. III, p. 20.
14 Si veda M. BERENGO, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Torino 1980, pp. 150-51.
15 U. BLAIR, Lezioni di rettorica e belle lettere, a cura di F. Soave, Venezia 1820, t. III, lezione XII, pp. 186-87.
16
Gli Editori alle persone che amano le letture amene ed istruttive, in A. LA FONTAINE, Biblioteca amena ed
istruttiva per le donne gentili, I/1. Le confessioni al sepolcro, Milano 1821, pp. VI-VIII.

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specie ed estrinsecazione dissipatrice del desiderio. Su tutto, gli attentati alla continenza cristiana della carne. Non si faceva che perpetuare e ontologizzare, dalluna e dallaltra parte del dibattito, il vecchio precetto secentesco di Pierre-Daniel
Huet: lamore devessere il principale argomento del Romanzo17. Mise in crisi
tanta ostinazione erotocentrica Madame de Stal. Che al romanzo apri nuovi scenari, e pi vasti:
Une raison motive diminue cependant dans lopinion gnrale lestime quon devrait
accorder au talent ncessaire pour crire de bons romans, cest quon les regarde comme uniquement consacrs peindre lamour, la plus violente, la plus universelle, la plus
vraie de toutes les passions []. Une carrire nouvelle souvrirait alors, ce me semble,
aux auteurs qui possdent le talent de peindre, et savent attacher par la connaissance
intime de tous les mouvements du cur humain. Lambition, lorgueil, lavarice, la vanit, pourraient tre lobjet principal de romans dont les incidents seraient plus neufs et
les situations aussi varies que celles qui naissent de lamour18.

Lavorando una sua pi sottile e ragionata avversione alle angustie e alle sconvenienze (di modi e non di sostanza) del romanzo erotocentrico (Il reste
toujours une grande objection contre les romans damour; ce que cette passion y
est peinte de manire la faire natre et quil a est des moments de la vie dans lesquels ce danger lemporte sur tout espce davantages)19, Madame de Stal arriva a prospettare un romanzo senza amore: del resto gi realizzato dal radicale inglese William Godwin (Things as They are or the Adventures of Caleb Williams, 1794), come giallo stringente e ossessivo che una spietata caccia alluomo
espande in un tableau le plus philosophique20.
Un romanzo senza amore, alla fine. Cos come nel 1675, nel dibattito sulla
Iphigenie di Racine, e sulla moralit in genere del teatro tragico (e, di sguincio, del
romanzo), era stata avanzata la proposta di belles tragdies sans amour: in un
dialogo immaginario (tal quale quello assai pi tardo di Rousseau); nellEntre17 P.-D. HUET, Trait de lorigine des romans, 1670 (trad. it. Trattato sullorigine dei romanzi, a cura di R. Campagnoli e Y. Hersant, Torino 1977, p. 3).
18 A.-L.-G. NECKER DE STAL - HOLSTEIN, Essai sur les fictions, in ID., uvres compltes, I, Paris 1871, p.
63 (Un giudizio ragionato scredita nellopinione pubblica la considerazione che andrebbe riconosciuta alla vocazione necessaria a scrivere buoni romanzi, ed che ad essi si guarda come unicamente votati alla pittura dellamore, la
pi violenta, la pi universale, la pi vera delle passioni [...]. Un corso nuovo mi pare quindi che si aprirebbe agli autori capaci di narrare e avvincere per mezzo dello scandaglio intimo dei moti tutti del cuore. Lambizione, lorgoglio,
lavarizia, la vanit, potrebbero essere presi a tema di romanzi con vicende rinnovate e situazioni assai pi varie di
quelle ispirate dallamore).
19 Ibid., p. 71 (rimane comunque una grossa obiezione contro i romanzi damore; ed che questa passione vi dipinta in modo da fomentarla, e che vi sono momenti nei quali questo pericolo prevale su qualsivoglia vantaggio).
20
Ibid., p. 70. Cfr. S. B. CHANDLER, Manzoni e William Godwin, in Rivista di letterature moderne e comparate, (1975), 4, pp. 271-77; e A. CORRADO, William Godwin illuminista romantico, Napoli 1984.

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tien sur les tragdies de ce temps, apparso anonimo a Parigi e attribuito, nella riproposta del 1739, allabate Pierre de Villiers.
Un altro dialogo immaginario sullamore aveva alle spalle Manzoni, quando invit il Degola a disporsi a subire unapologia del romanzo: della sua legittimit e della sua utilit. A scriverlo era stato lo stesso Manzoni, nello stile saggistico-colloquiale del Conciliatore: con un orecchio teso allantica diatriba su Racine; con laltro al Rousseau dellEntretien e alla Madame de Stal dellEssai; in dialogo sottinteso con gli amici di militanza letteraria, da Visconti, a Borsieri, a Pellico, al lontano Fauriel che nel frattempo era non a caso impegnato a sviscerare il
codice amoroso del Petrarca21. Il Manzoni, che con il Degola corrisponde sul romanzo, ha gi portato a termine la stesura del Fermo e Lucia (24 aprile 1821 - 17
settembre 1823). E in questo romanzo, allinizio del tomo secondo, ha aperto una
digressione sotto forma di discussione sopra principj con un personaggio
burbanzoso voluto ideale per poterlo trattare senza cerimonie: come far
nella lettera a Marco Coen del 2 giugno 1832 ([...] quel che mha dato animo a
dirle cos schiettamente il mio parere, stato appunto laver che fare come con
personaggio ideale: e proverei ora la vergogna che a cagion di ci non ho provata,
se venissi a trovarmi dinanzi al personaggio vero, e potessi dire a me stesso che ho
fatto il dottore al signor tale)22; in forza di una prassi del Conciliatore, sulla
quale aveva richiamato lattenzione Ermes Visconti (Glinterlocutori de dialoghi scientifici sogliono riguardarsi quasi come enti immaginarj, anche quando
portano il nome di persone reali: servono ad esprimere le opinioni di chi scrive, e
le opinioni contrarie di cui volsi mostrare limperfezione o la fallacia)23.
Il contraddittorio spesso incordiale, e senza cerimoniali. Manzoni incalzato dallimpazienza crucciosa del personaggio ideale: dalla sua spavalderia e da
qualche pensiero velenosetto. E il suo vario inquietarsi esplode infine in un brusco licenziamento dellinterlocutore; senza acquietamento. La durezza di Manzoni si fa forza di un principio irrinunciabile e capitale, che mai pu venire a patti
con unidea di romanzo come letteratura della dilettazione:
Se le lettere dovessero aver per fine di divertire quella classe duomini che non fa quasi
altro che divertirsi, sarebbe la pi frivola, la pi servile, lultima delle professioni. E vi
confesso che troverei qualche cosa di pi ragionevole, di pi umano, e di pi degno nelle occupazioni di un montambanco che in una fiera trattiene con sue storie una folla di
21 Per Fauriel, Cfr. G. FOLENA, Manzoni libertino e i romanzi damore, in AA.VV., Manzoni e oltre, Napoli
1987, pp. 11-50.
22 A. MANZONI, Lettera a Marco Coen del 2 giugno 1832, in ID., Tutte le lettere cit., t. 1, p. 671.
23
E. VISCONTI, Dialogo sulle unit drammatiche di luogo e di tempo, in Il Conciliatore, II (1819), n. 42; cfr. Il
Conciliatore. Foglio scientifico-letterario, a cura di V. Branca, II, Firenze 1953, p. 91.

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contadini: costui almeno pu aver fatti passare qualche momenti gaj a quelli che vivono
di stenti e di malinconie; ed qualche cosa24.

Il nuovo romanzo, rifondato e ricodificato, non trastullo di oziosi: che sul


serio prendono solo il divertimento25. Lintemerata, tra tanta esplicita e rilevata dichiarazione, si diverte a reticere e a svagolare: per umiliare e confondere
lintelligenza del personaggio ideale che, partigiano di una letteratura grossolana che ha i mezzi pi potenti di dilettare, non arriva a capire le sottigliezze di
un Manzoni che sta costeggiando il Triumphus Cupidinis di Petrarca allaltezza di
quei versi (1, 82-84: Ei [Amore] nacqua dozio e di lascivia umana, | nudrito di
pensier dolci soavi, | fatto signore e dio da gente vana)26 sui quali andava modellando le qualit morali dei libertini del suo romanzo: di don Rodrigo, la cui passione per Lucia era nata per ozio, o meglio era nata dozio e di lascivia come
pi scopertamente petrarcheggia una variante27; e di Egidio, alle cui seduzioni il
dialogo fa da premessa, che parte per ozio, parte per curiosit si affacciava a
spiare le converse dallabbaino della propria casa.28 Il tema era la corrispondenza
tra loziosit e vanit dellamore-passione e il diletto della letteratura damore.
Con malthusiano divertimento, Manzoni aveva detto prima:
Concludo che lamore necessario a questo mondo: ma ve nha quanto basta, e non fa
mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e che col volerlo coltivare non si fa altro
che farne nascere dove non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha
bisogno, e che uno scrittore secondo le sue forze pu diffondere un po pi negli animi:
come sarebbe la commiserazione, laffetto al prossimo, la dolcezza, lindulgenza, il sacrificio di se stesso: oh di questi non vha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un po pi nelle cose di questo mondo: ma dellamore come vi diceva,
ve nha, facendo un calcolo moderato, seicento volte pi di quello che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera imprudente landarlo fomentando cogli scritti [... ]29.

Il dibattito aveva avuto presentazione e inscenatura provocatorie, sebbene


non sembrasse:
la narrazione sar sospesa alquanto da una discussione quale occuper probabilmente
24

A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. n, cap. I, p. 148.


Levidenza esponenziale nel cap. XVII della Parte prima (1819) di ID., Osservazioni sulla morale cattolica, a cura di R. Amerio, Milano-Napoli 1961, I, p. 154.
26 F. PETRARCA, Trionfi, a cura di F. Neri, in ID., Rime, Trionfi e Poesie latine, a cura di F. Neri, G. Martellotti,
E. Bianchi e N. Sapegno, Milano-Napoli 1951, p. 484.
27 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, cap. VI, pp. 238-39 (e p. 825 dellapparato).
28
Ibid., cap. V, p. 212 (e p. 822 dellapparato).
29 Ibid., cap. I, p. 145.
25

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un buon terzo di questo capitolo. Il lettore che lo sa potr saltare alcune pagine per riprendere il filo della storia far cos: giacch le parole che mi sento sulla punta della penna sono tali da annojarlo, o anche da fargli venir la muffa al naso30.

Il lettore, che si infastidisce alle uscite digressive e ai rientri dalla e nella trama del racconto, di quelli che preferiscono una letteratura irriflessiva; ed quindi un lettore, non tanto da scoraggiare, ma da toccare al vivo didatticamente: se
si lascia compromettere dal gesto ostentativo di una penna irrisoriaa, che ha
dalla sua la forza irritante di unintesa milanese tutta da nasare sui lemmi del
Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (And al nas. Saperne male. Sentirne male. Dar nel naso. Venir la muffa al naso. Sentire grave disgusto di
parole o fatti altrui che ci tocchino al vivo. Gli cuoce. Gli sa rea. Gli pute)31.
La messa in scena della disputa sullamore nel romanzo prende avvio dallobiezione del personaggio ideale, a proposito della sobriet di cuore dei protagonisti della vicenda:
I protagonisti di questa storia [] sono due innamorati; promessi al punto di sposarsi,
e quindi separati violentemente dalle circostanze condotte da una volont perversa. La
loro avversione quindi passata per molti stadi, e per quelli principalmente che le danno occasione di manifestarsi e di svolgersi nel modo pi interessante. E intanto non si
vede nulla di tutto ci: ho taciuto finora ma quando si arriva ad una separazione secca,
digiuna, concisa come quella che si trova nella fine del capitolo passato, non so lasciare
di farvi una inchiesta: Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che glinfelici
giovani hanno sentito, non descrive i principj, gli aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati?32.

Manzoni difende il suo casto romanzo, privo di dispendi amorosi e invece


sensibile alle verecondia e alle semplicit di cuore; epper disposto a concedere
dellamore una rappresentazione lecita, senza complicit e simpatie da parte dei
lettori chiamati piuttosto a una riflessione sentita: [] io sono del parere di
coloro i quali dicono che non si deve scrivere damore in modo da far consentire
lanimo di chi legge a questa passione33.
Il personaggio ideale si scandalizza. E prorompe: Ma i vostri riguardi sono tanto pi strani, in quanto lamore dei vostri eroi il pi puro, il pi legittimo,
il pi virtuoso; e se poteste descriverlo in modo di eccitarne il consenso, non fareste che far comunicare altrui ad un sentimento virtuoso34.
30

Ibid., p. 143.
F. CHERUBINI, Vocabolario milanese-italiano, Milano 1841, III, s. v. Ns, p. 162.
32 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, cap. I, pp. 144-45.
33
Ibid.
34 Ibid.
31

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Lamore semplice e innocente non pu essere narrato, ribatte Manzoni. E


non per moralistico pregiudizio. La questione stilistica:
Se io potessi fare in guisa che questa storia non capitasse in mano ad altri che a sposi innamorati, nel giorno che hanno detto e inteso in presenza del parroco un s delizioso,
allora forse converrebbe mettervi quanto amore si potesse poich per tali lettori non
potrebbe certamente aver nulla di pericoloso. Penso per, che sarebbe inutile per essi,
e che troverebbero tutto questo amore molto freddo, quandanche fosse trattato da
tuttaltri che [] da me35.

La retorica discreta della preterizione e della reticenza da Manzoni contrapposta allabuso sentimentale delle superfetazioni romanzesche. E tale scelta
di poetica illustrata da due aneddoti in perfetto shandean style, che sternianamente ci riportano allespressionismo tra sublime e grottesco delle figure strane
e ridicole della Londra hogarthiana dei Verri:
[] ponete il caso, che questa storia venisse alle mani per esempio duna vergine non
pi acerba, pi saggia che avvenente (non mi direte che non ve nabbia), e di anguste
fortune, la quale perduto gi ogni pensiero di nozze, se ne va campucchiando, quietamente, e cerca di tenere occupato il cuor suo collidea dei suoi doveri, colle consolazioni della innocenza e della pace, e colle speranze che il mondo non pu dare n torre; ditemi un po che bellacconcio potrebbe fare a questa creatura una storia che le venisse a
rimescolare in cuore quei sentimenti, che molto saggiamente ella vi ha sopiti. Ponete il
caso che un giovane prete il quale coi gravi uffici del suo ministero, colle fatiche della
carit, con la preghiera, con lo studio, attende a sdrucciolare sugli anni pericolosi che
gli rimangono da trascorrere, ponendo ogni cura di non cadere, e non guardando troppo a dritta n a sinistra per non dar qualche stramazzone in un momento di distrazione,
ponete il caso che questo giovane prete si ponga a leggere questa storia: giacch non
vorreste che si pubblicasse un libro che un prete non abbia da leggere: e ditemi un po
che vantaggio gli farebbe una descrizione di questi sentimenti chegli debbe soffocar
ben bene nel suo cuore, se non vuole mancare ad un impegno sacro ed assunto volontariamente, se non vuole porre nella sua vita una contraddizione che tutta la alteri36.

Manzoni aveva letto il Tristram Shandy nella traduzione e rimanipolazione


francese iniziata da Joseph Pierre Frnais (1776) e portata a termine da Antoine
G. Griffet de la Beaume (1785)37; varie volte ristampata, e non sempre con lindicazione dei traduttori. Su di essa aveva affinato certi suoi scatti di finta intolleranza, in dialogo con i lettori costretti dallandamento digressivo a uscire spesso e
35

Ibid.
Ibid.
37
Su questa traduzione cfr. C. BERTONI, Il ftltro francese: Frnais e C.nie nella diffusione europea di Sterne, in
AA. VV., Effetto Sterne. La narrazione umoristica in Italia da Foscolo a Pirandello, Pisa 1990, pp. 119-59.
36

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

malvolentieri dalla linea del racconto: [] questa bella storia se la volete sapere,
bisogna lasciarmela contare a modo mio38; [...] laissez-moi vous conter mon histoire ma mode39. E da essa aveva tolto i casi paradossali della zitella (forzata al
non-amore) e del pretino (che della castit aveva fatto voto).
Il caporale Trim, nel Tristram Shandy, voleva rinarrare un incidente imbarazzante occorso al piccolo protagonista:
La servante avoit oubli de mettre un pot de chambre sous le lit. Ne pouvez-vous, me
dit Suzanne, en soulevant le chssis de la fentre dune main, et mamenant tout prs de
la banquette avec lautre, ne pouvez-vous, mon petit ami, essayer pour une fois de vous
en passer? Javois alors cinq ans. Suzanne ne fit pas rflexion que de pre en fils nous
portions un nez ridiculement raccourci; tmoin mon bisayeul. Pan, le chssis retomba sur nous comme un clair. Tout est perdu! scria Suzanne, tout est perdu! Je
nai plus qu me sauver40.

Era una storia di vasi da notte e di finestre a ghigliottina; e di un piccolo pene, del suo prepuzio offeso e della sua fimosi. Trim vuole riferire lepisodio con
decenza, in modo che possa essere ascoltato (ed eccoci agli esempi addotti da
Manzoni) da preti e vergini: Trim posa son premier doigt plat sur la table,
puis en le frappant angle droit avec le tranchant de son autre main, il trouva
moyen de raconter mon histoire de manire que les prtres et les vierges auroient
pu lcouter sans rougir41. Fece solo un gesto di taglio, e la narrazione cadde:
detta e non detta. Patatras, il titolo della storia. Che prospetta una soluzione assai pi complessa, una professione di narrazioni rese mute, rispetto allo scherzo
di societ che nella Francia napoleonica indusse Vivant Denon, consigliere dambasciata a Napoli e poi direttore generale unico dei musei francesi, a scrivere il romanzetto Point de lendemain: un petit conte libertine, che voleva dimostrare come
si potesse scrivere una storia damore senza fare ricorso a un linguaggio sconveniente.
Il personaggio ideale continua a fraintendere. Riconduce le risposte del romanziere a un angusto moralismo. E contrattacca: Ebbene, Racine. Non ella
38

A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, cap. II, p. 161.


L. STERNE, Vie et opinione de Tristram Shandy, in ID., (uvres compltes, Paris 1803, t. I, cap.VI, p. 15.
40 Ibid., t. III, cap. XIX, pp. 73-74 (La fantesca aveva dimenticato di mettere un vaso da notte sotto il letto. Suzanne, mentre con una mano sollevava la serranda della finestra e con laltra mi accostava al davanzale, mi fa: Non
puoi per una volta provare a fame a meno, piccino mio? . Avevo allora cinque anni. Suzanne non aveva tenuto conto
del fatto che, di padre in figlio, in famiglia abbiamo tutti un naso ridicolmente abbreviato; lo testimonia il mio bisavolo. Zac , la serranda venne gi, addosso a me, come un fulmine. Non c pi niente da fare! grida Suzanne
Non c pi niente da fare! Non mi rimane che scappare ).
41 Ibid., cap, XXII, p. 78 (Trim mise il dito indice steso sul tavolo; poi, colpendolo ad angolo retto con il taglio
dellaltra mano, trov come raccontare la mia storia in modo che preti e vergini avessero potuto ascoltarla senza arrossire).
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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

cosa convenuta fra tutti gli uomini che hanno due dita di cervello, e che non sono
un secolo indietro dagli altri, che il pentimento che Racine prov per le sue tragedie una debolezza degli ultimi suoi anni, debolezza indegna di quel grande intelletto, debolezza che fa compassione?42. La mossa insidiosa. Ed ardua la
presa di posizione di Manzoni. C il Racine delle tragedie amorose; e c il Racine ravveduto di Athalie. C il poeta tormentato e tormentatore pei meschini
interessi della letteratura, e della sua letteratura; e c il poeta libero dalle passioni, in pace con s, col genere umano e coi letterati [...] che si pentiva di avere
scritte rime damore43. Se delle tragedie amorose di Racine fosse sopravvissuto un unico esemplare; se fosse nelle mani di Manzoni, e Racine lo richiedesse per
darlo alle fiamme; ebbene, Manzoni non avrebbe avuto esitazioni:
Io glielo avrei dato subito perch quel bravuomo potesse aver la soddisfazione di gettarlo sul fuoco. Come! voi credete che si sarebbe dovuto esitare a togliergli dal cuore
questa spina? Glielavrei dato subito, perch il dispiacere ragionato, serio, riflessivo,
nobile di Racine era un sentimento pi importante, che non sia stato e non sia per essere il piacere che hanno dato e che sono per dare le sue tragedie fino alla consumazione
dei secoli44.

Il Racine greco era, per Manzoni, uomo di dolore; e contrastante: tormentato e tormentatore. La fallacia tematica della letteratura, e la scelta del
mondo nella vita pratica, gli avevano fatto condividere la bufera infernale di quegli eroi incontinenti che la ragione avevano sottomesso al talento: dantescamente. Lo rileva la ripresa di un verso dellInferno (VI, 4: novi tormenti e novi tormentati), che si lasciava alle spalle lamore colpevole dei due cognati pi
celebri della letteratura. Con la conversione allapologie era subentrato in Racine luomo del dispiacere ragionato. E nellAdelchi, nella vicenda di Ermengarda (trasposizione purgatoriale dellinferno di Fedra)45, Manzoni andava intanto
mettendo in atto un suo Racine riformato46:
[...] O Carlo,
farmi morire di dolor, tu il puoi;
ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno
dolor ne avresti. Amor tremendo il mio.
Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora
42

A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, cap. 1, p. 146.


Ibid., p. 147.
44 Ibid., p. 148.
45 P.P. TROMPEO, Vecchie e nuove rilegature gianseniste, Napoli 1958, p. 81.
46
Cfr. G. CONTINI, Manzoni contro Racine (1939), in ID., Esercizi di lettura [], nuova edizione accresciuta, Torino 1974, pp. 349-57.
43

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

non tel mostrai: tu eri mio: secura


nel mio gaudio io tacea; n tutta mai
questo labbro pudico osato avria
dirti lebbrezza del mio cor segreto47.

Il gaudio la santa letizia del matrimonio, differenziata dallebbrezza


profana della passione amorosa. E qui la tragedia si annoda con il Fermo e Lucia:
Chiesa, dove era preparato un rito [matrimoniale], dove lapprovazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere allebbrezza della gioia il gaudio tranquillo e
solenne della santit48. Il linguaggio manzoniano lavora sul principio agostiniano
della castit coniugale, attraverso il Trait de la concupiscence di Bossuet: []
le mariage est un bien, et un grand bien, puisque cest un grand Sacrement en J.
C. et en son Eglise []. Mais cest un bien qui suppose un mal dont on use bien;
cest--dire, qui suppose le mal de la concupiscence []49.
La Digressione sullamore fa da cerniera tra il brano sulle temperanze dellamore giocondo e lieto (che lo spirito romanzesco surdeterminerebbe) e le
passioni tenebrose di Egidio e della Monaca insanguinata; tra un respiro di cielo e
la pesantezza del corpo, per usare il linguaggio di Bossuet; o (tornando al linguaggio di Manzoni) [] per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del
male, per quel pudore che ignora se stesso, e somiglia al sospetto del fanciullo che
trema nelle tenebre senza sapere che cosa ci sia da temere50, e lalbero della
scienza che aveva maturato un frutto amaro e schifoso51. Da una parte si colloca linibizione narrativa. Dallaltra la diffusione, sostenuta da una salutare e distanziante pedagogia (tragica) dellorrore: Siamo stati pi volte in dubbio se non
convenisse stralciare dalla nostra storia queste turpi ed atroci avventure; ma esaminando limpressione che ce nera rimasta, [] abbiamo trovato che era una impressione dorrore; e ci sembrato che la cognizione del male quando ne produce lorrore sia non solo innocua ma utile52.
Nei Promessi sposi, dove la Digressione sullamore non comparir pi, la teologia morale del riserbo e la poetica romantica della narrabilit passeranno in
47 A. MANZONI, Adelchi, atto IV, scena I, vv. 145-53, in ID., Tragedie, a cura di G. Bollati, Torino 1965, p. 188
(corsivi nostri).
48 ID., Fermo e Lucia cit., t. I, cap. VIII, p. 140 (corsivi nostri).
49
J.-B. BOSSUET, Trait de la concupiscence, 1742, p. 23 (trad. it. di G. Beltrani, Trattato della concupiscenza, presentazione di M. Sgalambro, Catania 1994, p. 22: [] il matrimonio [] un bene, un bene immenso, poich un
grande sacramento in Ges Cristo e nella sua Chiesa []. Ma un bene che presuppone un male di cui facciamo
buon uso, vale a dire che presuppone il male della concupiscenza).
50 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. I, cap. VIII, p. 135.
51
Ibid., t. II, cap. V, p. 217.
52 Ibid., cap. VI, p. 125.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

consegna a Lucia. Che la sua storia di sentimenti impronunciabili confronter con


quella narrabile della Monaca:
[] alla povera innocente quella storia [la sua] pareva pi spinosa, pi difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora.
In queste cera tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare: nella sua cera mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le
pareva possibile di proferire, parlando di s; e alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: lamore!53.

E la parola fatidica, non da Lucia esclamata, ma dallo sfacciatissimo Manzoni. Il bistrattato personaggio ideale viene licenziato con uno Sparisci, che
non consente repliche. Tuttavia il suo profilo far capolino, unaltra volta ancora,
nella scena della scrittura del Fermo e Lucia: [] questo lettore ha un animo ineducato al bello morale, avverso al decente, al buono istupidito nelle basse voglie,
curvo allistinto irrazionale54. Il personaggio stato per zittito, ormai. Definitivamente.
Quei venticinque. Manzoni si era abbassato a scrivere un romanzo, malign Tommaseo. Che fece riassumere allo scrittore intervistato la sua inedita Digressione
sullamore nel romanzo. A suo modo, per, e preparando il Fogazzaro, che (con
turbamento e commozione amara) parler di una questione esclusivamente morale55: [...] suo proposito era che quel libro potesse essere letto dalla sua
Giulia, allora di quindici anni56. Lindicazione ha fatto storia. stata ripetuta
con le frange: gonfiata, enfatizzata, e ulteriormente moralizzata. Fino a depositarsi in una lettera impossibile spedita a don Lisander da Albino Luciani, prima di
salire al soglio pontificio con il nome di Giovanni Paolo I:
Dovunque la vostra penna toccava, sprizzavano scintille di fede religiosa, il che non poteva succedere, se la mente e il cuore, che dirigevano la vostra mano nello scrivere di religione non fossero state piene. I Promessi Sposi testimoniano in questo senso dal principio alla fine; infatti sintomatico che di essi, di un romanzo, di una storia damore,

53 ID., I promessi sposi (nelle due edizioni del 1840 e del 1825-27 raffrontate tra loro), a cura di L. Caretti, Torino
1971, cap. XVIII, pp. 418-19.
54
ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. IV, p. 407.
55 A. FOGAZZARO, Unopinione di Alessandro Manzoni (1887), ID., Scritti di teoria e etica letteraria, a cura di E.
Landoni, Milano 1983, pp. 101-26. Cfr. anche L. CAPUANA, Nuovi ideali darte e di critica, in ID., Cronache letterarie, Catania 1899, pp. I-XXXII; e ID., Lettera a Giovanni Alfredo Cesareo del 12 luglio 1914, in Luigi Capuana a Giovanni Alfredo Cesareo (1882-1914), a cura di L. Sportelli, Valguarnera 1950, pp. 68-69.
56
N. TOMMASEO, Colloqui col Manzoni, in R. BONGHI, G. BORRI e N. TOMMASEO, Colloqui col Manzoni,
a cura di A. Briganti, Roma 1985, p. 130.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Ludovico da Casoria, frate santo, abbia potuto dire: un libro che potrebbe essere
letto in un coro di vergini presieduto dalla Madonna 57.

Dalla zitella, alladolescente di casa Manzoni, alla Vergine Maria. Una bella
promozione, non c che dire. Rimane tuttavia il problema dei lettori elettivi di
Manzoni. Del suo numero. Limitato, volutamente e ponderatamente, a venticinque.
Una questioncella, forse; ma di quelle che hanno fatto polverone. La sollev,
tirandola a fare effetto, il De Gubernatis:
potuto parere strano ai lettori de Promessi Sposi che il Manzoni fissasse il numero de
suoi lettori a soli venticinque; o eran troppi, o troppo pochi; si disse che in quel caso il
Manzoni affettava soverchia modestia; ma difficile il cogliere il Manzoni in fallo; il
buon senso stato forse pi vicino a lui che a qualsiasi altro mortale. Ora noi sappiamo
che, prima di venir pubblicati, i Promessi Sposi furono veramente letti e talora molto
criticati da un numero scelto di amici, che potrebbero per lappunto sommare insieme
al numero di venticinque58.

Provvide il figliastro di Manzoni, Stefano Stampa, a ridimensionarla:


Anche il sig. De Gubernatis si scervella per interpretare cosa significhino i miei 25 lettori dei Promessi Sposi! [...] Si tranquillizzi perch il problema bello e sciolto per bocca del Manzoni stesso (e mi pare daverlo gi detto) il quale, anche su questo, interrogato direttamente da me, rispose che aveva voluto dire n pi, n meno che, i miei pochi lettori, senza allusione a nessun altro significato. Se questa frase lavesse presa poi da
qualche proverbio o modo di dire toscano, o labbia inventata lui, nol saprei dire59.

La faccenda si chiuse sullaffettazione di modestia. Si riapr tuttavia sul versante erudito, alla ricerca delle fonti letterarie della cifra tonda. Ed ecco la lunga
serie di riscontri, su testi che vanno dal Trecento al Seicento, esibita da Mario Ferrara, per dimostrare il valore convenzionale e come cristallizzato dellindicazione numerica60. Alla precisione del Ferrara diede autorit Bruno Migliorini61. E
inquiet tutte le posizioni, di azione vecchia divenute nuove e sovreccitate, Virginia Monzini. In una gherminella, arguta:
Se ci accostiamo allinterpretazione che lascia scorgere nei venticinque una finta manzoniana modestia, parlava forse nel Manzoni un giusto orgoglio ben dissimulato: lopera sua poteva piacere soltanto a pochi lettori, che dallinvenzione su sfondo storico sa57

A. LUCIANI, Lunica aristocrazia, in ID., Illustrissimi (1975), Padova 19783, p. 210.


A. DE GUBERNATIS, Alessandro Manzoni. Studio biografico, Firenze 1879, pp. 265-66; si veda anche ID., Il
Manzoni ed il Fauriel studiati nel loro carteggio inedito, Roma 18802,p. 237.
59
S. STAMPA, Alessandro Manzoni. La sua famiglia. I suoi amici. Appunti e memorie, II, Milano 1889, p. 176.
60 Cfr. M. FERRARA, Per i venticinque lettori del Manzoni, in Lingua nostra, IX (1948), 3-4,pp. 64-67.
58

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

pessero assurgere fino a comprendere unequilibrata sapienza di pensiero e di stile. Ma


non questione da dirimere con un giudizio assoluto; anche pei venticinque lambiguit manzoniana ondeggia con la garbata insidia del doppio senso62.

Non c dubbio. Allinizio aveva agito in Manzoni un criticismo di modestia.


Nel Fermo e Lucia lo scrittore interloquisce genericamente con pochi lettori63,
che rischia di disaffezionare per strada negli andirivieni di una narrazione digressiva e progressiva insieme: [...] abbiamo forse gi perduti i tre quarti dei nostri
lettori; cio almeno una trentina64. Ancora pi depresso il numero daffetto,
nella lettera al Fauriel dell11 giugno 1827. Qui regredito a dieci65. Solo nei
Promessi sposi la dannazione degli scarsi lettori si qualifica nella discussa misura:
Pensino ora i miei venticinque lettori [...]66; allinterno della quale, lo scrittore
ne individua dieci (quanti ne esibiva a Fauriel) pi anziani67.
Bisogna intendere i gradi di ironia e di divertita autoironia percorsi da Manzoni mentre si proponeva di dare allItalia la gloria di unopera, che si vantava
di appartenere al genere proscritto dalle convenzioni letterarie e da quelle (tuttavia congeniali allautore) del rigorismo religioso di giansenistica vocazione. Di
questa giocata impudenza d testimonianza la lettera citata al Degola, nella quale
Manzoni si proclama empoisonneur public: con lautorit che al titolo deriva da
Nicole. Su questa scena si esibiscono i venticinque gi visti in visione (con lapprossimazione di un circa) dal profeta Ezechiele (8, 16) e riproposti (in cifra piena) dallincandescente oratoria del Memoriale ai milanesi di Carlo Borromeo:
Ezechiel [] vide quei venticinque uomini, che avevano voltato le spalle al tempio e la faccia ad oriente e adoravano il sole. Non vi pare, o figliuoli, che in un certo modo a guisa di questi siano tutti quelli che voltate le spalle a Dio, si daranno a
godere il mondo []?68. Proprio come gli ipotetici lettori di una bazzecola di
romanzo che, di concerto con lautore, si prostrano al profano e trascurano gli affari dimportanza. Che era un modo, in estremo, per strizzar locchio e dar di
gomito al Bartoli della Geografia trasportata al morale. Il gesuita aveva tenuto il
conto delle ore che in un anno un pazzo investe in sonno, giochi, cicalecci,
commedie, novelle, romanzi, poesie, ozi, e fatiche peggiori dellozio. Fatta la
somma, e calcolato il resto, aveva concluso: Dottomile settecento sessantase ore
61

Cfr. B. MIGLIORINI, I miei venticinque lettori, in Video, VIII (1973), 9, p. 29.


V. MONZINI, La critica dei venticinque, in Convivium, XXXIII (1965), 1, pp. 360-91.
63 A. MANZONI, [Prima] Introduzione cit., pp. 7 e 8.
64 ID., Fermo e Lucia cit., t. II, cap. IX, p. 323.
65 ID., Lettera a Claude Fauriel dell11 giugno 1827, in ID., Tutte le lettere cit., t. I, p. 415.
66
ID., I promessi sposi cit., cap. I, p. 28.
67 Ibid., cap. IX, p. 199.
62

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

che compongono un anno, inorrider al non vedercene rimanere, delle spese utilmente (che sole pu dir sue), voglialo Iddio, che venticinque69.
Venticinque ore sante. Venticinque lettori pazzi. E ancora, dentro la favola
del romanzo: le venticinque berlinghe di un debito con il curato; i venticinque
scudi di una multa; i venticinque anni di una Monaca giunta al punto.
LAnonimo e il Gesuita. La Fama un centone anatomico. Uno svolazzo di dovizioso apparato. Uno sconcertato concerto. Divinit grifagna e nefaria, tutto, tra
cielo e terra, involge e svolge: una ciarla a scataroscio; un deliramento, che verit
e menzogna non divaria. Cos la rappresenta Manzoni, per ben due volte:
[] quella che ha (mirabile a dirsi!) tanti occhi quante penne, e tante lingue quanti occhi, e (ma questo pare pi naturale) tante bocche quante lingue, e finalmente tante
orecchie quanti occhi lingue e bocche (debbessere una bella dea) questa ultima sorella
di Ceo e di Encelado, partorita dalla Terra in un momento di collera, veloce al passo e
al volo, che cammina sul suolo e nasconde il capo tra le nuvole, che vola di notte per
lombra del cielo e della terra, n mai vela gli occhi al sonno; e di giorno siede sui comignoli dei tetti o su le torri, e spaventa le citt, portando attorno il finto e il vero indifferentemente, costei aveva gi prima della notte diffusa nei paesi circonvicini la storia delle avventure di quel giorno70.

Il targone avviva la ragionata visione delle strumenterie del classicismo mitologico:


Per fare intendere al lettore questa particolarit, abbiamo usurpato formole che a dir
vero appartengono esclusivamente alla poesia, ma saremo scusati da coloro, i quali sanno che ad imprimere vivamente una immagine nelle fantasie il mezzo pi efficace lallegoria, e singolarmente quella gi nota e consecrata delle antiche favole: poich quando si vuol fare immaginar bene una cosa, bisogna rappresentarne unaltra: cos fatto
lingegno umano quando coltivato con diligenza71.

La dea un mostro generato a bel diletto dalla bella letteratura della falsificazione: la natura, e la bella natura, sono due cose diverse72; che fra loro
confliggono, come la naturale bellezza del vero storico e del vero morale con
la guasta e stolida poesia di una immaginazione falsa, non fondata, o stravagante. il nodo teorico dei Materiali estetici (1816-19)73 e della lettera al mar68

C. BORROMEO, Memoriale ai milanesi, prefazione di G. Testori, Milano 1965, parte Il, cap. II, p. 82.
D. BARTOLI, La geografia trasportata al morale, Venezia 1666, cap. VIII (Le campagne dUraba), p. 121.
70 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. III, cap. III, p. 372; cfr., inoltre, ibid., t. II, cap. IX, p. 292.
71
Ibid., t. III, cap. III, p. 372.
72 Ibid., cap. VIII, p. 491.
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chese Cesare dAzeglio Sul Romanticismo (1823): questo diletto [...] distrutto
dalla cognizione del vero74. E lantimitologismo di Manzoni arriva a sconciare,
con un pensiero di omofilia, la neoclassica scena dipinta di Amore e Psiche: oppressa nel gesto di un oste che, alla luce di un lucignolo, spia furtivamente le
forme di quel consorte sconosciuto, o matto minchione, che andato a
ubriacarsi e a mettersi nei guai nella sua bottega75.
Se noi vogliamo cercare attentamente, e dire candidamente il vero, non
forse linteresse delle cose presenti che principalmente ci muove ad esaminare le
passate? Se lo chiede Manzoni nella Digressione sulla posterit della prima Colonna infame76. A ragion veduta. Dal momento che andava abbinando Ottocento
neoclassico e abbominazione barocca, in ununica polemica contro il mestiere
guastato delle lettere: tengo per fermo che si parler dellepoca mitologica della poesia moderna, come noi ora parliamo del gusto del seicento, anzi con tanto
pi di maraviglia, quanto luso della favola pi essenzialmente assurdo, che non
i concettini, pi importantemente assurdo che non i bisticci77. E i gradi di assurdit erano nelle sostanze delle idee: nellidolatria della favola; e nello smarrimento o pervertimento del Seicento, che fu un secolo in Italia grossolano e
barbaro in molte cose importantissime: politica, commercio, polizia, giurisprudenza e lettere, ecc. ecc.78. La polemica antisecentesca dellilluminismo lombardo veniva convocata a sostegno dei manifesti romantici; a ribadire uneredit e a
contribuire alla sperimentazione di un romanzo, ambientato nella Lombardia degli anni 1628-30 (da un autunno allaltro: da un primo a un ultimo novembre),
che si presentava con il cipiglio saggistico (inidillico e antieroico; cristianamente
tragico e realisticamente antiteatrale) di una battaglia contro il bel vivere e contro lartefatto geometrismo della falsit morale del romanzesco:
Bisogna confessare che nei romanzi e nelle opere teatrali, generalmente parlando, un
pi bel vivere che a questo mondo: ben vero che vi sincontrano i birboni pi feroci,
pi diabolici, pi colossali, vi si scorgono scelleratezze pi raffinate, pi ingegnose, pi
recondite, pi ardite che non nel corso reale degli avvenimenti; ma vi ha pure dei grandi vantaggi, ed uno che basta a compensare molti mali, uno dei pi invidiabili si , che
gli onesti, quelli che difendono la causa giusta, per quanto sieno inferiori di forze, e bat-

73

Cfr. ID., Materiali estetici cit., p. 21.


ID., Sul Romanticismo, in ID., Tutte le opere cit., V/3, p. 248.
75 ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. VII, p. 471.
76 Il testo stato ripubblicato, in edizione critica, da C. RICCARDI, La digressione Sulla posterit (1985), in ID.,
Il reale e il possibile. Dal Carmagnola alla Colonna Infame, Firenze 1990, pp. 91-118.
77
A. MANZONI, Sul Romantcismo cit., p. 228.
78 ID., Postilla al t. II del Cours de littrature dramatique, nella traduzione di M.me Necker de Saussure (Paris
74

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

tuti dalla fortuna, hanno sempre in faccia dellempio ancor che trionfante una sicurezza, una risoluzione, una superiorit danimo e di linguaggio che d loro la buona coscienza, e che la buona coscienza non d sempre agli uomini realmente viventi. Questi,
quando abbiano dalla parte loro la giustizia senza la forza, e vogliano pure ottenere
qualche cosa difficile in favore della giustizia sono obbligati a pensare ai mezzi per
giungere a questo loro fine, e i mezzi sono tanto scarsi, e per porli in opera senza guastare la faccenda si incontrano tanti ostacoli, fa bisogno di tanti riguardi, che da tutte
queste considerazioni si trovano posti necessariamente in uno stato di esitazione, di
cautela, e di studio, che gli fa sovente scomparire, in faccia ai loro avversarj risoluti ed
incoraggiati dalla forza e dalla abitudine di vincere, e spesse volte, convien dirlo, dal favore o sciocco, o perverso degli spettatori. Luomo retto sente, a dir vero con certezza e
con ardore la giustizia della sua ragione, ma questa sua idea un risultato, una conseguenza duna serie di ragionamenti e di sentimenti, per la quale trascorso il suo animo: se egli la esprime fa ridere lavversario, il quale per unaltra serie di idee giunto e
si posto in un risultato opposto: e pur troppo, tolti alcuni casi, luomo che non ha che
s per testimonio e per approvatore, e che vede negli altri contraddizioni e scherno perde facilmente fiducia, e quasi quasi disposto a dubitare: o almeno si trova in quello
stato di contrasto che fa comparire luomo imbarazzato. Avvien quindi spesse volte che
un ribaldo mostra in tutti i suoi atti una disinvoltura, una soddisfazione che si prenderebbe quasi per la serenit della buona coscienza se fosse pi placida e pi composta, e
che luomo onesto e nella espressione esteriore, e nellanimo interno mostra e prova talvolta una specie dangustia e di vergogna che si crederebbe rimorsi; dimodoch a poco
a poco finisce per essere soperchiato non solo nei fatti ma anche nel discorso, e nel contegno, e sta come un supplichevole e quasi come un reo dinanzi a colui che lo veramente79.
Sio avessi ad inventare una storia, e per descrivere laspetto duna citt in una occasione importante, mi fosse venuto a taglio una volta il partito di farvi arrivare, e girar per
entro un personaggio, mi guarderei bene dal ripetere inettamente lo stesso partito per
descrivere la stessa citt in unaltra occasione: che sarebbe un meritarsi laccusa di sterilit dinvenzione, una delle pi terribili che abbian luogo nella repubblica delle lettere,
la quale, come ognun sa, si distingue fra tutte per la saviezza delle sue leggi. Ma, come
il lettore avvertito, io trascrivo una storia quale accaduta: e gli avvenimenti reali non
si astringono alle norme artificiali prescritte allinvenzione, procedono con tuttaltre loro regole, senza darsi pensiero di soddisfare alle persone di gran gusto. Se fosse possibile assoggettarli allandamento voluto dalle poetiche, il mondo ne diverrebbe forse ancor pi ameno che non sia; ma non cosa da potersi sperare80.

Il programma di peindre une poque par le moyen dune fable de [] invention; come aveva fatto Walter Scott nellIvanhoe; e come, contemporanea1814), in ID., Opere inedite o rare, a cura di R. Bonghi, II, Milano 1885, p. 442.
79
ID., Fermo e Lucia cit., t. I, cap. V, pp. 82-83.
80 Ibid., t. V, cap. VI, p. 605.

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mente, faceva il sodale Tommaso Grossi nel poema I Lombardi alla prima crociata.
Ma senza i colori e le svogliatezze storiche dello scrittore scozzese. Ne d conto
Manzoni nelle lettere al Fauriel del 23 gennaio del 1821 e del 29 maggio del
182281; e ne ribadisce la portata innovativa il Visconti, in una lettera al Cousin del
182182. La favola quella di un matrimonio differito di due operai brianzoli; celebrato, infine, con due anni di ritardo. E a interferire con essa, la storia di unepoca:
[] le gouvemement le plus arbitraire combin avec lanarchie fodale et lanarchie
populaire; une lgislation tonnante par ce quelle prescrit [] une ignorance profonde, froce, et prtentieuse [] une peste qui a donn de lexercice la sclratesse la
plus consomme et la plus dhonte, aux prjugs les plus absurdes, et aux vertus les
plus touchantes etc. etc. []83.

il canovaccio del romanzo. Del doppio romanzo. Nato dapprima come Fermo e Lucia (1821-23). Poi riscritto e ristrutturato (anche con il supporto delle postillature sullunit narrativa di Fauriel e su quelle antioratorie di Visconti); intitolato I promessi sposi (non prima dellestate del 1825)84; dato alle stampe nel 1827;
e ristampato a dispense nel 1840-42 (con prolungamenti per certi fogli difettosi,
che si protrassero fino allautunno del 1845)85, nelledizione definitiva illustrata
da unquipe di incisori: secondo un progetto grafico di Gonin e una sceneggiatura predisposta dallo stesso Manzoni86. Il complesso percorso dal Fermo e Lucia alle due edizioni dei Promessi sposi anche la storia sofferta del laboratorio di
una scrittura che, escluso il purismo cruscante e la sua ostinata retroversione allaureo Cinquecento, vuole porsi al livello delle cognizioni europee e quindi
adeguarsi a una lingua di comunicazione: da una urgenza dialettale, visceralmente milanese, disciplinata dalluso letterario toscano, premuta dal modello francese, e attestatasi in un espressivo mistilinguismo; alla fase toscano-milanese delle
equivalenze e coincidenze fra locuzioni lombarde e modi toscani, attinte con lausilio dei vocabolari; allabbassamento di letterariet (con una sintassi che predilige lindicativo al congiuntivo, e con lattenzione a evitare latinismi eccessivamente scoperti)87; alla risciacquatura del lessico e della sua dizione nelleffettivo uso
81 Cfr. ID., Lettere a Claude Fauriel del 23 gennaio 1821 e del 29 maggio1822, in ID., Tutte le lettere cit., t. I, pp.
227 e 270-71.
82 Cfr. ibid., p. 825.
83 Ibid., p. 270 ([] il governo pi arbitrario combinato con lanarchia feudale e con lanarchia del popolo; una
legislazione strabiliante per ci che prescrive [] una ignoranza profonda, feroce e pretenziosa [] una peste che ha
dato di che esercitarsi alla scelleratezza pi consumata e spudorata, ai pregiudizi pi assurdi e alle virt pi toccanti
ecc. ecc. []).
84 Cfr. D. DE ROBERTIS, Sul titolo dei Promessi sposi, in Lingua nostra, XLVII (1986), 2-3, pp. 33-37.
85 C. FAHY, Per la stampa delledizione definitiva dei Promessi sposi, in Aevum, LVI (1982), 3, pp. 377-94.
86
Cfr. F. MAZZOCCA, Quale Manzoni? Vicende figurative dei Promessi Sposi, Milano 1985.
87 Cfr. S. PAPETTI, Varianti di indicativo e congiuntivo nelle edizioni dei Promessi sposi (1825-27; 1840), in

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civile del fiorentino, grazie allaiuto dei correttori Gaetano Cioni e Gian Battista Niccolini e alla consulenza della giovane istitutrice fiorentina Emilia Luti.
Il Fermo e Lucia non labbozzo che prepara I promessi sposi. gi il punto
darrivo, in s autonomo, di spostamenti e aggiustamenti delle unit narrative88. Il
primo romanzo tradizionalmente e convenzionalmente diviso in tomi (in tutto
quattro) e capitoli. Sulla linea di sviluppo della vicenda predominano le masse ad
ampie unit costruttive, che i grandi quadri di saggismo storiografico sulla guerra
e sulla peste (e sulle responsabilit culturali e politiche che su queste piaghe bibliche pesavano) distolgono dal romanzo degli sposi promessi. E il romanzo a
sua volta pluribiografico, organizzato in cicli: alla maniera delle carriere di Hogarth e di tanti romanzi del Settecento. Laddove I promessi sposi (che non a caso
lasciano cadere la partizione a blocchi dei tomi) alla statica di storie e di storia sostituiscono la dinamica delle linee misurate dalla scansione in giorni e mesi (e, in
un caso, dallonda lunga di un anno: quello della guerra per il possesso del ducato di Mantova e del Monferrato; degli effetti della carestia; dei lanzichenecchi che
passano e dei teleri della peste) e che si separano e da lontano si corrispondono; e che toccano la storia, e con essa si intrecciano, tutto correlando. Il ciclo
unitario. E la carriera tutta del protagonista maschile (di Renzo; non pi di
quel Fermo Spolino del primo romanzo, sempre fermo alla sua condizione di
operaio e buon massaio), che alla fine delle sue prove con il mondo viene promosso dagli eventi a comproprietario, insieme al cugino Bortolo, di una piccola
industria tessile nella libera terra di Bergamo: come loperoso Goodchild della
quarta tavola del ciclo Operosit e pigrizia di Hogarth, passato dal telaio alla
compropriet dellazienda; mentre due guanti, che si danno di mano sullo scrittoio, stringono lintesa tra i due soci.
Di nuovo Hogarth. Nel Fermo e Lucia, la moglie dellaristotelico don Ferrante ha una governatrice. Si chiama Margherita. La padrona la chiama Signora
Ghitina. Gli altri servitori lhanno per ribattezzata Signora Chitarra: Pretendevano costoro che il suo collo lungo, la sua testa in fuori, le sue spalle schiacciate,
la vita serrata dal busto, e le anche allargate la facessero somigliare alla forma di
quello strumento: e che la sua voce acuta, scordata, e saltellante imitasse appunto
Critica letteraria, III (1975), 6, pp. 55-90. Per i latinismi, valga questesempio: [] di tutto si formava una indigesta, immane congerie di pubblica forsennatezza (edizione 27); di tutto si formava una massa enorme e confusa di
pubblica follia (edizione 40); cfr. A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXII p. 749. La correzione elimina il ricordo di Ovidio: [] Chaos, rudis indigestaque moles (Metamorphoseon libri, I, 7).
88 Cfr. L. TOSCHI, Si dia un padre a Lucia. Studio sugli autografi manzoniani, Padova 1983; e ID., Percorsi testuali del Fermo e Lucia, in AA.VV., Giornata di studio (16 maggio 1985) nel II centenario della nascita di Alessandro
Manzoni, Roma 1987, pp. 61-84. Di diverso avviso, filologicamente immotivato, E. N. GIRARDI, Struttura e personaggi dei Promessi Sposi, Milano 1994.

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il suono, che esso d quando strimpellato da mano inesperta89 . La figura a collo slungato, che include la preformazione intellettuale di uno strumento, manieristca90. La donna-chitarra nello stile manieristicamente espressionistico dellHogarth della dama-teiera o del vescovo-arpa (nella stampa Monarchia, Episcopato e Legge). La sagoma grottesca della governatrice viene sacrificata nei Promessi sposi. Dai quali invece emerge la donna-pentolaccia: [...] sconcia era la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi []91. I promessi sposi caricano il corrispondente passo del Fermo e Lucia, dove la sconcezza del corpo dovuta semplicemente a unapparenza di tutta-pancia: [...] da lontano sarebbe
sembrato una pancia immensa92. La donna-pentolaccia nasce s da un recupero
di Hogarth, ma riconquistato allavventura delle parole: alle sottotracce sinuose
che, dentro le linee della narrazione, serpeggiano a rilevare, a raccogliere e a coordinare particolari altrimenti muti e dispersi. Nel Fermo e Lucia il pancione si lascia sfuggire larguzia di ammiccare al guazzabuglio del corpaccio del popolo
(o pentola che aveva cominciato a ribollire)93 durante linsurrezione urbana
per il pane. Al contrario, nei Promessi sposi, la pentolaccia punta a correlare le
dissennatezze della rivolta frumentaria del 1628 (una cuccagna di dispendio, che
labbondanza di cibo pretende di far nascere feticisticamente dalla distruzione
delle madie dei forni e dalla seminagione di farina e pani per le strade della citt)
e linsensato gioco politico delle corti europee (nelle quali la storia bolle in pentola)94 e della contesa del 1629 tra Spagna e Francia (che bolliva nella guerra
per la successione nel Ducato di Mantova)95. Inoltre: nel Fermo e Lucia la donnachitarra un divertimento letterario; nei Promessi sposi la donna-pentolaccia un
paradigma che collabora alla spietata fenomenologia manzoniana del comportamento delle folle durante la carestia e la peste. La pentolaccia un argomento
morale: la donna-folla. E convive, nel romanzo, con due frammenti dincubo:
con luomo-folla, o vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e
infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le
mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda,
quattro grandi chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente
89

A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. III, cap. IX, p. 501.


Cfr. R. LONGHI, Cinquecento classico e Cinquecento manieristico (1951-1970), Firenze 1976, pp. 93-94.
91 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XI, p. 276.
92 ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. V, pp. 417-18.
93 Ibid., cap. VIII, p. 485.
94
ID., I promessi sposi cit., cap. V, p. 114.
95 Ibid., cap. XXVII, p. 613.
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della sua porta, ammazzato che fosse96; e con laltra donna-folla, che invita al dgli alluntore nella Milano appestata (la quale, con un viso chesprimeva terrore,
odio, impazienza e malizia, con certocchi stravolti che volevano guardar lui, e
guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a pi non posso,
ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa dartigli, come se cercasse dacchiappar
qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno se naccorgesse)97. La pentolaccia, il malvissuto e larpia sono i geni anonimi e saturnini della forza collettiva. Sono la cifra carnevalesca (nel caso della pentolaccia) e
diabolica degli irresponsabili poteri di suggestione, convinzione e conculcazione
esercitati dalle masse sulla societ: sugli amministratori e sulla magistratura. La
foba di Manzoni postrivoluzionaria. Paventa lo spettro dei sanculotti98. E in
pi, nellurlo della folla, nel suo muggito, riascolta il tolle, tolle, crucifige
eum (Ioannes, 19, 15) del massimo delitto giudiziario della storia. Il primo uomo dei Promessi sposi savvi alla coda dellesercito tumultuoso99. Dimostrando cos che non c differenza morale tra una coda di popolo e la coda di un
eroe della demagogia e della dissimulazione (e la sua vecchiezza dissimulatamente decorosa, piuttosto che vituperosa) qual il gran cancelliere spagnolo Antonio Ferrer: [...] Chiudete ora: no; eh! eh! la toga! la toga! . Sarebbe in fatti rimasta presa tra i battenti, se Ferrer non navesse ritirato con molta disinvoltura lo strascico, che disparve come la coda duna serpe, che si rimbuca inseguita100.
Il Fermo e Lucia superficialmente hogarthiano. I promessi sposi sono
profondamente e intimamente hogarthiani. Dalluno allaltro romanzo, Manzoni
passato dalla moralit dei cicli alla moralit della linea serpentina della bellezza:
dallapplicazione delle stampe, allutilizzazione accorta dellAnalysis of Beauty
(tradotta in italiano nel 1761 e discussa da Visconti nellappendice ai capitoli II e
III della prima parte della redazione 1819-24 delle Riflessioni sul bello). Sta di fatto che Manzoni (tanto nel primo che nel secondo romanzo) si diverte a rivelare la
linea di Hogarth, sornionamente nascondendola nellaffrescaccio di una cappelletta votiva di campagna:
I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un taber96

Ibid., cap. XIII, pp. 302-3.


Ibid., cap. XXXIV, p. 803.
98 Si veda S. TIMPANARO, I manzoniani del compromesso storico e alcune idee sul Manzoni (1975), in ID., Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Pisa 1982, pp. 17-47.
99
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XII, p. 296.
100 Ibid., cap. XIII, p. 315.
97

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nacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivan in punta, e
che, nellintenzion dellartista, e agli occhi degli abitanti del vicinato volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, certaltre figure da non potersi descrivere, che volevan
dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e l101.

Manzoni dice serpeggianti. Ed rilevante. Perch la fonte prima dellimmagine


la serpentinata di cui discorre il Trattato dellarte della pittura, scoltura et architettura di Gian Paolo Lomazzo102; nella dizione per di una citazione dellHogarth italianizzato, circa la figura serpeggiante:
Si racconta dunque che Michel Angelo comunic questosservazione al Pittore Marco
da Siena suo scolare, chegli dovesse sempre fare una figura piramidale, serpeggiante, e
moltiplicata per uno, due e tre: nel qual precetto (secondo me) tutto il mistero dellarte
consiste. Perch la maggior grazia, e vivacit che una pittura aver possa, , che esprima
il moto; il che i Pittori chiamano lo Spirito di una pittura. Ora non vi forma, che sia pi
acconcia ad esprimere un tal moto che quella della fiamma del fuoco, che secondo Aristotele, ed altri Filosofi un elemento pi attivo di tutti gli altri; perch la forma della
fiamma di esso pi atta per il moto; come che abbia un Cono, o punta acuta, con cui
sembra divider laria per poter ascendere alla sua sfera. Talmente che una pittura avendo questa forma sar bellissima103.

Il Seicento del Fermo e Lucia ha una pi forte rilevatura barbarica. Di tipo


tragico. E ancora nella lettera del Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822): [...] salvare una moltitudine dalle ugne atroci delle fiere barbariche104. Di unghie e sozzi artigli, che graffiano laria, il romanzo stipato; come pure di varie fiere: tanto che la stessa Lucia bella fera105. La societ divisa in facinorosi e in circospetti106: bracchi e pernici; in cacciatori
(talvolta leggiadri) e lepri; in uccellacci e uccellini; in diavoli incarnati e in prede107. Tutto il romanzo una caccia alluomo, crudele e barbarica. Che in parte
101

Ibid., cap. I, p. 12.


Cfr. G. P. LOMAZZO, Trattato dellarte della pittura, scoltura et architettura, in ID., Scritti sulle arti, a cura di
R. P. Ciardi, II, Firenze 1974, cap. I, p. 29. Cfr. L. BOTTONI e E. RAIMONDI, Metafora: parola e immagine, in Letteratura italiana e arti figurative, a cura di A. Franceschetti, 1, Firenze 1988, pp. 61-80. Sul trattato di Hogarth cfr. G.
C. ARGAN, Le idee artistiche di William Hogarth (1950), in ID., Studi e note. Dal Bramante al Canova, Roma 1970,
pp. 405-22; e F. MENNA, William Hogarth. Lanalisi della bellezza, Salerno 1988.
103 W. HOGARTH, The Analysis of beauty, 1753 (trad. it. Lanalisi della bellezza, ristampa delledizione Livorno
1761, a cura di M. N. Varga, Milano 1989, p. 11).
104 A. MANZONI, Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia, a cura di A. Di Benedetto, Torino
1984, cap. V, p. 132.
105 ID., Fermo e Lucia cit., t. II, cap. VII, p. 231.
106 Ibid., cap. I, p. 149.
107
Per lanimal analogy cfr. G. LONARDI, Caccia tragica, in ID., Ermengarda e il pirata Manzoni, dramma epico,
melodramma, Bologna 1991, pp. 133-46.
102

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sopravvive nei Promessi sposi, ma nella superiore dimensione del patire: delladelchiano [] far torto, o patirlo [] (V, 7, 52); e di una feroce forza che il
mondo possiede (V, 7, 52-53). La morale della Chiesa comanda di patire piuttosto che farsi colpevole, dice Manzoni108. E il principio viene indegnamente tradotto da don Abbondio, nel suo idioletto della paura: Non si tratta di torto o di
ragione; si tratta di forza109.
La stessa parodia della letteratura del Seicento segue, nel Fermo e Lucia, il copione di una documentazione didatticamente canzonatoria che manca della metafisicizzazione e del pi alto tiro del secondo romanzo. Manzoni era resto alla
corrispondenza epistolare. E questa sua avversione rivers nei due romanzi. Le
lettere che corrono tra un personaggio e laltro hanno il triste destino o di essere
intercettate da chi non si vorrebbe, o di ottenere un effetto assai diverso dal fine
predisposto; o, peggio, di incatenare il mittente a un impegno che lo perder. Leterogenesi dei fini, il disturbo e limbroglio, sono massimi ed esilaranti nella corrispondenza tra personaggi di omerico analfabetismo; che mette in parodia la
letteratura secentesca dei Segretari: i trattati dello scriver lettere sotto dettatura, e
del corrispondere per turcimanni; e le raccolte di lettere segretariali. detto
nel Fermo e Lucia:
Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie sa come sono fatti e come
intesi. Colui che fa scrivere, d al segretario un tema ravviluppato, e confuso; questi
parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio lintento,
parte non lo esprime come lo ha inteso; quegli a cui la lettera indiritta, se la fa leggere;
capisce poco; il lettore diventa allora interprete, e con le sue spiegazioni imbroglia anche di pi quel poco di filo che laltro aveva afferrato: di modo che le due parti Finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali110.

Alla casistica del Fermo e Lucia, il secondo romanzo aggiunge il caso perverso e di metafisica vacuit di un dettatore che non pu o non vuole farsi capire:
Che se, per di pi, il soggetto della corrispondenza un po geloso; se centrano affari
segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse
persa; se, per questo riguardo, c stata anche lintenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi
tra di loro come altre volte due scolastici [...]111.

Larabesco di comunicazioni distorte e malfide diventa funambolico. Si attac108

A. MANZONI, Osservazioni sulla morale cattolica cit., II, cap. II, p. 466.
ID., I promessi sposi cit., cap. II, p. 47.
110
ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. IX, pp. 509-10.
111 ID., I Promessi Sposi cit., cap. XXVII, p. 620.
109

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ca alle nuvole. E su quelle nuvole, a tanta altezza di metafisica entelechia, Manzoni trova (solo adesso) pi alto bersaglio nel romanzo barocco; se non proprio in
uno del Biondi, intitolato La donzella desterrada (1628), in cui il re Arato detta un
decreto non volendo esser inteso, e pretendendo che si facesse come se lintendessero: Fu conchiusa finalmente una lunga diceria: chi la dett non lintese, per intendersi meno da chi non era per intendersi che male112.
Il Fermo e Lucia precario nella designazione dei nomi dei personaggi. La
serva del curato in principio chiamata Vittoria, poi Perpetua. Il cugino del tiranno antagonista di Fermo (don Rodrigo) indicato come conte Orazio, prima
di diventare conte Attilio. Il cappuccino padre Galdino (e anche padre Guardiano) diventa padre Cristoforo, e il suo primo nome passer a designare il frate questuante ex fra Canziano; la maschera della falsa scienza secentesca, don Valeriano, prender il nome di don Ferrante, e la moglie da donna Margherita diventer donna Prassede; il causidico dottor Pettola diventer dottor Duplica, prima
di stabilizzarsi nel trasparentissimo Azzecca-garbugli dei Promessi sposi. Tanto
movimento ha la sua regola nelleffetto evocativo dei nomi, assai attenuato nei
Promessi sposi. Vittoria, la vince sempre. Pettola il nome di una maschera lombarda, cosiddetta dalla falda sudicia dellabito; e allude anche al tir-foeura di pettol: alcavar altrui dintrigo. Duplica richiama la procedura processuale tendente a paralizzare la replica (toscano-milanese, tra Machiavelli e Maggi, il nome
Azzecca-garbugli nei Promessi sposi)113. Con il promesso Fermo Spolino (Renzo
Tramaglino, da tramaglio, nel secondo romanzo), Manzoni si concede la licenza
di un bisticcio: si diverte allossimoro di un personaggio che sta fermo con il
nome, e prilla con il cognome; e tira gi un Fermo che si era mosso114. Importa che i personaggi del Fermo e Lucia, pi coloristicamente e confidenzialmente designati, hanno come unico contorno quello che a loro deriva dalla collocazione nello spazio del racconto. Sono visti dal di fuori: pedine della strategia
narrativa. Nei Promessi sposi, Manzoni entra invece nel guscio dei personaggi,
e da questa specola intima considera i contorni esterni.
La prova pi evidente e inoppugnabile della diversit dei romanzi di Manzo112 G. F. BIONDI, La donzella desterrada, Venezia 1640, p. 72. Anche la storia del Seicento viene ulteriormente
approfondita nei Promess sposi, tramite il ricorso a nuove fonti storiografiche: cfr. O. BESOMI e I. BOTTA, Letture
riposte del Manzoni, in Di selva in selva. Studi e testi offerte Pio Fontana, a cura di p. Di Stefano e G. Fontana, Bellinzona 1993, pp. 15-54.
113 Cfr. D. ISELLA, Porta e Manzoni, Porta in Manzoni, in ID. I Lombardi in rivolta. Da Carlo Maria Maggia Carlo
Emilio Gadda, Torino 1984, pp. 179-230; e O. CASTELLANI POLLIDORI, Teoria e prassi tra le quinte dei Promessi Sposi, in AA.VV., Manzoni. Leterno lavoro. Atti del Congresso internazionale sui problemi della lingua e del dialetto nellopera e negli studi del Manzoni (Milano, 6-9 novembre 1985), Milano 1987, pp. 373-402.
114 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. III, cap. VII, p. 462.

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ni offerta dallanonimo del Seicento. Che ha due profili inconciliabili; e presiede a due contrastanti e ben caratterizzate finzioni narrative. Lanonimo personaggio con due anagrafi; e con due personalit. Il suo corpo dinchiostro, un po
dilavato. disegnato dalle lettere e dai paleografici scarabocchi della inedita cronaca. Quella cronaca daltri tempi che Manzoni finge daver trovato e di aver cominciato a trascrivere. E con la quale dialoga nei suoi romanzi; dissente e si stizza.
E che tuttavia preziosa. Perch gli permette di raccontare, nel corpo a corpo che
lo impegna, i romanzi dei suoi romanzi: la genealogia delle sue opere, il loro crescere a contrasto; la messa a giorno delle loro strutture e la dichiarazione delle
scelte linguistiche. Lanonimo consente il commentario che nei romanzi si inscrive. E d lalibi della distanza al trascrittore, che ha vocazione saggistica; e che si
impegna a dar conto e ragione del suo lavoro: a commentare, verificare, correggere e integrare la storia, e a raccogliere le parole della voce dei personaggi che nella storia incontra, e saggiarle sulle sue cognizioni di ragione e di fede (Il padre
soggiunse, con la voce alterata: il cuor mi dice che ci rivedremo presto . Certo,
il cuore, chi gli d retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sar. Ma
che sa il cuore? Appena un poco di quello che gi accaduto)115. Lanonimo d
a Manzoni il gusto di dar lezioni di gusto al secolo, al quale la cronaca sopravvive.
E a parlare del passato, perch il presente intenda (Cos va spesso il mondo... voglio dire, cos andava nel secolo decimo settimo)116. Lanonimo del Fermo e Lucia estraneo ai personaggi della sua cronaca. Il suo manoscritto viene da un archivio. lopera di un memorialista. Di un narratore. Che nella prima Introduzione, contemporanea alla stesura dei primi capitoli, si presenta come fedele spettatore e osservatore degli accidenti; e nella seconda, rifatta a romanzo ultimato
e ormai in procinto di riscrittura, si corregge. Narrando [], aveva prima scritto. Adesso rif la dicitura: Descrivendo questo racconto avvenuto nelli tempi di
mia giovent []. E non la stessa cosa. Non solo perch lanonimo dichiara i
suoi anni non pi verdi. Ma in quanto narrare e descrivere non sono sinonimi.
Laveva spiegato Matteo Bandello, un secolo prima; quando dichiarava di descrivere le sue novelle dalla voce di chi gliele aveva raccontate. La divaricazione
operativa nel Fermo e Lucia: [] se ella conoscesse per testimonianza degli occhi
suoi i casi di questa giovane, certo chio non istarei ora in dubbio: ma ella non li
conosce che per relazione []117. Il primo anonimo scrive per testimonianza
degli occhi. Il secondo per relazione. E che le cose stiano cos, lo confermano
115

ID., I promessi sposi cit., cap. VIII, p. 190..


Ibid., p. 171.
117 ID., Fermo e Lucia cit., t. II, cap. I, p. 159.
116

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i Promessi sposi. In essi, a scrivere con maggior pertinenza di arcaica grafia e di stile segretariale, il secondo anonimo: [] descrivendo questo Racconto auuenuto ne tempi di mia verde stagione []. E il romanzo, il secondo, I promessi
sposi, finalmente rivela il mistero. Il narratore originario Renzo. stato lui a raccontare e a replicare oralmente al cronista le sue traversie, poi descritte: [] lui
medesimo [] soleva raccontar la sua storia molto per minuto, lunghettamente
anzi che no (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo lavesse sentita da lui
pi di una volta []118. Un altro particolare apprendiamo sullanonimo, dai Promessi sposi. Il cronista era amico di quel furbo matricolato di notaio che arrest Renzo nellosteria della Luna piena: [...] il nostro storico pare che fosse nel
numero de suoi amici.119 Linformazione dice pi di quanto non dichiari, con
quel pare che un ammicco. Il notaio era uomo di finte, e miserabili per
giunta. A Renzo avrebbe voluto far credere di essere suo amico; e lo arrestava.
Insomma, un po bugiardo doveva esserlo, questanonimo: anche lui.
Il primo cronista ha pi miti pretese. La sua cronaca vuole essere s una ricordanza ai posteri, ma si accontenta di giungere e fermarsi ai discendenti. La
cronaca originaria , quindi, nel genere dei Ricordi di famiglia. Un po mirabolante, e scolasticamente latineggiante, con le cose mostruose che hanno toccato
vette ormai irraggiungibili: Onde si vede esser vero quel detto che il mondo invecchiando peggiora, ma non credo che sar vero dora in poi, perch avendo il
male ormai passato i termini della comparazione, ha toccato lapice del superlativo, e il pessimo non di peggioramento capace120. Il secondo anonimo vuole invece parlare alla posterit tutta, e dei discendenti neppure si cura. N gli importa
il predicozzo sul mondo, che pi di tanto non pu peggiorare. Come il primo
anonimo, parla solo il conte Attilio; nel Fermo e Lucia: [... ] il mondo diventa
peggiore di giorno in giorno ...121. Il picciolo teatro al quale si affaccia lautore
di ricordanze, ha in cartellone luttuose tragedie di calamit, e scene di malvagit
grandiosa. Quello dellistorico prevede, per gli spettatori di pi profondo sguardo, spettacoli ulteriori. Soprannaturali e metafisicamente interferiti: intermezi di
imprese virtuose, et bont angeliche che soppongono alloperationi diaboliche.
I due cronisti hanno personalit diverse. Non coincidono, n per spessore culturale n per intenzioni letterarie. Sono personaggi per nulla sovrapponibili. Uno
118
ID., I promessi sposi cit., cap. XXXVII, p. 863. Cfr. H. GROSSER, Osservazioni sulla tecnica narrativa e sullo
stile nei Promessi Sposi, in Giornale storico della letteratura italiana, XCVIII (1981), 503, pp. 409-40; e E.
MEIER-BRGGER, Fermo e Lucia e I promessi sposi come situazione comunicativa, Frankfurt am Main - Bern New York - Paris 1987.
119 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XV, p. 362.
120
ID., [Prima] Introduzione cit., p. 3.
121 ID., Fermo e Lucia cit., t. II, cap. VIII, p. 267 (anche per le citazioni successive).

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

esterno al romanzo: lautore di una cronaca ritrovata e trascritta. Laltro viene dallinterno del romanzo: il trascrittor trascritto, sospettato di essere un furbo matricolato, degli scilinguagnoli di Renzo. Il Fermo e Lucia e I promessi sposi lavorano due diverse finzioni romanzesche. E due modi diversi di costruire i personaggi. Il primo anonimo guardato dal di fuori. E ha lo spazio che la collocazione gli definisce. Il secondo guardato da un punto interno al ventre di balena del
romanzo: il suo spazio quello dilatato e interagente delle relazioni, di situazione
e di parola, che fra di loro intrattengono i personaggi della finzione. Per di pi, la
cronaca dellanonimo un palinsesto. Prima di fissarsi nel testo esibito dai Promessi sposi, passa per i ripensamenti della prima Introduzione al Fermo e Lucia e
le varianti della seconda.
Lanonimo dei Promessi sposi esordisce in trombazza: LHistoria si pu veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perch togliendoli di mano
glanni suoi prigionieri, anzi gi fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia122. Dispensatrice dimmortalit lHistoria,
nella duplice accezione di indagine e di racconto. Lincertezza era per laggiunto:
illustre o meravigliosa? Il secondo dovette risultare troppo dichiarativo di
poetica. La scelta definitiva cadde su illustre, un deverbale confortato dalla
prosa del Fermo e Lucia: io sento un rammarico di non possedere quella virt
che pu tutto illustrare, di non poter dare uno splendore perpetuo di fama a queste parole []123. Il Tempo esito ultimo, dopo una replicata Morte. E si
capisce: riporta infatti alloraziana fuga temporum dei Carmina (III, 30, v. 5).
La predacit della Morte (una variante della prima Introduzione parla di preda)
fa posto alla prigione del Tempo. LHistoria marziale, nel suo procedere: richiama allappello della vita gli anni gi incadaveriti, fatti cadaveri; e come manipoli e falangi li schiera, li passa in rassegna e li ordina alla battaglia (li appresenta alla Morte, ancora come nimici: in una variante della prima Introduzione del
Fermo e Lucia). Certo, c barocca strampalatezza in questa immagine degli annisalme. Un sovrappi di segretariale ghiribizzo, rispetto alla fonte che lanonimo
descrive. Che non pu essere Renzo, privo com di storiografica scienza. Siamo al prologo teorico del romanzo di Renzo. E per esso, lanonimo stralcia una
pagina dalla sua biblioteca secentesca. La scelta caduta sullIntroduttione della
Geografia trasportata al morale (1664) di Daniello Bartoli. Era stato lo scrittore gesuita a dire che lHistoria, recatasi tutta sopra se stessa, non altrimenti che i Poeti fingerebbono una Maga, collincantata verga e il mormorio degli scongiuri, ci
122
123

ID., Introduzione a ID., I promessi sposi cit., p. 3.


ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. I, p. 333.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

dispiega scene e teatri (Teatro [] e Scene, ripete a eco lanonimo, nel prosieguo della cronaca); ovvero spettacoli di mirabile apparenza (cose mostruose); nei quali di novello (di nuovo, nella prima Introduzione) i morti eroi,
tratti dal fondo della terra o del mare (cemeteri alle ossa) si vedranno ordinarsi a battaglia (li ordina in battaglia, nella prima Introduzione) e starci a
schiera innanzi (li schiera, nel secondo anonimo). Hor questo appunto il
continuo far dellHistoria: ricavar di sotterra i tesori delle pi pretiose memorie
che il Tempo, vecchio decrepito, o vi perd come smemorato o vi seppell come
avaro, aveva sentenziato Bartoli; e aveva aggiunto il detto dellanonimo e del
conte Attilio: le cose intristiscono tanto pi, quanto invecchiano124.
Per lanonimo manzoniano (uno e bino, e trino) lHistoria va trapuntando
collago finissimo dellingegno i fili doro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Viene fuori cos la discreta erudizione del cronista. evocato infatti il manto del vanitoso quanto avvenente Demetrio Poliorcete, con sopra ricamate le figure della terra e dei corpi celesti. Ne parla Plutarco, nelle Vite
parallele. E ne parla Bartoli: [] s com daltro merito, che luscire a mostrarsi di quel fastoso Demetrio, soprannominato lEspugnatore delle citt, con indosso il reale ammanto rappresentatovi sopra collago in bel trapunto doro, tutto di
perle e di care gemme fiorito, luniversal descrittione del mondo125.
Frastornato dallo smusicar forte de bellici Oricalchi, quella sola moltitudine che lanonimo, trova modo di presentarsi come aristotelico (impuntato su
sostanza e accidenti) e come tolemaico che la fisica del suo universo trasporta in politica; spagnoleggiando con quellamparo, che si posa dentro il romanzo sulle labbra dei cugini filoispanici Rodrigo e Attilio:
E veramente, considerando che questi nostri climi sijno lamparo del Re Cattolico nostro Signore, che quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume,
qual Luna giamai calante, risplenda lHeroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene
le sue parti, e glAmplissimi Senatori quali Stelle fisse, e glaltri Spettabili Magistrati
qualerranti Pianeti spandino la luce per ogni dove, venendo cos a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si pu del vederlo tramutato in inferno datti tenebrosi, malvaggit e sevitie che daglhuomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se
arte e fattura diabolica, attesoch lhumana malitia per s sola bastar non dourebbe a
resistere a tanti Heroi, che con occhj dArgo e braccj di Briareo, si vanno trafficando
per li pubblici emolumenti126.

124

D.BARTOLI, La geografia trasportata al morale cit., pp. 10 e 17.


Ibid., p. 4 (corsivi nostri).
126 Per tutte le citazioni cfr. A. MANZONI, Introduzione a ID., I promessi sposi cit., pp. 3-4.
125

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Il Manzoni della cronaca antiquario, e gran falsario. Costruisce lapocrifo


dellanonimo come centone bartoliano. E lanonimo stesso pregia delle qualit irriducibilmente tolemaiche e aristoteliche dello storico della Compagnia di Ges;
e della sua vocazione alle scenografie campali, entro le quali i demoni malefici si
schierano come eserciti contro le potenze del bene. Volle per lombardizzare il
secondo anonimo; e ulteriormente sgangherarlo: per dar colore di vero storico alla relazione (interna al romanzo) del brianzolo Renzo e del suo segretario.
Solo a questo punto convert la penna dellanonimo ai furori fonetici e morfologici del medico e storico lombardo Alessandro Tadino, che soleva scrivere con le
gomita127.
Alla religiosit antiprovvidenzialistica di Manzoni non poteva essere congeniale il Bartoli che aveva celebrato lattivismo trionfalistico, armato di proselitismo planetario e guidato dal dito di Dio, del cattolicesimo legionario dei Gesuiti.
Ma alla sensibilit dellartista non poteva essere indifferente il talento letterario
dello scrittore, per quanto in simpatia presso i classicisti. Qualche rimorso dovette pur averlo Manzoni, per avere anonimizzato e strapazzato il barocco fattucchiero e sognatore di parole. Una riparazione si sente quindi di dovergliela. E
proprio nella prima pagina del romanzo, successiva allIntroduzione; a partire dalla Introduttione storica alla geografia morale.
Bartoli aveva accennato a golfi e seni che nella terra si adentrano128. Con
questi golfi e con questi seni, che frastagliano il paesaggio, Manzoni (variando a eco e a specchio) apre e chiude il primo periodo del romanzo:
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di
monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a
destra, e unampia costiera dallaltra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par
che renda ancor pi sensibile allocchio questa trasformazione, e segni il punto in cui il
lago cessa, e lAdda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian lacqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni129.

Il Fermo e Lucia dava vanj seni e per cos dire piccioli golfi dineguale grandezza. E parlava di riva e riviera anzich di costiera130, che , questulti127 ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. V, p. 430. Cfr. E. BONORA, Su una fonte dellIntroduzione dei Promessi
Sposi, in ID., Manzoni. Conclusioni e proposte, Torino 1976, pp. 103-23. Sulla cronaca cfr. anche M. BARENGHI,
Diciture per un inedito del secolo decimosettimo (1989), in ID., Ragionare alla carlona. Studi sui Promessi sposi, Milano 1994, pp. 11-55. Guido Pedrojetta propone dei riscontri (poco rilevanti) anche con il panegirico in morte di san
Carlo Borromeo del padre somasco Vincenzo Tasca del 1626: Cfr. G. PEDROJETTA, Carneade, chi era costui?, in
Annali manzoniani, nuova serie, III (1994), pp. 169-205.
128 D. BARTOLI, La geografia trasportata al morale cit., p. 18.
129
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. I, p. 9 (corsivi nostri).
130 ID., Fermo e Lucia cit., t. I, cap. I, p. 17.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

ma, parola quantaltre mai del Bartoli; la troviamo subito nella stessa Geografia
trasportata al morale: Alle ampie falde, alle fiorite costiere voi vaccorgete che siamo innanzi al Mongibello131. E il nuovo riscontro d esempio minimo dellimpostazione scenografica delle pagine geografiche del Bartoli, che si fa descrittore e spettatore insieme. Come il Manzoni, in prima istanza descrittore: dal deittico dapertura (Quel ramo), al primo vederlo di un ipotetico spettatore132.
Lintera apertura paesaggistica dei Promessi sposi (non cos del Fermo e Lucia)
un esercizio dammirazione applicato alla prosa del Bartoli. Laveva intuito Giuseppe Bonaviri, che per si basava sulla Istoria della Compagnia di Ges133.
Anche Manzoni anonimeggiava. Discretamente. Scriveva a Fauriel, e anticipava il suo progetto di romanzo storico; il 3 novembre del 1821:
Pour vous indiquer brivement mon ide principale sur les romans historiques, et vous
mettre ainsi sur la voie de la rectifier, je vous dirai que je le confois comme une reprsentation dun tat donn de la socit par le moyen de faits et de caractres si semblables la ralit, quon puisse les croire une histoire vritable quon viendrait de dcouvrir134.

Una storia da far tornare alla luce, quindi; anche se qui Manzoni non calza la
maschera barocca del rabdomante e luogotenente di cadaveri. Il romanzo non
una parata di urne. Eppure Manzoni aveva prestato la sua voce allanonimo. Almeno una volta. Quando laveva fatto distrarre dalle Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggi, per farlo raccogliere sulle gente meccaniche, e
di piccol affare; e lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto. Questi due avverbi con una sola terminazione in -mente
denunciavano lo stile solenne, burocratico e spagnoleggiante dellanonimo135. Ma
il proposito era genuinamente manzoniano. Anzi, la chiusura del sipario sul gran
teatro delle Attioni gloriose (anche se motivato da una prudenza tutta secente131

D. BARTOLI, La geografia trasportata al morale cit., cap. II, p. 21 (corsivo nostro).


Per la tecnica del Bartoli Cfr. B. MORTARA, Un uso infinito in Daniello Bartoli, in Atti dellAccademia Nazionale dei Lincei, CCCLIX (1962), 7-12, pp. 486-532.
133 Cfr. G. BONAVIRI, Daniello Bartoli: una fonte per Quel ramo del lago di Como (1978), in ID., Larenario, Milano 1984, pp. 165-82. Altre letture dellincipit: G. ORELLI, Quel ramo del lago di Como..., in Paragone, n. 286
(1973), pp. 47-66; G. BARDAZZI, Manzoni e la purificazione dello sguardo, in Le regard et lcrivain, a cura di P. G.
Conti, numero monografico di Versants, XII (1987), pp. 95-111. Sugli esordi nel romanzo cfr. B. TRAVERSETTI e S. ANDREANI, Incipit. Le tecniche dellesordio nel romanzo europeo, Torino 1988; e A. DEL LUNGO, Pour une
potique de lincipit, in Potique, n. 94 (1993), pp. 1311-52.
134 A. MANZONI, Lettera a Claude Fauriel del 3 novembre 1821, in ID., Tutte le lettere cit., t. I, pp. 244-45 (Per
darvi unidea sommaria di come io principalmente guardi ai romanzi storici, e mettervi cos nella condizione di correggermi, vi dir che concepisco il romanzo come la rappresentazione di un certo stato della societ per mezzo di fatti e caratteri talmente simili alla realt, che si possa pensare a una storia vera che si fosse appena rinvenuta).
135
Cfr. B. MIGLIORINI, Coppie avverbiali con un solo -mente (1952), in ID., Saggi linguistici, Firenze 1957, pp.
148-55.
132

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

sca) e lapertura dellangusto e non meno tragico teatro dei meccanici, riscriveva una pagina di Voltaire: En effet, lhistoire nest que le Tableaux des crimes
et des malheurs. La foule des hommes innocents et paisibles disparat toujours
sur ces vastes thtres136. E la foule des hommes innocents et paisibles diventata moltitudine vagabonda nel romanzo: sullesempio di Thierry e di Scott;
e nello spirito del Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia e del
concetto drammatico dei desideri, dolori e patimenti dellimmenso numero
duomini che non ebbero parte attiva negli avvenimenti, ma che ne provarono gli
effetti137. Per questa umanit tradita dalla storia, Manzoni si fatto storico di
seconda mano: [...] noi valendoci del privilegio che hanno gli storici di seconda mano, di inventare qualche cosa di verisimile per rendere compiuta la storia, e
supplire alle mancanze dei primi, affermiamo [...]138. Ha cio scritto un romanzo (duale) che collabora con gli storici, senza subordinare la letteratura alla storiografia; e piuttosto dando legittimit allinvenzione, che alla verit morale
(per via di poesia, aveva detto nella Lettre Mr. Chauvet) recupera quanto gli
storici hanno trascurato e taciuto. A questo progetto dovette conquistare una lingua di comunicazione; arduamente, dovendo partire (nella seconda Introduzione
al Fermo e Lucia) dal concetto di analogia elaborato dalla linguistica illuminista:
A bene scrivere bisogna sapere scegliere quelle parole e quelle frasi, che per convenzione generale di tutti gli scrittori, e di tutti i favellatori (moralmente parlando) hanno quel
tale significato: parole e frasi che o nate nel popolo, o inventate dagli scrittori, o derivate da unaltra lingua, quando che sia, comunque, sono generalmente ricevute e usate.
Parole e frasi che sono passate dal discorso negli scritti senza parervi basse, dagli scritti
nel discorso senza parervi affettate; e sono generalmente e indifferentemente adoperate
alluno e allaltro uso139.

Qui giace la lepre, dice il Fermo e Lucia. Qui sta il punto, dicono I promessi sposi. E, tra lepre e punto si consumato il passaggio dallespressivismo (eclettico), al toscano e fiorentino. Ma, nei Promessi sposi, provvede il Griso
a recuperare il qui giace la lepre (cap. VIII); e dimostra ad evidenza che lespressivismo non era finito.
136
VOLTAIRE, LIngnu, in ID., Romans et contes, a cura di R. Groos, Paris 1954, cap. X, p. 269 (Di fatto la storia non che quadro di crimini e calamit. La folla di innocenti e pacifici costantemente scompare in cos vasti teatri). Cfr. G. RAGONESE, Illuminismo e romanticismo in Alessandro Manzoni (1979), in ID., Da Manzoni a Fogazzaro. Studi sullOttocento narrativo, Palermo 1983, pp. 15-55.
137 A. MANZONI, Discorso sur alcuni punti della storia longobardica cit., p. 46.
138
ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. VII, p. 455.
139 ID., [Seconda] Introduzione, ibid., pp. 14-15.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Lerrore sulla lapide. LHistoria si pu veramente deffinire una guerra illustre


contro il Tempo. Parola di bugiardo matricolato, ovvero di anonimo secentesco. Per il quale scrivere vuol dire scolpire le carte, orazianamente: Exegi monumentum aere perennius140. Lanonimo (classicista) smentito e irriso da Manzoni:
Il parlare coi fati, lalzare monumenti indistruttibili, il dar da fare al tempo edace, il farsi beffe della morte sono le solite canzoni che vi si trovano per entro [nella poesia] [...].
E non raro di trovare lepiteto poetico per qualificare una immaginazione falsa, non
fondata, o stravagante. Il che non vuol dire altro se non che questi scrittori non sanno
che sia, che sia stata e che possa essere la poesia141.

Difatti poeta Renzo, nei Promessi sposi; quando si ubriaca in osteria, e ne


dice delle curiose142. Scopo della letteratura non di erigere monumenti: un
pezzo di granito non il criterio dun fatto morale; la parola umana pu
esprimere il vero e il falso e le parole incise in marmo non sono esenti da
questa condizione143. Niente monumenti, senza verit. Non contro il tempo
combatte la letteratura, bens contro lerrore: tutti gli scrittori sensati veggiono
di quanti mali sia cagione lerrore, e con tacito accordo gli fanno la guerra144.
Lanonimo credeva che compito suo fosse di risuscitare gli anni gi fatti cadaueri, per consegnarli al perenne delle palme e degli allori. Era un necrofilo. Un
becchino che invece di seppellire, dissotterrava: truccandosi ora da archeologo
ora da negromante o mago rianimatore. Sui sepolcri e sul miracolo di Lazzaro
della poesia, Manzoni non risparmi imbeccate neppure allAriosto; che alladulazione dei poeti aveva riconosciuto la capacit di tirar fuori vivi dal sepolcro
quanti avevano saputo farsi amica Cirra, ancor chavesser tutti i rei costumi145. Ladulazione delle debolezze e lelogio degli errori, in bei versi privi di
pudore, il bellufficio di una letteratura indifferente al vero e pronta a tutto surrogare in monumento: nei Materiali estetici di Manzoni; come nel capitolo XVIII
(Un bel Esprit, un Philosophe) del Trait de la concupiscence di Bossuet, che fa ressa dietro la ramanzina di Manzoni (Ah! Messer Ludovico, quando scrivevate
140 ORAZIO, Carmina, III, 30, v. 1, in ID., Le opere, a cura di M. Ramous, Milano 1988, p. 544. (Ho alzato un
monumento pi duraturo del bronzo).
141
A. MANZONI., Materiali estetici cit., pp. 20-21.
142. ID., I promessi sposi cit., cap. XIV, p. 334.
143 ID., Storia della Colonna infame (prima redazione), in ID., Storia della Colonna infame, a cura di C. Riccardi,
Milano 1984, p. 170.
144 Ibid., p. 169 (corsivo nostro). Cfr. M. AMBROSE, Error and the abuse of language in the Promessi Sposi, in
The Modern Language Review, LXXII (1977), pp. 62-72.
145 L. ARIOSTO, Orlando furioso, XXXV, XXIV, 5-8, a cura di L. Caretti, Milano-Napoli 1954, p. 915.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

quelle ottave non vi avete pensato bene, o avete parlato per baja, il che sta male in
argomento cos serio)146.
Babeliani sono gli artefici di monumenti. Rinnovano una bestemmia biblica.
Pretendono di dare identit e perpetuit di nome, costruendo ed elevando al
cielo: Venite, faciamus nobis civitatem et turrim, cuius culmen pertingat ad caelum, et celebremus nomen nostrum antequam dividamur in universas terras147.
lidolatrica imitatio Dei di quanti alzano la torre, per costruire un nome:
colpa che Dio ha punito con la dispersione; e con la confusione delle lingue. E paradigma lavora dentro I promessi sposi. Borsieri aveva presentato il Duomo di Milano come unartificiale montagna di sasso148. La similmontagna si biblicizza
subito in Manzoni, che le pietre di Dio contrappone ai mattoni delluomo; e
la grandiosit della natura oppone alla superbia dellingegneria umana. Locchio del montanaro Renzo si educato alla contemplazione delle alture di Dio;
ma a Milano costretto a confrontarsi con lottava maraviglia. Isola quindi la
macchina delluomo. E la citt diventa una scena vuota, ampia di solitudine.
Dentro il metafisico deserto del perimetro urbano si alza lumana superfetazione;
fronteggiata, sulla linea dellorizzonte, dalle dentaie del Resegone:
Renzo [] vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una citt, ma sorgesse in un deserto []. Ma dopo qualche momento, voltandosi
indietro, vide quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo
Resegone, si sent tutto rimescolare il sangue, stette l alquanto a guardar tristamente da
quella parte, poi tristamente si volt, e seguit la sua strada149.

Nei piani deserti sorgono citt superbe ed affollate, aveva dichiarato il


Fermo e Lucia150; citt tumultuose, specificano I promessi sposi151, che vi fanno
peregrinare, tra il grave e il morto di unatmosfera infernale, una moltitudine vagabonda e riunita, ovvero una gente perduta sulla terra152; e dolente: tormentata e tormentante. In mezzo, incombente e babelicamente incompiuta, c la
macchina costruita dallarroganza umana: che, nella designazione, convoglia
lastuzia bellica della macchina di Ulisse per desertos [] locos; di quella
virgiliana fatalis machina (Aeneis, II, 28 e 237), che, nel romanzo, diventa an146

A. MANZONI, Materiali estetici cit., pp. 50-51.


Genesis, II, 4 (Ors! Costruiamoci una citt e una torre la cui cima sia al cielo e facciamoci un nome per non
essere dispersi su tutta la terra).
148 P. BORSIERI, Avventure letterarie di un giorno cit., p. 115.
149 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XI, p. 272.
150 ID., Fermo e Lucia cit., t. I, cap. VIII, p. 139.
151
ID., I promessi sposi cit., cap. VIII, p. 192.
152 Ibid., capp. XXVIII e XI, pp. 648 e 254-55.
147

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

che la macchina fatale, la scala, di una folla imbestialita che d lassalto alla casa del vicario di provvisione durante il tumulto di San Martino153. La macchina
(anche nelle varianti della macchina persecutoria di don Rodrigo, e dellabbominevole macchina della tortura azionata da un potere giudiziario che va comminando pene sproporzionate, ingiuste e inefficaci)154 lordigno del generale
errore (della scalata contro il Cielo e, fratricidamente, contro il prossimo) di
una umanit di oppressi e oppressori dispersa sul piano di un biblico deserto:
I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto
altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora
a cui portano gli animi degli offesi155, I promessi sposi si stringono ai versi dellAdelchi: [] genti disperse | nel piano [] (II, V, vv. 337-38); [] gregge atterrito e sperso (III, V, v. 186); un volgo disperso e [] un volgo disperso
che nome non ha (III, Coro, vv. e 66). Il gregge atterrito ricorda le ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti, che nelladdio
di Renzo e Lucia al loro villaggio (ritornando alle biancheggianti ville dei versi
giovanili dellAdda)156 sembrano voler fuggire dalla torre piatta del persecutore
don Rodrigo; mentre il palazzotto, con torre, del prepotente pareva un feroce
che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia daddormentati, vegliasse, meditando un delitto157. Il sacrilegio della torre e del nome; e dallaltra, la dispersione nei deserti della storia di un popolo buttato nella confusione delle lingue (alimentata dalla demagogia politica e dalla malizia umana, nella Milano che
lesule Renzo deve attraversare durante la sua fuga)158.
La storia un immenso pelago di errori. La denuncia veniva dallilluminismo giuridico. E da Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, in particolare159.
Tutti gli errori, Manzoni compendia nella storia morale e politica del Seicento:
lincertezza del diritto, la legislazione eccessivamente proliferante che a colpi di
gride sopporta larbitrio dei potenti e la manipolazione dei causidici, limpunit
organizzata delle classi e delle consorterie (e persino della Chiesa), la cultura economica irresponsabile e monopolistica (che blocca la libera concorrenza e impo153

Ibid., cap. XIII, p. 304.


Ibid., capp. XVIII e XXXIV, pp. 411 e 790.
155 Ibid., cap. II, pp. 48-49.
156
ID., Adda, v. 11, in ID., Poesie prima della conversione, a cura di F. Gavazzeni, Torino 1992, p. 123.
157 ID., I promessi sposi cit., cap. VIII, p. 191.
158 Cfr. D. BANON, Babel ou lidoltrie embusque, in Tel Quel, n. 88 (1981), pp. 45-63; e C. GANDELMAN,
La Bibbia come firma di Dio: linterpretazione cabalistica della Scrittura e del mito della caduta nelle lingue, in
Carte semiotiche, n. 3 (1987), pp. 29-33.
159
Cfr. C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene, cap. XVI, in Illuministi settentrionali, a cura di S. Romagnoli, Milano 1962, p. 514.
154

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ne la demagogia del prezzo politico), la persecuzione dellonest disarmata. Il romanzo di Manzoni aggredisce lerrore nei suoi punti di perversione. Con sdegno,
senzaltro. Ma anche con compassione: [] la morale cattolica rimove le cagioni che rendono difficile ladempimento di questi due doveri, odio allerrore, amore agli uomini160. In polemica con Rousseau: Vi ebbe per uno scrittore, e non
volgare certamente, il quale pretese che conciliare la guerra allerrore e la pace cogli uomini sia impresa non difficile, ma impossibile161. E nella certezza che la
guerra illustre della monumentalizzazione letteraria e storiografica sia iattura
dellorgoglio dei letterati. Limmortalit per i giusti. Ma nel monument ternel scolpito dal dito di Dio. Il principio nel sermone di Massillon Sur la salut;
ed ribadito nel Sermon sur lemploi du temps, ovvero sugli emplois illustres
soutenus avec rputation:
en vain les histoires parleront de nous; nous serons effacs du livre de vie et des histoires ternelles: en vain nos actions feront ladmiration des sicles venir; elles ne seront
point crites sur les colonnes immortelles du temple cleste [] ce que le doigt de
Dieu tout seul aura crit, durera autant que lui-mme162.

Leternit prerogativa divina. Quella che i letterati promettono usurpazione blasfema: monumento terreno; torre di Babele. Le lapidi del giusto giudizio
contemplano lerrore: lo additano e lo combattono. Lorgoglio la radice avvelenata del mondo.
La torre di Babele la macchina riassuntiva di un programma di superbia.
Che include la costruzione della citt, da parte della posterit di Caino163. E
quella del nome. Il dare e il darsi nome una depravazione: quando luomo si
considera il proprio dio, per eccesso damor proprio; e per empia sopravvalutazione. Bossuet appendeva lombra del nome alle rovine dei monumenti; e ne faceva convincimento di errore164. Il lemma nominare ben rubricato nel vocabolario morale. Onomateta il tiranno, il cui potere pretende di sconfinare verso
quello divino. Come nel Tarquinio Superbo (1632) di Virgilio Malvezzi: I principi
doventano tiranni perch non si saziano di nominare: vogliono essere signori del160

A. MANZONI, Osservazioni sulla morale cattolica cit., Parte prima, cap. VII, p. 54.
Ibid., p. 55.
162
J.-B. MASSILLON, Sermon sur lemploi du temps, in ID., uvres, Paris 1835, t. I, pp. 471-72 (Invano le storie parleranno di noi; saremo cancellati dal libro della vita e dalle storie eterne: invano le nostre azioni faranno lammirazione dei secoli futuri; esse non saranno scritte sulle colonne immortali del tempio celeste [] soltanto ci che il
dito di Dio avr scritto, durer quanto lui). Cfr. ID., Sermon sur la salut, ibid., pp. 473-85.
163 ID., Sermon sur la passion de notre Seigneur Jsus-Christ, ibid., t. I, p. 520.
164
J.-B. BOSSUET, Oraison funbre de Louis de Bourbon, in ID., Oraisons funbres. Pangyrique, a cura di B. Velat, Paris 1950, p. 234.
161

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

lonore, dellavere e delle persone165. Nellode manzoniana Il cinque maggio


(1821), il verbo ha applicazione onomaturgica nellautoappellazione di Napoleone:
Ei si nom: due secoli,
lun contro laltro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe silenzio, ed arbitro
sassise in mezzo a lor166.

Con il solo presidio del pronome, Napoleone interpreta nella scena storica
dellode lazione biblica di Alessandro. Davanti a lui siluit terra, come davanti
al Macedone (Machabaeorum, I, I-3). Ma il palcoscenico si fa subito smisurato.
Larbitraggio sui secoli spodesta Dio dal ruolo di Roi immortel des sicles167:
si fe signor e regn signor, recitano le varianti del verso. A Dio solo compete di essere arbitre e suprme modrateur168. Lambizione ha portato Napoleone a misurarsi con Dio. E a negarlo: cest Dieu seul qui lve les grands et les
puissants; qui vous place au-dessus des autres169. La bestemmia offusca il cielo.
E aggredisce Dio nel suo diritto di vocazione, che legge di sovranit inviolabile nella storia: [] ego Dominus [] voco nomen tuum [] et vocavi te nomine tuo (Isaias, 45, 3-4). Napoleone si nom. La sua, insubordinazione empia; e tremenda.
Carducci fu corrivo nellimpertinenza. Manzoni aveva risposto a se stesso,
nellode:
Fu vera gloria?
Ai posteri lardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor che volle in lui
del creator suo spirito
pi vasta orma stampar170.

I versi muovono dalla certezza espressa da Cristo nel Vangelo di Giovanni:


165 V. MALVEZZI, Il Tarquinio Superbo, Venezia 1662, p. 110. Sulle complicazioni religiose del nominare cfr. A.
VERGOTE, Interprtation du language religieux, Paris 1974, pp. 122-24.
166 A. MANZONI, Il cinque maggio, vv. 49-54, in ID., Tutte le poesie (1812-1872), a cura di G. Lonardi e P. Azzolini, Venezia 1987, p. 110.
167 J.-B. MASSILLON, Sermon sur les dispositions ncessaires pour se consacrer Dieu par une nouvelle vie, in ID.,
OEuvres cit., t. II, p. 14.
168 L. BOURDALOUE, Sermon sur laumne, in ID., uvres cit., p. 167.
169 J.-B. MASSILLON, Sermon sur les vices et les vertus des grands, in ID., uvres cit., t. I, p. 610. (Solo Dio innalza i grandi e i potenti; lui che vi pone al di sopra degli altri).
170 A. MANZONI, Il cinque maggio cit., vv. 31-36.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Si ego glorifico meipsum, gloria mea nihil est: est Pater meus qui glorificat me
[] (Ioannes, 8, 54). E seguono il sermone di Massillon Sur la fausset de la gloire humaine: il ny a de grand dans les hommes que ce qui vient de Dieu []
lev au-dessus de tout ce qui se passe, et soumis Dieu seul; voil la vritable
gloire, et la base de tout ce qui fait les grands hommes171; e laltro, sempre di
Massillon, Sur les caractres de la grandeur de Jsus-Christ: Pour connotre la
grandeur vritable des souverains et des grands, il faut la chercher dans les sicles
qui vont venir aprs eux. Plus mme ils sloignent de nous, plus leur gloire crot
et saffermit lorsquelle a pris source dans lamour des peuples172. Carducci si
irrit alla pi vasta orma stampata da Dio sullo spirito di Napoleone. Gli
parve che Manzoni avesse cos attribuito al Padre Eterno lirriverente atto di una
pedata173. E cadde nellerrore di mettere sullo stesso piano lorma marcata da
Dio e lorma calcata dal piede di Napoleone sulla cruenta polvere (vv. 1012). La prima limpressione della mano del Massimo Fattor; il segno pentadattilo del maggior privilegio accordato dalla sovranit divina. Ancora una volta
soccorre Massillon che, nellorazione funebre per Messire de Villeroy, celebra i
vastes talents [] imprims des mains de Dieu sur certaines mes174.
Le calcografie del Cinque maggio raccontano lerrore di temerariet di un
unto di Dio che [] contra l suo fattore alz le ciglia (come il Lucifero dantesco di Inferno, XXXIV, v. 35); per imporsi come il dio del proprio cesarismo,
dopo avere rinnegato la superna investitura. Lorma che ha calpestato la
cruenta polvere di pi mortale. Si contrappone, nella storia, a quella lasciata dal piede immortale di Cristo sulla polvere insanguinata non dal calpestamento
guerriero ma dal sacrificio della croce:
[] quando, chiuso il tepido
fonte di sua ferita,
mise il potente anelito
[]
della seconda vita;
171 J.-B. MASSILLON, Sermon sur la fausset de la gloire humaine, in ID., uvres cit., t. I, pp. 591-92 (Nulla c
di grande negli uomini che quanto proviene da Dio [] innalzato al di sopra di tutto ci che accade, e sottoposto solo a Dio; ecco la vera gloria, e la base di ci che fa grandi gli uomini).
172 ID., Sermon sur les caractres de la grandeur de Jsus-Christ, ibid., p. 586 (Per conoscere la grandezza vera dei
sovrani e dei grandi, bisogna cercarla nei secoli che verranno dopo di loro. Pi essi si fanno a noi lontani, pi la loro
gloria cresce e si consolida se ha trovato fondamento nellamore dei popoli).
173 T. BARBIERI, Appunti di G. Carducci per quattro conferenze su La lirica del Manzoni, in Giornale storico
della letteratura italiana, XC (1973), 469, pp. 94-103. Cfr. M. STERPOS, Carducci di fronte a Manzoni - storia di
unavversione, in Italianistica, XVII (1988), I, pp. 17-48.
174
B. MASSILLON, Oraison funbre de Messire de Villeroy archevque de Lyon, in ID., uvres cit., t. I, p. 640
(vaste qualit [] impresse dalle mani di Dio su certe anime).

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

e dalla bassa polvere


alzando il pi divino
[]
lerto del ciel cammino
benedicendo apr175.

Il motivo era anche figurativo. Risaliva allAscensione di Drer. E, attraverso


la mediazione di Lorenzo Lotto, era approdato in quella Bergamo nella quale si
risolve la vicenda dei Promessi sposi. Nel Coro intarsiato di Santa Maria Maggiore in Bergamo, il maestro intagliatore Alessandro Belli su una collinetta (che come un globo) stamp le orme di Cristo asceso al cielo.
Napoleone un falsario di Dio. Per lui Manzoni, insieme alla leggenda di
Alessandro 176, riesuma dalla letteratura classica sulla regalit il tema fetonteo della polemica anticesarea177. Napoleone cadde, risorse e giacque (v. 16). La vicenda di caduta e ripresa quella di un semidio come Anteo: del gigante, figlio di
Nettuno, che riprendeva le proprie forze quando toccava il suolo (quasi novello
Anteo cadde e risorse)178. Ma riferita al reggitore Napoleone, visto folgorante
in solio (v. 12), e con laggiunta dellesito di irreparabile caduta, evoca la mitologia di un diverso semidio. Introduce nella reggia dove [] sedebat | in solio
Phoebus claris lucente smaragdis: con un richiamo ovidiano 179, gi attivo nel
canto VI del Bardo della selva nera di Monti (il trono della luce del raggiante
imperador) commentato da Pietro Borsieri nel capitolo VI delle Avventure letterarie di un giorno180. Il sole (folgorante: Phoibos-Ekeblos) in continuazione sorge e cade (Il Nome di Maria, v. 41), tra accesso e recesso. Supremo auriga,
immagine di Dio: biblicamente sommo Sole (Risurrezione, v. 47). Napoleone,
che tanto raggio (v. 22) e ha rai fulminei (v. 75), giacque per: rivelandosi sole mancato e auriga votato alla catastrofe. Napoleone il semidio Fetonte, figlio di Febo: che irresponsabilmente ha preteso di sostituirsi al padre nella guida
del carro divino e ha ustionato il cielo con la sua folle e rovinosa corsa. Il falsus
auriga giacque: Ei fu; laddove il vero reggitore : Vous tes les divinits du
175 I versi appartengono al secondo abbozzo della Pentecoste: si veda A. MANZONI, La Pentecoste, dal primo abbozzo alledizione definitiva, a cura di L. Firpo, Torino 1962, p. 36.
176 Cfr. L. BRACCESI, Per le fonti del Cinque maggio (1979), in ID., Proiezioni dellantico, Bologna 1982, pp.
85-92.
177 Cfr. R. DEGLINNOCENTI PIERINI, Caligola come Fetonte (Sen. Ad Pol., 17,3), in Giornale italiano di
filologia, nuova serie, XVI (1985), I, pp. 73-89.
178 T. TASSO, Gerusalemme liberata, XX, CVIII, v. 2, a cura di L. Caretti, Bari 1967, p. 696.
179 OVIDIO, Metamorphoseon libri, II, vv. 23-24, a cura di F. Bernini, I, Bologna 1981, pp. 48-50 ([] sedeva |
Febo sul soglio che sfolgorava brillando di lucide pietre preziose).
180 P. BORSIERI, Avventure letterarie di un giorno cit., pp. 147-48.

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monde, vous tes les enfants du Trs Haut; mais fausses divinits, vous tes mortelles, et vous mourrez en effet, aveva predicato Bourdaloue181.
La culminazione fetontea del titanismo di Napoleone presunzione temeraria di specie babelica, punita con labbattimento del nome. Il Napoleone del
Cinque maggio, stolto che al ciel sagguaglia, un senza-nome. Il titolo dellode
una data sul monumento. Ma il monumento quello della Fede trionfante, che
sotto la data storica scolpisce lorografia morale di una montagna di alta superbia che alla fine, toccata dalla mano misericordiosa di Dio e quindi dalla grazia
della conversione, si prosterna alla collina della sublime umilt cristiana:
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ch pi superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chin182.

Quello della Fede un ridir scolpendo il linguaggio profetico di Isaia (Omnis vallis exaltabitur, et omnis mons et collis humiliabitur)183, gi ripreso e tante
volte variato dai grandi moralisti francesi: per esaltare lumiliazione delle montagnes du sicle, o orgueil de Csars, di fronte allhumilit de la croix184. La
diminuita geografia di Napoleone (dallenormit planetaria, alla breve sponda
dellisola, al letto e alla coltrice) giunge al punto di premio della buona morte
cristiana registrata sul granito perenne del livre de lternit185. Avrebbero voluto essere eterne le pagine delle memorie di Napoleone. Su di esse la mano sopraffatta cadde stanca, per. Potrebbe essere un monumento eterno (sullerrore e sulla Grazia; senza adulazione, e con amore alla tragedia delluomo) il
Cinque maggio; che [...] scioglie allurna un cantico | che forse non morr (vv.
23-24), proprio perch monumento letterario non alla storia ma alla Fede. Sulla
traccia del Sermon sur lemploi du temps di Massillon, che la vita dei conduttori e
gran motori della storia propone di guardare dal luogo estremo del letto di morte: dal raccoglimento finale; e dal consuntivo di una vita; quando i ricordi stingono e si dissolvono; e solo contano gli episodi segnati da una qualche vittoria della
181
L. BOURDALOUE, Sermon sur la pense de la mort, in ID., uvres cit., p. 134 (Siete le divinit del mondo,
siete i figli dellAltissimo; ma false divinit, siete mortali, e infatti morirete).
182 A. MANZONI, Il cinque maggio cit., vv. 96-101.
183 Isaia, 40, 4 (Ogni valle sar colmata, e ogni monte e colle sar abbassato); cfr. Luca, 3, 5.
184 L. BOURDALOUE, Sermon sur lambition, e Sermon sur la religion chrtienne, in ID., OEuvres cit., t. I, pp.
247-57 e 197-207.
185 J.-B. MASSILLON, Sermon sur la mort du pcheur et la mort du juste, in ID., uvres cit., t. I, p. 12.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

fede e dignes dtre clbrs par les cantiques ternels186. Il resto errore di
uom fatale, che ha solo il vessillo del pronome per esistere nel linguaggio di
unode onomoclasta: a quel che arse il tempio si dice colui187, avevano insegnato gli storici antichi che avevano voluto umiliare nel nome il sacrilego Erostrato.
Il volto calpestato della madre terra un museo allaria aperta di impronte pedagne. Lo dice Borsieri, nel capitolo inaugurale delle Avventure letterarie di un giorno. E laveva gi detto quasi un secolo e mezzo prima il Bartoli, nel
capitolo altrettanto inaugurale dellUomo al punto. Anche Baldassar Castiglione si
era interessato alle impronte fossili, allinizio del terzo libro del Cortegiano, facendo scoprire a Pitagora quanto fosse stato maggior deglaltri piedi umani il piede di Ercole. Della improntologia (che Defoe aveva messo in romanzo, nel Robinson Crusoe), Borsieri fece per uninconsueta quanto obbligatoria via daccesso al romanticismo lombardo e ai suoi nuovi eroi: [...] grazie agli Alessandri
ed ai Cesari, ed a que pochi grandi che con piante insanguinate hanno percorsa la
terra, sagrificando al simulacro della gloria fra il pianto e le strida delle nazioni,
grazie, dissi, a costoro, il mondo riuscito a formarsi una ben pi nobile idea delleroismo188. Fra que pochi grandi dai piedi insanguinati, Manzoni non pot
che estrarre Napoleone, che pose a misura di un diverso eroismo (anche in burla, come voleva Borsieri). Vennero allora I promessi sposi, a studiare e a misurare
le corserelle, i saltelloni, i trotti, i passi brevi e circospetti, lunghi o infuriati, di
quanti nella storia viaggiano; e a distinguere un calpestio di sandali, sotto un veleggiar di tonaca.

3-5. Tematiche e personaggi.


Un falsario della prudenza e della Grazia. Si ferm su due piedi189: di botto; nella posa del coniglio. E fu linizio. Delle ragioni di don Abbondio190 e delle disgrazie dei promessi.
Ha occhi grigi, don Abbondio. Che entra in scena, portato dal tempo durativo di un imperfetto di consuetudine: tornava bel bello dalla passeggiata verso
186

ID., Sermon sur lemploi du temps cit., p. 472 (corsivo nostro).


P. ARETINO, Lettera a Giovanni Pollastra del 28 agosto 1537, in ID., Lettere, a cura di P. Procaccioli, I, Milano 1993, p. 236.
188 P. BORSIERI, Avventure letterarie di un giorno cit., p. 88 (corsivo nostro).
189 A. MANZONI, I promessi sposi. cit., cap. I, p. 19.
190
Sulle ragioni del coniglio cfr. L. PIRANDELLO, Lumorismo, introduzione di S. Guglielmino, Milano 1986,
p. 150. Di eroe della piccola ragione parlava L. RUSSO, Personaggi dei Promessi Sposi (1945), Bari 1970, p. 146.
187

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casa, sulla sera del giorno 7 novembre dellanno 1628191. La sequenza minima;
nellordine della piccola vita di un curato di campagna. Ma lindicazione puntigliosa di giorno, mese e anno, impegnativa. Guadagna alla storia ci che avrebbe dovuto essere irrilevante; a partire dallassuefazione alla quotidiana retorica di
mani e piedi: destra e sinistra incrociate dietro la schiena, con lindice della mano
destra chiuso nel breviario; la cara mania di un piede, che punta i ciottoli del sentiero e li fa schizzare sul muricciolo. Lo sguardo di don Abbondio ozioso e svagato. Tuttavia non si limita ad avvicinare il paesaggio. Esprime anche la volont i
allontanare inciampi e sorprese, di scansare e scansarsi. Ma il curato arrivato a
un incontro, che non consente astuzie di viottoli. Due bravacci, truci e scostumati, gli chiudono la strada davanti a unedicola votiva dedicata alle anime del purgatorio. la mise en intrigue del destino del pavido curato, dora in avanti costretto a barcamenarsi tra santi e birboni: ora come pulcino impaniato nella stoppa, ora come pulcino negli artigli del falco; a subire, pusillanime, la magnanimit tormentosa del cardinale Borromeo; e a patire largento vivo di un appaltatore di delitti convertito, che lo fa sentire in Malebolge.
La santit umile, prodiga ed eroica, degli ecclesiastici, ha natura dacqua: la
vita dimpiego e di servizio di Federico Borromeo (con immagine declinata da
Bossuet) come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare
n intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel
fiume192; i cappuccini sono (con riferimento allEcclesiaste, I, 7) come il mare,
che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi193. La vigliaccheria accanita e impenitente di don Abbondio, alimentata da colpevoli negligenze e da inadempienti che si industriano con il latinorum o con il calar di brache (come dice Perpetua: la zitella che lo accudisce), ha natura di terra. E curato
un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro:
Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in
quelli che non poteva scansare. Neutralit disarmata in tutte le guerre che scoppiavano
intorno a lui []. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col pi forte, sempre per alla retroguardia, e procurando di far vedere allaltro chegli non gli era volontariamente nemico []. A chi, messosi a sostener le sue
ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto []. Sopra tutto poi, declamava contro que suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti dun debole oppresso, contro un soverchiatore potente.
191

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. I, p. 11.


Ibid., cap. XXII, p. 496. cfr. A. M. DAMBROSIO MAZZIOTTI, Fra Bossuet e Manzoni: la retorica e la ragione, in Critica letteraria, XIII (1985), 48, pp. 483-507.
193 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. III, p. 72.
192

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Questo chiamava un comprarsi glimpicci a contanti, un voler raddrizzare le gambe ai


cani194.

In don Abbondio la debolezza terragna della natura ha sempre il sopravvento sulla Grazia di Dio, che spezza vases de terre perch diano testimonianza
della luce e della potenza della fede: come le anfore di Gedeone che, rotte, facevano apparire le torce fiammanti che dissimulavano dentro la loro opacit (Giudici, 7,15-23). I vasi di terra erano, nellarticolazione ossimorica del Sermon sur
les afflictions di Massillon qui sintetizzato, lemblema della debolezza gloriosa dei
martiri di Cristo195. In don Abbondio sono invece la giustificazione blasfema della resistenza alla Grazia e alla missione del sacerdozio. La debolezza del curato ha
la forza e lostinazione di una bestemmia allegramente dichiarata. La neutralit
disarmata la teologia patetica della difesa a oltranza della pelle da parte di un
tenero quanto insolente e bizzoso eroe della vilt, che accomoda il suo buon
Dio alla propria industria di sopravvivenza e di quieto vivere: fino a farsi (suo
malgrado) provocatore e complice di ribaldi e prepotenti. Ma don Abbondio non
un grande peccatore. Il suo confronto con Dio furbesco. Il curato il povero
prete di un povero Dio196. Solo i grandi peccatori sanno convertirsi, sosteneva
Bourdaloue nella meditazione De la tideur dans le service de Dieu197. Don Abbondio non pu avere pentimenti e rimorsi. un uomo di terra, fedele a se
stesso: dallinizio alla fine. E per il suo errore, Manzoni ha umana comprensione. Quando Federico Borromeo arringher il confuso e ammutolito curato sul coraggio intrepido dellesercizio pastorale, sul timore e sullamore che esso
comporta, Manzoni si far partecipe delle realistiche ragioni del pavido di fronte alla facile magniloquenza di un santo:
[...] per dir la verit, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, n altro da temere che le critiche de nostri lettori [...] troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con cos
poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carit, di premura operosa per gli altri, di
sacrifizio illimitato di s. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio198.

Dunque: i bravi erano l ad aspettare don Abbondio. Il curato disse mental194

Ibid., cap. I, pp. 25-27.


J.-B. MASSILLON, Sermon sur les afflictions, in ID., uvres cit., t. I, p. 37.
196 Cfr. G. MANGANELLI, Alessandro Manzoni - I Promessi Sposi (don Abbondio), in ID., Laboriose inezie,
Milano 1986, pp. 207-8.
197 L. BOURDALOUE, De la tideur dans le service de Dieu, in ID., uvres cit., t. III, pp. 607-8.
198
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXVI, p. 591. Cfr. G. NENCIONI, La lingua di Manzoni, Bologna
1993, pp. 32-33.
195

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mente: ci siamo; e si ferm su due piedi199, a chiedere comandi. Fu subito accontentato. Il loro padrone, Don Rodrigo, gli intimava di non celebrare il matrimonio tra gli operai tessili Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. E don Abbondio
cedette allubbidienza.
Quel tiranno di don Rodrigo si era incapricciato di Lucia. E su di essa aveva
fatto scommessa con il cugino Attilio, suo spensierato complice nelle soverchierie. Cominciano le traversie dei due operai. E intanto don Abbondio si prepara ad
affrontare Renzo: il ragazzone, che non aveva avuto nientaltro da fare che sentir
bruciore e innamorarsi come un gatto. Egli pensava alla morosa; ma io penso
alla pelle: don Abbondio lapidario. E si fa stratega della propria paura.
Il pauroso, il simpatico vigliacco, tra consulte, partito e deliberazione,
fa agire il linguaggio militare di Machiavelli (lha dimostrato Giovanni Bardazzi)200. La sua una tattica d utilitarismo, che la prudenza falsifica nelle ragioni del coniglio. Sulle gambe di don Abbondio cammina, nel romanzo, la marioleria comicizzata del segretario fiorentino. Le cui opere condividono con la Ragion di Stato di Giovanni Botero il palchetto della politica nella rappresentativa
biblioteca dellaristotelico filosofone don Ferrante, maestro in sillogismi e parologismi:
Due [...] erano i libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de due convenisse unicamente quel grado: luno, il Principe e i Discorsi
del celebre segretario fiorentino; mariolo s, diceva don Ferrante, ma profondo: laltro,
la Ragion di Stato del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo s, diceva pure,
ma acuto201.

E Machiavelli e Botero insieme, mariolo ma galantuomo, era il Fermo


ubriaco che con loste della Luna piena recitava la favola di Amore e Psiche202.
Insigne, Manzoni definisce nel saggio Del romanzo storico lavversione per
la Gerusalemme liberata di Galileo Galilei203. Il poema tassesco era sembrato allo
scienziato una Wunderkammer:
uno studietto di qualche ometto curioso, che si sia dilettato di adornarlo di cose che abbiano, o per antichit o per rarit o per altro, del pellegrino, ma che per sieno in effet199

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. I, p. 19.


G. BARDAZZI, Il sistema di Manzoni, in Cenobio, XXXV (1986), 4 (numero monografico: Atti del Convegno di Ginevra, 13 ottobre 1985, su Manzoni 1785-1985), pp. 293-306.
201 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XVII, pp. 630-31.
202 ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap.VII, p.470. Si veda E. BONORA, Postille ai Promessi Sposi, in ID., Manzoni. Conclusioni e proposte cit., pp. 182-84.
203 A. MANZONI, Del romanzo storico, in ID., Tutte le opere cit., V/3, p. 336.
200

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to coselline, avendovi, come saria a dire, un granchio petrificato, un camaleonte secco,


una mosca e un ragno in gelatina in un pezzo dambra, alcuni di quei fantoccini di terra che dicono trovarsi ne i sepolcri antichi dEgitto [...]204.

C molta affinit tra lo studiolo manierista descritto da Galileo e la cultura che si respira nella biblioteca di don Ferrante (passata dai quasi cento volumi
del Fermo e Lucia ai quasi trecento dei Promessi sposi). Laristotelico manzoniano,
che si ostiner a negare lepidemia di peste (n sostanza n accidente) pur
mentre ne moriva prendendosela con le stelle, aveva dato una scorsa a erbari lapidari e bestiari: e
sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando delle virt pi mirabili e delle
curiosit pi singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme e labitudini
delle sirene e dellunica fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare; come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e labilit di fermare di punto in
bianco, in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada diventin perle in seno delle conchiglie; come il camaleonte si cibi daria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con landar de secoli, si formi il cristallo; e altri de pi maravigliosi segreti della natura205.

Lenciclopedismo strabiliante di don Ferrante, che la quintessenza di peregrina pedanteria spremuta da unintera biblioteca, si esibisce anaforicamente in
un elenco di schede esplicative che ricalca (positivizzandolo) quello in negativo
della lettera del Tasso a Scipione Gonzaga (1579):
[] se del nascimento di Cristo e de la sua eterna generazione non so render cagione,
non lo so anche rendere de la generazione de tuoni e de lampi e de le grandini e de le
tempeste e de venti, se non molto fallace e incerta: n so, se non molto dubbiosamente, come laria si dipinga di tanta variet di colori in quel suo arco, che arco del patto
nominato: n come ne la regione del fuoco o ne la vicina ci appaiano le comete, e la strada di latte, e tante altre apparenze ora spaventose ora vaghe, ma sempre maravigliose:
n so come ne le viscere de la terra si generi loro e largento e gli altri metalli, e nel letto del mare le perle e i coralli si producano: n saprei de la generazion de gli animali abbastanza ragionare; [] e come la fenice deponga la vecchiaia nel fuoco e a lunghissima vita si rinnovelli; o come di due bruti di diverse specie ne nasca un misto che n a la
madre n al padre sia somigliante []206.
204
G. GALILEI, Considerazioni al Tasso, in ID., Scritti letterari, a cura di A. Chiari, Firenze 1970, p. 502. Cfr. E.
PANOFSKY, Galileo as a Critic of the Arts, 1954 (trad. it. di M. C. Mazzi, Galileo critico delle arti figurative, Venezia
1985). Della stessa pagina antitassesca si servito Umberto Eco nel romanzo Lisola del giorno prima (Milano 1994,
cap. XX, p. 213), per descrivere, in una stanza che rivelava un gusto per la raccolta erudita, una mosca e un ragno
in un pezzo dambra, un camaleonte rinsecchito. Sul romanzo di Eco cfr. la chiusa bibliografica di questo saggio.
205
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXVII, p. 629.
206 T. TASSO, Lettera a Scipione Gonzaga del 15 aprile 1579, in ID., Le lettere, a cura di C. Guasti, Firenze1854,

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Don Ferrante un galileiano ometto curioso. E la sua biblioteca il luogo


di falsificazione manieristica del rapporto tra arte e natura. Da questo capriccio, da questa Wunderkammer, Fermo ha preso i colori retorici della sua ciarla di
ubriaco; e don Abbondio ha tratto la scienza militare della sua falsificazione della
prudenza.
Don Abbondio per, anche e soprattutto, un teologo blasfemo: il falsario
della Provvidenza, che a Dio attribuisce gli effetti speciali di una peste e le mansioni di uno spazzino compiacente. Non appena gli annunciano lavvenuta morte
per peste di don Rodrigo, scioglie allurna una picciola orazione funebre; inaudita sin nella cornice, che una canzonatura in quinari del Cinque maggio: Ah!
morto dunque! proprio andato! [] lui non c pi, e noi ci siamo207. la parodia del grido di Cassio alla morte di Cesare (Cen est fait, a nest plus). un
riportar linizio del Cinque maggio alla radice voltairiana (Il rgnait, il nest
plus)208. una bestemmia, che la contrapposizione manzoniana tra la fulminea
sparizione del nome di Napoleone e linsidenza (Egli c) del nome di Dio,
rivelato a Mos nel colloquio del roveto, riduce alla goliardia esultante di due cantanti quinari: lui non c pi, e noi ci siamo. E, dentro la cornice, lo scopabo
eam in scopa terens di Isaia (14, 23) d luogo allimmagine di una Provvidenza
pestifera che spazza via foglie ancora verdi: stata un gran flagello questa peste;
ma anche una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne
liberavamo pi: verdi, freschi, prosperosi: bisogna dire che chi era destinato a far
loro lesequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci209.
Un tirannello in retta linea. Non pare. Eppure don Abbondio , a modo suo, un
filologo. Di sicuro un lettore. E non solo del breviario, con il quale entra bel
bello nel romanzo. Manzoni lo sorprende a leggere un libricciolo, seduto sul
seggiolone210, nellottavo capitolo dei Promessi sposi; e a chiedersi chi diavolo fosse il Carneade, di cui il libretto parlava. Era la sera del 10 novembre del
1628; malaugurata sera e malaugurata notte, durante le quali Renzo e Lucia, spalleggiati da Tonio e da Gervaso, tentarono di imporre al curato un matrimonio
clandestino; mentre i bravi di don Rodrigo, guidati dal Griso, mancarono limpresa di rapire Lucia. Quella sera don Abbondio leggeva un panegirico in onore
II, pp. 21-22; cfr. G. BARDAZZI, Recensione a A. MANZONI, Tutte le poesie cit., e a ID., I Promessi Sposi, a cura di
E. Raimondi e L. Bottoni, Milano 1987, in Rivista di letteratura italiana, VI (1988), 2, pp. 313-42.
207 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXVIII, p. 885.
208 Cfr. H. G. HALL, New light on Manzonis Ei fu in relation to French literature, in The Modern Language
Review, LXVI (1971), 3, pp.568-79; E. A. MILLAR, Napoleon in Italian Literature 1796-1821, introduzione di M.
Praz, Roma 1977; S. NIGRO, Manzoni, Roma-Bari 1978, p. 103, nota 1.
209 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXVIII, p. 885 (corsivo nostro).

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

di san Carlo Borromeo; ed esattamente La dottrina di san Carlo Borromeo spiegata da Vincenzo Tasca nel duomo di Milano, add 4 novembre 1626 (Milano
1626)211. Ma il don Abbondio dei Promessi sposi ha letto pure il Fermo e Lucia di
uno scrittore chiamato Alessandro Manzoni. Lanacronismo non un problema
in letteratura. Non si spiegherebbe altrimenti la guitteria dellorazione funebre
del curato, che lode napoleonica usa per seppellire alla paura il protervo persecutore suo e dei suoi parrocchiani. Sulle pagine del Fermo e Lucia, don Abbondio
aveva studiato la megalomania napoleonica di don Rodrigo: un nano rampichino sulla torre di Babele; un Napoleone in ventiquattresimo. La superba altezza
delleroe dellode era stata presa a modello da don Rodrigo, nel Fermo e Lucia:
[...] pareva che la superbia e liniquit di don Rodrigo fossero salite a quellaltezza, dove la Provvidenza le arresta, e le rovina212. Il tirannello sera voluto piazzare, anche lui, sulla torre di Babele. E quando la macchina venne gi, per lui, il
filologo don Abbondio estrasse il coccodrillo napoleonico.
Pasolini sosteneva che Manzoni aveva amore per la giovent solida e ben
piantata di Renzo213. In parte vero. Di contro Manzoni aveva una ripugnanza
viscerale per don Rodrigo. Pi evidente nel Fermo e Lucia che nei Promessi sposi.
E il dispetto tale, che lautore si spazientisce. Diventa sbrigativo. E manda al
diavolo il suo personaggio, senza complimenti. Cos nel Fermo e Lucia: don Rodrigo parte per Milano; la carrozza andava celermente, senza impedimenti in
una strada solitaria. Buon viaggio!214.
Per puntiglio ferito, don Rodrigo salta a cavallo. In abito da caccia. E seguito
da una scorta pedestre. Va a comprare laiuto del Conte del Sagrato. Vuole che
rapisca Lucia per lui. Ancora nel Fermo e Lucia.
La partenza virgiliana. Il signorotto sembrava Giunone, quando altre volte, nel primo libro dellEneide, si era recato a chiedere soccorso a Eolo nella sua
caverna: se non che la Dea pagava in Ninfe lopera buona del re dei venti, e

210 Sulle suppellettili nei Promessi sposi, si veda F. ORLANDO, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Torino 1993, pp. 127-30.
211 Si veda C. CASTIGLIONI, S. Carlo nella poesia e nelloratoria sacra. Il panegirico con Carneade, in Convivium, XVI-XVII (1938), pp. 61-74. Sui personaggi che leggono cfr. R. SABRY, Les lectures des hros des romans, in
Potique, n. 94 (1993) pp. 185-204.
212
A.MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. I, cap. VI, p. 99 (corsivi nostri).
213 P. P. PASOLINI, Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi (1973), in ID., Descrizioni di descrizioni, Torino
1979, pp. 152-57. Una strana miscela di pasolinismo e gramscismo, in R. PARIS, Il mito del proletariato nel romanzo
italiano, Milano 1977, p. 11: Verso uno come Renzo Tramaglino il narratore prover compiaciuto paternalismo, per
la buona ragione che dentro ogni uomo alberga un omosessuale represso. Sul paternalismo manzoniano cfr. M. MCCARTY, Ideas and the Novel, 1980 (trad. it. di S. Gorresio, Il romanzo e le idee, Palermo 1985).
214 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. III, cap. III, p. 376.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

don Rodrigo sapeva bene che avrebbe dovuto recarla a Doppie215. Il ronzino va
di passo. La brigata sfila davanti al convento di Pescarenico e giunge al Bione: un torrentuccio senzacque; cos poco rilevante che il suo nome non registrato in alcun dizionario geografico. Il Bione sempre in rima naturale con
Resegone216. Qui in rima mitologica con Giunone. Tutti lo costeggiano. Solo
don Rodrigo costretto a varcarlo; con il rammarico peloso dello scrittore, che a
pi alta e ardita impresa avrebbe voluto destinare leroe equestre e il suo trotterello. Don Rodrigo fiero; potrebbe essere forte e marziale. E con unazione gloriosa potrebbe dar lustro al fiumiciattolo, e consegnarlo agli annali della gloria; ai
medaglioni, agli emblemi, alle divise. Ma il rigagnolo breve e flebile; e disertato da Clio:
noi avremmo voluto che la nostra storia registrasse a questo passaggio qualche incontro, qualche avvenimento inaspettato, per poterne illustrare quel torrente, e togliere il
suo nome dalla oscurit, ma la storia non ne registra: e noi solleciti della verit pi che
dogni altra cosa non possiamo dire altro se non che il cavallo di Don Rodrigo attravers il letto in retta linea [...]217.

Il guado di un fiume luogo comune nella pittura storica, almeno da Luigi


XIV a Napoleone218. Ha lantecedente antico di Giulio Cesare. Al quale ammicca
Manzoni, con un silenzio di malizia che sospende nellaria leco e lo strascico della rima mitologica Giunone-Bione; e, perch no, Rubicone. La rima , per, in
dizione meneghina. familiarmente dialettale: poffar de bio, corpo de bio
bion, sono bestemmie nelle Poesie del Porta219. Manzoni manda il condottiero
don Rodrigo a quel dio. In retta linea: dritto dritto; per la via pi breve; in antifrasi con la linea della condotta morale retta (il sentiero retto e facile, nel Fermo e Lucia; retto e piano nei Promessi sposi)220. Con una mossa picaresca: Preguntme si iba a Madrid por linea recta, o si iba por camino circumflejo; nel Buscn di Quevedo221. E romanzescamente: ch le chemin en ligne droite della
registrazione topografica analizzata dal Discours preliminare des diteurs nellEncyclopdie, assunto, nel saggio manzoniano Del romanzo storico, come metafora dellinvenzione topografica del romanzo contrapposta alla sistemazione
215

Ibid., t. II, cap. VIII, p. 252.


Ibid., t. I, cap. VIII, pp. 136-37.
217 Ibid., t. II, cap. VIII, p. 253.
218 Cfr. P. BURKE, The Fabrication of Louis XIV, 1992 (trad. it. di L. Angelini, La fabbrica del sole, Milano 1993).
219 Cfr. C. PORTA, Poesie, a cura di D. Isella, Milano 1985, pp. 375 (68, v. 3) e 423 (70, v. II).
220 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. I, cap. VI, p. 104; ID., I promessi sposi cit., cap. VI, p. 132.
221
FRANCISCO DE QUEVEDO, Limbroglione, a cura di A. Ruffinato e M. Rosso Gallo, Venezia 1992, II, cap.
I, p. 145: Mi chiese se andavo a Madrid in linea retta o per una strada circonflessa.
216

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

in carta geografica del discorso storico222. Don Rodrigo installato sul suo monumento a dondolo. E Manzoni lo saluta.
Cavalier temerario da burla, don Rodrigo nel Fermo e Lucia esce di scena sulla groppa di un cavallaccio. Ha preso la peste, e il Griso fedel lha venduto ai
monatti. Si ritrova nel lazzeretto, fuor di senno: frenetico, demente, in delirio; e chiude la propria vita di libertino nel furore della dissennatezza: come il
protagonista della Carriera di un libertino di Hogarth. Il cavallo simpenna e va di
carriera, in una cavalcata infernale. Don Rodrigo corre alla fossa. E fra Cristoforo, il cappuccino che contro di lui ha preso le difese dei promessi, esclama:
Giudizi di Dio. E aggiunge: preghiamo per quellinfelice223.
Nei Promessi sposi, Manzoni non cos spietato. Lascia che don Rodrigo
muoia sul giaciglio di una capanna, colto nellincoscienza del coma e umiliato nel
corpo illividito e pustoloso. Insieme ai Giudizii di Dio, scompare la demenza
hogarthiana. Subentra invece un santino della religiosit borromeana della Milano di san Carlo. La morte rovina su don Rodrigo. E fra Cristoforo commenta:
Pu esser gastigo, pu esser misericordia224. Il frate porta Cristo inscritto nel
nome; lascia quindi che la figura Christi agisca e si componga nellimmagine che
illustra il frontespizio del catechismo milanese, o Interrogatorio, fatto pubblicare
nel 1569 da Carlo Borromeo. Si tratta di una crocefissione, commentata: sopra il
Cristo in croce si legge Redenzione; ai lati stanno i due ladroni, con le scritte
misericordia (a destra) e castigo (a sinistra)225. La vignetta delledizione illustrata del romanzo lascia che la parete di legno della capanna disegni, sopra il giaciglio di don Rodrigo, una croce rovesciata.
Fra Cristoforo, evocatore di santini, un attore nel teatro della fede. Predilige
le pose sceniche. Incantatorie. E profetiche, soprattutto; alla Nathan: il profeta che
Dio mand a David per annunciargli la punizione. Nella duplice veste di incantatore e di profeta (schermitore) si incontrato con don Rodrigo, la prima volta:
aveva preso tra le dita e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il
teschietto di legno attaccato alla sua corona; [] dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sullanca, alzando la sinistra con lindice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati [] [] sentite bene quel chio vi prometto: Verr un giorno 226.
222
Cfr. Discours prliminaire des diteurs, in Encyclopdie, Paris 1751, t. I, p. XV; e A. MANZONI, Del romanzo
storico, in ID., Tutte le opere cit., V/3, parte I, p. 290.
223 ID., Fermo e Lucia cit., t. IV, cap. IX, pp. 656-57.
224 ID., I promessi sposi cit., cap. XXXV, p. 830.
225 Sul frontespizio dellInterrogatorio cfr. M. TENTORIO, Alessandro Manzoni e il collegio di S.Bartolomeo di
Merate dei pp. somaschi, Genova s. d., p. 100.
226 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. VI, pp. 119 e 121-22.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Il giorno giunse. Con il contagio. E con la deliquescenza, i vaneggiamenti e le


metonimie di un sogno; alla soglia della morte, sotto coperte che pesavano come
montagne:
[] gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla [] Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con certocchi incantati, abbacinati, con
le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da rotti si vedevano macchie e bubboni [] e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le
gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra a cuore e lascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante []. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli
parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse
in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trov la spada, e senti in vece una trafitta pi forte. Strepitava, era tuttaffannato, e voleva gridar pi forte; quando gli parve
che tutti que visi si rivolgessero a una parte. Guard anche lui; vide un pulpito, e dal
parapetto di quello spuntar su non so che di convesso, liscio e luccicante; poi alzarsi e
comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un
frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato uno
sguardo in giro su tutto luditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nellattitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno
del suo palazzotto. Allora alz anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per
islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che andava brontolando
sordamente nella gola, scoppi in un grandurlo; e si dest227.

Due incubi, in un solo sogno: quello agorafobo dellassedio di appestati; e


quello profetico dellapparizione del biancobarbuto fra Cristoforo. Il primo ricalcato su un incubo dello stesso Manzoni, che nellabisso vertiginoso del sogno si
vedeva con tanti volti addosso. Il secondo rifatto su un sogno che gli era stato
raccontato: [...] il sogno dun uomo che, avendo fatta vita molto licenziosa, si
pent dietro un sogno che era di tre uomini, lun dei quali, a barba bianca, che stava nel mezzo, lo minacci di gran guai se avesse continuato. Entrambi gli incubi,
quello autobiografico e quello aneddotico, vennero raccontati dallo stesso Manzoni a Ruggero Bonghi. Che, di seguito, li trascrisse nel proprio Diario228.
In sogno, il persecutore si vede braccato e perseguitato. I ruoli si sono rovesciati. La coscienza rimorde, in prossimit della morte. Mentre il teschietto di le227

Ibid., cap. XXXIII, pp. 757-58.


Cfr. R. BONGHI, Dal Diario, in ID., Studi manzoniani, a cura di F. Torraca, Firenze 1933, pp. 30-31 (corsivo nostro). Sullincubo autobiografico cfr. L. SCIASCIA, Fu capolavoro o impostura?, in Corriere della Sera, 10 febbraio 1985, p. 11; e M. RIVA, Agorafobia e conversione. Per una storia di una sindrome post-rivoluzionaria, in Nevrosi
e follia nella letteratura moderna, a cura di A. Dolfi, Roma 1993, pp. 87-110. Sul sogno di don Rodrigo cfr. M. LAVAGETTO, Freud, la letteratura e altro, Torino 1985, p. 278; G. GRAMIGNA, Il sogno di don Rodrigo, in ID., Le forme
del desiderio. Il linguaggio poetico alla prova della psicoanalisi, Milano 1986, pp. 30-39; V. SPINAZZOLA, Il libro per
tutti. Saggio su I Promessi Sposi, Roma 1983, pp. 130-31.
228

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

gno della profezia si fa allucinazione di testa pelata: ovvero di cocuzzolo calvo, nelledizione del 27229. Bisogna riandare ad Agostino, al suo commento ai
Salmi, e infilare la sequenza di etimologie morali dallebraico Core (figli di
Core, sono i cristiani) a cranio e a Calvario; e al Girolamo del Liber interpretationis Hebraicorum nominum con lequivalenza Core-calvizie230. E concludere che la superba altezza di don Rodrigo era arrivata, anchessa, al confronto con il disonor del Golgota. Forse fu castigo. Forse fu misericordia.
Un tiranno pi alto delle somme altezze. Stremato e morituro, dolente nelle carni,
don Rodrigo avverte lincombenza del giudizio nello splendido orrore di una
travagliata immagine di febbre. Per lincognita del giudizio, ha rispetto fra Cristoforo. Sa che Dio misericordioso: flagella e perdona231. Avarizia di cuore
dimostra invece don Abbondio, fracassone come sempre. Ma il necrologio fibrillante del curato in stile rodrighesco. Accomuna don Abbondio e don Rodrigo
nella stessa angustia morale.
Tornava don Rodrigo a casa sua232. Mentre per lui cominciavano a spegnersi le luci di scena, tra la malinconia di una peste che incatastrofiva con i
suoi fracidi carnami. Tornava bel bello dalla passeggiata verso casa. Ed era don
Abbondio, che varcava il sipario. Unentrata e unuscita di scena, stilisticamente
parallele. Come parallele sono le vocazioni oratorie dei due comprimari, nella
qualit monatto-bernesca del viva la mora!. Don Rodrigo tornava da un ridotto damici soliti a straviziare insieme. Se la lieta brigata del Decameron si era
ricreata raccontando novelle; la scanzonata e gaudente comitiva del ridotto
si era rifatta della desolazione della peste, ridendo alla trovata di don Rodrigo che
aveva recitato una specie delogio funebre del conte Attilio, portato via dalla peste, due giorni prima. Il Bossuet da livido carnevale, sar servito a sua volta dallorateur sacr don Abbondio: la peste ha portato via il complice cugino; e ha
spazzato via don Rodrigo. Sono le interfacce delle forme del terribile degradate in farsa e in commedia.
La misura piccola, bassamente sinistra e scalcinata, di don Rodrigo anche
nelle cose che lo rappresentano e nella schiera di bravi che lo circonda. Qualora
229 Cfr. G. CONTINI, Una strenna manzoniana (1962), in ID., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi
(1938-1968), Torino 1970, p. 37: [] se mi consentita unesemplificazione un poco ilare, i Promessi del 25-27 appartengono al Maestro relativamente aulico del cocuzzolo calvo (Ferrer e padre Cristoforo), quelli del 40-42 al
Maestro relativamente realistico e in monocromo della zucca monda e meglio della testa pelata.
230 Cfr. AGOSTINO, in Psalmos XLI enarratio, in ID., Commento ai Salmi, a cura di M. Simonetti, Milano 1988,
pp. 84-87, e 603, nota 13.
231
A. MANZONI, I promessi Sposi cit., cap. XXXV, p. 826.
232 Ibid., cap. XXXIII, p. 755.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

un passeggero si fosse fermato a guardare il suo palazzotto o castellotto, la


sua casuccia o bicocca in cima a un poggio,
avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e
due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio dabitanti. Due
grandavvoltoi, con lali spalancate, e co teschi penzoloni, luno spennacchiato e mezzo
roso dal tempo, laltro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando desser chiamati a goder glavanzi della tavola del
signore233.

Due vivi cagnacci di bravi e due morti uccellacci di vile necrofagia (uno in
avanzata decomposizione) sono il contrastato biglietto da visita di don Rodrigo.
Ben altra antitesi elabora la ragionata arbitrariet dellossimoro, che definisce la
taverna che fa da corpo di guardia al castello o castellaccio del tiranno cui
don Rodrigo costretto a ricorrere per far rapire Lucia: Sur una vecchia insegna
che pendeva sopra luscio, era dipinto da tutte due le parti un sole raggiante; ma
la voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li
rif a modo suo, non chiama quella taverna che col nome della Malanotte234. Al
bestiario patetico della caccia facile, si oppone lastrologia terrifica del sole nero,
micidiale, della malvagit; al castellotto su un domestico poggio, il castellaccio rilevato su un poggio aspro di ostile imperviet e di ariostesca suggestione
(ricorda il sasso su cui si ergeva il castello di Atlante)235.
Il tiranno, appaltatore di delitti, personaggio storico. Manzoni laveva incontrato nella Vita di Federico Borromeo (1656) di Francesco Rivola; e soprattutto nelle Historiae patriae dello storico secentesco Giuseppe Ripamonti. Nella
realt, era il bandito dalto lignaggio Francesco Bernardino di quei Visconti di
Brignano dai quali discendeva la madre del nonno di Manzoni, Cesare Beccaria236. Le fonti storiche coeve ne avevano per taciuto il nome: per riguardo al casato, e per timore. Nel Fermo e Lucia il feroce bandito chiamato Conte del Sagrato, da una delle tante imprese delittuose che immedagliano la sua smodata carriera di sangue. Gli viene data lantonomastica designazione di innominato a partire dallampio schizzo manoscritto237, che segna il momento di passaggio dal
233

Ibid., cap. V, pp. 102-3.


Ibid., cap. XX, pp. 452-53.
235 Cfr. L. ARIOSTO, Orlando furioso cit., II, 41.
236 Cfr. G. BELOTTI, Francesco Bernardino Visconti era o non era linnominato manzoniano?, in AA.VV., Politica
ed economia in Alessandro Manzoni. Atti del Convegno Manzoni. Il suo e il nostro tempo (Bergamo, 22-24 febbraio
1985), Bergamo 1985, pp. 145-52.
237 Finalmente in corretta trascrizione: A. MANZONI, Quellinnominato, a cura di L. Toschi, Palermo 1987.
234

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

volgare Conte del Sagrato al biblico blasfematore dei Promessi sposi: attraverso la
complessa elaborazione di modelli, che vanno da Shakespeare a Byron, a Schiller
e a Scott238; e non senza la mediazione figurativa delliconografia borromeana, di
Carlo e Federico (la posa dellinnominato che va allandrone a porsi a canto una
parete, tenendo con la destra il cane e il grilletto, colla sinistra la canna duna sua
carabina terribilmente famosa al pari di lui239, studiata su quella di fra Gerolamo Donato, detto il Farina, nel telero del Fiammenghino dedicato allattentato
di Carlo Borromeo).
Il Conte del Sagrato abitava un castello posto al confine degli stati veneti,
sur un monte; [] non riconoscendo superiore a s, arbitro violento dei negozj
altrui come di quelli nei quali era parte240. Lo schizzo conferma larbitraggio,
e iperbolizza la superiorit in terribilit: [] divenuto padrone in et assai giovanile, egli non fu contento della porzione di superiorit che avevano goduta i
suoi maggiori. Queglino erano riveriti; egli volle esser terribile: eran lasciati stare
anche dai pi potenti e irrequieti; a lui pareva di scadere, quando non facesse stare nessuno241. Linnominato della ventisettana era selvaggio signore. Aveva
previdenza darte militare; aquilina, come quella descritta da Bossuet nellOraison
funbre de Louis de Bourbon: Dallalto del castellaccio, come laquila dal suo nido insanguinato [] dominava allintorno tutto lo spazio dove orma duomo potesse posarsi, e non ne sentiva nessuna brulicare al di sopra del suo capo242. Ancora una volta il testo insiste sul rifiuto del fuorilegge a riconoscere una qualsivoglia autorit superiore; con un petrarchismo (ove vestigio human larena stampi)243 rincalzato dallorma di pi mortale del Cinque maggio (e allode napoleonica riconduce la persistenza dellesser arbitro)244. Non meno letterario il
brulichio dorme sul cielo, oltre la testa; che mondanizza limmagine classica e
classicista dellimpronta lasciata nellaria dal calcagno di una divinit (come nelle
Dionisiache di Nonno: I, 385). Ogni altrui eminenza odiosa a chi pretende in
grandezza. Ma questa selvaggia insofferenza, da uomo ostile e isolato, nella quarantana (e solo in essa), deletterarizzata, sconfina verso il potere divino. Diventa
titanico assalto al cielo. Sfida di novello Capaneo. Acerrima arroganza dabitator
di Babele: [] dominava allintorno tutto lo spazio dove piede duomo potesse
238

Cfr. L. BOTTONI, La conversione di un Innominato, in Lettere italiane, XXXVIII (1986), I, pp. 338-61.
A. MANZONI, Quellinnominato cit., p. 24.
240 ID., Fermo e Lucia cit., t. II, cap. VII, p. 246.
241 ID., Quellinnominato cit., p. 16.
242 ID., I promessi sposi cit., cap. XX, p. 45.
243 F. PETRARCA, Canzoniere, XXXV, 4, introduzione di R. Antonelli, testo critico e saggio di G. Contini, note
di D. Ponchiroli, Torino 19922, p. 49.
244 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XIX, p. 445.
239

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posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di s, n pi in alto. Tuttaltro che


tautologica245, laggiunta un far le fiche a Dio. una bestemmia. Che d idolatrica timbratura al paragone con laquila: come laquila linnominato; sicut
aquila Dio, nel Deuteronomio (32, II). Linnominato un idolo sanguinario: ribelle agli uomini; e, come il Napoleone del Cinque maggio, a Dio. Se Napoleone
credette di essere Febo, e fu Fetonte; linnominato il sole raggiante della Malanotte: [] sul volto dellinnominato si vedevano, per dir cos, passare i pensieri,
come, in unora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata a un freddo buio246. Lo sguardo
dellinnominato un lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi247; quasi una
proiezione dei napoleonici rai fulminei. E nel ripensare alle prosperit infelici
di una vita di delitti, allinnominato il tempo saffaccia voto dogni intento, dogni occupazione, dogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; e tutte le
ore somigliano, per lui, a quella che gli passa cos lenta, cos pesante sul capo248:
Come sul capo al naufrago
londa savvolve e pesa,
[]
tal su quellalma il cumulo
delle memorie scese!249.

Che Dio sia pi alto delle somme altezze, biblica definizione in traduzione
agostiniana250. Audace e potente, superba e violenta, la vetta insanguinata e maledetta del tiranno ha osato forare il cielo; e stagliarsi oltre laltezza somma di colui
che sopra ogni nome251: arrogantia tua decepit te, et superbia cordis tui, qui
habitas in cavernis petrae et apprehendere niteris altitudinem collis: cum exaltaveris quasi aquila nidum tuum, inde detraliam te, dicit Dominus252. Larroganza
lerrore del tiranno che, come leroe del Cinque maggio, e come tutti i babe245

Di singolare tautologia parla E. SALA DI FELICE, Costruzione e stile nei Promessi Sposi, Padova1977, p.

180.
246 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXIII, p. 531. Cfr. S. AGOSTI, Per una semiologia della voce narrativa nei Promessi Sposi (1986), in ID., Enunciazione e racconto. Per una semiologia della voce narrativa, Bologna
1989, pp. 107-53.
247 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XX, p. 454.
248 Ibid., cap. XXI, p. 486.
249
ID., II cinque maggio cit., vv. 61-68.
250 AGOSTINO, Confessionum libri XIII, 1. VIII. Le confessioni, a cura di C. Mohramann e C. Vitali, Milano
1974, p. 213.
251 Cfr. G. POZZI, I nomi di Dio nei Promessi Sposi, Lugano 1989.
252 Ieremias, 49, 16 (Larroganza e lorgoglio del tuo cuore hanno ingannato te che abiti nelle caverne delle rocce e hai gloria di occupare le vette dei monti. Anche se tu mettessi il tuo nido in alto come laquila, di lass ti farei precipitare, dice il Signore).

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liani, ha costruito una torre la cui cima al cielo; e si dato un nome (ei si
nom), facendosi arbitro innomina (famoso, celebre: spiega il Vocabolario
milanese-italiano del Cherubini). Complice la reticente circospezione dei documenti storici, e continuando nello stile ossimorico che della costruzione del personaggio, Manzoni si appoggia al dialetto; si d un solenne plurale di maest e dichiara: [] si proferiva, si mormorava il nome di colui che noi [] saremo costretti a chiamare linnominato253; il senza-nome, per eccesso blasfemo di nome, tal quale Napoleone254.
Il cuore ha orecchie. Ascolta la voce segreta che dentro ci parla. La voce di
Dio: il prdicateur intrieur, che con lattrizione rivela linferno che nellintimo
ci arde. Il linguaggio oratorio di Bossuet e di Bourdaloue elabora cos il primato
agostiniano dellinteriorit; del raccoglimento nellintentio che, con laiuto della
Grazia e della contrizione, prevale (come nel Cinque maggio) sulla distentio o dispersione nellesteriorit255. Io sono per256, sembra che la voce di Dio gridi allinnominato, su su dal profondo. Il nome di Dio (Esodo, 3,14) si rivela al senzanome; e, per suo tramite, dichiara la propria aseit.
Linnominato vive il mistero altissimo della conversione. Diversamente da
don Rodrigo, che non malvagio di prima grandezza. Il tirannello esercita la propria malpropensione come mezzo per lappagamento libertino e mondano. Gli
manca lo spasimo della vocazione; e gli estranea la profondit degli abissi della
coscienza. Linnominato invece un imprenditore del delitto. Della tirannia ha
fatto una santit nera, lo scopo di suprema intensit della propria vita257. Il luogotenente di don Rodrigo il Griso, il cui nome parlante foriero di sventura (l
grisa) ma anche colorazione bigia di pelo e di morale: antifrasticamente fedele al padrone, tanto da tradirlo e derubarlo nellora difficile della morte. Laquila del male ha al suo comando il Nibbio, rapace nel servizio; e di tale magnitudine, da acconsentire a lasciarsi turbare dalla compassione per lindifesa Lucia
253

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XIX, p. 449.


Per Umberto Eco linnominato, scritto persino con la lettera minuscola, solo un capolavoro di reticenza: cfr. U. ECO, Semiosi naturale e parola nei Promessi Sposi, in Leggere i Promessi Sposi, a cura di G. Manetti, Milano 1989, pp. 1-16. Remo Fasani polemizza con il commento ai Promessi sposi di Ezio Raimondi e Luciano Bottoni
(Milano 1987, pp. 365-66, nn. 13-16): Da respingere [] la spiegazione di Innominato con linnomina del Cherubini, che significa invece e solamente famoso, celebre. Anche se il personaggio, nella cronaca dei suoi tempi, non era
certo uno sconosciuto, il Manzoni lo chiama in quel modo perch non sa o non vuole, come dice apertamente, chiamarlo col suo nome (R. FASANI, Un Manzoni milanese?, in Studi e problemi di critica testuale, n. 41 (1990), pp.
51-65; p. 64, nota 4). La matrice dialettale dellaggettivo sostantivato acquista nuovo senso entro le trame babeliche
della scrittura manzoniana.
255 Cfr. J. TRUCHET, La prdication de Bossuet, 2 voll., Paris 1960 (con laggiunta di un terzo volume: Bossuet
pangyriste, Paris 1962); e P. BAYLEY, French Pulpit Oratory 1598-1610, Cambridge 1980.
256
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XX, p. 457.
257 Cfr. ibid., cap. XIX, pp. 449-50.
254

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che ha dovuto rapire e deportare nel nido aereo del suo signore. I servi partecipano della misura dei padroni258.
Luggia, anzitutto; e il rovello. Poi il peso degli anni; la solitudine tremenda; la morte che gli cresce dentro. E la voce segreta, sabotatrice: che gli apre i
doppi fondi della coscienza e gli fa la guerra con divieti imperiosi. Il letto di spine
e il peso insostenibile delle coperte. La disperazione e la voglia di suicidio. Lincomprensibile compassione del Nibbio e lappello allopera di misericordia
di una forosetta innocente, che ha subto lenormit di un rapimento. Linnominato gi un uomo antico. E quello (paolinamente) nuovo sorge come a
giudicare lantico259. Aveva iniziato selvaggiamente con i piedi, picchiando alluscio della cella di Lucia con un calcio. Dopo una notte angosciosa, era passato
alla mano gentile e al preannuncio: picchi, facendo insieme sentir la sua voce.
Arriv a un picchio discreto e a una voce sommessa260. Lucia era ormai libera;
dopo la parabola del figliol prodigo dellincontro dellinnominato con il cardinale Federico Borromeo; e mentre si preparava la realizzazione della figura giovannea del credette lui con tutta la sua famiglia (Giovanni, 4, 53).
Un altro personaggio storico dei Promessi sposi senza nome. Viene designato il principe, con un seguito di tre stellette di reticenza sul casato. Manzoni potrebbe chiamarlo principe-padre. Ma non gli basta il cuore. un tiranno. Uomo di comando e di necessit fatale, le sue parole stampano orme indelebili,
e devastanti ed empie, nel cervello della figlioletta Gertrude: che ha predestinato
alla monacazione, sacrificandola alliniqua legge del maggiorasco. Anche il principe, come linnominato di prima della conversione, un (napoleonico) attentatore
della sovranit di Dio: parce que toute vocation tant une grce, il ny a que
Dieu qui la puisse communiquer; et de prtendre en disposer lgard dun autre,
cest faire injure la grce mme et sarroger un droit qui nest le propre que de la
Divinit261. A lui Manzoni ha voluto negare il monumento di un nome. Gli ha
dato lappellativo di principe, dopo averlo battezzato marchese Matteo nel
Fermo e Lucia. E, nella nuova designazione patrizia, ha sigillato letimo di un primeggiar forte e tirannico. C pure un tirannico blasfemar comico, nei Promessi
258 Cfr. M. DI FAZIO ALBERTI, Il servo nella narrativa italiana della prima met dellOttocento, Napoli 1982; C
G. PAGLIANO, Servo e padrone. Lorizzonte dei testi, Bologna 1983.
259
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXI, p. 487.
260 Ibid., cap. XXI, p. 475; XXII, p. 493; IV, pp. 535-36. Cfr. U. COLOMBO, Lumana teologia dei Promessi Sposi, in AA.VV., Manzoni nella terra ambrosiana. Atti del Convegno della Diocesi di Milano nel bicentenario della nascita (19-21 aprile 1985), Casale Monferrato 1985, pp. 123-54.
261 L. BOURDALOUE, Sermon sur le devoir des pres par rapport la vocation des leurs enfants, in ID., uvres
cit., t. I, p. 480 (Perch essendo ogni vocazione una grazia, solamente Dio la pu trasmettere; e pretendere di disporne per un altro, bestemmiare la grazia stessa e arrogarsi un diritto che proprio di Dio solo).

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sposi. il caso della moglie di don Ferrante, donna Prassede la faccendona: [...]
tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio
grosso, chera di prender per cielo il suo cervello262. La dimensione comica salva
donna Prassede dalla perdita del nome.
Il destino dellinnominato sincontra con quello di Gertrude. Attraverso il
giovane Egidio, scellerato di professione e quindi collega del tiranno.
Lintrigo tenebroso della vicenda monzese di Gertrude un lungo viaggio,
passo dopo passo, su una strada dabbominazione e di sangue. la carriera di
una donna che (al contrario della Moll Flanders del romanzo eponimo di Defoe)
non giunge a imparare a dire no. Acconsente a sacrificare alle imposizioni del
padre le caste malizie e i torbidi candori della sua adolescenza. Dice s alla monacazione per forza, risponde al seduttore Egidio e accetta le lusinghe e le conseguenze delittuose del vizio. Il romanzo nero di Egidio e di suor Gertrude rivisita il romanzo biblico del Seicento pi libertino, esemplificabile nellEva (1640) di
Federico Malipiero. Nel romanzo barocco e nel romanzo manzoniano, come nellepisodio biblico di Eva e del serpente (e nel Trait de la concupiscence di Bossuet), la tentazione una strategia della parola che induce la donna alla curiosit a oltranza, e a risponder a cui le parla. Egidio incarna la bossuetiana concupiscenza degli occhi, nutrita dozio. Da una finestrella, che sporgeva e dominava sul cortiletto del convento, ha adocchiato suor Gertrude. Le ha rivolto la parola (nella ventisettana), ovvero il discorso (nella quarantana). La sventurata
rispose. E nella concentrazione della frase, nellipostasi morale di un aggettivo
sostantivato e di un verbo, si cancellano, e per sottintesi si dichiarano, le tantissime pagine che nel Fermo e Lucia si diffondevano nella narrazione dei progressi
dellalbero del crimine dentro le celle profanate del convento. Rimane lossessione shakespeariana della conversa uccisa, che torna a visitare in immagine la mente agitata e sconvolta di suor Gertrude parlandole fra laltro con un sussurro fantastico; e la triplice analessi del Quante volte dellode napoleonica misura il ricordo con lintensit del rimorso.
Suor Gertrude ha dato rifugio a Lucia, sfuggita alla persecuzione di don Rodrigo. Si sono incontrati due rossori: uno di verecondia, laltro maligno e di
stizza; da una parte c una madonnina spaesata, dallaltra una bisbetica agitata da
un viluppo di passioni contrastanti. Linnominato ha chiesto a Egidio di favorire il
rapimento di Lucia da parte del Nibbio. Egidio ha chiesto, a sua volta, la complicit di Gertrude. Lo scellerato propose. La sventurata ubbid263.
262
263

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXV, p. 581.


Per tutte le citazioni cfr. ibid., cap. X, pp. 249-51.

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Il carro del sole. Il capitolo IV del racconto Il buco nel muro (1862) di Francesco
Domenico Guerrazzi intitolato, con cauda sterniana, Vita e miracoli del Romanzo: della morte ne riparleremo pi tardi. Vi si racconta larrivo in Brianza del Romanzo. Qui il personaggio-genere
conobbe Renzo e Lucia, e prese tabacco nella scatola di padre Cristoforo; un degno frate in verit, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici sussurrava sommesso che
tre quarti delle virt del frate Cristoforo Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da
lui, Romanzo, con promessa di riportargliele finito il lavoro, e poi gliele aveva negate264.

La sterniana sghembatura della condotta narrativa di Guerrazzi lambisce il capitolo XXXVI dei Promessi sposi, l dove fra Cristoforo affida a Renzo e a Lucia
(sopravvissuti alle persecuzioni e alla peste) il resto del pane del perdono dentro
una scatola dun legno ordinario, ma tornita e lustrata con una certa finitezza
cappuccinesca265. Solo che la scatola adesso diventata tabacchiera, dentro la
quale si consuma sotto forma di dare e avere (come sternianamente aveva insegnato a vedere il Foscolo del Ragguaglio dunadunanza de Pitagorici: Sterne,
Sterne! la scatola del frate! )266 uno scambio tra Romanzo e romanzo. Callidamente, perch la cristoforesca scatola del perdono riportata da Guerrazzi al
debito con la sua fonte letteraria: allo scambio, simbolo di unofferta di pace e
di unattitudine a patire e compatire, tra la tabacchiera di corno e la scatoletta di tartaruga di Yorik e di un frate francescano nel capitolo XII del primo volume del Viaggio sentimentale di Sterne e di Didimo Chierico alias Foscolo. Del resto c aria di parentela tra fra Cristoforo, un uomo pi vicino ai sessanta che ai
cinquantanni267, e il frate sterniano dai pochi crini bianchi e con le pupille
che spiravano di un cotal fuoco, rattemprato, a quanto pareva, pi dalla gentilezza che dallet, che tu glie ne avresti dato appena sessanta268.
Don Abbondio ha occhi grigi. Sono lampeggianti gli occhi dellinnominato;
gravi e vivaci quelli di Federico Borromeo; grifagni quelli dei bravi. Fra Cristoforo ha due occhi infiammati, che sfolgorano repentini; diavoli docchi,
tenuti a bada da un acquisito autocontrollo cappuccinesco. Il terragno don Abbondio di gamba pesante; anche se al momento opportuno, per la paura, sa trasformarsi in felino arruffato: diventer lesto come un gatto, e scapper come il
264

F. D. GUERRAZZI, Il buco nel muro. La serpicina, a cura di R. Bertacchini, Milano 1971, p. 73.
A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXVI, p. 856.
266 U. FOSCOLO, Ragguaglio dunadunanza de Pitagorici (1810), in ID., Opere, edizione nazionale, VII. Lezioni, articoli di critica e di polemica (1809-1811), a cura di E. Santini, Firenze 1967, pp. 269-70.
267 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. IV, p. 77.
268
L. STERNE, A Sentimental Journey, 1800 (trad. it. di U. Foscolo, Viaggio sentimentale, a cura di G. Sertoli,
con uno scritto di M. Fubini, Milano 1983, I, cap. III, p. 9).
265

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diavolo dallacqua santa269. Linnominato ha lapertura di gambe di un viaggiatore frettoloso. Don Rodrigo ha bisogno di darsi dietro mitologico vento. Mentre fra Cristoforo lui stesso eolica e levitata leggerezza: un calpestio affrettato
di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una
vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo270.
Fra Cristoforo (i cui connotati storici sono stati in gran parte ispirati dalle relazioni cappuccine sulla peste milanese del 1630 e forse anche dalla biografia di
Alfonso III nelle Antichit estensi di Muratori) assurto dal sangue alla missione
religiosa. Prima di indossare il sacco, era stato al secolo Lodovico: lerede unico di
un ricco mercante. Gi nella vita laica (snobbato dalla aristocrazia in quanto borghese, nonostante le contratte abitudini signorili) si era dimostrato un onesto
ma violento protettore degli oppressi, e [...] vendicatore de torti, e aveva impiegato le proprie sostanze in opere buone e in braverie271. Il meccanico Lodovico aveva infine ucciso in duello un gentiluomo, arrogante e soverchiatore
di professione, che avrebbe voluto imporgli un feudale codice di precedenza pedonale:
Tutte due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ci, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove non va a ficcarsi il
diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. Laltro pretendeva, allopposto, che quel diritto competesse a
lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse dandar nel mezzo; e ci in forza dunaltra consuetudine272.

Lironia pascaliana, anche a proposito del disequilibrio delle forze di rappresentanza delle parti (due bravi e un maestro di casa per Lodovico, quattro
bravi per laltro):
Que lon a bien fait de distinguer les hommes par lextrieur, plutt que par les qualits
intrieures! Qui passera de nous deux? qui cdera la place lautre? Le moins habile?
mais je suis aussi habile que lui, il faudra se battre sur cela. Il a quatre laquais, et je nen
ai quun: cela est visible; il ny a qu compter; cest moi ceder, et je suis un sot si je
le conteste. Nous voil en paix par ce moyen, ce qui est le plus grand des biens273.
269

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. VI, p. 131.


Ibid., p. 137.
271
Ibid., cap. IV, p. 51.
272 Ibid., p. 82 .
273 B. PASCAL, Penses, 1951(trad. it. di V. E. Alfieri, Pensieri, Milano 1952, p. 126: Come si fatto bene a distinguere gli uomini dallesteriore, anzich dalle qualit interiori! Chi di noi due passer per primo? chi ceder il posto allaltro? Il meno capace? ma io sono capace quanto lui, sar una questione da battersi in duello. Egli ha quattro
servitori, e io non ne ho che uno: ecco una cosa visibile, basta contare; tocca a me cedere il passo, ed io sono uno sciocco se lo contesto. Con questo mezzo eccoci in pace: ci che il pi grande dei beni).
270

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La folla accorsa consegner il giovane omicida ferito ai cappuccini di un vicino convento, per sottrarlo alla giustizia e soprattutto alla vendetta della potente
famiglia dellucciso. In questo asilo, Lodovico matura la sua conversione: prende
il sacco cappuccino, assume con umilt il nome di un suo servitore morto nello
scontro con il prepotente gentiluomo e si reca nella casa del fratello dellucciso
per chiedere pubblicamente perdono; e porter sempre nella sporta il pane che
aveva chiesto come segno del perdono ottenuto e che gli era stato offerto sur
un piatto dargento: a evidenziarne il valore di simbolo eucaristico274. Cristoforo
latore di Cristo; epper del pane, che dar in consegna a Renzo e Lucia: alla
fine della sua missione; per loro e per i loro figli: Verranno in un tristo mondo, e
in tristi tempi, in mezzo a superbi e a provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche loro, per il povero frate!275.
Passato dallo scandalo alla riparazione, fra Cristoforo non dismette n gli originari spiriti guerreschi n la primitiva vocazione di protettore dei deboli; solo
che questi resticcioli di Lodovico, sotto le ispirazioni superiori della missione religiosa e nella perpetua condizione di riscatto dalla tremenda caduta nella
colpa omicida (una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza)276, subiscono una diversione verso unidea di giustizia edificata a contrasto con la violenza passata. Lodovico sopravvive in fra Cristoforo, accomodato: come quelle
parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati,
pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel traviamento, fanno per ricordare della loro energia primitiva277. Fra Cristoforo si pone in mezzo, tra vessatori e vittime: i primi esorta, riprende e cerca di correggere con drastiche restrizioni morali; agli altri insegna a
non affrontare, a non provocare e a farsi guidare da lui. Il carattere del frate di qualit ignea. Il cappuccino ha indole focosa. Il suo volto infocato.
Le parole dellabuso gli fanno venir le fiamme sul viso. E lo mandano in combustione: Tutti que bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo278. Fra Cristoforo spunta insieme al sole: Il sole non era ancor tutto apparso sullorizzonte, quando il padre Cristoforo usc dal suo convento di Pescarenico
274 Cfr. G. P. BIASIN, Il sugo della storia (1987), in ID., I sapori della modernit. Cibo e romanzo, Bologna 1991,
pp. 45-61. Pi in generale: G. P. BARRICELLI, Structure and symbol in Manzonis I Promessi Sposi, in Italian
Quarterly, XVII, (1973), 67, pp. 80-102.
275 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXVI, p. 856.
276 ID., Osservazioni sulla morale cattolica cit., Parte prima, cap. VII, p. 63.
277 ID., I promessi sposi cit., cap. IV, p. 96. Cfr. E. RAIMONDI, Le imprecazioni travestite (1985), in ID., La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana, Bologna 1990, pp. III-19 (anche in ID., I sentieri del lettore, a cura
di A. Battistini, II, Bologna 1994, pp. 453-61).
278 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. VI, p. 121.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

[...]279. E lo segue nel suo corso: alz gli occhi verso loccidente, vide il sole inclinato, che gi toccava la cima del monte, e pens che rimaneva ben poco del
giorno280. Trionfatore della passione (che cavallo bizzoso, nella notte
dangoscia dellinnominato)281, un conduttore; un imbrigliatore di cavalli: i suoi
occhi talvolta sfolgoravano [...] come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un
cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si pu vincerla, pure fanno, di
tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di
morso282. Non Fetonte: lauriga temerario, il sostituto e il mistificatore di Febo,
su cui lebbe vinta lo sgambetto dei destrieri. Febo: il sole. Oltre che latore di
Cristo, il cappuccino figura Dei. Su di s assume Cristo e il Calvario. Fino a porsi in croce, morituro tra i due ladroni, nel santino evocato davanti allagonizzante
don Rodrigo. Dopo essere riemerso da quel paese lontano lontano (Palermo,
nel Fermo e Lucia; Rimini, nei Promessi sposi), nel quale era stato relegato dalla
doppia diplomazia (complice e sorniona) del conte zio e del padre provinciale dei
cappuccini (in arbitrio del quale era landare e lo stare di quello, boccaccianamente)283.
Il sugo della storia. Se non unardente, amara glossa al Salterio, come voleva
Cristina Campo284, il romanzo manzoniano mette in azione narrativa un commento allepisodio biblico di Babele attraverso la fenomenologia della triplice concupiscenza di superbia, curiosit e sensualit, del trattato di Bossuet e dei sermoni
dei grandi moralisti francesi gi accostati nelle Osservazioni sulla morale cattolica.
Il romanzo non ha un intreccio intricato. Lo faceva notare Edgar Allan Poe285.
Mostra di fuori una parete priva dappigli per le dita; ma allinterno un labirinto la cui ricchezza e vastit si vede solo col girarvi e frugarvi: lopera di Manzoni ha una superficie morbida e un rovescio aspro286. E non solo va letta insieme alla Storia della Colonna infame, secondo i suggerimenti di Macchia e Dionisotti287 (checch ne pensi Domenico De Robertis)288; ma anche a partire dalla pe279

Ibid., cap. IV, p. 76.


Ibid., cap. VI, p. 126.
281 Ibid., cap. XXI, p. 486.
282 Ibid., cap. IV, p. 78.
283 G. BOCCACCIO, Decameron, I, VII, 26, a cura di V. Branca, Torino 19873, p. 108.
284 C. CAMPO, Il flauto e il tappeto, in ID., Gli imperdonabili, Milano 1987, p. 127.
285
Cfr. F. CHIAPPELLI, Poe legge Manzoni, Roma 1987.
286 G. PIOVENE, Manzoni solitario (1973), in ID., Idoli e ragione, Milano 1975, pp. 343-50; e ID., Capire Manzoni (1973), ibid., pp. 350-54.
287 Cfr. G. MACCHIA, Tra don Giovanni e don Rodrigo. Scenari secenteschi, Milano 1989; ID., Manzoni e la via
del romanzo, Milano 1994; C. DIONISOTTI, Appendice storica alla Colonna infame, in ID., Appunti sui moderni.
Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, Bologna 1988, pp. 247-98.
288 Cfr. D. DE ROBERTIS, I diritti della storia, in Annali ditalianistica, III (1985), pp. 64-84; e ID., La mente
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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

tite histoire, come provocatoriamente proponeva Sciascia289; e passando attraverso Il cinque maggio.
Agnese vedova. Per la figlia Lucia ha tenerezze e trasporti di evangelico orgoglio: si sarebbe [] buttata nel fuoco per quellunica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza290 (Hic es Filius meus dilectus, in quo mihi complacui: Matthaeus, 3,17). Vuol bene anche a Renzo: artigianello, illetterato;
e lieta furia dun uomo di ventanni291: un caratterino, un po attenuato nel passaggio dalla ventisettana alla quarantana (volto []collerico, volto [] adirato; voce [] collerica, voce [] stizzosa)292. Renzo sa fare gli occhi arditi e
stralunati, ed capace di abbandonarsi a un sogno di sangue. Ma a lei, ad
Agnese, sembra un giovine quieto, fin troppo293. Non solo fisicamente prestante, Renzo. di pi veloce. Ha la leggerezza del Cavalcanti decameroniano; e
di un Mercurio dal calcagno alato: Prende la mira, spicca un salto; su, piantato
sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate294. Op l; e Primo Levi pronto a commentare il gesto manierato, al limite del credibile, o addirittura del possibile: fa pensare a un processo mentale indiretto, come se lautore, di
fronte a un atteggiamento del corpo umano, si sforzasse di costruire una illustrazione nel gusto dellepoca, e successivamente, nel testo scritto, cercasse di illustrare lillustrazione stessa in luogo del dato visivo immediato295. Lucia ha accorata dolcezza; un misto di modestia e di pudore. Usa poche parole; in una sintassi elementare che, nel passaggio dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi talvolta si
complica con inversioni da parlato: vi perdono quello che mi avete fatto, e pregher Dio per voi; Quello che mavete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregher Dio per voi296. Renzo invece si lancia nei discorsi, avventurosamente; fin
troppo297. Manovra una pi ampia tastiera linguistica, a partire da quella minima
delleducazione catechistica (posso aver fallato, ripete al proprio curato per
ben tre volte nella stessa pagina)298.
di Manzoni, in Filosofta e cultura. Per Eugenio Garin, a cura di M. Ciliberto e C. Vasoli, Roma 1991, pp. 547-75.
289 L. SCIASCIA, Nota, in A. MANZONI, Storia della Colonna infame, Palermo 1981, pp. 169-90.
290 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. III, p. 74.
291 Ibid., cap. II, pp. 36-37.
292 Ibid., pp. 40-41.
293 Ibid., cap. XXIV, p. 562.
294
Ibid., cap. XXXIV, p. 806.
295 P. LEVI, Il pugno di Renzo, in ID., Laltrui mestiere, Torino 1985, pp. 75-80.
296 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, cap. X, p. 197; ID., I promessi sposi cit., cap. XX, p. 465.
297 Cfr. G. DE RIENZO, I Promessi Sposi al computer. Analisi del lessico e della fraseologia di Lucia, in AA.VV.,
Atti del XII Congresso nazionale di studi manzoniani (Milano-Lecco-Barzio, 22-25 settembre 1983), Milano 1984, pp.
77-88; ID., Metti don Abbondio nel computer, in Corriere della Sera, 10 febbraio 1985, p. 13.
298 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. II, p. 47.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Fra Cristoforo crede di aiutare i giovani promessi, costretti alla fuga dal borgo, con due lettere di presentazione. Li spedisce in due conventi, a Monza e a Milano. E finisce per consegnarli, sprovveduti, a due sconvolgenti romanzi: Lucia
inciampa nelle trame di sangue della Monaca e dellinnominato; e nellallegra follia di una coppia dalto affare (don Ferrante e donna Prassede); Renzo si dissipa, tra strade e osterie, nel grosse Welt della storia299: da Milano a Bergamo, andata-ritorno-andata, via carestia e peste, attraverso lAdda che ha buona voce. I
due giovani si ritroveranno a Milano, nel lazzeretto. Si sposeranno, aiutati dallinnominato e dallerede di don Rodrigo. E cresceranno di famiglia in quel di Bergamo: dove Lucia sar la bella baggiana (un po deludente, in quanto a bellezza);
e Renzo sar padrone.
Leducazione politica di Renzo alla propria promozione sociale, si attua
nella ricerca di unidentit pi volte attentata (il montanaro viene scambiato dalla
folla milanese per servitore del vicario travestito da contadino e denunciato da
uno sbirro come facinoroso): attraverso la commisurazione del torto subto con le
trappole del potere e le proteste della folla, e della propria agitazione con quella
di una citt in rivolta. Renzo, oltre che con il disordine politico, deve confrontarsi con il male estremo del disordine della natura (la peste e la morte) riassunto
nellapologo di una vigna di babelica confusione: con una botanica umanizzata e
moralizzata (marmaglia di piante, guazzabuglio, debolezze di erbe che si tirano gi a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon luno con laltro
per appoggio)300, che ai lettori contemporanei sembr scandalosamente antropomorfa. (E per aver trovato in un luogo marmaglia derbe, a gridare: vedete che
impropriet [])301.
La morte e il matrimonio terminano per lo pi le tragedie e le commedie del
teatro; ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale,
aveva osservato Manzoni nel Fermo e Lucia302. I promessi sposi rischiavano seriamente, e inverosimilmente, di finire in commedia (Ogni finzione che mostri luomo in riposo morale dissimile dal vero)303, con distribuzione di confetti, bacioni, figli e premi vari, se lintervento un po piccoso di Lucia non avesse provveduto a sconvolgere e a rivoltare la iattanza maritale del suo moralista Renzo:
299
F. JAMESON, Magical Narratives, Romance as Genre (1975), in ID., The Political Unconscious, New York
1981, pp. 103-50.
300 A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXIII, pp. 775-77.
301 N. TOMMASEO e G. p. VIEUSSEUX, Carteggio inedito, a cura di R. Ciampini e P. Ciureanu, I, Roma 1956,
p. 115. Cfr. G. GAMBA, Postille sulla Vigna di Renzo, in Lettere italiane, X (1958), I, pp. 77-87.
302
A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. IV, cap. I, p. 523
303 ID., Materiali estetici cit., p. 48.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose
che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire: Ho imparato , diceva, a
non mettermi ne tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere
in mano il martello delle porte, quando c dintorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima daver pensato quel che possa
nascere . E centaltre cose. Lucia per, non che trovasse la dottrina falsa in s, ma non
nera soddisfatta; le pareva, cos in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir
ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, e io , disse un giorno al suo
moralista, cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non volesse dire , aggiunse, soavemente sorridendo, che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi .
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bens spesso, perch ci dato cagione; ma che la condotta
pi cauta e pi innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.
Questa conclusione, bench trovata da povera gente, c parsa cos giusta, che abbiam
pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia304.

E credo delledotto Renzo (donabbondiesco, nella sostanza: a un galantuomo il qual bada a s, e stia ne suoi panni, non accadon mai brutti incontri)305 stava per far scendere come un sipario sul teatro della narrazione, lasciando nel forno (come nel gergo teatrale viene chiamata la sala vuota o semivuota) la commedia della vita reale. Con la propria supponenza sermonizzante, che
lo votava alla canonizzazione ovvero alla citazione esemplare, Renzo separava cos il teatro convenzionale del romanzo dal teatro del mondo:
Car quest-ce que le monde, disoit Cassiodore, sinon le grand thtre et la grande cole
de la Providence, o, pour peu quon fasse de rflexion, lon apprend tous moments
quil y a dans lunivers une puissance et une sagesse suprieure celle des hommes, qui
se joue de leurs desseins, qui ordonne de leurs destines, qui lve et qui abaisse, qui
apprauvit et qui enrichit, qui mortifie et qui vivifie, qui dispose de tout comme lArbitre suprme de toutes choses.

Sono parole, queste, di Bourdaloue: dal Sermon sur la Providence306, ramme304

ID., I promessi sposi cit., cap. XXXVIII, pp. 901-2 (corsivi nostri).
Ibid., cap. I, p. 28.
306 L. BOURDALOUE, Sermon sur la Providence, in ID., uvres cit., t. I, pp. 328-29 (Infatti che cos il mondo, diceva Cassiodoro, se non il gran teatro e la grande scuola della Provvidenza, dove, per poco che vi si rifletta, si apprende in ogni momento che c nelluniverso una potente saggezza superiore a quella degli uomini, che si prende gioco dei loro disegni, che regola i loro destini, che innalza e atterra, che rende poveri e arricchisce, che mortifica e vivifica, che di tutto dispone come Arbitro supremo di ogni cosa).
305

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

morato, forsanche con supporto raciniano, nel Cinque maggio: Il dio che atterra
e suscita, | che affanna e che consola (vv. 105-6).
Lottimismo idillico di Renzo fa il paio con il provvidenzialismo igienico ed
ecologico di don Abbondio; il risvolto comico di certo trionfalismo teologico
alla Bossuet: la fede nella Provvidenza premiata dallaffermazione, anche se lenta e cieca, del bene307. Ma la Provvidenza, nella quale crede Manzoni, non quella di Bossuet: lantidillica eteronomia dei fini, la puissance et [] sagesse suprieure celle des hommes, qui se joue de leurs desseins, di cui aveva parlato
Bourdaloue.
Il richiamo a Bourdaloue non casuale. Al predicatore francese riporta infatti una citazione inesplicita di Lucia, adoperata come leva di ribaltamento del convenzionale lieto fine, in un primo momento avallato da Renzo.
Le parole con le quali Lucia corregge Renzo, iniettando nella narrazione
uninquietudine cristiana che apre allinexpletum del teatro del mondo la commedia del romanzo, poggiano su una sopravvenienza biblica (il Salmo 118, dedicato alla beatitudine di quanti observant legem Dei), passata attraverso la traduzione francese e le postillature morali di Bourdaloue:
[] sans parler des monarques et des souverains, qui ne sont pas eux-mmes exempts
de cette loi, dites-moi o est aujourdhui le seigneur, o est le matre, o est le juge, le
prlat, le magistrat, qui, pour ltre en chrtien, ne puisse pas et ne doive pas sappliquer ces paroles de David: Tribulatio et angustia invenerunt me (Ps. 118): Les inquitudes et les embarras me sont venus trouver? Je ne les cherchois pas, et je tchois mme
les loigner de moi. Mais cette providence adorable de mon Dieu, qui dispose toutes
choses pour mon salut, leur a donn entre dans mon me, et je me vois charg de soins
qui maccablent. Tribulatio et angustia invenerunt me308.

Bourdaloue intendeva moderare le vaines enflures et les complaisances


quinspirent dabord certaines distinctions et certains rangs honorables dans le
monde309; allo stesso modo Lucia ha voluto correggere lorgogliosa sicumera del
marito, che si reputava arrivato, integrandone il credo di quel costrutto morale,
307

Cfr. T. GOYET, Lhumanisme de Bossuet, 2 voll., Paris 1965.


L. BOURDALOUE, Sermon sur lambition, in ID., uvres cit., p. 256 (senza parlare dei monarchi e dei sovrani, che non sono essi stessi esenti da questa legge, ditemi, dov oggigiorno il signore, il maestro, il giudice, il prelato, il magistrato che, in quanto cristiano, non possa e non debba riferire a se stesso queste parole di David: Tribulatio et angustia invenerunt me (Ps. 118): Le inquietudini e gli imbarazzi sono venuti a trovarmi? Non li ho cercati io, anzi ho tentato di tenerli lontani da me. Ma questa provvidenza adorabile di Dio, che tutte le cose dispone per la mia salvezza, ha permesso a loro di entrare nel mio animo, e io mi vedo sovraccarico di angustie che mi prostrano: Tribulatio
et angustia invenerunt me). Cfr. S. S. NIGRO, Popolo e popolari, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa, V. Le
questioni, Torino 1986, pp. 238-40 (2. Il pulpito di Pamela, gli attori mutoli, la citt senza nome).
309
Ibid. (Le presunzioni vane e le compiacenze che in primis ispirano certe distinzioni e certi ranghi donore nel
mondo).
308

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

di quel sugo dumilt e dincolpevole martirio cristiano che pu essere ritrovato persino dalla povera gente: affidato com al verbo divino, tramandato
dalle sacre scritture (rilette da Manzoni anche nella mediazione stilistica dei grandi oratori francesi del Seicento).
Infine anche Renzo concorda: la condotta la pi cauta e pi innocente non
basta a tenerli lontani [i guai]; [] quando vengono, o per colpa o senza colpa, la
fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore310. Ma se Renzo ha imparato e continua a imparare, nulla ha imparato e nulla pu imparare Lucia; per lei la verit sapienziale non una conquista, una dote da trasmettere.
Renzo era andato di parole, temperamentoso e affettatuzzo: troppo alla propria esperienza attribuendo. In una vana persuasione dorgoglio, aveva creduto
che il suo decalogo di quietudine poggiasse sul granito; e fosse un monumento
di conclusiva saggezza. Fu lultima sua mattera; quasi una fanfaronata, spiantata
e scavezzata dallumile rigore di Lucia. Ch ogni appoggio dirupante nel ritmo
vicissitudinale della storia: della storia vera di una storia supposta, che si svolge e
nuovamente sinvolge; e insolentisce, inconcludibile. Lunica certezza nella
guerra allerrore: nellinquietudine intrattabile, che i monumenti dellorgoglio (pubblico o privato) vorrebbero dissimulare e negare.
Renzo professorale, alla fine della favola. Nella vignetta che chiude il romanzo, Manzoni e Gonin lhanno voluto in piedi dietro un tavolo: a gesticolare,
con la mano destra. A sostenere nellaria, giocoliere, il suo monumentino invisibile: tra la severit seduta di una Lucia tutta casa e la gioia, anchessa seduta, di nonna Agnese che gioca col pupo. Attorno alleloquenza contenziosa e alle ambagi
cerimoniose degli sposi, si dispone lambiente lindo e ordinato di una casa agiata.
Su questa scena si adagia il romanzo, ma non il tomo del 1842: che si riapre con il
frontespizio della Storia della Colonna infame; con un monumento, la colonna,
piantato sui pietroni di quella che un tempo era stata la casa di uno degli sventurati untori. Il concambio tragico. Linterfigurativit porta da una casa, alle macerie di una casa; dalla monumentale certezza di Renzo, al monumento di una
nefandezza storica. Il romanzo, con laggiunta, torna su se stesso; e dentro se stesso: al suo nucleo di orrore e di errore. La Storia della Colonna infame un romanzo giudiziario, che ha un precedente (dimenticato) in unopera incompiuta
di Fauriel: Les derniers jours du consulat; una requisitoria contro lambizioso e
orgoglioso Napoleone proclamatosi (come nel Cinque maggio) Dio della fortuna e della gloria311; e contro listruttoria del grande processo che segu allat310

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXVIII, p. 902.


C. FAURIEL, Les derniers jours du consulat, edizione postuma 1886 (trad. it. Gli ultimi giorni del consolato, a
cura di G. M. Sibille, Torino 1945, cap. I, pp. 24-25).
311

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

tentato del 24 dicembre del 1800 contro il Bonaparte, per mezzo di un carretto
minato o machine infernale. E conta che la machine (ancora una macchina) era servita alla polizia bonapartista per reintrodurre e giustificare la tortura
(gi abolita nel 1790) come question prparatoire pralable; quella tortura, o
violenza legale, che sta al centro del processo del 1630 della Colonna infame (fra
laltro memore, negli anni di stesura tra il 1821 e il 1823, dei processi del governo
austriaco contro i liberali lombardi).
Prima e dopo, con Robinson. La storia non riposa. Non il punto fermo di Renzo,
ma la virgola di Lucia lavora per essa, a pieno servizio.
lautunno del 1630:
Prima che finisse lanno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e fu una
bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non
so quantaltri, delluno e dellaltro sesso [...]. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle
che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacch la cera questa birberia,
dovevano almeno profittarne anche loro312.

I figli di Renzo e Lucia saranno coetanei di Robinson Crusoe, nato nella citt
di York, per decreto romanzesco, nel 1632. Non arriveranno a leggere il romanzo
di Daniel Defoe sul celebre naufrago, per ovvi limiti di et. Il Robinson Crusoe
verr pubblicato a Londra nel 1719: troppo tardi. Semmai poterono avere sentore del diario che il naufrago cominci a scrivere nellIsola della Disperazione, sin
dal 30 settembre del 1659. Qualcuno ne avr parlato. E i Tramaglino dovettero
avere dei soprassalti. Il padre amava raccontare le sue avventure. Anche a loro,
si suppone. Li avr intrattenuti sulla sua fuga da Milano, tra sodaglie e boschi; e
sullarrivo allAdda, stanco e confuso tra le macchie: a guardar di mezzo al
prunaio laltra riva, quella della libert e della salvezza; e a riconoscere, al di l
delle acque, lagognata Bergamo, che era una gran macchia biancastra sotto la
luna amica (come in uno degli sfondi, dietro lo spadone di san Paolo, del polittico di Lorenzo Lotto, nella bergamasca Ponteranica). Renzo si era visto costretto
ad aspettare lalba:
Perci si mise a consultar tra s, molto a sangue freddo, sul partito da prendere. Arrampicarsi sur una pianta, e star l a aspettar laurora, per forse sei ore che poteva ancora indugiare, con quella brezza, con quella brina, vestito cos, cera pi che non bisognasse per intirizzir davvero. Passeggiare innanzi e indietro, tutto quel tempo, oltre che
sarebbe stato poco efficace aiuto contro il rigore del sereno, era un richieder troppo da
quelle povere gambe, che gi avevano fatto pi del loro dovere. Gli venne in mente da312

A. MANZONI, I promessi sposi cit., cap. XXXVIII, p. 901.

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

ver veduto, in uno de camp pi vicini alla sodaglia, una di quelle capanne coperte di
paglia, costruite di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota, dove i contadini del
milanese usan, lestate, depositar la raccolta, e ripararsi la notte a guardarla: nellaltre
stagioni, rimangono abbandonate. La disegn subito per suo albergo; si rimise sul sentiero, ripass il bosco, le macchie, la sodaglia; e and verso la capanna. Un usciaccio intarlato e sconnesso era rabbattuto [...]. Renzo lapri, entr; vide sospeso per aria, e sostenuto da ritorte di rami, un graticcio, a foggia dhamac; ma non si cur di salirvi. Vide
in terra un po di paglia; e pens che, anche l, una dormitina sarebbe ben saporita313.

Laffabulatore di se stesso avr sottolineato ai figli quel tornar sui propri passi, dopo aver ben ponderato le soluzioni possibili. Era una lezione di saggezza a
sangue freddo. Un esempio per la famiglia. Ma anche una doverosa rettifica di
realistico buonsenso al romanzo della sua vita che un cronista non autorizzato
aveva suggerito, con qualche robinsonata, allo scrittore del Fermo e Lucia. E difatti, nel primo romanzo, Fermo aveva preferito unincomoda stazione: si era
arrampicato sur un albero e vi si era appiattato, aspettando con ansiet lapparire del giorno314. Lautore del Fermo e Lucia aveva orologi molli. Era di comportamento anacronistico. Aveva letto, in altro tempo, unannotazione diaristica
di Robinson Crusoe, a proposito dellattesa della sua prima alba nellisola del
naufragio: Al calar della notte, mi arrampicai per dormire in cima a un albero315. E a Fermo aveva attribuito lesotica soluzione. Per ritrattarla, in seguito,
attraverso Renzo; e svoltarla nella studiata e riduttiva proporzione tra pianta e
capanna di tronchi e di rami: e, dentro la capanna coperta di paglia, tra pianta e ritorte di rami, tra albero e amaca; via via sproporzionando verso il rifugio
di un po di paglia in terra, che uno scendere dalle stelle e dalle tortuosit del
romanzesco alle concretezza del realismo; una palinodia, che ironizza anche sul
romanzo nero di Ann Radcliffe: Vivaldi [...] nel rivoltarsi poco dopo in un letto
di paglia, ebbe pi di una ragione per rimpiangere il suo giaciglio sul castagno316.
Il primo romanzo guardava esplicitamente al Robinson Crusoe di Defoe. Lo
scrittore aveva sorpreso suor Geltrude a compiacersi, consolandosene, della
propria superiore bellezza e dei vantaggi di casta in quellisola del naufragio che
era per lei il convento. E aveva commentato: ma quali consolazioni, per amor
313

Ibid., cap. XVII, pp. 394-95.


ID., Fermo e Lucia cit., t. III, cap. VIII, p. 491.
315 D. DEFOE, The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, 1719-20 (trad. it. Di R. Mainardi,
Robinson Crusoe, Milano 19823, p. 74).
316
A. RADCLIFFE, The Italian or the Confessional of the Black Penitents, 1797, I, 10 (trad. it. di G. Spina, Il confessionale dei penitenti neri, Milano 1970, p. 154).
314

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

del cielo! pari a quelle che provava Robinson nella sua isola in contemplare le
monete chegli aveva trovate nei frantumi del vascello sul quale era naufragato317. Non lo dice, ma quelle consolazioni Robinson le aveva chiamate spazzatura318.
Un altro naufragio evocato, per andamento associativo, nei Promessi sposi:
quando linnominato si salva nella conversione, dopo essere stato travolto dallo
spavento che gli si schiantato pesante sul capo. Ed era unonda, quella,
che si era alzata dallisola della salvezza del Cinque maggio: dalla breve sp-onda (v. 56) e dalla piet prof-onda (v. 58); da quel punto estremo e impenetrabile della geografia morale, da quellincontro con Dio, che linsulto insistito del
pronome dorgoglio (ei) aveva disperso nella grazia della morte: E sparve, e i d
nellozio | chiuse [...] (vv. 55-56); mentre lo stesso cantore di Napoleone si era
impegnato a umiliare e castigare cristianamente la propria presenza pronominale nellimpersonale Vide il m-io gen-io e tacque (v. 14). Nellisola del naufragio ci si pu perdere con le consolazioni dellorgoglio. E ci si pu salvare
con lumile accettazione della mano e della voce di Dio.
Renzo rinnega lesotica robinsonata di Fermo. E tuttavia un naufrago,
nellisola bergamasca: scampato alla piazza, al gomito, al martello delle
porte, al campanello al piede e a centaltre cose. Contrariamente a Fermo,
artigiano a vita e spicciativo nel suo credo dapprendimento (dallora in poi ho
imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non far la tal cosa, a
guardarmi dalla tal altra)319, Renzo in crescita sociale e ha mente ragioniera.
un padrone che ha imparato a far fruttare il peso de quattrini; e ad avvantaggiarsi delle esenzioni fiscali del governo veneto e degli editti che limitavano le paghe degli operai. I luminelli acquisitivi del suo credo sono (e Robinson insegnava) da libro contabile: il dare e lavere di un bilancio, tra afflizioni
pagate e consolazioni da godere. Solo Lucia riesce a sobillare tanto protervo accomodamento, rendendo trasparente ad un perpetuo stato di pericolante sopravvivenza, confortato dalla fiducia in Dio, lapprodo nellisola della ricostruzione: dopo i disastri della storia e della natura; e della dispersione babelica
di un popolo che aspirava, come nellode Marzo 1821, a essere una gente []
libera tutta, | []| una darme, di lingua, daltare, | di memorie, di sangue e di
cor (vv. 29-32). Libro della sopravvivenza, quindi il romanzo di Manzoni:
laico, diceva Hofmannsthal, e impregnato nello stesso tempo di religiosit,
317

A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. II, Cap. IV, p. 205.


D. DEFOE, The Life and Strange cit., trad. it. p. 59.
319 A. MANZONI, Fermo e Lucia cit., t. IV, cap. IX, p. 669.
318

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

di cristianit cattolica, postridentina, come nessun altro libro della letteratura


mondiale320.

6 . Nota bibliografica.
Un modello di stile romanziero furono subito I promessi sposi. Sin dalledizione
del 27. Niccol Tommaseo si premur dinformare il Vieusseux sulle prime reazioni dei lettori. Scrisse allamico da Milano, il 24 giugno del 1827; e poi il 18 luglio. Il resoconto registr consensi e dissensi, nel vario articolarsi di aspettazioni
confermate o deluse; e nellevidenza dei giudizi: ora incordiali e stizziti, fino al solecismo di qualche lacrima; ora calorosi, seppure con riserve. A Zajotti e ad Ambrosoli il romanzo di Manzoni non piace []. A molti piace molto: tutti per ci
trovano troppi particolari []. Una signora ha trovato ottimo il titolo di storia,
perch, dice, par tutto vero. Unaltra, malissimo prevenuta, dovette pur piangere.
Saccorse per altro chera un libro pericoloso, perch i contadini vi fanno miglior
figura che i nobili. Listesso padre Cristoforo, diceva ella, un mercante. Vebbe
chi ha trovato che Manzoni guasta la letteratura, perch? [] perch inarrivabile: onde quelli che limitano, nol potendo agguagliare, non fanno che inezie. Ad
altri parve leggiero, e insignificante il titolo; ad altri voluminosa la forma. Una famiglia inglese che lo voleva comperare, se ne tenne; perch lo trova non libro da
viaggio, ma da chiesa; non romanzo, ma Bibbia (N. TOMMASEO e G. P.
VIEUSSEUX, Carteggio inedito, a cura di R. Ciampini e P. Ciureanu, I, Roma
1956, pp. 114-17). Nella cronachetta del Tommaseo c in sintesi, per scorci e
presine, il destino della critica manzoniana.
Una guida bibliografica, aggiornata fino al 1987, si trova nella quinta ristampa di S. S. NIGRO, Manzoni, Roma-Bari 1988. Ma cfr.: P. PREDICATORI AZZOLINI, Rassegna manzoniana (1968-72; 1973-82), in Lettere italiane, XXVI
(1974), 3, pp. 349-75, e XXXIV (1982), 4, pp. 530-74; M. G. SANJUST, Lattuale
situazione della critica manzoniana, in Critica letteraria, IV (1976), 2, pp. 32064; Contributi per una bibliografia manzoniana, 1972-1976, a cura di E. Ballerio,
U. Colombo e L. Turconi, in Otto-Novecento, I (1977), 3, pp. 279-309; M. L.
LOMBARDI, Saggio di bibliografia manzoniana (1973-78), inAevum, LIV
(1980), 3, pp. 403-48; M. G. DE ROBERTIS e M. L. LOMBARDI, Saggio di bi320 H. VON HOFMANNSTHAL, Manzonis Promessi Sposi, 1927 (trad. it. I Promessi sposi del Manzoni.
Nel centenario della pubblicazione del romanzo, in ID., Opere, IV. Viaggi e saggi, a cura di L. Traverso, Firenze 1958,
pp. 285-96).

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

bliografia manzoniana. II (1978-83, con integrazioni alla precedente rassegna),


ibid., LVIII (1984),3, pp. 551-96; U. COLOMBO, Bibliografia, 1983-1986, in
AA.VV., Manzoni e Brusuglio. Atti del Convegno su Enrichetta Blondel e del Congresso nazionale sul pensiero politico-sociale di Alessandro Manzoni, Cormano
1986, pp. 123-28; F. DI CIACCIA, Rassegna bibliografica manzoniana (1985-86),
in LItalia francescana, LXIII (1988), 3-4, pp. 3-4, P. 311-61; G. CAVALLINI,
Alessandro Manzoni milanese europeo (rassegna) (1971-90), in ID., Un filo per
giungere al vero. Studi e note su Manzoni, Messina-Firenze 1993, pp. 210-33. Un
bollettino di aggiornamenti manzoniani pubblica la rivista Otto-Novecento.
Mariella Goffredo De Robertis ha curato una bibliografia manzoniana, in corso
di stampa, per gli anni 1984-92.
In occasione del bicentenario della nascita dello scrittore, sono apparsi vari
Atti: Atti del XII Congresso nazionale di studi manzoniani. Verso il bicentenario del
Manzoni, Milano 1984; Manzoni nella terra ambrosiana, Milano 1985; Manzoni e
lidea di letteratura, Torino 1985; Politica ed economia in Alessandro Manzoni,
Bergamo 1986; Omaggio ad Alessandro Manzoni nel bicentenario della nascita, Assisi 1986; Manzoni e il suo impegno civile, Milano 1986; Giornata di studio (16
maggio 1985) nel II centenario della nascita di Alessandro Manzoni, Roma 1987.
Cfr. anche Manzoni / Grossi. Atti del XIV Congresso nazionale di studi manzoniani (Lecco, 10-14 ottobre 1990), 2 voll., Milano 1991. Di valore assai discontinuo e
spesso di discutibile impostazione sono i tre volumi di Atti: Manzoni e la cultura
siciliana, Messina 1991.
Guide utili sono: A. MARCHESE, Guida alla lettura di Manzoni, Milano
1987 (si veda anche ID., Lenigma Manzoni. La spiritualit e larte di uno scrittore
negativo, Roma 1994); Il punto su: Manzoni, a cura di E. Sala Di Felice, RomaBari 1989; P. MAZZAMUTO, Il caso Manzoni, Palermo 1989; F. PORTINARI,
Alessandro Manzoni, in Storia della civilt letteraria italiana, diretta da G. Brberi
Squarotti, IV, Torino 1992, pp. 667-778 (capitolo XIII). Per il dibattito a sinistra,
cfr. S. TIMPANARO, I manzoniani del compromesso storico e alcune idee sul
Manzoni, in ID., Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Pisa 1982,
pp. 17-47. Per la biografia dei Promessi sposi, si rimanda a L. TOSCHI, La sala
rossa, Torino 1989, e a C. BOLOGNA, Il romanzo in progress di Alessandro
Manzoni, in ID., Tradizione e fortuna dei classici italiani, Torino 1993, II, pp. 64271I. Cfr. inoltre il catalogo della mostra Lofficina dei Promessi Sposi, a cura di F.
Mazzocca e con un intervento critico di D. Isella, Milano 1985.
Gli studi di Luca Toschi, citati nel saggio, rendono necessaria una nuova edizione critica del Fermo e Lucia. Risultano ormai inadeguati i criteri seguiti da Fau-

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

sto Ghisalberti nel mondadoriano volume II, tomo III di A. MANZONI, Tutte le
opere, Milano 1954. Cfr. le ristampe: ID., Fermo e Lucia, introduzione di S. Romagnoli e L. Toschi, Firenze 1985; ID., Fermo e Lucia, introduzione di G. Vigorelli, Milano 1992. Cfr. Fermo e Lucia. Il primo romanzo del Manzoni. Atti del XIII
Congresso nazionale di studi manzoniani (Lecco, 11-15 settembre 1985), a cura di
U. Colombo, Milano 1986. Fondamentali sono i saggi di Claudio Varese, ora raccolti in C. VARESE, Manzoni uno e molteplice. Con unappendice sul Tommaseo,
Roma 1992. Un buon contributo allo studio del sistema retorico del Fermo e Lucia si deve a U. MORANDO, Lespressione religiosa nel Fermo e Lucia, in Annali manzoniani, nuova serie, II (1994), pp. 207-71.
Con lapparato del Fermo e Lucia si intreccia quello delledizione del 27 dei
Promessi sposi. Ghisalberti sorvola e semplifica. Cos tutto da rifare lapparato
delledizione critica della ventisettana: cfr. D. ISELLA, Le testimonianze autografe plurime (1985), in ID., Le carte mescolate. Esperienze di filologia dautore, Padova 1987, pp. 19-36.
Le traversie editoriali di Manzoni sono state ultimamente ricostruite da A. N.
BONANNI, Editori, tipografi e librai dellOttocento. Una ricerca nellepistolario
del Manzoni, Napoli 1988. Si aggiunga: S. VEGGIATO, Altre varianti dei Promessi Sposi nelledizione Baudry del 1827, in Otto-Novecento, XVI (1992), 2,
pp. 5-21. Sulle edizioni illustrate dei Promessi sposi cfr.: il catalogo della mostra
Manzoni. Il suo e il nostro tempo, Milano 1985; F. MAZZOCCA, Quale Manzoni?
Milano 1985; il catalogo della mostra I Promessi Sposi di Gaetano Previati, Milano 1993. Ad aprire il problema delle fonti pittoriche di Manzoni stata M.
GREGORI, I ricordi figurativi di Alessandro Manzoni, in Paragone, I (1950), 9,
pp. 7-20. Sullargomento tornato di recente G. PALEN PIERCE, I promessi
sposi e la pittura del Seicento, in Testo, VI (1985), 9 (numero monografico:
Manzoni: larte, il sacro), pp. 68-84.
Strumento utilissimo per lo studio dei Promessi sposi sono le Concordanze, a
cura di G. De Rienzo, E. Del Boca e S. Orlando, 5 voll., Milano 1985. Sui pregi e
i limiti di queste Concordanze cfr. G. FOLENA, Misure manzoniane, in LIndice, n. 5 (1986), pp. 12-13.
Una svolta nella lettura del romanzo manzoniano, soprattutto in riferimento
al sottofondo linguistico milanese, stata segnata dal commento di Ezio Raimondi e Luciano Bottoni: A. MANZONI, I promessi sposi, Milano 1987. Lopera si avvale degli innovativi studi manzoniani di E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio.
Saggio sui Promessi Sposi, Torino 1974, e di L. BOTTONI, Drammaturgia romantica. Il sistema letterario manzoniano, Pisa 1984; cfr. anche ID., Scott 1821:

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tecniche descrittive e funzioni epistemologiche, in Lingua e stile, V (1970), 3, pp.


409-34. Polemico con questo commento R. FASANI, Un Manzoni milanese?, in
Studi e problemi di critica testuale, XLI (1990), pp. 51-65. Sui milanesismi
manzoniani si vedano: E. BONORA, Osservazioni sui lombardismi dei Promessi
Sposi, in ID., Manzoni. Conclusioni e proposte, Torino 1976, pp. 125-61; T. MATARRESE, Lombardismi e toscanismi nel Fermo e Lucia, in Giornale storico
della letteratura italiana, XCIV (1977), 487, pp. 380-427; S. MAMBRETTI,
Aspetti della lingua del Fermo e Lucia di A. Manzoni, in Acme, XXXV
(1982), I, pp. 67-96; ID., Aspetti linguistici della componente milanese del Fermo
e Lucia, in AA.VV., Studi di lingua e letteratura lombarda offerti a Maurizio Vitale, Pisa 1983, II, pp. 747-63; D. ISELLA, Porta e Manzoni, Porta in Manzoni, in
ID., I Lombardi in rivolta. Da Carlo Maria Maggi a Carlo Emilio Gadda, Torino
1984, pp. 179-230 (cfr. inoltre ID., Idea di un romanzo popolare (1985), in ID., Lidillio di Meulan. Da Manzoni a Sereni, Torino 1994, pp. 37-52).
Sui rapporti con il mondo classico cfr. la parte finale del saggio di C. ANNONI, La cultura di Manzoni: nuove ipotesi su fonti medioevali e su fonti classiche, in
Italianistica, XXII (1993), 1-3, pp. 53-70.
Nel saggio si preferito usare ledizione dei Promessi sposi curata da Lanfranco Caretti (Torino 1971), perch in essa sono messe a confronto la ventisettana e la quarantana. Sulle correzioni linguistiche del romanzo cfr.: G. NENCIONI, Conversioni dei Promessi sposi (1956), in ID., Tra grammatica e retorica. Da
Dante a Pirandello, Torino 1983, pp. 3-27; I. LOI CORVETTO, Analisi delle correzioni semantiche a I Promessi Sposi, in Annali della Facolt di Lettere e Filosofia e Magistero di Cagliari, XXXVI (1974 pp. 249-351; M. VITALE, La lingua
di Alessandro Manzoni, Milano 1986 (19922); AA.VV., Manzoni. Leterno lavoro. Atti del Congresso internazionale sui problemi della lingua e del dialetto nellopera e negli studi del Manzoni (Milano, 6-9 novembre 1985), Milano 1987. Si aggiungano: G. G. AMORETTI, Mito e realt della sciacquatura in Arno: le postille di Gaetano Cioni ai Promessi Sposi, e ID., Loracolo di Casa Manzoni:
Emilia Luti e la revisione dei Promessi Sposi, in Otto-Novecento, XV (1991),
3-4, pp. 99-116, e ibid., XVI (1992), 5, pp. 6-20. Cfr. la pi ampia prospettiva di
G. TELLINI, Manzoni 1827: Milano e Firenze (1985), in ID., Letteratura e storia.
Da Manzoni a Pasolini, Roma 1988, pp. 11-37. Si vedano anche: G. G. AMORETTI, Le postille di C. Fauriel a I Promessi Sposi, in Revue des tudes italiennes, XXXII (1986), 1-4 (numero monografico su Manzoni), pp. 19-32; e ID.,
Da Fermo e Lucia a I Promessi Sposi. La parte del Visconti, in Versants, n.
16 (1989), pp. 33-51. Ma su Visconti postillatore non si pu prescindere da V. PA-

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

LADINO, La revisione viscontea del romanzo manzoniano e altri saggi, Milano


1986; e da E. RAIMONDI, Il lettore tra le righe, in ID., La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana, Bologna 1990, pp. 131-45. Cfr. L. SCORRANO,
Manzoni e il lettore. Rassegna di studi, in Otto-Novecento, XV (1991), 6, pp.
29-49. Strumenti imprescindibili sono: A. MANZONI, Postille al Vocabolario della Crusca nelledizione veronese, a cura di D. Isella, Milano-Napoli 1964; D.
MARTINELLI, Le postille inedite del Manzoni al Lexicon del Forcellini, in
Annali manzoniani, nuova serie, II (1994), pp. 35-78. Sulle postillature cfr.
inoltre G. GASPARI, Per ledizione delle postille manzoniane al Vocabolario milanese italiano del Cherubini, in Studi di filologia italiana LVI (1993), pp. 23154. Illustra luso stilistico del costrutto nominale nei Promessi sposi, S. VANVOLSEM, Linfinito sostantivato in italiano, Firenze 1983, cap. III, pp. 131-79.
Il mestiere guastato delle lettere il titolo che Giancarlo Vigorelli ha dato a
unantologia di pagine critiche del Manzoni (Milano 1985). Sullargomento cfr.
G. BRBERI SQUAROTTI, Manzoni: le delusioni della letteratura, Rovito 1988.
Sulla questione dellamore cfr. P. VALESIO, Lucia, ovvero: la reticentia nei
Promessi Sposi, in Filologia e critica, XIII (1988), 2, pp. 207-38 (riproposto
in Leggere i Promessi Sposi, a cura di G. Manetti, Milano 1989, pp. 145-74); e la risposta di G. PETROCCHI, Postille per Lucia, ibid., XIII (1988), 3, pp. 333-428.
Giorgio Brberi Squarotti affronta la reticenza come figura della scelta del narratore soltanto quello che necessario al fine etico del romanzo, nel saggio La figura della reticenza, in La retorica del silenzio. Atti del Convegno internazionale
(Lecce, 24-27 ottobre 1991), a cura di C. A. Augieri, Lecce 1994, pp. 243-83. Per i
rapporti Manzoni-Fauriel, si veda I. BOTTA, Manzoni a Fauriel - lIndication des
articles littraires du Conciliateur, in Studi di filologia italiana, XLIX (1991),
pp. 203-49. Sul problema romanzo importante il saggio di C. SEGRE, Alessandro Manzoni: il continuum storico, lintreccio e il destinatario (1985), in ID., Notizie dalla crisi, Torino 1993, pp. 114-75.
Ricorrente la tentazione di trovare una fonte alla trama del romanzo. Ci
prov G. GETTO, Echi di un romanzo barocco nei Promessi Sposi (1960), in
ID., Manzoni europeo, Milano 1971, pp. 11-56. Ha ritentato, con molte cautele,
C. POVOLO, Il romanziere e larchivista. Da un processo veneziano del 600 allanonimo manoscritto dei Promessi Sposi, Venezia 1993 (cfr. V. BRANCA, I promessi sposi di Vicenza, e ID., Le minacce di don Paulo, in Il Sole - 24 ore, 27 gennaio 1993, p. 34, e 24 ottobre 1993, p. 27). Assai pi proficuo il lavoro archivistico sulle fonti storiche condotto da G. FARINELLI e E. PACCAGNINI, Processo agli untori. Milano 1630: cronaca e atti giudiziari, Milano 1988; G. FARI-

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NELLI e E. PACCAGNINI, Processo per stregoneria a Caterina de Medici (16161617), Milano 1989. E dal gruppo di lavoro coordinato da U. Colombo: Vita e
processo di suor Virginia Maria de Leyva monaca di Monza, presentazione di G. Vigorelli, Milano 1985. Polemici con questultimo contributo sono E. BONORA,
La Monaca di Monza nella storia (1986), in ID., Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli 1989, pp. 17-33; e G. P. MARCHI, Per la Monaca di Monza e altre ricerche intorno a Manzoni, Verona 1993.
Su Manzoni e la storia: W. HEMPEL, Manzoni und die Darstellung der Manschenmenge als erzhltechnisches Problem in den Promessi Sposi bei Scott und in
den historischen Romanem der franzsischen Romantik, Krefeld 1974; G. TELLINI, Manzoni. La storia e il romanzo, Roma 1979; R. S. DOMBROSKI, Lapologia
del vero. Lettura ed interpretazione dei Promessi Sposi, Padova 1984; U. DOTTI, La critica etico-storica di Manzoni (1985), in ID., Il Savio e il Ribelle. Manzoni
e Leopardi, Roma 1986, pp. 193-45; M. A. CATTANEO, Carlo Goldoni e Alessandro Manzoni. Illuminismo e diritto penale, Milano 1987; W. FRANKE, Poetics
and Apocalypse in Manzonis interpretation of history, in Esperienze letterarie,
XVIII (1993), pp. 17-36; H. GLADFELDER, Seeing black: Alessandro Manzoni
between fiction and history, in Modern Language Notes, CVIII (1993), I, pp.
5896. V. R. JONES, Conter-Reformation and Popular Culture in I promessi sposi: a case of historical censorship, in Renaissance and Moderne Studies, n. 36
(1993), pp. 36-51. ancora utile M. SANSONE, Manzoni francese. 1805-1810:
dallIlluminismo al Romanticismo, Roma-Bari 1993; ID., Alessandro Manzoni: la
crisi della poetica del vero, in AA.VV., Da Dante al secondo Ottocento. Studi in onore di Antonio Piromalli, Napoli 1994, pp. 503-45. Riguardano soprattutto le Osservazioni comparative sulla rivoluzione francese e su quella italiana alcuni importanti saggi, che per consentono di meglio leggere la fobia antinsurrezionale del
Manzoni dei Promessi Sposi: L. MANNORI, Manzoni e il fenomeno rivoluzionario. Miti e modelli della storiografia ottocentesca a confronto, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, n. 15 (1986), pp. 1-106; M.
DADDIO, Le idee e la Rivoluzione. Il giudizio di Manzoni su Robespierre, in Poesia, verit e mistica. (Rosmini, Manzoni, Rebora), a cura di P. Pellegrino, StresaMilazzo 1986, pp. 85-117; L. GUERCI, Alessandro Manzoni e il 1789, in Studi
settecenteschi, V (1987), 10, pp. 229-53; S. GIOVANNUZZI, Il Saggio manzoniano sulla Rivoluzione francese, in La rassegna della letteratura italiana,
XCII (1988), 2-3, pp. 318-39; M. TESINI, La Rivoluzione francese e i liberal cattolici italiani. Manzoni e Rosmini, in Studium, LXXXV (1989), 6, pp. 805-821;
G. SARO, Manzoni et la rvolution franaise, in Croniques italiennes, V (1989),

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I promessi sposi di Alessandro Manzoni - Salvatore S. Nigro

20, pp. 61-72; M. DAVIE, Manzoni after 1848: an irresolute utopian?, in The
Modern Language Review, LXXXVII (1992), 4, pp. 847-57. Riportano ai Promessi Sposi: G. SARO, Le sens politique des Promessi Sposi, in AA.VV., Idologie et politique, Abbeville Cedex 1978, pp. 9-60; C. AMBROISE, Lideologie antiurbaine des Promessi Sposi, in AA.VV., Atti del Centro ricerche e documenti sullattivit classica, Milano 1978, pp. 355-61; M. GOLO STONE, Contro la modernit e la cultura borghese: I promessi sposi e lascesa del romanzo italiano, in
Modern Language Notes, CVII (1992), I, pp. 112-31.
Tre recenti letture complessive del romanzo: S. PAUTASSO, I Promessi Sposi. Appunti e ipotesi di lettura, Milano 1988; V. SPINAZZOLA, Il libro per tutti.
Saggio su I Promessi Sposi, Roma 1983; E. GRIMALDI, Dentro il romanzo.
Strutture narrative e registri simbolici tra il Fermo e Lucia e I Promessi Sposi,
Messina 1992. Analisi di singoli capitoli in AA.VV., Letture manzoniane 1987, Milano 1988.
Sulle procedure descrittive e sui tempi della narrazione: S. B. CHANDLER,
Point of view in the descriptions of I Promessi Sposi, in Italica, XLIII (1966),
4, pp. 387-403; R. H. LANSING, Stylistic and structural duality in Manzonis I
Promessi Sposi, ibid., LIII (1976),3, pp. 347-61; G. LANYI, Plot-Time and
rhythm in Manzonis I Promessi sposi, in Modern Language Notes, XCIIII
(1978), I, pp. 36-51; S. AGOSTI, Enunciazione e punto di vista nei Promessi Sposi (1989), in ID., Critica della testualit, Bologna 1994, pp. 23-37; G. GNTERT, Descrizione e racconto nei Promessi Sposi, in Romanische Forschungen, CIV (1992), pp. 313-40.
Sulla struttura del romanzo: F. CHIAPPELLI, Un centro di smistamento della struttura narrativa dei Promessi Sposi, in Lettere italiane, XX (1968), 3, pp.
333-50; I. CALVINO, I Promessi Sposi: il romanzo dei rapporti di forza (1973),
in ID., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e societ, Torino 1980, pp. 267-78;
M. G. MARTIN-GISTUCCI, Alessandro Manzoni et la fable innocente des
Fiancs, in Revue des tudes italiennes, XXII (1976), 1-2, pp. 341-57; F. FIDO, Per una descrizione dei Promessi sposi: il sistema dei personaggi, in ID., Le
Metamorfosi del Centauro. Studi e letture da Boccaccio a Pirandello, Roma 1977,
pp. 225-63; D. DELCORNO BRANCA, Strutture narrative manzoniane, in Lettere italiane, XXXII (1980), 1, pp. 314-50; M. BARATTO, Struttura narrativa e
messaggio ideologico nei Promessi Sposi (1982), in Chroniques italiennes, III
(1987), 2, pp. 77-100.
Sui personaggi: D. DE ROBERTIS, Il personaggio e il suo autore, in Rivista
di letteratura italiana, VI (1988), 1, pp. 71-99; F. PETRONI, Lideologia e il si-

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stema dei personaggi nel Fermo e Lucia e nei Promessi Sposi, in Allegoria,
nuova serie, V (1993),13, pp. 51-70; A. MARTINI, La figura manzoniana del cardinal Federigo tra storia e invenzione, in Forme e vicende. Per Giovanni Pozzi, a
cura di O. Besomi, G. Gianella, A. Martini e G. Pedrojetta, Padova 1988, pp.
513-535 (cfr. V. R. JONES, I Promessi Sposi: the sources of literacy, in Rivista
di letteratura italiana, III (1985), 2-3, pp. 335-63; e G. BELLINI, Intertestualit
manzoniane, in Mappe e letture. Studi in onore di Ezio Raimondi, a cura di A. Battistini, Bologna 1994, pp. 263-74); G. FICARA, Renzo, lallievo delle Muse, in
Lettere italiane, XXIX (1977), 1, pp. 36-58; M. BARENGHI, cognome e nome:
Tramaglino Renzo. Osservazioni sullonomastica manzoniana (1985), in ID., Ragionare alla Carlona. Studi sui Promessi Sposi, Milano 1994, pp. 57-72; D. DE
ROBERTIS, La favola di Renzo (Promessi sposi, XVII), in Cenobio, nuova
serie, (1986), 4, pp. 331-56; V. R. JONES, Towards a reconstruction of Manzonis
Lucias, in The Italianist, VII (1987) (Women and Italy), pp. 36-44; A. PALLOTTA, Fra Cristoforo and don Rodrigo: the words that wound, in Italica, LXVII (1990), 3, pp. 335-52; F. SUITNER, Manzoni, don Ferrante il magnifico signor
Lucio, in AA.VV., Miscellanea di studi in onore di Marco Pecoraro, I, a cura di B.
M. Da Rif e C. Griggio, Firenze 1991, pp. 361-92; M. PASTORE STOCCHI,
Agnese, la lontananza e il turcimanno, in Lettere italiane, XXVI (1974), I, pp.
26-45; J. GATT-RUTTER, When the killing had to stop: Manzonis paradigm of christian conversion, in The Italianist, X (1990), pp. 7-40; P. GIBELLINI, Le piccole donne dei Promessi Sposi, in Otto-Novecento, XVI (1992), 6, pp. 25-36.
Sullonomastica cfr. A. PERELLI, Prudenzio, la madre di Cecilia e altra onomastica manzoniana, in Critica letteraria, XVII (1989), 1, pp. 33-40.
Sulla Provvidenza e sul finale del romanzo cfr. E. NEF, Caso e Provvidenza
nei Promessi Sposi, in Modern Language Notes, LXXXV (1970), 1, pp. 1323; S. B. CHANDLER, Rassegna sul lieto fine ne I Promessi Sposi, in Critica letteraria, VIII (1980), 3, pp. 581-97.
Accenni sulla fortuna allestero dei Promessi sposi in A. DI BENEDETTO,
Manzoni europeo, in ID., Dante e Manzoni, Salerno 1987, pp. 125-33. Manzoni visto dagli scrittori, in G. CATTANEO, Quel cielo di Lombardia: il lettore curioso.
Figure e testi della letteratura italiana, Firenze 1992, pp. 97-131. Per un Manzoni
in filigrana cfr. V. R. JONES, Intertextual patterns: I Promessi Sposi, in La chimera, in Italian Studies, XLVII (1992), pp. 51-67.
Il romanzo manzoniano ha fatto agire il Seicento attraverso la biblioteca di
don Ferrante. Su di essa, sulla sua sorte, si interrogato lo scrittore, alla fine del
cap. XXXVII: E quella sua famosa libreria? La risposta, che egli stesso si da-

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ta, dubitativa: forse ancora dispersa su per i muriccioli.


Senzaltro muricciolai, i libri di don Ferrante erano stati invece ricomprati dai
bouquinistes e ricomposti in non meno precaria biblioteca su una nave che un capitano olandese guidava verso le Isole di Salomone. Se ne era incaricato il padre
gesuita Caspar Wanderdrossel del romanzo Lisola del giorno prima di Umberto
Eco (Milano 1994, cap. XXI, p. 230): Padre Caspar si era portato appresso alcuni buoni libri... e aveva raccontato un giorno al capitano che li aveva avuti per un
nonnulla, e proprio a Milano: dopo la peste, sui muriccioli lungo i Navigli era stata messa in vendita lintera biblioteca di un signore immaturamente scomparso
[...]. Per il capitano era evidente che i libri appartenuti a un appestato, erano gli
agenti del contagio [...]. Il capitano non aveva voluto sentir ragioni, e la piccola e
bella biblioteca di padre Caspar era finita trasportata dalle correnti.
Da questultima dispersione, la libreria (appestata) stata infine salvata da
Umberto Eco, che i capitoli del suo romanzo (che anche un omaggio a Manzoni, con i suoi dilavati e graffiati autografi, con le sue Heroiche Imprese e con
il suo castelletto o castellaccio) ha concepito come esercizi di maniera sui libri di una donferrantesca et bizzarra: dal Serraglio degli stupori del Garzoni,
alla Dissimulazione onesta dellAccetto, al Cunto de li cunti del Basile, al Cannocchiale aristotelico del Tesauro, ecc. Attraverso Manzoni, e con Manzoni, Eco ha
salvato il Seicento dal naufragio bibliografico: romanzescamente.

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