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Il canto primo dell'Inferno di Dante Alighieri funge da introduzione all'intero poema, e si svolge nella selva e poi sul pendio

che conduce al colle; siamo nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1300, o secondo altri commentatori tra il 24 e il 25 marzo 1300 (in ogni modo il giorno dell'Incarnazione). Qui Dante incontra Virgilio, che lo accompagner nella visita dell'Inferno, prima tappa della sua purificazione dal peccato. Sintesi La prima pagina dell'Inferno in un manoscritto miniato la primavera del 1300, l'anno del primo giubileo; Dante ha trentacinque anni (<<nel mezzo>>, a met della sua vita, in quanto per Dante la vita media dell'uomo era di 70 anni, cos espresso nel Convivio), quando si ritrova, avendo smarrito la "giusta via"(diritta via),in una selva oscura, allegoria della perdizione e dell'errore. Pi egli si incamminava pi, questa via, si rendeva cupa e buia da suscitare sgomento. Ad un certo punto, essendo sera, egli si rese conto che ormai si era perso e non c'era pi scampo di poter uscire, tant' che "il lago nel cor" si riferisce alla parte concava del cuore in cui ristagna molto sangue e secondo Boccaccio risiedono gli spiriti vitali, decise di trascorrere la notte l. Al risveglio, Dante vide che a svegliarlo furono i raggi del sole, che rappresentano seppur allegoricamente la presenza di Dio nella Commedia, che sprofondavano fin l, grazie ad alcuni solchi che formavano le foglie. Allora grazie al coraggio che gli emetteva la luce, gli dava forza ed energia, decise di continuare ad esplorare. Ha appena iniziato la salita del colle (che sembrava che la notte avesse sorvegliato Dante), quando tre fiere (una lonza dal mantello variegato, un leone con la testa alta e con rabbiosa fame e una lupa che, per la sua magrezza, sembrava piena di ogni brama) impediscono il suo cammino a tal punto che, perduta la speranza di raggiungere la vetta, il poeta risospinto nella valle della perdizione. All'improvviso per, scorge una figura, alla quale chiede se sia un uomo in carne ed ossa o uno spirito. Ad essa, con animo accorato, chiede aiuto: l'anima di Virgilio, che prima gli rivela che Cristo interverr per salvare gli uomini, mandando sulla terra un veltro che ricaccer la lupa nell'inferno, poi aggiunge che possibile salvarsi da quelle tre belve, ma a condizione che egli visiti l'inferno, regno della perdizione, il purgatorio, regno della penitenza, e il paradiso, regno della beatitudine e sede di Dio. Questa l'unica via di salvezza, dice Virgilio, e Dante la percorrer sotto la sua guida nell'inferno e nel purgatorio, sotto la guida di Beatrice nel paradiso. Analisi del canto La selva - vv. 1-12 Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ch la diritta via era smarrita. Nel primo verso della Divina Commedia Dante pone l'accento subito su come la sua sia un'esperienza collettiva, usando l'aggettivo nostra invece di mia; per lui la met della vita di un individuo sono i trentacinque anni, poich riteneva l'et media di un uomo essere di 70 anni (lo scrisse nel Convivio, IV 23, 6-10, a sua volta citando dal Libro dei Salmi), ed essendo egli nato nel 1265 si pu gi capire come ci si trovi nell'anno 1300, un anno altamente simbolico, nel quale si svolse il primo giubileo; inoltre la parola cammin introduce gi il tema del viaggio che il poema tratta. Alcuni critici hanno avanzato un'avvalorata teoria riguardo al valore dell'aggettivo "nostra", che sarebbe da attribuire alla volont di Dante di infilare nei versi della Commedia la maggiore quantit di nozioni culturali possibile: l'aggettivo, infatti, potrebbe essere riferito alla cosiddetta "teoria del grande anno stoico". Questa teoria fu naturalmente argomentata dagli stoici in epoca antica: secondo loro, la durata della vita del mondo di 13000 anni, all'inizio dei quali i pianeti (ovviamente nella toeria geocentrica) erano tutti perfettamente allineati; secondo questa teoria, di conseguenza, nel momento in cui, 13000 anni pi tardi sarebbe accaduto ancora, il mondo sarebbe stato vittima di un grande incendio da cui poi si sarebbe rigenerata una nuova terra popolata da una nuova umanit. la teoria degli stoicisti, quindi, pone Dante nel momento preciso dell'anno a met di 13000, perci possiamo affermare che il 1300 , per gli stoicisti, il 6500 anno dalla creazione del mondo. Possiamo affermare questa teoria escatologica sulla base di alcuni complicati calcoli che possiamo svolgere all'interno della Commedia. Stando a questi calcoli, e alla teoria stoica in s e per s, l'allineamento dei pianeti sarebbe dovuto avvenire l'8 giugno 2007. Non c' stato nessun incendio rigeneratore ed escatologico, ma la presenza di una teoria proveniente dalla filosofia stoica nella Divina Commedia affascinante e davvero fondatissima, nonostante l'ipotesi pi accreditata continui ad essere quella del Dante trentacinquenne che, dopo la morte di Beatrice, si trova in una selva fatta non solo di peccato e perdizione, ma anche di grande e terribile dolore. L'azione inizia in medias res. Ci permette a Dante di evitare alcuni punti "scomodi" della narrazione, durante i quali finge di non ricordare le cose, sviene o comunque assente a livello intellettivo, anche se fisicamente c' sempre. Il poeta si perso in una selva oscura, secondo un senso allegorico un momento difficile della vita del poeta e pi in generale la cosiddetta selva del peccato o dell'errore. Come noto cronotopo, la selva oscura rappresenta la perdizione e l'errore nella Commedia analogamente a quanto avviene nella favolistica popolare. La diritta via invece rappresenta chiaramente la rettitudine, e quindi il cronotopo opposto, (opposto di "devianza") morale, spirituale, eccetera.

Inferno - Canto primo

E che dolore, che paura, per il Dante-narratore (nel flash-back con il quale raccontato tutto il poema) ricordare la "durezza" delle selva selvaggia, intricata e difficile. Questa selva (ovvero il peccato) era cos amara che la morte una cosa appena peggiore (intesa come la dannazione), ma per poter parlare del bene che il poeta vi incontr egli si appresta di buon grado a rivivere quell'esperienza: il concetto di commedia stessa, che da un inizio duro e difficile si coroner con un lieto fine. Dante non ricorda bene come ha fatto a smarrirsi, a causa di un torpore dei sensi che gli fece perdere la verace via (anche qui chiaro il senso allegorico sotto al mero avvenimento). Il colle illuminato dal sole - versi 13-30 [modifica] A un certo punto Dante arriva ai piedi di un colle (o dilettoso monte al v. 77) dove termina la selva (la valle), dietro il quale sta sorgendo il sole e che calma un po' la sua inquietudine. La luce simboleggia la Grazia divina, che illumina il cammino umano, quindi il colle una via di salvezza, da alcuni interpretato come la felicit terrena alla quale ogni uomo tende naturalmente. Dante crede di poter raggiungere il colle con le sue forze e inizia a passare quella paura che gli aveva colmato il cuore nella notte passata con tanta pieta, con tanto dolore. La prima similitudine del poema proprio dedicata a questo senso di sollievo: come colui che scampato da annegamento arriva con fatica alla riva marina e si guarda indietro per rivedere quell'acqua perigliosa, cos Dante si gira per vedere quel passaggio che non lasci gi mai persona viva. Quest'ultimo passaggio un po' oscuro perch ambiguo se il soggetto sia il passo o la persona, e in ogni caso vuol dire che nessuno immune dal peccato o che nessuno pu uscirne senza la luce della Grazia divina. Dante si riposa un attimo e riparte, in salita (con una perifrasi, s che'l pi fermo sempre era 'l pi basso, ossia in modo che il piede perno fosse pi in basso rispetto a quello che avanza nel passo). Le tre fiere - versi 31-60 Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto (I, vv. 31-34). La salita appena iniziata quando appare una lonza leggera e molto veloce (presta), coperta da una pelliccia maculata (una specie di leopardo o di lince), che non si vuole togliere di davanti a Dante, anzi lo ricaccia indietro (fui per ritornar pi volte vlto, con paronomasia indicante l'esitazione, tramite balbettamento simulato, di Dante spaventato). La lonza, cos come gli altri animali che seguiranno, sono simboli di virt o debolezze specifici, secondo le indicazioni dei bestiari medievali, e in questo caso gli antichi commentatori sono tutti concordi nell'indicarla come simbolo di lussuria (sta ad indicare Firenze). Dante non dice se questa lonza si avvicini o scappi, ma inserisce uno stacco sull'ora: il tempo del mattino nel quale il sole saliva con quelle stelle (quella costellazione) che erano con lui al momento della Creazione: la prima costellazione dello zodiaco l'Ariete, quindi era un tempo vicino all'equinozio di primavera, momento propizio dell'anno che fa sperare a Dante di poter evitare quella fiera a la gaetta pelle, cio maculata. Ma la speranza subito cancellata dall'apparizione di un leone, che pare andare incontro a Dante con la testa alta e con rabbiosa fame, di tale impeto che pareva che l'aria ne tremesse. Il leone viene indicato come simbolo di superbia (indica l'impero). Subito appare anche una lupa, carica dei segni del corpo e nella magrezza di tutta la sua bramosia. Essa avrebbe secondo Dante reso infelice la vita di molte altre genti e gli si avvicina con aspetto talmente spaventoso che Dante perde tutta la speranza di raggiungere il colle. La lupa la bestia pi pericolosa ed indicata come simbolo di avidit (la Chiesa, che vuole sempre di pi) - (e non, come erronea credenza, di avarizia; infatti, l'avarizia indica la tendenza a tenere per s e non donare ci che gi si possiede; l'avidit, o cupidigia o bramosia, indica la volont di possedere un bene in quantit sempre maggiore): l'attaccamento a questi beni il pi radicato nell'uomo e il pi difficile da superare. Infatti Dante, come un avaro o un giocatore d'azzardo che tutto acquista finch non perde tutto, si sente adesso triste e sconfortato, per via della bestia senza pace, cio implacabile. La lupa si avvicina a poco a poco e respinge Dante dove 'l sol tace, cio nella selva del peccato. Altri indicano le tre bestie anche come simboli delle tre categorie di peccati che corrispondono alle zone dell'Inferno: incontinenza (lonza), violenza (leone) e frode (lupa). Altri ancora ne fanno un'interpretazione politica dei poteri deviati che reggevano l'Italia medievale: la lupa come la Roma papale (si pensi alla lupa capitolina), il leone come l'Impero e la lonza come i principi feudatari. Tuttavia, delle tre fiere, la lupa quella che ha suscitato pi problemi di interpretazione: se alcuni, come Singleton, la associano alla frode, altri grandi commentatori danteschi, come Gorni, la identificano come l'invidia. Mentre Dante non solo torna indietro, ma rovina cio precipita ripiombando nella selva peccaminosa, improvvisa ecco un'altra apparizione dal nulla di questo canto: qualcuno, che sembra fioco per essere stato a lungo in silenzio (chi per lungo silenzio parea fioco, con ossimoro, si vedr presto che rappresenta la Ragione a lungo sopita), si manifesta davanti agli occhi di Dante e il poeta si rivolge a lui impaurito chiedendogli misericordia, sia che sia ombra, cio anima trapassata, od omo certo, cio vivo. Subito la figura risponde: (parafrasi) "Non sono un uomo, ma uomo fui"; e come per presentare un biglietto da visita specifica che i suoi genitori furono lombardi, anzi mantovani entrambi; e che nacque sub Iulio, cio al tempo di Giulio Cesare, anche se non lo vide (ancor che fosse tardi), e visse sotto il buon Augusto al tempo degli dei falsi e bugiardi, cio del paganesimo. "Poeta fui e cantai del valente figlio

di Anchise che venne da Troia dopo che la superba Ilion (altro nome di Troia) venne incendiata": sta parlando di Enea e dell'Eneide. Da notare un "anacronismo" da parte di Dante: al tempo in cui visse Virgilio, la Lombardia non aveva ancora questo nome in quanto esso deriva dalla popolazione barbara dei Longobardi; e quindi lo stesso Virgilio non dovrebbe dire che i suoi genitori "furono lombardi". Poi fa una domanda direttamente a Dante: "Ma tu perch ritorni a tanta noia? (inteso come dolore, angoscia) / perch non sali il dilettoso monte / ch' principio e cagion di tutta gioia?". Dante ha riconosciuto il suo maestro e lo chiama per nome, vergognandosi un po' per la sua importanza: (parafrasi) "Sei tu quel Virgilio e quella la fonte di tanto parlare come un fiume? Tu che sei l'onore e il lume degli altri poeti, fa' che mi valga il grande studio e amore che ho avuto per la tua opera: tu sei il mio maestro e il mio autore (autorit), sei l'unico dal quale presi quel bello stile (poetico) che mi ha reso onore." Dopo essersi raccomandato cos animatamente allora Dante gli chiede quale famoso saggio, se lo pu aiutare con quella bestia che lo ha fatto tornare indietro e che gli fa tremare le vene e i polsi. Virgilio allora indica a Dante, che ha iniziato a piangere, come a lui convenga iniziare un altro viaggio per uscire da questo luogo, perch la lupa non lascia passare nessuno ma anzi arriva a uccidere chi tenta di passare a causa della sua natura malvagia: essa non soddisfa mai la sua bramosa voglia, anzi dopo aver mangiato pi affamata di prima e si accoppia con molti altri animali (con molti altri vizi). Il fatto che Dante chiami quest'animale lupa e non lupo potrebbe essere indice di come egli volesse forse alludere anche alla lupa capitolina, cio a Roma, sede del papato corrotto. Dante sceglie come sua guida Virgilio in primis perch quest'ultimo nella quarta bucolica aveva cantato la nascita di un puer che avrebbe riportato nel mondo l'et dell'oro (nel medioevo si credeva che Virgilio fosse uno spirito porofetico proprio perch secondo gli uomini del medioevo egli aveva profetizzato la nascita di Cristo, in realt il poeta romano parlava del figlio di Asinio Polline), inoltre Virgilio aveva cantato l'impero di Augusto, e Dante deplorava il fatto che in Italia non vi fosse un imperatore, ed aveva cantato la discesa di Enea negli inferi e quindi sarebbe stato un ottimo maestro nel viaggio nei regni ultraterreni. Profezia del veltro - vv.100-111 Stava dicendo Virgilio quindi che la lupa vivr indisturbata finch 'l veltro / verr, che la far morir con doglia. Il veltro, nel linguaggio tecnico dell'arte venatoria, un termine che indica il cane da caccia (si confronti l'uso per esempio in Inferno, XIII v. 126): quindi Dante resta nell'allegoria animalesca e spiega che un cane da caccia far finalmente morire dolorosamente questa lupa dell'avidit, cacciandola (terzina ai vv. 109-111) di citt in citt (villa qui un francesismo), finch non l'avr rimessa ne lo 'nferno da dove il primo invidioso (Lucifero, l'angelo ribelle) la fece uscire. Su chi o cosa simbolaggiasse questo veltro nessuno ha potuto ancora dare una spiegazione sicura e univoca e di fatto ci resta uno dei pi celebri enigmi del poema. Due terzine descrivono questo veltro come salvatore che non sar cibato n dalle terre n dal denaro (peltro, inteso come metallo), ma da sapienza, amore e virt; la sua nazione sar tra feltro e feltro; e sar la salvezza di quell'umile Italia per la quale morirono di ferite la vergine Camilla, Turno, Eurialo e Niso. A parte gli ultimi due versi che citano l'Eneide, il significato degli attributi del veltro non chiaro: il cibo del veltro sono le virt spirituali che richiamano la Trinit e che potrebbero riferirsi o a un personaggio in particolare sia laico che religioso, o a un'entit presente o futura; la sua nascita sar tra feltro e feltro cio tra panni umili o tra tonache monastiche, o tra il feltro che si usava per foderare le urne per le elezioni dei magistrati? Oppure in senso geografico tra Feltre e Montefeltro, alludendo magari a Cangrande della Scala i cui territori si estendevano pressappoco tra quelle due localit? O Arrigo VII? O Uguccione della Faggiuola? O il ritorno di Cristo? La questione probabilmente non verr mai svelata perch Dante qui usa un linguaggio particolarmente sibillino anche perch tra le tante profezie della Commedia questa l'unica profezia "vera", che non consistesse cio in un fatto gi avveratosi all'epoca quando Dante scrisse il testo. Il viaggio nell'oltretomba - vv. 112-135 Continuando nella risposta di Virgilio alle questioni di Dante, il poeta latino a questo punto consiglia a Dante di seguirlo in un viaggio da lui guidato, attraverso il loco etterno (il regno dell'oltretomba, dove tutto eterno, a differenza della fugacit del mondo dei vivi): nell'Inferno udir le disperate grida e vedr gli spiriti dolenti che invocano la seconda morte (l'annichilimento totale per fermare le loro sofferenze); nel Purgatorio vedr coloro che sono contenti nei loro supplizi perch hanno la speranza di ascendere alle beate genti; nel Paradiso, se ci vorr salire, ci sar un'anima pi degna di lui ad accompagnarlo, poich l'imperatore dei cieli (Dio) non vuole che Virgilio vada per la sua citt perch egli non cristiano quindi fu ribelle alla sua legge. Dio infatti, prosegue Virgilio, impera dappertutto (nel linguaggio giuridico "ha giurisdizione") ma regge ("regna direttamente") in Paradiso e beato chi eletto ad andarvi. Dante risponde che d'accordo per la descrizione data di Dio (io ti riecheggio) e per sfuggire al male della selva o al peggio della dannazione egli accetta di compiere il viaggio-pellegrinaggio, a vedere la porta di San Pietro come coloro che Virgilio dipinge cos mestamente, cio i dannati. Allora Virgilio parte e Dante gli "tiene dietro", cio lo segue in fila.

Inferno - Canto quinto


Il canto quinto dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo cerchio, ove sono puniti i lussuriosi; siamo nella notte tra l'8 e il 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori tra il 25 e il 26 marzo 1300 (Venerd Santo). Incipit

Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di pi famosi gentili uomini.

Analisi del canto Il canto si presenta unitario e compatto, nello sviluppo completo del proprio argomento: descrive infatti il secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi, dal momento in cui Dante e Virgilio vi scendono, al loro congedo dal mondo delle anime. Il secondo cerchio, Minosse - versi 1-24 Dante e Virgilio giungono nel secondo cerchio, pi stretto (dopotutto l'Inferno come un imbuto con cerchi concentrici), ma molto pi doloroso, tanto che i dannati sono spinti a lamentarsi. Qui sta Minosse orribilmente e ringhia di rabbia: egli il giudice infernale (da Omero in poi), che giudica i dannati che gli si parano davanti, attorcigliando la sua coda attorno al corpo tante volte quanti sono i cerchi che i dannati dovranno scendere per ricevere la loro punizione ( ambiguo se la coda sia lunga da essere attorcigliata in tanti giri quanti il "girone" o se sia corta quindi piegata pi volte). Quando i dannati gli si parano davanti infatti confessano tutte le loro colpe e Minosse decide, quale gran conoscitor de le peccata. Minosse vedendo Dante interrompe il suo ufficio e lo avverte di guardarsi da come entra nell'Inferno e da chi lo guida, che non lo inganni l'ampiezza della porta infernale (come a voler dire che entrarvi facile ma uscirne no). Virgilio allora prende subito la parola e, come aveva gi fatto con Caronte, lo ammonisce a non ostacolare un viaggio voluto dal Cielo, usando le stesse identiche parole: Vuolsi cos col dove si puote / ci che si vuole e pi non dimandare. Minosse, che sebbene abbia i tratti grotteschi di un mostro ha nelle sue parole un atteggiamento regale e solenne, sparisce dalla scena senza alcun accenno da parte del poeta. Minosse inoltre considerato un puro servitore della volont divina. I lussuriosi - vv. 25-72 Oltrepassato Minosse, Dante si trova per la prima volta a contatto con dei veri dannati puniti nel loro girone: Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire; or son venuto l dove molto pianto mi percuote. In questo luogo buio, dove riecheggiano i pianti, si sente muggire il vento come quando in mare scatta una bufera, per via dei venti contrari che si incrociano; ma questa tempesta infernale non si arresta mai e sbatte gli spiriti con la sua violenza, in particolare quando essi passano davanti a una ruina aumentano le strida, il compianto, il lamento e le bestemmie. Cosa sia di preciso questa ruina non chiaro, se la spaccatura dalla quale esce la tempesta o una di quelle frane prodotte dal terremoto dopo la morte di Cristo (cfr. Inf. XII, 32 e Inf. XXIII, 137), o forse il luogo dove i dannati discendono per la prima volta nel girone dopo la condanna di Minosse. Dante in questo caso capisce al volo chi siano i dannati qui puniti: i peccator carnali / che la ragion sommettono al talento, cio i lussuriosi che hanno fatto prevalere l'istinto sulla ragione. Seguono due similitudini legate al mondo degli uccelli: gli spiriti (che sono sbattuti dal vento di qua, di l, di gi, di s e che spererebbero almeno in un allevio della pena) sembrano gli stormi disordinati ma compatti di uccelli quando fa freddo (durante la migrazione invernale); oppure come le gru che volano in fila, in particolare un gruppo di dannati dei quali Dante chiede spiegazione a Virgilio. Egli lo accontenta e inizia ad elencare le anime di coloro che hanno la particolarit di essere tutti morti per amore: 1. Semiramide, che fece una legge per permettere a tutti la libido nel suo paese e quindi non essere biasimata nella sua condotta libertina; anche indicata come moglie e successore di Nino, che regn nella terra che oggi governa il Sultano, cio Babilonia, anche se ai tempi di Dante il sultano regnava su Babilonia d'Egitto. 2. Didone, personaggio virgiliano, che il maestro ha la delicatezza di non citare per nome, ma che indica come colei che ruppe fede al giuramento sulle ceneri di Sicheo e che si uccise per amore (di Enea) 3. Cleopatra lussurosa 4. Elena di Troia, per la quale tanto male nacque 5. Achille, il grande Achille, che combatt per amore (nelle redazioni medievali si narrava che si fosse innamorato follemente di Polissena, figlia di Priamo, e per questo amore si fosse lasciato trarre in un agguato dove fu ucciso a tradimento

Dopo aver sentito queste e molte altre anime di antiche eroine e cavalieri (in senso lato, secondo l'accezione medievale, come personaggi mitici e importanti in genere); al sentire nominare nomi cos famosi Dante al colmo della misericordia e quasi sviene. Paolo e Francesca - vv 73-142 L'attenzione di Dante viene attirata da due anime che al contrario delle altre volano unite l'una all'altra e sembrano leggre nel vento, quindi chiede a Virgilio di poter parlare con loro, che acconsente a chieder loro di fermarsi quando il vento le porter pi vicine. Dante allora si rivolge a loro: "O anime affannate, / venite a noi parlar, s'altri (cio Dio) nol niega!". Allora esse uscirono dalla schiera dei morti per amore (dov'era Didone) come le colombe che si alzano insieme per volare al nido. Le anime giungono cos dal cielo infernale, grazie alla richiesta pietosa del Poeta. Parla la donna: (parafrasi) "Oh persona gentile e buona che visiti nell'oscuro inferno le anime di noi che tingemmo la terra di rosso sangue, se Dio fosse nostro amico, noi lo pregheremmo raccomandandoti a lui, perch hai avuto piet di noi peccatori perversi. Dicci cosa vuoi sapere e noi parleremo con te, finch il vento ci fa qui riposare. La citt dove nacqui si trova dove il Po trova la pace, sfociando nel mare coi suoi affluenti (Ravenna). L'amore che attecchisce velocemente nei cuori gentili [1] fece invaghire lui (Paolo) della mia bella presenza, che oggi non ho pi; il modo mi offende ancora" (verso ambiguo: Francesca intendeva che ancora soggiogata dall'intensit (dal modo) dell'amore di Paolo, oppure che il modo in cui le fu tolta la sua bella persona (cio il suo corpo) la urta ancora, alludendo all'omicidio? Per parallelismo con la terzina successiva in genere si preferisce la prima interpretazione): "Amor, che a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer s forte...". Dunque, l'amore non esonera nessuna persona amata dall'amare a sua volta. Dante qui richiama esplicitamente la teologia cristiana secondo la quale tutto l'amore che ciascuno dona agli altri, torner indietro parimenti, anche se non nello stesso tempo o forma. Infine Francesca rappresenta un'eroina romantica, infatti in lei abbiamo la contraddizione tra ideale e realt: lei realizza il suo sogno, ma riceve la massima punizione Queste furono le parole che essi dissero (sebbene parli solo Francesca). Dante china il viso pensoso, finch Virgilio lo sprona chiedendogli "A che pensi?" Dante non d una vera e propria risposta ma sembra proseguire ad alta voce i pensieri: (parafrasi) "Che bei pensieri amorosi, quanto desiderio reciproco port queste anime alla dannazione!". Poi, rivolgendosi di nuovo a loro: "Francesca, le tue pene mi fanno diventare triste e pio, al punto di aver voglia di piangere. Ma dimmi, con quali fatti e come avete fatto a passare dai dolci sospiri alla passione, che porta tanti dubbi di essere corrisposti." Ed essa rispose: (parafrasi) "Niente peggiore per me che ricordare i tempi felici ora che sono in questa misera condizione, e lo sa bene il tuo dottore. Ma se proprio vuoi sapere l'origine del nostro amore, ti racconter tra le lacrime ("come colui che piange e dice"). Un giorno stavamo leggendo per passatempo dell'amore di Lancillotto. Eravamo soli e non sospettavamo niente. Pi volte quella lettura ci spinse a guardarci e ci fece sbiancare... ma fu in un punto preciso che vinse la nostra volont: quando leggemmo il bacio tra Lancillotto e Ginevra, Paolo, che da me non verr mai diviso, la bocca mi baci tutto tremante. Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno non andammo pi avanti nella lettura." Mentre uno spirito diceva questo, l'altro piangeva in modo talmente pietoso, che mi sentii morire e caddi per terra come cade un corpo morto. Questi due sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Polenta che furono travolti dalla passione e che vennero sorpresi da Gianciotto Malatesta, rispettivamente fratello e marito dei due, e trucidati. Francesca commossa dalla piet mostrata da Dante gli racconta di quella passione cos forte che li ha uniti sia nella vita che nella morte e del momento in cui i due si resero conto del loro amore reciproco, e durante tutto il racconto Paolo singhiozza. Dante infine vinto dall'emozione perde i sensi e cade a terra. Punti notevoli L'incontro con Paolo e Francesca il primo di tutto il poema nel quale Dante parli con un dannato vero e proprio (escludendo infatti i poeti del Limbo). Inoltre per la prima volta in assoluto viene ricordato un personaggio contemporaneo, conformemente al principio che Dante stesso ricorder in Pd XXVII di ricordare di preferenza le anime di fama note perch pi persuasive per il lettore dell'epoca (fatto senza precedenti nella poesia impegnata e per molto tempo senza seguito, come ebbe modo di far notare Ugo Foscolo). Paolo e Francesca si trovano nella schiera dei "morti per amore", e il loro avvicinarsi descritto da ben tre similitudini che richiamano il volo degli uccelli, riprese in parte dall'Eneide. Tutto l'episodio ha come motivo conduttore quello della piet: la piet affettuosa percepita dai due dannati quando vengono chiamati (tanto da far dire a Francesca un paradossale desiderio di pregare per lui, detto da un'anima infernale), oppure la piet che traspare dalla meditazione che Dante ha dopo la prima confessione di Francesca, quando resta in silenzio, infine il culmine finale quando il poeta cade svenuto (di pietade / io venni men cos com'io morisse). Per questo Dante molto indulgente nella rappresentazione dei due amanti: non vengono descritti con severit intransigente o sprezzante (per esempio come descritta freddamente poco prima Semiramide), ma il poeta mette alcune scusanti al loro peccato, sia pure solo sul piano umano. Francesca appare cos una creatura gentile intesa come di metodi cortesi cio di corte.

Inferno - Canto sesto


Il canto sesto dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel terzo cerchio, ove sono puniti i golosi; siamo nella notte tra l'8 e il 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori tra il 25 e il 26 marzo 1300 (Venerd Santo). In questo canto si affronta un tema politico, come ogni VI canto delle tre cantiche del poema. Incipit Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere pi cose a divenire a la citt di Fiorenza. Analisi del canto I golosi, Cerbero - versi 1-33 Il canto inizia con Dante che si riprende dallo svenimento dopo aver parlato con i due cognati Paolo e Francesca e gi, mentre ancora confuso dalla tristezza e la piet per quegli sventurati, vede nuovi dannati e nuove pene tutto intorno a s. Il terzo cerchio dove egli si trova quello de la piova / etterna, maladetta, fredda e greve, che cade sempre uguale con la stessa intensit; essa composta da grossa grandine mischiata a acqua nera e neve, e si riversa nell'aria tenebrosa: la terra ricevendo questa pioggia puzza e diventa fanghiglia. Qui si trova Cerbero fiera crudele e diversa (strana), che latra con tre teste sulla gente sommersa nella fanghiglia. Anche Cerbero un personaggio dell'Averno di Virgilio (Eneide, libro VI, v.417) e la descrizione di Dante si basa su quella del suo maestro, ma qui la bestia pi mostruosa, per una descrizione tra l'umano e il bestiale e per il fatto che inghiottisce il fango gettato da Virgilio, non una focaccia imbevuta di sonnifero come accadeva nel viaggio di Enea. Esso viene descritto con gli occhi rossi, la barba unta e nera, la pancia gonfia e le mani con unghie (non "zampe e artigli"), con le quali graffia i dannati e li squarta; inoltre con le sue urla gli 'ntrona (li "rintrona", li fa impazzire) cos che essi vorrebbero essere sordi (vv. 32-33). Nella mitologia Cerbero un simbolo di ingordigia (ecco perch lo troviamo in questo canto) e anche di discordia, per le lotte tra le sue diverse teste: non a caso nel canto si parler proprio delle discordie fiorentine. Quando Cerbero vede Dante e Virgilio, apre le bocche e mostra loro le zanne, senza tenere fermo un singolo muscolo. Allora Virgilio distende le mani e getta nelle sue bramose canne (gole, secondo un linguaggio triviale) due pugni pieni di terra, che il cagnaccio si affretta a mangiare, come quei cani che desiderosi del pasto abbaiano e poi si interrompono subito appena lo ottengono. Ciacco - vv. 34-93 Il terzo cerchio, illustrazione del manoscritto della British Library, Priamo della Quercia (XV secolo) Mentre Dante e Virgilio attraversano la massa di fango e anime abbattute ("adonate") dalla pioggia calpestandole (questo uno dei pochi casi nell'Inferno dove le anime sono solo ombre senza corpo, una condizione teoricamente generica ma che all'Inferno Dante spesso non considera, mentre sar frequente nel Purgatorio) una si alza in piedi appena essi le passano davanti. Questi parla a Dante sfidando a riconoscerlo, poich il poeta era vivo prima che il dannato fosse disfatto (cio morto), ma Dante non lo riconosce perch lo stato angoscioso del dannato gli impedisce di ricordarselo. Allora Dante gli chiede chi sia e cosa faccia sotto questa pena, che se ne esistono anche di maggiori, nessuna cos spiacente, sia per chi la subisce che per chi la vede. Allora Ciacco si presenta con il suo nome (o nomignolo? non si sa perch un personaggio che non mai stato identificato esattamente: si pensa che il nome Ciacco, che significa "porco" sia riferito al modo e alla quantit di cibo che assumeva, oppure sia un diminutivo fiorentino di Jacopo), originario della stessa citt di Dante (Firenze), che piena d'invidia s che gi trabocca il sacco; condannato per il peccato della gola, per il quale fiaccato sotto la pioggia, ma non solo, poich tutte le anime attorno stanno l per la stessa pena. E pi non f parola: il tono di questo incontro ben diverso dal precedente con Paolo e Francesca ed caratterizzato dalla grottesca figura di Ciacco a tratti comico (si pensi alla scelta del linguaggio di Dante piuttosto popolaresco, con rime su doppie consonanti poco liriche come -acco, -aggia e -anno) e a tratti inquietante, come dopo le brusche interruzioni del discorso come questa. Spinto da una sua intuizione, il poeta gli chiede una profezia sulla sorte di Firenze (in realt Dante non sapeva fino ad ora che le anime, anche quelle dei dannati, potessero profetizzare il futuro) e, dopo una veloce captatio benevolentiae sulla pietas prova nel vedere la sua pena, pone al dannato tre domande: 1. A cosa arriveranno (verranno) i cittadini della citt divisa (partita, cio divisa in due parti, Firenze)? 2. Perch assalita da tanta discordia? 3. C' qualche giusto? Ciacco risponde allora con precisione fiscale e alle tre domande nello stesso ordine nel quale gli sono state poste:

1. La prima risposta la celebre profezia su Firenze, la prima della Commedia, che tratta delle lotte tra guelfi bianchi e neri tra il 1300 e il 1302: dopo una lunga tenzone (dopo molte lotte) essi verranno al sangue (le zuffe del Calendimaggio 1300, dove uno dei Cerchi venne ferito gravemente in volto) e la parte selvaggia (cio campagnola, i bianchi, perch i capi fazione, i Cerchi, venivano dal contado) caccer l'altra con molta durezza; poi sar questa altra parte a cadere entro tre anni (tre soli) e salir l'altra fazione, grazie alla forza di qualcuno che ora sta in bilico (che test piaggia, Bonifacio VIII nel 1300 ancora neutrale); questa fazione terr superbamente le fronti alte per molto tempo, tenendo l'altra sotto gravi pesi, per quanto essa pianga e si indigni. 2. superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno acceso i cuori (accusa che Dante far ripetere anche a Brunetto Latini, in Inf. XV). 3. Ci sono solo due giusti e nessuno li ascolta: forse pi che a due figure reali si deve pensare all'eco biblico dell'episodio della Genesi dove Abramo cercando di salvare una citt distrutta dalla corruzione fa un patto con Dio, cercando almeno cinquanta uomini "giusti"; alla fine, nonostante lo sconto a dieci, egli non riesce a trovare nessuno tranne Lot e le sue figlie. Il fatto che Ciacco non parli a Dante del suo esilio ha fatto pensare ad alcuni (in particolare al Boccaccio) che queste prime cantiche dell'Inferno fossero state scritte verso il 1301, prima cio che il poeta venisse a sapere della sua condanna. In realt queste intuizioni si basano su indizi molto flebili (lo stesso Ciacco cita avvenimenti del 1302 e dice quanto l'egemonia dei Neri sar lunga), e oggi si propensi a pensare che il poeta volesse semplicemente sviluppare gradualmente il tema politico e quello delle profezie, lasciando per pi tardi il vaticinio del suo esilio, pronunciato da Farinata degli Uberti nel X canto. Dopo queste parole Ciacco torna muto ed Dante che deve sollecitare un'altra richiesta: "Qual la sorte di un gruppo di fiorentini illustri della passata generazione, ch'a ben far puose li 'ngegni? (v. 81), li addolcisce il cielo o li avvelena (attosca) l'inferno? Essi sono Farinata degli Uberti, Arrigo (non pi nominato nella Commedia), Mosca dei Lamberti, Tegghiaio Aldobrandi, Jacopo Rusticucci. Ciacco dice che essi sono tra le anime pi nere e che si trovano nei cerchi inferiori dell'Inferno per diverse colpe. Qui avviene un'altra tappa del processo di conversione del poeta: dopo aver visto che anche gli effetti della poesia amorosa, al quale aveva aderito in giovent, possono portare alla dannazione, con l'episodio di Paolo e Francesca, adesso il poeta scopre che anche il valore politico in vita non garantisce la salvezza divina. Infine Ciacco prega Dante di ricordarlo nel mondo dei vivi, poi si interrompe bruscamente: "pi non ti dico e pi non ti rispondo". Allora storce grottescamente gli occhi, forse per lo sforzo di restare seduto mentre il suo destino lo spinge nuovamente in basso, forse perch riassalito dalla bestialit del suo girone dopo aver conosciuto quei pochi minuti di lucidit che gli erano stati concessi per parlare con Dante; china la testa e sprofonda di nuovo nella fanghiglia, mentre Virgilio assicura che non si alzer mai pi da l fino al Giudizio Universale, quando l'angelica tromba annuncer la nimica podestade, cio Dio, nemico dei dannati. Condizione dei dannati dopo il Giudizio universale - vv. 94-115 Virgilio prosegue dicendo che durante il giorno del Giudizio ogni anima riprender il proprio corpo e udir quel ch'in etterno rimbomba, cio la sua sentenza definitiva di condanna. Nel frattempo, mentre passano nella sozza mistura di anime e fango, Dante prende lo spunto per chiedere se i dannati, dopo la gran sentenza, avranno pene accresciute, minori o tali e quali. Virgilio risponde ma non prima di aver invitato Dante a tornare alla sua scienza, cio a ragionare assennatamente: quando una cosa pi perfetta, perch unione di corpo ed anima, ogni sentimento amplificato e quindi le anime sentiranno maggiormente il bene e cos anche il dolore; e sebbene questa gente maladetta non sar mai in vera perfezion, essa aspetta di miglior grado pi il futuro (il di l) che la loro condizione attuale (di qua). Cos essi girano in tondo lungo il cerchio, parlando di molte altre cose che Dante non riporta ( gi la seconda volta che tace, dopo la conversazione con i quattro grandi poeti nel Limbo). Arrivano cos al punto dove si digrada e qui trovano il guardiano del cerchio successivo: Pluto, il gran nemico. All'interno della Divina Commedia questi passi costituiscono una primizia: questo il primo punto in cui Dante tratta di una questione dottrinale. Prende come riferimento, in questo passo del VI canto della cantica infernale, Aristotele ("tua scienza" = la scienza che tu hai ben studiato, della quale sei a conoscenza) e la stessa dottrina di Tommaso d'Aquino Il contrappasso La pena dei golosi una punizione di contrappasso per analogia generica: in quanto simili a bestie in vita saranno accovacciati per terra come animali, nella loro sporcizia e flagellati dalle intemperie. Essi infatti sono prostrati a terra e la pioggia li fa urlare come cani (come bestie); essi si fanno schermo l'un l'altro (strisciando quindi come vermi) e si rigirano spesso, questi miseri profani. In questo canto il contrappasso, oltre che per analogia, pu essere anche per opposto: come in vita i golosi sono andati alla ricerca delle pi grandi prelibatezze culinarie, cos all'inferno sono costretti a stare sdraiati nel fango sotto una pioggia greve e maleodorante.

Il canto decimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel sesto cerchio, la citt di Dite, ove sono puniti gli eretici; siamo all'alba del 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300 (Sabato Santo). Analisi del canto Gli epicurei - versi 1-21 Nel canto precedente l'arrivo del messo di Dio aveva aperto l'ingresso alla citt di Dite ai due viandanti, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si offriva un immaginario crude al Poeta: una distesa di sepolcri, alcuni di questi dati alle fiamme e dai quali escono orribili lamenti. Dante ha gi intuito che qui vengono puniti coloro "che l'anima col corpo morta fanno." vv.15, cio chi non crede nell'immortalit dell'anima (gli epicurei o gli atei). Anche se Virgilio nel canto precedente aveva parlato di tutte le eresie, qui si incontrano solo eretici epicurei e anche il contrappasso calibrato su di essi: poich non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti; inoltre loro non possono vedere nel presente e nel passato ma vedono soltanto il futuro; questo lo si pu capire pi avanti quando Cavalcante dei Cavalcanti cheder a Dante di suo figlio: Guido Cavalcanti. Essi sono nel regno della morte ed in questo il contrappasso dantesco poich in vita hanno asserito che ove si , la morte non c', e ove c' la morte, noi NON ci siamo. Dante, passando tra le mura di Dite e le tombe scoperchiate domanda: La gente che per li sepolcri giace potrebbesi veder? Gi son levati tutt'i coperchi, e nessun guardia face. Dante generico, ma in realt egli desidera vedere un'anima in particolare, quella di Farinata degli Uberti, come gi espresso a Ciacco nel VI canto. Virgilio coglie al volo l'allusione di Dante, ma intanto gli spiega come questi sepolcri verranno sigillati solo dopo il Giudizio Universale (probabilmente perch sar colmo il numero dei dannati da fare entrare) e dice che questa parte del cimitero dedicata agli epicurei; poi torna sulla domanda di Dante e gli dice che il suo desiderio sar presto esaudito, anche nella parte che non dice (cio di incontrare Farinata). Farinata Degli Umberti Appena terminate le parole del poeta si leva una voce improvvisa che chiede: "O toscano che vai vivo per la citt infuocata e che parli con tono onesto, fermati per piacere in questo luogo, poich il tuo accento fa capire che provieni da quella nobile patria verso la quale io fui forse troppo molesto" (parafrasi vv. 23-27). Dante si gira verso la tomba dalla quale uscito il suono, ma non si allontana da Virgilio, il quale allora lo sprona: Volgiti! Che fai? Vedi l Farinata che s' dritto: de la cintola in s tutto 'l vedrai Appare quindi questo spirito che si erge da una tomba, del quale Dante nota subito la fierezza insita nel dannato: schiena dritta e fronte alta come se avesse un gran disprezzo dell'Inferno ("com'avesse l'inferno a gran dispitto"). L'incontro con un gran personaggio e Virgilio stesso raccomanda a Dante di usare parole "nobili" ("conte"): il dialogo sar infatti uno dei pi teatrali della Divina Commedia. Farinata degli Uberti fu il pi importante capo ghibellino a Firenze nel XIII secolo. Egli sconfisse i guelfi nel 1248 e, dopo la morte di Federico II di Svevia e il ritorno dei guelfi, fu costretto all'esilio. Riparato a Siena con altre famiglie ghibelline riorganizz le forze della propria fazione e, con l'appoggio di truppe di Manfredi di Sicilia, sconfisse duramente le forze guelfe nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260). I capi ghibellini allora si riunirono ad Empoli e venne deciso di radere al suolo Firenze: fu solo la ferma opposizione di Farinata a far bocciare l'iniziativa, cos egli torn trionfale in Firenze, e vi mor nel 1264. Solo due anni dopo, con la Battaglia di Benevento i guelfi si ripresero definitivamente Firenze, cacciando tutte le famiglie ghibelline. Molte rientrarono gradualmente ritrattando il proprio credo politico, ma solo gli Uberti subirono un crudissimo accanimento: condannato come eretico quasi venti anni dopo essere morto, le sue ossa vennero riesumate dalla chiesa di Santa Reparata e gettate in Arno, mentre i suoi beni furono confiscati ai discendenti; due suoi figli vennero decapitati in piazza, un suo cugino venne ucciso a randellate, poi ancora vennero processati altri tre figli, due nipoti, la vedova Adaletta: tutti condannati al rogo. Dante era presente alla riesumazione, che doveva avergli fatto molta impressione. Farinata per Dante invece un magnanimo, uno spirito grande, nonostante i fatti ai quali ha assistito quando aveva sui diciotto anni. Fu solo grazie alla sua elegia di Farinata (pur se comunque dannato all'Inferno) che la sua memoria torn grande come in passato, tanto da venire poi inserito tra i fiorentini illustri, per esempio nel ciclo di affreschi di Andrea del Castagno o nelle statue che ornano il piazzale degli Uffizi. Dante prova grande rispetto per Farinata degli Uberti, anche se Farinata era suo rivale politico, rispetto derivante dal grande amore che Farinata prova per la nobil patria Firenze. Com'avesse l'inferno a gran dispitto, un verso famoso che ci fa capire che Farinata

Inferno - Canto decimo

non soffra per la pena infernale cui sottoposto ma piuttosto per il fatto che i Fiorentini non l'abbiano riconosciuto come unica persona che salv Firenze dalla distruzione. Il ritratto che ne fa Dante orgoglioso e austero, a tratti superbo, anche se qua e l traspaiono i suoi limiti umani, i suoi rimpianti ("forse fui troppo molesto"...). Dante apprezza Farinata perch nel suo lato virtuoso un suo modello: 1. Ha coraggio e coerenza politica; 2. un perseguitato politico come lui; 3. un ghibellino, e Dante si avviciner sempre di pi a questa ideologia, tanto che Ugo Foscolo lo chiam il "ghibellin fuggiasco"; 4. Farinata ama la sua citt prima di tutto e (lo dir poco dopo) fu l'unico che dopo la battaglia di Montaperti si ostin contro la distruzione della citt (anche Dante combattente con Enrico VII di Lussemburgo, da lui chiamato Arrigo, rifiut di prendere le armi contro la sua citt che veniva posta d'assedio). Quello che Dante non condivide tutto sul piano religioso e in parte su quello militare ( come se gli rimproverasse di "aver colorato l'Arbia di rosso", cio di aver fatto un massacro a Montaperti). Comunque il poeta accenna continuamente a particolari fisici di Farinata che contribuiscono a farne anche un ritratto della levatura morale. Il dialogo vero e proprio inizia dal verso 42: Farinata guarda Dante un po' "sdegnoso" perch non lo riconosce (egli era nato un anno dopo la sua morte), e la sua prima domanda proprio: "Chi furono i tuoi antenati?". Dante gli risponde (senza tediare il lettore con la storia degli Alighieri), ed allora Farinata, alzando un po' le sopracciglia risponde che la famiglia di Dante (di guelfi) fu una fiera rivale sua, dei suoi avi e del suo partito ("Fieramente furo avversi / a me e a miei primi e a mia parte", vv. 46-47), ma egli seppe farli espellere per due volte vincendoli (cacciata dei guelfi nel 1251 e nel 1267). Dante riprende subito a botta e risposta: "Se li hai cacciati, essi tornarono entrambe le volte, cosa che i vostri (i ghibellini) non seppero fare" (parafrasi vv. 49-51). Apparizione di Calvalcante de' Cavalcanti - vv. 52-72 Proprio quando Dante chiude la bocca a Farinata ricordandogli che lui e i suoi alleati furono esiliati, compare improvvisamente sulla scena una figura nuova, quella di Cavalcante dei Cavalcanti padre di Guido Cavalcanti, uno dei rappresentanti di maggior spicco del Dolce stil novo e amico intimo di Dante. Egli guelfo, quindi Dante ci tiene a non generalizzare tutti i ghibellini come eretici, come facevano gli inquisitori senza scrupoli in tempo di persecuzione politica. Cavalcante emerge dall'avello unicamente con la testa ("credo che s'era in ginocchio levata" - v. 54 - scrive Dante), al contrario del fiero compagno di supplizio, e si guarda intorno, come per cercare qualcuno, e non trovandolo: piangendo disse: "Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'? E perch non teco?" Cio Cavalcante chiede perch Dante ha avuto il privilegio del viaggio ultraterreno per meriti dell'ingegno e suo figlio Guido no. E Dante risponde nella terzina successiva: E io a lui: "Da me stesso non vegno: colui ch'attende l, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno" Cio dice che non da solo (c' Virgilio) e che comunque Guido sdegn forse una figura, indicata con il pronome "cui" che si riferisce (tesi universalmente riconosciuta dagli studiosi) a Beatrice. Chi intendesse Dante con quel cui non chiaro: la versione pi semplice che volesse dire che Guido non am la ragione, simboleggiata da Virgilio, ma non quadra nel senso generale; potrebbe significare Beatrice, la teologia, la donna che trasmut in "Amor Dei" l'amore che aveva acceso nel giovane Dante, che mosse Virgilio; o potrebbe significare Dio, il quale non mai nominato nell'Inferno, ma vi viene alluso solo con pronomi. Forse la pi coerente quella che indichi Beatrice, poich in giovent sia il poeta che il suo amico Guido erano rimasti affascinati dall'amor che pregnava il dolce stilnovo, ma la morte aveva consacrato Beatrice ad un severo progetto di salvezza per Dante, e l'inattingibile oggetto del desiderio era divenuto strumento operativo della grazia. In questo modo gli itinerari intellettuali dei due amici si erano divaricati irreparabilmente. L'orizzonte speculativo del pensiero di Guido era rimasto improntato all'animismo fisico di Epicuro e all'"Aristotelismo radicale" degli averroisti per i quali l'amore, figlio dei sensi, era fonte di impulsi irrazionali e agonia del desiderio. Ma c' un punto nella risposta di Dante che sbigottisce Cavalcante, cio che il poeta usi un passato remoto "ebbe". Come?

Dicesti elli ebbe? Non viv'elli ancora? Cavalcante pensa che il figlio sia morto (in realt all'epoca del viaggio immaginario, aprile 1300, egli era ancora vivo, sebbene mor alcuni mesi dopo, nell'agosto 1300) e visto che Dante esita nella risposta, ricade supino nel sepolcro e sparisce dalla scena per la disperazione. L'episodio di Cavalcante servito, oltre che per mostrare anche un guelfo tra gli eretici, anche per dare lo spunto alla spiegazione sulle capacit profetiche dei dannati che verranno spiegate pi avanti nel Canto. Ripresa del colloquio con Farinata e sua profezia - vv. 73-93 Nella completa assenza di coralit fra le anime dannate Farinata continua a parlare come se l'apparizione di Cavalcanti non fosse avvenuta, come volendo esprimere la sua superiorit. Quindi Farinata riprende esattamente da dove ha lasciato il discorso: "Se i miei ghibellini hanno imparato male l'arte di ritornare dopo essere cacciati, ci mi tormenta pi di questo letto infernale." Nella terzina successiva esposta la seconda profezia che anticipa l'evento dell'esilio a Dante personaggio, Farinata con i suoi poteri divinatori comuni ad ogni anima dell'eterna prigione, avverte che non saranno passati cinquanta pleniluni che anche l'Alighieri scoprir quanto dura l'arte di tornare in patria. ( "La faccia della regina che qui regge" sta per Proserpina, nel mito antico sposa di Plutone e figura della luna). Dante incassa in silenzio e Farinata nel frattempo prosegue chiedendo perch i fiorentini siano cos duri con gli Uberti, la sua famiglia. Dante risponde che dovuto al massacro di Montaperti, che "fece l'Arbia colorata in rosso" (v. 86). Farinata sospira addolorato, ma spiega che lui non fu l'unico responsabile della battaglia e che ci era causato da uno scopo ben preciso. Per sottolinea come invece lui solo fu il difensore di Firenze dalla distruzione, quando si propose di raderla al suolo dopo la consulta di Empoli tra il re Manfredi di Sicilia e i capi ghibellini. I limiti della preveggenza dei dannati - vv. 94-120 Il colloquio politico tra Dante e Farinata si conclude, ma Dante non riuscito a farsi un'idea completa e precisa di Farinata perch non ha chiaro se egli veda nel presente come vede nel futuro. Ultimo passaggio fondamentale di questo canto quindi dovuto al fatto che pi volte Dante riceve profezie sul suo destino e sull'Italia dai dannati, ma ancora pi spesso si vedr chiedere dalle anime infernali cosa accade nel regno dei vivi. E Farinata cos risponde (vv.100-105):

"Noi veggiam, come quel c'ha mala luce, le cose", disse, "che ne son lontano; cotanto ancor ne splende il sommo duce. Quando s'apprestano o son, tutto vano nostro intelletto; e s'altri non ci apporta, nulla sapem di vostro stato umano."

"Noi, come chi ha la vista difettosa le cose" disse "vediamo finch sono nel futuro; in questo solo ancor risplende in noi la luce di Dio. Quando le cose si avvicinano o si compiono, vano il nostro intelletto; e se altro non ci informa, non sappiamo nulla delle vicende umane."

Dato significativo che la capacit divinatoria dei dannati venga illustrata in questo canto, Farinata conclude il discorso avvertendo che quando sar venuto il regno di Dio, presente, futuro e passato coincideranno e tutta la coscienza dei dannati scomparir all'istante. interessante notare che questa capacit di preveggenza, valida per tutti i dannati (infatti ne danno prova Ciacco, goloso, Farinata, epicureo, e Vanni Fucci, ladro) deriva dal contrappasso di un peccato comune a tutti i dannati: l'aver pensato solo al presente, e mai alla vita nell'oltretomba, futura. Dante, risolta la questione sulla quale si stava scervellando quando Cavalcanti gli chiedeva della sorte del figlio, prega Farinata di avvertire il compagno di avello che Guido, ancora vivo, cammina sulla terra. Virgilio incalza per andare oltre e Dante pu solo fare un'ultima fugace domanda su chi siano gli altri spiriti nel sepolcro di Farinata. Egli risponde che ve ne sono pi di mille, tra i quali Federico II, disincantato Imperatore noto anche tra i guelfi come l'Anticristo, e il Cardinale, cio Ottaviano degli Ubaldini, un uomo di chiesa che nella Chiesa credeva ben poco, secondo i cronisti antichi. Smarrimento di Dante - vv. 121-136 Farinata sparisce e Dante riprende il viaggio con Virgilio, ma turbato dalla profezia che ha sentito. Virgilio chiede spiegazioni e lo consola dicendo che deve s ricordare la profezia, ma quando sar davanti alla dolce luce ("al dolce raggio") di colei che tutto vede, cio di Beatrice, potr sapere tutto il corso della sua vita. I due poeti si allontanano dunque dalle mura e tagliano lungo il cerchio per un sentiero che scende fino all'orlo del cerchio seguente, dal quale si sente gi provenire un forte puzzo.

Il canto tredicesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo cerchio, ove sono puniti i violenti contro s stessi; siamo all'alba del 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300 (Sabato Santo). Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch' nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra s medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo s ma guastando i loro beni. Analisi del canto La selva dei suicidi - versi 1-30 Dante e Virgilio, attraversato il Flegetonte grazie all'aiuto del centauro Nesso, si ritrovano in un bosco tenebroso. Non ci sono sentieri (vedremo poi che ci dovuto alla nascita casuale delle piante e al fatto che il dover farsi strada tra gli sterpi sia parte della pena degli scialacquatori) e Dante evoca il sinistro luogo con una famosa terzina scandita da un'anafora "Non... ma..." Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; non pomi v'eran, ma stecchi con tsco. Non ci sono piante verdi quindi, ma di colore scuro, non rami dritti ma nodosi e contorti, nessun frutto ma solo spine avvelenate. Dante precisa la descrizione con una similitudine: le dimore tra Cecina e Corneto (cio la Maremma) di quelle bestie che odiano i terreni coltivati non sono in confronto cos fitte e con vegetazione tanto aspra. Qui, dice il poeta, le Arpie (le "brutte" Arpie, che cacciarono con presagi funesti i troiani dalla Strofade, da un episodio del III libro dell'Eneide) fanno i loro nidi: esse, descrive il poeta, hanno corpo di uccello e volto umano, ed emettono strani lamenti (fanno lamenti in su li alberi strani vv 15, un iperbato, ovvero la parola a cui si riferisce l'aggettivo viene allontanata dalla parola stessa). La descrizione delle Arpie piuttosto statica ed esse non compiono nessuna azione diretta nel canto: Dante le sente e le vede, ma parla come se ce le stesse descrivendo senza guardare, a prescindere dalla percezione. Virgilio, prima di entrare nel bosco, ricorda a Dante che si tratta del secondo girone del VII cerchio, quello dei violenti contro s stessi, al quale seguir il "sabbione" dei violenti contro Dio e contro natura. Inoltre la guida dice a Dante di guardare bene, che vedr cose a cui non crederebbe se gli venissero raccontate. Infatti Dante nota come si sentano lamenti ovunque senza vedere nessuno, al che pensa che ci siano delle anime nascoste tra la boscaglia. Virgilio gli legge nel pensiero e lo invita a troncare un rametto da una pianta perch la sua idea venga confutata ("li pensier c'hai si faran tutti monchi", v. 30). Inizia al verso 25 lo stile arzigogolato di figure retoriche tipico di questo canto, ispirato allo stile ufficiale delle lettere dei funzionari di Stato come Pier delle Vigne che si incontrer tra breve: "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse". Questa foresta quindi mostruosamente intricata e il poeta si sofferma nel descrivere i dettagli pi angoscianti perch il lettore non immagini il luogo come un ameno boschetto: niente foglie, frutti e fiori, e al posto del cinguettio degli uccelli si sentono solo le grida delle arpie e i lamenti. Non dobbiamo poi immaginare maestosi alberi ad alto fusto, ma sterpi, arbusti nodosi, come ve ne sono in Maremma, alti comunque abbastanza da appendere un corpo umano (come verr detto ai vv. 106-108). la selva dei violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori, come preannunciato nello schema dell'Inferno nell'XI canto. Per Dante la violenza contro se stessi pi grave della violenza contro il prossimo, confermando in pieno la visione teologica di San Tommaso D'Aquino: il comandamento di "amare il prossimo tuo come te stesso" postula prima un amore verso la nostra persona in quanto riflesso della grazia e della grandezza divina. L'arbusto sanguinante - vv. 31-54 Dante "coglie" un ramicello da un grande arbusto e viene sorpreso dal grido "Perch mi schiante?" seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Di nuovo arrivano parole dalla pianta "Perch mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi" (vv. 35-37) cio "perch mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perci la tua mano dovrebbe essere pi clemente". Al che Dante impaurito lascia subito il ramo. Come quando si brucia un legno verde, dal quale esce liquido linfatico da un capo e l'altro cigola soffiando vapore, cos dal punto della frattura "usciva[no]" parole e sangue (Dante usa il verbo al singolare per indicare i due sostantivi, con uno zeugma). Si tratta quindi di uomini trasformati in piante, un decadimento verso una forma di vita inferiore, pena principale dei dannati di questo girone. Essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi e per questo (per contrappasso) non sono degni di avere il loro corpo. Questa situazione paradossale si manifesta anche in maniera pratica nel canto: i due pellegrini non hanno un volto da guardare e in due occasioni essi non capiscono se il dannato ha finito di parlare o stia per continuare, perch non possono vedere l'espressione del suo volto La figura dell'albero sanguinante ripresa dal III canto dell'Eneide, dove si narra dell'episodio di Polidoro: Enea, sbarcato sulle rive del mare di Tracia, vuole preparare un'ara e strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato esce sangue, seguito, dopo alcuni

Inferno Canto Tredicesimo

tentativi, dalle parole di Polidoro, l'ultimogenito di re Priamo, che in segreto lo aveva affidato al re di Tracia affidandogli un'ingente quantit d'oro perch Troia era sotto assedio. Egli si trasformato in pianta dopo essere stato trucidato e crivellato dalle frecce di Polimestore per impadronirsi del suo oro. Polidoro a questo punto invita Enea a lasciare al pi presto quella terra maledetta. Al verso 48 Dante ammette di aver usato come fonte Virgilio, anzi il poeta stesso che dice come quella scena Dante l'abbia veduta gi nella "sua" rima. A questo punto Virgilio dice che se Dante avesse saputo non avrebbe tagliato il ramoscello, ma in verit era necessario che Dante lo recidesse per il processo pedagogico della Commedia, affinch conoscesse la pena di questi dannati e promette che comunque in riparazione del danno, se vorr presentarsi, Dante potr ricordarlo tra i vivi. Pier delle Vigne - vv. 55-78 Il tronco, adescato dalle dolci parole, non pu tacere e spera di non annoiarli se gli "invischier" un po' con i suoi discorsi: si notino due verbi tipicamente mutuati dalla pratica venatoria, passatempo tipico della corte di Federico II del Sacro Romano Impero, come adescare, prendere con l'esca, e invischiare, afferrare con vischio. Il tono della conversazione si alza e diventa ricercato e artificioso, con rime difficili, discorsi intricati e ricchi di figure retoriche come ripetizioni, allitterazioni, metafore, similitudini, ossimori, ecc. L'anima finalmente si presenta: egli colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico II (quella dell'aprire e del chiudere, ovvero del s e del no, immagine presente anche in Isaia a proposito di re Davide), e che le gir aprendo e chiudendo cos soavemente da diventare l'unico partecipe dei segreti del sovrano; comp il suo incarico glorioso con fedelt, perdendo prima il sonno e poi la vita; ma quella meretrice che non manca mai nelle corti imperiali (dall"ospizio di Cesare"), cio l'invidia, mise gli occhi su di lui e infiamm contro di lui tutti gli animi; e questi infiammati infiammarono a loro volta l'Imperatore (si noti la ripetizione di infiamm, 'nfiammati, infiammar), che mut gli onori in lutti. Il suo animo allora, per spirito di sdegno, credendo di sfuggire lo sdegno del sovrano con la morte (disdegnoso/disdegno, altra ripetizione), fece contro di s ingiustizia sebbene fosse nel giusto (ingiusto/giusto, terza ripetizione). Ma giurando sulle nuove radici del suo legno (la sua morte non avvenuta da molto), egli proclama la sua innocenza, e se qualcuno di loro (dei due poeti) tornasse nel mondo dei vivi, il tronco prega di confortare lass la sua memoria, ancora abbattuta del colpo che le diede l'invidia. In tutta questa lunga perifrasi il dannato non ha mai pronunciato il suo nome, ma ha lasciato elementi sufficienti per la sua identificazione: si tratta di Pier delle Vigne, ministro di Federico II che ebbe una brillante carriera nella corte imperiale, almeno fino al culmine nel 1246, quando fu nominato protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia ed era di fatto il consigliere pi potente e vicino al sovrano. Nel 1248, dopo la sconfitta di Vittoria, l'Imperatore cominci a perdere fiducia nel suo consigliere e un anno dopo, forse a causa di un sospetto di complotto, venne arrestato a Cremona e incarcerato a San Miniato al Tedesco (o a Pisa), dove venne accecato con un ferro arroventato; dopodich si suicid pare fracassandosi la testa contro il muro della cella. La sua vicenda atroce dest molto scandalo all'epoca e molte storie circa suoi presunti complotti, spesso frutto di voci non vere. In ogni caso la storiografia moderna ha trovato a suo carico un colloquio sospetto con Papa Innocenzo IV a Lione e alcuni rilevanti abusi di potere. Dante stesso colpito da una forte piet verso il dannato, tanto che non riuscir a porgergli alcuna domanda e dovr farlo Virgilio per lui. Il poeta inoltre ribadisce la sua innocenza, anche se da un punto di vista teologico questa costituisce un'aggravante al suicidio, perch uccidendosi egli ha ammazzato un innocente. Spiegazione di come i suicidi si trasformino in piante - vv. 79-108 Virgilio, su richiesta di Dante, chiede quindi come le anime si trasformino in piante e se alcuna di esse si divincoli mai da tale forma. Di nuovo il tronco soffia forte e poi da quel "vento" tornano le parole: (parafrasi) "Brevemente vi sar risposto: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo dal quale essa stessa si distaccata con la forza, Minosse (il giudice infernale), la manda al settimo cerchio ("foce"), dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la balestra (di nuovo un verbo legato alla caccia). L nasce un ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si manifesta in lamenti (chiasmo riferito a come dai rami rotti possano uscire parole e lamenti)" (vv. 93-102). Poi Pier racconta come, dopo il Giudizio universale, le loro anime trascineranno i corpi alla foresta e li appenderanno ciascuna al suo tronco, senza riunirsi con essi poich non giusto riprendere ci che ci si tolti ("non giusto aver ci c'om si toglie", v. 105). Questa un'invenzione puramente dantesca e nessun teologo parla di questa condizione speciale dei suicidi dopo il Giudizio Universale. L'idea del bosco dove penzolano macabramente i corpi dei suicidi una delle pi cupe rappresentazioni dell'Inferno. Il contrappasso I suicidi sono trasformati in piante, forma di vita inferiore, perch essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi: perci (per analogia) non sono degni di avere il loro corpo. Perfino dopo il Giudizio Universale essi saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo, ma lo trascineranno e lo appenderanno ai loro rami. La questione del sangue e delle ferite solo un accrescimento della pena o semmai va intesa come il fatto che essi, che versarono il proprio sangue, ora lo vedono versato per mano altrui. Gli scialacquatori, che distrussero le proprie sostanze, adesso vengono fatti a pezzi (a brano a brano) da cagne fameliche.