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Anno 122 - Numero 266 Mercoled 30 Novembre 1988 TLA STAMPA LA RAGIONE E* FINITA?

Mezze verit Ha ragione Norberto Bobbio (La Stampa, 13 novembre) ad accostare i due dibattiti filosofici svoltisi di recente (quello sull'etica laica, iniziato da Galli della Loggia su questo giornale; e quello sull'Illuminismo, promosso in un convegno dal Goethe Institut di Torino) con la discussione, che va avanti da mesi, su Heidegger e il nazismo, suscitata dall'omonimo libro di Victor Farias. Questi tre temi, apparentemente distanti fra loro, segnano e caratterizzano in modo abbastanza netto e pregnante la nostra attuale situazione spirituale, in un nesso che si pu riassumere cos: la crisi dell'etica laica sembra essere l'estrem esito della crisi dell'Illuminismo; ora, il pi radicale critico dell'Illuminismo, nel nostro secolo, stato Martin Heidegger, il quale per, come ci ha ricordato Farias con la sua minuziosa ricostruzione storica (quali che siano le novit che essa apporta), stato anche un deciso sostenitore di Hitler e del nazismo. Se dobbiamo credere, come vuole Farias, che l'adesione al nazismo una conseguenza logica delle premesse filosofiche di Heidegger, allora anche la sua critica dell'Illuminismo e la sua pretesa di superarlo perdono molto del fascino e dell'attualit di cui hanno goduto in gran parte della filosofia e della cultura degli ultimi decenni; diventano anzi qualcosa di molto sospetto. Il proposito di Farias chiaramente quello di provare la falsit della filosofia di Heidegger mostrando che essa sbocca logicamente nell'adesione al nazismo, nel razzismo, nella esaltazione della missione storica del popolo tedesco. Il problema, per, anche presso autori che danno molto credito a Farias, come Jrgen Habermas, si presenta con aspetti pi complessi e molteplici di quanto Farias stesso sembri pensa re, e l'articolo di Bobbio li mette opportunamente in lu- ce i . , Habermas, per esempio, nella sua introduzione all'edizine tedesca del libro di Farias (uscita in anteprima, in traduzione italiana, nell'ultimo numero di Micromega) riconosce che Heidegger ci ha insegnato cose di portata epocale per quanto concerne la critica della ragione; e che il suo errore cominciato quando, negli Anni Trenta, per una malintesa preoccupazione Ji riconoscere radicalmente la storicit dell'esistenza umana, egli ha finito per trasformare la propria teoria in pura e semplice ideologia del nazismo. La di stinzione fra teoria e ideologia che Habermas presuppone qui sembra fondarsi sulla differenza tra un pensiero che ritiene di poter accedere a qualche verit universalmente valida e dun que anche capace di fondare una critica della realt sociale esistente, e un pensiero (quello ideologico, s'intende) che pone semplicemente all'ascolto passivo della storia, dispo li filosofo .1 urge-n Habermas in una caricatura di Levine Copyright N.Y. Revicw of Boote e per l'Italia La Stampa nendosi piuttosto all'accettazione e all'apologia che alla critica e alla contestazione. Ora, per, l'importanza dell'insegnamento di Heidegger per la critica della ragione, che Habermas qui riconosce senza specificarne meglio il senso,, consiste proprio nell'aver messo in evidenza il carattere storico e finito della condizione umana, un carattere per cui diventa diffcile pensare che la ragione possa accedere a una verit fondamentale, valida universalmente e capace di legittimare una critica razionale fondata. Molto schematicamente, si deve ricordare che Heidegger fin dalla sua prima opera (Essere e tempo, 1927) ha lavorato per mostrare che la nostra esperienza del mondo bens condizionata e resa possibile, come aveva insegnato Kant, da strutture prodotte dalla ragione stessa (le forme a.priopri: tempo, spazio, categorie del giudizio), ma che queste strutture non sono eterni modi di funzionare del pensiero, bens sono storicamente determinate e mutevoli, come le lingue naturali che, nel loro variare, configurano possibilit diverse di accesso al mondo e di esperienza del vero e del falso. Una tale scoperta, della finitezza e storicit dell'esistenza (del suo caratte,re ,se_mp|egettato, come dice Heidegger) non solo espressione di spleen esistenzialistico, di rassegnata rinuncia. E' soprattutto l'esito di un lungo processo autocritico della ragione europea, che con la nascita dell'antropologia culturale alla fine delTOttocento si sempre pi profondamente resa conto che non poteva continuare a identificare le proprie strutture e modi di funzionamento, legati per esempio al sorgere ed affermarsi della scienza sperimentale, con la ragione umana in generale. Questa identificazione, infatti, implicava come conseguenza (del resto evidente in

molta filosofia della storia europea del secolo scorso) l'idea che l'umanit vera, la pi autentica ed evoluta, fosse l'umanit occidentale, e che gli altri universi culturali fossero soltanto momenti preparatori, fasi pi arretrate o variet meno riuscite dell'unica cultura umana vera. Oggi, poi, la razionalizzazione tecnico-scientifica del mondo ha cominciato a creare problemi che non sembrano solo dipendere dal fatto che la razionalizzazione non ancora completa, ma piuttosto appartenerle come sue conseguenze inevitabili; tanto pi diventa diffcile non porsi il problema del carattere storico, determinato, non naturale, della forma di razionalit che si imposta in Occidente. La crisi dell'Illuminismo, e la crisi se tale dell'etica laica tutta qui. Intorno a questa crisi ha lavorato il pensiero europeo ben prima di Heidegger, il quale tuttavia sembra aver portato il problema alla sua forma pi radicale e anche averne intravisto qualche soluzione. La triste vicenda dei rapporti tra Heidegger e il nazismo che forse, come ha detto molto icasticamente Richard Rorty, dimostra che si pu essere contemporaneamente un grande pensatore e un perfetto bastardo non pu far dimenticare la radicalit di questo problema, e convincerci a ritornare semplicemente a Kant, all'Illuminismo, alla credenza in una. struttura universale ed eterna della ragione una credenza, die nel. frattempo, dopo Marx, Nietzsche, Freud, e anche Heidegger, divenuta insostenibile. Anche e soprattutto la ragione illuministica ha insegnato che non si pu fare teoria solo con le indignazioni e i buoni sentimenti. Il problema del nazismo di Heidegger, e quello della dissoluzione o della eventuale ripresa dell'Illuminismo, si risolve solo assumendo radicalmente la questione della storicit e finitezza della ragione; che non significa rinunciare a qualunque tipo di argomentazione razionale, ma fondarla su altre basi, diverse dall'evidenza cartesiana del soggetto ceno di s, che faceva da modello alla mentalit illuministica. I critici di Heidegger dovrebbero mostrare di avere, per questi problemi, soluzioni pi valide di quelle che lui ci ha proposto. Gianni Vattimo