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QUADERNI DI SEMANTICA

Rivista internazionale di semantica e iconomastica An International Journal of Semantics and Iconomastics

Anno XXVIII, n. 2, dicembre 2007 Saggi

Vol. XXVIII, n 2, December 2007

Origini pastorali e italiche della camorra, della mafia e della ndrangheta: un esperimento di Archeologia Etimologica, di Mario Alinei . . . Studio iconomastico dei nomi della pupilla nelle lingue indoeuropee e nei dialetti romanzi, di Rita Caprini e Rosa Ronzitti . . . . . . . . . . . . Lescargot, avec sa maison sur le dos, et images analogues. Essai autour dune matrice smantique, de Stella Medori . . . . . . . . . . . . . . . . . . Zana, di Franco Benucci . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sullortografia del siciliano. Considerazioni in margine a uno scritto recente, di Salvatore C. Trovato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La expresin (intransitiva) del sentimiento en gallego, de Xos Soto Andin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il movimento e il sacro: sul significato di erj, di Rossana Stefanelli . . . Radici celtiche tardo-neolitiche della cavalleria medievale, di Francesco Benozzo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Recensioni La fiaba e altri frammenti di narrazione popolare. Convegno internazionale di studio sulla narrazione popolare (Padova 1-2 aprile 2004), a cura di L. Morbiato, Firenze, Olschki, 2006, di Francesco Benozzo . .

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di FRANCO BENUCCI

Occasione prossima di questo contributo il bel volume che Alberto Rizzi gi funzionario di varie Soprintendenze ai Beni Artistici e Storici e quindi attach culturale presso lAmbasciata italiana a Varsavia, nonch accanito cacciatore di leoni di pietra1 ha dedicato recentemente a Casto, Comune della bresciana Valsabbia dove, dopo il rientro dalla missione diplomatica, ha fissato la propria residenza secondaria [Rizzi 2004]. Bench condotta con locchio e il cuore di uno storico dellarte2, lopera mantiene fede allambizione espressa nel sottotitolo e fornisce quindi una completa panoramica anche sulla storia e lambiente delle sette borgate Savallesi che formano oggi il Comune di Casto, fornendo per ognuna un breve ma efficace profilo caratterizzante e soffermandosi oltre che su chiese e oratori (di cui sono pubblicati gli aggiornati inventari degli oggetti e arredi liturgici e alcuni importanti documenti storici), santelle e affreschi devozionali anche sulle epigrafi presenti nelle varie frazioni, le antiche case superstiti, gli itinerari escursionistici che collegano i diversi nuclei demici tra loro e con lesterno, le personalit salienti della storia locale, i testi giornalistici che dal 1892 al 1988 hanno trattato diffusamente del Comune, lantica documentazione cartografica e fotografica, le leggende locali, i fasti civili ed ecclesiali delle varie comunit, ecc. Particolare attenzione posta in vari punti del volume, ma specialmente nelle sezioni dedicate agli itinerari, ai toponimi e microtoponimi locali, di cui sono spesso presentate e discusse le varie versioni e ipotesi etimologiche: nellestate del 2005, nel preparare prima (con tale guida e con le tavolette IGM della zona) e nel realizzare poi una visita a piedi ad Alberto Rizzi nel suo buen

1 La definizione, di matrice giornalistica, allude alla sua impresa di maggior respiro, alla quale mi onoro di collaborare da vari anni quale informatore (e di recente coautore) per Padova e il padovano: il censimento e lo studio degli innumerevoli esemplari antichi e moderni del simbolo veneto, che dopo una nutrita serie di pubblicazioni preliminari, avviata nel 1981 e articolata per aree territoriali e per tipologie, ha dato luogo a una monumentale edizione del corpus marciano [Rizzi 2001] e ancora prosegue con numerosi interventi di aggiornamento, incremento e messa a punto. 2 Peraltro ben integrati dallintroduttivo saggio storico di Alfredo Bonomi, che, per le varie contrade del Comune, segue dal 1253 a oggi lo scorrere della storia tra assestamenti istituzionali e religiosi in una quotidianit di continua operosit.

QUADERNI DI SEMANTICA / a. XXVIII, n. 2, dicembre 2007, pp. 359-396.

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retiro di Alone di Casto vero finis terrae a poca distanza dallo spartiacque con la Valtrompia, da cui allora provenivo (cfr. Rizzi [2004: 169]) la mia attenzione era attirata da la cosiddetta Casa delle Streghe, [] un cvolo aprentesi su di un alto sperone calcareo posto alla confluenza tra il torrente che scende da Alone ed il suo affluente Pisst, circa a tre quarti della strada che unisce la frazione al capoluogo: localmente conosciuta come Corna della Zana, toponimo di oscuro significato [Rizzi 2004: 72]. Per quanto oscuro, il toponimo locale non mancava di evocare curiose consonanze, forse altrettanto oscure o comunque non in grado di illuminarne direttamente il significato, ma sufficienti ad accendere e mantenere il fuoco dellinteresse, concretizzatosi poi nella pi ampia ricerca di cui frutto il presente scritto. Se Corna , in area lombarda, nome generico di cime e spuntoni rocciosi3, non corrispondente quindi ad alcun elemento del toponimo ufficiale ma per il resto del tutto privo di oscurit, rimaneva da verificare se la misteriosa Zana potesse corrispondere alla Casa della versione italiana, o piuttosto (salvo la discordanza di numero, ma tenuto conto che la caverna in questione chiamata cos anche per il carattere terrifico della forra in cui si trova, localmente anche conosciuta come valle delle streghe [Rizzi 2004: 72, 74 n. 22]) alle Streghe della stessa versione. Nella prima ipotesi (*cima della casa), si potrebbe pensare a stabilire un confronto tra la nostra Zana [zana] e il chiavennasco zna [tsana] impronta nellerba, gen[eralmente] lasciata da un animale che vi ha riposato, zan [tsanE] calpestare, lasciare limpronta [Scuffi 2005: 395] il cui etimo palesemente lo stesso dei termini italiani zana culla, avvallamento, conca, bacino, cesta, zanella fossetta, canaletta, zaino, zangola (da burro e da ventre), cio il longobardo zaina cesta. Malgrado la differenza fonetica delliniziale (peraltro non irrilevante: [z-] ~ [ts-]) e la non perfetta corrispondenza dellimmagine evocata (cvolo = casa ~ cunetta avvolgente), sembrerebbe deporre a favore di questa ipotesi la vicinanza culturale e geografica (pur nella secolare diversa appartenenza politica) tra la Valsabbia e la Valchiavenna: lipotesi parrebbe ulteriormente rafforzata dallesistenza, nella stessa area valtellinese, in una laterale della Valmalenco (Val Torreggio, nel gruppo del monte Disgrazia, Comune di Torre S. Maria) di un complesso oronimico quasi omonimo della nostra Corna della Zana e costituito da Corna di Zana, Bocchetta di Zana (2417 m.), Colma di Zana, Lago di Zana (2280 m.) e Alpe di Zana (2100 m.). La letteratura alpinistica consultata lascia per intendere che il nome dellintero complesso deriva da quello de lampia conca denominata Colma di Zana, in cui si trovano il Lago e lAlpe con la malga, che costituisce la parte sommitale di una valle altrimenti stretta, scoscesa e non adatt[a] al pascolamento del bestiame ed a sua volta dominata dalla Corna e dalladiacente stretta porta (Bocchetta) che la mette in comunicazione col versante valtellinese: in altre
3 Esatto corrispondente quindi del pi diffuso Corno (cfr. Gnaga [1937: 200-1]): nel raggio di pochi chilometri da Casto si incontrano la Corna di Savallo, la Corna di Mura, la Corna di Conolino, la Corna Rossa, la Corna di Caspai, ecc.

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parole, si tratta di un ampio bacino pensile che, visto dalle montagne circostanti, offre limmagine di una grande zna impronta nellerba, cunetta4. Nulla di tutto ci si riscontra invece nel caso della Corna della Zana di Casto, che costituisce un tozzo spallone della montagna Carpella, bruscamente precipitante nella valle sottostante e nella cui parete si apre la Casa delle Streghe: lostacolo fonetico (superabile solo a patto di assumere come origine della forma bresciana una scorretta ricezione dellitaliano (scritto) zana ([ts] > [dz] > [z]) e quindi una datazione abbastanza recente della formazione toponomastica, che sembrerebbe per contrastare con la sua oscurit semantica) e linverosimiglianza geomorfologica spingono quindi a scartare questa ipotesi. Lo stesso termine zana, nella forma e nellaccezione italiana e valtellinese, sembra infatti ignoto al bresciano dancien rgime, come suggerisce la serie di traduzioni proposte da Pellizzari [1759: s.v.]: Zana - Cavgn, cuna, sesta, cio canaletta, culla, cesta. Nettamente pi percorribile, alla luce della fonetica storica del bresciano, appare invece la seconda ipotesi (*cima della strega): in bresciano infatti, come in altre variet padane, una delle possibili origini di [z] nei termini di derivazione popolare il nesso latino [dj] (cfr. DEORSUM > z gi, HORDEOLUS > orzl orzaiolo, MEDIU(S)DIES > mezd mezzod, TRE(S)MODIA > tramza tramoggia; e con regolare assordimento in posizione finale: HORDEUM > rs orzo, LAPIDEUS > las laveggio, vaso di pietra ollare, MEDIUS > ms mezzo, MERIDIES > mers meriggio)5, il che permette di analizzare la nostra zana [zana] come regolare esito popolare di DIANA, teonimo pagano reinterpretato in epoca di cristianizzazione (al pari di altri) come sinonimo di dmone, e che ha dato poi luogo in tutta la Romnia, con una facile serie di slittamenti semantici e con le regolari evoluzioni fonetiche caratteristiche delle diverse variet, ai
4 Cfr. per tutti: Gli alpeggi della Comunit Montana Valtellina di Sondrio, disponibile al sito http://www.cmsondrio.it/libri/libro_alpeggi.htm e Massimo Dei Cas, Il Sasso Bianco, fra Valmalenco e media Valtellina, al sito http://www.webalice.it/massimodeicas/medialtavaltellina.htm, da cui citiamo nel testo. Per la vicina area orobica, Boselli [1990: 331] riporta del resto i toponimi Zangone (BG) e Zancone (lago, SO), entrambi ipoteticamente ricondotti a zana, zangola con uninterpretazione di conca profonda. 5 Cfr. Rohlfs [1966: 247], che peraltro non accenna specificamente al bresciano, AIS [I.195, II.253, 338, IV.662-4, 698, V.958, VI.1186, VII.1447]. Anche il termine zgo, nellespressione f de zgo far cotenne, far superbia riportata da Pellizzari [1759: s.v.], riconducibile a DIAC(ON)US (con facile slittamento semantico: darsi arie, comportarsi come un chierico), come in veneto e come altrove in Lombardia (cfr. Meyer-Lbke [19353: 239 nr. 2623]), e non a SEBUM (cfr. italiano > sevo > sego) il cui esito bresciano (e lombardo in genere) sf (localmente hf: cfr. AIS [V.910]). Altre possibili origini del bresciano [z] sono [j], [li], [dz] (z greco), [dJ] (antico francese o latino volgare), il che stabilisce una sistematica corrispondenza tra [z] bresciano e [dJ] italiano (e milanese): cfr. Rohlfs [1966: 212-5], Melchiori [1817: lettera Z] e Rosa [1877: lettera Z] (zacht giacchetta, zei giglio, zel gelo, zelusa gelosia (serramento), zenr ginepro, zenr gennaio, zencl ginocchietto, ginocchiera, zrla gerla, zigol(r) giunc(aia), zzola giuggiola, znta (ag)giunta, zd giudeo, zg gioco, zgn giugno, zmel gemellare, raddoppiare, zuf giogo, ecc.) e le corrispondenti voci in AIS. Come altrove, il termine autoctono per giorno d (< DIES), mentre la serie dimber, dinser diamine!, diana spuntar del giorno, diol diavolo, diaol diavoletto, bimbo irrequieto, diaolre diavoleria, diaol diavolini, zuccherini speziati, (erba) diaolna menta (Rosa [1877: lettera D]) evidentemente di origine dotta o semidotta.

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termini per strega, maga, ninfa, fata, incubo, ecc.6 Particolare interesse rivestono, in questo panorama panromanzo (v. n. 6) i casi della Sardegna e della
6 Linterpretazione di Diana (da cui anche Dianus) come demonio ampiamente documentata in numerosi testi bassolatini, dai quali emerge anche una relativa specializzazione del termine per designare i dmoni delle zone boschive e montuose (come quella che stiamo considerando: per le citazioni seguenti cfr. Du Cange [1883-87: III.99], Wesselofsky [1888: 3289], Huet [1901: 35 n. 1], Thomas [1905: 201-2], Serra [1954-58: I.265-6]): In civitate [Ticini ] nequissimi idolorum cultores [] habebant templum compositum, ubi Dianae et Sathanae sacrificabant (Passio Ambrosiana di S. Dalmazzo, martire sotto Diocleziano), Dmonium, quod rustici Dianum vocant (Vita di S. Cesario dArles, 470-542 c.), nullus nomina dmonum aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam, aut Minervam, aut Geniscum [] credere aut invocare prsumat (Vita di S. Eligio di Noyon, 588 c.-660), Multi dmones ex illis qui de clo depulsi sunt [] homines ignorantes Deum quasi deos colunt et sacrificia illis offerunt. Et in mari quidem Neptunum appellant, in fluminibus Lamias, in fontibus Nymphas, in silvis Dianas, qu omnia maligni dmones et spiritus nequam sunt, qui homines infideles, qui signaculo crucis nesciunt se munire, nocent et vexant (S. Martino di Braga, 515-580 c., De correctione rusticorum). Lulteriore passaggio di Diana dal valore di demonio a quello di strega mediato forse dal termine dianaticus stregone, Dian cultui addictus, attestato nei Sermones di S. Massimo di Torino, 466 (Cum [] videris saucium vino rusticum, scire debes quoniam, sicut dicunt, aut Dianaticus aut aruspex est; insanum enim numen insanum solet habere pontificem: talis enim sacerdos parat se vino ad plagas De su, ut dum est ebrius, pnas suas miser iste non sentiat), e gi implicito in brani come il seguente: Qudam scelerat mulieres retro post sathanam convers dmonum illusionibus et phantasmatibus seduct, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum dea et innumera multitudine mulierum equitare super quasdam bestias, et multa terrarum spatia intempest noctis silentio pertransire (da un Capitolare di Ludovico II dell867: testi analoghi sono assai frequenti nella patrologia latina e nei testi sinodali fino al XIV sec.), dove descritto il volo delle streghe (mulier[es] quae vadunt ad cursum cum Diana, secondo gli Acta del b. Giacomo da Bevagna, 1220-1301) che tanta fortuna ebbe poi nellimmaginario collettivo e nelle arti visive di et medievale e moderna sembra compiuto in un noto passo di una bolla di papa Giovanni XXII, del 1317: Divinationibus et sortilegiis se immiscuerunt perperam, Dianis nonnunquam utentes, dove il contesto e il plurale Dianis orientano chiaramente verso tale interpretazione (cfr. gi Huet [1901: 34 n. 1]). La progressiva affermazione del nuovo significato nel latino cristiano e medievale confermata, come accennato nel testo, dalla molteplice evoluzione della forma e del correlato significato nelle varie lingue romanze che, come da molto tempo riconosciuto (cfr. Meyer-Lbke [19353: 239 nr. 2624]), presentano il seguente spettro formale e semantico: portoghese j [J-], algarvio z [z-], galego xan [P-] fata, filatrice notturna, strega, ninfa (cfr. anche galego xaira < xaneira fantasma, apparizione notturna [Corominas-Pascual 1980-91: V.849-50]); antico castigliano jana [(d)J-] fata (cfr. santanderino onjana maga, strega [Corominas 1954: IV.766]); asturiano xana [P-] fata, ninfa [Menndez Pidal 1900: 376-3]; catalano jana [dJ-] fata, strega; antico francese gene [dJ-] strega (cfr. anche engineauder stregare [FEW: III.66, con indicazione di molte varianti locali moderne]; il riferimento allambiente montuoso esplicito in Dolopathos, 8720-4: les genes ne tarderent mie []: des montaignes les vi dessandre, anviron drues et espesses; je cuidai ce fussent singesses); antico provenzale jana [dJ-] incubo [Thomas 1905: 201-2]; milanese gian(a) mago, strega (cfr. anche dass a gian darsi al diavolo, alle streghe, disperarsi, gibigian ammaliato, fissato, gibigiana baleno riflesso, riverbero, fantasma, diavoleria [Cherubini 1839: II.216, 218], [Migliorini 1927: 312], [DELI: II.494]; per questultimo termine v. anche sotto, n. 9); antico toscano jana strega, maga (cos Novati [1906], emendando ms. nana maga di un passo di Brunetto Latini: logica grafica e fonetica storica del toscano suggeriscono forse una migliore restituzione grafica jiana e una corrispondente resa fonetica [dJana]; cfr. anche ciociaro aggian terrorizzare [Rohlfs 1925: 156]); abruzzese jana strega, maga, janura stregone (cfr. anche lupjanaru licantropo [Giammarco 1986: 277-8]); molisano e campano janr mago, strega, arpia (cfr. anche janarir ammaliare, janarut stregato, janarzio conventicola di streghe [Altamura 1956: 131]); salentino sciana umore, luna (cfr. anche scianar lunatico [Merlo 1920: 139], [Rohlfs 1966: 247]); logudorese dzna [dz-], sardo centrale yna [j-], campidanese &gna [dJ-] fata (localmente anche strega, cfr. anche ir&ganadu sfortunato, colpito dal malocchio [Wagner 1960-62: II.707-8]); rumeno zn&a [z-], moldavo e

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Catalogna, le cui forme linguistiche (pur in mancanza di significativi rapporti storico-culturali antichi tra quelle aree e la Valsabbia) presentano con la nostra Zana un parallelo non solo formale e semantico (DIANA > log. dzna [dz-], sardo centr. yna [j-], camp. &gna [dJ-]; cat. jana [dJ-], na [J-], yana [j-], fata, strega), ma anche fattuale, etnografico e toponimico: fate e streghe sono infatti ritenute in Sardegna abitatrici dei nuraghi e delle caverne preistoriche, chiamate per lappunto dmos de ynas [] dmor de sar ynas e sim. [Wagner 1960-62: II.707-8]7 e analogamente, in ambito catalano, il termine jana si utilizza perlopi per a les fades que habiten en coves, sovint vora les fonts ed spesso passato nella toponimia a designare le grotte stesse o i monti in cui queste si aprono (cfr. Corominas-Pascual [1980-91: V.849], Coromines [1980-2001: IV.876-7]8). Non del resto escluso che analoghi sviluppi semantici, etnografici e toponimici si possano individuare in altre aree linguistiche, di cui ci manca per la documentazione. Se, da un lato, lipotesi interpretativa di Corna della Zana come cima della strega sembra ben fondata sui numerosi paralleli (sia formali che sostanziali) di ambito panromanzo e sulla stessa tradizione toponomastica locale, dallaltro innegabile che il nostro toponimo costituisca fino ad oggi unattestazione del tutto isolata (e peraltro anche localmente oscura) di un esito di DIANA strega nellarea lombarda orientale, caratterizzata sul piano fonetico dal passaggio diacronico [dj] > [z]. Proprio una considerazione di fonetica storica, gi accennata a n. 5, offre tuttavia una possibile spiegazione di tale isolamento: con il conguaglio degli originari [dj] e [j] (o, se si vuole, con la precoce riduzione a [j] delloriginario [dj]: cfr. la citatissima glossa Jana - dea silvarum, cio Diana, del Corpus glossarum latinarum, V.459.55), accomunati in bresciano (cos come in veneto, ecc.) nellesito [z] (e analogamente in toscano, milanese, ecc. > [dJ], e cos via nelle varie lingue romanze), ogni ipotetica zana (o rispettivamente giana, ecc.) < DIANA era potenzialmente esposta a una convergenza con gli esiti di JOHANNA (in prima istanza Zoanna o rispettivamente Gioanna, ecc.), che poteva giungere fino allidentit in funzione della tendenza della variet locale a ridurre, in questultimo termine, lo iato a dittongo (e a monottongo) e a scempiare le consonanti (come in veneto > Zuana > Zana e rispettivamente in toscano > Gianna, milanese e piemontese > Giana, ecc.).
macedorumeno dzn&a [dz-], meglenorumeno zon&a fata (cfr. anche z&an&atic maniaco, fissato, stregato e macedorumeno dzn spirito cattivo, demonio; inoltre albanese zan [z-] fata selvatica [Papahagi 1963: 435], [Cioranescu 1966: 915]). 7 Cfr. anche Guarnerio [1891: 68] che definisce domos de janas quella specie di piccole grotte scavate nella roccia, che si incontrano nella Sardegna, in ispecie presso Bonorva, nel Logudoro, e correla lalternanza jana/&gana a la posizione sintattica del termine piuttosto che alla variet diatopica (non accenna peraltro a dzna). 8 Tra i toponimi pi significativi citati da questultimo riportiamo ad es. (tutti di area pirenaica) Las Yanas [] en els cingles plens de cavitats [] de lIsvena, i due Forat(s) des nes, [] rocam[s] ple[ns] davencs e la Casa la na, nom dun camp [] on hi ha pas cap casa per s una cova, tutti nellalto Pallars (Flamicell), e lantico (1518) Rochayano a la Rocha de la Trapa, nel basso Pallars: el nom daqueixa Trapa fa creure que hi havia algun avenc o forat a terra, i laltre nom daquestes cingleres es deu haver de descompondre en Roca-Yano [] roca de les Janes.

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I possibili equivoci prodotti da una simile convergenza degli esiti formali, che poteva raggiungere anche in bresciano lassoluta identit tra zana < DIANA e Zana < JOHANNA, se da un lato esponevano alla possibilit di incomprensione (e di progressiva perdita) del valore originario del termine in un dato contesto, dallaltro si prestavano anche a essere intenzionalmente coltivati a fini eufemistici o di aggiramento della censura ecclesiastica e sociale che indubbiamente gravava sullinvocazione di Diana come nome del demonio e delle streghe (v. n. 6)9; nel caso del nostro toponimo, tale concorso di fattori accidentali e intenzionali deve aver portato in progresso di tempo alla reinterpretazione del significato originario di Zana (da Diana-strega a Gi(ov)anna), con un primo oscuramento del suo valore complessivo, destinato ad aggravarsi ulteriormente e definitivamente in tempi relativamente recenti, anche a causa della diffusione della versione milanese (e poi italiana) del nome Gian(n)a (ci probabilmente avvenuto nel corso del XIX sec., dopo la formazione del Regno Lombardo-Veneto, che espose larea alle dirette influenze linguistiche e culturali del milanese sottraendola a quelle di Venezia: cfr. gi AIS [I.84] per la quasi uniforme presenza del maschile Gio/un anche nellarea lombarda orientale e veneta anticamente caratterizzata da Z(u)ane): unevoluzione cui non pi sufficiente a recare rimedio la locale tradizione relativa alla valle del9 Si noti che tale equivoco non sembra n isolato n postulato ad hoc: analoghi casi di probabile fraintendimento o sostituzione tra una Diana-strega e una Gianna, anche in lingue in cui le due forme non presentano identit assoluta, sono segnalati infatti in catalano e in provenzale (secondo Coromines [1980-2001: IV.877], per il catalano esempi del probabile equivoco sarebbero una copla popular menorquina in cui si tratta di una Joana, guillana [leggiadra], an es cap de cant, [] que fila cot. Per una dona que fila en un cap de cant ens fa pensar ms aviat en alguna filadora mtica (cio una jana, v. n. 6) e il proverbio dellAlta Catalogna El temps passa i la Joana balla! riferito a la durada excessiva i perillosa duna cosa, in cui ritiene che in origine si alludesse non a una sconosciuta Joana, ma a la dansa fatdica i alarmant duna jana (dona daigua o bruixa) a la manera de les Naiades tripudiantes i les Bkcai coreousai dels clssics. [] Molts han pres, doncs, aquesta jana per una Joana; analoga situazione si presenterebbe nel proverbio provenzale moderno sabe mounte dor Jano, que Mistral [] explica je sais la cachette de Jeanne, per com tot seguit aclareix que s com dir je sais o il y a de largent, ms que en el nom duna Joana qualsevol fa pensar que es refereixi a un amagatall de tresors en una casa de jana), in rumeno (il nome delle Snziane, fate che le ballate popolari celebrano per la loro bellezza e presentano come personificazioni della luna, sarebbe risultato da un incrocio tra gli esiti di DIANA Luna (> zn&a fata) e SANCTUS JOHANNES passato al femminile (SANCTA JOHANNA > Snzian&a): quando con lintroduzione del Cristianesimo parecchi miti pagani ricevettero unimpronta cristiana, avvenne un incrocio tra Diana e San Giovanni [] e si attribu alla prima il nome del secondo, tanto pi che gli esiti rumeni sono assai simili; cfr. Tagliavini [1928: 180-2], Cioranescu [1966: 915-6]), in milanese (dove il giana strega di gibigiana stato spesso ortografato e interpretato come gianna < JOHANNA: cfr. Migliorini [1927: 312]; per il rapporto tra i riflessi luminosi e le streghe, presente in gibigiana, cfr. anche Corominas-Pascual [1980-91: V.849] a proposito del termine catalano janes para las hadas que habitan en cuevas, [] con muchas historias de ropa lavada y tendida, resplandeciente desde lejos a la luz del sol) e in abruzzese ( probabile che le voci [derivate da DIANA] si siano incr[ociate] con Joana n[ome] pers[onale] Giovanna [Giammarco 1986: 277]). Un dubbio interpretativo analogo sorto anche per il piemontese giana donna furba, che lo stesso Migliorini [1927: 233] colloca tra gli esiti di JOHANNA sulla base di una tradizione lessicografica risalente al XVI sec., aggiungendo per ma ci non basta a togliermi il sospetto che in questo giana si possa invece vedere una sopravvivenza di DIANA [], raccostata tardivamente a JOHANNA (v. per sotto, n. 25, per una nostra diversa valutazione, pi vicina alla tradizione).

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le streghe, che sia pure confusamente, affiora ormai solo presso gli ultraottuagenari del capoluogo Casto (ma non della frazione Alone: cfr. Rizzi [2004: 74 n. 22]), e la stessa versione italiana del toponimo Casa delle Streghe. Se lanalisi qui sviluppata delloriginario significato del toponimo Corna della Zana (e delle probabili cause e dinamiche del suo oscuramento) coglie nel segno, essa lascia tuttavia irrisolto un aspetto non secondario e apparentemente altrettanto oscuro delle vicenda semantica ricostruita: cio, se la probabile reinterpretazione di Zana strega come Gi(ov)anna, resa possibile dalla convergenza fonetica dei due etimi, rispondeva a esigenze eufemistiche e sociali, su cosa giocava in effetti tale trapasso? Quali erano gli elementi culturali e comunicativi che lo rendevano possibile? Loscurit e lisolamento del nostro toponimo, in fondo perduranti malgrado quanto detto finora, spingono allora a collegare il misterioso Zana di Casto a unaltra oscura occorrenza dello stesso termine, da lungo tempo osservata, attestata nellaraldica veneziana e precisamente nella blasonatura dellarma gentilizia dei Zane, una delle pi facoltose case vecchie del patriziato veneto, che secondo la tradizione10 venero da Moncelese Malamoco vechio e da quel luogo pasa Rialto insieme con altre molte fameglie de Zentilhomeni [] et fureno acettadi al governo del Gran Conseglio con li Bembi, Bragadini, et altre casade avanti del 800 [] furono Tribuni antiquissimi, et una delle 24 fameglie tribunitie. Secondo Freschot [1707: 438], la Casa Zane porta dazurro, diviso [troncato] dargento con una Zana, Volpe rampante de colori opposti. Altera di colori la seconda di questArma, che in un campo tuttazurro forma una Volpe tutta bianca: zana significava dunque un tempo volpe e linsegna dei Zane va perci considerata unarma parlante, alla stessa stregua di quella dei Capello (un cappello), dei Cicogna (una cicogna), dei Da Ponte (un ponte), dei Dolce (una pantera, detta appunto dolce dai bestiari medievali), dei Dolfin (uno o pi delfini), dei Molin (una ruota di mulino), ecc. Se laraldista settecentesco si premurava di tradurre il termine, allepoca probabilmente gi oscuro, minore scrupolo si ponevano i suoi predecessori del XVI sec. (mss. BUP 167: 48v e BCP CM 739: s.v.), per i quali (a prescindere dalle varianti figurative descritte a commento di pi esplicite rappresentazioni iconografiche dellarma di famiglia) esso doveva avere significato del tutto scontato: Alcuni portano la Zana in sbara [banda], et alcuni in rampante con una gorziera rossa al collo, et questo per certe sue fantasie [] e ben che portano due Arme pur sono una casa medesma. Chiaro in questo caso (anche se opaco forse gi allinizio del XVIII sec.) il significato di zana, resterebbe da chiarire la variet linguistica a cui il termine apparteneva, evidentemente nota nella Venezia rinascimentale (e pre-

10 Cfr. ad es. i mss. 167 (Cronica di nobili famiglie venete, sec. XVI: 48v), 206 (Casade veneziane, 1566-67: 149v) e 825 (Origine & armi de nobili fameglie Venete, sec. XVII: 161v) della Biblioteca Universitaria di Padova, recanti lex libris di Lorenzo Antonio Da Ponte, da cui sono tratte le citazioni che seguono, e analogamente (salvo qualche discrepanza di date) il ms. CM 739 della Biblioteca Civica di Padova (Tutte le case che son state dal Prencipio di Venetia per fina allM.D.LX: s.v.).

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sumibilmente medievale), ma altrettanto evidentemente non identificabile con il veneziano n con alcuna variet veneta, almeno a giudicare dagli esiti moderni, e ci malgrado la dichiarata origine veneto-euganea della casata11. Anche se nulla sembra collegare lorigine dei Zane a Brescia e alla Valsabbia12, e anche se Pellizzari [1759: s.v.], Melchiori [1817: s.v.], Bettoni [1884: 175] e Gnaga [1937: 646] riportano come nomi della volpe nel Bresciano (comune in tutto il territorio) solo le varianti volp, lp e golp, riconoscere anche nella interpretazione recenzione del valsabbino zana un termine per volpe sembrerebbe costituire una suggestiva ipotesi di lavoro in vista della generale comprensione e assegnazione linguistica del termine stesso e offrire inoltre una plausibile spiegazione della reinterpretazione eufemistica del toponimo Corna della Zana (allora *cima della volpe), in considerazione sia della morfologia della zona che della sua verosimile frequentazione faunistica, confermata anche dallesplicito Ca de volpi indicato dalla cartografia militare sullopposto versante della valle di Alone, in corrispondenza di unarea della costiera a Nordovest della borgata e a circa 2,5 km. dalla Casa delle Streghe. La riflessione sulla comune forma fonetica della zana veneta e di quella valsabbina ([zana]) offre un indizio in questo senso e permette inoltre un aggancio ad altre occorrenze del termine, passate finora inosservate, e a un pi ampio orizzonte culturale, di respiro europeo e verosimilmente di spessore storico pi che bimillenario. Come si gi ripetutamente accennato, sia in veneto che in bresciano (e pi in generale nel lombardo orientale), infatti, [z-] corrisponde allitaliano [dJ-]: tenuto conto anche del sistematico scempiamento delle geminate in tali variet, la forma zana quindi lesatto corrispondente di gianna, forma sincopata di Giovanna13. Ora, se evidente che Gi(ov)anna non significa di per s
11 N la situazione cambierebbe pensando a unorigine greca della parola ipotesi non escludibile a priori e puntualmente verificata per molti termini e toponimi veneziani (cfr. Pellegrini G.B. [1987: 125-51]), ma ovviamente non percorribile nel caso di zana volpe o volendo dare credito alle antiche Croniche citate da Marco Barbaro, Arbori de Patritii Veneti, ante 1536 (ma copia 1733-34: ms. Archivio di Stato di Venezia, Miscellanea Codici I, Storia Veneta 17: VII.319), che riconducono le origini della famiglia a Eraclea (e quindi allantica Oderzo) o addirittura a Capua. 12 I primi rapporti della famiglia Zane con Brescia sembrano risalire ai due episcopati successivi di Lorenzo (1478-1481) e Paolo (1481-1531) Zane, cui fece seguito nel XVI e XVII sec. lesercizio di numerose magistrature civili e militari sia a Brescia che a Sal, da parte di vari membri del casato (cfr. Montini-Valetti [1987: 10], Tagliaferri [1978: LXXIII-LXXV], [1978a: LILV, 192, 203]). 13 Fin troppo noti sono i Zan(n)i (in origine bergamaschi: v. n. 25) della Commedia dellArte e gli agionimi veneziani San Zan Degol San Giovanni Decollato, San Zaniplo Santi Giovanni e Paolo, San Zan Grisostomo San Giovanni Crisostomo, ecc.: allo stesso riguardo vanno ricordati, tra i macrotoponimi, almeno il feltrino Sanzan, il vicentino Zan (forma latina Zanade, lungamente discusso per una supposta derivazione da *(TERRAE) DIANATAE esposte a mezzod, ma saldamente ricondotto a un derivato di Johannes (*JOHANNATE o altro: v. sotto nel testo) dal decisivo confronto col San Zan istriano: cfr. Olivieri [1903: 145], [1914: 119 n. 2, 217], [1961: 39-40, 79], Gravisi [1909: 628], Prati [1914-15: 190 n. 2], Beltrame [1992: 2556]; ancora dubbiosi Pellegrini G.B. [1990: 242] e Marcato [1990: 717] che ipotizza, con poca convinzione, un riferimento a diana luna, nel senso di lunat[e], a forma di luna), i trentini Zanon (di Fiemme e di Rabbi), Zanolin (di Fiemme) e Zanolli (di Vallarsa [Mastrelli Anzilotti

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volpe, anche ben noto che in molte culture regionali, anche transalpine, il tipo (comare/compare/zia/zio) Giovanna/i era il nome tabuistico della volpe stessa utilizzato al duplice scopo di evitare di nominarla esplicitamente (col rischio che sentendosi evocata venisse a razziare il pollaio) e, per contro, di ingraziarsela stabilendo con lei una sorta di parentela elettiva e che in alcuni casi tale denominazione alternativa giunta a obliterare quasi del tutto il nome specifico dellanimale. Il caso pi noto, perch entrato anche nelle Parit e storie morali di Serafino Guastella (nr. VII), e nelle Fiabe italiane di Italo Calvino (nr. 185), forse quello della siciliana (palermitana e ragusana) cummari Ggiuvannedda/Ggiuvannuzza (cfr. anche Pitr [1944: 463-4]), ma lelencazione pu comprendere anche lennese zz Ggiuvanna, i sardi compare Giommaria (logudorese) e thiu Juanne (barbaricino), lo stiriano Hanserl Giovannino, gli altoaustriaci pfiffiger Hansl Giovannino lastuto e Holzhansl Giovannino della legna (del bosco), ecc.14 La Zana veneta e lombarda si colloca quindi in
2003: 110, 320, 404]) e in area lombarda il cremonese Zanengo (di Grumello, anticamente Ioaningo, aggett[ivo], con suff[isso] -engo, del n[ome] pers[onale] JOHANNES [Olivieri 1961: 587]) e i bergamaschi Zanelli, Zanetti, Zanino, Zanni e Zanola (tutti in vario modo da Zane Gi(ov)anni o da cognomi derivati [Boselli 1990: 331]). La stessa eziologia proposta negli Arbori di Marco Barbaro [VII.319] per il cognome Zane riconduce del resto la forma alla stessa origine: dice un antica Cronica [] che son disesi da un ser Zanetto Zen [di Eraclea, v. n. 11] uomo famoso quel tempo, per leccelenzia del quale lasciorono il cognome Zeno, e si fecero dir Zanni. 14 Cfr. Alinei [1981: 366], Blasco Ferrer [2001: 199], Migliorini [1968: XLI-XLII], PiccittoTropea [1985: 263], Riegler [1933], Rolland [1908: 113-4], Wagner [1960-62: I.608]. Il fenomeno pi generale e comprende sia le denominazioni totemico-tabuistiche di molti altri animali (v. n. 56) che quelle pure riferite alla volpe ma derivate da altri antroponimi, quali zi/cummari Rosa in Calabria, Mariane/i, Lodd e (< Lollo < LAURENTIUS) e Gioseppe in altre aree della Sardegna (che con i precedenti hanno ormai sostituito letimologico grpe quasi dovunque, salvo una piccola area al centro dellisola e alcuni residui zoo-fito-toponomastici e tecnici: cfr. Wagner [1960-62: I.596-7, II.75]), amia Catarina a Poschiavo (Grigioni), Pedro in Spagna, (germana) Guineu (< Winidhild) e Guilla (< Wisila) in Catalogna (del tutto lessicalizzati sostituendo quasi ovunque letimologico volp; cfr. anche Ghyn e Guilha/Ghlio in alcune zone del dominio dOc: Coromines [1980-2001: IV.734-9, VII.24-5, IX.383], Rolland [1908: 112, 123]), Bastien in Francia (in origine gergo dei cacciatori, ma tuttora usato per ironia: cfr. officiellement, je suis un renard [] officieusement, je mappelle Bastien et jai 19 ans al sito http:// www.rpgkingdom.net/articles/Interviews-croisees--23-1.html), Linl (< Leonhard) nel Palatinato e in Baviera [Frazer 1922: 396], Pierre o Alanik in Bretagna [Sbillot 1906: 19-20], Maria in Grecia, Garca, Luki (< LUCIUS) e Azeari (< ASINARIUS) nei Paesi Baschi, Abu Hassan presso gli arabi, ecc. Il caso di Giovanna/i volpe stranamente del tutto ignorato da Garbini [1920], che cita, quale unico nome di mammifero basato su Giovanni, la parmigiana zana/zna scrofa, troia (e quindi puttana: [dz-]) ci sembra per particolare, come diremo nel testo. Diverso il caso del francese (compre) Renard (> Rinaldo, Reinhart), che pure ha completamente sostituito letimologico goupil (< VULPECULA), in quanto tale denominazione frutto del successo letterario del medievale Roman de Renart, in cui il nome proprio del protagonista semanticamente motivato a partire dalletimo germanico Reginhardt forte nel giudizio, astuto: del tutto analogo il nome tabuistico frisone Renke (< Reineke acuto nel giudizio), mentre tipologicamente comparabili, allinsegna della descrizione delle caratteristiche e abitudini dellanimale, sono lo spagnolo e portoghese raposo/a (valenciano, mallorchino e aragonese raboso/a) dalla grande coda (lessicalizzati a spese degli etimologici gulpeja/golpelha [Corominas 1954: III.1003-4, IV.765, 865-6]), il sardo (settentrionale) mazzone dalla coda a mazza, il germanico Fuchs/fox in origine coda folta (cfr. sanscrito pcchah, ceco o-pu [Pokorny 19943: I.849]), lislandese (e scandinavo antico) skaufi/skaufhali (coda a) pennacchio, il bassotedesco Unkel Dickstart/Dickschwanz zio coda grossa, il tedesco Langschwanz coda lunga (nach einem deutschen Volksglauben kann

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questo quadro onomasticamente coerente, ma variegato e curiosamente polarizzato sullarea alpina e sulle grandi isole, apportandovi nuovi tasselli territoriali e linguistico-culturali. Le due attestazioni di zana volpe fin qui considerate non sono infatti emergenze isolate e relativamente lontane del fenomeno in esame, ma rappresentano piuttosto gli estremi di un continuum culturale documentato, sia pure a maglie larghe e con la naturale variazione dialettale, da altre occorrenze e richiami del termine nella stessa macroarea linguistica. Particolarmente esplicite ci sembrano le testimonianze araldiche, raramente considerate nellambito della ricerca dialettologica e linguistica, ma assai significative dal punto di vista che qui ci interessa, almeno per quanto riguarda le c.d. armi parlanti, che rinviano direttamente alle forme di lingua documentate dai cognomi. Nella stessa Venezia, oltre al caso dei patrizi Zane, interessante quello della cittadinesca famiglia Zancani, per la quale documentata una ricca variet di armi, tutte per riconducibili a due tipi iconografici: su campo partito di diversi smalti e metalli, i vari rami del casato alzavano infatti in palo o un cane o una volpe al naturale, rispecchiando cos sul piano iconico la possibile (sebbene probabilmente paraetimologica: le forme Zancan(er) sembrano infatti da accostare alletimologicamente oscuro sanco mancino) scomposizione della forma linguistica del cognome (zan(a)+can: volpe+cane); a Verona, invece dove lesito fonetico di [j-] alterna tra [dJ-], [-] e [j-] e si hanno quindi (accanto al veneto Zun(a)) le forme Gion(a), Dhun(a), Jon(a)15 la nobile famiglia Giona o Jona16 portava di rosso al ponte di tre archi dargento posto in banda
der Fuchs seinen Schwanz nicht bergen [Riegler 1933: 408], cfr. il proverbio veneto a coa masa onga x quea che copa a volpe, il nizzardo Lou rainart si counouss la quoua [Rolland 1908: 127], il francese Le renard cache sa queue, il latino Cauda de vulpe testatur, riportato negli Adagia di Erasmo da Rotterdam [I.9.35], e il greco H krkoj t lpeki marture, presente negli Adagia optimorum utriusque linguae scriptorum di Paolo Manuzio (Oberursel, C. Sutorius, 1603: 381); il tema della coda che tradisce la presenza dellanimale presente anche in numerose fiabe russe e slave: cfr. De Gubernatis [1874: II.136-8]), lasturiano rapiega ladra, il neogreco kfaroj/kquroj danneggiatore (cfr. il favolistico Rovel), il bavarese Henading Hhnerding, quella delle galline o Henabou Hhnerbauch, pancia da galline e loccitano manjo-galinos, il lettone loss e lo slavo lis(ica) fulv(ett)a (ai quali, oltre al favolistico Rosseel, va forse avvicinato lo stesso calabrese zi Rosa), lo svedese skog-gangare che va nel bosco e laltoaustriaco Rennad Rennende, la corrente (cfr. Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XII: vulpis dicta, quasi volupis, est enim volubilis pedibus et [] tortuosis anfractibus currit; v. qui fig. 1 per limpiego del concetto a fini astrologici e morali), laltoaustriaco Holzhund e lo svedese skoghund cane del bosco (cfr. anche sardo kalleddu/kalluttsu, albanese skile < neogreco skla cagnetto), il galego animal bravo selvatico, lo spagnolo e portoghese zorro/a strisciante (onomatopeici e pure lessicalizzati con ulteriore sostituzione di raposo/a) e il neogreco skafrh scavatore (cfr. il favolistico Percehaie), loccitano mndro/ e il castigliano antico gulfara (< golp farona) pigra (cfr. il proverbio francese Renard qui dort la matine na pas la langue emplume, con varianti, e il marsigliese Reinard qu s lvo tard aganto gs d galino [Rolland 1908: 124]), ecc. 15 Cfr. Beltraminelli-Donati [1963: 94, 280], Rigobello [1998: 211], Coltro [1980: 124-5]. 16 Secondo Cartolari [1854: I.115-6, II.131, 133, 139], i Giona/Jona erano titolari della giurisdizione feudale su Asparedo (presso Cerea) e furono presenti nel Consiglio nobile della citt almeno dal 1490 al 1797; nel XVII e XVIII sec. alcuni esponenti del casato furono inoltre insigniti del Cavalierato di giustizia dOrdini illustri o ascritti al Sovrano Ordine Militare di S. Giovanni Gerosolimitano. La famiglia, gi di rango comitale, fu insignita nel 1693 da Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers anche del titolo marchionale di Palazzolo: il titolo nobiliare fu

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Fig. 1 Vulpis velociter currens: homo semper laborans erit. Pietro dAbano (1257-1315 c.), Astrolabium planum (Augusta, G. Engel, 1488): tema di nascita per il diciottesimo grado dei Gemelli (da Bozzolato-Berti [1992: 78]).

(variante: in sbarra), gettato sopra un fiume al naturale e caricato di una volpe corrente di rosso: in questo caso si ha solo assonanza tra il cognome e la forma locale per Gianna, ma non per questo laraldista ha rinunciato alla tipologia (anche in questo caso paraetimologica) dellarma parlante, chiamando in causa ancora una volpe, evidentemente nota in loco col tabuistico Giona/Jona. La presenza della volpe nelle insegne delle famiglie Zane (un cui ramo era insediato anche a Treviso), Zancani e Giona/Jona ha quindi funzione del tutto analoga a quella che si riscontra nel caso delle armi, pure parlanti, dei trevisani Rinaldi (Renard, v. n. 14) e dei vari Volpe (di Venezia, Padova, Treviso e Vicenza), dalla Volpe (di Vicenza e Este), Volpini (di Verona) e Volpati/o (di Treviso e Castelfranco)17: lanimale da cui deriva o a cui pu essere avvicinato il cognome delle varie famiglie vi semplicemente evocato con la tradizionale denominazione alternativa, di carattere tabuistico, che in origine doveva essere ben nota a chiunque si trovasse a leggere le varie armi gentilizie, in quanto elemento di cultura e di prassi linguistica condivisa.
poi confermato, in epoca austriaca, con Sovrana Risoluzione del 15 maggio 1825, ma il casato sembra essersi estinto alla fine del XIX o allinizio del XX sec. (cfr. Schrder [1830: I.372] e Crollalanza [1886: I.479], ultima attestazione rinvenuta). A un ramo della famiglia apparteneva il pittore Gasparo Giona (1563 c.-1631), dal 1590 assai attivo a Padova come frescante (v. scheda biografica in Lucco [2001: 834-5]), e dal luglio 1690 alla morte (1695) un comes Franciscus Jona veronensis, medendi usu & exercitatione magis quam doctrina notus fu docente di medicina pratica ordinaria in primo loco presso lUniversit di Padova, simul impositum illi onus [] disserendi in Nosocomio de pulsis & urinis; sed tribus tantum in singulos annos diebus majoris hedbomadae (cfr. Papadopoli [1726: I.171], Facciolati [1757: III.335, 384]). 17 Per la documentazione araldica di area veneta, si vedano in prima istanza Morando di Custoza [1976: s.v.], [1979: s.v.] e [1985: s.v.], con indicazione delle fonti originali.

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Se consideriamo ora le testimonianze di ordine toponomastico, possiamo rilevare ulteriori tasselli che contribuiscono a delineare laccennata continuit culturale veneto-lombarda allinsegna della denominazione tabuistica della volpe come Gianna. Presso Arqu Petrarca, sui Colli Euganei, la strada che dallincrocio della Mont piccola sale [] verso il valico tra monte Casto e monte Bignago, collegandosi con via Fontana porta ancora il nome tradizionale di strada de Zane, che Mazzetti [1999: 178] spiega correttamente come Zane, dal nome veneziano di Giovanni18 senza per notare la particolarit della forma, che la presenza della preposizione articolata de (< de+e) rivela essere un femminile plurale, quindi letteralmente una strada delle Gi(ov)anne, da intendere a questo punto non come luogo di passeggio di locali villane di tal nome, ma verosimilmente come percorso usuale delle volpi, che certo non dovevano mancare su quei monti (sia pure date per ormai estremamente rar[e] gi da Marcuzzi [1963: 47-8]), almeno a giudicare dalla frequenza di microtoponimi come i vari buso/a da Volpe (4), calto (rio) da/e V/Bolpara/e (2), fontana o possa (pozza) da Volpe, pria (pietra) da Volpe, salto da Volpe, tana da Volpe, vasca de Volpare nei territori comunali di Abano Terme, Baone, Teolo e Vo19. Ancora sui Colli Euganei, a Monselice, il pendio cespuglioso sul fianco sudovest di monte Rico, sotto la cava delle More localmente noto come Xanavra [zanavEra], toponimo in apparenza oscuro che il confronto con le due Usilira di Baone e di Calaone luog[hi] famos[i] per la cattura con le reti di uccelli da passo (da usiti, plurale metafonetico di oseto uccellino) e con la Xenevara [zenevara] di Arqu Petrarca zona ricca di ginepri (cfr. Mazzetti [1999: 179, 185, 216, 290])20 permette di interpretare come luogo infestato dalle Zane cio dalle volpi (e dove eventualmente facile catturarle), o pi in generale come sinonimo tabuistico di volpara/volpra luogo dove abbondano le volpi [], spesso usato gi nel senso di luogo abbandonato e selvaggio ([Olivieri 1965: 375-6]; cfr. francese renardire , spagnolo e portoghese rapose(i)ra tana delle volpi, volpaia e, per il significato traslato, il biblico mestum factum est cor nostrum [] propter montem Sion, quia desolatus est: vulpes ambulant in eo: Lam. 5: 17-8)21.
18 Cos, non del tutto esplicitamente, gi in Olivieri [1914: 119], che riporta per erroneamente Zane (str. del-), Arqu, Pad. e lo elenca tra i toponimi derivati da JOHANNES. 19 Cfr. Mazzetti [1999: 19, 37, 66, 80, 197, 222, 234, 291, 305, 309], Grandis [2001: 15], Cusin [s.d.: 39]. Cfr. anche una contr della Volpara a Torreglia, citata in una polizza destimo del 1797 (Archivio di Stato di Padova, Estimo 1797, b. 16, pol. 1399). La diffusione dellanimale e dei relativi toponimi in area euganea ben si accorderebbe con la dichiarata origine monselicense dei veneziani Zane (v. sopra nel testo). 20 Cfr. anche le alternanze locali carbonra/carbonara magazzino del carbone, cunicra/cuniciara conigliera, saresra/saresara ciliegeto, ecc. 21 Sempre sugli Euganei, sul versante sud del monte Venda (erroneamente assegnato al territorio di Arqu Petrarca), Olivieri [1914: 217 n. 2] e [1961: 79 n. 3] segnala la presenza di una localit Zanica o Zaniga, anchessa ipoteticamente riportata a *DIANATICA esposta a mezzogiorno (cfr. n. 13): il toponimo ci sembrerebbe invece pi verosimilmente derivato da Zana Gi(ov)anna con il suffisso di relazione -ica > -iga (> -ega: cfr. betniga/ega erba vettona > ingrediente fisso dei preparati farmaceutici > donna onnipresente, crega tonsura clericale, dom-

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Nella pedemontana vicentina, infine, anche il gi accennato Zan (v. n. 13), la cui forma latina Zanade attestata in documenti almeno fin dal 126222, potrebbe rinviare a un *(TERRAE) JOHANNATAE (allora in origine con lo stesso suffisso participiale-aggettivale presente in Arcade (TV, arcate, forse di difesa spondale), Biancade (TV, terre con calcare bianco), Falcade (BL, < FALCARE falciare), Listolade (BL, < USTULARE bruciare), Pertegada/e (VI, VR, UD, terra/e perticata/e, misurata/e), Roncade (TV, < RUNCARE mettere a coltura)23, ecc., non raramente evoluto in - [E] nelle variet venete di pianura a seguito del completo dileguo della -d- e della riduzione dello iato)24 che non sarebbe impossibile interpretare come infestate dalle Zane, volpi, corrispondente per il significato ai vari Volparo/a/e (PD, PV, AL, BI, PC, PR, TE), Volpra/e (BL, VR, BG, BS, LO, RA), Volpaio/a/e (AR, GR, LU, PI, SI), Volpinara/aia (VI, FI), Volparolo/a/e (MO, AL, NO), Volpino (VR, BG), Volpeglino (AL), ecc. (cfr. Olivieri [1914: 205-6], [1961: 74], [19612: 585], [1965: 3756], Gnaga [1937: 646], Pellegrini G.B. [1990: 363]), e in particolare allintensivo (e pure participiale) Volpente (VI). Se tale interpretazione corretta, essa contribuisce a ulteriormente rinforzare la continuit territoriale, estesa almeno da Venezia (e Treviso) a Brescia e corrispondente quindi a gran parte dellantico territorio dello stato da tera della Repubblica veneta delle aree linguistico-culturali in cui la volpe era tabuisticamente designata come Gianna (Zana, J/Gioana), aree che si ponevano a loro volta come ponte tra la zona alpina e quella mediterranea in cui attestata la stessa denominazione25.
nega, ugniga/ega salsiccia lucana, mnega, ecc.), e interpretabile forse come (costa/tana?) della volpe: il toponimo tuttavia assente in Mazzetti [1999] e la sua apparente scomparsa nel corso del XX sec. (cos come la pronuncia con [dz-] indicata da Olivieri e la forma semicolta del suffisso) impedisce di raggiungere ogni ragionevole grado di sicurezza al riguardo. Si noti che Zanica oggi cognome assai diffuso nellarea euganeo-berica e polesana, portato anche da due informatori locali dello stesso Mazzetti (cfr. Simionato [1999: 344], incerto circa la derivazione da Zane). Incerto anche il valore delloronimo Forcella Zana (m. 1675), presente nellAgordino, sui Monti del Sole, accanto al Monte Pizzon. 22 Unum campum a Valbocemolo quem tenent presbyteri de Zanade (Archivio di Stato di Vicenza, Codice A, f. 103v: cfr. Daniele [1973: 755], con molte attestazioni successive). 23 Cfr. Olivieri [1914: 219, 240, 307 n. 2, 337], [1961: 80, 89, 121 n. 2, 135-6], Pellegrini G.B. [1987: 194, 197, 221, 356], [1990: 199, 209, 227, 239-40, 244], Marcato [1990: 265, 553]. 24 Cfr. Tomasin [2004: 112-5]. Il frequente esito -TE > -de > -e > - confermato, in campo toponomastico, dai casi di Scorz (VE, VR, < scorzade < SCORZATE, da CORTEX corteccia di rovere usata nella concia delle pelli: cfr. Olivieri [1914: 158], [1961: 55 n. 5], Marcato [1990: 613]) e, con trasformazion[e] fonetic[a] pi profond[a] per la caduta anche di [t] protonica, di Civ (PD, < CIVITATE: cfr. Olivieri [1914: 317], [1961: 126], Pellegrini G.B. [1987: 299], [1990: 381], Beltrame [1992: 58]; documenti di XII e XIII sec. con Civitate > Cividate > Civiade > Civ citati in Daniele [1973: 212]). 25 Uneco letteraria dellantico (e forse gi opaco) uso tabuistico di Zana volpe sembra giungere anche dal Veneto centro-settentrionale di fine XVI sec., almeno a giudicare da due versi (148-9) della coneglianese Egloga pastorale di Morel (su cui v. Pellegrini G.B. [1964], [1977: 375-412]), in cui il protagonista spiega come avrebbe desiderato per fantesca una non meglio specificata zia Giovanna (si noti anche il titolo parentale), paradossalmente apprezzata, a quanto pare, per la sua capacit di ripulire il pollaio: voleve deda Zana per massera, parch la monda e netta mu un poner (per dda zia, v. Pellegrini G.B. [1977: 179-80, 387]). Alla luce delluso di zana come denominazione della volpe, animale dalla furbizia proverbiale, non stupisce che nella Commedia dellArte zan(n)i (v. n. 13) sia nome collettivo per la categoria dei

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Considerando ora tale uso linguistico da un punto di vista pi generale, osserviamo che esso si inquadra in una rete di usi analoghi ben analizzati dal
servi astuti (poi individualmente designati con nomignoli diversi: Zan Falopa, Zan Fritata, Zan Salziza, Gianduja, Giancola, ecc.), responsabili dello sviluppo della trama (cfr. Brighella da brigare) e contrapposti quindi ai servi sciocchi quali Arlecchino o Pulcinella (e peraltro un Volpino), dediti invece alle digressioni burlesche (cfr. DEI [s.v.]): lorigine bergamasca dei Zani delle prime commedie (XV e primo XVI sec.) sembra quindi indicare che larea in cui la volpe era designata con un nome tabuistico derivato da JOHANNES (da cui lulteriore passaggio di Zane al valore di (servo) astuto per antonomasia: cfr. catalano guill e rabos, valenciano raboser astuto, rispettivamente da guilla e rabosa volpe, v. n. 14 e Coromines [1980-2001: IV.739, VII.26]) si estendeva un tempo fino allestremit occidentale dello stato veneto. Alcuni curiosi indizi lessicali e letterari permettono forse di estendere ulteriormente a occidente tale area, includendovi il Piemonte (dove giana < JOHANNA termine antonomastico per donna furba: cfr. Migliorini [1927: 233] e v. sopra, n. 9) e almeno parte della Francia (oitanica) medievale, dove pure il nomignolo di Renard < Reginhardt, in origine meramente descrittivo (cfr. n. 14), si imposto ai danni dellantico goupil. Nella branche XI (Renart empereur) del Roman de Renart, una di quelle aggiunte in epoca successiva (1196-1200) e da mano diversa al nucleo originale della raccolta (i primi racconti, gi di tradizione orale, furono messi per iscritto da Pierre de Saint-Cloud intorno al 1171-77), Renart chiamato a corte da re Noble, il leone, desideroso di partire per la crociata, e da questi nominato luogotenente del regno durante la sua assenza, con giuramento di fedelt prestatogli da tutti i baroni rimasti in patria approfitta della situazione a lui favorevole per propalare la falsa notizia della morte in partibus del leone e proclamarsi re al suo posto, salvo venire poi smascherato, sconfitto e catturato dal legittimo sovrano rientrato in patria e raggiungere comunque con lui un accordo di pacificazione. Secondo lunanime commento degli esegeti (cfr. Dufournet [1985: I.5, 23], Pastr [1987: 81]), si tratta di una rappresentazione satirica del mondo cortese e dellepopea cavalleresca, in cui il ritratto di Renart, baron fodal, grand seigneur, hardi et ambitieux, brutal et sans scrupules antagonista del leone gi nella branche Ia del Roman (pure datata agli anni 90 del XII sec.), dove si libera dallassedio di questultimo con un crimine di lesa maest, il lancio di una pietra che ferisce gravemente il re alla testa e perci symbole dune noblesse rebelle, arrogante et rapace, [image du] mpris que certains grands, au XIIe sicle, affichaient lgard de leur suzerain, costituisce sans doute [une] critique virulente de Jean sans Terre qui, en 1193, se saisit du royaume de son frre Richard Cur de Lion en rpandant la fausse nouvelle de sa mort, salvo fare poi atto di sottomissione e ottenerne il perdono al suo rientro dalla crociata e dalla prigionia nella Germania di Enrico VI (e adire infine alla successione legittima nel 1199, alla morte effettiva di Riccardo). Se lequazione re-leone di tradizione antica e sembra esser stata ulteriormente facilitata in questo caso dal nomignolo Cuor di Leone di cui Riccardo si fregiava, invece singolare, e forse non casuale, il fatto che alla volpe Renart venga cos chiaramente assegnato il ruolo dellusurpatore Giovanni, mai esplicitamente nominato nel testo medievale, quasi che questo (Jehan) fosse comunque il nome con cui, anche nella cultura popolare francese dellepoca, si designava normalmente il goupil, il che poneva quindi questultimo nella posizione di candidato naturale a impersonare le vicende del pretendente al trono inglese. La clbrit de Reynart, de lastucieux et malhonnte personnage qui cause tant de souci au Roi Noble fu poi probabilmente allorigine della scelta del nome di Renaud de Montauban, uno dei quattro fils Aymon, che nellomonimo romanzo dellepica medievale francese fiero avversario di Carlomagno (cfr. Castets [1909: 108]), e il nome del protagonista del romanzo fu a sua volta ripreso nellelaborazione popolare di temi narrativi tratti da antiche leggende celtiche e scandinave (cfr. Doncieux [1900]), avviata forse in terra occitana (presso Montauban, appunto: cfr. Canteloube [1951: II.288]; superata invece la posizione di Doncieux [1900: 233], che fissava in area bretone linizio di tale elaborazione e definiva secondaires le versioni occitane), che diede origine alla celebre Chanson du roi Renaud, ben presto diffusa anche nel dominio dOl e in tutta Europa con numerose varianti linguistiche, testuali e onomastiche (v. n. 40): come notava Nigra gi nel 1888 [19572: 167]; cfr. anche Doncieux [1900: 224]), mentre la maggior parte (e le meno guaste) delle versioni francesi presentano il protagonista semplicemente come roi Renaud, fils Renaud, comte Arnaud, Arnaud lInfant, ecc., le meno pure di tali versioni presentano il bastardo germoglio (ovvero plonasme fautif) di denominare il protagonista come Jean Renaud (la versione basca e una bretone semplicemente Jean, mentre le pi lontane presentano addirittura Louis, Pedro, Carlino,

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punto di vista totemico-tabuistico da Alinei [1981] e [1984] (v. qui n. 56) che Serafino Guastella cos sintetizzava, gi nel 1884 e con riferimento alla situazione siciliana del tempo, in nota alla sua Parit nr. VII: i nostri villani chiamano coi nomi dei santi quasi tutti gli animali domestici e qualcuno che non domestico. Il porco Antonio, la gatta Marcuccia, il bove Luca, il cavallo Giorgio, il mulo Aloi, il montone Martino, il cane Vito, la volpe comar Giovanna o comar Giovannuzza, il lupo Silvestro, e via dicendo. Come facile vedere, tali assegnazioni di nome corrispondono in gran parte allo stretto rapporto tra i vari santi e i relativi attributi iconografici, direttamente accessibili ai popolani pi o meno analfabeti dell800 e dei secoli precedenti: cos nei casi delle coppie maiale-S. Antonio (abate: cfr. anche Pitr [1944: 419]), gatto (in quanto piccolo leone)-S. Marco (cfr. anche Pitr [1944: 456]), bue-S. Luca, cavallo-S. Giorgio26; in altri casi, ai quali si riferisce estensivamente lo stesso Guastella sempre in nota alla sua Parit su Giovannuzza, la causa dellassegnazione di nome allanimale va ricercata nel patronato esercitato dal santo in questione su (o contro) lanimale stesso, anchesso ben presente alla cultura popolare: cos, secondo Guastella, S. Giorgio sarebbe protettore del cavallo, S. Aloi (Eligio) del mulo27, S. Erasmo degli asi-

Angiolino, ecc.); dal nostro punto di vista, ci sembra suggerire che in determinate aree geografiche (Parigino, Vandea, Poitou, Bourbonnais, Nivernais, Ginevrino, ecc.) fosse avvertita lesigenza di rideterminare il valore volpino del nome del protagonista, ormai sentito come aulico (forse anche per la sua qualifica nobiliare, che infatti eliminata in tali versioni), affiancandogli la corrispondente denominazione popolare, che (almeno in quelle aree) dovremmo allora nuovamente postulare come Jehan. Questa ipotesi pu forse trovare conferma nel detto francese (dal Vendmois) tre de la Saint-Jean intelligent, frhreif sein[:] les enfants ns la Saint-Jean passent pour tre plus avancs que les autres [Cramer 1931: 90] (per i miracoli della notte di S. Giovanni v. n. 33), anche se, contraddittoriamente, il nome Jean(ne) sembra essere stato spesso applicato in Francia a personaggi ritenuti dous de peu de finesse o decisamente Dummkopf (tra cui, con curioso rovesciamento rispetto ai zanni della Commedia dellArte, molti personaggi teatrali e marionettistici: cfr. Cramer [1931: 14-62, 75-98], Sbillot [1906: 20]). Va tuttavia segnalato che lo stesso Cramer [1931: 62-6], tra i molti animali popolarmente denominati in Francia come Jean(ne), non riporta la volpe ma indica piuttosto, tra le denominazioni pi evidentemente tabuistiche (v. n. 56), il lupo (Dj di b/Jean du bois in Svizzera romanda e in una filastrocca angevina, Jean de lignolle riproducentesi (< se ligner accoppiarsi, darsi discendenza) in una canzone popolare dellAlta Bretagna: tali denominazioni sono sconosciute a Rolland [1908], ma cfr. Sbillot [1906: 20]: Yann nome bretone del lupo nel Trgorrois), la puzzola (Jann bitoch in bretone) e il rospo (Jano in Poitou). 26 Cfr. anche Mastrelli [1989: 734, 737, 752] e Cortelazzo [2006] per le espressioni francesi loiseau saint Luc bue e compagnon de St. Antoine maiale (cfr. anche il porco santAntonio in italiano antico) e per il toscano e padovano Nino, il bolognese Ninin e lemiliano Ninin/n maiale (questi ultimi da (Anto)nino e non di formazione elementare, per il modo usato per richiamare questi animali, n da (Giovan)nino come riteneva Migliorini [1968: XLII]). La denominazione del gatto come Marco attestata anche in Francia oitanica con Marcou (e varianti) gatto maschio e Marcotte (e varianti) petite chatte (cfr. Rolland [1881: 82], [1906: 118]). Placucci [18852: 195] riferisce che in Romagna in alcune ville cos grande la venerazione dei contadini verso S. Luca evangelista, che si astengono dal lavorare coi bovi nel giorno della sua festa, credendo di fare peccato. 27 In Pitr [1881: XX], S. Eligio indicato piuttosto come patrono dei cavalli (e in BS [IV.1069-73] anche di tutte le professioni connesse: maniscalchi, carrettieri, vetturini, sellai, fabbricanti di speroni, commercianti di cavalli), ma non difficile ipotizzare unestensione del suo patronato ai muli, specie in un contesto socio-economico come quello della Sicilia del XIX

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ni, ecc., mentre noto che S. Vito era tradizionalmente invocato a protezione delluomo da numerose malattie nervose (genericamente indicate come ballo di S. Vito), tra cui il morso dei cani idrofobi28. Tra i casi in cui le ragioni dellassegnazione di nome allanimale non sono immediatamente evidenti29, rientra anche quello della volpe che, come si visto, designata con derivati di JOHANNES in unarea assai pi vasta della Sicilia, pur non risultando costituire attributo iconografico n rientrare nel patronato di alcun santo di tale nome (n, peraltro, di nome diverso, almeno in area italiana)30: in quanto segue ci soffermeremo su questo aspetto, cercando di individuare le origini di tale as-

sec. Documenta il facile scambio di patronati tra cavalli, asini e muli anche Pitr [1944: 432, 434, 444]. 28 Su S. Vito protettore degli arraggiati (arrabbiati), e sulle invocazioni di S. Vito per ligari (affascinare) i cani minacciosi, cfr. gi Pitr [1881: 276-82], [1944: 470-3]. Sulla genesi e la localizzazione specifica del culto di S. Vito, che la tradizione vuole nato a Mazara del Vallo, quale cristianizzazione di quello di Crimiso, antica divinit elima della caccia che gli antichi rappresentavano seguito da una muta di cani, cfr. Pace [1949: 77]. 29 Considerando la denominazione popolare del lupo quale ulteriore caso di assegnazione di nome basata sullattributo iconografico di un santo, essa sembrerebbe riferirsi non a S. Silvestro papa, ma a S. Silvestro Gozzolini da Osimo (c. 1177-1267), fondatore, verso il 1231, della congregazione benedettina detta appunto dei Silvestrini, a cui laneddotica, ripresa dalliconografia, attribuisce la costante compagnia di un lupo che obbediva ai suoi ordini e faceva guardia alla sua cella (cfr. Cahier [1867: II.532]): tuttavia oltre a non risultarci che in Sicilia siano mai esistiti monasteri aderenti alla congregazione Silvestrina in grado di promuovere a livello popolare il culto e limmagine del santo marchigiano ci sembra insolito il ricorso a un santo moderno per la denominazione di un animale. Riteniano quindi preferibile pensare a un riferimento al generale patronato di S. Silvestro papa sugli animali domestici (cfr. BS [XI.1080-1]), intendendo allora tale denominazione quale deterrente nei confronti dellazione predatoria del lupo: sulle invocazioni a S. Silvestro per preservare dal lupo uomini e animali, cfr. infatti Pitr [1944: 477-80, 484]. Sul rapporto di S. Martino con montoni, caproni e cornuti in genere (compresi i mariti traditi), variamente attestata in molte aree di Francia e Italia, hanno indagato, con esiti non del tutto soddisfacenti, Migliorini [1927: 132-3, 260-6] e Mastrelli [1989: 738]; al riguardo merita una segnalazione lo scongiuro friulano contro i lupi (dal protocollo del 1431 di pr Nicol da Ceresetto, cappellano dei Battuti di Udine), che si conclude con linvocazione a Dominidio el bon Sent Martin (cfr. Ostermann [19402: I.210-2], Pellegrini R. [1987: 75]). Su Martinu, nome del caprone (soggetto per al patronato di S. Erasmo), cfr. anche Pitr [1944: 429-30]. 30 Cfr. gi Pitr [1881: 318]: Giuvannuzza, diminutivo di Giuvanna, detta [] la volpe, n saprei, se non per ragione di qualche favoletta ora dimenticata, darne la ragione. In ambito francese e tedesco la volpe associata, a livello aneddotico e iconografico, a un gruppo di santi di III-VII sec. localmente assai popolari (pur se in parte leggendari: cfr. BS [s.vv.]), ma ci non sembra aver dato luogo ad alcuna associazione onomasiologica: si tratta di S. Ginolfo (Genou) del Berry, S. Erveo (Herv), S. Condedo (Cond), S. Giuniano (Junien) del Poitou e S. Bonifacio di Tarso (ai quali tutti una volpe avrebbe miracolosamente riportato viva una gallina precedentemente sottratta), i Ss. Ferreolo e Ferruccio (Fargeau et Fergeon) di Besanon (una volpe sarebbe sfuggita ai cani nascondendosi nella grotta in cui erano sepolti i loro corpi, permettendone cos linventio dopo molti secoli) e S. Magno di Fssen in Baviera (una volpe lo avrebbe guidato alle miniere di ferro con cui la popolazione della zona avrebbe potuto sostentarsi: si tratta forse di un calembour tra il nome della localit e quello tedesco della volpe; cfr. Cahier [1867: II.595, 728-9], Rau [1955-59: III.1523]). La volpe sembra figurare occasionalmente anche nelliconografia di S. Patrizio dIrlanda, tra gli altri animali dannosi (cani, serpenti, ecc.) da cui avrebbe liberato lisola e i cui morsi avrebbe miracolosamente guarito (cfr. Kaftal [1985: 532, 536 fig. 750]; il testo trecentesco corrispondente a tale immagine parla per solo della liberazione da morsicature di vipere, di serpenti, di cani, di lupi, o da morbo epidemico: cfr. Baggi [1928: 145]).

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sociazione onomastica, profondamente radicate nella tradizione popolare europea. Un primo punto da chiarire riguarda il referente ultimo di tale denominazione, cio, assumendo preliminarmente che essa si fondi sullo strato pi antico dellagionomastica cristiana, quale dei due Johannes della tradizione biblica abbia prestato il proprio nome al canis vulpes: S. Giovanni Battista o S. Giovanni Evangelista? Lintuizione a tal riguardo, anche se dovuta forse a una mera valutazione soggettiva, che sia pi probabile un riferimento al Battista, la cui popolarit nel medioevo sembra essere stata molto maggiore di quella dellEvangelista e che, a differenza di questultimo (stabilmente associato, nellambito del tetramorfo apocalittico, al simbolo dellaquila), non gode di una stabile associazione iconografica a un attributo animale31, essendo quindi libero da vincoli di identificazione determinati a priori. Tale ipotesi di lavoro incontra, gi allo stadio preliminare della ricerca, numerosi elementi di contatto e di mutuo richiamo tra le fonti e le tradizioni popolari riferite alla volpe e a S. Giovanni Battista, che ne confermano la bont: presenteremo qui, in breve ma in forma sistematica, gli elementi rinvenuti che, come vedremo, sembrano stabilire tra il santo e lanimale rapporti oscillanti tra lantagonismo e lidentificazione (mediati entrambi da fenomeni di sincretismo religioso), tali comunque da giustificare la denominazione popolare in esame. Il rapporto di antagonismo tra il Battista e la volpe sembra topicamente stabilito fin dal testo evangelico (Lc. 13: 31-2), laddove riporta un breve dialogo tra i farisei e Ges, alle porte di Gerusalemme: In ipsa hora accesserunt quidam pharisaeorum dicentes illi: Exi et vade hinc, quia Herodes vult te occidere. Et ait illis: Ite, dicite vulpi illi. Va infatti ricordato che lErode in questione, che Ges qualifica di volpe, il tetrarca Erode Antipa, che era stato a suo tempo rimproverato dal Battista per la sua relazione con la cognata Erodiade e che perci, istigato da questultima, laveva fatto arrestare e decapitare (cfr. Mt. 14: 1-12, Mc. 6: 14-29, Lc. 9: 7-8): secondo la lettera del Vangelo, lavversario di Giovanni Battista dunque una volpe. Tale antagonismo si ritrova poi, con varie accezioni, nelle tradizioni popolari riferite alla celebrazione del solstizio destate, la cui antica ritualit pagana di matrice agraria, legata allinversione del ciclo stagionale, venne sussunta e cristianizzata dalla Chiesa facendone coincidere il culmine con la notte (e il giorno, 24 giugno) dedicato alla nativit del Battista: in Francia, plusieurs fermires de la Brie portaient, le jour saint Jean, la plus belle de leurs poules dans la fort: avant le lever du

31 Lagnello, richiamato dallevangelico ecce Agnus Dei (Jo. 1: 36), oltre a essere propriamente riferito a Ges e non al Battista che lo pronunci, solo raramente presente nelle raffigurazioni del santo (sia adulto che bambino) ed perlopi semplicemente evocato dal cartiglio iscritto retto da questultimo, certamente di non immediata comprensibilit testuale per il popolo analfabeta. Quanto alla denominazione logudorese della volpe come compare Giommaria (v. sopra), cfr. De Gubernatis [1878-82: I.185-6, 217-8] per linterpretazione popolare di S. Giovanni Battista e della Vergine quali fratelli e per i conseguenti vari casi di erbe denominate ora di S. Giovanni ora di S. Maria/della Madonna (iperico, felci, crassula, ecc.), oppure congiuntamente (come nel nostro caso) di Giovan-Maria.

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soleil, elles conjuraient le renard de respecter leur enclos et lui abandonnaient leur volatile chrie; in Romagna, nella notte di San Giovanni, il colono, fatto un mazzolino di tre spiche di grano marcio o carbone, discendeva al fiume e quindi il gittava, stimando con ci di aver liberato e purgato dalla carie o volpe32 [] il grano che stava per mietere; ancora in Francia (Charente), les vieillards se chauffent les reins au feu de Saint-Jean pour tre prservs du renard, maladie des reins, pendant le reste de lanne33. evidente che in tutti questi aspetti della tradizione popolare i pur numerosi patronati esercitati dal Battista non sono affatto coinvolti e che tutto vi si svolge piuttosto allinsegna dellaura di magia purificatoria e profilattica che riveste la notte solstiziale, trovando la sua pi concreta ed evidente manifestazione nei roghi che ancor oggi la caratterizzano in tutta Europa e rivolgendone cos la forza contro gli spiriti maligni di cui, con altri animali dannosi per leconomia agricola, la volpe era ritenuta incarnazione34. A un analogo intento
32 La carie del grano, detta anche volpe, golpe, buffone o carbone puzzolente, dovuta allazione di parassiti fungini (specie di Tilletia) che sporificano nel frutto giovane, rovinando le cariossidi. Essa a volte confusa con altra malattia, detta carbone, per la quale la spiga del grano rassomiglia a una coda di volpe spelacchiata, dovuta al parassitismo di funghi Ustilaginali germinanti nel fiore aperto del frumento e caratterizzata dalla formazione di una massa nera polverulenta, data dai milioni di spore del micelio sviluppatosi nel seme infetto, che si manifesta al momento della formazione della spiga, costituita allora dalla sola rachide coperta dalla massa scura (cfr. DEI [s.v.]). 33 Le tre citazioni sono rispettivamente da Sbillot [1906: 30], http://www.comune.san-giovanni-in-marignano.rn.it/public: s.v. (la notizia, di ignota fonte forse ottocentesca, si riferisce al romagnolo Granaio dei Malatesta), Rolland [1908: 136]. Questultima usanza, fondata evidentemente sulla semplice assonanza reins-renard (a causa di un analogo calembour paraetimologico tra Ren e reins, il leggendario San Renato dAngers era altrove cens gurir les maux de reins et par suite limpuissance des maris esrens ou rns: son intervention tait souveraine pour engrosser les femmes striles [Rau 1955-59: III.1148]), per funzionalmente identica a quelle, assai diffuse e documentate in tutta Europa, di saltare sopra al fal della vigilia di S. Giovanni (o di far passare gli animali sulle sue ceneri) a scopo curativo o profilattico, di esporre alla rugiada di quella notte (o di raccogliere allalba del 24 giugno) cipolla, aglio, camomilla, malva, felci, edera, iperico, artemisia, dente canino, veriola, mdego maestro, menta, verbena, timo, tiglio, melitoto, sambuco, cicoria (e molte altre erbe commestibili e medicinali, collettivamente designate come erbe di S. Giovanni) perch abbiano pi aroma e forza contro i dolori, oppure di raccogliere quella stessa rugiada, da utilizzare poi per lavacri, impacchi e cibi ritenuti medicamentosi, o ancora di bagnare direttamente nellerba fradicia, allalba del giorno di S. Giovanni, membra e corpi malati o doloranti, a scopo curativo (cfr. EC [VI.525-7], Pitr [1881: 309], De Gubernatis [1878-92: I.185-92], Sbillot [1906: 474-9], Frazer [1923: I.20910], Tagliavini [1928: 180-1] (con curioso scambio, giacch il popolo facilmente li confonde, tra S. Giovanni Battista e lEvangelista), Cramer [1932: 8-30], Coltro [1980: 124-5], [1982: I.192, 218, II.181-4], Marcato [1991: 73], Centini [1998] e v. sotto, n. 43). 34 Esplicito in questo senso, sotto la patina allegorica, ci sembra il testo della duecentesca Legenda aurea di Jacopo da Varazze (LXXXI. De Sancto Iohanne Baptista, qui citata secondo ledizione Maggioni: Firenze, SISMEL-Galluzzo, 1998: 550): Ossa mortuorum animalium undecumque collecta in hac die ab aliquibus comburuntur [] ex antique institutionis obseruantia. Sunt enim quedam animalia que dracones uocantur que in aere uolant, in aquis natant, in terra ambulant. Quandoque autem [] ad libidinem concitabantur et in puteis et in aquis fluuialibus sperma iactabant et inde sequebatur letalis annus. Contra hoc ergo istud fuit inuentum remedium ut de ossibus animalium rogus fieret et sic talia animalia fumus fugaret; et quia istud maxime hoc tempore fiebat, ideo adhuc istud ab aliquibus obseruatur. Anche secondo il teologo protestante zurighese Ludwig Lavater (1527-86), die divi Joannis, quidam fasciculum herbarum consecraturum incenderunt, ut fumo earum daemones fugarent (cfr. De Gubernatis [1878-82: I.185 n. 1]). Si noti che laffumicazione delle tane uno dei sistemi classici utilizzati dai contadi-

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di lotta agli spiriti maligni, o alle streghe (in area romanza, ricordiamo, spesso originariamente designate con gli esiti locali di DIANA: gene, jana, xana, giana, zana, ecc.) che in veste di volpi recavano danno ai campi di grano, era dovuta nellinterpretazione di Frazer [1923: II.39-44], [1929: III.331-2], [1949: 656-7], che vi vedeva una sopravvivenza di lungo periodo di costumi e credenze druidiche (cfr. anche Mannhardt [19052: 515]) lusanza francese di ancien rgime, ma ancora viva nella Savoia del XIX sec., di bruciare nel grande fal di San Giovanni (fino al 1648 a volte acceso dal re in persona sulla parigina Place de Grve) una o pi volpi vive, rinchiuse in una cesta legata allalbero al centro della catasta. In quanto precede si pu quindi riscontrare una chiara contrapposizione tra la magia buona del solstizio, attribuita al Battista per sincretismo con la ritualit agraria precristiana, e la nefaria stregoneria simboleggiata dalla volpe. Pi sottile e controverso, forse in bilico tra lantagonismo e la piena identificazione simbolica, appare invece il rapporto tra S. Giovanni Battista araldo di vita in quanto annunciatore di Cristo, ma al tempo stesso, per la sua associazione al solstizio destate (vero giro di boa stagionale del ciclo solare e di quello agrario: dalla massima crescita alla progressiva diminuzione della durata del giorno35, dalla piena maturazione dei frutti della terra al raccolto, ecc.), richiamo costante allineluttabilit della morte e la volpe (tradizionalmente ritenuta incarnazione dellastuzia diabolica e quindi immagine di morte), quale simbolicamente rappresentato dalla decorazione scultorea dei portali di varie chiese romaniche in diverse zone dEuropa, indipendentemente dalleffettiva dedicazione delle chiese stesse. Tali portali costituiscono sul piano simbolico la materializzazione delle ianuae coeli solstiziali (cio i passaggi celesti attraverso cui il sole entra nelle fasi rispettivamente ascendente o discendente del suo corso annuale: cfr. n. 40 eth sorelh en gran portau), ovvero la traduzione concreta delle cesure cicliche del tempo36, e sono perci correntemente definini per allontanare le volpi dal loro territorio. Sbillot [1906: 31-2] descrive nei dettagli luso rituale e magico dei tizzoni del fal di S. Giovanni, che erano condotti per tre volte in un ampio giro attorno ai poderi da liberare dalla presenza delle volpi, durante ognuno degli scongiuri ad hoc che si effettuavano tre volte allanno (Pasqua, Assunta e Ognissanti) nellAlbret (Aquitania). 35 Esplicito, anche in questo caso, il testo della Legenda aurea, che riprende S. Agostino: [In hac die] feruntur etiam facule ardentes, quia Iohannes fuit lucerna ardens et lucens; et rota uertitur, quia sol tunc in circulo descendit, ad significandum quod fama Iohannis qui Christo putabatur descendit secundum quod ipse testimonium perhibuit dicens: Me oportet minui, illum autem crescere. Hoc significatum est secundum quod dicit Augustinum in eorum ortibus et in eorum mortibus. In eorum ortibus, quia circa natiuitatem Iohannis incipiunt dies decrescere, circa natiuitatem Christi crescere []. Item in eorum mortibus, quia corpus Christi in cruce est exaltatum, corpus Iohannis capite minoratum (ed. Maggioni 1998: 551). 36 Le porte del tempio cristiano medievale, come gi di quello pagano (si ricordi per tutti il caso paradigmatico del tempio di Giano), rispondono cio a un simbolismo cosmico in cui il passaggio da un mondo a un altro pi dordine temporale e ciclico che non dordine spaziale [Burckhardt 1976: 90] (cfr. anche la frequente presenza sugli stipiti o gli arconi di tali portali dei cicli dei mesi, dello zodiaco, delle et della vita, ecc.). Tali cesure cicliche sono a loro volta richiamo della grande cesura del tempo storico, costituita dalla prima venuta di Cristo, il quale disse di s Ego sum porta ovium, [] ego sum ostium; per me si quis introierit salvabitur (Jo. 10: 7-9), e anticipazione escatologica della seconda e definitiva cesura che, alla fine dei tempi, sar data dalla Parusia: ingredietur et egredietur, et pascua inveniet.

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ti in architettura quali porte solstiziali (cfr. Burckhardt [1976: 89-96], con ricca bibliografia): pare quindi significativa la frequente comparsa sui loro elementi architettonici di raffigurazioni della volpe che si finge morta per poter pi facilmente catturare gli uccelli di cui nutrirsi37 (accompagnate a volte da altre immagini animali di uguale procedenza), direttamente ispirate dai bestiari morali dellepoca e dalle relative illustrazioni miniate, che la presentavano quale animal dolosum et nimis fraudolentum et ingeniosum, [] vero figuram habet diaboli38. Si tratterebbe cio di una rappresentazione simbolica del solstizio estivo, posto sotto legida di S. Giovanni Battista, con unimmagine di tradizione favolistica ben nota al popolo: gli uccelli, animali celesti e solari, sono divorati dalla volpe, animale che vive in tane sotterranee e caccia nelloscurit, allo stesso modo in cui dopo il culmine solstiziale, il giorno solare, arrivato al massimo della sua lunghezza, sar progressivamente divorato dalle tenebre (salvo la ciclica inversione delle parti al successivo solstizio invernale)39.

37 il caso, pur con varianti iconografiche, dellarchitrave e dello stipite destro della porta della Pescheria del Duomo di Modena (dedicato a S. Geminiano: cfr. Frugoni [1999: I.24, 258, II.345, 358]), degli archi dei portali della chiesa di S. Giovanni (Battista) Profiamma presso Foligno e di quella di S. Pietro a Spoleto (cfr. http://spazioinwind.libero.it/iconografia/Profiamma.htm, Pardi [2000: 286, 394, 401, 404],), del timpano di St. Ursin a Bourges (cfr. Beigbeder [1989: 133, 288-9 e tav. 7]), dellarco e della base della colonna di destra del portale della chiesa di St. Mary ad Alne nello Yorkshire (cfr. Muratova [1987]), ecc. 38 Cos il Physiologus di Isidoro di Siviglia (XV. De vulpe), al cui seguito tutti i bestiari latini e volgari del Medioevo. Riportiamo per tutti il testo del quattrocentesco bestiario tosco-veneto conservato alla Biblioteca Civica di Padova, edito da Goldstaub-Wendriner [1892: 58-9]: La bolpe si una bestia maliziosa con molti volpini, et una natura si fata, che quando ela fame, si se inpega tuta et va in (n)un canpo et metese roversa in tera et cava fuora la lengua; e li corbi e le cornachie che la vede, si crede che la sia morta, et vali adosso per becarla, et ela apre la boca et pigliale e si le manza, e in cotal manera se pase, quando ele ano fame. Questa volpe significa lo demonio, lo qual se briga et inpensa, comelo posa inganare la zente, et altro no pensa n de d n de note, e senpre va tanto inpegandose et involupandose de pecadi, et con questi su vizi va piando li omeni del mondo et menali con si in lo inferno. Per altre versioni latine e volgari e per ampia bibliografia sul tema, cfr. Carrega-Navone [1983: 49-50, 310-3, 364-5, 511-2]. Per unillustrazione dellastuzia della volpe affamata e per limpiego astrologico e morale del concetto, v. qui fig. 2 e fig. 3. 39 Il tema era gi stato identificato da De Gubernatis [1874: II.129-30] nella tradizione indiana, sia pure in termini pi generali e relativi al solo ciclo giornaliero: Le renard de la lgende [] a, comme presque toutes les figures mythiques, un double aspect. Comme il reprsente le soir et que le soleil a pour image un oiseau (le coq), le renard, ennemi proverbial des poulets, est aussi dans le ciel le maraudeur et le mangeur du coq et, comme tel, lennemi de lhomme ou du hros, qui finit par se montrer plus habile que lui et par causer sa perte. Le soir, le renard surprend le coq par la ruse, et le matin, il est la victime de la ruse du coq. Il est donc un animal de nature dmoniaque, quand on le considre, soit comme dvorant ou trahissant le soleil (sous la figure dun coq [] ou dun homme) [] soit comme tu ou mis en fuire par le soleil lui mme (coq [] ou homme). La stessa ambiguit della figura mitica della volpe tantt lami, tantt lennemi du hros sembra collegata, nelle fonti sanscrite, allinterpretazione simbolica dellastuzia e del colore rossiccio dellanimale, inteso quale image de la teinte rougetre du ciel qui tient le milieu entre lclat du jour et lobscurit de la nuit e quindi quale incarnazione sia del crepuscolo (moment des incertitudes et des supercheries allora del quotidiano spegnersi del sole) che dellaurora (momento della giornaliera rivincita del sole sulle tenebre, a volte raffigurata dal temporaneo ruolo della volpe quale auxiliaire du hros ou de lanimal solaire contre le loup des tnbres nocturnes): cfr. De Gubernatis [1874: II.128, 130 (e 144-5 per il riconoscimento del tema nelle fiabe russe)].

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Fig. 2 Vulpis est animal dolosum et nimis fraudolentum et ingeniosum Oxford, Bodleian Library, ms. Laud. Misc. 247, f. 149 (De vulpe et quam dolose capit aves: da Muratova [1987: fig. 11]).

Fig. 3 Duo vulpes gallinas comedentes: homo gulosus erit et avarus. Pietro dAbano (12571315 c.), Astrolabium planum (Augusta, G. Engel, 1488): tema di nascita per il quattordicesimo grado dei Gemelli (da BozzolatoBerti [1992: 77]).

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Se quanto detto finora sembra mostrare chiaramente come il punto di convergenza ideologica, e quindi di contrapposizione-identificazione simbolica, tra la volpe e il Battista costituito, ben al di l del dettato evangelico, dal solstizio destate e dalla relativa ritualit popolare, culminante nei fuochi di S. Giovanni40, esso lascia per privo di spiegazione laccostamento tra la volpe e il periodo solstiziale: per una piena comprensione di questo passaggio, cruciale ai fini della possibilit di identificare la volpe come doppio di S. Giovanni (e quindi di denominarla tabuisticamente come Gi(ov)anna), riteniamo che si debbano osservare con pi attenzione alcuni aspetti specifici della tradizione popolare europea legata alle celebrazioni solstiziali, cercando quindi di risalire nel tempo fino alle origini, per quanto attingibili, delle tradizioni e ritualit di origine pagana che vennero poi sussunte, almeno in un loro filone principale, dalla progressiva cristianizzazione dello spazio romano, movente dallUrbe. Osserviamo innanzitutto che il 24 giugno, data solstiziale dedicata poi dalla Chiesa alla nativit di S. Giovanni Battista (Natale destate), concordemente indicato dagli antichi agronomi romani (Plinio, Varrone, Columella, Palladio) come giorno dinizio della mietitura del grano (ritardabile in alcune regioni fino a fine mese: cfr. Le Bonniec [1958: 126], con indicazione delle fonti). In Sicilia (e altrove) ci costituisce ancora la norma e la festa di S. Giovanni coincide quindi con linizio della terza fase del ciclo del grano41: nella
40 Lo stretto rapporto tra la volpe (Guineu, alla catalana) e la ritualit popolare della notte di S. Giovanni compare, senza alcuna apparente sfumatura di contrapposizione (e, anzi, con nostalgica immedesimazione), anche in una recente e anonima lirica aranese di emigrazione (Polifonies occitanes 1. Val dAran, al sito della Federacin de Asociaciones Culturales del Aragn Oriental: http://rimat.blogspot.com): Quan ix de la Vall dAran, repassa mots la Guineu [] i escolta els adius de Joan. Com en els adius de Joan, fa molt temps [] esta Guineu va estimar la Vall dAran. Enten, enten, laccordeon, dus pas de dana, ua canon, eth haro [il fal] que sa alugat, Sant Joan, Sant Joan, se nei tornat. Era passejada, un ser destiu, e com te va? adiu, adiu! [] Non se pot estancar eth temps, ms Arans, tostemp, tostemp. Tornar a pujar enqui era nheu, un darrr cp eth cap en cu, setiat desss eth gran calhau, guardar eth sorelh en gran portau. Companhs [], brembatz-von plan deth praube Joan qui a estimat tant era Val dAran. Val dAran, cap de Gasconha, luenh de tu, quem cau partir. Val dAran, cap de Garona, luenh de tu, quem vau morir. Per la corretta comprensione del testo e della situazione evocata, va ricordato che la Valle dAran, che coincide con lalto corso della Garonna, sul versante settentrionale dei Pirenei, ed linguisticamente ascrivibile allarea occitana (variet guascone), appartiene in realt alla Spagna, trovandosi in territorio da secoli catalano, presso il confine con lAragona. Il testo riprende peraltro alcuni elementi presenti nella versione occitana della Chanson du roi Renaud (Jean Renaud in alcune varianti meno pure: cfr. n. 25), raccolta proprio in Bas Quercy (regione di cui capoluogo Montauban, feudo di Renaud nel romanzo epico francese) e ritenuta peut-tre lune des plus prs de son origine medievale, in cui il counte Arnaud promette, nel partire per combattere in Piemonte, di tornare mort ou vif [] vers la SaintJean, quando la moglie gli avrebbe partorito un erede: torner, in effetti, allepoca promessa, accolto dalla madre che gli annuncia la nascita del bambino, ma essendo gravemente ferito dovr rinunciare a vedere la moglie e figlio e morir la notte stessa del suo arrivo (questultima parte comune a tutte le varianti): cfr. Canteloube [1951: II.288]; testi e musiche di varie versioni della Chanson, tra cui quella occitana in parte tradotta, sono disponibili ai siti http:// htdig.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone.php?id=2499 e http://www.rassat.com/textes s.v. 41 Buttitta [2006: 42-3, 84-9] ripartisce correttamente lanno agrario e lattuale calendario cerimoniale siciliano [] in tre periodi solo parzialmente riconducibili alla scansione delle stagioni e pi evidentemente connessi al ciclo del grano: un primo periodo autunnale-invernale,

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tradizione popolare siciliana il Battista appare perci spesso come patrono del grano e della mietitura42. Tenendo presente questa stretta associazione tra S.
avviato dal ciclo festivo di Ognissanti-Commemorazione dei defunti (1-2 novembre) e concluso dal Carnevale, legato alla dimensione ctonia del grano (seminato appunto in novembre), che germina e sviluppa lapparato radicale, con il movimento interno/esterno del seme di frumento; un secondo periodo primaverile-estivo, avviato dal ciclo festivo di S. Giuseppe (19 marzo)Settimana santa e concluso dalla festa di S. Antonio di Padova (13 giugno: in tutta la Sicilia SantAntuninu [] ha cura diretta delle campagne e della granigione del frumento [], lo si prega che ogni spiga dia tanto grano da riempire un munniu [Pitr 1944: 152-3] e cfr. Pitr [1881: 271]), legato alla dimensione uranica del germoglio di frumento che cresce e della spiga che si forma e matura, con il passaggio dallinterno allesterno della pianta germinata; infine un terzo periodo estivo-autunnale, avviato dal ciclo festivo di S. Giovanni Battista-S. Calogero (18 luglio), legato alla sottrazione della pianta alla terra, [] dalla raccolta alla successiva semina, caratterizzato dalle varie feste patronali (di ringraziamento per la ricchezza conseguita e di celebrazione dellidentit comunitaria) che si susseguono durante lestate, in coincidenza con le operazioni di mietitura (che sembrerebbe conclusa entro il 2 luglio a Enna festa tradizionale dellAssunta, di sicura discendenza antica legata al ciclo demetriaco anche nelle zone montuose dellinterno dellisola: cfr. Bayet [1971: 118 n. 5], Pace [1949: 75]), trebbiatura, selezione e immagazzinamento del grano. Come osservava gi De Gubernatis [1878-82: II.161-2], le froment suit le sort du soleil dans le mythe []: le soleil fcondateur [] fait germer le bl et puis se cache [], pour reparatre au retour du printemps. [] Lhiver, ainsi que la nuit, reprsente [la] disette, et lt, ainsi que le jour, labondance. La mietitura tradizionale aveva inizio a S. Giovanni anche in Romagna (v. n. 33 per la citazione dellusanza relativa alla prevenzione del grano dalla golpe o carie, da effettuarsi nellimminenza della mietitura, proprio nella notte tra il 23 e il 24 giugno) e in Provenza (lo documenta una frase di Mistral di aspetto proverbiale, tratta dallArmana prouvenau del 1882 e riportata da Cramer [1932: 17]: sant Jan adus [porta] la meissoun), e analoga anche sembra la situazione della Borgogna, almeno a giudicare dalla locale usanza popolare (fraintesa e riportata con ironia da Sbillot [1906: 533]) di collocare le statue del santo a protezione delle messi troppo battute dai venti, il cui forte ondeggiare faceva temere ai contadini la perdita del raccolto non ancora giunto a completa maturazione. 42 Le fonti etnografiche segnalano infatti lusanza dei mietitori siciliani (indipendente dal fatto che S. Giovanni sia o meno patrono dei paesi indagati) di acclamare S. Giovanni dopo aver raccolto la prima gregna di frumento (al caporale che invocava E cu na vuci ranni tutti: Viva San Giuvanni!, la squadra coralmente rispondeva alzando le falci: Viva San Giuvanni! [Buttitta 2006: 82]: da Giarratana, dove patrono S. Corrado) e alla ripresa della mietitura dopo ogni pausa di ristoro (Tutti gridamu cu na vuci granni: Via Diu e S. Giuvanni [Pitr 1944: 161]: da Noto, dove patrono S. Bartolomeo), oppure di condurre in chiesa, per la festa del Battista, parte del grano di prima mietitura, con esplicito riferimento allavvento dellabbondanza e alla necessit di ringraziarne lartefice primo, [] il santo [Buttitta 2006: 86-7, 150 n. 3] (da Campobello di Licata, dove il Battista anche patrono; analoghe offerte del mazzuni di spighe o di sacchi di grano sono per ricordate altrove in occasione di feste mariane o patronali). In Veneto, secondo le zone e le variet di grano coltivato, la mietitura tradizionale era leggermente anticipata iniziando comunque dopo il 13 giugno (termine di definitiva maturazione delle spighe e di inizio della loro essicazione: A SantAntonio del segheto ghe more la gamba al fromento, cfr. n. 41), spesso intorno al 18-20, per concludersi entro il 29 del mese (S. Piero del cavain [covone]) oppure leggermente ritardata, iniziando quello stesso 29 giugno: in entrambi i casi, la data di riferimento era quella terminale del ciclo magico e rituale iniziato la notte di S. Giovanni, il che conferma, sia pure in modo meno evidente che nel caso romano e siciliano (e romagnolo, provenzale, borgognone, ecc.: v. n. 41), la centralit del rapporto tra il Battista, in quanto nume tutelare del periodo solstiziale, e il grano che in quello stesso periodo va mietuto (cfr. Coltro [1980: 31, 36, 66, 122-3, 128-9], [1982: I.218, 239-40, II.171, 185-6], Marcato [1991: 63, 73, 109 nn. 235, 239]). Per una migliore comprensione di quanto sopra, va ricordato che il ciclo festivo avviato il 23-24 giugno proseguiva il 25 (S. Eurosia patrona dei frutti della terra e S. Eligio patrono dei contadini) e il 26 (SS. Giovanni e Paolo, considerati spesso repliche del Battista e di S. Paolo apostolo) per concludersi il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, con preminenza del primo, patrono dei mietitori): cfr. EC [V.240, VI.525, 633], BS [Indice dei patronati]. Il legame rituale tra i due estremi del ciclo esplicitato nella tradizione po-

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Giovanni e il grano, sembra significativo, per i nostri fini, richiamare il fatto che la volpe genericamente considerata in varie zone dEuropa (dalla Lapponia al Portogallo e dalla Scozia alla Stiria) quale Seelentier (volta a volta psicopompa, messaggera dei morti, portatrice di bambini, strega, spirito, demone della malattia, Wetterzauber, ecc.: cfr. Riegler [1933: 405-6]) compare pi specificamente in veste di spirito del grano (corn-spirit, nei termini di Frazer [1925: I.268, 286-7, 296-7], [1949: 447-8]) nella tradizione popolare di molta parte della Francia, della Germania e della Svizzera43. Il corn-spirit, dopo il rituale passaggio di a dead or living fox from house to house in spring, [] perhaps to diffuse the refreshing and invigorating influence of the reawakened spirit of vegetation, risiederebbe sotto forma di volpe nel campo di grano determinandone londeggiamento con i propri andirivieni, proteggendolo dalle incursioni giocose dei bambini44, difendendosi
polare veneta anche dalla c.d. barca de S. Piero (che si formava durante la notte dal 28 al 29 giugno per separazione delle componenti di un uovo sbattuto in una caraffa dacqua e dalla cui conformazione venivano tratti gli auspici per il resto dellanno), per la quale si doveva utilizzare acqua che era stata esposta durante la notte di S. Giovanni (v. n. 33). Analogamente, gli auspici matrimoniali per le ragazze erano tratti, a Venezia e in Sicilia, sulla base delle modalit di germinazione e crescita di alcuni chicchi di grano seminati in vaso la vigilia di S. Giovanni e verificati a S. Pietro [De Gubernatis 1978-82: II.165-6]. Nel Gargano, dove la mietitura inizia pure dopo il 29 giugno, gli stessi esperimenti delluovo, del piombo e del cardone, gi effettuati a scopo auspicale nella notte di S. Giovanni, si ripetevano in quella di S. Pietro [Tancredi 1940: 43-5]. 43 Cfr. anche Mannhardt [1884: 108-10]. Lo stretto rapporto esistente tra la volpe e i vari esseri mitici della tradizione popolare, in particolare le streghe (v. anche sopra, in testo e a n. 34), sembra anche dare ulteriore fondamento allipotizzata antica reinterpretazione del toponimo bresciano da cui abbiamo preso le mosse (Corna della Zana), da cima della strega a cima della volpe. Significativo, in chiave sia comparatistica che di complementariet alimentare, anche il fatto che in Giappone la volpe sia attributo costante della divinit scintoista del riso, Inari, e compaia spesso, in forma di statue accoppiate, davanti ai templi a lei dedicati (cfr. Frazer [1925: I.297]). Un rapporto, di non chiaro inquadramento (cfr. gi Fowler [1899: 78-9]), tra la volpe e i cereali compare anche nel racconto livornese riportato da De Gubernatis [1874: II.145-6 n. 1], dove una volpe maremmana, dopo aver lungamente atteso, per cibarsene, la gallina con la sua nidiata, fugge davanti ai cento pulcini, novantanove dei quali recanti nel becco una spiga di miglio che la chioccia spiega essere toutes queues de renard (mentre lultimo pulcino aveva il becco ancora libero, evidentemente per raccogliere la coda della volpe in questione). Secondo le testimonianze raccolte da Sbillot [1906: 476-9], in alcune regioni dellarea occitana, i rituali profilattici della notte di S. Giovanni (v. n. 33), erano finalizzati specialmente alla prevenzione dei douleurs de reins (il c.d. renard) e alla conservazione della forza dei mietitori (ma anche a scopi diversi, a volte nettamente magici) e prevedevano luso di alcune spighe di frumento raccolte allalba del 24 giugno o passate varie volte nel fal benedetto di quella stessa notte. 44 Funzione analoga aveva nella tradizione popolare del Veneto il martoreo, un folletto rosso (o dal pelo fulvo, simile a quello della martora, ma dai lievi tratti somatici umani e dotato di velocit e scaltrezza soprannaturali) che vegliava sulle messi e sui raccolti e si divertiva a spaventare i bambini che si fossero avventurati per giocare nei campi (Tonin [2005: 138], http://spaces.msn.com/fatadellafantasia/PersonalSpace.aspx). Si noti che martoreo anche il nome popolare della faina (che in effetti una martes di taglia inferiore; per la diffusione del tipo in Veneto, Trentino meridionale, Lombardia orientale, Emilia e Romagna settentrionali, Montefeltro e Umbria, cfr. AIS [III.437]) e, in Polesine, epiteto scherzoso per lemigrante che ritorna al paese dorigine per trascorrere le ferie ospite di parenti o amici, in quanto il suo comportamento ha le stesse conseguenze di quello della faina [], perch, per dovere dospitalit, fa vuotare il pollaio [Cortelazzo-Marcato 1998: 274]; cfr. anche lespressione vicentina ti-

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durante la mietitura col provocare la malattia o il ferimento di qualche contadino col proprio falcetto e rintanandosi fino nellultimo fascio di spighe (che ne rappresenterebbe la coda e, una volta tagliato, si conserva tutto lanno sul camino della fattoria), dando quindi il proprio nome a chi riesce a tagliare la coda con un abile lancio della falce (nonch alle feste, balli e cene di fine raccolto, dove il posto donore dato alla coda stessa) e la propria forma ai pupazzi celebrativi che vengono issati sullultimo carro che rientra con le messi o a quelli derisori (in Alsazia una vera volpe impagliata) che vengono gettati nei campi o nella casa di altri contadini rimasti indietro con la mietitura, ecc. Come si nota, la volpe (in quanto spirito del grano, che viene considerato vivo fintanto che, e ovunque, vi siano spighe da mietere) concepita di volta in volta come benefica (vivificatrice, protettrice, da onorare e conservare, ecc.) oppure come malefica (fonte di malattia o ferite, da passare al vicino, ecc.: cfr. Frazer [1925: I.267]), con la stessa ambivalenza gi osservata sopra, a proposito delle sue relazioni con S. Giovanni (e degli stessi esseri mitici fate, ninfe, maghe o streghe denominate nelle varie lingue romanze con gli esiti di DIANA, spesso omofoni o assai simili al nome tabuistico della volpe di cui stiamo occupandoci: v. sopra nn. 6, 9): da questo punto di vista, anche la citata antica usanza francese di bruciare volpi vive nei fuochi di S. Giovanni, potr quindi essere interpretata come sacrificio finale di un corn-spirit ritenuto maligno, evidentemente a conclusione di una mietitura un po anticipata rispetto alle date romane, siciliane, ecc. (cfr. Bayet [1971: 101-2]). Interrogandosi circa le possibili origini della concezione della volpe come spirito del grano45, sembra a questo punto legittimo accostare tale credenza al
rarse el martoreo en casa, riferita a la presenza di persona poco gradita [Cappellari 1986: 109-10]. Martora e faina condividono con la volpe anche molti aspetti morfologici, cromatici e di abitudini alimentari e comportamentali (che inducono al contadino uguali danni e analoghi metodi di caccia, quali cani, trappole, affumicazione delle tane, ecc.), tanto da essere spesso confuse (cfr. lespressione francese prendre Marc/Marthe/martre pour R/renard confondersi, citata da Rolland [1908: 126]). Come si vedr subito nel testo, lo scambio della volpe con animali di aspetto simile pare presente gi nellantico rituale romano, e certamente lo nelle fonti letterarie vediche e sancrite (v. n. 46). 45 Tale concezione non riguarda peraltro solo la volpe: il folklore europeo annovera infatti nella stessa funzione anche il lupo e vari animali domestici (cane, gallo, oca, gatto, capra, bue, maiale, cavallo, ecc.: cfr. Frazer [1925: I.270-1, 304], [1949: 447]). Anche il gatto, animale spesso ritenuto stregato, era vittima tipica dei fuochi di S. Giovanni francesi, mentre i tedeschi usavano allo scopo una testa di cavallo e i russi un gallo bianco (cfr. Frazer [1923: II.39-40], [1949: 656], Rolland [1881: 85, 115], che riporta il detto vallone chtif comme un chat daprs la Saint-Jean). Laccostamento o la sostituzione del gatto alla volpe (certo sulla base delle comuni caratteristiche di abilit e astuzia: cfr. lespressione veneta el x gato, quasi sinonima di el x na volpe un furbastro) sono del resto assai frequenti nella tradizione popolare europea, fino alla celeberrima coppia di imbroglioni, il Gatto e la Volpe, di Collodi (poi musicata da Edoardo Bennato): ricordiamo in proposito (oltre alle avventure Renardiane del gatto Tibert) le numerose varianti, spazianti dalla Russia alla Toscana, Sardegna e Sicilia (queste ultime poi confluite nelle Fiabe italiane di Calvino, con la gi citata nr. 185: Giovannuzza la volpe), della fiaba del Gatto con gli stivali, in cui il ruolo di benefattore delleroe povero svolto da una volpe (cfr. De Gubernatis [1874: II.141-3], Calvino [19702: 872-3]), e unaltra fiaba russa in cui la volpe compare quale moglie del gatto (cfr. De Gubernatis [1874: II.140]); nellappendice a Fedro del marchigiano Nicol Perotti (1429-80), una volpe avverte un gallo, trasportato in lettiga da due gatti, delle cattive intenzioni di questi ultimi nei suoi confronti, poi puntualmente verificatesi

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poco che le fonti letterarie latine lasciano trasparire del pi antico fondo del rituale romano (sopravvivenza forse di un pi antico strato italico) relativo al ciclo cererio: secondo lisolata testimonianza di Ovidio (Fasti IV.679-82), le volpi comparivano a Roma quali vittime rituali (ma non propriamente sacrificali), consumate dal fuoco delle torce che portavano sul dorso in uninsolita venatio nel Circo Massimo, lultimo (ma in origine unico) giorno delle Cerialia, il 19 aprile (cfr. in merito Le Bonniec [1958: 115-23], [1966], Bayet [1971: 89-129]). Festo (358 L), ripreso poi da Paolo Diacono (39 L), ricorda invece come delle rufae ovvero rutilae canes, id est non procul a rubro colore (che per il colore del manto possiamo verosimilmente considerare quali facili sostitute delle volpi (cfr. Fowler [1899: 91 n. 2], Bayet [1971: 100 n. 1, 103 n. 1])46 erano immolate pro frugibus deprecandae saevitiae e ut fruges

appena essi ebbero fame (una complessa variante del Renardiano funerale della volpe finta morta da parte dei galli, altrove reinterpretato quale funerale del gatto finto morto da parte dei topi: per la documentazione di queste ed altre varianti della fiaba, che pure mostrano la piena fungibilit del gatto e della volpe, nella scultura romanica europea, cfr. Beigbeder [1979: 133, 288], Cocchiara [1981: 190-1], Frugoni [1999: I.24, 258]); nel XIII sec. linglese Oddone di Cheriton, ripreso poi da La Fontaine, proponeva un confronto tra il gatto e la volpe (conclusosi a tutto vantaggio del primo) circa lefficacia dei rispettivi trucchi e astuzie per sfuggire ai cani; lo stesso Oddone e il bizantino Gregorio Nicefora (1296-1360) riportano varianti del noto episodio del Renart moine (cfr. De Gubernatis [1874: II.145] per la presenza del tema anche nella fiaba russa e Cocchiara [1981: 192] per la sua fortuna nella scultura romanica europea), in cui a fingersi religioso un gatto che riesce cos a carpire la fiducia dei topi e a catturarli con pi facilit e maggior ferocia che allo stato laicale (cfr. Engels [2001: 100, 104, 205-6]; Rolland [1881: 120] segnala anche la siciliana munachedda, una gattarella che voleva fare amicizia coi topolini); sul piano linguistico, cfr. forse il marchigiano fiyine < FELINUS volpe [Meyer-Lbke 19353: n. 3235], della cui errata zootassonomia si stupiva Riegler [1933: 408] (ma la voce sembra semplicemente la forma picena meridionale (pretuzia) per faina: cfr. AIS [III.437, punti 578, 569, 608, ecc.]) e il francese (ironico) officiellement, je suis un renard, membre fl du clan flin al gi citato sito Internet http://www.rpgkingdom.net/articles/Interviews-croisees-23-1.html. Il gatto sembra figurare anche, quale compagno di furfanterie della volpe (in abito da pellegrino, ma con bisaccia piena di galline e cesto di uova rubate), in una celebre xilografia dei modenesi Soliani (da incisione della seconda met del XV sec.) dominata dal cartiglio CHI VIRA MECO IN COMPAGNIA TRIVMPHAREMO PER LA VIA (cfr. Toschi [1964: 22, 178, 181], Milano [1986] (che corregge precedenti equivoci di identificazione iconografica, ma ritiene che il compagno di razzie della volpe sia un cane), Pianta [1989: 29-30, 32 n. 11], con la postilla di Sanga [1989], qui non rilevante): v. qui fig. 4. 46 Gi nel Rigveda e nella letteratura sanscrita si ha frequente scambio tra la volpe (canis vulpes) e lo sciacallo (canis aureus), basato sul comune aspetto rossiccio e su abitudini comportamentali e alimentari simili: oltre che nel mito e nelle fiabe (dove allo sciacallo sono attribuite tutte le classiche astuzie della volpe), ci ebbe riflesso anche a livello linguistico, nello stesso nome indiano dellanimale (lopas volpe, sciacallo e lopik volpicina, femmina dello sciacallo: cfr. greco lphx volpe, latino vulpecula) e negli attributi di vancaka e mrgadhrtaka lingannatore degli animali, riferiti dai lessici sanscriti allo sciacallo (cfr. De Gubernatis [1874: II.1289]). Interessante dal nostro punto di vista anche losservazione di De Gubernatis [1874: II.144], riferita alla volpe che sostituisce il Gatto con gli stivali nella variante russa (siciliana, ecc.: v. n. 45, Giovannuzza la volpe) della fiaba: ici le canis-vulpes, la chienne rousse, le renard parat remplir une partie du rle de la chienne messagre des Vdas. Il frequente riferimento, per la datazione del sacrum canarium, a Sirio, la stella pi luminosa del cielo, situata nella costellazione del canis maior (v. sotto nel testo), il cui sorgere eliaco a fine luglio determinava linizio della rubra canicula, suggerisce un ulteriore motivo di possibile conguaglio o confusione tra la volpe e le rufae canes, specie in epoca di forte ellenizzazione culturale di Roma: secondo una delle versioni della leggenda di origine greca riportata da Igino (Astr. II.35, ma presente gi in

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Fig. 4 Chi vira meco in compagnia triumpharemo per la via. Milano, Civica raccolta di stampe A. Bertarelli: xilografia Soliani (stampatori granducali a Modena, 1640-1870), da incisione della seconda met del XV sec.: il gatto e la volpe furfanti trionfanti (da Toschi [1964: 181], cfr. [Pianta 1989]).

flavescentes ad maturitatem perducerentur in occasione di un mal definito canari[um] sacrifici[um]47, rito a data mobile che si svolgeva in un periodo ambiguamente espresso dalle varie fonti (v. n. 47) in termini astronomici (Festo, Servio e Paolo Diacono, con riferimento male espresso a Sirius, stella in ore canis e caniculae sidus) o di sviluppo della pianta (Plinio: dies constituantur priusquam frumenta vaginis exeant et antequam in vaginis perveniant): dopo molte erranze della critica storica e filologica, Prosdocimi [1996: 595-605] ha ora convincentemente collocato tale periodo ai primi di maggio (epoca del tramonto eliaco di Sirio) e adeguatamente inquadrato il rito stesso (in base alla sua definizione difficilior, e come tale significativa e

Ovidio, Met. VII.763-93), il canis maior e il canis minor rappresenterebbero rispettivamente il cane di Cefalo (Lelape) e la volpe del Teumesso, trasformati da Zeus in statue per risolvere limpasse determinatasi al loro incontro a Tebe, a causa dei precedenti e immutabili decreti del Fato, secondo cui a quel cane non sarebbe sfuggita alcuna bestia e quella volpe sarebbe stata cos veloce sfuggire a tutti i cani. 47 Cos Festo, a sua volta da Verrio Flacco e in base a una perduta testimonianza di Ateio Capitone; Paolo Diacono non d invece alcuna definizione del rito, mentre Servio (auct., Georg. IV.424) lo definisce come sacrum canarium, senza per specificare la vittima prevista, e Plinio (Nat. hist. 18.14), pi esplicito (sebbene ambiguo, v. sotto nel testo) quanto alla datazione (ripresa dai Commentarii pontificum) ma ugualmente reticente quanto alla vittima sacrificale, parla di auguri[um] canari[um], con una definizione che, come si vedr subito, va ritenuta la pi corretta: si vedano le fonti riunite e discusse in Prosdocimi [1996: 589-94].

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principio di spiegazione, di auguri[um] canari[um]) come intimamente conness[o] col concetto di crescita, nel caso specifico crescita del grano48. Malgrado le ambiguit delle fonti riferite allaugurium canarium e lingenua eziologia proposta da Ovidio (Fasti IV.683-712) per il sacrificio volpino delle Cerialia (evidentemente non pi bene inteso gi nel I sec. a.C.)49, che, volendo spiegare Roma con Carseoli, lo collega vestit[is] messibus agr[is] (v. 707), quindi chiaro che i due riti si collocano calendarialmente nel periodo cruciale per il ciclo del grano e quindi per le prospettive alimentari della popolazione50 della formazione e fuoriuscita della spiga dal germoglio di frumento e dellinizio del suo accrescimento (nei termini di Buttitta [2006], questa la fase centrale del periodo uranico dellanno agrario: v. n. 41)51: si tratta quindi di riti propiziatori per il buon esito del futuro raccolto, propedeutici alla stessa esistenza di fruges da mietere a suo tempo (cfr. Le Bonniec [1958: 123-8]) e perci considrs comme indispensables au renouvellement cyclique de la prosperit publique (Bayet [1971: 120]). Qualunque sia linterpretazione specifica della corsa delle volpi in fiamme alle Cerialia (rito magico-religioso di fertilit, legato anche ai numerosi culti agrari antichi che si concentravano nel Circo Massimo, come sostiene Bayet [1971: 99-103, 119] sulla scia di Mannhardt [1884: 108-10]; oppure rito razionalista di purificazione dei campi da ogni possibile presenza nociva o parassita, come vorrebbe Frazer [1925: I.297-8 n. 5], [1929: III.331]; o anco-

48 Augurium dunque non in senso auspicale, ma direttamente collegato al valore etimologico di augeo che arriva a produrre augustus per Ottaviano: una forza carismatica, [] una vis di crescita (diversa dalla crescita per cibo che si ha con olesco, adoleo, *magere in mactus): rito quindi perfettamente adeguato (e quasi antonomastico) al ciclo cererio, ove si tenga presente letimologia, gi antica, di Ceres a creando dicta: una dea della crescita [] per nascita (creo) ed evoluzione (cresco) per una forza miracolosa; il miracolo di tutto il ciclo del grano, dalla semina al raccolto, ma specificamente il miracolo della formazione della spiga (Prosdocimi [1996: 548, 555, 599 e cfr. 547-87]). 49 Soprattutto a causa della progressiva ma incoerente ellenizzazione cui era soggetta, gi da secoli, la ritualit cereria romana: cfr. Bayet [1971: 100, 105-9, 125-8]. La spiegazione proposta da Ovidio la seguente: Frigida Carseolis nec olivis apta ferendis terra, sed ad segetes ingeniosus ager; [] hoc [] in campo [] habebat rus breve cum duro parca colona viro. [] Filius huius erat primo lascivus in aevo, addideratque annos ad duo lustra duos. Is capit extremi volpem convalle salicti: abstulerat multas illa cohortis aves. Captivam stipula fenoque involvit et ignes admovet: urentes effugit illa manus: qua fugit, incendit vestitos messibus agros; damnosis vires ignibus aura dabat. Factum abiit, monimenta manent [] utque luat poenas, gens haec Cerialibus ardet, quoque modo segetes perdidit ipsa perit. 50 Cfr. anche i rituali banchetti cerealicoli, ricordati da Gellio (N. A. XVIII.2.11) e da Plauto (Men. 100), che si svolgevano durante il periodo delle Cerialia: promesse dabondance e joie de la plbe [Bayet 1971: 95 n. 1, 123]. 51 Come ha gi osservato Le Bonniec [1958: 117-8], [1966: 607, 611], il diverso dato calendariale (e di riflesso la diversa fase di crescita del frumento: imminente formazione della spiga vs. campi coperti di messi vs. mietitura in corso), la diversa finalit del fuoco appiccato alle volpi (rituale vs. eliminazione di un predatore del pollaio vs. vendetta privata) e quindi la diversa sede della corsa degli animali in fiamme (Circo vs. campi di grano vs. campi, vigneti e uliveti) sono ragioni pi che sufficienti per distinguere il rito delle Cerialia sia dallaition Carseolano accostatogli da Ovidio (v. n. 49) che dal racconto biblico (Idc. 15: 1-5) relativo alla vendetta di Sansone contro i Filistei (e di riflesso dalle favole ellenistiche di III-II sec. a.C. a cui questultimo stato avvicinato), malgrado il comune ingrediente della fuga delle volpi in fiamme.

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ra rito polivalente che univa magia fecondatrice e virt apotropaiche e catartiche, come suggerisce Le Bonniec [1958: 122])52 e quindi la valutazione del ruolo simbolico dellanimale stesso in tale rito (amplificatore del potenziale di crescita e maturazione del grano, tramite il fuoco e il suo stesso colore fulvo che avrebbero stimolato e sostenuto lopera del sole e della terra, o piuttosto potenziale distruttore del raccolto), chiaro che i romani (e gli italici?) concepivano la volpe (e forse le rufae canes, sue verosimili surrogate: v. n. 46)53 come incarnazione del corn-spirit, attivo fin dagli antefatti del grano stesso, cio dal momento della formazione della spiga: lambivalenza interpretativa che da oltre un secolo nutre il dibattito specialistico non del resto stupefacente quando si tenga presente la sistematica ambiguit di tale concezione e del ruolo dello spirito del grano, su cui ci siamo soffermati sopra. Leziologia Ovidiana della venatio delle Cerialia, bench priva di effettivi rapporti col rito che pretende di spiegare (v. nn. 49, 51), tuttavia significativa ai nostri fini perch

52 La valenza fecondatrice, oltre che purificatrice, del fuoco del resto ben presente nella tradizione romana e latina, come mostrano da un lato luso del fuoco, insieme allacqua, nei riti nuziali (in una simbolica unione dei due principi generativi opposti ma complementari, rispettivamente maschile e femminile: cfr. Varrone, L. L. 5.61) e il fatto che il focolare costituisse il centro della casa, sede dei Lari e luogo del talamo nuziale (allo stesso modo in cui il fuoco perenne dellaedes Vestae nella regia costituiva il centro della vita della comunit politica e la garanzia della sua continuit: dal punto di vista che pi direttamente ci interessa qui, si noti che spettava alle Vestali la preparazione della mola, uno sfarinato (successivamente salato in date prescritte) realizzato tra l8 e il 14 maggio tostando e macinando le giovani spighe in fiore, ancora prive di chicchi formati ma gonfie di lattice e di promesse di futura abbondanza quindi in piena continuit con il momento di formazione della spiga, alla cui propiziazione erano finalizzati i riti delle Cerialia e dellaugurium canarium, e con gli auspici di prosperit della comunit con cui venivano poi cosparsi gli animali sacrificali: cfr. Prosdocimi [1996: 607-20]) e dallaltro gli episodi leggendari, di matrice socioculturale indoeuropea sebbene rivestiti di una patina ambientale etrusca, delle nascite di Romolo e Remo da una schiava fecondata da un fallo apparso nel focolare di Tarchetios, re di Alba (Plutarco, Rom. 2.4-8), di Servio Tullio da Ocresia, donna di stirpe reale divenuta schiava dei Tarquini, fecondata da Vulcano o dal Lar familiaris con un tizzone uscito dal focolare (Dionys. 4.2; Plinio, Nat. hist. 36.204; Livio I.39), e di Ceculo, fondatore di Preneste, da una fanciulla pure fecondata da Vulcano con una favilla del focolare presso cui sedeva (Servio, auct., Aen. 7.678): questultimo caso particolarmente significativo perch Ceculo, abbandonato dopo la nascita, sarebbe poi stato ritrovato da due vergini (forse comparabili alle Vestali romane) presso un fuoco non lontano dal pozzo dove andavano a prendere acqua, con il ritorno degli stessi elementi che humanam vitam maxime continent (Paolo Diacono 3 L), nella sua generazione come nella sua conservazione (cfr. De Francisci [1959: 247-50], Boulianne [2001: 66-70], Bremmer-Norsfall [2005: 49-61]). Bayet [1971: 99 n. 4] sottolinea come la duplice valenza purificatrice e generatrice del fuoco, contraddittoria solo in apparenza, sia rimasta tenace jusque dans les feux de la Saint-Jean: essa si ritrova peraltro, nella prassi agricola medievale e moderna, nelluso di roncare ridurre a coltura con il fuoco i terreni boschivi, di bruciare stoppie e brughiere per pulire e fertilizzare i campi, ecc. (per i riflessi toponomastici, cfr. Pellegrini G.B. [1987: 197, 356]). 53 Cos gi Fowler [1899: 91], pur nellerrata prospettiva dellepoca, che tendeva a conguagliare (o comunque collegare) laugurium canarium alle Robigalia del 25 aprile: we may perhaps see in the [rufae canes] an animal representation of the corn, and in the rite a piece of sympathetic magic, the object of which was to bring the corn to its golden perfection, or to keep off the robigo, or both. [] The occurrence of red colour in victims cannot well be always explained in this way, [] but in this rite, occurring so close to the Cerialia, where, as we have seen, foxes were turned out in the circus maximus, the colour of the puppies must have had some meaning in relation to the growing crops.

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sembra indicare un precoce trasferimento (o estensione) dellassociazione tra la volpe e il grano dal momento della concezione della spiga (cfr. Le Bonniec [1958: 128], Prosdocimi [1996: 601-2]) a quello della piena maturazione delle messi e quindi della mietitura (come la si ritrova in seguito nelle tradizioni agrarie associate al periodo solstiziale)54. Nonostante le inevitabili sfocature e le non perfette sovrapposizioni e coincidenze tra i diversi elementi presentati e discussi, ci sembra che il quadro finora delineato sia abbastanza chiaro e coerente nellindicare come lorigine dello stretto rapporto tra la volpe e il grano possa essere fatta risalire quanto meno al periodo della Roma monarchica o protorepubblicana55: successivi sviluppi e oscuramenti del rituale originario (di cui gi leziologia Ovidiana reca traccia) avranno poi esteso (o trasferito) lassociazione volpe-grano dal periodo primaverile della formazione della spiga a quello solstiziale della mietitura e delle grandi feste popolari legate alla stagione dei raccolti e allinversione del corso del sole, che secondo Frazer [1923: II.40] must on the whole have been the most widely diffused and the most solemn of all the yearly festivals celebrated by the primitive Aryans in Europe. La cristianizzazione degli antichi riti, con la sovrapposizione della festivit di S. Giovanni Battista alle celebrazioni solstiziali, ha poi fatto il resto, spostando ulteriormente lassociazione della volpe dal grano in quanto tale al nuovo nume tutelare dellepoca della mietitura, quasi come suo doppio animale, e ponendo cos le basi della denominazione tabuistica della volpe stessa come Gi(ov)anna/i: Ggiuvannedda/uzza, Juanne, Zana, Hans(er)l, ecc., il che ne faceva a sua volta una possibile base di reinterpretazione eufemistica degli esiti di DIANA strega in molte aree della Romnia, specialmente dove questi si presentavano come omofoni (o quasi omofoni) delle forme locali per Gi(ov)anna (v. n. 9). Se quanto abbiamo proposto corretto, sembra curioso il fatto che la denominazione della volpe come Gi(ov)anna sia attestata nellantico territorio veneto (compresa la Lombardia orientale) e in area austriaca (e forse in Pie54 Del resto, gi il forzato circuito ellissoidale, lungo la pista del Circo Massimo, delle volpi in fiamme delle Cerialia poteva forse evocare il corso del sole en contraste ou en accord [] avec les courses de chevaux du mme jour (cfr. Bayet [1971: 98 n. 5]: i cavalli alludono qui a loro volta al carro solare, come ovvio e contestualmente suggerito da Ovidio stesso nellintroduzione dellaition Carseolano (Fasti: IV.688): dempserat emeritis iam iuga Phoebus equis). 55 Nellesaminare e ricostruire le tappe della altration dun culte latin [les Cerialia] par le mythe grec, Bayet [1971: 98, 110, 114-5, 119, 126-8] riconduce la venatio volpina del 19 aprile, seul rsidu du culte le plus ancien nous saisissable, alloriginaria concezione religiosa latina de rvrence animiste devant toute puissance naturelle, la cui tradition royale fu poi ereditata dagli edili plebei (in epoca repubblicana promotori e supervisori del culto di Cerere presso il Circo Massimo e, sul piano civile, delle connesse attivit annonarie di approvvigionamento, conservazione e commercio del grano): una ritualit legata quindi allantico sentimento magico-religioso dei latini ben antecedente allellenizzazione del culto cererio ufficiale (documentata gi dai primi anni del V sec. a.C. e poi progressivamente cresciuta fino alla prima et imperiale: ricordiamo che il trapasso di Roma dalla forma monarchica a quella repubblicana tradizionalmente datato al 509 a.C.) e proiettato invece verso verosimili (ma inattingibili) origini italiche e indoeuropee che rimase ben radicato e trs frquent dans les milieux populaires, surtout paysans, almeno fino allevangelizzazione dellOccidente, in epoca barbarica, ma anche oltre.

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monte e in Francia: v. n. 25) e poi in Sicilia e Sardegna e che essa non risulti invece documentata in alcun modo nellarea geograficamente intermedia, al cui centro Roma, dove ci si attenderebbe invece una diffusione pi intensa ed efficace della catena di associazioni volpe-(grano-solstizio-)Giovanni, irradiante dallUrbe. Unosservazione analoga pu tuttavia farsi a proposito delle altre denominazioni tabuistiche degli animali, riferite sia alla volpe (sotto diversi nomi ed etichette: v. n. 14) che ad altre specie56: anche estendendo in questo modo il campo di osservazione, la documentazione raccolta permette di notare una curiosa distribuzione del fenomeno, dalle pi lontane zone dellEuropa fino allarea veneto-padana e alla Toscana (v. n. 26) e poi in Sicilia, Sardegna e Italia meridionale (Calabria, Campania, Sannio, Abruzzo: v. n. 56), con esclusione delle regioni centrali della penisola e in particolare di Roma e Lazio, Umbria, Marche e Romagna, cio di tutti i territori che fino al 1860 costituivano lo Stato della Chiesa. Unipotesi ovvia per rendere conto dei fatti osservati sembra allora essere che solo nelle aree direttamente soggette alla secolare politica culturale ecclesiastica tesa a contrastare le credenze superstiziose e paganeggianti che sono alla base di ogni denominazione tabuistica e in particolare a impedire di nominare gli animali coi nomi dei santi, cos come a censurare la letteratura favolistica che sulle antiche credenze e tradizioni in gran parte si basava57 tale politica abbia avuto successo, mentre altrove
56 Oltre al caso notissimo del veneto-padano barbagianni zio Gianni, passato in italiano e del tutto lessicalizzato, e a quelli siciliani di lupo, cavallo, bue, maiale, mulo, montone, cane, gatto, ecc. gi citati, va qui ricordato (limitandosi, tra le moltissime denominazioni animali di origine antroponimica, ai casi di pi evidentemente tabuistici) che il lupo zi Nicola o za Laura in Calabria, Gabriel in Auvergne, Dz di b (Jean du bois) nella Svizzera romanda, Glme/Guillou (Guillaume) o Yann in Bretagna e il caro Cristiano in Irlanda; la donnola in Sardegna comare Anna; la rana (o il rospo) zi Dominicu o Giuanell/dda in Calabria, Martina in Lombardia, Carleto in Veneto e Jano nel Poitou; la locusta zia Maria a Gorizia, Catarina, Margarita o siora Beta in Veneto e Catainetta a Genova; il ramarro Vannuzzu in Sicilia e Catarenella a Napoli; la lepre zu Filippo in Calabria e fratel Martino in basso tedesco; lorso Bernardo nel Bellunese e Marti nei Pirenei, la foca in Svezia bruder Lars; in Bretagna la puzzola Jann bitoch puzzone e la faina Jacques; la gazza commre Margot in Francia; la procellaria Petrel in Francia; innumerevoli sono in tutta Europa gli uccelli, insetti, bachi e vermi denominati con una variante di Gi(ov)anni, ecc. A questi vanno aggiunti molti altri casi di denominazioni tabuistiche di tipo descrittivo o parentale: il lupo sa bestia in Sardegna, compre guette grise o bte grise in Francia, p-dscaou o court daouryos nei paesi occitani, Ki-nos cane di notte o Ki-coat cane del bosco in Bretagna, dente doro, silenzioso o zampa grigia in Svezia, veste grigia o cognato in Estonia, il piccolo presso gli huculi dei Carpazi e zio presso i turchi; il topo Boenlper (Beinlaufer, piveloce) in Mecklemburgo e corpolungo o piccolo grigio in Svezia; la gazza comaruccia in Abruzzo e Calabria; la donnola la bte in Francia, nonna de mele o (co)maramle in Sardegna, comarella in Campania e Calabria, comadreja in Spagna, comarella in Slesia, brud sposa in Danimarca e neva & stu()ca & fidanzata in Romania; lorso nonno in Svezia, il vecchio, zampa di miele, gloria del bosco o mela del bosco in Finlandia, piede largo in Estonia, zietto o il grande presso gli huculi, padre in turco e madre, nonna o genero presso alcune popolazioni ugrofinniche della Russia europea; la lince gatto della foresta in Finlandia; ecc. (per la volpe cfr. n. 14 e inoltre i parentali compre, mon oncle o mon cousin in Francia). Cfr. Rolland [1908: 2], Garbini [1920: passim], Frazer [1922: 397-8], [1929: 334-5], Cramer [1931: 63-4], Riegler [1933: 407-9], Migliorini [1927: passim], [1968: passim], Sbillot [1906: 19-21], Alinei [1981: 366-9], Mastrelli [1989: 734-5, 738-9], Blasco Ferrer [2001: 199]. 57 Coromines [1980-2001: IV.735-6], nellindagare sulle possibili cause della mancanza di documentazione circa le tappe e le modalit con cui nelle diverse regioni catalofone il nome

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(ivi compresi gli altri stati cattolici dellItalia dancien rgime) le antiche tradizioni popolari solo superficialmente cristianizzate (in primis quelle legate al periodo solstiziale) e con esse la fioritura di denominazioni tabuistiche, derivate o meno da agionimi, poterono avere corso pi o meno libero. Significativo ci pare allora ci che potrebbe altrimenti sembrare una mera casualit: la prima volpe chiamata Gianni di cui abbiamo rinvenuto attestazione compare a Roma con il romanzo storico politico (e dichiaratamente anticlericale) di Giuseppe Garibaldi Clelia: il governo dei preti58, in cui messo in scena quel messo di delitti che si chiamava il Gianni, servo prostituto del cardinale Procopio, factotum e favorito di Sua Santit, cui sono ripetutamente attribuite fattezze e movenze volpine (strisciando a terra il suo muso di volpe, col piglio simulatore della volpe, alza quegli occhi di volpe, ecc.)59, tanto da poterlo considerare veramente una volpe in sembianze umane, qualificato dalle sue gesta come emissario diabolico. Se, come detto, non si tratta qui di una mera coincidenza onomastica, ci potrebbe significare che anche nella cultura popolare della contea di Nizza, verosimilmente a suo tempo conosciuta dal giovane Garibaldi (o forse pi generalmente in quella provenzale e/o ligure, con ulteriore estensione dellarea linguistico-culturale sopra delineata), la denominazione tabuistica della volpe era Gi(ov)anni/a, facendo quindi di tale termine il naturale nome da imporre a un personaggio letterario caratterizzato da aspetto e comportamento volpini (cfr. n. 25 per il caso apparentemente analogo della Chanson du roi Renaud e quello forse speculare del Renart empereur).

ereditario della volp fu sostituito nel corso del medioevo da quello di Winidhild (> guineu) e Wisila (> guilla), mogli dei due Guifre fondatori delle dinastie comitali di Barcellona e di Cerdanya, avanza unipotesi assai prossima alla nostra, appoggiata da alcune prove documentarie che possiamo ritenere valide anche per il nostro caso: sospito que aix [i.e.: laplicaci directa, per parte del poble, del nom de la sobirana, ms coneguda que cap altra dona com a persona prudent, a la reina dels animals prudents i astuts, la guineu] fou consagrat en alguna mena dobra de literatura popular [com el epos de Renard], en el cas daquests dos noms nostres, i que tals obres foren desprs suprimides, per la censura de literats massa seriosos per tolerar lesperit del poble, o per clergues intolerants, temerosos de reminiscncies bruixesques, esconjuradores i fins paganes que devien entreveure fluctuan-hi. [] No en manca, per, algun testimoni, si ms no indirecte [ com,] en un inventari de llibres de lany 1383, lentrada alium librum De la Guineu e de la Cabra (InvLC). [] El valenci Fra Antoni Canal (fi s. XIV), en el prefaci de la versi de lepstola De modo bene vivendi, de Sant Bernat, ve a confessar aqueixa supressi dient hom deu legir libres aprovats, no pas libres vans, ax com les [] Romans de la Guineu (CoDoACA XIII, 420). Una parziale ammissione in tal senso anche in EC [VI.527]: la Chiesa ha cercato di inquadrare, fin dove ha potuto, le principali manifestazioni [giovannee] entro forme liturgiche, con processioni, benedizione dei fuochi e delle fonti, ecc. 58 Milano, Rechiedei, 1870: il romanzo ambientato a Roma allepoca di Pio IX e dei tentativi insurrezionali e militari per la sua conquista da parte sabauda, culminati nellautunno 1867 con il fallito colpo di mano dei fratelli Cairoli a Villa Glori, cui fecero seguito le battaglie garibaldine (pure fallite) di Monterotondo e Mentana. 59 Va peraltro segnalato che nel contesto del romanzo sono occasionalmente definiti volpi anche vari membri del clero (il prete volpone, le volpi pretine di porto dAnzo), tra cui lo stesso card. Procopio (il volpone), un gruppo di suore (turba di rantolose vecchie volpi) e i politici sabaudi (le volpi di corte che governano lItalia in connubio liberticida col papato).

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