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Francesco Lamendola

Attiriamo su di noi la fortuna o la sfortuna con le vibrazioni del nostro campo energetico
Da sempre gli esseri umani si interrogano sul ruolo che, nella loro vita, gioca un fattore assolutamente imponderabile e fortuito: la fortuna. Uno dei pi forti pensatori del Rinascimento, Machiavelli, costruisce il suo pensiero politico come risposta ai capricci della Fortuna: ed elabora, per contrastarla, il concetto di Virt, ossia un insieme di prudenza, lungimiranza, abilit, coraggio e prontezza di riflessi, mediante il quale luomo, e particolarmente luomo politico, pu antivedere o, quanto meno, parare i colpi della sorte avversa. La Fortuna, per lui, paragonabile ad un fiume che, gonfiandosi per le piogge, straripa e invade i campi, devastandoli; ma luomo, mediante la Virt, pu costruire gli argini e cos scongiurare, o limitare, i danni causati dalla furia del fiume. A quanto pare, la cultura occidentale si sempre mossa allinterno della logica antinomica fortunasfortuna: tipico esempio della rigidit concettuale e, al tempo stesso, della ristrettezza di orizzonti che la caratterizzano, frutto di una valutazione esagerata del Logos strumentale e calcolante su ogni altra forma di indagine e comprensione della realt. Forse, invece di domandarci perch certe persone siano cos fortunate o cos sfortunate nel corso della loro vita, faremmo meglio a domandarci se la fortuna esista realmente, nei termini in cui solitamente ce la rappresentiamo; o se essa non sia, invece, solo il nome che diamo alla nostra incapacit di scorgere i profondi legami che allacciano ogni singolo ente al complesso del cosmo vivo in cui tutti si muovo, da un lato; e, dallaltro, allEssere dal quale ciascuno proviene e al quale ciascuno avviato a fare ritorno. Dunque: se ammettiamo, e sia pure come ipotesi di lavoro (ma ne abbiamo gi parlato in numerosissime occasioni), di non essere qui per caso; anzi, se ammettiamo che nulla avviene per caso, ma che ciascun ente chiamato allesistenza per rispondere ad una chiamata e per svolgere un compito preciso; e se ipotizziamo che tale compito consista in nullaltro che nella propria realizzazione spirituale, che coincide con larmonia dellordine cosmico: allora ne consegue che parlare di fortuna e sfortuna, cos come di solito le intendiamo, semplicemente una cosa priva di senso. Non esistono la fortuna o la sfortuna, per il semplice fatto che non esiste il caso; e non esiste il caso, perch tutto risponde a una grande legge universale: la legge del ritorno degli enti verso la dimora dellEssere, da cui provengono; ritorno che essi devono realizzare con le proprie forze, inciampando e cadendo, se necessario, ma sempre per rialzarsi e riprendere la via, schiarendo via via i propri pensieri ed il proprio orizzonte e aumentando la propria consapevolezza: se non in questa vita, in unaltra. Luniverso non ha fretta. Oltre a ci, bisognerebbe sempre ricordare che i nostri pensieri non sono che un pallido e debole tentativo di penetrare il mistero dellEssere; e che, pertanto, il nostro giudizio singanna continuamente, perch giudica nellimmediato e secondo le apparenze; mentre la verit delle cose emerge, in molti casi, solo col tempo e ci che, al primo sguardo, sembrava sfortuna, si rivela poi, in prospettiva, la cosa migliore che potesse capitare a quella data persona. Senonch - e qui il linguaggio tende a tradirci - il punto che le cose non capitano, che gli eventi non piovono dallalto o da chiss dove, su noi poveri mortai inconsapevoli. Al contrario, ogni cosa viene chiamata da noi stessi, consapevolmente o inconsapevolmente; ogni cosa ci viene incontro oppure si allontana da noi, a seconda di un messaggio ben preciso che noi emettiamo e che, se pure 1

pu sfuggire alla nostra facolt razionale, non sfugge per ai suoi naturali destinatari: cose, animali o persone. Questo messaggio formato dalle nostre esigenze e dalle nostre aspirazioni profonde, dalle nostre paure e dalle nostre speranze, dal nostro attaccamento o dal nostro disinteresse; in ogni caso, un messaggio che raggiunge dritto lo scopo, nel senso che attira su di noi, inevitabilmente, gli effetti impliciti nella sua natura. In altre parole, siamo noi stessi a chiamare, letteralmente, la nostra fortuna o la nostra sfortuna; o, per dir meglio, a chiamare quegli eventi, quelle persone e quelle situazioni che, in un modo o nellaltro, contribuiranno alla nostra conquista della consapevolezza spirituale, oppure che la ritarderanno, ma sempre assecondando la nostra intima verit. Quindi, noi non possiamo attirare su di noi un destino migliore o peggiore di quello che commisurato al nostro grado di consapevolezza e al nostro desiderio e alla nostra capacit di verit interiore. Ci non significa che le disgrazie siano il risultato dei nostri peccati, come esemplificato nella pedagogia ebraica del Libro di Giobbe. Le disgrazie - ammesso che siano veramente tali, e che non appaiano tali per un nostro difetti di prospettiva - sono leffetto di energie negative che il nostro campo emozionale attira su di s, come un abito nero attira i raggi solari in misura maggiore di un abito bianco. Attenzione: non si tratta semplicemente di un fatto della volont, come vorrebbero farci credere molti sedicenti esperti di tendenza New Age e molti improvvisati maestri della liberazione interiore. Attrarre energie positive non una questione di tecnica; o, se lo , lo solo in via subordinata e accessoria. Il fatto che noi attiriamo energie positive quando noi stessi emettiamo energie positive; e che attiriamo energie negative allorch, a nostra volta, produciamo energie negative. Ma la volont, in tutto questo, centra poco o niente; perch il nostro campo energetico non il risultato di una strategia da tavolino, ma di tutto un modo di essere, che si realizza attraverso un determinato cammino spirituale e che si paga in moneta sonante, attraverso i severi esami della vita, giorno per giorno e ora per ora. Si impara cadendo, ferendosi e collezionando cicatrici; altri metodi, pi o meno soft, non ce ne sono, checch dicano certi pretesi maestri a un tanto lora. Chi afferma il contrario o uno sciocco, o un ciarlatano; oppure entrambe le cose insieme. Comunque si giri o si rigiri la questione, si torna sempre alla stessa conclusione: noi dobbiamo imparare a diventare il nostro proprio maestro interiore; e lasciamo perdere il channeling e tutte le altre discutibili pratiche basate sulla ricerca di facili (ma pericolose) scorciatoie, come se la chiarificazione interiore potesse venirci data dallesterno, per mezzo di qualcun altro. Questa sarebbe una contraddizione in termini, lo capisce perfettamente anche un bambino: la chiarificazione interiore non pu venire che da dentro. Uno degli esempi pi impressionanti in proposito contenuto nel bel libro di Jim Corbett Il leopardo che mangiava uomini (titolo originale: The man-eating leopard of Rudraprayag, Oxford University Press; traduzione italiana di Pietro leoni, Milano, Mondadori, 1951, 1967, pp. 208-209) e gli fu raccontato da un pundit indiano. Precisiamo che non si tratta di un racconto fantastico, ma di una esperienza assolutamente vera e reale, riferita - oltretutto - da un uomo che, qualche tempo dopo, sub personalmente un attacco da parte del leopardo antropofago e che ne usc vivo per miracolo, grazie alla sua eccezionale prontezza di riflessi; insomma, di una storia narrata da un soggetto tuttaltro che impressionabile e che conosceva bene le circostanze ambientali di cui parla. Uno dei suoi racconti riguardava una donna che aveva conosciuta e che aveva abitato in un villaggio pi lontano, lungo la strada. Dopo aver fatto, un giorno, visita al bazar di Rudraprayag, quella donna erra arrivata a Golabrai la sera tardi. Temendo di non poter raggiungere la sua casa prima che annottasse, ella preg il pundit di permetterle di passare la notte nel ricovero. Ci le fu concesso, e il pundit le sugger anche di dormire davanti alla porta del magazzino in cui egli teneva i generi alimentari che venivano comprati dai pellegrini, poich, cos aveva detto il pundit, sarebbe 2

stata allora protetta, da un lato, dalla stanza, e dallaltro lat da cinquanta o pi pellegrini che passavano la notte ne ricovero. Il ricovero era costituito da una tettoia coperta di paglia, aperta dal lato pi vicino alla strada, e difesa da una palizzata dal lato pi vicino alla collina. Il magazzino era situato a met della tettoia, ma era addossato verso la collina, e non ingombrava il pavimento della tettoia stessa. Perci, quando la donna si coric vuci9no alla porta del negozio, vi errano file di pellegrini coricati, fra lei e la strada. A un certo momento, durante la notte, una delle donne dei pellegrini si mise ad urlare, e disse di essere stata punta da uno scorpione. Non vi erano lanterne sotto mano, ma, con laiuto di alcuni fiammiferi, il piede della donna fu esaminato, e fu trovata su di esso una piccola graffiatura. Brontolando che la donna aveva fatto gran rumore per nulla, e che in ogni caso il sangue non sarebbe mai sgorgato dalla puntura di uno scorpione, i pellegrini tornarono a coricarsi e si riaddormentarono. Al mattino, quando i quindi arriv dalla sua casa sulla collina, al di sopra dellalbero di mango, vide un sari, di solito portato dalle donne delle colline,che giaceva sulla strada davanti al ricovero, e su quel sari vi erano macchie di sangue. Il pundit aveva dato alla sua amica quello che considerava il post pi sicuro in tutto il ricovero, eppure, con cinquanta e pi pellegrini coricati attorno a lei, il leopardo aveva camminato su tutti i dormienti, aveva ucciso la donna e, ritornando sulla strada, aveva fortuitamente graffiato il piede di unaltra donna che faceva parte del gruppo dei pellegrini. La spiegazione data dal pundit data dal pundit circa la causa per la quale il leopardo aveva scartato tutti i pellegrini e che aveva portato via la donna della collina fu che questa era lunica persona del ricovero che portasse quella notte una veste colorata. Questa spiegazione non convincente e, se non fosse per il fatto che i leopardi non cacciano servendosi dellolfatto, la mia spiegazione sarebbe stata invece che, fra tutte le persone del ricovero, la donna della collina era la sola che avesse un odore familiare, cio casalingo. Non s trattava che di cattiva fortuna, o e destino? O forse, essendo quella donna lunica fra i dormienti che capisse veramente il pericolo proveniente dal dormire in una tettoia aperta, aveva, in qualche modo inspiegabile, palesato il suo timore allo stesso antropofago, attirandolo su di s? Questo uno di quei fatti - fatti, come piacciono ai positivisti, non teorie - che illustrano nella maniera pi chiara i concetti che ci siamo sin qui sforzati di esporre. Perch mai un leopardo antropofago dovrebbe andare a scegliere la sua prossima vittima in fondo a una massa di oltre cinquanta persone, con il rischio di farsi scoprire e di dover battere in ritirata a mani vuote (si fa per dire)? Perch mai non dovrebbe accontentarsi di una vittima qualsiasi, la pi esposta ai suoi artigli, la pi facile da catturare: insomma, una di quelle persone che dormono sul lato esterno del portico? Perch camminare, letteralmente, su decine di corpi addormentati, facendo ricorso a un vero miracolo di leggerezza e di agilit, sia allandata che al ritorno, al solo scopo di afferrare la donna che dorme nella posizione pi sicura: la pi interna e riparata; e ci contro ogni ragionevole convenienza e perfino, in apparenza, contro il suo pi profondo istinto della caccia e perfino della conservazione? Sono domande che esigono una risposta e cui lamante dei fatti, il materialista in primis, dovrebbe sentirsi sfidato a trovare una risposta. Corbett ci informa che i leopardi non vanno a caccia con lausilio dellolfatto: bisognerebbe escludere, perci, la pur facile spiegazione che la paura possieda un suo proprio odore, e che il nostro organismo, quando siamo spaventati, secerna determinate sostanze chimiche, il cui odore sfugge al nostro olfatto, ma non a quello, acutissimo, degli animali da preda. Del resto, non si dice la stessa cosa dei cani feroci: che essi attaccano gli uomini che mostrano paura avanti al loro minaccioso abbaiare e ringhiare? E i cani, si sa, hanno una vista debole, ma un olfatto molto sviluppato. Tuttavia, ripetiamo, un esperto cacciatore ci assicura che lolfatto non lo strumento di cui si serve principalmente il leopardo per andare a caccia. E allora? A un livello pi profondo, lodore della paura non altro che la manifestazione fisica di un atteggiamento mentale e spirituale. Il fatto che solo quella donna, fra tutti i cinquanta e pi 3

pellegrini che dormivano sotto la tettoia, fosse realmente consapevole del pericolo rappresentato dalla belva che si aggirava nei paraggi, pu aver fatto di lei un catalizzatore involontario di energie negative. Ella era impaurita, terrorizzata e si aspettava, in un certo senso, quel che poi le accaduto: stato questo suo campo energetico negativo, a bassa frequenza, ad attirare su di lei lattenzione del leopardo; su di lei e non su uno qualsiasi degli altri esseri umani che si trovavano l accanto a lei, in quella notte. Senza saperlo e senza volerlo, la donna ha letteralmente chiamato il leopardo; e questi ha ricevuto il messaggio e vi ha risposto. Quante volte, nella nostra vita, noi ci comportiamo come quella donna: ci mettiamo, cio, nello stato danimo di chi si aspetta pericoli, contrariet e sofferenze; e poi, regolarmente, facciamo lesperienza di quelle cose, come se ci fossero venute incontro in seguito ad una nostra, paradossale chiamata? Ecco perch importante assumere un atteggiamento lieto e positivo nei confronti della vita, colmo di stupore e gratitudine per le meraviglie dellesistente; e non permettere che la negativit, per quanto derivante da situazioni reali, finisca per dominare ossessivamente i nostri pensieri ed i nostri sentimenti. Chiedete e vi sar dato - scritto nel Vangelo -; bussate e vi sar aperto; cercate e troverete. Certo, dobbiamo imparare e cercare nella giusta direzione, e a chiedere nel modo giusto. Non forse questo il significato del nostro pellegrinaggio terreno?