Anda di halaman 1dari 38

Considerazioni sul pensiero scientifico

di Clericus
pagina 1/9

.: pagina successiva

Premesse generali Questo saggio non destinato principalmente agli specialisti che indagano sul carattere della "scienza" e che ne investigano il processo di formazione, cio gli epistemologi. E' scritto piuttosto per chi, avendo tempo e voglia di riflettere sull'oggetto della parola "scienza" e non avendo una preparazione specifica in merito, possa trarre un vantaggio dall'analisi di alcuni temi che si sono presentati nello sviluppo di questa forma di indagine. Ma non neppure un sommario di epistemologia; pu essere letto con qualche profitto da chi abbia la preparazione e la forma mentis di un bravo diplomato del Liceo Scientifico, e che abbia un'idea, p.es., del contenuto della filosofia di Kant, dell'approccio di Mach, e del problema della demarcazione in Popper. Infine, ho ridotto al minimum minimorum citazioni e riferimenti ad autori, anche di grandissima importanza, in quanto questo saggio sviluppa una logica essenzialmente interna, che nelle sue grandi linee pu essere compresa senza la conoscenza specifica di opere specializzate.

Natura non facit saltus, ma la scienza s Lo sviluppo della scienza (e della matematica, che si svolge in parallelo a quello) , secondo lo schema tradizionale generalmente accettato fino ad ora,

caratterizzato dai seguenti momenti: [1] 1. le sue fasi iniziali avvengono nella Grecia classica, in corrispondenza dell'affermarsi della plis; questo processo, pur ammettendo che in qualche misura peraltro difficilmente accertabile - sia stato indotto o influenzato da contatti con le civilt dell'Oriente, sarebbe avvenuto in modo autonomo seguendo una propria linea di sviluppo; 2. Raggiunto un massimo di sviluppo nel tardo ellenismo, inizia in Occidente un regresso che perdura sino al Rinascimento, durante il quale apporti dal mondo arabo e da Costantinopoli, fondendosi con le tradizioni platonica e aristotelica, consentono di porre le basi per un nuovo rilancio in grande stile. Durante questa fase si pongono i fondamenti dell'algebra e della prospettiva, e si costituiscono o si affermano le sedi nelle quali si produrr il dibattito scientifico, cio le Universit; 3. Nel corso del XVII secolo, avviene in Occidente qualcosa di mai visto prima e che non ha luogo in altre culture, e cio la nascita della scienza galileiananewtoniana, cio la sintesi della conoscenza logicomatematica e fisico-fenomenica. 4. Il processo iniziato nel '600 [in realt, un po' prima; ma la consistenza del fenomeno diviene evidente intorno alla met del secolo] prosegue, portando alla formulazione di complesse teorie formalizzate il cui successo pone un problema: in che cosa il pensiero scientifico si distingue da ci che scienza non ? Ma questa formulazione non sempre espressa chiaramente, perch il "pensiero scientifico" forse non "nasce" in un solo momento preciso; o, meglio, si potrebbe affermare che "nascono" le singole fasi in cui

esso si articola storicamente, come p.es. la fisica classica, nel senso che, ad un certo punto, si manifesta una discontinuit irreversibile nel processo di elaborazione delle idee: qualcuno dice qualcosa che non stato ancora detto o ripropone con forza qualcosa di gi detto, ma dimenticato, riportandolo all'attenzione del mondo - salvo che...non sempre ci si accorge subito che effettivamente sorto qualcosa di nuovo. [1] questa ricostruzione estremamente sommaria non universalmente condivisa; vedasi ad es. le critiche di George Gheverghese Joseph, in
The Crest of the Peacock: The Non-European Roots of Mathematics ; trad. it. "C'era una volta un numero - la vera storia della matematica" , ed. il Saggiatore.

Le rivoluzioni scientifiche [e non solo] In realt, la discontinuit - insomma, la novit - viene notata, dato che non vi dubbio che i contemporanei almeno, quelli che avevano occhi per vedere capirono la novit insita p.es. nel contenuto della rivoluzione copernicana, ed fuori discussione che l'impatto della meccanica quantistica nella comunit dei fisici del primo '900 pu essere considerato un vero trauma, forse ancora pi violento di quello copernicano. Dunque, vi consapevolezza del "nuovo" quando questo appare; almeno cos sembrerebbe da quanto appena detto, ma a ben guardare, le cose non stanno esattamente cos; sarebbe pi corretto ipotizzare che viene chiaramente percepito l'insorgere di una novit, ma la reale portata di tale novit emerge lentamente e attraverso un processo spesso confuso, tortuoso, intricato di equivoci: e ci perch la novit implica, attraverso le sue conseguenze che inizialmente sono appena intraviste, la ricostruzione della forma mentis o, se si preferisce, l'affermazione di un nuovo modo di collegare i termini del discorso scientifico.

A questo proposito, mi si permetta una digressione. Non pu sfuggire - e difatti non sfuggito - che un simile processo, una volta giunto ad un certo grado di sviluppo, ha molto in comune con le rivoluzioni politiche. La "novit" - cio, il "non ancora visto" era, a giudicare dalle stesse interpretazioni dei contemporanei, ben presente nel 1789; ma in che cosa consistesse questa novit, possiamo, con non poca indeterminazione, stabilirlo solo dopo, molto dopo l'insorgere della discontinuit. Non solo, ma la "discontinuit" nel campo storico, insomma la rivoluzione mantiene molto di ci che era prima: al punto che, completatosi il processo, ci si pu chiedere se veramente c' stata negazione di ci che era, o piuttosto riaffermazione del momento precedente attraverso il confronto con la sua negazione. Non si creda che la dialettica di Hegel nasca da chiss quali elucubrazioni solipsistiche: il tecnicismo attraverso cui il pensiero viene esposto, la lontananza dall'epoca nel quale il pensiero stato formulato, la complessit dell'informazione e dell'esperienza che stanno alla base della formulazione di un sistema ne rendono pressoch impossibile la completa ricostruzione e comprensione: bisogna limitarsi a interpretare il pensiero passato. Tale dialettica , molto verosimilmente, intimamente connessa alla riflessione sul ritorno al momento precedente: un ritorno che per incorpora il nuovo l'antitesi al vecchio ordine di cose e idee - e che quindi sintesi, ricon ferma-superamento al contempo. Questo schema, per, non perfettamente applicabile allo svolgersi del pensiero scientifico. Il "nuovo" infatti qui si manifesta anzitutto in quanto al

contenuto, mentre la forma che viene in realt messa in discussione; solo che ci avviene - se avviene - in un secondo momento. Nella rivoluzione politica la forma [la costituzione politica e il governo] che viene attaccata per prima; il contenuto [Marx direbbe: la "struttura"] mantiene un certo grado di autonomia, e la sua inerzia - cio, il fatto che i suoi tempi di evoluzione sono lenti rispetto a quelli della forma] fa s che la forma debba, in una certa misura, recedere. La forma non pu oltrepassare troppo il contenuto, ma deve adeguarsi come un abito ad un corpo. Questo porta ad una forma del processo di tipo hegeliano: utile, nella storia dei fenomeni politici. Ma il processo di formazione del pensiero scientifico rivela una sottile divergenza rispetto a questo schema storico: nelle crisi, il primo momento l' emergere di una nuova tesi, a cui si giunge ragionando secondo uno schema preesistente che guida il ricercatore il quale, rimanendo coerente al paradigma, propone una novit o come alternativa a / superamento di una posizione gi consolidata perch si accorge che negandola non emergono contraddizioni, e quindi la novit non impossibile, o perch le conclusioni imposte dalla coerenza al paradigma sono contraddittorie con i risultati delle osservazioni o portano a contraddizioni interne al paradigma. Un esempio del primo genere sono le Geometrie nonEuclidee. Lo schema formale sottostante sempre il ragionamento ipotetico-deduttivo secondo cui si ordina la stessa Geometria Euclidea; la novit - cio la formulazione di geometrie che negano o non contengono il V postulato [1] - non porta a

contraddizioni, dunque le nuove geometrie sono possibili. [1] "Se, in un piano, una retta, intersecando due altre rette, forma con esse, da una medesima parte, angoli interni la cui somma
minore di due angoli retti, allora queste due rette, se indefinitamente prolungate, finiscono con l'incontrarsi da quella parte".

Ma la novit, pur affermandosi all'interno di un modo di ragionare consolidato, modifica in modo irreversibile lo stato di cose precedente. Il nuovo contenuto, affermatosi entro i limiti di una forma consolidata, produce il superamento di questi limiti. Dopo le geometrie non-euclidee non pi possibile ragionare come prima, perch cambia aspetto la percezione della "verit" in Geometria: tale "verit" non pu pi essere posta nell'intuizione, nell'evidenza. Gli assiomi non sono pi evidenti di per s e quindi veri; possono divenire convenzionali (Poincar [2], inizio XX secolo) e quindi, in una certa misura, arbitrari: la loro scelta una questione di convenienza. Cambia la teoria della verit; lo spazio non pi pensabile come assoluto, ma pu essere visto in relazione alla distribuzione della materia; nel ragionamento matematico si sviluppa l'aspetto formale, e diminuisce il ruolo del significato; emerge prepotentemente il concetto di sintassi e dell' autoconsistenza sintattica come vincolo principale, se non unico, alla base della "validit" di una teoria matematica, dalla "verit" si passa alla "coerenza" ecc. ecc. [2] J. H. Poincar (1854 - 1912), insigne matematico francese, autore di fondamentali opere di matematica, meccanica
celeste ecc. Sostenne che le propriet dello spazio fisico possono essere descritte indifferentemente mediante la geometria euclidea o le geometrie non-euclidee, per cui non avrebbe alcun senso chiedersi quale geometria sia quella "vera". La scelta tra le possibili alternative sarebbe dunque dettata esclusivamente da ragioni di opportunit, p.es. di semplicit. Bench questa tesi sia stata contraddetta dalla relativit generale [per la quale lo spazio fisico tridimensionale non pu essere descritto da una geometria "piatta" come quella euclidea], il concetto fondamentale - cio il non avere senso assoluto considerare "vera" una geometria a scapito delle altre, ma utilizzarle come strumenti adatti alla descrizione dello spazio

fisico - si progressivamente affermato, sino a diventare la posizione oggi corrente. La posizione di P. stata spesso designata come convenzionalismo.

Insomma: il primo momento non incorpora la sua antitesi; quest'ultima un effettivo superamento dello stato precedente. Questo carattere di superamento inglobante i momenti precedenti ben visibile nella struttura formativa delle teorie fisiche a partire dal '600 in poi. In particolare, la relativit generale include la teoria della gravitazione di Newton, la QED [3] integra la meccanica quantistica e l'elettromagnetismo classico, ecc...
[3] Quantum ElectroDynamics = Elettrodinamica Quantistica. Una teoria molto potente, che permette di interpretare con grande precisione tutti i fenomeni elettromagnetici noti, dovuta in gran parte all'opera del fisico americano Richard P. Feynman (1918 - 1988)

Quindi, la portata rivoluzionaria della novit non si manifesta sempre al primo impatto. Non sempre il primo urto scardina lo schema formale sottostante; spesso si tenta di conciliare il nuovo col vecchio schema (l'operazione pu riuscire, in effetti) e solo dopo un qualche tempo emerge, sulle prime confusamente, poi pi chiaramente, che questo non regge pi, e si devono accettare nuovi schemi di ragionamento. Il passaggio dalla fisica classica a quella quantistica il caso pi eclatante.
Obiezioni e controobiezioni A questa interpretazione del modo di pensare scientifico si pu obiettare, a ragione, che la "novit" deve corrispondere per a un mutato quadro concettuale che ne consente la formulazione: una tesi che contraddica quanto ritenuto "vero" fino a un certo momento non pu nascere dal nulla, in generale; la causa del rivolgimento dovrebbe essere cercata in mutate condizioni del modo di pensare, che sono gi avvenute, o stanno avvenendo, quando la "novit" si manifesta. Insomma, il mutamento del paradigma deve in qualche modo precedere il manifestarsi della discontinuit, e questa la traccia di quello. La prima cosa da considerare, a questo riguardo, che si deve porre attenzione al significato del termine mutamento di paradigma. Noi possiamo parlarne solo nella misura in cui tale mutamento o revisione del modo di pensare si manifesta, e la manifestazione del mutamento pu essere solo in qualcosa che viene detto in un certo momento preciso e in riferimento a qualcosa di preciso, i.e. una tesi nuova. Che la

discontinuit avvenga in conseguenza di mutate condizioni sullo sfondo, sia nel modo di pensare sia nella realt concreta, possiamo ammetterlo senza difficolt. Ma non affatto certo n dimostrabile che una tesi nuova debba necessariamente essere il prodotto di rielaborazioni precedenti. Ci presuppone un determinismo sottostante la cui realt non , a mio avviso, verificabile in tutti i casi. Che lo sviluppo di qualsiasi processo sia un continuum in cui ogni momento sia determinato da uno o pi momenti precedenti se non dalla totalit di tali momenti, pura supposizione: assolutamente legittima e ragionevole, anzi necessaria se si vuol capire qualcosa di alcunch (se il capire consiste nell'operare collegamenti); ma nulla esclude che lo sfondo sociale e culturale o qualsiasi motivazione sia solo condizionante o stimolante o addirittura solo selettivo nei confronti di qualsiasi discontinuit manifestatasi. E non si pu logicamente escludere l'indipendenza di una discontinuit dalla totalit delle circostanze. Non si pu cio escludere che una discontinuit sia tale in modo assoluto, e non solo in relazione al suo essere contrapposta o comunque non integrabile nello schema generalmente accettato fino al momento del suo manifestarsi. Ora, tra le due posizioni estreme - il nuovo tale assolutamente; aut il nuovo non veramente tale, lo solo in senso parziale e relativo, in riferimento a certi parametri sono possibili e auspicabili posizioni intermedie, per cui la "rivoluzione scientifica" come quella politica - non nasce istantaneamente, ma preceduta da un processo di preparazione. Questo vero, ma attenzione, perch il processo di preparazione pu con piena ragione esser definito tale solo se la rivoluzione ha avuto luogo effettivamente. E che una rivoluzione scientifica sia tale determinabile solo attraverso le sue conseguenze sul modo di pensare, [1] il che implica che ogni descrizione per quanto accurata di un processo di preparazione, date le conseguenze nella forma mentis implicate dalla rivoluzione scientifica, in una certa misura un prodotto della stessa rivoluzione scientifica. In realt, ogni punto di partenza nel tempo , sul piano logicosemantico, una ricostruzione operata in un tempo successivo e in questa ricostruzione appare in una certa misura il materiale costruito successivamente nel tempo; ma come dire che il punto di partenza della visione del formarsi del processo si trova verso la fine dello svolgersi del processo stesso. [2] In realt, il centro della ricostruzione proprio la novit: postulare che la modifica o caduta di un paradigma antecedente alla novit a mio avviso corretto e talvolta necessario, ma il carattere di discontinuit del "nuovo" deve essere conservato. Altrimenti, si avrebbe la spiegazione della crisi, ma non si avrebbe la crisi. Una situazione paradossale.
[1] questo deve valere [2] a questo proposito, vedasi Hegel. per qualsiasi rivoluzione, anche religiosa.

Il ruolo della "sintesi" Bench tutto sommato marginali, le idee di Kant sulla matematica meritano tuttavia attenzione, non tanto per le tesi espresse, ma per il metodo di discussione impiegato. Come noto, nella Critica della Ragion Pura l'indagine kantiana verte sulla possibilit di fondare la metafisica come scienza; ma pu essere considerata,

entro certi limiti, una teoria generale che esplora i fondamenti della scienza stessa. Il suo metodo relativamente originale: parte dall'analisi della ragione, non potendosi trovare, nel mondo empirico, alcuna base sicura per fondare la necessit e l'universalit di nessuna legge scientifica. In un certo senso, il fondamento delle scienze sta nello strumento stesso dell'indagine: la "ragione", appunto. La quale ragione pu costruire la conoscenza solo attraverso giudizi sintetici, dato che in quelli analitici il predicato gi contenuto nel soggetto; e questa una apertura verso un concetto sintattico della conoscenza: questa produce giudizi, e i giudizi sono l'unificazione di elementi separati. Dunque, seguendo Kant, sarebbe giusto attendersi che i giudizi matematici siano giudizi sintetici a priori. [1] Questa affermazione apparentemente sorprendente, perch la dimostrazione matematica appare come un meccanismo che costringe il matematico a riconoscere la verit della tesi: il che vuol dire che, sotto certi aspetti, la tesi di un teorema implicita nell'insieme delle ipotesi. Ci richiama il giudizio analitico, nel quale il predicato contenuto nel soggetto. In effetti lo stesso Kant evidenzia l'apparente incongruenza ("poich... le deduzioni dei matematici procedono tutte secondo il principio di contraddizione... cos si credeva che anche i principi fossero conosciuti in virt dello stesso principio... e in ci si sbagliavano, perch una proposizione sintetica pu sempre essere conosciuta secondo il principio di contraddizione, ma solo a condizione che si presupponga un'altra proposizione sintetica dalla quale possa essere dedotta... [2]).

[1] Il concetto kantiano di "sintesi" va inteso nel senso che anche quelle proposizioni matematiche, che a prima vista sembrano delle identit (es. 7 + 5 = 12) e quindi per niente "sintetiche" , devono invece essere considerate tali in quanto il risultato, bench calcolabile con un metodo universale e identico alla somma dei due numeri, non immediatamente presente all' operatore: cosa che pi evidente - dice K. - quando il numero di cifre grande. Cio: la conoscenza del risultato non immediata, ma richiede l'intuizione o dei passaggi, e non quindi "contenuta" nel concetto della somma di due numeri dati. [2] Critica della Ragion Pura, Introduzione, Sezione V par.1. Ho usato la traduzione di G. Gentile.

In realt, vi sarebbe un secondo aspetto, diverso da quello analizzato da Kant, sotto il quale la matematica (e di conseguenza tutte le discipline scientifiche) pu essere considerata il prodotto di "sintesi", intesa per in un senso generalizzato, e sta proprio nella produzione delle dimostrazioni. Infatti, mentre la tesi di un teorema conseguenza logica delle ipotesi, ogni particolare dimostrazione di un teorema non in generale determinabile con un procedimento universale. Non esiste un metodo universale praticabile per determinare la dimostrazione di un qualsiasi teorema in un numero predefinito di passaggi, anche se possibile ottenere la dimostrazione di alcuni teoremi mediante opportuni algoritmi [3]. Il che, tradotto nella Fisica, implica che non esiste alcun metodo universale per determinare univocamente una teoria che possa spiegare un insieme arbitrario di fenomeni: cosa che comunque non impedisce affatto che a tali risultati si possa giungere, sia pure attraverso tentativi e ripetuti fallimenti.

[3] A tutto rigore, un teorema definito come una "formula ben formata", cio costruita rispettando certe regole di formazione, tale che sia l'ultima di una dimostrazione; per il concetto di teorema non sempre effettivo, nel senso che pu non esistere, per certi sistemi formali, un procedimento effettivo (cio meccanico) in grado di stabilire se una qualsiasi formula "ben formata" del sistema sia o no un teorema. In questo caso, la dimostrazione - se c' - non pu essere determinata mediante un metodo universale; una creazione del matematico, per cui ho utilizzato ancora il termine "sintesi", anche se non nel senso kantiano.

Il fatto che la matematica e la fisica esistano non dipende quindi solo dall'esistenza di dimostrazioni.

Non dipende neppure dall'esistenza di un metodo generale di costruzione delle dimostrazioni / teorie. Dipende invece dalla possibilit di costruire sequenze simboliche - non importa come - e di verificarne la coerenza: intrinseca nel caso della Matematica, con l'insieme dei risultati sperimentali nelle scienze e in Fisica, in particolare.

Insufficienza delle indagini e delle "soluzioni" storicamente proposte A mio avviso, il ruolo della sintesi - non propriamente secondo l'accezione kantiana, ma intese come processo di formazione delle connessioni simboliche, cio del pensiero razionale non stato adeguatamente considerato nell'epistemologia moderna, diciamo da Mach in poi. N Popper, n Kuhn, Wittgenstein e i positivisti logici hanno posto questo problema in primo piano: essi hanno cercato di definire un concetto generale della "scienza" e del "significato" o "senso" compatibile con l'immagine che ne avevano, cio operando essi stessi delle sintesi che verosimilmente non soddisfacevano neppure i canoni che arbitrariamente avevano prefissato anche se i loro sforzi non sono stati inutili. Il fatto che, detto banalmente, non c' costruzione della scienza se non c' qualche idea nuova, e a questo punto potremmo convenire che non vi descrizione soddisfacente della "scienza" se non si esplora come si costruiscono le novit, cio come avviene la sintesi. E' evidente che non esiste un algoritmo che produca tutte le sintesi, anche se

molte sintesi possono essere prodotte mediante algoritmi; in un certo modo anche la deduzione un processo di sintesi, tuttavia la costruzione di un algoritmo o richiede un altro algoritmo - e allora abbiamo un recesso all'infinito, dato che non abbiamo nessun algoritmo massimo capace di elaborare tutti gli altri algoritmi possibili - o, appunto, qualcosa che non algoritmo, cio una costruzione non derivabile da altro, ma in s autosussistente. Ma come possibile? La risposta semplice: le regole cui le sintesi debbono soddisfare sono del tutto insufficienti a produrle, cio la risposta nella non-esistenza dell'algoritmo massimo (o, se si vuole, di una teoria ultima a priori). Ma - si dir - questo preclude la possibilit di una soluzione definitiva al "problema della scienza" , cio all'impossibilit di fissare l'epistemologia in un risultato finale. E chi ha mai detto che vi sia una soluzione ? Tuttavia, possibile indicare qui sommariamente alcuni caratteri costituitivi delle sintesi. Innanzitutto, la deduzione di una teoria a partire da osservazioni gi interpretate e da un quadro concettuale-formale predefinito. Sottolineo che non importa che nella deduzione si trovino elementi non-empirici ed estranei allo stesso quadro concettuale di sfondo; la deduzione non un meccanismo ergo qualcosa del genere ci deve essere vedasi la costruzione della gravitazione universale di Newton; essa deve soddisfare le regole di inferenza ma evidente che non pu inferirsi la stessa deduzione. Altri meccanismi: - la negazione di una qualche ipotesi, specie se

generalmente accettata; chiaro che nulla ci permette di inferire a partire dal quadro concettuale precedente tale negazione, anche se l'insufficienza del predetto quadro una motivazione sufficiente per la sua negazione; - l'ispirazione che pu derivare da infinite occasioni: immagini che si producono spontaneamente, colloqui avuti con altre persone, e perch no, fraintendimenti e reinterpretazioni di quanto gi detto... - la creazione dal nulla di una nuova idea. Perfettamente compatibile con il concetto sopra esposto di sintesi. Sul piano logico, una sintesi non ha bisogno di una causa per prodursi. Infine, un punto debole di quasi tutta l'epistemologia moderna la poca analisi degli esperimenti. E' impossibile definire i caratteri della scienza moderna se si parte da definizioni generali e si costruiscono sistemi ipotetico-deduttivi. Conoscenza matematica e conoscenza empirica L'indagine sui fondamenti della conoscenza scientifica vanta una vasta letteratura. In un certo senso, gi nell'antichit classica furono elaborate le fondamenta dell'epistemologia, attraverso lo sviluppo della logica e della geometria; ma la scienza antica non riusc a procedere oltre a un certo segno, vuoi per ragioni strutturali, vuoi per la mancata saldatura tra il pensiero geometrico e l'indagine fisica. Bisogna rendersi conto di quanto l'immagine scientifica del mondo dipenda dallo sviluppo matematico. E' vero che buona parte di ci che noi indichiamo con "scienza" non dipende direttamente da strumenti matematici: ma il mondo fisico, cos come

viene oggi concepito, semplicemente impensabile senza la matematica. Questo pone alcuni problemi. Bench si possa, a mio avviso, sostenere che tra la geometria degli antichi pitagorici e l'attuale formulazione del pensiero matematico vi sia una sostanziale continuit, vi sono tuttavia indizi che il carattere specifico della matematica, in generale, non sia stato in passato inteso come attualmente. In particolare, il ruolo della dimostrazione che sembra nettamente dividere le matematiche attuali da quelle antiche fino a circa la met del XIX secolo. Una dimostrazione deve avere carattere oggettivo. Portare alle estreme conseguenze questo principio implica alcune condizioni: essa non deve dipendere essenzialmente dall'interpretazione che viene data ai singoli termini e deve soddisfare certe regole di derivazione, che sono fondamentalmente regole di concatenazione delle proposizioni. Queste regole devono essere espresse in funzione di un certo numero di connettivi e devono collegare proposizioni. Insomma, la dimostrazione oggi concepita come una sintassi che, date certe premesse, conduce necessariamente a certe conseguenze. La dimostrazione geometrica classica non soddisfa esattamente questi requisiti. La sua necessit e universalit non venivano giustificate da una sintassi operante su formule ben formate, perch implica operazioni su figure. E' vero che ogni figura pu essere identificata da un insieme di propriet che svolgono il ruolo di premesse sufficienti a garantire la correttezza logica del procedimento deduttivo: e infatti, la geometria euclidea logicamente corretta.

Ma queste propriet non sono esplicitate in una forma proposizionale; restano implicite nella costruzione geometrica. Questa svolge il ruolo della sintassi, anzi essa stessa una sintassi, solo che non opera su un numero finito di simboli astratti, ma su un modello ideale. Ci pone in primo piano la rappresentazione e induce a pensare che le dimostrazioni siano necessariamente legate all'universalit di tali rappresentazioni, che peraltro non sono mai identificate in una particolare figura o oggetto concreto, perch fungono da campioni ideali di un insieme di oggetti. Tali rappresentazioni fanno da ponte tra la figura disegnata e l'idea sottostante e inducono a pensare che la verit sia raggiungibile solo attraverso la capacit di intuire i rapporti tra le idee. Questo modo di pensare probabilmente non caratteristico solo dei neoplatonici o dei neopitagorici, ma probabilmente anche di Aristotele[1] e sopravvive, credo, fino ad oggi.
[1] Il fatto che la logica di Aristotele non si adatta affatto al ragionamento matematico. Questo non ha, generalmente, carattere sillogistico, cio non riducibile a operazioni di inclusione/esclusione, appartenenza di un elemento ad un insieme ecc. che possono raffigurare lo schema sillogistico. Pu essere che A. non abbia sviluppato una logica matematica perch il pensiero greco non giunge ad elaborare il concetto di una sintassi come garante della necessit logica, autosufficiente nel condurre alla verit?

A questo proposito, si consideri il ben noto passo del Menone, nel quale Socrate, porgendo una serie opportuna di domande a un servitore privo di qualsiasi "conoscenza matematica" , conduce l'interlocutore alla tesi di un teorema: secondo Platone, questo esempio di maieutica dimostrerebbe che la "conoscenza" acquisita deriverebbe da un ricordo. Questo ragionamento che P. presenta come quasi ovvio - richiede che, in qualche modo, la dimostrazione matematica non fosse considerata di per s del tutto sufficiente a

provare la tesi di un teorema? Ma in cosa dovrebbe consistere l'insufficienza presunta della dimostrazione? La risposta migliore che il punto di vista greco (molto vicino peraltro a quello del senso comune) fondato su un concetto della "verit" come adesione ad una realt che, pur non potendo essere percepita (perch le figure geometriche non sono in s oggetti sensibili) viene intuita, e in questa intuizione, e non nei passaggi logici, starebbe la "verit". La "dimostrazione" quindi sarebbe semplicemente il processo che guida l'intuizione, anzi lo stesso mani festarsi dell'intuizione; ma poich nella matematica questa non pu fondarsi sull'esperienza (in quanto i Greci riconoscono il suo fondamento non-empirico), il suo contenuto deve trovarsi su un piano "altro" dal sensibile. Si potrebbe quindi asserire che la dimostrazione sufficiente per giungere alla tesi, ma che il fondamento della "verit" di ogni tesi o proposizione geometrica non sia nella dimostrazione, ma nella corrispondenza - che pu essere solo intuita - tra l'enunciato della tesi e un "ente ideale". Questo punto di vista non in completa opposizione a quello contemporaneo; solo che, in quest'ultimo, il rapporto tra da una parte, il sistema formale (gli assiomi della Geometria, ma non quelli di Euclide, bens p.es. quelli di Hilbert) e le dimostrazioni che manipolano i suoi termini e, dall'altra parte, il modello del sistema (cio, il piano euclideo e la totalit delle figure geometriche) deve essere invertito: la "verit" delle proposizioni della geometria tutta contenuta nell'insieme degli assiomi ed conservata applicando le regole di

inferenza, e gli assiomi sono "veri" perch il loro modello una loro possibile interpretazione esattamente come l'aritmetica una interpretazione degli assiomi di Peano - e quindi ogni proposizione che contraddica le propriet del modello contraddirebbe pure gli assiomi. Poich ogni sistema coerente di assiomi ammette almeno un modello, ogni sistema di assiomi vero in un modello, e la verit ricondotta alla noncontraddittoriet del sistema, che una propriet sintattica, in quanto esprimibile mediante connettivi logici e simboli astratti. Il "mistero" semmai perch l'inferenza conservi la verit. La risposta estremamente semplice: perch le regole di inferenza sono state costruite proprio a questo scopo, e questo si ottiene evitando le contraddizioni essendo super-ovviamente il falso uguale al contraddittorio del vero... evitando la contraddizione eviti di giungere al falso partendo dal vero.

Comunque sia, questo modo di intendere la dimostrazione separa in modo netto l'osservazione empirica e la logica matematica. La verit matematica appare autosufficiente e indipendente dai fenomeni; essa si irrigidisce in una struttura il cui fondamento non il mondo fisico, ma un mondo ideale, che possibile intuire attraverso la geometria. Perci la "nascita" del pensiero scientifico moderno deve superare questa distanza tra il mondo fenomenico e quello ideale dei matematici.

Questo fu ottenuto estendendo il ragionamento matematico alla "filosofia naturale" [si pensi p.es. alle definizioni e agli assiomi del moto di Newton, e all'assetto deduttivo che impresse alla meccanica], che da allora ha assunto il carattere della "scienza moderna". Gi Galilei pone con chiarezza la questione, quando afferma esplicitamente che la struttura dell'Universo di tipo matematico e insiste sulla necessit di osservare come avvengono i fenomeni (mediante misure), prima ancora di indagarne le cause. Nel pensiero di Newton, la contrapposizione tra geometria e realt fenomenica chiaramente evidenziata, quando si confronta lo spazio assoluto, vero, matematico, con lo spazio empirico, relativo, nel quale i fenomeni avvengono e al quale i fenomeni vanno riferiti, e la sintesi tra i due concetti realizzata mediante l'esperienza del secchio d'acqua rotante; il cielo delle stelle fisse diviene la migliore scelta possibile come riferimento dei moti. Questa sintesi, tuttavia, non tocca ancora la nozione tradizionale della verit matematica; lo spazio resta lo sfondo nel quale avvengono i fenomeni, incondizionato dalla presenza della materia. Il ruolo della coerenza Essenziale in matematica il vincolo della coerenza interna. Nel caso delle scienze fisiche, il vincolo nella coerenza tra la struttura simbolica (teoria) e i risultati degli esperimenti. Tuttavia. gli esperimenti non forniscono dati puri, dato che le informazioni sono il risultato di complesse procedure sperimentali e debbono generalmente essere interpretati alla luce di teorie pi consolidate. Ci impedisce di separare

nettamente un presunto dato empirico puro da una teoria. Ogni risultato interpretato implica una teoria senza la quale non possibile n costruire un apparato sperimentale (strumento di misura) n fornirne una interpretazione. Dunque, lo sviluppo delle teorie sul mondo fisico sembra ottenere due effetti: 1. Il mondo fisico svuotato di una sua presunta "sostanza"; la "materia" tende a divenire un contenuto di informazione trattabile solo attraverso teorie consolidate; 2. Tale informazione non per, evidentemente, generata dalla teoria che viene sottoposta a verifica. Bench non interpretabile e non ottenibile senza teorie, il contenuto dell'informazione da esse indipendente: quindi si pu ipotizzare un meccanismo di selezione, che porta a respingere quelle teorie che sono con esso incompatibili. Questo schema (che nel punto 2 richiama la ben nota posizione di Popper [1]) non descrive completamente lo svolgersi della ricerca scientifica. La contraddizione tra un risultato sperimentale e una teoria non affatto sempre chiara ed evidente; soprattutto non , in generale, chiaro quale particolare punto di una teoria deve essere eliminato. E nemmeno detto che una teoria venga gettata alle ortiche solo perch "qualcosa non va". Se si fosse proceduto rigorosamente secondo questo criterio, forse oggi non vi sarebbe nessuna teoria. Esso piuttosto la descrizione pi semplice possibile di come la coerenza di una teoria fisica possa essere prodotta. In realt, non affatto detto, e non neppure necessario, che si trovi un procedimento generale che garantisca tale coerenza: il che implica che non esiste una vera e propria definizione di

scienza in termini di metodo. Neppure la ben nota demarcazione di Popper sufficiente allo scopo, anche se ha il merito di esprimere il vincolo di coerenza in termini estremamente semplici. La scienza non definibile in termini di metodo, e forse nemmeno di certezza - a meno che, con certezza, non si intenda la coerenza nella forma prima enunciata.
[1] "Ogni teoria che non pu essere confutata da alcun evento concepibile, non scientifica... ogni controllo generico di una teoria un tentativo di falsificarla, o di confutarla... Il criterio dello stato scientifico di una teoria la sua falsificabilit, confutabilit o controllabilit". Da "La Scienza: Congetture e Confutazioni" cap. I. In breve, una teoria scientifica se fa previsioni che possano essere smentite con osservazioni o esperimenti.

Ma, a questo punto, il problema del fondamento della scienza in generale, come pu essere posto? Se non esiste una procedura universale di generazione delle teorie, e neppure una regola stabile di controllo delle medesime, quale il fondamento della scienza? La risposta potrebbe essere: nessuno, se si cerca una fondazione "esterna" alla scienza stessa, un a priori che ne garantisca la certezza. O potrebbe essere: il fondamento nel risultato stesso della scienza, o, meglio, nella pura e semplice constatazione a posteriori che la scienza produce risultati.

Sul significato della "conoscenza scientifica" Questo punto di vista, di tipo pragmatico, pu sembrare sconcertante, in quanto non pare rispondere alla classica domanda: come possibile la conoscenza? [1] Quasi che, non potendosi rispondere alla domanda, non possa esservi l'oggetto - cio la conoscenza. Come dire, non sapendo come si pensa, si conclude che non

si pensi affatto. A questo punto, sarebbe meglio chiedersi se la domanda ha senso, e sarebbe bene definire in cosa consista la conoscenza.
[1] Le argomentazioni di questo paragrafo si applicano alla conoscenza scientifica. Non escludo a priori che possano estendersi ad altre forme di conoscenza e anzi che possano essere utilizzate per una definizione aprioristica del concetto di conoscenza, in generale, ma non mia intenzione sostenere o anche solo appoggiare una tesi siffatta.

Il problema che troppo spesso la conoscenza identificata in un contenuto semanticamente definito. Il linguaggio fatto in un certo modo; si dice " si conosce qualcosa" come se la conoscenza fosse un'azione transitiva, cio dotata di oggetto. La prospettiva cambia se si considera la conoscenza un modo con cui gli oggetti pensati vengono ordinati. La conoscenza matematica di questo tipo: al limite, si potrebbe, credo a ragione, asserire che non ha e non un contenuto, ma un modo di ragionare. Ma, ingenuamente, si dir: il ragionamento deve pure applicarsi a qualcosa. La risposta no, perch il ragionamento ha il fondamento in un certo modo di combinare gli oggetti, non negli oggetti. Quindi il ragionamento pu operare sugli oggetti (attraverso i termini del lessico di cui si avvale) come pu operare su termini che non denotano nessun oggetto, n individuo n classe, particolare. Di pi: bisogna ancora vedere se non sia il contrario, vale a dire gli oggetti non siano, almeno in certi casi, i prodotti del ragionamento. Non che questo punto di vista non abbia difficolt: le ha anzi, perch portandolo alle estreme conseguenze dovremmo eliminare completamente il significato, e il ragionare sarebbe solo un atto fine a se stesso. Ma non affatto necessario portarsi su questo estremo. E'

sufficiente assumere l'aspetto formale della conoscenza oltre a quello semantico ed esplorarne le possibili implicazioni. Dunque, la conoscenza a questo punto assume due principi: l'informazione e i suoi modi di ordinamento. La sistematizzazione ipotetico-deduttiva della geometria elementare un esempio classico. La funzione primaria dell'inferenza non quella di produrre conoscenza, quella di ordinarla. Abbiamo gi visto che l'inferenza (la dimostrazione deduttiva nel senso matematico del termine) conserva la verit, ma non pu produrla; ergo essa una forma di ordinamento della struttura, ma la struttura non pu essere prodotta dall'inferenza: o preesiste (platonismo) o generata da processi non-inferenziali (la conoscenza sintetica; costruttivismo). E' inutile arrovellarsi se, tra l'idealismo platonizzante o l'empirismo, si possano produrre prove decisive per operare una scelta. Se la conoscenza essenzialmente un modo di organizzare l'informazione, la radice della questione la possibilit di organizzarla, e la "spiegazione" pi semplice che l'informazione abbia in s la propria organizzabilit. La questione delle origini Questo risponde ad un'altra domanda, apparentemente insidiosa: se una scienza pu essere giudicata come tale solo a posteriori, come che inizia? Come dire: se la scienza un edificio di parti ben formate e ben sistemate, in modo da poter sussistere salvo terremoti di incredibile intensit, come che la si costruita senza un progetto iniziale? Dove il punto di partenza? Il fatto puro e semplice che questa analogia - come tutte le analogie - trae in errore, se

portata alle estreme conseguenze. Una analogia non un ragionamento deduttivo formalmente corretto e non conserva la verit: va presa per una esemplificazione, un modello che permette di cogliere sinteticamente un ragionamento complesso. Non esistette nessun progetto iniziale e la scienza non cominci solo perch ad un certo punto "qualcuno si mise a pensare in modo diverso". Le discontinuit si manifestano dopo che l'edificio gi stato costruito, e possono manifestarsi appunto perch stato costruito. Non solo: l'edificio non mai stato costruito a partire da un istante determinato. "Nella filosofia ci siamo gi" , diceva Hegel, e analogamente, in un certo senso, potrebbe essere lecito ipotizzare che nella "scienza" ci siamo sempre stati, proprio perch la conoscenza non questione di un contenuto. [1] La conoscenza ha il suo fondamento in una potenzialit la cui sede non in nessun sapere particolare e che in quanto tale non ha alcun inizio nel tempo.

[1] questa tesi non deve affatto sorprendere, e non recente. "La conoscenza non sta nelle [singole] conoscenze" detto nel Teeteto , e si potrebbe riflettere sulla consistenza di una proposizione del tipo " conoscere cosa sia la conoscenza".

Ci non toglie che ci che noi indichiamo usualmente con "pensiero scientifico" abbia avuto un inizio nel tempo; e tanto meno che il nostro modo di pensare (ammesso che vi sia una unit di fondo) non sia affatto identico a quello del Neolitico. [2] In effetti, si possono riconoscere due importanti fratture almeno, nel modo di pensare: quella del XVII secolo, con l'applicazione sistematica della matematica alla fisica; e il sorgere della scienza greca, accompagnate dal

declino della teologia medioevale e del mito, rispettivamente. Ma la prima divenne tale per via delle conseguenze del suo verificarsi; o, per meglio dire, essa si produsse inizialmente all'interno di paradigmi consolidati: n Galilei n Newton ragionavano secondo una logica diversa dai contemporanei. E che dire della seconda? E' un'ipotesi, tra l'altro smentita dagl'interessati, dato che i Greci asserivano che la geometria venisse dall'Egitto. In realt, molto improbabile che ipotesi particolari o singole scoperte possano essere poste all'inizio del processo, come premesse sine qua non di sviluppi ulteriori, come se la scienza abbia bisogno di ipotesi senza la cui formulazione non possa sorgere. Sarebbe come aver trovato una formula della "scienza" prima di possedere la scienza. Un progetto tale perch contiene la struttura del risultato (io architetto so come sar fatta la casa prima di averla costruita) ma non posso sapere quale sar lo sviluppo della scienza. Se fosse cos, saremmo scienziati sin dall'origine dei tempi.

[2] veramente, questa proposizione non ha carattere immediatamente fattuale. E' solo un giudizio, cui si pu giungere osservando che il modo di pensare degli antichi fosse diverso da quello dei moderni. Peccato che, ragionando fino alle estreme conseguenze, si troverebbe che non esisterebbe una unit del concetto di "pensiero". Con questo non voglio stupire chi legge asserendo proposizioni paradossali; solo che noi organizziamo il nostro pensare su pregiudizi - ovvero su punti fermi - la cui verit incontra dei limiti.

E' un po' quel che succede quando si asserisce che vi sono logiche diverse. Se fosse cos, in base a quale di queste logiche si arriverebbe a tale conclusione? Proprio perch vi sono logiche diverse, dovrebbe essercene qualcuna nella quale la conclusione sarebbe proprio quella opposta.

E' molto pi probabile che le mutate condizioni storiche e sociali abbiano esercitato una nuova e diversa pressione, che ha inibito certe cose e favorito altre: come dire che, nell'indefinito caos di

tutte le potenzialit, la particolare situazione che venne a crearsi, nella Ionia del VI sec. a.C. , stimol certi esiti, a scapito di altri. Ma il pensiero scientifico una modalit insita nella struttura stessa di ci che va scoprendo: se non fosse cos, non si avrebbe scienza, ma libera creazione, fantasia chiusa in s. Quindi non pu nascere prima del risultato; nasce col risultato, anzi viene riconosciuto come tale dopo, forse molto tempo dopo, quando il risultato cos acquisito da far sembrare assurdo ogni punto di vista con esso incompatibile, e che sar ormai identificato come errore. [3]

[3] questo destino capita anche ai sommi scienziati. Newton fu severamente criticato da E. Mach, il quale ebbe a ridire che egli non si sarebbe attenuto al "fattuale" ["non fingo hypotheseos..."]. Einstein verosimilmente si sbagli nei confronti della meccanica quantistica. Per non parlare di Aristotele, della cui fisica nulla sta pi in piedi. O dell'idea per cui la geometria euclidea fosse l'unica possibile. E non si tratta di errori limitati a qualche problema specifico, ma su questioni assolutamente fondamentali, al punto che per capire i punti di vista ormai classificati come errori bisogna, in certi casi, operare uno sforzo, per tentare di ricostruire una logica ormai abbandonata. Non sosterrei quindi l'idea di un inizio netto e preciso del pensiero scientifico nei confronti del mito, e tanto meno quella di una presunta rivoluzione metodologica originaria, perch la sua relazione col mito sembra avere molto in comune con quella tra fasi successive dello stesso pensiero scientifico.

Insufficienza delle definizioni di "scienza" In questo paragrafo non seguir una esposizione sistematica e una logica rigorosamente conseguente. La sistematizzazione va bene quando si possiede la soluzione di un problema, ma vi sono fondati dubbi se il problema in discussione abbia soluzioni. Si domanda. La fisica aristotelica scienza fisica? Risposta. S, se si accetta che la scienza abbia come oggetto proprio il "mondo fenomenico" , no, se si considera che... non vera scienza, dal momento che le nozioni e le spiegazioni di Aristotele sono false. Pu una scienza avere un contenuto falso? Possibilissimo, se adottiamo un criterio di demarcazione alla Popper, ma 1. non siamo obbligati a farlo - perch ogni criterio

convenzionale; 2. se la scienza procede attraverso confutazioni, il materiale confutato non pi scienza, altrimenti la scienza non procede. La costruzione del pensiero scientifico irreversibile. Qualsiasi definizione siffatta implica la storicizzazione del contenuto del concetto; ma se cambia il contenuto, fino a negare le posizioni precedenti, allora anche il concetto cambia, e quindi non vi pu essere una definizione statica della conoscenza scientifica. Con tutto ci, il criterio di Popper, nella sua semplicit, non pu essere rigettato. Di per s, esso giustifica sia il contenuto variabile della scienza sia l'elemento costante fondamentale - la coerenza con l'osservazione, ponendo giustamente l'accento sul processo ideale di formazione, senza essere una vera e propria "definizione". Esso una guida per distinguere tra congetture che possono essere controllate (e quindi confutate) e congetture che non lo sono. Inoltre, anche se una determinata congettura non fosse immediatamente confutabile, pu essere che lo siano le sue conseguenze. E' vero per che di solito si ha a che fare non tanto con singole proposizioni, ma con sistemi teorici complessi, e in una teoria sono presenti p.es. equazioni fondamentali (come quella di Schroedinger), parametri (come la costante di Planck), principi generali (come quello di relativit generale) che nell'insieme non sono semplici congetture. Tuttavia, il criterio di Popper esprime efficacemente il concetto della coerenza tra teoria e osservazione, e stabilisce il carattere ipotetico di qualsiasi sapere scientifico. Che poi una ipotesi contraddetta dall'esperienza sia scientifica o meno, dopo che stata contraddetta, questione che non pu porsi

realisticamente nella forma secca di una scelta tra il s e il no. Questo va bene, se si considera la scienza come la ricerca della verit, o di una verit ultima alla fine di un processo di esplorazione indeterminato. Ma non sembra essere questo il carattere attuale della scienza (di nuovo, la difficolt di una definizione valida in ogni epoca storica). Una logica selettiva troppo rigida non in realt applicabile al pensiero scientifico. Per es., l'elettromagnetismo classico confutabile e confutato (il modello classico dell'atomo instabile, gi dal punto di vista della fisica classica), ma sarebbe assurdo non servirsene nei problemi in cui capace di fornire previsioni corrette. Le teorie scientifiche vengono effettivamente giudicate in base al loro potere esplicativo e predittivo, cio dall'uso che si pu farne. Una possibile soluzione potrebbe essere: da un certo punto in poi, le posizioni precedenti non vengono veramente negate, ma superate, nel senso che una parte del contenuto precedente viene in qualche modo inclusa negli sviluppi successivi. Giusto, ma questo "contenuto costante" non sicuramente definibile in nessun preciso momento storico. Come faccio a sapere hic et nunc che cosa del "sapere scientifico" attuale sar conservato tra cinquecento anni? Al limite: che cosa garantisce assolutamente che una parte del contenuto della scienza rimanga costante in ogni epoca? Risposta plausibile: nulla, perch non c' una procedura fissa in ogni tempo e luogo che mi permetta, ora, di svolgere questa operazione. A meno che, di nuovo, non siamo scienziati fin dall'origine dei tempi. Proviamo ad accettare il s [sempre in riferimento al

quesito posto all'inizio del paragrafo]. Allora, la "scienza" sarebbe definita dal suo oggetto, cio dal "mondo fenomenico". Ma cosa il mondo fenomenico? Vedo gi l'ipotetico interlocutore sorridere beato: ma l'insieme dei fenomeni, ovvio. Cos ovvio che si parla dell'oggetto della scienza senza in realt sapere di che si parla, perch in termini scientifici il mondo fenomenico conosciuto attraverso la scienza cio essenzialmente informazione e se non c' scienza non c' informazione, dato che la scienza serve a produrla, mediante analisi teoriche ed esperimenti. E' vero che il fenomeno percezione, ma la scienza non percezione. La scienza tratta di informazione che si costruisce mediante la stessa scienza. Non c' oggetto stabile di fronte alla scienza. La scienza non studia un insieme di dati precedenti se stessa. Si domanda, a questo proposito. Che cosa il mondo fenomenico? Non nel senso immediato di ricerca di una definizione nominale tipo " esso "... dove i puntini simboleggiano una proposizione; ma nel senso di una delimitazione ovvero di un criterio universale che permetta di identificare l'estensione del concetto senza ambiguit. Intendo dire: un concetto ben definito ha una estensione anch'essa ben definita, vale a dire debbo poter sapere almeno in linea di principio se un certo oggetto appartiene o no all'insieme degli oggetti designati da quel concetto. Ma l'insieme dei fenomeni, appunto in virt del concetto di fenomeno, non pu avere un'estensione definita. "Fenomeno" ci che si manifesta, e non designa alcun oggetto e nessun insieme di oggetti in particolare. Qualsiasi oggetto o concatenazione di fatti o situazione che

venga percepita fenomeno, nella misura in cui percepito. Questa definizione non conduce a nessuna estensione stabile, ha lo stesso significato di un gesto vago. Da un punto di vista sperimentale, "fenomeno" ci che appare durante l'esperimento, e senza l'esperimento non c'. Se la scienza studia i fenomeni, allora studia ci che essa stessa produce, e se non produce, allora non pu studiare i prodotti della propria attivit. Quindi non ci sarebbe lo studio del fenomeno e non ci sarebbe la "scienza". Ma, si dir, la scienza cominci con lo studio dei fenomeni che essa stessa non produce. Va bene, ci sono i fenomeni naturali "spontanei" i.e. fulmini, terremoti, ecc., ma allora "all'inizio" non c' veramente esperimento, perch l'esperimento non un fenomeno naturale spontaneo. La "scienza" dunque deve precedere l'esperimento nel tempo; la conoscenza scientifica non pu cominciare con l'esperimento. Poich l'informazione originaria era appunto il mondo dei fenomeni spontanei, e questo non ha inizio nel tempo della storia umana, di nuovo troviamo che, se la scienza fosse ci che ha per oggetto il mondo fenomenico, essa potrebbe non avere origine nel tempo; e se ha origine nel tempo, allora non ha per oggetto solo il mondo fenomenico. Oppure, in alternativa: non si potrebbe parlare oggi di "scienza" in relazione alle conoscenze, pi o meno sistematiche, precedenti l'osservazione sperimentale. Si deve ammettere un nucleo di conoscenze costruito a partire da poche, semplici osservazioni, spesso non corrette, definite un tempo come "scienza" e la "scienza" (quella vera) sarebbe sorta nel momento in

cui "qualcuno" si sarebbe deciso, bont sua, a spiegarci come si deve procedere... partendo dai fatti noti attraverso gli esperimenti, dato che a nessuno era venuto in mente, prima, che si dovessero fare esperimenti. Quando parliamo di qualcosa, parliamo di cosa che in qualche modo ci presente: un ricordo, una sensazione vissuta, ecc...; se non lo facciamo, il nostro discorrere non ha senso. Il senso di un elemento del linguaggio non contenuto nel linguaggio; se cos fosse, il linguaggio non avrebbe senso (questo non significa che ogni combinazione di simboli astratti sia inutile. L'applicazione - se c' - determina un possibile "senso" di tutto l'insieme. Le teorie scientifiche e la matematica rientrano, evidentemente, nella categoria dei sistemi formali "utili" dotati cio di scopo ovvero di risultati, e quindi in qualche modo sensati). Quando si parla del "mondo" o dell' "universo" o della "realt" , se si parla sensatamente, si deve quindi far riferimento a un'immagine mentale, a un'idea, o pi genericamente a un insieme di credenze pi o meno comuni o convenzionali - per es. che il mondo uno ecc.; anzi, possibile che si segua una convenzione linguistica che pu aver senso in casi particolari (p. es. ha senso dire "si deve tener conto della realt" o parlare di "universo secondo la relativit generale") ma tale "immagine mentale" oggettivamente indefinibile non evidentemente un oggetto in qualche modo esterno al soggetto conoscente. Non possibile, all'interno del linguaggio, cogliere il senso oggettivo di nessun termine; vale a dire, indipendente dall'esperienza e dalle rappresentazioni del soggetto. Tutto ci che pu, paradossalmente, essere considerato

come oggettivo sono regole formali in s prive di contenuto, proprio perch esse non descrivono rappresentazioni, ma modi di collegare i termini del discorso, quando portano a un risultato conforme alle aspettative. [1]

[1] Questo genere di considerazioni pu aiutare a capire, almeno in parte, la querelle del XX secolo sulla meccanica quantistica. I critici della nuova teoria, sostenendo il punto di vista "classico", asserivano che la m.q. non avrebbe potuto fornire una descrizione completa di un sistema fisico; ma tale "sistema fisico" , sotto ogni riguardo, un termine convenzionale, un riassunto di ci che la meccanica classica forniva come significato di quel termine. Per poter ragionare in termini classici (deterministici), bisogna ammettere un certo modello, nel quale ogni sistema fisico , in ogni istante, caratterizzato da certe propriet perfettamente definite (posizione impulso energia ecc.), ma per procedere in fisica necessario estrarre informazione dall'oggetto: dunque l'oggetto reale dell'indagine fisica questa informazione, non il "sistema fisico" , che io posso pensare come indipendente e
autodeterminato se isolato dal resto dell'universo, ma che non potrei assolutamente studiare se questa immagine corrispondesse a realt: perch non posso studiare un sistema isolato. Bisogna interagire con esso, e quindi non pu essere isolato. Allo stesso modo, il "mondo fisico"

informazione estratta dal "mondo fisico", solo che il primo ci presente come somma di risultati sperimentali, il secondo solo un termine del discorso, un sostrato ipotetico, modellizzato a seconda della teoria con la quale l'informazione
l'

viene analizzata e interpretata. E un modello rappresentazione.

La "scienza" precisamente un oggetto di questo tipo: un'idea tanto pi indeterminata quanto pi variabile il suo oggetto; ma il suo oggetto - il "mondo fisico" proprio in virt di quanto detto prima, non identificabile se non in un insieme di rappresentazioni organizzate secondo regole formali in un certo lessico - e quindi non esiste indipendentemente dalla ricerca scientifica. L'idea che il "mondo fisico" sia autoconsistente e in s definito solo un'idea: lecito formularla, e pu essere - come di fatto - la base ideologica ovvero giustificazione comportamentale per condurre la ricerca scientifica; a sua volta giustificabile in quanto la sua applicazione produce sempre nuovi risultati ; in questo senso, essa muove verso una "verit ultima"; ma non corrisponde ad un oggetto indipendente da chi la formula, bens descrive piuttosto un atteggiamento comune, meglio: la formula pi semplice che descrive un certo comportamento collettivo. In un certo senso vale il paragone con la ricerca del Graal. Paradossalmente, il Graal non c'; c' la ricerca del Graal. La riuscita del pensiero scientifico quindi non conseguenza dell'uso di un linguaggio adeguato, definibile a priori. Al contrario, il linguaggio adeguato a posteriori, in quanto strumento che funziona. In effetti, l'oggetto della scienza non propriamente il "mondo fenomenico", ma i modelli che di questo sostrato indefinito e variabile essa stessa propone. Se

non c' un modello, un quadro concettuale, l'insieme dei fenomeni appare caotico, incomprensibile. La sua unit, presunta o reale, corrisponde alla misura, peraltro non predefinibile, secondo cui questi modelli si sovrappongono. Ma la "scienza dei primitivi" non gi essa stessa un modello di un ipotetico mondo fenomenico originario, cio assolutamente senza esperimenti? La difficolt di precisare la soluzione di certi problemi pu far giustamente supporre che manchi qualcosa, cio una definizione rigorosa di scienza. Il fatto che una definizione rigorosa - cio che distingua bene ci che cade sotto il concetto e ci che non vi cade - deve produrre un oggetto con caratteristiche di stabilit: o di contenuto (non c'), o di metodo. C' un metodo universale? Risposta: ci sono metodi particolari, ma estremamente dubbio vi sia un metodo universale. Veramente sembrerebbe che di universale vi possa essere solo il vincolo della coerenza tra l'informazione e la struttura simbolica (teoria) che la descrive. Ma non propriamente un metodo; solo una conditio sine qua non e non viene sempre rispettata, perch la contraddizione pu essere accettata se la teoria riesce a spiegare alcune cose, ma non tutto... alla fine, ogni teoria viene mantenuta in vita se utile in qualche modo, e in ogni caso sopravvive finch non si trova di meglio. Di nuovo, il criterio pragmatico. La separazione tra conoscenza e non-conoscenza a posteriori. Non c' una definizione utile. Dobbiamo ritornare al carattere della conoscenza scientifica come modo di ordinare l'informazione individuato nel paragrafo ad essa dedicato.

Economia di pensiero e comprimibilit dell'informazione Si era detto, prima: "se la conoscenza essenzialmente un modo di organizzare l'informazione, la radice della questione la possibilit di organizzarla, e la "spiegazione" pi semplice che l'informazione abbia in s la propria organizzabilit." Ma possiamo in qualche modo definire la sede e la natura di questa potenzialit? L'ultima cosa da fare proprio quella che invece stata fatta per prima: e cio spostarla nel "trascendente", il pi grande suicidio mentale che si potesse escogitare. Limitiamoci quindi alle proposte sensate [1] che sono state formulate a questo proposito.

[1] Per "sensato" qui intendo ci che pu essere controllato logicamente ed empiricamente mediante un numero finito di passaggi, usando un lessico il cui significato , per quanto possibile, comune a quanti si interessano di queste problematiche. Le idee di Kant possono e debbono ancor oggi essere prese in considerazione, ma sono state formulate trascurando alcuni elementi essenziali, senza i quali non possibile procedere molto oltre. In particolare, le conoscenze sulla matematica dei suoi contemporanei non consentivano di elaborare un quadro sufficientemente chiaro di come l'informazione venga effettivamente trattata. Probabilmente, meglio focalizzare l'attenzione sull'epistemologia di E. Mach, che ha lasciato tracce profonde e che, opportunamente riformulata, tuttora attuale.

Il concetto, pragmatico ma non puramente empirico, per cui la scienza fondata sull'economia di pensiero ha un riscontro innegabile nella formazione della conoscenza scientifica, e potrebbe anche essere che tale principio sia l'unico discriminante. Infatti il principio di Popper solo un criterio di coerenza e non sufficiente a delimitare il concetto di "scienza". Qualsiasi costrutto coerente con la realt fenomenica potrebbe essere "scienza". Ma la conoscenza scientifica manifesta una chiara tendenza a comprimere l'informazione: e questo aspetto, per quanto a mio avviso banalmente riconoscibile, non stato considerato con sufficiente attenzione prima che Mach lo formulasse chiaramente. Non solo: tale compressione non deve implicare una reale "perdita dell'informazione". Ma questo dopo; diciamo che il pensiero scientifico riassume in termini finiti una enorme variet di fenomeni che senza di esso apparirebbero scollegati e di natura affatto omogenea. Ci implica la intelligibilit del mondo fenomenico oggettivo (fisico). Questa non sta in qualche facolt conoscitiva o in qualche aspetto dello spirito ecc.; questi sono elementi magici, e non spiegano nulla; anzi, creano altri problemi. Il mondo fisico intelligibile perch l'informazione comprimibile in un numero finito di simboli, ma (e questo essenziale) questa compressione in grado di fornire previsioni controllabili: cio non un semplice riassunto del mondo fenomenico (una "mappa del territorio") ma una costruzione simbolica autoconsistente capace, se interpretata, di fornire previsioni verificabili (o confutabili, seguendo Popper).

Prevedibilit dei fenomeni Questo aspetto - la prevedibilit delle conseguenze delle teorie scientifiche, fisiche-chimiche in particolare - rivela la struttura profonda del mondo fenomenico. Tale struttura non tanto il particolare risultato di un insieme di ricerche, ma nel fatto che si pervenga a risultati. La prevedibilit del mondo fenomenico si esplica a pi livelli: il primo, banale, a livello di semplice induzione (un presunto processo cognitivo cui si diede molta importanza nelle fasi precedenti del pensiero epistemologico, e che comunque fornisce il materiale grezzo dell'esplorazione scientifica), per cui si constata che certi fenomeni sono ricorrenti; il secondo, a livello di modelli consolidati (p.es. sappiamo che, se vogliamo produrre una certa reazione chimica, dobbiamo procedere in un certo modo); il terzo, consiste nel fare previsioni confermabili dall'esperienza di oggetti o fenomeni mai visti prima (es. il laser, la scoperta delle particelle W e Z0,... ). Nei primi due casi, la prevedibilit legata in qualche modo alla ripetibilit del fenomeno; nel terzo, alla struttura intrinseca di una teoria. Dunque, dobbiamo ammettere, come interpretazione pi semplice, che la struttura di una teoria (cio un complesso simbolico organizzato) coincida almeno in parte con la struttura dell'informazione gi estratta dal mondo fenomenico. Una tesi, a questo punto plausibile, che l'intelligibilit del mondo fenomenico sia dovuta ad una identit di strutture.

Conclusione Una identit di strutture non pu avere la sua sede nel soggetto conoscente o in qualche suo strumento concettuale, ma deve derivare da qualcosa di intrinseco nello stesso contenuto di informazione. Questa considerazione permette di reinterpretare l'ipotesi di Mach dell'"economia di pensiero" come possibilit di condensare l'informazione stessa in numero di simboli minore rispetto all'estensione originaria (cio, l'insieme di tutte le possibili osservazioni sperimentali) in modo che qualsiasi osservazione sperimentale gi eseguita e alcune osservazioni future possano essere predette in base alla struttura simbolica (le teorie). E' molto probabile che questo punto di vista - cio la comprimibilit intrinseca senza perdita significativa di informazione della stessa informazione - si affermi come "soluzione" del problema della conoscenza scientifica. A questo proposito, non si possono trascurare le conseguenze delle indagini di Kolmogorov [1] e Chaitin [2], in particolare, che hanno contribuito in modo essenziale alla formulazione della teoria dell'informazione (I.T.). Fondamentale il concetto di complessit dell'informazione (codificata p.es. in stringhe binarie), definibile a partire dalla lunghezza dell'algoritmo di lunghezza minima sufficiente a generare la "stringa" data. Se si accetta che l'Universo dei fenomeni sia contenuto di informazione - cio, se in qualche modo codificabile - allora le teorie fisiche hanno il ruolo di, o permettono di produrre, algoritmi di compressione che riducono il contenuto di informazione ad un insieme molto pi ristretto di termini, con i quali possibile, idealmente, descrivere

l'informazione contenuta nell'Universo. Realisticamente, il contenuto di informazione di partenza va identificato nell'insieme dei fenomeni noti, ma ci implica sostanzialmente che l'Universo sia intrinsecamente ordinabile - almeno in parte. [3] L'aspetto pi interessante di questo modo di vedere il problema che la potenza delle teorie fisiche avrebbe il suo fondamento nella stessa struttura dell'informazione, quasi che dal caos solo apparente del mondo fenomenico nasca un ordine gi incluso nell'informazione. Ci non implica affatto che le teorie derivino esse stesse dall'informazione; in linea di principio, gli algoritmi di riduzione non sono costruibili a partire dall'informazione. In questa sarebbe contenuta solo la riducibilit ad una "stringa" = insieme di termini, di estensione molto inferiore. L'economia di pensiero , in realt, economia di informazione.

[1] Andreij N. Kolmogorov [1903-1987] , insigne matematico russo, pose su solide basi matematiche il calcolo delle probabilit. Diede fondamentali contributi alle teorie dei processi stocastici, dei sistemi, degli algoritmi ecc. [2] Gregory J. Chaitin [1947 - ] , matematico americano, fondatore della teoria algoritmica dell'informazione. [3] Secondo la formulazione di Leibniz: "Dio ha scelto ci che massima semplicit nelle ipotesi e massima ricchezza nei fenomeni" e "Ma quando una regola estremamente complessa, ci che si conforma ad essa viene interpretato come caso" . A conferma che certe idee, che possono sembrare nuove, furono enunciate molto tempo prima, e in una forma tutto sommato "moderna", e che la filosofia in gran parte riformulazione di ci che gi stato detto, riadattandolo al variare del linguaggio.