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Antonio Montanari

© Riproduzione riservata
Edizione elettronica 2009

Foto, © Antonio Montanari


Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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SOMMARIO
Avvertenze per l'uso

1982 Alga rossa? Garibaldina!


Città del futuro

1983 Amsoscord
Relatività o giù di lì
Spaventapasseri
Morbillo, nel 1928?
Usl, uso e abuso

1984 Sorriso
Carnevale
Cinema, che passione
Onda radio
Vespasiano

1985 Europa unita


«De bello Marano»
Scuola, è ancora così?
La solita musica
Cronache del solleone

1986 Gatta ci cova


Ospedale, sala fessi
Adamo Pierani
Un fil di fumo
Willy lo squalo

1987 Previsioni del passato


Via col vanto
Bagnanti perplessi
Tiberio o Dracula?
Tranquilli!!!

1988 Lodevole modestia


La disfida di Burletta
Il piccolo chimico
E agli astemi?
Un pò d'orgoglio

1989 Numeri “intelligenti”


Il tempo delle mele
Gradisca
La presa della battigia
Ieri e domani

1990 Salotto?

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Palermo non è Rimini


Forzutini Clodoveo
Noè, cioè…
Addio, Monti

1991 Sgarbi e Biscardi


Al bar Sport
Villa Amarena
Autostop, please
«Italia modello Rimini»

Za bum, gran finale


Commiato
Hanno partecipato

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Avvertenze per l'uso

Questi testi, apparsi a stampa con il titolo de «IL


TAMARIO», sono costituiti da pagine apparse su «IL
PONTE», settimanale di Rimini, dal 1982 al 1991.
Tamario deriva dallo pseudonimo Tama con cui
inizialmente essi furono firmati. Lo pseudonimo
nacque per merito della redazione quando fu
impaginato il primo pezzo (consegnato senza
firma) dedicato all’alga rossa Tamarensis… E
questi testi si aprono appunto con il ricordo di
qell’alga rossa e quindi garibaldina, secondo un
pensiero attribuibile a Bettino Craxi...
A. M.

«Niuno mi negherà che anche il letterato non


debba esser fornito d'una sua particolar maniera
di coraggio quanto il militare o il ministro».
Prospero Balbo (1762-1837)

«Chi dice frasi spiritose ha pessimo carattere».


Blaise Pascal (1623-1662)

«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa».


Dante Alighieri

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1982
Alga rossa? Garibaldina!

La presenza dell'alga “Tamarensis” nel mare


Adriatico, ha destato viva preoccupazione negli
ambienti politici romani.
L'on. Longo (psdi) si è chiesto con la consueta
spregiudicatezza: «Perché queste alghe sono
rosse? La colpa è della linea politica regionale.
Infatti, in Valle d'Aosta le alghe rosse non ci
sono».
In ambienti vicini al pci, si fa notare che il fe-
nomeno potrebbe portare ad una diversa valuta-
zione del ruolo del partito in Parlamento: «Più
rossi sono i mari, più peso politico dobbiamo
vederci riconosciuto», ha ipotizzato l'on. Pajetta.
«Alghe rosse? Senz'altro sono alghe garibal-
dine», ha detto l'on. Craxi (psi).
Per l'on. Piccoli (dc), la presenza delle alghe
non è un fatto nuovo: «Lo avevamo previsto e de-
nunciato, ma noi non c'entriamo, questa volta. Ci
coinvolge come italiani, ma come ex alpini ci fa
avvertire la superiorità della montagna».
Sulla scia dei loro colleghi romani, anche i
politici locali si sono interessati al problema.
L'assessore Ghirardelli ha preannunciato una
conferenza sul tema: «L'alga “tamarensis” non è
un tamarindo». Per l'occasione, Museo civico e
Biblioteca comunale allestiranno una mostra dal
titolo «Rimini, cultura nella melma». L'avv. Zavoli
preannuncia una lettera al presidente Pertini
che comincia così: «L'alga rossa è biblica:
Geremia lo aveva detto. Ma che occhi avete, se
non vedete nemmeno il rosso delle nostre
bandiere?».
Da Roma replicherà l'on. Andreotti: «Si parla
tanto, a torto o a ragione, delle alghe rosse: ma
chi lo ha detto che sono di questo colore? E se si
trattasse soltanto di un fenomeno ottico?».
Il Movimento popolare sostiene che
l'apparizione delle alghe è stato un fatto mira-
coloso, in occasione del Meeting. [1982]

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Città del futuro

Rimini doveva essere la città del domani, ma


come al solito gli americani ci hanno sorpassati
con l'Epcot (Experimental prototype community
of tomorrow, prototipo sperimentale di una
comunità del futuro) di Orlando, Florida.
L'idea di una città avveniristica era venuta
una quindicina d'anni fa ai nostri amministratori
comunali che incaricarono l'arch. De Carlo di
stendere il nuovo piano regolatore. Mezza Rimini
doveva essere smontata e trasferita. Forse
l'architetto è cresciuto con il complesso del
«Lego», quei mattoncini di plastica che per-
mettono ai fanciulli di costruire in miniatura
cose quasi reali, mentre intellettuali e politici
(che della realtà sono sazi), possono concedersi
il lusso di volare nei regni della fantasia con le
monorotaie in stile giapponese (che
convogliarono a Rimini le televisioni di
mezz'Europa), e le scuole specializzate per
materie, per cui i poveri alunni avrebbero dovuto
ad ogni ora di lezione uscire da un edificio per
entrare in un altro.
Non potendo realizzare nulla di tutto ciò,
Rimini ora si accontenta di far ritornare al mare
i cavalli della scuderia Bartolani, e di sistemare
aiuole cubiche lungo il corso d'Augusto,
diventato un campo ippico ad ostacoli, con gli
accessi così stretti che un sabato sera mi sono
messo in fila e, non riuscendo a passare, ho
chiesto se c'era da pagare il biglietto d'ingresso.
Non possiamo mirare al futuro, e ripieghiamo
sul passato: e così, risfoderiamo le vecchie cacce
al tesoro, le spolveriamo un poco, magari
cambiando loro il nome, e le facciamo svolgere
una domenica di novembre nel centro storico,
con i ragazzini alla disperata ricerca di un
oggetto e di tante risposte alle domande
distribuite dal Municipio. Compresa quella, molto
propagandistica, sulle preferenze con cui è stato
eletto il sindaco Zaffagnini. Il quale, da buon
politico, ignorava la soluzione esatta. [1982]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1983

Amsoscord

«Amarcord» fu la parola iniziale: sembrava la


marca di un nuovo digestivo. «Tatarcord» è la
risposta appena coniata (pare l'inizio di una mar-
cia militare), come titolo d'una bella mostra di
foto su Fellini di un grande reporter della vita
cittadina e romagnola, Davide Minghini.
Da parte mia, modestamente propongo
«Amsoscord», per contrastare il continuo ricorso
alla memoria che può divenire eccessivo a tal
punto da sommergere, sotto i colpi di alta marea
del passato, quella misera cosa che è il presente.
Non potendosi vietare i ricordi privati (ne na-
scerebbe un contrabbando di difficile controllo),
auspico un intervento in campo pubblico, eli-
minando drasticamente rievocazioni, rivisita-
zioni, riproposte, revival: insomma, tutta quella
cultura della fotocopia che imperversa. E che
costa alle casse pubbliche.
Mentre tutti siamo costretti a tirare la
cinghia, quanto si spende per un omaggio
felliniano al Grand Hotel ed una rassegna
cinematografica ad esso collegata, un bel volume,
il ricevimento granducale per “pochi” intimi?
Se invece la rassegna fosse stata ispirata al
principio dell' «Amsoscord», sarebbero bastati
pochi fogli bianchi a comprovare l'avvenimento,
oltretutto messo in dubbio dalla presupposta,
generale fragilità mnemonica. Nessuno, temendo
di fare una figuraccia (e col dubbio: mi sono
scordato tutto bene, o sono allucinazioni mie?),
avrebbe voluto incontrare altre persone: niente
confidenze, evitati i pettegolezzi. I soliti
immancabili furbi, però, si sarebbero fatti notare
egualmente, proclamando: «Ho stretto la mano al
duce». Ma se lui salutava romanamente!
Con lo sguardo ghiotto, c'è forse già un editore
pronto a lanciare un saggio, la cui introduzione
potrebbe essere intitolata: «Ho dimenticato tutto,
tranne il futuro». [1983]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Relatività o giù di lì

La teoria della relatività mi è stata sempre spie-


gata con l'immagine dei due treni affiancati: se
sei in quello fermo, e te ne passa vicino un altro,
ti illudi di essere tu a spostarti, e consideri fermo
quello che al contrario sta transitando. Per
formularla, Einstein ha impiegato 50 anni.
Il concittadino sen. Francesco Alici (pci), ha
invece impiegato pochi minuti, in un'intervista al
GR1, per spiegare mirabilmente che anche per
l'onestà dei politici può verificarsi l'illusione del
treno. Se un qualche pubblico amministratore si
lascia sedurre da bustarelle e simili, la colpa non
è sua, ma dello Stato che lo costringe a vivere
nelle misere condizioni in cui è più facile
abboccare all'amo e compromettersi. Chi cede
alle tentazioni, secondo Alici, è colpevole
soltanto in minima parte, perché agisce in stato
di necessità: «In queste condizioni, quanti sono
quelli che hanno la forza morale di rifiutare i
milioni che costituiscono le tangenti o le
bustarelle?».
Ammesso e non concesso, come diceva Totò,
che le regole morali possano divenire facili
compromessi con se stessi e con gli altri, viene
da chiedersi: l'onestà è un principio valido per
tutti, oppure è stata dichiarata decaduta
d'autorità? Questa “regola” giustificativa
espressa dal sen. Alici, è valida per tutti i partiti?
E in che misura? Secondo i voti riportati nelle
ultime elezioni? Quali, poi: le amministrative o le
politiche?
Fortunatamente, Alici ha parlato alla radio
con quell'accento romagnolo che incanta sempre,
evocando immagini di cibi gustosi, vini frizzanti
e vita balneare, per cui forse egli è stato
scambiato, da qualche ascoltatore disattento, per
uno di quei suadenti intrattenitori che, al mat-
tino, accompagnano il risveglio degli italiani con
varie amenità. Insomma una specie di Roberto
Benigni, quello del film «Tu mi turbi». [1983]

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Spaventapasseri

Tempo di primavera, stagione di spaventapas-


seri. Basta uscire un poco dalla cinta urbana, là
dove le case nuove dell'ultima periferia
s'incrociano con le vecchie costruzioni dell'antica
campagna, per incontrare qualche fantoccio
contadinesco a difesa del raccolto e di quella
perenne fatica umana che era ed è l'agricoltura.
Spaventapasseri che non spaventano nessuno,
messi lì quasi come per un rito propiziatorio, con
la speranza che nessun volatile scenda a beccare
e a rovinare il lavoro, più che con la certezza che
essi difendano il campo.
Sopravvivono dunque alle novità tecnologiche
e chimiche, questi spaventapasseri che esiste-
vano forse già due millenni fa, all'epoca di quel
Giulio Cesare che, or sono cinquant'anni, venne
usato anche lui come spaventapasseri: simbolo di
un passato magnificato ad ogni istante, fu
imposto come testimone d'un presente che si
voleva splendido, ma tale non era.
Sappiamo come è andata a finire, non per
colpa di Giulio Cesare che, perso il posto, fu
congedato alla rovescia, perché venne inviato in
caserma, dove sta benissimo, senza che ci sia il
bisogno di ritirarlo fuori, per sistemarlo «com'era
e dov'era» (secondo il motto del campanile di
Venezia, 1912).
La sua immagine, se fosse riportata nel luogo
ove era stata posta come dono del duce nel 1933,
contrasterebbe troppo, per i ricordi ai quali essa
è legata, con le pagine successive che hanno
lasciato il loro segno di sangue in quella piazza,
ora dedicata ai Tre Martiri: le memorie delle vit-
time difficilmente sono compatibili con quelle di
un massacratore quale fu Giulio Cesare.
Se vogliamo una cultura di pace, lasciamo
stare questi spaventapasseri dove la sedimenta-
zione storica li ha portati per sempre. [1983]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Morbillo, nel 1928?

Nel giorno di Santo Stefano, l'assessorato alla


Cultura ha organizzato una conferenza sul tema:
«Tutti quegli omini vestiti di rosso, durante le
feste di Natale, lungo il corso d'Augusto, non
erano garibaldini». Sconvolti dalla notizia, molti
cittadini per trovare sollievo si sono rifugiati
nella mostra «Primavera di Bellezza», dedicata
alla scuola riminese nel Ventennio, dove lo
storico Liliano Faenza ha organizzato una tavola
rotonda su «Giulio Cesare, perseguitato fascista»,
a cui sono stati invitati l'avv. Veniero Accreman,
Sua Antenna Serenissima Sergio Zavoli e lo
scrittore Guido Nozzoli.
Accreman ha confessato: «Gramsci ed io ave-
vamo lo stesso barbiere». Zavoli, rivolto agli
amici Guido Nozzoli e Federico “Amarcord”
Fellini, ha recitato questi versi del noto cantau-
tore Dante Alighieri:
«Guido vorrei che tu, Federico ed io
fossimo presi per incantamento
e smettessimo infine il gran tormento
di dover ripensare ogni momento
al nostro giovanile traviamento
del libro e moschetto, balilla perfetto».
Nozzoli ha trattato di «Romagna ribelle:
dall'olio di ricino del Dittatore al vino del Pas-
satore».
Lo stesso Faenza ha infine chiuso la tavola ro-
tonda, facendo attenzione a non schiacciarsi le
dita, e presentando la sua ultima pubblicazione,
intitolata: «Quando ebbi il morbillo nel 1928, il
camerata medico mi fece stare al buio, lui diceva
che era per guarire, ma io sostengo che era un
sopruso politico, perché non apprendessi la
verità sulle miserie della condizione umana, e
rimanessi nell'ignoranza che è strumento di
repressione ideologica». Lo storico Clodoveo
Forzutini, si chiede: «Ma ci fu il morbillo, nel
1928?». [1983]

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Usl, uso ed abuso

«Crisi dell'assistenza sanitaria. La spesa per l'83


sarà di seimila miliardi più del previsto». Sarei
curioso di sapere se, nella cifra, è compreso an-
che il costo della benzina per far svagare gente
come la lieta famigliola che alle 17.50 del 16
luglio ha parcheggiato l'auto dell'Usl 40, sul piaz-
zale delle Grazie, a Covignano. [Così scrivevo il
31 luglio. Ritornavo sull'argomento il 25
settembre, con quanto segue].
Il 5 agosto, «La Stampa» di Torino pubblica una
lettera del signor Giovanni Roba di Pieve di Teco
(Imperia) che manifesta il suo stupore per aver
visto sostare una Fiat 127 dell'Usl 40 «presso il
lago di Misurina».
Il 25 agosto, lo stesso signor Roba partecipa al
medesimo quotidiano di «dover prendere atto che
il dott. Melli dell'Usl di Rimini, con senso di
responsabilità non comune, ha immediatamente
preso contatto» con lui, «al fine di identificare il
responsabile dell'abuso».
A me, d'altra parte, è capitato di incontrare
all'inizio del mese di agosto, un'altra vettura
sponsorizzata Usl 40, in movimento di piacere:
questa volta sul porto canale di Rimini, e con alla
guida un giovin signore barbuto in braghe da
bagno, accompagnato da relativa dama e da una
fanciulla, altrettanto addobbate entrambe per
cure elioterapiche.
Fortunatamente, non tutti i dipendenti
dell'Usl 40 hanno gli stessi gusti. C'è chi ama la
collina, e chi, più giovane e sportivo (ed anche ai-
tante al limite della “fustaggine”, se non fosse per
un leggero difetto in altezza), può esibire la sua
apollinea bellezza con tuffi appropriati sul molo,
o lungo la riva del mare.
A chi sceglie le vacanze acquatiche, non
potrebbe l'Usl fornire anche un piccolo
motoscafo, onde completare le prestazioni per i
propri dipendenti? [1983]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1984

Sorriso

Nelle pieghe della cronaca cittadina, oltre alle


briciole, si nascondono anche pagliuzze dorate.
Sono piccole cose per le quali occorre una lente
d'ingrandimento, perché l'occhio vola via veloce,
e non si sofferma a grattare. Scompare un'ex
infermiera dell'ospedale civile. Tra i necrologi, ne
appare uno intessuto di ricordo affettuoso e di
gentile memoria, firmato da alcuni medici e da
due primari del reparto d'ortopedia.
È una testimonianza apparentemente
semplice o trascurabile, che però significa
gratitudine, un sorriso di riconoscenza nel
momento in cui appare crudelmente fuggire il
tempo, ed allora gli amici tentano di fermarlo,
lanciando una parola che è l'abbraccio ad
un'anima.
In quelle frasi, c'è il senso stesso della
convivenza civile, fatta dell'impegno del singolo
nell'interesse comune. Dicendo ciò, è facile
sentirsi attribuire la qualifica di benpensanti,
con tutto il corteo negativo che l'etichetta porta
con sé. Rispondo che di discorsi se ne sentono fin
troppi, contano soltanto i fatti.
È la settimana di Pasqua. Dice Giovanni che
Gesù «portando da se stesso la Croce,
s'incamminò» verso il Gòlgota. Ma Luca, Marco e
Matteo aggiungono che un uomo di Cirene,
chiamato Simone, venne caricato della croce di
Gesù.
Quell'uomo chiamato Simone, non lo hanno
ancora incontrato alcuni bambini romani che
vanno a scuola nelle loro carrozzelle da
handicappati: per loro, la salita al Calvario passa
ogni giorno per i luoghi di decenza: il personale
scolastico non li vuole accompagnare ai
gabinetti, perché il contratto sindacale non
prevede umili mansioni. Non nel contratto, ma
sempre in Giovanni si legge: «Vi ho chiamato
amici… Questo vi comando: di amarvi
scambievolmente». [1984]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Carnevale

Mercoledì 18 gennaio, alle ore zero e qualcosa,


un grosso botto ha fatto sobbalzare parecchi ri-
minesi della zona industriale, nei pressi
dell'Ortomercato alle Celle. Informazioni uffi-
ciose e commenti pessimistici hanno parlato di
dinamite o qualcosa di simile, insomma di un at-
tentato intimidatorio.
L'ex deputato socialista Stefano Servadei,
domenica 15, aveva scritto: «In Romagna, se non
si corre ai ripari, morremo di racket… Il male è
verosimilmente ancora curabile», ma con «un
impegno che costituisce, per noi tutti, un punto
d'onore».
Oltre ai balordi e agli sprovveduti «sempre di-
sposti», secondo Servadei, «a subire il fascino
della grande criminalità ed a scimmiottarla», ci
sembrano altrettanto pericolosi (se non di più)
quanti agiscono “in guanti gialli”, imbrogliando,
mescolando le carte con strizzatine d'occhio o
altri giochetti più o meno eleganti.
Chi è propenso a considerare le cose con oc-
chiali ottimistici, sostiene che si trattava, con
quel botto, di un fragoroso inizio di carnevale: e
di carne infatti si occupa la società colpita.
Questione di punti di vista, come sempre. Chi
la pensa così, forse non ha tutti i torti. Non è
stato detto e ripetuto infatti, anche autorevol-
mente, che sulla nostra Riviera il racket non esi-
ste?
Chi la pensa così, però, non riesce a capaci-
tarsi come, per un semplice inizio di carnevale, si
sia fatto ricorso a mezzi tanto imponenti. C'è una
risposta anche a questa obiezione. Da un pò di
tempo, a Rimini vogliamo fare le cose in grande
stile. L'estate porterà un premio di poesia ed un
festival cinematografico. Quindi, anche il
carnevale doveva per forza incominciare in
maniera singolare: i petardi erano insufficienti,
occorreva la dinamite.
E così fu. «Cu fu?». [1984]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Cinema, che passione

Il festival del Cinema europeo, appena nato,


suscita già vivaci polemiche. Da Roma, il
presidente dell'Ente Cinema, Gastone Favero,
protesta, accusando il Comune di Rimini di aver
promosso un'iniziativa «che plagia nei contenuti
e negli obiettivi» un'analoga manifestazione
svoltasi nel novembre '83 a Catania.
In un comunicato passato alla stampa, Favero
ha scritto che gli ideatori del festival «non
leggono i giornali». Ciò significa che essi leggono
soltanto libri? Mah!
Questi organizzatori riminesi, giovanotti
tuttopepe, se si fossero documentati meglio, nel
presentare il "nostro" festival non sarebbero in-
cappati in un'affermazione che suona vagamente
comica ed irresponsabile.
Il festival, nelle loro intenzioni, dovrebbe
rappresentare «l'occasione per cancellare
l'immagine di una Rimini da cartolina, patria del
liscio e delle tedeschine, della piadina e dei
vitelloni»
Ogni persona di buon senso sa che le nostre
fortune turistiche sono state legate proprio agli
elementi che ora così decisamente si rinnegano.
Tolta la cartolina, si metterà al suo posto un
video? E dentro, che cosa ci piazzeranno i nostri
lucidi intellettuali romagnol-romani?
I tanti soldini che hanno fatto ricca la Riviera
(e che spesso, ahinoi, non risultano nelle
denunce dei redditi), sono nati come funghi
proprio perché tanti tedeschi e relative figliole,
sin dall'immediato dopoguerra, ci hanno portato
i loro ricercatissimi marchi, chiedendo in cambio
soltanto liscio e piadina.
I vitelloni di felliniana memoria sono ormai
fuori uso, l'adipe e l'anagrafe hanno il loro peso.
Le tedeschine continuano a venire, ma se in
Comune ora preferiscono le svedesi, gusti loro.
[1984]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Onda radio

Sull'onda dei ricordi, ci sintonizziamo con la


Radio italiana che compie 60 anni. Un pezzo di
Rimini, Sergio Zavoli, sta al timone della barca
come suo presidente: pur essendo nato a Ra-
venna, la sua voce ha debuttato qui, prima di
scendere verso il successo romano.
Molte sue trasmissioni sono rimaste
esemplari. Per primo, ha introdotto un
registratore dentro la clausura femminile. Sui
palchi televisivi del Giro d'Italia, ha diretto
implacabilmente i «Processi alla tappa»,
inventando una moda che dura tuttora.
Ma torniamo alla Radio. Lo sport è sempre
stato uno dei suoi cavalli di battaglia. Negli anni
'50, a Rimini, durante i Giri d'Italia e i Tour de
France, una folla di appassionati si radunava al
palazzo Garattoni, nei pressi dell'Arco, davanti al
laboratorio radiotecnico di Athos Bianchini che
poneva all'esterno del suo negozio un
amplificatore, da cui uscivano le cronache degli
arrivi di tappa, con la voce di Mario Ferretti.
In quegli anni, Rimini faceva le sue prime ti-
mide apparizioni al microfono. Silvio Gigli in-
tervistò il sindaco Ceccaroni che, nel parlare
della nostra economia, citò con orgoglio le
«vacche, le vere vacche» delle stalle romagnole,
che poi lui stesso chiese di tagliare dal nastro
magnetico.
Qualche anno dopo, la carovana della Rai al
Giro s'arricchì delle riprese televisive. Alla
cronaca di Adone Carapezzi, alle nove di sera,
Walter Chiari faceva seguire uno spettacolino di
mezzo varietà. Da Rimini si presentò dicendo:
«Siamo in Romagna, e guardate qui cosa vi offre
questa nobile terra…».
Una mucca maestosa apparve nello studio im-
provvisato dello stadio comunale e sui
teleschermi. L'animale che era sembrato troppo
prosaico al sindaco, fece la contentezza di Walter
Chiari. Quando si dice il destino. [1984]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Vespasiano

Un'anziana coppia di inglesi mi si avvicina in


piazza Tre Martiri. Lei chiede dov'è la toilette.
Rispondo che in giro ci sono soltanto dei bar. La
signora prontamente mi ribatte se è possibile
entrarci senza dover consumare qualcosa.
Le faccio capire che è necessario il «drink». Lei
mi ringrazia, soddisfatta per la risposta ricevuta,
da cui forse trarrà materia per scrivere, al
ritorno in patria, una focosa lettera ad un gior-
nale di casa sua, contro il racket dei servizi
igienici in Italia…
Ho cercato di spiegare alla signora, alquanto
rigida e severa, ed al marito, più abbordabile e
meno teso, che Rimini, è vero, non ha servizi
igienici pubblici, ma in compenso ha tante altre
bellissime cose. Noi siamo la terra del sole, del
mare, della poesia, del Sangiovese, e di tante
acque termali. Mi accorsi di aver affrontato un
argomento diuretico che poteva essere contro-
producente, e far allontanare la signora. Ag-
giunsi allora che qui, nelle nostre zone, ci sono
testimonianze culturali di grande valore. Su
quella pietra, indicai con la mano, ha parlato
Giulio Cesare, dopo aver attraversato il Rubi-
cone.
La lady non sapeva, chiese che cos'è il Rubi-
cone. Un fiume, dissi spavaldo, ripetendo la gaffe
idrica, ma un fiume piccolo, aggiunsi quasi a
correggermi, più che altro un torrente. Il cui
vero nome però, conclusi involontariamente,
secondo alcuni è Pisciatello.
Ah, rispose il marito, con il quale la signora si
consultò in un inglese macinato così fino che non
capii nulla.
Ormai le mie parole erano rivolte al vento. I si-
gnori turisti mi avevano salutato col gelido sor-
riso di chi, non volendo apparire maleducato,
non desidera neppure perdere altro tempo.
Ma è colpa mia se di qui è passato Giulio Ce-
sare, e non l'imperatore Vespasiano? [1984]

Pagina 16
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1985

Europa unita

Significa forse qualcosa che l'ultimo libro di Carlo


Fruttero e Franco Lucentini, intitolato «La
prevalenza del cretino», figuri tra quelli ora più
venduti.
Il prof. Ezio Tarantelli, ha scritto Ernesto Galli
della Loggia, «è stato ucciso da un cretino,
l'ultima incarnazione del Cretino italiano, che è
un cretino sociale, è un cretino storico, un
personaggio permanente della scena italiana».
A Bruxelles, il 29 maggio, i tifosi assassini
provenienti da Liverpool, allo stadio hanno
oscurato la presenza di personaggi italiani che
avrebbero potuto tranquillamente imitarli.
E dopo il dramma, il ridicolo, l'idiozia che
diventa «valanga sociale, calamità pubblica»,
come è stato osservato. A Rimini, da una parte, i
festeggiamenti rumorosi della nottata; dall'altra i
piccoli atti di teppismo razzistico, decisi a freddo,
per scaldare le fantasie da guerra santa contro il
“perfido” inglese.
Il quale inglese si sente sempre, nei confronti
di noi italiani, una vittima. Bastano due sassate
lanciate da qualche fesso (pardon, «cretino»),
contro una coppia di autobus, per spingere la
mitica Radio Londra a parlare di «violenti
incidenti» a Rimini.
Le informazioni diffuse in Gran Bretagna
erano improntate ad un isterismo che faceva
dimenticare la recente visita di Carlo e Diana,
omaggiati caldamente da un'Italia repubblicana
che si è inchinata davanti alle Loro Altezze
Serenissime.
E noi italiani abbiamo sùbito temuto che il
turismo inglese potesse disertare le nostre
spiagge e soprattutto le nostre agenzie bancarie.
Memori dell'antico servilismo, che la storia
antica ha depositato nei cromosomi degli avi,
abbiamo addirittura pensato di inviare «un
bacione» alla regina Elisabetta. Come don
Abbondio, siamo sempre disposti «all'obbedienza»
più cretina dei cretini stessi. [1985]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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«De bello Marano»

«Tutta la costa romagnola è divisa in due parti,


una la abitano i Riminesi con gli alleati del Nord,
l'altra i Riccionesi ed i confratelli del Sud. Tutti
costoro differiscono tra loro per dialetti, usanze e
modi di vita. La linea di confine tra queste due
parti è stabilita lungo il corso del fiume Maranus,
ove le opposte truppe ivi congregate erano in
attesa dello scontro.
«Oggetto del contendere, una darsena
riccionese che non piace ai cittadini della parte
rivale. Dopo inutili tentativi di mediazione, le
due città decisero una singolar tenzone oratoria,
nel punto più caldo, a Miramare.
«Il Cesare di Riccione, Pieranus (Tertius di
nome, ma di fatto Primus come cittadino), trasse
il dado, e prima di varcare il confine, disse ai suoi
soldati: “Vado, li convinco e torno”.
«A Miramare lo attendeva l'opposta
delegazione: assente il capo rimasto a casa a fare
i Conti, essa era guidata da un piccolo Cesare,
appellato Nandus Piccarus, cioè Nando il
Punzecchiatore, come lo chiamano nel partito del
popolo, in nome del quale doveva fare da paciere
tra gli esagitati Riminesi e i danarosi Riccionesi.
«Tertius, imitando Pavarotti, intonò: “Se quel
guerrier io fossi…”, ma la folla gli impedì di
continuare.
«Nandus, per dare una mano al suo compagno
di partito ma avversario di città Tertius, arringò
la plebe, spiegando che “se a questi non facciamo
fare la darsena, sul Marano il governo ci manda
una portaerei”. Non poté finire l'orazione.
Un'alga gli stampò sulle labbra il sigillo che
rinchiuse ogni parola».
Questa è la cronaca di fatti accaduti il 9
dicembre, dal titolo «De bello Marano», che
esperti dell'epoca intesero come «Sul Marano
adesso viene il Bello», identificato nel sindaco di
Riccione, Terzo Pierani. [1985]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Scuola, è ancora così?

La scuola è come il morbillo, serve da piccoli per


parlarne da grandi. Tra i banchi si vivono
esperienze preziose, nascono definizioni di
compagni ed insegnanti che useremo poi, per
sorridere un pò. A scuola, non si va per imparare.
Se io non sono riuscito mai a capire bene la
Matematica, lo debbo ad una professoressa detta
Cerbero, conosciuta anche come «DDT» perché
non faceva volare una mosca. Terribile,
distaccata, gelida, saliva (lei piccolina) su di una
cattedra altissima, e ci scrutava con la noia di
uno squartatore di pollastri, infastidito dall'odore
delle interiora. Dagli occhi traspariva un
qualcosa d'indefinibile, come certi gelati fatti in
casa, senza gusto e senz'anima.
La Chimica non l'ho mai assimilata grazie al
carosello di nove supplenti succedutesi in sei
mesi, e poi sparite dalla circolazione, tutte in
congedo per maternità.
In Italiano, ho rimediato un quattro, quando
scrissi che mi piaceva correre in bicicletta sotto
la pioggia. Ai nostri tempi non c'era libertà di
pensiero. Alla prof. di Lettere volevo regalare
una copia della scespiriana «Bisbetica domata»,
ma non consideravo l'aggettivo corrispondente
alla realtà.
La scuola era come l'antico Olimpo: nella parte
di Giove tonante, c'era il preside, mitico eroe
della burocrazia e protagonista di mille omeriche
battaglie contro merende, sigarette, camicie
senza cravatte, cravatte senza giacche e giacche
senza bottoni.
Minacciava una sua circolare: «È vietato
fumare nel raggio di 300 metri dalle aule». Fu
così che, per puro fatto urbanistico, sotto la sua
giurisdizione scolastica finirono il municipio,
l'ospedale ed alcune banche. [1985]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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La solita musica

Tengono banco le discussioni sulla Sagra


malatestiana, gloriosa manifestazione musicale
riminese che, secondo alcuni pareri,
attraverserebbe un pericoloso momento di crisi:
essa è ancora all'altezza della sua fama?
Nessuno si preoccupa se dei ragazzi sofferenti
di disturbi renali debbono frequentemente stare
in degenza al Malpighi di Bologna, perché a
Rimini mancano le strutture necessarie. Ma
molti s'agitano per un violino un pò fiacco,
durante un concerto.
In mezzo alle discussioni, s'alza inevitabile il
famoso grido di dolore: «Ah, come andavano bene
le cose nel passato, negli anni '60…». La grande
stagione della Sagra è stata invece negli anni '50,
quando approdava in città Arturo Benedetti
Michelangeli, con la spider rossa e
l'impermeabile bianco indossato nelle umide
serate di settembre.
Rimini davanti a quei mostri sacri del
concertismo internazionale, non faceva una
grinza. Andavano in delirio pochi appassionati,
mentre i soliti intenditori da caffè
sghignazzavano, un pò perché la musica per loro
era soltanto quella delle balere e dei dancing; ed
un pò perché la manifestazione si svolgeva nel
Tempio, simbolo del clericalismo e del
perbenismo borghese. Era l'Italia chiassosa e
piadaiola di Peppone e don Camillo, rudemente
divisa, di qua le processioni e di là i cortei. Era il
dopoguerra, dominato dalla speranza che non
mancasse il pane sulle tavole. La cultura era un
fatto limitato a pochi, nella scuola e nella vita di
ogni giorno. Alla Biblioteca Gambalunga, i tavoli
di lettura erano divisi, da una parte gli uomini,
dall'altra le donne: e sarà così sino agli anni '60
avanzati. Rimpiangendo quegli anni, si fa la
solita musica di chi teme i tempi nuovi, con
annessi e connessi.
Al caffè, allora, la Sagra era vista dagli
intenditori come un dopolavoro per anime pie e
pretini anemici. [1985]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Cronache del solleone

Dopo un inverno ed una primavera trascorsi a


predicare l'imminente fine del nostro mare, un
quotidiano politico lancia la notizia sensazionale:
«L'alga rossa è per ora sconfitta. L'Adriatico gode
di ottima salute».
A Miramare, su 19 aerei atterrati in un
pomeriggio, 15 erano inglesi. Gli esperti del
turismo britannico erano scesi a dirci che i loro
connazionali avrebbero disertato le nostre
spiagge perché troppo care.
Al «MystFest» di Cattolica, lo scorso anno,
c'erano «solo quattro persone paganti»: lo dicono
gli albergatori. A Riccione e Misano, nelle
«spiagge libere» è proibito far uso di ombrellone.
Nicola Romito, comandante della Capitaneria, si
giustifica: sono vecchi decreti voluti dai sindaci,
io mi sono adeguato.
Il sindaco di Rimini sloggia dai portici di
palazzo Garampi i giornali murali, «per restituire
l'edificio all'antico decoro». Lo imbratteranno di
scritte i ragazzini. Il sindaco di Riccione chiude il
centro al traffico notturno: «I rumori
rappresentano il punto di maggior critica alla
città». La dc locale suggerisce come rimedio «i
doppi vetri alle finestre».
«Sull'Adriatico si teme un'estate con la crisi»,
aveva intitolato un grande quotidiano del Nord.
Luglio a Rimini ha invece detto 6% circa in più
nelle presenze. Un albergatore, «non l'ultimo
arrivato, è presidente di un certo gruppo, ma
come si capirà chiede l'anonimato» dichiara a
Remo Lugli della «Stampa»: «A Rimini ci sono
1.480 alberghi. Bene, di tutti questi albergatori
una buona parte non denuncia la verità: sui
moduli dei movimenti, al momento della
partenza» degli ospiti, accorciano la durata del
soggiorno. Sta scritto che la mano destra non
deve sapere che cosa fa la sinistra: infatti,
l'albergatore confida la verità soltanto in un
orecchio, non nei comunicati-stampa. [1985]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1986

Gatta ci cova

La mia gatta mi segue e controlla in ogni attimo


della giornata. Con lei ho lunghi dibattiti, quasi
sempre sul cibo a cui ha diritto, come legittimo
compenso per la caccia ai topi.
Bazzica la mia scrivania, annusando carte
bianche e scritte. Se sfoglio il giornale, osserva le
foto giganti. Davanti alla tv, gli acuti canterini la
infastidiscono e si copre le orecchie. Ho i
testimoni, credetemi.
Ieri mi ha guardato, come per sapere le novità
del giorno. Le ho parlato del signor Gianluca
Spigolon, consigliere comunale del pli, giovane,
sguardo lungimirante, labbro poetico con slancio
d'artista agli angoli, verso il basso.
Ha interrogato il sindaco su di una lettera
dell'Usl 40, inviata ai capigruppo del proprio
Comitato di gestione, in cui si chiedono i
nominativi di persone a cui affidare pratiche
dell'Ufficio. Commenta Spigolon che è un caso di
lottizzazione senza alcuna maschera. Cioè, senza
pudore.
La gatta mi osserva e sembra voler dire
qualcosa: «Niente di nuovo sotto il sole. Sono cose
che succedono da sempre. Se frughi nei tuoi
ormai lunghi ricordi sulle vicende riminesi, ne
trovi conferma. Finalmente, si ha il coraggio di
mettere agli atti i nomi dei raccomandati, perché
non succeda che, casomai, s'infili nella lista
qualcuno che non avendo tessera non ha
neppure alcun diritto. Gli sbagli sono sempre
possibili, meglio evitarli».
Vorrei obiettare che non è giusto procedere
negli affari soltanto grazie alle tessere… La mia
gatta mi anticipa: «Non ti scappa sempre detto
che non hai fatto carriera, perché non hai mai
indossato i colori di nessuno, e che ti ritrovi
vecchio più indietro di dov'eri partito?».
Ecco, quel che mi fa rabbia, nelle discussioni
con la mia gatta, è che alla fine sono sempre
costretto a darle ragione. [1986]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Ospedale, sala fessi

Al pronto soccorso dell'ospedale di Rimini, con


mia madre da ricoverare d'urgenza, seduta su di
una carrozzella. Siamo davanti a due porte. A
sinistra, cuciono una testa. A destra, c'è un
ambulatorio pieno di persone disoccupate in
camice bianco, che chiacchierano tra loro: si
parla di tessuti e di stoffe damascate. Sono
cuciture diverse. Nessuno ci dice nulla.
Alla porta di sinistra, si fa uno spiraglio. Mi
avvicino, e incrocio lo sguardo di un medico al
quale sventolo la richiesta di ricovero, e chiedo:
«Debbo rivolgermi qui?».
«Non so», mi risponde. Dalla stanza di destra,
mi guardano tranquillamente alcune figure
femminili. Intanto un'altra persona, un medico in
borghese (lo deduco dai saluti), entra
nell'ambulatorio, apostrofando un collega: non gli
ha inviato la schedina del Totocalcio.
Capisco che l'aver atteso inutilmente per oltre
dieci minuti, significa agli occhi di tutta quella
gente che noi non abbiamo bisogno di nulla.
Forse credono che la donna un pò fuori fase,
seduta sulla carrozzella, sia lì in attesa di essere
ricevuta dalla regina d'Inghilterra.
A questo punto, mi rivolgo a due giovani
infermiere che mi passano indifferenti sotto il
naso, da una stanza all'altra. Pongo loro una
domanda a voce alta, che deve sconcertare
qualcuno, se è vero che poi sulla porta si
precipitano tutti: medico, caposervizio, eccetera,
guardandomi fisso come se la persona da curare
immediatamente fossi io. Ho chiesto
semplicemente: «Dato che vi preoccupate
soltanto della schedina, vorrei sapere se per
farsi curare, qui bisogna abbaiare».
Era la battuta rubata ad una recente vignetta
del «Ponte», disegnata da Daniele Fabbri in arte
Freezer, in riferimento ad un episodio reale: un
cane curato in sala gessi. [1986]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Adamo Pierani

Quelli di Lampedusa temono i missili di Gheddafi


e litigano con Roma. Un titolo consolatorio per
loro: «Un anno senza tasse ai cittadini dell'isola».
C'è gente in Romagna che, per avere un simile
trattamento, accetterebbe minacce militari tre
volte al giorno, anche dopo i pasti.
Un altro annuncio: «San Marino trema». È una
semplice questione fiscale. Il governo di Roma
vuole istituire un Ufficio Iva. Ma gli evasori
hanno buone spalle, di qua e di là del confine,
nessuno di loro si agiterà.
Una notizia rassicurante: «Anche la Regione
dice sì ai campi per naturisti». Dopo
l'amministrazione comunale di Ravenna, pure il
governo bolognese, per bocca del concittadino
assessore Alessi, ha espresso parere favorevole
all'istituzione di campi per nudisti in Riviera.
Li ha chiesti il consigliere Stefano Servadei del
psi, noto alle cronache per i suoi interventi sulla
questione morale nella pubblica
amministrazione delle nostre parti. Dopo aver
cercato di togliere i veli ad affari che gli
sembravano poco leciti, adesso si è appassionato
al turista d'avanguardia che vuol togliersi gli
indumenti, già tanto striminziti anche negli
ospiti normali.
Se la Regione concederà un campo nudista a
Cervia, poniamo il caso, come reagirà da
Riccione il sindaco Pierani? Forte del fatto che il
tanto atteso (da lui) casinò può ridurre i
giocatori nella perfetta condizione di naturisti
controvoglia, Pierani potrebbe chiedere di
realizzare sul Marano un'isola per clienti
rovinati dalla roulette a tal punto da apparire
come Adamo ed Eva prima della cacciata.
Il ciclo così sarebbe completo, ed anche il
turista rimasto senza l'ombra di una lira,
potrebbe vivere le sue vacanze secondo lo slogan
radiofonico dell'ospitalità romagnola: con
un'allegria che non finisce mai. [1986]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Un fil di fumo

Ci sono notizie che rallegrano. Si parla di nuovo


del canale navigabile per collegare la Romagna
alla Lombardia e al Veneto. È la quinta volta, in
questo secolo.
Di qui all'eternità, si potrebbero intitolare
questi progetti che arricchiscono gli archivi (e
non soltanto quelli), e non trovano mai una
realizzazione. Chi ha costruito Tebe dalle sette
porte, si chiedeva un poeta. Forse non si troverà
chi ha ricostruito il teatro Galli, a Rimini.
C'è stato un concorso. Ma per tradurre l'idea
vincitrice in mattoni e marmi, occorrono 200
miliardi, non i pensierini dei baci Perugina.
Il sindaco Conti ha promesso, e noi crediamo
alle sue promesse. L'essenziale è fidarsi della
gente. Una volta, nei negozi c'era un cartello: si
fa credito domani. I nostri amministratori hanno
sempre un altro anno in cui sperare di offrir i
loro progetti realizzati. Sono promesse sincere,
fatte di reciproca, garbata illusione. Ci fidiamo.
Il progetto «Anni '80» del civico Museo, a forza
di rinvii di dodici mesi in dodici mesi, dovrà
chiamarsi «Anni '90». La matematica ha una
stupenda risorsa, offre numeri dopo numeri.
Ma le cifre spesso sono crudeli. Il nostro
Comune ha un deficit previsto per l'86, di sei
miliardi. Brustoline rispetto a quello nazionale. E
forse di «Galli» si tarderà a sentir parlare, con
questo clima di ristrettezze finanziarie. Non
sarebbe più economico un teatro-tenda in quella
piazza che si vuol valorizzare? E, per
cominciare, si potrebbero epurare il mercato e le
altre fiere delle festività che ingombrano il
centro storico.
I progetti conserviamoli. Vi potrà sempre
sognare sopra chi vorrà “andare a teatro”:
sembrano garantire fantasie per parecchie
generazioni. Ed intanto, Massimo Conti pare
Madama Butterfly che intona «Un bel di
vedremo…». [1986]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Willy l'osmotico

La scorsa estate, in una teletrasmissione da


Rimini, riproponendo la storia del mostro di
Lockness (che emergeva dalle acque ed offriva ai
turisti pummarola napoletana), Pupi Avati ci ha
giocato uno scherzo, le cui conseguenze si
rivelano soltanto ora.
Qualcuno infatti sta confondendo
quell'invenzione spettacolare con la realtà. E,
proiettando quell'immagine comica al largo della
nostra costa, ha inventato «Willy, lo squalo
gigante», bianco e pauroso abitatore dei mari, che
inghiotte in un sol colpo intere cassette di
sardine e distrugge costosi attrezzi da pesca, con
quella sua bocca spaventosa.
Il «Carlino», abituato a sbattere il mostro in
prima pagina, ha riservato a Willy tale onore il
23 settembre, con un titolo a sei colonne.
In ambienti politici locali, si sono registrate
alcune prese di posizione. Per l'ormai solitario
Nando Piccari del pci (partito critici
intemperanti), la vicenda è il segno premonitore
del rinnovamento operato da un giustiziere che
farà scomparire nel suo grembo tutti i
chiacchierati che girano sulla costa.
Per il sindaco Conti, Willy è invece il simbolo di
Rimini, «labirinto osmotico» e città ambigua,
come l'ha definita in un'intervista. Secondo altri,
Willy arriva con un anno di ritardo dal Meeting
'85, dedicato (anche) alla bestia.
La dc sostiene che Willy non può esser
crudele, perché i cattivi non esistono, come
dimostra la storia di Pinocchio che, nonostante
tutto, si salvò nel ventre di un mostro marino.
Ma, precisa dal canto suo Gambini del piccì
(partito intensamente controllore dei critici
intemperanti), Pinocchio ebbe che fare con un
pescecane vecchio e malato, che dormiva a bocca
aperta. Il psi, con estrema cautela, fa sapere che,
Willy o non Willy, non sa che pesci pigliare.[1986]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1987

Previsioni del passato

Alcuni cronisti cittadini hanno aperto i loro


taccuini all'astrologia, intervistando tre signore,
di cui riporto alcune presunte predizioni per il
1987. Turismo: «Esigenza di rinnovamento.
Nuovi passi verso una posizione leader come
città dei congressi. Problemi dell'inquinamento».
Seconda previsione: «Ci sarà il cambiamento
di personaggi decisivi, situati cioè in posti
chiave». Le maghe locali, più che annunciare fatti
possibili nei prossimi mesi, sembrano
riassumere quelli accaduti di recente, come la
nomina dell'ing. Gemmani alla presidenza della
Cassa di Risparmio.
Terza voce: «Istituzione di un semaforo nel
settore Rimini Sud-Ovest». Rispunta l'attualità.
L'anno, infatti, è appena nato sotto il segno
della rivoluzione del traffico, voluta
dall'assessore Aldo Mario Cappellini, che così si è
assicurato un posto negli annali civici. Il piano
«urgente» della viabilità urbana, è stato
inquadrato dall'Amministrazione in una nuova
immagine di Rimini.
Non più la vecchia e sonnacchiosa città
provinciale da «Amarcord» felliniano, ma un
centro rockettaro con l'argento vivo addosso,
come quella canzone di Gianna Nannini, dalla
quale i socialisti locali hanno tratto ispirazione
per chiedersi, in un recente convegno
urbanistico, se davvero Rimini sia «bella e
impossibile». Anche Rimini dunque, come le
vecchie attrici in disarmo, tenta di rifarsi la
faccia. Basta che non la perda.
La nostra città è un fenomeno di costume, da
cui scaturiscono tanti aspetti del suo fascino e
del suo «volto moderno». Il pensierino è del
sindaco Conti, e lo leggo in una cronaca del
«Carlino», in cui si dice che esso è stato espresso
«nel consueto ricevimento di fine danno». Cioè,
d'anno. Dato che il sindaco non si è mai dimesso.
[1987]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Via col vanto

Rimini merita la sede dell'università di


Romagna. Infatti, nessun'altra città della zona
può vantare un sindaco come il nostro, così pieno
di quello spirito goliardico che significa bizzarria
ed originalità. Lo dimostra il suo commento ad
una ricerca socio-economica che pone Rimini tra
le città italiane dove si vive meglio.
Conti ha detto che la felicità dei nostri
concittadini è dovuta esclusivamente al garbino
che qui tira spesso. È noto, dal punto di vista
scientifico, che i venti caldi portano fastidi alla
mente e danni alla salute.
Sostenendo tutto il contrario di quanto
dichiarano gli esperti di meteoropatie (che
studiano le malattie provocate dai cambiamenti
del clima), Conti pone autorevolmente la sua
candidatura ad essere considerato capo di una
nuova scuola medica.
Dopo quella salernitana, nota a tutti, avremo
la riminese, intenta a rovesciare i consolidati
pilastri di diagnosi e terapie?
La ricetta di Conti passerà alla storia: essa
sembra esser stata ispirata da quell'opinione
proverbiale che, per far capire che tutto va bene,
parla di vento in poppa. Ma più probabilmente,
l'ottimismo di Conti nasce da sogni giovanili che
ingigantiscono i miti estivi del divertimento e
della ricchezza, e dimenticano purtroppo i
bisogni reali di una città che non è soltanto lusso.
Ma forse le mie sono parole al vento, non dette
però secondo il vento che tira. Conti ha parlato
invece ai quattro venti, spingendo qualcuno a
chiedersi qual buon vento abbia portato questo
«giovin signore» sulla poltrona di palazzo
Garampi.
Conti vuole per Rimini una ventata di novità:
e probabilmente sogna di diventare il nostro
vanto. Ma questa storia del garbino produttore di
felicità, sembra soltanto la solita aria fritta.
[1987]

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Bagnanti perplessi

Bagnanti sotto l'ombrellone, perplessi. Ritornano


gli amici per le consuete vacanze romagnole.
Appena t'incontrano, polemizzano. Hanno la
dolcezza di chi ama questi luoghi, e la rabbia di
chi capisce che, in casa nostra, si stanno
sbagliando parecchie cose, circa il futuro più
vicino.
Mi dicono: «Rimini come spiaggia è imbattibile,
un litorale così non si trova da nessuna altra
parte, l'acqua del mare (…quasi sempre) è pulita,
in albergo ci trattano bene, mangiamo anche
troppo, non ci manca nulla. Ma…».
Apro bene le orecchie. «Ma, voi riminesi non
sapete più vendere decentemente la vostra
ospitalità», proseguono.
Gli amici citano sùbito un esempio concreto.
In primavera, è saltata fuori la questione
dell'aids. Sembrava che solo Rimini, in tutt'Italia,
presentasse il pericolo del contagio.
«Noi, qui ci veniamo ormai da una vita»,
proseguono: «Una famiglia di classe media, con
quattro persone, ci vive due settimane di mare
stupendo, e non si dissangua. Però, a Torino dove
abitiamo, ai conoscenti non raccontiamo di
vacanze trascorse a Rimini. Si fa la figura dei
pezzenti, perché l'immagine che della vostra
zona emerge dalle cronache dei giornali, è quella
di luoghi impossibili. Non sapete
più reclamizzarvi, non c'è più orgoglio di un
primato turistico indiscusso. Anzi, vi prendete a
schiaffi da soli».
In tanti anni che tornano, nessuno gli ha mai
chiesto il perché della loro fedeltà. Forse gli
intervistati risponderebbero che a loro non
interessa nulla del casinò sul Marano o sul
Titano, che un pò di calma e silenzio favoriscono
il riposo e la salute… Cioè, esprimerebbero idee
troppo antiche per il “nuovo” turismo, e
correrebbero il rischio di essere espulsi come
ospiti indesiderati. [1987]

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Tiberio o Dracula?

La fine dell'86 ha portato la prima rivoluzione


del traffico. Tutto va bene o quasi, tranne che nel
Borgo San Giuliano. Dal ponte di Tiberio si
transita soltanto entrando in città, e quindi il
numero di passaggi di auto è diminuito
paurosamente. Si respira meglio, ma la gente è
tanto assuefatta all'ossido di carbonio ed al
piombo della benzina, che non assorbendone nel
sangue la vecchia dose, va in crisi d'astinenza.
I borghigiani vorrebbero assediare Palazzo
Garampi. Quelli della sezione pci di San Giuliano
continuano a brontolare anche contro il
necessario, nuovo semaforo alle poste di via
Matteotti, in un incrocio da kamikaze. Abituati
agli scarichi delle auto, sono anche assetati di
sangue? È pur vero che il conte Dracula veniva
dall'Est, ma era un nobile e non un proletario.
[1.11.1987]
Per la sezione pci «M. Cappelli», mi scrive tra
l'altro Augusto Nicolò che la mia «satira,
mascherata da un sottile e velato sarcasmo
dell'orrore», poteva meglio rivolgersi a
«pungolare le “natiche” di qualche “vicino di
casa”».
Per il gruppo dc del consiglio di quartiere n. 5,
Enrico Ghinelli ribatte a Nicolò: «Preferiamo
essere presenti nelle sedi istituzionali… anziché
sollevare polveroni con il metodo di gettare il
sasso in piccionaia per poi ritirare il braccio».
Da parte mia, rispondo a Nicolò che, non
essendo un politico, credo che i problemi si
risolvano non pizzicando le natiche, ma usando
la testa. E ripropongo una domanda già espressa
in precedenza: perché l'anello mediano tra la
nuova e vecchia circonvallazione (che
richiedeva anche un ponte sul Marecchia), è
rimasto incompiuto nell'ultimo tratto? Volontà
pubblica od interessi privati?
Nessuno mi ha mai risposto. Perché?
[22.11.1987]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Tranquilli!!!

Qualcuno al giornale temeva che le domande a


proposito del fantomatico ponte sul Marecchia
(previsto nel piano regolatore di 20 anni fa),
provocassero una valanga di risposte. Le grandi
sedi istituzionali cittadine, in apparenza non si
sono degnate né di uno sguardo né di una parola.
Tranquilli! Ce la siamo cavata con poche righe
che non affrontavano il problema, ma erano una
semplice beccata a livello di consiglio di
quartiere tra opposte fazioni politiche, sul
traffico nel Borgo San Giuliano.
In Municipio e nei partiti, avranno mugugnato
qualcosa che è facile immaginare, ma che
ufficialmente non diranno mai. Con
quest'affermazione, corro il rischio di inserirmi
tra quanti (secondo la formula di un assessore),
sono presi da «una sorta di catastrofismo
moralistico».
Va bene. Corriamolo, il rischio: ma precisando
alcune cosucce di contorno. Oggi va di moda
definire qualunquistica ogni critica al potere. In
democrazia, va rispettata come sacra
l'espressione della volontà popolare che si
identifica in quel potere: ma, perbacco, sacro è
anche il diritto di critica.
In Italia, non piace troppo il principio della
stampa come quarto potere. I politici vorrebbero
i giornalisti metà come schiavetti e metà come
giullari. La professione del cronista, già difficile a
livello nazionale, diventa un'impresa di
complessa gestione e digestione nelle città
“piccole” come Rimini.
Per evitare tentazioni d'arroganza, considero
il giornalismo come un servizio da svolgere,
senza investitura alcuna, ma con la testarda
volontà di registrare le cose, non al fine di
compiere crociate, bensì di contribuire al bene
comune. «Ma che altro significa dissentire, se
non avere un modo si sentire unitario?»,
scriveva San'Agostino. [20.12.1987]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1988

Lodevole modestia

Quanti sacrifici debbono sopportare tutti questi


ricchi signori costieri che operano nel settore
dell'ospitalità, per mascherare le loro misere
denunce dei redditi. Per fortuna, all'Ufficio
imposte sanno che le cose del nostro turismo non
vanno troppo bene: lo hanno dichiarato a chiare
parole, facendo infuriare gli onorevoli Piro e
Capacci.
Sappiamo anche noi che c'è la concorrenza dei
vuccumprà, delle lucciole austriache, dei
pizzaioli napoletani che lavorano in nero, non si
sa se per questioni di eleganza o per lutti di
famiglia. E se non pagano le tasse tutti costoro,
perché dovrebbero pagarle le uniche persone
oneste che ci sono sulla piazza, cioè albergatori,
bagnini, esercenti di attività commerciali, bar,
discoteche, eccetera, oltre a qualche avvocato:
cioè tutti quanti presentano una regolare
denuncia dei redditi?
Sono i pochi che lavorano alla luce del sole
(eppure non si abbronzano), faticano tutto il
giorno, e lo Stato dovrebbe punirli, tartassandoli
a più non posso? Per carità, ad ogni cosa c'è un
limite. Esagerare non è mai educativo.
Anzi, lo Stato dovrebbe essere riconoscente a
questi limpidi evasori fiscali, ammettendo che
svolgono una funzione socialmente utile: non
presentandosi come ricchi, sono un evidente
esempio di modestia. Gente che deve sopportare
i sarcasmi plebei, la fatica del lavoro e della
gestione dei capitali, senza che nessuno se ne
accorga. È vero che ogni tanto ci scappa qualcosa
che fa sospettare tante ricchezze, però spesso si
tratta di pettegolezzi di invidiosi, più che di
certezze da affidare agli uomini della Guardia di
Finanza.
Ma peggio di tutti stanno i sindaci, costretti
con 5 milioni all'anno a far vita da fachiri: mai un
gelato, mai un libro, mai una cravatta. Infatti,
indossano soltanto la fascia tricolore. [1988]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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La disfida di Burletta

È bastato che il nuovo «Dizionario ragionato»


della lingua italiana di Angelo Gianni e Luciano
Satta, registrasse ”riminizzare” (cioè deturpare
il paesaggio con troppo cemento), per far
innervosire parecchia gente.
Il vocabolario non inventa, ma raccoglie.
Gianni mi scrive: «Il gran chiasso che è stato
fatto è dir poco chiamarlo privo di senso. I
lessicografi sono dei notari, non dei creatori di
voci! “Riminizzare” è persino nell'appendice del
Devoto-Oli. Del resto noi dicevamo chiaramente
che Rimini “era stata elevata a simbolo di un
fenomeno diventato comune a tutta la penisola”.
Non è colpa nostra».
Prendersela con i curatori del dizionario, è
come accusare un radiologo di offese se ci
diagnostica un'ulcera: invece di indignarci con
loro, dovremmo spiegarci l'origine della parola.
“Rapallizzare” (nello stesso senso di guastare
l'ambiente naturale con eccessive costruzioni), è
consacrato dallo Zingarelli (1984), e si trova nel
«Dizionario delle parole nuove 1964-1984» di
Cortellazzo-Cardinale che rimanda a due
citazioni: del medesimo Satta (1974) e di
Antonio Cederna (1981).
Lo stesso Cederna potrebbe avere scritto di
Rimini dicendo che era peggio di Rapallo. Forse
basterebbe sfogliare la raccolta dell'«Espresso».
Oppure ricercare qualche intervista dell'arch.
Cervellati che parlò di Rimini, Riccione e San
Marino come di un «triangolo dell'orrido».
Ma proprio nella città di «Amarcord» si è
voluto dimenticare il passato. Il cemento? E chi
lo ha mai visto? Nando Piccari, ex federale del
pci, ha detto che quel dizionario usa un termine
di cui è evidente «la natura gratuita, falsa ed
offensiva», chiedendo al sindaco Conti di
prendere provvedimenti. Quali? Forse una
«disfida di Burletta»? [1988]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Il piccolo chimico

La Regione ha fatto svolgere un sondaggio tra 70


cronisti che lavorano in testate di provincia ed in
pagine locali di giornali nazionali. Il quadro è
negativo: troppo spazio alle voci del potere,
superficialità nelle notizie (redatte spesso sulle
tracce di un comunicato ufficiale), la cronaca
nera regna da signora, scarsa attenzione a
cultura ed economia.
Al Circolo della stampa di Bologna, in un
dibattito si è detto che il giornalismo locale
spesso fallisce l'obiettivo primario, stare dalla
parte del pubblico. Un intervento ha sottolineato
come alcuni giornalisti amino un pò troppo
«ricalcare le orme delle vedette». Sono quelli che
da bambini, invece del “piccolo chimico”, hanno
ricevuto in regalo dalla befana la scatola del
“grande cronista”: crescendo, in loro è rimasto il
desiderio di primeggiare, e ne approfittano
appena possibile.
La «Gazzetta» ad esempio urla: «Circa 10
ricette a testa con prodotti inutili», e presenta la
«mappa riminese di tutti i farmaci “fantasma”».
Sembra di intravedere un Salgari indigesto
dietro qualche cronista stile “Ferrarelle, gasato
naturale”.
(Questo commento, nella redazione locale
della «Gazzetta», è stato affisso con un simpatico
«wanted» da film western, nei miei confronti. Ad
altri poteva andare peggio: quando, per salvare il
mare, i commercianti hanno spento le luci dei
negozi per 5 minuti, qualcuno di loro avrebbe
voluto anche spaccare le ossa ai cronisti, come
ha riferito il «Corriere della Sera»).
Ci sono giornalisti che si buttano con
generosità nei servizi, ma i racconti poi
corrispondono lontanamente al mondo reale.
La speranza è che i posteri, riprendendo in
mano le cronache di questi nostri anni, le
travisino a tal punto da ristabilire
involontariamente la verità. [1988]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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E agli astemi?

I giornalisti sono influenzabili attraverso omaggi


e doni? Vittorio Monti sul «Corriere della Sera»,
stendendo un «piccolo inventario delle cortesie
natalizie di cui è stato oggetto», cita «sei bottiglie
di Trebbiano e Sangiovese, pensiero della
promotion riminese che ci tiene ad avere buoni
rapporti con la stampa per via del turismo…», e
precisa: «Potrà servire aggiungere che sono
astemio».
Dalla frase di Monti, sembra di capire che ad
inviargli il regalo sia stata l'Apt, Azienda di
promozione turistica, nel sano intento di
richiamare l'attenzione dei cronisti (forestieri…)
sulla nostra Riviera.
Circa la scelta dell'oggetto, non ci sono
obiezioni: forse qualcuno avrebbe preferito
inviare acqua minerale, più parente del mare che
non il Trebbiano? Avrei soltanto una curiosità,
conoscere il testo che ha accompagnato quegli
auguri.
Piero Leoni, presidente dell'Apt, oltre che di
un fascino hollywood-berlusconiano che esprime
posando per pagine patinate, è anche pieno di
fantasia. Come dimostra il marchio delle
manifestazioni locali che, con il nome della «Città
del sole», dice di aver preso in prestito da un
incolpevole filosofo del 1600, Tommaso
Campanella. E come dimostra un altro marchio
(indigesto quasi a tutti), quello della stessa Apt,
in cui si riproduce con grande fedeltà la
situazione del suo ente: quel «gomitolo» in stile
lana Gatto sembra richiamare il groviglio di pie
intenzioni, velleità e speranze che si sono
mescolate nel pentolone della folle riforma delle
Aziende di soggiorno.
Inviando le sei bottiglie, l'Apt di Rimini,
consapevole che nulla di nuovo è stato finora
fatto per riqualificare il nostro turismo, forse
avrà scritto queste sincere parole: «Come la
diamo a bere noi, non c'è nessuno…». [1988]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Un pò d'orgoglio

In Italia ci sono 18 milioni di persone


schedate. Per ricevere la cortese attenzione,
basta soggiornare in albergo per una notte: dal
cartellino al computer il passo è breve.
Da tanti anni girano fascicoli illeciti,
documenti resistenti ad ogni fuoco, ma non alla
tentazione di chi vuol leggerli od usarli, magari
per ricattare qualcuno. Delitti “eccellenti” come
quello del giornalista Pecorelli, ruoterebbero
anche attorno a quelle carte sospette e
sospettose.
Queste due notizie ne introducono una terza,
tutta locale. Nel corso delle indagini
sull'assassinio del sen. Ruffilli, viene perquisita a
Misano la casa di Vanna Villa, segretaria della
Fgci di Rimini.
Se tutti possiamo essere nel mirino
dell'antiterrorismo, allora nessuno sa niente di
nessuno. Il tremendo caso Tortora, con quasi
200 persone arrestate per omonimia, dunque,
non ha insegnato granché. Bastava chiedere una
carta d'identità, per accorgersi della confusione.
Niente. Viva il diritto, il rovescio e la loro patria.
Per ricevere la cortese attenzione di qualche
competente ufficio statale, talvolta basta poco,
anche una polemica giornalistica. Enzo Biagi ha
lucidato i raggi del sole socialdemocratico,
tirando le orecchie a persone finite con i loro
illustri nomi in qualche fascicolo giudiziario. L'ex
ministro delle Finanze Luigi Preti commenta: che
vuole questo Biagi che oltretutto non paga le
tasse?
Molti anni fa mi capitò di criticare in un
articolo un'iniziativa (pseudo) culturale
patrocinata a Rimini proprio dall'allora ministro
delle Finanze Preti e da un suo portaborse.
Qualcuno gentilmente mi fece poi sapere che la
Guardia di Finanza aveva indagato sul mio
conto.
La risposta di Preti a Biagi, mi fa fremere
d'orgoglio. Ci ha onorati entrambi della
medesima attenzione. [1988]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1989

Numeri “intelligenti”

La statistica è importante. Non date ascolto a chi


afferma il contrario. Essa ci dimostra, prove alla
mano, che in Italia su 100 persone, ben 102 sono
gli “intelligenti”.
Siccome appartengo a quanti vengono contati
dal centotré in avanti, e quindi non rientro nella
benemerita categoria, fatìco nello spiegarmi certi
fatti.
Le persone “intelligenti” sono quelle che non
decidono soltanto per loro, ma anche per gli altri.
Se un capufficio delibera una fesseria per i suoi
dieci impiegati, il suo atto fa salire la percentuale
di “intelligenza” dal 100% relativo alla sua
persona, al 110% totale. La cifra è ricavata da
una facile somma in cui il secondo addendo
deriva dal numero delle persone coinvolte oltre
al soggetto interessato. Immaginatevi a quale
quoziente possono arrivare i leader politici.
A quale livello di “intelligenza” farà salire
globalmente la nostra zona quell'agricoltore che
così si racconta? «Quando passo i veleni al mio
raccolto, non mi preoccupo di rispettare i
termini di tempo previsti, prima di staccare il
prodotto dalla pianta e di immetterlo sul
mercato. Non mi preoccupo, perché non lo offro
ai romagnoli, ma lo spedisco in treno verso
Milano».
Questo agricoltore non solo può avvelenare un
altissimo numero di persone con poca spesa (ed
in ciò alcuni studiosi individuerebbero
un'attenuante sotto il profilo economico), ma può
anche agire in tutta tranquillità d'animo, perché
se occhio non vede, cuore non crede.
L'“intelligenza” si accompagna sempre ai buoni
sentimenti.
Quale sarà dunque il quoziente di questo
“intelligente” contadino riminese? Non so
rispondere, sono fuori gara perché, lo ripeto,
vengo dopo i 102 che occupano i primi posti. E,
modestamente, me ne vanto. [1989]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Il tempo delle mele

La storia delle mele è partita da Rimini. Primo


tempo. Controlli dell'Usl 40 accertano che, per
farle maturare in fretta, alcuni grossisti del
mercato ortofrutticolo usano il dibromoetano,
composto proibito per usi alimentari, su cui si
hanno forti dubbi di cancerogenicità.
Secondo tempo. La notizia fa il giro d'Italia,
l'allarme diventa generale. Si scopre che il
dibromoetano è consentito per agrumi e banane,
dove i residui del gas sono tollerabili in misura
venti volte inferiore al livello scoperto a Rimini
nelle mele, per le quali la sostanza è vietata.
Terzo tempo. Il gas si disperde, lasciando però
nella frutta i suoi effetti perversi, come spiega il
prof. Ponzoni della nostra Usl, che ha scoperto le
mele “drogate”. Il pretore dissequestra la frutta,
anche se essa non è più commestibile perché i
grossisti riminesi hanno usato il dibromoetano
direttamente nelle celle frigorifere, senza
depurarlo con altro apposito prodotto, e
limitandosi ad una reazione empirica con lo
zinco.
Quarto tempo. «I Carabinieri del Nas (Nucleo
antisofisticazioni) ridimensionano l'allarme»,
scrivono i giornali del 15 marzo. Ci vogliono
tranquillizzare.
Il presidente della Federmercati dichiara: «La
raccolta delle mele è avvenuta tra settembre e
ottobre. Se fossero state trattate, gli eventuali
additivi chimici si sarebbero già volatilizzati». Ma
il problema è opposto: le mele vengono trattate
subito prima della vendita, per trasformarle da
verdi in mature, come ha spiegato anche il Nas.
16 marzo: «Le mele italiane non uccidono»
gridano in coro produttori e Ministero
dell'agricoltura.
È vero. Non uccidono. Ma forse dànno una
buona mano. [1989]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Gradisca

Non si muove foglia che Fellini non voglia. Il


regista mi piace, è un genio. Mi vanno stretti
invece i suoi imitatori che, continuamente,
tirano in ballo l'autore di «Amarcord».
Proprio in questo film c'è Gradisca che,
all'arrivo del federale, inneggia al duce, mentre il
podestà proclama che l'Adriatico è sempre stato
il più fascista dei mari. Con il nome di Gradisca,
all'Apt hanno ora battezzato un progetto
informatico sulle disponibilità alberghiere.
Dopo il richiamo alla filosofia, con la «Città del
Sole» di Campanella (titolo che aveva etichettato
tutta la costa del circondario), si scomoda una
figura felliniana, sull'origine del cui nome
esistono due versioni: quella patriottica, legata
ad una località carsica del primo conflitto
mondiale; e quella più accreditata, derivante da
meno nobili ideali (sempre di disponibilità
alberghiera in fondo si trattava), con quella
terza persona del verbo gradire coniugato
proprio all'epoca in cui non si usava il lei, ma il
solenne voi della clownerie fascista.
Il dott. Piero Leoni, non quale presidente
dell'Apt, bensì quale comunista, propone di
ribattezzare il turismo come «industria delle
relazioni». Legittime o adulterine?
A Riccione, scrivono i giornali, il sindaco
Pierani «provoca un brivido d'emozione» al
neonato club degli amici della Perla Verde.
Sempre a Riccione, l'estiva «Radio festa» è
annunciata così: «Una scena nuova per vedere,
guardare, sfiorarsi; tra le quinte l'evento che
ascolta se stesso, lo vede e lo evoca. Si apre la
corte nuova, e l'aedo ormai antico, la radio, lo
canta». Sembrano versi di D'Annunzio.
In questo clima un poco demodé, Riccione
viene definita «la Cortigiana». Peccato che il
termine un tempo non fosse molto lusinghiero.
Vero, Gradisca? [1989]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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La presa della battigia

In questo luglio che celebra i duecento anni dalla


presa della Bastiglia, alghe e mucillagine hanno
conquistato la battigia. Gli operatori turistici
avanzano al governo due richieste: ricevere un
indennizzo per stato di calamità naturale, e non
pagare le tasse per almeno dieci anni. Dopo si
vedrà.
Scandalizzati, gli inviati speciali più esperti
della nostra costa, pubblicano i dati ufficiali sui
redditi di questi operatori turistici protestanti.
I veri ricchi chi sono? Un albergatore, alla
riunione di categoria, risponde senza dubbi: i
neri. «Certuni spediscono in Africa vaglia di due
milioni. Sono soldi nostri».
Domenico Gallo, segretario della
Confesercenti, precisa che i commercianti non ce
l'hanno «con gli extracomunitari», cioè con i neri
(«che non arrecano danno economico»), ma con
gli organizzatori dell'abusivismo, meridionali di
Napoli e Bari, camorristi che trattano i neri come
negri. Il clima è infuocato. La «Gazzetta», infatti,
illustra l'«allarme per il mare» con la foto del
celebre carro armato alleato, all'arco d'Augusto,
il 21 settembre 1944.
Sulla «Stampa» (il cui corrispondente continua
a descrivere Rimini come un luogo di ritardati
mentali), si legge che «con i campionati dei
culturisti e dei “vitelloni” la costa adriatica vuole
scordare l'estate delle alghe».
Sergio Zavoli sostiene: «In realtà Rimini ha
puntato più ad apparire che ad essere. È
indubbia la sua capacità di essersi costruita da
sola, di basarsi su un'economia cresciuta dal
nulla. Ma è una città che non produce cultura».
La botte dà il vino che ha. Gli operatori
turistici, infatti, accusano: i marocchini sono
padroni della spiaggia, la strada è in mano ai
travestiti, ci sono più zingari che a Napoli, e i
governanti «ce l'hanno fatta addosso». [1989]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Ieri e domani

Se una sera d'inverno un viaggiatore sostasse a


Rimini, e volesse farsi un'idea, attraverso i
giornali odierni, di quanto successe nei giorni
tragici del settembre '39, il nostro ospite
apprenderebbe soltanto di un pittore ungherese
che esponeva al Kursaal, di uccellini che
cinguettavano allegramente nel sole, di un nonno
che moriva dopo una vita da antifascista e, in
mancanza d'altro, di come andò la stagione
turistica del 1940, tra coprifuoco e musiche allo
stesso Kursaal, chiamato «Casino municipale»,
per difesa della lingua.
Un balzo in avanti nel tempo. La guerra. Il
nostro viaggiatore, leggendo della gentilezza
d'animo dei tedeschi, che salvarono arco e ponte,
potrebbe commuoversi e pensare che le atrocità
del conflitto siano un'invenzione polemica.
Con il sacrificio dei Tre Martiri, il conto è
presto liquidato: li si descrive «denunciati ed
arrestati per l'incendio di una trebbiatrice», ma
non si dice che furono impiccati quali partigiani.
Se tra 50 anni, una sera d'inverno un
viaggiatore sostasse a Rimini, e volesse sapere
qualcosa di questi nostri giorni, che cosa
leggerebbe nei giornali odierni?
La scenografa Margherita Palli, a Rimini per
una rappresentazione teatrale, definisce la città
in «condizione di estremo degrado». È vero, ma
Rimini è rinata dal nulla dopo le vicende belliche,
senza l'aiuto di nessuno.
Alle giornate del «Pio Manzù», il solito inglese
Theo Crosby, sovvenzionato per parlar male di
Rimini, che gli piace meno di Londra, discute del
futuristico tema: «Dalla metropoli-centauro alla
città dolce».
Intanto, l'inviato speciale della «Stampa»
confonde il ponte di Tiberio con «l'alveo quasi
secco del Rubicone». [1989]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1990

Salotto?

C'era una volta la fontana dei Quattro cavalli,


ripristinata con spirito civico («come era, dove
era») da Umberto Bartolani nel 1983. È un
simbolo di tante cose.
In origine sorgeva un poco più avanti, verso il
mare. Negli anni '50, fu vista come un ostacolo
ad una grande arteria che dal porto canale
conducesse fino a Riccione. Venne demolita e
dispersa: i cavalli pascolarono amaramente nel
parco Marecchia, sotto l'occhio svagato
dell'infanzia in gioco. Altrettanto, o forse più
svagati, gli amministratori.
In quel dopoguerra, c'era il Grand Hotel,
venduto dall'Azienda di soggiorno alla simbolica
cifra di una lira. C'erano le palazzine Milano e
Roma: nella prima, al pianoterra, aveva sede
l'Azienda di soggiorno. Nella seconda, si trovava
l'hotel Parco, il cui motto era l'«Hic manebimus
optime» di Livio, riproposto dal gestore, uno
squisito avvocato romano, Gino Barucci.
L'antico nome del piazzale (Parco della
Rimembranza), ed i severi busti di ancora più
antichi personaggi, non avevano nessuna
attrattiva turistica moderna.
Ben presto, anzi, il luogo divenne
infrequentabile, per le cattive compagnie che lo
bazzicavano, grazie ad una decisione delle
“competenti autorità” che non avevano saputo
trovare altro luogo dove sbattere i protagonisti
dei viali del vizio, per lasciare “pulito” il resto
della città.
Gli operatori turistici di Marina Centro ora si
lamentano che il loro salotto è in crisi,
inventando un passato di splendori più sognati
che reali. Soltanto il ripristino della fontana rese
frequentabile la zona che era un passaggio
impossibile, di notte e di giorno. Ci fu consumato
pure un delitto. Quasi di fronte al Grand Hotel,
venne uccisa una ragazza. Altro che salotto, era
un buio androne. [1990]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Palermo non è Rimini

Egregio signor Questore di Forlì, mentre l'estate


'90 va in archivio, aspettiamo la sua conferenza-
stampa di fine stagione, in cui ribadirà ancora
una volta che Rimini «non è Palermo». Su questo
non ci piove, la geografia non ammette smentite.
Lei sostiene che i fenomeni mafiosi, da noi,
non esistono. Nessuno può darle torto, anche se
molti nutrono forti dubbi. Tutto sta, forse,
nell'intendersi sulle parole. Mafia, camorra,
'ndrangheta sono marchi registrati di cui è
vietata l'importazione? Oppure sono
"suggerimenti" che qualcuno potrebbe
raccogliere e poi sviluppare a proprio
piacimento? Certi misteriosi incendi sono
variazioni sul tema del racket, oppure
esercitazioni per i Vigili del fuoco? Il giro di
affari della prostituzione, è artigianato turistico?
Il denaro “sporco” (di cui qualcuno parla), passa
per le banche o nelle lavanderie?
Per tranquillizzare tutti noi, lei sostiene che in
Romagna c'è soltanto piccola criminalità, non
quella grande, presente altrove. Se uno, per uno
scippo, finisce all'ospedale e resta invalido, tante
distinzioni non le fa.
Punti di vista, appunto. Giusto, ma si tratta di
vederci bene. Un esempio: a Riccione, in giugno,
arrestano per un furto d'auto uno slavo
pluriomicida, ma nessuno (neppure a Rimini) si
accorge di lui: il reo subisce il processo
sorridendo, ed ottiene dopo la condanna la giusta
libertà provvisoria. Per poter poi ammazzare,
sembra, altre sei persone in due tornate.
Questo slavo, Lyubisa Urbanovic, aveva una
base tra Santarcangelo e Rimini, dove era già
stato arrestato in precedenza. Secondo il suo
avvocato, è un tipo che si nota bene, per aver «il
petto coperto da spaventose cicatrici». Per
pudicizia, carabinieri e poliziotti non lo hanno
mai fotografato “nature”? [1990]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Forzutini Clodoveo

Sulle origini della nostra industria balneare,


buoni lumi ci forniscono l'Enel ed il noto storico
Clodoveo Forzutini il quale scrive nel suo
pregevole testo «Pagine gialle dal sangue blu,
aristocratici e plebei in una città di provincia»:
«Sul litorale romagnolo, ci sono le poverazze, così
dette perché cibo un tempo poco costoso, anche
se molto apprezzato. Con il procedere del
turismo, quanti lavoravano nei pressi della riva
dove trovavansi in abbondanza le dette
poverazze, venivano chiamati con senso di
ammirazione poverazzi, così come dalla parola
bagno deriva bagnino».
Con l'andar del tempo, ci fu un'identificazione
tra poverazzi e bagnini. Trascorrendo altri anni
ed altri secoli, per le ignote ragioni che
guidarono le antiche lingue, nel corso della loro
evoluzione, i poverazzi divennero più
modernamente poveracci, restando però
misteriosamente bagnini.
Il Forzutini annota, con la consueta
perspicacia critica che dobbiamo riconoscergli:
«Nel corso di questo XX secolo, tra gli altri fatti
straordinari ed impensati, avvenne che si
rovesciò il problema linguistico, a dimostrazione
di come le parole siano semplicemente uno
strumento con cui si può abilmente giocare per
dire tutto ed il contrario di tutto, al pari delle
denunce dei redditi (o “740”). Se infatti prima i
poveracci erano anche bagnini, adesso perché i
bagnini sono soltanto poveracci?».
Nonostante la stranezza della formulazione, il
quesito del Forzutini ha una sua validità storica
ed un suo fondamento logico, soprattutto se si
considera che tale Rino Formica, ministro
italiano delle Finanze, ha testé dichiarato che
tutti i bagnini nazionali denunciano miserie di
reddito.
Il che non significa, ovviamente, che essi
abbiano redditi da miseria. [1990]

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Noè, cioè

Il 10 giugno 1940, l'Italia dichiara guerra


all'Inghilterra. Cinquant'anni appresso, il 25
giugno 1990, dopo una vittoria pallonara contro
l'Uruguay, qualche tifoso italiano vuole la sua
sfida privata contro gli sportivi inglesi.
Televisione, radio e «Carlino», il 26 mattina, ci
raccontano che gli incidenti di Rimini sono stati
provocati unicamente dagli hooligan inglesi.
Rogne c'erano già state a Cagliari, il cui
vicequestore Antonio Pitea aveva ammonito che
«il grande e vero pericolo è rappresentato dagli
ultrà italiani. L'unica scintilla può scoccare di lì».
Testimoni neutrali ci raccontano di riminesi
che giravano per i viali della Marina, esibendo
regolamentari mazze da baseball. Cercavano lo
scontro a tutti i costi. Ciò rimette in discussione
ogni notizia che attribuisce agli inglesi il marchio
esclusivo della voglia di menar le mani.
Basta già questo per invitarci ad una
riflessione sulla nostra mentalità. Cerchiamo
sempre il "nemico" a cui attribuire tutte le colpe.
Ieri, erano i vuccumprà. Oggi, sono i teppisti
inglesi.
Autorità locali e provinciali si erano
incontrate ripetutamente per mettere a punto un
piano dettagliato per l'ordine pubblico. La
memoria corre verso i "pattuglioni" della scorsa
estate contro i venditori abusivi di colore. La
caccia alle farfalle, l'avevano organizzata come
se si fosse trattato di catturare elefanti. Quando
poi gli elefanti sono arrivati, si è sperato di
risolvere tutto vietando la vendita degli alcolici.
Si sono tenute d'occhio le birre destinate agli
inglesi, e non si sono viste le mazze impugnate
dagli italiani.
Alla prova dei fatti, c'è la conclusione del
prefetto: «Sarebbe stato meglio evitare ogni tipo
di scontro». Cioè, come diceva Noè, se non
pioveva… [1990]

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Addio, Monti

La fuga di Basagni, Cardellini & c. dalla reda-


zione del «Carlino» a quella del «Messaggero»,
nelle prime ore del 20 febbraio, rispolvera dai
«Promessi sposi» il capitolo della «notte
degl'imbrogli e de' sotterfugi».
Nessun s'offenda. Ma quei cronisti che scap-
pano, armi e bagagli appresso, stuzzicano il ri-
mando ai bravi di don Rodrigo, «cattiva gente,
gente che gira di notte».
I nostri non preparavano però nulla di male,
realizzavano soltanto un piano predisposto la
sera prima. Proprio come Renzo e Lucia, che
avevano deciso lo scherzo di presentarsi davanti
a don Abbondio, e di dichiararsi marito e moglie,
presenti due testimoni.
Lorenza Lavosi sulla «Gazzetta» ha descritto
l'incontro tra Renzo e Lucia (pardon, Basagni e
Cardellini) con il padre Cristoforo (scusate,
l'austero Mario Pendinelli, direttore del foglio
romano): «Nella stanza dei bottoni… sarebbe
entrato solo Andrea Basagni accompagnato dal
fido Silvano Cardellini».
Nell'abbandonare la sede di piazza Cavour,
verso ingaggi che vengono definiti favolosi, i
nostri ripensarono ai lunghi anni trascorsi in
quegli uffici, ed intonarono l'«Addio Monti», con la
maiuscola, come il nome del cav. Attilio, padre-
padrone del foglio bolognese: «Addio Monti,
sorgente come un Paperon de' Paperoni da
mucchi di soldi che abbiamo visto soltanto di
lontano, con occhi golosi. Addio vecchio giornale,
dove entrammo giovani e abbiamo consumato
notti insonni. Addio Piazza Cavour, addio caffè
Vecchi che ci rallegravi ad ogni ora del giorno e
della sera con un the caldo ed una brioche,
addio».
Quella famosa notte si concluse con l'arrivo
della comitiva al «Messaggero», nella stanza dei
bottoni. Anzi, dei bottini. [1990]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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1991

Sgarbi e Biscardi

Non ho ancora capìto nulla della discussione che,


da vario tempo, si sta svolgendo a Rimini sul
«rapporto tra pubblico e privato».
Rimini nel Dopoguerra è stata ricostruita
interamente dai privati. Lo Stato, oltre a
riscuotere le tasse ed a sistemare i binari della
stazione ferroviaria, non ha fatto nulla o quasi.
Anzi, la città è sempre stata punita dallo Stato:
nessun'opera doveva essere concessa ad
un'amministrazione comunale che era
all'opposizione rispetto al governo romano.
Passati quegli anni di fervida attività (svolta
ricorrendo anche a strumenti moralmente
discutibili, come l'evasione fiscale, il lavoro nero,
ecc.), ci si è dimenticati di tutto questo, e da poco
si è cominciato a dire: «Basta con l'Ente pubblico
che vuol fare tutto lui. È giunta l'ora di
coinvolgere anche il settore privato!».
Veramente a Rimini l'Ente pubblico (il
Comune) ha fatto ben poco, e quel poco è un
mezzo disastro, come il nuovo porto canale, dove
il mare mosso sommerge le banchine; oppure
l'eterno cantiere del ponte di Tiberio, che da
vent'anni non approda a nulla. O quasi.
La storia del Dopoguerra, può riassumersi in
una semplice parola, speculazione. Però, occorre
aggiungere che essa avvenne con il beneplacito
«delli superiori», del quale hanno goduto tutti,
maggioranze e minoranze. Dimostrateci che è
avvenuto il contrario. Per il futuro, il nuovo
«rapporto tra pubblico e privato», vuol ripetere
questo modello, favorendo un maniera ancora
più forte il settore privato? È lecito che, per far
guadagnare pochi, si distrugga un patrimonio
naturale che è di tutti? Ci spaventa l'idea di tanto
cemento che si vuol far colare sulla spiaggia.
Ogni epoca ha diritto alle sue stupidità? Nell'età
di Sgarbi e Biscardi, forse è inevitabile un nuovo
scempio di Rimini. [1991]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Al bar Sport

Il 9 aprile, contro il campo nomadi di Torre


Pedrera, hanno lanciato una bomba molotov:
«Solo per caso non c'è stata una strage. Anche
quattro bambini hanno rischiato la vita», scrive
un quotidiano. Agli “zingari”, quando hanno
colpe, bisogna dargliele tutte, senza sconti. Ma
ciò non giustifica le molotov.
L'odio nei loro confronti, ha detto don Benzi,
«sta crescendo soprattutto tra i giovani». Abituati
a sentirsi dare sempre ragione da una società
che li corteggia per i loro immensi consumi,
questi giovani non pensano al di là del proprio
egoismo. A loro, diceva «largo» Mussolini, e
sappiamo come è andata a finire. Oggi, idem:
porte aperte ai ragazzi, soltanto perché essi
spendono, tra mode e modi di una società che
emarginerà sempre di più i vecchi. Una
maggioranza parlamentare pro eutanasia non
sarà difficile trovarla, magari in cambio di
qualcosa.
Pessimismo? Sentite qua: a Rimini, «se la
giustizia civile è morta, quella penale è mori-
bonda». Così, il procuratore della Repubblica,
Franco Battaglino, in un incontro del Rotary a
Misano. Chissà perché le grandi notizie si
apprendono soltanto ai banchetti della gente
importante. Battaglino ha aggiunto che «nessuno
ci assicura che lo spaccio della droga in Riviera
non abbia collegamenti con vertici mafiosi».
Di chi è la responsabilità? «Siamo tutti
colpevoli», come diceva un giornale, sulla
sconfitta della Juve a Barcellona? Mi ritorna in
mente quel massaggiatore di una clinica
cittadina che doveva curarmi i reumatismi per
10 minuti “mutualistici”, e se la cavava con tre
scarsi, bombardandomi però di lamentele contro
gli italiani disonesti. Non gli ho mai chiesto se lui
si considerava francese o tedesco.
Egregio procuratore, «nessuno ci assicura»? Se
non le sa lei, certe cose, le dobbiamo chiedere al
bar Sport? [1991]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Villa Amarena

Spesso i quotidiani locali mi fanno venire in


mente il malinconico salotto di Nonna Speranza,
cantato da Guido Gozzano: «Loreto impagliato ed
il busto d'Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice
(le buone cose di pessimo gusto)». Su questi fogli,
c'è una sfilata di personaggi, che richiama quella
descritta da Gozzano: «Giungeva lo zio, signore
virtuoso, di molto riguardo, ligio al passato…;
giungeva la Zia, ben degna consorte, molto
dabbene, ligia al passato…».
Personaggi che esprimono le loro opinioni,
sempre autorevoli ed importanti, come quelle
dell'«inclito collegio politico locale» che s'adunava
nella Villa Amarena, citata da Gozzano in
un'altra lirica. Uno di questi personaggi mi
sembra G. F. Dasi quando scrive, a proposito
della guerra del Golfo: «Noi, dalla parte di chi sta
a casa comodo non ci vogliamo stare». Ahi, ahi: è
la vecchia storia del «panciafichismo», usata nel
1914 per accusare neutralisti e pacifisti di voler
«salvare la pancia per mangiar fichi».
Il ministro degli Esteri De Michelis, gran capo
di Dasi al Pio Manzù, ha cinicamente sostenuto:
«Se la guerra del Golfo durerà fino ad un
massimo di sei mesi, assisteremo a un rilancio
dell'economia mondiale». Mi spiace, ma non ci sto
a veder crescere gli attivi di bilancio, in cambio
di tanti morti. Calma, signori. Caro Dasi, plachi i
suoi furori guerreschi: «A costo di pagare un
tributo di sangue, sarà pace!». La guerra non ha
mai generato pace.
E, per favore, non strapazzi la sintassi latina,
con quel «memento docet» che non dice nulla.
Sono due verbi: «ricordati», ed «egli insegna».
Arrossisco, facendo questa osservazione, ma
come Dasi vanta «urbi et orbi» le sue amicizie
altolocate, io oso sfoderare qualche latinuccio
che mi costò lunghe fatiche. De hoc sufficit.
[1991]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Autostop, please

Guido Gozzano scriveva: «“Una cocotte!” “Che


vuol dire, mammina?” “Vuol dire una cattiva
signorina”».
Una di «quelle», insomma. Una signorina
(inspiegabilmente, spiegava Enzo Biagi) detta
«allegra». Il repertorio lessicale non manca di
altri sinonimi.
Nelle «piccole pubblicità» dei quotidiani, si è
passati dalle massaggiatrici (a cui ignari
pensionati reumatici ricorrevano, ricevendo in
cambio poco romantiche profferte), alle più
recenti astrocartomanti.
La cronaca nera locale ha scoperto che, anche
sotto la voce pranoterapia, astutamente si celava
il più antico mestiere del mondo. A proposito del
quale, nessuno però finora aveva dimostrato la
fantasia espressa dal sindaco di Rimini in
un'intervista concessa al «Messaggero».
Interpellato a proposito della nuova isola
pedonale a Marina Centro, al cronista che gli
faceva osservare come le passeggiatrici non
fossero sparite dal lungomare, contro le
aspettative delle autorità, l'ing. Marco Moretti
rispondeva: «Io personalmente non le ho viste.
Chi sostiene il contrario dice delle stupidaggini.
Le prostitute non ci sono più. Se qualcuno
confonde delle ragazze che fanno l'autostop per
delle prostitute prende un abbaglio».
Egregio sindaco, quindi, «autostoppiste»
dobbiamo chiamare queste fanciulle più o meno
in fiore, che quella mamma gozzaniana definiva
«cattive signorine»?
Un celebre filosofo, il Wittgenstein, ci spiega
che «il significato di una parola è il suo uso nel
linguaggio». A questo punto, Signor sindaco, i
casi sono due. O lei apre una strada nuova nel
lessico italiano, oppure, guidato dall'entusiasmo
per la sua isola pedonale, resta isolato dalla
realtà, e prende «lucciole» per lanterne. [1991]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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«Italia modello Rimini»

«Rimini è terra di libertà, ma non di


trasgressione. È la terra degli incontri, della
convivenza civile, del rispetto dei diritti». È un
altro pensiero del nostro sindaco.
I fatti. Ore 3 dell'8 agosto. Ragazzi lombardi
attaccano lite con coetanei napoletani. Luca Scio,
16 anni, uno skinhead (testa rasata), figlio di
immigrati meridionali a Milano, è ucciso con un
colpo al cuore. Movente, si racconta, una lite sul
calcio, con le solite frasi razzistiche. Sembra che
i milanesi abbiano offeso Maradona. Al di là dello
sport, c'è la divisa degli skin: svastiche, teschi,
giubbetti neri, un antiquariato inequivocabile.
Sul luogo del delitto scrivono: «Qui è morto un
eroe».
La gente si sfoga sui giornali: «A Rimini è il
caos. Ormai è diventato pericoloso viverci». A
Riccione, sostiene la dc locale, «la baldoria che
dura 24 ore su 24, costringe la famiglia in
vacanza all'assedio». Una turista se la prende con
«cretini e puttanelle sceme che si spogliano» nelle
auto in corsa. E altrove? In Liguria, la polizia
presidia i treni notturni. A Jesolo, è nato un
comitato contro il degrado e la violenza.
Da noi, il 9 agosto, bomba alle poste di via
Campana. Il 12, altri tre skin milanesi di 17 anni
feriscono un vuccumprà senegalese, a Misano. A
Bellaria, due bresciani “corteggiano” ragazze al
grido di «Vi sgozziamo». Nella notte tra il 17 e il
18, a San Mauro, sparatoria dalla solita “Uno”
bianca contro tre senegalesi: due morti. E a
Viserbella, una molotov colpisce la “Ritmo” in cui
dormiva un tunisino.
Ma stiamo tranquilli. La nostra è «terra di
libertà, non di trasgressione». Lo Stivale sempre
più ci rassomiglia, secondo Mario Deaglio («La
Stampa»,18.8): «Invece di sentirsi liberi, contenti
e appagati, gli italiani del “modello Rimini”
stanno scivolando lungo una cupa china di
violenza». [1991]

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Za bum, gran finale

«Rimini, un palcoscenico per l'Europa».


«Arengo», mensile del Comune di Rimini [1984]

«Rimini è peggiore della fama che ha».


Sergio Zavoli [1989]

«Solo a Napoli più furti che nei supermercati di


Rimini».
Dai giornali [1984]

«Il riminese… ne' guadagni sta contento a censo


modesto; e perciò qui non trovi sfondate
ricchezze».
Carlo Tonini, storico [1893]

«A Rimini dove sono nato e vivo, solo le palestre


rappresentano l'ambiente migliore per sfogare la
propria esuberanza, per combattere -lontano
dalla noia- droga e malinconia».
Loris Stecca, boxeur [1984]

«Ciò che vogliamo non è soltanto eliminare i


teppisti che costituiscono la punta macroscopica
del problema. Puntiamo a migliorare se non i
rapporti di convivenza civile, almeno il
comportamento di una parte dei frequentatori
della Gambalunga».
Piero Meldini, direttore Biblioteca Gambalunga
[1984]

«A Rimini, i tecnici della meteorologia fanno


previsioni sulla piovosità, valide per i prossimi
500 anni».
«La Stampa», corrispondenza da Rimini [1989]

«Con voce tremante, ma non per questo meno


ferma».
«Il Resto del Carlino» di Rimini [1991]

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Antonio Montanari, Voci e sussurri 1982-1991
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Commiato

In chiusura di pagine, sono doverosi i


ringraziamenti. Ai lettori che mi seguono,
condividendo le opinioni espresse (ma
attenzione, è sempre meglio diffidare dei
cronisti); e a quelli che, pur leggendomi,
rifiutano il sugo di questi discorsi, perché
affezionati ad una cucina diversa: a costoro, la
gratitudine dev'essere sinceramente doppia.
Grazie anche al redattore capo, cavia di ogni
parto giornalistico, vittima della mia enorme
confusione mentale: egli sovraintende, intende e
pretende, con la precisione di un filosofo tedesco,
al quale vagamente rassomiglia, quando
impersona in sé quel fondamentale principio
dialettico per cui «ogni idea trova sempre
concreta realizzazione nella realtà».
Grazie al direttore che, come gli Indiani dei
film western, comunica con il prossimo
attraverso segnali di fumo: il gradimento di un
pezzo, è una doppia tirata alla sua immancabile
sigaretta, con la quale annebbia la redazione.
Ogni giornale che si rispetti ha un angolino
urticante, una zona franca che dev'essere
diversa dal resto (…«del Carlino»?). Se la mia
rubrica esiste e continua, il merito va a Terenzi e
a Tonelli che sanno trovare parole di conforto
alle mie depressioni, quando mi stufo di scrivere
in uno spazio nato per ischerzo, continuato per
gioco, ma adesso divenuto una specie di incubo
settimanale.
Quando si avvicina il momento di mettere
nero su bianco, ripenso ad una preghiera di San
Tommaso Moro: «Signore, donami la salute del
corpo e il buon umore necessario per
mantenerla…». E spero che il buon umore lo
abbiano anche i lettori, soprattutto quanti sono
citati con nome e cognome. Quella preghiera
insegna ottimismo, ma non non dimentico però
quanto ricorda la Storia: che Tommaso Moro finì
condannato a morte. E così non sia.

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Hanno partecipato, Gemmani Giuseppe


in ordine alfabetico Ghinelli Enrico
Ghirardelli Primo
Abbondio, don Gianni Angelo
Accreman Veniero Gigli Silvio
Adamo (senza Eva) Gozzano Guido
Adriatico, mare Gradisca
Alessi Giorgio Lanterne
Alici Francesco Lego
Alighieri Dante Leoni Piero
Andreotti Giulio Lockness, mostro
Aosta, Valle d' Longo Pietro
Avati Pupi Lucciole
Baci Perugina Lucentini Franco
Bartolani Umberto Lugli Remo
Barucci Gino Maradona Diego
Basagni Andrea Marano, fiume
Battaglino Franco Meldini Piero
Benigni Roberto Melli, dott. Usl
Benzi don Oreste Minghini Davide
Biagi Enzo Monti Vittorio
Bianchini Athos Moretti Marco
Biscardi Aldo Movimento popolare
Butterfly Madama Nannini Gianna
Campanella Tommaso Nicolò Augusto
Capacci Renato Nozzoli Guido
Cappellini Aldo Mario Pajetta Giancarlo
Carapezzi Adone Palli Margherita
Cardellini Silvano Pavarotti Luciano
Carlino, il Resto del Piccari Nando
Carlo d'Inghilterra Piccoli Flaminio
Cavour, piazza Pierani Terzo
Ceccaroni Walter Piro Franco
Cederna Antonio Pitea Antonio
Cervellati Pier Luigi Pizzaioli
Cesare Giulio, romano Portaborse di Preti L.
Chiari Walter Preti Luigi
Cocotte, v. Gozzano Questore di Forlì
Conti Massimo Renzo & Lucia
Cortigiana (Riccione) Roba Giovanni
Craxi Bettino Romito cap. Nicola
Cristoforo, padre San Giuliano, borgo
Crosby Theo Satta Luciano
Dasi G. Filiberto Servadei Stefano
De Carlo, piano Sgarbi Vittorio
Deaglio Mario Spigolon Gianluca
Diana d'Inghilterra Stecca Loris
Einstein Albert Tamarensis, alga
Elisabetta d'Inghilterra Tiberio, ponte
Fabbri Daniele Titano, monte
Faenza Liliano Tonini Carlo
Favero Gastone Totò
Fellini Federico Urbanovic Lyubisa
Ferretti Mario Vespasiano, imper.
Forzutini Clodoveo Vespasiano, W.C.
Fruttero Carlo Villa Vanna
Galli della Loggia E. Vitelloni
Galli, teatro Vuccumprà
Gallo Domenico Willy, squalo gigante
Gambini Sergio Wittgenstein Ludwig
Garattoni, palazzo Zaffagnini Zeno
Garbino, vento di Zavoli Antonio
Gazzetta di Rimini Zavoli Sergio

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