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Anatomia della scimmia antiberlusconiana

di Marco Bascetta
Il termine non poi cos antico. La sua fortuna risale al passaggio tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Il suo
ambiente ideale fu il craxismo in ascesa, la farlocca modernizzazione italiana, il patriottismo delle firme e della
competitivit, la retorica, perlopi priva di fondamento, dellefficienza e della razionalizzazione. Stiamo parlando di
quella parola magica che da allora non ci ha pi lasciato: la governabilit. Sono gli anni in cui la nuova ideologia
italiana andava formandosi, travolgendo apparentemente ogni ostacolo o resistenza, accompagnata dal farfugliare tanto
incomprensibile quanto osannato dello psicanalista milanese Armando Verdiglione e da un linguaggio capace di
trasformare un amore in un investimento affettivo.
Ma che cosa voleva significare di diverso quella parola dalla pretesa di ordine sociale, di legiferare indisturbati e di
rendere esecutive le leggi che propria di qualunque governo? La governabilit guardava non al futuro ma al passato e
cio a quella lunga stagione di grande insubordinazione sociale, di rifiuto delle gerarchie e dei ruoli consolidati, di
disobbedienza, di conflitto e desiderio di libert che a partire dalla fine degli anni 60 si era protratta per tutto il
decennio successivo mettendo sotto pressione, e non di rado sotto ricatto, grandi e piccoli poteri. La stagione, in breve,
dellingovernabilit alla quale, con ogni mezzo, si intendeva porre fine. Non che in quel decennio abbondante non vi
fossero stati governi che governavano, produttori che producevano, profitti che si accumulavano, e perfino la
rappresentanza politica godeva di una salute infinitamente migliore di quella comatosa in cui oggi versa.
Governabilit significava dunque leliminazione del conflitto sociale, in tutte le sue forme non interamente
addomesticate, come precondizione di un governo efficace, laspirazione a una posizione protetta nella quale i
governanti non avessero pi nulla da temere da parte dei governati e non dovessero pi cedere alcunch sotto la
pressione delle lotte o la diffusione di massa di stili di vita improduttivi e difficilmente controllabili, come era accaduto
per pi di un decennio. Linflazione alla quale si voleva ad ogni costo porre fine era soprattutto quella dei diritti, delle
libert, dei signorn e di ogni variabile che si pretendesse indipendente.

In quel frangente, la posta pi importante in gioco era la ripresa di controllo sulleconomia, sottraendola il pi possibile
alla contrattazione, non tanto quella pi gestibile al vertice con le grandi centrali sindacali, quanto quella implicita
nellinsubordinazione operaia o nella volont, socialmente diffusa e praticata in diverse forme di appropriazione, di
vivere come recita oggi il catechismo della Bce al di sopra dei propri mezzi. Governabilit rivelava lesordio di
quel percorso ideologico che avrebbe condotto a inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione, definitiva
consacrazione delle compatibilit finanziarie. E che, nellanno cruciale 1980, partiva dal luogo, non solo simbolico, che
per primo doveva essere ricondotto alla governabilit, poich a dispetto della sua natura gerarchica e autocratica, vi si
era lungamente sottratto: la fabbrica. Si consum allora la sconfitta della lunga lotta degli operai Fiat, con la cosiddetta
marcia dei 40.000 funzionari e guardiani del governo di fabbrica che reclamavano, e ottennero, la piena governabilit
degli stabilimenti. Con laiuto di una sinistra che mai aveva digerito lautonomia dei soggetti sociali e, finalmente, dopo
avere cercato con ogni mezzo, dalla politica dellausterit, alle leggi di emergenza, allunit nazionale di restaurare la
disciplina nel suo campo, ne vedeva finalmente fiaccata lenergia. Non era solo il segno del fordismo in declino, ma il
segnale che la nuova stagione non si sarebbe affatto discostata dalla legge del pi forte, che i nuovi stili di vita o
avrebbero accettato di mettersi al lavoro o sarebbero stati sospinti nellindigenza e nella marginalit. Lingovernabilit,
del resto, non ha mai significato una assenza di governo o lequilibrio precario e mutevole tra le forze politiche, come
vorrebbe la lettura puramente istituzionale che alla fine ha prevalso, bens una turbolenza sociale che minava pi o
meno direttamente gli interessi dominanti, costringendo le forze di governo e di opposizione a ogni genere di
equilibrismi, attenzioni e concessioni. Qualcosa che andava mutando le forme di vita, le aspirazioni e le stratificazioni
di classe fuori e contro gli schemi stabiliti nel dopoguerra, come terreno comune, dallinsieme delle formazioni
politiche. La modernizzazione degli anni Ottanta non fece che cavalcare questa spinta antistatalista e libertaria
piegandola al mercato, quello propriamente detto, quello politico e quello, contiguo, della corruzione. Il significato del
termine governabilit stava a designare precisamente questo, nonch la necessit di riformare le strutture istituzionali
e larchitettura dei poteri in un modo che sapesse accompagnare pi efficacemente questo processo. Il quale raggiunse
la sua forma compiuta e vincente solo negli anni Novanta con laffermazione di Silvio Berlusconi e del suo partito in
franchising che prometteva nuove strabilianti forme di mobilit sociale e metteva sul mercato nuove identit.

In parallelo, muoveva i primi passi di una vita grama e perdente lantiberlusconismo, la veste pi misera e scolorita che
la sinistra italiana abbia mai indossato nella sua storia. In questo collettore confluivano indigeribili pozioni ideologiche
della pi varia natura: frontismo, giustizialismo, moralismo, culto dello Stato, apologia dellausterit, liberismo arcigno
e incravattato, riflessi dordine, patriottismo. Nemmeno lauspicio di un colpo di Stato ad opera dellarma dei
carabinieri per ristabilire la legalit repubblicana ci stato risparmiato dal campo della sinistra (a regolare i conti con la
democrazia ci penser poi, a tempo debito, Giorgio Napolitano). Il tutto accompagnato per anni, soprattutto quelli dei
governi della sinistra, da astuzie e ipocrisie dogni sorta, per non mettere a repentaglio dispositivi di potere e strumenti
di controllo sociale sostanzialmente condivisi e compartecipati. Lantiberlusconismo, con le sue ossessioni legalitarie e
punitive, con la sua risibile ideologia meritocratica, con la sua celebrazione della ratio tecnocratica, con le sue
inclinazioni censorie, con il suo galateo del politicamente corretto, con la sua etica del sacrificio venata di capitalismo
caritatevole stata la pi poderosa macchina contro il conflitto sociale e la devianza dai comportamenti prescritti
messa in funzione nellultimo ventennio. Pronta a girare a pieno ritmo non appena nelle piazze dava a vedersi qualche
segno di turbolenza, puntualmente accolto da roboanti condanne bipartisan.
Nessuno schieramento politico quanto quello antiberlusconiano ha mai mostrato una povert culturale e politica tanto
desolante, un personale politico tanto pallido e banale. Tra le sue produzioni culturali pi eminenti possiamo annoverare
la squisita prosa di Marco Travaglio, il narcisismo inquisitorio di Michele Santoro, la veemente oratoria di Antonio
Ingroia, la profondit filosofica di Michela Marzano, le esigue masse sollevate da Micromega in difesa della
Costituzione, la breve fortuna del colore viola, labbigliamento di Mario Monti, le lacrime di Elsa Fornero, senza
dimenticare naturalmente le promesse elettorali del Pd e gli otto punti che avrebbero sconvolto il mondo, nonch lo stile
smart di Matteo Renzi che certamente lo sconvolger. In tutta la storia miseranda del frontismo antiberlusconiano non
una sola sillaba (di azione neanche a parlarne) che raccogliesse le domande di libert, di reddito, di accesso alla
ricchezza sociale, di autodeterminazione avanzate dai soggetti sociali investiti dalla crisi, ricattati dai padroni del lavoro
precario o sfruttati da quelli del lavoro stabile.
Diceva Marx che lanatomia delluomo spiega quella della scimmia, che dagli esiti, insomma, si capiscono i primordi.
Dal governo Letta, dunque, dalla grande coalizione tra gli irriducibili avversari di un tempo, tra affaristi
impresentabili e bolscevichi mai pentiti (cos diceva la propaganda) promossa e benedetta da un campione della
destra migliorista del Pci, sempre pronta a reprimere ogni insorgenza dal basso, unica arzilla eredit di quel partito, si
comprende, infine, lanatomia dellantiberlusconismo e per quale ragione esso sia stato strutturalmente incapace di
liberarsi del suo storico bersaglio. La parola che sta alla base e al vertice di questo connubio ancora una volta
governabilit, il primato indiscutibile dei governanti sui governati che riassume in s la concezione attualmente
dominante di una democrazia prossima alla caricatura dello Stato etico. Il fatto che lantiberlusconismo non abbia mai
neanche sfiorato i fondamentali del liberismo, mai preso di petto la concentrazione della ricchezza, quella sostanziale,
non quella dellesibizionismo cafone che tanto appassiona i nostri Savonarola, mai lasciato spazio alla libert
individuale o collettiva, mai contemplato la critica delle norme e dei poteri, ha avuto come esito scontato la fusione con
il suo opposto nellorizzonte di un ordine costituito ampiamente condiviso. Tutti gli infiniti vizi e crimini imputati al
cavaliere e a gran parte dei suoi accoliti, tornavano cos ad essere ci che dal punto di vista dellesercizio del potere o,
come si sarebbe detto una volta, del sistema, erano sempre stati, vale a dire una minuzia, un dettaglio. Del quale, se non
fosse per lamor proprio e le prerogative di casta della magistratura, nessuno tornerebbe a interessarsi.
Lesito elettorale aveva, tuttavia, rimesso in pista lo spettro dellingovernabilit. Sembrava impossibile che si
consumasse uno spergiuro cos eclatante come quello di cui sarebbe stato protagonista il Partito democratico. Il
Movimento 5 Stelle, sebbene profondamente intriso di antiberlusconismo benpensante, conservava una vena di follia
che avrebbe potuto ostacolare, se non impedire del tutto, il raggiungimento di un equilibrio stabile. Con la fine del
regno di Giorgio Napolitano, poi, il vuoto di potere e i margini di incertezza si ampliavano ulteriormente. In molti
avevano sperato che in un simile frangente un cambiamento abbastanza incisivo sarebbe stato non solo possibile, ma
addirittura obbligato, che potesse aprirsi una stagione di instabilit nella quale incunearsi e tornare a strappare potere
dacquisto e forza contrattuale. Tuttavia, anche in questo caso lesito ci spiega la premessa. Lassenza di un governo, la
vacanza del Quirinale, i veti incrociati dei partiti e il patetico tentativo del Movimento 5 Stelle di restaurare la
rappresentanza, almeno quella del risentimento, non costituivano affatto una condizione di ingovernabilit, come la
conclusione della vicenda ci ha poi dimostrato. Questo Paese ha vissuto, in fondo, un gran numero di lunghe e
lunghissime crisi di governo. A garantire la governabilit non stato il trucco di rieleggere Napolitano alla presidenza
della Repubblica, n la formazione del governo presieduto da Enrico Letta, ma lassenza di una conflittualit sociale
significativa. Figlia, questassenza, non solo del ricatto ormai interiorizzato della crisi e delle sue compatibilit, ma
anche del ventennio antiberlusconiano impegnato maniacalmente nella richiesta di regole e obbedienze, mai
nellinterrogazione sullequit e sostenibilit delle regole vigenti e men che meno incline a contestarle. Questa
soggezione acritica alla legalit esistente o, peggio, la volont di stringerne ulteriormente le maglie, non di rado
accompagnata da sventolio di manette e celebrazioni della magistratura, la base pi solida della governabilit. Ed ha
agito, come la conclusione della vicenda testimonia, non a favore delle vittime della crisi, ma a favore di Berlusconi, il
quale da buon sbandieratore dello spettro del comunismo sa benissimo, contrariamente agli allocchi viola, che la
giustizia di classe (della sua naturalmente). Decenni di antiberlusconismo hanno prodotto alla fine unalleanza di
governo con il partito di Berlusconi che tiene per giunta nelle sue mani tutti i fili per condizionarla.
Spostiamoci ora dal piano nazionale a quello europeo. Dopo la parentesi del governo dei professori, trasformati in
scolari dediti a fare i compiti a casa, per i quali le regole comunitarie (imposte e difese, nella loro forma attuale, da
Paesi e poteri forti) erano indiscutibili, razionali, eticamente formidabili e foriere di un magnifico progresso, di fronte ai
morsi della recessione e a una evidente eterogenesi dei fini, la grande coalizione ne chiede, per ora timidamente,
lallentamento, lammorbidimento. Senza mai spingersi, tuttavia, verso una vera e propria rimessa in discussione del
catechismo comunitario e senza volersi confondere, non sia mai, con greci, portoghesi, ciprioti, spagnoli e altri
dissipatori che, comunque, costituirebbero una massa critica. Il problema che ormai comincia a farsi strada nella mente
dei governanti di diversi Paesi europei il rischio, anzi la relativa certezza, che la governabilit dellUnione finisca col
determinare a breve termine lingovernabilit interna di molti Stati che la compongono e che neanche le grandi
coalizioni, Atene docet, siano in grado di scongiurarla se non sullonda di un panico che non potr tuttavia protrarsi in
eterno. Cos come a Bruxelles, e soprattutto a Berlino, si teme la situazione esattamente opposta e cio che una ripresa
vincente della conflittualit sociale, contro le politiche di austerit imposte in nome dellEuropa dai governi nazionali,
minacci seriamente i dividendi della Spa europea che i suoi azionisti pi forti si aspettano di incassare regolarmente. In
questo intersecarsi dei piani, che comincia a riguardare non solo i pi esposti paesi mediterranei, lo spazio
dellingovernabilit pu tornare a crescere. E tornare a riaffermarsi una cultura del conflitto che aggredisca senza
complimenti lideologia dellunit nazionale, letica del sacrificio e le politiche di austerit facendola finalmente finita
con lantiberlusconismo e forse, finalmente, anche con le sette vite del cavaliere.