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sezione 1 Il Medioevo

Chiare, fresche et dolci acque


(CANZONIERE, 126)
In questa canzone, composta nel 1345, Petrarca
ricorda la figura di Laura, mentre si bagna nelle
acque del fiume Sorga, presso Valchiusa. La donna
acquista realt e dolcezza dalla natura che la circonda, in unevocazione ricca di luminosit e leggerezza: chiare e fresche sono le acque, lievi i fiori che
cadono volteggiando sulle sue vesti, serena laria.
Dopo questo quadro iniziale, il poeta introduce

repentinamente il triste presagio della propria morte,


fantastica su di essa, ne mitiga la drammaticit con
la speranza che il suo corpo possa ricevere sepoltura
in quel paesaggio ridente e che Laura, tornando in
quei luoghi desiderosa di vederlo, lo pianga dopo
averne scoperto la tomba. Dopo il vagheggiamento
del futuro ritorna ancora lesaltazione della bellezza
di Laura splendente nella cornice della natura.

CONTENUTI

La bellezza di Laura e la suggestione del paesaggio


Il presagio di morte
Un estatico rapimento annulla i confini tra realt e immaginazione

ELEMENTI
DI PENSIERO
E DI POETICA

Lidealizzazione della figura femminile e del paesaggio


La trasfigurazione della realt: il vero soggetto della lirica lio del poeta

METRICA: CANZONE di cinque stanze e un congedo. Ogni stanza ha tredici versi (endecasillabi e sette-

nari) con rime: ABC ABC (FRONTE), C (CHIAVE), DEE DFF (SIRMA).

10

1. acque: quelle del fiume Sorga,


affluente del fiume Rodano, che
scorre nei pressi di Valchiusa,
localit a pochi chilometri da
Avignone in cui Petrarca viveva.
2. ove: nelle quali. Limmagine
della donna che si bagna un
tema ricorrente della letteratura
latina e medievale: non si deve
dunque pensare che Petrarca
abbia realmente sorpreso Laura
immersa nelle acque del Sorga.
3. colei... donna: lunica che ai
miei occhi sembri veramente
padrona del mio cuore (donna

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Chiare, fresche et dolci acque1,


ove2 le belle membra
pose colei che sola a me par donna3;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna4;
herbe et fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co langelico seno5;
aere sacro, sereno6
ove Amor co begli occhi il cor maperse7;
date udenzia insieme
a le dolenti mie parole extreme8.
da domina che in latino significa padrona ma qui anche
donna). Il poeta, profondamente innamorato di Laura, vede solo
in lei lespressione della vera bellezza femminile.
4. gentil ramo... colonna: albero
(ramo; una SINEDDOCHE che
indica una parte per il tutto)
nobile (gentile, perch toccato
da Laura), al quale a lei piacque
e lo ricordo (mi rimembra)
ancora sospirando appoggiare
(fare colonna) il suo bel
fianco.

5. herbe et fior seno: erba e fiori


che la leggiadra veste (gonna)
e langelico seno ricoprirono. Da
notare luso dellaggettivo angelico che spiritualizza limmagine
sensuale del corpo di Laura; altri
interpretano seno con il significato di lembo della gonna
(dal latino sinus).
6. aere sacro, sereno: laria
(aere) sacra per la presenza
di Laura, che al poeta appariva
come una dea, e serena perch
rasserenata dalla luce dei begli
occhi di lei.

7. ove Amor... aperse: dove,


per mezzo di quel soave sguardo (co begli occhi), Amore
mi apr il cuore (alla gioia).
8. date udenzia... extreme:
ascoltate (date udenzia) le
mie ultime (estreme) parole
(cio quelle che io posso dirvi
prima di morire) piene di dolore
(dolenti). Questa la frase
reggente della prima strofa; i
soggetti sono le acque, il
ramo, lherbe, i fior e
laere invocati dal poeta.

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9. Segli... chiuda: se davvero (pur) mio destino, e il


cielo si adopera a tal fine (in
ci), che Amore debba chiudere questi miei occhi lacrimanti
(che cio io debba morire struggendomi nellamore). Egli
un PLEONASMO che si riferisce al
destino.
10. qualche... ricopra:
una
qualche sorte propizia (grazia) faccia s che il mio povero
(meschino) corpo sia sepolto
fra voi (cio in questi luoghi cari
al mio ricordo).
11. e torni... ignuda: e lanima
(alma), spoglia del corpo
(ignuda), ritorni alla dimora
(albergo) che le propria, cio
al cielo.
12. La morte... passo: la morte
sar (fia) (per me) meno dolo-

Francesco Petrarca
e il Canzoniere

Segli pur mio destino,


e l cielo in ci sadopra,
chAmor questocchi lagrimando chiuda9,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra10,
e torni lalma al proprio albergo ignuda11.
La morte fia men cruda
se questa speme porto
a quel dubbioso passo12:
ch lo spirito lasso
non poria mai in pi riposato porto
n in pi tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et lossa13.
Tempo verr anchor forse
cha lusato soggiorno
torni la fera bella et manseta14;
et l vella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disosa et lieta,
cercandomi15: et, o pita16!
gi terra infra le pietre
vedendo17, Amor linspiri
in guisa che sospiri
s dolcemente che merc mimpetre,
et faccia forza al Cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo18.
Da be rami scendea
(dolce ne la memoria)19
una pioggia di fior sovra l suo grembo;
et ella si sedea
humle in tanta gloria20,
coverta gi de lamoroso nembo21.

rosa (cruda) se potr portare nel cuore questa speranza


(speme) fino al limite estremo
della vita. Il dubbioso passo
quello della morte, perch
incerta la sorte che luomo potr
meritare nellaldil.
13. ch lo spirito... lossa: poich lo spirito affranto (lasso)
non potrebbe (poria) certamente lasciare la carne sofferente (travagliata ) e le ossa
(il meschino corpo dei vv.
17-18), in un luogo (porto)
pi tranquillo (riposato). Da
notare lALLITTERAZIONE del fonema p al v. 24.
14. Tempo verr... manseta:
verr forse il giorno in cui la
bella e gentle fiera (fera bella et
manseta un OSSIMORO), cio
Laura, torner in questo luogo

dove solita recarsi (usato soggiorno).


15. et l cercandomi: e si guardi intorno (volga la vista),
desiderosa (disosa) e lieta,
per cercarmi in quel luogo dove
ella (l vella) mi vide (scorse) in quel giorno benedetto,
(cio quello in cui si sono incontrati sulle rive del Sorga).
16 o pita!: o pietosa visione!
17. gi terra... vedendo: vedendomi gi diventato polvere (terra)
fra le pietre del sepolcro.
18. Amor velo: Amore la
ispiri in modo (in guisa) da
farla sospirare in maniera cos
dolce da ottenere (impetre)
per me la misericordia dal cielo
(merc) e con il suo pianto
(asciugandosi gli occhi col bel
velo una PERIFRASI) vinca la

severit del giudizio divino (faccia forza al Cielo).


19. (dolce ne la memoria): linciso sottolinea la dolcezza che
accompagna il ricordo di quella
visione goduta dal poeta.
20. in tanta gloria: in quel trionfo della natura, che esulta intorno a lei con una pioggia di fiori
(in tanta gloria), acquista pi
delicato fascino la soave immagine di Laura, dal cui volto si irradia lumilt. Il modello Beatrice
di cui Dante, nella Vita Nova,
aveva detto: Ella coronata e
vestita dumilitade sandava
(cap. XXVI, vedi p. 240, rr. 6-7).
21. coverta... nembo: avvolta
da una nuvola (nembo) di
fiori, che Amore riversa su di
lei (come in atto di doveroso
omaggio).

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sezione 1 Il Medioevo

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Qual22 fior cadea sul lembo23,


qual su le treccie bionde,
choro forbito et perle
eran quel d a vederle24;
qual si posava in terra et qual su londe25;
qual con un vago errore
girando26 parea dir: Qui regna Amore.
Quante volte dissio
allor pien di spavento27:
Costei per fermo28 nacque in paradiso!
Cos carco doblio
il divin portamento
e l volto e le parole e l dolce riso
maveano, et s diviso
da limagine vera29,
chi dicea sospirando:
Qui come vennio, o quando?;
credendo esser in ciel, non l dovera.
Da indi in qua30 mi piace
questa herba s che altrove non pace31.
Se tu avessi ornamenti quanti voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho et gir infra la gente32.
da Canzoniere, cit.

22. Qual: qualche. Anche ai vv.


47, 50 e 51 con sottinteso fior.
23. sul lembo: sul lembo della
veste. Tutta la natura esalta la
bellezza di Laura e sembra animata dalla sua presenza.
24. choro... a vederle: quel giorno i capelli di Laura (le treccie
bionde del v. 47) sembravano
doro lucente (forbito) e adorni di perle.

364

25. su londe: sul fiume.


26. con un... girando: sospeso in aria (girando) con un
leggiadro (vago) volteggiare
(errore).
27. pien di spavento: preso dallo
stupore, dallammirazione.
28. per fermo: di certo.
29. Cos... vera: fino a tal punto
il divino portamento, il volto, le
parole e il dolce sorriso (riso)

di Laura mi avevano tolto la


coscienza di me stesso (carco
doblio da collegare al verbo
aveano del v. 59; carco un
participio passato) e mi avevano
allontanato (s diviso) dalla
realt (limagine vera).
30. Da indi in qua: dallora in
poi.
31. mi piace pace: mi piace
a tal punto questa riva tutta

Il paesaggio di
Valchiusa, affreschi di
Casa Petrarca ad Arqu,
part., met XVI sec.

verde derba (la riva su cui sedeva Laura) che altrove non trovo
(, ho) pace.
32. Se tu... la gente: se tu avessi
tutti gli ornamenti che desideri dice il poeta rivolgendosi
alla canzone potresti uscire
dalla quiete di questo bosco (di
Valchiusa) e andare in mezzo
(gir infra) alla gente (per farti
conoscere).

Unit 7

Francesco Petrarca
e il Canzoniere

PER LAVORARE SUL TESTO


Per capire meglio la CANZONE analizziamo i contenuti delle singole STANZE.
 Prima stanza. Il poeta si rivolge agli elementi della
natura, testimoni del suo amore, e li invita ad ascoltarlo. La strofa ricca di suoni e parole che concorrono a
esaltare la bellezza di Laura e del luogo. La parola chiave un aggettivo molto comune, bello: belle membra, bel fiancho, begli occhi. Abbiamo gi messo
in rilievo come Petrarca scelga parole piane, semplici,
duso comune, a formare un intreccio lessicale nel quale
nessun elemento spicca sugli altri (unilinguismo, vedi
p. 325). Altrettanto semplici sono gli aggettivi chiare,
fresche, dolci, gentil, leggiadra, angelico,
sereno e i sostantivi acque, ramo, fiancho,
herbe, fior, gonna, seno, aere, occhi, che
esprimono una visione di grazia, leggiadria e bellezza.
 Seconda stanza. Annunciato dal v. 13 (a le dolenti mie
parole extreme), si affaccia un triste presagio di morte: se
il poeta deve morire damore, che almeno il suo destino
si compia in questo luogo a lui cos caro, perch testimone dei suoi sentimenti. Il lessico si intona alla malinconia
del poeta e fa da contrappunto a quello della prima strofa
con parole, immagini tristi e tetre: destino, occhi lagrimando chiuda, meschino corpo, alma ignuda,
morte, dubbioso passo, spirito lasso, fossa,
carne travagliata et lossa; sono termini ed espressioni
che hanno in comune lidea di morte.

VERSO LESAME

 Terza stanza. La tristezza del presagio sfuma in un sogno di consolazione: il poeta immagina di essere morto e
che Laura torni in quel luogo desiderosa di vederlo, trova la
tomba del poeta, si asciuga gli occhi col bel velo e prega Dio invocando piet per la sua anima. Il pensiero della
morte non gli incute pi paura a Petrarca, ma gli infonde un
senso di pace, grazie alla metamorfosi amorosa di Laura,
definita, con un celebre OSSIMORO, fera bella et manseta.
 Quarta stanza. Questa strofa si riallaccia alla prima
riprendendo la descrizione di Laura e del paesaggio con
immagini che dissolvono ogni ombra di malinconia. Nella memoria, pacificata dal sogno, la natura torna in festa:
una pioggia di fiori cade sullerba, sullacqua, su Laura e
sui suoi biondi capelli; fiori volteggiano nellaria a coronare una visione damore.
 Quinta stanza. Nella frase centrale della stanza, Costei per fermo nacque in paradiso, non c nulla che possa riallacciarsi alla concezione stilnovistica della donna
angelo: si tratta infatti di unIPERBOLE. La visione del poeta
cos suggestiva da farlo cadere in uno stato di estasi in cui
la realt si dissolve dandogli lillusione di esser in ciel.
 Congedo. Gli ultimi tre versi formano il congedo, formula di chiusura tradizionale delle canzoni. Il poeta si
rivolge direttamente alla sua canzone e la invita a uscire
dal luogo che le fa da sfondo e ad andare tra la gente per
farsi conoscere.

1a prova, tip. A

COMPRENSIONE

La natura
1. Dove ambientata la canzone?
Laura
2. Spiega lespressione fera bella e manseta con cui
Petrarca definisce Laura.
ANALISI

Le gure retoriche
3. Che cosa intende evidenziare il poeta con lanafora di
qual ai vv. 46, 47, 50, 51?
La sintassi
4. Dopo aver letto lanalisi sintattica della prima stanza a
p. 366, fa lanalisi sintattica delle stanze successive; se
puoi individua il tipo di dipendenti.

Analisi di un testo poetico


I tempi della canzone
5. Analizza i piani temporali che si alternano nella lirica:
la prima stanza introduce nella dimensione del ricordo, perci i tempi verbali sono al passato. Sottolineali.
Quali tempi prevalgono nelle altre stanze?
Lo schema metrico
6. Per esercitarti a riconoscere lo schema metrico della
canzone petrarchesca, applica quello che trovi fatto a
p. 366 per la prima stanza, anche alle altre: individua in
ciascuna stanza la fronte con i due piedi, la chiave, la
sirma con le due volte. Verifica se la chiave collegata,
nella rima, allultimo verso della fronte e, nel significato, al primo verso della sirma.
7. Sul modello del grafico della divisione in sillabe del
primo piede della prima stanza (p. 366), dividi in
sillabe anche il secondo, verificando la misura dei settenari e degli endecasillabi. Dovrai individuare anche
le sinalefi.

365

per saperne di pi | La sestina da Petrarca al Novecento


Le forme metriche del Canzoniere
Una storia delle forme metriche nella poesia italiana potrebbe fondatamente prendere le mosse dal Canzoniere
di Francesco Petrarca. Il grande poeta aretino, in realt, non inventa, ma porta a perfezione le strutture metriche
che si erano venute via via formando nella letteratura medioevale, e, grazie alla fortuna straordinaria della sua
opera, funge da modello per molti secoli.
opportuno ricapitolare la variet delle forme metriche e la loro ricorrenza nella raccolta petrarchesca: essa
comprende 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali.
La sestina: schema metrico
Di esse la sestina, la cui invenzione attribuita al poeta provenzale Arnaut Daniel, certamente la pi ostica.
Composta da sei strofe di sei versi endecasillabi, dette stanze, e da una conclusiva di tre versi, detta commiato,
la sestina si fonda non gi sulla rima pura e semplice, bens sulle parole-rima. I termini, cio, con cui si chiude
ciascuno dei versi della prima strofa si ripetono in tutte le strofe successive, secondo un preciso schema metrico,
detto retrogradatio cruciata. Esso consiste nel disporre le parole-rima di ciascuna stanza, rispetto alla precedente, secondo il seguente ordine: ultimo verso-primo-quinto-secondo-quarto-terzo.
Le sei parole-rima ritornano infine nella terzina conclusiva, tre allinterno e tre alla fine del verso, componendo
insieme un periodo che, ovviamente, abbia un senso logico.
Per esemplificare questo schema complicatissimo utilizziamo la sestina A qualunque animale alberga in terra,
componimento n. 22 del Canzoniere.
Eccone la prima strofa:
A qualunque animale alberga in terra,
se non se alquanti chnno in odio il sole,
tempo da travagliare quanto l giorno;
ma poi che l ciel accende le sue stelle,
qual torna a casa et qual sanida in selva
per aver posa almeno infin a lalba.
Nelle strofe successive, ritroveremo le stesse parole a conclusione di ciascun verso, secondo lo schema sopra
descritto. Riportiamo lordine delle parole-rima nelle sei strofe:

I strofa

terra (A)

sole (B)

giorno (C)

stelle (D)

selva (E)

alba (F)

II strofa

alba (F)

terra (A)

selva (E)

sole (B)

stelle (D)

giorno (C)

III strofa

giorno (C)

alba (F)

stelle (D)

terra (A)

sole (B)

selva (E)

IV strofa

selva (E)

giorno (C)

sole (B)

alba (F)

terra (A)

stelle (D)

V strofa

stelle (D)

selva (E)

terra (A)

giorno (C)

alba (F)

sole (B)

VI strofa

sole (B)

stelle (D)

alba (F)

selva (E)

giorno (C)

terra (A)

Ed ecco infine la terzina conclusiva, detta commiato, in cui le parole-rima sono presenti tutte, dando luogo a un
unico periodo:
Ma io sar sotterra in secca selva
e l giorno andr pien di minute stelle
prima cha s dolce alba arrivi il sole.
Caratteri poetici della sestina petrarchesca
Si tratta di una forma metrica finalizzata senza dubbio a dar prova di virtuosismo poetico. Eppure in Petrarca
essa ha una funzione espressiva importante, che si inquadra sostanzialmente nella linea estetica classicistica
perseguita dal poeta, tesa a creare nel testo un senso di simmetria, di armonia e di circolarit.

Questo fine perseguito da Petrarca inserendo in questa forma metrica precise regole, che possono essere cos
sintetizzate: corrispondenza strofico-sintattica (ogni stanza conclude un periodo ed separata dalla seguente
dal punto), bilanciata peraltro dallo schema metrico, che fa s che ogni stanza riprenda nel verso iniziale la parolarima con cui si conclude la precedente; luso di parole-rima piane, generalmente sostantivi o aggettivi, mai forme
verbali. Ma ci che risalta lutilizzo delle parole-rima per creare un campo semantico che attraversa lintera
composizione.
Nella sestina sopra riportata, ad esempio, risalta il campo semantico della luce e, nel contempo, lo sfondo cosmico come spazio ideale della descrizione dello stato danimo del poeta, attraverso la contiguit semantica di
ben cinque delle sei parole-rima (terra, sole, stelle, alba, giorno).
La sestina nella poesia moderna
Alla fine dellOttocento la sestina viene ripresa da Giosue Carducci (Notte di maggio, in Rime nuove, 1885), e
quindi da Gabriele DAnnunzio. Mentre per nel primo tale ripresa costituisce un tributo alla grande tradizione
lirica trecentesca, di cui il poeta mantiene in vita tutte le principali regole compositive, la sestina dannunziana, gi
sperimentata nella raccolta Isotteo (1886), perviene a esiti nuovi ed originali nei tre componimenti della sezione
Suspiria de profundis del Poema paradisiaco (1893). Riportiamo una parte del primo di essi:
Chi finalmente a lorigliere il sonno
pu ricondurmi? Chi mi d riposo?
Voi, care mani, voi che ne la morte
mi chiuderete gli occhi senza luce
(io non vedr quel gesto ultimo, o Dio!),
voi non potete, voi, farmi dormire?
Oh dolce, ne la notte alta, dormire!
Oh dolce, nel profondo letto, il sonno!
Che mai feci, che mai feci, mio Dio?
Perch mi neghi tu questo riposo
chio ti chieggo? Rinuncio, ecco, a la luce.
Ben, io sia cieco. Io moffro, ecco, a la morte.
Venga e mi prenda la gelata morte
ne le sue braccia. Io moffro a lei. Dormire
ne le sue braccia, non veder pi luce,
chiuder per sempre gli occhi aridi al sonno!
Ah perch, dunque, tu questo riposo
vorrai negarmi? Che mai feci, o Dio?
[]
Non chiedo il sonno. Io sol chiedo il riposo
de la morte; non pi veder la luce
orrida; eternamente, o Dio, dormire.
Come si nota, la sestina dannunziana, pur lasciando inalterato lo schema metrico tradizionale, contrasta con il
senso classico di armonia che lampia voluta dei periodi e la corrispondenza strofico-sintattica conferiscono alla
sestina petrarchesca. Al contrario DAnnunzio utilizza un periodo rotto, frammentato, fatto di interrogative ed
esclamative retoriche, mentre la ripetitivit della parola-rima, che caratterizza lo schema metrico, viene utilizzata
per conferire al testo un senso ossessivo. Si noti, al proposito, come non solo la parola-rima, ma intere espressioni ricorrano nel testo in modo ripetitivo (che mai feci, che mai feci, mio Dio? ..... che mai feci, o Dio?). Il commiato evidenzia particolarmente le novit stilistiche della sestina dannunziana: qui il periodo unico, in cui Petrarca
immette tutte le parole-rima, sostituito da ben quattro brevi frasi indipendenti, di cui le ultime due presentano il
verbo allinfinito, elemento ulteriore di dissoluzione sintattica.

Il Novecento: Fortini e Ungaretti


Tra i poeti del Novecento citiamo ancora luso della sestina in Franco Fortini e Giuseppe Ungaretti.
Sestina a Firenze di Franco Fortini fu pubblicata la prima volta in Poesia e errore (1959) e poi, nella sua versione
definitiva, con significativa modifica del commiato, in Una volta per sempre (1978). Qui il ripristino della forma
metrica cara alla tradizione lirica toscana del Medioevo giustificato dal richiamo letterario alla civilt fiorentina di
quel periodo (i morti di cui parla Firenze tra i marmi dargento, a cui il poeta si ricongiunger). Riportiamo, dalla
prima versione, lultima stanza e il commiato:
Dunque verso quellombra alla mia terra
vengo da sempre e alle deserte sale
dei templi e delle logge dove il fiore
di Firenze scolora antico, e lerba
parla dei morti fra i marmi dargento.
Ma per questa mia pace inquieta, pietre,
fate che quando taccia a me la terra
possa altri sapere come sale
sempre allinverno delle torri un fiore.
Si noti come in questa prima versione il commiato non rispetti la regola della presenza di tutte e sei le parole-rima.
Pi rigorosa in tal senso la stesura definitiva:
se il vento sale e il sereno alle pietre,
se aprile grida argento, abbia la terra
sempre chi lerba e il tempo intenda e il fiore.
La sestina presente, nella produzione ungarettiana, nel Recitativo di Palinuro, dalla raccolta Terra promessa
(1950; 1954). Riportiamo anche in questo caso lultima stanza e il commiato:
Erto pi su pi mi legava il sonno,
dietro allo scafo a pezzi della pace
struggeva gli occhi crudelt mortale;
piloto vinto dun disperso emblema,
vanit per riaverlo emulai donde;
ma nelle vene gi impietriva furia
crescente dultimo e pi arcano sonno,
e pi su donde e emblema della pace
cos divenni furia non mortale.
Il ritorno alla tradizione petrarchesca, di cui peraltro questa sestina non costituisce un esempio isolato, non
deve far pensare a unoperazione di retroguardia. Al contrario, il processo di rarefazione della fase ermetica si
conserva in essa pienamente. A tale effetto contribuisce la spezzatura dei versi che dissolve lampia costruzione
sintattica tradizionale, cui peraltro si oppone la scelta, anchessa antitradizionale ma gi inaugurata da DAnnunzio e osservata poi in Fortini di legare con enjambement lultima stanza al commiato. Se dunque Ungaretti
riprende la forma della sestina petrarchesca, realizza daltra parte in essa la dissoluzione del linguaggio poetico
tradizionale.

Un'altra risorta
Solo, errando cos come chi erra
senza meta, un po' triste, a passi stanchi,
udivo un passo frettoloso ai fianchi;
poi l'ombra apparve, e la conobbi in terra...
Tremante a guisa d'uom ch'aspetta guerra,
mi volsi e vidi i suoi capelli: bianchi.

Ah! lasci la rinuncia che non dico,


lasci l'esilio a me, lasci l'oblo
a me che rassegnata gi m'avvio
prigioniera del Tempo, del nemico...
Dove Lei sale c' la luce, amico!
Dov'io scendo c' l'ombra, amico mio!...

Ma fu l'incontro mesto, e non amaro.


Proseguimmo tra l'oro delle acace
del Valentino, camminando a paro.
Ella parlava, tenera, loquace,
del passato, di s, della sua pace,
del futuro, di me, del giorno chiaro

Ed era lei che mi parlava, quella


che risorgeva dal passato eterno
sulle tiepide soglie dell'inverno?...
La quarantina la faceva bella,
diversamente bella: una sorella
buona, dall'occhio tenero materno.

Che bel Novembre! come una menzogna


primaverile! E lei, compagno inerte,
se ne va solo per le vie deserte,
col trasognato viso di chi sogna...
Fare bisogna. Vivere bisogna
la bella vita dalle mille offerte.

Tacevo, preso dalla grazia immensa


di quel profilo forte che m'adesca;
tra il cupo argento della chioma densa
ella appariva giovenile e fresca
come una deit settecentesca...
Amico neghittoso, a che mai pensa?

Le mille offerte... Oh! vana fantasia!


Solo in disparte dalla molta gente,
ritrovo i sogni e le mie fedi spente,
solo in disparte l'anima s'obla...
Vivo in campagna, con una prozia,
la madre inferma ed uno zio demente.

Penso al Petrarca che raggiunto fu


per via, da Laura, com'io son la Lei...
Sorrise, rise discoprendo i bei
denti... Che Laura in fior di giovent!...
Irriverente!... Pensi invece ai miei
capelli grigi... Non mi tingo pi.

Sono felice. La mia vita tanto


pari al mio sogno: il sogno che non varia:
vivere in una villa solitaria,
senza passato pi, senza rimpianto:
appartenersi, meditare... Canto
l'esilio e la rinuncia volontaria.

Guido Gozzano, I colloqui (1911)

Solo et pensoso i pi deserti campi


vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human larena stampi.

Persequendomi Amor al luogo usato


ristretto in guisa duom chaspetta guerra,
che si provede, e i passi intorno serra,
de miei antichi pensier mi stava armato.

Altro schermo non trovo che mi scampi


dal manifesto accorger de le genti,
perch negli atti dalegrezza spenti
di fuor si legge comio dentro avampi:

Volsimi, e vidi unombra che da lato


stampava il sole, e riconobbi in terra
quella che, se l giudicio mio non erra,
era pi degna dimmortale stato.

s chio mi credo omai che monti et piagge


et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch celata altrui.

I dicea fra mio cor: - Perch paventi? Ma non fu prima dentro il penser giunto,
che i raggi, ovio mi struggo, eran presenti.

Ma pur s aspre vie n s selvagge


cercar non so chAmor non venga sempre
ragionando con meco, et io collui.

Come col balenar tona in un punto,


cos fu io de begli occhi lucenti
e dun dolce saluto inseme aggiunto.

[Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, 35]

[Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, 110]

Pace non trovo, et non da far guerra;


e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.

Pace non cerco, guerra non sopporto


tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
pieno di canti soffocati. Agogno
la nebbia ed il silenzio in un gran porto.

Tal m' in pregion, che non m'apre n serra,


n per suo mi riten n scioglie il laccio;
et non m'ancide Amore, et non mi sferra,
n mi vuol vivo, n mi trae d'impaccio.

In un gran porto pien di vele lievi


pronte a salpar per lorizzonte azzurro
dolci ondulando, mentre che il sussurro
del vento passa con accordi brevi.

Veggio senza occhi, et non lingua et grido;


et bramo di perir, et cheggio aita;
et in odio me stesso, et amo altrui.

E quegli accordi il vento se li porta


lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita triste ed io sono solo.

Pascomi di dolor, piangendo rido;


egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.
Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, CXXXIV

O quando o quando in un mattino ardente


lanima mia si sveglier nel sole
nel sole eterno, libera e fremente.
Dino Campana, Poesia facile, in Quaderno, 1942

Vincenzo Cardarelli (1887-1959)

Autunno (da Giorni in piena, 1934)


Autunno. Gi lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Memoria dOfelia dAlba (da Sentimento del tempo, 1933)


Da voi, pensosi innanzi tempo,
troppo presto
tutta la luce vana fu bevuta,
begli occhi sazi nelle chiuse palpebre
ormai prive di peso,
e in voi immortali
le cose che tra dubbi prematuri
seguiste ardendo del loro mutare,
cercano pace,
e a fondo in breve del vostro silenzio
si fermeranno,
cose consumate:
emblemi eterni, nomi,
evocazioni pure

Umberto Saba (1883-1957)

Nella sera della domenica di Pasqua,


(da Poesie delladolescenza e giovanili, 1900-1910)
Solo e pensoso dalla spiaggia i lenti
passi rivolgo alla casa lontana.
la sera di Pasqua. Una campana
piange dal borgo sui passati eventi.
Laure son miti, son tranquilli i vnti
crepuscolari; una dolcezza arcana
piove dal ciel sulla progenie umana,
le passioni sue fa meno ardenti.
Obliando, io penso alle leggende
di Fausto, che a questora era inseguito
dallavversario in forma di barbone.
E mi par di vederlo, sbigottito
fra i campi, dove ombrosa umida scende
la notte, e lungi muore una canzone.

Il melanconico (da I prigioni, 15 sonetti, 1924)


Melanconia mi fu sempre compagna.
Ebbi solo da lei mie tante e care
gioie; quel bello ella mha fatto amare
che le mie ciglia di lacrime bagna.
Amo il lido del mare e la campagna
solitaria; da un libro poche e rare
legger parole, e molto meditare,
con una voce che in aere si lagna,
e un ruscelletto che tra i sassi o i fiori
le risponde; un po china amo la fronte,
e tocca gi di tristezza la cosa.
Solo il volgo moffende, egli che fuori
del mio bene mi trasse, e con impronte
dita tocc la mia ferita ascosa.

Unit 13

Eugenio Montale
e la poetica delloggetto

Ti libero la fronte dai ghiaccioli


(LE OCCASIONI, sezione Mottetti)
uno dei Mottetti, entrato a far parte delle Occasioni con la seconda edizione della raccolta (1940).
Il poeta rappresenta la sua musa, Clizia, ormai trasgurata completamente nella veste di donna angelo che torna a lui per portargli salvezza, dopo aver

attraversato in volo gli alti cieli e le terribili correnti


che vi impazzano. Clizia giunge in una giornata
fredda e triste, in mezzo a uomini inconsapevoli del
suo messaggio salvico; il poeta laccoglie nella sua
stanza e si prende cura di lei.

CONTENUTI

Lapparizione della donna amata


La miseria e il dolore della guerra incombente

ELEMENTI
DI PENSIERO
E DI POETICA

Clizia apportatrice di salvezza


Il correlativo oggettivo

METRICA: due QUARTINE di ENDECASILLABI.

Ti libero la fronte1 dai ghiaccioli


che raccogliesti traversando lalte
nebulose2; hai le penne lacerate
dai cicloni3, ti desti a soprassalti4.
5

Mezzod: allunga nel riquadro il nespolo


lombra nera5, sostina in cielo un sole
freddoloso6; e laltre ombre che scantonano7
nel vicolo non sanno che sei qui.
da Tutte le poesie, cit.

1. la fronte: uno dei tratti somatici di Clizia su cui il poeta


insiste (vedi anche La frangia
dei capelli, p. 722).
2. alte nebulose: per METAFORA,
vanno intese come le nuvole
altissime che Clizia ha incontrato nel suo volo siderale.
3. cicloni: sono, in senso proprio, le correnti dellatmosfera,
ma il termine allude anche alla
difficile situazione storica.
4. soprassalti: bruschi movimenti o sussulti; allude al volo
travagliato di Clizia attraverso
il gelo e le correnti del cielo.

5. allunga nera: nel riquadro


della finestra il nespolo proietta (allunga) la sua ombra
scura.
6. sostina freddoloso: in cielo continua a rimanere un sole
che non scalda; sole freddoloso un OSSIMORO.
7. altre ombre... scantonano:
gli uomini inconsapevoli (a differenza del poeta, non si accorgono della venuta di Clizia e
dunque sembrano accomunati
alla vita del nespolo)passano frettolosamente, quasi furtivamente (scantonano).

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Torino,


Collezione privata.

709

sezione 2 Dal primo

al secondo dopoguerra

PER LAVORARE SUL TESTO


Come quasi tutte le poesie dei Mottetti, anche questa concettualmente divisa in due parti che coincidono con le due STROFE.
La prima strofa descrive lapparizione di Clizia, la
donna angelo che nel suo volo siderale ha incontrato
tante difficolt (ghiaccioli, nebulose, cicloni),
in condizioni fisiche e psicologiche di disagio (penne lacerate, soprassalti). Le immagini METAFORICHE
lasciano intendere che Clizia ha attraversato il baratro
di un momento storico angoscioso e della follia umana (siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale)
per illuminare il poeta sulla verit che si nasconde
dietro lapparenza delle cose; solo lei pu essere il
tramite di questa salvezza. il poeta ad accogliere
Clizia e a liberarle la fronte dai ghiaccioli, consapevole della sua presenza salvifica.
La seconda strofa ci presenta una realt totalmente
aliena dal messaggio di salvezza recato da Clizia. La
rappresentazione, secondo la poetica del CORRELATIVO
OGGETTIVO, affidata a oggetti isolati che non comunicano tra loro. Siamo a mezzogiorno, lora tipica della poesia di Montale, qui cos diversa dallarso calore estivo

VERSO LESAME

La salvezza che Clizia reca al poeta solo apparente


perch il mondo non ne ha coscienza (laltre ombre
non sanno che sei qui); al poeta dunque possibile
conoscere il messaggio che Clizia gli porta da un luogo
lontano, ma non pu condividerlo con altri.
La poesia presenta una struttura perfettamente simmetrica: ogni QUARTINA corrisponde a un periodo, e i vv.
3 e 7 sono caratterizzati da una forte pausa (segnata dal
punto e virgola) dopo le prime parole (nebulose,
freddoloso), che creano entrambe un ENJAMBEMENT
con i VERSI precedenti.

Analisi di un testo poetico

1a prova, tip. A

COMPRENSIONE

ANALISI

I ghiaccioli

Le figure retoriche

1. Perch Clizia ha la fronte ingombra di ghiaccioli?

4. Evidenzia nel testo le due figure retoriche del pleona-

I cicloni
2. A che cosa alludono, attraverso una metafora, i ci-

cloni a causa dei quali Clizia ha le penne lacerate?

Clizia
3. Che cosa sottintende la rappresentazione di Clizia in

quanto donna alata, che attraversa alte nebulose,


che ha le penne lacerate?

710

degli Ossi di seppia, come in Meriggiare pallido e assorto


(vedi p. 697). Nel cupo mezzogiorno, un nespolo inquadrato dalla finestra prolunga la sua ombra nera
(un PLEONASMO che enfatizza il senso di oscurit); un
sole freddoloso di gennaio (un OSSIMORO che esprime il senso di apatia e indifferenza di cui soffre il poeta) sostina in cielo; alcuni uomini si muovono sfuggenti nel vicolo l vicino, metaforiche ombre di un
inferno quotidiano ridotte a parvenze anonime, come
lombra proiettata dal nespolo.

smo e dellossimoro. Qual il rapporto di senso tra


queste figure? Per quale ragione il poeta le utilizza?

Il commento
5. In quale strofa il poeta utilizza in modo evidente la tec-

nica espressiva del correlativo oggettivo? Quali sono


gli oggetti? Quale sentimento o pensiero evocano?
Scrivi un commento alla poesia incentrato su questo
aspetto; non superare le due colonne di met foglio
protocollo.

VITTORIO SERENI, Gli strumenti umani (1965)

Ancora sulla strada di Zenna


Perch quelle piante turbate minteneriscono?
Forse perch ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non questa volta un mio lamento
e non primavera, unestate,
lestate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
n, pi fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finir.
E io potr per ci che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore
ma lopaca trafila delle cose
che l dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessit, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite che allocchio di chi torna
e trova che nulla nulla veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano
Dunque piet per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco gi mutato il mio rumore
simpunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.

Riferimenti petrarcheschi in Zanzotto (Sonetto del che fare e che pensare)

CCLXXIII
Che fai? Che pensi? che pur dietro guardi
nel tempo, che tornar non pote omai?
Anima sconsolata, che pur vai
giungnendo legne al foco ove tu ardi?
Le soavi parole e i dolci sguardi
chad un ad un descritti et depinti i,
son levati de terra; et , ben sai,
qui ricercarli intempestivo et tardi.
Deh non rinovellar quel che nancide
non seguir pi penser vago, fallace,
ma saldo et certo, cha buon fin ne guide.
Cerchiamo l ciel, se qui nulla ne piace:
ch mal per noi quella belt si vide,
se viva et morta ne devea tr pace.
[Francesco Petarca, Rerum vulgarium fragmenta]

CL
- Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?
avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? - Che fia di noi, non so; ma, in quel chio scerna,
a suoi begli occhi il mal nostro non piace. - Che pro, se con quelli occhi ella ne face
di state un ghiaccio, un foco quando iverna? - Ella non, ma colui che gli governa. - Questo ch a noi, sella sel vede, et tace? - Talor tace la lingua, e l cor si lagna
ad alta voce, e n vista asciutta et lieta,
piange dove mirando altri non l vede. - Per tutto ci la mente non sacqueta,
rompendo il duol che n lei saccoglie et stagna,
cha gran speranza huom misero non crede.
[Francesco Petarca, Rerum vulgarium fragmenta]