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L'ARTEFICE Jorge Luis Borges

Titolo originale El hacedor


EDIZIONE CON TESTO A FRONTE a cura di Tommaso Scarano
BIBLIOTECA ADELPHI 382 EDIZIONI
INDICE (Per la ricerca dei titoli e Altri dati dellopera utilizzare la funzione trova dal menu
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Nota su copertina del libro
Un giorno il mio amico Carlos Fras, di Emec, mi chiese un nuovo libro per la serie della
mia cosiddetta opera completa. Risposi che non avevo nulla da dargli, ma Fras insistette,
dicendo: "Ogni scrittore ha un libro da qualche parte, se soltanto si d la pena di cercarlo".
Una domenica oziosa, frugando nei cassetti di casa, scovai delle poesie sparse e dei brani di
prosa ... Questi frammenti, scelti e ordinati e pubblicati nel 1960, divennero L'artefice. Cos,
con somma sprezzatura, Borges racconta la genesi di quello che forse il libro pi ricco e
personale della sua maturit, quello in cui la sua scrittura raggiunge una misura e una
classicit destinate a rimanere insuperate: Borges l'Ulisse che, stanco di prodigi,/pianse
d'amore quando scorse Itaca/umile e verde, poich l'arte questa Itaca/di verde eternit,
non di prodigi. Compongono questa sorta di raccogliticcio e disordinato zibaldone 24
brani in prosa composti fra il 1934 e il 1959 (abbozzi e parabole piuttosto che poemi in
prosa) e 29 poesie, per lo pi recenti, che documentano, a distanza di quasi un trentennio
dalla pubblicazione del Quaderno San Martn e dopo la grande stagione narrativa degli anni
Quaranta e Cinquanta, il secondo - e magistrale - esordio del Borges poeta. Qui il lettore
trover alcuni degli scritti che meglio realizzano quel pensativo sentir che costitu il suo
ideale poetico: pochi testi come L'artefice, Parabola del palazzo, Borges e io (sul versante
della prosa) e Gli specchi, Scacchi, Poesia dei doni, Arte poetica, La luna (sul versante della
poesia) esprimono altrettanto felicemente il sentimento borgesiano dell'esistenza, il suo
continuo interrogarsi sul mistero dell'identit, della realt, del tempo e, naturalmente,
sull'essenza della parola e della letteratura. Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel
corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie,
di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima
di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto .

INDICE

A Leopoldo Lugones
pag.11 A LEOPOLDO LUGONES
EI hacedor
pag.15 L'ARTEFICE
Dreamtigers
pag.20 DREAMTIGERS
Dilogo sobre un dialogo
pag.22 DIALOGO SU DI UN DIALOGO
Las uas
pag.25 LE UNGHIE
Los espejos velados
pag.27 GLI SPECCHI VELATI
Argumentllm ornithologicum
pag.31 ARGUMENTUM ORNITHOLOGICUM
EI cautivo
pag.33 IL PRIGIONIERO
EI simulacro
pag.37 IL SIMULACRO

Delia Elena San Marco


pag.41 DELIA ELENA SAN MARCO
Dialogo de muertos
pag.45 DIALOGO DI MORTI
La trama
pag.51 LA TRAMA
Un problema
pag.53 UN PROBLEMA
Una rosa amarilla
pag.57 UNA ROSA GIALLA
El testigo
pag.61 IL TESTIMONE
Martin Fiero
pag.65 MARTIN FIERO
Mutaciones
pag.69 MUTAZIONI
Parabola de Cervantes y de Quijote
pag.71 PARABOLA DI CERVANTES E DON CHISCIOTTE
Paradiso, XXXI, 108
pag.73 PARADISO, XXXI, 108
Parbola del palacio
pag.77 PARABOLA DEL PALAZZO
Everything and nothing
pag.81 EVERYTHING AND NOTHING
Ragnark
pag.85 RAGNARK
Inferno, I, 32
pag.89 INFERNO, I, 32
Borges y yo
pag.93 BORGES E IO
Poema de los dones
pag.97 POESIA DEI DONI
El reloj de arena
pag.101 L'OROLOGIO A SABBIA
Ajedrez
pag.105 SCACCHI
Los espejos
pag.109 GLI SPECCHI
Elvira de Alvear
pag.113 ELVIRA DE ALVEAR
Susana Soca
pag.115 SUSANA SOCA
La luna
pag.117 LA LUNA
La lluvia
pag.125 LA PIOGGIA
A la efigie de un capitn de los ejrcito de Cromwell
pag.127 ALL'EFFIGIE DI UN CAPITANO DEGLI ESERCITI DI CROMWELL
A un viejo poeta
pag.129 A UN VECCHIO POETA

El otro tigre
pag.131 L'ALTRA TIGRE
Blind Pew
pag.135 BLIND PEW
Alusin a una sombra de mil ochocientos noventa y tantos
pag.137 ALLUSIONE A UN'OMBRA DEL MILLEOTTOCENTONOVANTA E ROTTI
Alusin a la muerte del coronel Francisco Borges (1833-1874)
pag.139 ALLUSIONE ALLA MORTE DEL COLONNELLO FRANCISCO BORGES (1833-1874)
In memoriam A.R.
pag.141 IN MEMORIAM A.R.
Los Borges
pag.147 I BORGES
A Luis de Camoens
pag.149 A LUIS DE CAMOENS
Mil novecientos veintitantos
pag.151 MILLENOVECENTOVENTI E ROTTI
Oda compuesta en 1960
pag.153 ODE COMPOSTA NEL 1960
Ariosto y los rabes
pag.157 ARIOSTO E GLI ARABI
Al iniciar el estudio de la gramtica anglosajona
pag.165 INIZIANDO LO STUDIO DELLA GRAMMATICA ANGLOSASSONE
Lucas, 23
pag.169 LUCA, 23
Adrogu
pag.173 ADROGU
Arte potica
pag.177 ARTE POETICA
Museo
pag.181 MUSEO
Del rigor en la ciencia
pag.181 DEL RIGORE NELLA SCIENZA
Cuarteta
pag.183 QUARTINA
Lmites
pag.185 LIMITI
EI poeta declara su nombrada
pag.187 IL POETA DICHIARA LA SUA FAMA
El enemigo generoso
pag.189 IL NEMICO GENEROSO
Le regret d'Hraclite
pag.191 LE REGRET D'HRACLITE
In memonam J.F.K..
pag.193 IN MEMONAM J.F.K..
Epilogo
pag.195 EPILOGO
pag.199 NOTA AL TESTO
pag.205 ULISSE A ITACA di Tommaso Scarano
pag.221 BIBLIOTECA ADELPHI

pag.11 A LEOPOLDO LUGONES


Mi lascio alle spalle i rumori della piazza ed entro nella Biblioteca. Avverto, in modo quasi
fisico, la gravitazione dei libri, l'ambito sereno di un ordine, il tempo magicamente disseccato
e conservato. A sinistra e a destra, assorti nel loro lucido sogno, si stagliano i volti
momentanei dei lettori, alla luce delle lampade studiose, come nell'ipallage di Milton.
Ricordo di avere gi ricordato questa figura, in questo stesso luogo, e poi quell'altro epiteto
che definisce anch'esso tramite il contorno,
l' arido cammello del Lunario, e poi ancora
quell'esametro dell'Eneide che impiega e supera il medesimo artificio:
Ibant obscuri sola sub nocte per umbram.
Queste riflessioni mi conducono alla porta del suo studio. Entro, scambiamo alcune
convenzionali e cordiali parole e le do questo libro. Se non m'inganno, lei non mi
disprezzava, Lugones, e le sarebbe piaciuto che un mio lavoro le piacesse. Ci non mai
accaduto, ma adesso lei sfoglia le pagine e legge con appro vazione qualche verso, forse
perch vi riconosce la sua stessa voce, forse perch la pratica imperfetta le importa meno
della sana teoria.
A questo punto il mio sogno svanisce, come acqua nell'acqua. La vasta Biblioteca che mi
circonda si trova in calle Mxico, non in calle Rodrguez Pea, e lei, Lugones, si suicidato
agli inizi del '38. La mia vanit e la mia nostalgia hanno dato vita a una scena impossibile.
Certo (mi dico), ma domani sar morto anch'io e i nostri tempi si confonderanno e la cronolo gia si perder in un mondo di simboli e in qualche modo sar giusto affermare che io le ho
portato questo libro e che lei lo ha accettato.
J.L.B.
Buenos Aires, 9 agosto 1960
pag.15 L'ARTEFICE
Non aveva mai indugiato nei piaceri della memoria. le impressioni scivolavano su di lui,
momentanee e vivide; il carminio di un vasaio, la volta celeste carica di stelle che erano
anche di, la luna, dalla quale era caduto un leone, la politezza del marmo sotto i lenti
polpastrelli sensibili, il sapore della carne di cinghiale, che gli piaceva addentare a morsi
bianchi e secchi, una parola fenicia, l'ombra nera di una lancia sulla sabbia gialla, la
vicinanza del mare o delle donne, il vino denso la cui asprezza mitigava il miele po tevano
riempirgli totalmente l'anima. Conosceva il terrore, ma anche la collera e il coraggio, e una
volta fu il primo a scalare un muro nemico. Avido, curioso, imprevedibile, senz'altra legge
che il piacere e l'indifferenza del momento, and per la diversa terra e contempl, su questa o
quella sponda del mare, le citt degli uomini e i palazzi. Nei mercati affollati o ai piedi di una
montagna dalla vetta incerta, sulla quale ben potevano abitare satiri, aveva ascoltato
complicate storie. che aveva accettato come accettava la realt, senza indagare se fossero vere
o false.
A poco a poco il bell'universo lo abbandon; un'ostinata nebbia gli cancell le linee della
mano, la notte si spopol di stelle, la terra era insicura sotto i suoi piedi. pag.17
Tutto si allontanava e confondeva. Quando si accorse che stava diventando cieco, grido; il
pudore degli stoici non era stato ancora inventato ed Ettore poteva fuggire senza disonore.
Non vedr pi (senti) n il cielo colmo di paura mitologica n questo volto che gli anni
muteranno. Giorni e notti trascorsero su quella disperazione della sua carne, ma una mattina
si sveglio), osserv (ormai senza stupore) le cose indistinte che gli stavano intorno e
inspiegabilmente sent, come chi riconosce una musica o una voce, che tutto questo gli era
gi successo e che lo aveva affrontato con timore, ma anche con gioia, speranza e curiosit.
Allora discese nella sua memoria, che gli parve interminabile, e da quella vertigine riusc ad
estrarre il ricordo perduto che brill come una moneta sotto la pioggia, forse perch non lo
aveva mai osservato, tranne forse in un sogno.

Il ricordo era questo. Un altro ragazzo l'aveva insultato e lui era andato da suo padre e gli
aveva raccontato l'accaduto. Questi lo aveva lasciato parlare come se non ascoltasse o non
capisse e aveva staccato dalla parete un pugnale di bronzo bello e colmo di potere, che il
bambino aveva bramato furtivamente. Ora L'aveva tra le mani e la sorpresa di possederlo
aveva annullato l'ingiuria patita, ma la voce del padre gli diceva:<< Che qualcuno sappia che
sei un uomo , e nella voce c'era un ordine. La notte accecava le strade; stretto al pugnale, nel
quale avvertiva una forza magica, scese per la ripida scarpata che circondava la casa e corse
alla riva del mare, sognando d'essere Aiace o Perseo e popolando di ferite e di battaglie
l'oscurit salmastra. Quel che cercava adesso era il sapore preciso di quel momento; il resto
non gli importava: gli insulti della sfida, lo scontro impacciato, il ritorno con la lama insanguinata.
Un altro ricordo, nel quale c'era ancora una notte e un'imminenza d'avventura, scatur da
quello. Una donna, la prima che gli offrirono gli di, l'aveva atteso nell'ombra di un ipogeo, e
lui l'aveva cercata per gallerie simili a reti di pietra e per declivi che affondavano pag.19
nell'ombra. Perch gli tornavano quei ricordi e perch gli tornavano senza amarezza, come
mera prefigurazione del presente?
Con grave stupore comprese. In questa notte dei suoi occhi mortali, nella quale adesso
discendeva, ancora una volta l'attendevano l'amore e il rischio, Ares e Afrodite, perch gi
presagiva (perch gi lo avvolgeva) un rumore di gloria e di esametri, un rumore di uomini
che difendono un tempio che gli di non salveranno e di vascelli neri che vanno per i mari in
cerca di un'isola amata, il rumore delle Odissee e delle Iliadi che era suo destino cantare e
lasciare concavemente risonanti nella memoria umana. Sappiamo queste cose, ma non quelle
che sent quando discese nell'ultima ombra.
pag.21 DREAMTIGERS
Nell'infanzia ho esercitato con fervore l'adorazione della tigre: non la tigre maculata degli
isolotti del Paran e della confusione amazzonica, ma la tigre striata, asiatica, reale, che solo
gli uomini guerrieri possono affrontare, dall'alto di una torre sopra un elefante. Spesso mi
attardavo senza fine davanti a una delle gabbie dello zoo, amavo le vaste enciclopedie e i libri
di storia naturale, per lo splendore delle loro tigri. (Mi ricordo ancora di quelle illustrazioni:
io che non riesco a ricordare senza errore la fronte o il sorriso di una donna). Pass l'infanzia,
svanirono le tigri e la mia passione, ma esse stanno ancora nei miei sogni. In quello strato
sommerso o caotico continuano a imporsi, e in questo modo: una volta addormentato, mi
distrae un sogno qualsiasi e a un tratto so che un sogno. Allora penso: que sto un sogno, un
puro svago della mia volont, e poich ho un potere illimitato produrr una tigre.
Oh, imperizia! I miei sogni non sono mai capaci di generare l'agognata fiera. La tigre appare,
s, ma smunta o svigorita, o con impure variazioni dell'aspetto, o di misura inaccettabile, o
fugace, o con qualcosa di cane o di uccello.
pag.23 DIALOGO SOPRA UN DIALOGO
A Intenti a discutere dell'immortalit, avevamo lasciato che annottasse senza accendere la
lampada. Non distinguevamo i nostri volti. Con una indifferenza e una dolcezza pi
convincenti del fervore, la voce di Macedonio Fernndez ripeteva che l'anima immortale.
Mi assicurava che la morte del corpo assolutamente insignificante e che morire dev'essere
l'vento pi trascurabile che pu accadere a un uomo. Io giocavo col coltello di Macedonio;
lo aprivo e lo chiudevo. Una fisarmonica vicina diffondeva all'infinito La Cumparsita, quella
sciocchezza tristanzuola che piace a molti, perch gli hanno fatto credere che e antica...
Proposi a Macedonio di suicidarci, per poter discutere senza essere disturbati.
Z (scherzoso) Penso che alla fine non lo abbiate fatto .
A (ormai in piena mistica) Francamente non ricordo se quella notte ci siamo suicidati .

pag.25 LE UNGHIE
Docili calze le accarezzano di giorno e scarpe di cuoio inchiodate le fortificano, ma le dita del
mio piede non vogliono saperlo. A loro non importa altro che emettere unghie: lamine
cornee, semitrasparenti ed elastiche, per difendersi - da chi? Stupide e diffidenti come
nessuno, non smettono neanche un attimo di apprestare quel tenue armamento. Rifiutano
universo ed estasi per elaborare senza fine vane punte, che brusche sforbiciate di Solingen
scorciano e tornano a scorciare. Dopo novanta giorni crepuscolari di carcere prenatale
diedero vita a quest'unica industria. Quando sar conservato nel cimitero della Recoleta, in
una dimora color cenere adorna di fiori secchi e talismani, continueranno il loro ostinato
lavorio, finch non le moderi la corruzione. Loro, e la barba sul mio viso.
pag.21 GLI SPECCHI VELATI
L'Islam afferma che il giorno inappellabile del Giudizio ogni esecutore dell'immagine di una
cosa vivente resusciter con le sue opere, e gli sar ordinato di animarle, e fallir, e sar con
esse consegnato al fuoco del castigo. Ho conosciuto da bambino questo orrore della
duplicazione o moltiplicazione spettrale della realt, ma davanti ai grandi specchi. La loro
infallibile e continua attivit, la loro persecuzione dei miei atti, la loro pantomima cosmica
erano allora qualcosa di soprannaturale fin dal calare della notte. Una delle mie ricorrenti
preghiere a Dio e al mio angelo custode era di non sognare specchi. So che li sorvegliavo con
inquietudine. Ho temuto a volte che cominciassero a divergere dalla realt altre volte di
scorgervi Il mio viso sfigurato da strane avversit. Ho appreso che quel timore seguita,
prodigiosamente, a essere nel mondo. La storia molto semplice, e sgradevole.
Verso il 1927 conobbi una ragazza malinconica: prima per telefono ( perch
Julia fu all'inizio una voce senza nome n volto), poi all'angolo di una strada, un tardo
pomeriggio. Aveva occhi talmente grandi che intimorivano, capelli corvini e lisci, un corpo
minuto. Era nipote e pronipote di federali, come io lo sono di unitari, e quell'antica discordia
del nostro pag.29
sangue era per noi un vincolo, un pi profondo possesso della patria. Viveva con i genitori in
un decrepito casone dai soffitti altissimi, nel risentimento e nella insipidezza della povert
decorosa. Di pomeriggio - raramente la sera - uscivamo a passeggiare per il suo quartiere,
Balvanera. Costeggiavamo il muro della ferrovia; percorrendo calle Sarmiento
raggiungemmo una volta le spianate del Parque Centenario. Fra noi non ci fu amore n
finzione d'amore; avvertivo in lei un'intensit del tutto estranea a quella erotica, e la temevo.
comune riferire alle donne, per stabilire una certa intimit, aspetti veri o apocrifi della
nostra infanzia; in qualche occasione dovetti raccontarle degli specchi e cos, nel 1928,
descrissi un'allucinazione che sarebbe fiorita nel 1931. Ho appena saputo che impazzita e
che nella sua camera gli specchi sono velati perch vi scorge il mio riflesso, che usurpa il suo,
e trema e tace e dice che la perseguito magicamente.
Funesta schiavit quella del mio volto, quella di uno dei miei volti antichi. Quest'odioso
destino delle mie fattezze deve rendere odioso anche me, ma ormai non me ne importa.
pag.31 ARGUMENTUM ORNITHOLOGICUM
Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non
so quanti uccelli ho visto. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello
dell'esistenza di Dio. Se Dio esiste, quel numero e definito, perch Dio sa quanti uccelli ho
visto. Se Dio non esiste, quel numero indefinito, perch nessuno ha potuto contarli. In
questo caso, ho visto meno di dieci uccelli (diciamo) e pi di uno, ma non nove, otto, sette,
sei, cinque, quattro, tre o due uccelli. Ne ho visti un numero fra dieci e uno, un numero che
non nove, n otto, n sette, n sei. n cinque, eccetera. Questo numero intero
inconcepibile; ergo, Dio esiste.

pag.33 IL PRIGIONIERO
Raccontano la storia a Junn o a Tapalqun. Un bambino scomparve dopo una scorreria; si
disse che lo avevano rapito gli indios. I genitori lo cercarono invano; anni dopo, un soldato
che veniva dall'entroterra rifer di un indio dagli occhi celesti che poteva essere proprio il loro
figlio. Alla fine lo trovarono (la cronaca ha smarrito i dettagli e io non voglio inventare ci
che non so) e credettero di riconoscerlo. l'uomo, segnato dal deserto e dalla vita barbara, non
intendeva pi le parole della lingua materna, ma si lasci condurre, indifferente e docile, fino
alla casa. L si ferm, forse perch anche gli altri si era no fermati. Guard la porta, come se
non capisse cosa fosse. Di colpo abbass la testa, grid, attravers di corsa I'androne e i due
ampi cortili ed entr nella cucina. Senza esitare, infil il braccio nella cappa fu liginosa del
camino ed estrasse il piccolo coltello dal manico di corno che vi aveva nascos to da bambino.
Gli occhi gli brillarono di gioia e i genitori piansero perch avevano ritrovato il figlio.
Forse a questo seguirono altri ricordi, ma l'Indo non poteva vivere fra quattro mura e un
giorno se ne and a cercare il suo deserto. Vorrei sapere cosa sent in quell'istante di vertigine
in cui passato e presente pag.33
si confusero; vorrei sapere se il figlio perduto rinacque e mor in quellestasi o se riusc a
riconoscere, fossanche come un bambino o come un cane, i genitori e la casa.
pag.37 IL SIMULACRO
Un giorno di luglio del 1952, l'uomo in lutto comparve in quel paesino del Chaco. Era alto,
magro, coi lineamenti da indio, e un volto inespressivo da idiota o da maschera; la gente lo
trattava con deferenza, non per lui, ma per quello che rappresentava o gi era. Scelse una
capanna nei pressi del fiume; con l'aiuto di alcune vicine sistem un tavolato su due cavalletti
e vi mise sopra una scatola di cartone con dentro una bambola dai capelli biondi. Poi accesero
quattro candele su alti candelieri e tutt'intorno disposero fiori. La gente non tard ad
accorrere. Vecchie sconsolate, ragazzi attoniti contadini che si toglievano con rispetto il
copricapo di sughero sfilavano davanti alla scatola ripetendo: le mie pi sincere
condoglianze, generale . Questi, molto compunto, li riceveva all'estremit del tavolo, con le
mani incrociate sul ventre, come una donna incinta. Allungava la destra per stringere la mano
che gli porgevano e rispondeva con dignit e rassegnazione: Era destino. stato fatto
quanto era umanamente possibile . Una cassetta di latta riceveva l'offerta di due pesos e a
molti non bast venire una volta soltanto.
Che genere di uomo (mi domando) ide e mise in atto quella funebre farsa? Un fanatico uno
sventurato, un visionario o un cinico impostore? Credeva forse pag.33
di essere Pern nel suo dolente ruolo di macabro vedovo? La storia, per quanto incredibile,
accadde davvero e forse non una ma numerose volte, con atto ri diversi e con varianti locali.
Essa cifra perfetta di un'epoca irreale ed come il riflesso di un sogno o come quel dramma
nel dramma cui si assiste nell'Amleto. L'uomo in lutto non era Pern e la bambola bionda non
era sua moglie Eva Duarte, ma nemmeno Pern era Pern n Eva era Eva bens sconosciuti o
anonimi (di cui ignoriamo il nome segreto e il vero volto) che inscenarono, per il credulo
amore dei sobborghi, una volgare mitologia.
pag.41 DELIA ELENA SAN MARCO
Ci separammo, Delia, a uno degli angoli di plaza Once.
Dal marciapiede di fronte tornai a guardare; lei si era voltata e mi stava salutando con la
mano.
Un fiume di veicoli e di gente scorreva tra di noi; erano le cinque di un pomeriggio qualsiasi;
come potevo sapere che quel fiume era il triste Acheronte, I' invalicabile?
Non ci vedemmo pi e un anno dopo lei era morta.

E ora cerco quel ricordo e lo osservo e penso che era falso e che dietro quel saluto banale c'
era l' infinita separazione.
Ieri sera non sono uscito dopo cena e ho riletto, per comprendere queste cose, l'ultimo
insegnamento che Platone mette in bocca al suo maestro. Ho letto che l'anima pu fuggire
quando la carne muore.
E ora non so se la verit stia nell'infausta interpretazione successiva o
nell' innocente saluto.
Perch se le anime non muoiono, giusto che non vi sia enfasi nel loro separarsi.
Salutarsi negare la separazione, come dire: <<Oggi giochiamo a separarci ma ci
rivedremo domani . Gli uomini hanno inventano il saluto perch si sanno pag.43
in qualche modo immortali, anche se si ritengono contingenti ed effimeri.
Delia, un giorno riannoderemo sulla riva di qualche fiume?- questo dialogo incerto e ci
domanderemo se una volta, in una citt che si perdeva in una pianura, siamo stati Borges e
Delia.
pag.45 DIALOGO DI MORTI
L' uomo arriv dal sud dell'Inghilterra all'alba di un giorno d'inverno del 1877. Rossiccio,
atletico e obeso, fu inevitabile che quasi tutti lo credessero in glese, e davvero somigliava
straordinariamente all' archetipico John Bull. Portava il cilindro e un curioso mantello di lana
aperto nel mezzo. Un gruppo di uomini, di donne e di bambini lo attendeva con ansia; molti
avevano la gola segnata da una riga rossa, altri non avevano testa e procedevano timorosi e
incerti, come chi cammina nell'ombra. Andarono accerchiando il forestiero e, dal fondo,
qualcuno grid una parolaccia, ma un terrore antico li tratteneva e non ardirono di pi. Si fece
avanti un militare dalla carnagione giallognola e dagli occhi come tizzoni; i capelli arruffati e
la barba scura sembravano divorargli il volto. Dieci o dodici ferite mortali gli attraversavano
il corpo come le striature sulla pelle delle tigri. Quando lo vide, il forestiero si turb, ma poi
gli and incontro e gli tese la mano.
Che tristezza vedere un guerriero cos degno ab battuto dalle armi della perfidia! disse in
tono categorico. Ma che intima soddisfazione, anche, avere ordinato che i carnefici
purgassero le loro malefatte sul patibolo, nella plaza de la Victoria! . pag.47
Se allude a Santos Prez e ai Renaf, sappia che li ho gi ringraziati disse con lenta
gravit l'insanguinato.
L'altro lo guard come temendo una burla o una minaccia, ma Quiroga continu:
lei Rosas, non mi ha capito. E come poteva capirmi, se i nostri destini furono tanto diversi?
A lei tocc in sorte di comandare in una citt che guarda all'Europa e che sar tra le pi
famose del mondo; a me, di combattere nei deserti d America, in una terra povera, di
gauchos poveri. Il mio impero fu di lance e di grida e di arenili e di vittorie quasi segrete in
luoghi sperduti. Che titoli sono questi per il ricordo? Io vivo e continuer a vivere per lunghi
anni nella memoria della gente perch sono morto in una diligenza, in un posto chiamato
Barranca Yaco, assassinato da uomini con cavalli e spade. Devo a lei questo dono di una
morte insolita, che in quel momento non fui in grado di apprezzare, ma che le generazioni
successive non hanno voluto dimenticare. Lei certo non ignora alcune eccellenti litografie e
linteressante opera redatta da un uomo di talento di San Juan,
Rosas, che aveva recuperato la sua sicurezza lo guard sdegnosamente.
Lei un romantico sentenzi. Ladulazione dei posteri non vale pi di
quella dei contemporanei, non vale niente e che si ottiene con qualche medaglietta .
Conosco il suo modo di pensare rispose Quiroga. Nel 1852 il destino, che generoso o
che voleva metterla alla prova, le offr una morte da uomo, in battaglia. Lei si rivel indegno
di quel dono, perch lo scontro e il sangue le fecero paura .
Paura? ripet Rosas. Paura io, che ho domato puledri nel Sud e poi un intero paese? .

Per la prima volta, Quiroga sorrise.


So bene disse con lentezza - che lei ha compiuto pi di una prodezza a cavallo, stando
alle imparziali testimonianze dei suoi capoccia e dei suoi contadini; pag.49
ma in que i gior ni, in Ame r ica e sempre a ca va llo s i co mp ivano a ltre prodezze c he s i
chia ma no Chacabuco e Junn e Palma Redonda e Caseros
Rosas lo asco lt senza sco mpors i e rep lic :
Io non ho avuto b iso gno d i essere coraggioso.
Una de lle mie prodezze, co me dice le i, fu d i otte ne re che uo mini p i coraggios i d i
me co mbattessero e mor issero per me. Santos Prez ad esemp io, che la ucc ise. I l
coraggio q uestio ne di res is tenza; a lc uni res is tono d i p i ed altr i meno ma pr ima o
poi cedono tutti .
Sar, d isse Quiro ga ma Io ho vissuto e sono mor to e ancora oggi no n so che
cosa sia la paura. E adesso aspetto) che mi ca nce llino, che mi d ia no un a ltr o vo lto
e un a ltro destino, perch la stor ia s i s tanca de i vio le nti. Non so chi sar l'a ltro,
cosa faranno d i me ma so che no n avr paura .
A me basta essere que llo che so no d isse Rosas e non voglio essere un a ltro .
Anche le p ietre vo glio no essere pietre per se mpre d isse Quiroga e per secoli
lo sono, finc h s i r iducono in polvere. Qua ndo sono entra to ne lla morte la pe nsavo
come le i, ma qui ho imparato mo lte cose. Ci facc ia caso, stia mo gi ca mb ia ndo
tutti e due .
Ma Rosas no n gli prest attenzio ne e d isse, co me pensando ad a lta voce :
Sar che non mi so no anco na ab ituato a esser morto, ma q uesti luo ghi e q uesta
discussione mi sembra no un so gno, e non un sogno sognato da me ma da un a ltro, che
ancora deve nascere .
Non parlaro no pi, perch in que l mo me nto Qualcuno li c hia m.
pag.51 LA TRAMA
Perch il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagl'impazienti
pugnali dei suoi amici, scopre fra i volti e le lame quello di Marco Giunio Bruto, il suo
protetto, forse suo figlio, e non si difende pi ed esclama:
Anche tu, figlio mio! . Shakespeare e Q uevedo raccolgono il patetico grido.
Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo, nel sud
della provincia di Buenos Aires, un gaucho aggredito da altri gauchos e, cadendo, riconosce
un suo figlioccio e gli dice con tenero rimprovero e lenta sorpresa (queste parole vanno
sentite, e non lette): Ma come, tu! . Lo uccidono e non sa di morire perch si ripeta una
scena.
pag.53 UN PROBLEMA
Immaginiamo che a Toledo si scopra un testo arabo e che i paleografi lo dichiarino autografo
di quel Cide Hamete Benengeli da cui Cervantes trasse il Don Chisciotte. Nel testo leggiamo
che l'eroe (che percorreva, come fama, le strade di Spagna armato di spa da e di lancia e
sfidava chiunque per qualsiasi motivo) scopre, al termine di uno dei suoi numerosi
combattimenti, di avere ucciso un uomo. A questo punto il frammento si interrompe; il
problema indovinare, o congetturare, come reagisce don Chisciotte.
A quanto mi risulta, tre sono le possibili risposte. La prima di carattere negativo; non
succede niente di particolare, perch nel mondo visionario di don Chisciotte la morte non
meno comune della magia e avere ucciso un uomo non pu turbare chi si batte, o crede di
battersi, contro draghi o incantatori. La seconda patetica. Don Chisciotte non mai riuscito
a dimenticare di essere una proiezione di Alonso Quijano, lettore di storie fantastiche; vedere
la morte, rendersi conto che un sogno l'ha spinto alla colpa di Caino lo ridesta, forse per

sempre, dalla sua consentita follia. La terza forse la pi verosimile. Ucciso l'uomo don
Chisciotte non pu ammettere che quell'atto orrende sia opera di un delirio; la realt
dell'effetto pag.55
gli fa supporre una equivalente realt della causa e don Chisciotte non uscira mai pi dalla
sua follia.
Resta un'ulteriore congettura, estranea al mondo spagnolo come a quello occidentale e che
richiede un ambito pi antico, pi complesso e travagliato. Don Chisciotte - che ormai non
pi don Chisciotte ma un re dei cicli dell'Indo stan - davanti al cadavere del nemico intuisce
che uccidere e generare sono atti divini o magici
che notoriamente trascendono la condizione umana. Sa che il morto illusorio come lo so no la spada insanguinata che gli pesa
nella mano e lui stesso e tutta la sua vita passata e i vasti di e l'universo.
pag.57 UNA ROSA GIALLA
N quella sera n la successiva mor l'illustre Giambattista Marino, che le bocche unanimi
della Fama (per usare un'immagine che gli fu cara) proclamarono il nuo vo Omero e il nuovo
Dante, ma il fatto immobile e silenzioso che accadde allora fu realmente l'ultimo della sua
vita. Carico di anni e di gloria, l'uomo moriva in un vasto letto spagnolo dalle colonne tornite.
Non difficile immaginare a qualche passo di distanza un sereno balcone che guarda a
ponente e, pi in basso, marmi e allori e un giardino che duplica le sue scalinate in un'acqua
rettangolare. Una donna ha messo in un vaso una rosa gialla; l'uomo mormora i versi
inevitabili che ormai, per dirla con sincerit, un po' annoiano anche lui:
Porpora de giardin, pompa de prati
gemma di primavera, occhio d'aprile...

Fu allora che accadde la rivelazione. Marino vide la rosa, come pot vederla Adamo in
Paradiso, e sent che essa stava nella sua eternit e non nelle sue parole e che possiamo
menzionare o alludere ma non esprimere e che gli alti e superbi volumi che in un angolo della
sala creavano una penombra d'oro non erano (come la sua vanit aveva sognato) uno
specchio pag.59
del mondo, ma una cosa in pi, che si aggiunge al mondo.
Marino ebbe questa illuminazione alla vigilia della morte, e forse lebbero anche Omero e
Dante.
pag.61 IL TESTIMONE
In una stalla, quasi all'ombra della nuova chiesa di pietra, un uomo dagli occhi grigi, e dalla
barba grigia, sdraiato tra il fetore delle bestie, umilmente cerca la morte come chi cerca il
sonno. Il giorno, fedele a vaste leggi segrete, sposta e confonde le ombre nel po vero recinto;
fuori, le terre arate e una gora piena di foglie morte e qualche orma di lupo nella fanghiglia
nera ai margini del bosco. L'uomo dorme e sogna, dimentico. II rintocco dell'Avemaria lo
sveglia. Nei regni d'Inghilterra il suono delle campane ormai costume della sera, ma l'uomo,
da bambino, ha visto il volto di Woden, l'orrore divino, e il giubilo, il rozzo idolo di legno
carico di monete romane e di pesanti vesti, il sacrificio di cavalli, cani e prigionieri. Prima
dell'alba morir e moriranno insieme a lui, e non torneranno, le ultime immagini dirette dei
riti pagani; il mondo sar un po pi povero quando questo sssone sar morto.
Fatti che popolano lo spazio e che scompaiono allorch qualcuno muore possono
meravigliarci, ma una cosa, o un numero infinito di cose, muore in ogni agonia, a meno che
non esista una memoria dell'universo, come hanno ipotizzato i teosofi. Nel tempo c stato un
giorno che spense gli ultimi occhi che videro Cristo; pag.63
la battaglia di Junn e l'amore di Elena morirono con la morte di un uomo. Cosa morir con
me quando morir, quale forma patetica o fuggevole perder il mondo? La voce di

Macedonio Fernndez, l'immagine di un cavallo sauro nei campi incolti di Serrano e


Charcas, una barretta di zolfo nel cassetto d'uno scrittoio di mogano?
pag.65 MARTN FIERRO
Da questa citt partirono eserciti che sembravano grandi e che poi lo furono, esaltati dalla
gloria. Molti anni dopo qualcuno dei soldati ritorn e, con accento fore stiero, rifer storie che
gli erano accadute in luoghi chiamati Ituzaing o Ayacucho. Queste cose, ora, come se non
fossero state.
Abbiamo avute due tirannie. Durante la prima, alcuni uomini, dalla cassetta di un carro che
veniva dal mercato del Plata, annunciavano la vendita di pesche bianche e gialle; un ragazzo
sollev un lembo del telo che le copriva e vide teste di unitari con la barba insanguinata. La
seconda signific per molti prigione e morte; per tutti un malessere, un sapore di obbrobrio
in ogni atto quotidiano, un'incessante umiliazione. Queste cose, ora, come se non fos sero
mai state.
Un uomo che conosceva tutte le parole osserv con minuzioso amore le piante e gli uccelli di
questa terra e li defin, forse per sempre, e scrisse con metafore di metalli la vasta cronaca dei
tumultuosi tramonti e delle forme della luna. Queste cose, ora, come se non fos sero mai
state.
Anche da noi le generazioni hanno conosciuto quelle vicissitudini ordinarie e in qualche
modo eterne che costituiscono la materia dellarte. Queste cose, pag.67
ora, come se non fossero mai state, ma in una camera d'albergo, intorno al 1860, un uomo
sogn una rissa. Un gaucho solleva un negro con il coltello, lo scaraventa come un sacco
d'ossa, lo vede agonizzare e morire, si china per pulire la lama, scioglie il suo cavallo e vi
monta con calma, perch non si pensi che sta fuggendo. Ci che accad uto una volta torna ad
accadere, allinfinito; i visibili eserciti sono svaniti e resta un povero scontro al coltello; il
sogno di uno parte della memoria di tutti.
pag.69 MUTAZIONI
In un corridoio vidi una freccia che indicava una direzione e pensai che quel simbolo
inoffensivo era stato un tempo un oggetto di ferro, un proiettile inevitabile e mortale, che si
era conficcato nella carne degli uomini e dei leoni e aveva oscurato il sole alle Termopili e
dato a Harald Sigurdarson, per sempre, sei piedi di terra inglese.
Giorni dopo, qualcuno mi mostr la fotografia di un cavaliere magiaro; un laccio avvolgeva
pi volte il petto della sua cavalcatura. Capii che il laccio, che in passato era volato nell'aria e
aveva soggiogato i tori della prateria, altro non era che un fregio insolente della bardatura
domenicale.
Nel cimitero dell' Ovest vidi una croce runica, scolpita nel marmo rosso; i bracci erano
ricurvi e si allargavano e li cingeva un cerchio. Quella croce costretta e limitata raffigurava
l'altra dai bracci liberi, che a sua volta raffigura il patibolo sul quale un dio soffr la
macchina vile oltraggiata da Luciano di Samosata.
Croce, laccio e freccia, antichi utensili dell'uomo, oggi ridotti o elevati a simboli; non so
perch mi meravigliano, quando non c' su questa terra una sola cosa che l' oblio non
cancelli o che la memoria non trasformi e quando nessuno sa in quali immagini lo muter il
futuro.
pag.71 PARABOLA DI CERVANTES E DON CHISCIOTTE
Stanco della sua terra di Spagna, un vecchio soldato del re cerc sollievo nelle vaste
geografie di Ariosto, in quella valle della luna dove si trova il tempo che i sogni sperperano e
nell'idolo dorato di Maometto che Montalbn rub.

Burlandosi pacatamente di se stesso, ide un uomo credulo che, turbato dalla lettura di cose
meravigliose, si mette alla ricerca di prodezze e incantamenti in luoghi prosaici che si
chiamano El Toboso o Montiel.
Vinto dalla realt, dalla Spagna, don Chiscotte mori nel suo villaggio natale verso il 1614.
Miguel de Cervantes gli sopravvisse di poco.
Per entrambi, il sognatore ed il sognato, quell intera trama rappresent la contrapposizione di
due mondi: il mondo irreale dei libri di cavalleria, il mondo quotidiano e ordinario del XVII
secolo.
Non sospettarono che gli anni avrebbero finito per smussare la discordia, non sospettarono
che la Mancha e Montiel e la smilza figura del cavaliere sarebbero stati, in futuro, non meno
poetici dei viaggi di Sinbad o delle vaste geografie di Ariosto.
Perch al principio della letteratura c il mito, e anche alla fine.
Clinica Devoto, gennaio 1955
pag.73 PARADISO , XXXI, 108
Diodoro Siculo riferisce la storia di un dio fatto a pezzi e disperso. Chi, camminando nel
crepuscolo o precisando una data del suo passato, non ha sentito a volte che era andata persa
una cosa infinita?
Gli uomini hanno perso un volto, un volto irrecuperabile, e tutti vorrebbero essere quel
pellegrino (sognato nell' empireo, sotto la Rosa) che vede a Roma il sudario della Veronica e
sussurra con fede: Ges Cristo, Dio mio, Dio vero, cos era, era dunque questo il tuo
volto? .
C' in una strada un volto di pietra e un' iscrizione che dice: La vera Immagine del Santo
Volto del Dio di Jan ; se sapessimo realmente come fu, avremmo la chiave delle parabole e
sapremmo se il figlio del falegname fu anche il Figlio di Dio.
Paolo lo vide come una luce che lo annient; Giovanni come il sole che risplende in tutto il
suo fulgore; Teresa di Ges, pi volte, immerso in una luce quieta, e non pot mai precisare il
colore dei suoi occhi.
Abbiamo perso quei tratti come si pu perdere un numero magico, formato da cifre abituali;
come si perde per sempre un' immagine nel caleidoscopio. Possiamo vederli e ignorarli. Il
profilo di un giudeo nella metropolitana forse quello di Cristo; le mani pag.75
che ci danno qualche moneta a uno sportello ripetono forse quelle che dei soldati, un giorno,
inchiodarono alla croce.
Forse un tratto del volto crocifisso scruta in ogni specchio; forse il volto morto, si
cancellato, perch Dio sia tutti noi.
Chiss se questa notte lo vedremo nei labirinti del sogno, senza saperlo domattina.
pag.77 PARABOLA DEL PALAZZO
Quel giorno, l'Imperatore Giallo mostr il suo palazzo al poeta. Si lasciarono alle spalle, in
lunga successione, le prime terrazze occidentali che, simili a gradinate di un anfiteatro
immenso, declinavano verso un paradiso o giardino i cui specchi di metallo e le cui intricate
siepi di ginepro gi prefiguravano il labirinto. Allegramente vi si smarrirono, dapprima come
se acconsentissero a un giuoco e poi non senza inquietudine, perch i suoi diritti viali
soffrivano di una curvatura lievissima ma continua ed erano segretamente circolari. Verso
mezzanotte, l'osservazione dei pianeti e l'opportuno sa crificio d'una tartaruga permisero loro
di liberarsi da quella regione che sembrava stregata, ma non dalla sensazione di essersi
smarriti, che li accompagn sino alla fine. Anticamere e cortili e biblioteche percorsero in
seguito e una sala esagonale con una clessidra, e una mattina scorsero da una torre un uomo
di pietra, che poi smarrirono per sempre. Molti fiumi risplendenti attraversarono in canoe di
sandalo, o molte volte un solo fiume. Sfilava il seguito imperiale e la gente si prosternava, ma

un giorno giunsero in un'isola e un uomo non lo fece, perch non aveva mai visto il Figlio del
Cielo, e il carnefice dovette decapitarlo. Nere capigliature e nere pag.79
danze e complicate maschere d'oro videro con indifferenza i loro occhi; la realt si
confondeva con il sogno, o piuttosto, la realt era una delle configurazioni del sogno.
Sembrava impossibile che la terra fosse altro che giardini, acque, architetture e forme di
splendore. Ogni cento passi una torre fendeva il cielo; per gli occhi il loro colore era identico,
ma la prima era gialla e l'ultima scarlatta, tanto delicate erano le gradazioni e lunga la
sequela.
Fu ai piedi della penultima torre che il poeta (che restava come estraneo agli spettacoli che
erano per tutti motivo di meraviglia) recit la breve composizione che oggi vincoliamo
indissolubilmente al suo nome e che, come ripetono gli storici pi raffinati, gli diede insieme
l'immortalit e la morte. Il testo andato perduto; c' chi ritiene che fosse formato da un
verso; altri da una sola parola. Quel che certo, e incredibile, che nel poema era contenuto
intero e minuzioso limmenso palazzo, con ciascuna delle sue famose porcellane e ciascun
disegno di ciascuna porcellana e le penombre e le luci dei crepuscoli e ciascun istante
sventurato o felice delle gloriose dinastie di mortali, di di e di draghi che vi avevano abitato
dall' interminabile passato. Tutti tacquero, ma l'Imperatore esclam: Mi hai rubato il
palazzo! e la spada di ferro del carnefice falci la vita del poeta.
Altri riferiscono la storia in altro modo. Nel mondo non possono esserci due cose uguali;
bast (dicono) che il poeta pronunciasse il poema perch il palazzo scomparisse, come
abolito e fulminato dall'ultima sillaba. Simili leggende non sono, naturalmente, che finzioni
letterarie. Il poeta era schiavo dell' Imperatore e mor come tale; la sua composizione cadde
nell' oblio perch meritava l' oblio e i suoi discendenti cercano ancora, e non troveranno mai,
la parola dell'universo.
pag.81 EVERYTHING AND NOTHING
In lui non cera nessuno; dietro il suo volto (che anche nelle infelici pitture dell' epoca non
assomiglia ad altri) e dietro le sue parole, che erano abbondanti, fanta stiche e agitate, non
c'era che un po' di freddo, un sogno che nessuno sogna. Allinizio credette che tutte le
persone fossero come lui, ma lo stupore di un compagno col quale aveva cominciato a
discutere di quella vacuit gli rivel il suo errore e gli fece capire, per sempre, c he un
individuo non deve differire dalla specie. Una volta pens che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e cos apprese quel poco latino e quel pochissimo greco di cui avrebbe
parlato un contemporaneo; poi consider che nell'esercizio di un rito elementare dell' umanit
si trovava forse quel che andava cercando, e si lasci iniziare, nel corso di un lungo pome riggio di giugno, da Anne Hathaway. Poco pi che ventenne and a Londra. Istintivamente si
era gi addestrato a simulare di essere qualcuno, perch non si scoprisse la sua condizione di
nessuno; a Londra trov la professione alla quale era predestinato, quella dell'attore che su un
palcoscenico gioca ad essere un altro, davanti a una folla di persone che giocano a prenderlo
per quell'altro. Lattivit di istrione gli fece conoscere una felicit singolare, forse la prima
che prov; ma, acclamato l'ultimo verso e tolto dalla scena l'ultimo morto, pag.83
lo assaliva di nuovo l'odiato sapore della realt. Smetteva di essere Ferrex o Tamerlano e
tornava a essere nessuno. Incalzato, incominci a immaginare altri eroi e altre storie tragiche.
Cos, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo, in lupanari e taverne di Londra, l'anima
che lo abitava era Cesare, che non si cura dellavvertimento dell'augure, e Giulietta, che odia
l'allodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che sono anche le parche. Nessuno fu tanti uomini come quell'uomo, che simile all'egizio Proteo pot esaurire tutte le
apparenze dell'essere. A volte lasci in qualche angolo dell opera una confessione, sicuro
che non lavrebbero decifrata; Riccardo afferma che nell unicit della sua persona gioca il

ruolo di molti, e Iago dice con curiose parole: Non sono ci che sono . L'identit
fondamentale di esistere, sognare e rappresentare gli ispir passi famosi.
Seguit vent' anni in questa allucinazione controllata, ma una mattina lo assalirono il fastidio
e l'orrore di essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che si incontrano, si
allontanano e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo
teatro. In meno di una settimana era di ritorno al suo villaggio natale, dove ritrov gli alberi e
il fiume della fanciullezza e non li colleg a quegli altri che la sua musa aveva celebrato,
illustri di allusione mitologica e di parole latine. Bisognava che fosse qualcuno; fu un
impresario in pensione che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, i litigi e la piccola
usura. Come tale, dett l'arido testamento che conosciamo, dal quale escluse deliberatamente
ogni tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli
riassumeva per loro il ruolo di poeta.
La storia aggiunge che, prima o dopo la sua morte, seppe di essere di fro nte a Dio e gli disse:
Io, che tanti uomini sono stato invano, voglio essere uno e io . La voce di Dio gli rispose
da un turbine: Nemmeno io sono; ho sognato il mondo come tu hai sognato la tua ope ra,
mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno ceri tu, che come me sei molti e nessuno .
pag.85 RAGNARK
Nei sogni (scrive Coleridge) le immagini rappresentano le impressioni che riteniamo
provochino; non sentiamo orrore perch ci opprime una sfinge, so gniamo una sfinge per
spiegare l'orrore che sentiamo. Se cos, come potrebbe la semplice cronaca delle sue forme
trasmettere lo stupore, l'esaltazione, le paure, la minaccia e la gioia che hanno intessuto il
sogno di quella notte? Tenter comunque tale cronaca; forse il fatto che quel sogno consiste
di una sola scena potr annullare o mitigare l intrinseca difficolt.
Il luogo era la Facolt di Lettere e Filosofia; l' ora, il pomeriggio. Tutto (come sempre accade
nei sogni) era un po diverso; una leggera amplificazione alterava le cose. Stavamo eleggendo
autorit; io parlavo con Pedro Henrquez Urea, che nella realt della veglia morto da molti
anni. Di colpo ci stord un clamore di manifestazione o di orchestrina di ambulanti. Grida di
uomini e di bestie arrivavano dai bassifondi del porto. Una voce grid: Eccoli ! , e subito
dopo: Gli Di! Gli Di! . Quattro o cinque individui uscirono dalla turba e occuparono la
pedana dell'Aula Magna. Tutti applaudimmo, piangendo; erano gli Di che tornavano dopo
un esilio di secoli. Ingigantiti dalla pedana, la testa indietro e il petto in fuori, ricevettero
pag.87 con superbia il nostro omaggio. Uno teneva un ramo, che certo si confaceva alla
semplice botanica dei sogni; un altro, con ampio gesto, allungava una mano che era un
artiglio; una delle facce di Giano guardava con diffidenza il curvo becco di Thoth. Forse
eccitato dai nostri applausi, uno, non so pi quale, proruppe in un chiocciare vittorioso,
incredibilmente aspro, un misto di gargarismo e di fischio. Le cose da quel momento,
cambiarono.
Tutto cominci per il sospetto (forse esagerato) che gli Di non sapessero parlare. Secoli di
vita randagia e ferina avevano atrofizzato quanto avevano di umano; la luna dell' Islam e la
croce di Roma erano stati implacabili con quei profughi. Fronti molto basse, dentature gialle,
baffi radi da mulatto o da cinese e musi bestiali manifestavano la degenerazione della stirpe
olimpica. I loro abiti non si addicevano a una povert onesta e dignitosa ma al lusso abietto
delle bische e dei lupanari del porto. A un occhiello sanguinava un garofano; sotto una giacca
attillata si indovinava il rigonfiamento di un pugnale. Di colpo capimmo che giocavano la
loro ultima carta, che erano astuti, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se
ci fossimo lasciati prendere dalla paura o dalla piet, ci avrebbero distrutti.
Estraemmo le pesanti rivoltelle (improvvisamente ci furono rivoltelle nel sogno) e
allegramente uccidemmo gli Di.

pag.89 INFERNO , I, 32
Dal crepuscolo del giorno al crepuscolo della notte, un leopardo, negli ultimi anni del XII
secolo, vedeva delle tavole di legno, delle sbarre verticali di ferro, uomini e donne sempre
diversi, un muro e forse un canaletto di pietra con foglie secche. Non sapeva, non poteva
sapere, che agognava amore e crudelt e il caldo piacere di sbranare e il vento che sa di
selvaggina, ma qualcosa in lui soffocava e si ribellava e Dio gli parl in un sogno: Vivi e
morirai in questa prigione, affinch un uomo, che so io ti guardi un certo numero di vo lte e
non ti scordi e metta la tua immagine e il tuo simbolo in un poema che occupa un posto
preciso nella trama dell'universo. Patisci prigionia, ma avrai dato una parola al poema . Dio,
nel sogno, illumin l' ottusit dell'animale e questi comprese le ragioni e accett quel destino,
ma quando si svegli in lui non c era che un' oscura rassegnazione, una coraggiosa
ignoranza, perch la macchina del mondo troppo complessa per la semplicit di una fiera.
Anni dopo, Dante moriva a Ravenna, ingiustificato e solo come ogni altro uomo. In un sogno,
Dio gli rivel il segreto scopo della sua vita e della sua fatica; Dante, meravigliato, seppe
finalmente chi era e cosa era e benedisse le sue amarezze. La tradizione narra pag.91
che al risveglio sent di avere ricevuto e perduto una cosa infinita, qualcosa che non avrebbe
potuto recuperare, e nemmeno intravedere, perch la mac china del mondo troppo complessa
per la semplicit degli uomini.
pag.93 BORGES E IO
allaltro, a Borges, che accadono le cose. Io cammino per Buenos Aires e mi soffermo,
forse ormai meccanicamente, a osservare l'arco d' un androne e il cancello di un cortile; di
Borges ho notizie dalla posta e vedo il suo nome in una terna di professori o in un dizio nario
biografico. Mi piacciono gli orologi a sabbia, le carte geografiche, la tipografia del XVIII
secolo, le etimologie, il sapore del caff e la prosa di Stevenson; laltro condivide queste
preferenze, ma in un modo vanitoso che le trasforma in attributi d' attore. Sarebbe esagerato
affermare che fra noi c ostilit; io vivo, io mi lascio vivere, perch Borges possa tramare
la sua letteratura, e quella letteratura mi giustifica. Non mi costa nulla confessare che
riuscito a ottenere alcune pagine valide, ma quelle pagine non possono salvarmi, forse perch
ci che hanno di buono ormai non di nessuno, neppure dell' altro, ma della lingua o della
tradizione. Del resto, io sono destinato a perdermi definitivamente, e solo qualche istante di
me potr sopravvivere nell' altro. A poco a poco gli sto cedendo tutto, anche se conosco bene
la sua perversa abitudine di falsare e ingigantire. Spinoza cap che tutte le cose vogliono
perseverare nel loro essere; la pietra eternamente vuol essere pietra e la tigre una tigre. Io
pag.95 rester in Borges, non in me (ammesso che io sia qualcuno), ma mi riconosco meno
nei suoi libri che in molti altri o nel laborioso arpeggio di una chitarra. Qualche anno fa ho
cercato di liberarmi di lui passando dalle mitologie dei sobborghi ai giochi col tempo e con
linfinito, ma quei giochi ora sono di Borges e io dovr ideare altre cose. Cos la mia vita
una fuga e io perdo tutto e tutto dell' oblio, o dell'altro.
Non so chi di noi due scrive questa pagina.
pag.97 POESIA DEI DONI A Mara Esther Vzquez
Nessuno a lacrime riduca o accuse
questo attestato dell alta maestria
di Dio, che con magnifica ironia
mi ha destinato insieme libri e notte.
Questa citt di libri ha dato in regno
ad occhi senza luce, atti soltanto

A decifrare nelle biblioteche


dei sogni quei paragrafi insensati
che l'alba accorda al desiderio. Invano
il giorno prodigo dei suoi infiniti
libri, ardui come gli ardui manoscritti
che furono distrutti ad Alessandria.
Muore di fame e sete (narra il mito)
un re tra fonti ed alberi; io affatico
senza una meta i limiti di questa
alta e profonda biblioteca cieca.
L Oriente e l Occidente, dinastie,
secoli, atlanti ed enciclopedie,
simboli, cosmi e cosmogonie
offrono i muri, e tutto inutilmente. pag.99
Lento nella mia ombra, l ombra vuota
vado esplorando col bastone incerto,
io, che mi figuravo il Paradiso
sotto la specie d'una biblioteca.
Qualcosa che di certo non si pu
chiamare caso, ordisce questi eventi;
gi un altro ricevette in altre sere
stinte cos i moti libri e lombra.
Errando per le lenti gallerie
io sento con un vago orrore sacro
che sono l'altro, il morto, che avr dato
gli stessi passi negli stessi giorni.
Chi scrive di noi due questa poesia
di un io plurale e di una sola ombra?
Che importa la parola che il mio nome
se l'anatema uno e indiviso?
Groussac o Borges guardo questo amato
mondo che si deforma e che si spegne
in una vaga cenere e sbiadita
che sassomiglia al sonno ed all'oblio.
pag.101 L'OROLOGIO A SABBIA
E giusto misurare con la dura
ombra che una colonna al sole getta
o con l'acqua incessante di quel fiume
che a Eraclito svel la nostra insania
il tempo, giacch al tempo e al destino

assomigliano entrambi: la diurna


imponderabile ombra e il corso d'acqua
che seguita fatale il suo cammino.
giusto, per il tempo nei deserti
trov un altra sostanza, delicata
e grave, che pu dirsi immaginata
per misurare il tempo della morte.
Nasce cos il simbolico strumento
delle incisioni dei vocabolari,
quelloggetto che i pallidi antiquari
relegheranno al mondo cinerino
dell'alfiere spaiato, della spada
inerme, del confuso telescopio,
del sandalo che l'oppio ha rosicchiato,
del caso, della polvere e del niente. pag.103
Chi non si soffermato innanzi al tetro
e severo strumento che accompagna
nella destra del dio lorrenda falce
e le cui linee Drer ripet?
Dal suo vertice aperto il cono inverso
lascia andare la cauta sabbia, oro
che a grado a grado si distacca e colma
il vetro concavo del suo universo.
Affascina la sabbia misteriosa
che ininterrotta scorre e si consuma
e, in punto di cadere, vorticosa
rotea con una fretta tutta umana.
La sabbia d'ogni ciclo sempre quella
e infinita la storia della sabbia;
cos, sotto le gioie o le tue pene,
s abissa il tempo eterno, invulnerabile.
Non ha una pausa mai la sua caduta.
Son io che mi dissanguo, non il vetro.
Il rito del travaso non ha fine
e con la sabbia se ne va la vita.
Avverto nei minuti della sabbia
il tempo cosmico, l intera storia
che chiude nei suoi specchi la memoria
o che il magico Lete ha ormai dissolto.
La colonna di fumo e quella ardente,

Roma e Cartagine e la dura guerra,


Simone mago e i sette pi di terra
che il re sssone offerse al norvegese,
tutto travolge e perde il tenue filo
dinstancabile sabbia numerosa.
N avr salvezza io, fortuita cosa
di tempo, che fuggevole materia.
pag.105 SCACCHI
I
NelI angolo severo i giocatori
muovono i lenti pezzi. La scacchiera
li avvince fino allalba al duro campo
dove si stanno odiando due colori.
Su di esso irradiano rigori magici
le forme: torre omerica, regina
armata, estremo re, cavallo lieve,
pedoni battaglieri, obliquo alfiere.
Quando si lasceranno i due rivali,
quando il tempo ormai li avr finiti,
il rito certo non sar concluso.
In Oriente si accese questa guerra
che adesso ha il mondo intero per teatro.
Come l'altro, infinito questo giuoco. pag.107
II
Debole re, pedone scaltro, indomita
regina, sghembo alfiere, torre eretta,
sul bianco e nero del tracciato cercano
e sferrano la loro lotta armata.
Non sanno che il fortuito giocatore
che li muove ne domina la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
ne soggioga l arbitrio e la fortuna.
Ma il giocatore anch esso prigioniero
(Omar lo dice) d una sua scacchiera
fatta di nere notti e di bianchi giorni.
Dio muove il giocatore, e questi il pezzo.
Che dio dietro di Dio la trama inizia
di tempo e sogno e polvere e agonie?
pag.109 GLI SPECCHI
Io che provai l'orrore degli specchi
non solo innanzi al vetro impenetrabile

dove ha principio e fine, inabitabile,


un irreale spazio dei riflessi
ma nell'acqua speculare che raddoppia
quell'altro azzurro nel suo fondo cielo
che solca a volte un' illusorio volo
d' uccello inverso o che un tremore increspa
e innanzi alla silente superficie
dell ebano sottile il cui nitore
ripete come un sogno la bianchezza
d'un vago marmo o d'una vaga rosa,
oggi, trascorsi gi tanti e perplessi
anni sotto la varia luna errando,
mi chiedo quale caso della sorte
fece che mi impaurissero gli specchi.
Specchi di metallo, mascherato specchio
di mogano che sfuma nella bruma
del suo rosso crepuscolo quel volto
che guarda il volto che lo sta guardando, pag.111
infiniti li vedo, elementari
esecutori d'un antico patto,
moltiplicare il mondo come l'atto
generativo, vigili e fatali.
Il nostro vano mondo incerto estendono
in una ragnatela da vertigine;
a volte accade, a sera, che li appanni
di un uomo non ancora morto lalito.
II cristallo ci spia. Se tra le quattro
pareti della stanza c' uno specchio,
non sono pi solo. C' il riflesso, l altro:
che appresta all'alba un tacito teatro.
Tutto succede e nulla si ricorda
in quei racchiusi spazi cristallini
dove, come fantastici rabbini,
leggiamo dalla destra alla sinistra.
Claudio, re di una sera, re sognato,
non seppe d' esser sogno fino a quando
non ne mim un attore il tradimento
con arte silenziosa, sullassito.
Strano che esistano gli specchi, i sogni,
che il consueto e logoro inventario

d' ogni giorno comprenda l' illusorio


orbe profondo ordito dai riflessi.
Dio (ho pensato) assegna certo un fine
a questa architettura inafferrabile
che edifica la luce col nitore
del cristallo e la tenebra col sogno.
Dio ha creato le notti popolate
di sogni e le parvenze dello specchio
affinch l'uomo senta che riflesso
e vanit. Per questo ci spaventano.
pag.113 ELVIRA DE ALVEAR
Ebbe ogni cosa e lentamente tutte
l abbandonarono. La conoscemmo
armata di bellezza. La mattina
e il chiaro mezzogiorno le mostrarono
dall alta vetta i regni affascinanti
della terra. La sera and oscurandoli.
Gli astri ( la rete ubiqua ed infinita
delle cause) le avevano concesso
la fortuna, che simile al tappeto
dellarabo cancella le distanze
e confonde possesso e desiderio,
e la virt del verso, che trasforma
le pene in musica, rumore e simbolo,
e l ardore, e nel sangue la battaglia
d' Ituzaing e il peso degli allori,
e il gusto di smarrirsi nell'errante
fiume del tempo (fiume e labirinto)
e nei colori lenti delle sere.
Tutto l abbandon salvo una cosa.
Sino alla fine della sua giornata,
al di l del delirio e dell' eclisse,
l accompagn, in modo quasi angelico,
la generosa cortesia. La prima
e pi remota immagine di Elvira
fu il suo sorriso, stata anche l' estrema.
pag.115 SUSANNA SOCA
Con lento amore contemplava i toni
diffusi della sera. Le piaceva
abbandonarsi alla curiosa vita
dei versi o alla complessa melodia.
I grigi, non il rosso elementare,
tramarono il suo fragile destino
fatto a discriminare, esercitato
alle incertezza ed alle sfumature.
Senza addentrarsi in questo nostro incerto

labirinto, scrutava dal di fuori


le forme e l' agitarsi tumultuoso,
come quell'altra dama dello specchio.
Di che dimorano oltre la preghiera
l'abbandonarono a una tigre, il Fuoco.
pag.117 LA LUNA
Narra la storia che in quel tempo antico
nel quale sono occorse tante cose,
reali, immaginarie e a volte incerte,
un uomo concep lo smisurato
intento di cifrare l'universo
in un libro e con impeto infinito
eresse l'alto ed arduo manoscritto
e lim e declam l'ultimo verso.
Stava per render grazie alla fortuna,
quando levando gli occhi vide un disco
luminoso e comprese, sbalordito,
di essersi scordato della luna.
La storia che ho narrato non vera,
ma illustra molto bene il maleficio
che pesa su chi esercita il mestiere
di rendere in parole questa vita.
Si perde sempre l'essenziale. legge
d' ogni parola detta sopra il nume.
Non le potr sfuggire il resoconto
del mio lungo commercio con la luna. pag.119
Non so dove la vidi inizialmente,
se in quel cielo anteriore di cui parla
il greco, o nella sera che declina
sul patio con il pozzo e con il fico.
Come si sa, questa incostante vita
Pu essere tra l altro molto bella;
cos vi furon sere in cui con lei
ti contemplammo, o luna condivisa.
Ma pi che delle notti io ricordo
Le lune dei poeti: la stregata
dragon moon che d orrore alla ballata,
e la luna di sangue di Quevedo.
Di un'altra luna di scarlatto e sangue
ha parlato Giovanni nel suo libro
di feroci prodigi e atroci giubili;

pi chiare lune sono poi, d'argento.


Pitagora con sangue (si tramanda)
scriveva sul cristallo di uno specchio
e gli uomini leggevano il riflesso
sopra quellaltro specchio che la luna.
Di ferro c una selva ove dimora
l enorme lupo la cui strana sorte
abbattere la luna e darle morte
quando l'ultima aurora il mar arrossi.
(Il profetico Nord questo lo sa
e sa che un certo giorno gli spaziosi
mari del mondo infester la nave
che si forma con le unghie dei defunti).
Quando, a Ginevra o a Zurigo, mi diede
destino di poeta la fortuna,
anch io mi imposi l obbligo segreto
di dire con immagini la luna. pag.121
Con una sorta di studiosa pena
esaurivo modeste variazioni,
con il vivo timore che Lugones
avesse usato gi l'ambra o la sabbia.
Di fumo, di lontano avorio o fredda
neve furon le lune che brillarono
in versi che a ragione non ottennero
il difficile onore della stampa.
Pensavo che il poeta fosse l'uomo
che, come il rosso Adamo in Paradiso,
impone a ogni cosa il suo preciso
e vero e ancora sconosciuto nome.
Ariosto m'insegn che la dubbiosa
luna racchiude i sogni, l'imprendibile,
il tempo che si perde, l'impossibile
o il possibile, ch' la stessa cosa.
Della Diana triforme Apollodoro
mi fece intravedere l'ombra magica;
Hugo mi diede la sua falce d'oro,
l Irlandese una nera luna tragica.
E mentre io esploravo la miniera
immensa delle lune mitologiche,
stava l sul cantone della strada,

la luna celestiale d'ogni giorno.


So che fra tutte le parole, una
ce n' per ricordarla o figurarla.
Il segreto, per me, sta nell'usarla
con umilt. la parola luna.
Non oso pi macchiare la sua pura
apparizione con figure vane;
la vedo quotidiana e indecifrabile
al di l della mia letteratura. pag.123
So che la luna o la parola luna
lettera che forma la complessa
crittografia di questa singolare
cosa che siamo, numerosa e una.
uno di quei simboli che all'uomo
il fato o il caso dona perch un giorno
di estasi gloriosa o di agonia
alfine ne pronunci il vero nome.
pag.125 LA PIOGGIA
Bruscamente la sera s' schiarita
perch cade la pioggia minuziosa.
Cade o cadde. La pioggia senza dubbio
qualcosa che succede nel passato.
Chi la sente cadere riconquista
quel tempo in cui la sorte fortunata
gli svel un fiore che si chiama rosa
e il curioso colore del carminio.
Questa pioggia che rende ciechi i vetri
rallegrer in sobborghi ormai perduti
i neri grappoli di un certo patio
che non esiste pi. La sera rorida
mi porta la diletta, attesa voce
di mio padre che torna e non morto.
pag.127 ALL'EFFIGIE DI UN CAPITANO DEGLI ESERCITI DI CROMWELL
Non vinceran di Marte le muraglie
questi, che salmi del Signore ispirano;
da un'altra luce (e da altro tempo) guardano
quegli occhi che guardarono battaglie.
La mano stringe l elsa della spada.
Per la verde regione va la guerra;
oltre l oscurit sta l' Inghilterra,
e il cavallo e la gloria e la tua sorte.

Gli affanni, o capitano, sono inganni,


vano l'arnese e vano l ostinarsi
dell'uomo, che ha il suo termine in un giorno.
Tutto concluso ormai da molti anni.
Il ferro che ti uccide arrugginito;
tu sei (come noi tutti) condannato.
pag.129 A UN VECCHIO POETA
Vaghi per la campagna di Castiglia
e quasi non la vedi. Assorto pensi
a un intricato passo di Giovanni
e appena hai fatto caso al sole giallo
che tramonta. La vaga luce ormai
delira e sull'Oriente si dilata
quella luna di scherno e di scarlatto
che forse specchio e replica dell'Ira.
Alzi gli occhi e la guardi. Inizia e subito
si spegne una memoria di qualcosa
che un tempo stato tuo. Chini la testa
pallida e triste seguiti il cammino,
e non ricordi il verso che scrivesti:
Y su epitafio la sangrienta luna .
pag.131 L'ALTRA TIGRE
And the craft that createth a semblance
Morris, Sigurd the Volsung (1876)
Penso a una tigre. La penombra esalta
la vasta Biblioteca laboriosa
e sembra che allontani gli scaffali.
Forte, innocente, insanguinata e nuova,
andr per la sua selva e il suo mattino
e lorma stamper sulla melmosa
sponda di un fiume di cui ignora il nome
(Non ha il suo mondo nomi n passato
n avvenire, ma il solo istante certo).
coprir le barbare distanze
ed entro l intricato labirinto
degli odori l'odore fiuter
dell'alba e quello, grato, della preda;
distinguo le sue strisce tra le strisce
del bamb e indovino l'ossatura
sotto la pelle splendida che freme.
Invano ci separano i convessi
oceani ed i deserti del pianeta;
da questa casa di un remoto porto
della mia America del Sud, ti seguo

e sogno, o tigre che costeggi il Gange.


Mi colma l'anima la sera e penso
che l invocata tigre dei miei versi pag.133
una tigre di simboli e di ombre,
una serie di tropi letterari
e di ricordi d'enciclopedia,
non la fatale tigre, la funesta
gemma che sotto il sole o la diversa
luna, compie in Sumatra o nel Bengala
il suo rito d'amore, d'ozio e morte.
Alla tigre dei simboli la vera
ho contrapposto, quella dall ardente
sangue, che decima trib di bufali
e oggi, 3 agosto del '59,
getta sul prato la sua ombra lenta,
ma il solo averne pronunciato il nome
e immaginato ci che le sta intorno
la fa finzione d'arte e non creatura
che sia viva e cammini sulla terra.
Cercheremo una terza tigre. Come
le altre questa sar solo una forma
del mio sogno, un sistema di parole
umane e non la tigre vertebrata
che vecchia pi delle mitologie
calca la terra. Lo so, ma qualcosa
m'impone questa impresa indefinita,
antica ed insensata, ed io mi ostino
a cercare nel tempo della sera
quell'altra tigre, che non nel verso.
pag.135 BLIND PEW
Lungi dal mare e dalla bella guerra,
cos l amore esalta ci che ha perso,
il bucaniere cieco affaticava
i terrosi sentieri d'Inghilterra.
Incalzato dai cani dei poderi,
schernito dai ragazzi del villaggio,
dormiva un sonno malaticcio e rotto
entro la nera polvere dei fossi.
Sapeva che in remote spiagge d'oro
era suo un recondito tesoro,
e questo gli alleviava la sventura;
te pure attende, in altre spiagge d'oro
il tuo incorruttibile tesoro:
la vasta e vaga e necessaria morte.
pag.137 ALLUSIONE A UN' OMBRA DEL MILLEOTTOCENTONOVANTA E ROTTI

Niente. Solo il coltello di Muraa.


Solo al crepuscolo la storia tronca.
Non so perch la sera mi accompagna
questassassino che non ho mai visto.
Palermo allora era pi in bassa. Il giallo
muraglione del carcere si ergeva
sul borgo e sui pantani. Per questaspra
regione andava il sordido coltello.
Il coltello. Il suo volto cancellato
e di quel mercenario il cui mestiere
austero era il coraggio resta solo
un'ombra e il fulgore dell' acciaio.
Il tempo, che annerisce il marmo,
salvi questo tenace nome: Juan Muraa.
pag.139 ALLUSIONE ALLA MORTE DEL COLONNELLO FRANCISCO BORGES (1833-74)
Lo lascio sul cavallo, in quella grigia
ora crepuscolare in cui cerc
la morte; che di tutte le sue ore
questa perduri, amara e vittoriosa.
Per la campagna avanza la bianchezza
del cavallo e del poncho. Nei fucili
la morte scruta e aspetta. Tristemente
Francisco Borges va per la pianura.
Ci che lo assedia adesso, la mitraglia,
ci che vede, la pampa smisurata,
quanto vide e ud tutta la vita.
la realt di sempre, la battaglia.
Alto lo lascio e quasi estraneo al verso,
nel suo lontano, epico universo.
pag.141 IN MEMORIAM A. R.
Il vago caso o le precise leggi
Da cui governato questo sogno,
l'universo, mi diedero compagno,
per un radioso tratto Alfonso Reyes.
Fu padrone di unarte che n Sindbad
n Ulisse seppero del tutto, l arte
di andare da una terra ad altre terre
e vivere in ciascuna integralmente.
Se a volte la memoria lo trafisse
con le sue frecce, dal metallo ostile
di quell'arma forgi la strofa afflitta
e il numeroso e lento alessandrino.
Nella fatica l'umana speranza
lo sostenne e fu luce alla sua vita
trovare il verso degno di ricordo

e arricchire la prosa castigliana.


Al di l del Mio Cid dal passo tardo
e del branco che ambisce essere oscuro,
segu fino ai sobborghi del lunfardo
linafferrabile letteratura. pag.143
Sost nei cinque splendidi giardini
del Marino, ma dentro lui qualcosa
di eterno e di essenziale preferiva
il duro studio e lobbligo divino.
Per meglio dire, prefer i giardini
della meditazione, ove Porfirio
eresse in contro le ombre ed il delirio
l'Albero del Principio e delle Fini.
Reyes, la misteriosa Provvidenza
che ministra del prodigo e del parco
a noi diede il settore o l'arco, a te
diede completa la circonferenza.
Tu cercavi la gioia o la tristezza
che occultano le glorie e i frontespizi;
volesti, come il Dio di Scoto Erigena,
per esser ogni uomo essere nessuno.
Splendori vasti e delicati ottenne
La tua scrittura, immacolata rosa,
e alle guerre di Dio torn esultante
il sangue militare dei tuoi avi.
Dove sar, mi chiedo, il messicano?
Contempler, con quell'orrore che ebbe
Edipo dellarcana Sfinge, il fisso
Archetipo del Volto e della Mano?
O vagher, come voleva Swedenborg,
per un orbe pi vivido e complesso
di questo mondo, pallido riflesso
di quel celeste libro incomprensibile?
Se la memoria crea (come gl'imperi
della lacca e dell'ebano sostengono)
il proprio Paradiso, un altro Messico
nella gloria, e un'altra Cuernavaca. pag.145
Dio sa quali colori offre la sorte
all'uomo, terminata la giornata.
Io cammino per queste strade. ancora

poco quello che intendo della morte.


Solo una cosa so. Che Alfonso Reyes
(dovunque l'abbia trascinato il mare)
si applicher con gioia e con fervore
al nuovo enigma e alle nuove leggi.
Rendiamo onore allimpari, al diverso
con palme e con clamore di vittoria.
E non profani il pianto questi versi
che il nostro amore d alla sua memoria.
pag.147 I BORGES
Niente o ben poco ci che so dei Borges,
i miei antenati portoghesi, vaga
gente che in me prosegue, oscuramente
i suoi modi, i rigori, le paure.
Tenui come se mai fossero stati
e alieni a ogni pratica dell'arte,
indecifrabilmente fanno parte
del tempo, della terra e dell'oblio.
Meglio cos. Essi sono, assolto il compito,
il Portogallo, quellillustre gente
che vinse le muraglie dell'Oriente
e and per mari e sabbie come mari.
Sono quel re nel mistico deserto
perso e chi giura di non esser morto.
pag.149 A LUIS DE CAMOENS
Senza piet n ira il tempo intacca
le valorose spade. Triste e povero
tornasti alla nostalgica tua patria,
o capitano, per morire in lei
e insieme a lei. Nel magico deserto
il fiore del Portogallo si era perso
ed il rude spagnolo, prima vinto,
era minaccia al suo costato aperto.
Voglio sapere se di qua dallultima
frontiera tu umilmente comprendesti
che quanto era perduto, l'Occidente
e l'Oriente, l'acciaio e la bandiera,
continuerebbe (estraneo ad ogni umano
cambio) nella tua Eneide lusitana.
pag.151 MILLENOVECENTOVENTI E ROTTI
Non infinito il volgere degli astri
e una delle forme che ritornano la tigre,
ma noi, lungi dal caso e dall'avventura,
ci pensavamo esuli in un tempo esausto,
quel tempo in cui non pu accadere nulla.

L'universo, il tragico universo, non era qui


e forza era cercarlo nel passato;
io tramavo un'umile mitologia di muri e di coltelli,
mentre Riccardo pensava ai suoi mandriani.
Non sapevamo che il futuro nascondeva in s la folgore,
non presentimmo l'obbrobrio, l'incendio e la tremenda notte dell' Alleanza;
niente ci disse che la storia argentina sarebbe scesa in strada,
la storia, l'indignazione, l'amore,
le folle come il mare, il nome di Crdoba,
il sapore del reale e dell'incredibile, l'orrore e la gloria.
pag.153 ODE COMPOSTA NEL 1960
Il chiaro caso o le segrete leggi
che reggono questo sogno, il mio destino,
vogliono, o necessaria e dolce patria
che non senza vergogna e gloria annoveri
centocinquanta laboriosi anni,
che io, la goccia, parli con te, il fiume,
che io, l'istante, parli con te, il tempo,
e che l'intimo dialogo ricorra,
com' dovuto, ai rituali e all'ombra
grati agli di e al pudore del verso.
Patria, io tho sentita nei tramonti
precipitosi dei sobborghi immensi,
in quel fiore del cardo che nellatrio
il vento spinge, nella pioggia quieta,
nel ricorrere lento delle stelle,
nella mano che accorda una chitarra,
nella gravitazione della pampa
che il nostro sangue avverte da lontano
come il britanno il mare, nei pietosi
simboli e nelle brocche di una cripta,
nell'argento di un quadro, nell amore
pieno dei gelsomini, nel contatto
col silenzioso mogano soave, pag.155
nel gusto della carne e della frutta,
nella bandiera quasi azzurra e bianca
di una caserma, nei racconti stanchi
di strada e di coltello, nelle sere
uguali che si spengono e ci lasciano,
nella vaga memoria compiaciuta
di schiavi che riempivano i cortili
e portavano il nome dei padroni,
in quei povere libri per i ciechi
che furono distrutti dall'incendio,
e nelle epiche piogge di settembre
che non si scordano, ma queste cose
non sono che i tuoi modi ed i tuoi simboli.
Tu sei pi del tuo vasto territorio
e pi dei giorni del tuo vasto tempo,

tu sei pi della somma inconcepibile


delle generazioni. Non sappiamo
come nel seno vivo degli eterni
archetipi ti vede Dio, eppure
noi viviamo e moriamo e aneliamo,
per quel volto che abbiamo scorto appena,
o Patria misteriosa e inseparabile.
pag.157 ARIOSTO E GLI ARABI
A nessun uomo dato di comporre
un libro. Perch un libro sia davvero,
occorrono tramonti e aurore, secoli,
armi, e il mare che unisce e che separa.
Questo pensava Ariosto, che in oziosi
sentieri di fulgenti marmi e oscuri
pini si dedic al piacere lento
di tornare a sognare il gi sognato.
L'aria della sua Italia era ricolma
dei sogni che memoria e oblio ordirono
con tutte le figure della guerra
che in duri secoli strem la terra.
Si perse una legione tra le valli
dell' Aquitania e cadde in un agguato;
nacque cos quel sogno di una spada
e del corno che suona a Roncisvalle.
I suoi idoli sparse e le sue truppe
Per le campagne d'Inghilterra il rude
sassone in una guerra lenta e dura
e di quei fatti rest un sogno: Art. pag.159
Da terre boreali dove un cieco
sole scolora il mare, giunse il sogno di una
dormiente vergine che attende,
oltre un cerchio di fuoco, il suo signore.
Chiss se dalla Persia o dal Parnaso
venne quel sogno del destriero alato
che il mago in armi sprona per i cieli
e che si perde nel deserto occaso.
Quasi montasse quel destriero alato,
Ariosto vide i regni della terra
solcata dai tripudi della guerra
e del giovane amore avventuroso.
E come fra una tenue bruma d'oro

vide quaggi un giardino che i confini


espande in pi reconditi giardini
per l'amore di Angelica e Medoro.
Pari a quegli ingannevoli splendori
che all'indo lascia intravedere l'oppio,
per il Furioso passano gli amori
in un tumulto di caleidoscopio.
N l'amore ignor n l'ironia,
sogn cos, nel suo garbato modo,
quello strano castello in cui ogni cosa
(come in questa vita) una menzogna.
Come ad ogni poeta, la fortuna
o il fato gli accord una strana sorte:
andava per le strade di Ferrara
e al tempo stesso andava per la luna.
Scoria dei sogni, indefinito limo
che dal Nilo dei sogni abbandonato,
fu la materia che tess il groviglio
di questo risplendente labirinto, pag.161
questo diamante immenso dove un uomo
pu avere la fortuna di smarrirsi
per mbiti di musica indolente,
oltre il suo nome ed oltre la sua carne.
LEuropa intera si smarr. Per opera
di quell'ingenua e maliziosa arte,
Milton di Brandimarte pot piangere
la morte e di Dalinda l' apprensione.
LEuropa si smarr, ma il vasto sogno
offr altri doni alla famosa gente
che abita i deserti dell'Oriente
e le sue notti colme di leoni.
Di un re che allalba affida allimpietosa
scimitarra colei che fu regina
d'una notte ci narra il dilettoso
libro che il nostro tempo ancora incanta.
Ali che son la brusca notte, atroci
artigli da cui pende un elefante,
magnetiche montagne che frantumano
i vascelli nel loro amante abbraccio,
la terra che sorregge in groppa un toro

da un pesce sostenuto, talismani,


abracadabra e mistiche parole
che nella roccia schiudono antri d'oro;
questo sogn la gente saracena
che segue le bandiere di Agramante;
questo, che vaghi volti con turbante
sognarono, sedusse l'Occidente.
E oggi l'Orlando una regione amena
le cui disabitate, aperte miglia
di oziose e indolenti meraviglie
sono un sogno che pi nessuno sogna. pag.163
Dalle arti islamiche ridotto a pura
erudizione, a mero documento,
sta l a sognarsi, solo. (Altro non la gloria
che una forma dell'oblio.)
Per il vetro gi pallido l'incerta
luce di un'altra sera sfiora il libro
e ancora avvampa e ancora si consuma
l'oro che ne insuperbisce la brossura.
Nella deserta sala il silenzioso
libro viaggia nel tempo. E lascia indietro
le ore notturne e le albe e la mia vita,
questaltro sogno che sogniamo in fretta.
pag.165 INIZIANDO LO STUDIO DELLA GRAMMATICA ANGLOSASSONE
Trascorse ormai cinquanta generazioni
(di tali abissi ci fa dono il tempo)
faccio ritorno alla lontana riva di un grande fiume
che i draghi del vichingo non raggiunsero,
alle parole laboriose e aspre
che usai, con una bocca che ora polvere,
nei giorni di Mercia e di Nortumbria,
quando non ero ancora Haslam o Borges.
Ho letto sabato che Giulio il Cesare
fu il primo a muovere da Romeburg per debellare la Bretagna;
non torneranno i grappoli alle viti che avr ascoltato
il canto dell'usignolo dell'enigma
e l'elegia dei dodici guerrieri
che stanno intorno al tumulo del loro re.
Simboli di altri simboli, variazioni
dellinglese e del tedesco che verranno mi sembrano queste parole
che un tempo sono state immagini
e che un uomo us per celebrare il mare o una spada;
domani torneranno a vivere,
domani fyr non sar fire, ma quella specie pag.167

di dio mutevole e addomesticato


che nessuno pu guardare senza provare uno stupore antico.
Lodato sia quell'infinito
intrico degli effetti e delle cause
che prima di mostrarmi lo specchio
nel quale non vedr nessuno o vedr un altro
mi concede questa contemplazione pura
di un linguaggio dell'alba.
pag.169 LUCA , 23
Gentile o ebreo oppure solo un uomo
il cui volto nel tempo si perduto;
non ne riscatteremo dall'oblio
le silenziose lettere del nome.
Seppe della clemenza ci che pu
sapere un malfattore che Giudea
inchioda ad una croce. inaccessibile
ormai ci che fu prima. Nell ultima
fatica di morire crocifisso,
apprese dal dileggio della gente
che luomo che moriva accanto a lui
era dio e gli disse ciecamente:
Ricordati di me quando sarai
nel tuo regno , e la voce inconcepibile
che sar giudice di tutti gli esseri
dalla tremenda croce gli promise
il Paradiso. Niente pi si dissero
finch arriv la fine, ma la storia
non lascer che muoia la memoria
della remota sera in cui morirono. pag.171
Amici, quella candida innocenza
di questo amico di Ges, che fece
che chiedesse e ottenesse il Paradiso
dall'ignominia del castigo, era
la stessa che lo spinse tante volte
al male e all'avventura insanguinata.
pag.173 ADROGU
Nessuno nella notte indecifrabile
tema ch'io possa perdermi tra i neri
fiori di questo parco, dove intessono
un sistema propizio ai mesti amori

o all'ozio delle sere il misterioso


uccello che lo stesso canto affina,
il chiosco ombroso e l'acqua circolare,
la vaga statua e la rovina incerta.
Vuota nell'ombra vuota, la rimessa
segna (lo so) i tremuli confini
di un mondo di polvere e gelsomini,
grato a Verlaine e grato a Julio Herrera.
Cedono gli eucalipti il loro odore
medicinale all'ombra, quell' antico
odore che oltre il tempo e la parola
ambigua evoca il tempo delle ville.
Cerca il mio passo e trova la sperata
soglia. Il suo scuro margine disegna
la terrazza e nel patio fatto a scacchi
il rubinetto gocciola monotono. pag.175
Dall'altro lato delle porte dormono
coloro che per opera dei sogni
nell'ombra visionaria son padroni
del vasto ieri e delle cose morte.
Non c un oggetto in questo vecchio stabile
chio non conosca: le scaglie di mica
su quella pietra grigia che si duplica
continuamente nel confuso specchio,
La testa di leone che il pesante
anello addenta e i vetri colorati
che svelano al bambino le bellezze
di un mondo tutto rosso o tutto verde.
Essi perdurano al di l del caso
e della morte, e ognuno ha la sua storia,
ma tutto questo avviene in una specie
di quarta dimensione, la memoria.
l e soltanto l che stanno adesso
i patios e i giardini. Ed il passato
li conserva in quellmbito vietato
che insieme abbraccia il vespero e laurora.
Come ho potuto perdere quellordine
preciso di modeste e amate cose,
oggi interdette come quelle rose
che dette al primo Adamo il Paradiso?

Uno stupore antico di elegia


mi opprime quando penso a quella casa
e non comprendo come il tempo passa,
io che son tempo e sangue ed agonia.
pag.177 ARTE POETICA
Guardare il fiume che di tempo e acqua
e pensare che il tempo un altro fiume,
saper che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l'acqua.
Sentire che la veglia un altro sonno
che sogna di esser veglia e che la morte
che il nostro corpo teme quella morte
dogni notte che noi chiamiamo sonno.
Avvertire in un giorno o un anno il simbolo
dei giorni dogni uomo e dei suoi anni,
dell' oltraggioso scorrere degli anni
fare una musica, un sussurro, un simbolo,
vedere un oro triste nel tramonto
e nella morte il sonno la poesia,
che povera e immortale. La poesia
torna come l' aurora e il tramonto.
Talora nelle grigie sere un volto
ci guarda dal profondo d'uno specchio;
l'arte dev'esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto. pag.179
Ulisse, fama, stanco di prodigi,
pianse d'amore quando scorse Itaca
umile e verde. L'arte questa Itaca
di verde eternit, non di prodigi.
anche come il fiume interminabile
che passa e resta, e replica uno stesso
Eraclito incostante ch lo stesso
e un altro, come il fiume interminabile.
MUSEO
pag.181 DEL RIGORE NELLA SCIENZA
...In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa d'una sola
Provincia occupava unintera Citt, e la mappa dell'Impero unintera Provincia. Col tempo,
queste Mappe Smisurate non soddisfecero pi e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa
dell'Impero che aveva la grandezza stessa l'Impero e con esso coincideva esattamente. Meno
Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa
Mappa era Inutile e non senza Empiet la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli

Inverni. Nei deserti dell'Ovest restarono ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti; nellintero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche.
Surez Miranda, Viajes de varones prudentes,
Libro Quarto, cap. XLV, Lrida, 1658.
pag.183 QUARTINA
Altri morirono, ma questo accadde nel passato,
che la stagione (nessuno lo ignora) pi propizia alla morte.
mai possibile che io, suddito di Yaqub Almansr,
muoia come dovettero morire le rose e Aristotele?
Dal Divano di ALMOTASIM EL MAGREBI ( XII secolo).
pag.185 LIMITI
C' un verso di Verlaine che non ricorder mai pi,
c' una strada vicina ormai vietata ai miei passi,
c' uno specchio che mi ha visto per l'ultima volta,
c' una porta che ho chiuso sino alla fine del mondo.
Tra i libri della mia biblioteca (li sto vedendo)
ce n' qualcuno che non torner ad aprire.
Questa estate compir cinquanta anni;
la morte, incessante, mi consuma.
Da Inscripciones (Montevideo) 1923, di Julio Platero Haedo.
pag.187 IL POETA DICHIARA LA SUA FAMA
La volta del cielo misura la mia gloria,
le biblioteche dell' Oriente si disputano i miei versi,
gli emiri mi cercano per riempirmi d'oro la bocca,
gli angeli conoscono a memoria il mio ultimo zejel.
I miei strumenti di lavoro sono angoscia e umiliazione;
magari fossi nato morto.
Dal Divano di ABULCASIM EL HADRAM (XII secolo).
pag.189 IL NEMICO GENEROSO
Magnus Barfod, nell'anno 1102 intraprese la conquista di
tutti i regni dellIrlanda; si dice che il giorno precedente la
sua morte abbia ricevuto questo saluto da Muirchertach, re
di Dublino:
Che nei tuoi eserciti militino l'oro e la tempesta, Magnus Barfod.
Che domani, sui campi del mio regno, ti sia propizia la battaglia.
Che le tue mani di re intessano terribili la tela della spada.
Che siano alimento del cigno rosso coloro che si oppongono alla tua spada.
Che i tuoi molti di ti sazino di gloria, che ti sazino di sangue.
Che tu sia vittorioso all'alba, re che calchi la terra d'Irlanda.
Che dei tuoi molti giorni nessuno splenda come il giorno di domani.
Perch quel giorno sar l'ultimo. Te lo giuro, re Magnus.
Perch prima che si offuschi la sua luce, ti vincer e ti annienter, Magnus Barfod.
Da Anhang zur Heimskringla (1893) di H. GERING.
pag.191 LE REGRET D' HRACLITE
Io, che tanti uomini son stato non sono stato mai

luomo nel cui abbraccio illanguidiva Matilde Urbach.


GASPAR CAMERARIUS,
in Deliciae Poetarum Borussiae, VII, 16.
pag.193 IN MEMORIAM J. F. K.
Questa pallottola antica.
Nel 1897 la spar contro il presidente dell'Uruguay un ragazzo di Montevideo, Arredondo,
che aveva trascorso molto tempo senza vedere nessuno, perch si sapesse che non aveva
complici. Trent'anni prima, lo stesso proiettile uccise Lincoln, per opera criminale o magica
di un attore che le parole di Shakespeare avevano trasformato in Marco Bruto, assassino di
Cesare. Alla met del XVII secolo, la vendetta se ne serv per assassinare Gustavo Adolfo di
Svezia, nel mezzo della pubblica ecatombe di una battaglia.
Prima la pallottola era stata altre cose, giacch la trasmigrazione pitagorica non esclusiva
degli uomini. Fu il cordone di seta che in Oriente ricevono i visir, fu la fucileria e le baionette
che annientarono i difensori di Alamo, fu la mannaia triangolare che tagli il collo a una
regina, fu i chiodi oscuri che trafissero la carne del Redentore e il le gno della Croce, fu il
veleno che il capo cartaginese conservava in un anello di ferro, fu il sereno calice che un
pomeriggio bevve Socrate.
All' alba del tempo fu la pietra che Caino scagli contro Abele e sar molte altre cose che
oggi neppure immaginiamo e che finiranno insieme agli uomini e al loro prodigioso e fragile
destino.
pag.195 EPILOGO
Voglia Dio che la monotonia essenziale di questa miscellanea (che il tempo ha compilata,
non io, e che raccoglie vecchi testi che non ho osato emendare, perch li scrissi con un altro
concetto della letteratura) sia meno evidente della diversit geografica o storica dei temi. Di
tutti i libri che ho dato alle stampe, nessuno, credo, personale quanto questo raccogliticcio e
disordinato zibaldone, proprio perch abbonda di riflessi e di interpolazioni. Poche cose mi
sono successe e molte ne ho lette. O meglio, poche cose mi sono successe pi degne di
memoria del pensiero di Schopenhauer o della musica verbale dell' Inghilterra.
Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di
strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente
labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto.
J.L.B. Buenos Aires, 31 ottobre 1960
pag.199 NOTA AL TESTO
L'artefice apparve nel dicembre del 1960 presso Emec come nono volume delle Obras
Completas de Jorge Luis Borges.
Borges ha ricordato in pi occasioni come la raccolta nacque dalla richiesta del direttore
editoriale Carlos Fras di un libro nuovo per quella collezione. In realt, l'ultimo li bro
nuovo di Borges era stato Altre inquisizioni, edito da Sur nel 1952. Nel 1953 la Emec
aveva iniziato la pubblicazione dell'intera opera borgesiana, e nell'arco di quattro anni avevano visto la luce, in riedizioni in qualche caso rimaneggiate o ampliate, sette titoli che
costituivano quanto Borges aveva prodotto fino ad allora (tranne ovviamente i primi tre libri
di saggi, ripudiati). L'ultimo volume, uscito nel '57, aveva ripro posto L'Aleph secondo
l'edizione Losada del '52. Erano dunque tre anni che la collezione delle Obras Completas
era di fatto ferma, ma soprattutto era, per cos dire, da se mpre che Borges non si preoccupava
di offrire al suo prestigioso editore un titolo realmente nuovo. Di qui forse il tono,
amichevole ma perentorio, che si avverte nelle parole di Fras, riferite da Borges nelle sue

Conversazioni con Richard Burgin: Il mio editore mi disse: Vogliamo che ci dia un libro
nuovo, e questo libro deve avere un mercato . La pro duzione di Borges in quegli anni, a
causa dei sempre pi seri problemi agli occhi, si era in effetti un po' ridotta, tuttavia egli non
aveva smesso di scrivere e di collaborare, come aveva sempre fatto, a pi di una rivista. La
replica di Fras pag.200
alla risposta negativa di Borges (Non esiste nessun libro) teneva certamente conto di
questo dato: Ma certo che ce l'ha. Se guarda bene nei suoi scaffali e nei suoi cassetti trover
brani sciolti, cose brevi, resti. Il libro pu benissimo venir fuori di l. And proprio cos:
Trovai ritagli, vecchie riviste e mi resi conto che il libro stava l, pronto, ad aspettarmi.
Parlandone nell' Abbozzo di autobiografia, Borges commenta: Questo libro, che ho messo
insieme piuttosto che scritto, mi sembra stranamente il mio lavoro pi personale e, forse, a
mio gusto, il migliore. La formula nuova: L'artefice la sua prima raccolta composta di
prose e di poesie, recentissime alcune, antiche di un quindicennio altre, qualcuna forse
persino dimenticata e ritrovata. (In seguito, un'analoga scelta informer altre compilazioni,
da Elogio dell 'ombra alla Cifra ai Congiurati).
I 23 brani che precedono le poesie, abbozzi e parabole pi che poemi in prosa, erano stati
tutti gi editi in periodici tra il 1934 e il 1959. I pi vecchi provengono dalla Revista
multicolor de los sbados, supplemento letterario del diffu sissimo quotidiano Critica, che
Borges diresse, affiancato da Ulises Petit de Murat, dall'agosto dal 1933 all'ottobre del '34.
Nelle pagine di questa rivista Borges pubblic frmati col suo nome o con pseudonimi, o
anonimi -, oltre al suo primo esperimento narrativo (Hombres de las orillas, poi intitolato
Uomo all'angolo della casa rosa) e ai sei racconti che nel 1935 costituirono il nucleo centrale
della Storia universale dell'infamia, saggi, recensioni, traduzioni e numerosi brani narrativi,
generalmente brevi. Fra questi ultimi entrano a far parte del nuovo libro Dreamtigers, Gli
specchi velati e Le unghie, apparsi nel settembre 1934 sotto il titolo di Confesiones e
firmati Francisco Bustos, pseudonimo gi utilizzato per Hombres de las orillas e, in certo
senso, progenitore del futuro Honorio Bustos Domecq autore dei Sei problemi per don Isidro
Parodi (1942), scritti in collaborazione con Adolfo Bioy Casares. L'operazione non
rappresenta un tardivo riscatto dall'oblio, ma al contrario documenta una particolare
predilezione per questi testi, che gi nel '36 Borges aveva voluto ripub blicare, sotto la diversa
rubrica Inscripciones, nella rivista Destiempo (diretta insieme a Bioy Casares) e, ancora
una volta, aveva riproposto nella prima edizione di Altre inquisizioni. Nel corso di questo
tragitto editoriale, pag.201
l'originario gruppo della Revista multicolor de los sbados si era arricchito di altri due
scritti, Dialogo su di un dialogo (1936) e Argumentum Ornithologicum (1952). Fin troppo
semplice riconoscere i motivi di tale predilezione nei temi trattati - la tigre, gli specchi, la
morte, il problema dell'esistenza di Dio -, tutti centrali nellopera del nostro autore.
Gli altri testi che costituiscono la prima parte dell'Artefice appartengono tutti al quinquiennio
precedente il 1960, con una concentrazione particolare nel 1957. Da Sur, la pre stigiosa
rivista di Victoria Ocampo alla quale Borges collabor dal primo numero (1931) fino al 1980,
provengono Mutazioni (maggio-giugno 1954), Paradiso , XXXI, 108 (novembre-dicembre
1954), Parabola di Cervantes e don Chisciotte (marzo-aprile 1955), Parabola del palazzo
(novembre-dicembre 1956), Il testimone (luglio-agosto 1957), Martn Fierro (luglio-agosto
1957), Ragnark (marzo-aprile 1959).
Da un'altra importante rivista, La Biblioteca , che Borges fond nel 1957 in qualit di
direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires (riprendendo idealmente l'omonima
pubblicazione che Paul Groussac, suo illustre predecessore in quella carica, aveva curato
negli ultimi anni dell' Ottocento), provengono altre otto prose: Il prigoniero, Il simulacro,
Borges e io, Delia Elena San Marco (apparse nel numero del gennaio 1957, ma lultima
scritta nei tre anni prima, era gi uscita nella rivista della Societ Ebraica Argentina

Davar ), Dialogo di morti, La trama, Un Problema (tutti dell'aprile 1957) e L'artefice


(1958).
Dei tre testi di cui resta da dire, Inferno , I, 32 era apparso nel maggio del 1955 nella
rivista cubana Cicln, Una rosa gialla il 20 dicembre 1956 in El Hogar (il settimanale
per il quale dal 1936 al '39 Borges scrisse le note critiche ora riunite ne l volume Testi
prigionieri) e, infine, Everything and Nothing in Versin nell'autunno del 1958.
II corpus poetico che forma la parte centrale del volume (diremo a parte, come si conviene,
della sezione conclusiva intitolata Museo) consta di 24 testi (in maggioranza quartine di
endecasillabi rimati e sonetti di tipo italiano o elisabettiano) e copre un arco di tempo pi
limitato. Ci si deve al fatto che la scarsa produzione poetica borgesiana successiva a
Quaderno San Martn (1929) era andata raccogliendosi, sotto la rubrica Otros poemas, in
una sorta di appendice pag.202
alle tre raccolte degli anni Venti (Fervore di Buenos Aires, Luna di fronte e, Quaderno San
Martn), costituitasi nell' edizione Losada dei Poemas 1922-1943 e progressivamente ampliatasi prima nei Poemas 1923-1953 di Emec e poi in una riedizione dell'agosto 1958.
Comprensibilmente dunque, Borges non ritenne opportuno riutilizzare, per il nuovo volume,
nessuno di questi componimenti. Proprio a partire dal 1958, peraltro, la sua produzione
poetica stava vivendo una straordinaria ripresa, e nei cassetti che, su suggerimento di Fras, lo
scrittore ispezion, come racconta, in un piovoso pomeriggio domenicale, giacevano tredici
poesie edite in rivista ma non ancora raccolte in volume, sette inedite e quattro da considerare
quasi inedite in quanto pubblicate in edizio ni private a bassissima tiratura e fuori
commercio. Da queste Plaquetas provengono Poesia dei doni, L'altra tigre (apparse in
Poemas, F.A. Colombo, Buenos Aires, 1959, 25 esemplari), Allusione alla morte del
colonnello Francisco Borges (1833-1874) e Adrogu (entrambe in Seis composiciones, F.A.
Colombo, Buenos Aires, 1960,50 esemplari). Ancora inedite erano: Susana Soca, A un
vecchio poeta, Blind Pew, I Borges, Millenovecentoventi e rotti, Iniziando lo studio della
gmmmatica anglosassone e Luca, 23. In rivista erano invece uscite, in ordine cronologico:
La Pioggia Boletin de la Academia Argentina de Letras, ottobre-dicembre 1958), Arte
poetica Litoral , maggio 1960, ma composta nel 1958 e pubblicata privatamente in
Lmites, sempre per i tipi di F.A. Colombo), L'orologio a sabbia ( La Nacin, 15 marzo
1959), i due sonetti riuniti sotto il titolo Scacchi (Atlntida, marzo 1959), Gli specchi (La
Nacin, 20 agosto 1959), La luna (Sur, settembre-ottobre 1959), Allusione a un 'ombra
del milleottocentonovanta e rotti (Revista de la Comision protectora de bibliotecas populares, gennaio 1960), In memoriam A.R. (La Nacin, 21 febbraio 1960), Elvira de Alvear
(Atlntida, maggio 1960), Ode composta nel 1960, (La Nacin, 22 maggio 1960, col titolo A la patria, en 1960), All'effigie di un capitano degli eserciti di Cromwell (La Nacin,
12 giugno 1960), Ariosto egli arabi ( Sur , luglio-agosto 1960) e A Luis de Camoens (La
Nacin 4 dicembre 1960).
La sezione che chiude il volume, Museo, ha alle spalle una lunga storia che inizia ai tempi
in cui Borges e Bioy Casares diedero vita alla gi citata Destiempo , di cui usciro no tre
fascicoli tra il 1936 e il '37. Ciascuno di questi ospitava pag.203
una sezione, intitolata appunto Museo , che raccoglieva brani di vari autori, alcuni dei
quali erano scaltramente alterati se non addirittura inventati, o falsamente attribuiti. Dieci
anni pi tardi, nel marzo del '46, Borges cominci a dirigere Los Anales de Buenos Aires,
patrocinati da un istituto culturale che in qualche modo si ispirava al modello della parigina
Socit, des Annales. Borges apr la rivista, un p grigia e accademica a giovani scrittori di
talento quali Cortzar e Felisberto Hernndez ed egli stesso vi pubblic alcuni racconti e
saggi, pi tardi raccolti nell'Aleph e in Altre inquisizioni. Fin dal primo numero a lui affidato
e per tutto il 1946 la rivista ospit una sezione intitolata, ancora una volta, Museo e curata

da tale B. Lynch Davis, variazione dello pseudonimo B. Surez Lynch col quale, proprio in
quellanno, Borges e Bioy Casares avevano firmat Un modello per la morte.
Il gioco, avviato dai due amici in Destiempo , riprendeva. pi che probabile che tra i
numerosi testi pubblicati sotto nomi veri o inventati, non pochi fossero di Borges o di Bioy
Casares, o di Borges e di Bioy Casares. Comunque, quand mise insieme il materiale per
L'artefice, Brges ne riscatt sei (una prosa e cinque poesie), conservando tuttavia la falsa
attribuzione originaria, e palesando cos il gioco menzognero che doveva averli tanto
divertiti. (Un altro testo proveniente da quella rubrica, I due re e i due labirinti, era stato gi
inserito, nel 1952, nella seconda edizine dellAleph).
La struttura originale dellArtefice si conclude con le regret de Hraclite.
Il brano In memoriam J.F.K. (dedicato a Kennedy) fu aggiunto nell'edizione del 1974 in
volume unico, delle Obras Completas.
La storia dell'Artefice deve per ancora corredarsi di un 'ultima notizia.
Nel 1964, con la pubblicazione dellObra potica 1923-1964 la bibliografia borgesiana
registra la nascita di una nuova silloge, intitolata L'altro, lo stesso, che ripropone i testi
radunati fino ad allora sotto il titolo generico di Otros poemas , ne aggiunge di nuovi,
scritti tra il 1960 e il '64 e, cosa che pi interessa in questa sede accoglie tutte le poe sie
dellArtefice, comprese quelle della sezione Museo . Conseguenza di tale operazione sar
che ventinove poesie apparterranno contemporaneamente a due raccolte distinte - fino a
quando, nel 1974, in occasione della pubblicazio ne delle Obras Completas, Laltro, lo stesso
perde definitivamente i testi sottratti all'Artefice.
pag.205 ULISSE A ITACA
DI TOMMASO SCARANO
pag.207 Trent' anni separano L'artefice da Quaderno San Martn, la raccolta poetica che
immediatamente la precede e con la quale si era concluso il decennio della militanza
avanguardista di Borges. Al Quaderno aveva fatto seguito un rallentamento della produzione
poetica cos vistoso (nove sole poesie scritte tra il 1930 e il 1957) da autorizzare pi di un
critico a ritenere ormai esaurita la vena lirica dello scrittore, specie a fronte della copiosa
attivit di narratore e di saggista che in quegli anni aveva dato opere del rilievo di Finzioni,
L'Aleph, Altre inquisizioni.
Quel s ilenzio era la natura le conse guenza d i una cr is i i cui pr imi se gna li s i erano
ma nifes tati gi in pie na fase ul traista e c he presto si trad usse in una pro fonda
revis io ne de lla poetica che fino ad allora a veva or ie ntato la s ua scr it tura. D'a ltra
parte, come orma i a mp ia me nte c hiar ito, l'a desione d i Borges a lle pos izio ni
dell 'ultra is mo era stata ca ratter izza ta da un atteggia mento per pi d i un aspetto
de viante, c he era ind isc utib ile segno d i una r iser va d i fondo e che lo ave va
tenuto a l r iparo da sperime nta lis mi eccess ivi e dalle sue stesse p i rad ica li
dic hiara zio ni d i pr inc ip io.
Se la decisa autocritica che pi tardi coinvolse l'intera esperienza di quel decennio (sotto le
forme a volte fin troppo severe della ritrattazione e del ripudio) d la misura pre cisa di una
frattura, il quasi abbandono del mezzo poetico la prova tangibile di una crisi ancora
irrisolta: al di qua della presa d'atto dell'inadeguatezza della pag.208
concezione poetica ultraista e dello sgretolarsi dei suoi fondamenti, non sono ancora chiare
strade e modalit alternative.
Nell'Abbozzo di autobiografia Borges afferma che una delle principali conseguenze della
cecit che lo colp sul finire degli anni Cinquanta fu quella di farlo ritornare alla poe sia e di
fargli abbandonare il verso libero a favore dei mo delli strofici regolari. Che tra cecit e
ripresa della scrittura poetica vi sia stata una relazione, innegabile (e trova conferma, per
contrario, nel fatto che per un decennio, tra il 1956 e il '66, Borges non compose racconti);

tuttavia quella pur significativa coincidenza non pu non apparire troppo esclusivamente
esterna per dar conto fino in fondo del ritorno di Borges alla poesia, dopo una crisi cos
profonda da farla pressoch tacere. Pi attendibile e pi corretto rite nere che la ripresa fu
possibile perch la crisi era stata da tempo superata, anche se Borges aveva continuato a
scrivere racconti e a non scrivere poesie.
Quel trentennio povero di poesie fu infatti ricchissimo di riflessioni sulla poesia; e queste
documentano come Borges avesse da tempo del tutto risolto la crisi postavanguardista e
possedesse ormai una sua personale e diversa concezione del linguaggio poetico. I saggi di
argomento retorico raccolti in Discussione, Storia dell'eternit e Altre inquisizioni, permettono di ricostruire con precisione il percorso evolutivo di quella approfondita e
preoccupata ricerca che lo condusse a formulare un'idea di poesia lontana da ogni barocchismo e da ogni pretesa innovativa, e radicata invece in una tradizione classica di compostezza,
di rigore, di efficacia e di essenzialit.
Un'importanza tutta particolare riveste, in questa ricerca, la riflessione sulla metafora, che lo
port a rovesciare completamente la concezione ultraista che l'aveva innalzata a elemento
primario dell'espressione poetica e investita del compito di restituire un'immagine inedita
della realt. Nelle Kenningar (Storia dell'eternit), esaminando le complesse metafore delle
saghe nordiche, ne sottolinea la natura di puri esercizi verbali, menzogneri e languidi (gi
qualche anno prima, in un saggio dell' Idioma degli argentini, ne aveva scoperto la fragilit
e l'anima dubbiosa). Artificiosa e inefficace per Borges la metafora costruita con l'intento
di svelare connessioni lontane e inattese, presuntamente nuove. In una conferenza del 1949
su Nathaniel Hawthorne (poi raccolta in Altre inquisizioni) dir: pag.209

un errore supporre che le metafore possano essere inventate. Quelle vere, che formulano
intimi legami tra due immagini, sono sempre esistite; quelle che ancora possiamo inventare
sono le false, che non vale la pena inventare. Concetto che rinnega l'obbligo (che gli ultraisti
avevano ritenuto primario) di essere originali ad oltranza, e afferma che l'unica autentica
modalit creativa consiste nel riutilizzare e nell'iscrivere quanto gi stato scritto, poich
l'intera potenzialit dell'immaginazione letteraria ormai tutta esplorata e realiz zata.
Non solo dunque l'ultraismo, ma qualsiasi avanguardia e qualsiasi tentativo di rottura gli
appare, ora, velleitario e improduttivo. Gli stessi ultraisti, come scriver nel 1937 in un
saggio pubblicato su El Hogar (in Testi prigionieri), non erano stati che involontari e
fatali discepoli di quel Lugones, emblema della vecchia generazione modernista, contro
il quale avevano sferrato (Borges compreso) tutto il loro irriverente furore iconoclasta. Come
al Pierre Menard del famoso racconto di Finzioni, all' artefice non resta che rinunciare a
pretese inventive e praticare un 'arte del gi detto, una riscrittura di infinite riscritture che
sola garanzia di reale originalit.
Da questo approdo, che conquista di povert - come dir lui stesso - o di modesta e
segreta complessit , Borges pu riprendere il suo cammino poetico. L'artefice il
documento pi rilevante di tale conquista.
Arte poetica, che gi il titolo inscrive entro una tradizione classicistica, esprime una
concezione della poesia come infinito reimpiego di immagini e di simboli eterni. Il modo
stesso in cui strutturata (sette quartine a schema abbracciato di parole-rima ritornanti anche
all'interno delle singole strofe in un replicato andamento circolare) gi di per s significante
(e quasi figura) del carattere essenzialmente ripetitivo della creazione poetica. La poesia /
torna come laurora ed il tramonto, si legge nella quartina (non a ca so) centrale del
componimento. E cos le immagini di cui si servir il poeta sono quelle note, e sempre
esistite , del tempo e della vita che scorrono come l'acqua di un fiume, del giorno o dell'anno
come simboli delle stagioni dell'uomo, della morte come una delle forme del sogno, opposta
e uguale a quell'altra forma del sogno che la veglia. La poe sia come il fiume di Eraclito,
che passa e resta , che sempre lo stesso e sempre un altro, perch fatta di immagini

eterne, pag. 210


riprese e riutilizzate in infinite variazioni, ma sempre quelle, essenziali e povere . E il
poeta non un Ulisse alla ricerca dell'ignoto, ma l'Ulisse che stanco di prodigi fa ritorno
alla sua Itaca / umile e verde . Questo secondo Ulisse il Borges che, dopo la stagione dei
falsi prodigi della scrittura ultraista e barocca, ha trovato nell'ideale classico lo spazio che
racchiude la verde eternit della poesia.
significativo che questo testo sia stato composto nel 1958, nell'anno cio che segna la
grande ripresa dell'attivit poetica borgesiana. In quell'anno Borges scrive dieci poesie (otto
della quali inserite nel volume Poemas 1923-1958, e due nell' Artefice), tutte in versi di
metrica tradizionale: quattro sono sonetti (i primi di una ricca e importante produzione), le
altre componimenti in quartine di endecasillabi rimati. L'artefice (fatti salvi i testi di Museo
, che sono del 1946) contiene solo due poesie in versi liberi. L'adozione dei metri canonici e
della rima (cos avversata, anni addietro, nella polemica contro Lugones) un'altra delle
conseguenze di quel raggiunto ideale di compostezza formale, di equilibrio e di armonia. E
non senza rilievo che L'artefice sia dedicato proprio a Lugones o, per essere precisi, al Lugones pi classico e latineggiante, come indica, nel brano incipitale, il significativo richiamo
all' ipallage virgiliana dell' arido cammello .
Di poco posteriore ad Arte poetica, Ariosto e gli arabi riprende e sviluppa (al di l dei destini
intrecciati di popoli e libri) il tema della creazione letteraria come riformulazione di materiali
preesistenti. La grandezza del Furioso sta nell' essere, come i poemi omerici, come le Le
mille e una notte, un testo intessuto di altri testi, un sogno fatto di altri sogni: Scoria dei
sogni, indefinito limo / che dal Nilo dei sogni abbandonato, / fu la materia che tess il
groviglio / di questo risplendente labirinto. Il labirinto nel quale ci si pu smarrire per
mbiti di musica indolente l'intrico delle fonti letterarie di cui il Furioso si sostanzia. E il
suo autore assurge a simbolo del poeta che, consapevole che A nessun uomo dato di
comporre / un libro - perch un libro richiede, per essere davvero tale, pi uomini e pi vite,
e secoli di storia e di immaginazione -, si abbandona al piacere lento / di tornare a sognare il
gi sognato e compone cos una delle pi alte e originali opere dell'Occidente.
Operazione non diversa pone in atto lo stesso Borges in pag.211
La luna, Il suo lunario, che in questo esattamente opposto a quello inventivo di Lugones,
un diffuso repertorio di lune altrui. Cos scorrono, riprese e come rigenerate nel nuovo
contesto, le lune dei poeti : la dragon moon della ballata popolare inglese, la luna di
scarlatto e sangue del sesto libro dell'Apocalisse, la luna di Pitagora, che riflette sul suo
specchio il messaggio scritto su di un altro specchio, quella del sonetto quevediano in morte
del duca di Osuna, e ancora le diverse lune di Apollodoro, di Ariosto, di Hugo, di Yeats, e
quella che il gigantesco lupo Managarmr divorer, secondo una leggenda tramandata
dall'Edda di Snorri, macchiando di sangue cielo e terra. Un lungo inventario di lune
mitologiche che sono la luna intima e segreta di Borges, quella ancora pi vera e sua della
luna celestiale di ogni giorno . Ma il significato di questo testo non si esaurisce in quel
repertorio. Almeno altri due nuclei centrali v'anno sottolineati. Il primo costituisce, ancora
una volta, una dichiarazione di poetica: dalla giovanile convinzione che il poeta fosse
l'uomo / che, come il rosso Adamo in Paradiso, / impone ad ogni cosa il suo preciso / e vero e
ancora sconosciuto nome , Borges giunge alla constatazione che per ricordare o figurare la
luna non servono figure vane, ma basta la semplice parola luna; il secondo pone il
problema della inaccessibilit della realt alla scrittura. L'a pologo iniziale, che racconta della
smisurata impresa di cifrare l'universo in un libro, significa il fallimento di ogni illusione o
pretesa realistica della letteratura, perch su chi esercita il mestiere / di rendere in parole
questa vita pesa l'ineludibile maleficio di perdere sempre l'essenziale: la luna rester quindi
fatalmente al di l della letteratura, segreta e indecifrabile.
Altri testi dell' Artefice rielaborano e ripropongono questo concetto. Nell' Altra tigre, la tigre

vera, quella che a Sumatra o nel Bengala compie il suo rito d'amore, d'ozio e morte, resta.
come la luna, al di l dei versi, nei quali solo tropo letterario, ricordo di enciclopedia,
simbolo e ombra: basta infatti pronunciarne il nome perch diventi finzione d'ar te, forma di
un sogno (gi nella prosa Dreamtigers, scritta molti anni prima, nel 1934, l'agognata tigre era
parvenza passeggera, appartenente ormai soltanto alla realt fittizia del sogno; e sogno la
letteratura, come s' visto in Ariosto e gli arabi). Ma l'obbligo etico almeno di tentare di
cogliere il reale spinge Borges (deve spingere ogni artista) a continua re pag.212
l'ostinata ricerca dell'altra tigre, quella che non nel verso. Simbolo ricorrente nell'opera
borgesiana, la tigre non solo espressione della vita elementare, della forza, della istint ualit
(nonch della profonda nostalgia di Borges per questi valori), ma simbolo e cifra (basti
pensare a La scrittura del dio dell' Aleph) della totalit dell'universo. E dunque con la tigre,
resta al di l della scrittura, e inattingibile, l'intera realt.
esattamente questa la rivelazione che, ormai prossimo alla morte, ha Giambattista Marino
in Una rosa gialla, allorch percepisce la realt della rosa e sente che essa sta nella sua
eternit e non nel pur raffinato sistema di paro le attraverso cui l'aveva significata, e
comprende, come gi forse avevano compreso Omero e Dante, che la letteratura non uno
specchio del mondo ma una cosa in pi, aggiunta al mondo, e che possiamo menzionare o
alludere ma non esprimere. Nel 1961 Borges testimonier un'identica rivelazione e
concluder il Prologo della sua Antologia personale con queste parole: ora so che i miei di
non mi concedono se non l'allusione o la menzione.
La Parabola del palazzo pare contraddire Una rosa gialla: nella breve composizione del
poeta sembra esserci davvero - con tutti i suoi oggetti, i suoi istanti, le sue dinastie di uo mini,
di di e di draghi - la realt totale dell'immenso palazzo, tant' che questo scompare, come
assorbito in quelle parole, che, molto pi che specchio della realt, sono la realt. Ma il
finale, ironico e smitizzante, riafferma che la parola dell'universo (variante dell' arduo
manoscritto di quell'altra parabola con cui si apre La luna) irraggiungibile, pur se i
discendenti del poeta continuano a cercarla; cosi come Borges si ostina a continuare a cercare
l'altra tigre.
l testi sin qui esaminati esprimono gli elementi centrali di quella riflessione sull'opera
letteraria e sul mestiere di scrittore che affiorano, pi o meno frammentariamente, in tutta
l'opera di Borges. Ma ancora altri testi dell' Artefice sono interni a questo mbito di discorso.
Si pensi alla Parabola di Cervantes e don Chisciotte e alla sua conclusiva asserzione che al
principio come alla fine della letteratura c' il mito; o a quella sorta di chiosa interpretativa a
un ipotetico frammento autografo di Hamete Benengeli che Un problema; o ancora a
Inferno, I, 32, che esemplifica attraverso un riferimento dantesco l'idea che la realt esiste
per poter essere un libro; pag.213
o infine a Everything and Nothing, in cui Shakespeare incarna l'archetipo del destino di ogni
creatore, che tutti ed nessuno, Proteo cangiante che pot esaurire tutte le apparenze
dell'essere per scoprirsi, egli stesso, apparenza e nullit.
Commenti pi diffusi (per quanto qui ci si pu concedere) richiedono altre poesie della
raccolta. La celeberrima Poesia dei doni fra i testi che meglio testimoniano il composto
rigore formale raggiunto da Borges in questi anni, nonch quel pacato e sereno tono
meditativo che segner la sua poesia pi intimista. L'esperienza che sta dietro questo te sto
nota: nel 1955, caduto il peronismo, Borges ottiene l'incarico di dirigere la Biblioteca
Nazionale, ma quell'evento coincide con un lento e inesorabile aggravarsi della malattia agli
occhi che di l a qualche anno lo porter a una cecit quasi totale. questa coincidenza il
tema centrale del componimento, e non la commiserazione di se stesso o la protesta contro un
destino o un Dio ingenerosi. La prima quartina quasi un 'ammonizione al lettore a non
stravolgere il senso autentico delle sue parole: Nessuno a lacrime riduca o accuse / questo
attestato dell'alta maestria / di Dio, che con magnifica ironia / mi ha destinato insieme libri e

notte. (Non meno magnifica, nel suo profondo pudore, lironia di Borges). La poesia non
ha toni drammatici, ma i versi sono permeati da una delusa tristezza: Lento nella mia ombra,
l'ombra vuota / vado esplorando col bastone incerto, / io che mi figuravo il Paradiso / sotto la
specie di una biblioteca. Il modo di vivere (di raccontare) quella privazione non n il grido
disperato dell'Omero della prosa L'artefice n la serena rassegnazione cristiana di Milton nel
suo sonetto On his Blindness, certamente non estraneo alla Poesia dei doni (sotto quel titolo,
Borges comporr nel 1972 un altro sonetto sulla cecit). Ma la Poesia dei doni non cita n
Omero n Milton, bens il cieco Groussac che aveva preceduto Borges nella direzione della
stessa Biblioteca Nazionale. E il tema della cecit e del dono inutile di una citt di libri cede a
quello (di altissima ricorrenza in Borges) della ripetitivit dei destini e della confusione delle
identit: sento ... / che sono l'altro, il morto, che avr dato / gli stessi passi negli stessi
giorni. Al di l del nome che ci differenzia e che ci rende individui, l'anatema uno ed
indiviso: Groussac o Borges o Milton o noi stessi, nella biblio teca- labirinto che questo
nostro mondo incomprensibile pag.214
(si ricordi La biblioteca di Babele in Finzioni) siamo un po' tutti patetici lettori ciechi.
Il senso angoscioso della replica, di un tempo che circo larmente ripete gli eventi (si pensi a
La trama o a In memoriam J.F.K.) e fa del presente un riflesso fantasmatico del passato,
trova nello specchio il suo simbolo pi inquietante. Anticipata dal brano in prosa Gli specchi
velati, nel quale Borges racconta il suo orrore della duplicazione della realt (la follia di Julia
non che un rispecchiamento di quell'inquietudine), Gli specchi coagula e fa da centro agli
innumerevoli luoghi testuali in cui compare quell'oggetto insondabile, incessante,
spettrale. Ci che dello specchio inquieta il sortilegio di creare uno spazio e una realt
allo stesso tempo illusori e autentici, il suo statuto ibrido di verit e menzogna, di soglia che
non separa ma confonde, e contagia di inconsistenza il mondo reale delle cose, rivelandolo
ingannevole riflesso. Tra i simboli metafisici pi pregnanti dell'o pera di Borges, lo specchio
legato alla concezione idealistica della natura apparenziale, illusoria, onirica della realt,
ispiratagli soprattutto, ma non solo, da Schopenhauer e Macedonio Fernndez e contaminata
fin dall'inizio dalle teorie gnostiche, che sostenevano, oltre che l'illusoriet, la qualit
degradata del mondo, prodotto di di incompetenti, emanazioni successive (riflessi) di un Dio
immutabile e indifferente. La sesta quartina (infiniti li vedo, elementari / esecutori di un
antico patto, / moltiplicare il mondo come l'atto / generativo, vigili e fatali) rinvia a un brano
del Tintore mascherato Hakim di Merv (in Storia universale dell'infamia), che afferma: La
terra che abitiamo un errore, un'incompetente parodia. Gli specchi e la paternit sono
abominevoli, perch la moltiplicano e confermano (nonch al complesso racconto Tln,
Uqbar, Orbis Tertius di Finzioni). proprio questo vano mondo incerto che, aggiungendo
inconsistenza a inconsistenza, i temuti specchi di Borges estendono in una ragnatela da
vertigine. Tale simbologia si coniuga, negli Specchi, con quelle, di stampo barocco, del
mondo come teatro e della vita come sogno. Specchi, sogno, teatro sono cifre della nostra
realt di ombre e di vani riflessi. Di un'altra illusione, quella di condurre il gioco di questo
nostro sogno, metafora Gli scacchi, che la rivela comune agli uomini e agli di in un
infinito rinvio di specchi verso un lontano e forse improbabile dio che sia giocatore e non
pedina. pag.215
Non manca nell'Artefice un testo che tocca quello che forse il tema centrale, e certamente il
pi complesso della riflessione di Borges sull'enigma dell'esistenza, il tempo. Ma L'orologio
a sabbia non articola i problemi metafisici trattati in saggi quali Storia dell'eternit, Il tempo
circolare, La dottrina dei cicli, Nuova confutazione del tempo; , molto pi semplicemente,
una poesia sul sentimento della vita come inesorabile processo verso la morte. Gi nell'ultimo
di quei saggi, Borges aveva scritto: Il nostro destino ... non spaventoso perch irreale;
spaventoso perch irreversibile e di ferro. Il tempo la sostanza della quale sono fatto . Di
questo destino irreversibile e di ferro simbolo la delicata / e gra ve (ossimoro allusivo,

come la dura / ombra della meridiana, della qualit inconsistente del tempo e insieme della
sua fatale concretezza) sabbia d'oro che misura, nei suoi cicli infiniti, il tempo limitato
dell'uomo e quello della storia, che si fa memoria o oblio: Avverto nei minuti della sab bia /
il tempo cosmico, l'intera storia / che chiude nei suoi specchi la memoria / o che il magico
Lete ha ormai dissolto. Comunque, morte; la sesta quartina cita il tetro / e se vero strumento
che, nell'incisione di Drer, la Morte mostra al Cavaliere, e pone in primo piano i concetti
dell'uomo come fortuita cosa di tempo e della vita come pro gressiva morte: Il rito del
travaso non ha fine / e con la sabbia se ne va la vita. Diversa figurazione dello stesso sentimento nella bellissima Limiti di Museo. I limiti sono quei gesti che l'uomo compie
inconsapevolmente per l'ultima volta: chiudere una porta, percorrere una strada, legge re un
verso; sono le piccole morti quotidiane di cui fatta la nostra vita, continua e inavvertita
morte che ci consuma. (Una pi ampia riscrittura di questo breve e intenso componimento
la poesia in quartine che, sotto lo stesso titolo, Borges scrive nel 1958 e inserisce in L'altro, lo
stesso).
C un brano, nell'Artefice, Le unghie, nel quale il pensiero della morte espresso con una
crudezza inusitata per Borges: l'inutile e ostinata vitalit delle unghie e dei peli oltre il limite
della morte il rovescio speculare delle piccole morti in vita di Limiti. Ma, di norma, il modo
di dire o di alludere a quel momento definitivo soffuso di uno stupore triste e raccolto. Cos
in Susana Soca, Elvira de Alvear, Delia Elena San Marco, Quartina e nel pi esteso ricordo
di Alfonso Reyes di In memoriam A.R., che contiene un' idea dell'aldil come universo pi
vivido e complesso della realt terrena, pag.216
come dimensione nella quale all'uomo sar, forse concesso di contemplare quegli archetipi
dei quali il nostro mondo confuso e ingannevole riflesso. Il tema aprirebbe un impegnativo
discorso intorno alle dubbiose e contraddittorie ipotesi di Borges sul mistero della morte e
della divinit. Qui basti dire, per non travalicare lambito della raccolta, che Blind Pew, il
sonetto che ricorda il bucaniere cieco dell'Isola del Tesoro, esprime una idea della morte
come tesoro , come destino atteso e desiderato: te pure attende, in altre spiagge d'oro, / il
tuo incorruttibile tesoro: / la vasta e vaga e necessaria morte . Questo sentimento della morte
come dono destinato a ritornare pi volte in testi successivi; per citarne solo qualcuno: in
Altra poesia dei doni (per il sonno e per la morte / questi due tesori segreti ), in
Ecclesiaste , 1-9 ( un oscuro miracolo ci attende ), in 1964 II (Solo una cosa non
gustata attendo / un regalo, un oro dentro l'ombra, / quella vergine, la morte).
La prosa Il testimone coglie un altro senso della morte, il suo coinvolgere il mondo esterno
all'individuo: una cosa o un numero infinito di cose, muore in ogni agonia ; e in All 'effigie
di un capitano degli eserciti di Cromwell quellevento finale si coniuga col classico tema
della vanit dei desideri e della gloria terreni ( Gli affanni, o capitano, sono inganni, / vano
l'arnese e vano l'ostinarsi / delluomo che ha il suo termine in un giorno ).
Quest'ultimo testo e Blind Pew sono rappresentativi di un cospicuo gruppo di poesie che
inizia a costituirsi proprio negli anni immediatamente precedenti Lartefice e che ha per
soggetto o eroi del coraggio e dellazione (dai grandi personaggi della storia ai gloriosi
militari della sua famiglia o ai guappi di quartiere) oppure, pi spesso e la cosa non pu
meravigliare in un autore la cui opera si nutre di cultura -, scrittori, filosofi, personaggi di
opere letterarie. Ma non si pensi al tradizionale ritratto celebrativo: questi componimenti, che
sembrano prediligere la forma breve del sonetto, sono riflessioni su destini, memoria ( e
rispecchiamento) di frammenti di vite altrui o congettura di momenti segreti dal forte valore
emblematico. Al primo tipo appartengono Allusione alla morte del colonnello Francisco
Borges (1833-I874), che evoca la morte cercata del nonno paterno, e Allusione a
un' ombra del milleottocentovanta e rotti, ricordo del cuchillero Juan Muraa, divenuto,
nella personale mitologia di Borges, espressione del coraggio puro e gratuito pag. 217
e della sfida quotidiana alla morte.

Le accomuna una nostalgia dal sapore elegiaco; i destini eroici sono quel destino mancato
cui Borges alluder pi volte in testi posteriori, pi aperti all'autobiografismo e all'intimit
(basti ricordare il distico finale di Sono, 1975: Sono nessuno, chi non fu una spada / in
guerra. Sono eco, oblio, nulla ). Al secondo tipo vanno ricondotti A Luis de Camoens,
l'autore del grande poema I Lusiadi, e A un vecchio poeta, dedicato a quel Francisco de
Quevedo del quale Borges scrisse: meno un uomo che una vasta e complessa letteratura;
al contrario dell'altro, il destino letterario per Borges quello di un io plurale di cui parte e
con il quale si identifica.
Un valore inaugurale ha anche Iniziando lo studio della grammatica anglosassone, primo
documento di quella esperienza intima delle letterature germaniche antiche che sta alla
base di numerose poesie ispirate all'epica e alla mitologia nordiche, anch'esse sempre segnate
da un certo sentimento elegiaco. La nostalgia di Borges non investe per solo il tema del
mancato destino eroico. L 'artefice contiene un gruppetto di testi che dicono il rimpianto per
epoche, luoghi o persone che non sono pi, ma che la memoria ( questa moneta che non
mai la stessa , come recita il verso di una poesia di Elogio dell'ombra) restituisce di tanto in
tanto. E cos nella Pioggia affiorano i neri grappoli di un certo patio / che non esiste p i , e
in Adrogu tutto il mondo di polvere e gelsomini della sua infanzia; e perfino l'Ode
composta nel 1960 per celebrare la patria si trasforma in un lungo elenco di cose perdute. Ma
nel distico Le regret d'Hraclite, che chiude, come un epitaffio, questo libro, che il
sentimento della perdita e dell'assenza assume una dimensione totaliz zante: Io che tanti
uomini son stato non sono stato mai / l'uomo nel cui abbraccio illanguidiva Matilde Urbach
- versi che solo una lettura superficiale pu ridurre al tema dell'amore mancato.
Libro-della plenitudine poetica di Borges , come ha scritto Roberto Paoli,
L'artefice costituisce il pi ragguardevole insieme che ci abbia dato la vena intima,
congiunta a quella metafisica dello scrittore . E davvero, di questa sorta di zibaldone
raccogliticcio e disordinato, magnifica metafora la parabola con cui si conclude l'Epilogo:
Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni po pola uno spazio con
immagini di province, di regni, di montagne, pag.218
di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.
Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo
volto .
fine lettura
FINITO DI STAMPARE NEL NOVEMBRE 1999 DALLA TECHNO MEDIA
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333. Nina Berberova, Dove non si parla d'amore
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347. Jorge Luis Borges, Storia dell'eternit
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353. Benjamin Constant, La mia vita (Il quaderno rosso)
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355. Gottfried Benn, Romanzo del fenotipo
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359. La nube della non conoscenza, a cura di Piero Boitani (2 ediz.)
360. Georges Simenon, Tre camere a Manhattan (9 ediz.)
361. Vladimir Nabokov, Pnin
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363. Iosif Brodskij, Dolore e ragione


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368. W.H. Auden, La mano del tintore
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371. Nonno di Panopoli, Le Dionisiache, II
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381. Cristina Campo, Lettere a Mita
Altri dati
DELLO STESSO AUTORE:
Il manoscritto di Brodie
L'Aleph
Storia dell 'eternit
Storia universale dell'infamia
Testi prigionieri
TITOLO ORIGINALE: El hacedor
Le opere di Jorge Luis Borges escono sotto la direzione di Antonio Melis, Fabio
Rodrguez Amaya e Tommaso Scarano.
@ 1996 MARIA KODAMA @ 1999 ADELPHI EDIZlONI S.P.A. MIILANO
ISBN 88-459-1507-7
Le opere di Borges sono in corso di pubblicazione presso Adelphi: sono finora apparsi
Storia universale dell'infamia (1997), Storia dell'eternit (1997), Testi prigionieri (1998),
L'Aleph (1998) e il manoscritto di Brodie (1999).
In copertina: Miniatura tratta da un codice dell'Aurora consurgens (tardo XIV sec.).
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FINITO DI STAMPARE NEL NOVEMBRE 1999 DALLA TECHNO MEDIA
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