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Riassunto - manuale di sociologia politica - a.a. 2011/2012

Scienza politica (Universit degli Studi di Genova)

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1. POLITICA E COMUNITA
1. Definizioni
Politica: quellaspetto dellattivit umana che ha come oggetto il governo della societ, cio la
costruzione, il mantenimento e lo sviluppo dello Stato, inteso come ordinamento politico di un territorio
e dei suoi abitanti. In sostanza la politica si occupa dellintegrazione e cooperazione delle molteplici
attivit sociali, economiche e culturali dei cittadini, stabilendo principi e regole accettati dalla
popolazione e garantiti da un apparato di controllo formato da uomini addestrati a tali compiti.
Per raggiungere questo scopo necessario che la politica disponga di uno specifico strumento: luso
esclusivo della coercizione fisica. Ogni potere politico che voglia durare dovr giustificare la sua
capacit di coercizione, perch se verr considerata illegittima porter a ribellioni sempre pi frequenti,
fino al crollo inevitabile. Questi motivi di giustificazione sono definiti fondamenti di legittimazione e
servono appunto a fornire consenso popolare allautorit politica.
Comunit: esistono posizioni diverse a riguardo, alcune delle quali tendono ad escludere loggetto
comunit dalla ricerca sociologica, secondo alcuni autori per la sua inattualit, secondo altri per la sua
indefinibilit, mentre altri ancora preferiscono parlare di declino del concetto. In almeno due dimensioni
essenziali, cio quella storico-sociale e quella sistemica, i legami comunitari appaiono, per, ancora oggi
molto significativi. La prima riguarda i rapporti fra tradizione e modernit, i temi della patria, della
formazione e dello sviluppo dello Stato-nazione, il bisogno di identit locale e nazionale che riaffiora in
questi anni di internazionalizzazione della vita sociale e politica e che riaccende lattenzione sulla
comunit locale e nazionale e in generale, sugli aspetti comunitari delle tradizioni e delle religioni. La
seconda, invece, riguarda linterazione tra le aggregazioni comunitarie, le altre parti del sistema sociale e
il sistema nel suo insieme. Da questo punto di vista esistono due confini tra le relazioni comunitarie, le
altre parti del sistema sociale e il sistema nel suo insieme: sul confine superiore le forme di aggregazione
incontrano la societ civile, le istituzioni pubbliche e i regimi politici, mentre sul confine inferiore, le
comunit si misurano con i soggetti che le compongono, cio con il delicato rapporto tra appartenenza,
identit ed individuazione.
A questo proposito, si pu ricordare che il concetto di identit valorizza i collegamenti tra individuo e
comunit. Identit significa, da una parte, essere unico, con riferimento al processo di distinzione
attraverso il quale si costruisce la personalit individuale, ma, daltra parte, identit indica anche lessere
identico ad altre persone. Lindividuazione quindi un processo di costruzione identitaria che si realizza
su base relazionale.
Dagli studi filosofici emerge che la comunit indica il convivere condividendo beni materiali e
immateriali: gi Aristotele definiva la comunit come un gruppo di persone con valori, interessi e
credenze in comune. Nelle diverse epoche sono esistiti ed esistono molteplici esempi di messa in comune
dei beni, totale o parziale (oggi separazione dei beni tra coniugi) cos come resta acquisito che lo Stato
moderno nato e vive sulla base della messa in comune di molti beni dei suoi membri (es. prelievo
fiscale per attuare le politiche dello Stato) e quindi la decisione su che cosa mettere in comune
questione centrale per la costruzione di ogni societ e per ogni forma di regolazione politica.
2. La comunit nellanalisi sociologica
Per Alessandro Pizzorno la comunit ha due significati principali. Il primo quello che si riferisce ad
un raggruppamento umano localizzato, cio circoscritto territorialmente, entro il quale abbiamo un
insieme di rapporti sociali fondati sulla prossimit territoriale. Il secondo mette in luce che le relazioni

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comunitarie sono tipiche di societ dove dominano i rapporti di ordine personale, fondati sulla
valutazione degli status personali attuati secondo scelte particolaristiche.
Il concetto di comunit in sociologia indica specifiche relazioni sociali individuate attraverso gli spazi
che occupano, in termini geografici e in termini relazionali, ed inoltre dei contenuti che ispirano lazione
dei membri (tradizioni, culture, religioni). Dallesperienza storica vediamo che le dimensioni spaziali
sono molteplici, al pari dei loro contenuti e che le comunit sono attori molto importanti nella
definizione dei modelli di societ e politica.
Secondo Tonnies: ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva (..) viene intesa come vita in
comunit, la societ invece il pubblico, il mondo. Esistono tre forme originarie di comunit:
-

la parentela (comunit di sangue)

il vicinato (comunit di luogo)

lamicizia (comunit di spirito)

Lelemento caratterizzante lidem sentire, una comunanza del sentire, cio una comune modalit di
rapporto-reazione sentimentale ed emotiva rispetto alle persone e ai fenomeni sociali con i quali i
soggetti vengono a contatto, dalla quale nasce la collaborazione; tale comunanza non contrattuale e
tacita.
Weber definisce comunit ogni relazione sociale in cui la disposizione allagire poggia su un senso di
comune appartenenza, di tipo affettivo o tradizionale. Il senso di comune appartenenza differenzia la
comunit dallassociazione, la quale si basa, invece, sullidentit o su un legame di interessi, motivato
razionalmente rispetto allo scopo o al valore.
La motivazione posta alla base delle associazioni definita come un legame di interessi, mentre quella
alla base della comunit definita senso di comune appartenenza. Il primo evoca unutilit che motiva
lagire dellattore verso scopi materiali (associazioni a fine di lucro) o ideali (quelle culturali o politiche).
Si tratta di una motivazione personale, un interesse oggettivo che collega la posizione di diversi
individui. La relazione di interesse genera legami di partecipazione, fondati sulla fiducia, che pone al
centro laspettativa dei comportamenti altrui. Le relazioni caratterizzate invece dalla comune
appartenenza hanno come fondamento motivazioni personali derivate da un elemento interno anzich
esterno allattore sociale. Questi avverte di essere coinvolto in affetti e tradizioni che lo legano ad altri in
modo tale da essere pi che una semplice convivenza e condivisione di beni materiali. Le relazioni di
questo tipo generano ununione ancorata al concetto di fedelt, che pone al centro laspettativa dei
comportamenti proprio anzich altrui.
Parsons nei suoi studi ha utilizzato il concetto di comunit in due significati distinti: 1. Per indicare
quella collettivit i cui membri dividono unarea territoriale comune come loro base di operazioni per le
attivit quotidiane. 2. Per indicare la cosiddetta comunit societaria che svolge una funzione di
integrazione attraverso la lealt del singolo soggetto verso la collettivit di cui membro. Inoltre lega il
concetto di comunit locale prevalentemente alla cooperazione economica, ponendo in subordine ad
essa gli elementi di attaccamento affettivo ai luoghi di nascita e vita, trascurando le tradizioni e
presentando la comunit societaria come fondamento emotivo e morale della sfera politica,
sottolineando comunque la distanza da essa. Il suo concetto di cittadinanza quindi riferito alla piena
appartenenza alla comunit societaria.
3. La lettura dicotomica: comunit/esclusione vs politica/inclusione
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Tale lettura dicotomica poggia sul presupposto che lessenza di ogni comunit riguarda il legame intimo
che tiene uniti i piccoli gruppi caratterizzati da rapporti stretti, diretti, affettivi, che negano i processi di
individuazione; la comunit diventa quindi sinonimo di privato e particolare e perci di esclusione. Al
contrario la politica moderna sinonimo di pubblico e universale, quindi di inclusione e piena
affermazione dellindividuo. Molti studiosi sono giunti a teorizzare una specie di legge sociale: nei paesi
e nelle societ dove le relazioni di comunit sono pi forti, risulta di conseguenza pi debole la politica e
viceversa, le forme pi moderne e democratiche di vita politica esistono dove abbiamo un indebolimento
delle relazioni comunitarie. Questa dicotomia tende a contrapporre, pi in generale, lintera modernit
alle forme di vita comunitaria e alle tradizioni.
Molti esempi di societ passate e presenti sembrano testimoniare il contrario, ad esempio basta citare
leroismo degli spartani alle Termopili, fondamento dellidentit guerriera della comunit politica di
Sparta, fino ad arrivare a recenti e tragici episodi riguardanti testamenti di terroristi suicidi in cui si
miscelano sentimenti familiari, fedi religiose e attaccamento al proprio paese. Inoltre ragionando sulla
vita sociale e politica quotidiana piuttosto che su fatti straordinari possiamo segnalare: limportanza della
comunit dei parenti, degli amici, dei vicini nelle prime forme di socializzazione politica, oppure il
valore delle appartenenze religiose fino ad arrivare al sentimento di comunit nazionale nella formazione
dellidentit o, infine, la centralit politica del principio di fraternit nelle democrazie moderne. Questi
sono alcuni esempi per far capire come la comunit primaria, la comunit politica e lo Stato siano
elementi fondamentali dellidentit personale dellintera vita sociale.
Ci sono ovviamente le buone ragioni di segno contrario, che portano a ritenere antagoniste la comunit e
la politica moderna. Ad esempio: la nascita dello Stato nazionale in seguito al superamento dei
particolarismi locali, i diritti civili e politici e la democrazia nati dal superamento dei poteri tradizionali
su base comunitaria, oppure i processi di formazione di personalit adulte autonome impediti in vari
modi allinterno delle comunit che obbligano i componenti a restare nellindistinto, negando le libert
personali e il valore dellautorealizzazione individuale.
Quattro modelli di societ e di relazioni politica-comunit:
1. Appartenenza (mondo premoderno): vivere stabilmente con altri, spartire con loro le scarse risorse
di uneconomia di sopravvivenza hanno costituito per lunghi secoli gli elementi essenziali non solo
di ogni comunit primaria, ma pure dellintera vita sociale entro societ arcaiche organizzate intorno
a villaggi e a piccoli nuclei residenziali. Loikos lo spazio fisico e simbolico in cui si svolgono la
vita, la riproduzione sociale ed economica, le attivit di governo della comunit. Allinterno di
queste comunit primarie erano unificate le funzioni, i ruoli, le competenze, le strutture che nelle
societ moderne si sono poi differenziate, sul piano sociale ed istituzionale.
Weber ha spiegato che allinterno delle maggiori comunit domestiche e di villaggio nata la prima
spinta verso forme pi evolute di organizzazione economica e verso la politica, il bisogno di
superare leconomia di autoconsumo e di avviarsi verso leconomia di mercato, di definire i criteri di
attribuzione del comando e il bisogno di proiettarsi allesterno conquistando spazi e risorse. Le
forme pi antiche di potere tradizionale sono il patriarcalismo, fondato sullautorit del patriarca, e
la gerontocrazia, fondata sullautorit degli anziani. Per avere nuove forme di potere attribuito
dovremo aspettare le democrazie moderne, perch in seguito a queste due, le successive saranno
fondate sullappropriazione attraverso apparati militari e amministrativi. Anche in questi casi il
legame tra comunit e politica di natura fondativa, in quanto il potere fondato sulla coercizione
necessita di legittimazione e questopera di consenso fondata su esperienze comuni o valori e
simboli su base comunitaria. Quindi la comunit politica formata da componenti strutturali
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(coercizione fisica, territorio), ma anche da componenti culturali che servono a legittimare il potere
(valori tradizionali, religiosi o linguistici).
2. Legalit e appartenenza (seconda met 700): in questa fase (rivoluzione industriale, americana e
francese) nei paesi occidentali, ai processi di differenziazione sociale in seguito alle nuove attivit
produttive, ha corrisposto il processo di costruzione degli Stati nazionali, delle strutture istituzionali
e delle nuove culture politiche di cui esse hanno avuto bisogno per legittimarsi politicamente. Si
cercato di risolvere la tensione tra comunit, societ e politica in diversi modi: 1.attraverso forme di
governo e soluzioni istituzionali capaci di integrare le diverse comunit nel nuovo Stato, mediante
forze militari e incentivi e disincentivi. 2.attraverso lelaborazione dellidea di nazione come
comunit di un popolo su un territorio grande quanto uno Stato, fondata su comuni basi linguistiche,
religiose, ecc.. e a loro volta queste basi sono state cementate nelle lotte per indipendenza e libert
nazionale, guidate da nuovi capi carismatici.
Weber afferma che ci che distingue una comunit politica da uno Stato : 1. La monopolizzazione
delluso della forza su un ampio territorio. 2. I contenuti della legittimazione legati al senso
dellagire della comunit (tradizioni, sentimenti e pathos) oppure ai fondamenti razionali di
unassociazione che assume la forma di ordinamento istituzionale fondato su leggi positive.
3. Cittadinanza e appartenenza (affermazione di democrazia e Stato sociale): in questo modello,
affermatosi in tutto il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale a partire dallOccidente, nuovi
processi e fenomeni si sono aggiunti a quelli gi indicati, portando a quella che stata chiamata la
Grande trasformazione o anche la modernizzazione sociale e politica.
a. Sul piano sociale, lavanzata dei modelli di vita urbana e industriale; i fenomeni di mobilit
sociale e geografica che hanno portato successivamente al pluralismo sociale, etnico, culturale;
le nuove aree della vita sociale in cui le persone devono interagire per motivi di lavoro, svago,
studio o cooperazione; la nuclearizzazione della famiglia che ha cambiato linfluenza della
parentela nella quotidianit.
b. Sul piano economico, la diffusione della grande industria, insieme alla contemporanea
espansione di molteplici iniziative e interventi dello Stato rivolti a fornire servizi e solidariet ai
soggetti bisognosi (motivi di lavoro, salute o vecchiaia), prima curati solo su base comunitaria.
c. Sul piano culturale, la crescita dellistruzione di massa e della specializzazione dei ruoli, che
hanno potentemente svuotato di significato i saperi e i valori tradizionali delle comunit
dorigine; la secolarizzazione e lindebolimento delle credenze e delle pratiche religiose; il
principio dellautorealizzazione personale e la crisi dellautorit genitoriale.
d. Sul piano politico, lespansione del suffragio universale, dei processi di partecipazione e di
democratizzazione, della cultura e dei diritti individuali e collettivi, dei principi di efficienza e
dimparzialit amministrativa.
Talcott Parsons stato capofila di una corrente di studi secondo la quale bisogna collegare
lappartenenza comunitaria al valore della cittadinanza individuale. Non quindi leredit rivissuta
di affetti e tradizioni comuni a cementare lunione, ma bens lintegrazione funzionale di soggetti
appartenenti ad una pluralit di etnie e tradizioni che si incontrano e decidono di convivere e
collaborare in nome del reciproco riconoscimento dei diritti di cittadinanza.
La conquista della piena cittadinanza (Marshall) nei successivi passaggi che vanno da quella
iniziale, chiamata civile (diritti di propriet e libert personali), a quella politica (suffragio
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universale maschile e femminile e libert di associazione) e poi a quella sociale (diritti e politiche
sociali, cio salute, scuola, pensioni, ecc..) corrisponde alle tappe attraverso le quali lo Stato
costituzionale dellOttocento si trasformato ed divenuto nel Novecento lo Stato democratico e del
benessere (welfare state).
Una nuova ondata di studi di comunit (1990) ha rimesso in discussione il paradigma funzionalista,
mostrando ad esempio come in alcuni paesi asiatici altre religioni, diverse da quelle protestanti
studiate da Weber, possano stimolare lo sviluppo economico o politico e come le relazioni
comunitarie possano favorire forme di aggregazione e di cambiamento politico anzich produrre
disgregazione.
4. Cittadinanza universale e appartenenza (tuttora in costruzione): riguarda la crisi dei modelli di
welfare e di Stato nazionale, come pure delle grandi ideologie collettive e laffermazione dei
processi di globalizzazione. In questa fase si affermano su scala mondiale, da un lato
leconomizzazione della politica e luniversalismo giuridico, dallaltro la crisi della politica e le
nuove domande sociali. Diverse ricerche hanno messo in luce alcune esigenze funzionali dei sistemi
sociali, economici e politici contemporanei che determinano una nuova attenzione verso le relazioni
comunitarie e i compiti che esse possono svolgere: in termini di risparmio e riduzione della spesa
pubblica (crisi fiscale dello stato, aumento del deficit per le spese sanitarie e di cura), di sviluppo
economico (tema dello sviluppo locale e dei distretti economici collegati alla comunit su base
territoriale), di utilit collettiva per la riproduzione sociale e lintegrazione politica (crollo dei tassi di
fecondit, servizi alla persona e alle famiglie). Nella stessa direzione spinge lintensa
internalizzazione di molte sfere della vita politica, al cui interno si manifestano gravi pericoli di
frammentazione e di guerra e anche una nuova ricerca di identit collettiva e di radicamento
territoriale. Per cui, insieme alla diffusa domanda di riconoscimento dei principi e dei valori della
cittadinanza, si avvertono segnali di ripresa di forme comunitarie tradizionali e di nascita di nuove
relazioni di comunit, che quasi sempre fondano lappartenenza sulla comunicazione anzich sulle
tradizioni e i sentimenti.
Alcuni studiosi hanno proposto lesistenza di nuove comunit virtuali, collegate alle tecnologie
informatiche, che completano lo sganciamento delle nuove comunit da quelle tradizionali. Nella
maggioranza di questi studi il collegamento diretto di queste nuove comunit alle tradizioni o ai
sentimenti appare assente o marginale. In questo contesto di rinnovato interesse verso le relazioni
comunitarie, la politica il settore della societ che interroga la comunit con maggiore intensit,
che ha pi bisogno delle sue risorse, che pu manipolarla o essere manipolata, sia sul piano delle
funzioni che su quello della ricerca del senso di cambiamento di fronte ai pericoli, alle minacce e alle
opportunit di questa fase dello sviluppo sociale.
La questione che si pone quindi quella del radicamento della cittadinanza globale. Tale
radicamento risulta necessario sia per contrastare le tendenze alla riproposizione della comunit in
termini razzisti, xenofobi, fondamentalisti, diffuse in molte aree del mondo, sia per fornire alla
politica i contenuti e i fondamenti di legittimazione necessari a definire strategie di ampia portata,
capaci di superare le contraddizioni del globalismo giuridico (ordinamento giuridico globale).
Tutto ci chiama in causa la comunit e il senso di appartenenza in un contesto diverso dalle epoche
passate. Si tratta di cercare di elaborare un nucleo essenziale di valori universali comuni alle diverse
civilt e alle grandi tradizioni storico-religiose-politiche del mondo, un nucleo capace di fondare
garanzie giuridiche universali di rispetto e tutela e sviluppo della persona e dei differenti gruppi
umani; ma anche di giustificare, in considerazione delle grandi diversit culturali e materiali,
percorsi di modernizzazione e globalizzazione differenti.
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2. POLITICA E POTERE
1. La politica
La parola politica nata in Grecia nel momento in cui erano venute a formarsi le prime citt-Stato, ovvero le
poleis. Nelle precedenti forme di socialit a carattere tribale, lordine sociale era basato sui racconti
mitologici di tipo sacro e sulla struttura gerarchica dei vincoli di sangue. Anche se ognuna di queste
comunit poteva avere credenze e regole diverse, in esse lautorit veniva per lo pi gestita dai capi famiglia
e dai depositari della tradizione magico-religiosa e ciascun membro della trib aveva sin dalla nascita una
precisa collocazione. Lintera vita comunitaria era regolata da norme arcaiche derivanti da credenze miticoreligiose e da divieti, o tab.
Il fatto di vivere in societ comincia a diventare problematico quando iniziano a formarsi unit sociali
diverse da quelle di tipo ancestrale. In particolare nella Grecia antica vengono formandosi nuove unit
sociali, le poleis, o citt-Stato, il cui tipo di organizzazione comunitaria fondato su vincoli di solidariet e
di interesse tra gli individui appartenenti alla stessa citt, che trascendono i vecchi legami di tipo familiare e
tribale. Nella societ democratica della polis, lordine sociale comincia invece ad apparire come suscettibile
di trasformazione in quanto direttamente dipendente dalle capacit conoscitive e dalle qualit morali dei
cittadini stessi. Gli individui che vivono nella polis devono riformulare in termini diversi la loro
appartenenza alla nuova unit sociale che si venuta a formare e nasce cos il problema della politica,
ovvero di trovare nuove forme di legittimazione per coloro che devono esercitare le funzioni di governo e di
definire nuove regole che siano osservate da tutti i cittadini della polis.
Allinizio, il pensiero politico viene sviluppandosi prevalentemente in via deduttiva, cio a partire da
concezioni razionali astratte, di tipo teologico e metafisico, riguardanti il fine della vita umana e lessenza
del sociale. La politica viene tuttavia progressivamente a sganciarsi dalle concezioni religiose e metafisiche e
a cercare soluzioni sulla base di principi di razionalit autonomi e indipendenti. Lesigenza concreta di
definire in modo pi chiaro le competenze relative al potere temporale rispetto a quello del potere spirituale,
favorisce laffermarsi di una corrente di pensiero che tende a rendersi autonoma rispetto alla concezione
teologica, dando cos inizio ad un graduale processo di laicizzazione della politica.
Ma la vera svolta in questo senso rappresentata dalla crisi aperta dalla Riforma protestante, avviata nel
1517 da Martin Lutero. Questo evento, dissolvendo lunit religiosa del mondo occidentale, obbliga infatti a
cercare nuovi fondamenti razionali della vita sociale e politica che potessero essere condivisi da tutti
indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa.
A partire da tale esigenza, Grozio cercher di fondare il diritto pubblico in base ad una scienza razionale e
deduttiva, concepita in analogia con i modelli della matematica. Il giusnaturalismo fondato da Grozio
trasforma il concetto medievale di diritto naturale, accentuando la dimensione fisica e biologica insita
nellidea di natura: la madre della legge di natura la natura stessa, che, anche se non avessimo bisogno di
nulla, ci condurrebbe tuttavia ai rapporti sociali. Anche Hobbes, fondatore della teoria contrattualistica della
societ, sostiene una scienza della societ umana fondata sulla necessit della geometria. Viene cos
affermandosi la tendenza a impostare anche la teoria politica su basi empiriche che, attraverso
lilluminismo, la filosofia politica di Locke e Hume e lutilitarismo di Smith, porr le basi per il positivismo
si Comte, che influenzer a sua volta, da un lato la concezione democratica del liberalismo di Mill, e
dallaltro il materialismo dialettico di Marx.
Alla fine dellottocento e per tutto il novecento, la teoria politica viene sviluppandosi soprattutto attraverso
una critica del determinismo positivistico e la ripresa dei temi legati al contrattualismo e al liberalismo
democratico, con una sempre maggiore sensibilit per gli aspetti sociologici e culturali. Attualmente la
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funzione politica viene ripensata anche tenendo conto delle trasformazioni avvenute con laffermarsi del
processo di globalizzazione, delleconomia di mercato e del multiculturalismo.

2. Il potere
Innanzitutto occorre definire meglio il concetto di potere nei suoi diversi aspetti. Da un lato, a livello
interpersonale, il fenomeno del potere appare legato allesigenza di autoaffermazione e richiesta di
riconoscimento del singolo individuo nel suo rapporto con laltro, pu anche manifestarsi come illimitata
volont di dominio. Dallaltro a livello sociale, il potere appare come una funzione indispensabile, connessa
allesigenza di determinazione e di reciproca prevedibilit delle relazioni tra individui. Il potere si configura
come funzione di riduzione di complessit e di coordinamento, ovvero come capacit di decisione volta a
semplificare i rapporti sociali.
2. Modelli teorici del potere
Nella tradizione culturale delloccidente, possono essere distinte due diverse concezioni generali del potere:
- La prima di tipo sostanzialistico: in questo caso, il potere deriva direttamente da uninvestitura
avente la sua origine nellautorit di Dio stesso.
- La seconda di tipo relazionale: si sviluppata con laffermarsi degli Stati Nazionali e
dellindividualismo liberale ed quella predominante nelle teorie sociali e politiche contemporanee.
In senso specifico, il termine potere viene usato attualmente per indicare la situazione asimmetrica che
viene a stabilirsi, tra due o pi individui, quando sussiste la possibilit che uno o pi individui possano
imporre ad altri individui comportamenti che, altrimenti, essi non sono disposti a compiere spontaneamente.
Si tratta di una relazione sociale particolare, che presenta due modalit fondamentali:
- La prima qualificata dalluso della coercizione tramite varie forme (superiorit fisica, controllo di
risorse, possibilit di estorsione e ricatto, ecc).
- La seconda si fonda, invece, sulla credenza che colui che formula il comando abbia una qualche
giustificazione allesercizio di tale funzione.
Il potere appare, quindi, come una forma di definizione della relazione sociale, che fondata pur sempre
sullaccettazione della relazione stessa: in via di principio, anche nel caso della pura coercizione, vi sempre
la possibilit di non obbedire al comando, subendo passivamente al limite col rischio della morte, le
conseguenze di tale rifiuto. La relazione di potere il risultato di una negoziazione. Sono presenti,
comunque, di volta in volta, gradi diversi di coercizione e consenso.
Rispetto al concetto di potere, va anche distinto quello di influenza, generalmente riferito alla capacit di
determinare il comportamento altrui attraverso la comunicazione di rappresentazioni, valori, modelli, regole.
Paradigmi teorici del potere:
Un primo tipo di paradigma quello sistemico-funzionalista: questa interpretazione tende a
sottolineare il carattere consensuale del potere, senza tener adeguato conto delle tensioni presenti nel
carattere asimmetrico della relazione, nonch degli effetti negativi che, rispetto allo stesso
mantenimento dellordine sociale, possono essere prodotti dalleccesso di controllo e
dallirrigidimento delle strutture di potere.
Un secondo tipo di paradigma, elaborato inizialmente da Weber, pone in evidenza le diverse forme
di legittimazione che assicurano la possibilit di trovare obbedienza ai propri comandi:
-

Potere tradizionale: Credenza del carattere sacro delle tradizioni valide da sempre e legittimit di
coloro che sono chiamati a rivestire tale autorit.
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Potere legale: Credenza nella legalit di ordinamenti statuiti e del diritto di comando di coloro che
sono chiamati ad esercitare il potere.
Potere carismatico: Dedizione straordinaria al carattere sacro o alla forza eroica o al valore
esemplare di una persona, e degli ordinamenti rivelati o creati da essa.

Il concetto di legittimazione consente di distinguere tra il potere (Herrschaft) come relazione fondata su un
qualche tipo di consenso, ovvero come autorit, da una parte, e il potere (Macht) dallaltra, inteso come
potenza come pura capacit di coercizione, o al limite come forza bruta o violenza.
Un terzo tipo di paradigma quello che fa riferimento alle teorie che considerano il potere come
produzione intenzionale di effetti. Il potere viene, in questo caso, per lo pi definito secondo la
formula: Si dice che A esercita potere su B quando A produce effetti in B in maniera contraria agli
interessi di B. Tale paradigma, dando risalto al carattere coercitivo, tende a porre in ombra la
dimensione di consenso, legata alla legittimazione, sia quella di negoziazione.
Un quarto tipo di paradigma pu essere colto nelle teorie elitistiche, che considerano i rapporti di
potere, da un lato, quasi come un dato naturale, derivante dalla originaria ineguaglianza delle
capacit degli individui, alcuni dei quali sarebbero, per natura, predisposti al comando e altri
allobbedienza, dallaltro come un effetto necessario, derivante dalle esigenze di funzionamento del
sistema.
Un quinto tipo di paradigma, infine, pu essere colto nelle teorie che sottolineano il carattere di
oggettivazione assunto dalle strutture di potere, in quanto condizionamenti determinanti dallagire
individuale e collettivo. In questa prospettiva si collocano le teorie strutturaliste di Marx.
4. Il potere come gestione delle contraddizioni
Se consideriamo il potere come potere di (fare, scegliere, decidere), esso appare come un aspetto
dellagire umano strettamente connesso alla capacit di volontario coinvolgimento nellagire stesso. La
decisione di per s costituisce un passaggio dallinattivit allattivit che pu configurarsi come un salto, le
cui conseguenze non possono essere interamente previste. Le societ funzionano non solo sulla base
dellosservanza delle regole, ma anche sulla loro inosservanza, ovvero sulla capacit di trasformare le regole,
in una costante oscillazione tra momenti di determinatezza simbolico-normativa e momenti di
indeterminatezza emergenti dalla pratica.
4.1. Il potere individuale
Sin dallinizio della sua vita, linfante appare dotato di un certo potere di, nel senso che egli ha la possibilit
di far valere, nei confronti degli adulti, le pretese legate al suo bisogno di sopravvivenza e, inoltre, nel senso
che egli ha la capacit di sviluppare progressivamente unelaborazione della sua esperienza, a partire dalle
sensazioni primarie di piacere e dolore, attraverso processi di identificazione e di negazione, che sono alla
base del suo costituirsi come individuo dotato di autocoscienza.
Un grado maggiore o minore di autonomia individuale viene raggiunto nella misura in cui ogni soggetto
riesce a far coesistere le esigenze di essere riconosciuto dagli altri, assumendo unidentit idem, fondata sulla
similarit comunemente accettata di appartenenza sociale, e le esigenze di essere riconosciuto dagli altri
come identit ipse, fondata sulla differenza della propria singolarit. Leccesso di singolarit che porta ad
una forma di emarginazione, come avviene nel caso del folle, porta ad una totale incomunicabilit. Ma anche
leccesso di similarit produce un effetto analogo, porta lindividuo stesso ad essere dato per scontato e
quindi, ancora una volta, a non essere riconosciuto come soggetto di potere.
Si pu dire che lindividuo sviluppa, nel suo rapporto con gli altri, quello che qui indicheremo come il suo
potere intrinseco, nella misura in cui riesce a gestire la contraddizione tra la determinatezza della sua identit
idem e lindeterminatezza della sua identit ipse.
Il potere individuale, una volta acquisito, pu essere usato tanto per affermare il proprio dominio sullaltro,
quanto per promuovere lautonomia e il potere proprio dellaltro. Comunque lindividuo che ha sviluppato la
propria autonomia, raggiunge una sorta di sicurezza interna, che dovrebbe, in teoria, consentirgli di
riconoscere laltro, rendendosi immune dalla ricerca di rassicurazione attraverso il dominio degli altri.
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4.2. Il potere attribuito


A livello sociale, il fenomeno del potere si manifesta come timore nei confronti della capacit coercitiva
dellaltro o come credenza nella legittimit di colui che esercita il comando. Molto spesso questi due aspetti
sono congiunti. Il potere attribuito, che qui viene definito estrinseco, non ha alcuna corrispondenza
necessaria con il potere intrinseco. Il potere estrinseco si articola nelle funzioni di definizione degli ordini
normativi, che garantiscono le condizioni di prevedibilit (potere legislativo); di interpretazione e
applicazione discrezionale di tali ordinamenti e di controllo dellosservanza di questi ultimi (potere
amministrativo e giudiziario); di decisione, in tutte quelle situazioni nelle quali occorre formulare progetti ed
effettuate scelte anche in mancanza di regole precostituite (potere esecutivo).
Il potere politico presenta una caratteristica dualit, nel senso che esso si pone, allo stesso tempo, come
garante della norma e come trasgressore di questultima. Il potere, infatti, assicura le condizioni di
prevedibilit, gestendo, nel contempo, limprevedibile: linosservanza pratica della norma da parte dei titolari
del potere legata allesigenza di assicurare il necessario adattamento alle condizioni contingenti e di
supplire ad un eventuale vuoto normativo. Il tipo ideale del titolare del potere estrinseco rappresentato da
individui in grado di dare certezza e stabilit allassetto sociale, assumendo su di s le responsabilit, i dubbi
e i rischi propri delle decisioni contingenti. Lesercizio di tale potere, comporta lassunzione di un compito
rischioso, che pochi sembrano disposti ad assumere: si spiega cos la ragione per la quale la maggioranza dei
membri di una societ tende a delegare ad altri la responsabilit del comando. Lattribuzione del potere pu
essere dettata da molte motivazioni, ma in esse possono essere distinte due componenti costanti:
- La prima di ordine oggettivo, connessa allesigenza collettiva di riduzione di complessit che si
configura come interesse generale al mantenimento di quelle regole di base che assicurano di poter
giocare tutti gli altri giochi.
- La seconda di ordine soggettivo, riferita alla tendenza a scaricare sul titolare del potere le
responsabilit e i rischi della decisione, tenendo conto dei processi consci e inconsci, di
identificazione con la figura del capo.
Vi inoltre la presenza di due aspetti contrapposti nellimmagine del potere:
- Da un lato, laspetto rassicurante, di un potere che mantiene lordine e protegge, sollevando dalle
responsabilit e risolvendo problemi collettivi.
- Dallaltro, un aspetto inquietante di un potere sempre suscettibile alla trasformazione in puro
arbitrio, producendo livelli insostenibili di imprevedibilit e indeterminatezza.
4.3. Il potere come struttura
Nella realt della pratica, i processi di attribuzione del potere sono strettamente collegati con le strutture
materiali, ovvero con le condizioni oggettive della distribuzione delle risorse e dei rapporti di produzione,
nonch con le strutture istituzionali, ovvero con le forme organizzative di tipo amministrativo e con gli
ordinamenti normativi che definiscono le competenze e regolano le procedure di attribuzione del potere. La
considerazione delle qualit personali di coloro cui viene attribuito il potere, pur essendo, a seconda dei casi,
pi o meno influente, tende a passare in secondo piano rispetto alla posizione che lindividuo si trova ad
occupare, per nascita o a seguito di una carriera professionale, amministrativa, politica allinterno del sistema
sociale. Per queste ragioni, il potere, piuttosto che some un oggetto di possesso individuale, pu essere
considerato come un effetto delle strutture sociali, come un meccanismo interno di regolazione del sistema
sociale, ovvero come una rete e come un insieme di determinazioni che, dominando lintenzionalit
dellagire, producono sia i soggetti che lordine sociale.
5. Potere e sistemi sociali
possibile articolare una tipologia delle forme di potere in riferimento alle strutture e alle risorse culturali ed
economiche della societ:
- Nelle societ di tipo tribale, il potere appare legato ai rapporti generazionali, ai vincoli di sangue e alle
regole degli scambi matrimoniali. La scarsa flessibilit delle condizioni ambientali e lesigenza di difesa da
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parte di altre unit tribali, spiegano il carattere autoritario e sacrale che assume il potere, ovvero la
prevalenza del potere come struttura, anche se non sempre immune alle qualit particolari del capo.
- Nella struttura della Citt-Stato, si osservano gradi di maggior complessit, derivante dalleterogeneit dei
membri di essa, in quanto appartenenti a trib o a clan di origine e culture diverse. Lo sviluppo degli scambi
commerciali e la differenziazione delle attivit produttive, comportano anche una differenziazione delle
funzioni sociali. Se appare fondata ancora sullanzianit e il sesso, la legittimazione del potere non deriva pi
solo dalla tradizione sacrale, ma bens dalla definizione di regole formulate da assemblee e scritte nelle prime
forme di costituzione. Comincia a delinearsi una differenziazione tra poteri diversi.
- Nelle societ pre-moderne, troviamo la cosiddetta differenziazione stratificata, che vede laffermarsi di ceti
e classi. La legittimazione del potere politico tende a fondarsi sul prestigio e le qualit carismatiche del capo,
anche se non viene mai meno la rilevanza della sua posizione rispetto alla struttura gerarchica dellinsieme.
- Nella societ moderna, con il crescente processo di industrializzazione, viene ad affermarsi la
differenziazione funzionale, nella quale ciascun sottosistema tende a diventare autonomo e ad attuare sue
modalit dagire particolari. Mentre nelle societ pre-moderne, a differenziazione stratificata, lidentit della
persona si basava sul suo status sociale, nelle societ moderne tende a costituirsi come individuo privato che
sceglie la propria identit e persegue autonomamente i propri interessi e la realizzazione dei propri desideri.
- Nella societ contemporanea, laumento drammatico della complessit, dovuto soprattutto al processo di
mondializzazione, ha reso ancor pi problematica lanalisi delle forme di potere economico e transnazionali e
di organizzazioni internazionali, come lONU e lUnione Europea. Inoltre andato manifestandosi un
accresciuto disorientamento circa le identit individuali e collettive, connesso alle spinte migratorie, alla
diffusione dei principi del multiculturalismo, alle interferenze reciproche tra sfera pubblica e privata e cos
via. Lanaloga capacit del potere intrinseco degli individui viene messa a dura prova a causa dei nuovi
meccanismi di pressione e di manipolazione posti in opera dalla competitivit del libero mercato, dal sistema
consumistico e dai nuovi media comunicativi e informatici.

3. POLITICA, STATO E CITTADINANZA


1. Lo Stato come cuore della politica in epoca moderna
Max Weber definisce lo Stato come quella comunit umana, che nei limiti di un determinato territorio
esige per s il monopolio della forza fisica legittima, ed una definizione che riconduce ai suoi elementi
strutturali piuttosto che ad una particolare attivit ovvero la triade popolo, territorio, sovranit.
Quando nasce lo Stato moderno? La maggior parte degli studiosi dice tra la met del XV secolo e la met del
XVII secolo. Lavvento di questa nuova forma istituzionale preceduto da due diverse stagioni
sociopolitiche, una di lungo periodo, quella feudale, e laltra di media durata, la societ dei ceti. Lo Stato
moderno nasce nel cuore del vecchio continente con il costituirsi delle monarchie assolute in Francia,
Spagna e Inghilterra. La sua affermazione corrisponde allesito convergente di tre dinamiche:
La prima di tipo socioeconomico. Lincontro tra gli interessi dei latifondisti e gli interessi dei
produttori e dei commercianti urbani non poteva che avvenire in un territorio sufficientemente vasto
da rappresentare un mercato interessante e aperto, senza i limiti delleconomia chiusa del feudo.
- La seconda di tipo culturale e ideologico. Le guerre di religione che attraversano lEuropa mettono
fine al cemento culturale del cattolicesimo. Cos, mentre le confessioni protestanti sono usate per
legittimare le rivendicazioni dautonomia dei principi del nord e centro Europa e la chiesa anglicana
edificata al servizio della monarchia inglese, la chiesa cattolica resta essenzialmente la fonte
identitaria dei regni che devono sostenere lo scontro con limpero ottomano.
- La terza di tipo politico. La supremazia dello Stato e lautonomia della politica si impongono
rispetto alla grande feudalit, alla Chiesa e alle libere citt grazie ad un progressivo processo di
espropriazione e di concentrazione dei poteri.
La nuova istituzione politica che cresce in Europa si trova presto ad affrontare due questioni cruciali. La
prima questione relativa al passaggio da un sistema di poteri di tipo personale e patrimoniale ad un sistema
-

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di poteri a fondamento pubblico e impersonale. Per lamministrazione si tratta di trasformare le cariche in


uffici e, specialmente in Francia, avremo la creazione di un corpo di funzionari politici che lentamente andr
a sostituire la vecchia nobilt di terra o di ceto. Gli aiutanti del re non saranno pi gli aristocratici, ma i
weberiani politici di professione, ovvero i chierici, i letterati, gli avvocati e i giornalisti dediti alla politica.
La seconda questione riguarda il tipo di reggimento dello Stato. Nel regime assolutistico, la sovrapposizione
tra persona del re, patrimonio e funzione politica consente il mantenimento del vecchio istituto giuridico del
gubernaculum, secondo il quale il re non soggetto alla legge. Ma gi alle porte il sistema della
iurisdictio, per cui anche il re, come tutti i comuni mortali, dovr assoggettarsi alla legge.

2. Levoluzione delle forme della politica dal basso e dallalto: cittadinanza e tipi di Stato
La centralizzazione e la monopolizzazione dei mezzi di potere su un ampio territorio introduce una
distinzione tra dentro e fuori i confini nazionali, che col tempo si tradurr nelladozione di una logica
politica per i rapporti interni e di una logica basata sulla forza (prima che sulla diplomazia) nei rapporti
internazionali. Vediamo innanzitutto la dinamica bottom-up, altrimenti definibile come processo di
inclusione dei soggetti un tempo esclusi dalla sfera del potere politico. Dal punto di vista psicologicoculturale, la rottura dellUmanesimo e del Rinascimento rispetto al Medioevo comporta anche la
ridefinizione delle unit sociali elementari tramite il rilancio dellio individuale rispetto alla categoria del noi
(famiglia, clan, ceto) fino ad allora dominante. Laffermazione dello Stato assoluto, salvo alcune prerogative
dei nobili, traduce tutte le categorie culturali e sociologiche nellunica categoria dei sudditi. Sar poi tra il
XVIII e il XX secolo che si compie il processo di capovolgimento della categoria di suddito in quella di
cittadino. La cittadinanza viene concepita come uno status che viene conferito attraverso la conquista ed il
riconoscimento di tre tipi di diritti/doveri civili, politici e sociali. Ci interessa mettere laccento sul richiamo
alla contemporanea concorrenza di diritti e doveri. Lo sviluppo della politica dal basso si configura come
partita di dare e avere. I diritti civili di cittadinanza, la cui prima affermazione si trova nella Bill of rights
che pone fine in Inghilterra alla seconda rivoluzione, nascono come scambio tra, da un lato la rinuncia dei
soggetti privati alluso delle armi e alla prassi di farsi giustizia da s (con laccettazione di fatto della
sovranit dello Stato) e dallaltro, il riconoscimento da parte del sovrano dei diritti di ogni singolo
allintegrit della persona, del domicilio e della corrispondenza, alla libert di movimento e di opinione, alla
propriet privata.
Locke osserva che meglio conferire tutto il potere ad un uomo solo per evitare le sopraffazioni degli
individui tra di loro. Dovr essere posto un limite a quello stesso uomo che, per sua natura, potrebbe essere
tentato a sua volta da qualsiasi tipo di abuso.
Nellexcursus marshalliano, al riconoscimento dei diritti civili di cittadinanza segue quello dei diritti politici:
no representation without taxation in altre parole solo chi ha risorse proprie per pagare le imposte
legittimato di godere dei diritti politici di rappresentanza, ovvero il potere di decidere quanti e quali tributi
imporre. lorigine del suffragio elettorale ristretto su base di censo.
La situazione varia da paese a paese, ma la successione tendenzialmente uguale ovunque:
a) riconoscimento del diritto di voto ai soli uomini adulti con reddito tassabile.
b) suffragio universale maschile.
c) suffragio universale maschile e femminile (il voto alle donne verr concesso dalla met del XX secolo).
d) abbassamento del limite dellet adulta.
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e) soluzioni differenziate per linclusione dei non cittadini (stranieri e immigrati).


Se nel caso dei diritti civili il rispetto dellintegrit fisica e della libert dei cittadini diventa un fatto reale
solo nel momento in cui esso garantito dal comportamento congruente delle magistrature e delle forze
dellordine, per quanto riguarda i diritti politici si pu parlare di riconoscimento completo ed effettivo solo
quando elettorato passivo e attivo si esercita in elezioni libere, pluralistiche e ricorrenti.
Il quadro delle garanzie dallalto si completa con il principio della separazione dei poteri, con il quale si
assicura che le tre funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria siano affidate ad organi diversi e separati,
ciascuno dei quali non prevarichi sugli altri.
I diritti sociali di cittadinanza si hanno in Europa tra gli ultimi ventanni dellottocento e la prima met del
novecento. Come possibile essere cittadini se in caso di indigenza, infortuni o gravi malattie si
abbandonati senza risorse alla propria sorte?. Lassistenza sociale ha una lunga tradizione di soggetti
intervenienti, e presentano due grandi limiti: non rispettano la dignit e lautonomia dei soggetti destinatari
dei soccorsi e il pi delle volte risultano occasionali e non sistematici. La situazione si aggrava con lavvento
della rivoluzione industriale in Europa. Per far fronte a queste ingiustizie, gli operai stessi si organizzano in
societ di mutuo soccorso e allargano i loro incontri a tematiche politiche pi generali. Nel decennio
successivo questo gruppo si fa promotore di provvedimenti assistenziali e di tutela del lavoro, che variano
dallassistenza per le malattie e gli infortuni alle pensioni di vecchiaia. Sia pure in forma di scambio (lo Stato
assicura la copertura sociale ai lavoratori e alle imprese che versano contributi ad hoc), si tratta del primo
nucleo organico riconosciuto di diritti sociali di cittadinanza. Nellodierno dibattito politico-giuridico ci si sta
avviando verso il riconoscimento di diritti di quarta generazione, relativi alla tutela dellambiente e degli
animali.
Una volta che si verificato il passaggio dallo Stato assolutistico allo Stato costituzionale, lidentificazione
del tipo di reggimento politico determinata dal tipo di diritti riconosciuti, dalle garanzie previste
nellorganizzazione dei pubblici poteri e dal grado di inclusione dei soggetti sociali; lattestarsi dello Stato
liberale avviene con il riconoscimento pieno e garantito dei diritti civili di cittadinanza. Lo Stato
democratico prende piede solo quando si estendono i diritti politici di cittadinanza e il principio della
separazione dei poteri. Nel momento in cui entrano in gioco i diritti sociali di cittadinanza, gli stati che se ne
fanno carico assumono la connotazione di Stato liberale e social-democratico, ovvero Stato sociale.
Laggiunta della garanzia del terzo tipo di diritti non per automatica.
3. Lo Stato autoritario e lo Stato totalitario
Juan J. Linz insieme ad Alfred Stepan, creano unessenziale classificazione dei regimi non democratici:
a) Regimi autoritari
b) Regimi totalitari
c) Regimi post-totalitari
d) Regimi sultanistici
Il sultanismo configura una situazione in cui permane una confusione tra il patrimonio privato e larbitrio del
capo e il patrimonio e i poteri pubblici; lungi dallessere scomparso, tale tipo di regime sembra ripresentarsi
ancora in quelle aree del mondo in cui storicamente assente una tradizione democratico-parlamentare
(Africa, Centro-America, Medio-Oriente).

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I Regimi Autoritari, che ricomprendono la fattispecie appena descritta e quella dei regimi post-totalitari di
paesi ex comunisti non ancora democratici, si estendono in realt ad almeno altre quattro situazioni:
-

Burocratico-militari (diffusi in America Latina);


Statalismo organico (variante del tipo precedente il cui controllo della societ passa attraverso
lazione di organizzazioni corporative clero-fascista);
- Mobilitazione della societ post-democratica (esempi storici: fascismo italiano);
- Mobilitazione dopo lindipendenza (sono i paesi usciti dal dominio coloniale).
Cosa distingue un regime autoritario da un regime totalitario?
Linz descrive i regimi autoritari come sistemi a pluralismo politico limitato la cui classe politica non rende
conto del proprio operato, che non sono basati su unideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da
mentalit specifiche, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e su vasta scala, salvo in alcuni
momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo esercita il potere entro limiti mal
definiti sul piano formale ma piuttosto prevedibili.
I Regimi totalitari si differenziano per la pervasivit e il controllo dellideologia politica su tutti gli ambiti di
vita. Laggettivo totalitario esprime un concetto di dominio assoluto della realt. Esso annulla ogni
distinzione tra lo Stato e i gruppi sociali, e perfino tra lo Stato e la personalit individuale; possiamo definirlo
una sorta di messianismo politico, ovvero lassunzione di ununica ed esclusiva verit in politica.
Carl J. Friedrich ha attribuito allo Stato totalitario le seguenti 6 caratteristiche:
1. Unideologia onnicomprensiva
2. Un partito unico, in genere guidato da un solo uomo, impegnato ad imporre quellideologia
3. Un potere di polizia fondato sul terrore
4. Il monopolio dei mezzi di comunicazione
5. La subordinazione completa delle forze armate al potere politico
6. Un sistema centralizzato di pianificazione economica e il controllo di tutte le organizzazioni
un esempio di Stato totalitario lunione delle repubbliche socialiste sovietiche, specie sotto Stalin; insieme
allURSS appaiono ugualmente totalitari la Repubblica popolare cinese sotto Mao, lAlbania di Hoxa, il
Vietnam di Ho Chi Minh e la Cuba di Fidel Castro. Pi problematica appare la collocazione del fascismo di
Mussolini e il nazismo di Hitler, linterpretazione pi verosimile che essi si siano imposti come regimi
autoritari per poi trasformarsi in Stati totalitari; la tendenza al totalitarismo pu essere colta nellestensione
del ruolo del partito unico, nella promozione di vari tipi di organizzazione a controllo partitico e nellattento
controllo dei mezzi di comunicazione.
Perch si sono affermati regimi dittatoriali di ritorno in paesi che avevano sperimentato regimi liberaldemocratici? - Lesito non democratico deriverebbe dallalleanza tra i ceti medi in declino e i portatori degli
interessi economici tradizionali, che si sentono minacciati nel loro status dai soggetti emergenti (Sud
America, fascismo in Italia e franchismo in Spagna). Quanto allavvento del nazismo in Germania, gli storici
ne hanno rilevato la causa nel simultaneo addensarsi di pi di un fattore di trasformazione sociale; in
brevissimo tempo il Reich tedesco venne infatti investito dagli effetti sociali della rivoluzione industriale,
dalla questione della formazione di uno Stato nazionale, dalla definizione della sua costituzione e dalla
concorrenza in politica estera delle altre potenze imperiali. Nonostante gli esiti catastrofici di nazismo e
stalinismo, i regimi totalitari sembrano per riproporsi nella storia. In tempi recenti, possono essere
considerati tali alcuni Stati basati sul fondamentalismo islamico, come lIran di Khomeini e lAfghanistan
dei talebani.
4. Lo Stato sociale contemporaneo
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Soprattutto nella seconda met del 900, lo Stato sociale si presenta con alcune varianti di certo rilievo. Chi
paga i costi necessari alla concreta fruizione dei diritti sociali di cittadinanza? E quindi: chi ne beneficia?
Gli studiosi hanno sviluppato differenti tipologie di welfare state.
Titmuss ha distinto tra un modello residuale, un modello acquisitivo-performativo e del rendimento
industriale e un modello istituzionale redistributivo. Esping Andersen che ha privilegiato una prospettiva
politica, ha proposto una classificazione simmetrica a quella di Titmuss, parlando di modello liberale,
modello conservatore corporativo e modello social-democratico. Se si esclude la forma di intervento
assistenziale residuale per i casi di indigenza estrema, il finanziamento e la titolarit dei diritti di godimento
del welfare system si presentano sotto due forme:
1) il finanziamento dipende dai contributi dei lavoratori e delle aziende (modello di origine Bismarckiana)
2) il finanziamento tratto dal gettito fiscale generale e i benefici vanno a tutti i cittadini e in alcuni casi a
tutti gli individui, compresi i non cittadini (modello scandinavo).
Maurizio Ferrera ha sviluppato una quadripartizione che si articola in 2 modelli (occupazionale o
universalistico) e due varianti (puro o misto):
- Occupazionale puro: Francia, Belgio, Germania e Austria
- Occupazionale misto: Svizzera, Italia, Olanda e Irlanda
- Universalistico puro: Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia
- Universalistico misto: Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna
Fattori di crisi dello Stato sociale. Negli ultimi decenni del 900, mentre da un lato la pressione dei
movimenti sociali induce a sperare lestensione su vasta scala del modello universalistico puro, dallaltro
esplodono tre fattori di crisi che mettono in discussione lassetto consolidato del welfare state.
Il primo fattore connesso alla radicale trasformazione dei problemi sociali e dellemersione di bisogni del
tutto nuovi, rispetto a quelli materiali e standardizzati tipici dellet della prima industrializzazione, il
secondo fattore consiste nella progressiva difficolt economica a far fronte ai costi crescenti del welfare, il
terzo fattore, di tipo ideologico, si traduce in unondata liberista che muove dal presupposto che una societ
troppo assistita favorisca il parassitismo sociale e mini i meccanismi di riproduzione della ricchezza. Si sta
pervenendo ad una diversa distribuzione dei ruoli che vede il settore pubblico pianificare, cofinanziare e
controllare le prestazioni sociali e il terzo settore e/o il mercato, progettare e gestire pi flessibilmente le
risposte ai bisogni diversificati della popolazione.
5. Limpatto della globalizzazione sulla politica, lo Stato e la cittadinanza
I concetti di politica, Stato e cittadinanza sono messi in discussione dal processo di globalizzazione.
a) Cosa si intende per globalizzazione?
Per globalizzazione si intende quel processo che comprime le coordinate spazio-tempo mondiali, per effetto
dellapertura di un unico mercato mondiale (con libera circolazione di merci e capitali) e dello sviluppo
della tecnologia, specie nel campo delle comunicazioni, sia tradizionali che telematiche. La globalizzazione
sta modificando le modalit di organizzazione sociale e del lavoro, rivoluzionando i quadri culturali di
riferimento, creando stili di vita, gusti e orientamenti ibridi, che invece presi singolarmente avrebbero fornito
indizi riguardo identit locali e individuali.
b) In che senso la globalizzazione sta minando i tradizionali capisaldi della politica, dello Stato e della
cittadinanza?
Accanto ma distinto dal processo di globalizzazione, si colloca il globalismo, un processo attraverso il quale
si tenta di sostituire il primato dellazione politica con il dominio del mercato mondiale, affermando
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sostanzialmente gli imperativi dellideologia neoliberista. Mentre leconomia ed il mercato ispirano azioni e
comportamenti ad un sostanziale criterio di valorizzazione del capitale, il potere politico trova la sua ragion
dessere in una legittimazione superiore e persegue esplicitamente il fine del bene comune. Il globalismo
mina alla radice questo assetto consolidato, rovesciando il rapporto di potere tra politica ed economia a
favore di questultima.
Il processo procede e attacca in primo luogo lo Stato. La mobilit dei capitali e dei flussi di comunicazione
utilizza sempre di pi canali virtuali, che non si lasciano fermare dalle vecchie barriere dei confini nazionali.
Il secondo livello di cedimenti di sovranit si deve al ruolo crescente di organismi internazionali (Banca
mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio), che assumono
decisioni fondamentali per le sorti economiche e civili di interi Stati, senza avere alcuna legittimazione
democratica ed essere sottoposti ad alcun controllo. Molti studiosi denunciano la trasformazione della
maggior parte degli Stati del mondo in meri Stati amministrativi, se non in Stati di polizia dediti ad
assicurare lordine pubblico interno.
Lultima osservazione riguarda limpatto della globalizzazione sulla qualit dei diritti di cittadinanza degli
individui nel mondo. Il criterio della valorizzazione capitalistica conduce le imprese, specie le grandi
multinazionali, a cercare di insediare le proprie unit produttive in luoghi in cui esse trovano le migliori
condizioni in termini di costi salariali minimi, climi sociali favorevoli e massima possibilit di ottenere
altri vantaggi esterni. I paesi con una maggior tradizione industriale, che subiscono la delocalizzazione delle
imprese, si ritrovano con un aumento dei disoccupati e una diminuzione del gettito fiscale. I paesi
sottosviluppati possono riuscire a conquistare nuovi insediamenti produttivi solo al prezzo di trascurare la
tutela dei diritti sociali e sindacali dei propri lavoratori, nonch di accettare trattamenti di rapina sulle
proprie risorse ambientali.
c) Quali fenomeni sta registrando la sociologia per cogliere le prospettive future della stessa politica?
Il terzo millennio si apre su tre ipotesi di governo mondiale che si confrontano:
1) Stati Uniti dAmerica come potenza imperiale. I sostenitori di questa teoria ricordano che
lattuale dominio americano addirittura superiore a quello dei grandi imperi della storia. Quelli
contrari ribattono dicendo che, con tale via, si ammetterebbe a priori la sconfitta della politica, visto
che i presidenti americani (es. Bush) vengono eletti con il contributo fondamentale delle grandi
lobby economiche dellindustri, dellenergia e degli armamenti.
2) Crescita di entit sovranazionali come lUnione Europea. A favore di questa ipotesi giocano
elementi quali una pi ampia dimensione di scala di quella dei singoli Stati nazionali, nonch la
ricchezza dei valori democratici e di tolleranza perseguiti nel vecchio continente. A sfavore abbiamo
invece gli attuali deficit di democraticit degli organi di governo della UE o ancora, la mancanza di
orientamenti unitari in politica internazionale.
3) Organizzazione delle Nazioni Unite con il compito di global governance. I punti di forza di
questa ipotesi consistono nella volont di valorizzare la prospettiva multilaterale, contro
allunilateralismo della prima ipotesi, e nelladottare un tipo di governo (la governance) che
presuppone linterazione tra ambiti diversi (locale, nazionale, macroregionale, mondiale) e di
coinvolgimento di attori eterogenei (associazioni, sindacati, organizzazioni non governative). Tale
ipotesi per destinata a rimanere debole fino a quando gli Stati del mondo non convergeranno
sullidea di riformare radicalmente lo statuto dellONU.
Il movimento no global. Decollato a Seattle nel 1999, in opposizione ad una conferenza del WTO (world
trade organization), e pubblicamente attivo in numerosi contro-vertici e social-forum, il cosiddetto
movimento dei movimenti si presentato sulla scena politica mondiale mettendo in campo:
a) Soggetti e anime differenti, ma convergenti su idee comuni,
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b) Nuovi repertori di protesta,


c) Concrete pratiche politiche alternative.
Utilizzando pratiche di protesta spesso originali (campagne di boicottaggio, sit in, cortei colorati,
performance teatrali), e ricorrendo a internet per coordinare le iniziative, i new global hanno pure
sperimentato, specie nei social forum, forme di politica locale molto innovative, come le sperimentazioni di
democrazia diretta dei nuovi municipi e del bilancio partecipativo.

4. POLITICA E AMMINISTRAZIONE NELLANALISI SOCIOLOGICA: DALLO STATO


MODERNO ALLA GOVERNANCE NEOLIBERISTA
1. I percorsi della sociologia e delle scienze sociali
Il rapporto tra politica e amministrazione propone non solo interrogativi conoscitivi ma anche problemi
pratici. La relazione fra due sfere distinte dellazione e delle strutture pubbliche: quella in cui si regolano le
attivit economiche e sociali e/o si distribuiscono risorse (in breve si prendono delle decisioni) e quella in cui
si effettuano le azioni necessarie affinch le decisioni prese producano dei risultati coerenti con le
aspettative. Per questo, alla politica sono associate questioni come il conflitto sociale e le sue possibili
soluzioni, la legittimazione e la democrazia, mentre allamministrazione sono riferiti prevalentemente
problemi di efficacia, costi ed efficienza. Alla politica vengono ricondotti attori e ruoli come quelli di chi
occupa posizioni di governo (in Italia ministri, sindaci, assessori, presidenti), mentre allamministrazione
fanno capo burocrati, tecnici e dirigenti di ministeri. Pur in periodi storici caratterizzati da culture
istituzionali diverse, nel corso del Novecento le ideologie ortodosse hanno sempre auspicato una netta
separazione tra queste due sfere e fra gli attori.
Politica: Insieme dei processi e delle azioni conflittuali di costituzione, stabilizzazione, trasformazione o
smantellamento delle regole di funzionamento della vita associata e delle strutture di controllo della variet
sociale. Viene allora a designare non i processi decisionali, bens i sistemi di regole formali o informali di
azione e decisione politica e gli apparati preposti allapplicazione delle decisioni e delle regole decisionali
stesse. La sfera del politico include non solo le attivit di coloro che fanno parte delle istituzioni di governo,
ma anche le azioni di molti altri gruppi e individui che cercano di influenzarle dallesterno.
Amministrazione: essa non ha avuto unattenzione comparabile a quella dei processi di formazione del
consenso e delle decisioni pubbliche, al rapporto tra Stato ed economia, al funzionamento delle istituzioni
statali. Di amministrazione, la sociologia si occupata prevalentemente esaminando la forma organizzativa
che questa ha assunto nella modernit, la burocrazia. I due ambiti, politico e burocratico, sono considerati
contigui, spesso sovrapposti e comunque caratterizzati da una stretta interdipendenza.
2. Potere e burocrazia in Max Weber
Max Weber ha studiato tanto la burocrazia, quanto la politica, distinguendo tre tipi di potere: tradizionale,
legale e carismatico, e collegando la burocrazia con quel potere razionale-legale che connota storicamente la
modernit. Anche se ha avuto precedenti negli Stati imperiali, questa un modello di organizzazione
correlato con il capitalismo e con lo Stato occidentale moderno.
Lo Stato moderno basato sulla divisione dei poteri, la spersonalizzazione del potere politico, la
rappresentanza e la responsabilit dei governanti, lespansione qualitativa e quantitativa dei compiti pubblici,
il monopolio da parte di unautorit centrale legalmente costituita dei mezzi di dominio e amministrazione
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(coercizione e controllo della forza per uso militare) del sistema fiscale e delle decisioni di tipo regolativo,
distributivo e redistributivo. Questa organizzazione del potere richiede un corpo amministrativo che agisce in
accordo con un ordinamento di regole legali soggetto a cambiamento solo attraverso la legislazione, mentre
il rapporto fra centro e periferia degli Stati disegna una gerarchia istituzionale piramidale. Per Weber le
politiche statali sono fondate su un rapporto dallalto verso il basso, di cui le relazioni tra politica e
amministrazione sono un pilastro. A causa di questo intreccio, analizzare politica e burocrazia, sono due
distinte modalit per studiare la strutturazione del potere nella societ. Gi Marx aveva individuato i tratti
del fenomeno burocratico nel principio di autorit, trasformato in obbedienza passiva, che genera
comportamenti fissi e formali, conformi a principi e atteggiamenti stabili.

Weber descrive con ulteriore precisione il suo tipo ideale di burocrazia sottolineando in particolare:

La capacit di norme astratte e universali emanate da unautorit definita e disciplinata da norme


giuridiche, di governare le decisioni e le azioni.
La chiara identificazione delle aree di competenza e la divisione delle responsabilit.
La regolarit e la formalizzazione delle procedure operative.
Limpersonalit delle relazioni sociali.
La natura gerarchica delle relazioni sociali e fra gli uffici, che prendono la forma di una piramide di
autorit.
La composizione sociale, formata da dipendenti selezionati sulla base della sola qualificazione
tecnica e il cui rapporto con lorganizzazione disciplinato dalla carriera e da norme di garanzia.
La propriet dei mezzi di produzione in capo allamministrazione.
Con la crescita dimensionale, le organizzazioni tendono ad assumere una forma strutturale di tipo
burocratico, che si presenta come soluzione razionale ed efficiente ai problemi di integrazione e
coordinamento delle attivit in presenza di una loro elevata divisione e differenziazione, permettendone la
prevedibilit e la pianificazione.
Associati alla burocrazia non ci sono solo vantaggi ma anche rischi. La spersonalizzazione delle relazioni
sociali associata alla burocrazia, che nelle sue logiche di azione non lascia spazio per sentimenti ed
emozioni, richiama la nozione di alienazione di Karl Marx.
Nellideale tipo di Weber fra la burocrazia e la politica vi una netta separazione: alla politica spetta
lassunzione delle decisioni; alla burocrazia assicurare la loro fedele e imparziale (non-politica) esecuzione.
Lattore politico si trova nella posizione di un dilettante che deve fronteggiare gli esperti delle
amministrazioni. La burocrazia acquisisce cos dei vantaggi di competenza e specializzazione nei confronti
dei detentori del potere politico, che si possono trovare a dipenderne per avere informazioni oppure
incontrare resistenze nellintrodurre innovazioni. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo che produce leader
capaci di fronteggiare tanto il potere delle masse quanto quello della burocrazia.
3. Continuit e discontinuit nellanalisi sociologica delle organizzazioni burocratiche
Studiosi appartenenti al paradigma funzionalista, come Merton e Gouldner, hanno evidenziato, negli anni
cinquanta, i limiti pratici della soluzione burocratica.
Robert K. Merton. Ha evidenziato nei suoi studi le disfunzionalit della burocrazia, fino a metterne in
dubbio la stessa razionalit. I burocrati sono addestrati a rispettare regole e procedure scritte e scoraggiati dal
fare uso di capacit di giudizio personali per prendere decisioni innovative o cercare soluzioni creative.
Questa incapacit addestrata pu accompagnarsi ad un ritualismo in cui le regole sono rispettate senza
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considerarne le conseguenze per i risultati dellazione. Lefficienza delle burocrazie maggiore quando
devono essere soddisfatti requisiti routinari. quando gli obbiettivi cambiano che questi sistemi si
dimostrano inefficaci.
Alvin Gouldner distingue diversi tipi di burocrazia:
-

Apparente: sia gli attori che sono al vertice della gerarchia, sia coloro che ne dipendono sono
indifferenti verso norme imposte dallesterno.
- Rappresentativa: entrambe le parti concordano sullosservanza delle norme.
- Impositiva: le norme sono imposte da una parte contro la volont dellaltra.
Michel Crozier, della scuola francese di sociologia dellorganizzazione, ha evidenziato, con la teoria
dellagire strategico, lattitudine degli attori amministrativi a sviluppare proprie strategie. Anche nelle
amministrazioni pi burocratizzate gli individui godono di gradi di libert che li mettono nelle condizioni
di controllare zone di incertezza rilevanti per le strategie altrui e di condizionare la stessa adesione
allorganizzazione. Il potere non corrisponde necessariamente alla distribuzione formale dellautorit, ma ha
una natura negoziale. Poich nemmeno le regole pi rigide possono davvero controllare tutte le contingenze,
i burocrati esercitano la loro discrezionalit assumendo decisioni che riflettono i loro interessi.

4. Razionalit amministrativa e istituzioni


Herbert Simon ha preso le distanze dal funzionalismo, mettendo al centro dei suoi studi non la struttura ma i
comportamenti, osservati non attraverso il ruolo ma il modo in cui gli attori prendono le decisioni. Ogni
decisione dipende da numerose premesse e la razionalit umana nel decidere limitata da fattori cognitivi,
psicologici e culturali. Il criterio seguito porta non tanto a scegliere lalternativa ottimale (one best way) ma
bens quella che appare abbastanza soddisfacente. Le burocrazie cessano di essere il regno della razionalit e
diventano in parte irrazionali e non lavorano necessariamente solo nellinteresse pubblico.
Il neo istituzionalismo un insieme di teorie che affermano che le istituzioni influenzano le strategie
adottate da individui, gruppi, organizzazioni e governi e, quindi, le politiche e i suoi effetti. I sistemi pubblici
sono insiemi di organizzazioni composte da attori (in primo luogo politici e burocrati) che perseguono i loro
interessi, materiali e immateriali, ma allinterno di vincoli istituzionali, a partire da quelli espressi dalle
culture organizzative, oltre che dalle regole formali e informali, in altre parole, sia gli interessi e le risorse
che le culture, i valori e le norme sono importanti. Il neo istituzionalismo assume una visione olistica.
Lazione non solo il risultato delle scelte individuali, poich culture, simboli e norme contano e le
istituzioni sono considerate variabili indipendenti. Le istituzioni esprimono quindi le regole del prendere
decisioni, rendendo alcune azioni possibili e altre no. Le regole possono essere formali, ma quelle informali
sono spesso le pi importanti e le pi difficili da modificare, specialmente in contesti di elevata
istituzionalizzazione (come nelle amministrazioni pubbliche), in quanto i comportamenti sono legati ad una
dipendenza dai sentieri gi percorsi.
5. Lanalisi delle politiche pubbliche: dalla burocrazia alle strutture di implementazione.
Il ruolo della burocrazia nei processi di politiche pubbliche viene collocato allinterno di una scomposizione
del processo di azione pubblica in fasi distinte:
-

La formulazione, nella quale i problemi collettivi entrano nellagenda delle istituzioni.


La decisione, nella quale vengono operate delle scelte, prevalentemente dagli organi e dagli attori
politici.
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Limplementazione, nella quale le decisioni vengono non semplicemente attuate, ma spesso


reinterpretate e rinegoziate.
- La valutazione, nella quale possono essere misurati gli effetti delle decisioni e delle azioni compiute.
In questa prospettiva, la separazione fra politica e amministrazione netta. La politica il luogo del conflitto
fra gli interessi e i loro rappresentanti, del negoziato e delle decisioni. Lamministrazione, invece, quello
della competenza tecnica, della razionalit legale-formale e dellimparzialit: in questa prospettiva tanto
minore la discrezionalit delle amministrazioni, tanto maggiore la probabilit che una politica pubblica o
una decisione siano efficaci. Le responsabilit non devono essere frammentate fra troppe amministrazioni
potenzialmente in conflitto di competenza. Lanalisi delle politiche ha in seguito evidenziato come il
processo di implementazione sia un luogo nel quale le amministrazioni possono in realt svolgere un ruolo
almeno in parte discrezionale. In questa fase raramente ha titolo dagire ununica organizzazione
amministrativa e in molti casi si rendono necessarie o possibili azioni di soggetti istituzionali di diverso
livello territoriale (ministeri, regioni, comuni), alcuni dei quali dotati di podest e legittimazione, non solo
amministrativa, ma politica. La difficolt di realizzare azioni pubbliche lineari e coerenti nei sistemi
multilivello dovuta alla cosiddetta sussidiariet verticale, che rende pi complessi i rapporti tra
obbiettivi di una politica e il governo delle azioni amministrative conseguenti, soprattutto per il problema
delle reinterpretazioni delle decisioni e della mancanza di demarcazione tra politica e amministrazione. Il
gioco dellimplementazione un processo di negoziazione, persuasione e manovra in condizioni di
incertezza e il rapporto tra politica e amministrazione, tra decisione e attuazione non pu pi essere
considerato come distinto da confini netti. Lamministrazione e le sue azioni, osservate attraverso le lenti
delle politiche pubbliche, hanno a che fare direttamente con gli interessi, i valori, i conflitti e il potere, quindi
con la politica. Inoltre, con il crescere delle funzioni pubbliche lungo lepoca del welfare il panorama degli
attori che prendono parte allattuazione delle politiche si arricchito e diversificato (attori anche non statali).
Sul finire del secolo XX, con la crisi del welfare e le politiche neoliberiste, si accentueranno le
frammentazioni dei sistemi si azione pubblica, introducendo nuove soluzioni e nuovi problemi. La
ridefinizione dei rapporti fra politica ed amministrazione non coinvolger pi solo la fase di
implementazione, ma anche quelle di formulazione e decisione.
-

6. Un nuovo contesto: la globalizzazione e la politica del neoliberismo


Anthony Giddens definisce la globalizzazione: unintensificazione delle relazioni sociali su scala
mondiale, per effetto della quale luoghi molto distanti sono connessi fra loro in modo che gli eventi in un
luogo sono influenzati da processi che avvengono a grande distanza, e viceversa. Queste interdipendenze si
rendono pi evidenti se si considerano le principali dimensioni, economica, culturale e politica, della
globalizzazione. Essa viene raffigurata come lo svuotamento o la crisi del ruolo degli Stati nazionali, causata
da fenomeni non naturali", ma bens dipendenti da decisioni politiche prese dagli Stati, che favoriscono non
solo gli scambi economici internazionali, ma anche la maggiore autonomia dei mercati e il loro tendenziale
sopravvento sulla regolazione politica, secondo le teorie e i programmi di governo del neoliberismo. Si tratta
di una dottrina economica che pone grande enfasi sulle capacit distributive e regolative del mercato libero e
della competizione priva di vincoli, in particolare quelli posti dalla politica e dalle politiche pubbliche.
A causa del peso crescente di nuovi agenti politici transnazionali, a partire dallUnione Europea, e del
decentramento istituzionale di funzioni e competenze dagli Stati verso le regioni e gli enti locali che si
accompagna, talvolta, a spinte autonomistiche da parte di comunit subnazionali, diviene pi difficile per gli
Stati adottare e implementare politiche autonome in diversi settori, a partire dalleconomia. a causa di
questo nuovo contesto che si modificano non solo gli obbiettivi degli interventi pubblici, ma anche le forme
della politica, e il rapporto fra politica, politiche e amministrazione.
Alla diffusione planetaria del neoliberismo, cui si accompagnano misure di privatizzazione e
riorganizzazione del settore pubblico, contribuiscono organismi come il Fondo monetario internazionale, la
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Banca mondiale, lOrganizzazione mondiale del commercio, lUE, che favoriscono agende di questo tipo
con varie modalit di azione.
7. Dalle strutture di implementazione alle reti di governance
I cambiamenti dei sistemi politici e amministrativi e delle politiche pubbliche alla fine del Novecento sono
stati invece analizzati dalle scienze sociali prevalentemente attraverso due strumenti concettuali: le reti e la
governance, in cui le interazioni avvengono allinterno di strutture non pi burocratico-piramidali, ma di tipo
reticolare. Le reti di azione pubblica (policy network) sono state oggetto di analisi, le quali hanno
evidenziato come ormai raramente le azioni pubbliche siano ideate, messe in opera e producano effetti in un
rapporto bilaterale fra attori e istituzioni politiche da un lato e burocrazie dallaltro. Spesso la struttura
dellazione si completa con attori extraistituzionali che svolgono funzioni para-amministrative e influenzano
non solo la messa in opera, ma anche le decisioni. Le strutture di implementazione tipiche della fase di
espansione del ruolo dello Stato hanno ceduto il passo a una nuova articolazione del rapporto fra interessi
sociali e sfera pubblica, cui stata assegnata la denominazione di governance. Le alternative al modello di
government burocratico vengono ricercate in modelli caratterizzati da un maggiore grado di cooperazione
e dallinterazione tra Stato e attori non statuali allinterno di reti decisionali miste pubblico/private con
interazioni il cui coordinamento fondato non sullautorit, ma su relazioni paritarie, disciplinate da regole
negoziate e concordate tra i partecipanti.
Le reti di governance sono caratterizzate dallinterdipendenza fra attori pubblici e privati, cos come fra
istituzioni di diverso livello, dal momento che tutte le diverse tipologie di soggetti non possono raggiungere i
propri obbiettivi da soli, ma hanno bisogno di risorse controllate da altri; si ricercano diverse modalit di
cooperazione, sostituendo o aggiungendo allautorit pubblica risorse di altro tipo. La visione classica del
management, in cui chi al vertice controlla e governa lorganizzazione da solo, definendo gli obbiettivi e
guidando lattivit, non pu essere usata per coordinare reti di questo tipo. Occorrer coordinare strategie di
attori con differenti scopi e preferenze rispetto a problemi (o politiche) allinterno di una rete di relazioni
interorganizzative (network management). A questo fine possono essere impiegate le tre tipologie di risorse:
autorit gerarchica, lo scambio e la fiducia. Se ogni attore partecipante al processo di azione pubblica
portatore di specifici interessi e visioni, alla base delle proposte di network management, che riformulano
anche le relazioni fra politica ed amministrazione, vi lidea che gli stessi interessi siano costruzioni sociali,
le cui definizioni possono essere modificate attraverso linterazione.
8. Il New Public Management
un modello di amministrazione associato al neoliberismo, che rappresenta un vero e proprio cambiamento
di paradigma. Alla base del NPM vi un decalogo, sintetizzato da Osborne e Gaebler, secondo il quale,
per aumentare la produttivit, ridurre i costi e migliorare la qualit dei servizi resi:
1- Lamministrazione dovrebbe indirizzare e non gestire le azioni pubbliche,
2- Gli utenti delle prestazioni non dovrebbero essere considerati portatori di diritti, ma clienti,
3- Devono, inoltre, essere coinvolti nel processo di servizio e nellazione amministrativa, attraverso la
rilevazione del loro gradimento,
4- Occorrerebbe rompere i monopoli e introdurre concorrenza regolata nella fornitura di servizi,
5- Lazione amministrativa dovrebbe essere orientata agli obbiettivi e ai risultati, piuttosto che alle
regole,
6- Piuttosto che spendere, lamministrazione dovrebbe riuscire a guadagnare,
7- La stessa dovrebbe prevenire i problemi sociali, piuttosto che fornire servizi e
8- Svolgere un ruolo di governo attraverso azioni di strutturazione del mercato,
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9- Dovrebbe essere favorita linnovazione dal basso, sostituendo alla gerarchia il decentramento e la
partecipazione alle decisioni e al management,
10- Lapprendimento organizzativo andrebbe favorito attraverso una modificazione degli incentivi,
materiali e immateriali, forniti ai dirigenti e ai dipendenti amministrativi.
Complessivamente queste esperienze hanno:

Dato luogo a discipline del management pubblico che esaltano, perlomeno sul piano formale, la
separazione fra politica ed amministrazione,
Frammentato le strutture di implementazione, finendo per dare pi spazio al comportamento auto
interessato dei burocrati, dei quali viene stimolata limprenditivit,
Diffuso lesternalizzazione dei servizi precedentemente svolti in proprio dalle amministrazioni nei
confronti di imprese private, introducendo regole di contracting out e accreditamento, anche nel
campo dei servizi sociali. In questo modo si favorisce la partecipazione ai processi amministrativi di
soggetti con culture diverse da quella burocratica.
Resistenze e opposizioni al New Public Management:
Resistenze organizzative: lattuazione di un simile cambio di paradigma si scontra con culture, modi di
vedere e fare le cose consolidati e istituzionalizzati nei sistemi pubblici. Le categorie sociali hanno reagito
con due strategie: da un lato opponendosi apertamente al cambiamento, dallaltro facendolo proprio nelle
retoriche, ma non assimilandolo nei comportamenti quotidiani.
Opposizioni politiche e sociali: mentre nessuno ritiene auspicabile tornare al modello burocratico, si
producono azioni di contrasto nei confronti del paradigma dello Stato regolatore e dellamministrazione
imprenditoriale. Nei flussi di innovazione dellepoca neoliberista, il rapporto tra politica ed amministrazione
viene ulteriormente reimpostato in chiave di separazione; spicca il dubbio che la politica possa essere un
modo efficace per controllare la burocrazia e i suoi effetti non desiderabili. Ci ha spinto a ricercare nuove e
pi efficaci modalit di limitazione del ruolo e del potere burocratico nelle regole del mercato e nelle
tecniche manageriali.
Conclusioni
Dopo Marx e Weber, per lungo tempo, non emersa la necessit di focalizzare il rapporto fra politica ed
amministrazione, dal momento che questo non proponeva elementi di criticit, perlomeno se comparati con
lemergere di problemi relativi alla legittimazione del potere e allevoluzione dei fenomeni politici,
particolarmente a partire dagli anni sessanta.
Le trasformazioni intervenute con le reti di governance e il NPM hanno reso il campo di indagine ancora pi
complicato, rendendo opportuna una maggiore integrazione fra le due dimensioni analitiche, di carattere
organizzativo, o micro (i cambiamenti delle strutture e del funzionamento delle amministrazioni prima e
delle reti di azione pubblica in seguito), e politico, o macro (i cambiamenti della natura degli interventi
pubblici e del potere, collocati nel loro contesto sociale, economico e culturale).

5. PARTITI POLITICI
1.1. Verso una definizione
Il primo significato, in senso ampio, che in tutti i tempi e sotto tutti i sistemi politici esistono dei
raggruppamenti pi o meno organizzati in vista della conquista e dellesercizio del potere politico.
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Ovunque la sfera della politica abbia acquistato una certa stabilit, gli uomini hanno dato vita a degli
aggruppamenti in lotta tra loro per la partecipazione allesercizio del potere politico.
Partito deriva dal latino partire cio dividere, da cui il termine partizione, quindi partito sta per una
frazione rispetto a un intero.
-

In primo luogo ogni partizione attiva due processi correlati, ma che si sviluppano in direzioni
opposte. Il primo, rivolto verso lesterno, diretto ad affermare e a ottenere il riconoscimento
dellesistenza e lindividuazione delle singole parti in campo. Il che comporta un processo di
costruzione di una qualche forma di identit collettiva. Il secondo processo, invece, rivolto
allinterno ed destinato a rinsaldare la tenuta e lintegrazione del gruppo politico. A questo
concetto interno-esterno fa riferimento un altro termine dalla radice latina: patteggiare. Il
significato questa volta quello di prendere parte con/per questi piuttosto che con/per quelli. Tale
impegno comporta un impegno materiale ma anche un coinvolgimento emotivo. Un impegno
determinato dal fatto che si condividono convinzioni e interessi con altre persone alle quali si
assicura la nostra solidariet.
In secondo luogo la scomposizione di una comunit politica in parti tra di loro in competizione
presuppone lesistenza di un tutto pluralistico che passibile di scomposizione. Un tutto pluralistico
che attribuisce valore e utilit alle divisioni. Gruppi e partiti politici non vengono pi visti come un
male, magari talvolta necessario. Questo giudizio negativo riguarda, invece, le fazioni, cio quei
gruppi che lottano per il potere con finalit esclusivamente di parte.

Si deve a Hume la prima classificazione dei partiti politici a seconda che essi derivino dallinteresse, cio
razionali e giustificabili, dallatteggiamento passionale e quindi da un principio astratto o speculativo. Si
coglie quindi una dualit costitutiva nellazione dei partiti, tra la logica dellidentit, che si attiene a ci che i
partiti sono e dicono di essere e la logica della competizione, relativa a ci che i partiti fanno e alle relazioni
che intrattengono tra di loro. La prima logica coglie la faccia espressiva, il loro costituirsi come collettivit
edificanti; la seconda, invece, sposta lenfasi sulla faccia strumentale della loro azione orientata da criteri
utilitaristici e di negoziabilit degli obbiettivi. Gli esiti di questo processo possono essere sia la
modificazione dellidentit dei singoli (nel caso estremo luscita dal gruppo), sia la modificazione
dellidentit di gruppo (nel caso estremo la dissoluzione dellidentit collettiva); inoltre bisogna dire che le
fasi di formazione dellidentit collettiva intensificano la partecipazione e la disponibilit della militanza.
1.2. Il partito come fenomeno storico specifico
Burke definisce il partito come un corpo di individui uniti per promuovere, attraverso i loro sforzi comuni,
linteresse nazionale, sulla base di un principio che ha determinato la loro alleanza. I partiti di Burke erano
ancora quelli delle assemblee parlamentari e non ancora quello della societ. Si trattava cio di partiti di
origine interna alle istituzioni.
Dobbiamo a Weber una definizione pi precisa: per partiti si devono intendere le associazioni fondate su
unadesione libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza allinterno di una
comunit, e ai propri militanti attivi possibilit (ideali e materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per
il raggiungimento di vantaggi personali, o entrambi gli scopi. Ritroviamo in questa definizione di Weber i
principali elementi che caratterizzano il partito politico:
- Lelemento organizzativo: dato dalla struttura formale associativa che tiene assieme i capi, la
cerchia ristretta dei loro collaboratori e i membri.
- Lelemento teleologico (che ha uno scopo): i partiti sono orientati a realizzare obbiettivi deliberati,
siano essi materiali (partiti di patronato) o interessi specifici (partiti di ceti o classi) o ideali.
- Lelemento competitivo: il partito moderno si presenta come unorganizzazione costituita per la
raccolta dei suffragi e per la presentazione agli elettori di candidati e programmi che essi devono
scegliere, cos, attraverso i partiti, la partecipazione dei cittadini mira a influenzare e controllare la
direzione dello Stato.
- Lelemento istituzionale: i partiti politici in senso moderno sono possibili solo allinterno di uno
Stato di tipo liberal-democratico, che attraverso procedure costituzionali e il riconoscimento di diritti
soggettivi fondamentali limita il potere. Il partito che ottiene il successo elettorale ottiene la facolt
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di emettere e far eseguire comandi pubblicamente validi. Ci avviene attraverso tre meccanismi di
base: il controllo delle cariche pubbliche, la distribuzione delle risorse pubbliche e la possibilit di
indirizzare le decisioni e le politiche pubbliche.
1.3. A cosa servono i partiti
Tra i molteplici contributi mantiene ancora una sua attualit quello elaborato, alla fine degli anni sessanta, da
Anthony King, secondo il quale le funzioni pi importanti svolte dai partiti sono:
-

Lintegrazione e la mobilitazione dei cittadini. Lazione dei partiti rende operativa nella mente e nei
cuori dei cittadini, lidea di una pi ampia comunit politica. Da un lato, i partiti, organizzano la
partecipazione attraverso unattivit di socializzazione e filtraggio, dallaltro favoriscono la
costruzione delle identit con le quali pretendono di farsi conoscere.
La strutturazione del voto. Vi rientrano tutte quelle attivit che hanno a che fare con la formazione
degli orientamenti politici e delle opinioni degli elettori, con i processi di propaganda ed educazione,
con la necessit di collegare candidati e partiti e con lorganizzazione della campagna elettorale. I
partiti producono ordine nel caos, fungono da ancore del consolidamento dei regimi politici.
Laggregazione degli interessi. I partiti trasformano le domande sociali e le richieste che sono state
precedentemente articolate in alternative politico-programmatiche generali.
Il reclutamento dei leader e del personale politico. I partiti hanno finito per controllare, in modo
quasi esclusivo, i processi attraverso cui si assegnano le posizioni di autorit. Il monopolio di tale
funzione al suo punto massimo riguardo la selezione dei titolari di cariche elettive, per lo pi di
governo ed esteso anche alle cariche amministrative.
Lorganizzazione del potere di governo. Non tutti i repertori delle funzioni partitiche danno spazio a
questo tipo di attivit, eppure essa costituisce probabilmente un aspetto cruciale del funzionamento
dei moderni sistemi politici democratici e non. Essa richiede la capacit di canalizzare e socializzare
il conflitto sul controllo del regime piuttosto che di definire le scelte del governare e gestire i
complessi problemi di coordinamento e operativit a partire dalla fondamentale connessione tra
esecutivo e legislativo (sistema di governo).
Linfluenza delle politiche pubbliche. Ci si riferisce alla capacit di problem solving dei partiti
politici e pi in generale di influenzare il processo di policy-making. Questa funzione ha a che fare
con la capacit di convertire gli impegni programmatici, rispetto ai quali si chiesto il consenso
degli elettori, in decisioni autoritative.

Si cercato di stabilire un ordine di importanza tra le varie funzioni, il che ha portato ad individuare una
funzione minima, cio senza la quale non si potrebbe nemmeno parlare di partito politico. In genere il
riferimento alla funzione elettoralistica, il requisito fondamentale che consente di discriminare i partiti
politici da altre specie di attori politici.
2.

Le prospettive classiche

Le prospettive classiche sono le seguenti: quella sociostrutturale, quella istituzionale, quella organizzativa, e
quella competitiva.
2.1. Prospettiva sociostrutturale: partiti, cleavages e famiglie politiche.
Da questo punto di vista i partiti riflettono le divisioni fondamentali e le linee di conflitto che attraversano
stabilmente una societ. Per ricorrere a un termine ormai molto usato possiamo parlare di struttura dei
cleavages (fratture, divisioni). In linea generale si pu dire che i cleavages sono i criteri che dividono i
membri di una comunit, o sub comunit, in gruppi. Dal nostro punto di vista, questi cleavages sono rilevanti
se sono in grado di dividere i membri di una comunit sulla base di differenze politiche fondamentali.
Innanzitutto i cleavages sono delle linee di divisione, delle fratture, che attraversano la comunit e che
costituiscono dei conflitti particolarmente forti e prolungati, radicati nella struttura sociale. In secondo luogo,
essi costituiscono dei fattori di aggregazione e di identificazione dei membri di una collettivit o di
segmenti di essa. Insomma danno vita a processi di mobilitazione degli individui sulla base dello schema
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amico-nemico. In terzo luogo, quando un cleavages acquista salienza, si creano le condizioni per
laffermazione di un soggetto politico (movimento o partito). Come da un lato i partiti sono strumenti di
lotta politica, dallaltro svolgono anche unimportante funzione di integrazione. In quarto luogo, una volta
affermati e superata la sfida dellistituzionalizzazione, i partiti politici tendono a sopravvivere alla perdita di
rilevanza della linea di conflitto originaria.
Per quanto riguarda i tipi di cleavages, Lipset e Rokkan hanno individuato quattro tipi di fratture,
interpretate come prodotti delle due maggiori rivoluzioni del XIX secolo: la rivoluzione nazionale e la
rivoluzione industriale. Alla rivoluzione nazionale (rivoluzione francese e conseguenze) sono collegate:
- La frattura centro-periferia
- La frattura Stato-Chiesa
Alla rivoluzione industriale (a partire da met Ottocento) sono invece collegate:
- La frattura urbano-rurale
- La frattura lavoro-capitale
Grosso modo, lo schema suggerisce la possibilit della comparsa di sistemi partitici di cinque o sei partiti
posizionati sul continuum destra-sinistra: un partito conservatore, uno agrario, uno liberale, uno
confessionale e uno socialista. Il formato del sistema si complica dopo la rivoluzione internazionale del
1917, in quei casi dove si registra laggiunta di partiti antisistema, di origine comunista o fascista.

2.2. La prospettiva istituzionale


Questa prospettiva critica lidea che le determinanti dei fenomeni politici siano da ricercare nei modelli di
conflitto sociale o in altre variabili strutturali, sia economiche che culturali. Tanto la formazione dei partiti
che il loro cambiamento sono influenzati principalmente dallo sviluppo delle istituzioni statali moderne.
Secondo Dahl, le democrazie di massa, o come le chiama lui le poliarchie, sono dei regimi che offrono ai
cittadini delle opportunit di partecipazione e al tempo stesso, assicurano le garanzie istituzionali per farlo.
Secondo il politologo norvegese Rokkan la struttura della politica di massa in Europa pu essere guardata,
oltre che dalla prospettiva dei cleavages, da una prospettiva che possiamo chiamare top-down: gli output
dadattamento istituzionale di fronte alle pressioni dal basso e dallesterno. Questi output possono essere
considerati come delle soglie, che vengono superate durante il processo di democratizzazione, vediamole:
-

La soglia della legittimazione: implica il riconoscimento da parte delle lite politiche dei diritti di
petizione, di critica, di dimostrazione contro il regime, della libert di opposizione. Ci richiede la
tutela dei diritti di associazione e unione, di espressione e di stampa.
La soglia dellincorporazione: il superamento di questa soglia richiede la comparsa dei diritti di
partecipazione politica. Qui ci imbattiamo nel processo di estensione del suffragio, fino al limite del
riconoscimento eguale del voto a tutti i cittadini, maschi e femmine, con il solo vincolo dellet.
La soglia della rappresentanza: si supera quando si indeboliscono le barriere istituzionali alla
rappresentanza dei nuovi partiti politici. Il che accade quando a sistemi elettorali chiusi e selettivi si
sostituiscono sistemi elettorali pi aperti e proiettivi.
La soglia del potere esecutivo: relativa al riconoscimento della responsabilit del governo a tutti i
partiti o coalizioni di partiti che riescono a controllare la maggioranza dei seggi parlamentari.

2.3. La prospettiva organizzativa


Lanalisi organizzativa dei partiti si sviluppata attraverso tre filoni di studio, relativi rispettivamente alla
costruzione dei tipi di partito, allanalisi della loro forza organizzativa e del cambiamento organizzativo. A
questi tre settori possiamo aggiungere anche quel filone che ha indagato la fase genetica dei partiti dal punto
di vista organizzativo e la loro istituzionalizzazione.

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Prenderemo come base la classica tipologia tripartitica: partito di lite, partito di massa e partito elettorale.
Ogni partito, in quanto organizzazione, deve far fronte a quattro problemi organizzativi: quello dellazione
collettiva, quello del coordinamento, quello della mobilitazione delle risorse e quello strategico.
Iniziamo quindi dai partiti di lite. Si tratta di partiti aristocratici e borghesi o, se si preferisce, conservatori e
liberali, formatisi in un contesto di suffragio limitato, prima in Gran Bretagna e poi nel resto dellEuropa.
Lattivit partecipativa si risolve essenzialmente nel voto e la membership di partito costituita da gruppi
limitati ed litari. La mobilitazione delle risorse non problematica e segue canali personali. Il potere
politico nellera dei partiti dei notabili conserva forti tratti patrimoniali. Questi partiti hanno una struttura a
fisarmonica, si attivano sul territorio in occasione delle elezioni per tornare a disattivarsi nel periodo tra due
elezioni. Per quanto riguarda la dimensione strategica, questi partiti sembrano assorbiti dalle relazioni con le
istituzioni, sono cio partiti che rispondono principalmente a esigenze di coordinamento dellazione
parlamentare e al raccordo tra governo e assemblee rappresentative.
A differenze di quanto accade ai partiti di lite, per i partiti di massa lorganizzazione della partecipazione e
il coordinamento dellazione collettiva rappresenta un problema cruciale. Occorrono nuove forme di
mobilitazione delle risorse per affrontare lintegrazione politica delle masse, che da poco hanno acquisito la
cittadinanza politica, come il tesseramento e il lavoro volontario dei militanti. Ma servono anche nuove
soluzioni organizzative. Il partito di massa cerca per prima cosa di dare uneducazione politica alla classe
operaia, di suscitare unlite capace di assumere il governo e lamministrazione del paese: gli iscritti perci
sono la sostanza della sua azione, la materia stessa del partito. Dal punto di vista finanziario, il partito si basa
sulle quote versate dai suoi membri. Con la loro comparsa, la partecipazione politica diventa principalmente
un fatto organizzativo e associativo. Sotto il profilo strutturale il partito di massa un partito radicato nel
territorio, attraverso le sezioni, e che per di pi cerca di incapsulare iscritti ed elettori in una subcultura. Sul
versante strategico essi assolvono al compito di costruire, preservare e rafforzare le identit politiche. Tale
attivit consiste nel produrre simboli che servano ai membri per riconoscersi in una collettivit.
La nota categoria del partito pigliatutto segn la definitiva crisi del partito di massa. Questo partito, con
laccettazione della legge del mercato politico, sicuramente la prima incarnazione del partito elettorale.
Questo partito vede lorganizzazione come un costo pi che come una risorsa. Gli apparati burocratici sono
considerati freni allinnovazione, il partito elettorale mira a realizzare strutture leggere e intermittenti. Questi
partiti sono meno interessati ai militanti attivi, visti spesso come portatori di interessi e di razionalit
dazione e in contrasto con la leadership. Ci richiede anche lo sviluppo di una considerevole capacit di
produzione simbolica e comunicativa diretta a favorire la formazione di lealt e a contenere i rischi di
defezione degli elettori-simpatizzanti. La stessa partecipazione problematica, da un lato aumentano i
fenomeni di assenteismo e disinteresse degli elettori, dallaltro la stessa qualit della partecipazione viene
pregiudicata. I partiti non si pongono pi il compito di integrare elettori e gruppi nel sistema politico, ma di
attirarli attraverso la costruzione e diffusione delle immagini dei leader e dei loro programmi. Oggi per lo pi
le risorse del partito sono esterne, per un verso derivano dallo Stato, per laltro dai gruppi dinteresse.
Una delle immagini che ha avuto pi successo negli ultimi anni quella del cartel party, del partito di
cartello. La cartellizzazione, per, ha dei costi che si evidenziano, talvolta anche in modo drammatico, nel
dilemma privilegi vs legittimit. Ecco spiegata, almeno in parte, la crescita del sentimento antipartitico e
lopportunit per laffermazione dei partiti radicali ed estremisti.
2.4. La prospettiva competitiva
Duverger ha distinto i sistemi di partito in monopartitici, bipartitici e multipartitici. Il primo tipo, individua
un genere, quello dei regimi non-democratici. Gli altri due, invece, costituiscono delle specie nellambito del
genere dei regimi democratici. In questa seconda famiglia, quella democratica, Duverger colloca quello
bipartitico. Questa tendenza bipartitica secondo lo studioso trovava, poi, rinforzo nel materiale storico offerto
dallesperienza del sistema politico britannico, da sempre oggetto di ammirazione e tentativi di emulazione.
Una delle soluzioni pi convincenti quella di Sartori, il quale suggerisce due regole di conto dei partiti:
1.un partito per quanto piccolo deve essere contato se ha potenziale di coalizione, cio se indispensabile
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per formare maggioranze di governo 2.un partito che non abbia affinit coalizionali deve essere contato se ha
potenziale di ricatto (o di intimidazione), cio se la sua presenza in grado di condizionare la direzione della
competizione politica e la produzione delle politiche pubbliche. Una volta che i partiti sono stati
contabilizzati, il loro numero costituisce il formato del sistema partitico. Le classi complessivamente
individuate da Sartori sono sette: monopartitismo, sistemi a partito egemonico, sistema a partito
predominante, bipartitismo, multipartitismo moderato, multipartitismo estremo, sistemi atomizzati. Va
ricordato che egli distingue tra partito dominante e sistema a partito predominante, nel primo caso a
rilevare il singolo partito politico, nel secondo invece la dominanza imprime una precisa meccanica
allintero sistema. Occorre far uso di un criterio in grado di dar conto della logica di funzionamento, cio
della meccanica, del sistema partitico. Sartori coglie questa logica nel grado di distanza ideologica o
polarizzazione tra partiti. In sintesi, aggregando le diverse componenti possiamo individuare tre
configurazioni:
-

Quella unipolare, tipica delle situazioni monopartitiche non democratiche, senza competizione e
men che meno ricambio dei gruppi al potere.
Quella bipolare, che assorbe i casi bipartitici e i multipartitismi moderati, con una direzione della
competizione centripeta (cio moderata) e con elevata probabilit di produrre alternanza tra governo
e opposizione.
Quella multipolare, che coincide con i multipartitismi estremi, dove la competizione tende ad essere
centrifuga, la politica estremizzata e immoderata e lalternanza al governo lascia il posto al
monopolio del governo da parte di partiti (di centro) dominanti.

I sistemi elettorali producono effetti, diretti e indiretti, sia sulle scelte degli elettori che sulle caratteristiche
dei sistemi di partito e di riflesso sui singoli partiti. Tali effetti, per, si producono quando i sistemi elettorali
sono forti, ovvero fortemente riduttivi, il che si verifica quanto maggiore il grado di disproporzionalit
del sistema elettorale. Tale esito, inoltre, pi probabile quando i partiti hanno raggiunto una certa
complessit strutturale e visibilit e il sistema prodotto dalle loro relazioni un certo grado di organizzazione e
stabilit. Veniamo ora ad una questione, oggi centrale, relativa a come cambiano i sistemi di partito. Il
cambiamento implica unalterazione del formato e/o della meccanica del sistema partitico, ovvero del
numero dei partiti rilevanti e del grado di polarizzazione. In sostanza, il cambiamento si traduce nel
passaggio da un tipo allaltro tra quelli previsti da Sartori. Ovvero, da un punto di vista pi generale il
passaggio pi rilevante quello che porta da sistemi multipolari a sistemi bipolari.

3.

Le tendenze recenti

Trasformazioni del legame tra partiti e aderenti. Sono state offerte diverse chiavi di lettura a riguardo.
Tra le tante possibili ne enfatizziamo tre in particolare:
-

Quella dei costi opportunit, occorre quindi rammentare che in Europa lequilibrio tra costi e
benefici delliscrizione a un partito cambiato. Gli individui del XXI secolo sono meno propensi a
impegnarsi direttamente nella vita associativa, ma allo stesso tempo sono pi esigenti.
Quella dell adesione identificante, che insiste sulla caduta della partecipazione edificante. Esiste
il problema di motivare la gente in senso morale, anche quando si vuole da loro solamente qualcosa
di quotidiano. Come la semplice quota discrizione. Pi crescono sfiducia e sentimenti antipolitici,
pi i cittadini ricercano il coinvolgimento volontario in sfere del sociale al riparo dalla politica.
Quella della individualizzazione, secondo la quale le esigenze di autorealizzazione, successo
professionale e ampliamento degli spazi di libert personali che caratterizzano la societ degli
individui (o della seconda modernizzazione) non provocano una caduta pura e semplice delle
relazioni di solidariet, ma piuttosto comportano la ricerca di nuovi legami basati sulla spontaneit e
non formalizzati in vincoli organizzativi rigidi.

La crisi delladesione va di pari passo con un generale processi di deburocratizzazione. Anche per i partiti
potremmo parlare di una tendenza alla de-differenziazione, cio allo sviluppo verticale si sostituisce
lattivazione di un sistema di relazioni, di una rete di scambi tra diverse entit organizzative autonome o
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semiautonome. Queste relazioni sono meno gerarchiche, meno centrate su legami rigidi, di incapsulazione.
Non dobbiamo dimenticare che oggi lo sviluppo di queste architetture organizzative si avvantaggia del
ricorso alla tecnologia del web. La mappa dei siti e dei collegamenti diventa cos il nuovo organigramma di
questi networks politici.
Questo ci porta al tema delle risorse strategiche delle quali i partiti hanno bisogno. Tra le risorse il cui
procacciamento diventato, nelle democrazie avanzate, sempre pi critico possiamo indicare: quelle
finanziarie, quelle comunicative e quelle di expertise o professionali.
Il passaggio dalla fase moderna a quella postmoderna della comunicazione politica ha comportato la
trasformazione dei modelli di relazioni tra politica e media. Sotto il profilo tecnologico va ricordato il
definitivo superamento dellera della televisione generalista e lavvento delle nuove tecnologie comunicative
e degli sviluppi della stessa TV, per non parlare di internet. Le nuove tecnologie della comunicazione e
dellinformazione si presentano come pi economiche, veloci, caratterizzate dallassenza di confini, dalla
multimedialit, dalla disintermediazione della comunicazione.
Questi cambiamenti sono andati di pari passo con i processi di professionalizzazione della politica. Nel
senso non pi weberiano della comparsa di chi vive di e per la politica, ma della crescita dellimportanza
delle competenze specialistiche e delle expertise, cio delle risorse immateriali di conoscenza che i partiti
acquistano allesterno, al di fuori dei tradizionale circuiti della militanza. Esperti e consulenti si sono formati
al di fuori dellorganizzazione, sono stati assunti in base a una verifica iniziale delle loro competenze e
operano con vasti margini di discrezionalit e di iniziativa personale. Ci che li lega al partito sempre di
pi la fedelt ad un leader. Siamo cos ricondotti a uno dei pi classici dilemmi della vita interna di un
partito, quello tra logica dellefficienza e della democrazia.
Unaltra risorsa critica che vale la pena citare la legittimit sociale. Daalder ha ricordato che il lungo
dibattito sulla crisi dei partiti politici ha assunto tre forme: la negazione, il rigetto selettivo e la
ridondanza. Le prime due sono state associate con due distinte espressioni del sentimento antipartitico:
lestremismo (negazione/rifiuto) e il populismo (rigetto selettivo). Il punto che nelle democrazie avanzate
lestremismo tenderebbe a lasciare il posto a un meno radicale ma pur contagioso populismo.
Se vero che i partiti sono delle organizzazioni interessate alla sopravvivenza della democrazia, talvolta ne
sono stati anche la causa principale di morte e, con maggior frequenza, di deterioramento della stessa qualit
democratica. Secondo Morlino, una democrazia di qualit deve confrontarsi con tre dimensioni di
variazione:
1. Rule of Law (rispetto della legge)
2. Accountability (responsabilit degli eletti)
3. Responsiveness (la ricettivit dei governanti)
Le prime due sono dimensioni procedurali, poich definiscono le regole del gioco e solo secondariamente i
contenuti, mentre la terza attiene agli esiti del funzionamento delle istituzioni democratiche in termini di
capacit di risposta che incontra la soddisfazione dei cittadini e della societ civile.

6. MOVIMENTI SOCIALI
1. Cosa sono i movimenti sociali.
Pu diventare movimento sociale una classe sociale (movimento operaio), una minoranza etnica
(afroamericani), un insieme di Stati (i non allineati), una generazione (i sessantottini), un categoria sociale
(donne o immigrati), una comunit religiosa (protestanti), ecc Nel linguaggio comune letichetta di
movimento viene attaccata a fenomeni di portata storica come i grandi movimenti democratici o di
liberazione nazionale, ma anche a esperienze del tutto diverse.
Innanzitutto occorre dire che un movimento collettivo un insieme di persone che, per una qualsivoglia
motivazione, decidono di mobilitarsi in forme pi o meno unitarie differenziandosi in modo evidente dalle
altre forme di organizzazione sociale preesistenti. La nostra vita scorre inesorabilmente allinterno di
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relazioni entro le quali e grazie alle quali si organizza e si sviluppa. Sono relazioni che ci danno identit, che
ci affidano ruoli precisi, che ci rendono allo stesso tempo uguali ad altri e diversi da altri.
Quando parliamo di gruppo sociale intendiamo: un insieme di persone fra loro in interazione con continuit
secondo schemi relativamente stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definite come tali da
altri. Quando tante persone insieme si trovano sottoposte a uno stesso stimolo e reagiscono a questo in
maniera simile, siamo di fronte ad un comportamento collettivo, abbiamo cio a che fare con un insieme di
persone che adottano un comportamento comune di fronte a un qualcosa che colpisce la loro attenzione.
Nella categoria generale di comportamento collettivo si fanno rientrare una molteplicit di forme sociali: la
folla, la massa, le mode, il panico, il boom speculativo, un tumulto, un movimento sociale.
Secondo gli studiosi europei di fine ottocento, la folla il luogo in cui confluiscono contemporaneamente
emozioni, sentimenti, istinti che si producono e si sviluppano grazie a una sorta di deterioramento delle
condotte individuali che, nelle situazioni di folla, trasforma la ragionevolezza in delirio e la comunicazione
in ipnosi. In tali situazioni, luomo non pi se stesso: lanonimato garantito dalla folla lo fa sentire quasi
onnipotente e lo convince a dar vita a comportamenti che altrimenti non avrebbe mai assunto. La folla
contagia ogni individuo rendendolo suggestionabile dallagire degli altri in un circolo vizioso di reciproca
esaltazione in cui facile consegnarsi ciecamente in mano di leaders fanatici.
Ma cosa trasforma soggetti differenti ognuno inserito nelle proprie reti di relazioni, ad unirsi ed agire in
modo simile e in forma solidale?
Una prima distinzione, utile in questo senso, quella tra fenomeni collettivi di aggregato e fenomeni
collettivi di gruppo: nella prima categoria troviamo fenomeni come la moda, il panico, il boom speculativo, i
moderni fenomeni migratori; alla seconda, invece, appartiene lesperienza dello Stato nascente che alla
base della formazione dei movimenti sociali.
- Nei fenomeni di aggregato, tutti coloro che si comportano in quel determinato modo, non
costituiscono unentit sociale di ordine superiore in cui essi si riconoscono, non possono quindi
essere considerati un gruppo, non hanno nemmeno la consapevolezza di essere un noi collettivo.
- Nei fenomeni di gruppo, cambia il modo di interazione dei soggetti che fanno parte del processo
collettivo, ciascuno dei partecipanti mette in discussione lambiente culturale e sociale in cui si
trovava, instaurando un nuovo tipo di solidariet con gli altri partecipanti al processo collettivo.
2. Il contributo dei classici
I movimenti sociali sono agenti di innovazione della societ. Sono il segno dellesplosione di una
contraddizione che non appare pi tollerabile e che cerca in essi risposta e superamento. Durkheim descrive
questo particolare stato in cui la societ crea quei valori sociali condivisi che sono i presupposti stessi della
sua esistenza in quanto tale. lesperienza, descritta da Weber, del gruppo carismatico che si compone
seguendo il fascino di un leader e si stacca dalle convenzioni che regolano il mondo delleconomia, della
politica, della religione della vita nella routine. lesperienza del libero riconoscimento di attori che nasce
da un incontro tra comuni aspettative, frustrazioni e desideri e che porta un insieme di persone a creare nuovi
sentieri di solidariet; il formarsi, nel campo della politica, di quelle aree di uguaglianza che
costituiscono la base della partecipazione. La fase di movimento in Marx non tanto esito di percorsi,
attese, decisioni individuali o leadership carismatiche. Lapparire di un movimento esito dellesplosione
delle contraddizioni del sistema di sviluppo sociale. Il movimento un processo di costruzione di un
soggetto collettivo antagonistico in lotta, la cui fondazione da ricercarsi nella composizione di classe
specifica di quella fase. Quale sia lattore collettivo che suscita e sviluppa questo processo spiegato da
Lenin, con il formarsi di una lite di professionisti della politica: non potr esserci un movimento
rivoluzionario senza unorganizzazione stabile che ne assicuri la continuit; tanto pi sar numerosa la
massa, tanto pi questa organizzazione dovr essere solida; la professione degli uomini che compongono
lorganizzazione dovr essere lattivit rivoluzionaria.
Se ci fermiamo a riprendere i contenuti esposti possiamo fissare alcuni caratteri dei movimenti collettivi:
- Sono forme di solidariet innovative,
- Fluide nella forma,
- Indirizzate a mutare le forme di relazioni preesistenti fra membri interni,
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Che si scontrano con lapparato istituzionale esistente,


Al fine di modificarlo sostituendone i valori fondativi con quelli sperimentati allinterno del gruppo.

3. Le teorie contemporanee
Secondo Alberto Melucci, i movimenti sociali sono lespressione di un conflitto sociale, cio
dellopposizione tra due attori per lappropriazione o il controllo di risorse che entrambi valorizzano. Ma non
sufficiente. Perch ci sia un movimento occorre che lazione collettiva provochi una rottura dei limiti di
compatibilit del sistema nel quale si situa. Lassenza di conflitto e la compatibilit con il sistema,
definiscono le condotte di aggregato (panico, boom, moda). Quando la rottura dei limiti non si accompagna
al conflitto per una posta in gioco, si parler di devianza. Melucci, riferendosi a Touraine, individua tre
sistemi fondamentali di riferimento allazione collettiva:
- Il modo di produzione: non va inteso solo come livello economico di una formazione sociale, ma
include specifiche risorse simboliche che variano da societ a societ.
- Il sistema politico: indica il livello di formazione delle decisioni normative di una societ attraverso
la competizione di interessi allinterno di regole condivise e attraverso processi di rappresentanza.
- Lorganizzazione sociale: indica quel sistema di rapporti che assicurano lequilibrio di una societ e
il suo adattamento allambiente attraverso processi di integrazione e scambio tra le parti del sistema.
A seconda del sistema entro cui ha luogo il conflitto e la rottura delle regole avremo tre tipi di movimenti
sociali: movimenti antagonisti, movimenti politici e movimenti rivendicativi.
- Movimenti antagonisti: azione collettiva portatrice di un conflitto che investe il modo di
produzione delle risorse di una societ. Lotta non solo contro il modo in cui le risorse vengono
prodotte, ma mette in questione gli obbiettivi della produzione sociale e la direzione dello sviluppo
- Movimenti politici: lotta per lallargamento della partecipazione alle decisioni e si batte contro lo
squilibrio del gioco politico che avvantaggia sempre certi interessi su altri.
- Movimenti rivendicativi: lattore collettivo rivendica una diversa distribuzione delle risorse
allinterno dellorganizzazione, lotta per un pi efficiente funzionamento dellapparato, ma si scontra
anche col potere che impone le regole e le forme di divisione del lavoro.
La sociologia dellazione di Touraine guarda alla societ come a un campo di creazione conflittuale.
Egli definisce un movimento sociale come lazione conflittuale di agenti di classi sociali che lottano per il
controllo del sistema dazione storica, dove per sistema dazione storica si intende quel complesso di
orientamenti sociali e culturali grazie ai quali la storicit esercita il suo impatto sul funzionamento della
societ. Per questo autore un movimento sociale dato dalla combinazione di tre principi:
- quello di identit, ovvero la definizione che un attore d di se stesso,
- quello di opposizione, un movimento si organizza solo se pu dare un nome al suo avversario,
- quello di totalit, cio il sistema di azione storica di cui gli avversari si disputano il dominio.
Al nascere di un movimento corrisponde dunque lesistenza di un contro-movimento.
Per Pizzorno i movimenti sociali propongono valori alternativi al sistema dominante, incoraggiando una
partecipazione che si muove su fini universalistici. Se si propongono valori nuovi, vuol dire che si in grado
di valutarne la superiorit rispetto ai vecchi, si presume cio di possedere un sistema di valori che comprende
e supera il precedente, come luniversale fa del particolare. Il movimento diventa quindi una controsociet.
Questa ha qualcosa in comune e qualcosa che la differenzia dalla societ che vuole trasformare. Ci che
laccomuna il bisogno di darsi unorganizzazione, ci che la differenzia larco temporale di durata
dellesperienza. Lesperienza di movimento unesperienza transitoria, destinata a concludersi quando ci
che era movimento diventa un sistema organizzativo con regole, gerarchie e ruoli. Al movimento che non
raggiunge nel tempo breve i suoi obbiettivi, sono aperte quindi soltanto due vie duscita: o inserirsi nel
sistema dei fini privati della societ civile o rinchiudersi nella subcultura. Ogni gruppo dello Stato nascente
ha davanti a s quattro possibilit: o si dissolve in una fiammata illusoria, o viene represso nel sangue, o si
istituzionalizza oppure si estingue. La forma pi complessa e duratura in cui si possono istituzionalizzare i
movimenti sociali quella del partito politico.

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Cosa spinge un individuo a dedicare tempo, energie e denaro ad unazione di cui potrebbe comunque
goderne gli eventuali benefici senza supportarne i costi? il problema del free rider. Questa situazione
superata dal fatto che gli attori collettivi che richiedono la partecipazione elaborano un insieme di incentivi,
cio benefici per coloro che sono coinvolti concretamente nellazione collettiva. Sono dunque questi stimoli
fruibili individualmente, a spingere gli individui alla partecipazione. Raniolo, a tal proposito, identifica tre
tipi di incentivi che favoriscono la partecipazione politica:
-

Gli incentivi individuali, che implicano delle ricompense materiali e dei benefici tangibili.
Gli incentivi di identit, che sono intangibili e connessi allappartenenza a un dato gruppo,
allidentificazione con esso e alla condivisione dei suoi valori.
Gli incentivi orientati al fine, anchessi intangibili, ma essi dipendono dalla capacit di perseguire le
mete ufficiali dellorganizzazione, piuttosto che dalla semplice partecipazione.

Per quanto riguarda le motivazioni, non sempre agiamo nellaccezione weberiana di agire razionale rispetto
allo scopo. Razionale anche lagire rispetto al valore. Non sono escludibili forme non razionali come quelle
derivanti dalla forza della tradizione e dei sentimenti. Emozione e ragione non sono per forza inconciliabili.
Per quanto riguarda la militanza, va sottolineato che i militanti dei movimenti sociali non sono i marginali,
gli sradicati, gli esclusi. Molti studi hanno dimostrato che coloro che entrano in un processo di mobilitazione
vi immettono unidentit che proviene da precedenti reti di appartenenza. Linizio della mobilitazione
sempre opera di coloro che possiedono gi unidentit collettiva e cercano di difenderla, perch la vedono
minacciata dalle trasformazioni. Il sessantotto non nasce negli ambienti sociali pi degradati, ma da giovani
provenienti da classi sociali benestanti; la mobilitazione operaia nellAutunno caldo non prodotta dagli
operai comuni o dai senza lavoro, ma dagli operai specializzati che hanno accumulato unesperienza nelle
lotte precedenti e che hanno legami associativi di natura sindacale o partitica. quindi da esperienze gi
esistenti di partecipazione, di leadership riconosciute, di reti di comunicazione, di interessi comuni e
consolidati che pi facile che emergano quelle risorse iniziali che porteranno al costituirsi delle prime aree
di movimento.
Questo passaggio ci introduce alla teoria della mobilitazione delle risorse: il problema centrale per creare un
movimento durevole non lo sviluppo di nuove credenze e idee di opposizione, ma il consolidamento di una
rete organizzativa. In questa teoria lattenzione puntata pi che sulla partecipazione individuale,
sullesistenza di unofferta da parte di organizzazioni che fungono da imprese che promuovono a
attraggono la partecipazione collettiva. Il movimento diventa quindi una sorta di nuovo prodotto immesso sul
mercato da imprese che tentano di allettare consumatori-militanti. La disponibilit di queste imprese
abbassa i costi di partecipazione al movimento in quanto esse reperiscono e rendono disponibili risorse,
leadership, organizzazione favorendo un mercato di consensi al movimento.

4. Recenti tendenze
Possiamo partire affermando che la caratteristica specifica del mutamento sociale prodottosi negli ultimi
decenni nelloccidente stato il suo strutturarsi in forma molecolare. Tutta una serie di novit introdotte
gradualmente e ciascuna sommata allaltra, hanno radicalmente mutato la nostra vita quotidiana, al punto di
poter parlare di una vera a propria rivoluzione tecnologica (televisione, tecnologie domestiche, nuove forme
di comunicazione, manipolazione genetica, processi di migrazione internazionale, internet e quantaltro).
Lidentit individuale cessa di far riferimento e di fondarsi su ununica e onnicomprensiva visione del
mondo. Lidentit si forma, piuttosto, dentro sistemi di appartenenze particolaristici (di ruolo, di categoria);
una pluriappartenenza diffusa e ricondotta alla moltiplicazione degli ambiti di relazione cui si pu
appartenere e le opportunit di opzione.
Una delle questioni che le nostre societ devono affrontare quella di ricomporre e superare le
contraddizioni emergenti dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche. Nessuna organizzazione politica ha
mostrato di avere la flessibilit adeguata per accogliere allinterno di un progetto globale una produzione
tecnologica che, per velocit ed espansione, non ha precedenti nella storia.
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In questo mutato contesto, i movimenti sociali hanno interpretato il loro ruolo rifacendosi in alcune
circostanze alle tradizionali forme espressive di conflitto, ma assumendo in altri contesti forme e contenuti
nuovi, che esprimevano contraddizioni e incertezze derivanti dallemergere di nuovi soggetti e nuove fratture
sociali. Lemergere di questi soggetti ha portato alcuni studiosi a parlare di nuovi movimenti sociali. La
contrapposizione di classe perde progressivamente forza mobilitativa, altrettanto si pu dire delle
contrapposizioni ideologiche, religiose e territoriali. Sono nuovi i temi su cui ci si mobilita e sono nuove pure
le forme di mobilitazione. Vi unaccresciuta domanda di partecipazione, di decisione e di autonomia.
Parallelamente si assiste, soprattutto presso le nuove generazioni, alla formazione di nuovi stili di vita in
riferimento alla qualit della vita, ai consumi, ai nuovi bisogni identitari.
Lo spazio di azione di questi movimenti quello dellopinione pubblica. Mentre nei vecchi movimenti
sociali la spinta era verso il riconoscimento di condizioni che portassero alla valorizzazione delluguaglianza
qui laccento posto sul riconoscimento e la valorizzazione, del diritto di esistenza delle diversit.
Secondo Offe i nuovi movimenti hanno due limiti:
-

Sono incapaci di negoziare perch non hanno nulla da offrire in cambio di ogni concessione fatta alle
loro rivendicazioni.
Rispetto ai vecchi movimenti che avevano una natura generale, i nuovi movimenti nascono in tanti
casi come movimenti specifici attorno ad uno scopo, raggiunto il quale il movimento non ha pi
ragione di esistere.

In questo caso pi che unimmagine di un possente bastimento, sarebbe pi appropriato parlare di composite
e mutanti flottiglie, di volta in volta confluenti attorno ad obbiettivi che le accomunano. Le flotte si
compongono e si scompongono e i membri dellequipaggio sono tanto rapidi a mobilitarsi quanto poi lo sono
ad abbandonare la piazza o a mutare loggetto per cui si sono aggregati.

7. ELITE, CLASSE POLITICA, RECLUTAMENTO POLITICO


1. Elite e classe politica
1.1. Definizioni, termini e concetti
Il termine lite presente in molte lingue, per indicare una parte selezionata, scelta, la migliore. Un
ristretto gruppo di persone che si distingue per superiorit culturale, posizione economica o sociale. La
radice del termine, propria anche di elezione e di eletto, rivela come il vocabolo si riferisse originariamente
al linguaggio religioso, anzich politico, indicando chi chiamato da Dio.
Lespressione classe politicaindica prevalentemente linsieme dei professionisti della politica con
riferimento ad una dimensione di continuit e di professionalit.
possibile individuare due caratteristiche abitualmente associate allaccezione generale del concetto:
- Il numero, lite si riferisce ad una categoria sociale di persone o a un gruppo sociale relativamente ristretto,
minoritario, allinterno di un gruppo pi ampio.
- Il riferimento a livelli o gradi, elevati rispetto ad una dimensione verticale, cio ad un ordinamento
gerarchico basato su uno o pi criteri distintivi.
Una prima connotazione del termine lite relativa ad una superiorit dei suoi componenti attribuita o
basata. Una superiorit che consiste in origine, in una capacit elevata di alcuni soggetti in una specifica
professione, intesa per lo pi come eccellenza in unattivit socialmente apprezzabile. Allabilit si
associano caratteristiche di distinzione, di merito e riconoscimento sociale.
Secondo una definizione significativa, si dice lite un qualunque strato di individui, costituenti una frazione
numericamente ristretta della popolazione totale di un sistema sociale, i quali posseggono in misura
segnatamente pi elevata del resto della popolazione una o pi caratteristiche che questa valuta
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positivamente. In base a questa impostazione, possibile individuare tante lite quanti sono i valori in una
data societ.
Rispetto a questa definizione, possibile distinguerne unaltra particolare, che considera le lite come
minoranze in grado di esercitare potere o influenza nel processo di decisione politica. Le lite si formano
quindi, come risultato dellorganizzazione sociale, poich ogni organizzazione che superi una soglia di
componenti necessita di una direzione che, per essere efficace, deve essere ristretta e quindi, di regola,
fortemente minoritaria. Secondo questo punto di vista, le lite come forma di leadership sociale sono una
necessit funzionale di cui non possibile fare a meno, dal momento in cui una data popolazione ha
raggiunto una certa dimensione. Si pu dire che le lite sono piccoli gruppi di persone che esercitano
potere e influenza sostanziale sul pubblico e sulle decisioni politiche; le societ sono divise fra i pochi che
detengono il potere e comandano e i molti che ne sono sostanzialmente privi e sono comandati (le masse).
Secondo questo secondo modo, i riferimenti alle qualit personali hanno unimportanza minore rispetto alla
posizione istituzionale occupata. Si pu stabilire un collegamento tra linserimento in posizioni istituzionali
di vertice e il possesso di qualit specifiche, ma la caratteristica determinante il possesso e il controllo delle
risorse e in particolare del potere
Le lite politiche sono persone che occupano posizioni strategiche in organizzazioni e movimenti dotati di
ampie dimensioni e potere, tali da metterle in grado di influenzare il processo di decisione politica in modo
diretto, sostanziale e regolare. Molto spesso classe politica viene usato come sinonimo di lite politica
ma questa accezione, secondo Mosca, non accettabile e nel suo concetto di classe politica egli trova
nellorganizzazione il suo fondamento, come criterio ultimo in grado di rendere irresistibilmente forte ogni
minoranza, per cui le minoranze comandano alle maggioranza anzich queste a quelle.
1.2. Problemi nello studio delle lite
John Scott denuncia lindebolimento del concetto, che finisce per denotare poco pi di un gruppo o
categoria, cos che ci si limita a considerarle come composte da tutti coloro che occupano i vertici di una
gerarchia. A met degli anni settanta, Putnam individua sei punti per costruire una mappa dei temi salienti e
delle risposte ancora attuali nel campo degli studi sulle lite politiche:
1. lite e struttura sociale: si fa riferimento al rapporto tra stratificazione socio-economica e
stratificazione politica.
2. reclutamento delle lite: si affronta da un altro angolo di osservazione il tema della selettivit delle
diverse lite per indagare sui processi sociali attraverso cui si entra a far parte di esse.
3. motivi e credenze specifiche delle lite: ovvero quali sono i motivi che spingono gli individui a far
parte delllite politica.
4. la struttura delllite: riguarda il tipo di rapporto che unisce le diverse lite presenti in una societ;
lautonomia delle risorse di cui le lite dispongono e il grado di consenso fra le lite.
5. i legami lite-massa: come llite influenza la non-lite e allopposto, attraverso quali modalit la
non-lite influenza llite.
6. trasformazione delllite: come cambia la composizione delle lite, ma soprattutto perch cambia la
loro composizione.
2.

La teoria classica delle lite

La teoria classica delle lite prende forma tra la fine del XIX secolo e linizio del XX secolo, sulla base dei
contributi di tre autori: Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Roberto Michels.
Gaetano Mosca (1858-1941). Mosca usa lespressione classe politica anzich il termine lite per
indicare la minoranza che in ogni societ detiene il potere e governa sulla maggioranza. Il perch sia una
minoranza a governare su una maggioranza sta nellorganizzazione. La capacit che ha un numero ristretto
di individui di darsi una struttura interna per coordinarsi, li porta necessariamente ad un dominio sulla massa
disorganizzata. Per Mosca in tutti gli organismi politici si evidenzia lesistenza di due classi di persone,
quella dei governanti e quella dei governati, la prima meno numerosa mentre la seconda decisamente pi
numerosa. Per il governo effettivo un numero ridotto non sufficiente, la classe politica risulta quindi
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composta anche di un secondo strato di persone, che pu essere identificato come classe dirigente in senso
ampio. Nei regimi autocratici primitivi essa sar composta da sacerdoti e guerrieri, in quelli autocratici
burocratizzati dalla burocrazia o dalla classe media, nei regimi rappresentativi a suffragio ristretto dal corpo
elettorale.
Perch la classe politica riesca ad esercitare potere anche in minoranza, i membri che la compongono devono
possedere qualit effettivamente superiori rispetto a quelle della massa, o che almeno appaiano tali. Ogni
classe politica giustifica il proprio potere attraverso unideologia, per Mosca la formula politica (ad
esempio lautorit del sovrano ricevuta da Dio o dalla volont popolare).
Mosca fornisce i criteri per confrontare lorganizzazione delle classi politiche in base al principio con cui
viene trasmesso il potere e alla tendenza al rinnovamento o alla chiusura nei meccanismi di reclutamento.
Ogni organizzazione umana richiede una gerarchia e quindi chi comanda e chi obbedisce, quindi egli
definisce principio autocratico quello per cui lautorit viene trasmessa dallalto verso il basso in maniera
che la scelta del funzionario venga lasciata a quello superiore; e principio liberale quello in cui dal basso
viene delegata a coloro che stanno in alto. Per quanto riguarda lapertura o chiusura della classe politica egli
afferma: pi adatto chiamare democratica quella tendenza che mira a rinnovare la classe dirigente,
sostituendola o almeno completandola con elementi provenienti dalle classi dirette e naturalmente
chiameremo aristocratica la tendenza contraria, la quale mira alla stabilizzazione della direzione sociale del
potere politico nei discendenti di quella classe che, in quel momento storico, se ne impossessato.
Vilfredo Pareto (1848-1923). Il contributo di Pareto alla teoria delle lite stato definito psicologico. Egli
definisce llite come una minoranza composta da coloro che sono pi capaci, cio che hanno gli indici pi
elevati nella loro attivit. Si vengono cos a definire due strati della popolazione: la classe eletta o lite,
fortemente minoritaria, e la classe non eletta. Egli individua cos unlite di governo, composta da coloro
che direttamente o indirettamente hanno parte notevole nel governo e costituiscono la parte eletta di
governo. La parte residua di coloro che non prendono parte direttamente al governo viene definita come
classe eletta non di governo. Pareto individua un primo elemento di potenziale turbamento, infatti, diversi
fattori, tra cui lereditariet, la ricchezza, le relazioni familiari, ecc., provocano linclusione nelllite di
governo di soggetti che non hanno effettivamente le capacit personali necessarie per farne parte. Per poter
mantenersi nel tempo, llite deve essere aperta e rinnovarsi continuamente consentendo scambi tra lo strato
inferiore e lo strato superiore, cio la cosiddetta circolazione delle lite.
Roberto Michels (1876-1936). Il fuoco dellanalisi di Michels, verte sui partiti politici di massa e i sindacati
e, in particolare, sul partito socialdemocratico tedesco a partire dalla sua origine. Il punto di partenza la
necessit dellorganizzazione nella democrazia, resa necessaria sai dalla dimensione di massa dei partiti sia
della complessit degli obbiettivi che essi intendono perseguire. I partiti non possono quindi far ricorso in
modo continuativo alla partecipazione egualitaria di tutti i loro membri e debbono attivare meccanismi di
rappresentanza e di delega. La formulazione della legge ferrea delloligarchia descrive il meccanismo
attraverso il quale si viene a creare una struttura organizzativa gerarchica e accentrata che rende i partiti
simili ad ogni altra organizzazione burocratica. Il meccanismo dellorganizzazione provoca nella massa
organizzata mutamenti notevoli. La formazione di competenze specialistiche, lesigenza di prendere
rapidamente decisioni, il controllo di risorse importanti come quelle economiche o quelle della stampa di
partito finiscono per rendere semplici rituali le pratiche democratiche. Da strumenti per conseguire un fine, i
partiti organizzati, e in particolare quelli democratici, tendono a diventare un fine in s. I motivi per cui le
masse non reagiscono e comunque non riescono a interrompere il potere dei gruppi dirigenti rinviano in
ultimo ai meccanismi che rendono comunque necessaria la formazione di una lite dirigente, e vengono ad
aggiungersi alle pi generali motivazioni di passivit e apatia delle masse.
3.

Alcuni contributi contemporanei sulle lite

Raymond Aron negli anni cinquanta ha affermato: uno dei tratti pi caratteristici della struttura di ogni
societ la struttura delle lite, cio la relazione fra i gruppi che esercitano il potere, il grado di unione o di
disunione fra questi gruppi, il sistema di reclutamento delllite e la facilit o difficolt di entrare a farvi
parte. Egli delinea due tipi polari di lite:

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Unitaria o unificata presente nelle societ senza classi che hanno eliminato la propriet privata e
nei regimi di partito unico di tipo sovietico in cui le differenti forme di potere sono manipolate dalle
stesse persone.
Divisa e frammentata dove esiste una differenziazione di gruppi sociali, delle funzioni e delle
forme di potere. Un regime costituzionale pluralistico associato alla presenza di una pluralit di
categorie dirigenti eterogenee e in competizione tra loro.

3.1. Llite del potere di Mills


Charles Wright Mills, in contrapposizione allimmagine pluralista della struttura del potere politico
dominante negli Stati Uniti sostenne la presenza di una tendenza alla concentrazione del potere tale da
costituire un serio pericolo per le stesse tradizioni democratiche. Mills critica la teoria dellequilibrio, egli
distingue tre livelli nella gerarchia del potere degli Stati Uniti: il vertice, un livello medio e la base. Per
Mills i gruppi di interesse e di pressione, le associazioni professionali, sindacali, imprenditoriali, operano a
livello medio e influiscono per lo pi sulle questioni settoriali e locali. Un equilibrio del potere si produce a
livello medio, dove nessuno dei gruppi o delle istituzioni in grado di dominare in modo incontrastato. Il
potere di prendere decisioni sulle questioni politiche fondamentali appartiene, invece, a coloro che occupano
le posizioni di vertice nei settori di economia, politica ed esercito.
La coesione che caratterizza llite non si basa per solo su fattori istituzionali. Coloro che occupano i vertici
nei tre ordini istituzionali dominanti:
1. Presentano caratteristiche assimilabili per quanto riguarda lorigine sociale nei ceti superiori, la
socializzazione e la visione del mondo, gli interessi (si tratta di persone che hanno frequentato le
stesse scuole, chiese o associazioni che presentano modelli simili di carriera).
2. Hanno strette relazioni di lavoro come conseguenza del fatto che le tre istituzioni si sovrappongono
funzionalmente integrandosi luna con laltra.
3. Sono in grado di passare da un ruolo allaltro dei tre diversi ordini istituzionali e di fatto scambi di
ruoli e sovrapposizioni negli incarichi sono frequenti.
Nella formulazione di Mills vengono meno alcuni capisaldi dellimpostazione classica delllite: innanzitutto
il dominio delllite non basato sulla necessit di qualcuno che governi n su uneffettiva superiorit della
minoranza, ma su mutamenti istituzionali riconducibili a trasformazioni economiche e sociali. Anche le
masse presentano caratteristiche peculiari rispetto al modello classico, in quanto non sono viste come
incapaci di partecipare alle decisioni, ma piuttosto come disinformate o ingannate dalllite. Le
trasformazioni avvenute nei mezzi di comunicazione di massa, sempre pi centralizzati e quindi suscettibili
di manipolazione, rendono il pubblico una collettivit di individui passivamente esposti allinfluenza di quei
mezzi, aperti senza remissione alle loro suggestioni, alle loro manipolazioni.
3.2. Elitisti, pluralisti e il nondecisions-debate
La disputa tra la scuola elitista e pluralista ruota principalmente attorno alle modalit di distribuzione del
potere. Per gli elitisti il potere essenzialmente concentrato nelle mani di pochi, che costituiscono una
minoranza organizzata, mentre per i pluralisti, la distribuzione del potere intesa come la capacit di
mobilitare delle risorse in vista del raggiungimento di un obbiettivo, in questo senso il potere non detenuto
da unlite unica ma distribuito tra gruppi diversi e in concorrenza tra di loro.
Tra gli studi pi rappresentativi della scuola elitista troviamo quello di Floyd Hunter, il cui intento
studiare il sistema delle decisioni e i rapporti tra coloro che sono generalmente indicati come detentori
effettivi del potere nella citt di Atlanta. A tal fine, Hunter utilizza un metodo di studio detto reputazionale.
Tale metodo mira a definire quali siano i personaggi ritenuti pi potenti nella comunit locale. I risultati
ottenuti descrivono una struttura piramidale del potere nella comunit locale. Llite che detiene il potere
altres coesa ed principalmente espressione della sfera economica anzich di quella politico-istituzionale.
Le critiche mosse ad Hunter sono state molte e di sicuro la pi rilevante di natura metodologica, che accusa
il metodo reputazionale di precostituire il risultato (se ai testimoni viene chiesto di collocare delle persone su
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una scala gerarchica relativa alla capacit di guidare gli altri, facile che i risultati evidenzino una struttura
piramidale).
Le critiche pi serrate giunsero, dal versante pluralista, da parte di Robert Dahl in replica a Mills. Dahl
fornisce una definizione che a lui sembra pi adeguata: Unlite dominante un gruppo di controllo di
dimensioni inferiori alla maggioranza e tale da non costituire un mero prodotto del metodo democratico.
Essa formata da una minoranza di individui, le cui scelte prevalgono regolarmente in caso di divergenze su
questioni politiche fondamentali. Lesistenza di una minoranza con queste propriet pu essere verificata
soltanto se si danno tre condizioni:
1. Lipotetica lite dominante un gruppo ben definito;
2. Vi un adeguato campione di casi implicanti decisioni politiche fondamentali, in cui le scelte
dellipotetica lite sono in contrasto con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo;
3. In tali casi le scelte delllite prevalgono regolarmente.
A giudizio di Dahl la teoria proposta da Mills non super nessuna delle tre condizioni.
Dahl utilizza un metodi di studio basato su due distinte procedure: la posizionale e la decisionale. Egli
prende in considerazione le caratteristiche socioeconomiche di coloro che occupavano una carica pubblica
(aspetto posizionale) e ricostruisce le vicende relative ad alcune importanti decisioni per la vita della
comunit (aspetto decisionale) al fine di individuare chi e in che modo ha esercitato il potere sulle decisioni
prese. Lo studio mette infatti in luce che non esiste ununica lite coesa e gerarchicamente organizzata, ma
esistono tante lite in tante aree decisionali; le lite sono in competizione tra loro per lesercizio del potere e,
sebbene le decisioni vengano prese sempre da una minoranza, questa minoranza deve tenere conto nelle sue
azioni delle preferenze e della volont degli elettori. La ricerca di Dahl mette in luce la netta predominanza,
nei processi decisionali, delle istituzioni pubbliche su quelle private.
Ad introdurre il concetto delle cosiddette non-decisioni (lesercizio del potere attraverso il veto posto da un
determinato gruppo o soggetto alle decisioni ritenute sgradevoli) sono due studiosi americani, Peter
Bachrach e Morton Baratz, generalmente indicati come gli autori di riferimento della prospettiva
neoelitista. I neoelitisti rimproverano ai pluralisti-elitisti di occuparsi soltanto delle parte visibile del
processo decisionale, tralasciando ci che loro definiscono laltra faccia del potere, vale a dire quel potere
che si esprime attraverso le non-decisioni. Secondo i due, il potere pu esprimersi facendo in modo che
alcune decisioni semplicemente non vengano prese, limitando lambito delle decisioni ad argomenti ed
oggetti relativamente innocui. Quindi si esercita il potere prendendo decisioni ma anche impedendo che
alcuni problemi giungano allarena decisionale.
4. Il reclutamento politico
Con lespressione reclutamento politico ci si riferisce al processo che seleziona tra diverse milioni di
cittadini socialmente favoriti e politicamente motivati, comprendendo anche lo strato politico, le diverse
migliaia che raggiungono posizioni di influenza nazionale significativa. Un ruolo di primo piano ad
esempio giocato dalle leggi elettorali tramite le quali nelle democrazie si seleziona la maggior parte dei
rappresentanti politici. Altrettanto essenziale nel processo di reclutamento lorganizzazione e la
competizione tra i partiti, nonch la configurazione del sistema partitico. Ma anche la cultura politica nel suo
complesso e le tradizioni relative alla partecipazione politica hanno un peso rilevante sul processo.
Lesito del processo di reclutamento politico sembra rispondere ad una regola generale: si nota che i membri
delle lite posseggono in media uno status sociale pi elevato, un livello distruzione pi alto e provengono
da famiglie con un background socioeconomico medio-alto o alto. Vari autori, e Lasswell tra i primi, si
riferiscono a questa situazione con il termine agglutinazione, proprio a significare il saldarsi di condizioni
socioeconomiche privilegiate necessarie per accedere al circolo ristretto delle lite politiche.
Tra i numerosi aspetti del reclutamento politico opportuno soffermarsi, seguendo le indicazioni di Putnam,
sui cinque seguenti:
1. I canali pi comunemente utilizzati dagli aspiranti leader politici per raggiungere posizioni di vertice;
2. Come e da chi effettuata la selezione dei membri delllite politica;
3. Quali sono le caratteristiche e le credenziali rilevanti per gli aspiranti membri delllite;
4. In che modo e con quale frequenza chi occupa unimportante carica politica la lascia;
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5. Come i diversi modelli di reclutamento hanno un impatto sulle caratteristiche dinsieme delllite politica.
1. Permeabilit dei canali di reclutamento: I due pi importanti canali di reclutamento, che hanno da
sempre avuto un peso notevole nella selezione delle lite politiche, sono lesperienza partitica e il
governo locale. Ad esempio, se si prendono in considerazione i ministri della Repubblica italiana
dalla sua fondazione fino al 2001, si rivela che oltre il 50% di essi avevano ricoperto un incarico
elettivo a livello locale prima di diventare ministro e che oltre il 70% dei ministri aveva rivestito una
carica partitica, principalmente a livello nazionale.
2. Chi e come seleziona: A questo proposito possibile distinguere tra tecniche automatiche,
semiautomatiche e discrezionali di selezione. Lesempio pi eloquente del criterio automatico di
selezione lereditariet delle cariche. Meccanismi semiautomatici possono invece essere
considerati la selezione per esami o per anzianit. Sul versante della piena discrezionalit si
collocano il meccanismo della cooptazione o nomina, ma anche la selezione tramite elezione.
3. Le credenziali degli aspiranti: queste possono essere distinte in due categorie: caratteristiche
ascritte e acquisite. Lappartenenza familiare una tipica caratteristica ascritta, al contrario, le
abilit e le competenze individuali possono costituire un buon esempio di credenziali di tipo
acquisitivo.
4. Luscita dalllite politica: la fenomenologia molto ampia e spazia dalle cause naturali che portano
allavvicendamento, alla sostituzione violenta delle lite oppure, nei sistemi democratici, alla
sostituzione pacifica. In generale, adottando il sistema politico anzich lindividuo come riferimento,
possibile individuare due regole principali: 1. i livelli pi elevati di ricambio si registrano durante i
periodi di crisi 2. il tasso di ricambio tende a diminuire con linvecchiamento dellistituzione.
5. Le conseguenze del reclutamento: le regole del reclutamento possono avere un impatto rilevante
sulla propensione alla conservazione o allinnovazione nelle scelte politiche che llite politica sar
chiamata ad effettuare. Inoltre, i meccanismi di avanzamento di carriera, definiti informalmente dal
modello di reclutamento adottato, potranno indurre alla prudenza ideologica oppure spingere alla
rottura con i vecchi schemi. Infine, il processo stesso di selezione e di competizione pu essere
indicato come uno strumento rilevante di socializzazione che consente lacquisizione di importanti
competenze utili nella vita politica.

8. SOCIALIZZAZIONE E GENERAZIONI POLITICHE


1. Socializzazione politica: definizioni.
Il termine socializzazione stato introdotto per la prima volta da Durkheim nelle sue analisi dedicate al
problema delleducazione e della formazione dei giovani, intendendo con ci il processo attraverso cui i
membri delle giovani generazioni si formano come soggetti sociali attingendo ai modelli valoriali e culturali
trasmessi, o meglio messi a disposizione, dalle generazioni precedenti. Per Parsons la socializzazione quel
processo sociale che rende possibile lacquisizione a livello individuale delle caratteristiche normative
fondamentali per la tenuta complessiva della societ.
Il concetto di socializzazione ricorda molto quello di acculturazione, ovvero il processo di accettazione da
parte di tutti i membri di una societ delle norme e dei valori che sono alla base dei ruoli e dei modelli di
comportamento.
In termini generali possiamo definire la socializzazione come quel processo attraverso cui gli individui
imparano a diventare esseri sociali ovvero membri di una societ. Lindividuo non nasce come membro
della societ, egli nasce con una predisposizione alla socialit, e ne diventa quindi membro. Tale percorso
viene definito socializzazione per indicare il farsi sociale dellindividuo. Per Parsons la socializzazione
diventa fondamentale per capire i fenomeni macro, come la stabilit del sistema sociale e la sua
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riproduzione, mentre per Berger e Luckmann occorre per capire i fenomeni micro, cio riguardanti il
singolo individuo, come il problema dellidentit e quello dellappartenenza sociale. Pi attento alla
dimensione macro quello che possiamo definire approccio istituzionale, mentre per quanto concerne la
dimensione micro possiamo parlare di approccio individuale-soggettivo o psicologico.
In forma estremamente generale possiamo definire la socializzazione politica come quel processo
attraverso cui ogni individuo si costituisce come membro di una comunit politica. In base allapproccio
individuale-soggettivo: quella serie di esperienze che nel corso del processo di formazione dellidentit
sociale dellindividuo contribuiscono in particolare a plasmare limmagine che egli ha di se stesso nei
confronti del sistema politico e nel definire il rapporto che egli instaura con le istituzioni politiche; mentre
in base allapproccio istituzionale: quel processo attraverso cui le culture politiche prendono forma, si
mantengono e modificano. Tale processo riguarda:
- La dimensione normativa: interiorizzazione dei principi del sistema politico nazionale.
- La dimensione espressiva: formazione di atteggiamenti e orientamenti verso le istituzioni e gli attori
del sistema politico.
- La dimensione cognitiva: apprendimento di conoscenze, informazioni e codici culturali relativi al
mondo della politica.
2. Le ricerche della Scuola americana
Con lespressione Scuola americana ci si riferisce a un cospicuo gruppo di ricerche e proposte teoriche
elaborate durante gli anni cinquanta, sessanta e settanta negli Stati Uniti. Lidea centrale delle ricerche
americane che gli orientamenti politici non sono soltanto un fenomeno psicologico e individualizzato ma
possiedono anche una chiara dimensione sociale e collettiva. Sono cio opinioni socialmente condivise e
diffuse. grazie alla socializzazione politica, inteso come processo di apprendimento che produce regolarit,
che un gruppo omogeneo di opinioni politiche viene fatto proprio da differenti individui. Possiamo cos
riassumere i tre presupposti teorici fondamentali delle ricerche americane:
-

Gli orientamenti politici di fondo sono acquisiti nei primi anni di vita, precisamente durante
linfanzia. Si pu dire che ogni individuo normale tende a completare la sua formazione politica
nelladolescenza.
Tali orientamenti tendono ad essere resistenti al cambiamento e quindi a restare invariati nel corso
della vita.
In generale, pi precocemente un individuo forma i propri orientamenti di base pi difficilmente essi
si modificano nel tempo.

Il primo presupposto sostiene che le opinioni e i comportamenti politici adulti affondano la loro origine in
orientamenti di base che si formano nei primi anni della biografia personale. Secondo Hyman, ad esempio, il
modello della lealt al partito interiorizzato in tenera et attraverso lapprendimento in famiglia. Lo studio
delle prime fasi del ciclo di vita, come infanzia e adolescenza, acquista cos una rilevanza politica mai avuta
fino ad allora.
Il secondo presupposto chiama in causa limportanza dellambiente sociale in cui ha luogo il processo di
socializzazione. Lattenzione degli studiosi ricade su una serie di soggetti e istituzioni che ricoprono il ruolo
di attori socializzanti, che vengono generalmente indicati con lespressione di agenzie di socializzazione, in
particolare la famiglia e la scuola.
La proposta pi nota resta sicuramente quella che distingue due tappe fondamentali: la socializzazione
politica primaria e la socializzazione politica secondaria. La socializzazione primaria riguarda il processo di
costituzione della struttura fondamentale della personalit, ovvero il processo di sviluppo dellidentit. Le
sue agenzie fondamentali sono la famiglia e, in particolare, i genitori e, successivamente la scuola e le prime
forme di gruppo di pari. La socializzazione secondaria ha, invece, a che fare con linserimento dellindividuo
gi socializzato in settori specifici della societ, come potrebbe essere la politica oppure il lavoro. La
socializzazione primaria collocabile nellinfanzia e relativa allapprendimento del lessico politico
fondamentale, fatto di concetti come Stato, patria o autorit. La socializzazione secondaria, che ha
luogo tra ladolescenza e la giovinezza, riguarda, invece, laccesso alla politica inteso come specifico
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sottosistema sociale, distinto da altri come il lavoro o la religione. Si tratta della fase in cui lindividuo
acquisisce codici politico-culturali complessi, come lideologia, ma anche dove forma i suoi orientamenti
verso le grandi questioni politiche come la democrazia e limportanza della partecipazione. Questa
socializzazione chiama in causa agenzie extrafamiliari.
Easton e Dennis hanno indagato riguardo il processo di formazione degli atteggiamenti verso lautorit. Essi
hanno provato a proporre quattro stadi di formazione degli atteggiamenti verso lautorit: politicizzazione,
personalizzazione, idealizzazione e istituzionalizzazione.
- Politicizzazione: si riferisce al fatto che il bambino apprende precocemente la presenza dellautorit
nellambito delle sue esperienze sociali. Le rappresentazioni dellautorit nel mondo del bambino si
basano sulla percezione delle reazioni espresse dalle persone facenti parte della sua cerchia sociale.
- Personalizzazione: il processo tramite cui il bambino identifica in alcuni ruoli di autorit degli
individui specifici, che si collocano in ambiti di autorit diversificati tra di loro, come il poliziotto o
il presidente.
- Idealizzazione: si associa a unastrazione mentale tale che il bambino idealizza queste figure in
termini fortemente positivi e sviluppa nei loro confronti delle aspettative gratificanti di benevolenza.
- Istituzionalizzazione: concerne levoluzione subita dallimmagine dellautorit. Il socializzando
elabora un processo di depersonalizzazione dei ruoli dotati di autorit appunto istituzionalizzandoli.
In sintesi, per la Scuola americana, latteggiamento degli individui nei confronti della politica frutto di un
comportamento appreso che caratterizzato da una certa regolarit. Gli individui formano i loro orientamenti
politici gradualmente e precocemente. Questo ci che in gran parte determina la stabilit del loro
comportamento politico in et adulta.
3. Il superamento della Scuola americana: la proposta di Annick Percheron
Secondo la sociologa francese Annick Percheron esiste una socializzazione politica come fenomeno
distinto dalla formazione di unidentit civica. Il suo modello, teso a dimostrare lesistenza di un universo
politico infantile autonomo, pu essere riassunto in cinque punti fondamentali:
- Transazione: con questo termine si vuol dire che la socializzazione politica un processo
essenzialmente interattivo e multidirezionale.
- Rappresentazione del mondo: la socializzazione politica non solo un processo di trasmissione di
un nucleo di valori centrali, ma anche un percorso di sviluppo di una certa rappresentazione del
mondo politico e dei suoi aspetti fondamentali: la democrazia, la partecipazione, lautorit, i partiti.
- Socializzazione latente: pi che il risultato di un apprendimento formale, la socializzazione politica
qualcosa che procede in maniera implicita e non intenzionale.
- Codice simbolico: la socializzazione politica si traduce in una costruzione, lenta e graduale, di un
codice simbolo che va inteso come un sistema di riferimento e di valutazione della realt che
suggerisce allindividuo come comportarsi nelle diverse situazioni. Diventa allora un processo grazie
al quale lindividuo apprende il modo pi efficace per assegnare un significato a quanto succede
nella sfera della politica, non ci sono oggetti politici dal significato univoco e fattuale, si acquisisce
un vocabolario e si impara ad usarlo.
- Identit: La socializzazione politica ha come risultato fondamentale quello di fornire allindividuo
unidentit, ovvero di sviluppare un sentimento di appartenenza verso un determinato gruppo di
riferimento. Diventa cos quel processo che permette di inserire un individuo allinterno di un
gruppo, attraverso la condivisione di un codice simbolico comune e caratteristico di quella
appartenenza collettiva.
Alla scuola francese vengono mosse per alcune critiche:
-

In primo luogo, nelle societ differenziate e plurali difficile immaginare che lidentit individuale
si ancori definitivamente ad un unico gruppo di appartenenza. Pi che un processo di incasellamento,
la socializzazione dovrebbe essere un meccanismo di integrazione progressiva delle diverse
appartenenze che lindividuo incontra nel corso della sua vita.
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In secondo luogo, anche Percheron ha privilegiato il mondo dellinfanzia e della prima adolescenza
tuttavia, il suo approccio imporrebbe di estendere linteresse scientifico anche alla socializzazione in
et adulta. Anche let adulta rappresenta un ambito di analisi interessante e fondamentale per gli
studiosi che si occupano dei processi di approfondimento politico.
In terzo luogo, nei lavori della scuola francese non trova una considerazione adeguata il problema
del conflitto. Lidea centrale nel modello americano di socializzazione politica la funzione
integrativa di costruzione del consenso.

Per Pierre Bourdieu, sociologo francese, la socializzazione unincorporazione durevole dei modi di
sentire, pensare, agire, del gruppo di origine: lorientamento della propria linea familiare. Lorigine sociale
segna dunque il destino e la traiettoria biografica della persona. I processi di socializzazione forniscono la
spiegazione della stratificazione sociale e degli eventuali conflitti tra le classi.
4. Socializzazione permanente e nuove agenzie di socializzazione
Il modello integrazionista aveva inteso la socializzazione politica come uno strumento per garantire la
stabilit del sistema politico. La lunga fase della contestazione giovanile degli anni sessanta aveva
ampiamente mostrato i limiti della capacit interpretative di questo modello teorico. Questo modello
entrato in crisi soprattutto perch incapace di rendere conto di una serie di trasformazioni sociali che gi
negli anni sessanta Kenneth Keniston etichettava come societ postmoderna. Dato fondamentale di questa
societ lindividualizzazione. In modi spesso anche diversi, i nuovi modelli teorici ed empirici assumono la
socializzazione essenzialmente come una fornitura di risorse di autorealizzazione: tramite la socializzazione
gli individui acquisiscono risorse sufficienti per pensarsi come individui e agire in quanto tali; cio quando
essi sono capaci di costruire la loro identit come qualcosa che non gi dato, ma dipende da potenzialit per
le quali ogni persona pu sentirsi responsabile.
La destrutturazione del modello integrativo inizialmente proposto dalla Scuola americana non poteva essere
pi totale. Molti orientamenti politici appaiono strutturarsi non nellinfanzia o nelladolescenza, ma nella vita
adulta (socializzazione politica adulta). La socializzazione politica non riguarda soltanto i primi anni di vita
ma si estende anche al di l dellingresso nellet adulta, in genere considerato come lavvio di una fase di
raggiunta stabilit e cristallizzazione di opinioni e rappresentazioni politiche. Si passa cos dalla
socializzazione politica adulta alla socializzazione politica permanente. La socializzazione diventa in questo
modo un processo costante e continuo, che accompagna lintero corso della vita di un individuo e che non
relegabile il fasi particolari del ciclo di vita.
Vecchie e nuove agenzie di socializzazione politica. Parlare di socializzazione politica permanente
significa spostare lattenzione dalla famiglia tradizionale alle nuove relazioni familiari e ad altri contesti di
socializzazione, in particolare il gruppo dei pari e i mass-media. Il profondo cambiamento nella famiglia dal
punto di vista strutturale, comporta processi di socializzazione e di costruzione dellidentit differenziati, in
quanto offrono un clima affettivo pi o meno equilibrato, unidentificazione con figure parentali
maggiormente presenti, una ricchezza riguardo al numero delle relazioni fra componenti. Lattuale dilatarsi
delle fasi di transizione dalladolescenza allet adulta, noto come allungamento della giovinezza, trasforma
il gruppo dei pari in uno dei luoghi significativi della socializzazione politica. Il gruppo dei pari costituisce
un riferimento utile per la costruzione dellidentit politica e individuale. Questo non adotta quasi mai una
struttura interna gerarchizzata; sono comunque i mass-media i principali responsabili di un radicale
mutamento dei processi di socializzazione nella societ contemporanea. Sono infatti i mass-media ad
alimentare tale processo estraendo in maniera straordinaria lofferta di materiali simbolici e di informazioni
che possono alimentare i processi socializzatori. Grazie ai media, gli individui accedono a valori, modelli e
informazioni estranei al loro immediato contesto sociale.
I mass-media e la crisi tra individui e politica. Le ricerche pi recenti sollevano pi di una perplessit circa
il possibile esito dei processi di socializzazione politica influenzati dal tramite mediatico. Hanno portato alla
messa in discussione della tradizionale distinzione tra sfera pubblica e privata a una crescente riduzione del
ruolo del cittadino in un semplice consumatore di spettacolo politico. Da un lato, la costante ricerca e messa
in evidenza dello scandalo, degli aspetti pi folcloristici e di malcostume della vita politica da parte dei
media
tende a favorire rappresentazioni della politica e dellautorit tendenzialmente negative,
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desacralizzate, che sono in gran parte responsabili degli atteggiamenti di antipolitica, sfiducia e disinteresse
che accompagnano ormai diffusamente le democrazie contemporanee. Dallaltro, la tendenza dei media a
favorire reazioni emotive e non razionali, a cui si unisce la riproduzione della politica ad uno spettacolo che
viene quotidianamente rappresentato spesso nelle sue dimensioni pi torbide, provoca lassunzione di ruoli
passivi e puramente consumistici da parte dei cittadini. La socializzazione politica mass-mediatica vista
allora come il principale responsabile dellattuale crisi in cui versa la relazione tra individui e politica.
Limmagine negativa della politica inculcata nei giovani dai mass-media, pu essere efficacemente
contrastata dalle spinte in direzione opposta esercitate dalla famiglia.
5. La socializzazione comunicativa tra generazioni e famiglia.
I cambiamenti strutturali degli ultimi ventanni hanno fatto slittare le diverse fasi del processo di transizione
alla vita adulta e hanno interrotto la regolarit e la prevedibilit dei percorsi biografici. Il rapporto
intergenerazionale, tende a passare da una forma sequenziale, costruita sul succedersi delle generazioni
collegate le une con le altre, a una forma circolare e orizzontale, perdendo di vista lappartenenza a
generazioni diverse. Si parla di caos generazionale; un dato che stimola ad approfondire la riflessione
sullidea stessa di generazione. La revisione delle tradizionali gerarchie consente a ciascuno di occupare un
ruolo per un periodo molto pi lungo o svolgerne contemporaneamente pi di uno con ambigua distribuzione
del potere (vivere lo status gi da genitori, essendo ancora figli di genitori in piena attivit); i confini delle
generazioni diventano sempre pi vaghi e confusi. I giovani stentano a diventare una generazione nuova, ad
accollarsi lonere della transizione: a questo proposito si parla di blocco della progettualit. Occorre quindi
un modello di socializzazione comunicativa per costruire identit politiche aperte, flessibili e fluide.
Lindividuo, costretto a migrare da un sottosistema allaltro per poter sopravvivere nella societ complessa e
altamente differenziata, deve dotarsi di unidentit aperta e flessibile. La socializzazione un processo
quindi esclusivamente cognitivo: un processo continuo, in cui il soggetto, spostandosi tra i diversi
sottosistemi, ne impara le diverse regole di funzionamento. La famiglia continua a svolgere un ruolo
fondamentale nella trasmissione degli orientamenti per lelaborazione dellidentit politica; tuttavia, non
esiste oggi, necessariamente, una corrispondenza e uguaglianza tra generazioni e famiglia. Esistono una serie
di filiere di trasmissione dentro e fuori la famiglia che rispondono a nuovi modelli di socializzazione politica.
La socializzazione diviene un processo attraverso il quale stabilire le regole della comunicazione mediante
linterazione, e anche una mediazione di punti di vista che inizia nellinfanzia, quindi nella famiglia che
insegna a mediare, ma continua poi per tutta la vita, attraverso continue desocializzazioni e risocializzazioni.
Nel modello di socializzazione generazionale emerge lo scambio e lelaborazione dei valori trasmessi con
conseguente mobilit sociale e distacco dallorigine familiare. Pur rimanendo la famiglia la principale
agenzia di socializzazione, questa sar integrata da una pluralit di riferimenti e di figure significative che
evidenziano una maggiore apertura sulla realt politica e lesistenza di un interesse pi consapevole.
Linfluenza delle famiglie e delle relazioni interpersonali nella sfera sociale e nella sfera politica si sommano
e interagiscono. La partecipazione politica sar elevata cos come il senso generazionale. Una socializzazione
politica e familiare in questo tipo di modello sviluppa un capitale sociale e culturale capace di favorire
unidentit politica giovanile pi autonoma dai contesti di relazione primaria.

6. Giovani generazioni, socializzazione e impegno politico.


La concezione di generazione di Karl Mannheim permette di intendere la giovinezza non soltanto come una
fase biologica e neppure unicamente come una fase di semplice transizione ai ruoli sociali adulti, quanto
piuttosto come unoccasione per la messa in discussione e il cambiamento della societ. I giovani sarebbero
del tutto privi di quella zavorra del passato e dunque portati inevitabilmente a cambiare la societ in cui
vivono e preparare quella del futuro. Le generazioni agirebbero come una sorta di matrice di mutamento
sociale, allorch reagiscono, come attori collettivi, ad esperienze decisive, politicamente rilevanti. Una
generazione in senso proprio dunque una generazione politica. La caratterizzazione sociale di una
generazione viene fatta dipendere dal fatto che un insieme di persone, che hanno allincirca la stessa et,
hanno convissuto alcuni eventi politicamente cruciali e sulla base di unesperienza di questo tipo tentano di
innovare il sistema sociale nel quale sono state cresciute. Dopo Mannheim, in sociologia, il termine
generazione stato usato fondamentalmente in due diverse accezioni:
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Nella prima come linsieme di coloro che assicurano il ricambio e la produzione della societ. Il
passaggio da una generazione a unaltra non modifica la struttura sociale, ma si limita soltanto a
cambiare lequipaggio. Il concetto di generazione si sovrappone allora a quello di coorte:
semplicemente linsieme dei nati nello stesso periodo e destinati nel futuro a sostituire le generazioni
adulte.
Nella seconda come un gruppo sociale portatore di un progetto di cambiamento della societ. In
questo caso non esiste continuit rispetto alla cultura dei padri.

Le generazioni politiche sono caratteristiche delle societ dinamiche e in preda a processi di mutamento
piuttosto rapidi ed intensi. questo il caso ad esempio in Italia, delle generazioni del 68 e del 77. I giovani
delle attuali societ democratiche occidentali, sembrano costituire una sorta di generazione invisibile e
silenziosa. I giovani tendono a rinviare sempre pi in l nel tempo il loro passaggio nellet adulta.
Lallungamento della giovinezza fino oltre 30 anni costituisce laspetto pi appariscente e significativo della
condizione giovanile contemporanea.
Nella famiglia contemporanea si persa ogni traccia di quella conflittualit generazionale tipica dei decenni
della contestazione. Lo stato di moratoria, oltre che incidere in maniera significativa nelle biografie dei
singoli giovani, produrrebbe inevitabilmente delle ricadute sociali piuttosto preoccupanti. La moratoria
giovanile porterebbe con s anche una rinuncia al coinvolgimento nei processi sociali centrali, come ad
esempio la politica e le altre significative della vita collettiva.
a queste conclusioni che si accodano le ricerche recenti nel lamentare un distacco crescente giovanile
della politica istituzionale e dallo spazio partecipativo classico, rappresentato dai partiti e dalla politica
elettorale-parlamentare. I tratti caratteristici del rapporto giovani generazioni e politica sono tre:
- In Europa i giovani che dichiarano un impegno in politica si aggirano alla soglia del 3% .
- Lindecisione nel comportamento di voto e lastensione si accentuano come non mai.
- Il calo di fiducia dei giovani verso le istituzioni di natura politica, principalmente i partiti, sempre pi
allarmante.
probabile che la crisi delle ideologie, spinga i giovani verso obbiettivi pi vicini al loro quotidiano e
dunque li allontani dallimpegno nello spazio pubblico e istituzionale.
7. La generazione della globalizzazione
Al di l del fatto della moda, i movimenti no global segnano un ritorno dei giovani allappuntamento con la
mobilitazione, allimpegno nella sfera pubblica, che mancava da anni. La globalizzazione, via via che va
consolidandosi, tende a produrre una forte cesura generazionale nella societ contemporanea. Questo porta a
delle implicazioni:
- In primo luogo, la globalizzazione economica sta alimentando un crescente gap generazionale: gli
adulti godono ancora dei pieni benefici del welfare state, i giovani invece sperimentano una sempre
pi limitata possibilit di forme di protezione sociale, sono alle prese con il problema di stipendi
contenuti, dispongono di forme lavorative incerte e sono costretti a ricorre ad una continua e
crescente mobilit geografica.
- In secondo luogo, i giovani sono presenti in maniera esclusiva nelle professioni che hanno a che fare
con la globalizzazione (multimedia, comunicazione via internet, ecc..), ma sono anche queste nuove
generazioni a subire gran parte dei costi dei processi di globalizzazione.
- In terzo luogo, la globalizzazione agisce nel senso di sganciare le identit giovanili dalle entit
territoriali (nazione, regione, ecc..) spingendo alla formazione di identit politiche deterritorializzate.
La globalizzazione produce una giovent mondiale, nel senso di una giovent con gli stessi interessi e
dunque gli stessi obbiettivi rivendicativi. Inoltre offre ai giovani partecipanti nuove opportunit di coordinare
la loro azione rivendicativa (le nuove reti informatiche permettono ai giovani di relazionarsi e indirizzarsi
verso scopi comuni, spesso trascurati dai media e dal circuito politico istituzionale). Questa forma di
globalizzazione sta favorendo la formazione di spazi democratici virtuali che sono oggi i luoghi
privilegiati in cui prende forma limpegno politico giovanile.
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8. Verso una socializzazione politica riflessiva.


Nei modelli recenti si continua a parlare di apprendimento, trasmissione e formazione, ma non sono pi
processi che strutturano, dallesterno, la personalit di base o lidentit politica individuale, piuttosto si tratta
di transizioni che offrono gli elementi di base con cui poi lindividuo autonomamente, in modo continuativo
costruisce la propria identit. La socializzazione politica non pi il meccanismo tramite il quale i processi
sociali producono individui con un codice genetico-sociale uguale, piuttosto va inteso come il percorso da
cui dipende lo sviluppo delle capacit di autodefinizione individuale. In questo senso corretto parlare di
socializzazione politica riflessiva. Troppo spesso identificata come leffetto innescato da eventi politici
epocali e unici che segnano indelebilmente intere coorti, come nel caso della generazione del 68, la
generazione politica continua ad essere utile come strumento concettuale per individuare le specifiche
condizioni sociali in cui gruppi di giovani si trovano a formare il proprio s politico. Nella societ attuale,
queste condizioni assumono la forma del pluralismo dei riferimenti politici: le giovani generazioni crescono
e si muovono in un contesto che ha perso quelle che un tempo costituivano delle vere e proprie pietre
angolari dellagire politico. Per questo motivo la politica vissuta oggi dai giovani pu apparire estranea,
distante e di difficile comprensione, ma questo non indica sicuramente la fine della politica o il tramonto
dellimpegno politico giovanile.

9. IDENTITA E CULTURE POLITICHE


1. Definizioni preliminari
Si prenda per buona lidea che unidentit collettiva il risultato dellinsieme di elementi normativi
(consuetudini, atteggiamenti, norme, valori, credenze, ecc..) condivisi da tutti gli individui che fanno parte di
un determinato gruppo sociale. Non detto che non vi siano conflitti allinterno di unidentit collettiva, ma
perch continui a darsi una comune appartenenza, occorre che tali divisioni siano tali da non distruggere
completamente una base comune di riferimento: ci che unisce deve essere pi forte di ci che divide.
Inoltre, lidentit del gruppo pu essere composta da elementi tra loro eterogenei, ma deve avere un minimo
di coerenza interna, perch in caso contrario non potrebbe sostenere il senso di appartenenza. Lidentit del
gruppo la base del senso dappartenenza degli individui, chi iscritto ad un partito, ad esempio, condivide
una specifica identit di gruppo. Pi unidentit ha un livello basso di conflitto interno e un alto livello di
coerenza, tanto pi si tratta di unidentit forte, capace di sostenere il senso di appartenenza degli individui
che ad essa fanno riferimento.
Nel prendere in esame il concetto di cultura politica, sorgono tre problemi di fondo:
1. Che rapporto esiste tra politica e cultura? Innanzitutto la cultura svolge un ruolo autonomo per
spiegare i fenomeni politici. Essa non una mera conseguenza di altri fattori ma pu essere
analizzata come variabile autonoma e dotata di un proprio potere causale.
2. In che senso la cultura politica ha una valenza normativa? Essa fornisce un senso di appartenenza e
offre agli individui un insieme di valori per costituire una certa visione della realt. In questo modo
consente di esprimere giudizi e di sostenerli, non solo sulla base del solo senso di appartenenza.
3. Che rapporto c tra identit collettiva e appartenenza individuale? La dimensione collettiva non
pu cancellare completamente quella individuale, n viceversa. La cultura politica qualcosa che
non pu coincidere con una dimensione puramente individuale, ma non si pu pensare che
linfluenza esercitata sullindividuo sia tale da non lasciare alcun margine di autonomia.
Cultura politica: essa pu essere vista come linsieme di quegli elementi culturali che costituiscono
unidentit politica e, attraverso di essa, sostengono unappartenenza politica. Sin dallantichit stato
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evidenziato il legame tra politica attiva, partecipazione politica e credenze politiche. Aristotele sostiene che
la forma di governo migliore quella dove predomina la classe media, la quale rifugge ogni eccesso.
Machiavelli e Montesquieu mostrano limportanza che nella storia di Roma hanno avuto leducazione
morale e religiosa e la sua capacit di formare cittadini capaci di senso civico. Per Rousseau, i costumi, le
usanze e le opinioni politiche hanno la stessa importanza delle leggi, perch si incidono nel cuore dei
cittadini. Tocqueville afferma che la natura della democrazia americana fortemente connotata in una
direzione culturale. In America la democrazia vive soprattutto di quello spirito civico che anima la
partecipazione politica, la vita pubblica, la rete delle associazioni.
2. Ideologia politica
Per lilluminismo, lideologia costituisce una vera e propria scienza delle idee, capace di indirizzare luomo
verso un progressivo percorso di emancipazione dalle vecchie e false credenze, soprattutto di tipo religioso.
Lidea di fondo legata alla possibilit di distinguere tra un sapere vero, fondato sulla ragione e sul
progresso della scienza, da un sapere falso, legato a miti e false credenze.
Secondo Karl Mannheim, allinizio si ha una concezione particolare del concetto di ideologia, che
coincide di fatto con lidea di menzogna. Smascherare lideologia dellavversario implica mostrargli la
falsit di una sua singola idea, posizione o opinione.
La cosa cambia con lanalisi marxiana, che pu essere articolata in tre punti:
a) Le idee dellavversario politico sono viste non come sue proprie idee, ma come il prodotto della sua
appartenenza di classe;
b) Tali idee sono tra loro collegate, cos da formare unorganica concezione del mondo;
c) In quanto espressione di una specifica classe sociale, sono parziali e non hanno carattere universale.
Si passa cos dallo smascheramento di una bugia allo smascheramento di unideologia. Lideologia,
inoltre, essenzialmente politica, perch larena nella quale le classi contrapposte si scontrano proprio
quella politica. La socializzazione che trasforma gli individui appartenenti ad una classe in soggetti
consapevoli di tale appartenenza diventa significativamente la socializzazione politica, che passa attraverso il
riconoscimento della propria cultura politica e il parallelo smascheramento di quella avversaria. Il marxismo
lesempio di un uso particolare del concetto totale: esso presume di avere una verit con sui smascherare
lideologia altrui. In un secondo momento, anche gli altri imparano la lezione: ogni classe pensa di avere una
propria specifica verit e di essere perci in grado di smascherare il pensiero altrui. Nessuno possiede la
verit, tutte sono state smascherate e tutti i punti di vista sono parziali. E se tutte le posizioni sono
ideologiche, niente pi ideologia: il concetto stesso di ideologia svanisce. Esso serviva proprio a
distinguere un pensiero vero da uno falso, una cultura politica corretta da una distorta.
Secondo Mannheim il totalitarismo il risultato del generalizzato relativismo prodotto dal fatto che nessuna
posizione pu ritenersi vera. Abbiamo visto che unidentit politica serve soprattutto a fornire agli individui
un senso di appartenenza, ma ora questa capacit sembra venuta meno e gli individui vivono uno stato di
grave smarrimento e confusione, di anomia (Durkheim). Il totalitarismo quindi il risultato del connubio tra
irrazionalit sostanziale e razionalismo strumentale: irrazionalit sostanziale perch con la fine delle
ideologie viene meno la possibilit di costruire organiche visioni del mondo che siano razionali e il campo
viene occupato da credenze del tutto irrazionali; razionalismo strumentale perch i nuovi dittatori totalitari
(Hitler e Stalin soprattutto) possono utilizzare quelle nuove tecnologie di persuasione di massa e di
educazione collettiva messe a loro disposizione dallevoluzione della tecnica. In conclusione il totalitarismo
lesito pi terribile della fine delle ideologie, dopo la quale compito ineliminabile diventa quello di
costruire una cultura politica democratica, capace di sostenere unidentit collettiva non totalitaria e di
fornire agli individui un forte senso di appartenenza democratica.
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3. La concezione politologica
Il punto di partenza da cui muove la riflessione contemporanea intorno al concetto di cultura politica il
lavoro svolto da Almond e Verba, politologi americani, nelle loro ricerche sulla cultura civica. Lo scopo
essenziale di queste ricerche quello di definire le condizioni sociopolitiche in grado di dare stabilit al
sistema democratico. La cultura civica quindi la cultura politica democratica. I due politologi
caratterizzano la cultura politica in tre diverse direzioni:
a) Deve fare da congiunzione tra la dimensione micro (gli individui) e quella macro (la societ);
b) Deve fornire agli individui un insieme di atteggiamenti condivisi con cui si sostanzia il loro
comportamento politico;
c) Tali atteggiamenti devono essere di tre tipi: cognitivo (insieme delle conoscenze e credenze relative
al sistema politico), affettivo (insieme dei sentimenti che si provano nei confronti del sistema
politico) e valutativo (insieme delle valutazioni nei confronti del sistema politico).
Quindi possiamo dire che per Almond e Verba, la cultura politica, linsieme degli atteggiamenti individuali
nei confronti della dimensione politica. Gli autori identificano tre tipi generali di cultura politica: la cultura
parrocchiale, quella deferente e quella partecipativa. La prima si fonda su un atteggiamento fondamentale
di tipo localistico, la seconda si caratterizza per un sostanziale rispetto nei confronti dellautorit, la terza trae
invece linfa da un alto livello di partecipazione politica.
La cultura civica un tipo speciale di cultura politica che si ottiene combinando varie caratteristiche dei tre
tipi indicati, in particolare se si raggiunge un buon equilibrio tra deferenza verso le autorit politiche e
partecipazione dal basso. Partecipazione che raggiunge il suo culmine nel momento delle elezioni. La cultura
civica costituisce la base di legittimazione della democrazia. I contenuti della cultura civica sono il risultato
dei processi di socializzazione e di educazione che avvengono durante linfanzia, ma anche dellesposizione
ai mezzi di comunicazione di massa e di tutti quei comportamenti politici che si mettono in atto durante let
adulta, in primis proprio nei momenti di partecipazione politica.
Critiche alla cultura civica. Innanzitutto, siccome la cultura civica viene definita come un insieme di
atteggiamenti soggettivi, non chiaro in che senso possa fare da ponte tra individuo e sistema politico; in
secondo luogo, essendo considerata un insieme di comportamenti che stabilizzano il sistema politico, viene
meno la possibilit di spiegare il cambiamento; in terzo luogo, non si tiene conto della stratificazione sociale;
infine, la partecipazione viene vista soprattutto come partecipazione elettorale.
Banfield aveva rilevato quelle caratteristiche che costituiscono il cosiddetto familismo amorale, che consiste
nella totale sfiducia nei confronti delle istituzioni e della sfera pubblica, cosicch domina la ricerca del
proprio benessere particolare (della propria famiglia) a discapito di quello della comunit. Questo motivo
porterebbe allassenza di partecipazione politica.
4. La cultura politica in Italia: alcune ricerche empiriche
Il punto di partenza comune di questi studi la dimensione culturale allinterno della sfera politica. Un
sistema politico fortemente connotato dalla cultura politica che lo caratterizza e, se si vogliono introdurre
cambiamenti, quelli di tipo culturale sono i pi difficili da realizzare, ma anche quelli pi significativi.

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In primo luogo bisogna tenere conto delle differenze territoriali: pensare a una cultura politica nazionale
come qualcosa di unitario e organico riduttivo, proprio perch la divisione un tratto essenziale della
nostra realt e storia.
In secondo luogo abbiamo una profonda divisione ideologica: ad una subcultura politica cattolica si
contrappone unaltra di tipo marxista, creando la sensazione di due mondi contrapposti e non comunicanti. Si
viene cos a creare un clima di conflitto intorno alla natura stessa dello Stato, delle sue funzioni e delle sue
regole.
Lidea da cui muovono gli studiosi americani che la cultura politica democratica consenta la divisione
allinterno di valori e regole condivisi. Ci che in gioco non la natura democratica del sistema politico,
ma solo le strategie politiche con cui realizzare i contrapposti programmi politici democratici; il conflitto
quindi interno alla democrazia.
Se si tiene presente la difficolt che in Italia ha sempre incontrato laffermazione di una cultura laica e
liberale, si capisce come il percorso verso una compiuta democrazia nel nostro paese abbia assunto una
fisionomia diversa dai paesi anglosassoni. A differenza della storia americana, dove la partecipazione
essenzialmente democratica, in Italia, prima col fascismo e poi con lesperienza del dopoguerra, vediamo
bene come la partecipazione possa assumere anche forme antidemocratiche. Il quadro diventa complesso:
a) Non esiste un unico modello di democrazia,
b) Se la democrazia consente un conflitto gestibile, daltra parte si giunge alla democrazia anche
attraverso il conflitto,
c) Occorre occuparsi della natura della partecipazione politica, che pu essere democratica e non
democratica,
d) sbagliato dimenticare larticolazione che assume una cultura politica, sia essa territoriale, di ceto,
ideologica, ecc.., presupponendo un tessuto di valori di fatto omogeneo e compatto.
Le ricerche dellIstituto Cattaneo.
I principali risultati riguardano limportanza delle subculture politiche, incarnate nei partiti di massa, per
spiegare la specificit del sistema politico italiano. Ora i partiti diventano una variabile indipendente per
spiegare la strana forma di stabilit del nostro paese: a fronte di forti divisioni abbiamo un sistema politico
bloccato, nel quale non si produce un ricambio, unalternanza tra schieramenti contrapposti.
Anche il comportamento di voto perde il carattere unilaterale. Parisi e Pasquino ne descrivono tre tipologie:
- Voto di opinione: maggiormente mosso da motivazioni individuali.
- Voto di scambio: legato al predominio dello scambio clientelare e del controllo dallalto.
- Voto di appartenenza: fondato sullappartenenza ad una subcultura politica.
Le subculture territoriali. Sono subculture legate a quelle zone, come la terza Italia (Veneto ed Emilia) che
fanno proprio uno specifico modello di sviluppo fondato sulla piccola impresa, capace di creare un benessere
diffuso e un forte consenso sociale e politico. Reti locali e familiari costituiscono il fondamento stesso dei
processi di modernizzazione e di partecipazione. La presenza di una cultura diffusa di tipo tradizionale
costituisce il prerequisito che consente alleconomia di decollare. Tutte le dimensioni non economiche che
sostengono questo processo di sviluppo vengono viste come linsieme del capitale sociale necessario perch
leconomia stessa decolli. Il territorio riesce a darsi una visibilit che gli consente di contrattare le gestioni
dei propri interessi con il governo centrale e le altre istituzioni nazionali. Viene mostrato molto bene come la
subcultura svolga una funzione essenziale come base di integrazione sociale e politica, di costituzione di
unidentit territoriale.
Le subculture ideologiche italiane. Per quanto riguarda la subcultura rossa emergono alcuni punti:
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a) una inaspettata difficolt nella trasmissione del capitale sociale e delle tradizioni civiche tipiche di
queste realt territoriali, soprattutto nelle giovani generazioni e nei ceti pi svantaggiati;
b) una certa tenuta della subcultura politica per quanto riguarda il comportamento elettorale e una
persistente stabilit del sistema politico locale;
c) un processo di laicizzazione della subcultura, che ha spostato lattenzione dagli elementi pi
ideologici ad aspetti pi pratici e concreti, legati allefficacia delle politiche locali.
Per quanto riguarda la subcultura di destra, nellItalia del dopoguerra sempre mancata una vera e propria
cultura politica di destra, affine a quella delle grandi destre europee, perch soffocata dalla memoria
dellesperienza fascista e dal persistere del fenomeno del fascismo nostalgico. Forza Italia, vero e proprio
one man party, partito-azienda del suo leader indiscusso, oscilla tra liberismo di facciata e populismo
carismatico, ma non riesce a darsi profonde radici culturali mentre la Lega fa leva su un populismo
identitario di tipo federalista e sulla forza irrazionale di una nuova simbologia politica.
Dai primi anni settanta, accanto a quelle di tipo ideologico, si sono sviluppate nuove culture politiche, legate
a nuovi soggetti sociali che reclamano un ruolo autonomo e una maggiore visibilit, in particolare donne e
giovani. Riguardo questi ultimi, Bettin Lattes, evidenzia alcuni importanti aspetti:
a) Il declino del loro livello di partecipazione politica va di pari passo con il crescere della sfiducia
nelle istituzioni politiche;
b) Limporsi di un atteggiamento prevalentemente di tipo materialista;
c) Il permanere della centralit della famiglia e dellistruzione, come momenti di riproduzione della
cultura politica.
I giovani, attraverso nuove forme di partecipazione che vanno dal volontariato ai movimenti, sembrano in
grado di ricostruire nuove forme di cultura civica diffusa.
Esiste una cultura politica nazionale in cui collocare le subculture sopra citate?
Alessandro Ferrara mostra 4 vizi fondamentali che impediscono alla cultura politica italiana di essere
compiutamente democratica:
1. La persistenza del carisma dellufficio, di matrice cattolica, per cui si ha la tendenza a far prevalere
la forza di chi ha dalla sua parte il potere dellistituzione.
2. La persistenza dellidea per cui, alla fine, sempre una minoranza capace a governare una
maggioranza incapace.
3. Lidea per cui llite risponde alla storia e non direttamente ai cittadini.
4. Lidea che occorre evitare la spaccatura, e ricercare a tutti i costi la mediazione, laddove invece la
democrazia vive anche di forti contrapposizioni e di scelte nette.
Putnam cerca di mostrare che tanto pi elevato il livello di cultura civica, e quindi il tessuto associativo di
cui essa si nutre, tanto migliore sar il rendimento delle istituzioni. Lidea che sta alla base quella di
Tocqueville, secondo cui la comunit civile dovrebbe essere caratterizzata dalla cittadinanza attiva, da una
forte coscienza civile, dallegualitarismo politico, da un tessuto civile dove vigono cooperazione e
collaborazione. Caratteristiche che sembrano mancare in Italia, segnata da una forte sindrome particolarista e
familista. Secondo Sciolla, questo familismo non di per s un indicatore di arretratezza culturale, il vero
problema costituito dalla divaricazione tra societ civile e Stato, dalla lontananza che esiste tra cittadini e
sistema politico, insomma da una progressiva disaffezione degli italiani verso la politica. Per quanto
riguarda il nostro senso di appartenenza nazionale, sempre secondo Sciolla, esso non mai stato forte e
probabilmente mai lo sar.
5. Cultura politica e rappresentazioni sociali
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Le ricerche presentate finora hanno reso obsoleto il modello teorico di Almond e Verba. Una teoria su cui si
pu far riferimento sicuramente quella delle rappresentazioni sociali, che Durkheim descrive come
unidea, un modello, un simbolo con cui un determinato gruppo si rappresenta. Un gruppo umano si
costituisce, quindi, dal momento in cui in grado di darsi un insieme comune di rappresentazioni del mondo
in cui vive. Il concetto di rappresentazione coincide con quello di cultura condivisa e linsieme delle
rappresentazioni costituisce il mondo che ci familiare. Ecco perch anche una cultura politica pu essere
vista come un insieme di rappresentazioni sociali: essa il sapere politico condiviso da un determinato
gruppo politico.
Moscovici ha mostrato i due processi fondamentali con cui si costruiscono le rappresentazioni sociali:
lancoraggio e loggettivazione. Per ancoraggio si intende quel processo con cui si ancora ci che non ci
familiare ad una categoria nota e per oggettivazione si intende quel processo in cui si d corpo alla nuova
rappresentazione, arricchendola di significati.
Cercando di articolare il livello di diffusione di una rappresentazione lungo una scala di tipo quantitativo
possiamo articolare tre livelli: 1. Livello individuale 2. Livello di gruppo 3. Stereotipo sociale ; una
rappresentazione con degli stereotipi molto forti sar pi stabile di una molto articolata, nella quale
atteggiamenti ed opinioni, hanno un ruolo molto pi importante.
Infine, possiamo costruire una classificazione qualitativa dei contenuti che costituiscono una cultura politica,
individuandone tre tipologie: i simboli, i valori e le opzioni. I simboli costituiscono la dimensione simbolica,
e meno riflessiva, della politica, fatta di slogan, bandiere, miti, canzoni, manifestazioni, ecc.. Per valori si
intende una dimensione pi riflessiva, in riferimento a quella sfera normativa importante per ogni cultura
politica: troviamo qui uguaglianza, libert, solidariet, meritocrazia, ecc.. Infine, le opzioni sono quei
modelli culturali maggiormente operativi e quindi pi riflessivi, pi vicini alla prassi politica.
I simboli esprimono le ragioni pi viscerali, quel luogo dove lidentit appare come mera appartenenza; i
valori le ragioni del cuore; le opzioni quelle della testa. Una cultura politica molto simbolica sar
ovviamente diversa da una invece pi ricca di opzioni e quindi pi pragmatica.

10. COMUNICAZIONE POLITICA


1. Definizione
Soggetti della comunicazione politica. Si parla di comunicazione politica quando ad emetterla sono attori
che agiscono nel campo della politica: partiti, candidati, movimenti sociali e politici di diversa natura,
sindacati, ecc.. Spesso, per, anche altri attori possono essere responsabili di comunicazione politica, come
ad esempio gruppi culturali, religiosi, etnici, ecc..
Temi della comunicazione politica. Un secondo elemento largomento. Si andato affermandosi un
campo della comunicazione pubblica che affronta temi di interesse appunto pubblico e generale e che appare
distinto da quello della comunicazione politica. Nel caso della comunicazione pubblica vengono affrontati
argomenti di interesse generale sui quali esiste un elevato livello di consenso ed unanimit; nella
comunicazione politica prevale, quasi sempre, disaccordo sulle soluzioni da adottare per i problemi di
interesse generale.
Per altri autori la definizione del campo della comunicazione politica collegata pi direttamente alla
questione del potere. Per James Chesebro la comunicazione politica lo studio dei modelli di
comunicazione o dei simboli peculiari che creano, mediano ed alterano le relazioni di dominio o di
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subordinazione ovunque esse si verifichino. Per Meadow la comunicazione politica si riferisce ad ogni
scambio di simboli o messaggi che, in una certa misura, sono stati prodotti o hanno conseguenze sul
funzionamento del sistema politico In tutte le definizioni viene sottolineata la dimensione dello scambio che
interviene tra i soggetti coinvolti, la quale implica una dose di reciproco adattamento e la modifica delle
rispettive posizioni di partenza. Mazzoleni aggiunge a questi due un ulteriore elemento definitorio: i
cittadini. La comunicazione politica pu coinvolgerli non solo in quanto destinatari, ma anche come fonte
diretta o indiretta di messaggi.
2. Levoluzione degli studi sulla comunicazione politica: dalla propaganda allinterazione.
Proprio la dimensione dello scambio quella che segnala un mutamento importante nello sviluppo degli
studi sulla comunicazione politica. Alla fine degli anni quaranta prevaleva lattenzione verso la propaganda
politica, quindi lattenzione veniva posta su un attore che agiva intenzionalmente e il cui messaggio era
recepito da un destinatario essenzialmente passivo. Gli studi di questo periodo erano congeniali alla teoria
dei powerful media, che assegnava ai mezzi della comunicazione di massa un grande potere di influenza.
Lattenzione ai processi di persuasione risentivano ancora dei classici sulla propaganda politica e nella
maggior parte di questi approcci la comunicazione era interpretata come flusso unidirezionale da un
emittente attivo e potente verso un destinatario disarmato e facilmente persuadibile.
Pian piano i mezzi di comunicazione di massa si trasformano da semplici canali passivi di messaggi ideati
dallesterno a soggetti attivi di uno scambio, portatori di interessi propri, di una logica propria, anche
comunicativa, da negoziare con gli attori tradizionali del sistema politico. Si instaura cos uno scambio
simbolico tra differenti soggetti, tra mass media da una parte e sistema politico dallaltra, ognuno dei quali
portatore di interessi spesso conflittuali con gli altri, ma a volta anche convergenti. I cittadini diventano
anchessi soggetti attivi del processo di comunicazione, in quanto portatori di opinioni preesistenti con le
quali le attivit di comunicazione devono fare i conti. Il modello interpretativo dello scambio di applica
ovviamente al rapporto tra giornalismo e politica, legati tra loro dal rapporto fonti/mediatori, un rapporto a
volte di collaborazione, ma altrettanto spesso di conflitto. Si passati cos da approcci che prendevano in
esame esclusivamente il messaggio o le attivit di comunicazione, ad una sempre maggiore attenzione sulle
strategie di interazione che i soggetti utilizzano per ottenere reciproci vantaggi.

3. Levoluzione della comunicazione politica


Possiamo distinguere tre diverse fasi della comunicazione politica. Ci riferiamo allItalia della
contemporaneit, quella uscita dalla dittatura fascista.
1) Nel periodo dellimmediato dopoguerra abbiamo unespansione dei partiti di massa e si pu parlare
di una comunicazione politica di conferma. Le appartenenze politiche sono ben radicate: molti
cittadini votano sulla base della condivisione di valori, miti, reti di rapporti interpersonali. La
comunicazione politica deve solo provvedere a confermare e rinvigorire quelle appartenenze. I mass
media costituiscono ancora un sistema povero che agisce secondo una logica prevalentemente di
sudditanza rispetto al sistema politico. Appartenenza politica significa soprattutto vivacit e
diffusione delle diverse subculture politiche in cui articolato il paese. Ciascuna di queste subculture
possiede proprie strutture di intermediazione e di aggregazione, propri mezzi di comunicazione sui
quali esercita un livello di controllo elevato. I pochi canali di comunicazione sono quelli tradizionali:
i comizi, i manifesti, le riunioni. La televisione deve ancora svilupparsi.

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2) Il consociativismo, lo sviluppo del sistema delle comunicazioni di massa e lindebolimento delle


appartenenze politiche determinano un mutamento nelle strategie di comunicazione politica.
Definiamo questa nuova fase come quella della comunicazione politica in funzione negoziale.
Ogni partito o candidato cerca di distinguersi dagli altri alleati di governo senza per creare fratture
che possano rivelarsi insanabili e quindi negative per lattivit stessa di governo. La comunicazione
ha cos due obbiettivi: da una parte cerca nuovi adepti, ma dallaltra deve riuscire a costruire un
terreno simbolico necessario a costruire le alleanze necessarie alla formazione delle coalizioni di
governo, sia ai procedimenti legislativi.

3) in questa fase che i mass media iniziano a trasformarsi da semplici e passivi canali di
comunicazione ad attori essi stessi dellarena politica e quindi tendono ad autonomizzarsi dagli
apparati politici e di partito. Questo processo di autonomizzazione giunger a compimento in quella
che abbiamo definito essere la terza fase della comunicazione politica e che vede i mass media
diventare spesso i principali soggetti della socializzazione politica. Questa fase caratterizzata dalla
proliferazione dei maggiori mezzi di comunicazione; Blumler e Kanavagh precisano infatti che in
questi anni la comunicazione politica caratterizzata da:
Un accelerato processo di professionalizzazione, per cui sempre pi frequente il ricorso a
figure professionali, quali consulenti politici, sondaggisti ed esperti nel rapporto con i mass
media;
Un contesto competitivo sempre pi invasivo che spinge i mass media a considerare come
prioritaria la conquista dellaudience e di conseguenza costringe anche gli attori politici a
sottostare a queste esigenze;
Una marcata tendenza verso lassunzione di comportamenti e scelte di tipo populista. Il
linguaggio e il discorso politico tendono a sovrapporsi a quelli della vita di ogni giorno
accentuando il loro carattere popolare. La politica e i suoi linguaggi perdono la propria
specificit;
Una diversificazione centrifuga per cui i messaggi della comunicazione di massa tendono
ad invadere una pluralit di mezzi diversificandosi quindi nel linguaggio, nei contenuti, nei
destinatari.

11. CULTURA POLITICA E MIGRAZIONI


1. Migrazioni internazionali e processo di globalizzazione
Le migrazioni internazionali sono diventate un importante fenomeno politico. Bisogna cominciare da una
ricostruzione dei rapporti fra migrazioni e processo di globalizzazione. Rispetto al passato va sottolineato un
cambiamento fondamentale. Per quattro secoli e mezzo, dal 1492 alla seconda guerra mondiale, i flussi
migratori andarono pi che altro dal centro del sistema mondiale in formazione, allora costituito dalla
vecchia Europa, alle sue periferie: le Americhe, lAfrica, lAsia, la lontana Oceania. Allindomani della
seconda guerra mondiale, nel quadro dei cambiamenti epocali di quegli anni, si ebbe linversione della
direzione fondamentale dei flussi, che cominciarono ad andare sempre pi dalle periferie del sistema al suo
centro (di cui erano entrati a far parte Stati Uniti, Canada e Australia).
2. Le tre fasi delle migrazioni postbelliche in Europa
La prima fase (1945-73) comprende sia migrazioni intercontinentali, sia migrazioni continentali. Le prime
sono state fondamentalmente dovute ai fattori di espulsione presenti nei paesi di esodo, fra cui gli effetti
delle grandi crisi politiche ed economiche che hanno accompagnato la decolonizzazione. Le seconde sono
state invece dovute anche ai fattori di attrazione nei paesi dapprodo, fra cui il richiamo di manodopera per la
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ricostruzione postbellica e il lungo periodo di espansione che le ha fatto seguito. I paesi dellEuropa centrosettentrionale erano le aree di approdo e quelli dellEuropa meridionale le aree di esodo.
La seconda fase (1973-82) si apre con la grande crisi del 1973-74, scatenata dallaumento del costo del
petrolio. In questa fase la situazione un po contraddittoria: da un lato i tradizionali paesi europei
dimmigrazione chiudono le frontiere a unulteriore immigrazione per motivi di lavoro; dallaltro la crisi, che
infierisce anche nei paesi della periferia, suscita conflitti e repressioni che aggravano i gi consistenti fattori
espulsivi. Ai migranti per motivi economici si aggiungono cos numerosissimi profughi politici. In questo
contesto diventano paesi dimmigrazione anche i paesi dellEuropa meridionale che, non essendo stati fino
ad allora paesi di emigrazione, non avevano provveduto a chiudere le frontiere.
La terza fase inizia con la ripresa economica degli anni ottanta ed tuttora in corso. In questa fase le
migrazioni si estendono su scala planetaria, nellambito di quelle trasformazioni che si possono imputare al
fenomeno della globalizzazione. La globalizzazione si sovrappone ai processi della nuova divisione
internazionale del lavoro, da cui si distingue soprattutto per la capacit di diffondersi e la rapidit delle
trasformazioni, dovute in gran parte allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e comunicative e al
ruolo dominante delleconomia finanziaria.
3. Relazioni tra globalizzazione e migrazioni internazionali
Da una parte il processo di globalizzazione tende a incrementare le migrazioni internazionali. In particolare:
-

La sensazione di deprivazione relativa nelle popolazioni di paesi di sviluppo intermedio, che ancora
pi della miseria, motiva gran parte delle nuove migrazioni internazionali;
La cosiddetta socializzazione anticipata ai valori e ai modelli di comportamento dei paesi
dapprodo. Allaccresciuta distanza geografica fra i paesi di emigrazione e i paesi dimmigrazione
non corrisponde cos pi necessariamente una maggior distanza culturale dei migranti;
I contradditori processi di sviluppo avviati nei paesi desodo dallesportazione di attivit produttive,
a breve termine lincrementano, destrutturando lorganizzazione sociale esistente;
La diffusione in tempo reale delle informazioni relative a opportunit di guadagno, sistemazioni
abitative, possibilit dingresso, forme di accoglimento ed assistenza;
Laccresciuta facilit degli spostamenti, grazie alla riduzione dei costi e dei rischi, consente reiterati
tentativi migratori e rende possibili anche migrazioni temporanee prima impossibili;
La facilitazione delle rimesse monetarie ai paesi di origine, grazie anche alle agenzie delle
multinazionali specializzate in trasferimenti finanziari, costituisce un ulteriore incentivo alle
migrazioni.

Daltra parte le migrazioni internazionali concorrono al processo di globalizzazione in vari modi:


-

Costituiscono una parziale alternativa allesportazione della produzione in paesi ove il costo del
lavoro minore;
Moltiplicano nei paesi dimmigrazione lofferta di beni e di servizi esotici;
Introducono nei paesi dimmigrazione lingue, culture, religioni, usi e costumi diversi da quelli
locali;
Concorrono alla formazione di societ multirazziali, multietniche, multiculturali, multi linguistiche
e multi religiose;
Stimolano il consumo di prodotti stranieri sia nei paesi di immigrazione che emigrazione;
Contribuiscono ad aumentare il potere dacquisto dei paesi di emigrazione, concorrendo al loro
inserimento nel mercato mondiale;
Diffondono nei paesi dorigine degli immigrati, col ritorno di questi ultimi, i modelli di vita e di
consumo dei paesi dimmigrazione concorrono a quellomologazione culturale a scala planetaria
costitutiva del fenomeno della globalizzazione.

4. Migrazioni internazionali e culture politiche


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4.1. La Francia: assimilazionismo repubblicano e la sua crisi


La politica migratoria di questo paese si a lungo caratterizzata per il suo assimilazionismo etnocentrico,
ovvero unimmigrazione utilizzata per fronteggiare non solo occasionali carenze di manodopera, ma anche
una cronica crisi demografica. La Francia, che alla vigilia della rivoluzione era il paese europeo pi
popoloso, nei primi decenni del secolo seguente sub il contraccolpo dei massacri interni, delle guerre
rivoluzionarie e delle guerre napoleoniche e conobbe poi, prima degli altri paesi europei, una forte caduta del
tasso di natalit. Lintegrazione, in questo contesto, presupponeva unassimilazione alla cultura del paese. In
concreto, il progetto francese prevedeva che gli immigrati, piuttosto che utilizzare la propria identit etnicoculturale come una risorsa strategica, labbandonassero completamente per diventare dei buoni francesi: un
processo che richiedeva lassimilazione per quanto concerneva la lingua, la cultura e, possibilmente, la stessa
mentalit. In cambio, lo Stato estendeva agli immigrati tutti i diritti dei cittadini grazie alla cosiddetta
naturalizzazione, che premiava lavvio di tale processo e ne favoriva la riuscita. Negli ultimi anni la
maggior parte degli immigrati giunge da aree molto pi lontane rispetto ai classici serbatoi di manodopera
dei vicini paesi latini e cattolici da cui la Francia attingeva. Anche se si tratta di paesi che hanno conosciuto
la colonizzazione francese, il progetto assimilatore si scontra con la maggior distanza culturale di questi
immigrati. Lo stesso progetto appare anche meno legittimo, si diffonde un maggior rispetto per la diversit
culturale ed emerge una nuova consapevolezza dellingiustizia di subordinare il riconoscimento di alcuni
diritti fondamentali di acquisizione della cittadinanza. Emerge inoltre, dagli anni ottanta, la sindrome da
invasione per quanto riguarda limmigrazione arabo-islamica, determinando delle forti reazioni, che hanno
determinato cambiamenti radicali nella concezione del codice di cittadinanza. Sul piano amministrativo
prevale ancora il rifiuto degli interventi speciali per gli stranieri, mentre la preferenza per interventi
universalistici, di diritto comune, per tutti coloro che presentino determinati problemi.
4.2. Il Regno Unito: retaggio coloniale e pluralismo ineguale
Il forte etnocentrismo, comune al progetto francese e britannico, si esprime in forma diversa. In Francia si
manifesta nella pretesa che gli immigrati diventino buoni francesi, nel Regno Unito si manifesta invece
nella convinzione che gli immigrati anche dei paesi tradizionalmente pi vicini per storia e cultura mai
potrebbero diventare dei buoni britannici. Nel Regno Unito larrivo degli stranieri non ha mai svolto una
funzione demografica importante ed stato anche meno motivato da uninappagata domanda di lavoro. A
determinarlo, almeno allinizio, sono state piuttosto le crisi politiche ed economiche dei paesi del
Commonwealth. Inoltre nel Regno Unito da pi tempo limmigrazione proviene da paesi lontani: le ex
colonie delle Indie occidentali, dellAsia e dellAfrica. Queste popolazioni trapiantate hanno potuto formare
nel Regno Unito delle comunit, a ci si aggiunga la distinzione tra cittadini e non cittadini meno netta che
negli altri paesi europei, soprattutto per lesistenza di una categoria intermedia, gli originari del
Commonwealth, che gode del diritto del voto attivo e passivo alle elezioni politiche.
4.3. La Germania: dalla precariet istituzionalizzata a unintegrazione difficile
La Germania, che da molti decenni il paese europeo con il pi alto numero assoluto dimmigrati, ha a lungo
rifiutato di riconoscersi come un paese dimmigrazione. Gli immigrati erano considerati dei lavoratori
ospiti, la cui permanenza sul suolo tedesco era consentita solo per motivi di lavoro e limitata nel tempo. La
chiusura delle frontiere favor infatti la stabilizzazione di quelli che erano restati e, insieme ai familiari che
poi li raggiunsero, finirono per dar vita ad una popolazione sorta dallimmigrazione. Le naturalizzazioni
erano quattro volte meno numerose che in Francia, bench gli immigrati fossero oltre il doppio e
lacquisizione della cittadinanza era molto difficile anche per i giovani nati in Germania da genitori
immigrati, destinati pertanto a restare stranieri in quello che di fatto era il loro solo paese. Successivamente,
sul finire degli anni ottanta, il tracollo dei paesi dellest rovesci sulla Repubblica Federale circa un milione
e mezzo di profughi in tempo di pace. Dopo lunificazione del 1990, lafflusso dagli altri paesi dellest
continu ad un ritmo elevato e il numero di rifugiati di altra origine aument ancora, mentre il quadro si
complicava per le migrazioni interne dai nuovi ai vecchi Lander. Ci favor la diffusione di razzismo e
xenofobia. In seguito il paese rivel una concezione piuttosto riduttiva dellintegrazione, vista come un
processo guidato dallalto, nellinteresse della componente tedesca, che avrebbe dovuto continuare a trarre
dalla situazione un particolare vantaggio: assicurarsi lapporto dei lavoratori stranieri senza riconoscere loro
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pieni diritti di cittadinanza. Un notevole passo avanti in questo senso stato fatto dalla riforma sulla
cittadinanza del 2000. Questa legge ha riconosciuto ai giovani nati in Germania da genitori stranieri il diritto
di acquisire la cittadinanza del paese.
4.4. La cultura politica italiana e limmigrazione
Va ricordato, innanzitutto, che lidea italiana di nazione ha oscillato nel tempo fra quella romantica, di tipo
tedesco, e quella illuministica, di tipo francese. LItalia ha subto lattacco di entrambe le subculture
politiche a lungo dominanti: la bianca, collegata alla Chiesa e alle organizzazioni cattoliche, e la rossa,
collegata ai partiti e ai movimenti della sinistra. Sulla situazione italiana pesa, daltra parte, un particolare
retaggio storico: quello di un paese che, dopo la caduta dellImpero romano, ha conosciuto esperienze che
hanno diffuso molta diffidenza nei confronti degli stranieri. Va inoltre ricordato che in Italia lo Stato
nazionale si costituito assai pi tardi che negli altri paesi dellEuropa occidentale. Per di pi la formazione
dello Stato nazionale avvenne senza (e in buona parte contro) le masse popolari: sia quelle borboniche e
sanfediste del sud, sia quelle cattoliche e socialiste del centro e del nord, per tacere di quelle, meno
numerose, di orientamento anarchico e libertario, refrattarie ad ogni tipo di autorit. La nazionalizzazione
delle masse cominci in effetti solo con la prima guerra mondiale e fu poi perseguita dal fascismo, ma in
forme contraddittorie e controproducenti.
La carenza di un progetto sociale globale paragonabile a quelli in precedenza perseguiti da altri paesi europei
ha lasciato fin troppo spazio a molte iniziative confuse. Lo Stato, incapace di far rispettare le sue leggi, ha
lasciato che si creasse un groviglio di problemi relativi allirregolarit di una vasta componente di immigrati:
si sono cos formati due estremismi: quello tendenzialmente xenofobo, di chi, esasperato dal processo
immigratorio, predica una drastica chiusura delle frontiere e lespulsione in massa degli immigrati, percepiti
solo come un costo e un rischio e quello, astrattamente xenofilo, di chi, chiudendo entrambi gli occhi sugli
aspetti meno gradevoli di una pur complessa realt, inneggia alle meraviglie dellincontro con laltro.
Nel suo primo secolo di esistenza come Stato nazionale (1861-1961), lItalia ha conosciuto unemigrazione
di 26 milioni di persone, pari alla sua intera popolazione del 1861 e a poco meno di quella attuale. Anche in
Italia, per, negli anni precedenti la prima guerra mondiale avevano cominciato a prendere piede degli
orientamenti etnocentrici e persino razzisti, in relazione con gli sviluppi della sua pur tardiva politica
coloniale. Il regime fascista poi aggrav la situazione. Forse anche per questo nel secondo dopoguerra in
Italia di nazione si parlato poco. Lo stesso aggettivo nazionale divenne oggetto di diffidenza, se non di
disprezzo, e fu utilizzato solo da alcuni partiti e movimenti di destra. Fra gli anni ottanta e novanta, anche per
reazione al cattivo governo, nelle regioni settentrionali si sviluppato un movimento che approdato per
qualche anno a un aperto secessionismo, la sua espressione politica era la Lega Nord. Al di l di tutto, lidea
italiana di nazione resta relativamente aperta e pu costituire un importante elemento di integrazione,
consentendo infatti di formulare un progetto per lestensione dei diritti di cittadinanza a tutti i nuovi venuti,
senza richiedere loro labbandono della propria cultura e delle proprie tradizioni. LItalia pu inoltre contare
su un retaggio di civilt straordinario, dovuto alla funzione di crogiolo di popoli e culture che ha svolto nei
secoli, anche malgrado se stessa.

12. GLOBALIZZAZIONE E POLITICA


1. Lo spazio politico della modernit
La vita sociale ha bisogno, per poter esistere, di determinare le proprie coordinate spaziali. Per limitarci agli
ultimi secoli, possiamo dire che lintero processo di formazione della societ moderna altro non che una
lunga, faticosa e dolorosa opera di rispazializzazione. La modernit sicuramente segnata dalla scoperta
della Nuova Terra, che ha contribuito alla costruzione di una nuova immagine del mondo. La progressiva
estensione degli spazi conosciuti e la maneggevolezza del tempo, standardizzato e organizzabile, hanno
aperto nuove e sempre pi ampie possibilit per lazione individuale. La Riforma, la nascita del mercato,
laffermazione dellIlluminismo e della mentalit scientifica, la rivoluzione industriale, lo sviluppo dei mezzi
di trasporto e delle reti infrastrutturali rappresentano uno straordinario insieme di fattori che rendono lIo
moderno un Io in espansione, che si d obbiettivi e li raggiunge. Una possente rispazializzazione politica,
centrata attorno alla costruzione di spazi ben distinguibili, che hanno preso il nome di Stato-nazione, ha
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accompagnato tale trasformazione. Ci che i sociologi hanno chiamato societ e, in particolare, le societ
nazionali, erano spazi dove cultura, politica ed economia diventavano coincidenti, grazie al contributo di
nuovi apparati istituzionali. Istituzioni politiche prima di tutto, ma anche istituzioni sociali, grandi e piccole:
la famiglia, la Chiesa, la parrocchia, il comune, luniversit, la scuola.
Per quanto ampliato, ingigantito, sconosciuto, lo spazio moderno rimane uno spazio fisico, geometrico,
unidimensionale, sul quale diventa possibile non solo spostarsi, ma anche cominciare a tracciare molteplici
proiezioni spaziali e linee di confine artificiali e rispetto al quale cominciano a delinearsi nuove utopie. In
tale cornice ogni realt politica si costituisce come entit chiusa, sovrana del proprio territorio.

2. Logiche della rispazializzazione contemporanea


La globalizzazione ristruttura lo spazio-tempo allinterno del quale individui e gruppi conducono la loro
esperienza. La riorganizzazione del mercato, i flussi della comunicazione, gli spostamenti umani e il
combinarsi di una serie di fattori (di ordine politico, economico, tecnologico) ha avviato un intenso e
complesso processo di despazializzazione e rispazializzazione. I confini degli stati sono attraversati da flussi
di merci, capitali, idee, informazioni ed esseri umani. La transizione rende inadeguata lidea stessa di societ
come un sistema sociale unitario, definito ed organizzato. La localit perde valore.
Lo spazio non scompare ma si ristruttura, diventando il contenitore di nuove forme di differenziazione
sociale tra chi, per esempio, ha la possibilit di muoversi liberamente e chi, invece, forzato alla mobilit
fisica o, viceversa, incatenato al luogo per scarsit di risorse. vero che lo spazio si destruttura e perde
lordine che si era formato nei decenni precedenti, ma questa solo una faccia del processo di redifinizione e
ricomposizione che in atto. Il punto che lapparente despazializzazione innanzitutto genera una
rispazializzazione tuttaltro che lineare e univoca e in secondo luogo non ha a che fare solo con lestensione
del raggio dazione delle nostre relazioni: vero che ci muoviamo e comunichiamo pi facilmente e pi
velocemente, ma la trasformazione che abbiamo di fronte non solo quantitativa, ma anche qualitativa.
Le logiche che guidano la rispazializzazione sono molteplici, in primo luogo la modernit vs la globalit:
La modernit nata dalla tensione a conquistare, dalla conquista fisica o metaforica. Il moderno dominato
dallidea di un al di l, di qualcosa che sta oltre, che va conosciuto, conquistato e dominato. Per secoli, c
sempre stato un altrove dove andare, qualche altro luogo o scoperta da raggiungere e conquistare.
La globalit, invece, introduce il senso del limite, dellinterdipendenza, della comunanza dei destini. Per
esempio esiste una conoscenza reciproca fra tutti gli uomini, e questo un fatto acquisito da pochi decenni:
in quanto abitanti del pianeta, in qualche modo ormai ci conosciamo.
Potremmo dire che oggi siamo tutti sulla stessa barca, una sorta di rinnovata Arca di No: noi, i cittadini
degli stati sviluppati siamo in prima classe, sul ponte di sotto ci sono quelli della terza classe. Il problema
che sono state installate delle telecamere con le quali reciprocamente ci guardiamo, e questo crea qualche
imbarazzo e delle reazioni. da qui che si nota lapparizione di una nuova arena di conflitto, quella globale.
In secondo luogo, la rispazializzazione si produce anche secondo la logica dellaspazialit, che consiste
nellinsorgere di dinamiche sociali che riducono la loro dipendenza dallo spazio fisico e quindi i legami con
il territorio. Abbiamo due esempi, il mercato finanziario, che negli ultimi ventanni ha subto
unaccelerazione molto decisa, e Internet, che evidenzia proprio il venire meno dello spazio, con lavvento
di relazioni di tipo sociale, amicale, politico ed economico, che prescindono dalla dimensione spaziale.
Il terzo vettore di rispazializzazione ha a che fare con ci che possiamo definire reticolarit. Qui laccento
non n sui confini, n sulla possibilit di prescindere dalla dimensione spaziale, bens sulle nuove
possibilit di connessione e mobilit, sia fisica che simbolica, che consentono di ricomporre in modo
dinamico nuove configurazioni spaziali. Per capire occorre introdurre due concetti:
Con flusso si intendono tutte quelle sequenza di scambio e interazione che sono ripetitive, intenzionali e
programmabili tra posizioni fisicamente distinte tenute dagli attori sociali nei diversi contesti della vita
sociale. I flussi hanno a che fare con la crescente mobilit della vita sociale e con le possibilit di
attraversamento dei confini tradizionali e non interessano necessariamente lintero globo, ma costruiscono
dei collegamenti limitati e settoriali a seconda dei processi a cui si riferiscono.
Con network ci si riferisce ad un insieme di nodi interconnessi. I network fanno si che la distanza (o
intensit e frequenza dellinterazione) tra due punti (o posizioni sociali) pi breve (o pi intensa e
frequente) se entrambi i punti appartengono allo stesso network. possibile definire i network come reti
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simboliche, caratterizzate dalla connessione di nodi, che costituiscono un potenziale di mobilit fisica o
simbolica, mentre i flussi sono visibili, hanno una componente fisica, sono caratterizzati dal movimento in
atto, e presuppongono i network. Reticolarit significa che non possiamo pi concepire il mondo come fosse
un puzzle, dove da una parte si inserisce lItalia, da unaltra sta la tessera della Francia e cos via; tutte queste
realt sono invece attraversate da flussi che le connettono lun laltra: i flussi migratori, i flussi delle merci, i
flussi finanziari, i flussi di idee.
3. Paesaggi della contemporaneit
Appadurai, osservando che flussi e network delineano i nuovi paesaggi allinterno della vita
contemporanea, ne ha distinti 5 diversi (+2 che non sono presenti nellelenco di Appadurai):
I paesaggi umani. Si accrescono i flussi di persone che si muovono allinterno del globo. La mobilit
individuale tale da consentire spostamenti molto rapidi e frequenti da un capo allaltro del pianeta. Ci
determina una maggiore possibilit di contatto tra persone educate in contesti culturali diversi, riducendo la
possibilit di creare ambiti spaziali chiusi e omogenei.
I paesaggi tecnologici e infrastrutturali. Hanno a che fare con quelle dotazioni e collegamenti tecnici
allinterno dei quali si organizza la vita sociale contemporanea. Oggi, le tecnologie costituiscono un vero e
proprio reticolo che avvolge lintero globo. Tale reticolo costituisce una delle risorse fondamentali per il
sostegno della vita contemporanea. E tuttavia, la distribuzione di tali tecnologie tuttaltro che omogenea.
I paesaggi finanziari. Sono caratterizzati da unestrema mobilit e volatilit. Di fatto, ci riduce leffettiva
autonomia di ogni singolo territorio, dato che i capitali tendono a spostarsi laddove le opportunit di
remunerazione (nel breve pi che nel lungo periodo) sono maggiori.
I paesaggi mediatici e informativi. Determinati da quellenorme trasferimento di immagini e informazioni
che lodierno sistema della comunicazione rende possibile. Oggi la comunicazione sempre pi struttura su
scala sovranazionale o addirittura globale. Lindustria cinematografica forse il simbolo pi esplicito del
dominio americano contemporaneo; i grandi network televisivi sono diventati coprotagonisti delle principali
crisi politico-militari degli ultimi anni oltre che fattori di nuove forme di coesione culturale. Allinterno di
questo paesaggio circolano e si mescolano immagini delle diverse realt del mondo, da un lato riducendo la
separatezza tra le varie realt territoriali e dallaltro ricreando nuove invisibili barriere allinterno dei
tradizionali spazi fisici.
I paesaggi politici e religiosi. Che si ricollegano poi agli assetti politico-istituzionali e alle relative
concatenazioni di idee, termini e immagini, tra cui sovranit, rappresentanza, libert, diritti e soprattutto
democrazia. Dal punto di vista della diffusione della democrazia, il suo radicamento ancora molto incerto e
in diverse parti del mondo. In questo quadro le grandi religioni riacquistano un ruolo di primo piano,
diventando potenti soggetti transnazionali in grado di veicolare significati, immagini, convinzioni e
appartenenze.
I paesaggi delle merci. Non presente nellelenco di Appadurai. Da un lato, la mobilit delle merci subisce
una notevole accelerazione grazie allevoluzione tecnologica e alla liberalizzazione economica, dallaltro,
per, la disponibilit di beni nelle varie aree del mondo rimane profondamente disomogenea, cos che noi
abbiamo una crescente partecipazione alla produzione, ma un ben diverso accesso al consumo.
I paesaggi militari, criminali e terroristici. Non presente nellelenco di Appadurai. Lidea di Stato
nazionale era strettamente legata a quella di monopolio legittimo della violenza. Oggi, per, il concetto di
sicurezza sembra modificarsi rispetto a quello di qualche anno fa. La minaccia non pi esclusivamente
esterna, separata dal noi. Quando si parla di criminalit organizzata e terrorismo si parla di una minaccia che
si insinua nella vita di tutti i giorni. Per combattere una guerriglia terroristica o i cartelli della mafia non
conta il numero di aerei o navi di cui si dispone, ma piuttosto dei contatti e dei basisti che si riescono a
infiltrare.
Questo elenco schematico consente di trarre alcune implicazioni:
1. I paesaggi presi in considerazione sono molto diversi tra di loro. Prendiamo la velocit: i turisti e gli
uomini daffari si muovono velocemente, gli immigrati invece lentamente. Mentre i flussi finanziari
sono molto rapidi e privi di resistenza, i flussi umani sono esattamente il contrario. Altre differenze
si riscontrano rispetto allintensit: il numero di informazioni che ogni giorno vengono scambiate
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molto pi alto degli spostamenti delle merci, e allestensione spaziale: alcuni flussi coprono lintero
globo, altri invece porzioni limitate. Infine, per quanto riguarda la direzione facile notare lassenza
di un qualunque ordine preciso. Ci sono flussi che vanno da nord a sud, altri che vanno da sud a
nord. Il che significa che abbiamo paesaggi molto mobili e altri molto statici.
Proprio la difformit di questi paesaggi e la complessit della nuova geografia globale provocano
quelle che Appadurai ha chiamato disgiunture, cio fratture, che sono allorigine di molti dei
conflitti contemporanei.
Quando si parla di flussi si fa riferimento a persone, organizzazioni, istituzioni, insomma ad attori
sociali. Dietro i flussi a cui abbiamo fatto riferimento stanno attori con differenti potenziali dazione
e possibilit daccesso alle risorse che consentono la mobilit fisica e simbolica. Vi sono attori
sociali che possono influire sulle dinamiche dei flussi. Negli ultimi anni, gli USA e lEuropa hanno
introdotto restrizioni in tema di immigrazione volte a frenare larrivo di stranieri sui rispettivi
territori, ma chiaro che questo intervento selettivo, dato che restrizioni simili non si estendono ai
flussi finanziari.
I paesaggi costruiscono nuovi differenziali di potere allinterno della vita sociale. La distribuzione
dei nodi e delle infrastrutture, le possibilit di accesso, la capacit di attivare, sostenere e
disincentivare i flussi e le connessioni sono variabili che contribuiscono a disegnare nuove mappe di
potere.
I paesaggi sono eminentemente relazionali, nel senso che sono attivati e sostenuti da reti di
relazioni. I flussi informativi presuppongono lesistenza di network mediali; gran parte delle merci
che attraversano il globo sono governate da una logica commerciale e si muovono tra un
produttore/venditore e un compratore. Anche le persone non si muovono in maniera casuale, ma
secondo certi vincoli, di natura culturale, familiare, organizzativa o economica, che attivano e
sostengono la mobilitazione.
Questi nuovi spazi che si vengono a creare non sono per forza legati al territorio. Un aspetto
caratteristico del processo in corso che lo spazio sociale cessa di corrispondere con lo spazio
fisico. Se lidea di societ rimaneva definita in riferimento ad un territorio limitato da confini fisici,
oggi non pi cos, in quanto gli spazi sociali possono essere discontinui, macchie, strisce o reti
disposte in modo diverso e disperso nel globo.
I paesaggi, mentre despazializzano, rispazializzano; mentre separano congiungono, dando vita a
nuove configurazioni. Si insiste sul fatto che la globalizzazione determina un effetto di
disancoramento delle realt sociali e dei soggetti, i quali perdono i loro riferimenti allinterno dello
spazio sociale in cui la loro vita era organizzata. Ma questo solo un lato della medaglia, perch al
tempo stesso si mettono in moto processi che vanno nella direzione opposta. E ci accade proprio
attraverso flussi e network, che ridefiniscono le linee di connessione allinterno delle quali la vita
individuale ha luogo. Ci vuol dire che la vita sociale non sta pi in confini prettamente fisici, come
nel caso delle comunit diaspori che, pur condividendo una cultura, non vivono in uno spazio
comune.
I paesaggi determinano una rigerarchizzazione dello spazio locale. Non tutti gli spazi fisici sono
attraversati dagli stessi flussi; n tutti i territori dispongono degli stessi network; alcuni luoghi
costituiscono mete darrivo, altri sono soprattutto punti di partenza, altri ancora di transizione.
Mentre alcune aree sono in grado di avvantaggiarsi dai processi in corso, altre ne sono danneggiate.
Lesistenza di questi paesaggi ridisegna il locale, dando vita a quel fenomeno che Touraine ha
chiamato multilocalismo. Abbiamo la compresenza di culture diverse allinterno di un unico spazio
fisico, una pluralizzazione del locale, che impone di rielaborare lo spazio sociale.

4. Effetti della rispazializzazione


Nei mondi organizzati cui approdata lera moderna, le istituzioni hanno avuto fin qui due funzioni: una
funzione regolativa e una funzione ermeneutica. In altri termini le istituzioni nazionali servivano per
regolare i rapporti, risolvere i conflitti, determinare la distribuzione delle risorse, ma anche per raccontare il
mondo e spiegare alle persone il funzionamento, il senso, lo spazio temporale, la storia, la tradizione.
Uno degli effetti della rispazializzazione che queste due capacit delle istituzioni si indeboliscono. Il punto
che si determina una sconnessione tra autorit politica e spazio sociale. La politica in crisi perch fatica
a porsi legittimamente come fondamento del legame sociale, in altre parole, la crisi della politica consiste
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nella sua difficolt a porsi come intermediario tra lambiente e i singoli individui. lidea di societ come un
sistema sociale unitario, funzionalmente coeso, territorialmente definito e istituzionalmente organizzato che
si rivela inadeguata. Questo squilibrio si traduce in un deficit istituzionale, regolativo e di democrazia.
La fiducia nella capacit regolativa dello Stato si riduce e i cittadini della societ globale si ritrovano pi soli
e insicuri. In un mondo dove i comportamenti individuali sono sempre meno sanzionati, si crea un clima di
allarme sociale, che a sua volta aumenta la tensione, lintolleranza e la violenza. Detto in altri termini, la
domanda politica non necessariamente diretta alla ricerca della democrazia. Non la democrazia ai primi
posti delle preoccupazioni popolari, ma piuttosto la ricerca di protezione e appartenenza.
Un secondo aspetto che la rispazializzazione in corso incide sul processo di costruzione/riproduzione delle
identit culturali. Nelle societ nazionali, e ancora prima nelle comunit locali, esisteva un forte nesso tra
lindividuo, il territorio e la cultura. Tutti apparteniamo a qualche realt che ci precede e ci conferisce
identit e riferimenti culturali, sono appartenenze che implicano comportamenti, affermazioni, atteggiamenti.
Le mie appartenenze mi conferiscono una serie di certezze culturali, fra le quali posso comprendere realt
come lidentit nazionale. Ma nel contempo siamo in bala di quello che Bauman chiama spazio estetico:
una sorta di universo culturale totalizzante in cui tutti siamo immersi, in cui c dentro di tutto. Una
confusione gigantesca a cui lindividuo sottoposto direttamente. In questi casi il radicamento culturale
molto pi problematico. Quella stabilit e quel comune consenso che avevamo costruito dal punto di vista
delle identit e delle culture oggi vengono messi in discussione perch tutti, pi o meno, siamo divisi
allinterno di noi stessi, e ci sono parti della societ che sono ancora pi scisse e ancora pi deindivualizzate.
Infine si registra laumento delle disuguaglianze e delle differenze e la logica del conflitto. La realt nella
quale viviamo vede accrescere il livello di conflittualit, dove le tensioni sono pi forti e numerose.
Cambiano gli spazi del conflitto, che sono insieme locali, nazionali, sovranazionali, funzionali e globali. E
cambiano le logiche di questa conflittualit, perch abbiamo visto che il rapporto fra identit e interesse
molto pi precario, e notiamo altres che lomogeneit di questi conflitti fluttua, cambia ed sempre
negoziabile.
5. Logiche dazione collettiva
La condizione globale si caratterizza, dunque, per un deficit istituzionale. In tale contesto, anche i soggetti
sociali sono chiamati a dare il loro contributo. Tutto ci determina due principali conseguenze:
1.

La creazione di nuovi spazi dazione. Lattuale trasformazione comporta delle conseguenze sulle forme
dellazione collettiva. Ne sono esempi i notevoli cambiamenti che hanno interessato le organizzazioni negli
ultimi anni, come ad esempio i tentativi di ammodernamento delle istituzioni politiche o persino i movimenti
no global.
- In primo luogo, aumenta limportanza del livello simbolico, che accresce limportanza e quindi per lazione
collettiva fondamentale.
- In secondo luogo, lazione collettiva ammette e tollera la frammentariet delle esperienze. Pi ancora, ne
vive. finito il tempo in cui era lomogeneit culturale a conferire identit. Accettare e valorizzare la
frammentariet implica a sua volta che si colga e si valorizzi il tema della soggettivit, cio che si dia peso
alle persone, alle loro caratteristiche, alla loro capacit di fare.
- In terzo luogo vitale il riconoscimento di interessi comuni, che oggi vanno costruiti e non sono un fattore
spontaneo della posizione sociale.
- In quarto luogo si impone la capacit di mobilitazione, entro spazi sociali e territoriali diversi e
diversificati. Oggi i territori, cos come i gruppi, esistono nella misura in cui sono in grado di attivare delle
risorse che, senza negare la spinta individualizzante del nostro tempo, riescono a realizzare delle comunanze.
- In quinto luogo, il successo di questi nuovi attori sociali dovuto alla loro capacit di saper interpretare in
modo innovativo le nuove possibilit di azione collettiva che la rispazializzazione contemporanea rende
possibili. Le forme della socialit contemporanea rendono possibili modalit inedite di collaborazione e
cooperazione. Ci significa che gli attori della societ civile globale hanno la caratteristica di operare tra e al
di sopra dei quadri istituzionali vigenti, guadagnando ulteriori margini di autonomia.

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2. Il formarsi di nuovi attori sociali. Si vengono a creare le premesse per il formarsi di nuovi attori collettivi,
che nella letteratura contemporanea possiamo definire societ civile globale. Ci riferiamo ad attori che
imparano a muoversi al di l dei confini nazionali e, di conseguenza, anche al di l dei criteri di legittimit
formali. In effetti, numerosi attori sociali (specialmente Organizzazioni Non Governative) negli ultimi anni
sono diventati molto influenti, grazie soprattutto al fatto che sono stati capaci di acquisire unautorit morale
che lo legittima agli occhi dellopinione pubblica. su questa base di legittimit etica che la societ civile
globale ha in questi ultimi anni conquistato un ruolo crescente nelle relazioni internazionali nella gestione dei
conflitti e delle crisi umanitarie, nei rapporti tra le religioni, nella gestione degli aiuti e dei progetti di
sviluppo, nelle lotte di riconoscimento e rispetto dei diritti umani, nellelaborazione di norme giuridiche
vincolanti a livello internazionale. Tuttavia la situazione rimane profondamente ambivalente, e ci per
almeno due buone ragioni:
- La prima che lorganizzazione del sociale non avviene in modo armonico. Anzi, ci che ci dobbiamo
aspettare una diversificazione delle posizioni e delle iniziative.
- La seconda che, dato che lautorganizzazione sociale si produce in presenza di ampie falle nella struttura
istituzionale, essa pu andare in una direzione opposta a quella desiderata. Sulla scena globale si rafforzano
anche gruppi criminali e mafiosi che confermano la pericolosit di unautorganizzazione sregolata.
Spesso allinterno di queste organizzazioni la leadership molto forte e ci sono vertici ristretti che prendono
decisioni in modo scarsamente controllato. Gran parte dei leader di gruppi di societ civile si sono
autonominati e sono solo scarsamente controllati dagli altri membri, che per lo pi hanno un atteggiamento
di fiducia che finisce per diventare passivit. Da qui poi nascono i problemi di trasparenza dei processi
decisionali, soprattutto in campo economico-finanziario. Quanto pi un attore di societ civile diventa
grande e potente, tanto pi c il rischio che la logica del suo funzionamento si snaturi. Inoltre, gli attori della
societ civile globale, sono organizzazioni complesse che operano a diversi livelli (locale, regionale,
globale), muovono risorse economiche ingenti e raccolgono culture differenti.
Il punto che il potenziale di crescita della societ civile globale richiede un delicato equilibrio tra diritti e
responsabilit: tra il diritto degli individui di mettersi insieme per perseguire i propri obbiettivi e il diritto
della societ nel suo insieme di avere ragionevole rassicurazione che queste organizzazioni siano quello che
dicono di essere, e in particolare che non abusino della loro posizione.

13. INTEGRAZIONE INTERNAZIONALE


1. Definizioni e concetti
Alcuni studiosi considerano lintegrazione come la condizione darrivo di un processo, altri come il processo
stesso attraverso cui si raggiunge un certo obbiettivo. Alcuni autori sottolineano limportanza del formarsi di
un nuovo attore dalla fusione di pi unit, con una conseguente perdita di sovranit da parte degli Stati.
Alex Inkeles definisce lintegrazione come una condizione nella quale unit precedentemente autonome
hanno pi o meno ceduto funzioni vitali ad unaltra unit pi estesa, mentre continuano a mantenere un
numero sostanziale di altre funzioni vitali.
In ogni caso, lintegrazione implica la presenza di un certo livello di associazione tra attori. Questo rimanda
al concetto pi ampio di interdipendenza. In una situazione del genere, ogni componente della comunit
mondiale risente degli eventi che avvengono nella altre parti del sistema, e in base alla sensibilit di un
attore rispetto agli avvenimenti esterni, possiamo capire la velocit con cui tali avvenimenti si ripercuotono
sul sistema internazionale.
Secondo Kenneth Waltz, le societ nazionali sono caratterizzate da una struttura con un principio
ordinatore gerarchico, ossia una struttura in cui vi sono attori dotati dellautorit di emanare ordini e
soggetti disposti ad obbedire, e in caso di necessit costretti con mezzi coercitivi a rispettare gli ordinamenti
vigenti. Al contrario, nel sistema internazionale, presente un principio ordinatore di tipo anarchico. Gli
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Stati sono tutti formalmente uguali, al di sopra di essi non vi alcuna autorit in grado di imporre
comportamenti vincolanti.
Un maggior livello di integrazione rappresentato dai regimi internazionali, che possono essere pi o meno
formalizzati e pi o meno strutturati in forma di organizzazioni intergovernative. I regimi internazionali sono
creati dagli Stati per risolvere i loro problemi di coordinamento e di produzione di beni pubblici
internazionali. Verso la cima dellordine gerarchico abbiamo gli imperi e le istituzioni sovranazionali,
caratterizzati dalla ricostituzione di unautorit centrale ad un livello superiore di quello degli Stati. Nel caso
degli imperi questa ricostituzione avviene tramite dinamiche coercitive; nel secondo caso, avviene mediante
collaborazioni spontanee, che portano alla creazione di istituzioni.

2. I primi studi dellintegrazione internazionale


Le teorie dellintegrazione pi importanti sono:
-

Quella neofunzionalista di Haas e Schmitter, secondo la quale nelle societ contemporanee esistono
problemi tecnici che non possono essere risolti a livello esclusivamente nazionale. Ci spinge gli
Stati a collaborare strettamente, per gestire problemi generati dalla gestione delle aree funzionali
(inquinamento, energia, ecc..). La collaborazione funzionale in un settore genera il bisogno di
unulteriore collaborazione funzionale in altri settori. Alla base della teoria neofunzionalista vi un
processo di integrazione reale (Comunit Europea), che iniziato in un settore tecnico specifico
(CECA) si poi allargato ad altri settori funzionali (EURATOM, ecc..), dando vita a forme di
integrazione sempre pi estese.
Ipotesi dello spillover: si riferisce al processo attraverso il quale i membri di uno schema integrativo
in accordo su certi scopi collettivi per una variet di motivi ma soddisfatti in maniera ineguale circa
il conseguimento di questi scopi, tentano di risolvere la loro insoddisfazione o ricorrendo alla
collaborazione in un altro settore collegato o intensificando il loro impegno nel settore originale.
La portata dellintegrazione si riferisce al fatto che lintegrazione pu riguardare un numero pi o
meno ristretto di materie (agricoltura, commercio, energia, ecc..) e coinvolgere un numero pi o
meno grande di gruppi sociali.
Il livello si riferisce al carattere pi o meno accentrato del policy-making, sviluppo di apparati
comuni sempre pi efficaci, crescente istituzionalizzazione di processi decisionali collettivi,
elaborazione di nuove tecniche.
Lautomaticit riguarda la probabilit che si inneschino processi di spillover da un settore allaltro.
Accanto alla teoria dello spillover troviamo anche quella dellesternalizzazione, la quale ci dice che
quando unarea ha raggiunto un alto livello di integrazione in un certo settore, comincia a sentire il
bisogno di affrontare i problemi esterni con una posizione unitaria e quella della politicizzazione
riguardante lemergere di controversie e polemiche nel corso del processo di integrazione sulla
formazione delle linee politiche comuni. Man mano che il processo dintegrazione si ramifica in
nuovi settori, coinvolgendo materie sempre meno tecniche e sempre pi controversie, i singoli Stati
nazionali vengono a trovarsi impelagati in maniera crescente nella gestione di politiche che suscitano
resistenze e discussioni.
La teoria dellintegrazione internazionale (Deutsch) cerca invece di spiegare come emerge una
comunit di sicurezza: un sistema di aspettative in base alle quali lidea stessa che tra un certo
numero di Stati si possa ricorrere alluso di mezzi violenti esclusa. In una comunit di sicurezza la
forza non pi vista come un mezzo legittimo per risolvere le controversie. Lintegrazione di pi
unit deve servire a quattro scopi:
1. Mantenere la pace;
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2. Raggiungere maggiori potenzialit per scopi molteplici;


3. Adempiere a qualche compito specifico;
4. Ottenere una nuova immagine di se stessi e una nuova identit di ruolo.
Egli distingue due forme di integrazione: le comunit di sicurezza pluralistiche e le comunit di
sicurezza amalgamate. La differenza tra le due forme di integrazione consiste nel fatto che nel
primo caso gli Stati mantengono la loro indipendenza, mentre nel secondo si instaura un governo
centrale. Le prime sono quelle pi facili da realizzare, richiedendo per funzionare la compatibilit
dei valori politici dei vari Stati partecipanti alla comunit, la capacit dei governi di rispondere con
mezzi pacifici e in maniera rapida ed efficace alle domande degli altri Stati e la presenza di un certo
grado di prevedibilit del comportamento degli attori. Per le seconde Deutsch enuncia dieci
condizioni necessarie alla loro realizzazione:
1. Somiglianza e compatibilit dei principali valori delle unit partecipanti. Questa la condizione
essenziale anche per i teorici neofunzionalisti;
2. Sviluppo di una elevata sensibilit di ogni parte rispetto alle altre. essenziale che si formi un
senso del noi, una responsabilizzazione di ogni unit nei confronti degli avvenimenti che
riguardano le altre parti;
3. Diffusione di uno stile di vita comune (abitudini, istituzioni, forme di comportamento, modi di
sentire comuni alle parti che devono integrarsi);
4. Affermazione di aree centrali forti, capaci di dare un deciso impulso e sostegno al processo di
integrazione. In questo caso probabile che le singole parti conservino in maniera gelosa le loro
prerogative di sovranit, ostacolando lemergere dei fenomeni di amalgamazione;
5. Presenza di un tasso di crescita economica sostenuto che facilita lunione tra diversi paesi,
stimolati dallinnalzamento del livello di vita delle popolazioni;
6. Esistenza di aspettative ottimistiche circa i vantaggi materiali derivanti dal processo di
integrazione;
7. Instaurarsi di unampia gamma di transazioni e comunicazioni tra le unit partecipanti;
8. Allargamento dei gruppi dirigenti;
9. Esistenza di stabili legami tra i gruppi sociali pi importanti presenti allinterno delle unit (in
passato la Chiesa cattolica e i gruppi nobiliari, oggi partiti di diversa nazionalit);
10. Esistenza di unelevata mobilit geografica delle persone, o quanto meno degli strati
politicamente pi rilevanti.
La teoria dellunificazione politica di Etzioni recupera molti elementi sia della teoria neofunzionalista, che
di quella di Deutsch e considera il processo di integrazione come quel fenomeno che porta alla formazione di
ununione politica tra diversi Stati. Il livello di integrazione misurato in base a tre dimensioni:
Lunione politica esercita un controllo adeguato sugli strumenti di coercizione politica?
Esiste un centro decisionale che determina lassegnazione imperativa dei valori?
Questo centro oggetto di identificazione da parte della maggioranza della popolazione
appartenente alle singole unit?
Tanto pi positive sono le risposte a queste domande, tanto pi alto risulta il livello di integrazione.
Lunificazione politica attraversa quattro stadi:
1. Nel primo stadio si stabilisce uninterdipendenza tra le singole unit. Linstaurarsi di stretti legami
favorito da diversi fattori: laumento dei flussi di comunicazione attraverso i confini nazionali;
laccelerazione secondaria, che si riferisce al fatto che lunificazione in un settore tende a innescare
processi di unificazione in altri settori; la presenza di una lite esterna che sostiene lo sforzo
integratore.
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2. Nel secondo stadio si sviluppa un potere integrativo gestito da un lite appartenente allunione: attori
interni allunione diventano i principali sostenitori dellintegrazione. Il potere integrativo pu essere
basato sulla minaccia di sanzioni al benessere fisico (potere coercitivo), sulla minaccia di sanzioni
contro i beni materiali (potere utilitaristico), oppure su sanzioni contro i beni simbolici (potere di
identificazione). Per quanto riguarda gli ultimi due, tanto saranno maggiori e tanto maggiore sar la
possibilit di conseguire un efficiente livello di unificazione politica, mentre per quanto riguarda il
potere coercitivo, pu essere utile in una prima fase per evitare smagliature nel processo ma dannoso
in seguito correndo il rischio di frantumare pi che rafforzare lunione in costruzione.
3. Nel terzo stadio abbiamo un aumento delle transazioni tra le parti e quindi la portata
dellintegrazione si estende ad un numero sempre pi grande di settori.
4. Nel quarto stadio i processi avviati nelle fasi precedenti giungono a termine. A questo punto le
unioni politiche si differenziano tra di loro non solo per il diverso livello e la diversa portata del
processo integrativo, ma anche per la funzione (militare, economica, culturale) che domina lunione.
3. Il dibattito contemporaneo: neorealismo, intergovernativismo liberale, neoistituzionalismo,
costruttivismo
La fine della guerra fredda e la sopravvivenza di istituzioni internazionali come la NATO e la UE, hanno
spinto gli studiosi a interrogarsi sulla resistenza di queste organizzazioni, da essi considerate come il
prodotto della minaccia sovietica e quindi destinate a scomparire nel momento in cui quella minaccia si fosse
dissolta.
Joseph Grieco ha proposto una interpretazione neorealista dellintegrazione europea. Secondo lui le ragioni
che hanno portato allapprofondimento dei processi di integrazione europea sono legate alla preoccupazione
degli Stati membri della Comunit per il riemergere di una potenza tedesca nel cuore dellEuropa. Inoltre
ritiene che il Trattato di Maastricht sia stato un tentativo, da parte degli Stati meno forti, di assicurarsi una
possibilit di voice su questioni (la politica monetaria) dominate fino ad allora dalla Germania.
Andrew Moravcsik con la sua teoria dellintergovernativismo liberale, definisce i processi di integrazione
internazionale come puro interesse dei governi. I governi danno vita a istituzioni internazionali solo se queste
servono a promuovere i loro interessi. I processi di integrazione avanzeranno quando gli interessi degli Stati
membri convergeranno. Sono gli interessi dei gruppi sociali presenti allinterno di un paese che determinano
le preferenze nazionali, e non la collocazione di un paese nellarena internazionale. Inoltre, egli sostiene che
la creazione di istituzioni internazionali centralizzate serve a garantire il rispetto degli impegni presi,
riducendo la naturale tendenza degli Stati a non tenere fede ai patti.
Questi due approcci sono accomunati da unimpostazione razionalista. Entrambi considerano gli Stati come
protagonisti del processo di integrazione e come attori razionali che agiscono calcolando il loro utile. Quindi
il calcolo razionale del proprio utile, in una situazione in cui non possibile comunicare e stabilire accordi
vincolanti, porta entrambi i giocatori a scegliere la strategia aggressiva (dilemma del prigioniero). La
cooperazione in una situazione simile quindi molto difficile e in mancanza di unautorit superiore, uno
Stato non pu essere sicuro che laltro rispetti i patti sottoscritti. Creando un organo centrale indipendente
che controlla gli avvenimenti, segnala le violazioni delle norme e diffonde informazioni attendibili (es. nella
Comunit Europea la Commissione e la Corte Europea di giustizia) allora si potranno risolvere alcune di
queste difficolt.
Listituzionalismo storico analizza in che modo le istituzioni, intese sia come organizzazioni formali che
come regole e procedure informali, strutturano i comportamenti degli attori e le loro preferenze. Le
istituzioni, una volta create, acquistano una resistenza e unautonomia che rende difficile modificarle. Gli
studiosi evidenziano come gli Stati che hanno delegato poteri alle istituzioni europee, col passare del tempo
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hanno finito col perdere la loro capacit di riprendersi questo potere. La perdita di controllo deriva da alcuni
meccanismi:
1. Dal diverso orizzonte temporale in cui si muovono i politici e in cui operano le istituzioni. Spesso i
policy makers, pressati da scadenze immediate, prendono decisioni senza rendersi conto di quali
saranno le loro conseguenze a lunga scadenza.
2. Anche se i policy makers sono in grado di ragionare su orizzonti temporali pi lunghi, spesso non
sono capaci di anticipare tutte le possibili conseguenze derivanti dalle loro azioni.
3. Le preferenze dei policy makers possono cambiare nel corso del tempo, sia perch cambiano i
governi, sia perch avvengono processi di socializzazione e apprendimento.
4. Le istituzioni internazionali possono accumulare risorse politiche (budget, lealt, ecc..) che
permettono di resistere alla richiesta degli Stati.
5. molto difficile ridisegnare e riformare le istituzioni.
6. Una volta intrapreso un percorso, col passare del tempo, diventa sempre pi difficile tornare indietro.
Gli approcci costruttivisti condividono alcuni elementi sia con listituzionalismo neoliberale sia con quello
storico. Con il primo condividono lidea che le istituzioni sono capaci di esercitare un effetto causale
indipendente. Con listituzionalismo storico condividono lidea che le istituzioni non influenzano solo i
comportamenti degli attori, dati i loro interessi, ma la formazione stessa degli interessi e delle preferenze
degli attori. Questo approccio si basa su tre assunti:
1. Lambiente in cui gli attori agiscono comprende elementi materiali e sociali. Lagire sociale non
determinato dalle caratteristiche fisiche dellambiente ma dallinterpretazione che gli attori danno di
questi elementi.
2. Lambiente fornisce agli attori i criteri attraverso i quali comprendere i propri interessi (processi di
interazione tra attori e strutture sociali).
3. Gli attori non agiscono in base ad un semplice calcolo mezzi-fini, ma cercando di interpretare la
situazione in cui si trovano, la loro identit e il tipo di comportamento che ci si aspetta da loro in
quella situazione. Le istituzioni forniscono i criteri in base ai quali giudicare lappropriatezza dei
comportamenti.

4. Tendenze e processi: lUnione Europea e le altre forme di integrazione regionale.


Il progetto di una Comunit Europea nasce nel secondo dopoguerra dalla confluenza di diverse esigenze. In
primo luogo, dal bisogno di coordinare gli sforzi dei diversi paesi usciti economicamente e politicamente
distrutti dalla seconda guerra mondiale, anche in vista di un migliore impiego delle risorse messe a
disposizione dagli americani col Piano Marshall. In secondo luogo, dalla necessit di imbrigliare la potenza
tedesca, vincolandola a istituzioni sovranazionali e in terzo luogo dal bisogno di costruire un blocco politicoeconomico in grado di resistere alle pressioni sovietiche.
Istituzioni dellUE. Le principali istituzioni dellUE sono: la Commissione, il Parlamento Europeo, la Corte
europea di giustizia, la Banca Centrale europea, il Consiglio dei ministri e il Consiglio europeo.
La Commissione lorgano esecutivo dellUE, a cui spettano principalmente tre attivit: proporre iniziative
legislative, verificare il rispetto da parte degli Stati delle disposizioni emanate a livello UE, amministrare le
politiche e le finanze comunitarie.
Il Parlamento Europeo, eletto per la prima volta a suffragio diretto nel 1979, ha visto crescere gradualmente
i suoi poteri legislativi. Escludendo le materie relative alla politica estera, esso ha un potere di codecisione
con il Consiglio dei ministri su un gran numero di questioni.
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La Corte europea di giustizia controlla il rispetto dei trattati e risolve le dispute giuridiche tra gli Stati, tra le
istituzioni comunitarie e tra questultime e gli Stati.
La Banca Centrale europea stabilisce la politica monetaria per i paesi aderenti alla moneta unica.
Il Consiglio dei ministri larena attraverso la quale i governi nazionali modellano le politiche dellUE. Esso
rappresenta il vero organo legislativo dellUE. suddiviso in un Consiglio affari generali, composto dai
ministri degli Esteri degli Stati membri e da una serie di consigli settoriali.
Il Consiglio europeo composto dai capi di Stato e di governo dei paesi membri dellUE e dal Presidente
della Commissione europea. Il Consiglio europeo fissa le linee guida e stabilisce i principi ispiratori per lo
sviluppo dellUE. Il processo decisionale nellUE il risultato di una complessa interazione tra le istituzioni
sovranazionali e istituzioni di natura intergovernativa.

14. POLITICA E WELFARE (LOCALE)


1. La logica del cambiamento
I modelli di welfare del XX secolo sono sempre meno sostenibili e perci destinati ad essere riformati. Nel
caso italiano questo orientamento alimentato da alcuni limiti del nostro welfare nazionale: la prevalenza di
strumenti di protezione a favore del lavoratore piuttosto che del cittadino; il ricorso a prestazioni monetarie
piuttosto che servizi; lemergenza di nuovi rischi sociali che, nel caso della vecchiaia, non trovano pi
soluzione nelle politiche avviate dal secondo dopoguerra.
La legge quadro 328/2000 per lintegrazione dei servizi sociali rappresenta la principale risposta che il
legislatore nazionale ha sinora approntato per avviare una riforma del settore.
Negli anni 90 numerosi interventi legislativi come quelli a favore dei minori, a sostegno dei portatori di
handicap o a contrasto delle tossicodipendenze prevedevano gi una ripartizione tra centro e periferia in
nome della quale i servizi erano assicurati dagli enti locali, mentre allo Stato mettevano capo i compiti di
valutazione delle prestazioni, distribuzione delle risorse e coordinamento degli interventi.
Sul piano europeo, con il Consiglio di Lisbona del 2000, la Commissione prendeva a sua volta atto delle
molteplici iniziative avviate dai diversi Stati nel campo dellassistenza. Per contrastare i processi
desclusione sociale attraverso la previsione di nuove forme di protezione, i singoli Stati nazionali oggi sono
perci impegnati a definire obbiettivi e metodologie comuni di valutazione sulla base del Programma di
azione comunitaria 2002-2006 per combattere lesclusione sociale.
Resta da ricordare la sperimentazione che, in assenza di una legislazione nazionale, a partire dagli anni 80,
si manifestata in diversi contesti regionali. La progressiva localizzazione delle funzioni socioassistenziali si
innesta e si rafforza grazie al processo di regionalizzazione, nato negli anni 70 e alla legislazione sul
decentramento che si afferma nei due decenni successivi, mettendo capo ad una crescente centralit dellente
locale.
La Legge 142/1990 sul riordinamento delle autonomie ribadir poi sia la centralit dei comuni, sia la
possibilit di forme associative tra gli stessi, finalizzate a superare lelevato frazionamento degli enti locali di
piccolissime dimensioni e come tali inadeguati ad assicurare i necessari servizi.
Al momento dellintroduzione della legge 382/2000, le regioni e gli enti locali avevano dunque gi maturato
delle significative esperienze di programmazione, anche se il tratto caratteristico di quella fase restava
rappresentato dalla forte differenziazione sia nei modelli amministrativi, che nel livello e nella qualit dei
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servizi presenti sul territorio nazionale. Questa diversificazione nelle strutture e nei servizi messi in campo
nel corso di due decenni, che naturalmente vede il Sud pi arretrato rispetto al Nord, cos come i piccoli
comuni pi arretrati rispetto ai capoluoghi, da una parte si afferma grazie ai ripetuti interventi sul sistema
sanitario promossi in quegli anni e, dallaltra, condizionata dallassenza di criteri guida nazionali per
orientare gli interventi e bilanciare le risorse.
La 328/2000 ribadir perci la centralit dei comuni come enti titolari delle funzioni amministrative legate
agli interventi sociali, nonch la necessit di integrare le politiche sanitarie e politiche sociali. Inoltre
indicher nel Piano di zona uno strumento di tutela della popolazione, il punto dincontro tra la
sussidiariet verticale maturata attraverso i diversi livelli istituzionali e la sussidiariet orizzontale che gli
enti locali saranno in grado di promuovere sul territorio.
Perch possa affermarsi un nuovo modello di welfare, necessario che sul piano istituzionale maturino due
diversi processi: di fusione, grazie al quale vengono smantellati privilegi categoriali e differenziazioni
territoriali, creando in tal modo uno spazio omogeneo; e di fissione, grazie al quale vengono costruiti nuovi
livelli di autorit, nuove istituzioni che attraverso forme di sussidiariet orizzontale e verticale assicurino
quella rete di servizi mancando la quale viene meno anche ogni forma di protezione sociale. La legge
quadro ha avviato finora un graduale processo di ridefinizione del welfare, senza tuttavia riuscire a superare
la frantumazione esistente tra le diverse aree di policy e quella che ancora oggi opera tra sanit e assistenza
sociale.
2. La fusione delle politiche sociali
La prospettiva di integrazione dellassistenza con la sanit, listruzione o il lavoro sono i tratti specifici della
riforma del welfare. Il rapporto con la sanit resta il campo pi importante. Il modello sanitario di tutela
della salute affermatosi in passato e incentrato sulle malattie infettive acute viene ormai messo in discussione
dagli sviluppi socioeconomici come laumento di malattie croniche legate allinvecchiamento della
popolazione, la crescita di nuove disabilit a carattere permanente o anche la contrazione dei nuclei familiari
che spesso indicano un alto numero di persone sole.
La tendenza prevalente sinora ha assegnato competenze e costi allarea sanitaria nella fase acuta e post-acuta
della malattia, trasferendo la titolarit e i costi degli interventi agli enti locali nei casi di soggetti non
autosufficienti. Nellesperienza degli enti locali, tra le cause che si oppongono allintegrazione vi sarebbero
perci: il perdurare di una cultura sanitaria professionale che si confina nella specializzazione; una
concezione organizzativa dei servizi a canna dorgano che produce fenomeni di sottoutilizzo delle
risorse; la scelta di una mission basata sullautosufficienza e organizzata intorno ad unampia offerta di
prestazioni possibili.
La tendenza generale resta piuttosto quella di subordinare lofferta di servizi sociosanitari ai caratteri e alle
logiche della rete sanitaria regionale. Intanto la rete sanitaria, a differenza di quella socioassistenziale,
ormai ben radicata nel paese e d vita ad un sistema di interessi degli utenti, professionali e finanziari, che
non sono nemmeno lontanamente comparabili a quelli promossi dalle politiche sociali.
La presenza di comuni troppo piccoli per poter sostenere lerogazione di servizi socioassistenziali spiega
inoltre una tendenza che continua ad essere confermata, soprattutto nel Sud del paese. Pur di assicurare delle
prestazioni di base ai propri cittadini, gli enti locali delegano infatti alle Asl lerogazione dei servizi,
rinunciando in tal modo di fatto ad esercitare una propria funzione di indirizzo. Lapprovazione della legge
quadro sta lentamente modificando questo orientamento.
Il ruolo delle ASL. La complessit delle relazioni interistituzionali ben riassunta nel primo Piano nazionale
per i servizi sociali, il quale prevede che lofferta di servizi sanitari allinterno del distretto debba essere
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compatibile con il Piano di zona attraverso il quale si definiscono le attivit sociosanitarie. Mentre il D.L.
502/2002 stabilisce che sulla programmazione sanitaria vada richiesto dalle Asl soltanto il parere del
Comitato dei sindaci di distretto, la legge quadro prevede invece che la programmazione delle attivit
sociosanitarie vada definita anche di intesa tra Comuni e Asl, le quali partecipano di diritto al programma
dei Piani di zona.
3. La fissione di istituzioni territoriali
Prima dellentrata in vigore della legge quadro, il sistema socioassistenziale si caratterizzava in Italia per la
forte incidenza di prestazioni puramente monetarie e per il basso peso a cui mettevano capo i servizi sociali
territoriali. Ora le Regioni provvedono a distribuire stanziamenti aggiuntivi in relazione ai propri obbiettivi
di politica sociale non pi ai singoli enti locali, bens ai comuni associati negli ambiti territoriali, che devono
comunque contribuire con risorse proprie.
Resa nota nel 2001 la prima ripartizione finanziaria del Fondo nazionale per le politiche sociali, essa ha
dovuto misurarsi con gli effetti dellapprovazione del nuovo titolo V della Costituzione (legge 3/2001), che
assegnando alle Regioni la competenza esclusiva in materia di assistenza, in buona parte rende obsolete
alcune delle prerogative previste a favore dellamministrazione centrale.
Liniziale contenzioso tra Stato e Conferenza delle Regioni sullesistenza o meno di un vincolo di
destinazione per gli importi assegnati attraverso il Fondo nazionale ormai sembra essersi risolto a favore
delle Regioni, le quali richiedono di poter scegliere come investire le somme che si rendono disponibili. Con
la legge finanziaria del 2003 viene previsto il concerto del ministero dellEconomia sia per la ripartizione
delle risorse del welfare, che per la determinazione dei livelli di assistenza. Le prestazioni socioassistenziali,
anche se considerati veri e propri diritti individuali di natura non monetaria, assicurati dalla Costituzione,
tornano ad essere subordinati a decisioni di spesa, diventando diritti cedevoli, perch finanziariamente
condizionati.
Differenze regionali nel recepimento della normativa. Vi sono regioni che promuovono linnovazione e
sono quelle regioni con realt istituzionali che avevano gi anticipato principi e modalit di gestione dei
servizi che poi la legge quadro ha fatto propri. Generalmente sono le regioni del Centro-Nord. Vi sono poi
regioni recettrici di innovazione, un esempio la Campania, che si vanno adeguando ai nuovi indirizzi
nazionali con pi o meno tempestivit. Vi sono infine le regioni passive, quasi tutte nel Sud-Italia, che non
manifestano n un progetto originario di intervento, n una volont di far proprie in tempi rapidi le riforme di
settore promosse a livello nazionale.
4. Piani di zona
Se c un organismo che pi degli altri riassume le capacit operative del nuovo welfare locale, di certo
questo il Piano di zona, inteso come lo strumento fondamentale attraverso cui i Comuni, con il concorso
di tutti i soggetti attivi nella progettazione, possono disegnare il sistema integrato di interventi e servizi
sociali con riferimento agli obbiettivi strategici, agli strumenti realizzativi e alle risorse da attivare.
Il modello organizzativo del Piano di zona pu risultare pi facilmente realizzabile laddove esistono un
Terzo settore e un sistema associativo ben radicati, mentre laddove questa dinamica non attiva, lente
locale dovr gestire i servizi secondo modalit tradizionali. Sullinsieme del territorio nazionale soltanto 11
regioni hanno elaborato Piani di zona.
Tra le finalit dei Piani di zona vi anche quella di superare la divisione legata a realt territoriali troppo
frammentate. La riproduzione burocratica di nuovi organismi dovuta ai Piani di zona di certo non aiuta
questo processo. Perch il Piano di zona possa decollare necessario che vi sia unintesa sulle responsabilit
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dei diversi soggetti, sulla ripartizione delle deleghe nella gestione dei servizi e sulle modalit di
contribuzione alla copertura dei costi previsti per lerogazione dei servizi. Laccordo si configura come una
manifestazione di volont politica e poche volte in grado di stabilire un confine, di per s gi labile, come
quello tra indirizzo e gestione. Chi ha ricostruito questi processi parla di tre possibili modelli:
1. Il primo modello assegna ai sindaci tutte le decisioni gestionali, con il Comune capofila che si
assume le funzioni operative e con un organo tecnico, lUfficio di Piano, che svolge funzioni di staff.
2. Nel secondo modello il livello politico si sdoppia e accanto allassemblea dei sindaci con funzioni di
controllo nasce un secondo organismo a cui partecipano alcuni sindaci e gli assessori competenti,
che assicurano una funzione di indirizzo nella gestione assicurata dal Comune capofila.
3. Quello pi coerente con lo spirito dei Piani di Zona per il terzo modello, che prevede un organo
tecnico rappresentato dallUfficio di Piano, a cui viene affidata delega nellaccordo di programma
per la gestione dei servizi, i quali vengono comunque assicurati dal Comune capofila.
Questa struttura si semplifica o si complica a seconda del numero e del tipo di attori che danno vita
allaccordo. Non ci sono grandi problemi se presente un solo grande Comune o comunit montana, i
problemi invece nascono quando ci sono tanti piccoli comuni che si associano per ottimizzare la gestione
delle rispettive reti di servizi, oppure quando un Comune capofila segue una logica politica piuttosto che
funzionale.
5. Il welfare locale tra costi e diritti
Nel XX secolo abbiamo avuto una lenta ma continua espansione delle finalit delle politiche sociali e gli
interventi sociali sono stati ricondotti alla necessit di assicurare il benessere della popolazione. La legge
quadro rappresenta il punto di arrivo di un processo sociale e culturale che ha sempre pi decisamente
cercato di separare lassistenza sociale dal mero stato di bisogno, cercando di garantire la qualit della vita,
pari opportunit, non discriminazione e diritti di cittadinanza.
Al Sud la rete dei servizi rimane di tipo distributivo e categoriale, al Centro del paese c una forte attenzione
ai problemi di coesione sociale, mentre le aree del Nord pi che ai diritti guardano alla possibilit di
assicurare uneffettiva libert di scelta da parte dellutente, grazie alla partnership stabilita con il mercato. Si
delinea in tal modo un processo che inevitabilmente porta a dar vita a sistemi di cittadinanza sociale tra loro
differenziati.
Esiste una debolezza istituzionale pi profonda del welfare locale. Innanzitutto lintegrazione del comparto
assistenziale con quello sanitario ancora molto lontana e un processo del genere comunque richieder in
futuro un forte investimento politico delle Regioni. Inoltre, perch si possano attivare dei nuovi attori
istituzionali organizzati intorno ai Piani di zona, le Regioni dovranno a loro volta modificare gli approcci
prescrittivi che ostacolano lorganizzazione dei servizi a livello territoriale. Centrale rester infine il ruolo
dello Stato perch lo stesso potr ostacolare o meno la tendenza oggi gi evidente ad accentuare le distanze
esistenti nel comparto dellassistenza tra i diversi sistemi territoriali locali.

15. POLITICA E REGOLAZIONE SOCIALE


1. Cos la regolazione sociale?
Parlare di regolazione sociale significa fare riferimento allinsieme dei criteri con cui avviene lallocazione
delle risorse, ai modi di funzionamento e dintegrazione, alla prevenzione e alla soluzione dei conflitti. Le
grandi questioni che riguardano la regolazione sociale sono lordine sociale, la solidariet, la cooperazione,
lo scambio.
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2. Ordine e regolazione sociale


Esistono in sociologia due grandi correnti di pensiero. La prima ha radici funzionaliste e trova compimento
in Parsons, la seconda ha come riferimento Weber e studiosi come Polanyi ed Eisenstadt. Ora esamineremo
il primo approccio esaminando concetti quali lanomia, ladattamento, lequilibrio e il controllo sociale.
Analizzando lapproccio weberiano analizzeremo il produttore di regolazione pi importante: la politica.
- Cominciamo analizzando il concetto di anomia (dal greco a-nomos: assenza di norme).
Durkheim us il concetto di anomia in due importanti ricerche: la divisione sociale del lavoro e il suicidio.
Il significato che egli attribu a questo concetto quello di mancanza di norme morale condivise. Per lui
lanomia il contrario della solidariet sociale. La prima una forma di disintegrazione, la seconda invece
una situazione dintegrazione. La cura che Durkheim intravede per il futuro delle societ complesse quella
del corporativismo. Esso consiste nello sviluppo di associazioni intermedie tra i singoli e la societ, basate
sullassociazione professionale.
Un altro autore che fa riferimento allanomia Parsons, definendola il crollo di un ordine normativo da
considerarsi come lantitesi ad una piena istituzionalizzazione. Perci essendoci vari livelli di
istituzionalizzazione avremo anche vari livelli di anomia. Nella visione struttural-funzionalista anomia
dunque sinonimo di disordine e deistituzionalizzazione.
Merton studiando la struttura sociale, definisce lanomia come una frattura nella struttura culturale, che si
manifesta particolarmente in presenza di unacuta disgiunzione tra le norme e i fini, da un lato, e le capacit
socialmente strutturate dei membri del gruppo di agire in accordo con questi, dallaltro. Il caso a cui Merton
fa riferimento lideale americano di successo; esso assai diffuso, ma pochi individui hanno caratteristiche
e mezzi per raggiungerlo, gli altri per perseguire gli stessi fini saranno indotti a violare le norme, per cui
lanomia diventa un fattore di devianza.
-

Il termine adattamento invece stato preso in prestito direttamente dalla biologia per essere poi
riproposto negli studi sullevoluzione sociale.
Spencer concepiva la progressiva differenziazione delle strutture sociali come lespressione, a livello delle
societ umane, del principio universale per cui la vita consiste nellincessante adattamento delle relazioni
interne di un organismo alle sue relazioni esterne.
Per Parsons ladattamento una delle funzioni essenziali per ogni sistema sociale. Il sociologo americano, a
differenza di Spencer, sottolinea per laspetto attivo della funzione adattiva; egli si sofferma sul dominio
dellambiente e sul rifiuto della condizione passiva.
- Non molto lontana dallidea di adattamento lidea di equilibrio sociale.
Fu proprio un economista convertitosi alla sociologia, Vilfredo Pareto, a proporre la teoria dellequilibrio
sociale. Essa riguarda la trasformazione delle lite, vale a dire come queste si producono, si riproducono e
cambiano. Per lo studioso, la societ un insieme di elementi interdipendenti tra di loro e in equilibrio, ogni
mutamento in un settore si riflette nellintero sistema. Il cambiamento ha natura circolare, infatti si parla di
circolazione delle lite; qualora vi sia unalterazione dellequilibrio esistente, vengono generate condizioni
in grado di ristabilire la circolazione.
-

In relazione al filone dellautoregolazione sociale, sono state formulate le teorie del controllo
sociale: il concetto descrive la capacit della societ di regolare se stessa e i mezzi con cui essa
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produce la conformit ai propri standard, a partire dallidea che lordine non mantenuto soltanto, n
principalmente, da sistemi legali di sanzioni formali, ma il prodotto di istituzioni, relazioni e
processi pi vasti.
Ross esplicit il rapporto tra controllo sociale ed ordine sociale dando al concetto un significato ampio:
ricadono cos sotto la definizione di controllo sociale, la morale, la religione, il diritto, i costumi,
leducazione, le rappresentazioni collettive, i valori, gli ideali, i modelli di cultura, lopinione pubblica, le
forme di suggestione e convinzione, ecc.., ovvero quasi tutti gli elementi della cultura e dellinterazione
sociale.
Landis propose negli anni cinquanta unidea di controllo sociale come prodotto di un radicato consenso
mantenuto senza sforzo consapevole, egli faceva riferimento agli attori della coesione della societ
tradizionale, per cui il problema si pone nella societ moderna quando famiglia e chiesa si indeboliscono e
crescono le forze in grado di distruggere la societ industriale.
Questi nuovi sociologi invertirono la premessa di Parsons, secondo cui il controllo sociale una risposta alla
devianza, in contrapposizione, Lemert scriveva: lidea contraria, e cio che il controllo sociale che genera
la devianza, una premessa altrettanto sostenibile e potenzialmente pi ricca.

3. Il dibattito contemporaneo sulla regolazione sociale


Le tre forme di regolazione di Polanyi. In questo modello evidenzia come avviene lallocazione delle risorse
nella vita sociale e individua i criteri e i modi che sono alla base dei processi dintegrazione tra economia e
societ; in termini pi semplici egli studia come si acquisiscono le risorse per vivere e produrre.
-

La reciprocit ha come ambito sociale le relazioni simmetriche, rivolta ad aspetti sostanziali della
vita riproduttiva come il sostentamento familiare e trova spazio sociale prevalentemente allinterno
di relazioni comunitarie.
- La redistribuzione ha bisogno di autorit e di strutture centralizzate, sono infatti le grandi istituzioni
burocratiche ad organizzare e garantire i processi redistributivi delle risorse. La politica lambito
della sfera sociale allinterno del quale possibile lesplicazione di questa forma regolativa.
- Lo scambio ha come spazio sociale il mercato, allinterno del quale questa modalit di regolazione
si riproduce. Per Polanyi solo questultimo a presentarsi come struttura e istituzione autonoma.
Infatti, la reciprocit, la redistribuzione non danno luogo a istituzioni specifiche , bens ad istituzioni
con finalit molteplici, pensiamo alla famiglia, allautorit politica.
Un altro approccio quello di Easton e riguarda lallocazione dei valori. Egli individua tre modalit:
-La prima consiste nel costume: qui esiste tra gli individui un consenso pi o meno esplicito, ma universale o
comunque condiviso, che semplicemente considera certi valori (o non valori) come caratteristica indiscussa
di certi individui.
-La seconda lo scambio: qui i valori si spostano in base allaccordo di due determinati individui, ciascuno
dei quali disposto a privarsi di alcuni dei valori che possiede per acquistarne altri che non possiede.
-La terza il comando: anche qui, come per lo scambio, assistiamo ad una modificazione della distribuzione
originaria dei valori in base al volere, ma qui viene esercitato unilateralmente tra gli individui. Un solo
individuo in grado di determinare una nuova distribuzione dei valora a svantaggio di un altro e vantaggio
proprio o di terzi.
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3.1. Eisenstadt e la regolazione come capacit politico istituzionale


Questo studioso fornisce un concetto di regolazione sociale legato alla modernizzazione: costituita da
linsieme dei processi di cambiamento su larga scala mediante i quali una determinata societ tende ad
acquisire le caratteristiche economiche, sociali e culturali considerate proprie della modernit. Eisenstadt
studiando il mutamento e analizzando a fondo alcuni casi nazionali, arriva a sintetizzare i caratteri del
cambiamento in un vero e proprio modello della modernizzazione dellOccidente. Questo mutamento che ha
interessato lOccidente riconoscibile dalla presenza di tre processi sociali:
Il primo rappresentato dalla mobilitazione sociale ovvero il processo in cui i nodi e i legami sociali,
economici, psicologici, storicamente di maggior rilievo vengono corrosi e spezzati, e la gente si dispone a
nuove forme di socializzazione e di cambiamento (fenomeni di urbanizzazione, alfabetizzazione,
industrializzazione, ecc..).
Il secondo carattere riguarda la compenetrazione di tre processi; quello di differenziazione, specializzazione
e universalizzazione: le principali caratteristiche strutturali della modernizzazione sono state identificate
nello sviluppo di un elevato grado di differenziazione, nello sviluppo di risorse libere, non legate a gruppi
attributivi fissi (parentali, territoriali, ecc..); nello sviluppo di tipi di organizzazione sociale specializzati e
diversificati; nello sviluppo di estese e non tradizionali identificazioni di gruppi nazionali e anche
sovranazionali.
Il terzo carattere la capacit politico-istituzionale delle lite di acquisire le opportunit di cambiamento e
di saperle mediare con le situazioni preesistenti. Si tratta di creare continuit fra tradizione e modernit, di
facilitare lintegrazione tra lambiente sociale e culturale, che egli chiama interno, e lambiente esterno,
quello dei rapporti economici e delle tecnologie. Regolazione sociale per Eisenstadt la capacit di collegare
la protesta e la costruzione sociale.
4. I produttori di regolazione
4.1. La politica. In alcune delle sue opere Weber parla di come la religione, nel corso dei tempi, abbia
influenzato il comportamento umano grazie ai suoi caratteri etici. Gli altri percorsi essenziali, portatori di
regolazione, sono quelli della politica e del diritto. Prendiamo in considerazione tre percorsi tratti da
Economia e societ":
- Il primo riguarda la formazione dei gruppi sociali. Una definizione di gruppo sociale : una relazione
sociale limitata o chiusa verso lesterno mediante regole e losservanza del suon ordinamento garantito
dallatteggiamento di determinati uomini, propriamente disposti a realizzarlo (un capo) ed eventualmente di
un apparato amministrativo con, a volte, anche potere di rappresentanza. Per Weber il processo di
istituzionalizzazione comincia proprio dai gruppi sociali. Il gruppo sociale diventa gruppo territoriale
quando il suo ordinamento valido su un territorio; se invece le relazioni in un gruppo sono di tipo
simmetrico, cio orientate al comando di alcuni su altri, siamo in presenza di un gruppo di potere.
- Il secondo focalizzato sulla nascita della comunit politica e la distribuzione della potenza. In questo
percorso Weber spiega come e perch nasca la politica e quali contenuti essa espliciti. Egli descrive la
formazione dellassociazione politica facendo riferimento ad un processo che si articola partendo dalla
comunit domestica giungendo al partito. Sono necessarie due condizioni: la pretesa di monopolio
della violenza e la mobilitazione di quei gruppi sociali economicamente interessati al mercato. In questo
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modo la comunit politica monopolizza limpiego legittimo della forza trasformandosi gradualmente in
unistituzione per la tutela del diritto; inoltre appare con chiarezza che la politica nasce dalla spinta dei
gruppi sociali che manifestano un bisogno di mercato, perch senza lassociazione politica il mercato non
pu nascere. Il gruppo politico, imponendo la propria volont su un territorio e sui suoi abitanti determina la
nascita delle classi, dei ceti e dei partiti.
- Il terzo cerca di evidenziare il passaggio dalla comunit politica allo Stato. Rispetto al gruppo politico, vi
sono alcuni elementi che risaltano: la pretesa diventa monopolio delluso della coercizione fisica, ma la cosa
pi importante lintroduzione della legittimit, infatti si fa riferimento alla coercizione fisica legittima.
Con la formazione dello Stato nasce il problema della legittimazione, cio della motivazione che spinge
allobbedienza. Si obbedisce in base ad una motivazione affettiva, ad una credenza religiosa, ad unadesione
soggettiva alla norma, ritenuta un valore da accettare e perseguire. In questo caso, egli indica due forme di
legittimit: la convenzione, dove lobbedienza dettata dalla paura della disapprovazione generale e il
diritto, quando lobbedienza legata alla paura della coercizione fisica imposta da un apparato preposto
lesito di questo processo non la paura del dominio o la legalit imposta, ma la legalit diventata credenza.
4.2. La comunit
Partiamo dallidea che esistono relazioni sociali fondate sullaffettivit e la tradizione, che riconosciamo
come relazioni comunitarie, rifacendoci a Weber. Come primo aspetto esaminiamo la comunit come
istituzione sociale, come luogo di produzione di valori e norme. Nelle scienze sociali per istituzioni si
intendono modelli di comportamento che in una determinata societ sono dotati di cogenza normativa.
Dove prevalgono istituzioni di tipo comunitario, il coordinamento delle attivit e lallocazione delle risorse
hanno luogo principalmente verso forme di solidariet spontanea. Questo pu avere le proprie radici in
norme, consuetudini o valori condivisi dai membri della comunit e basati sul rispetto, la fiducia e cos via;
oppure nella semplice identificazione con la comunit e quindi con le sue regole e gerarchie. In molte
comunit sia i rapporti di autorit sia quelli di scambio hanno una funzione importante di supporto dei legami
normativi.
Questi autori mettono in evidenza come la regolazione nella comunit si regga su forme di solidariet
spontanea, su norme condivise, sulla fiducia reciproca dei membri e sullintegrazione tra autorit, norme e
forme di scambio.
Oggi, in Occidente, sono cambiati sia il modo di produrre norme, sia le motivazioni che spingono
allobbedienza. Inoltre, listituzionalizzazione delle relazioni familiari e comunitarie appare ancora pi
importante in un contesto di modernizzazione dove tutto si trasforma velocemente. Prendiamo la situazione
della famiglia nelle sue varie articolazioni. Essa sta subendo un processo di trasformazione e, specie in
Occidente, presenta degli innegabili segni di crisi: perdita di stabilit, crisi della nuzialit, caduta della
natalit, ecc.. Inoltre, recenti studi, mostrano una crescita della disuguaglianza, non solo nelle classi povere
ma anche in quelle medie, solitamente preservate dai pericoli di esclusione sociale. Questa nuova centralit
della famiglia e delle relazioni comunitarie coincide per con la crisi delle relazioni comunitarie familiari.
Un altro produttore di regolazione la religione. Solitamente lesperienza religiosa ha dato luogo a relazioni
comunitarie fondate su legami tradizionali, affettivi e di comune esperienza di fede. In molti casi essa
influenza anche collettivit pi ampie e lo sviluppo dellorganizzazione sociale. Durkheim definisce la
religione come: Un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cio separate e interdette,
le quali uniscono in ununica comunit morale, chiamata chiesa, tutti quelli che vi aderiscono. Per lui la
religione un riflesso della vita umana e concorre a rinforzare i vincoli solidaristici e tutta la struttura
sociale; essa svolge una funzione di integrazione sociale. La visione di Marx mette in luce il carattere della
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religione come forma di controllo sociale. Egli pensava che le credenze e le pratiche religiose servissero per
il dominio delle classi superiori, mentre le classi subalterne fossero distratte dalla promessa di felicit eterna.
Uno studioso che pu aiutarci a comprendere il rapporto tra religione e societ oggi Berger. Egli individua
tre opzioni sui possibili rapporti tra religione e modernit:
-

La prima, definita deduttiva, consiste nella riaffermazione della tradizione religiosa in


contrapposizione ai pericoli della modernit;
- La seconda, quella riduttiva, caratterizzata dal tentativo di modernizzare la tradizione religiosa,
demitizzandola e adeguandola alla modernit;
- Lultima, linduttiva, quella che lautore ritiene pi adeguata alle esigenze della modernit, riguarda
il passaggio dalla tradizione allesperienza; ci significa assumere lesperienza umana come punto
di partenza per una riflessione religiosa. Lesperienza il luogo dove si vive il senso religioso.
4.3. Il mercato
Adam Smith pensava al mercato come ad un sistema in grado di favorire i rapporti tra individui basati
sullinteresse reciproco, in tal modo si favoriva la regolazione delle relazioni affettive. La scoperta di Smith
costituisce una svolta nella storia del pensiero umano perch sul mercato, a differenza di quanto accade in
altri contesti, la ricerca del proprio benessere personale non conduce al caos, a livelli di ingiustizia
intollerabili o al dominio di un gruppo ristretto di uomini, ma alla crescita economica che associa tutti al
bene collettivo.
Bagnasco attribuisce due significati al mercato: il primo fondato su una dimensione spaziale del mercato e
sulla sistematicit degli scambi economici. Il secondo, pi astratto, identifica il mercato in base ad uno
specifico meccanismo regolativo dei processi economici, basato sulla formazione di prezzi in contrattazioni
formalmente libere.
Il modello della libera concorrenza rappresenta la forma pi chiara di questultimo approccio. La domanda
e lofferta nascono dallincontro di comportamenti individuali, che si combinano senza che gli attori abbiano
alcuna possibilit di controllare gli esiti. Il prezzo di una merce tende a fissarsi al livello in cui la quantit
domandata e quella offerta si incontrano. Ci avviene automaticamente e senza alcuna influenza esterna al
mercato stesso.
Per Weber lagire economico il produttore di razionalit di scopo, cio orienta lagire sociale verso il
perseguimento di vantaggi e verso la valorizzazione di tutte le risorse umane e materiali. Il capitalismo un
sistema economico che riconosce a ciascuno il diritto al possesso di una propriet privata, a investirla come
capitale in imprese produttive e ricavarne dei profitti derivati dalla concorrenza con altre imprese presenti sul
mercato.
Simmel esplicita le conseguenze prodotte dalleconomia monetaria sulla vita sociale, in particolare evidenzia
come il denaro renda possibile lo scambio economico impersonale. La diffusione delleconomia di mercato,
nel capitalismo moderno, ha permesso il superamento di vecchie situazioni di ceto e di dipendenze personali;
ma allo stesso tempo ha invaso ambiti della vita sociale solitamente lontani dalle relazioni economiche,
riducendo a merce molti aspetti dellazione umana.
Polanyi mostra come leconomia di mercato diventi invasiva e tenda a rendere la societ accessoria o
dipendente dal mercato stesso. Questo esplicita lorientamento della regolazione, che perde la sua natura
sociale e tende ad assumere, in assenza di altri fattori, una natura specificatamente economica.

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4.5. I gruppi dinteresse


Una delle grandi questioni della regolazione il rapporto tra interessi pubblici e interessi privati. Nella
societ moderna hanno assunto una grande importanza le associazioni dinteresse, le organizzazioni
sindacali, la confindustria, le categorie professionali, ecc.. Questi gruppi sono nati a tutela di interessi
omogenei e al fine di promuovere ulteriori opportunit di perseguimento dei propri scopi. Nelle democrazie
industriali il peso dei gruppi dinteresse si moltiplicato con lintensificarsi della modernizzazione, inoltre
essi hanno assunto una grande rilevanza anche come soggetti della politica. Un gruppo dinteresse pu
dunque essere definito come un insieme di persone, organizzate su base volontaria, che mobilita risorse per
influenzare decisioni e conseguenti politiche pubbliche.
Non tutti i gruppi di interesse possono essere considerati gruppi di pressione, sono diverse le associazioni
che non si rivolgono alla politica e non esercitano alcuna pressione. Infatti le pressioni non sono lunico
modo per perseguire i propri scopi. Le modalit dazione dei gruppi sono molteplici, esse riguardano spazi
ampi: vi sono associazioni dinteresse che si limitano ad azioni discrete fondate sul contatto e la
comunicazione ed altre che si muovono instaurando forme di pressione molto pi decise. Gli interessi
riflettono appartenenze di genere, etniche, categoriali ma vi sono anche gruppi che perseguono interessi di
tipo etico e umanitario (volontariato).
Schattscheneider propone una distinzione ulteriore tra gruppi dinteresse pubblico e gruppi di interesse
speciale: i primi difendono linteresse comune, i secondi difendono invece interessi parziali, che
avvantaggiano alcuni gruppi a danno di altri.
Le risorse che i gruppi possono utilizzare per svolgere unazione di pressione sono molteplici:
-

Le risorse economiche e finanziarie, tipiche dei gruppi ad alto status economico come quelli
imprenditoriali, sono fondamentali.
- Le risorse numeriche, cio quelle riguardanti le grandi organizzazioni sociali composte da un alto
numero di aderenti: esse sono in grado di scambiare consenso elettorale con decisioni politiche.
- Le risorse di influenza, cio quelle legate alla condizione di status sociale degli aderenti al gruppo o
comunque alla capacit del gruppo di influenzare pi facilmente le decisioni.
- Le risorse conoscitive, ossia le competenze settoriali o specialistiche che i membri del gruppo
possiedono in forma quasi monopolistica.
- Le risorse organizzative, che riguardano la capacit di esplicitare in modo efficiente le proprie
domande politiche e lazione di coesione e di mobilitazione del gruppo.
- Le risorse simboliche, che richiamano valori e simboli comuni alla maggioranza dei cittadini,
possono essere portatori gruppi religiosi o comunque gruppi con identit diffuse fortemente
condivise.
Per cogliere come i gruppi di interesse producano regolazione sociale utile richiamare tre approcci
analitici: quello pluralista, quello corporativista e quello di policy- making.
- Le teorie pluraliste propongono uno studio realistico della politica.
Bentley osservava come fosse rilevante il peso dei gruppi dinteresse. Truman guardava allazione
pluralistica dei gruppi come ad una fonte dequilibrio: la presenza di tanti gruppi in conflitto viene vista
come benefica per la democrazia; mentre una lotta tra due soli gruppi finisce con la vittoria di uno sullaltro,
la molteplicit dei piccoli gruppi spinge verso un continuo negoziato. Key spiega come una mobilitazione
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dei gruppi sociali corrisponda ad una contromobilitazione, avverrebbe cio un riequilibrio perch ad una
pressione operata da un gruppo corrisponderebbe una contropressione sollecitata da interessi opposti.
Lapproccio pluralista attribuisce ai gruppi una grande funzione regolativa, in quanto lesistenza di molti
gruppi produrrebbe un processo di interazione e di negoziazione che finirebbe col produrre equilibrio
Il neocorporativismo si propone quindi come un modello di regolazione politica delleconomia
nel quale grandi organizzazioni di rappresentanza degli interessi partecipano insieme alle autorit
pubbliche, in forma concertata, al processo di decisione e attuazione di importanti politiche
economiche e sociali.
Il termine corporativismo fa riferimento alle corporazioni medievali e ad una rappresentanza imposta
dallalto e in modo autoritario. Nel caso del neocorporativismo il riferimento sono i sistemi politici
democratici e la rappresentanza non imposta dallalto, ma si genera da uninterazione tra istituzioni e
associazioni che nascono, comunque, dal basso a livello volontario.
-

Il modello pluralista e quello neocorporativo guardano ai gruppi in modo diverso: nel primo caso le
associazioni sono molte, piccole, in concorrenza tra loro e senza preminenze di tipo gerarchico.
Nellapproccio neocorporativo i gruppi sono grandi realt associative, hanno un carattere quasi
monopolistico ed esiste al loro interno un accentramento di natura gerarchica. Nel caso del modello pluralista
le associazioni non hanno un riconoscimento pubblico, nellaltro invece i gruppi sono a volte delegati a
svolgere funzioni pubbliche.
Lultimo approccio quello di policy-making e sposta lattenzione dalla funzione di rappresentanza
dei gruppi a quella di formulazione e implementazione delle politiche pubbliche.
Nella sua espressione essenziale, un policy network pu essere definito come un processo di produzione delle
politiche (formazione dellagenda, formulazione ed implementazione) in particolari settori che coinvolge
regolarmente una pluralit di attori formali ed informali: rappresentanti di gruppi di interesse, burocrati,
personale politico, ma anche esperti.
-

5. Crisi della regolazione sociale e globalizzazione


C una serie di fenomeni che stata sintetizzata sotto la definizione di crisi del fordismo, facendo cos
riferimento ad un particolare tipo di organizzazione economica e sociale fondato su grandi imprese,
produzione di beni standardizzati, come le automobili, i frigoriferi e le televisioni, che raggiungono le grandi
masse. Lorganizzazione del lavoro legata al lavoro salariato, la manodopera in gran parte dequalificata e
svolge un lavoro ripetitivo (catena di montaggio).
Alla crisi del modello fordista si accompagna la crisi dello Stato sociale sia come sostenitore dello sviluppo
economico che come erogatore di forme di protezione sociale. I motivi della crisi sono riferibili al fatto che
la regolazione statuale delleconomia basata sul modello dello Stato sociale keynesiano non era pi
sopportabile per un sistema economico moderno.
La crisi dello Stato sociale apre una situazione di transizione verso due scenari: il neoliberismo e il
neocorporativismo. Il primo prevede una visione auto-regolativa delleconomia e della societ, basata
sullidea di una limitazione drastica dellazione dello Stato. La funzione degli Stati quella di generare
sviluppo economico, aumentando la capacit competitiva delle proprie imprese, e di attirare capitali esterni.
Laltro scenario stato descritto prima.
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Negli ultimi anni iniziato un dibattito su una nuova forma di regolazione sociale: la governance. Questo
concetto nasce in contrapposizione a quello di government, infatti il termine richiama unazione di governo
di tipo partecipativo e non impositivo. La governance un nuovo stile di governo, distinto da quello
gerarchico, caratterizzato da un maggior grado di cooperazione e dallinterazione tra Stato e attori non
statuali allinterno di reti decisionali miste pubblico-private. Il dibattito su questo modo di regolazione ha un
denominatore comune, ovvero la difficolt dello Stato moderno a proporsi come produttore di regolazione.
La particolarit della governance rispetto alle tradizionali politiche governative la cooperazione tra soggetti
pubblici e privati e una partecipazione pi diffusa e sistematica.

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