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a che ci fa "credere" che si tratti di un "major event".

La "credenza", il fenom
eno del "credito" e dell'"accreditazione", ecco una dimensione essenziale della
valutazione, persino della datazione, ovvero dell'inflazione compulsiva della qu
ale parliamo. Distinguendo l'impressione e la credenza faccio sempre come se pr
i vilegiassi il linguaggio dell'empirismo inglese che avremmo torto di disdegnar
e in questa sede. Le questioni filosofiche rimangono dunque aperte, a meno che n
on si riaprano in maniera nuova e originale: che cos' un'impressione? Che cos' una
c redenza? Ma soprattutto: che cos' un evento degno di questo nome? E che cos' un
maj or event, cio un evento ancor pi evenemenziale che mai? E' forse un evento che t
imo ierebbe, in maniera esemplare o iperbolica, l'essenza stessa dell'evento, o
addi rittura di un evento al di l dell'essenza? Potrebbe davvero essere considera
to un major event quello che si conforma ancora a un'essenza, a una legge, a una v
erit o addirittura ad un concetto dell'evento? Un major event dovrebbe essere tanto
impr evedibile e dirompente da creare scompiglio sino all'orizzonte del concett
o o de ll'essenza a partire dal quale si crede di riconoscere un evento "come ta
le". Ra gion per cui, quando si tratta di pensare l'evento, le questioni filosofi
che resta no aperte e forse addirittura al di l dalla filosofia stessa. G.B. Inten
de evento nel senso di Heidegger? J.D. Senza dubbio, ma, molto curiosamente, lo in
tendo proprio nella misura in cu i il pensiero dell'"Ereignis", in Heidegger, no
n rivolto solamente all'"appropri azione" del proprio (eigen), ma anche a una ce
rta "espropriazione" che Heidegger nomina "Enteignis". Il decorso dell'evento, o
vvero ci che nel suo decorso "si ap re e al contempo resiste all'esperienza", con
siste, mi sembra, in una certa "ina ppropriabilit" di ci che accade. L'evento ci ch
e accade [arrive] e che, accadendo [ en arrivant], giunge [arrive] a sorprenderm
i, a sorprendere e a sospendere la co mprensione: l'evento , in primo luogo, "ci c
he" in primo luogo io non comprendo. A ncor meglio, l'evento in primo luogo "il
fatto che" io non comprenda. Esso consi ste in "ci che" io non comprendo: "ci" che
io non comprendo e in primo luogo "che" io non comprenda, il fatto che io non c
omprendo: la mia incomprensione. Ecco il limite, al contempo interno e esterno,
su cui sarei tentato di insistere qui: s ebbene l'esperienza di un evento, il mo
do con il quale ci colpisce, richieda un movimento di appropriazione (comprensio
ne, riconoscimento, identificazione, desc rizione, determinazione, interpretazio
ne a partire da un orizzonte di anticipazi one, sapere, denominazione eccetera),
sebbene questo movimento di appropriazione sia irriducibile e inevitabile, non
c' evento degno di questo nome se non l dove questa appropriazione si "estingue" s
ul bordo di una frontiera. Ma si tratta di una frontiera senza fronte [front] n c
onfronto, una frontiera contro la quale l'i ncomprensione non sbatte di faccia,
poich essa non ha la forma di un fronte solid o: piuttosto scappa, rimane evasiva
, aperta, indecisa, indeterminabile. Da qui l 'inappropriabilit, l'imprevedibilit,
la sorpresa assoluta, l'incomprensione, il ri schio di equivoco, la novit non an
ticipabile, la singolarit pura, l'assenza di ori zzonte. Se si accettasse questa
definizione minimalista, ma duplice e paradossal e, dell'evento, sarebbe possibi
le affermare che l'11 settembre sia stato un evento senza precedenti? Un evento im
prevedibile? Un evento in tutto e per tutto singo lare? Nulla mi pare meno certo
. Non era impossibile prevedere l'attacco, sul territori o americano, da parte d
i quelli che vengono chiamati dei terroristi (dovremo torna
re su questa parola il cui peso politico tanto greve quanto equivoco) contro un
edificio o un'istituzione sensibili, spettacolari, ed estremamente simbolici. Se
nza nemmeno parlare di Oklahoma City (in quel caso l'aggressore veniva dagli St
a ti Uniti, si dir, ma questo anche vero per l'11 settembre), c'era gi stato un atte
nt ato esplosivo contro le Twin Towers qualche anno fa (6); la sequenza rimane d
'at tualit poich i presunti autori di quest'atto di terrorismo sono ancora tenuti in
car cere e sotto processo. Senza parlare di tanti altri attentati dello stesso
gener e, fuori dal territorio americano, ma contro interessi americani. Senza parl
are de lla Cia e dell'F.B.I., i cui insuccessi sono stati denunciati: queste ant
enne de ll'organismo americano erano l per veder arrivare questi attentati, per e
vitare l a sorpresa. (Aggiungo "en passant", poich ho appena parlato di territorio
nazional e americano o di interessi americani, ci che l'11 settembre perlomeno ricord
a, se non addirittura rivela; e cio che, per mille ragioni, sar difficile definire
i "limiti " rigorosi di cose quali territorio nazionale e interessi americani. Dove s
i fermano a l giorno d'oggi? Chi autorizzato a rispondere a questa domanda? Sola
mente i citt adini americani? Solamente i loro alleati? Il nocciolo del problema
forse propri o qui - ed una delle ragioni per le quali sar difficile sapere se u
n evento "strict o sensu" ha avuto luogo, dove e quando). Comunque sia, accettiamo
per ipotesi di procedere lentamente, pazientemente e di parlare di un evento. Dop
o tutto, ogni volta che qualche cosa accade e anche nell a pi banale esperienza q
uotidiana, c' "una parte" d'evento e di singolare impreved ibilit: ogni istante se
gna un evento, come anche tutto ci che altro, ogni nascita e ogni morte, anche le p
i dolci e naturali. Ma per questo che si dice, la cito, che l'11 settembre stato
un major event? Bench la parola major sottolinei l'altezza e la scala, la valutazione
non pu essere puramente "quantitativa", che si tratti dell a dimensione delle To
rri, del territorio preso di mira o del numero delle vittim e. Lei sa bene che i
morti non si contano nella stessa maniera da una parte all' altra del mondo. E'
nostro dovere ricordarlo, senza che questo attenui la triste zza per le vittime
delle Twin Towers, lo spavento e la collera davanti a questo crimine. E' nostro
dovere per ricordare che il risentimento verso questi omicidi non mai puramente
naturale e spontaneo. Esso dipende da un complesso macchinario (storico, politic
o, mediatico eccetera). Che si tratti di risposta o di reazion e psicologica, po
litica, poliziesca o militare, bisogna arrendersi a un'evidenza - allo stesso te
mpo qualitativa e quantitativa: per l'Europa, per gli Stati Uni ti, per i loro m
edia, per la loro opinione pubblica, delle carneficine quantitat ivamente compar
abili o anche superiori in numero, siano esse dirette o indirette , non producon
o mai uno sconvolgimento cos intenso quando si producono fuori dall o spazio euro
peo o americano (Cambogia, Ruanda, Palestina, Iraq eccetera). Quell o che "sembr
a" nuovo e major, non nemmeno l'arma utilizzata: degli aerei che distr uggono pala
zzi pieni di civili. Non c' nessun bisogno di ritornare, ahim, a tutti i bombardam
enti della seconda guerra mondiale, a Hiroshima e Nagasaki, per trova re tanti a
ltri esempi. Il meno che si possa dire di queste aggressioni che, da u n punto d
i vista quantitativo, le loro dimensioni non sono state inferiori a que lle dell
'11 settembre. E gli Stati Uniti non sono sempre stati, diciamolo pure con un "und
erstatement", dalla parte delle vittime. Bisogna dunque cercare altre spiegazion
i, sensate e "qualitative". Innanzitutto, che si sia o meno alleati degli Stati
Uniti, che si approvi o meno ci che c' di p i cont