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Norberto Bobbio Commemora Erasmo da Rotterdam

Tratto da La Nonviolenza e in Cammino

[Riproponiamo la commemorazione di Erasmo da Rotterdam tenuta nel 1996 da


Norberto Bobbio all'Universita' di Torino; il testo di essa apparve in versione parziale
sul quotidiano "La stampa", ed in versione integrale nell'eccellente mensile torinese "Il
foglio", nel n. 231 del luglio 1996. Ringraziamo ancora Enrico Peyretti (per contatti:
e.pey@libero.it) per averci trasmesso queste parole che un grande maestro di cultura, di
diritto e di impegno civile ha dedicato al principe degli umanisti, fondatore dell'impegno
pacifista nell'eta' moderna. Norberto Bobbio e' nato a Torino nel 1909 ed e' deceduto
nel 2004, antifascista, filosofo della politica e del diritto, autore di opere fondamentali
sui temi della democrazia, dei diritti umani, della pace, e' stato uno dei piu' prestigiosi
intellettuali italiani del XX secolo. Opere di Norberto Bobbio: per la biografia (che si
intreccia con decisive vicende e cruciali dibattiti della storia italiana di questo secolo) si
vedano il volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi, Torino 1996; e
l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di testimonianze su amici
scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno politico, morale e intellettuale del
Novecento) cfr. almeno Italia civile, Maestri e compagni, Italia fedele, La mia Italia,
tutti presso l'editore Passigli, Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il
futuro della democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti presso
Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti, Einaudi, Torino 1990. Sulla
pace si veda Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna, varie
riedizioni; Il terzo assente, Sonda, Torino 1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia
1991; Elogio della mitezza, Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile
e' anche la lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo ideologico
del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del diritto, Giappichelli, Torino
1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo
militante, Bollati Boringhieri, Torino 1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le
regole del gioco, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso
Greco, Norberto Bobbio, Donzelli, Roma 2000. Per la bibliografia di e su Norberto
Bobbio uno strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero Gobetti
(www.erasmo.it/gobetti) che invitiamo caldamente a visitare]

Chi entra nel cortile di questo palazzo e percorre l'ala sinistra del porticato per accedere
allo scalone che lo porta in questa aula non puo' fare a meno di imbattersi in una grande
lapide di marmo, murata piu' di cento anni fa (1876), in cui si legge che Erasmo da
Rotterdam ebbe il titolo di dottore in teologia in questa Universita' il 4 di settembre del
1506. E non puo' non essere colto da un moto di sorpresa nel trovare accostati i due nomi
del grande Erasmo e della piccola citta' di Torino (aveva allora poche migliaia di
abitanti) con la sua sconosciutissima e tutt'altro che vetusta Universita', che, come ha
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scritto Luigi Firpo (che all'episodio della laurea erasmiana ha dedicato una dottissima
narrazione), era "poco frequentata e deserta di docenti illustri", "modesta scuola di
provincia, piuttosto corriva nel concedere titoli dottorali". Nel 1506 Erasmo aveva 37
anni. Aveva.gia' scritto una delle sue opere che lo renderanno famoso, l'Enchiridion
Militis Christiani. Il viaggio in Italia per visitarvi le principali citta', conoscere i dottori
piu' famosi, frequentare le celebri biblioteche, era una sua vecchia aspirazione, che per
diverse circostanze sfortunate era stato costretto piu' volte a rinviare. Questa volta, nel
suo soggiorno inglese, l'occasione gli era stata offerta da un genovese autorevole,
Giovan Battista Boeri, che era medico del re d'Inghilterra. Questi gli aveva affidato i
suoi due figli perche' li accompagnasse nel viaggio in Italia. La partenza da Londra
avvenne ai primi di giugno del 1506; attraverso la Francia, con una lunga tappa a Parigi,
sosta a Lione, traversata delle Alpi per il colle del Moncenisio, Erasmo arrivo' a Torino
alla fine di agosto. La discussione su vari temi teologici si svolse il 4 settembre nel
Palazzo dei Vescovo, alla presenza di un collegio giudicante di teologi dell'Universita',
che lo dichiararono "idoneo e sufficiente" a ottenere il titolo di dottore. La ragione
principale per cui Erasmo si addottoro' nell'oscura Universita' torinese, anziche' in quella
illustre di Bologna verso la quale era diretto, pare sia stata la opportunita', fattagli
presente da alcuni amici, di avere un titolo di dottore, comunque, il piu' presto possibile,
prima di presentarsi ai dottori che avrebbe voluto incontrare. Scendendo in Italia dalla
Francia, la nostra citta' fu la prima che egli trovava sul suo cammino. Scrisse piu' tardi
che aveva ricevuto il dottorato in teologia "contro voglia e sospinto dagli amici". Firpo
osserva con malizia che nelle lettere in cui parla della laurea conseguita non indica mai il
nome dell'Universita' di Torino. Si consolino pero' i torinesi qui presenti. In una lettera
di molti anni piu' tardi (2 aprile 1533, pochi anni prima della morte) scrivera': "A Torino
mi piaceva la straordinaria cortesia (humanitas) della popolazione". Il soggiorno di
Erasmo in Italia duro' tre anni. Tanto amo' l'Inghilterra, paese in cui gli piaceva vivere,
patria di Tommaso Moro, tanto poco amo' l'Italia e meno ancora gli italiani: il soggiorno
in Italia negli anni delle gesta del bellicoso Giulio II, gli suggeri' non pochi argomenti
per l'Elogio della pazzia, che pubblico' nel 1511. Detestava l'arroganza dei dotti che
consideravano barbari tutti gli altri popoli, in specie i Romani "che van sognando, nella
maniera piu' spassosa, le glorie dell'antica Roma". Non mancano peraltro anche giudizi
qua e la' lusinghieri, su Venezia, per esempio.
*
Erasmo, nonostante la sua cagionevole salute, viaggio' attraverso l'Europa, soggiornando
anche a lungo in vari paesi, ma non ne adotto' nessuno. La sua lingua e' il Latino. L'unica
sua patria - patria ideale cui aspira pur non ignorando che e' piu' divisa che mai - e'
l'Europa cristiana. Scrive: "Una volta il Reno separava il Gallo dal Germano. Ora il Reno
non separa il cristiano dal cristiano". Altrove: "I Pirenei disgiungono gli spagnoli dalla
Francia, ma non dividono le comunita' della Chiesa. Il mare divide gli inglesi dai
francesi, ma non divide l'unita' della fede". La divisione in nazioni separate e'
incompatibile con l'universalita' del cristianesimo. Scrive anche: "Ubi bene est, ibi patria
est". E ancora "Se il nome di patria serve a unire, ricordiamo che la patria comune e' il
mondo". Non e' ne' inglese ne' francese ne' tedesco, tanto meno italiano. E' europeo.
Europeo perche' cristiano. L'unica repubblica a cui ammette di appartenere, e ne trae
vanto, e' la repubblica di coloro che, in quanto uomini di studi, si riconoscono, dialogano

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e disputano fra di loro, al di sopra delle frontiere. Patriota di nessuna patria, attribuisce a
se stesso lo status di peregrinus, non quello di cittadino: "Ego mundi civis esse cupio,
communis omnium vel peregrinus".
Erasmo, principe della pace, come fu chiamato. Nel secolo in cui il problema della pace
ha due aspetti diversi. La pace religiosa e quella politica. Entrambe, del resto, sono
strettamente connesse l'una con l'altra: le discordie religiose non sono mai disgiunte dalle
lotte politiche e territoriali, anzi sono con esse continuamente intrecciate. I suoi scritti
politici appaiono l'uno a breve distanza dall'altro in poco piu' di un decennio, l'Elogio
della pazzia nel 1511, il Dulce bellum inexpertis (in volgare: "Chi loda la guerra non l'ha
mai vista in faccia") nel 1515 nella nuova edizione degli Adagia, l'Institutio principis
christiani nel 1516, dedicata al futuro Carlo V, la Querela pacis l'anno dopo.
Il 1517 e' l'anno in cui Martin Lutero affigge le 95 tesi sulle porte del duomo di
Wittenberg. Nel decennio precedente si sono successe le imprese guerresche in Italia di
Giulio II, che lo indignano. Nel 1515 il giovane re di Francia, Francesco I, invade l'Italia
e vince la battaglia di Marignano. Erasmo commenta: "C'e' forse una nazione ove non si
sia combattuto
spietatamente in terra o in mare? Quale paese non s'inzuppo' di sangue cristiano?".
Esclama: "O teologi senza lingua, o vescovi muti, che assistete senza far motto a questo
sfacelo dell'umanita'". Due sono le ragioni della discordia che genera infelicita' e
sofferenza infinite: religiose e politiche. Il nemico della pace religiosa e' il fanatismo, da
cui nasce l'intolleranza delle idee altrui, l'ostinazione con cui ognuna della parti sostiene
con accanimento la propria verita', la caparbieta' nel difenderla sino alla rottura
irrimediabile di ogni tentativo di dialogo ragionevole, fondato sullo scambio di
argomenti, il rifiuto di ogni invito alla pacata riflessione, alla mediazione fra tesi che non
sono sempre, come appare a un giudizio passionale, inconciliabili. Tema ricorrente e'
l'avversione per le sottili e futili dispute dei dotti, in particolare dei teologi che tanto piu'
accanitamente litigano fra loro quanto piu' irrilevanti sono i temi della disputa. Nella
Querela pacis, la pace, come la follia nell'elogio della medesima, parla in prima persona.
Viaggia attraverso il mondo per trovare un angolo in cui sia rispettata. Dopo averla
invano cercata fra i principi, si rifugia piena di speranza fra i dotti: "Quale pena!",
esclama. Anche qui, un altro genere di guerra, se pure non cruenta, ma non meno folle
(insana). Non cessa dallo sbeffeggiare le sottigliezze di cui costoro si compiacciono per
il gusto della disputa fine a se stessa. E pretendono di sputare sentenze sull'universo
mondo, costringendo i dissenzienti, quando ne hanno il potere, a piegarsi alle loro
stramberie.
*
Erasmo e' l'uomo della moderazione. La virtu' che egli apprezza, sopra ogni altra, nei
sovrani e nei grandi uomini, e' la mitezza (mansuetudo); cerca nelle grandi idee e nei
grandi uomini del passato piu' cio' che li unisce che quello che li divide. Come accade
alle persone che sono in continuo dissidio con se stesse e non sono mai soddisfatte di se',
sente il bisogno di essere in armonia con gli altri. Disse di se' in terza persona: "Non
scrisse mai nulla di cui fosse soddisfatto, gli dispiaceva il suo stesso aspetto, e solo le
insistenza degli amici lo costrinsero a stento a farsi ritrarre". Fu un uomo di dubbi piu'
che di certezze, come conveniva al dotto che non fu mai uomo d'azione. Alla fine del
secolo, come attesta Giovanni Botero, era diventato un modo corrente di dire per

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contrapporre Erasmo a Lutero: "Erasmus dubitat, Lutherus asseverat".
Se il nemico della pace religiosa e' il fanatismo, il nemico della pace politica e' l'ubris dei
principi, la libido dominandi di cui parla Agostino, oggi, dopo Nietzsche, diremmo la
volonta' di potenza, da cui abbiamo appreso a riconoscere quello che Gerhard Ritter ha
chiamato il "volto demoniaco del potere", considerandone capostipite Machiavelli contro
Tommaso Moro, di Erasmo amico per elettiva affinita'. Il fanatismo genera intolleranza,
la volonta' di potenza genera la guerra, che e' diventata, ma in realta' e' sempre stata, la
condizione permanente dei rapporti tra stati sovrani. Questi, violando il principio
fondamentale cui dovrebbe essere ispirata la loro condotta, il perseguimento del bene
comune e della felicita' dei loro popoli, tendono a rendere il loro dominio non migliore
ma maggiore. Tanto piu' grave la trasgressione quanto piu' sono cristiani i principi che la
commettono. Nel celebre adagio, gia' menzionato, Dulce bellum inexpertis, scrive: "La
nostra vita e' dominata dalla guerra. Non c'e' tregua. Imperversa tra le nazioni ma non
risparmia neppure i rapporti di parentela, non conosce vincoli di sangue, mette fratelli
contro fratelli, arma i figli contro il padre", e, ignominia ancora piu' grande, "il cristiano
contro il cristiano". Erasmo e' assillato, ossessionato, tormentato da due pensieri che lo
perseguitano. Il primo riguarda la futilita' o frivolita' delle ragioni per cui i sovrani sono
disposti ad avventurarsi in guerre sanguinose. Ritorna il tema della futilita', che e' follia
e, come tale, l'opposto dell'assennatezza, ma ben piu' grave per le conseguenze che ne
derivano. Questo tema anticipa anche uno dei topoi della letteratura pacifista del futuro:
la guerra come "capriccio dei principi". Il secondo pensiero si rivolge alla guerra che
imperversa nell'Europa cristiana, tra sovrani che dovrebbero avere come somma guida il
Vangelo. La guerra europea in quanto combattuta tra principi cristiani diventa, agli occhi
di Erasmo, una vera e propria guerra civile (ricordo che "guerra civile europea" e' stata
chiamata non a caso anche la nuova guerra dei trent'anni (1914-1945) che ha sconvolto il
nostro secolo).
Nella Querela pacis Erasmo mette la civile concordia che regna fra gli uomini all'interno
della propria specie in contrasto con la belluinita' degli uomini nei rapporti fra loro. Una
delle sue massime preferite: "La natura ha insegnato la concordia ma l'uomo vuole la
discordia" (ma Kant sosterra' la massima opposta: "L'uomo vuole la concordia ma la
natura vuole, per spingerlo a progredire, la discordia"). Nel suo vagabondaggio in cerca
di se stessa, la pace non solo apprende che ovunque c'e' guerra, ma che ovunque ci sono
anche i dottori che la giustificano. La teoria tradizionale. da Agostino a Tommaso, della
guerra giusta, non piace al principe della pace. Il quale - affermazione scandalosa -
ripete: "Meglio una pace ingiusta che una guerra giusta". Se pure con qualche
ambiguita', e' contrario alla crociata contro i Turchi, bandita dal nuovo pontefice Leone
X. Se volessimo respingere i Turchi con la guerra - argomenta - ci faremmo noi stessi
Turchi. Correremmo il pericolo "Ut nos degeneremus in Turcis". Conclude: anche se
possa esserci nella guerra qualcosa di giusto, sarebbe ben difficile trovarvi qualche cosa
che non sia ispirato dalla collera, dalla libidine, dalla ferocia, dall'avidita'.
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Vi sono due forme di pacifismo: quello etico-religioso e quello istituzionale o giuridico.
Il pacifismo dell'autore del Lamento e' senza ombra di dubbio il primo. Erasmo rifiuta
l'ideale dantesco della monarchia universale, che considera un ideale non di pace ma di
guerra. Il pacifismo istituzionale attraverso il diritto nascera' in Europa piu' tardi. L'unico

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strumento giuridico che egli prevedeva era quello tradizionale dell'arbitrato, ma ne
attribuiva il compito non tanto ai principi quanto ai vescovi e al papa. Il futuro della pace
non puo' essere affidato, secondo Erasmo, se non all'educazione del principe cristiano, il
cui dovere principale dovrebbe essere quello di difendere la pace interna e quella esterna
del proprio popolo. Nella Educazione del principe cristiano, che egli scrive negli stessi
anni in cui Machiavelli scrive Il Principe, che ne e' l'antitesi, cosi' tratteggia le virtu' del
principe cui e' affidato il mantenimento della pace universale: magnanimita', temperanza,
onesta'. E ne indica i vizi che dovrebbe evitare: "Se vorrai entrare in gara con altri
principi, non ritenere di averli vinti perche' hai tolto loro parte del loro dominio. Li
vincerai veramente se sarai meno corrotto di loro, meno avaro, arrogante, iracondo,
precipitoso". Negli stessi anni Machiavelli nel famoso cap. XVIII del Principe scriveva,
al contrario: "Faccia dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: i mezzi
saranno giudicati onorevoli e da ciascuno laudati".
*
Il secolo di Erasmo era allora all'inizio. Non conobbe ne' la pace religiosa ne' quella
politica. Il sogno di Erasmo non si avvero'. Noi siamo alla fine del nostro secolo e le due
piu' grandi guerre nella storia dell'umanita', le abbiamo alle spalle. Non possiamo dire di
essere "inexperti". Eppure anche noi non siamo sicuri che quel sogno si avveri. Ma non
e' necessario essere sicuri, come non era Erasmo, per continuare a perseguirlo.