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Da “Il Capitalismo e la crisi”, scritti scelti di Karl Marx,

a cura di Vladimiro Giacché, edito da Derive Approdi


(n.b. di l. f. : le pagine indicate sono quelle del libro di
Giacché)

Il Capitalismo e la crisi
KARL MARX

Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto


rapidamente la speculazione. La speculazione di regola
si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in
pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione
momentanei canali di sbocco, e proprio per questo
accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza.
La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della
speculazione e solo successivamente passa a quello della
produzione. Non la sovrapproduzione, ma la
sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo
della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi
dell’osservatore superficiale come causa della crisi. Il
successivo dissesto della produzione non appare come
conseguenza necessaria della sua stessa precedente
esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo
della speculazione.
Pag. 61

Il fatto che in periodo di crisi manchino “mezzi di


pagamento”, è cosa ovvia: La convertibilità delle
cambiali si è sostituita alla metamorfosi delle merci
stesse e tanto più proprio in questo momento, quanto più
una parte (delle imprese) lavora solo a credito. Una

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legislazione bancaria arbitraria (come quella del 1844-
1845) può aggravare questa crisi monetaria. Ma nessuna
legislazione può eliminare la crisi. Il fatto che, laddove
l’intero processo poggia sul credito, non appena il credito
venga improvvisamente a mancare e ogni pagamento
possa essere effettuato solo in contanti debba subentrare
una crisi creditizia e la mancanza di mezzi di pagamnento
–è ovvio, come lo è il fatto che la crisi nel suo complesso
debba quindi presentarsi prima facie come crisi creditizia
e monetaria., Ma in realtà non si tratta unicamente della
“convertibilità” delle cambiali in denaro. Un’enorme
massa di queste cambiali non rappresenta nulla più che
transazioni truffaldine , che ora sono scoppiate e vengono
alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni andate
male e fatte con il denaro altrui.
E’ proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro
il “diritto al lavoro”, ora pretendano dappertutto
“pubblico appoggio” dai governi, e ad Amburgo, a
Berlino, a Stoccolma, e Copenaghen e nella stessa
Inghilterra (nella forma di sospensione della legge)
Facciano insomma valere il “diritto al profitto” a spese
della comunità. Ed è altrettanto bello che i filistei di
Amburgo si siano rifiutati di dare ulteriori elemosine per
i capitalisti.
Pag. 75 -76

Non c’è stato periodo di prosperità in cui essi non


abbiano approfittato dell’occasione per dimostrare che
questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa
volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava,
si atteggiavano ad innocenti e si sfogavano contro il
mondo commerciale e industriale con banalità

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moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di
prudenza.
Pag. 65

Eccoci dunque alla domanda: quali sono state le vere


cause della crisi? La commissione afferma di aver
accertato con compiacimento che la recente crisi
commerciale del pese, come pure quella dell’America e
dell’Europa settentrionale, fu dovuta principalmente
all’eccesso di speculazioni e all’abuso del credito. Il
valore di questa conclusione sicuramente non è per nulla
sminuito dal fatto che il mondo non ha aspettato, per
arrivarci, la commissione parlamentare, e che tutto il
vantaggio che la società può trarre dalla rivelazione
dev’essere ormai assolutamente scontato. Accettata per
vera l’affermazione (e noi siamo ben lungi dal
contestarla) essa risolve forse il problema sociale, o
semplicemente cambia i termini della questione?. Perché
venga fuori un sistema di credito fittizio ci vogliono
sempre due parti in causa: chi prende e chi da in prestito.
Che la prima fra le due parti sia sempre desiderosa di
lavorare con i capitali altrui, cerchi di arricchirsi con
l’altrui rischio, sembra un tendenza così
straordinariamente ovvia che il caso contrario
costituirebbe una sfida alla nostra intelligenza. Il
problema è piuttosto di capire come mai, presso tutte le
moderne nazioni industriali, la gente sia presa , per così
dire, da smanie periodiche di dar via quel che possiede
cedendo al più trasparenti inganni e a dispetto di solenni
ammonimenti ripetuti a intervalli decennali. Quali sono le
circostanze sociali che riproducono, quasi regolarmente,
queste stagioni di generali illusione, di speculazione
selvaggia e credito fittizio? Se si riuscisse ad individuarle

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una volta per tutte, si avrebbe un’alternativa molto
semplice: o sono circostanze controllabili dalla società,
oppure sono intrinseche al’attuale sistema produttivo. Nel
primo caso la società potrebbe scongiurare le crisi; nel
secondo,finché permane il sistema, bisogna sopportarle,
come, in natura, i cambiamenti di stagione.
Ci sembra che il difetto essenziale, non solo del recente
rapporto parlamentare, ma anche del “Rapporto sulla crisi
commerciale del 1847” e di tutti gli altri simili che li
hanno preceduti, sia questo: che trattano ogni nuova crisi
come fosse un fenomeno a sé stante, che compare per la
prima volta sull’orizzonte sociale, e che dev’essere perciò
spiegato con avvenimenti, moventi e agenti del tutto
particolari, o presunti tali, propri del periodo intercorso
fra l’ultimo sconvolgimento e il precedente. Se i filosofi
della natura avessero proceduto con lo stesso metodo
puerile, in mondo sarebbe colto di sorpresa dal semplice
riapparire di una cometa,: Nel tentativo di mettere a nudo
le leggi che regolano le crisi del mercato mondiale,
bisogna spiegare non solo il loro carattere periodico, ma
anche le date esatte della loro periodicità. Inoltre, i tratti
distintivi propri di ciascuna nuova crisi commerciale non
devono mettere in ombra gli aspetti a tutte comuni.
Trascenderemmo i limiti e gli scopi del nostro attuale
proposito se trattassimo sia pure le linee sommarie d’una
ricerca siffatta. Una cosa è però fuori discussione: che la
commissione parlamentare, ben lungi dal risolvere la
questione, non l’ha neppure posta nei suoi giusti termini.
I fatti su cui la commissione si dilunga, nell’intento di
illustrare il sistema di credito fittizio, mancano,
naturalmente, di ogni interesse di novità. Il sistema stesso
fu fatto funzionare in Inghilterra con un meccanismo
molto semplice. Il credito fittizio veniva creato per mezzo

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di cambiali di comodo. Queste venivano scontate
principalmente da banche ordinarie della provincia, che
le scontavano poi a loro volta presso agenti londinesi.
Gli agenti londinesi, che badavano alla girata della banca
e non ai titoli in se stessi, a loro volta non fidavano sulle
loro riserve ma sulle facilitazioni offerte loro dalla Banca
d’Inghilterra. I principi ispiratori degli agenti londinesi si
possono desumere dal seguente aneddoto, raccontato alla
commissione da Dixon, ex direttore generale della
Borough Bank di Liverpool.
Pag. 66 -67

Però proprio il ripetuto insorgere di crisi ad intervalli


regolari nonostante tutti i moniti del passato smentisce
l’idea che le loro ragioni ultime debbano essere ricercate
nella mancanza di scrupoli di singoli individui.
Se la speculazione si presenta verso la fine di un
determinato ciclo commerciale come immediato
precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che
la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti
del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un
fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del
processo. Gli economisti che pretendono di spiegare le
spiegare le periodiche contrazioni di industria e
commercio con la speculazione assomigliano a quella
scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che
considerava la febbre come la vera causa di tutte le
malattie.
Pag. 70