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LA PROFEZIA DI MONTE D’ACCODDI – 1

di Giorgio Lecchi

Negli scorsi articoli, abbiamo parlato di Gobekli tepe, dei successivi insediamenti neolitici e di alcune
ritualità e simbologie arrivate, probabilmente, tramite antiche migrazioni di popoli mediorientali che
intervennero nella formazione dei primi importanti insediamenti, in Italia e in Sardegna.
Abbiamo indicato il sito di Gobekli come il segnacolo da cui è partita quella che può’ essere definita la
prima civiltà organizzata, che costruisce templi impensabili per l’epoca, spinti da ardore religioso e non
dalla stanzialità agricola, punto di partenza di quella rivoluzione che getterà le basi per le future grandi
civiltà orientali e mediterranee. Sono i nostri Antenati.

Siamo partiti dai giganteschi monoliti alti oltre i 5 metri e pesanti anche 20 tonnellate che sono
straordinariamente, lavorati, senza l’ausilio di metalli e che dovrebbero rappresentare, secondo Klaus
Schmidt, lo scopritore del sito, degli esseri soprannaturali, forse i primi dei della storia umana, esseri
antropomorfi ma senza volto, con il capo a forma di T, disposti all’interno di strutture a forma di cerchio
ovalizzato, rigorosamente costruite con pietre a secco (una sorta di muro a telaio che migliaia di anni dopo
troveremo a Tarquinia , in Sardegna anche cementati con fango e nelle Talaiot iberiche, con similitudini
incredibili ).
Uno dei cerchi è composto da 12 di questi monoliti con, scolpiti, diversi animali a rappresentare una sorta
di zodiaco ante litteram che traguarda probabili costellazioni.

Simboli presenti che ritroveremo nei millenni a venire sono il toro, il leone, l’avvoltoio, il serpente, l’uomo
con il fallo eretto (il primo “Hermes itifallico” della storia, ritenuto psicopompo cioè accompagnatore di
anime proprio come gli avvoltoi del rito scarnificatorio e i loro rappresentanti sciamani), addirittura anche
privo di testa “accudita”,si fa per dire, da un avvoltoio a testimoniare i primi riti scarnificatori e culti dei
teschi presenti poi nei siti neolitici lontani, ma anche in quelli che riguardano noi da molto più’ vicino

Questo mi serve per introdurre un tema che è quello dei luoghi sacri su come e per cosa vengono scelti,
luoghi che nell’antichità non vengono selezionati a caso, ma tramite delle tecniche molto avanzate,
organizzative, astronomiche, ingegneristiche e bio-architetturali, oltre che attraverso pratiche speciali,
come la geomanzia, l’extispicina, e tutte quelle arti divinatorie che servivano a trovare il posto adatto.

Veri e propri “saperi antichi” che permettevano agli uomini di allora di “cosmizzare” il territorio su cui
andavano a costruire, cioè renderlo sacro e specchio del cielo, adatto a officiare I propri riti.

Il sito ritualizzato doveva essere la porta che metteva in comunicazione il cielo, presenziato dalle divinità’,
in genere, sotto forma di stelle, con la terra e le forze telluriche.

Un reciproco interscambio di forze benigne e maligne, che l’uomo, posto nel mezzo, doveva affrontare
attirando le prime e allontanando le seconde, oltre ad avere una porta per comunicare con l’aldilà.

Per questo, si affidava agli sciamani, ai sacerdoti, non solo per rituali di morte, come la scarnificazione, ma
per convogliare, forze particolari, come, recentemente, dimostrato dal Prof. Debertolis e la sua equipe
internazionale.
A Gobekli, all’interno di una delle strutture sono state misurate, tramite apparecchiature e software
dedicati, suoni e vibrazioni con frequenze molto basse, di solito intorno ai 14HZ, addirittura è presente un
monolite a forma di T cavo, non si capisce come abbiano potuto scavarlo internamente, essendo sottile
circa 60 cm, che colpito, provoca appunto basse vibrazioni.

E’ stato, scientificamente, dimostrato che questi suoni hanno azione sul cervello dell’uomo creando, a
seconda delle frequenze, stati meditativi, allucinatori, curativi ecc.

Questi suoni sono stati rilevati in molti siti neolitici, come nel’ ipogeo Maltese di Tarxien (costruito in modo
che la voce o un suono, prodotto in un determinato punto, potesse arrivare in zone anche distanti della
struttura) o in siti più recenti, come ad Alatri e il monte Amiata.

Si sta attendendo, forse a breve, l’arrivo di questa equipe internazionale anche in Sardegna.

Questa premessa mi permette di cercare di chiarire un concetto che, da molti, non viene recepito,
specialmente di questi tempi, in vari blog, si assiste a lotte fatte di insulti, su chi si schiera con l’archeologia
ufficiale e chi contro, sulla questione da chi e per che cosa sono stati costruiti molti dei nostri monumenti
antichi. Una cosa è certa, cercare di spiegare queste costruzioni con i canoni attuali, non penso sia un buon
inizio per trovare una risposta.

Abbiamo visto già dal 10.000 A.C. che la molla per costruire un sito di tale importanza fu, con ogni
probabilità, la religione, che fosse stellare, sciamanica, culto degli antenati o tutte queste cose insieme non
lo sappiamo con certezza, anche se in gli indizi sono numerosi, c’è ancora tanto da fare, ma il solo fatto che
di queste cose ci sono tracce nelle successive civiltà, anche con salti spazio temporali notevoli, deve farci
riflettere e indurre ad indagare anche altri aspetti, molte volte, tenuti in secondo piano.

Per esempio tramite queste nuove discipline, come l’archeoacustica, si è visto che il luogo da sacralizzare
doveva avere determinate caratteristiche che gli antichi ben sapevano e riconoscevano, mi vengono in
mente i rabdomanti sardi (o sacerdotesse della dea madre, come nel caso di un vaso di Sardara dove è
rappresentata un’ipotetica dea col classico bastone a forcella) e sacerdoti Etruschi che, con il lituo,
cercavano il luogo sacro e la fonte dove sarebbe sorta la futura città ( ricordiamoci che erano tenuti in
massima considerazione dai Romani e venivano consultati regolarmente per fondazioni importanti).

Saperi persi perché le scienze che li studiano sono ritenute dall’ accademia pseudo scienze e quindi, anche
per questo motivo, non si viene a capo delle funzioni reali di molte strutture. Ricordo che la stessa
Archeoastronomia era ritenuta pseudoscienza dall’archeologia ufficiale, poi però abbiamo visto i successivi
sviluppi.
Mario Aresu che da molti anni segue questi argomenti in Sardegna è convinto che luoghi come le tombe dei
giganti e gli stessi nuraghi siano stati costruiti seguendo queste confluenze di forze magnetiche sotterranee,
dovute alla vicinanza di falde acquifere, forze telluriche o radioattive, unite a quelle che provengono dalle
stelle, perché’, sappiamo che pianeti, costellazioni, influiscono più’ o meno positivamente su particolari
luoghi del globo. Sappiamo che molte malattie, anche ai giorni nostri, vengono curate con le radiazioni.

Queste “forze” potrebbero indurre determinati effetti estatici negli sciamani neolitici o nelle sacerdotesse
nuragiche che praticavano rituali di vario genere oppure facilitare il sonno terapeutico cioè la cosiddetta
incubazione.

Voglio ora entrare nel dettaglio di due rituali e siti lontani geograficamente, ma come avete potuto
constatare dai precedenti articoli, trovo interessante fare questi voli pindarici, apparentemente scollegati,
ma che potrebbero avere delle attinenze.

Quando ho scritto l’articolo non sapevo ancora della scomparsa di Ercole Contu, per cui spero di fare cosa
gradita parlando della sua più’ grande scoperta, l’Altare Prenuragico di monte D’Accoddi. Non racconterò’
di come avvenne la scoperta, cosa che, spero, faranno in molti in questi giorni, ma vorrei mettere in risalto
le particolarità e le analogie riscontrate in questo sito in relazione a un altro, coevo e molto distante, di cui
parlerò’ più’ tardi.

Siamo in provincia di Sassari, inizialmente, era simile a un tell che si può’ trovare nelle pianure
mesopotamiche, si presenta così: un luogo sopraelevato che domina incontrastato i luoghi circostanti. Una
collina artificiale, fatta, interamente, dall’uomo, il sito risale al neolitico recente, infatti è costellato di
Domus de Janas, di betili, di menhir che io preferisco chiamare perdas fittas.

Quando venni a conoscenza della struttura, parecchi anni fa, una costruzione tronco -piramidale preceduta
da una lunga rampa (all’incirca di 41 metri, larga 7 metri nella parte iniziale e 13 mt nel lato sud), mi fece
sobbalzare con la stessa reazione di uno che vede una ziqqurat a Milano, fuori contesto, la forma infatti
porta, naturalmente, a pensare a questo, lo stesso Contu, disse che il paragone più’ stretto fosse legato alla
ziqqurat di Anu di Uruk, pressoché’ contemporanee, entrambe datate intorno al 3000 A.C. Solo che quella
di D’Accoddi conteneva un’altra struttura simile più’ piccola ( scoperta dal Prof. Santo Tinè) che era stata
inglobata intorno al 2.700 A.C.
Questo altare più antico includeva in cima un tempietto( tempio rosso) che doveva avere le pareti e il
pavimento dipinti di ocra rossa, luogo utilizzato per cerimonie e culti propiziatori di fertilità, come l’inizio
dell’anno, agrario, altre ipotesi inerenti l’altare parlano di similitudini con ziqqurat mesopotamiche più
complesse ma più recenti, come quella di Ur con un tempio posto sulle sommità, luogo dove avvenivano le
nozze tra il dio e la sacerdotessa preposta, l’É-temen-an-ki, cioè’ “casa del fondamento del cielo e della
terra”, oppure le bibliche Torre di Babele e l’altare che Javeh impose di costruire a Mosè dando precise
istruzioni(utilizzando pietre rozze o terra con una rampa senza gradini per l’accesso), fino ad arrivare a
paragoni con piramidi e mastabe egizie, tutte ottime ipotesi che a me, però, convincono poco, perlomeno
come raffronto architettonico.

Il carattere simbolico della piramide a gradoni è stato chiarito da Mircea Eliade :« Il termine sumerico per
indicare Ziqqurat è U-Nir (monte), che Jastrow interpreta come ‘visibile a grande distanza’. La ziqqurat era,
propriamente, un ‘monte cosmico’, cioè un’immagine simbolica del Cosmo; i suoi sette piani
rappresentavano i sette cieli planetari (come a Borsippa) o avevano i colori del mondo (come a Ur). »
Altri ancora parlano di luogo di osservazione astronomica, orientato verso particolari costellazioni, come
hanno ipotizzato alcuni studiosi tra cui Giulio Magli che ritiene ci sia una connessione con i punti di arresto
di Sole, Luna e Venere. Il tempio sarebbe stato concepito astronomicamente esattamente come le piramidi
egizie, quelle Maya e il circolo megalitico di Stonehenge.

Muroni invece, definisce la simmetria del manufatto come riproducente la costellazione della croce del Sud
e infine Gaspani lo vede allineato con la costellazione di Orione.

Tutte belle ipotesi, ma che rimangono tali, anche in virtù’ del fatto che il sito era stato manomesso in parte
negli anni 80.

Per rimanere in tema di archeoastronomia, uno dei più’ grandi studiosi di questa disciplina, De Santillana
ritiene che molti monumenti (penso che MdA possa far parte del gruppo) racchiudano l’idea che gli antichi
hanno del cosmo e lo suddivide così: tre regni, il tropico del capricorno-polo sud, gli inferi, in cui ci si deve
recare per recuperare le misure della nuova era

– regno dell’eclittica, la zona abitata dalle figure planetarie e dallo zodiaco, suddivisa in quattro parti a
causa dei due solstizi e due equinozi, tropico del cancro-polo nord, la casa degli dei-pianeti.

“I tre regni sono uniti quando la galassia diventa un coluro equinoziale visibile delineando così l’età
dell’oro..(era dei gemelli) sono infatti la parte di cielo compresa tra il tropico del capricorno e il polo sud,
l’eclittica o terra di mezzo, infine abbiamo la parte compresa tra il tropico del cancro e il polo nord.
Ritenevano Canopo la stella fissa del cielo dalla quale la divinità-pianeta del periodo, per esempio Saturno,
Gilgamesh, Orione, devono andare per recuperare le misure alla fine di ogni era e ristabilire l’ordine, cioè’
la nuova era.
Molti miti fanno pensare che gli antichi ritenessero il polo sud come un luogo che non risentisse della
precessione degli equinozi (immaginavano un cono dove il vertice era il polo sud, mentre era il polo nord a
ruotare intorno al “malo occhio”(anche da da questa ipotesi possiamo capire che i riti legati a quella che noi
riteniamo mera superstizione, non fossero proprio così), ossia il polo dell’eclittica, invero non segnato da
alcuna stella)e in particolare, come accennato prima, individuavano in canopo la stella fissa del cielo, dalla
quale il pianeta/divinità’, recandosi presso essa, deve recuperare le misure alla fine di ogni era per
ristabilire la nuova…”

In ogni caso l’archeologia ufficiale pensa che il monumento sia un altare prenuragico e che il sito sia stato
frequentato dal neolitico medio, che la prima struttura sia stata fatta alla fine della cultura di Ozieri o
all’inizio della cultura di Filigosa, passando per Abealzu, monte Claro fino al Campaniforme e Bonnanaro, in
cui il sito decade.

Quindi luogo speciale proprio perchè è luogo sacro da millenni, le popolazioni che ci sono passate lo hanno
ritenuto tale, una sorta di luogo unico, un opera simile non è presente, al momento, in tutta Europa e
mediterraneo occidentale. Cosa che diversifica questo monumento da tutti gli altri, è proprio il fatto di
essere, appunto, un unicum. Per cui il mistero si infittisce e l’accademia non si sbilancia più di tanto.

Ma perchè gli antichi abitanti prenuragici costruirono un luogo simile? Il mio compito sarà’ quello di tentare
di dare qualche piccolo suggerimento, anche perché’ a me non piace ritenere i monumenti e gli oggetti
ritrovati in essi come dei fossili, che bisogna limitarsi a guardare, considerandoli oggetti morti, inutili, adatti
solo a musei o a turisti curiosi. Compito degli studiosi dovrebbe essere quello di rivitalizzare queste opere
cercare di percepire il sentimento che mosse a erigere monumenti del genere, ricreare un legame con la
gente del posto o anche del visitatore, in modo che si possa, minimamente, capire cosa provarono e
percepirono, gli abitanti di allora.

Vedremo, successivamente, quale di questi suggerimenti che ora esporrò’, saranno i più’ calzanti.

Io penso, come ho già detto, precedentemente, per altri luoghi, che qui si respiri, un’aria particolare,
potrebbe essere, così come per Gobekli (che, tra le altre cose, significa monte dell’ombelico, cosa che,
avvalora ancora di più’ le nostre ipotesi), una sorta di Santuario(tesi sostenuta anche da Contu), in cui
affluivano varie genti da diverse zone dell’intera Sardegna, oppure si vuole rappresentare la montagna
sacra, sede della divinità’, trampolino di lancio verso le stelle dove l’uomo potrà comunicare con il divino o
arrivare alla casa della sua prossima vita.

Attraverso un percorso che potrebbe partire dalla cima della “piramide” e arrivare alle Domus de Janas,
tombe, strutture ipogeiche dove avvenivano anche dei riti, interamente scavate nel profondo della roccia o
anche a particolari strutture come il lastrone trapezoidale, contemporaneo della seconda struttura
piramidale appoggiato su tre pietre irregolari, con le coppelle incise sul bordo, sotto il quale vi è una specie
di buca, un inghiottitoio naturale. Questo potrebbe fungere da passaggio verso il mondo sotterraneo, la
madre terra, simile alle fessure di Delfi o Cuma, da cui fuoriuscivano vapori particolari utilizzati dalle
sacerdotesse o, comunque, una porta che mette in comunicazione i vivi con i morti, una specie di ”munth”
etrusco o “mundus” romano

LA PROFEZIA DI MONTE D’ACCODDI – 2

di Giorgio Lecchi

seconda parte

Questa enorme pietra, posta orizzontalmente al terreno, avrebbe dovuto servire come altare per sacrifici,
sappiamo inoltre che sono state trovate (dato tra i più’ importanti per questa ricerca) grandi quantità di
ossa di maiali e di altri animali tra cui anche cani.

Questo dato, come la maggior parte dei sacrifici di animali in Sardegna, era solo ipotizzato. Ora è stato
avvalorato da una recente ricerca dell’università’ di Cagliari presso il complesso Nuragico di Barumini.

Gli studiosi hanno dimostrato (al momento il dato è ufficioso, ma, praticamente, quasi scontato) che questi
sacrifici erano reali, anche se di un periodo diverso dal nostro.

Questa sensazionale scoperta dell’età’ del bronzo viene così riportata da uno degli scopritori:” Mentre
cercavano i resti di un’antichissima cinta muraria, Cicilloni e la sua squadra si sono imbattuti in due pozzetti
integri: «All’inizio pensavamo che fossero semplici fondazioni – spiega il direttore scientifico dello scavo –,
anche perché l’area era già stata indagata negli anni ’50, anche se con metodologie non all’avanguardia e
forse in un momento in cui la reggia stava prendendo forma». Invece, sotto la capanna 197 non era ancora
arrivato nessuno: «Evidentemente questa parte della capanna era rimasta integra.

Quindi abbiamo scavato i pozzetti», aggiunge Cicilloni. Apparentemente le due cavità non avevano nulla in
comune: una era praticamente ostruita dal pietrame, l’altra custodiva alcuni vasi di ceramica. Entrambi,
però, avevano preservato i resti di due o più animali: «Maialetti appena nati, da due settimane al massimo.
Ma anche gusci di mitili, cozze per la precisione – conferma Riccardo Cicilloni –. Attraverso le consulenze
con alcuni zoo archeologi siamo riusciti a capire che quelli che stavamo scavando non erano semplici resti di
un pasto ma le prime prove di un sacrificio animale a una divinità di cui, purtroppo, sappiamo poco». I
maialetti, oltre a essere troppo giovani per essere utilizzati da un punto di vista alimentare, non erano stati
cucinati. Anche nei pressi del nuraghe Santu Antine era stato effettuato un ritrovamento simile ma nel caso
di Barumini, oltre agli scheletri degli animali, c’era qualcosa in più, un elemento utile ad arrivare alla
datazione del ritrovamento. Il carbonio 14. La sorpresa meno eccitante potrebbe diventare fondamentale
per la datazione.”
Continuiamo la disamina del sito, c’è, ai piedi della struttura piramidale un’altra fossa fatta di pietre,
ritenuta un magazzino per le provviste, andrebbe adeguatamente scavata e ispezionata perché potrebbe
essere un’altra struttura che ha a che fare con rituali del mondo sotterraneo.

Tutto quello fin qui detto è corretto o almeno quasi tutto, ora però, vorrei aggiungere qualche cosa che
forse è sfuggita e vorrei fare un parallelo, probabilmente ardito, ma che in alcuni casi può essere calzante e
aiutare a capire la reale funzione del monumento.

Il sito presenta una quantità di pietre enorme come tipologia, granito, calcare, arenaria, trachite,
ignimbrite, che per trovarla bisogna spostarsi di vari km, con cui fecero lastre/bacili cosparsi di ocra rossa,
dove sarebbero dovuti avvenire sacrifici, pietre omphalos (spostati dalla posizione originale), cioè grosse
pietre ovali con coppelle disseminate sulla base della superficie, che indicano, solitamente, il centro del
mondo(imago mundi), un luogo inviolabile (infatti si ritiene simbolo dei cosiddetti “centri oracolari” posti
per l’appunto in luoghi particolarmente sacri come Delo, Delfi, Metsamor, luoghi in cui forze telluriche-
magnetiche erano più’ forti che in altri luoghi) simbolo dell’incontro tra Il mondo celeste, il mondo terreno
e quello sotterraneo, anche icona di un popolo che abbiamo già incontrato più volte e che troveremo nei
miti , a torto ritenuti greci, analizzati più tardi: il pelasgico.

Quindi grande attenzione per la pietra, che era ritenuta viva, permeata di divino, rappresentazione della
madre terra, come le perdas fittas che abbiamo all’inizio della rampa o come le grandi pietre poliedriche di
calcare, leggermente sbozzate, che contengono e reggono, grazie anche all’inclinazione, il terreno ( terra e
materiale di riempimento).

Questa costituisce la struttura non visibile, la scalinata monumentale fatta di pietre posta sulla destra di chi
si accinge a salire, affiancata da una specie di muro eseguito sempre con pietre poliedriche, che dà un
senso di distacco col mondo divino, allo stesso tempo permette di raggiungerlo tramite la scala ed arrivare
in cima.
Qui il pavimento è costituito sempre da chiare pietre poliedriche a formare una specie di piazza, che,
all’epoca, colpita dai raggi del sole doveva fare un certo effetto ospitando il tempio, casa del dio dove
avvenivano I rituali e le nozze sacre.

Per terminare ci sono parecchi reperti interessanti che sono stati recuperati durante gli scavi: frammenti
d’idoletti femminili, che si definisce di tipo ‘cicladico’ (culto della dea madre di cui abbiamo testimonianza
insieme con quello del toro in modo quasi ossessivo nelle domus), ceramiche, due stele (una in calcare
riporta un disegno a losanga e spirali, l’altra una dea madre stilizzata).

Sempre nel sito molto interessante è la capanna detta ‘dello Stregone’.

All’interno trovavano posto cinque ambienti di forma diversa, probabilmente, fu abbandonata in tutta
fretta forse a causa di un incendio: sul focolare si trovava ancora un treppiedi.

Poi c’era una brocca capovolta che conteneva una punta di corno bovino e alcune conchiglie marine
bivalve, c’era un centinaio di vasi, un idoletto femminile, un peso da telaio decorato con dischi pendenti,
numerose macine di pietra e altro materiale fittile, tutta roba che caratterizzava siti neolitici e del bronzo
anche sull’altra sponda del mediterraneo. Ora siamo in grado di affermare che le attinenze con le ziqqurat
mesopotamiche sono diminuite, almeno per quanto riguarda i materiali di costruzione.

Passiamo al luogo che vorrei, per certi aspetti, paragonare a Monte D’Accoddi, siamo nella terra degli
Hurriti (Siria nord orientale), a Urkes, nel terzo millennio A.C. Una civiltà che si può quasi definire parallela o
di poco successiva alla ben più’ nota sumera. Una civiltà’, come quella sarda, poco valorizzata, ma a cui
dovremmo essere debitori, perchè fa da “trade union” culturale tra il mondo orientale e occidentale.
Gli Hurriti vivono fianco a fianco con i sumeri, ne assorbono la cultura ma ne sviluppano una loro, tanto è
vero che Urkesh, capitale culturale Hurrita è una città risultato di un’urbanizzazione definita “secondaria”
che ha caratteristiche diverse rispetto a quella sumera e non ha molto da invidiare a città più’ famose come
Uruk, Eridu e Ur.

Un grado di civiltà elevatissimo, in cui il ruolo della donna era molto importante, un popolo che ebbe a che
fare oltre che con i sumeri, anche con gli accadi, influenzarono fortemente gli ittiti, e, secondo una mia
personale opinione, potrebbe essere una parte dei discendenti neolitici Siro Anatolici, che migrarono in
quel periodo verso occidente ma anche verso oriente e che condizionarono, culturalmente, più o meno
indirettamente, i popoli che giungeranno, in diverse fasi, nel mediterraneo occidentale.

Il luogo di cui voglio parlare si trova all’interno di una città (inserito in un ambiente artificiale diverso da
quello di monte D’Accoddi), i cui inizi partono dal 4000 A.C. circa ma che, per alcune strutture, si sviluppa e
ha il suo massimo splendore nel terzo millennio A.C. fino a scomparire nel 1300 A.C.

Una zona scelta, quasi sicuramente, per delle particolari caratteristiche simboliche, quelle astronomiche e
magneto-acustiche, se ci sono, purtroppo, non le conosciamo ancora. (Spero che qualcuno inviti il Professor
Debertolis a compiere misurazioni nel sito).

Si tratta di un complesso templare costituito da una terrazza, collegata a una scalinata monumentale, posta
sulla destra per chi sale (come a MdA), fatta di pietre poliedriche, ben levigate, utilizzate più grezze, anche
per i muri di contenimento che cingono il materiale di riporto di cui è fatta la collinetta artificiale che la
ospita. La scala arriva a una struttura sotterranea che si chiama in hurrita “abi”: qui è stato svelato un
particolare rito necromantico.

Nella letteratura greca è chiamato Nekyia (in greco antico νέκυια), è un rito attraverso il quale spettri o
anime di defunti erano richiamati sulla terra e interrogati sul futuro.

Gli esempi più famosi sono quelli che arrivano dalla bibbia come il racconto della strega di Endor o dalla
letteratura greca e romana con Odisseo-Ulisse (Odissea XI) ed Enea (Eneide VI).

Nel primo racconto la Strega signora dell’Ob (parola ebraica che indica l’Abi Hurrita), una donna nota per il
possesso di un talismano in grado di evocare gli spiriti dei defunti, è interrogata da Saul per avere notizie
del profeta Samuele appena deceduto, che varca il “cerchio magico”, per avvicinare e parlare con Saul
tramite la mediazione della signora.
Negli altri due casi la nekyia è usata sia come rito sia come viaggio, catabasi, nel mondo infero, formule per
parlare con i defunti.

Odisseo alla corte dei Feaci (alcuni ritengono che siano Sardi) racconta che la maga Circe regina di Ea,
concesso il permesso di far ritorno nell’amata Itaca, deve prima però andare nell’Ade e parlare con
l’indovino Tiresia.

Partito per questo viaggio infernale arriva nell’Oceano che circonda, come un fiume, le terre allora
conosciute, qui è collocato l’Ade, dove per parlare con Tiresia ed avere un responso sul futuro e la via del
ritorno deve compiere dei rituali: “Scavai la fossa cubitale, e miele/ Con vino, indi vin puro, e lucid’onda /
Versaivi, a onor de’ trapassati, intorno, / E di bianche farine il tutto aspersi./ Poi degli estinti le debili teste/
Pregai, promisi lor, che nel mio tetto, / Entrato con la nave in porto appena, / Vacca infeconda,
dell’armento fiore, / Lor sagrificherei, di doni il rogo / Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte, /
Immolerei nerissimo arïete, / Che della greggia mia pasca il più bello. / Fatte ai Mani le preci, ambo afferrai/
Le vittime, e sgozzaile in su la fossa, / Che tutto riceveane il sangue oscuro”.
Lo stesso viaggio deve affrontare Enea, ma per accedere nell’Ade deve raggiungere il tempio di Apollo a
Cuma dove si trova la sibilla Deifoe, figlia di Glauco, figlio di Poseidone (divenuto dio mezzo uomo e mezzo
pesce grazie ad un’erba magica) o di Minosse, insieme a lei che gli predice guerre e calamità, affronta il
viaggio negli inferi, tramite un ramo d’oro, chiave/lasciapassare per accedervi, lo psicopompo Caronte, alla
vista del ramo fa entrare I viaggiatori nell’oltretomba dove incontreranno le ombre dei morti tra cui il padre
Anchise:” Ma se ti piace affrontare questa folle fatica, ascolta ciò che prima deve essere fatto. Un aureo
ramo, con foglie e gambo pieghevole, consacrato a Giunone infernale, è nascosto sotto un albero ombroso:
lo copre tutto il bosco e le ombre lo chiudono in oscure convalli.

E non si può entrare nei luoghi segreti della terra prima di aver staccato dall’albero il virgulto dalle fronde
d’oro.

Proprio questo dono la bella Proserpina ordinò che le fosse portato; strappato il primo, ne nasce un altro
pure d’oro e il virgulto mette frondi d’uguale metallo.

Dunque, cerca profondamente cogli occhi e, trovato il virgulto d’oro, strappalo con la mano secondo il rito;
ed infatti ti seguirà facilmente e di buon grado se i Fati ti chiamano; altrimenti con nessuna forza potrai
vincerlo né strapparlo con duro ferro (…).

Conduci nere pecore, e siano queste le prime offerte, così vedrai alfine i boschi dello Stige e i regni
inaccessibili ai vivi. Disse, e, chiusa la bocca, tacque”.
Oltre Ulisse ed Enea, che io definirei eroi Pelasgi, abbiamo altre figure molto interessanti che ci riguardano
da vicino, sono la maga Circe, la dea Ecate, Cerere (equivalenti alle divinità mesopotamiche che vedremo in
seguito).

Circe, invece, è umana ma considerata sacerdotessa, maga ammaliatrice, simbolo del cerchio della vita,
(kirkos in Greco significa Falco, uccello sacro che compie voli disegnando un cerchio, ma anche il volo
circolare dell’avvoltoio attorno alle prede morte) dello zodiaco che regge i destini dell’uomo, addirittura
Esiodo (VIII sec. A.C.), parlando degli Etruschi, scriveva: “… i famosi Tirreni (che vivevano)… lontano, nel
grembo della sacra isola.” Sarà il promontorio del Circeo che non è un’isola o potrebbe riferirsi a
qualcos’altro?

I Tirreni, sempre secondo Esiodo erano una razza nata dall’unione tra Circe e Ulisse.

Giovanni Feo sostiene che Il simbolismo che sta dietro La trasformazione in maiali (eccoli di nuovo) dei
compagni di Ulisse ha più di un significato:” le pratiche officiate dalla maga erano rivolte alla madre terra,
Ecate, dea e regina dell’oltretomba che in alcuni miti è presentata come madre di Circe; il maiale era lo
specifico animale a lei consacrato. Esistevano anche altre divinità analoghe a Ecate, nel cui culto il maiale
occupa un posto eminente: la dea-scrofa Forci, il latino Orcus, la cretese Gort, Phorcus, padre dell’orribile
Gorgon e delle dee del fato, le Parche.

Forci, Orcus, Gort, Phorcus (Servio, in un commento al V libro dell’Eneide ricorda, sulla scorta di fonti più
antiche in suo possesso, che “Rex fuit Forcus Corsicae et Sardiniae”), Gorgon, Parche, la comune radice
etimologica di questi nomi rimanda a un’antica divinità marina dell’oltretomba, venerata dai “popoli del
mare” nell’età del Bronzo.”

Anche Ecate il cui simbolo principale, abbiamo detto, è il maiale, a volte è rappresentata in triplice figura,
divinità “psicopompa”, accompagnatrice di anime e libera di muoversi tra il mondo dei vivi e quello dei
morti, triplice come Ermete a simboleggiare le tre fasi della vita.
Le sibille si ispiravano a lei per riti necromantici, altri aspetti sono quelli di dea-luna (forse lo stesso altare di
MdA è dedicato a una divinità lunare di nome Ningal) e madre-terra da cui nacque la stessa Circe.

La maga, come altre sacerdotesse doveva conoscere antiche dottrine astrologiche, iniziatiche e penetrare
gli aspetti più reconditi, celesti e terrestri che interagivano ed erano rappresentati dallo zodiaco, dalla ruota
del fato, dal “cerchio magico” che metteva in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti.

Forse che queste pratiche non abbiano avuto inizio a Gobekli Tepe? Una struttura sferica che ricorda molto
da vicino uno zodiaco con 12 pilastri in cui sono rappresentati diversi animali ha forse attinenza con altri
“cerchi magici” che vedremo più’ avanti?

Torniamo all’Abi, struttura che esiste realmente e di cui si conosce la funzione grazie anche alle iscrizioni
trovate, c’è inoltre un piccolo richiamo all’Abzu o Apsu Sumero, a Eridu ci fu una zona templare chiamata
Eabzu che significa tempio abzu (anche E-en-gur-a, che vuol dire casa delle acque sotterranee), dove sono
presenti una ziqqurat e un “pozzo-fonte” sacro a Enki-Ea divinità Sumera creatrice dell’uomo e della civiltà,
signore degli abissi profondi, delle acque dolci e della magia, mezzo uomo e mezzo pesce, come Glauco,
che, con la dea madre Inanna intrattiene, secondo il mito, una festa e, ubriaco, regala i suoi poteri i “me”
alla dea .

Anche qui abbiamo il richiamo alla montagna sacra sede del dio e del pozzo sacro che mette in contatto
l’uomo con le forze sotterranee.

Un altro mito racconta di Inanna che va negli inferi con la sorella Ereskigal per consolare il lutto della
perdita del marito Gugalanna (gu=toro, gal=grande, ana=cielo/paradiso) ucciso da Gilgamesh (anch’esso
protagonista di un viaggio agli inferi) ed Enkidu.
Abbiamo quindi incontrato il toro, la dea sumera Inanna, che non è solo dea madre ma anche guida celeste,
divinità del grano.

Ella ha una sua controparte ctonia in Ereskigal, dea degli inferi, da cui derivano Ecate e Cerere, ne abbiamo
parlato poco fa. Infine abbiamo Anu, il cielo, l’Ani hurrita, che ritroviamo, per esempio, nelle stesse Domus
de J-ANA -Anu-Ani, simboli ben presenti in Sardegna.

Mi sono fatto distrarre da tutti questi miti atavici e antichi racconti, ma veniamo al sodo, stavo appunto
dicendo che quest’Abi nome antico della fossa necromantica è una struttura sotterranea a cielo aperto, in
un certo periodo con una copertura a falsa volta tipo a mensole.

E’ una sorta di pozzo (simile, per certi aspetti a un pozzo sacro nuragico, ma più grande e non raggiunto da
acque, privo di funzionalità idriche, allo stato attuale degli scavi) fatto di grosse pietre sbozzate e di
terriccio, con una profondità di circa 8mt e un diametro di 5mt.

E’ un sito ”magico”, uno dei più sacri dell’intera religiosità hurrita, in contrasto in parte con la concezione
sumera, ma che avvicina molto quella sensibilità del mondo Greco, biblico forse ancor di più Minoico
Miceneo.

Questo è un canale che mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti, i suoi sacerdoti,
forse delle donne, partivano dalla regione alta dove era collocato il tempio, posto nella zona più elevata
della città’, residenza del dio Kumarbi ( Uran sumero, padre di Teshub dio della tempesta, rappresentato sul
dorso di un toro con in mano una scure, che influenzerà anche divinità come i più conosciuti Saturno,
Dagan e il figlio Baal, ben noto in Sardegna come Sardus Pater) che abita la cima della montagna.
La stessa Urkesh è stata costruita per essere il simbolo della sacra montagna che dovrà ospitare il dio padre
della stirpe Hurrita.

Facciamo parlare Giorgio Buccellati (scopritore della struttura): “In questo pozzo molto profondo che si
apre accanto al palazzo, la gente di Urkesh veniva a chiedere aiuto agli antenati per il raccolto o prima di
andare in guerra.

L’Abi non è altro che una fossa necromantica, dove si scendeva (e si scende ancora) attraverso una scaletta
molto ripida. Erano i sacerdoti a richiamare gli spiriti degli antenati attraverso un preciso rituale che
prevedeva l’uso di due pugnali e il versamento del sangue di animaletti”.

La scoperta è stata possibile grazie al ritrovamento e allo studio delle ossa animali (“Nel passato –
sottolinea il professore italiano – sarebbero state buttate, con tutti i dati scientifici ad esse legati, come
materiale di disturbo Oggi per fortuna ci sono gli archeo-zoologi”).

Gli archeologi impegnati a Urkesh pensavano che i sacrifici riguardassero grossi animali. Invece lo scavo ha
smentito questa convinzione: “A Tell Mozan abbiamo trovato solo ossa di maialini di pochi mesi e di piccoli
cani, macellati come se si volesse estrarre qualcosa piuttosto che per il pasto”.
Il rito necromantico è stato ricostruito da Buccellati tramite i testi ittiti in lingua hurrita “Prendono due
pugnali, / che sono stati/ fatti assieme/ alla statua/ della divinità, / e scavano/ una fossa. / Offrono/ una
pecora/ alla divinità… / e la sacrificano/ giù nella fossa”.

C’è un’eco con l’episodio di Enea che parla con la madre. Dalla fossa di Tell Mozan proviene la cosiddetta
“Signora degli Inferi”. Si tratta di una piccola giara antropomorfa. Presumibilmente conteneva olio
profumato usato nei rituali della Nekyia. “La distorsione della bocca non è casuale”, fa notare Giorgio
Buccellati. “Gli spiriti degli Inferi non parlavano distintamente ma come un cinguettio di uccelli (così ci
dicono i testi hurriti). La nostra figura – conclude – rappresenta quindi un tale spirito nel momento in cui
comunica il suo messaggio indistinto che una donna medium dovrà poi interpretare” (Signora degli inferi
associabile, secondo me alla sumera Ereskigal, alla dea Ecate, Proserpina, a cui vengono riconosciute doti
esorcistiche, necromantiche, di guardiana delle porte, la Jana sarda o il Giano laziale).

Altri richiami, o qualcosa di più, sono gli dei Hurriti come Teshub, divinità dei fulmini che, con in mano una
scure cavalca un toro, o la stessa dea simbolo di vita e di morte, sempre rappresentate su pietre o con
pietre, le ossa della terra, assai importanti anche per questo sito.

C’è, come ha descritto lo studioso in precedenza, una piccola fossa all’interno della struttura sul pavimento
che è costituita da cerchi di circa un metro e mezzo di diametro, con una depressione: è la porta vera e
propria. Questa è delimitata da un altro cerchio quello delle mura che costituiscono l’intera struttura.

Qui gli spiriti comunicano direttamente, vengono invocati e colloquiano con la sacerdotessa che dovrà dare
il responso (tra l’altro è stato trovato un vaso detto Altanni, con rappresentazioni di serpenti e scorpioni, in
cui, forse, avveniva l’osservazione dei presagi tramite olio e acqua detta lecanomanzia).
Non si tratta, però della classica divinazione mesopotamica che consiste nell’interpretare schemi precisi
ripetitivi che si trovano nella realtà, qui lo spirito si esprime liberamente e direttamente in un luogo adatto
a questi eventi, quindi non escludo che abbia anche caratteristiche acustiche e naturali particolari.

Il “cerchio” diventa “magico” e vorrei riportare quello che dice in modo impeccabile Giorgio Buccellati”In
primo luogo, quest’antica struttura era concepita in un certo senso come uno dei nostri corridoi: un spazio
che, circoscritto e buio, voleva legare due mondi diversi.

L’effetto della discesa ripida e difficile dà il senso della caduta, in contrasto con l’ascesa al cielo
rappresentata dalla grande terrazza templare. Le pareti in pietra che imitano la scabrosità di una caverna
rilevano l’incertezza e l’ansia con cui ci si avvia verso un mondo che sappiamo, rimarrà in gran parte sempre
ignoto. “Il cerchio magico” delimita fortemente la modalità di contatto con quest’altra realtà, che ci può
parlare solo passando attraverso quello che è, in sostanza, un piccolo buco: uno spiraglio che si apre non
alla luce e alla chiarezza del discorso umano, ma solo a un barlume di vita e a un confuso balbettio che solo
un medium può intendere. Ecco, dunque, che la realtà fisica della fossa monumentale incorniciava una
realtà diversa, presentandosi come un involucro entro il quale poteva riemergere la presenza di chi era
morto, sì, ma non rimosso dall’esistenza.

Quasi fosse un palcoscenico, ma non per attori. Una soglia, dunque, che poteva, di fatto, venire
oltrepassata, ma solo qui. La soglia dalla vita alla morte.”
Ora mi soffermerei su un aspetto fondamentale che funge da filo rosso di questo articolo, Urkesh viene
costruita su una zona che deve ricordare le montagne, origine degli dei, su una collina artificiale, la scala
monumentale è fatta da pietre molto ben levigate contrapposte sulla destra da muri più grezzi, ci sono due
betili all’inizio della scala, uno perfettamente liscio e uno grezzo.

Come perdas fittas, hanno sicuramente valore cultuale, sempre testimoni di quella dualità, presente in
tutto il sito, tra raffinato e rozzo, che invitano quasi alla salita, nelle mura di rivestimento sembrano
ricorrere motivi a triangolo, un modo di costruire che non sembra essere solo di sostegno alla strutttura ma
più quello di unire, simbolicamente, la città con la sua terrazza monumentale alle montagne circostanti da
cui derivano dei e abitanti.

Come ulteriore indizio è presente il simbolo triangolare utilizzato nella scrittura pittografica per indicare la
montagna, con uno sviluppo che si ritrova lungo tutto il corso evolutivo del sistema grafico cuneiforme. Si
vede chiaramente, per esempio, nel sigillo in cui Kumarbi è posto sulle montagne affiancato a un toro.

A Gobekli abbiamo la pietra grezza che forma il circolo, interrotta dai grandi monoliti perfettamente lisci
(un tempo doveva esserci un lungo corridoio di pietre alla cui entrata erano poste due specie di stele).

Nel sito sassarese abbiamo pietre simili, leggermente sbozzate e grezze nei muri di “contenimento”, più
lisce nelle scale, con le due perdas fittas all’inizio della rampa di accesso (in questo caso non affiancati come
a Urkesh) e con, secondo un mio personale parere, dei motivi triangolari inscritti nelle mura che richiamano
le montagne, nella cinta che copre il terrapieno sottostante la struttura.

In queste strutture la pietra sembra avere un’importanza rilevante, deve simboleggiare qualcosa, essere
viva.
Riassumendo a Urkesh abbiamo il grezzo e il raffinato fianco a fianco, non sembrano casuali le due cose, il
grezzo rappresenterebbe il mondo selvaggio abbandonato, il raffinato il mondo civilizzato, il ricordo delle
loro vita primitiva sulle montagne e la fondazione della città con le sue regole civili.

Più o meno la stessa cosa sarebbe avvenuta a Gobekli, che potrebbe rappresentare l’uomo che sta per
abbandonare la caccia, il mondo selvaggio e che è in procinto di stabilizzarsi, tramite l’agricoltura e la
fondazione delle prime città, il monolite perfettamente liscio simbolo dell’uomo-dio che si erge sulla
natura, rappresentata dagli animali scolpiti e che si avvicina tramite le sue capacità, agli dei-costellazioni.
A Urkesh l’uomo, però, mantiene sempre la distanza con la Divinità’ rappresentata dall’altezza delle scale
monumentali affiancate da un muro di 3 metri che sembra un muro invalicabile.

A Gobekli dall’altezza dei monoliti centrali che potrebbero rappresentare le divinità’ principali disposte
come fossero anche una porta, orientata, oltre che astronomicamente, anche verso l’aldilà’, rispetto a
quelli inseriti nei muri a secco, che rappresenterebbero l’uomo, quindi distanza ma anche possibilità di
arrivare al cielo, sede dell’anima, dopo la morte.

Infine Monte d’Accoddi potrebbe contenere alcuni di questi simboli come la montagna sacra, casa del dio,
forse anche simbolo e ricordo della lontana patria degli antenati, come il grezzo e il ben lavorato, basti
pensare alle perdas grezze o alle stele e gli omphalos perfettamente lisci, come le strutture sottostanti che
mettono in comunicazione il mondo dei morti con quello dei vivi.

Non so se in Sardegna ci fossero riti necromantici, sembrerebbe confermarlo il Mastino, come riportato nel
libro sulla storia della Sardegna dove un passo epistolare ne parla ma purtroppo non descrive la tecnica del
necromante sardo.

Altra pratica interessante è il sacrificio di maialetti neonati che è stata attestata in Sardegna e a Urkesh,
probabilmente anche a Gobekli, visto che c’è un intero cerchio megalitico dedicato al maiale selvaggio (Il
primo allevamento di suini addomesticati del mondo era a Cayonu, a sole 60 miglia di distanza).

Un’altra curiosità’ di questi giorni è uno studio che parla di maiali importati in Sardegna e Sicilia dal medio
oriente dai cosiddetti popoli del mare, oltre a quelli che arrivarono già nel neolitico in Europa sempre da
quelle zone. In ogni caso abbiamo toccato con mano l’importanza rituale di tale animale in tutti questi
luoghi, che penso, visto la peculiarità, non testimoni solo una comune risposta dell’uomo ma qualcosa di
più.
Un altro rito molto particolare che accomuna questi popoli, di cui non ho ancora parlato, è quello di
seppellire in posizione rannicchiata, seduti, in atteggiamento di dormienti. In Sardegna ne testimonia il
ritrovamento del Taramelli di sepolture in tombe megalitiche che risale al 1915 sempre nel sassarese e, più
recenti, in tombe a pozzetto nei pressi di Cabras e Monte Prama.

Passando nell’altra sponda abbiamo traccia di ciò nel 7500 A.C. circa a Tell Halula e in pochi altri siti ( in Siria
del nord , guarda un po’ il caso). I defunti venivano sepolti sotto il pavimento di casa, vivi e morti vivono
insieme (questo lo abbiamo già visto per esempio a Catal Hoyuk, dove però si praticava un altro rituale).

Questa procedura è inusuale per la zona, venivano bendati e cosparsi di bitume, per questo si sono ben
conservati fino ad oggi e hanno potuto essere analizzati approfonditamente.

Otre al medesimo antico rituale, nell’isola sarda, più’ di recente, si praticava l’incubazione: Il morto che
sembra dormiente, secondo Aristotele, in Sardegna era costume presso gli eroi e le loro dimore che sono le
tombe[..] Quegli antenati presso le cui tombe i Sardi dormivano lunghissimi sonni, furono pensati essi stessi
come dormienti, o simili a dormienti, oltre la morte”.

Da questi due rituali forse deriva quello del mito degli eroi addormentati in un sonno secolare.

Un’altra tradizione, (ci spostiamo sulla sponda opposta del tirreno) che potrebbe derivare proprio dalla
pratica di seppellire i morti seduti in verticale è che, probabilmente, serviva a mantenere la testa vicino al
terreno, pronta a saltar su e dare un responso. L’autore dell’ipotesi dice:” è un’ipotesi impossibile da
verificare, ma vi sono sigilli etruschi e rappresentazioni (es. su specchi) di teste oracolari che emergono dal
sottosuolo; sono le teste “profetiche” di Tages e quella di Urphe”.

Sono paralleli arditi ma con attinenze profonde che si potrebbero estendere anche ad altri monumenti
sardi quali i pozzi sacri e i nuraghe.

Lo scopo dell’articolo è cercare di capire, di entrare in sintonia con la percezione degli antichi riguardo le
motivazioni che spinsero a praticare rituali così singolari e mirabili costruzioni, non con la mente moderna,
ma cercando di avvicinarci alla loro sensibilità e di carpire la vitalità che doveva avere il monumento
all’epoca, tentare di immedesimarci nell’esperienza dell’uso dei loro spazi.

Funzione civile, religiosa, simbolica, rituale, confluivano in un unico sentire che è l’interazione fra macro e
microcosmo delle divinità’ che li presiedono, come già’ detto precedentemente, il delimitare il territorio
con monumenti e mura vuol significare che quella determinata zona è sacra, vive ed è permeata di divino
tanto quanto il pezzo di cielo e il pozzo sotterraneo a cui fa riferimento.

In tale zona convergono forze, energie, sia dall’alto che dal basso, di solito sono luoghi che sono attraversati
da acque sotterranee, orientati astronomicamente, zone vulcaniche, dove si trovano o vengono utilizzate
pietre con determinate percentuali di radioattività’ come per il Basalto in Sardegna e il tufo in Toscana.

Avevamo visto che l’archeoacustica, la radioestesia e altre scienze, hanno dimostrato che ci sono,
effettivamente, suoni particolari, vibrazioni, radiazioni che influiscono sul cervello e sullo stato psicofisico
dell’individuo, l’archeologia dovrebbe approfondire questi discorsi piuttosto che fare una caccia alle streghe
; non fermarsi alle apparenze dando spiegazioni banali per timore di essere tacciati come favoleggiatori,
basterebbe esaminare queste opere antiche anche solo da un punto di vista simbolico per capire che non
sono dei muti e statici monumenti ma hanno dinamiche e funzioni complesse .

Inoltre non ci sono chiavi di lettura univoche proprio perché si va per tentativi, in molti casi non ci sono
prove scritte contemporanee ai monumenti, per cui, in base agli indizi raccolti, ho dato unicamente dei
suggerimenti, spunti che rimangono, al momento, tali.

A partire da Gobekli Tepe, passando per Catal Hoyuk e Nevali Cori, e altre città’ neolitiche mediorientali,
passando per Urkesh, abbiamo esaminato dei rituali molto particolari tra cui la scarnificazione , il culto dei
teschi, la necromanzia, lo sciamanesimo, questi rituali li abbiamo ritrovati qui in Sardegna e in alcune zone
della penisola, centinaia di anni dopo, nel nostro periodo neolitico fino al bronzo, riti pervenuti per vie
dirette o indirette dove il simbolismo e l’archetipo che sta dietro, in alcuni casi, ha anche carattere
universale e collettivo dovuto soprattutto alla sua antichità.

Per completare l’analisi del sito di monte d’Accoddi, dove abbiamo scovato queste pratiche e altri aspetti
che ci potrebbero ricollegare a temi analizzati in precedenza torniamo nelle Domus del sito sassarese e non
solo.

Le Domus sono tombe ma anche luoghi dove si svolgevano rituali legati alla morte e all’oltretomba.

Non vengono costruite solo nel neolitico, ma, a detta del Pittau, anche nel periodo nuragico, specialmente
quelle che sono rappresentazioni di case col tetto, con le finestre, le porte e il “focolare”, molto simili a
tombe etrusche di alcuni secoli dopo.

Proprio su un aspetto particolare vorrei soffermarmi: le false porte che sono la dimostrazione di un
delimitare una zona all’interno di una zona già delimitata simbolicamente, dove, forse, si ha il passaggio tra
una dimensione e l’altra.
La porta che permette al defunto di andare ma anche, eventualmente, di tornare, tramite particolari riti
sciamanici, per poter essere interrogato per scopi oracolari e divinatori.

Lo stesso focolare della domus di Perfugas sempre nel sassarese ma anche quello di Sa Lo Phasa a Orgosolo,
definito così dagli archeologi, mi lascia alquanto perplesso anche perché non c’è un foro sul tetto, reale o
rappresentato che sia, perché è perfettamente circolare e ricorda invece il “cerchio magico” della fossa
necromantica di Urkesh, fatto con i pugnali(scolpiti sui muri di altre Domus) anch’esso ha una leggera
depressione, che sta appunto a delimitare la zona di comunicazione fra i due mondi, anch’esso
palcoscenico unico dove solo e unicamente lì il morto può, liberamente presentarsi e colloquiare con i vivi.
Una curiosità, lo sviluppo planimetrico di diverse Domus è a forma di T come i monoliti di Gobekli, come il
monte d’Accoddi visto dall’alto e lo stesso altare di Urkesh.

Questi luoghi sono ricchi di altre simbologie quali spirali, corna di tori o bovidi, dee madri incontrati anche
nei siti mediorientali.

Simboli scolpiti con una raffinatezza estetica impressionante che ci mostra come concepivano sia la morte
che la vita e il desiderio di far rivivere, in qualche modo, il defunto. Le spirali e i cerchi concentrici
rappresentati alludono chiaramente a una interruzione della vita non definitiva, a una sorta di continuità’,
di forza rigeneratrice, rappresentata dalle forze che sono sotto e sopra la Domus, quali forze astrali, acque
sotterranee, ecc.

In conclusione questi luoghi sono durati millenni più dell’impero romano, probabilmente molti non sanno
nemmeno dell’esistenza di queste magnifiche opere, che vennero riempite di detriti, terra e ricostruite o
inglobate, eccetto Gobekli che venne coperta definitivamente, nonostante ciò, sono arrivati

fino ai giorni nostri e sono stati realmente una profezia per l’intera umanità.

Bibliografia

Ercole Contu, L’ altare preistorico di Monte d’Accoddi

Archeologia Viva: Domus de Janas. Dal mito alla realtà archeologica –

Dolores Turchi, sciamanesimo in Sardegna


Massimo Pittau, Origine e parentela dei sardi e degli etruschi

Giorgio Buccellati, Dal profondo del tempo

Klaus Schmidt, Costruirono i primi templi

Alberto Cecon, Femminile e saperi illeciti:la necromanzia nel mediterraneo antico

Giovanni Feo, Prima degli Etruschi – I miti della grande dea e dei giganti alle origini della civiltà in Italia,

Giovanni Pettinato Angeli e Demoni a Babilonia

Mircea Eliade Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi/, Cosmologia e alchimia babilonese,

Giulio Magli, I segreti delle antiche città megalitiche

http://www.nurnet.it/it/259/HOME.html

Prof. Debertolis, http://sbresearchgroup.eu/

Mario Aresu, http://www.uomoterra.it/

http://maimoniblog.blogspot.it