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Modellazione costitutiva dei terreni di Venezia con la plasticità


generalizzata

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Francesca Ceccato
University of Padova
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1 Introduzione

La geotecnica si occupa dello studio del terreno, un mezzo poroso multifase

deformabile. Esso è formato da particelle solide, fluido ed eventualmente gas, che,

sottoposto a sollecitazioni, mostra variazioni di forma e volume. In ingegneria è di

fondamentale importanza determinare il legame tra le tensioni e le deformazioni, cioè

elaborare un modello costitutivo che interpreti nel miglior modo possibile i risultati

sperimentali per poter poi fare previsioni in merito a problematiche ingegneristiche.

Sulla base della notevole mole di risultati sperimentali ottenuti negli ultimi anni,

sono stati elaborati numerosi modelli costitutivi capaci di interpretare, con minore o

maggiore accuratezza, il comportamento meccanico delle terre, sia coesive che

granulari. Il gran numero di risultati sperimentali è stato ottenuto principalmente su

materiali artificiali, l’aspetto più importate, ma a volte meno indagato, è quello

riguardante il comportamento dei terreni naturali. Lo studio di un terreno naturale

risulta notevolmente complesso per l’eterogeneità dei depositi.

Questo elaborato si propone appunto di adattare un noto modello, inizialmente

formulato da Pastor&Zienkiewicz (1990), al risultato di tre prove sperimentali in

condizioni non drenate di provini di materiale identico prelevati dalla Laguna di

Venezia. Il modello era stato già precedentemente modificato con riferimento a test

drenati sui terreni granulari della laguna, ora vengono prese in considerazione le

prove non drenate e si prosegue con ulteriori modifiche del modello stesso.

Questa tesi espone brevemente le caratteristiche geologiche della Laguna a cui

segue una breve illustrazione dei modelli costitutivi storicamente più importanti per

giungere all’analisi del modello scelto, alle modifiche apportate, che riguardano

essenzialmente la legge elastica, e infine all’adattamento alle prove sperimentali.

1
2 Caratteristiche dell’attuale laguna di Venezia

La laguna di Venezia si estende su una superficie di circa 550 km2 tra il corso

terminale del Brenta a Sud (Foce di Brondolo) ed il corso terminale del Sile a Nord

(Foce di Piave Vecchia) con una lunghezza di circa 54 km e una larghezza variabile

tra 8 e 14 km. I confini del terriorio lagunare sono costituiti verso terra principalmente

da opere eseguite dall’uomo in relazione ad esigenze di vario tipo e verso mare dai

litorali di Sottomarina, di Pellestrina, del Lido diel Cavallino e di Jesolo per una

lunghezza di 45 km.

La laguna dal punto di vista idrografico è attualmente ripartita in tre bacini

comunicanti con il mare attraverso le bocche di Lido, di Malamocco e di Chioggia e

delimitati tra loro da partiacque. La laguna è costituita da zone costantemente

sommerse che costituiscono quasi il 75% dell’area lagunare, da zone costantemente

emerse e da zone barense sommerse solo durante le alte maree di sigize ed

eccezionali. Le superfici dei bacini, suddivise tra zone d’acqua, barene, isole e terre

emergenti, quali risultano da rilevamenti e carte del 1897-1901 e del 1931-1934 sono

riportate nella tabella seguente:

Tabella 2.1 superficie della Laguna di Venezia in km2. rilievi 1897-1901 e 1931-1934

Bacino Zone Barene Isole Totale


Lido 185 79 27 291
Malamocco 125 36 3 162
Chioggia 84 34 14 132
totali 394 149 44 587
Lido 209 45 22 276
Malamocco 131 30 1 162
Chioggia 92 16 3 111
totali 432 91 26 549

2
L’attuale situazione della laguna di Venezia è stata raggiunta sotto l’azione del

mare e dei fiumi attraverso sistemazioni di vario genere operate dall’uomo. Si deve

infatti ricordare che le lagune costituiscono una zona di transizione che, sotto l’azione

degli agenti naturali, tende a modificarsi continuamente trasformandosi in una zona

di mare, se prevale l’azione del mare, in una zona di terra se prevale l’azione di

interramento dei fiumi. Pertanto l’evoluzione della laguna è legata alla portata liquida

e solida dei fiumi che sboccano in essa e nelle aree immediatamente adiacenti, alle

caratteristiche di marea e delle correnti relative, al moto ondoso in mare e all’interno;

influiscono inoltre i movimenti del suolo e le variazioni del livello medio mare.

La pianura veneta, di cui l’area di Venezia e della laguna fanno parte, è delimitata

a Nord dall’Arco Alpino, ad Ovest dalla dorsale Lessini-Berici-Euganei, a Sud dal

Parallelo di Ferrara, ad Est dal Meridiano di Udine e verso il mare dalla linea di costa

tra la foce del Po e la foce dell’Isonzo. In corrispondenza di questa regione è

presente in profondità un substrato mesozoico di natura calcarea sul quale si è

depositata durante il Paleocene una serie di marne talora arenacee, con livelli

calcarei (Eocene, Oligocene, Miocene). Al Miocene succede il Pliocene,

rappresentato da argille con intercalazioni di sabbie e quindi il Pleistocene

(quaternario) con le sabbie e la argille, che nella regione veneziana risultano potenti

circa un migliaio di metri. Da notare invece che le zone del Delta del Po e delle Valli

di Comacchio sono interessate da sedimenti recenti (Pleistocene) dello spessore di

3000-4000m.

L’origine di terreni relativamente superficiali, che costituiscono il territorio lagunare,

dipende principalmente dalle alluvioni del Bacchiglione, del Brenta, del Sile, del

Piave e degli altri corsi minori che sfociano in laguna ed, in minor misura, anche

dall’Adige. Se si fa riferimento ad una suddivisione dei materiali costituenti i depositi

lagunari, in sabbie, limi ed argille, con le relative proprietà geotecniche, è evidente

3
che la distribuzione di tali depositi dipende dalle variazioni sia naturali che artificiali,

avvenute nel corso del tempo, dei corsi e delle foci dei fiumi sopracitati, oltre che dal

movimento delle acque nella laguna e dall’azione del mare lungo i litorali.

Se poi si considera il sottosuolo di Venezia, si può dire che esso presenta una

notevole varietà ed alternanza di strati: spesso sotto uno strato di terreno di riporto,

più o meno recente, di spessore variabile da 1 a 4m, si trovano strati di 2-5m di

terreno argilloso e argilloso-limoso con caratteristiche di resistenza piuttosto basse,

spesso con sostanze organiche; al disotto si ha alternanza di strati di sabbia fine, limi

sabbiosi ed argillosi, argille limose. Si può comunque affermare che, frequentemente,

profondità variabili tra 5 e 15 m circa, si trovano strati di terreno caratterizzati da

proprietà meccaniche discrete.

Figura 2.1 Batimetria generale della laguna

4
2.1 I terreni della laguna di Venezia

Fino alla profondità di 90-100 m il terreno è costituito principalmente da sedimenti

alluvionali, depositati durante l’ultima glaciazione del Pleistocene. Solo i depositi

meno profondi, con spessore fra i 10 e i 15m, si sono formati durante il recente

Holocene.

Figura 2.2 andamento della composizione e dei parametri granulomatrici con la profondità

Le principali caratteristiche del suolo veneziano si possono riassumere come

segue:

− Il 95% dei terreni appartiene a tre classi: sabbia medio-fine, limo e argilla

limosa. La loro tipica distribuzione granulometrica è rappresentata in Figura 2.3.

Sono anche presenti terreni organici.

5
2 0.06 0.002
GRAVEL SAND SILT CLAY
100

90

80

Percentage passing, %
70

60

50 CL
40
ML
30

20
SP-SM
10

0
10 1 0.1 0.01 0.001
Particle size, mm
Figura 2.3 curve granulometriche
− Le sabbie sono medio-fini con grani spigolosi, con due composizioni prevalenti:

carbonatica e silicea.

− Nei limi e nelle argille, originatesi dalla degradazione meccanica delle sabbie, la

frazione carbonatica e quella silicea si trovano mescolate, esse diminuiscono

contemporaneamente all’aumentare dei minerali argillosi quando diminuiscono le

dimensioni dei granuli; i minerali argillosi non eccedono il 20 %


100
Sand
Grain Size Composition, %

Silt
80
Clay

60

40

20

0
Muscovite
Mineralogical Composition, %

Clorite+Kaolinite
80
Quartz
Feldspar
60
Dolomite
Calcite
40

20

0
CL ML SP-SM SP-SM
Figura 2.4 tipica distribuzione granulometrica e mineralogica dei terreni della laguna di Venezia

6
− I minerali argillosi sono composti principalmente da illite, clorite, smectite e

caolinite con aggiunta di elementi secondari

− Terreni sabbiosi e limosi sono mediamente densi con indice dei vuoti in-situ

compreso fra 0,6 e 0,9

− I terreni coesivi sono leggermente sovra consolidati, ad eccezione delle

formazioni sedimentate originatesi fra l’Holocene e il Pleistocene e alcuni strati più

profondi. L’elevato grado si sovra consolidazione (OCR) è probabilmente legato

all’essiccazione dovuta alle periodiche emersioni della superficie.

Per questi materiali Cola & Simonini (2002) hanno suggerito di introdurre un nuovo

indice che tenga conto della composizione granulometrica denominato grain-size

index IGS definito come segue:

D50 D0
2.1 I GS =
U

Dove D50 è il diametro medio delle particelle, U è il coefficiente di non uniformità

U = D60 D10 e D0 = 1mm è stato introdotto per normalizzare l’indice.

Tale indice può essere correlato ai parametri di stato critico e ai moduli elastici del

materiale come illustrato nei seguenti paragrafi 6.1.1 e 6.1.2.

Gli stessi autori hanno anche dimostrato che, in virtù della prevalenza di limo e

della scarsa influenza dei minerali argillosi, il comportamento meccanico di questi

terreni è principalmente controllato dall’attrito interparticellare, quindi mostrano un

comportamento più simile a quello dei terreni a grana grossa piuttosto che a quelli a

grana fine. Inoltre i parametri geotecnici mutano gradualmente al variare della

distribuzione granulometrica dalle sabbia medio-fini alle argille limose, con rare

eccezioni legate ai terreni organici.

7
Figura 2.5 (a) particolare dei granuli nei terreni di Venezia

Figura 2.6(b) particolare dei granuli nei terreni di Venezia

8
3 Elementi generali del comportamento delle sabbie

3.1 Resistenza al taglio

Il primo importante contributo alla comprensione del comportamento meccanico

delle terre è costituito dal criterio di rottura formulato da Coulomb nel 1773:

3.1 τ = σ ' tan(φ ' )

Nel piano di Mohr

corrisponde a due rette

tangenti ai cerchi di rottura,

in condizioni

assialsimmetriche può

anche assumere le forme:

1 + sin φ '
σ '1 = σ '3
3.2 1 − sin φ '

rispetto alle tensioni

principali e

6 sin φ
q = p'
3.3 3 − sin φ

rispetto agli invarianti di

tensione.

Essendo un

comportamento attritivo,
Figura 3.1 Prove sperimentali evidenziano l’effetto dell’indice dei
vuoti iniziale nella risposta meccanica
questo criterio fa

riferimento al modello del blocco sul piano con attrito, tuttavia il comportamento delle

terre si dimostra assai più complesso.

9
Figura 3.2 Prove sperimentali illustrano l’effetto della tensione di confinamento sul comportamento.

A parità di tensione di confinamento (σ’r o σ’3), il comportamento di una sabbia

risulta dipendente dall’indice dei vuoti iniziale o, equivalentemente, dalla densità

relativa DR.

Una sabbia densa raggiunge una condizione di picco a cui fa seguito una fase

softening prima del raggiungimento dello stato critico, si pone dunque il problema di

distinguere fra un angolo di resistenza al taglio di picco φ’p e un angolo di stato critico

φ’cr.

Se si esaminano i risultati di prove eseguite a parità di indice dei vuoti iniziale, si

nota una dipendenza della risposta meccanica dal livello tensionale, ne consegue
10
che l’angolo di resistenza al taglio corrispondente alle condizioni di picco si riduce

all’aumentare del livello tensionale e l’inviluppo di rottura risulta così curvilineo.

La chiave di lettura in grado di interpretare in modo unitario e soddisfacente le

osservazioni sperimentali appena descritte si trova nel concetto di dilatanza, ossia

dal fatto che, durante una prova di taglio, le deformazioni sono accompagnate da

variazione di volume. Per mostrare l’influenza delle variazioni di volume si definisce

angolo di dilatanza quello che consente di legare l’incremento della deformazione di

volume a quella di taglio:

δε v
3.4 sinψ = −
δε s

Volendo legare tra loro le diverse

grandezze in gioco, è necessario introdurre

un’ipotesi sul meccanismo di dissipazione del

lavoro compiuto sul provino.

Con riferimento alla figura 3.3 il lavoro

compiuto sul provino è espresso da

3.5 δW = Tδx − N ' δy

E se si suppone che sia dissipato in attrito

interno si ottiene l’uguaglianza:

3.6 Tδx − N ' δy = μN ' δx

Da cui si ricava:
Figura 3.3 effetto della dilatanza

T δy
3.7 =μ+
N' δx

Quindi il massimo rapporto fra forza di taglio e forza normale (massima obliquità) è

dato dalla somma di due contributi: l’attrito interno del mezzo e l’effetto della

dilatanza.

11
Se la deformazione avviene a volume costante e dunque si annulla la dilatanza

sono state raggiunte le condizioni di stato critico, l’angolo φ’cr è anche indicato come

angolo a volume costante.

Le condizioni di picco corrispondono invece alla configurazione per la quale è

massimo il contributo della dilatanza.

L’angolo di resistenza al taglio in condizioni di picco non è una proprietà del

materiale, è un parametro dipendente dalle condizioni di stato, può invece riguardarsi

come una proprietà del materiale l’angolo a volume costante.

La dilatanza risulta maggiormente

pronunciata per provini più addensati, tuttavia

tutti i campioni raggiungono alla fine lo stesso

indice dei vuoti, definito da Casagrande

(1936) indice dei vuoti critico (eCS).

Tale valore eCS non è comunque unico,

ma dipende dallo stato tensionale, in

particolare la relazione (eCS, p’) è descritta

nel piano semilogaritmico da una retta,

definita appunto linea di stato critico (CSL), è

lecito attendersi che l’entità della dilatanza

aumenti all’aumentare della distanza da tale

Figura 3.4 dipendenza della dilatanza dalla retta.


densità e dal livello tensionale.

12
4 Il modello elasto-plastico

Il modello di mezzo plastico è caratterizzato dall’esistenza di una soglia di

sollecitazione raggiunta la quale si hanno deformazioni irreversibili e indipendenti

dalla durata del processo di carico, alle quali si dà il nome di deformazioni plastiche,

indicate con apice p.

Se, raggiunta la soglia, l’incremento di sollecitazione avviene a sforzo costante , il

modello è definito perfettamente plastico, se invece si osserva incremento o

decremento della sollecitazione il modello è definito di mezzo plastico incrudente

positivo o negativo rispettivamente.

Al di sotto della soglia di plasticizzazione il mezzo subisce deformazioni elastiche,

mentre superata la tensione di snervamento si hanno sia deformazioni elastiche, sia

deformazioni plastiche, e se si procede poi ad uno scarico e ricarico si osserva che la

soglia si è spostata, ossia in virtù delle deformazioni plastiche sperimentate il

materiale sembra aver acquisito una sorta di memoria della storia tensionale di

carico.

Figura 4.1 Ciclo di carico-scarico-ricarico

Questo evolversi della soglia di plasticizzazione con il procedere delle

deformazioni plastiche, prende il nome di incrudimento.

13
Il legame sforzo-deformazione assume la forma

4.1 δσ = H ⋅ δε p

Dove H è il modulo plastico (o di incrudimento).

Nel modello elastoplastico non si ha più corrispondenza biunivoca tra stato di

sforzo e stato di deformazione (come nel caso puramente elastico), e lo stato di

sforzo (deformazione) diventa dipendente anche dalla storia delle deformazioni

(solecitazioni).

La descrizione analitica del comportamento elasto-plastico può essere pertanto

formulata solo in termini incrementali.

4.2 dε = C ⋅ dσ

La generalizzazione del legame costitutivo al caso pluridimensionale richiede la

formulazione analitica di una funzione di plasticizzazione o funzione di carico (intesa

come frontiera istantanea del dominio elastico), avente lo scopo di identificare gli

stati di sforzo corrispondenti all’insorgere di deformazioni plastiche, nonché la

formulazione di una legge di scorrimento e di una legge di incrudimento, che

consentono la determinazione degli incrementi di deformazione plastica.

In generale si assegna alla funzione di plasticizzazione una struttura del tipo:

4.3 f = f (σ ij ,h ) ≤ 0

Nella quale h è un vettore di variabili legate alla storia del processo attraverso le

deformazioni plastiche, tali variabili assumo spesso il nome di variabili nascoste

(hidden variables); geometricamente f assume il significato di superficie di

snervamento.

Nel corso della deformazione plastica, questa superficie si evolve, in particolare:

se essa si espande omoteticamente, senza variazione di forma, si parla di

incrudimento isotropo; se invece si ha una traslazione rigida, si parla di incrudimento

cinematico.

14
Figura 4.2 incrudimento isotropo (a), incrudimento cinematico (b)

Assumendo che la deformazione possa essere additivamente espressa come

somma di una componente elastica e di una componente plastica, ossia:

4.4 ε ij = ε ije + ε ijp

Si hanno i seguenti casi:

− Se f < 0, il punto immagine dello stato di sforzo è interno alla superficie di

snervamento e il legame costitutivo è definito dalla relazione elastica

− Se f = 0 e df < 0, il punto immagine si trova sulla superficie di snervamento, ma si

ha un rientro nel dominio elastico, per cui il legame costitutivo risulta essere ancora

quello elastico.

− Se f = 0 e df = 0, intervengono le deformazioni plastiche.

La superficie di snervamento segue il percorso tensionale in campo plastico e

questo assunto costituisce la condizione di consistenza, in quale modo avvenga la

trasformazione della superficie è esplicitato dalla legge di incrudimento.

15
Figura 4.3 interpretazione geometrica della funzione di plasticizzazione

Per quanto riguarda le deformazioni si osserva innanzitutto che le evidenze

sperimentali dimostrano che la direzione del vettore degli incrementi di deformazione

plastica è indipendente dagli incrementi di sforzo e dipende invece dallo stato di

sforzo. Ossia gli incrementi δσ ij , pur influenzando il modulo delle δε ij , non ne

influenzano la direzione.

Si assume che nello spazio degli sforzi sia definita una funzione scalare

g = g (σ ij ) , detta potenziale plastico, in modo che possa porsi

∂g
4.5 δε ijp = Λ
∂σ ij

Geometricamente equivale a supporre che il vettore degli incrementi di

deformazione plastica sia ortogonale alla superficie che rappresenta il potenziale

plastico. Lo scalare Λ si determina imponendo la condizione di consistenza:

∂f ∂f ∂h
4.6 df = δσ ij + δε ijp = 0
∂σ ij ∂h ∂ε ij
p

Che assicura che il punto immagine dello stato di sforzo rimanga sulla superficie di

snervamento, da cui si ricava:

16
∂f
δσ ij
∂σ ij 1 ∂f
4.7 Λ=− = δσ hk
∂f ∂h ∂g H ∂σ hk
∂h ∂ε ijp ∂σ ij

In cui H è il modulo plastico.

Nel caso in cui le due funzioni f e g coincidano siamo in condizioni di flusso

associato, altrimenti il flusso è definito non associato.

Riassumendo il modello elasto-plastico è caratterizzato dai seguenti elementi:

ƒ Un modello elastico che descriva l’andamento delle deformazioni elastiche

ƒ Una legge di snervamento che indichi il confine del dominio elastico

ƒ Una legge di incrudimento, che spieghi come si modifica la superficie di

snervamento

ƒ Una legge di flusso che dia la direzione del vettore deformazioni plastiche

ƒ Un criterio di rottura

4.1 Bande di taglio

Prima di chiudere questo paragrafo, dedicato al modello elasto-plastico, è

opportuno svolgere ancora una considerazione sull’incrudimento negativo o

softening. La finalità del modello è simulare la risposta di un mezzo continuo

soggetto a deformazione omogenea; al contrario, l’incrudimento negativo si

accompagna ad una perdita di continuità del campione dovuta a fenomeni di

localizzazione delle deformazioni, con comparsa di bande di taglio. Il termine banda

di taglio deriva dal fatto che gli scorrimenti γ tendono a localizzarsi in una zona

ristretta, di dimensione pari a 10 o 20 volte il diametro delle particelle, che divide il

campione in due parti, ciascuna delle quali mostra un comportamento pressoché

rigido.

17
4.2 Criteri di rottura

Vengono qui descritti brevemente i più famosi criteri di rottura, va però ricordato

che alcuni criteri sono nati da osservazioni sui metalli e per esigenze strutturali si fa

corrispondere lo snervamento alla rottura, mentre nei terreni si hanno deformazioni

plastiche già a piccole deformazioni, ben lontani quindi dal collasso del materiale.

All’inizio del XX secolo Tresca propose un criterio basato sulla limitazione della

tensione tangenziale massima che, in termini di tensioni principali può essere scritto

4.8 σi −σ j ≤ σ y

Con σy tensione di snervamento.

Sul piano di Mohr il dominio di resistenza è un semipiano limitato superiormente e

inferiormente da due rette orizzontali, risulta però evidente la necessità di limitarlo

anche lateralmente dalla massima tensione di compressione e di trazione.

Nello spazio delle tensioni principali abbiamo un prisma a base esagonale con

asse coincidente con l’asse idrostatico.

Dal punto di vista computazionale il criterio di Tresca ha il difetto di avere un

dominio irregolare, cioè negli spigoli non è unica la derivata. Prima Huber (1904) e

poi Von Mises (1913) proposero un’altra espressione, matematicamente più

conveniente:

4.9 (σ 1 − σ 2 ) 2 + (σ 2 − σ 3 ) 2 + (σ 3 − σ 1 ) 2 ≤ 6 K 2

Questo dominio, nello spazio tensionale, è un cilindro che può essere circoscritto

o inscritto al prisma di Tresca per opportuni valori di K.

Lode (1925) realizzo una serie di esperimenti su provini di acciaio sottoposti a stati

di tensione complessi e dimostrò che per K = σ y 3 il cilindro circoscriveva

perfettamente il prisma e i risultati sperimentali erano prossimi a questa previsione.

18
Hencky (1924) fornì un’interpretazione fisica all’efficacia del modello: per un

materiale elastico lineare l’equazione di Von Mises corrisponde alla limitazione

dell’energia di distorsione, cioè al lavoro associato al deviatore degli sforzi.

Infine Nadai (1950) generalizzò ulteriormente il concetto, infatti si accorse che

l’equazione costituisce la limitazione di una quantità che battezzò sforzo di taglio

ottaedrico:

1
4.10 τ oct =
2 (σ 1 − σ 2 ) + (σ 2 − σ 3 ) + (σ 3 − σ 1 )
2 2 2

La τoct non è la massima tensione tangenziale agente su una qualsiasi faccia del

materiale, perciò la causa dello snervamento non è il raggiungimento del limite su un

particolare piano, ma il raggiungimento di un determinato livello di sforzo che tiene

conto dello stato tensionale nel suo complesso.

Questi criteri di rottura vanno bene anche per i terreni se si studia il

comportamento non drenato, in termini di invarianti di tensione si hanno le seguenti

espressioni:

4.11 q cos(θ ) − cu 3 = 0 per il criterio di Tresca

4.12 q − 2cu = 0 per Von Mises con cilindro circoscritto

4.13 q − 3cu = 0 per Von Mises con cilindro inscritto

In cui cu è la resistenza al taglio non drenata.

Il criterio certamente più noto nella Meccanica delle Terre è senza dubbio quello di

Mohr-Coulomb (1773), di cui si è già parlato nel paragrafo 3.1, ed è il primo che

tenga conto degli effetti della pressione idrostatica.

In condizioni attritive la legge è:

4.14 τ ' = σ ' tan(φ ' ) + c '

Dove c’ è la coesione efficace (drenata) e φ’ è l’angolo di attrito del materiale,

mentre σ’ e τ’ sono rispettivamente la tensione normale e tangenziale efficaci.


19
Figura 4.4 rappresentazione del criterio di Coulomb sul piano di Mohr.

La condizione può anche essere scritta in termini di tensioni principali:

4.15 σ '1 −σ '3 −(σ '1 +σ '3 )sin φ '−2c' cos φ ' = 0

Si può osservare che anche in questo caso si pone una limitazione dello sforzo

tangenziale.

Nel piano di Mohr il dominio è triangolare e nello spazio delle tensioni principali è

una piramide con base esagonale irregolare e asse la trisettrice del primo ottante.

In termini di invarianti di tensione il criterio di Coulomb assume la seguente forma

6 sin φ ' 6 cos φ '


4.16 q= p'+ c' nel caso di compressione, cioè con σ '1 > σ '3
3 − sin φ ' 3 − sin φ '

6 sin φ ' 6 cos φ '


4.17 q= p'+ c' nel caso di estensione, cioè con σ ' 3 > σ '1
3 + sin φ ' 3 + sin φ '

È frequente la posizione

6 sin φ ' 6 sin φ '


4.18 Mc = e 4.19 Me =
3 − sin φ ' 3 + sin φ '

20
Figura 4.5 Rappresentazione del criterio di Coulomb nel piano p’-q

Come per Tresca, anche questo criterio ha il difetto di non poter associare

univocamente un vettore normale alla superficie in ogni suo punto a causa degli

spigoli. Per ovviare a questo inconveniente sono state proposte altre formulazioni.

Drucker&Prager proposero di sostituire la piramide con un cono, circoscritto

oppure inscritto dando le seguenti espressioni:

3 − sin φ '
4.20 p ' sin φ '+ q − c' cos φ ' = 0 cono circoscritto
2

4.21 p' sin φ '+ q 3 − sin 2 φ ' − c' cos φ ' = 0 cono inscritto

Si hanno poi le espressioni di Matsuoka-Nakai per c’=0

4.22 I 3 − αI 1 I 2 = 0

E di Lade

4.23 I 3 − γI 13 = 0

In cui I1, I2 e I3 sono gli invarianti del tensore degli sforzi 1 .

I1 = σ x + σ y + σ z = 3 p
1
I 2 = σ 1σ 2 + σ 3σ 2 + σ 1σ 3 = σ xσ y + σ xσ z + σ yσ z − τ xy2 − τ xz2 − τ zy2
I 3 = det(σ ij ) = σ 1σ 2σ 3 = σ xσ yσ z − σ zτ xy2 − σ yτ xz2 − σ xτ zy2 + 2τ xyτ xzτ yz

21
Figura 4.6 Confronto dei diversi criteri di rottura

Figura 4.7 vista assonometrica del criterio di Coulomb

22
4.3 I modelli di Cam clay

I modelli costitutivi elastoplastici sviluppati all’università di Cambridge sono noti

con il nome collettivo di Cam clay. Il primo modello, descritto da Schofield e Wroth

(1968), è noto come Cam clay iniziale, mentre una seconda versione fu sviluppata da

Roscoe e Burland (1968) ed è spesso indicata con il nome Cam clay modificato. Tutti

i modelli di questa famiglia sono simili tra loro ed hanno assunto notevole importanza

soprattutto a livello storico, in quanto sono da considerarsi i capostipiti di tutti i

successivi modelli elastoplastici.

La formulazione è relativamente semplice ed elegante, successivamente molti

ricercatori hanno sviluppato e modificato la formulazione iniziale, a discapito della

chiarezza originale.

Nei modelli Cam clay la resistenza del terreno è di tipo attritivo e la sua

compressibilità è logaritmica; la superficie del potenziale plastico è anche superficie

di snervamento (cioè si adotta un criterio di flusso associato) e l’incrudimento è

legato alle deformazioni volumetriche plastiche.

Figura 4.8 rappresentazione tridimensionale della Linea di Stato Critico

23
4.3.1 Formulazione del modello modificato

La condizione ultima a cui arriva il materiale portato a grandi deformazioni è

rappresentato, nello spazio tridimensionale q, p’, e da una curva, detta appunto linea

dello stato critico (CSL) che risulta essere unica per un certo materiale.

A questa curva corrispondono le seguenti equazioni:

4.24 q = Mp '

4.25 e = eΓ − λ ln( p' )

Come si può notare l’equazione 4.24 corrisponde al criterio di rottura di Mohr-

Coulomb.

Il parametro λ, com’è noto, si ricava facilmente da test di compressione isotropa o

da prove edometriche e rappresenta la pendenza della retta di compressione vergine

in un grafico e-ln(p’), infatti la CSL risulta parallela alla NCL che ha equazione

4.26 e = e N − λ ln( p ' )

In fase di scarico il provino segue la linea di scarico ricarico (URL) di equazione

4.27 e = ek − k ln( p ' )

I parametri eΓ, eN, λ, k e M sono costanti del materiale, determinabili con semplici

prove di laboratorio, mentre ek dipende dalla tensione di consolidazione.

Figura 4.9 CSL nel piano p’-q

24
Figura 4.10 CSL e NCL nel piano e-ln(p’)

La superficie di snervamento, nel

modello modificato, ha forma ellittica la

cui equazione è:

q2
4.28 F = p' 2 − p' c p'+ =0
M2

In cui p’c è la tensione di

consolidazione e fornisce una misura

delle dimensioni della superficie.

Avendo assunto una compressibilità

logaritmica, il bulk modulus K e lo

shear modulus G assumono le

seguenti espressioni:

dp' (1 + e0 )
4.29 K = (1 + e0 ) = p'
dε ve k

3(1 − 2ν ) 3(1 − 2ν )(1 + e0 )


4.30 G = K= p'
2(1 + ν ) 2(1 + ν )k

Il modulo plastico H è:

1 + e0
4.31 H=
λ −k Figura 4.11 Argille NC, prova CIU

25
La legge di incrudimento si ricava imponendo nullo il differenziale di F

2q
4.32 dF = (2 p '− p ' c )dp '− p ' dp ' c + dq = 0
M2

E dunque

⎡ 2q ⎤1
4.33 dp ' c = ⎢(2 p '− p ' c )dp '+ 2 dq ⎥
⎣ M ⎦ p'

Le deformazioni di taglio si calcolano imponendo la legge di flusso: il vettore dε p è

ortogonale alla superficie di snervamento pertanto

dε vp M 2 (2 p '− p ' c )
4.34 d= =
dε sp 2q
Le figure Figura 4.12, Figura 4.13 e Figura 4.14 illustrano brevemente

l’interpretazione del comportamento di argille normalconsolidate (NC) e

sovraconsolidate (OC) in prove triassiali drenate (CID) e non drenate (CIU).

I provini snervano quando il percorso tensionale efficace (ESP) tocca la superficie

di plasticizzazione, se la prova avviene in condizioni drenate il percorso tensionale

ha inclinazione 3:1, se i drenaggi sono chiusi il percorso è verticale, infatti in regime

elastico a variazioni volumetriche nulle corrispondono incrementi dp’ nulli. In argille

NC la massima pressione neutrale si ha alla rottura.

Campioni sovra consolidati attraversano la CSL inizialmente senza rottura, il tratto

CD (Figura 4.13) segue la linea di scarico-ricarico, quindi la tensione aumenta fino al

raggiungimento della superficie di snervamento a cui corrisponde il picco, per poi

diminuire fino a raggiungere la linea di stato critico nel punto F.

Se la prova viene condotta in condizioni non drenate il picco delle pressioni neutre

coincide con lo snervamento.

26
Figura 4.12 Argille NC, prova CID

27
Figura 4.13 Argilla OC, prova CID

Figura 4.14 Argilla OC, prova CIU

28
5 Presentazione del modello originale

5.1 Teoria della plasticità generale

Il modello costitutivo per le sabbie (PZ), proposto da Pastor & Zienkiewicz nel

1986, descrive in modo soddisfacente il comportamento di molti materiali attritivi sia

in condizioni drenate che non drenate, e anche per cicli di carico-scarico; si mostra

particolarmente adatto nel prevedere il comportamento delle sabbie dilatanti.

L’idea base della Plasticità Generale (GP), introdotta da Zienkiewicz & Mroz

(1984) e più tardi estesa da Pastor & Zienkiewicz (1986), è quella di ammettere

deformazioni plastiche indipendentemente dalla direzione dell’incremento tensionale

dσ, sia in condizioni di carico, sia di scarico. Le deformazioni plastiche sono

introdotte senza specificare superfici di snervamento e potenziale plastico, né legge

d’incrudimento, viene invece esplicitato il gradiente di tali superfici.

Il comportamento elastoplastico del materiale è in generale descritto dalla

relazione incrementale

5.1 dσ = D ep ⋅ dε

Dove il tensore di rigidezza elastoplastico Dep è funzione dello stato tensionale,

della direzione dell’incremento dσ e di parametri interni.

La dipendenza di Dep da dσ è espressa semplicemente distinguendo due classi di

carico: loading (L) e unloading (U). Come illustrato nell’elaborato di Pastor &

Zienkiewicz (1986), le condizioni di carico/scarico sono determinate semplicemente

dal segno del prodotto scalare tra l’incremento tensionale dσ e il versore n definito

nello spazio delle tensioni:

n ⋅ dσ > 0 loading

n ⋅ dσ = 0 neutral loading

29
n ⋅ dσ < 0 unloading

corrispondentemente il tensore di rigidezza tangente D ep


t assume i pedici L o U

5.2 (D ep
)
t ,L / U
−1
= (D et ) −1 +
1
H L /U
[n g ,L/U ⊗n ]

Dove n g , L/U è il versore del flusso plastico, HL/U è il modulo plastico, D et è il tensore

di rigidezza elastico.

Il caso limite di neutral loading corrisponde all’incremento di tensione per cui non

incorrono deformazioni plastiche.

Poiché il modulo plastico H e le direzioni n e ng,L/U sono definite senza fare

riferimento ad alcuna superficie di plasticizzazione e funzione potenziale plastico,

possono essere agevolmente scelte differenti espressioni.

Come da consuetudine il vettore deformazione dε può essere scomposto in una

componente elastica (reversibile) ed una plastica:

5.3 dε = dε e + dε p

Con

dε e = ( D et ) −1 ⋅ dσ
5.4 a,b
dε p =
1
H L /U
[n g , L/U ]
⊗ n ⋅ dσ

Quindi questo modello costitutivo è ben definito una volta forniti due scalari, HL e

HU, due direzioni ng,L/U e n, e una matrice elastica D et .

30
5.2 Il modello di Pastor & Zienkiewicz

Il modello PZ assume che il materiale sia isotropo in campo elastico sia in campo

plastico, dunque le equazioni costitutive possono essere scritte in funzione degli

invarianti di tensione p’, q e ϑ e di deformazione dε v e dε s 2 .

Di seguito verrà presentata solo la formulazione in p’ e q perché ci occuperemo

solo di prove in condizioni triassiali.

In fase di loading il vettore di flusso plastico ha le seguenti componenti:

⎛ d 1 ⎞⎟
5.5 ( )
n g ,L = n g L ,v ; n g L , s = ⎜⎜
g
;
⎜ d g2 + 1 d g2 + 1 ⎟⎟
⎝ ⎠

dε v
p

Dove, secondo gli esperimenti di Fossard (1983) la dilatanza d g = è una


dε s
p

funzione lineare del rapporto di carico η = q


p'

5.6 d g = (1 + α g )( M g − η )

Con Mg pendenza della linea di stato critico e αg parametro tipico del materiale.

In condizioni di scarico la componente volumetrica cambia di segno:

5.7 ( ) (
n g U = n g U ,v ; n g U , s = − n g L ,v ; n g L , s )
Il modello assume flusso non associato quindi il vettore n è diverso dal vettore ng,

ma l’espressione è simile:

⎛ d ⎞
n L = (n L ,v ; n L , s ) = ⎜
⎜ ⎟
f 1
5.8 ;
⎜ d f + 1 d f + 1 ⎟⎟
2 2
⎝ ⎠

Con

I1 ⎛ 3 3 J ⎞
; q = 3J 2 ; ϑ = arcsin⎜ − 3 ⎟
1
2
p' = ;
3 3 ⎜ 3 ⎟
2 J 2
⎝ 2 ⎠

ε v = ε1 + ε 2 + ε 3 ; ε s =
3
2
[
(ε 1 − ε 2 )2 + (ε 1 − ε 3 )2 + (ε 3 − ε 2 )2 ]
1
2

31
5.9 d f = (1 + α f )( M f − η )

Mf e αf sono parametri del materiale.

Queste direzioni sono state definite senza fare ricorso a superfici di snervamento

e potenziale plastico, tuttavia esse possono essere ricavate a posteriori:

α
⎡ 1 ⎤ ⎡ ⎛ p' ⎞ f ⎤
5.10 f = q − M f p' ⎢1 + ⎥ ⎢1 − ⎜⎜ ⎟⎟ ⎥
⎢⎣ α f ⎥⎦ ⎢⎣ ⎝ p' c ⎠ ⎥⎦

αg
⎡ 1 ⎤ ⎡⎢ ⎛⎜ p ' ⎞⎟ ⎤⎥
5.11 g = q − M g p' ⎢1 + ⎥ 1− ⎜ ⎟
⎣⎢ α g ⎦⎥ ⎢⎣ ⎝ p' g ⎠ ⎥⎦

Le superfici sono rappresentate in figura Figura 5.1; la posizione relativa delle due

curve indica la possibilità del materiale di sperimentare una densificazione in

condizioni di carico.

600

500

400
g
300 f
q

CSL
200

100

0
0 200 400 600 800
p'

Figura 5.1 rappresentazione delle superfici di snervamento (f) e potenziale plastico (g)

Il parametro pc, dimensione della superficie di snervamento, dipende dalle

deformazioni plastiche:

∂p c 1+ e
5.12 = pc
∂ε vp
λ −k

32
∂pc
5.13 = β 0 β1 exp(− β 0ξ )
∂ε sp

In cui ξ è la deformazione deviatorica plastica accumulata, definibile come segue:

5.14 ξ = ∫ dε sp = ∫ dξ

Figura 5.2 test di compressione isotropa nelle sabbie.

I parametri λ e k sono le pendenze della linea di compressione vergine e di

scarico-ricarico relative a prove di compressione isotropa, e è l’indice dei vuoti.

Una prima difficoltà si incontra nella determinazione di λ perché dipende

fortemente dalla pressione di confinamento come si può osservare dalla Figura 5.2, il

parametro è unico solo quando incorrono deformazioni prevalentemente per l’effetto

della rottura dei grani, ma questo è inizialmente di secondaria importanza rispetto al

riarrangiamento delle particelle.

Per questo risulta più corretto definire il modulo plastico senza fare riferimento ad

alcuna condizione di consistenza sulla superficie di snervamento e ritornare alla

formulazione delle Plasticità Generale che non fa riferimento a particolari superfici.

33
L’espressione del modulo plastico HL deve tener conto dei seguenti fatti

sperimentali:

− le condizioni residue avvengono al raggiungimento della linea di stato

q
critico: =η = Mg
p'

− la rottura non avviene necessariamente al primo attraversamento di tale

linea

− la natura attritiva della risposta del materiale richiede di stabilire un confine

che separi gli stati impossibili da quelli permessi.

Per il modulo plastico è stata proposta la seguente espressione:

5.15 H L = H 0 ⋅ p '⋅H f ⋅ ( H v + H s ) ⋅ H Dn

Con

4
⎛ η αf ⎞
5.16 H f = ⎜1 − ⎟
⎜ M 1+α ⎟
⎝ f f ⎠

⎛ η ⎞⎟
5.17 H v = ⎜1 −
⎜ M ⎟
⎝ g ⎠

5.18 H s = β 0 β 1 exp(− β 0ξ )

γ
⎛ζ ⎞
5.19 H Dm = ⎜⎜ max ⎟⎟
⎝ ζ ⎠

E
γu
Mg ⎛Mg ⎞ Mg
5.20 (a) H U = H u 0 per ≤ 1; (b) H U = H u 0 ⎜ ⎟⎟ per <1
η ⎜η η
⎝ u ⎠

H0, Hu0, β0, β1, γu e γ sono parametri costitutivi del materiale, ζmax è il massimo della

funzione mobilized stress function ζ, mentre ξ è la deformazione deviatorica plastica

accumulata.

HDm nel nostro caso è pari a 1 poiché non stiamo effettuando prove cicliche.

34
Il tensore elastico, in prima analisi, può assumere la seguente forma:

⎡K 0 ⎤
D et = ⎢ t
3Gt ⎥⎦
5.21
⎣0

Dove Kt e Gt sono i moduli di compressibilità volumetrica e a taglio tangenti,

calcolabili con un modello elastico non lineare:

p'
5.22 Kt = K0
p0

p'
5.23 Gt = G0
p0

Vedremo nel paragrafo 7 come possa essere scelto un modello elastico più

accurato.

Il modello PZ richiede quindi la determinazione di 12 parametri, che può essere

effettuata mediante prove di laboratorio, tuttavia in quest’ambito non ci occuperemo

di cicli di carico-scarico pertanto i parametri γu e Hu0 non verranno calcolati.

35
5.3 Potenzialità del modello nella descrizione del

comportamento

In condizioni di carico monotono si possono individuare tre tipiche risposte delle

sabbie, mostrate nelle figure seguenti (Figura 5.3, Figura 5.4, Figura 5.5).

Figura 5.3 Test non drenato, ESP (dati di Castro)

Figura 5.4 Test non drenato, q-ε (dati di Castro)

36
Figura 5.5 Test non drenato, u-ε (dati di Castro)

Sabbie sciolte mostrano liquefazione in condizioni non drenate: esse

sperimentano un picco della tensione deviatorica dopo il quale la resistenza tende a

zero mentre la pressione neutrale aumenta continuamente, il percorso tensionale

volge verso l’origine e il terreno perde resistenza raggiungendo uno stato di

liquefazione. Il comportamento è considerato instabile nel senso di Drucker:

dσ T dε p < 0 ; questa caratteristica va descritta con un flusso non associato e un

modulo plastico positivo.

Per altri range di densità il picco della tensione deviatorica compare durante prove

di taglio drenato in sabbie molto dense, questo effetto incrementa progressivamente

all’aumentare della densità. Il fattore Hs introdotto nell’espressione 5.18 tiene conto

che:

− la CSL può essere attraversata senza immediata rottura del terreno

− il materiale ha un comportamento softening

− le condizioni residue vengono raggiunte presso la CSL

37
La tensione deviatorica aumenta nei test drenati mentre Hv e Hs diminuiscono. Hv

si annulla quando viene attraversata la CSL e poi diventa negativo, ad un certo punto

H v + H s = 0 per ηp > Mg e si ha

dp' = dq = 0
dε s ≠ 0
dε v ≠ 0

Dopo le condizioni di picco Hs continua a diminuire mentre Hv no quindi

H v + H s < 0 e H L < 0 ; da questo punto in poi si ha incrudimento negativo, Hs

raggiunge asintoticamente il valore zero.

Si può osservare che in questo caso non è necessaria una legge di flusso non

associato per assicurare l’esistenza del picco, infatti sabbie molto dense

sperimentano coefficienti Mf molto prossimi a Mg, in particolare il rapporto è prossimo

alla densità relativa

Mf
5.24 = DR
Mg

Prove di taglio non drenato su sabbie da medio-sciolte a dense mostrano

caratteristiche intermedie fra quelle discusse. L’attraversamento della linea di stato

critico avviene in corrispondenza del cambiamento di fase, in cui il comportamento

cambia da dilatante a contraente.

Il modello fin qui esposto permette di descrivere le caratteristiche salienti delle

sabbie per carico monotono, inoltre è molto semplice perché non sono introdotte

superfici e leggi di incrudimento e si può facilmente implementare in codici di calcolo.

38
6 Presentazione del modello modificato (Cola&Tonni, 2006)

Le modifiche sostanziali apportate da Cola & Tonni al modello riguardano la legge

di flusso e l’espressione del modulo plastico.

Come già noto, la dilatanza gioca un ruolo cruciale nel comportamento meccanico

dei terreni granulari. Discutiamo qui di seguito alcune espressioni proposte per la

legge di flusso.

Secondo il pionieristico lavoro di Rowe ed in accordo ad alcuni successivi

contributi di Nova & Wood, anche il modello PZ assume che la dilatanza dipenda

solamente dal rapporto di carico η = q e sia indipendente dallo stato del materiale.
p'

Uno dei problemi più forti di questo approccio è la necessità di definire una diversa

serie di parametri costitutivi per una singola sabbia con stati di addensamento

diversi, impedendo di unificare il modello per una vasta scala di densità e livelli di

carico. Nel 2000 Li & Dafalias osservarono che un’espressione dipendente solo dal

rapporto di carico η funziona bene solo quando il cambiamento dello stato fisico del

terreno è piccolo.

Recentemente si è preferito trattare la dilatanza come funzione anche dello stato

fisico del terreno, introducendo il concetto di stato critico.

Ora nell’espressione del flusso plastico, al fine di correggere le deficienze del

modello nel cogliere l’evoluzione del comportamento al variare della pressione e

della densità, si è preferito usare le formule di Li & Dafalias (2000) e Gajo & Wood

(1999):

6.1 [
d g = D0 M g exp( m dψ ) − η ] Li&Dafalias

6.2 [
d g = Ad M g (1 − k dψ ) − η ] Gajo&Wood

39
Dove D0, md, Ad e kd sono costanti del materiale, mentre ψ è il parametro di stato

così definito:

6.3 ψ = e − ecr

ecr è l’indice dei vuoti critico corrispendente alla medesima tensione media p’.

Esso rappresenta quindi la distanza del materiale dalle condizioni critiche.

Le due formulazioni sono state ottenute scegliendo una dipendenza esponenziale

o lineare dal parametro di stato ψ.

Altro notevole problema del modello PZ è la scelta del parametro H0, risulta infatti

poco chiaro come esso possa essere calibrato.

Nel caso delle argille, facendo riferimento allo storico modello di Cam-Clay (vedi

paragrafo 4.3) si può porre

1+ e
H0 =
λ−k

Con e indice dei vuoti iniziale, λ e κ parametri della NCL (normal-consolidazione)

e della URL (carico-scarico) rispettivamente, con tale formula H0 può variare tra 5 e

200.

Per quanto riguarda i terreni granulari, Zienkiewicz et al (1999) osservò che il

parametro poteva essere calibrato grazie alle curve sperimentali p-εa o q- εa, in

questo caso i valori riportati da Pastor et al (1990) variano tra 350 e 16000, i numeri

più alti si attribuiscono generalmente alle sabbie dense.

In Tonni et al (2003) la calibrazione di H0 sui terreni di Venezia, con riferimento a

tre prove drenate, ha fornito i valori di 800, 1000 e 2800 per argilla limosa (CL), limo

(ML) e sabbia medio-fine (SP-SM) rispettivamente.

I valori stimati sono in accordo con quanto riportato da Pastor et al, tuttavia la

procedura non sembra sufficientemente affidabile, dunque sono state prese in

40
considerazione altre formulazioni in particolare facendo riferimento agli studi di

Pestana & Whittle (1995) e Jefferies & Been (2000).

L’approccio di Pestana & Whittle supera il limite di molti modelli costitutivi

assumendo che il terreno abbia deformazioni volumetriche irreversibili per percorsi

tensionali a rapporto di carico costante (η-costant path), anche a basse pressioni: le

deformazioni plastiche aumentano gradualmente al diminuire della distanza da LCC.

Come osservato da Biscontin et al., una risposta di questo tipo modellizza bene il

comportamento edometrico dei terreni veneziani, dunque tale formulazione può

essere usata con successo per interpolare i dati sperimentali di prove di

compressione su questi materiali. In questo modello la componente volumetrica

plastica della deformazione si calcola in questo modo:

e dp '
6.4 dε vp = ρ c (1 − δ bϑ )
1+ e p'

Con δ b = 1− p' un parametro normalizzato compreso tra 0 e 1 che tiene conto


p'b

della distanza dalla Limiting Compression Curve (LCC), e p’b la pressione ottaedrica

sulla LCC corrispondente al medesimo indice dei vuoti. L’esponente ϑ governa la

curvatura della linea di compressione in prossimità della LCC: maggiore è ϑ e

maggiore sarà la curvatura.

Con questo approccio risulta quindi

1+ e 1
6.5 H0 =
e ρ c (1 − δ bϑ )

Jefferies & Been (2000) hanno invece combinato il concetto di unicità della Linea

di Sato Critico (CSL) con l’idea che esista un’unica LCC solo quando la rottura dei

grani di sabbia diventa prevalente. Basandosi su numerosi test di compressione sulle

sabbie di Erksak, gli autori trovarono che il modulo di compressibilità volumetrica può

assumere la seguente espressione:

41
⎛ p' ⎞
6.6 K p = 0,3K e exp(−6,5ψ )⎜1 + 1,3 ⎟
⎜ σχ ⎟
⎝ ⎠

Dove ψ è il ben noto parametro di stato già citato nella formula 6.3, σχ è la

tensione apparente di rottura dei grani in condizioni di taglio, corrispondente ad una

discontinuità della pendenza della CSL nel piano e-ln(p’) (Verdugo 1992). Infatti si

nota che e è proporzionale al logaritmo di p’ finchè p’< σχ e diventa proporzionale a p’

per p’> σχ.

Seguendo questo approccio si può porre

Kp
6.7 H0 =
p'

Per stimare σχ nel caso dei terreni di Venezia sono state considerate due

osservazioni sperimentali:

− Campioni di sabbia e limo non mostrano dilatanza esclusivamente quando le

prove triassiali vengono condotte a pressione di confinamento superiore a 1-1.2

MPa. Inoltre dai risultati delle prove drenate e non drenate di Dalla Vecchia (2002) si

nota che in un piano semilogaritmico la CSL ha andamento lineare oltre 1 MPa.

− La frazione sabbiosa e quella limosa dei materiali veneziani sono un insieme di

carbonati e silicati a grana molto fine, la dimensione dei grani varia da uniforme a

ben assortita. Dal momento che McDowell & Bolton (1998) fanno notare che i terreni

fini bene assortiti arrivano a rottura dei grani a pressione maggiore rispetto a quelli a

grana grossa, segue che σχ per i terreni in esame debba essere superiore al valore

di 700 kPa adottato per le sabbie di Erksak che sono depositi più recenti, uniformi e a

grana grossa.

Per questi motivi si prende in considerazione per i campioni in esame

σχ = 1.0MPa.

42
Il valore di H0 ottenuto con i metodi di Pestana&Whittle e Jefferies&Been sono

simili, pertanto le due procedure sono da ritenersi alternative.

L’equazione 6.6 è stata ottenuta sulla base degli esperimenti condotti sui campioni

di sabbia di Erksak, quindi, per maggior precisione, risulta necessaria una nuova

calibrazione nel caso si voglia applicare ad altri tipi di terreni granulari, comunque la

formulazione proposta da Jefferies&Been ha il vantaggio di descrivere il

comportameno del campione in compressione isotropa in termini di ψ, il parametro di

stato introdotto anche nella legge di dilatanza modificata, permettendo così

un’unificazione del modello attorno a tale parametro. Per questo motivo in questo

lavoro H0 viene determinato attraverso la formula di Jefferies&Been.

Per maggior semplicità di calibrazione, in luogo dell’equazione 5.18, si pone

6.8 H s = β ' 0 exp(− β '1 ξ )

Avendo sostituito β’1 a β0 e β’0 a β0β1.

6.1 Calibrazione del modello

Il modello è stato calibrato facendo

riferimento ad alcuni campioni provenienti dal

Malamocco Test Site (MTS).

Il programma di prove triassiali sui terreni

della Laguna è stato condotto con apparecchi

standard ed ha mostrato che provini di sabbia e

limo tendono a formare bande di taglio appena

viene raggiunto il picco della tensione

deviatorica, questo rende difficile individuare le

condizioni di stato critico.

Figura 6.1 Cella triassiale

43
Al fine di disporre di un maggior numero di dati sperimentali per la calibrazione,

quattro campioni cilindrici provenienti da MTS, di altezza 140 mm e diametro 70 mm,

sono stati sottoposti a test triassiale usando una cella tecnologicamente avanzata

disponibile presso l’Università degli studi di Padova, interamente controllata dal

computer. Seguendo il suggerimento di Rowe & Barden (1964) e Head (1982), la

cella è stata completata con teste lubrificate (San Vitale, 2004) al fine di impedire la

formazione delle bande di taglio.

Per la prima scelta dei parametri si è fatto riferimento a prove drenate di carico

monotono.

6.1.1 Parametri di stato critico

Cola & Simonini hanno dimostrato che per i terreni di Venezia i parametri di stato

critico possono essere messi in relazione all’indice granulometrico

D50 D0
6.9 I GS =
U

Dove D50 è il diametro medio delle particelle, U è il coefficiente di non uniformità

U = D60 D10 e D0 = 1mm è stato

introdotto per normalizzare l’indice.

Le relazioni proposte sono:

6.10 φ ' cr = 38,0 + 1,55 log( I GS )

6.11 λ = 0,066 − 0,016 log( I GS )

6.12 e ref = 1,13 + 0,10 log( I GS )

Esse si adattano bene nell’intervallo

8 ⋅ 10 −5 ≤ I GS ≤ 0,12 .

Figura 6.2 Andamento di φ’cr in funzione di IGS

44
Figura 6.3 Andamento di λ in funzione di IGS

Figura 6.4 andamento di φ’c in funzione di IGS

45
6.1.2 Moduli elastici

Il modello PZ prevede di adottare una legge elastica non lineare, i moduli K0 e G0,

che caratterizzano il comportamento elastico alla pressione di confinamento iniziale

p0’, sono stati stimati adottando il metodo proposto da Tonni et al. (2003). Con

questa procedura il modulo di taglio iniziale G0 può essere stimato da Gmax, che in

media assume il valore determinato dalla relazione di Hardin & Drenevich (1972):

n
Gmax
=D
(2,97 − e )2 ⎡ p' ⎤
6.13 ⎢ ⎥
p ' ref 1+ e ⎢⎣ p ' ref ⎥⎦
Corrected maximum stiffness, (Gmax/p'ref)/f(e)

SP-SM (BE) n = 0.68 SP-SM (BE)


ML (BE)
n = 0.66 ML (BE)
ML (RC)
100 CL (BE)
CL (RC)

n = 0.61 CL (BE)
n = 0.56 ML (RC)

n = 0.60 CL (RC)

10

0.01 0.1 1
Normalized mean stress, p'/p'ref
Figura 6.5 Andamento del modulo di taglio massimo in funzione della pressione efficace

Dove D e n sono costanti del materiale, p’ref è una tensione media di riferimento

che può essere posta pari a 100kPa. I parametri D e n vengono determinati usando

una procedura proposta da Cola & Simonini per i terreni di MTS; n può essere

assunto pari a 0,6 indipendentemente dal materiale, mentre D può essere

relazionato all’indice granulometrico IGS come segue:

6.14 D = 470 + 60,4 ln( I GS )

46
Il modulo Gmax caratterizza la risposta per deformazioni piccolissime, inferiori allo

0,001%, mentre G0 si riferisce a deformazioni superiori, pertanto esso va calcolato

riducendo Gmax di un fattore 2,5, come suggerito anche da Gajo & Muir Wood (1999).

Il modulo di deformazione volumetrica si calcola, supponendo ν costante e pari a

0,15, mediante la ben nota relazione:

2(1 + ν )
6.15 K0 = G0
3(1 − 2ν )

6.1.3 Altri parametri del modello

La calibrazione dei parametri è stata condotta tenendo conto della procedura

utilizzata da Chan (1988) e ripresa da Zienkiewicz (1999).

Come già specificato, Mg corrisponde alla pendenza della linea di stato critico nel

pano p’-q, qui useremo l’angolo d’attrito critico attraverso la relazione 4.18, dove φ’cr

è stato stimato mediante la formula 6.10 in base a IGS.

Il parametro Mf compare nella definizione del modulo plastico H e della direzione

di carico n, controllando il comportamento contrattivo o dilatante del materiale, in

particolare Pastor (1986) propone che si possa inizialmente assumere

6.16 M f = M g ⋅ DR

Dove DR è la densità relativa del campione, valore stimato del 50% nei terreni

della laguna, ma difficile da determinare e spesso sconosciuto.

Per maggior precisione il parametro è stato successivamente aggiustato in base

alle curve sperimentali.

αg viene considerato costante e pari a 0,45.

Per quanto riguarda la dilatanza dg, la calibrazione dei parametri può essere fatta

grazie alla curva εv−ε1 tenendo conto che le costanti possono essere determinate

facilmente nel punto di trasformazione di fase (PTP), cioè dove il comportamento del

47
terreno cambia da contrattivo a dilatante, qui infatti si annulla la dilatanza e la curva

citata mostra un punto stazionario:

1 ⎛η ⎞
6.17 md = ln⎜ PTP ⎟
ψ PTP ⎜M ⎟
⎝ g ⎠

1 ⎛⎜ η PTP ⎞
6.18 kd = − 1⎟
ψ PTP ⎜⎝ M g ⎟

ψPTP e ηPTP sono il parametro di stato e il rapporto di carico in corrispondenza del

punto di trasformazione di fase.

Preliminarmente md e kd sono stati determinati per ogni singolo test, in seguito, per

evitare di avere parametri diversi per terreni simili si è scelto di fare una media dei

valori trovati.

I rimanenti parametri sono stati scelti in modo da avere la miglior interpolazione

dei dati sperimentali nei grafici q-ε1.

Per avere un’idea di come i vari parametri modifichino i grafici proviamo a far

variare un parametro alla volta e dunque ricavare una strategia di calibrazione.

Per quanto riguarda le prove drenate, al variare di β’1 si osservano le seguenti

variazioni:
GRAPH "q - epsa"

700

600
500

400 3
q [kPa]

300 7
200 13

100
0
0,00

0,02

0,04

0,06

0,08

0,10

0,12

0,14

0,16

0,18

0,20

-100

Axial Strain

Figura 6.6 Tensione deviatorica al variare di β’1

48
VOLUMETRIC STRAINS

0,00

0,02

0,04

0,06

0,08

0,10

0,12

0,14

0,16

0,18

0,20
0,000

0,005
Volumetric Strain
0,010
3
0,015 7
13
0,020

0,025

0,030
Axial Strain

Figura 6.7 Deformazione volumetrica al variare di β’1

Si può notare che all’aumentare di β’1 si alzano essenzialmente i rami terminali

delle curve q-ε1 e ε1-εv, senza cambiamento della curvatura.

Al variare di β’0 si notano le seguenti variazioni nei grafici:

GRAP H " q - epsa"

800

700
600

500
0,3
q [kPa]

400
0,5
300
0,8
200

100
0

-100

Axial Strain

Figura 6.8 Tensione deviatorica al variare di β’0

49
VOLUMETRIC STRAINS

-0,010

-0,005

0,00
0,02

0,04
0,06

0,08

0,10

0,12
0,14

0,16
0,18

0,20
Volumetric Strain
0,000

0,005 0,3
0,5
0,010 0,8

0,015

0,020

0,025
Axial Strain

Figura 6.9 Deformazione volumetrica al variare di β’0

Si osserva che β'0 modifica notevolmente la curvatura dei grafici q-ε1 e ε1-εv, in

particolare all’aumentare di β’0 si alza il grafico q-ε1 e si stringe la concavità della

curva ε1-εv.

Un possibile procedimento per calibrare il modello può dunque essere:

1. si determinano sperimentalmente IGS, l’indice dei vuoti e si stima la densità

relativa DR

2. attraverso le formule 6.10, 6.11, 6.12 si calcolano i parametri di stato

critico φ’cr, λ, eref

3. attraverso le formule viste nel paragrafo 6.1.2 si calcolano i parametri

elastici

4. attraverso le formule 4.18 e 6.16 si calcola Mg e si dà una prima stima di

Mf

5. pongo costanti αg=0,45, Ad=1 e md=4

50
6. dai dati sperimentali stimo md o kd facendo riferimento al punto di

trasformazione di fase come illustrato in questo paragrafo attraverso le

formule 6.17 e 6.18

7. dalla curvatura iniziale dei grafici ε1-εv e q-ε1 stimo β’0

8. dall’ultimo ramo delle stesse curve stimo β'1

9. successivi aggiustamenti dei parametri risultano essenziali.

Facendo riferimento alle prove non drenate la calibrazione risulta più difficoltosa

perché parametri diversi modificano le curve in modo qualitativamente molto simile:

sia β’0 che β’1 modificano i tratti finali delle curve di tensione deviatorica e pressione,

mentre non incidono significativamente sul percorso tensionale.

Effective Stress Path

400
350
300
250
q (kPa)

200 0,3
150 0,8
100
50
0
0

50

100

150

200

250

300

p' (kPa)

Figura 6.10 ESP al variare di β’0

51
GRAP H " q - epsa"

1800
1600
1400
1200

q [kPa]
1000 0,3
800 0,8
600
400
200
0

Axial Strain

Figura 6.11 Andamento della tensione deviatorica al variare di β’0

Pore pressure

200
150
100
50

0
u (kPa)

0,3
-50
0,8
-100
-150
-200

-250
-300

Axial Strain

Figura 6.12 andamento della pressione neutrale al variare di β’0

Effective Stress Path

450
400
350
300
q (kPa)

250
200 10
150 3
100
50
0
0

50

100

150

200

250

300

350

p' (kPa)

Figura 6.13 ESP al variare di β’1

52
GRAP H " q - epsa"

450
400
350
300

q [kPa]
250 3
200 10
150
100
50
0

Axial Strain

Figura 6.14 Andamento tensione deviatorica al variare di β’1

Pore pressure

180
160
140
120
u (kPa)

100 3
80 10
60
40
20
0

Axial Strain

Figura 6.15 Andamento della pressione al variare di β’1

53
6.2 Adattamento del modello ai dati sperimentali

Cola & Tonni hanno messo a confronto le simulazioni fornite dalle due diverse

leggi di dilatanza, di cui alle equazioni 6.1(Li&Dafalias) e 6.2 (Gajo&Wood), con

riferimento a prove drenate, dalle quali avevano potuto concludere che le due leggi

potevano essere considerate alternative. Ora se ne verifica l’adattabilità in prove

eseguite in condizioni non drenate.

Di seguito vengono riportati i grafici relativi a tre prove CIU eseguite su campioni

indisturbati dello stesso terreno consolidato a tensioni diverse, ricavati con i

parametri riportati in Tabella 6.1. I parametri sono gli stessi che furono stimati con le

prove CID e si sono dimostrati adeguati anche per questi test.

Le due leggi possono considerarsi alternative in quanto la simulazione fornita è

quasi coincidente come è ben visibile dalle figure Figura 6.16Figura 6.17,Figura 6.18

Soil type SP-HD uniform fine sand


ec 0,788 0,808 0,823
p' 300 150 50
φ'c 36,48 36,48 36,48
λ 0,082 0,082 0,082
eref 1,032 1,032 1,032
Mg 1,48 1,48 1,48
Mf 1,10 1,10 1,10
Go 84552 54160 27401
K0 92605 59318 30011
β'ο 0,35 0,35 0,35
β'1 10 10 10
αf 0,45 0,45 0,45
Do 1 1 1
md 0,05 0,05 0,05
kd 0,05 0,05 0,05
Ad 1 1 1
Tabella 6.1 parametri ottenuti dalla calibrazione

54
1200

1000

800
300
150
q (kPa)

600 50
Gajo
Dafalias
400

200

0
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500 550 600 650 700

p' (kPa)

Figura 6.16 Confronto del percorso tensionale simulato con diverse leggi di dilatanza

1200

1000

800
300
150
q (kPa)

600 50
Gajo
Dafalias
400

200

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

axial strain

Figura 6.17 Confronto dell’andamento della tensione deviatorica simulato con diverse scelte della
dilatanza

55
300

200

100
300
150
u (kPa)

0 50
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22 Gajo
Dafalias
-100

-200

-300

axial strain

Figura 6.18 Andamento della pressione neutrale simulato con diverse scelte della dilatanza

6.2.1 Osservazioni

Le due leggi di dilatanza applicate possono considerarsi equivalenti, talvolta è

migliore l’una e talvolta l’altra, in seguito si farà uso dell’espressione proposta da Li &

Dafalias.

Come si può ben vedere dai grafici il terreno sperimenta un iniziale incremento

positivo della pressione, cioè il percorso tensionale inizia con tangente positiva,

tuttavia questo non si riesce a ricostruire con il modello PZ e successive modifiche

con nessuna scelta dei parametri e qui di seguito ne viene data la dimostrazione

analitica:

η ≅0→
d = (1 + α f ) M f
d g = D0 M g exp(md ⋅ψ )
Hp = 0,3 exp(−6,5ψ )(1 + 1,3 p / 1000) K
Hf = 1

56
Hv = 1
Hs = β ' 0 exp(− β '1 ξ ) = β ' 0
H Dm = 1

La tangente al percorso tensionale è:

dq n gv nv + H / K ⎡ H ⎤
=− = − ⎢d + ⎥
dp ' n gv n s ⎢⎣ Kn gv n s ⎦⎥

Che calcolata per η ≅ 0 con le sostituzioni appena viste dà:

⎡ 0,3 exp(−6,5ψ )(1 + 1,3 p / 1000)(1 + β ' 0 ) ⎤⎥


dq ⎢
= − (1 +α f ) M f +
dp ' ⎢ M g D0 exp(mdψ ) / (d 2 + 1)(d g2 + 1) ⎥⎦

In cui appare evidente che nessun termine all’interno della parentesi può

assumere valore negativo.

Il percorso tensionale previsto dal modello tende quindi a sovrastimare il picco

della pressione neutrale e ad anticiparlo nel campo delle deformazioni. Questo è

essenzialmente legato alla forma della superficie di plasticizzazione, sono stati

effettuati alcuni tentativi per modificare l’espressione di df, ma senza risultati

eccellenti, in questo elaborato tentiamo invece di modificare la legge elastica, il cui

contributo dovrebbe essere prevalente nella prima parte delle curve, pensando di

ricavarne alcuni benefici pur non pretendendo di risolvere questo difetto.

57
7 Modello ipoelastico e modello iperelastico

Evidenze sperimentali dimostrano uno spiccato comportamento non lineare del

terreno anche per piccolissime deformazioni, per questo motivo, negli ultimi anni, si è

assistito ad un continuo perfezionamento delle tecniche di misura al fine di indagare

il comportamento anche a bassi livelli deformativi, inferiori a 10-5.

I dati sperimentali mostrano che i moduli di rigidezza sono funzioni non lineari

della tensione efficace media, ma anche dell’indice dei vuoti e/o della tensione di

preconsolidazione p’c, essi dipendono dunque dai parametri di stato.

Hardin(1978) osservò che G dipende dalla pressione media p’, dall’indice dei vuoti

e dalla storia tensionale del campione, rappresentata dal grado di sovra

consolidazione OCR; egli propose questa formulazione:


n
G ⎛ p' ⎞
7.1 = S ⋅ f (e)⎜⎜ ⎟⎟ OCR k
pa ⎝ pa ⎠

Dove f(e) è una funzione empirica decrescente dell’indice dei vuoti e; pa è una

pressione di riferimento (tipicamente quella atmosferica), S, n e k sono parametri

adimensionali calibrati sperimentalmente. Molti autori hanno proposto diverse

espressioni di f(e), inoltre in molte applicazioni ingegneristiche sulle sabbie non si è

osservata una grande variazione dell’indice dei vuoti o del grado di sovra

consolidazione, tanto che quest’ultimo parametro in molti casi non è noto. Questo

giustifica l’uso dell’espressione semplificata

n
K ⎛ p' ⎞
= k ⎜⎜ ⎟⎟
pa ⎝ pa ⎠
7.2
n
G ⎛ p' ⎞
= g ⎜⎜ ⎟⎟
pa ⎝ pa ⎠

58
che costituisce il modello ipoelastico dove k, g ed n sono costanti adimensionali

facilmente ricavabili dall’interpolazione lineare di un grafico logaritmico K–p’ o G-p’ 3 .

n è compreso tra 0 e 1, più frequentemente nei terreni assume valori tra 0,3 e 0,6,

mentre k e g variano in un range ben più vasto.

Tale modello rappresenta piuttosto realisticamente il comportamento non lineare

del terreno in modo molto semplice ed è quindi largamente diffuso, tuttavia la

dipendenza dei moduli dalla pressione media comporta difficoltà non indifferenti sul

piano concettuale, in quanto il modello che ne risulta non è conservativo (Zytynski et

al., 1978), sicché in presenza di carichi ciclici si può avere creazione o dissipazione

di energia violando la prima legge della termodinamica 4 . Un modello numerico che

impieghi questo approccio nell’analisi del comportamento sotto carico ciclico può

portare a risultati assurdi.

Un’alternativa consiste nell’adottare un approccio iperelastico, basato

sull’esistenza di un’energia potenziale elastica da cui derivare la componente

deformativa reversibile, in questo modo il rispetto della prima legge della

termodinamica è garantito.

Tale approccio è matematicamente più laborioso tanto da non giustificarne

sempre l’uso in prove di carico monotono dove i problemi legati alle leggi non-

conservative possono risultare poco evidenti.

⎛K ⎞ ⎛ p' ⎞
3
In un grafico logaritmico la relazione tra le due grandezze è lineare: log⎜⎜ ⎟⎟ = log(k ) + n log⎜⎜ ⎟⎟ dunque n
p
⎝ a⎠ ⎝ pa ⎠
rappresenta la pendenza della retta e log(k) l’intercetta.
4
Supponiamo che il modulo di deformazione volumicetrica e il modulo di taglio siano dipendenti solo dalla pressione
media come prevede la legge ipoelastica, il lavoro fornito all’elemento infinitesimo di volume nell’incremento de
formativo è:
p' q
dW = p' dε v + qdε s = dp'+ dq per il teorema si Shwartz, condizione necessaria affinchè essa possa
K 3G
∂ ⎛ p' ⎞ ∂ ⎛ q ⎞
riguardarsi come forma differenziale esatta e che ⎜ ⎟= ⎜ ⎟ . Il primo termine è identicamente nullo
∂q ⎝ K ⎠ ∂p ⎝ 3G ⎠
∂ ⎛q⎞ q ∂G
mentre il secondo è ⎜ ⎟=− 2 ≠ 0 , tale modello pertanto è non-conservativo.
∂p ⎝ G ⎠ 3G ∂p
59
Lade&Nelson (1987) hanno mostrato che il comportamento conservativo è

assicurato se, assumendo un valore costante del coefficiente di Poisson, il modulo di

Young è espresso come una funzione sia del primo invariante degli sforzi (I1), sia del

secondo del deviatore (J2):

n
EYoung ⎡⎛ I ⎞ 2 J ⎤ 1 +ν
7.3 = me ⎢⎜⎜ 1 ⎟⎟ + R 22 ⎥ con R = 6
pa ⎢⎣⎝ p a ⎠ pa ⎥ 1 − 2ν

Il potenziale può essere scritto come espressione degli invarianti di tensione

quindi il materiale è considerato fondamentalmente isotropo, tuttavia viene prevista

un’anisotropia indotta, cioè le condizioni di carico generano sul materiale una

risposta anisotropa (stress-induced anisotropy).

Esprimendo in termini adatti alle condizioni triassiali, l’energia elastica deformativa

F è una funzione delle deformazioni di volume e deviatoriche F = F (ε v , ε s )

Da cui deriva che

∂F
p=
∂ε ve
7.4
∂F
q=
∂ε se

e pertanto i moduli tangenti sono definiti da

∂p ∂2F
K= =
∂ε ve ∂ε ve 2
7.5
∂q ∂2F
3G = =
∂ε se ∂ε se 2

Inoltre dev’essere considerato che i termini extradiagonali della matrice di

rigidezza elastica possono assumere valore diverso da zero:

⎡dp'⎤ ⎡ K J ⎤ ⎡dε ve ⎤
7.6 ⎢ dq ⎥ = ⎢ J ⎢ ⎥
3G ⎥⎦ ⎣dε se ⎦
⎣ ⎦ ⎣

Dove

60
∂p ∂q ∂2F
7.7 J= = =
∂ε se ∂ε ve ∂ε se ∂ε ve

Nel caso in cui J sia non-nullo il materiale si comporta incrementalmente in modo

anisotropo, nonostante F sia una funzione isotropa delle deformazioni, e proprio in

questo caso si parlerà di stress-induced anisotropy.

Con questa formulazione i moduli risultano funzione delle deformazioni, cosa che

può rappresentare un inconveniente, esprimerli in funzione della tensione può essere

più comodo, pertanto sfruttiamo la trasformazione di Legendre per ottenere l’energia

potenziale elastica complementare o funzione energia libera di Gibbs:

7.8 E = ( p ' ε ve + qε se ) − F

Ora E = E ( p, q ) da cui può essere derivata la deformazione:

∂E
ε ve =
∂p '
7.9
∂E
ε se =
∂q

Intermini matriciali si ha

⎡dε ve ⎤ ⎡ c1 c3 ⎤ ⎡dp'⎤
⎢ e⎥ = ⎢
c 2 ⎥⎦ ⎢⎣ dq ⎥⎦
7.10
⎣dε s ⎦ ⎣c3

La matrice di cedevolezza è l’inversa della matrice di rigidezza e valgono le

seguenti relazioni

3G ∂2E
7.11 c1 = =
3KG − J 2 ∂p' 2

K ∂2E
7.12 c2 = =
3KG − J 2 ∂q 2

−J ∂2E
7.13 c3 = =
3KG − J 2 ∂p' ∂q

61
7.1 Funzione Potenziale elastico

Nel caso particolare di elasticità lineare le espressioni dell’energia libera e

l’energia complementare sono forme quadratiche:

⎛ k 2 3g e 2 ⎞
7.14 F = p a ⎜ ε ve + εs ⎟
⎝2 2 ⎠

⎛ 1 2 1 2⎞
E = p a ⎜⎜ p + q ⎟
6 g ⎟⎠
7.15
⎝ 2k

Da cui si deriva

p = kpa ε ve
7.16
q = 3gp a ε se

E dunque

K = kp a
7.17 G = gp a
J =0

Come si può notare sono termini costanti.

Le espressioni dell’elasticità non lineare in condizioni puramente isotrope (senza i

termini q ed εs) sono, per n≠1:

pa 2− n
F= (k (n − 1)ε ve ) 1− n
k ( 2 − n)
7.18
p 2−n
E=
p 1a− n k (1 − n)(2 − n)

Da cui si deriva
n
K ⎛ p ⎞
7.19 = k ⎜⎜ ⎟⎟
pa ⎝ pa ⎠

Nasce una complicazione per n=1 se la deformazione volumetrica è presa nulla

per p=0 in quanto essa risulta infinita per ogni incremento finito della tensione,

pertanto è necessario cambiare le equazioni con:

62
pa
F= exp(kε ve )
k
7.20
p⎡ ⎛ p ⎞ ⎤
E = ⎢ln⎜⎜ ⎟⎟ − 1⎥
k ⎣ ⎝ pa ⎠ ⎦

Da cui si deriva appunto

7.21 K = kp

Queste equazioni si applicano esclusivamente all’asse isotropo, ci proponiamo ora

di scrivere un’espressione più generale da applicare in ogni generico stato triassiale.

Esistono vari modi di effettuare questa generalizzazione, in seguito ne vengono

proposti tre fra i più semplici:

m
F = ε ve ( Aε ve + Bε se )
2 2
a)

m
F = ( Aε ve + Bε se ) m Da cui risulta E = (Cp 2 + Dq 2 )
2 2
b) 2 m −1

c) E = p m ( Ap 2 + Bq 2 )

Dove A, B, C, D ed m sono costanti.

Nel nostro caso seguiremo l’approccio (b), l’espressione che verrà utilizzata è la

seguente:

pa
7.22 F= [kυ 0 (1 − n)]2−n1−n
k (2 − n)

Dove

3gε s
2

7.23 υ0 2
=υ * +2

k (1 − n)

Va osservato che υ * viene usato al posto di ε ve per spostare l’origine delle

deformazioni volumetriche a p = pa .

Le tensioni e i moduli possono essere ricavati differenziando il potenziale elastico

come descritto nel precedente paragrafo, tuttavia si ottengono funzioni delle

deformazioni, risultato che risulta scomodo, cerchiamo dunque la funzione E.

63
Attraverso la trasformazione di Legendre, con alcune manipolazioni, si può

ottenere l’espressione dell’energia complementare:

( 2−n )
1 ⎡ 2 k (1 − n) 2 ⎤ 2
p
E = 1− n ⎢ p + 3g q ⎥ − =
p a k (1 − n)(2 − n) ⎣ ⎦ k (1 − n)
7.24
p o2− n p
= 1− n

p a k (1 − n)(2 − n) k (1 − n)

Dove

k (1 − n)q 2
7.25 po2 = p 2 +
3g

Quest’ultime equazioni possono apparire complesse, ma si può osservare che

hanno la struttura base delle equazioni di cui al punto (b), fatto salvo la traslazione

dell’origine.

Questa particolare forma delle funzioni è stata scelta perché dopo la

differenziazione, l’espressione dei moduli diventa molto semplice, si ha infatti:

∂E 1 ⎛ p ⎞
7.26 ε ve = = ⎜⎜ 1− n n − 1⎟⎟
∂p k (1 − n) ⎝ p a p0 ⎠

∂E q
7.27 ε se = = 1− n
∂q p a 3 gp on

Derivando una seconda volta

∂2E 1 ⎡ np 2 ⎤
7.28 c1 = = ⎢1 − 2 ⎥
∂p 2
k (1 − n) p1a− n pon ⎣ p0 ⎦

∂2E 1 ⎡ nk (1 − n)q 2 ⎤
7.29 c2 = 2 = ⎢1 − ⎥
∂q 3gp1a− n p on ⎣ 3gpo2 ⎦

∂2E npq
7.30 c3 = =− 5

∂p' ∂q 3gp 1a− n p on + 2

Per n=1 il valore asintotico a cui tendono le ultime equazioni è:

5
Il dettaglio dei calcoli è riportato in appendice A, pag. 80

64
1 ⎛ kq 2 ⎞
c1 = ⎜⎜1 + ⎟
kp ⎝ 3gp 2 ⎟⎠
7.31

1
7.32 c2 =
3 gp

q
7.33 c3 = −
3 gp 2

Mentre sempre per n=1 le funzioni dell’energia diventano

p ⎡ ⎛ p ⎞ ⎤ q2
7.34 E = ⎢ln⎜⎜ ⎟⎟ − 1⎥ +
k ⎣ ⎝ p a ⎠ ⎦ 6 gp

pa ⎛ e 3gkε e 2 ⎞
7.35 F= exp⎜ kε v + s ⎟
k ⎜ 2 ⎟
⎝ ⎠

Infine scriviamo l’espressione dei moduli

c2
7.36 K=
c1c 2 − c32

c1
7.37 G=
3(c1c 2 − c32 )

Facciamo ora alcune brevi osservazioni:

a) Lungo l’asse isotropo c3 = 0 e quindi anche J = 0. In queste condizioni è

3k − 2 g
anche possibile definire il coefficiente di Poisson come ν = . Il fatto che in un
6k + 2 g

generico stato tensionale J≠0 implica un comportamento elastico anisotropo indotto

proprio dallo stato tensionale (stress-induced anisotropy)

b) Per un generico stato tensionale il rapporto di Poisson si può calcolare

1 ⎛ 2c + 3c3 − 9c 2 ⎞
con la seguente formula: ν = − ⎜⎜ 1 ⎟⎟
2 ⎝ c1 − 6c3 + 9c 2 ⎠

65
c) Lungo l’asse isotropo il modulo di compressibilità volumetrica assume la
n
K ⎛ p ⎞ 6
stessa espressione del modello ipoelastico: = k ⎜⎜ ⎟⎟
pa ⎝ pa ⎠

1
6
Infatti essendo c3=0 allora K= 1 = essendo q=0 allora p 0 = p e quindi
c1 1 ⎡ np 2 ⎤
⎢1 − 2 ⎥
k (n − 1) p 1a− n pon ⎣ po ⎦
n
K ⎛ p ⎞
K = kp 1− n
a
n
p da cui risulta immediatamente = k ⎜⎜ ⎟⎟
pa ⎝ pa ⎠
66
8 Effetti dell’elasticità nell’interpretazione dei dati

sperimentali

In questo paragrafo si intende osservare l’effetto delle diverse leggi elastiche

nell’interpretazione dei dati sperimentali mettendo a confronto l’elasticità non lineare

inizialmente adottata nel modello PZ originale (equazioni 5.22 e 5.23) 7 , l’ipoelasticità

(equazioni 7.2), e l’iperelasticità, per queste ultime si usa esponente n = 0,6. Le

espressioni di dilatanza e modulo plastico restano quelle esposte nel paragrafo 6,

cioè si usano la legge di flusso di Li & Dafalias e la formulazione del modulo plastico

di Jefferies & Been.

Nei grafici seguenti per indicare la curva relativa l’elasticità non lineare si usa la

dicitura “e.n.l.” e il colore blu, per quella relativa all’ipoelasticità “Hypo” e il colore

rosso, per l’iperelasticità “Hyper” e il colore fucsia.

8.1 Prove in condizioni drenate

Cola & Tonni nel 2006, applicarono il modello presentato nel paragrafo 6 ad

alcune prove eseguite su una sabbia fine uniforme (SP) una sabbia fine limosa (SM)

e un limo (ML). In Tabella 8.1 sono riassunte le principali caratteristiche dei materiali

testati e le condizioni di prova.

Mediante un lavoro di calibrazione, esposto nel paragrafo 6.1, Cola e Tonni

ricavarono i parametri costitutivi riportati nella Tabella 8.1. e utilizzati per le

simulazioni.

Nei grafici di Figura 8.1, Figura 8.2 e Figura 8.3 sono riportati i diagrammi q-εa, εp-

εa delle prove drenate prese in considerazione.

7
Questo modello elastico è equivalente all’ipoelastico ponendo n=1.

67
Test SP-200 SM-480 ML-200 SP-HD300 SP-LD300
Soil type Fine sand Sandy silt Silt Uniform fine sand
Type of sample Natural Natural Natural Reconstr. Reconstr.
IGS 0,086 0,017 0,0043 0,104 0,104
Fine Fraction, FF(d<5μm)
0,0 6,0 10,5 0,0 0,0
(%)
Cell pressure, σc(kPa) 200 480 200 300 300
Void ratio at consolidation,
0,676 0,748 0,726 0,712 0,82
ec
φ’c 36,3 35,3 34,3 36,5 36,5
Mg 1,477 1,43 1,389 1,483 1,483
Mf 1,1 0,81 0,79 1,1 0,88
K0 (kPa) 84575 115162 63361 103548 88309
G0 (kPa) 77221 105147 57851 94544 80630
αf 0,45 0,45 0,45 0,45 0,45
md 0,05 1 0,2 0,05 0,05
D0 1 1 1 1 1
β ’0 0,33 0,80 0,33 0,35 0,35
β ’1 10 10 10 10 10
n 0,6 0,6 0,6 0,6 0,6
Tabella 8.1 Parametri ottenuti dalla calibrazione

1600

1400

1200

1000
SP-200
q (kPa)

ML-200
800
SM-480
Hyper
600
Hypo
e.n.l.
400

200

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.1 tensione deviatorica predetta dai modelli con diversa legge elastica confrontata ai dati
sperimentali su ML-200, SM-480 e SP-200

68
Axial strain
-0,01

-0,005

0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22
0
Volumetric strain

0,005
SP-200
0,01 ML-200
SM-480
0,015 Hyper
Hypo

0,02 e.n.l.

0,025

0,03

Figura 8.2 deformazione volumetrica predetta dai modelli con diversa legge elastica confrontata ai dati
sperimentali su ML-200, SM-480 e SP-200

1400

1200

1000

800 SP-HD300
q (kPa)

SP-LD300
Hyper
600
Hypo
e.n.l.
400

200

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.3 Tensione deviatorica predetta dai modelli con diversa legge elastica confrontata ai dati
sperimentali su SP-HD300 e SP-LD300

69
Axial strain
-0,03

-0,02

-0,01
Volumetric strain

0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22 SP-HD300
0
SP-LD300
Hyper
Hypo
0,01
e.n.l.

0,02

0,03

Figura 8.4 deformazione volumetrica predetta dai modelli con diversa legge elastica confrontata ai dati
sperimentali su SP-HD300 e SP-LD300

Come illustrano i grafici non si osserva un variazione marcata di comportamento

cambiando modello. Le curve infatti sono abbastanza simili tra loro.

In effetti andando ad esaminare il comportamento elastico ed esplicitando i moduli

di compressione volumetrica e di rigidezza al taglio, si osserva che l’elasticità non

lineare predice valori altissimi dei moduli elastici, che praticamente raddoppiano

rispetto quelli previsti dagli altri due modelli (Figura 8.5 e Figura 8.6). Questo si

ripercuote nel comportamento volumetrico: maggiore rigidezza alle piccole

deformazioni, ma anche una maggiore tendenza alla dilatanza.

Il modello ipoelastico, come era facilmente deducibile dalle relazioni 7.2, prevede

aumenti molto più contenuti delle rigidezze (controllate da una legge di potenza con

esponente quasi metà rispetti il modello precedente). Questo si riflette in un

comportamento meno rigido del materiale, ma anche meno dilatante.

Con il modello iperelastico le variazioni dei moduli sono completamente cambiate:

il modulo K rimane abbastanza contenuto mentre aumenta enormemente il modulo di

70
taglio che diventa quasi 2.5 volte più grande. Questo andamento del modulo di taglio

è imputabile al fatto che, nel modello iperelastico, esso dipende oltre che dalla

pressione p’, anche dalla tensione deviatorica q, tuttavia questo andamento

dovrebbe essere verificato con apposite prove di laboratorio, nelle quali eseguire

piccoli cicli di scarico-ricarico durante la fase di taglio.

200000

180000

160000

140000 Hyper
K (kPa)

Hypo
120000 e.n.l.

100000

80000

60000
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.5 Modulo di compressibilità volumetrica per SP-LD300

200000

180000

160000

140000 Hyper
G (kPa)

Hypo
120000 e.n.l.

100000

80000

60000
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.6 Modulo di taglio per SP-LD300

71
8.2 Prove in condizioni non drenate

Con la sabbia fine uniforme sulla quale erano state condotte le prove drenate SP-

HD300 e SP-LD300, sono stati condotti anche delle prove del tipo CIU con pressioni

di consolidazione pari a 50kPa, 150kPa e 300kPa. Si sottolinea che le prove sono

state eseguite su materiale indisturbato, materiale che a priori dovrebbe avere una

densità uguale a quella presente in sito.

Usando i parametri costitutivi elencati in Tabella 8.1 e i tre modelli prima elencati,

si ottengono i risultati riportati nei grafici di Figura 8.7, Figura 8.8 e di Figura 8.9.

1200

1000

800
300
150
q (kPa)

50
600
Hyper
Hypo
e.n.l.
400

200

0
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500 550 600 650 700

p' (kPa)

Figura 8.7 Confronto dei percorsi tensionali con i tre modelli elastici e i dati sperimentali su SP.

72
1200

1000

800

300
q (kPa)

150
600
50
Hyper
Hypo
400
e.n.l.

200

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2

Axial strain

Figura 8.8 Confronto dell’andamento della tensione deviatorica con i tre modelli elastici e i dati
sperimentali su SP.

300

200

100

300
u (kPa)

150
0 50
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 Hyper
Hypo
-100 e.n.l.

-200

-300

Axial strain

Figura 8.9 Confronto dell’andamento della pressione neutrale con i tre modelli elastici e i dati
sperimentali su SP.

73
Come già osservato per le prove drenate, anche in questo caso non si registra un

decisivo miglioramento nell’approssimazione dei dati sperimentali e si notano ancora

gli andamenti singolari dei moduli elastici (Figura 8.10 e Figura 8.11).

250000

200000

150000
Hyper
K (kPa)

Hypo
e.n.l.
100000

50000

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.10 Andamento del modulo di compressibilità volumetrica calcolato con i diversi modelli
elastici nel caso di prova CIU su provino consolidato a 300kPa

200000

180000

160000

140000

120000
Hyper
G (kPa)

100000 Hypo

80000 e.n.l.

60000

40000

20000

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 0,22

Axial strain

Figura 8.11 Andamento del modulo di taglio calcolato con i diversi modelli elastici nel caso di prova
CIU su provino consolidato a 300kPa

74
9 Confronto fra i modelli

Per le prove non drenate di cui si è discusso in precedenza viene fatto ora un

ulteriore confronto con la simulazione fornita dal modello PZ originale.

Nei grafici successivi si trovano le interpretazioni fornite da:

− Il modello PZ originale esposto nel paragrafo 5.2, indicato con “PZ original”

e colore blu,

− Il modello modificato da Cola & Tonni, presentato a Roma nel 2006, ed

esposto nel paragrafo 6, ma con legge ipoelastica, indicato con “Roma 06-

Hypo” e colore rosso

− Il modello più recente, identico al precedente ad eccezione della legge

elastica per la quale si è adottato la formulazione iper-elastica, indicato con

“Padova 09” e colore fucsia.

Nella Tabella 9.1 sono riassunti i parametri costitutivi adottati per simulare le prove

con i tre modelli. In particolare tali parametri sono stati inizialmente ricavati mediante

calibrazione del modello Roma 06-Hypo su prove drenate (Figura 8.3 e Figura 8.4)

con la procedura esposta nel paragrafo 6.1 e successivamente verificati sulle prove

non drenate in oggetto, per le quali si sono dimostrati essere un’ottima scelta

confermando l’efficacia della procedura seguita. Il modello Padova 09 utilizza i

medesimi parametri che offrono già la miglior approssimazione.

Per i parametri introdotti nel PZ original si è semplicemente posto β 0 = β '1 e

β1 = β ' 0 β '1 per coerenza con i modelli precedenti e si è stimato H0 con riferimento

sia prove CID, sia a prove CIU, scegliendo un valore che andasse abbastanza bene

per tutte, il quale si è inoltre rivelato essere in accordo con quello previsto dalla

formula di Jefferies & Been.

75
Soil type SP
p'c 300 150 50
ec 0,788 0,808 0,823
φ'c 36,48 36,48 36,48
λ 0,082 0,082 0,082
eref 1,032 1,032 1,032
Go 84552 54160 27401
Ko 92605 59318 30011
Mg 1,48 1,48 1,48
Mf 1,1 1,1 1,1
αf 0,45 0,45 0,45
per il modello PZ originale
βο 10 10 10
β1 0,035 0,035 0,035
αg 0,45 0,45 0,45
Ho 400 400 400
per i modelli modificati (Roma 06-
Hypo e Padova 09)
md 0,05 0,05 0,05
D0 1 1 1
β'ο 0,35 0,35 0,35
β'1 10 10 10
Tabella 9.1 Parametri ottenuti dalla calibrazione dei
modelli

1200

1000

800
300
150
q (kPa)

50
600
Padova 09
Roma 06-Hypo
PZ original
400

200

0
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500 550 600 650 700

p' (kPa)

Figura 9.1 Confronto dei percorsi tensionali con i tre modelli

76
1200

1000

800

300
q (kPa)

150
600
50
Padova 09
Roma 06-Hypo
400 PZ original

200

0
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2

Axial strain

Figura 9.2 Confronto dell’andamento della tensione deviatorica con i tre modelli

250

200

150

100

300
50 150
u (kPa)

50
0 Padova 09
0 0,02 0,04 0,06 0,08 0,1 0,12 0,14 0,16 0,18 0,2 Roma 06-Hypo
-50 PZ original

-100

-150

-200
Axial strain

Figura 9.3 Confronto dell’andamento della pressione neutrale con i tre modelli

77
10 Conclusioni

Bisogna riconoscere che tutti i modelli colgono abbastanza bene aspetti

caratteristici del macrocomportamento dei terreni veneziani, in particolare in

condizioni drenate: la non linearità dell’andamento della tensione deviatorica e della

deformazione volumetrica sono descritte piuttosto bene.

I modelli però non sono altrettanto buoni nel caso delle prove non drenate: come

mostrato non si riesce a cogliere l’andamento delle pressioni neutrali, infatti il picco

risulta troppo alto e anticipato nel campo delle deformazioni e cambiando modello

tale risposta non subisce modifiche significative.

Questo fatto è essenzialmente legato al percorso tensionale previsto dal modello

che inizia sempre con dp’>0 mentre i dati sperimentali registrano inizialmente

incrementi negativi della tensione media.

L’andamento della tensione deviatorica risulta inizialmente troppo ripido, indicando

una grande rigidezza del materiale; questa pendenza eccessiva non si riesce a

modificare attraverso la legge elastica a meno di adottare moduli irrealisticamente

bassi che inficiano poi il resto del grafico.

L’introduzione della legge iperelastica, in luogo di quella ipoelasica, non modifica

sensibilmente la bontà del modello, anzi in alcuni casi l’interpolazione risulta

peggiore, pertanto non appare conveniente la complicazione formale che la nuova

legge comporta per prove di questo tipo, che potrà eventualmente risultare utile

nell’ambito dei test ciclici.

Per i dati in esame il modello migliore sembra quello presentato a Roma nel 2006

da Cola&Tonni, ma con l’uso della legge ipoelastica (n=0,6), infatti i dati sperimentali

sono interpretati in modo soddisfacente. Esso è più semplice perché evita la

complicazione formale legata all’introduzione dell’iperelasticità, e la stima dei

78
parametri è più agevole e rigorosa rispetto al modello originale di Pastor &

Zienkiewicz, grazie all’espressione di Jefferies & Been che permette di calibrare

rigorosamente H0.

79
Appendice A: dettagli del calcolo della matrice di

cedevolezza

Vengono di seguito riportati i dettagli del calcolo delle derivate della funzione

energia libera

2−n
1 ⎡ 2 k (1 − n) ⎤ 2 p
E= p + q ⎥ −
p k (1 − n)(2 − n) ⎢⎣
1−n
a 3g ⎦ k (1 − n)

2− n − 2
∂E 1 2 − n ⎡ 2 k (1 − n) 2 ⎤ 2 1
= ε ve = 1− n ⋅ ⋅⎢p + q ⎥ 2p − =
∂p p a k (1 − n)(2 − n) 2 ⎣ 3g ⎦ k (1 − n)
−n
p ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ 2 1
= 1− n ⋅ ⎢ p2 + q ⎥ −
p a k (1 − n) ⎣ 3g ⎦ k (1 − n)

⎧ −n − n−2

∂ E
2
1 ⎪⎡ 2 k (1 − n) 2 ⎤ 2 ⎡ ⎤
⎛ n ⎞ 2 k (1 − n) 2 2 ⎪
= c1 = 1− n ⎨⎢ p + q ⎥ + p⎜ − ⎟ ⎢ p + q ⎥ 2 p⎬ =
∂p 2
p a k (1 − n) ⎪⎣ 3g ⎦ ⎝ 2 ⎠⎣ 3g ⎦ ⎪
⎩ ⎭
−n
⎧⎪ k (1 − n) 2 ⎤ ⎫⎪
−1
1 ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ 2⎡ 2
2
= 1− n ⋅ ⎢ p2 + q ⎥ ⎨1 − np ⎢ p + q ⎥ ⎬
p a k (1 − n) ⎣ 3g ⎦ ⎪⎩ ⎣ 3g ⎦ ⎪⎭

Effettuando la sostituzione

k (1 − n) 2
p 02 = p 2 + q
3g

Si semplifica ottenendo:

∂2E 1 ⎧ p2 ⎫
= c = ⋅ ⎨1 − n ⎬
∂p 2 p1a− n k (1 − n) p0n ⎩
1
p02 ⎭

80
(− n −2 )
∂2E p ⎛ n ⎞ ⎡ 2 k (n − 1) 2 ⎤ 2
k (1 − n)
= c3 = 1− n ⎜− ⎟ p + q ⎥ 2q =
∂p∂q p a k (1 − n) ⎝ 2 ⎠ ⎢⎣ 3g ⎦ 3g
( − n −2)
pqn ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ 2
npq
= − 1− n ⎢ p 2 + q ⎥ =−
p a 3g ⎣ 3g ⎦ p 3gp 0n + 2
1− n
a

( 2− n − 2 )
∂E 1 2 − n ⎡ 2 k (1 − n) 2 ⎤ 2
k (1 − n)
= ε se = 1− n ⋅ ⋅ p + q ⎥ 2q =
∂q p a k (1 − n)(2 − n) 2 ⎢⎣ 3g ⎦ 3g
−n
q ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ 2
= 1− n ⎢ p 2 + q ⎥
p a 3g ⎣ 3g ⎦

⎧ −n ( − n −2)

∂2E 1 ⎡
⎪ 2 k (1 − n ) ⎤ 2
⎛ − n ⎡
⎞ 2 k (1 − n ) ⎤ 2
k (1 − n) ⎪
= c = ⋅ ⎨⎢ p + q 2
⎥ + q ⎜ ⎟⎢ p + q 2
⎥ 2 q ⎬=
∂q 2 p 1a− n 3 g ⎪⎣
2
3g ⎦ ⎝ 2 ⎠⎣ 3g ⎦ 3g ⎪⎭

−n
1 ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ 2 ⎧⎪ nq 2 k (1 − n) ⎡ k (1 − n) 2 ⎤ ⎫⎪
−1

= 1− n ⎢ p 2 + q ⎥ ⎨1 − ⎢ p + 3g q ⎥ ⎬ =
2

p a 3g ⎣ 3g ⎦ ⎪⎩ 3g ⎣ ⎦ ⎪⎭
1 ⎧ nq 2 k (1 − n) ⎫
= 1− n ⎨1 − ⎬
p a 3gp 0n ⎩ 3 gp 02 ⎭

81
Appendice B: dettagli del calcolo delle relazioni sforzo-

deformazione nel caso iperelastico

Prima di tutto definiamo le relazioni matriciali da cui si sviluppano i calcoli:

⎛ dε v ⎞ ⎡ 1 2 ⎤⎛ dε ⎞
⎜⎜ ⎟⎟ = ⎢ 2 2 ⎥⎜ 1 ⎟
dε − ⎥⎜ dε 3 ⎟ definizioni di deformazione volumetrica e deviatorica
⎝ s ⎠ ⎢⎣ 3 3 ⎦⎝ ⎠

⎛ dε v ⎞
⎛ dp ⎞
[ ]
⎜⎜ ⎟⎟ = C ep
−1
⎜ ⎟
⎜ dε ⎟ relazione deformazioni-tensioni
⎝ dq ⎠ ⎝ s⎠

Con

⎡ n gv nv n gv ns ⎤
⎡c c3 ⎤ 1 ⎡n gv nv n gv ns ⎤ ⎢ 1 c + c3 + ⎥
C ep = ⎢ 1 + ⎢ =⎢ H H ⎥
⎣c3 c 2 ⎥⎦ H ⎣ n gs nv n gs nv ⎥⎦ ⎢ n gs nv n gs ns ⎥
c3 + c2 +
⎣⎢ H H ⎦⎥

Matrice di cedevolezza, il cui determinante è:

⎛ n gv nv ⎞⎛ n n ⎞ ⎛ n n ⎞⎛ n n ⎞
det = ⎜⎜ c1 + ⎟⎟⎜⎜ c 2 + gs s ⎟⎟ − ⎜⎜ c3 + gs v ⎟⎟⎜⎜ c3 + gv s ⎟⎟
⎝ H ⎠⎝ H ⎠ ⎝ H ⎠⎝ H ⎠

Quindi:

⎡ n gv nv ⎛ n gv n s ⎞⎤
⎢ c1 + − ⎜⎜ c3 + ⎟⎥
⎛ dp ⎞ 1 ⎢ H ⎝ H ⎟⎠⎥ ⎡ 1 2 ⎤ ⎛ dε ⎞
⎜⎜ ⎟⎟ = × ⎢2 2 ⎥⎜ 1 ⎟
⎝ dq ⎠ det ⎢− ⎛⎜ c + n gs nv ⎞ n gs n s ⎥ ⎢ − ⎥ ⎜ dε 3 ⎟
⎢ ⎜ 3 ⎟⎟ c2 + ⎥ ⎣3 3 ⎦⎝ ⎠
⎣⎢ ⎝ H ⎠ H ⎦⎥

Eseguendo il prodotto:

⎡ n gs n s 2 ⎛ n gv n s ⎞ ⎛ n gs n s ⎞ 2 ⎛ n n ⎞⎤
⎢ c2 + − ⎜⎜ c3 + ⎟ 2⎜⎜ c 2 + ⎟⎟ + ⎜⎜ c3 + gv s ⎟⎟ ⎥
⎛ dp ⎞ 1 ⎢ H 3⎝ H ⎟⎠ ⎝ H ⎠ 3⎝ H ⎠ ⎥ ⎛ dε 1 ⎞
⎜⎜ ⎟⎟ = ⎜ ⎟
⎝ dq ⎠ det ⎢− ⎛⎜ c + n gs nv ⎞⎟ + 2 ⎛⎜ c + n gv nv ⎞ ⎛ n gs nv ⎞ 2 ⎛ n gv nv ⎞⎥⎜⎝ dε 3 ⎟⎠
⎢ ⎜ 3 ⎟⎟ − 2⎜⎜ c3 + ⎟ − ⎜ c1 + ⎟⎥
H ⎟⎠ 3 ⎜⎝ H ⎟⎠ 3 ⎜⎝ H ⎟⎠⎥⎦
1
⎢⎣ ⎝ H ⎠ ⎝

Nel caso non drenato, essendo la deformazione volumetrica nulla abbiamo:

82
dε v = dε 1 + 2dε 3 = 0
1
dε 3 = − dε 1
2

Effettuando la sostituzione ed eseguendo i calcoli si giunge a:

1 ⎛⎜ n gs n s 2 ⎛ n gv nv ⎞ ⎛ n n ⎞ 1⎛ n n ⎞⎞
dp = c2 + − ⎜⎜ c3 + ⎟⎟ − ⎜⎜ c 2 + gs s ⎟⎟ − ⎜⎜ c3 + gv s ⎟⎟ ⎟dε 1 =

det ⎝ H 3⎝ H ⎠ ⎝ H ⎠ 3⎝ H ⎠ ⎟⎠
1 ⎛ n n ⎞
= ⎜⎜ c3 + gv v ⎟⎟dε 1
det ⎝ H ⎠

1 ⎡ ⎛ n gs nv ⎞ 2⎛ n n ⎞ ⎛ n n ⎞ 1⎛ n n ⎞⎤
dq = ⎢− ⎜⎜ c3 + ⎟+ ⎜⎜ c1 + gv v ⎟⎟ + ⎜⎜ c3 + gs v ⎟⎟ + ⎜⎜ c1 + gv v ⎟⎟⎥ dε 1 =
det ⎢⎣ ⎝ H ⎟⎠ 3⎝ H ⎠ ⎝ H ⎠ 3⎝ H ⎠⎥⎦
1 ⎛ n n ⎞
= ⎜⎜ c1 + gv v ⎟⎟dε 1
det ⎝ H ⎠

Queste ultime relazioni come si può notare sono molto semplici e facilmente

implementabili, non danno problemi di instabilità.

Per il drenato scriviamo invece:

⎡ n n ⎛ n gv n s ⎞⎤
⎡ 2 ⎤ ⎢ c1 + gv v − ⎜⎜ c3 + ⎟⎟⎥
⎛ dε 1 ⎞ 1 ⎢− 3 − 2⎥
⎢ H ⎝ H ⎠⎥⎛⎜ dp ⎞⎟
⎜⎜ ⎟⎟ = − ⎢ ⎥⎢
⎝ dε 3 ⎠ n gs n s ⎥⎜⎝ 3dp ⎟⎠
1 ⎥ ⎢− ⎛⎜ c3 + gs v ⎞
2 ⎢− 2 n n
⎟⎟ c2 + ⎥
⎣ 3 ⎦ ⎢ ⎜⎝ H ⎠ H ⎥⎦

Da cui si ottiene, eseguendo le moltiplicazioni:

⎡1 ⎛ n gv nv ⎞ n n n n ⎛ n n ⎞⎤
dε 1 = ⎢ ⎜⎜ c1 + ⎟⎟ + c3 + gs s + c3 + gv s + 3⎜⎜ c 2 + gs s ⎟⎟⎥ dp
⎣⎢ 3 ⎝ H ⎠ H H ⎝ H ⎠⎦⎥

Poiché procediamo a deformazione imposta, bisogna invertire la relazione

precedente:

dε 1
dp =
⎡ n gv nv n gs n s n gv n s 3n gs n s ⎤ ⎡ 1 ⎤
⎢ + + + ⎥ + ⎢ (c1 ) + 2c3 + 3(c 2 )⎥
⎣ 3H H H H ⎦ ⎣3 ⎦

E poi naturalmente dq = 3dp

83
Bibliografia

Atkinson J. - Geotecnica

Cola S., Gottardi G., Mira P., Pastor M., Simonini P., Tonni L. - Use of generalized plasticity to
describe the behaviour of a wilde class of non-active natural soils (2006)- Geothecnical
Symposium in Roma
Cola S., Tonni L. - Adapting a generalized plasticity model to reproduce the stress-strain
response of silty soils forming the Venice lagoon basin (2008)- The 12th International
conference of International Association for Computer Methods and Advances in Geomechanics
(IACMAG), Goa, India
Cola S. Pastor M., Tonni L. - Mathematical modelling of venetian sediment behaviour using
generalized plasticity (2002)

Davis R.O., Selvadurai A.P.S. - Plasticity and Geomechanics (2002)- Cambridge University
Press

Houlsby G. T., Amorosi A., Rojas E. - Elastic moduli of soils dependent on tressure: a
hyperelestic formulation (2005)- Geotéchnique 55, No. 5, pp. 383-392

Lancellotta R. – Geotecnica (2005)- MC Graw-Hill

Pastor M., Zienkiewicz O. C., Chan H. C. - Generalized plasticity and modelling of soil
behaviour (1990) - Int. J. Numer. And Anal. Methods in Geomechanics, Vol 14, pp. 151-190

Sanvitale N. - Taratura di un modello costitutivo per i terreni di Venezia (2003)- tesi di laurea,
Università di Padova, Dipartimanto di Ingegneria Idraulica, Marittima e Geotecnica

84
Ringraziamenti

Desidero ringraziare il Prof. Paolo Simonini per avermi trasmesso l’interesse per la

geotecnica ed avermi consigliato questo interessantissimo argomento di tesi che mi

ha dato modo di mettere in pratica alcune conoscenze già acquisite, imparare molte

cose nuove, ma soprattutto di affinare la capacità di ragionamento e analisi. Lavorare

ad un progetto di ricerca, sebbene il mio contributo sia stato molto piccolo, si è

rivelato intellettualmente molto stimolante e credo che questa esperienza potrà

considerarsi significativa per le mie scelte future.

Ringrazio inoltre la professoressa Simonetta Cola per la disponibilità che ha

sempre dimostrato, l’infinita pazienza e i consigli utilissimi che mi ha dato

seguendomi durante tutto il lavoro.

Non posso tralasciare un grazie a Laura Tonni, che per prima ha suggerito le

modifiche da apportare al modello, ha messo a punto i driver su cui poi ho lavorato e

si è dimostrata sempre disponibilissima, anche nel venire personalmente a Padova,

da Bologna, per discutere dell’argomento.

Queste persone mi hanno aiutato materialmente in questi mesi in cui ho lavorato

alla tesi, ma essendo arrivata fin qui devo ringraziare moltissimo tutti i miei insegnanti

perché tutti mi hanno trasmesso qualcosa di importante, non solo conoscenze

tecniche, ma anche amore per le discipline e talvolta pure insegnamenti morali e

soprattutto ringrazio i miei genitori che mi han dato la possibilità di studiare

tranquillamente in questi anni e i miei parenti, in particolare i nonni, che han sempre

avuto grande stima di me e mi han incoraggiato.

Francesca Ceccato

85
Sommario

1 Introduzione..................................................................................................................1

2 Caratteristiche dell’attuale laguna di Venezia ...............................................................2

2.1 I terreni della laguna di Venezia ............................................................................5

3 Elementi generali del comportamento delle sabbie ......................................................9

3.1 Resistenza al taglio ...............................................................................................9

4 Il modello elasto-plastico ............................................................................................13

4.1 Bande di taglio.....................................................................................................17

4.2 Criteri di rottura....................................................................................................18

4.3 I modelli di Cam clay ...........................................................................................23

4.3.1 Formulazione del modello modificato ...........................................................24

5 Presentazione del modello base.................................................................................29

5.1 Teoria della plasticità generale ............................................................................29

5.2 Il modello di Pastor&Zienkiewicz .........................................................................31

5.3 Potenzialità del modello nella descrizione del comportamento ...........................36

6 Presentazione del modello modificato (Cola&Tonni, 2006) ........................................39

6.1 Calibrazione del modello .....................................................................................43

6.1.1 Parametri di stato critico ...............................................................................44

6.1.2 Moduli elastici...............................................................................................46

6.1.3 Altri parametri del modello............................................................................47

6.2 Adattamento del modello ai dati sperimentali ......................................................54

6.2.1 Osservazioni.................................................................................................56

7 Modello ipoelastico e modello iperelastico..................................................................58

7.1 Funzione Potenziale elastico ...............................................................................62

8 Effetti dell’elasticità nell’interpretazione dei dati sperimentali .....................................67

86
8.1 Prove in condizioni drenate .................................................................................67

8.2 Prove in condizioni non drenate ..........................................................................72

9 Confronto fra i modelli.................................................................................................75

10 Conclusioni .............................................................................................................78

Appendice A: dettagli del calcolo della matrice di cedevolezza .........................................80

Appendice B: dettagli del calcolo delle relazioni sforzo-deformazione nel caso iperelastico .......82

Bibliografia .........................................................................................................................84

Ringraziamenti...................................................................................................................85

Sommario ..........................................................................................................................86

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