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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA

FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE


Corso di laurea specialistica in Politica Internazionale e Diplomazia

Riflessioni sul saggio


“Prendere sul serio la politica dell’identità”
di James Clifford

Francesco Martini, 550254-PID


Corso di Sociologia dei Processi Culturali
Anno Accademico 2006-2007

È raro che un autore, nella prima riga di uno scritto, metta in chiaro quale sia la prospettiva
dalla quale svilupperà le sue riflessioni. È quanto invece fa James Clifford nell’incipit di Prendere
sul serio la politica dell’identità. Sebbene lo stesso titolo sia chiarificatore da questo punto di vista,
la citazione di Antonio Gramsci, nella quale il filosofo italiano esorta a “guardare le cose così come
sono ora”, è molto utile per capire quale sia il punto di partenza dell’autore, che non può
condividere l’assunto marxiano secondo cui la cultura riflette l’interesse di una classe e la
subordinazione di un’altra, ma piuttosto che l’identità culturale sia “una premessa dell’azione
politica” e non la costruzione, la sovrastruttura e la maschera di rapporti materiali 1. Clifford fa
dunque sua l’esortazione gramsciana e la integra scrivendo che le cose vanno osservate “non come
ti piacerebbe che fossero, non come pensi che fossero dieci anni fa, non come sono scritte nei testi
sacri, ma come sono veramente”2. A questo Clifford accompagna l’idea che la cultura non è un
assoluto e che “la formazione dell’identità è un processo caotico che non può avere fine”3.
Prendendo spunto dal saggio in questione, anch’io ritengo utile, oltre che doveroso, chiarire
quale sia il punto di partenza dal quale svilupperò le mie riflessioni. Anzitutto condivido la tesi di
Emile Durkheim, il quale pensava che la cultura fosse una realtà indipendente che rende la società
una realtà oggettiva. In secondo luogo mi rifaccio a William I. Thomas e al suo celebre teorema,
secondo cui “se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro
conseguenze”. Nel caso delle identità culturali, penso infatti che ognuna di esse sia tale non tanto
sulla base di dati oggettivi dimostrabili scientificamente, bensì, molto più semplicemente, se un
gruppo di persone si sente parte di e si riconosce in essa. Allo stesso modo, dal mio punto di vista,
un popolo è popolo non tanto se esiste un atto normativo che lo sancisca o qualche studio scientifico
che ne provi l’esistenza, ma solo se un gruppo di persone si considera tale.
Del resto è noto a tutti che, come suggerisce la sociologia del diritto, le norme spesso
servono a formalizzare fenomeni informalmente già presenti e che, stante la differenza tra etnia e
razza, l’appartenenza a un popolo (così come il riconoscersi in un’identità culturale) non è un fatto
biologico o di sangue4. Per quanto i pregiudizi a sfondo razziale non siano del tutto debellati nel

1
Va ricordato che Gramsci, di fronte al sopravvento delle identificazioni nazionali su quelle di classe allo scoppio della
prima guerra mondiale, si rese conto di come la politica culturale non sia “meno importante dei fattori
politici/economici più materiali” (JAMES CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, in “Aut Aut”, n. 312,
novembre-dicembre 2002, p. 100).
2
Ivi, p. 97.
3
Ibidem.
4
Cfr. ANTHONY GIDDENS, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 189-211.

2
mondo contemporaneo, è evidente come un afro-americano negli Stati Uniti si senta prima di tutto
un americano e come, anche in Italia, gli immigrati di seconda generazione in genere siano più
legati al Paese in cui sono nati che a quello di cui sono originari i loro genitori.
Da queste considerazioni, consegue che l’invenzione delle tradizioni e quindi delle identità
culturali sia un fatto diffuso, il minimo comune denominatore della storia dell’intera umanità, un
“processo caotico” appunto che non ha fine. Come osserva Clifford, spesso il paradigma
dell’invenzione, teorizzato da Eric J. Hobsbawm, Terence Ranger, Benedict Anderson e Ernest A.
Gellner, si è fuso con “le teorie post-strutturaliste, dando vita a un profondo scetticismo verso tutte
le rivendicazioni di identità, e spesso a un anti-essenzialismo di tipo normativo”5. A partire dagli
anni Ottanta, in particolare, è stato utilizzato per screditare alcune identità culturali considerate false
o tratti di esse, tra i quali perfino le tradizioni delle Highlands scozzesi, nonché per distinguere
quelle vere da quelle fittizie.
Contrariamente a ciò, nel momento in cui faccio mio tale paradigma, non posso condividere
lo scetticismo di alcuni autori, anzi. Ritengo che le identità culturali siano un frutto della storia e,
sebbene alcune siano presenti da tempi immemorabili, ciò non significa né che esse non possano
mutare né che non siano esse stesse basate, appunto, su di un’invenzione. Sia ben chiaro, non mi
riferisco a un’invenzione a tavolino da parte di élites nazionali per giustificare l’esistenza e
l’importanza dei rispettivi Stati-nazione, come ha scritto Hobsbawm, sebbene non escluda che
questo possa essere talvolta accaduto. Le identità culturali sono in gran parte il risultato di
lunghissime stratificazioni che si perdono nella memoria dei tempi. Talora, non lo nego, possono
essere prodotte o influenzate dalle ideologie, ma non condividono con queste lo stesso grado di
transitorietà. In ogni caso sono di per sé in continua evoluzione, anche se non è facile rendersene
conto dal nostro punto di vista umano, esattamente come è difficile notare i cambiamenti fisici di
una persona (si pensi alla crescita di un bambino) se si vive con questa ogni giorno. Indubbiamente
è più facile notare le cose tanto più sono distanti da noi, e, parafrasando Seyla Benhabib, possiamo
dire che le identità culturali e le loro evoluzioni sono come l’orizzonte che si allontana ogni volta
che ci avviciniamo ad esso.
Sulla scia di Clifford, vorrei dunque poter dare dignità a tutte le rivendicazioni dell’identità,
siano esse condivisibili o meno, vicine o lontane. Punto cruciale è capire come queste ultime si
diffondono e si sono diffuse, tenendo ben presente che, a differenza dalle ideologie, esse sono più
pervasive e durature6, dato che sono spesso alla base dell’identità comune di un popolo. Ciò non
5
J. CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, cit., p. 103.
6
A tale proposito può essere utile citare, senza per forza condividerne le pur autorevoli opinioni, Samuel Huntington, il
quale, in un suo celebre saggio, sostiene che, se sul piano ideologico le persone possono cambiare e cambiano la loro
posizione, questo non è possibile sul piano di quelle che chiama “civiltà”, le quali sono date e non possono essere
cambiate. Infatti, secondo Huntington, nei conflitti ideologici si risponde alla domanda “da che parte stai?”, mentre in
quelli tra civiltà la domanda non può non essere che “cosa sei?” (cfr. SAMUEL P. HUNTINGTON, The clash of civilizations?,
3
toglie, come già accennato, che, come le ideologie, le identità culturali possano usare strumenti
politici, talora perfino partitici, per diffondersi o, più che altro, per rendere cosciente il maggior
numero di persone della loro appartenenza (storicamente, linguisticamente o culturalmente
riconoscibile) a una di esse. Ne consegue che molto spesso, quando qualcuno scopre o dice di
riconoscersi in una identità, sia questa di carattere nazionale, religioso (si pensi ai born-again
Christians7) o sessuale (si pensi agli omosessuali), tende a considerarla come innata. Tenendo
presente quanto affermato da George Lipsitz, e cioè che “l’opposizione alle rivendicazioni
particolari delle minoranze razziali o etniche maschera spesso una diversa politica dell’identità, non
etichettata”8, segnatamente quella dei bianchi, si può agilmente operare un parallelo: molto spesso
identità nazionali minoritarie o regionali vengono derise e messe al bando, non tanto per una
presunta non-autenticità, bensì solamente perché rischiano di scalfire, danneggiare o mettere in crisi
l’identità unitaria dello Stato-nazione, che invece si vuole preservare. Innumerevoli sono, a tale
proposito, i casi in cui capi di Stato o di governo hanno sostenuto la tesi della non-autenticità di
fronte a rivendicazioni passibili di mettere in discussione l’integrità territoriale e nazionale del loro
Paese.
Tornando al teorema di Thomas, come fa l’invenzione di una tradizione a farsi oggettiva? In
altre parole, come si produce l’oggettivazione di ciò che, seppure condiviso da una comunità di
persone, inizialmente è solo un pensiero? La risposta, a mio modo di vedere, è nei gruppi di
promozione culturale. Questi possono attivarsi sia come movimento politico e organizzarsi in
partito, sia come movimento politico-culturale trasversale, che si spinge oltre le ideologie. Esistono
così partiti identitari difficili da catalogare nello spettro destra-sinistra, come, in Italia, la Lega Nord
e, per certi versi, la Südtiroler Volkspartei. Diversa è invece l’esperienza dei partiti baschi, catalani,
scozzesi e gallesi che tendono a coprire tutto lo schieramento politico non con un partito etnico de-
ideologizzato, ma piuttosto con una varietà di soggetti di diverso colore politico: conservatori,
democristiani, liberali, socialdemocratici, ecologisti, comunisti e così via9.
In generale, quelli che chiamo gruppi di promozione culturale operano sia sul piano
culturale, sia su quello politico, nonché su quello normativo. Tali movimenti tendono a

in “Foreign Affairs”, vol. 72 n. 3, estate 1993, p. 27).


7
Sebbene sia diffuso presso i born-again Christians e più in generale tra gli evangelicals cambiare confessione cristiana
al momento della rinascita spirituale, spesso questi sostengono che quella fede che ora hanno ritrovato sia in realtà stata
sempre insita nel loro cuore, fin dalla nascita e anche nel periodo di distanza dalle pratiche religiose.
8
J. CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, cit., p. 100.
9
L’esempio della Catalogna è eclatante: esistono un partito liberal-conservatore, uno democristiano, uno
socialdemocratico, uno socialista, uno ecologista e uno comunista, i quali tutti insieme coprono oltre l’85% dell’agone
politico. Anche nei Paesi Baschi la situazione è simile, mentre in Galles e Scozia i partiti autoctoni raggiungono
rispettivamente il 25 e il 40%, ma, se teniamo conto del fatto che quasi tutti i partiti nazionali hanno in queste due
regioni una forte impostazione autonomista, a partire dal nome, si può affermare che i dati si avvicinano a quelli della
Catalogna. Cfr. http://parties-and-elections.de.
4
“standardizzare linguaggi e costumi, producendo così di nuovo una cultura oggettivata, un
folclore”10. La standardizzazione è dunque lo strumento usato da tali soggetti per oggettivare, o
anche semplicemente riportare in auge un’identità culturale assopita, per ridarle dignità, per farla
riemergere dal dimenticatoio della storia, per dare, infine, orgoglio a chi vi appartiene e magari non
se ne rammenta più. Un esempio tipico di quanto sto descrivendo riguarda la lingua. È noto infatti
di come il catalano, il basco e il gallese abbiano avuto la loro rivincita sulla storia tramite
l’insegnamento nelle scuole. Perché questo obiettivo fosse realizzabile è stata necessaria una
standardizzazione grammaticale della lingua. Nel caso della Catalogna tale ruolo è stato ed è svolto
dall’Institut d’Estudis Catalans, le cui funzioni sono state formalizzate nel 1976, dopo la caduta del
regime franchista. Un esempio ancor più eclatante riguarda il lussemburghese che è stato
standardizzato tra il 1946 e il 1975 e che è lingua ufficiale del Lussemburgo solo dal 1984. Fino ad
allora per la gran parte degli studiosi si trattava di un dialetto.
Il caso della lingua è emblematico di come si possa ricostruire un’identità culturale: un
movimento si mobilita, pubblicizza le proprie rivendicazioni, aggrega consenso verso di esse e tenta
di tradurle in norme formali. Queste ultime hanno il compito di implementare quelle politiche che
servono a tutelare un’identità culturale, a far risvegliare presso tutti i cittadini di un territorio la
conoscenza e la coscienza delle proprie tradizioni, storia e lingua, e, talvolta, a farla coesistere con
altre identità. Non è un caso che, grazie all’insegnamento della lingua nelle scuole e alla
obbligatorietà del suo uso dagli uffici pubblici alla segnaletica stradale, il basco, il catalano e il
gallese siano più diffusi oggi che trent’anni fa. Se non si tiene conto di queste modifiche normative,
sembrerebbe paradossale il caso del Galles, dove la percentuale di cittadini capaci di parlare la
storica lingua locale è cresciuta dal 19 al 21% in un decennio (dopo un declino secolare) e dove gli
adolescenti la parlano in media più fluentemente dei loro genitori11.
Così come senza standardizzazione una lingua rischia l’estinzione o perlomeno di essere
classificata tra i dialetti (si pensi al dibattito sul fatto che il veneto sia o meno una lingua 12 e al caso
lussemburghese), allo stesso modo, iniziative in origine simboliche delle istituzioni possono avere
un forte valore: è il caso dell’istituzione dell’assessorato all’identità veneta13 e della legge che
regola l’uso e l’esposizione della bandiera di San Marco14 nella nostra Regione. Se come penso, le
10
J. CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, cit., p. 110.
11
Cfr. From mother tongue to metal ticket. Why the Welsh language is making a comeback, in “The Economist”, 13
agosto 2005, p. 31.
12
Il veneto è considerato una lingua dal Libro Rosso dell’UNESCO sulle lingue a rischio di estinzione (cfr.
http://www.un.org/works/culture/index.html e http://www.tooyoo.l.u-tokyo.ac.jp/Redbook), sebbene non sia catalogato
tra quelle a rischio, a differenza dell’emiliano, del lombardo, del piemontese e del ligure, tutte potenzialmente a rischio.
13
La terminologia del resto è spesso molto importante. Non è un caso che lo Statuto della Regione Veneto, approvato
dal Parlamento italiano con la legge n. 340 del 22 maggio 1971 dica all’art. 2 che “l’autogoverno del popolo veneto si
attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”, di fatto sancendo l’esistenza del popolo
veneto. Cfr. http://www.regione.veneto.it.
14
Si tratta della legge regionale n. 10 del 10 aprile 1998.
5
identità culturali si rafforzano attraverso una lenta stratificazione, anche l’esposizione di un vessillo,
cosa che può sembrare banale, può produrre notevoli effetti: è un dato di fatto che gli scolari e gli
studenti veneti di oggi siano abituati ad entrare in un edificio che la espone, mentre non capitava ai
loro genitori.
Per quanto concerne la logica identitaria, un simbolo può essere fondamentale allo scopo di
mantenere o cementare l’unità del “noi” collettivo. Al tal proposito, è molto interessante il caso di
Devon, una contea nel sud-est dell’Inghilterra, che nel 2003 ha adottato, attraverso una
consultazione popolare gestita dalla BBC locale, una bandiera. Da allora quest’ultima sventola in
ogni strada di ogni cittadina della contea e, sebbene non sia ancora ufficiale, il mese scorso è stata
esposta perfino fuori dalla County Hall. Le ragioni di questa scelta possono essere rintracciate nel
desiderio di rivendicare alcuni diritti (privilegi?) della vicina Cornovaglia che, essendo una delle
storiche sei nazioni celtiche, gode di uno speciale status costituzionale, e nel trend autonomista
avviato dalla devolution scozzese e gallese. Gli abitanti di Devon sono stati poi emulati da quelli di
diverse contee sparse per l’Inghilterra e, in particolare, dal confinante Dorset15.
Le riflessioni che si possono trarre da tali episodi sono due. Innanzitutto essi sono una
dimostrazione di come sia difficile definire artificiale l’invenzione di una tradizione: la bandiera in
questione, sebbene progettata nel 2002, ha qualche significato storico (i colori sono quelli di un
antico visconte della regione ed è dedicata a San Petroc, patrono locale) e con il passare degli anni
ne acquisterà altri. Del resto, la storia è fatta dagli uomini. In secondo luogo, il caso citato è un
tipico esempio di come un’identità culturale possa svilupparsi e prendere piede in ragione
dell’esistenza di un’altra, in questo caso quella cornica. Non è un caso, quindi, né il fatto che ciò sia
accaduto proprio in una contea confinante con la Cornovaglia, né che gli abitanti di quest’ultima
siano pressoché gli unici nel Regno Unito a contestare il “patriottismo devoniano”, come spesso
capita quando un’identità culturale dominante e foriera di privilegi, per quanto marginali, si sente
minacciata16. Questo divertente episodio può essere utile a capire, nel piccolo, come si possano
produrre, a livello regionale e globale, gli scontri etnici, che ovviamente non si realizzeranno tra i
devoniani e i loro “rivali” cornici, anche se è indubbio che alla lunga questo revival localistico potrà
condurre il Regno Unito a una vera riforma federale. Il desiderio di autonomia è contagioso: nessun
inglese, prima della devolution, l’avrebbe richiesta per sé, oggi è un tema di dibattito. Una cosa

15
Cfr. County pride. Patriotism in the shires, in “The Economist”, 30 settembre 2006, p. 46.
16
Va sottolineato che le prime testimonianze storiche della bandiera della Cornovaglia datano 1837, mentre i colori
(verde, bianco e nero) della bandiera di Devon furono usati per la prima volta in un vessillo dal visconte Exmouth, un
nobile locale, durante il bombardamento di Algeri nel 1816 (cfr. ibidem). Non è mia intenzione contestare la maggiore
storicità della bandiera cornica, ma semplicemente sottolineare come anch’essa sia frutto di un’invenzione e che la
distanza storica tra le due date, 1837 e 2003, si assottiglierà sempre più. Inoltre va sottolineato che lo speciale status
costituzionale della Cornovaglia è un risultato anche delle rivendicazioni dell’attivo movimento separatista cornico.
6
simile sta accadendo anche in Italia, ma come gli scozzesi, gli abitanti delle regioni a statuto
speciale sono restii a condividere i loro diritti (privilegi?) con gli altri cittadini italiani.
In conclusione, vorrei esprimere due lievi critiche al saggio in questione. Per primo, mi
sembra un po’ velleitaria l’esortazione dell’autore nei confronti della sinistra a diffidare “più degli
altri delle opposizioni assolute e intransigenti alle rivendicazioni di identità” 17. Sebbene egli stesso
ammetta come la “reazione difensiva attravers[i] tutto lo spettro politico”, non va sottovalutato che
è spesso proprio la sinistra a rendersi protagonista di ciò in nome dell’universalità o di un rinnovato
spirito patriottico. È noto che i laburisti britannici e i socialisti spagnoli sono più aperti alle
rivendicazioni regionaliste rispetto alle destre dei loro Paesi, ma è pur vero che in entrambi i casi si
tratta di fare concessioni a movimenti politici alleati o vicini ideologicamente o, ancora, più
semplicemente al proprio elettorato18. Anche in Italia la sinistra, che non ha una spiccata cultura
autonomista e federalista, sostiene con forza la specificità di alcune regioni da essa governate (Friuli
Venezia Giulia e Sardegna) o da partiti etnici alleati (Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige), e non
delle altre.
In secondo luogo, anche se mi è nota la formazione da antropologo sociale di Clifford, non
posso non osservare come egli abbia una tendenza a esaminare il tema delle identità culturali da un
punto di vista esotico. Sebbene ritenga giustificate e interessanti le digressioni sulle popolazioni
della Melanesia e del Guatemala, tuttavia questo non deve costituire un alibi per dimenticare le
diverse identità minoritarie, che popolano l’Europa, a partire dalla Spagna, dall’Italia e dal Regno
Unito. Dicendo questo, anch’io non posso che fare ammenda per non aver sviluppato più
ampiamente il tema o aver tralasciato importanti questioni come quella dell’Irlanda del Nord o delle
dipendenze della Danimarca. In ogni caso, ritengo che, quando si tratta un argomento così concreto,
sia opportuno trovare gli esempi più vicini a noi. Benché sia cosciente dei rischi che si corrono nel
fare ciò, in particolare quello di perdere in parte l’obiettività, reputo più pericoloso dare dignità alle
rivendicazioni lontane e magari tralasciare, o finanche dileggiare, quelle a noi più vicine.
Pur non volendo mettere in dubbio il fatto che sia più facile identificare un’identità tanto più
è distante e altra da noi, constato che ciò è un’arma a doppio taglio, che ci può portare non solo
all’incapacità di accorgerci di quanto è prossimo a noi, ma soprattutto a sopravvalutare
l’omogeneità di coloro che si riconoscono in una data cultura. Alla luce della lettura di Clifford e

17
J. CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, cit., p. 100.
18
Lo Scottish National Party e il Plaid Cymru gallese sono partiti di ispirazione socialdemocratica, inoltre lo stesso
Partito Laburista è forte sia in Scozia sia in Galles, dove peraltro si presenta in modo tutto sommato autonomo da
Londra. In Spagna il Partit dels Socialistes de Catalunya e l’Esquerra Republicana de Catalunya sono rispettivamente
l’emanazione locale e il principale alleato in Catalogna del Partito Socialista Operaio Spagnolo. Inoltre, non va
dimenticato che pure il governo conservatore di José Maria Aznar, il cui Partito Popolare è tendenzialmente centralista,
aumentò i poteri e l’autonomia fiscale della Comunità Autonoma di Catalogna, quando al governo di quest’ultima c’era
Convergència i Unió, federazione di partiti di centro-destra, alleata a Madrid con i Popolari.
7
delle mie personali riflessioni, sento di dover fare mia l’esortazione a prendere sul serio la politica
dell’identità, ma anche le identità stesse, che meritano, tutte, pari dignità e attenzione.

8
Bibliografia

JAMES CLIFFORD, Prendere sul serio la politica dell’identità, in “Aut Aut”, n. 312, novembre-
dicembre 2002, pp. 97-114

ANTHONY GIDDENS, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna, 2002

GUY HERMET, Storia della Spagna nel Novecento, Il Mulino, Bologna, 1999

SAMUEL P. HUNTINGTON, The clash of civilizations?, in “Foreign Affairs”, vol. 72 n. 3, estate 1993

From mother tongue to metal ticket. Why the Welsh language is making a comeback, in “The
Economist”, 13 agosto 2005

County pride. Patriotism in the shires, in “The Economist”, 30 settembre 2006

Sitografia

http://parties-and-elections.de

http://www.regione.veneto.it

http://www.tooyoo.l.u-tokyo.ac.jp/Redbook

http://www.un.org/works/culture/index.html