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Syria.

Tra storia e leggenda e con una continuità di pensiero


religioso…nonostante tutto.

Culla di antiche civiltà, ellenistica e romana, centro del cristianesimo,


bizantina e cuore della cultura araba, una lunga storia violata e devastata
dall’ orrore islamista e ne rimane la memoria di una perduta Siria

Millenaria e perduta Siria

Il territorio siriano fu culla di civiltà, a nord dell’ Arabia tra la


settentrionale Anatolia e la meridionale Giordania, crocevia di antichi
commerci delle Vie dellaseta da oriente e la leggendaria Via dell’
incenso da sud verso le civiltà del Mediterraneo ove affaccia. Popolato fin
dal Paleolitico, dal XII millennio i villaggi agricoli si diffusero fino all’ VIII con
culture neolitiche preceramiche, risale a questo periodo il sito
di Mureybet dove scorre l’ Eufrate, nel millennio successivo sorsero altri siti
neolitici a Tell Ramad a sud ovest di Damasco, a Bouqras nella regione
orientale vicino Deir el-Zor e sulla costa mediterranea a Ras Shamra nel
periodo della potente Ugarit, Nei pressi si trova il sito di Ras Ibn Hani che
divenne poi base dei Fenici. Nella regione mesopotamica siriana nord
orientale al-Jazira già nel V millennio fioriva Hamoukarcome grande centro
produttore di ossidiana e qui gli scavi archeologici hanno rivelato che vi
fu la più antica battaglia della storia documentata. La comparsa della
ceramica si deve all’ influenza mesopotamica consolidata nel periodo
detto di Halafche ha lasciato i resti più imponenti a Tell Halaf e nello stesso
territorio si trovano quelli di Tell_Leilan nella regione nord orientale di al-
Hasaka lungo in confine con la Turchia. Mentre fioriva la mesopotamica al-
’Ubaid iniziarono gli scambi con le popolazioni siriache come testimoniano i
resti nel sito di Tell_Brak vicino al confine con l’ Iraq che segnano l’ inizio
dell’ edificazione di vere città dovuta alla colonizzazione dei Sumeri.Nel III
millennio si affermò una cultura siriaca nel territorio mesopotamico
settentrionale della Giazira che comprendeva le regioni del Diyār Bakr che
ha lasciato i suoi resti nel sito di Tell Khuwēra a Tell Qaramel già dall’
epoca popolata dagli Hurriti e poco a nord a Tell Mardikh dove sorse
la potente Ebla sorta nel III millennio nel periodo di Uruk. Oltre ai resti dell’
antica città nel sito di Eblasono state rinvenute migliaia di tavolette in argilla
incise con la scrittura detta cuneiforme che contengono i preziosi Archivi di
Ebla scoperti e studiati dall’ archeologo italiano Matthiae. Dal 2400
a.C. Ebla fu in centro di un potente regno che prese e fece fiorire la città
di Emar e contrastò l’espansione dell’ impero mesopotamico di Akkad e
finì distrutta nel 2250 a.C., risorgendo due secoli più tardi. Con la guerra
siriana e gli orrori dell’ isis che hanno devastato il paese, del magnifico
patrimonio culturale e archeologico di Ebla rimane ciò che è sfuggito alla
distruzione e il saccheggio. Con l’ arrivo dei Cananei provenienti dalla
vicina Canaan nel territorio siriano settentrionale sorsero nuove città
come Karkemiš chiamata anche Carchemish nel territorio meridionale
dell’ Anatolia, la fondazione del primo nucleo di Aleppo e quello
di Biblo sulla costa mediterranea che poi divenne una delle più fiorenti città
dei Fenici. A metà del II millennio dal nord iniziò l’ espansione degli Hurriti,
che già vi avevano fondato Urkesh , poi giunsero i potenti Ittiti che si
scontrarono con l’ Egitto, dopo l’ epica battaglia combattuta a Qadeš nel
1296, tra il faraone egiziano Ramses_II e il sovrano ittita Hattušili III ,
venne stipulato un Trattato di pace. Quasi un secolo dopo l’ incontenibile
invasione dei Popoli del maredistrusse li impero ittita e costrinse l’ Egitto a
ritirarsi dai territori siriani dove si insediarono popoli Semiti giunti dal
deserto e gli Aramei crearono piccoli e fiorenti stati aramaici, come
l’ Aram dove poi sorse la città di Damasco, nel territorio dell’ Halab nord
occidentale Arslan Tash che ha lasciato i suoi resti, come Sam’al ed altri
ancora. Nel IX secolo la potente Assiria estese i suoi domini ad occidente
conquistando i territori cananei e i piccoli stati aramei, il dominio assiro fu
assoluto privando la regione di ogni autonomia e libertà locali, ma rimase la
cultura e la lingua aramaica che ha originato quella siriaca. All’ inizio del VII
A.c. secolo vi fu l’ ascesa dei Babilonesi e il loro
sovrano Nabucodonosor sconfisse l’armata del faraone Necao II in quella
che fu l’ epica battaglia combattuta a Karkemish, ponendo definitivamente
fine ad ogni tentativo di espansione egiziana ad est. Il secolo successivo
anche i Babilonesi i furono travolti dagli Achemenidi che mossero alla
conquista dei territori siriani dalla Persia e ne divennero province Satrapie.
Nel 332 l’incontenibile esercito di Alessandro Magno conquistò tutti i territori
achmenidi e la Siria fece parte del suo Impero, dopo la prematura morte
di Mégas Aléxandros e la spartizione degli immensi domini fu nel
vasto Regno seleucide che anche qui diffuse la cultura dell’ Ellenismo con
la sua arte e architettura che ispirò le città siriache
della Tetrapoli ampliando Damasco, venne fondata Antiochia nel III secolo
da Seleuco I a nord ovest, la più piccola Seleucia poco a sud, la
fiorente Apamea sul corso dell’ Oronte e sulla costa
mediterranea Laodicea. Il territorio siriano Seleucide cominciò a decadere
e l’ impero di Antioco III si scontrò con l’ espansione romana nella guerra
siriaca durata quattro anni dal 192 a.C. , conclusa con la pace stipulata
ad Apamea e la cessione di parte della regione siriaca. L’ ultimo
sovrano Antioco XIII venne deposto e l’ intero territorio fu definitivamente
preso da Pompeo Magno e nel 64 a.C. divenne la provincia Syria, da dove
le legioni muovevano per le guerre partiche ad est contro l’ Impero
arsadice. La vasta e solida Sirya ne fu invasa una prima volta nel 161 d.C.
e poi ripresa, ma venne travolta dalle armate persiane dei Sasanidi nel 260
che nella battaglia combattuta ad Edessacatturarono lo stesso
imperatore Valeriano. Dopo il periodo della Siria bizantina nel VII secolo le
armate islamiche completarono la conquista siriana e il primo califfo ibn
Abi Sufyan della dinastia Omayyade portò la sua capitale a Damasco nel
661 e vi rimase per una secolo fino all’avvento degli Abbasidi che la
trasferirono in Iraq a Baghdad, mentre il territorio siriano rimase base
delle guerre sante contro i cristiani bizantini e nell’ XI secolo vi sorsero vari
emirati indipendenti. Tutush I della dinastia turca Selgiuchide ne prese il
dominio fondando il Sultanato siriano travolto alla fine del secolo
dalla Prima_crociata e la formazione dei vari regni e principati cristiani
a Tripoliin Libano, nella liberata Gerusalemme e la siriaca Antiochia poi
contese contro le armate islamiche nella guerra crociata sconfitte fino all’
offensiva dell’atābeg Nūr al-Dīn noto come Norandino e poi dal condottiero
curdo fondatore della dinastia Ayyubide Ṣalāḥ ad-Dīn conosciuto
come Saladino che riconquistò l’ intero territorio. Nel XII secolo i mercenari
turchi Mamalik fondarono il loro sultanato egiziano che si estese nel territori
siriano per trecento anni fino alla conquista degli Ottomani. Vi restarono nei
successivi cinque secoli percorsi da rivolte, conflitti tra musulmani, drusi,
cristiani e maroniti, culminati nella guerra del 1860 con i massacri dei
cristiani a Damasco, nella prima guerra mondiale i nazionalisti siriani si
aggregarono contro i Turchi alla legione araba guidata da Faiṣal figlio del
saudita al-Ḥusain e dal britannico T.Edward Lawrence, noto
come Lawrence d’ Arabia, nella campagna siriana e la presa di Damasco.
Dopo la sconfitta degli ottomani il territorio siriano divenne mandato
francese con l’ opposizione dei nazionalisti che nel 1920 proclamarono l’
indipendente Regno di Siria del sovrano Faiṣal, sconfitto due anni dopo
dalla Francia che smembrò il breve regno. Durante la seconda guerra
mondiale fu dichiarato repubblica indipendente con il presidente
nazionalista Shukrī al-Quwwaṭlī, con la sconfitta della coalizione araba
nella Guerra israeliana del 1948 vi fu una crescente influenza dei militari nel
governo siriano e nel 1958 venne costituita la RAU che doveva essere la
Repubblica Araba Unita con l’ Egitto governato dal nazionalista
panarabo Nasser durata solo tre anni fino all’ intervento militare che nel
1963 portò al potere il Ba’th fondato come partito di ispirazione socialista e
al panarabismo. Dopo la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele
nel 1967, il territorio siriano del Golan venne occupato e tre anni dopo prese
il potere il generale ba‛thista Hafiz al-Asad che cercò di riprendere i territori
occupati dagli israeliani con la Guerra del Kippur del 1973 senza riuscirvi, in
seguito intervenne nella guerra libanese nel 1976 stabilendo in Libano un
lungo protettorato durato quasi trent’anni, appoggiò l’Irannella lunga guerra
contro l’Iraq durata fino al 1988 e poi gli Usa nella prima Guerra del
Golfo del 1991, ristabilendo i rapporti con l’ Iraq di Saddam Hussein sei anni
dopo. Alla sua morte nel 2000 venne proclamato presidente il
figlio Bashar ostacolato dagli Usa nella loro miope politica
mediorientale che aprì il vaso di Pandora del criminale islamismo con la
seconda e disastrosa guerra in Iraq voluta dall’ irresponsabile idiozia
del presidente Bush che pensava di favorire i petrolieri e la cricca di
affaristi statunitensi. Con l’ esplosione delle al-Rabi al-Arabi, meglio note
come le sedicenti Primavere arabe tanto osannate dal miope occidente,
anche questo paese è stato travolto da rivolte e conflitti che sono stati
occasione per i criminali del fronte islamicoe i degni compari di al-Nusra di
emergere dalle loro fogne medievali scatenando la catastrofe della guerra
siriana, mentre l’ ignavo e complice occidente andava blaterando
di democrazia armando gli insorti e sanzionando il perfido regime. Intanto
da quella guerra è sorto il sedicente stato Islamico e il mondo s’ è accorto
dell’isis con I suoi orrori solo quando ha iniziato da qui ad organizzare i
suoi attentati all’ estero così le mostruose vicende dell’ isis e le
terrificanti notizie siriane ne hanno finalmente provocato l’ intervento
militare. Ormai quello che era un paese pacifico ed accogliente lo si può
vedere solo con gli occhi della guerra che l’ ha disseminato di vittime,
massacri, esecuzioni, violenze in nome della guerra santa del jihhd e la
coranica legge shari’a, mentre nell’ignoranza del politicamente corretto si
continua in ridicoli dibattiti tra islamismo moderato e radicale. Quel barbaro
e violento odio si è scatenato anche sulla storia e la cultura, chi vi è stato
prima di tutto ciò ricorda questo paese ricco di monumenti unici al
mondo, siti archeologici, splendide architetture che hanno percorso la sua
storia, un patrimonio culturale devastato e distrutto dalla guerra, i
suggestivi monumenti siriani scomparsi che vanno ricordati con un viaggio
nella memoria della perduta Siria.

Sulle vie della Siria romana

Legata alla Via_Maris, tra i vari centri dall’ Egitto ad occidente


alla Giordania fino alla provincia di Sirya, venne costruita la lunga strata
Diocletiana che correva sui confini romani lungo l’ orientale Limes
arabicus per proteggere e favorire i commerci della provincia_siriana ove
sorsero diverse città romane che hanno lasciato i loro resti, alcune sorte
su più antichi centri ellenistici seleucidi. Ad oriente seguendo il corso
del Khabur alla sua confluenza con l’ Eufrate, sull’ antiica città assira
di Sirhi nel terrtitorio dell’ Osroene, i romani edificarono Circesium che
divenne sede della Legio IIII contro i Parti e poi avamposto contro i
Sasanidi, qui venne innalzato il cenotafio dove morì nel 244 l’
imperatore Gordianus . Dove sorge la città di Homs era la romana
di Emesa che divenne centro cristiano dei Ghassanidi seguaci della
dottrina Monofisista, poi la conquista musulmana ricordata dal mausoleo
del condottiero Khalid ibn al-Walid compagno del Profeta e venerato come
la Spada dell’Islam” Sayf al-Islām. Nella regione nord
occidentale Barbalisso venne edificata come base legionaria della provincia
siriana Euphratensis compresa in quella della Mesopotamia, devastata nel
253 quando l’esercito romano venne sconfitto dai Sasanidi in una battaglia
proprio nei pressi di Barbalisso e ricostruita nel VI secolo dai bizantini
comeLaodicea. Sulla costa settentrionale su una centro fenicio più antico
sorse Arab al-Mulk che fu ellenista seleucide e fiorì nelle successive
epoche romana e bizantina, dopo l’ invasione islamica fu contesa con il
crociati ed infine ottomana. Tra il biblico territorio di Bashan e la regione
di Hawran verso gli antichi siti del Golan si trova la città di Qanawat che fu
l’ ellenistica e poi romana Canatha, più tardi fiorente centro bizantino, ne
rimangono i resti di un ponte romano, l’ acquedotto e l’ annessa cisterna, un
teatro scavato nella roccia e tre templi, di uno rimangono colonne e portico,
di un altro la base e le colonne, su quello di Es-Serai venne edificata una
basilica paleocristiana nel IV secolo. Scendendo a sud sulla città romana
di Phaena è sorta Al-Masmiyah e sulla vicina Aere Al-Sanamayn che
conservano alcuni resti dell’ epoca e di edifici bizantini, oltre che risalenti
alla conquista islamica, memorie di quando fu base dei crociati e il resto del
periodo ottomano. Poco all’ interno Shahba, ove nacque nel
204 all’ imperatore Filippo noto come Philippus Arabicus, divenne la
romana Philippopolis ricostruita nel 244 e dell’ epoca rimangono alcuni
templi, le terme ed un anfiteatro, nei pressi una ponte romano a Nimreh.
Continuando poco distante ad est Shaqqa era la città romana
di Maximianopolis e poi sede vescovile bizantina, ne rimangono i resti di
numerosi edifici, molti decorati nel basalto, tra i vari il Kaisariye dalla
facciata elaborata che affaccia su una piazza all’ interno tre sale con
enormi archi di sostegno. Davanti i resti di una facciata ornata di nicchie
destinate a contenere statue associate al culto imperiale, al margine
settentrionale della città i resti di un monastero paleocristiano e
poi bizantino. All’ estremità meridionale Bosra era fiorente fin dalla metà
del II millennio, transito tra l’ Egitto e gli antichi domini più orientali
degli Amorrei attraverso il territorio della limitrofa Giordania e divenne la
capitale settentrionale del regno nabateo che aveva il suo centro
a Petrafino al I secolo d.C. quando fu nei domini romani della Syria e
successivamente in quelli bizantini. Lungo il corso del fiume Oronte
sorgeva Apamea fondata dai Seleucidi del sovrano Nicatore nel III secolo
a.C. fiorendo in quelli successivi, in epoca romana e bizantina divenendo
uno dei primi centri cristiani e del monofisismo, nel vasto sito di Apamea si
trovano i resti di quelle epoche, le mura con l’ imponente Porta di Antiochia,
lo splendido colonnato che si allunga per due chilometri, il Teatro romano,
le Terme e una Colonna Monumentale. Il Decumanus Maximus ove
affacciano le rovine di una grande villa romana detta Casa delle mensole,
nei pressi una cattedrale con pianta a martyrion del V secolo che
conservava una reliquia della Santa Croce e una cappella, il grande Il
caravanserraglio ottomano del XVI che ospitava il museo con statue e
preziosi mosaici, su tutto dominava e la cittadella araba di Qalaat al-
Madiqdel IX secolo. Anche i resti che sorgevano magnificamente
ad Apamea sono stati devastati e saccheggiati dall’ islamica barbarie
dell’ isis come gran parte dei monumenti siriani. Lungo la pianura turca
di Amuq a settentrione sul Jebel Barisha si trovano resti di epoca romana e
bizantina a Baqirha, del tempio consacrato a Giove rimane il portico con
una delle quattro colonne corinzie, un portale monumentale che accede al
sacrario, scendendo dal colle i resti romani di Baqirha si confondono con
quelli più tardi di edifici bizantini con una chiesa e una basilica del Vi secolo
dalla facciata e gli interni decorati. Nello sperduto villaggio
di Athriya sorgeva il centro romano di Seriana su un’ antica carovaniera per
i deserto che ha lasciato i resti di un tempio edificato nel terzo secolo dal
portale decorato ed eleganti colonne corinzie, nel periodo bizantino fu
circondato da mura con una torre, in quello islamico fu utilizzato come
centro sulla via tra Damasco e Jezira. Seguendo la via delle fortificazioni
medioevali degli Ayuubidi, oltre la cittadella di Mayadin si trova la
poderosa fortezza di Al-Rahba nota come Qalaat al-Rahbeh e nell’ antico
centro di Shmemis della regione di Hama il Qalaat al-Shamamis del XII
secolo, come Qalaat Shirkuh che si erge in un ambiente suggestivo
conosciuto anche come Fakhr al-Din in epoca ottomana. Ad est la
possente fortezza di Halabiya che sorse durante il Regno di Palmira della
leggendaria regina Zenobia, ne rimangono i resti della cittadella su un colle
roccioso ad est le mura con torri laterali un massiccio edificio rettangolare
che continua con un complesso simile ad un praetorium verso il basso ove
oltre alle costruzioni romane si sono aggiunte quelle bizantine e arabe.

Siria cristiana e bizantina

In Siria il cristianesimo si era diffuso dal suo centro patriarcale


ad Antiochia da dove nel V secolo sorse la chiesa siriaca che seguiva il
rito antiocheno fondamento della dottrina siro ortodossa estesa fino in
Persia ove poi si diffuse il Monofisismo e la corrente del Nestorianesimo.
Nel VI secolo ad Antiochia sorsero due diversi patriarcati, uno Melchita e l’
altro che conservava il monofisismo dei seguaci noti come Giacobiti. Con lo
sgretolamento dell’ impero romano la provincia siriana divenne dominio
della Siria bizantina amministrata dagli arabi cristiani Ghassanidi e
soggetta alle incursioni dei Lakhmidi alleati dei Sasanidi che, dopo quelle
che furono chiamate guerre persiane tra il VI e il VII secolo, con Cosroe
II ne invasero i territori nel 603 poi ripresi dai bizantini di Eraclio I dieci anni
dopo, sopravvivendo fino all’ incontenibile espansione islamica
degli Omayyadi. Dal periodo paleocristiano e bizantino per e i secoli
successivi sono sorte le splendide chiese siriane, divenute un patrimonio
artistico e culturale sempre rispettato e protetto con recuperi e restauri
durante il cosiddetto regime Alawita, tutte devastate e molte
completamente distrutte dall’isisnel suo macabro progetto di annientare
secoli di storia e cultura anche del perseguitando e massacrando i seguaci
dell’antico cristianesimo siriano.

Aleppo

L’ antica città di Aleppo è sorta su un sito popolato fin dal V millennio e nel
terzo era capitale del regno Arman influenzato da Ebla, divenne poi
capitale del regno Yamḥad fondato dai nomadi semiti Amorrei travolto dall’
espansione ittita a metà del secondo millennio, conquistata dai Mitanni e
tornata nel dominio degli Ittiti fino al XII secolo a.C. quando entrò nei domini
degli Aramei e tre secoli dopo degli Assiri, alla fine del VII secolo fu dei
persiani Achmenidi e come il resto della Siria nel IV secolo venne
conquistata da Alessandro Magno. Dopo la spartizione del suo impero e la
nascita del regno seleucide, nel 333 a.C. fu conquistata da Seleuco I che
ne fece il centro ellenistico di Beroia fiorito per tre secoli fino al 64 a.C.
quando venne conquistata dai romani nella arricchendosi di nuovi quartieri
e monumenti. All’ inizio del VII secolo fu presa venne dai persiani Sasanidi
e poco dopo dalle armate islamiche di al-Waliddivenendo l’ emirato
della Halab araba medievale che con gli Hamdanidi fiorì dal X secolo
governato da Sayf al-Dawla. Chi vi è stato prima della devastante guerra
che ha travolto in breve millenni di storia e cultura ricorda gli affascinanti
luoghi di quella che era la suggestiva Aleppo ormai ridotta a cumuli di
macerie, il centro e la città vecchia di Aleppo era dominato dall’ Al-
Qal’a universalmente nota come la poderosa Cittadella di Aleppo sorta su
un sito preistorico, poi ellenistica e romana con vari templi andati perduti,
dal XII secolo venne fortificato con mura e torri contro i crociati, ampliate
fino al XIV secolo contro le successive invasioni dei Mongoli, in seguito
residenza dei governatori Mamelucchi e poi Ottomani. Dal grande ponte sul
fossato che la circondava si accede dal monumentale portale al susseguirsi
di saloni collegati da corridoi e scalinate fino alla sala regale dal soffitto
finemente intagliato nel legno. A fianco l’ austera moschea di Abramo e
la Grande Moschea della Cittadella, attorno resti di vari edfici e le
fondamenta del grande palazzo che era reggia degli Ayyubidi distrutti dai
Mongoli oltre un recente anfiteatro. Poco fuori dalla’ Al-Qal’a si trovano
la moschea Utrush edificata nel XIV secolo e la più antica moschea
sciita Al-Nuqtah del XII secolo, ad ovest sul colle Jebel Joushan il
venerato santuario sciita Mashhad al-Saqat dello stesso periodo.
Scendendo nell’ antica Aleppo se ne trovano le vecchie case e palazzi ch e
affacciano sulle strette vie tra quelli che erano gli animati mercati e suq, vi
si apriva il quartiere ebraico e poi cristiano di Al-Jdayde dai vicoli stretti e
tortuosi, palazzi e chiese riccamente decorati fino alla porta Bab_al-Nasr,
che ora appare in gran parte devastato per i furibondi combattimenti.
Dominava il centro la magnifica Moschea di Aleppo al-Jāmiʿ al-Umawiyyī
bi-Ḥalab nota come Moschea Omayyade, la più antica e grande della città
edificata nel califfato di al-Walid Bin Abd al-Malik all’inizio dell’ VIII secolo
sul cimitero e il giardino della cattedrale bizantina di Sant’Elena divenuta la
madrasa al-Halawiyeh, in epoca Selgiudiche fu aggiunto il minareto e
completata nel XIII secolo nel periodo Mamelucco. Un capolavoro che ha
ammirato generazioni di visitatori fino alla distruzione della
splendida moschea Omayyade, una delle grandi perdite del patrimonio
culturale siriano. Vicino il raffinato e decorato palazzo al-Arghuni di epoca
mamelucca che ospitava un ospedale dal XIV secolo, secoli di storia e arte
andati perduti tra ciò che rimane del sontuoso palazzo Belt Ghazaleh di
epoca ottomana, il settecentesco Beit Achiqbash residenza di ricchi
mercanti cristiani, a nord nelle mura i resti della porta Bab_al-Faraj con la
Torre dell’ orologio, la moschea al-Bahramiyeh di epoca ottomana e la
chiesa di Al-Shibani del XII secolo che ospitava una scuola religiosa.
Ad al-Bandarah nel quartiere di al-Farafira si trova il
cinquecentesco palazzo Beit Junblatt e il mistico monastero Sufi Khanqah
al-Farafira del XIII secolo. Proseguendo a nord della città vecchia nel
quartiere di al-Farafareh la più recente moschea al-Othamaniyeh di stile
ottomano nello storico quartiere di Jdeide oltre il sontuoso palazzo
settecentesco beit-Ajqabash e la moschea Al-Safahiyeh costruita nel
1425, nei pressi della porta Bab Antakya che si apre ad ovest la moschea
di al-Qiqan del XII secolo e poco a nord della Bab Qinnasrin la trecentesca
di al-Rumi con l’alto minareto andato distrutto e di qui si andava al villaggio
di al-Aisia per il sito ellenistico di Qinnasrin ad una ventina di chilometri
dalle mura. Tra le tante chiese di Aleppo la cattolica siriana al-Hakim del
XVI secolo nota come Mar Assia che fu sede del Patriarcato cattolico
siriano. Nell’ interno decorato numerose preziose icone e del complesso
fanno parte la chiesa Santa Madre di Dio e una scuola armena edificate
precedentemente, ospitando il museo Tesoro Zarehian. Molte si trovano nel
quartiere Al-Jdayde e limitrofi, la cattedrale caldea consacrata a San
Giuseppe, la chiesa greco cattolica dedicata a Nostra Signora del XIX
secolo in epoca ottomana, l’ ottocentesca cattedrale cattolica maronita
consacrata a Sant’Elia. La comunità degli armeni sirianipregava
nella chiesa ortodossa detta dei Quaranta Martiri sorta su una precedente
alla fine del XV secolo, la più moderna Surp Hagop sulla via al-Iman, dello
stesso periodo la Yerrortutyun della Santa Trinità nel quartiere di Midan, in
quello di Ouroubeh la Khach consacrata alla Santa Croce, nel
distretto Sulaimaniyeh l’ ottocentesca Nahadagatz è la chiesa dei Martiri
evangelici Armeni, nei pressi quella consacrata alla Santa Madre. Dal
2012 per quattro anni è infuriata la devastante battaglia di Aleppo tra l’
esercito governativo e sedicenti insorti, i vari gruppi armati della guerra
siriana in gran parte riuniti nelle sanguinarie con milizie e bande armate
islamiche. Oltre le stragi della popolazione inerme secondo l’ Unesco su
quel che resta di Aleppo, il trenta per cento completamente distrutto e il
resto devastato, oltre la metà della città vecchia è stato danneggiato
gravemente dalla Cittadella alla Grande moschea degli Omayyadi gravi
danni al suq, il Khan caravanserraglio, gli hamman, le chiese, le moschee e
madrase, edifici storici e musei.

Le città morte e i monasteri dell’Halab

Nel nord occidentale Halab ove si stende la regione di Aleppo sorsero


quelle che sono divenute le Città morte, una quarantina di villaggi che
documentano la vita rurale tra la tarda antichità romana e il periodo
bizantino tra il I e il VII secolo poi abbandonati. Si presentano con resti ben
conservati di abitazioni, terme, templi pagani, chiese paleocristiane,
monasteri e basiliche. Nella città romana di Barad rimangono i resti di sette
chiese, due monasteri e la cattedrale Julianos edificati tra il V e il VI secolo,
nel villaggio di Burj Suleiman l’ imponente palazzo bizantino fortificato
di Barjaka, altri resti di edifici della stessa epoca a Kafr Shams e
proseguendo nel sito di Basufan tra gli altri si trovano i resti della chiesa
di Phokas che era considerata tra le più belle della regione, poco distante
a Burj Haidar sorgeva la città bizabtina di Kapropera e tra i resti di Heidar si
trovano quelli di una basilica del IV secolo e un’altra nel vicino villaggio
curdo di Fafertin. Continuando per gli altri villaggi a Kharab
Shamsrimangono tre chiese ben conservate, una del IV secolo con le
arcate a colonne della navata, di quella più in alto ne rimangono le
absidi, una piccola cappella a nord del villaggio e abitazioni, nei pressi
quelli della grande basilica di al-Mushabak. Proseguendo si trova Qalaat
Samaan ove visse per quasi quarant’ anni l’ asceta Simeone Stilita su una
colonna meditando e predicando ai fedeli, alla fine del V secolo vi sorse
un Martyrion a lui consacrato meta di pellegrinaggi che divenne il venerato
monastero consacrato a San Simeone. Dalla pianta a croce con tre chiese
a tre navate, davanti la prima ove rimangono mosaici si trovano i resti del
battistero e delle residenze dei monaci, davanti ad una delle tombe all’
ingresso tracce di un Theotòkosdedicato alla Madonna, la sontuosa chiesa
centrale consacrata alla Trinità con colonne decorate, nella terza chiesa più
semplice consacrata alla madre Santa Marta ove era il suo sepolcro
assieme a quello del santo. Il complesso monastico di San Simeone era
circondato da mura, vari edifici, sotterranei e cisterne, noto come Qalat
Siman sopravvisse con la sua venerata Basilica dello Stilita come centro di
pellegrinaggi per gran parte del medioevo fino alla metà del XIII secolo
quando gli ultimi crociati lasciarono il territorio siriano.

Tra i vari siti bizantini del Jebel al-aala, sulla parte nord occidentale si
trova Bashkuhcon vari resti di edifici, palazzi e chiese e la
vicina Bamuqa che ha lasciato una grande villa romana ed edifici del IV
secolo, tra queli di casolari del VI secolo in uno è ospitato il mausoleo del
santo islamico Sheikh Khalil al-Sadiq. Verso il confine turco si trovano i resti
bizantini a Qalb_Lozeh con l’ omonima basilica paleocristana di Qalb-
lozeh del V secolo, poco distante ad al-kfeir quelli di una chiesa e uno dei
maggiori centri bizantini della regione a Behyo che domina la pianura,
ma ha lasciato poche rovine di edifici e la facciata di una chiesa. In una
magnifica posizione si erge sulla valle Qarqbizeh con edifici costruiti tra il III
e il VI secolo, a Beshandlaya rimane una monumentale tomba romana del II
secolo scavata nella roccia, attorno varie rovine bizantine di ville ed edifici
rurali. Passando per l’ altro sito di Beitar si può arrivare a Banabel con resti
tardo romani e poco fuori un’ imponente colonna che rimane di un grande
tempio, quindi nella medievale città blu di Harem contesa tra bizantini,
arabi e crociati come raccontano i resti della poderosa fortezza.
Continuando a sud est si trova Barish-al-Shamali che fu centro agricolo e
commerciale dell’ epoca ed ha lasciato i resti risalenti al IV e al V secolo,
alcuni edifici, una villa patrizia e una chiesa. Tra i siti della regione
di Idleb , devastata dalla feccia di al-nusra con l’appoggio turco,
proseguendo nel nord ovest siriano si trova la città di Idlib che le ha dato
nome, ma che ha lasciato pochi resti e opere conservate nel suo museo,
così come ad Ariha dell’ antica città chiamata anche Riha rimane ben
poco. Jisr al-Shughur ellenista seleucide, poi romana e bizantina, del suo
passato il sito di Jisr-al-Shaghur conserva il ponte sul fiume Oronte di
origine romana, mentre il centro è di epoca araba ed ottomana. Poco
distante su una precedente fortificazione bizantina sorse la possente
fortezza crociata di Qalaat-al-Shaghur che si erge su un colle roccioso in
magnifica posizione poi conquistato dall’armata di Salah al-Din che vi
aggiunse altri bastioni.Continuando tra il fiume Oronte e il deserto si
trova Maarrat al-Nu’man, della romana come Arra e il periodo bizantino
rimangono pochi resti, molti della città araba ove I crociati nel 1098 guidati
dal famigerato Raymond de Saint Gilles dopo l’ assedio della città ne
massacrarono gran parte degli abitanti. Al centro dell’araba Maarat-al-
Naaman si erge la grande moschea di epoca Ommayyade sorta sul sul sito
di un antico tempio e la vicina Madrasa Abu al-Fawarisda da dove
diramano le vecchie vie ove affacciano palazzi ed edifici arabi e ottomani, il
grande palazzo Khan Murad Bashache ospitava un ricco museo e poco
fuori la cittadella medievale. Durante le guerre crociate simili vicende ebbe
la città di Al-Bara fondata nel IV secolo, dell’ epoca rimangono due tombe
piramidali magnificamente decorate che contenevano cinque sarcofaghi
ellenistici, proseguendo a sud ovest nel sito di Bara si trova il monastero
bizantino Deir Sobat del VI secolo e i resti di diverse chiese e la più grande
al-Hosn, a nord la fortezza araba Qalaat Abu Safian. Proseguendo tra i
siti bizantini si trovano Shinshirah e la vicina Serjilla con i i resti di vari
edifici, palazzi e chiese, non dimenticando che in questa regione si va a
ritroso nella storia incontrando Tel-Mardikh ove si stende il grande sito
dell’antichissima Ebla. Così come verso la martoriata frontiera con l’ Iraq
a Tel-al-Hariri si trova una delle culle delle civiltà mesopotamiche a Mari,
nota per secoli come la fiorente Città del deserto le millenarie rovine
del sito di Mari hanno raccontato la più antica storia siriana, con al centro su
un colle il grande Tempio della divinità mesopotamica Istar e il maestoso
palazzo reale di Zimri-lim sorto nel II millenio a.C. su due piani, un’ ampia
corte e olte cinquecento stanze di varie dimension , templi consacrati al
culto di Istar e affreschi, qui sono state rinvenute duemilacinquecento
tavolette in argilla con scrittura cuniforme ed incisioni note come Archivi di
Mari.

Raqqah dall’antica storia agli orrori dell’ isis

Nel deserto ad ovest di Al-Raqqah si trova il vasto sito di al-Rasafeh con i


magnifici resti dell’ antica Rhesapha romana sorta nel I secolo a.C. come
centro ad est, divenuto possente avamposto sul Limes orientals nel III
secolo nelle lunghe guerre contro i Sasanidi sulla fortificata Strata
Diocletiana che collegava Damascus, la città di Bosra e la fiorente Palmira.
Divenne poi la bizantina Sergiopolis ove nel 303 venne giustiziato uno dei
due militari romani convertiti al cristianesimo Sergio e Bacco con la
decapitazione di Sergio. Sul suo sepolcro nel VI secolo venne edificato un
santuario martyrium che divenne centro di pellegrinaggio cristiano
come Sergiopolis con l’ edificazione della grande basilica consacrata a San
Sergio che ha lasciato i suoi resti noti come Basilica B, dagli altri edifici e le
descrizioni lasciate dallo storico bizantino Procopio nel VI secolo, si sa che
la città era attraversata da grandi vie decumanus, una dalla porta orientale
a quella occidentale, l’ altra passava per un grande caravanserraglio ove
sostavano carovane e mercanti fino alla porta settentrionale
splendidamente decorata che affacciava su una piazza per il mercato. Alla
fine del regno di Giustiniano sorse quella che è chiamata Basilica
A consacrata alla Vera Croce che accolse il sepolcro di di San Sergio qui
portato dalla precedente Basilica B. Altri edifici furono costruiti nel VII
secolo assieme alla grande cisterna. Conquistata dai Persiani nel 616,
tornò bizantina e con l’ imperatore Eraclio I sorsero gli altri quartieri e una
splendida cattedrale. La città prosperò anche dopo la conquista islamica
nell’ VIII secolo e Il califfo omayyade Hisham vi fece costruire il grande
palazzo che ha lasciato erose rovine, continuò ad essere meta di
pellegrinaggi cristiani fino al XIII secolo, quando il califfo Baibars trasferì la
popolazione ad Hama e la città fu abbandonata. Da allora è rimasto
affascinate sito dalle suggestive rovine di mura e torri, enormi cisterne
sotterranee, chiese, palazzi, che s’è fatto ammirarare dai viaggiatori fin
quando anche qui non è giunta la furia rozza e criminale dello stato
islamico, ma poi ciò che è rimasto di quei monumenti alla storia e la cultura
sono stati finalmente liberati-dall’isis.
Tra i siti regione di al Raqqa in spettacolare posizione nel lago Assad su un’
isolotto si trova la suggestiva fortezza medievale Qalaat-Jaabar di epoca
Ayyubide, passando per le rovine della cittadella di Harqaleh sorta nel
periodo Abbaside, si arriva ad Al-Raqqa. Era l’ antica Kallinikos ellenistica
fondata a metà del II secolo a.C., divenne l’ avamposto romano
di Nicephorium , poi centro bizantino ed infine preso nel primo califfato. Alla
città vecchia di al-Raqqa si accedeva dalle porte nei resti delle mura
fortificate, ad oriente si apriva quella di Bab Baghdad che portava all’ antica
moschea degli Abbasidi che ha lasciato il suo minareto, le vecchie vie ove
affacciavano palazzi, botteghe e suq di epoca ottomana, poco fuori il sito
di Tell al-Raqa’i in corso di scavi e Tuttul risalenti al II millennio a.C. La si
ricorda come le altre città siriane, laica e moderna, la gente pacifica e
accogliente, tradizioni e religioni convivevano e le donne erano libere, poi
anche qui la guerra civile contro quel regime che assicurava comunque
tutto ciò, l’ ha trasformata in un inferno. I sedicenti ribelli che altro non erano
che una masnada di fanatici musulmani l’ hanno presa ed è arrivato lo stato
islamico che ne ha fatta la capitale del califfato governata dalla shari’ a con i
suoi orrori. Nella perduta Al-Raqqa divenuta simbolo di ogni nefandezza
islamica quelle donne un tempo libere divennero fantasmi coperti
dal niqab segregate e propietà assoluta degli uomini, il controllo ossessivo
della polizia coranica Hisbah, punizioni per qualsiasi minima mancanza alle
leggi coraniche, dalle frustate in pubblico alla morte, decapitazioni,
lapidazioni e crocefissioni all’ ordine del giorno. Finalmente Raqqa è stata
espugnata dai liberatori Kurdi e la milizia_Ypg sconfiggendo
l’infernale capitale dell’isis.

Continuando tra i siti della regione Deir-alzur, passando per i resti della
fortezza araba medievale di Qalaat-al-Rahbeh si arriva all’antica Tel-al-
Salhiyeh ove si trova il magnifico sito di Dura Europos fondata dal
sovrano Seleuco I nel III secolo a C., divenuta anch’ essa romana e poi
bizantina, fu centro giudaico con la Grande Sinagogafondata nel 244 d.C.,
decorata da magnifici affreschi portati poi nel museo di Damasco. Nello
stesso periodo a Dura Europos venne edificata dai cristiani la Domus
ecclesiae che rimane uno dei più antichi edifici del cristianesimo, questa
chiesa di Dura Europos è magnifico esempio di arte paleocristiana asieme
al suo battistero, anche questi magnifici resti sono stati seriamente
danneggiati dall’ isis mentre le sue milizie criminali facevano scempio del
resto con le statue distrutte che erano patrimonio dell’ epoca romana finito a
martellate. Lo scempio è continuato ad Al-Qaryatayn ove si trovava l’
antico monastero di Mar Elian del V secolo che è stato anch’
esso distrutto dalle milizie islamiche mentre sottomettevano e decimavano
la gente del vicino villaggio cristiano caduto nell’ oblio.

Palmira

Tra tutti i siti siriani indagati dall’ archeologia e i resti romani che hanno
affascinato i viaggiatori, per secoli si è fatta ammirare la
splendida Palmira, l’ antica Città delle Palme Tadmor era già nota nel I
millennio come affermano citazioni assire e bibliche, ma fu con il dominio
dei Seleucidi dal IV secolo a.C. che inizò a divenire fiorente centro
carovaniero sulle rotte asiatiche che diramavano ad occidente dalle Via
della seta, dopo che il territorio siriano divenne provincia_romana all’ inizio
del III secolo d.C. sotto Caracalla, le fu concesso statu di libera città con la
fondazione del vassallo Regnum Palmyrae. Alla morte del
marito Odenato nel 267i salì al trono la regina Zenobia come tutrice del
figlio Vaballato , opponendosi all’ autorità romana con la sua armata
guidata da Zabdas estese il regno nelle province limitrofe conquistando
l’ Egitto ad ovest e l’ Anatolia a settentrione fino alla Bitinia. Alla rivolta e l’
espansione della fiera Zenobia rispose l’ imperatore Aureliano per
riappropriarsi delle province fino all’ assedio e la conquista nel 273 con la
deportazione della regina e la fine dell’ indipendente regno. Palmira si
apriva con i suoi tesori attraversata dal Grande colonnato sorto tra la fine
del II e l’ inizio del III secolo d.C., verso sud lungo la Via colonnata partiva
dal grande Castra Diocletianus e il vicino quartiere ove s’ ergeva il Tempio
Bel, passando per il magnifico Teatro romano e le grandi e Terme di
Palmirasorte nel II secolo che in quello successivo divennero i Bagni
Diocleziano, poco distante il monumentale Arco Trionfale, a nord est i
quartieri residenziali e il tempio di Baal Shamin, da qui ad ovest davanti la
fortezza medievale araba di Qalaat Shirkuh, alla fine della principale Via
colonnata si trovava il Tempio funerario. Al centro dell’ Acropoli il
magnifico Teatro romano sorto nella prima metà del II secolo e all’ esterno
delle mura si estendeva la la grande Necropoli di Palmira con centinaia di
sepolcri, monumenti funebri decorati e le molte tombe palmirene, le più
antiche del I secolo d.C. sono torri con diversi piani come la Torre Elahbel,
le più recenti ad ovest tra il II secolo e metà del III, poco oltre la
desertica Valle delle Tombe. Gli orrori dell’ isis con massacri e rovine
dappertutto anche qui hanno lasciato una devastata Palmira dal suo
splendore che non si può più ritrovare tra prima e dopo l’isis nella
distruzione di quei fanatici assassini islamici con le loro spregevoli
esecuzioni di massa e gli omicidi di gente indifesa, come la figura
eroica del direttore Khaled_al-Asaad che ha resistito alla tortura fino alla
morte per mano dei fanatici assassini islamici come martire nella difesa
di quella che era la meravigliosa Palmira.

Hama e il Muḥāfaẓat Ḥamā

Tornando ad ovest la città di Hama fu un antico centro ittita e dei


biblici Aramei, dal VIII secolo a.C., divenne assira e poi l’
ellenistca Epiphania dal II secolo a.C., in seguito romana e bizantina fino
alla conquista araba nel VII secolo, governata dagli Hamdanidi, con gli sciiti
della dinastia Mirdaside lo sciismo si affermò definitivamente dall’XI secolo
con gli Uqaylidi. Nel XII secolo fu nei domini Ayyubidi e caposaldo nelle
guerre contro le Crociate, seguendo poi le vicende della storia
siriana moderna quando divenne uno dei centri dei fanatici Fratelli
musulmani che vi scatenarono una sanguinaria rivolta oculatamente
repressa dal presidente Hafiz al-Asad e che ben ricordo quando si
asserragliarono nella cittadella fino ad essere sgominati. All’ epoca l’
occidente indignato lo definì massacro di_Hama, ma i condottieri di quei
fanatici hanno ispirato gli sceicchi del terrore che sono venuti dopo e la
nascita del mostruoso isis, con buona pace dell’ ipocrisia democratica
occidentale. Il centro di Hama si apre con le case e i palazzi degli antichi
quartieri ove emergono i minareti delle varie moschee, tra tutte s’ ergeva la
grande Jami el-Kebir del VII secolo che andò in gran parte distrutta durante
la rivolta del 1983 e poi accuratamente ricostruita tornando all’ antico
splendore della Grande Moschea, durante il regno di Nur al-Din Mahmoud
Zenki nel 1163 fu costruita quella di al-Nuri, vicino sorge il maestoso
palazzo settecentesco Qasr al-Azem residenza del governatore
ottomano Bas’ha al-Azm.

La Muḥāfaẓat Ḥamā nella regione di Hama era la più popolata dalla setta
sciita ismaelita dei Nizariti che hanno lasciato numerosi siti e fortezze
medioevali assieme a quelle crociate e resti bizantini, a nord su un colle
che domina il passaggio del fiume Oronte nel X secolo venne edificata la
fortezza araba Fatimide Qalaat Sheizar su un antico sito ellenistico poi
presa dai bizantini, quindi riconquistato dalla tribù araba Banu Munqidh
divenendo difesa durante le guerre crociate, sulla pianura di al-Ghab si
trova la fortezza bizantina di Qalaat abu-Qubeis del X secolo che fu presa
nel 1133 dall’ emiro bn Amrun anch’ essa contesa con i Crociati. Nell’arido
territorio ad est di si trova l’antico villaggio di Sarouj con le tradizionali case
ad alveare di fango e continuando il sito bizantino di Qasr ibn-Wardan del
VI secolo che conserva i resti di una chiesa e un palazzo con fortificazioni
successive. Ad una ventina di chilometri l’ altro sito bizantino di Al-
Andarin con una chiesa circondata da edifici e fortificazioni, proseguendo
nel deserto ad est lo sperduto sito di Athriya ove sorgeva la città romana
di Seriana che ha lasciato le rovine i di un tempio del III secolo. Passando
per il villaggio montano di al-Marijeh si trovano le rovine della rocca
ismaelita di Qalaat al-Kahf quasi nascosta sulle ripide rocce tra due
suggestive gole verso la costa e, passando per Jisr al-Shaghur sul fiume
Oronte, su una falesia rocciosa del Jebel Ansariyeh si trovano le rovine del
castello crociato di Qalaat Mirza costruito nel XII secolo e poi conquistato
da Salah al-Din. la cittadella araba ismaelita di Masyafdominata dall’
omonima fortezza di Qaalat Masyaf sorta su antiche fortificazioni del
periodo seleucide, utilizzate poi dai romani e bizantini, centro della potente
setta dei Nizariti, nota come degli Assassini Hašīšiyyūn per l’uso di
consumare hashish, ove nel XII secolo regnava il persiano Hasan-Ibn as-
Sabbah, divenuto il leggendario Veglio della Montagna raccontato
nel Milione di Marco Polo. Vicino il piccolo villaggio alawitadi Deir al-
Suleib con il sito bizantino di Deir al-Salib che conserva imponenti resti di
due grandi chiese, a sud est la città di Salamiyah e su un’arido colle le
rovine del castello Ayyubide Qalaat al-Shamamis del XIII secolo distrutto
dai Mongoli. Tra i monti si trovano le rovine del castello ismaelita Qalaat al-
Rasafeh del X secolo, utilizzato in epoca Ayyubide e nel periodo
Mamelucco, poi abbandonato con il dominio Ottomano, dai resti del
villaggio arabo fortificato di al-Qadmous, scendendo per Baniyas sulla costa
mediterranea, a Margat si erge il suggestive castello di Qalaat al-Marqab

Homs e il Krak dei Cavalieri


Homs sorta sulla città romana di Emesa che ha lasciato pochi resti mentre
l’ antica Homs si apriva con palazzi ed edifici che affacciavano tra vie e
vicoli che diramavano dal grande suq animatissimo, tra le
varie moschee nella parte settentrionale la Khalid-ibn-al-Walid costruita in
epoca ottomana con il sepolcro di Khalid Ibn al-Walid conquistatore della
Siria, hanno da sempre convissuto con le chiese di Homs come la
bizantina Um al-Zenar sorta su una più antica paleocristiana del IV
secolo ove furono rinvenuti frammenti di una cintura attribuita alla
Madonna venerati come reliquie e quella consacrata a Sant’Eliana del
XII secolo dai magnifici affreschi, ma nel 2012 ad Homs si scatenò una
violenta offensiva e da allora tutti i combattimenti l’ hanno ridotta ad
una città distrutta. Poco fuori si trova il magnifico Qalaat-al-Hosnmeglio
noto come il Krak dei Cavalieri e nelle cronache medievali Crac des
Chevaliers, la più imponente e spettacolare tra le fortezze siriane ,costruita
nell’ XI secolo dai Cavalieri Ospitalieri dell’ordine monastico guerriero
di S.Giovanni Gerusalemme, come presidio sulla valle di Akkar Gap verso
la costa mediterranea. In una suggestiva posizione dominante sul colle
dalle mura esterne con numerose torri cilindriche separate da quelle interne
attraverso un fossato fino ad un grande serbatoio d’acqua, ad ovest Il lato
occidentale della cinta difeso da cinque torri semicircolari su un alto
precipizio.

La Valle dei Cristiani, Maa’lula e i monasteri

L’ intero paese è ricco di edifici che ne raccontano la sua storia cristiana,


chiunque vi sia stato prima che si scatenassero gli armati siriani, le
nefandezze del fronte islamicoe gli orrori dei degni confratelli del daesh, lo
ricorda tranquillo ed ospitale con sana convivenza, come l’ antico centro
di Damasco ove sono state edificate diverse chiese su precedenti siti
paleocristiani ed altre costruite successivamente. Il territorio occidentale
il Wadi al-Nasara era chiamato Valle dei Cristiani, tra chiese e antiche
tradizioni messa a ferro e fuoco con decine di villaggi che hanno vissuto
pacificamente per secoli sono stati travolti dall’ isis. Tra le brulle montagne
rocciose, dove è stata combattuta una battaglia contro le milizie islamiche
a Qalamun, in una lussureggiante valle si trova il villaggio cristiano
di Yabroud che prese nome dal tempio di Giove Yabroudis al centro della
città romana, sopravvissuto pacificamente conservando resti romani e
bizantini che si trovano nel sito di Yabrud, sull’ antico tempio venne
edificata una chiesa poi divenuta la cattedrale greco cattolica di Costantino
ed Elena, finita devastata e barbaramente sfregiata da daesh . L’antico
centro di Ma’lula con le sue antiche chiese e la popolazione che parlava
aramaico, con la guerra è stato completamente devastato dalle bande
assassine della jihad siriana , solo da quando l’ esercito di Assad ha
liberato Maa’lula se ne piangono i tanti martiricontando cosa resta di quello
che era il gioiello aramaico. Proseguendo tra i siti della regione di
Damasco, si trova uno dei più antichi centri cristiani d’ oriente a Seidnaya,
dopo la fondazione di Giustiniano nel 547 con il suo santuario divenne uno
dei più importanti centri di pellegrinaggio assieme alla Terrasanta,
consacrato alla Madonnase ne venera il ritratto che la tradizione vuole
dipinto da Luca evangelista. L’ icona miracolosa è venerata da pellegrini e
devoti cristiani, ma il suggestivo monastero di Seidnaya è da sempre
frequentato da fedeli di altre religioni e da musulmani incantati dalle
leggende di questo antico santuario che, come tutto ciò che appartiene alla
storia e la cultura, è stato minacciato dal rozzo e sanguinario furore
islamico. Poco distante il monastero di Deir mar-Touma consacrato a San
Tommaso e l’ altro antico complesso monastico di Deir al-Shirubeim dalla
cappella riccamente decorata ed affrescata sorta su un antico edificio
romano, proseguendo su un monte che domina la valle si trova la grotta
che leggenda vuole abbia ospitato il biblico profeta Elia ove venne edificata
la venerata chiesa di Deir mar-Elias affrescata nell’ XI secolo. Nella città
di Qara la comunità cristiana è sopravvissuta pper secoli come racconta la
Chiesa greco-ortodossa di San Sergio e Bacco del X secolo dai magnifici
affreschi, in parte trasferiti al museo nazionale della capitale, mentre la
basilica bizantina consacrata a San Nicola nel XIII secolo fu trasformata in
moschea. Dalla vecchia Qaraad un paio di chilometri il monastero di Deir
mar-Yaqoub del V secolo edificato in epoca bizantina su edifici romani con
all’ interno affreschi del XII secolo, andato in rovina fu restaurato
dal regime di Asad, che la storia e la cultura la rispettava, al contrario dei
sedicenti ribelli islamici che ne hanno fatto scempio dappertutto. Poco ad
est di Al-Nabek tra le montagne del deserto si trova Mar Musa con lo
spettacolare monastero Deir-mar-Musa edificato a metà del VI secolo,
consacrato al monaco del V secolo Mosè Etiope Dayr Mār Mūsā al-
Ḥabashī, andato in rovina è stato restaurato all’ epoca di Asad, come molti
edifici cristiani, riportandolo ad antico splendore con i superbi affreschi
bizantini dipinti da abili artisti tra l’XI e il XIII secolo che ne decorano gli
interni, fu Asad a favorirne la rifondazione monastica del gesuita
italiano Paolo_Dall’Oglio rapito dai tagliagole islamici che infestano questo
paese. Nella regione si trovano i resti di una fortezza Ommayade a Jebel
Seis nel deserto e di un tempio romano ad al-dumeir, il villaggio di Souq-
wadi-Barada di biblica memoria dove sorse il centro romano di Abilia che ha
lasciato resti con locali e tombe scavati nella roccia, era sulla strada
consolare che collegava la libanese Baalbek alla siriana Damascus e ne
rimane un suggestivo tratto intagliato nella montagna. Dal villaggio
di Haran-al-Awamid con resti e colonne romane, si può raggiungere il
santuario sciita di al-seida-Zeinab per giungere infine a quella che era la
splendida Damasco che , tra attentati, conflitti, massacri vari è divenuta l’
invivibile capitale siriana.

Bosra

Verso la Giordania nella regione più meridionale si trova Bosra ove


incrociavano le carovaniere tra l’ Arabia e la Siria attraverso l’
antica Giordania nabatea e poi ellenistica con il centro di Petra, poi
decaduta in epoca romana con il fiorire di Palmira. Il vasto sito di Bosra che
con il resto della città contiene i resti nabatei e romani, chiese cristiane,
moschee e madrase. Fu la prima città bizantina presa dall’ espansione
araba nel 634 divenendo Busra ash-Sham, ove sorse una delle più antiche
moschee rimaste di quel periodo la Masjid Al-Omari con la Madrasah
Mabrak al-Naqua. La Bosra_romana si apre con la cittadella araba edificata
dagli Ayyubidi nel XIII secolo che contiene il Teatro romano del II secolo
d.C., poco a sud il grande ippodromo dello stesso periodo, procedendo per
il decumano massimo e le vie colonnate si trovano le due terme del II
secolo, il palazzo di Traiano e resti di due cattedrali paleocristiane del IV
secolo con una edificata su un antico tempio nabateo, continuando per l’
antica Bosra lungo le strade lastricate affacciano vari archi romani e uno
nabateo del I secolo, porte monumentali e cisterne. All’ interno delle mura
diversi resti paleocristiani, l’ antica moschea di Omar, quelle di Al-Mabrak e
Al-Khidr, successive torri costruite dai crociati. Tra resti cristiani la basilica
sorta in onore del monaco eremita Bahira nel IV secolo, della cattedrale
costruita nello stesso perido su un tempio nabateo che sostituì quella
precedente lasciando le sue rovine. Sorta su un eremitaggio cristiano ove
un monaco alla fine del VI secolo avrebbe conosciuto il
giovane Maometto che, secondo la tradizione, ebbe qui la divina chiamata a
fondare l’ Islam e divenne centro per il pellegrinaggio Hajj verso La Mecca
nel territorio saudita. Ne rimangono i resti islamici tra i più antichi in Siria,
come la moschea di Omar del VII secolo e la successiva madrassa
Jami’Mabrak an-Naqua, la moschea del Matrimonio sorta dove secondo la
tradizione il Profeta sposò la prima moglie Khadija bint Khuwaylid e
la moschea di Fatima, costruita più tardi dai Mamelucchi. All’ epoca delle
Crociate il Teatro Romano fu fortificato e con laCittadella divenne baluardo
musulmano per tutto il medioevo, poi dell’antica Bosra spopolata rimasero i
resti fino ad essere anch’essi parte del devastato e distrutto patrimonio
siriano, magnifici monumenti in gran parte abbattuti dal criminale
bombardamento dell’ isis, come l’antico villaggio vicino di Jamrein e la
cittadella medievale Ayyubide di Salkhad sorta su un sito più antico.

Damasco

Come non ricordare quel centro di Damasco che s’ apriva nella città più
antica tra porte e torri per i più suggestivi luoghi della
vecchia Dimashq quando questo paese era pacifico ed ospitale con
la gente che animava il centro e i mercati dei vecchi Suq, tra essi si
innalza la la moschea Nur-al-din-al-shahid del XII secolo con il mausoleo di
Nur al-Din Mahmoud Zenk protagonista delle guerre sante contro i crociati.
Rimane la memoria della sua storia cristiana nella magnifica chiesa San
Paolo edificata austera sulla porta muraria di Bab Kisan che dette rifugio al
santo dopo la sua conversione e divenne la venerata Cappella San Paolo,
oltre la porta orientale Bab Sharqui la cappella paleocristiana
di Hananiya consacrata a San_Anania, sulla Straight Street vicino l’arco
romano da un sito paleocristiano venne edificata la cattedrale al-
Mariyamiyeh ortodossa nota come Mariamite, tra le varie chiese l’
ortodossa consacrata a San Giovanni, le più recenti chiesa dei_Melchiti e
quella della Dormizione. Nella parte nord occidentale si trova l’
imponente Qal’at Dimasq sorto sulle rovine di un’ antica fortificazione
romana nel 1076 con il selgiuchide Atsiz bin Uvak e
completata dal successore Tutush I nel 1095. Per tutto il medioevo la
poderosa Cittadella di Damasco è stata protagonista della storia della città,
durante il regno della dinastia Burid nel XII secolo fu attaccata più volte dai
crociati. Il domino arabo venne travolto dai Mongoli di Hulaga Khan
nel 1260 che distrussero parte della cittadella e, dopo la riconquista
del sultano mamelucco Qutuz, il successore Baibars la ricostruì. Nel 1516
Damasco passò al dominio degli ottomani, la cittadella danneggiata da
un terremoto nel XVIII secolo venne di nuovo ricostruita dal sultano
Mustafa III, poi perse la sua funzione strategica e cadde in disuso. In
epoca moderna è stata utilizzata come caserma militare e prigione fino al
1984, quando sono iniziati i restauri e gli scavi archeologici che l’hanno
riportata come la si trovava fino a poco tempo fa con tredici grandi torri e
diverse porte, mentre l’esterno delle mura meridionali è in gran
parte nascosto dal souq di Hamidiyeh. La grande Moschea
Omayyade sorta all’ inizio dell’ VIII secolo su un antico luogo di culto prima
semita, poi tempio ellenistico consacrato a Zeus, quindi romano, infine
chiesa bizantina e cattedrale di S. Giovanni Battista con vari edifici che
furono demoliti salvo le tre torri utilizzate come minareti. Questa grande
moschea Umayya al-Kabir fu edificata come splendido complesso di
architettura e arte islamica, rivestita di marmi decorati da magnifici mosaici
di stile bizantino, una parte sono andati distrutti e altri coperti da intonaco
nella più recente fobia musulmana per l’ arte decorativa e solo con la
laicizzazione siriana si è riportato alla luce ciò che rimaneva di quel tesoro.
La moschea che si stende dal vasto cortile in magnifici edifici decorati, sale
di preghiera, mausolei e la scuola coraniche è tra le più suggestive
dell’antica architettura islamica, anch’ essa violata e centrata da un razzo
dei sedicenti ribelli che l’ha danneggiata. Davanti si erge il Mausoleo
consacrato a Saladino nella madrasa al-Aziziyeh che contiene la ricca e
decorata tomba di Salah al-Din, poco distante si erge il
caravanserraglio Khan ottomano di Assad-Basha edificato a metà del XVIII
secolo con i magazzini e le residenze dei mercanti. Dello stesso periodo è
il vicino Palazzo Azm, noto anche come Qasr-al-azem la sontuosa
residenza ottomana ospitava il Museo Damasco meglio conosciuto come il
ricco National museum con la sua vasta esposizione archeologica e di arte
antica siriana. Ad ovest la moschea di Tankizcostruita nel XIV secolo su
una chiesa cristiana consacrata a San Nicola, poco a sud la raffinata
moschea ottomana al-Sinaniyeh del XVI secolo, accanto sulla destra la
moschea al-Sibaiyeh dello stesso periodo come la vicina al-
Darwishiyeh con il mausoleo del governatore ottomano Darwish Pasha.
Proseguendo l’ austera madrasa al-Aadiliyeh con la scuola coranica sorta il
XII secolo nel periodo Seljuq con il mausoleo dial-Aadil Seif al-Din Abu Bakr
Bin Ayoub. Nel quartiere settentrionale di al-Salhiyeh si trova la moschea
di al-Hanabaleh sorta all’ inizio del XIII secolo, dello stesso periodo il
mausoleo al-Rukniyeh con la scuola coranica che fin dal medioevo si
curava dell’erudizione islamica come la madrasa al-Murshadiyeh anch’
essa di epoca Ayyubide e la madrasa al-Murshadiyeh sul colle Jebel
Qasioun edificata nel 1252 in onore della principessa Ayyubide Khadijeh
Khatoun e nel XVI secolo accolse il mausoleo ottomano di Khadijeh
Khatoun, Della stessa epoca la Mohi-al-din-bin-arabi con il venerato
sepolcro del mistico sufi Ali Ibn Mohammed Ibn Arabi. Rimane tutto nella
memoria giacchè anche qui si è abbatuta la catastrofe come biblica
profezia “Ecco, Damasco è tolto dal numero delle città, e non sarà più che
un ammasso di rovine (Isaia 17:1)”. Mentre l’ipocrita occidente dibatteva sul
vento della democraziache doveva abbattere il regime siriano riempiendo
gli arsenali dei sedicenti ribelli, fin dal 2012 con la prima battaglia che ha
insanguinato Damasco la città è stata assediata e devastata dall’ isis,
violenti scontri, attentati, quartieri ridotti a rovine, popolazione dilaniata e
terrorizzata dall’ incubo del jihadismo. Anche qui rimane solo memoria di
una storia antica, di un popolo che conviveva con essa tra grandiosi resti e
monumenti dello straordinario patrimonio siriano che solo la rozza e
fanatica violenza poteva immolare nell’ odio di un’ oscena santa guerra,
così come il resto di questa perduta Siria.

© Paolo del Papa: Perduta Siria.

Le chiese cristiane in Siria


ABCDell'Ecumene
Un mosaico tra i più complessi e affiatati quello delle chiese cristiane in
Siria, una terra dove l’ecumenismo ha una storia antica quasi quanto la
divisione. Proprio qui, infatti, intorno alla città di Antiochia (di Siria, appunto,
anche se oggi si trova nel sud della Turchia) dove i discepoli di Gesù il
Messia furono chiamati per la prima volta “cristiani” (cf. At 11,26), sono
emersi i germi di una diversità che ha da sempre faticato a essere
mantenuta in unità. Proprio questa chiesa, l’antico e ancora vivacissimo
patriarcato di Antiochia, ha conosciuto divisioni quasi a ogni concilio
ecumenico, e prima ancora, in epoca apostolica: qui innanzitutto si sono
confrontate le due anime del cristianesimo primitivo, credenti provenienti dal
giudaismo e dal paganesimo; qui i concili ecumenici dei secoli V-VII hanno
evidenziato, con divisioni ancora non sanate, le differenti interpretazioni del
mistero cristiano; qui ancora, durante il secondo millennio, hanno visto la
luce varie chiese orientali unite a Roma (dette “uniate”) e chiese legate alla
Riforma protestante.
Ma quella antiochena è anche una chiesa che ha da sempre avvertito come
particolarmente dolorosa la divisione tra cristiani e ha tentato di reagire,
innanzitutto custodendo una fraternità che, benché ferita, non è stata mai
del tutto rinnegata e cancellata. A questa chiesa appartengono figure
“ecumeniche” ante litteram quali: lo scrittore arabo-cristiano, di probabile
origine aleppina, Ali ibn Dawud al-Arfadi (XI secolo), cui si deve uno dei
primi trattati in cui si mostra come le varie espressioni teologiche che
avevano diviso le chiese nel V secolo in realtà esprimono con termini
diversi una medesima fede; il patriarca greco-ortodosso di Antiochia, Pietro
(XI secolo), unica voce levatasi a difesa della concordia tra Roma e
Costantinopoli al momento del grande scisma tra Oriente e Occidente
(1054); o ancora il vescovo siro-ortodosso di Aleppo, Jamal al-Din Abu l-
Faraj Grigorios bar ‛Ebroyo, noto anche come Barhebraeus (XIII secolo),
una delle personalità più colte e più ecumeniche che le chiese abbiano mai
annoverato. Una tradizione questa perdurata nei secoli, come testimonia
quell’ecumenismo dell’amicizia che in Siria è attestato dagli ottimi rapporti
tra patriarchi e fedeli delle varie chiese. Un frutto ne è la costruzione nel
2004 a Dummar, un sobborgo di Damasco, di una chiesa utilizzata insieme,
alternativamente, da greco-ortodossi e greco-cattolici; e segno
“ecumenico”, tragico ma non meno significativo, è anche il rapimento,
insieme, di due dei vescovi di Aleppo: il siro-ortodosso Grigorios Youhanna
Ibrahim e il greco-ortodosso Bulos Yaziji (fratello dell'attuale patriarca
greco-ortodosso); rapiti insieme come insieme guidavano le rispettive
comunità, della cui sorte non si hanno ancora notizie certe. Chiese ancora
divise ma non del tutto, anche nella sofferenza causata da questa guerra
fratricida.
Un mosaico, dunque, vario, complesso e ricco. Basti pensare che a tutt’oggi
ben cinque patriarchi portano il titolo di Antiochia, tre dei quali con sede in
Siria, a Damasco. Non è dunque esagerato dire che nel territorio geografico
dell’attuale Repubblica araba di Siria sono presenti comunità appartenenti a
quasi tutte le chiese cristiane, e certamente a tutte le famiglie di chiese.
La più antica divisione tra cristiani di cui restano ancora le tracce è fatta
risalire idealmente al terzo concilio ecumenico, il concilio di Efeso (431),
che non fu mai accolto dalle chiese dell’allora impero persiano di cui sono
discendenti i fedeli riuniti in due giurisdizioni autonome, la Chiesa assira
d’oriente e l’Antica chiesa d’oriente (i due rispettivi patriarchi-catholicoi,
Gewargis III Sliwa e Addai II Giwargis, risiedono in Iraq) e la Chiesa caldea,
parte della medesima tradizione ma dal 1550 costituitasi come chiesa
autonoma, in comunione con Roma (patriarca: Louis Raphaël I Sako, che
risiede in Iraq). Nell’attuale Siria era presente, fino alla guerra e
probabilmente ancora oggi, una piccola presenza di cristiani assiri
soprattutto nella parte orientale, e consistenti comunità caldee in varie
regioni del paese, soprattutto ad Aleppo e Damasco.
Il quarto concilio ecumenico, celebratosi a Calcedonia nel 451, segna l’altra
grande divisione che ha lacerato la cristianità e in particolare il patriarcato di
Antiochia, dando origine alle due grandi famiglie ecclesiastiche d’oriente: le
chiese ortodosse, che hanno accettato il concilio di Calcedonia, e le chiese
ortodosse orientali, che lo hanno rifiutato. Al primo gruppo appartiene la
Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, più precisamente “rum-ortodossa”
(vale a dire “romana”, cioè bizantina), in comunione con le altre chiese
ortodosse di tradizione bizantina; è completamente arabizzata e celebra la
propria liturgia secondo il rito bizantino e in lingua araba (l’attuale patriarca,
Youhanna X Yaziji, risiede a Damasco). Parte di questa chiesa, durante la
prima metà del XVIII secolo, si unì alla chiesa di Roma, costituendo così
quella che oggi si chiama Chiesa greco-cattolica melchita, vale a dire una
chiesa cattolica di rito orientale (l’attuale patriarca, Grigorios III Laham,
risiede anch’esso a Damasco, a poca distanza dal suo omologo ortodosso,
nell’antico quartiere di Bab Tuma). A queste due chiese appartiene la
maggior parte dei cristiani dell’attuale Siria.
Al secondo gruppo, vale a dire alle chiese che non accolsero le definizioni
cristologiche di Calcedonia, appartengono altre quattro comunità cristiane
presenti attualmente in Siria. La prime due sono espressione dell’antica
Chiesa siro-occidentale, di lingua siriaca, una variante dell’aramaico antico:
la Chiesa siro-ortodossa (attuale patriarca: Ignatius Aphrem II Karim, che
risiede a Damasco, nel quartiere di Bab Tuma, o a Marrat Saydnaya, un
piccolo villaggio a non molta distanza dalla capitale siriana) e la Chiesa
siro-cattolica, nata dall’unificazione di parte della prima con la chiesa di
Roma intorno alla metà del XVII secolo (attuale patriarca: Ignatius Joseph
III Younan, che risiede a Beirut in Libano). Le altre due sono espressione
della tradizione armena, di cui utilizzano la lingua e la liturgia: la Chiesa
armena del catholicossato della grande casa di Cilicia (il cui catholicos,
Aram I Keshishian, risiede in Libano ad Antelias), una giurisdizione
indipendente ma in comunione con la Chiesa armena di Etchmiadzin
(Armenia), e la Chiesa armeno-cattolica, anch’essa nata dall’unificazione di
una parte della chiesa armena ortodossa con quella di Roma, intorno alla
metà del XVIII secolo (attuale patriarca: Krikor Bedros XX Ghabroyan, che
risiede a Bzommar, in Libano). Le comunità armene di Siria sono antiche,
tuttavia si sono infoltite per l’arrivo dei profughi del genocidio del 1915.
Importante in Siria è anche la presenza della Chiesa maronita, di tradizione
antiochena, siro-occidentale per la teologia e per il rito. Dalle origini ancora
oggi oggetto di discussione, è interamente unita alla chiesa di Roma
(attuale patriarca: Bechara Butros Raï, che risiede in Libano a Bkerke).
Infine, per completare il quadro, vanno ancora menzionate le comunità
cattoliche di rito latino, che in Siria risalgono all’epoca crociata e alla
diffusione in oriente dell’Ordine dei frati minori, e diverse comunità di
tradizione Riformata, frutto della predicazione di missionari europei e
americani.
Di questa ricchezza e diversità, la città di Aleppo, che oggi vediamo così
barbaramente violata, è stata per secoli un esempio particolarmente riuscito
di diversità sinfonica, dove erano presenti rappresentanze di tutte le
comunità cristiane presenti in Siria. Luogo in cui l’ecumenismo era dettato
dalla vita di cristiani che nel quotidiano di matrimoni misti e amicizie
avevano mantenuto viva la memoria di una fraternità che nessuna divisione
aveva del tutto cancellato. Un’eredità, questa, da custodire e da cui
imparare, perché la devastazione attuale non uccida, oltre a uomini, donne
e monumenti, anche la memoria di quel prezioso tessuto di convivenza e di
comunione.
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Cristiani sradicati da Siria e Iraq, cancellati


secoli di coesistenza
Medioriente. La strategia del "califfo": eliminare ogni traccia di minoranze

Mossul, Iraq

Chiara Cruciati

EDIZIONE DEL27.07.2016

PUBBLICATO26.7.2016, 23:57

Il 20 gennaio scorso immagini satellitari mostrarono al mondo l’irrevocabile


scomparsa del più antico monastero cristiano in Iraq: i bulldozer dello Stato
Islamico, probabilmente qualche mese prima, avevano portato via le
macerie di Mar Elia, polverizzato dall’esplosivo che i miliziani avevano
collocato al suo interno. Alle porte di Mosul, aveva resistito a 1400 anni di
storia.
Da due anni l’Isis, strenuo nemico di qualsiasi forma di paganesimo ritenga
di incontrare sulla propria strada, colpisce le pietre come le vite. Distrugge
monasteri, moschee sciite, siti archeologici, Palmira come Ninawa, ma
distrugge anche l’esistenza stessa di etnie e confessioni considerate
miscredenti. Cristiani, sciiti, yazidi, kurdi, anche sunniti che non accettano di
piegarsi all’ideologia del “califfo” e all’aperta strategia di divisione messa in
atto nel corridoio di terre che, da Aleppo a Diyala, dovrebbe costituire
l’entità statuale islamista. A Mosul i pochi cristiani rimasti sono stati costretti
a convertirsi o a pagare una tassa per avere salva la vita. Da Qaraqosh
sono fuggiti in massa, in una notte, dopo i primi missili che annunciavano
l’arrivo degli uomini di al-Baghdadi. Da tanti altri villaggi non hanno avuto
modo di scappare e le notizie di decapitazioni di cristiani e rapimenti di
religiosi hanno segnato questi due anni di occupazione.
A marzo il Congresso degli Stati Uniti ha dichiarato genocidio quello in
corso contro i cristiani e le minoranze in Medio Oriente: «L’Isis commette
genocidio per auto-dichiarazione, ideologia ed azioni – aveva detto
all’epoca il segretario di Stato John Kerry – Daesh è responsabile di crimini
contro l’umanità e di pulizia etnica diretta a determinati gruppi, in alcuni casi
anche contro i sunniti stessi».
In Iraq come in Siria la millenaria coesistenza delle confessioni religiose è
un ricordo sbiadito. Nella piana di Ninawa le prime conversioni al
cristianesimo risalgono al primo secolo dopo Cristo, arabi discendenti dalla
popolazione assira della Mesopotamia insediatisi tra il Tigri e l’Eufrate.
Quella che ancora oggi definiamo la culla della civiltà. Siriaci, caldei, assiri
erano divisi in 230 villaggi, oggi quasi tutti svuotati. Ma è l’Iraq ad essersi
svuotato: dalla caduta di Saddam Hussein, nel 2003, per mano
dell’invasione statunitense, del milione e mezzo di cristiani iracheni ne
restavano già nel 2014 solo 500mila. E oggi? Sarebbero 275mila, secondo
l’ultimo rapporto pubblicato a primavera dall’associazione In Defence of
Christians. C’è chi è fuggito all’estero, chi oggi è nei campi profughi a Erbil
o a Baghdad, un destino lontanissimo dagli anni del partito Baath, quando i
cristiani occupavano posti di rilievo in politica e economia.
Non molto dissimile la situazione in Siria, regione in cui la presenza
cristiana è tra le più antiche, dove si dice che Paolo si convertì sulla via per
Damasco: ortodossi, armeni, cattolici, siriaci, melchiti, caldei, prima della
guerra civile i cristiani rappresentavano il 10% della popolazione, quasi due
milioni di persone di cui oggi se ne contano solo 500mila. Scappati, anche
loro, dall’avanzata dello Stato Islamico che ha occupato in poco tempo un
terzo del paese e soltanto in questi mesi comincia ad arretrare sul terreno,
ma non nella strategia militare e di propaganda. In molti hanno trovato
rifugio nel centro del paese e lungo la costa, zone controllate dal governo
del presidente Assad dove si sentono protetti.
Tra le città più colpite c’è Aleppo, primo centro economico e culturale della
Siria, oggi ombra dello splendore che fu: solo un quarto della popolazione
cristiana che qui risiedeva prima del 2011 è ancora presente, 40mila
persone su 160mila. Gli altri hanno lasciato la propria terra, Aleppo e la
Siria, per le violenze ideologiche dei gruppi islamisti di opposizione che
occupano parte della città. Eppure per lungo tempo i cristiani siriani sono
stati parte integrante dell’élite economica, politica e militare del paese,
membri dei partiti laici, nazionalisti e socialisti. Il filosofo Michel Aflaq,
considerato il fondatore del partito Baath di cui è parte la famiglia Assad,
era cristiano.

Un inquadramento dettagliato del problema


(in francese)

L’appellation « chrétiens d’Orient » comporte une connotation bizarre. Le


christianisme est une religion universelle ; en conséquence, que l’on soit
d’Orient ou d’Occident ne paraît pas un identifiant significatif. Du moins,
faudrait-il alors évoquer l’état du christianisme de façon générale en Orient
et définir ce que l’on entend géographiquement par Orient. Or les chrétiens
en Orient connaissent des situations très spécifiques d’un pays à l’autre et
suivant les différentes églises auxquelles ils se rattachent. Ils sont aussi et
avant tout syriens ou libanais ou égyptiens ou jordaniens, irakiens et
palestiniens ; en conséquence ils ne peuvent faire l’objet de la
dénomination collective de « chrétiens d’Orient ».
1
Toutefois, la littérature européenne sur les chrétiens d’Orient reste marquée
aujourd’hui encore par tout un passé historique complexe entre les deux
branches du christianisme des origines qui se sont progressivement
écartées l’une de l’autre, sitôt que le christianisme est devenu religion d’Etat
et que diverses questions politiques et théologiques ont amené à une
coupure forte entre l’Église de Rome et celle de Constantinople. Chacune
des deux églises a d’ailleurs eu à lutter longtemps pour tenter d’établir
l’unité du dogme dans son champ d’action géographique. L’Église
byzantine, dite d’Orient, a combattu avec vigueur à la fois le monophysisme
et le nestorianisme. Ce dernier a étendu le christianisme jusqu’au Indes et
en Chine, mais n’a survécu que marginalement en Haute Mésopotamieet
sur les plateaux iraniens ; cependant que le monophysisme s’est fortement
implanté en Égypte, en Syrie, en Arménie et en Éthiopie.
2
La tournure violente prise par les querelles théologiques en Orient et leurs
complications extrêmes ont sûrement facilité les succès de la propagation
de l’islam qui a laissé survivre les différentes églises sans interférer dans
leurs affaires internes et leurs querelles, mais en offrant une théologie bien
plus simple qui a tenté aussi d’offrir une solution aux querelles théologiques
virulentes entre Juifs et Chrétiens.
3
C’est l’Europe catholique et protestante qui redécouvre à partir du
XVIIe siècle, dans les chrétiens en Orient, des communautés oubliées à
ramener au giron de l’Église de Rome ou à attirer au sein de l’une ou l’autre
des églises protestantes. La fragmentation des églises, déjà grande, avant
l’arrivée des missionnaires, augmente considérablement du fait des
scissions provoquées par l’action qui se concentre sur la création
d’institutions éducatives modernes et d’œuvres de charité. Les chrétiens
encore fort nombreux au début du XXe siècle en Turquie et dans les
provinces arabes de l’empire Ottoman acquièrent de ce fait une avance
culturelle sur leurs concitoyens musulmans, ainsi qu’une position
économique prépondérante que leur permet cette avance dans les réseaux
commerciaux de l’Europe en Orient. Dans le cadre de l’avancée de
l’hégémonie européenne en Orient musulman tout au long du XIXe siècle,
une image est construite des chrétiens d’Orient, en tant que communautés
« minorisées », appauvries, voir persécutées par un islam toujours dépeint
comme intolérant, et qui attendent leur salut de l’Europe.
4
La réalité est évidemment différente, car Grecs, Arméniens et Arabes
chrétiens, occupent dans l’empire ottoman des positions économiques
importantes, que facilite la multiplication des contacts avec les puissances
de l’Europe chrétienne intéressées par eux. De plus, tout au long du
XIXe siècle, de nombreux chrétiens de Syrie, de Palestine et du Liban
émigrent en Égypte où ils occupent des fonctions importantes dans
l’administration, l’éducation, la presse et l’édition. Les coptes ont aussi la
faveur des autorités anglaises à partir de la fin du siècle, lorsque la Grande
Bretagne occupe l’Égypte. Les communautés juives vivent, elles aussi,
confortablement, qu’il s’agisse de communautés de souche locale ou de
communautés de juifs sépharades d’Espagne ayant émigré eu égard à la
Reconquista.
5
L’effondrement de l’Empire ottoman durant la Première Guerre mondiale va
amener, malheureusement, à la disparition du pluralisme religieux en
Anatolie et en Thrace, suite aux massacres et déplacementsforcés de
population grecque et arménienne [1][1] Une description détaillée de la
disparition du pluralisme.... Dans les provinces arabes de l’Empire, ainsi
qu’en Égypte, la situation des communautés chrétiennes n’est pas touchée.
Bien au contraire, au Liban, s’installe la prédominance politique de la
communauté maronite, protégée traditionnelle de la France coloniale ; en
Syrie, le Roi Faysal, fils du Chérif Hussein de la Mecque, à qui les
Britanniques remettent le pouvoir, compose son gouvernement de
personnalités chrétiennes et musulmanes à part égale, en dépit de la forte
majorité démographique des musulmans ; en Palestine, chrétiens et
musulmans se retrouvent solidaires dans la résistance à l’implantation d’un
Foyer national juif ; en Égypte, coptes et musulmans sont aussi étroitement
unis, notamment à travers le parti Wafd, dans la résistance à l’absolutisme
royal et à la domination britannique. Les Syriens chrétiens, mais aussi
beaucoup de Libanais chrétiens, sont actifs dans la constitution et le
développement des partis prônant le nationalisme arabe, la lutte contre le
colonialisme européen et l’unité des pays arabes divisés, par ce
colonialisme, en entités distinctes. C’est en Irak que les Assyriens sont
l’objet de massacres et persécutions, l’armée britannique ayant réussi à
enrôler un certain nombre d’entre eux dans des brigades spéciales
chargées de la répression de la révolte des tribus chiites.
6
L’avenir des Arabes chrétiens ne semble donc pas, à cette période,
menacé politiquement ou économiquement. Effectivement, jusqu’au début
des années 1950, avant que ne soit déclenchés les coups d’état militaire en
série dans le monde arabe, les communautés chrétiennes conservent leur
position et leur bonne intégration dans les nouveaux États issus du
démembrement de l’Empire ottoman. Au Liban, qui acquiert une valeur de
symbole de cette intégration, le Pacte national scellé entre chrétiens et
musulmans en 1943, confirme cette situation. En Syrie, à la même époque
c’est une personnalité politique chrétienne, Farès El-Khoury, d’origine
libanaise, qui est Premier ministre. Chez les Palestiniens, chrétiens et
musulmans luttent ensemble pour sauvegarder la Palestine. C’est dire
combien la position des communautés chrétiennes arabes apparaît solide
et sans problème.
7
Dans le cadre de cet article, on ne saurait étudier l’ensemble des facteurs
complexes qui ont abouti à réduire la présence des Arabes chrétiens au
Proche-Orient, mais nous tenterons de mettre en évidence la dynamique
sociopolitique et culturelle qui amène au déclin de leur présence, déclin qui
ne ressort pas de persécutions religieuses, mais d’une constellation de
facteurs divers [2][2] On pourra se reporter à ce sujet à notre article
« Géopolitique....

L’émigration, principale menace pour la présence chrétienne

8
Le premier rapport du développement humain dans le monde arabe a mis
l’accent sur le désir d’émigration qui affecte une large partie des jeunes du
monde arabe, du fait de la dégradation constante des conditions de vie. En
effet, un sondage effectué auprès de jeunes de 18 à 25 ans de différents
pays arabes a montré que 52 % d’entre eux veulent émigrer en dehors de
leurs pays. Ce pourcentage élevé indique que le désir d’émigration est
devenu un phénomène général dans le monde arabe, tandis que ce
phénomène était plutôt limité aux chrétiens dans le passé.
9
C’est pourquoi, une brève analyse de ce phénomène migratoire s’impose. Il
constitue, en effet, le grand danger pour la perpétuation à long terme de
l’existence chrétienne au Proche-Orient arabe. Ce phénomène migratoire a
commencé avec les massacres que se sont infligés réciproquement les
druzes et les chrétiens dans le Mont-Liban durant la période 1840-1860,
ainsi que les massacres de chrétiens survenus à Damas en 1860. Depuis,
l’hémorragie humaine n’a cessé de croître dans tous les pays arabes où
vivent des chrétiens de communautés diverses.
10
Il est toutefois intéressant de noter la généralisation du phénomène de
l’émigration aux citoyens arabes de confession musulmane ces dernières
décennies, ce qui montre qu’il s’agit d’un problème général affectant
l’ensemble des sociétés arabes et non point un problème spécifiquement
chrétien. Il nous faut donc plutôt chercher les causes et les motivations qui
se cachent derrière ces vagues d’émigrations collectives frappant
désormais autant les chrétiens que les musulmans, tout en tentant de
préciser les facteurs particuliers qui affectent la situation des chrétiens dans
certains pays arabes.
11
Sur ce plan, il faut bien prendre conscience que la situation démographique
déclinante des Arabes chrétiens depuis plusieurs décades est fragilisée
toujours plus par l’émigration continue, ce qui n’est pas le cas des Arabes
musulmans dont la croissance démographique a été très importante ces
dernières décades et qui constituent environ 90 % à 95 % de la population
des États arabes où existent des communautés chrétiennes, à l’exception
du Liban. Si les moyens de freiner cette hémorragie ne sont pas trouvés, le
risque de disparition des Arabes chrétiens à terme va augmenter. C’est
déjà le cas de la Palestineoccupée, et plus particulièrement à Jérusalem, la
capitale spirituelle des chrétiens de toutes les églises, à la fois orientales et
occidentales. C’est également le cas des chrétiens d’Irak, qu’ils soient de
souche ethnique arabe, assyrienne ou kurde. C’est pourquoi il est urgent
d’œuvrer avec consistance et d’une manière continue pour stopper cette
hémorragie. Mais on ne peut agir d’une façon dynamique, si on ne définit
pas les causes et les motivations de l’émigration.
12
En fait, il convient donc ici d’identifier toutes les causes poussant à prendre
la décision d’émigrer, quelles soient politiques ou économiques. Il va sans
dire qu’il est difficile dans certains cas de séparer le facteur politique du
facteur socioéconomique, ainsi que ces deux facteurs de l’existence d’un
facteur psychologique important, dans la décision d’émigrer. On se penche
rarement avec objectivité sur cette question. Les attitudes sont très
émotionnelles et marquées par toute la littérature qui s’est développée dans
l’Europe coloniale sur la « Question d’Orient » au dix-neuvième siècle, où
« la protection des minorités chrétiennes » était invoquée comme prétexte
pour s’immiscer dans les affaires internes de l’Empire ottoman. La tentation
reste grande aujourd’hui à ne voir ce déclin démographique qu’en terme de
persécutions feutrées ou ouvertes subies par les Chrétiens, sans analyser
le contexte plus large de sociétés entièrement déstabilisées et aux prises
avec des violences collectives qui touchent toutes les communautés (ainsi
l’Irak d’aujourd’hui, le Liban entre 1975 et 1990). C’est cette approche
purement émotionnelle qui, souvent, ne permet pas de faire les bons
diagnostics et de trouver les remèdes efficaces.
13
A cet effet, il faut analyser la structure sociale à l’intérieur des
communautés chrétiennes et la spécificité de cette structure dans les pays
où elles vivent, surtout que les différences de conditions sociales sont
considérables à l’intérieur de chacune des communautés, mais aussi entre
les communautés de différents pays. Dans le cadre restreint de cet article,
on se contentera de diviser la structure sociale des communautés en trois
groupes principaux, dont il faut analyser les conditions de vie et les
problèmes spécifiques à chacun d’eux, afin de comprendre les vraies
motivations de l’émigration. Ces motivations, en effet, comme on va le voir,
sont en relation étroite non seulement avec la structure sociale des
communautés chrétiennes, mais aussi avec la situation économique et
sociale spécifique de chacun de ces groupes à l’intérieur des
communautés. Ces trois groupes sont l’élite des notabilités politiques et des
riches entrepreneurs, les classes moyennes, et les groupes à bas revenu,
urbains ou ruraux.

L’élite chrétienne de notables politiques et de riches entrepreneurs :


un succès continu en dépit des secousses économiques

14
Les membres de cette élite jouissent d’un réseau de relations denses avec
les autorités musulmanes de chaque pays et aussi avec les hommes
politiques étrangers influents dans la région. En raison de sa fortune locale,
de son pouvoir économique et de son influence politique et sociale, ce
groupe social ne subit que de façon marginale les facteurs directs qui
poussent les deux autres couches sociales vers l’émigration. Toutefois,
cette couche supérieure des communautés chrétiennes n’a pas été sans
être affectée par certaines évolutions politiques et économiques dans la
région durant les années cinquante et soixante du siècle dernier.
Les décisions de nationalisation et son impact sur l’élite chrétienne

15
Il faut rappeler par exemple que ce groupe social a subi un préjudice dû aux
circonstances politiques des années soixante du siècle dernier, quand
plusieurs gouvernements de pays arabes ont décidé de mettre en œuvre
des politiques économiques de type socialiste et, en conséquence, de
nationaliser certaines entreprises économiques appartenant à des groupes
de familles très riches (Égypte, Syrie, Irak). Les communautés chrétiennes
ont lourdement subi le contexte économique de l’époque, et ont vu dans la
décision de nationalisation des mesures visant les chrétiens et leurs biens,
sans voir par ailleurs que ces décisions de nationalisation ont affecté tout
autant les riches notabilités et entrepreneurs musulmans de ces pays. Ces
décisions de politique économique ne relevaient pas d’une intention
délibérée de porter atteinte à la position des riches chrétiens ou de diminuer
leur influence, car elles ont été appliquées sans discrimination aux
musulmans comme aux chrétiens.
16
Il convient aussi de replacer ces mesures de nationalisation et de contrôle
des économies arabes dans le contexte général d’hostilité envers les
régimes arabes qui s’opposaient aux projets occidentaux dans la région et
qui exprimaient leur volonté de s’opposer à l’expansion israélienne. Car
c’est cette attitude qui a poussé de nombreux médias occidentaux, à
l’époque, à dénoncer le sort fait aux minoritéschrétiennes dans ces pays
suite aux mesures politiques et économiques d’orientation socialiste
(notamment en Égypte du temps du président Nasser ou en Syrie, sous le
régime de l’union avec l’Égypte entre 1958-1961, puis à nouveau un peu
plus tard en 1966).
17
En réalité, et comme nous l’avons précédemment indiqué, l’attention
donnée par les médias occidentaux aux communautés chrétiennes, est
restée , même à cette époque, un moyen de susciter des appuis à la
politique occidentale au Moyen-Orient dans les opinions publiques
occidentales. C’est une veille tradition européenne remontant au XIXe siècle
et aux violents conflits avec l’Empire ottoman caractérisé par le pluralisme
ethnique et religieux, lequel a servi de prétexte pour les interventions des
puissances européennes au nom de la protection des minorités ethniques
ou des communautés religieuses.
La mémoire des massacres du Mont-Liban et de Damas, ainsi que
celle des massacres des Arméniens et des Grecs

18
Si on observe d’une manière objective la façon dont l’Empire ottoman a
assuré la gestion de cette diversité ethnique et communautaire, on ne peut
passer sous silence la situation stable et confortable pour leurs élites des
nombreuses et importantes minorités (Grecs, Arméniens, Arabes chrétiens
d’églises orientales différentes), grâce aux réseaux d’intérêts économiques
qu’ils géraient dans le commerce ottoman avec l’Europe, l’artisanat, les
services, ce qui leur assurait richesse et respect. Quant à la dégradation de
ces situations, elle a largement été le résultat des politiques des États
européens à l’égard de l’Empire ottoman, des conflits d’intérêt entre ces
États et de la concurrence acharnée à laquelle ils se livraient entre eux en
Méditerranée, concurrence ayant souvent recours au prétexte de la
protection des minorités de l’Empire, dans le but d’accroître leur influence et
leurs domination sur cet Empire en attendant son dépècement final.
19
Il s’agit évidemment d’une question délicate à évoquer et rares sont les
écrits historiques objectifs qui évoquent les responsabilités des puissances
européennes dans le lot de souffrances, massacres et déplacements forcés
de population subis par les Grecs et les Arméniens dans la partie
anatolienne de l’Empire ottoman, ce qui a provoqué en fin de compte leur
anéantissement. C’est pourquoi, il n’est pas étonnant que ces massacres,
même s’ils n’ont pas atteint les Arabes chrétiens, aient profondément
impressionné les communautés chrétiennes du monde arabe, en particulier
les élites très ouvertes sur la culture européenneet très sensibles aux écrits
occidentaux. Ils ont semé une peur qui reste toujours enfouie au fond de
l’inconscient collectif maintenu actif par des traditions d’écriture pas toujours
soucieuses d’objectivité ou de nuance.
20
Les évènements dramatiques du Liban entre 1975 et 1990 ont renouvelé
ces peurs, bien que l’origine des violences qui se sont déroulées dans le
pays ait été largement due à des problèmes exclusivement politiques,
notamment celui posé par la présence armée palestinienne au Liban à cette
époque et les représailles militaires massives pratiquées par l’armée
israélienne au Liban. Aussi, dans le contexte de déstabilisation qui continue
de régner au Moyen-Orient, beaucoup de Libanais chrétiens ont-ils peur
d’être à nouveau les victimes des mêmes exactions et souffrances que
celles qui se sont déroulées dans leur pays depuis 1840 à intervalle plus ou
moins régulier (1840-1860, 1958, 1975-1990) [3][3] Rappelons ici les
fonctions d’Etat tampon que joue.... C’est ce qui a poussé nombre de
familles chrétiennes riches au Liban, en Égypte ou en Syrie, à envoyer
leurs enfants étudier à l’étranger ou à développer des activités
économiques en Europe ou aux États-Unis de façon à pouvoir trouver un
refuge en cas de nouveaux évènements déstabilisateurs, menaçant pour la
sécurité physique des familles.

L’impact de l’ouverture grandissante des élites des communautés


chrétiennes sur les pays occidentaux dans leurs relations avec les
communautés musulmanes

21
L’ouverture grandissante de l’élite des communautés chrétiennes sur la
culture des pays occidentaux a historiquement contribué, notamment à
partir du XIXesiècle, à l’émergence d’un sentiment de différenciation
croissante, voir de supériorité, par rapport aux communautés musulmanes
et même avec l’élite de ces communautés, tant que cette dernière ne s’était
pas encore occidentalisée. C’est au Liban, que ce sentiment de
différenciation a été le plus fort, en comparaison avec d’autres pays comme
l’Égypte ou la Syrie où la haute bourgeoisie des communautés chrétiennes
de ces deux pays est restée mieux insérée dans le tissu social général
commun. Toutefois, au cours des dernières décades, avec l’ouverture des
couches supérieure des communautés musulmanes sur l’Occident et la
culture moderne, ce sentiment de différenciation de nature artificielle
commence à s’effacer.
22
En effet, des milliers de jeunes musulmans syriens, égyptiens, irakiens,
libanais sont partis étudier au cours des dernières décenniesdans les
grandes capitales européennes ou aux États-Unis et y ont même développé
des affaires et se sont assurés des positions éminentes dans la presse, les
universités et les recherches académiques. De ce fait, l’élite des
communautés chrétiennes arabes a perdu le monopole de la relation
économique et culturelle intense avec les pays occidentaux qui l’avait
longtemps caractérisé et lui donnait un sentiment de fierté, en même temps
qu’un avantage par rapport à l’élite des communautés musulmanes.

Possibilité nouvelles d’enrichissement dans les pays arabes


exportateurs de pétrole
23
On ne peut manquer, toutefois, de souligner que les chrétiens de
différentes nationalités arabes ont vu s’ouvrir devant eux de nouvelles
possibilités d’enrichissement, en même temps qu’ils perdaient cette avance
économique et culturelle relative dans les pays arabes. En effet, de
nombreuses opportunités d’enrichissement se sont ouvertes pour les
Arabes chrétiens qui ont émigré dans les pays arabes exportateurs de
pétrole à partir de 1973-1974, lors du premier boom pétrolier. Médecins,
entrepreneurs de travaux publics, architectes, avocats, ingénieurs de
spécialités diverses ont fait souvent des fortunes importantes notamment
dans les pays de la péninsule arabique. Ce qui leur a permis de s’enrichir et
gagner en notoriété et en influence à travers leur émigration vers des pays
arabes exportateur de pétrole. L’accès à la fortune a été ouvert dans les
pays de la péninsule Arabique, aussi bien aux chrétiens qu’aux musulmans.
Les chrétiens du Liban ont sans aucun doute profité des opportunités
offertes et ont bâti d’importantes fortunes dont une partie a été investie au
Liban, en particulier dans le secteur foncier, une autre partie a été mise à
l’abri à l’étranger. Fondations et œuvres charitables se sont multipliées,
aussi bien dans les communautés musulmanes que dans les communautés
chrétiennes au Liban, grâce à ces fortunes. Ceci prouve encore une fois,
que les élites chrétiennes n’ont pas fait l’objet de discriminations
économiques et qu’elles ont réussi à acquérir des positions d’influence
auprès des dirigeants des pays exportateurs de pétrole de la péninsule
arabique ; cela leur a permis, par la suite, d’acquérir chez eux, des
positions d’influence non seulement économique, mais parfois politique. On
ne peut manquer ici d’évoquer la réussite éclatante en Égypte de Najib
Sawiris, membre de la communauté copte, dans le domaine des réseaux
téléphoniques mobiles et autres, même si cette réussite n’est pas due à
une fortune amassée dans l’un ou l’autre des pays exportateurs de pétrole.
Ce dernier est devenu aujourd’hui l’un des plus grands hommes d’affaires
égyptiens qui développe aussi ses activités sur le plan international.

Le problème de l’accès aux hautes fonctions politiques et


administratives

24
En fait, le problème consiste de plus en plus dans la facilité d’accès à de
hautes fonctions politiques. Il s’agit ici d’un problème différent de celui de
l’accès à l’influence politique et aux milieux dirigeants dans les pays arabes
où vivent des communautés chrétiennes. Ici encore, le cas du Liban prend
une ampleur symbolique, car dans ce pays témoin de l’intégration des
communautés chrétiennes et musulmanes, le rôle politique des chrétiens a
diminué sous le poids de plusieurs facteurs : les mauvais choix politiques
faits durant la guerre de 1975-1990 par les partis politiques s’étant érigés
en représentants exclusifs et défenseurs de la présence chrétienne, ainsi
que les changements constitutionnels adoptés en 1989 à Taëf en Arabie
saoudite et réduisant considérablement les pouvoirs du président
(maronite) de la république, enfin la forte personnalité de l’ancien Premier
ministre assassiné, Rafic Hariri, qui a satellisé autour de lui un grand
nombre de personnalités politiques chrétiennes, d’hommes d’affaires et
même d’ecclésiastiques de haut rang, satellisation qui n’a fait qu’augmenter
après sa mort au profit de son mouvement politique. En dépit d’une
politique communautaire active, favorisant les sunnites au Liban et
l’influence religieuse, économique, foncière et financière de l’Arabie
saoudite, ces personnalités se sont totalement alignées sur le mouvement
politique haririen, dit « Courant du futur », vraisemblablement du fait du
choix d’une politique pro-occidentale suivie par ce mouvement, en sus des
avantages matériels qui peuvent être tirés sur le plan individuel.
25
En Égypte, la représentation parlementaire des coptes pose toujours des
problèmes et à chaque élection le gouvernement nomme des députés de
cette communauté pour compenser le nombre très réduit de députés élus.
Toutefois, depuis plusieurs années, c’est un puissant ministre de
l’Économie copte qui exerce une influence majeure en Égypte (de la famille
Boutros Ghali qui a joué un rôle éminent dans l’histoire de l’Égypte
contemporaine). En Irak, nous savons que le vice-président de la
République était un chrétien (Tarek Aziz) jusqu’à la chute de Saddam
Hussein, et que les chrétiens d’Irak ont peu de chances de retrouver une
telle position d’influence politique. En Syrie, l’élection de députés chrétiens
ne semble pas connaître de problèmes. De façon constante, deux ou trois
ministres sont chrétiens et des chrétiens occupent souvent de hautes
positions administratives, y compris au niveau de la présidence de la
république.
26
En fait, il faut rappeler que certaines personnalités chrétiennes ont toujours
eu une grande influence politique au Moyen-Orient, notamment Farès El-
Khoury en Syrie, Béchara El-Khoury au Liban, sans oublier des
personnalités politiques et littéraires comme Amin El-Rihani, Khalil
Gebrane, Mikahïl Nou’eimé et bien d’autres, ainsi que les chefs de partis
politiques d’obédience radicale comme Michel ‘Aflaq (fondateur du parti
Baas), Antoine Sa’adé (fondateur du parti populaire syrien) et Georges
Habache (fondateur du Front de libération de la Palestine), sans oublier de
grands artistes, tels que la chanteuse Feyrouz ou le musicien Marcel
Khalifé.
27
C’est pourquoi un examen objectif de la situation de l’élite chrétienne,
composée d’hommes d’affaires, de penseurs, d’hommes de lettres et de
personnalités politiques, prouve que les chrétiens arabes n’ont pas été
marginalisés ou, en tout cas, n’ont pas subi une politique les mettant à
l’écart dans la vie publique, économique, culturelle et politique. Toutefois, le
sentiment de fragilité de la présence chrétienne est durement ressenti
psychologiquement dans les milieux chrétiens, ce qui les pousse à croire
qu’ils sont menacés dans leur existence physique, plus du fait de leur
appartenance communautaire, que du fait de déstabilisations et de
violences généralisées. L’émigration massive récente des chrétiens d’Irak
aux côtés de très nombreux musulmans et l’assassinat de religieux (prêtres
et un évêque) ajoutent à ce sentiment, même si toutes les communautés
religieuses et ethniques sont durement éprouvées en Irak et pas seulement
la communauté chrétienne [4][4] Il est intéressant de noter que le plus
grand nombre....
28
De plus, comme nous l’avons déjà évoqué, ce sentiment de fragilité trouve
une base objective historique dans les grands massacres commis au dix-
neuvième et les débuts du vingtième siècle en Anatolie voisine et au Mont
Liban, évènements qui ont déclenché un flux migratoire qui n’en finit plus de
gonfler. Ce flux migratoire fait diminuer dramatiquement la démographie
des communautés chrétiennes, ajoutant au sentiment permanent de
fragilité.
29
Cette hémorragie frappe aussi de plein fouet les classes moyennes et les
couches pauvres des communautés chrétiennes qui doivent faire l’objet
d’une attention beaucoup plus grande que ce n’est le cas actuellement.

La classe moyenne chrétienne : une situation en déclin

30
Avec un léger décalage dans le temps, la classe moyenne chrétienne a
suivi le même itinéraire que l’élite d’affaires et les notabilités des
communautés chrétiennes. Cependant, depuis quelques décennies, son
rôle décline dans les différents pays arabes sous l’impact de facteurs variés
et elle connaît un déclin démographique important, dû aussi bien à la
réduction de la taille de la famille – phénomène classique attribuable à
l’augmentation du niveau de vie et à l’éducation –, qu’au fait qu’elle est de
plus plus attirée par l’émigration.
31
Pour de nombreuses raisons, cette classe sociale s’est développée et s’est
élargie plus vite que la classe moyenne musulmane dans les pays arabes.
Soulignons d’abord les activités des Églises orientales et le rôle des
missionnaires occidentaux dans le domaine de l’éducation et
l’enseignement au profit des communautés chrétiennes. Les Églises
orientales ont reçu de nombreuses aides des Etats et Églises européennes,
en particulier de France et d’Italie en ce qui concerne les communautés
orientales rattachées à l’Église de Rome, de la Russe tsariste ou de la
Grèce pour les chrétiens orthodoxes. Beaucoup de ces aides ont été
consacrées au développement des systèmes d’enseignement gérés par les
communautés religieuses, ce qui a entraîné une avance culturelle des
communautés chrétiennes sur les communautés musulmanes, ce que nous
avons déjà évoqué. Cette avance a favorisé l’accès des chrétiens en
nombre important dans la fonction publique et les professions libérales.
32
Ce progrès dans la structure sociale de la communauté chrétienne a
contribué à la création d’un sentiment de supériorité par rapport à
l’environnement musulman, cependant que dans les communautés
musulmanes s’est créé le sentiment d’une discrimination en faveur des
chrétiens, comme cela a été clairement le cas au Liban autrefois, mais où la
situation est désormais renversée. C’est au Liban, en effet, que s’est
polarisée au début des années soixante dix du siècle dernier une équation
compliquée entre chrétiens et musulmans, lorsque ces derniers se
plaignirent ouvertement de leur sentiment d’être injustement traités par les
chrétiens sur le plan économique et social, comme sur le plan politique et
administratif, cependant que les chrétiens mettaient en avant leur sentiment
de peur d’être submergés par l’extension et l’affirmation de revendications
musulmanes. Aujourd’hui, les choses ont bien changé, la classe moyenne
musulmane a largement rattrapé son retard par rapport à la classe
moyenne chrétienne qui se sentdésormais marginalisée et fragilisée dans
son rôle dans la vie socio-économique du pays, même si dans la réalité,
elle continue de jouer un rôle très actif dans tous les domaines de la vie
professionnelle, financière, économique et culturelle.
33
En fait, la classe moyenne chrétienne est désormais de plus en plus
inquiète pour son avenir et celui de ses enfants dans les pays où il existe
des communautés chrétiennes. En Égypte, où la classe moyenne copte
avait été encouragée par l’administration coloniale anglaise à entrer
massivement dans l’administration et à y occuper les meilleurs postes, elle
a dû prendre acte d’un recul massif de son influence dans la haute fonction
publique du fait de la révolution égyptienne sous la direction de Jamal
‘Abdel Nasser, révolution qui a ouvert la porte de l’administration à un
recrutement massif de jeunes diplômés musulmans.
34
Le type de gouvernement révolutionnaire en Égypte, Syrie et en Irak, ainsi
que la généralisation de l’éducation secondaire et l’extension considérable
des universités qui sont devenues accessibles à toutes les catégories
sociales de toutes les communautés, ont sans doute ouvert la voie aux
musulmans pour occuper des postes prestigieux dans tous les domaines,
ce qui était jusque là plutôt réservé aux éléments les mieux formés des
communautés chrétiennes. La primauté dont avaient joui dans le passé les
chrétiens de la classe moyenne s’est donc effacée au cours des dernières
décades du fait du fort développement d’une classe moyenne musulmane
qui est intervenu, historiquement, bien après celui de la classe moyenne
chrétienne.
35
Toutefois, si certaines personnalités chrétiennes, issues en général des
classes moyennes, ont joué un rôle majeur dans des partis nationalistes et
radicaux, comme on l’a déjà évoqué, le sentiment de danger et de fragilité
s’est approfondi auprès de ces classes, restées jusque-là plus enracinées
dans leur milieu naturel partagé avec les musulmans. Les mêmes
comportements que ceux de l’élite et des notabilités ont été reproduits, à
savoir l’émigration à l’étranger ou, en tous cas, l’envoi des enfants à
l’étranger pour étudier et éventuellement s’installer définitivement dans
l’émigration pour vivre dans un environnement plus développé sur les plans
professionnel et culturel.
36
On ne peut manquer ici d’évoquer brièvement le rôle des missions
protestantes ainsi que celui de l’ordre des Jésuites au Proche-Orient dans
le domaine de l’enseignement universitaire, où leurs institutions ont accueilli
un grand nombre de fils de confession chrétienne, à côté de fils de notables
et de riches de communautés musulmanes. L’existence des universités
adoptant un mode d’enseignement françaisou américain dans la région a
facilité sans doute des vagues d’émigration des jeunes issus des groupes
aisés et des classes moyennes, ce qui a exaspéré en fin de compte le
sentiment général d’angoisse parmi les chrétiens d’Orient sur le devenir de
leur existence dans la région face à un déclin démographique implacable.

Les groupes à faible revenu et les pauvres : l’érosion de la principale


base démographique

37
On a trop tendance à focaliser dans l’analyse de la situation des Arabes
chrétiens sur les classes moyennes et riches et à oublier les groupes de
ruraux ou d’urbains pauvres, aux revenus limités, bien que ces groupes
constituent le réservoir démographique des communautés
chrétiennes [5][5] On peut évoquer aussi le sort du centre historique....
Lorsque les églises locales ou étrangères s’en occupent, l’aide apportée
s’inscrit principalement dans des activités caritatives. Certes, ces dernières
soulagent la misère matérielle, mais ne contribuent pas substantiellement à
mettre un frein à l’hémorragie de l’émigration qui, à son tour, affecte ces
groupes sociaux défavorisés.
38
Les catégories pauvres sont les plus vulnérables et les plus touchées par
toutes les exactions commises, les multiples formes d’oppression, de
victimisation et de marginalisation, surtout quand surgissent de grandes
crises à caractères politiques, à cause du manque de stabilité et
l’intervention étrangère dans les affaires de la région, qui souvent
instrumentalise les chrétiens pauvres, les enrôlant dans des milices à
caractère militaire ou paramilitaire, ce qui ne manque pas d’avoir des
conséquences ravageuses pour l’existence chrétienne. Rappelons ici à
nouveau ce qu’a entrepris l’armée britannique en Irak après la Première
Guerre mondiale, quand elle a pu facilement enrôler les Assyriens chrétiens
au sein de l’armée britannique pour mater la révolte des tribus arabes
contre l’occupation britannique, ce qui, par la suite entraîne des représailles
sur cette communauté. Il faut aussi rappeler les origines paysannes de
nombreux chrétiens enrôlés dans les milices libanaises durant les
évènements violents qui ont secoué la Liban entre 1975-1990, ce qui a
provoqué des vagues de déplacement forcés et de déracinement de très
grande envergure dans diverses régions du Liban, notamment dans la
région du Chouf. Le manque de ressources en terres fertiles ou en eau, la
valeur foncière importante des propriétés dans certaines régions, ne sont
pas étrangers, non plus,à ces massacres et déplacements forcés de
population.

Conflit autour des ressources limitées avec les couches musulmanes


pauvres

39
Il faut aussi évoquer ici les frictions violentes et récurrentes entre coptes et
musulmans dans certaines parties des campagnes égyptiennes et villes
pauvres en milieu rural. Ces violences sont dues le plus souvent à des
conflits banals sur des ressources économiques très limitées dans les
milieux de pauvreté forte qui caractérisent encore plusieurs zones rurales
égyptiennes. A ceci, s’ajoute évidemment la vague de puritanisme
musulman qui sévit dans la plupart des sociétés arabes et musulmanes
depuis des décennies sous l’influence du wahhabisme exporté par l’Arabie
saoudite et qui facilite l’éclatement de ces violences.
40
Sans doute aussi, les vols et les pillages généralisés commis par les milices
armées qu’a connus la scène libanaise entre 1975-1990 peuvent-ils, en
partie, être expliqués par la compétition sur des ressources matérielles
limitées et fort mal distribuées. Les groupes pauvres de toutes les
communautés, dont les origines sont rurales pour beaucoup d’entre eux,
ont en effet quitté leurs campagnes pour émigrer vers les grandes villes afin
de subvenir à leurs besoins élémentaires, sans qu’en réalité leur niveau de
vie ne connaisse aucune amélioration, ni dans le camp des musulmans ni
dans celui des chrétiens.
41
C’est pourquoi la tension dans les relations entre chrétiens et musulmans
est largement alimentée pour les couches sociales pauvres par la
compétition sur des ressources très limitées, d’autant que ces couches
sociales manquent cruellement d’opportunités d’emploi et de possibilités
d’amélioration de leur niveau de vie, sinon à travers l’émigration d’un
membre au moins de la famille à l’étranger. Le premier émigrant, sitôt
installé à l’étranger et bénéficiant de meilleures conditions d’existence, fera
venir ses frères et ses cousins, mettant ainsi en route un phénomène
dévastateur pour la démographie des communautés chrétiennes, puisqu’il
affecte cette fois le réservoir démographique principal des Arabes
chrétiens, celui des couches à revenu modeste.

Double déficience démographique : réduction dans la taille de la


famille et hémorragie de l’émigration

42
Ainsi, la grande hémorragie est celle qui touche ces groupes aux revenus
limités et qui émigrent en nombre croissant vers des payslointains. Ce fut
au dix-neuvième siècle et au début du siècle dernier pour les Libanais et les
Syriens, l’Amérique latine ou les États-Unis, puis plus récemment le
Canada et l’Australie, où de nombreux chrétiens coptes, irakiens,
palestiniens et libanais émigrent de plus en plus. La base démographique
des communautés chrétiennes s’étiole en conséquence pour deux raisons
principales : la diminution de la taille des familles d’une part, et l’hémorragie
de l’émigration d’autre part.
43
Certes, depuis quelques décades, les communautés musulmanes sont
sujettes au même phénomène, néanmoins, alors que la démographie des
communautés chrétiennes a baissé régulièrement depuis la fin du XIXe
siècle, celle des communautés musulmanes a longtemps connu un rythme
d’expansion très important, au point que la baisse de la natalité et
l’émigration sont devenues une soupape nécessaire à un trop plein
démographique. Le nombre de musulmans a augmenté considérablement
au cours des cinquante dernières années, cependant que celui des
chrétiens n’a pas arrêté de baisser. C’est cette situation démographique
fortement contrastée qui crée ce sentiment d’angoisse fort devant un déclin
démographique toujours accéléré pouvant entraîner à la longue la
disparition d’une présence chrétienne significative. Ce n’est évidemment
pas le cas des communautés musulmanes qui, tout en étant soumises à
leur tour au phénomène de l’émigration, disposent d’une base
démographique toujours très importante.
Conseils aux Églises orientales [6][6] Rappelons que cet article est
extrait d’une communication...
44
Les communautés arabes chrétiennes se trouvent donc dans un cercle
vicieux dû à l’enchevêtrement et l’accumulation des facteurs
psychologiques, économiques et démographiques qui entretiennent ce
cercle vicieux, provoquant ainsi toujours plus d’émigration, ce qui augmente
le sentiment d’angoisse et pousse encore plus au départ. La quasi
disparition de la communauté chrétienne palestinienne, l’émigration
massive des Irakiens chrétiens depuis l’invasion américaine, les tensions
récurrentes entre coptes et musulmans en Égypte, enfin les évènements du
Liban entre 1975-1990 et le malaise continu des communautés chrétiennes
dans ce pays : autant de facteurs qui contribuent à augmenter le sentiment
de fragilité psychologique et démographique des communautés d’Arabes
chrétiens.
45
Suite à cette brève analyse, il apparaît évident qu’il convient de mobiliser
les efforts des Églises chrétiennes orientales qui disposentde moyens et de
possibilités divers pour œuvrer à freiner l’émigration et à réduire l’état
d’esprit pessimiste qui règne dans les communautés chrétiennes. Il faut
pour cela travailler sur plusieurs niveaux (psychologique, socio-économique
et démographique) et surtout prendre en compte les spécificités socio-
économiques des trois groupes sociaux qui ont été décrits ici. Mais il faut
surtout vaincre une certaine inertie qui s’est emparée des chefs des Églises
orientales et de leurs responsables (patriarches et évêques). Si le Moyen-
Orient reste une poudrière et que les violences sont fréquentes et
accélèrent le déracinement, il n’en reste pas moins que l’attitude et les
positions des chefs des Églises orientales peuvent jouer un rôle majeur
dans l’amélioration de l’état d’esprit psychologique dans lequel vivent
beaucoup de chrétiens de la région et qu’ils peuvent aussi œuvrer pour
freiner l’hémorragie de l’émigration.

Redonner du sens

46
Compte tenu de l’importance du facteur psychologique, il incombe aux
autorités ecclésiastiques de travailler à l’apaisement des angoisses, en
concertation avec les élites économiques et intellectuelles des
communautés chrétiennes. Pour cela, elles doivent redonner du sens à
l’existence chrétienne dans l’Orient arabe. Dans cette optique, il convient
que ces élites, ecclésiastiques comme laïcs, insistent toujours sur le destin
commun qui lie chrétiens et musulmans dans la région, au-delà de toutes
les vicissitudes et des projets d’hégémonie de certains gouvernements
occidentaux sur la région qui ne peuvent réussir à la longue dans de tels
projets. Il est plus particulièrement demandé à certaines autorités
religieuses représentant les Églises orientales de se désolidariser de tels
projets occidentaux, encore plus lorsqu’ils invoquent des arguments de type
religieux (nouveaux évangélistes) ou civilisationnels (thèse de Bernard
Lewis et de Huntington) [7][7] La présence à la tête de l’Église maronite
depuis plus....
47
Par ailleurs, si les Églises occidentales sont plus que discrètes, depuis la
conclusion des accords d’Oslo, sur la question palestinienne et le statut de
Jérusalem qui a longtemps mobilisé l’Église de Rome, il revient aux églises
orientales d’agir de façon concertée afin de réclamer la préservation du
caractère multiconfessionnel de la ville de Jérusalem et donc la double
présence musulmane et chrétienne qui est de plus en plus menacée, alors
qu’elle devrait exister sur un même pied d’égalité avec la présence juive,
comme l’avait préconisé le plan de partage de l’ONU en 1947. Aussi, une
action d’envergure des chefs des églises orientales sur la question de
Jérusalem et des droits palestiniens,outre le fait d’atténuer le caractère
judéo-islamique du conflit, ne peut qu’aider les communautés chrétiennes
du monde arabe à sentir à nouveau que leurs vraies racines existentielles
sont bien au cœur du Proche-Orient arabe. Cela permettrait aussi aux
églises d’Occident de se rappeler que les racines du christianisme sont bien
à Jérusalem, Antioche, Alexandrie et non point en Europe ou aux États-
Unis.
48
Un engagement plus actif des Églises orientales dans ce dossier brûlant du
Moyen-Orient ne peut que contribuer à faire diminuer l’intensité du
sentiment de fragilité et de peur vis-à-vis de l’environnement musulman,
dans une région du monde qui depuis le milieu du XIXe siècle ne vit que
dans l’instabilité, les vagues de violences et les guerres.
49
Le christianisme oriental doit donc retrouver une raison d’être dans le
monde arabe pour donner une signification à l’existence chrétienne dans la
région, déstabilisée depuis les interventions de puissances occidentales
dans les affaires de l’Empire ottoman. D’éminents ecclésiastiques ont
consacré leur vie à cette mission et nous ont laissé une œuvre considérable
et remarquable, hélas délaissée par les Églises orientales. Citons ici le
regretté Yoakim Moubarac, prêtre libanais, islamologue célèbre, qui a laissé
une œuvre considérable, aussi bien sur le dialogue islamo-chrétien et les
rapports au judaïsme et l’Etat d’Israël, que sur la question palestinienne,
ainsi que sur les sources du christianisme oriental et son dialogue avec le
christianisme occidental [8][8] Voir à ce sujet, le recueil de ses plus belles
pages....

Promouvoir le développement économique et social

50
Il est également urgent que les causes socio-économiques de l’émigration
soient traitées, ce qu’a fait un document récent de l’Église maronite. En
effet, l’important synode de l’Église maronite qui s’est tenu en 2004-2005 au
Liban a consacré un texte spécial (le texte 21) à « l’Église et l’Économie ».
Ce texte rappelle les principes de l’Église dans le domaine économique,
notamment celui en vertu duquel l’économie doit être au service de
l’homme et non l’inverse. Il rappelle aussi les principes de justice, d’équité
et d’éthique qui doivent régner dans la vie des affaires. Il appelle l’église
maronite et les laïcs à tout mettre en œuvre pour arrêter l’hémorragie
démographique par le biais de l’émigration, à conserver une vie
économique active dans les zones rurales et montagneuses afin de
maintenir l’existence de la communauté dans ces zones qui l’ont vu naître
et se développer.
51
Les institutions éducatives, les universités et instituts de
formationtechnique, dont beaucoup ont été créés et restent gérés par les
églises libanaises, ainsi que par la Compagnie de Jésus, sont appelés à
tout mettre en œuvre pour freiner l’exode rural, mais aussi l’émigration à
l’étranger. Enfin, les propriétés importantes des églises et des couvents
doivent être mises au service de ce même objectif et leur gestion doit être
rendue plus efficace et plus transparente. Notamment, le patrimoine
immobilier doit servir de base au développement de projets productifs utiles
créant des opportunités d’emploi aux jeunes.
52
A ce sujet, les recommandations adoptées à l’issue du Synode [9][9] Les
premiers travaux préparatoires du synode sont dus... dans ses trois
derniers textes (n° 20 -l’Église et les questions sociales, n° 21 – l’Église et
les questions économiques, n° 23 – l’Église et la terre) peuvent être
généralisées pour toutes les églises orientales de tous les pays
arabes [10][10] L’Assemblée Patriarcale Maronite 2003-2006, Textes....
Dans les zones de peuplement mixte, les églises doivent susciter des
projets bénéfiques, profitant également aux chrétiens et aux musulmans
habitant dans les mêmes communes rurales ou les mêmes quartiers
urbains défavorisés. De telles initiatives sont seules susceptibles de réduire
les tensions, voir les conflits qui peuvent surgir entre chrétiens et
musulmans, pauvres en compétition pour des ressources économiques trop
limitées, comme c’est notamment le cas en Égypte.
53
Il faudrait, en outre, que les autorités ecclésiastiques agissent comme
groupe de pressions sur les gouvernements locaux et les assemblées
locales (municipalités et préfectures) pour qu’ils se mobilisent, à leur tour,
pour remédier aux situations de pauvreté extrême. Une coordination devrait
même être recherchée avec les autorités religieuses des communautés
musulmanes qui gèrent elles aussi des patrimoines très importants (les
biens dit wakfs). En fait, seul le traitement sérieux des situations de
pauvreté et d’exclusion peut éviter aux chrétiens de conditions modestes ou
pauvres de se trouver pris dans des situations d’hostilités avec leur
environnement musulman et, en conséquence, diminuer l’intensité des
facteurs poussant à l’émigration.
54
Aussi, il incombe aux Églises orientales de faire pression sur les hommes
d’affaires chrétiens riches pour qu’ils mettent eux aussi en œuvre des
projets productifs dans les zones rurales pauvres ou les quartiers urbains
défavorisés. Les activités de bienfaisance à elles seules, quelle que soit
leur importance, sont loin d’être suffisantes pour assurer la permanence de
la présence chrétienne. Il est urgent d’arrêter le déclin démographique et
cela ne peut se faire que si les chrétiens de condition modeste sont assurés
d’un emploi stable et correctement rémunéré pour eux-mêmes et leurs
enfants, ainsi que d’un environnementapaisé avec les concitoyens
musulmans. La pauvreté et la marginalité, dans ce contexte, ne sont guère
propices à l’existence d’un tel environnement. Aussi, en l’absence de
politiques actives, les actions caritatives restent du domaine du sédatif,
sans s’attaquer aux causes réelles de l’émigration. Souvent, l’aide caritative
permet de survivre en attendant un visa d’émigration en l’absence
d’opportunités d’emploi, ce qui a encore plus un effet indirect
démobilisateur.
55
Enfin en ce qui concerne les secteurs d’éducation, enseignement et
université où les Églises orientales et occidentales jouent un grand rôle
dans les pays d’Orient, il conviendrait que les responsables de ces
institutions prêtent beaucoup plus d’attention à la nécessité de déployer
tous les efforts possibles pour aider les étudiants à trouver des opportunités
d’emploi stables et en rapport avec leur niveau éducatif et leur
spécialisation. Dans la réalité, ces universités sont surtout préoccupées de
former des étudiants capables de continuer leurs études à l’étranger ou
capables d’émigrer et d’y trouver des emplois rémunérateurs. Les cursus
d’enseignement sont, en effet, essentiellement centrés sur les disciplines
demandées dans les pays éventuels d’accueil à l’étranger afin que les
diplômés puissent s’adapter facilement à leur nouvelle vie dans le pays
d’accueil.
56
Pour œuvrer dans le sens du changement requis, il faudrait que les
administrations des universités et les instituts techniques établissent des
contacts continus avec les chambres de commerce et d’industrie locales,
les sociétés du secteur privé local, mais aussi avec les sociétés étrangères
qui cherchent à délocaliser certaines de leurs activités de production ou
certaines activités de service dans des pays à moindre coût, disposant de
ressources humaines de haute qualité (opérations dites Off-Shoring et
Outsourcing), en particulier dans le domaine des recherches
technologiques, médicales, informatiques et aussi dans le secteur
comptable, l’analyse financière, l’édition ou dans les centres d’information
téléphonique ou la construction de sites Web et de bases de données
sophistiquées, etc.…

Pour conclure... ou pour commencer

57
Il ne fait pas de doute que les retombées négatives des politiques des
grandes puissances au Moyen-Orient ont considérablement affecté
l’existence des communautés chrétiennes qui ont trop souvent été
instrumentalisées par elles au XIXe siècle et durant toute une partiedu
XXe siècle. Si les communautés chrétiennes ont profité sur les plans culturel
et économique de l’avancée des intérêts européens en Orient, ce qui leur a
donné une avance sur leurs concitoyens musulmans, le prix payé en terme
de déclin démographique et de déracinement a été très fort.
58
Aujourd’hui, l’invasion de l’Irak et le soutien toujours plus poussé accordé
par tous les gouvernements occidentaux à une politique israélienne de
dénégation complète des droits palestiniens, ainsi que le martyr infligé à la
population de ce qui reste de Palestine, créent toutes les conditions
d’exaspération, de déstabilisation et de violences, dont les communautés
chrétiennes peuvent être la victime. Les idéologies de fondamentalisme
musulman répondant à la prétention occidentale d’être porteur de valeurs
judéo-chrétiennes dans leur politique à l’endroit du Moyen-Orient, facilitent
la transformation des communautés chrétiennes orientales en victimes
expiatoires potentielles de ces politiques.
59
Il revient donc aux responsables des Églises orientales, grâce à leurs
contacts avec les différentes Églises occidentales ou avec les Églises
orthodoxes de Grèce et de Russie, de jouer un rôle beaucoup plus
dynamique dans le domaine politique, car le destin des chrétiens d’Orient
exige que les conflits géopolitiques qui remontent à plus deux cents ans
s’apaisent. Si par contre, les gouvernements occidentaux s’obstinent à
continuer leurs manœuvres d’intervention intenses dans les affaires de la
région, à poursuivre leur occupation de l’Irak, à soutenir l’expansion
coloniale israélienne dans ce qui reste des terres palestiniennes, la région
restera une poudrière en ébullition et les minorités chrétiennes continueront
de ressentir toujours plus d’angoisse, et à rechercher la solution à leur
problème existentiel dans l’émigration, achevant ainsi un processus de
disparition d’une existence historique plus que millénaire.
60
Il est paradoxal d’ailleurs d’entendre souvent des responsables occidentaux
montrer leur sollicitude à ce que l’on appelle pudiquement les « chrétiens
d’Orient » en proposant de faciliter leur émigration vers l’Europe, le Canada
ou l’Australie, mais se battre comme de lions pour que l’Etat d’Israël
continue de mener sa politique de colonisation de l’ensemble du territoire
palestinien. Qu’est-ce que la condamnation sans appel de la résistance du
Hamas en Palestine, sinon un blanc seing donné à la politique de
colonisation et au caractère strictement judaïque de l’Etat d’Israël et de
Jérusalem, lieux symbolique de spiritualité des trois monothéismes ?
61
En matière de Proche-Orient arabe, l’attitude occidentale des deux poids
deux mesures atteignent des sommets d’injustice qui ne resteront pas sans
conséquences historiques graves. Elle continue et accélère la nature des
précédentes interventions depuis le XIXe siècle qui portent une lourde
responsabilité dans la disparition progressive du pluralisme religieux et
ethnique qui a caractérisé l’ensemble du Moyen-Orient depuis la plus haute
antiquité. ?

Notes

[*]
Le présent article est une version développée de la présentation faite en
langue arabe par l’auteur à l’Assemblée annuelle des patriarches
catholiques tenue du 15 au 19 octobre 2007 au Liban sur le thème de « La
présence chrétienne en Orient et les conflits géopolitiques : la situation
économique ».
[**]
Georges Corm est l’auteur de nombreux ouvrages consacrés à l’économie
internationale et à l’histoire du Proche-Orient, dont Histoire du pluralisme
religieux dans le bassin méditerranéen, (Geuthner, Paris, 1998,
réimpression de l’édition de 1971 à la L.G.D.J.), L’Europe et l’Orient. De la
balkanisation à la libanisation. Histoire d’une modernité inaccomplie (La
Découverte, 1989), Le Proche-Orient éclaté 1956-2007 (Folio/histoire,
2007), Le Liban contemporain. Histoire et société (La Découverte, 2005).
[1]
Une description détaillée de la disparition du pluralisme ethnique et
religieux qui régnait autrefois dans l’Empire ottoman peut être trouvée dans
notre ouvrage, L’Europe et l’Orient…, op. cit.
[2]
On pourra se reporter à ce sujet à notre article « Géopolitique des minorités
au Proche-Orient », Hommes et Migrations, n° 1172-1173, janvier-
février 1994, numéro spécial consacré aux minorités au Proche-Orient.
[3]
Rappelons ici les fonctions d’Etat tampon que joue le Liban depuis son
apparition comme entité distincte dans l’ordre régional et international au
milieu du XIXe siècle, fonction facilitée et maintenue par le système
communautaire qui régit l’ordre public interne et la distribution du pouvoir
local, système institué dès le départ par les puissances européennes et
imposé à l’Empire ottoman déclinant dont le Liban était une province parmi
d’autres.
[4]
Il est intéressant de noter que le plus grand nombre d’Irakiens chrétiens
ayant quitté leur pays ont trouvé refuge en Syrie, pays où les chrétiens ont
été moins touché qu’au Liban par l’avance culturelle et économique et le
sentiment de distanciation qui s’est créé de ce fait chez les Libanais
chrétiens (voir ci-dessous).
[5]
On peut évoquer aussi le sort du centre historique de la capitale libanaise
ayant fait l’objet d’une mainmise contraire à tous les principes du droit par
l’ancien Premier ministre assassiné, et ceci par la création d’une société
foncière qui a transformé les dizaines de milliers d’ayants droits en
actionnaires forcés, dynamité environ 600 immeubles historiques et
transformé les structures de la propriété, aujourd’hui massivement aux
mains de riches ressortissants des pays exportateurs de pétrole de la
péninsule Arabique, dans des tours de béton sans caractère qui ont
défiguré la capitale et l’ont privé d’un patrimoine architectural historique.
[6]
Rappelons que cet article est extrait d’une communication à l’Assemblée
annuelle des Patriarches catholiques, ce qui explique que les
recommandations s’adressent ici plutôt aux responsables religieux.
[7]
La présence à la tête de l’Église maronite depuis plus de vingt ans d’un
patriarche farouchement pro-occidental constitue un grave danger pour la
communauté maronite et pour les chrétiens. Cette attitude provoque
beaucoup de remous dans la communauté maronite d’autant que seuls les
personnalités maronites aveuglément pro-occidentales sur le plan politique
semblent avoir l’oreille du patriarcat. Le sentiment général aujourd’hui de
très nombreux chrétiens est que le Patriarcat maronite ne devrait pas être
aussi intensément investi en politique quotidienne, comme il l’est
actuellement, ni montrer sa sympathie pour tel ou tel courant politique, afin
de restaurer l’autorité morale et spirituelle du patriarcat et sa capacité
d’arbitrage à l’intérieur de la communauté comme dans le pays, capacité
qui n’existe pratiquement plus.
[8]
Voir à ce sujet, le recueil de ses plus belles pages dans Yoakim
Moubarac.Un Homme d’exception, textes réunis et présentés par Georges
Corm, Librairie Orientale, Beyrouth, 2004 ; on pourra se reporter aussi à
l’ouvrage collectif sur Yoakim Moubarac, l’Age d’Homme, Genève, 2005.
[9]
Les premiers travaux préparatoires du synode sont dus à l’inlassable
activité du père Yoakim Moubarac, décédé malheureusement en 1994. Une
magnifiqueExhortation Apostolique du pape Jean-Paul II sur le Liban
publiée en 1996 a servi aussi de source d’inspiration additionnelle pour le
Synode. Le texte de cette Exhortation a été très apprécié et très
favorablement commenté dans les communautés musulmanes en raison de
l’ouverture très exceptionnelle sur l’Islam et les musulmans à laquelle les
Libanais sont appelés. L’attitude sèche et quelque peu provocatrice de
Benoît XVI à l’égard des musulmans contraste fâcheusement avec celle
prônée par l’Exhortation de Jean-Paul II, ce qui constitue pour les Arabes
chrétiens un nouvel embarras dans leurs relations avec leurs concitoyens
musulmans.
[10]
L’Assemblée Patriarcale Maronite 2003-2006, Textes et
Recommandations,Bkerké, 2006, p. 733-802 et p. 829-853.

Plan de l'article

1. L’émigration, principale menace pour la présence chrétienne


2. L’élite chrétienne de notables politiques et de riches entrepreneurs :
un succès continu en dépit des secousses économiques
3.
1. Les décisions de nationalisation et son impact sur l’élite chrétienne
2. La mémoire des massacres du Mont-Liban et de Damas, ainsi que celle
des massacres des Arméniens et des Grecs
3. L’impact de l’ouverture grandissante des élites des communautés
chrétiennes sur les pays occidentaux dans leurs relations avec les
communautés musulmanes
4. Possibilité nouvelles d’enrichissement dans les pays arabes exportateurs
de pétrole
5. Le problème de l’accès aux hautes fonctions politiques et administratives
4. La classe moyenne chrétienne : une situation en déclin
5. Les groupes à faible revenu et les pauvres : l’érosion de la principale
base démographique
6.
1. Conflit autour des ressources limitées avec les couches musulmanes
pauvres
2. Double déficience démographique : réduction dans la taille de la famille et
hémorragie de l’émigration
7. Conseils aux Églises orientales
8.
1. Redonner du sens
2. Promouvoir le développement économique et social
9. Pour conclure... ou pour commencer
Christianity in Syria
Part of a series on the

Eastern Orthodox Church

Mosaic of Christ Pantocrator, Hagia


Sophia

Oriental Orthodoxy

Christians in Syria make up approximately 10% of the


population.[1][2][3][4][5][6][needs update] The country's largest Christian denomination
is the Eastern Orthodox Church of Antioch (known as the Greek Orthodox
Patriarchate of Antioch and All the East),[7][better source needed][8][9] closely
followed by the Melkite Catholic Church, one of the Eastern Catholic
Churches, which has a common root with the Eastern Orthodox Church of
Antioch,[10] and then by an Oriental Orthodoxy churches like Syriac
Orthodox Church and Armenian Apostolic Church. There are also a minority
of Protestants and members of the Assyrian Church of the
East and Chaldean Catholic Church. The city of Aleppo is believed to have
the largest number of Christians in Syria. In the late Ottoman rule, a large
percentage of Syrian Christians emigrated from Syria, especially after the
bloody chain of events that targeted Christians in particular in 1840, the
1860 massacre, and the Assyrian genocide. According to historian Philip
Hitti, approximately 900,000 Syrians arrived in the United States between
1899 and 1919 (more than 90% of them were Christians).[11]. The Syrians
referred include historical Syria or the Levant encompassing Syria,
Lebanon, Jordan and Palestine.
Origins
The Christian population of Syria comprise 11.2% of the population,[6] which
is down from when they were 25% of Syrian the total population of 2.5
million in 1920. In Syria today there around 2.5 million among their
population in Syria in 2010 before the civil war started. Most Syrians are
members of either the Greek Orthodox Church of Antioch (700,000), or
the Syriac Orthodox Church. The vast majority of Catholics belong to
the Melkite Greek Catholic Church, which was created as a result of a
schism within the Greek Orthodox Church over a disputed election to the
Patriarchal See of Antioch in 1724. Other Christian Churches in union with
Rome include the Maronites, Syriac Catholics, Armenians, Chaldeans and a
small number of Latin Rite Catholics. The rest belong to the Eastern
communions, which have existed in Syria since the earliest days of
Christianity. The main Eastern groups are:

 the autonomous Orthodox churches;


 the Eastern Catholic Churches, which are in communion with Rome;
 and the independent Assyrian Church of the East (i.e., the "Nestorian"
Church). Followers of the Assyrian Church of the East are almost
all Eastern Aramaic speaking ethnic Assyrians/Syriacs whose origins lie
in Mesopotamia, as are some Oriental Orthodox and Catholic Christians.
Even though each group forms a separate community, Christians
nevertheless cooperate increasingly. Roman Catholicism
and Protestantism were introduced by missionaries but only a small
number of Syrians are members of Western denominations.
The schisms that brought about the many sects resulted from political and
doctrinal disagreements. The doctrine most commonly at issue was the
nature of Christ. In 431, the Nestorians were separated from the main body
of the Church because of their belief in the dual character of Christ, i.e., that
he had two distinct but inseparable "qnoma" (‫ܩܩܩܩܩ‬, close in meaning to,
but not exactly the same as, hypostasis), the human Jesus and the divine
Logos. Therefore, according to Nestorian belief, Mary was not the mother of
God but only of the man Jesus. The Council of Chalcedon, representing the
mainstream of Christianity, in 451 confirmed the dual nature of Christ in one
person; Mary was therefore the mother of a single person, mystically and
simultaneously both human and divine. The Miaphysites taught that the
Logos took on an instance of humanity as His own in one nature. They were
the precursors of the present-day Syrian and Armenian Orthodox churches.
By the thirteenth century, breaks had developed between Eastern or Greek
Christianity and Western or Latin Christianity. In the following centuries,
however, especially during the Crusades, some of the Eastern churches
professed the authority of the pope in Rome and entered into or re-affirmed
communion with the Catholic Church. Today called the Eastern Catholic
churches, they retain a distinctive language, canon law and liturgy.
Eastern Orthodoxy

The Antiochian Orthodox church of the Entrance of the


Theotokos in Hama, Syria
Main article: Eastern Orthodoxy in Syria
The largest Christian denomination in Syria is the Greek Orthodox Church
of Antioch (officially named the Orthodox Patriarchate of Antioch and All the
East), also known as the Melkite church after the 5th and 6th century
Christian schisms, in which its clergy remained loyal to the Eastern Roman
Emperor ("melek") of Constantinople.
Adherents of that denomination generally call themselves "al-Rûm" which
means "Eastern Roman" or "Asian Greek" in Turkish and Arabic. In that
particular context, the term "Rûm" is used in preference to "Yāvāni" or
"Ionani" which means "European-Greek" or Ionian in Biblical
Hebrew and Classical Arabic. The appellation "Greek" refers to the Koine
Greek liturgy used in their traditional prayers and priestly rites.
Members of the community sometimes also call themselves "Melkites",
which literally means "supporters of the emperor" in Semitic languages - a
reference to their past allegiance to Roman and Byzantine imperial rule.
But, in the modern era, this designation tends to be more commonly used
by followers of the local Melkite Catholic Church.
Syrians from the Greek Orthodox Community are also present in the Hatay
Province of Southern Turkey(bordering Northern Syria), and have been well
represented within the Syrian diasporas of Brazil, Argentina, Mexico, the
United States, Canada and Australia.
Oriental Orthodoxy

Archbishop of Aleppo "Mor Gregorios Yohanna Ibrahim" (left) of the Syriac


Orthodox Church, with Austrian politician Reinhold Lopatka in 2012
Traditional Christianity in Syria is also represented by Oriental
Orthodox communities, that primarily belong to the ancient Syriac Orthodox
Church, and also to the Armenian Apostolic Church.
Syriac Orthodox Church[edit]
Main article: Syriac Orthodox Church
The Syriac Orthodox Church is the largest Oriental Orthodox Christian
group in Syria. The Syriac Orthodox or Jacobite Church, whose liturgy is
in Syriac, was severed from the favored church of the Byzantine Empire
(Eastern Orthodoxy), over the Chalcedonian controversy.
Armenian Apostolic Church[edit]
Main article: Armenians in Syria
The Armenian Apostolic Church is the second largest Oriental
Orthodox Christian group in Syria. It uses an Armenian liturgy and its
doctrine is Miaphysite (not monophysite, which is a mistaken term used or
was used by the Chalcedonian Catholics and Chalcedonian Orthodox).
Protestant Churches
In Syria, there is also a minority of Protestants. Protestantism was
introduced by European missionaries and a small number of Syrians are
members of Protestant denominations. The Gustav-Adolf-Werk (GAW) as
the Evangelical Church in Germany Diaspora agency actively supports
persecuted Protestant Christians in Syria with aid projects.[12] A 2015 study
estimates some 2,000 Muslim converted to Christianity in Syria, most of
them belonging to some form of Protestantism.[13]
Catholic Church
The Monastery of the Franciscan Missionaries of Mary in Aleppo.
Main article: Catholicism in Syria
Of the Eastern Catholic Churches the oldest is the Maronite, with ties to
Rome dating at least from the twelfth century. Their status before then is
unclear, some claiming it originally held to the Monothelite heresy up until
1215, while the Maronite Church claims it has always been in union with
Rome. The liturgy is in Aramaic (Syriac).

Syrian Christians in a Catholic Church in Damascus - 2017


The Patriarchate of Antioch never recognized the mutual excommunications
of Rome and Constantinople of 1054, so it was canonically still in union with
both. After a disputed patriarchal election in 1724, it divided into two groups,
one in union with Rome and the other with Constantinople. Today the term
"Melkite" is in use mostly among the Greek Catholics of Syria and Lebanon.
Like its sister-church the Greek Orthodox Church of Antioch ('Eastern
Orthodox'), the Melkite Greek Catholic Church uses both Greek and Arabic
in its traditional liturgy. Most of the 375,000 Catholics in Syria belong to the
Melkite Rite, the rest are Latin Rite, Maronites (52,000), Armenian or Syriac
Rites.
Popes of the Catholic Church
Seven popes from Syria ascended the papal throne,[14][15] many of them
lived in Italy, Pope Gregory III,[16][17]was previously the last pope to have
been born outside Europe until the election of Francis in 2013.

Nume
Pontif Name Personal Place of
rical Portrait Notes
icate English · Regnal name birth
order
1 33 – St Peter Simon Bethsaid Saint Peter was from
64/67 PETRUS Peter a,Galilea village
, Roman of Bethsaida, Gaulanit
Empire is, Syria, Roman
Empire

11 155 to St Anicetus Anicitus Emesa, Traditionally martyred;


166 ANICETUS Syria feast day 17 April

82 12 John V Antioch,
July Papa IOANNESQui Syria
685 ntus
–2
Augus
t 686
(1
year+)

84 15 St Sergius I Sicily, Sergius I was born in


Dece Papa Sergius Italy Sicily, but he was
mber from Syrian
687 parentage[18]
–8
Septe
mber
701
(3
year+)

87 15 Sisinnius Syria
Janua Papa SISINNIUS
ry 708
to 4
Febru
ary
708
(21
days)
88 25 Constantine Syria Last pope to
March Papa COSTANTIN visit Greecewhile in
708 USsive CONSTAN office, until John Paul
–9 TINUS II in 2001
April
715
(7
years
+)

90 18 St Gregory III Syria Third pope to bear the


March Papa GREGORIUS same name as his
731 Tertius immediate
to 28 predecessor.
Nove
mber
741
(10
years
+)

Status of Christians in Syria


Damascus was one of the first regions to receive Christianity during the
ministry of St Peter. There were more Christians in Damascus than
anywhere else. With the military expansion of the Islamic Umayyadempire
into Syria and Anatolia, non-Muslims who retained their native faiths were
required to pay a tax ( jizya ) equivalent to the Islamic Zakat, and were
permitted to own land; they were, however, not eligible for Islamic social
welfare as Muslims were. [19][20][better source needed]
Damascus still contains a sizeable proportion of Christians, with some
churches all over the city, but particularly in the district of Bab
Touma (The Gate of Thomas in Aramaic and Arabic). Masses are held
every Sunday and civil servants are given Sunday mornings off to allow
them to attend church, even though Sunday is a working day in Syria.
Schools in Christian-dominated districts have Saturday and Sunday as the
weekend, while the official Syrian weekend falls on Friday and Saturday.
Integration
The old Christian quarter of Jdeydeh, Aleppo
Christians (as well as the few remaining Jews in the country) engage in
every aspect of Syrian life. Following in the traditions of Paul, who practiced
his preaching and ministry in the marketplace, Syrian Christians are
participants in the economy, the academic, scientific, engineering, arts, and
intellectual life, entertainment, and the Politics of Syria. Many Syrian
Christians are public sector and private sector managers and directors,
while some are local administrators, members of Parliament, and ministers
in the government. A number of Syrian Christians are also officers in the
armed forces of Syria. They have preferred to mix in with Muslims rather
than form all-Christian units and brigades, and fought alongside their
Muslim compatriots against Israeli forces in the various Arab–Israeli
conflicts of the 20th century. In addition to their daily work, Syrian Christians
also participate in volunteer activities in the less developed areas of Syria.
As a result, Syrian Christians are generally viewed by other Syrians as an
asset to the larger community. In September 2017, the deputy Hammouda
Sabbagh, christian and member of the Ba'ath Party, is elected speaker of
parliament with 193 votes on 252.[21]
Separation
Syrian Christians are more urbanized than Muslims; many live either in or
around Aleppo, Hamah, or Latakia. In the 18th century, Christians were
relatively wealthier than Muslims in Aleppo.[22][23] Syrian Christians have
their own courts that deal with civil cases like marriage, divorce and
inheritance based on Bible teachings. By agreement with other
communities, Syrian Christian churches do not proselytise to Muslims and
do not accept converts from Islam [citation needed]. Noteworthy Syrian
Christians include the chronicler Paul of Aleppo, the chess player Philip
Stamma, the Syrian actor Bassem Yakhour and the Syrian Armenian
musician George Tutunjian.
The Constitution of Syria states that the President of Syria has to be a
Muslim; this was as a result of popular demand at the time the constitution
was written. However, Syria does not profess a state religion.
On 31 January 1973, Hafez al-Assad implemented the new
Constitution(after reaching the power by a military coup in 1970 ), which led
to a national crisis. Unlike previous constitutions, this one did not require
that the president of Syria must be a Muslim, leading to fierce
demonstrations in Hama, Homs and Aleppo organized by the Muslim
Brotherhood and the ulama. They labeled Assad as the "enemy of Allah"
and called for a jihad against his rule.[24] Robert D. Kaplan has compared
Assad's coming to power to "an untouchable becoming maharajah in India
or a Jew becoming tsar in Russia—an unprecedented development
shocking to the Sunni majority population which had monopolized power for
so many centuries."[25]
The government survived a series of armed revolts by Islamists, mainly
members of the Muslim Brotherhood, from 1976 until 1982.
Christian cities/areas

Significant Christian populations.


Christians spread throughout Syria and have sizable populations in some
cities/areas; important cities/areas are:

 Aleppo – has the largest Christian population of various denominations


(mostly ethnic Armenians and Assyrian/Syriac. Also members of Eastern
Orthodox Church of Antioch and Melkite Catholic Church)
 Damascus – contains a sizable Christian communities of all Christian
denominations represented in the country.
 Homs – has the second largest Christian population (mostly members
of Eastern Orthodox Church of Antioch)
 Wadi Al-Nasarah or Valley of Christians – has a sizable Christian
population in the area (mostly members of Eastern Orthodox Church of
Antioch)
 Safita - has a sizable Christian population (mostly members of Eastern
Orthodox Church of Antioch)
 Ma'loula – has a sizable Christian population (mostly members
of Eastern Orthodox Church of Antioch and Melkite Catholic Church)
 Saidnaya – has a sizable Christian population (mostly members
of Eastern Orthodox Church of Antioch)
 Al-Suqaylabiyah – has a predominantly Christian population (mostly
members of Eastern Orthodox Church of Antioch)
 Mhardeh – has a predominantly Christian population
 Tartous – has a sizable Christian population (mostly members of Eastern
Orthodox Church of Antioch)
 Latakia – has a sizable Christian population (mostly members of Eastern
Orthodox Church of Antioch)
 Suwayda – has a sizable Christian population (mostly members
of Eastern Orthodox Church of Antioch)
 Al-Hasakah – has a large ethnic Assyrian/Syriac population.
 Qamishli – has a large ethnic Assyrian/Syriac population.
 Khabur River – 35 villages has a large ethnic Assyrian/Syriac population.
Syrian Christians during the Syrian Civil War
Syrian Christians like most Syrian citizens have been badly affected by
the Syrian Civil War. According to Syrian law, all Syrian men of adult age
with brothers are forced to military conscription, including
Christians.[26] Since the outbreak of the Syrian Civil War in 2011, 300,000-
900,000 Christians have left the country,[1][needs update] but as the situation
began to prove stable in 2017 following recent army gains, return of
electricity and water to many areas and stability returning to many
government controlled regions, some Christians began returning to Syria,
most notably in the city of Homs.[27][additional citation(s) needed]
Notable Christians

 Hammouda Sabbagh Speaker of the People's Council of Syria since


2017
 Ibrahim Haddad Minister of Oil and Mineral Reserves (2001-2006)
 Fares al-Khoury Prime Minister of Syria (1944-1945) and (1954-1955)
 Mikhail Wehbe Permanent Representative of Syria to the United Nations
(1996-2003)
See also

 Religion in Syria
 List of monasteries in Syria
 Eastern Orthodoxy in Syria
 Roman Catholicism in Syria
 List of churches in Aleppo
 St Baradates
 Sectarianism and minorities in the Syrian Civil War
Notes

1. ^ Jump up to:a b http://www.aina.org/reports/utrmcfsi.pdf


2. Jump
up^ https://www.surrey.ca/files/SyrianRefugeePopulationProfile.pdf
3. Jump up^ https://www.thoughtco.com/christians-of-the-middle-east-
2353327
4. Jump
up^https://www.hudson.org/content/researchattachments/attachment/
1114/shea_testimony_(house_foreign_affairs,_25_jun_13).pdf
5. Jump up^ https://cdn.americanprogress.org/wp-
content/uploads/2015/03/ChristiansMiddleEast-report.pdf
6. ^ Jump up to:a b CIA World Factbook, People and Society: Syria
7. Jump up^ "Religion in Syria - Christianity". Atheism.about.com. 2009-
12-16. Retrieved 2013-09-06.
8. Jump up^ Bailey, Betty Jane; Bailey, J. Martin (2003). Who Are the
Christians in the Middle East?. Grand Rapids, Michigan: William B.
Eerdmans. p. 191. ISBN 0-8028-1020-9.
9. Jump up^ "Syria". State.gov. Retrieved 2013-09-06.
10. Jump up^ Syria: US State Department The July–December,
2010 International Religious Freedom Report
11. Jump up^ Hitti, Philip (2005) [1924]. The Syrians in America.
Gorgias Press. ISBN 1-59333-176-2.
12. Jump up^ Lage- und Tätigkeitsbericht des Gustav-Adolf-Werkes
für das Jahr 2013/14 Diasporawerk der Evangelischen Kirche in
Deutschland (GAW yearly report, in German)
13. Jump up^ Johnstone, Patrick; Miller, Duane (2015). "Believers in
Christ from a Muslim Background: A Global Census". IJRR. 11: 14.
Retrieved 20 November 2015.
14. Jump up^ John Platts. A new universal biography, containing
interesting accounts. p. 479.
15. Jump up^ Archibald Bower, Samuel Hanson Cox. The History of
the Popes: From the Foundation of the See of Rome to A.D. 1758;
with an Introd. and a Continuation to the Present Time, Volume 2.
p. 14.
16. Jump up^ John Platts. A New Universal Biography: Forming the
first volume of series. p. 483.
17. Jump up^ Pierre Claude François Daunou. The Power of the
Popes. p. 352.
18. Jump
up^ http://www.britannica.com/EBchecked/topic/535547/Saint-
Sergius-I
19. Jump up^ al-Jawziyyah, Ibn Qayyim (2008). Ahkam Ahl al-
Dhimmah. 1. Beirut: Dar Ibn Hazm. p. 121. Retrieved 2016-05-12.
20. Jump up^ "Rules of Dhimmitude". Dhimmitude.org.
Retrieved 2016-05-12..
21. Jump up^ http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2017/09/28/97001-
20170928FILWWW00222-un-chretien-elu-a-la-tete-du-parlement-
syrien.php
22. Jump up^ Saint Terzia Church in Aleppo Christians in Aleppo (in
Arabic)
23. Jump up^ BBC News Guide: Christians in the Middle East, last
update 15 December 2005.
24. Jump up^ Alianak, Sonia (2007). Middle Eastern Leaders and
Islam: A Precarious Equilibrium. Peter Lang. p. 55. ISBN 978-0-8204-
6924-9.
25. Jump up^ Kaplan, Robert (February 1993). "Syria: Identity
Crisis". The Atlantic.
26. Jump up^ [1]
27. Jump up^ Syria: Homs Christians return to rebuild homes and
lives - World Watch Monitor
References
This article incorporates public domain material from the Library of
Congress Country Studies website http://lcweb2.loc.gov/frd/cs/.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------
--------
Les Églises de théologie et de rite byzantins
Les Églises nationales syriennes
Plusieurs Églises se partagent le territoire syrien. Dans ce contexte, le
mot « nationale » dans « Églises nationales » ne doit pas être compris
en relation avec un quelconque nationalisme politique ; il se rapporte
uniquement à la structure fonctionnelle des Églises dont l'organisation
en patriarcatsremonte à une époque où les frontières dans la région ne
délimitaient pas les mêmes pays.
L'Église syriaque orthodoxe
Appelée Suriyani en arabe, et Suryoyo en syriaque, c'est une Église
orthodoxe. Elle se considère comme l'Église mère de toutes les Églises
du "Levant" (Irak, Syrie, Liban, Palestine, Jordanie) : elle fut fondée en
37[réf. nécessaire] après Jésus-Christ à Antioche par saint Paul, au cours de
son voyage vers Rome[réf. nécessaire]. L'église est une petite grotte ornée
d'un poisson et de l'alpha et l'oméga située au centre d'Antioche.
En 451, le concile de Chalcédoine divise l'Église syriaque entre l'Église
orientale orthodoxe (Église Roum) (pour la théologie, voir Églises des
sept conciles), et l’Église syriaque syrienne orthodoxe (pour la théologie,
voir Églises des trois conciles).
Cette Église a eu très tôt de très bon rapports avec les Arabes. Les
Ghassanides (‫ )الغساسنة‬formaient une tribu arabe chrétienne qui faisait
partie de l'Église syriani, mais qui se distinguait par sa
doctrine monophysite (pour la théologie, voir Églises des deux conciles),
tandis que l'Église syriaque majoritaire développait une
théologie nestorienne. Ces Ghassanides ont été un grand royaume
chrétien arabe[réf. nécessaire] en Syrie qui englobait le Sud de la Syrie
jusqu'à Yathrib ( actuel Médine ) . Pendant ce même temps, Antioche
était sous domination byzantine, et donc l'Église syriaque était répartie
entre les différents royaumes.
L'Église chaldéenne et l'Église apostolique assyrienne d'Orient

Elle entretenait aussi de bons rapports avec les Assyriens : l'Église


d'Antioche était une branche de l'Église d'Orient qui a donné naissance à
l'Église catholique chaldéenne, apostolique assyrienne d’Orient, et
l'Ancienne Église de l'Orient.
Expansion musulmane
Au début du VIIe siècle, Byzance, Églises des sept conciles, considérait la
doctrine monophysite comme hérétique; elle mène une très lourde
guerre contre ce royaume, vite englouti par une puissance proche ; la
faiblesse de ce royaume, le mécontentement des populations devant les
entreprises de Byzance, et des rois sans réel pouvoir vont faciliter la
conquête lors de l'expansion musulmane.
Les autres Églises
Histoire
Situation actuelle
Avant le conflit en Syrie interne entamé en 2011, les chrétiens
jouissaient de la liberté de culte. Leur représentation politique existe,
mais reste faible. Cela explique qu'ils aient été considérés comme des
soutiens du régime de Bachar Al-Assad et parfois pris à partie pour cette
raison, la réalité étant beaucoup plus contrastée. Les chrétiens restent
plutôt en retrait lors de la guerre civile, certains rallient l'opposition et
d'autres le régime, mais la plupart ne soutiennent aucun des deux
camps1.
Régions de Syrie avec une très forte présence chrétienne:

 Les quartiers est de Damas, surtout Bab Charki et Bab Touma,


Qassaa, Ghassani, Koussour, Dwela, Tabbaleh et Kachkoul ainsi que
la ville de banlieue de Jaramana dans laquelle ils sont majoritaires,
ainsi qu'au nord de Damas, à Maaloula (grecs-catholiques) et
Sednaya, villes saintes et Maaret Sednaya. 20 % des habitants de
Qatana sont chrétiens dans le Rif Dimachq, et il existe une
communauté chrétienne à Jdaydet Artouz, et Bloudan. 400 000
chrétiens vivent à Damas et sa banlieue, soit 15 à 20 % de la
population de la ville.

 Le sud du pays, dans la ville de Salkhad et les alentours, avec une


proportion importante à al Souweida (environ 25 % des habitants sont
chrétiens, 60 % druzes), ainsi qu'à Izra et Khabab, majoritairement
grecs-catholiques melkites.

 A Homs, troisième ville de Syrie, ils constituent 15-20 % de la


population, soit 160 000 à 170 000 personnes principalement réparties
dans les quartiers d'al-Hamadiyeh, Bab Sbaa ,Al Adawia, Al Mahatta,
Al Inshaat, Al Ghouta,... ainsi que dans les villes de banlieue de
Fairouzeh, Zaidal, Maskanah, Qattinah, dans lesquelles ils sont
majoritaires. Dans le gouvernorat de Homs, il en existe d'importantes
communautés à Sadad, Haffar, Al Qussayr, Rablah, Al Ghassaniyah,
Rabah, Bahour,... ainsi que dans les villes entre Homs et Damas,
comme Hisyah, Deir Atiyah, Al Nabk,...

 La région de Wadi Al Nasara (c'est-à-dire la vallée des chrétiens),


comptant environ 70 000 habitants en majorité des chrétiens répartis
en une trentaine de villages chrétiens autour du Krak des chevaliers,
ainsi qu'a Mashta al Helou, Kafroun, al-Juwaikhat, Safita (1 habitant
sur 2), Baqto, Mhairy, Treiz, Al Btar, Barchine, Bsarsar Lebbad,...

 Alep (arméniens, grecs-orthodoxes, grecs-catholiques, maronites,


syriaques): des 160 000 chrétiens aleppins en 2013, on estime qu'il
n'en reste plus que 25 000 en 2016. Ils vivent essentiellement à Al
Suleymaniah, Al Aziziyah, Bustan al Pasha, Al Villat, New Siryan et Al
Midan.
 Dans le gouvernorat de Hama, les villes de Kafr Buhum, Ayyo,
Mhardeh, Suqaylabiyeh, et Al Bayada sont chrétiennes, ainsi que
certains quartiers de la ville-centre de Hama. 100 000 à 150 000
chrétiens habitent ce gouvernorat.
 Dans le gouvernorat de Tartous: 15 % des habitants de Tartous sont
chrétiens, et certains villages comme Al Rawda et ses alentours le
sont aussi. Ce gouvernorat a pour particularité d’être habités
essentiellement par des alaouites, représentant 70 % de la population.
 Certains quartiers de Lattaquié sont chrétiens, tout comme la ville de
Kessab majoritairement arménienne orthodoxe.
 Environ 2 000 chrétiens vivent dans la ville d'Idlib.2
La région d'al Djazireh, 25 % de la population totale, essentiellement
autour d'Hassaké, Qamichli, Qahtaniah, Malikiyah et Serekaniye et les
villages assyriens de la vallée du Khabour.
En mars 2011 et fin 2012, on estime que 260 000 chrétiens syriens se
sont réfugiés au Liban.
En septembre 2017, le député Hammoudé Sabbagh, chrétien et membre
du Parti Baas, est élu président du Parlement avec 193 voix sur 2523.
Monuments chrétiens de Syrie

Julien d'Émèse, le martyre de saint Julien, d'après le Ménologe de


Basile II.
Articles connexes : Patrimoine syrien pendant la guerre
civile et Destruction du patrimoine culturel par l'État islamique.
Depuis 2013, des membres du clergé de chaque ville syrienne ont été
maltraités, enlevés, tués ; ainsi à la Bataille d'Al-Qaryatayn,
entre Palmyre et Damas, un prêtre syriaque catholique a été kidnappé
le 22 mai 2015, et s'est enfui le 10 octobre, mais près de 150 paroissiens
sont toujours captifs. Le 21 août, les djihadistes rasent le monastère
de Deir Mar Elian el-Cheikh à coup de bulldozer4,5.

 Alep, fut la deuxième ville la plus importante de l'Empire


ottoman après Constantinople (aujourd'hui Istanbul) qui développa un
quartier chrétien au XVIe siècle et qui se dota de nombreuses églises.
Les bombardements particulièrement orientés vers cette partie de la
ville depuis 2011 et plus particulièrement en avril et mai 2015, ont
gravement endommagé les cathédrales maronite, melkite,
arménienne catholique et complètement détruite l'église
arménienne grégorienne des Quarante martyrs qui avait de superbes
icônes.

 Homs, fut longtemps un lieu de pèlerinage à Saint Jean-


Baptiste auquel on avait élevé un sanctuaire. L'Église syriaque
orthodoxe y possèdent depuis le IVe siècle une église dite de la
ceinture de la Vierge, dont le patriarche de cette communauté y résida
au début du XXe siècle avant de s’installer à Damas ; L'église
reconstruite au XIXe siècle dans le style « seldjoukide » caractérisé par
l'alternance de pierres noires et blanches « ablaq » ; cette basilique a
été endommagée durant la Guerre civile syrienne mais été restaurée
depuis 2014.

 Maaloula, à 55 km au nord de Damas, a une population mixte (2/3 de


chrétiens et 1/3 de musulmans). Le couvent melkite, Saint-
Serge conserve un autel du IVe siècle et des icônes précieuses et
surplombe l'agglomération ; en contrebas, le couvent orthodoxe de
Sainte-Thècle est un lieu de pèlerinage traditionnel pour tous les
orthodoxes arabophones. Le Front al-Nosra occupa Maaloula au
début de septembre 2013 ; les miliciens saccagèrent les deux
couvents, emmenant en otages à Yabroud dix-huit religieuses qui ne
seront libérées au Liban qu'en mars 2014.
Monastère de Saint-Moïse-l'Abyssin.

 Mar Moussa (Saint-Moïse l'Abyssin), à proximité de Homs, est un


couvent appartenant au rite syriaque occidental. Le Père jésuite Paolo
Dall'Oglio s'y installa et dégagea des fresques aux superbes couleurs
du VIe siècle. En 1992, il fonde une communauté religieuse
œcuménique mixte ( qui est normalement contraire au XXe canon
du deuxième concile de Nicée), la Communauté al-Khalil (« l'ami de
Dieu », en arabe, nom biblique et coranique du patriarche Abraham,
qui prône le dialogue islamo-chrétien). Le lundi 29 juillet 2013, des
hommes de l'EIIL, après avoir tué un accompagnateur du père6,
enlèvent ce dernier7,8,9.

Basilique de Qalb Lozeh.

 Qalb Lozeh et Mouchabbak, sont des basiliques à trois nefs


du VIe siècle reconnues par le comte de Vogüé en 1862 dans son
ouvrage La Syrie Chrétienne, comme le prototype lointain des façades
de nos églises d'Occident. Il écrit de cet art dit « roman » qui sera
adopté en Occident au moment des Croisades : « L'enseignement
oriental a précédé les Croisades et préparé de longue main le
mouvement architectural qui s'est produit aux XIe siècle et XIIe siècle
en Occident ... C'est à l'abside qu'apparaît de manière plus évidente
ce lien de parenté qui unit les églises de la Syrie centrale à celles de
l'Occident ».
Notes et références

1. ↑ Georges Fahmi, Most Syrian Christians Aren’t Backing Assad (or


the Rebels) [archive], Royal Institute of International Affairs, 20
décembre 2016.
2. ↑ « La rébellion syrienne veut faire d’Idlib un modèle de gestion de
l’après-Assad » [archive], sur Le Monde, 18 mai 2015.
3. ↑ « Un chrétien élu à la tête du Parlement syrien » [archive],
sur FIGARO, 28 septembre 2017 (consulté le 29 septembre 2017)
4. ↑ « Le monastère syrien de Mar Elian détruit par l'État
Islamique », Radio Vatican, 21 août 2015 (lire en ligne [archive]).
5. ↑ Le monastère syrien de Saint-Elian (Ve siècle) détruit par
Daech [archive], La Croix avec AFP, 21 août 2015.
6. ↑ Erreur de référence : Balise <ref> incorrecte ; aucun texte
n’a été fourni pour les références nommées al-Baghdadi
7. ↑ « Le jésuite Paolo Dall'Oglio enlevé en Syrie » [archive], sur La
Vie, 30 juillet 2013
8. ↑ A l'encontre : Syrie. A Raqqa: «Pas question de nous imposer
une tyrannie à la place d’une autre!» [archive]
9. ↑ Syrie : incertitude sur le père Dall'Oglio [archive], dépêche publiée
sur le site du Figaro, le 25 août 2013.

E ancora sulle Chiese di Syria…

Quel che resta dei cristiani d'Oriente


Nei paesi arabi sono sempre di meno, spinti all'esodo da crescenti ostilità.
Una mappa aggiornata di quanti sono e chi sono, tre mesi prima del viaggio
del papa in Terra Santa

di Sandro Magister
ROMA, 11 febbraio 2014 – Fervono sotto traccia i preparativi del viaggio di
papa Francesco in Terra Santa, in programma dal 24 al 26 maggio.

Quando mezzo secolo fa Paolo VI si recò a Gerusalemme – primo papa


della storia – i luoghi santi della città erano quasi tutti entro i confini del
regno di Giordania. E così gran parte della Giudea e la valle del Giordano. I
cristiani erano numerosi e in alcune località come Betlemme erano in netta
maggioranza. Nella mente di molti cattolici d'Occidente – come il sindaco di
Firenze Giorgio La Pira, oggi in corsa verso gli altari – brillava l'utopia di una
vicina pace messianica che avrebbe affratellato cristiani, ebrei e arabi.

Su questo sfondo e in questo clima, il viaggio di Paolo VI fu un evento di


risonanza grandiosa. Nella città vecchia di Gerusalemme la folla araba
strinse il papa in un abbraccio fisico travolgente, a tratti sollevandolo da
terra. E anche al suo ritorno a Roma una folla sterminata fece ala al papa
che rientrava in Vaticano.

Oggi quel clima non c'è più. La geopolitica del Medio Oriente è
completamente mutata. Non c'è pace tra israeliani e palestinesi. Il Libano è
stato dilaniato da una guerra civile. La Siria è al collasso. L'Iraq è devastato.
L'Egitto esplode. Milioni di profughi fuggono da una regione all'altra.

E i cristiani sono quelli più stretti nella morsa. Il loro esodo dai paesi
mediorientali è incessante, non compensato dalla precaria immigrazione nei
paesi ricchi del Golfo di manodopera proveniente dall'Asia.

Ha dichiarato in proposito il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin nella


sua prima intervista a largo raggio dopo la sua nomina, ad "Avvenire" del 9
febbraio:

"La situazione dei cristiani in Medio Oriente è una delle grandi


preoccupazioni della Santa Sede, sulla quale essa non cessa di
sensibilizzare quanti hanno responsabilità politiche, perché ne va della
pacifica convivenza in quella regione e nel mondo intero".

Ed ha aggiunto, riferendosi alla presenza in Medio Oriente di cristiani


appartenenti a diverse confessioni e implicitamente all'incontro che papa
Francesco avrà a Gerusalemme con il patriarca ecumenico di
Costantinopoli, mezzo secolo dopo l'abbraccio tra Paolo VI e Atenagora:

"Questo è pure un ambito di particolare rilevanza a livello ecumenico, dato


che i cristiani possono cercare e trovare vie comuni per aiutare i fratelli nella
fede che soffrono in varie parti del mondo".

Ma quanti sono e chi sono i cristiani che abitano in Terra Santa e nelle
regioni circostanti?

Nell'insieme essi sono oggi tra i 10 e i 13 milioni, a seconda delle stime, su


una popolazione complessiva di 550 milioni di abitanti. Quindi circa il 2 per
cento.

Ecco qui di seguito una loro mappa aggiornata, ripresa dal n. 22 del 2013
dalla rivista "Il Regno" dei dehoniani di Bologna, scritta da un esperto in
materia.

__________

CHIESE ANTICHE E FRAGILI

di Giorgio Bernardelli

Quanti sono i cristiani del Medio Oriente? Quante e quali sono le loro
Chiese? Per orientarci, il punto di riferimento sono i patriarcati del
cristianesimo dei primi secoli, che oltre a Roma e Costantinopoli
assegnavano un ruolo di primo piano anche ad Antiochia, Alessandria e
Gerusalemme.
I COPTI

Guardando ai numeri di oggi non si può partire che dai cristiani dell’Egitto,
gli eredi del patriarcato di Alessandria. E specificamente dalla Chiesa copta
ortodossa, guidata dal papa Tawadros II, a cui fa riferimento più del 90 per
cento dei cristiani dell’Egitto.

La si chiama copta ortodossa, ma va chiarito subito che non ha nulla a che


vedere con l’ortodossia figlia dello scisma tra Roma e Costantinopoli. La
genesi di una Chiesa autonoma egiziana affonda infatti le sue radici nel
rifiuto del patriarca di Alessandria di partecipare al concilio di Calcedonia
del 451, all’epoca delle dispute teologiche sulla natura di Gesù.

I copti sono oggi la comunità cristiana più numerosa in Medio Oriente. Ma


quanti sono? Negli ultimi due censimenti del 1996 e del 2006 la domanda
sulla religione di appartenenza in Egitto è stata omessa dai questionari,
seguendo un’indicazione in tal senso proveniente dalle Nazioni Unite. Solo
che questo ha alimentato due contabilità parallele.

Da una parte quella della Chiesa copta ortodossa, che basandosi sui suoi
registri sostiene che i cristiani siano il 10 per cento della popolazione del
paese, vale a dire tra gli 8 e i 9 milioni.

Dall’altra c’è la statistica ufficiale, che sostiene che siano molti di meno: nel
2012 l’Agenzia governativa parlava di non più di 5.130.000 cristiani. E
anche una fonte indipendente come l’americano Pew Research Center
stima addirittura in soli 4.290.000 i cristiani in Egitto, pari al 5,3 per cento
della popolazione. Non è comunque detto che questi numeri della statistica
ufficiale siano di per sé più accurati: bisogna tenere conto che l’Egitto non è
solo il Cairo e – soprattutto per i distretti più periferici – gli stessi numeri
sulla popolazione complessiva sono molto dubbi.

Va aggiunto che i numeri dei cristiani egiziani comprendono anche la


Chiesa copta cattolica, di rito copto ma in comunione con Roma, guidata
dal patriarca Ibrahim Isaac Sidrak, che conta circa 160.000 fedeli. E poi ci
sono i cristiani egiziani di matrice evangelica, che si stimano intorno ai
250.000.

Se tante sono le incertezze sui copti in Egitto il discorso non può essere
diverso per le stime sui cristiani egiziani che hanno lasciato il paese negli
ultimi anni.
Di certo c’è che la comunità più folta della diaspora è quella degli Stati Uniti,
dove circola il dato di 900.000 persone. Molto grandi anche le comunità in
Canada (circa 200.000) e in Australia (75.000). Più piccole invece, fino a un
paio di anni fa, risultavano le presenze copte nei paesi europei.

Tutto questo, però, al netto di quanti hanno lasciato il paese negli ultimi due
anni. Su questo il Washington Institute for Near East Policy ha diffuso una
stima che parla di 100.000 cristiani fuggiti dall'Egitto dopo la caduta di
Mubarak. Dato però contestato dalla Chiesa coìpta ortodossa, che parla di
poche decine di migliaia di persone, ma ha anche interesse a contenere il
fenomeno.

I GRECO-ORTODOSSI

Sono gli eredi del patriarcato di Gerusalemme, che nell’antichità restò


sempre nell’orbita di Costantinopoli. Ma sono anche uno dei diversi filoni
nati dalla cattedra di Antiochia, il patriarcato dalla storia più travagliata.

Anche per questo motivo i greco-ortodossi in Medio Oriente si trovano


tuttora sotto la giurisdizione di due patriarcati tra loro distinti: quello di
Gerusalemme – guidato attualmente dal patriarca Teofilo III –, che conta
circa 500.000 fedeli ed è la comunità cristiana più folta in Israele, in
Palestina e in Giordania; e quello greco-ortodosso di Antiochia, che ha la
sua sede a Damasco ed è guidato da pochi mesi dal patriarca Youhanna X
Yazigi, fratello di uno dei due vescovi rapiti ad Aleppo.

A questo secondo patriarcato si stima facciano riferimento circa 2 milioni di


fedeli, comprendendo però, oltre a quelle della Siria, le comunità ortodosse
del Libano, della Turchia e dell’Iraq e soprattutto gli emigrati della diaspora,
presenti in numeri molto significativi negli Stati Uniti, in America Latina, in
Australia e nell’Europa occidentale.

Questa diaspora era cominciata già ben prima della tragedia che oggi la
Siria sta vivendo, ma certamente la guerra la sta accentuando. Se nella
primavera del 2011 si stimava che in Siria i greco-ortodossi fossero oltre
500.000, oggi a questo numero non si possono che affiancare tanti
drammatici punti interrogativi. È eloquente un dato fornito dal patriarca
melchita Gregorio III Laham, secondo cui su 1,5 milioni di cristiani siriani
sono almeno 450.000 quelli che hanno dovuto lasciare le proprie case a
causa della guerra.
I MELCHITI

Li abbiamo appena citati accanto ai greco-ortodossi del patriarcato


d’Antiochia e non a caso. I melchiti nascono infatti da una scissione interna
proprio a quella comunità, avvenuta quando nel 1724 il patriarca di
Costantinopoli non riconobbe l’elezione alla cattedra greco-ortodossa di
Antiochia di Cirillo VI, ritenuto troppo vicino all’Occidente. Cinque anni dopo
questi tornò alla piena comunione con Roma mantenendo il rito bizantino.

Come i copti cattolici, dunque, anche i melchiti sono una Chiesa cattolica di
rito orientale. Secondo le statistiche dell’Annuario pontificio oggi contano
circa 1,6 milioni di fedeli. Di questi però solo 750.000 vivono ancora in
Medio Oriente, dunque meno della metà; ed è impressionante constatare
come un numero praticamente pari risieda attualmente in America Latina.

In Medio Oriente i melchiti sono presenti in diversi paesi: in Siria erano circa
235.000 (ma sul loro numero attuale vale lo stesso discorso fatto per i
greco-ortodossi siriani), in Libano quasi 400.000, comunità più piccole sono
presenti in Israele, in Palestina, in Giordania. Anche il patriarca melchita ha
la sua sede a Damasco.

I SIRI

Quello bizantino non è però l’unico volto del cristianesimo figlio del
patriarcato di Antiochia. Anche qui, infatti, un primo scisma si era
consumato già ai tempi del concilio di Calcedonia e gli eredi di quella
comunità costituiscono tuttora la Chiesa siro-ortodossa. Chiesa dalla
grandissima tradizione missionaria nel primo millennio, testimoniata tuttora
dal fatto che più di 5 milioni di siro-ortodossi vivono in India, contro il milione
che risiede tra il Medio Oriente e il resto della diaspora.

Altra caratteristica significativa è il fatto che questa Chiesa ha conservato


come sua lingua liturgica l’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Dal 1980 la
Chiesa sira è guidata dal patriarca Mar Zakka I, che ha la sua sede a
Saydnaya nei pressi di Damasco, ma risiede a Beirut.

Esiste anche una Chiesa siro-cattolica dalla storia parallela a quella


melchita, anche se la loro comunione con Roma risale a un secolo prima. I
siro-cattolici in Medio Oriente sono attualmente 140.000 e vivono
principalmente in Siria e in Iraq, guidati dal patriarca Ignazio III Younan.

I MARONITI

Sempre nell’alveo della tradizione siriaca vanno inseriti anche i maroniti, la


Chiesa cattolica di rito orientale con il maggior numero di fedeli.

I maroniti sono il gruppo cristiano maggioritario in Libano. Sono eredi di


comunità di rito siriaco che nel 451 aderirono al concilio di Calcedonia. In
Libano, secondo i dati dell’ Annuario pontificio , sono poco meno di 1,6
milioni in un paese di 4 milioni di abitanti. E questo fa sì che il paese dei
Cedri sia quello con la percentuale più alta di cristiani, intorno al 36 per
cento.

Anche qui, però, va ricordato che soprattutto negli anni della guerra civile
l’emigrazione ha colpito pesantemente. Oggi circa la metà dei 3,5 milioni di
maroniti vive lontano dal Medio Oriente, con il gruppo più consistente, oltre
1,3 milioni, in America Latina.

La Chiesa maronita è guidata dal patriarca Bechara Rai, che è oggi l’unico
patriarca a essere anche cardinale. Lo era anche il patriarca copto cattolico
Antonio Naguib, che ha però dovuto rinunciare alla cattedra di Alessandria
per gravi ragioni di salute.

I CALDEI

Un ulteriore filone del cristianesimo siriaco è quello della Chiesa assira, che
oggi conta 400.000 fedeli tra l’Iraq e la diaspora e ha la sua sede a
Chicago, dove vive anche il suo patriarca Mar Dinkha IV. Da essa traggono
origine i caldei, il gruppo maggioritario tra i cristiani iracheni.

Anche quella caldea è una Chiesa cattolica di rito orientale, in comunione


con Roma fin dal 1553. Ed è la comunità che soffre sulla sua pelle tutto il
dramma del dopo Saddam Hussein. Prima della guerra i caldei in Iraq
erano almeno un milione, oggi non ne restano che 300-400.000, concentrati
soprattutto nell’area del Kurdistan iracheno. Un esodo spaventoso che
rischia di riprendere dopo che negli ultimi mesi – complice anche la
saldatura tra gli scontri settari a Baghdad e la guerra in Siria – il numero
degli attentati nel paese è tornato a crescere.
L'attuale situazione ha portato il patriarca caldeo Raphael Sako a utilizzare
recentemente toni molto forti contro la fuga dei cristiani, arrivando ad
accusare alcuni paesi occidentali di fomentarla attraverso la concessione
dei visti di ingresso agli iracheni.

GLI ARMENI

Storicamente rilevante per il Medio Oriente è anche la presenza dei cristiani


di tradizione armena. Anche in questo caso si tratta di un’antica Chiesa
orientale che non aderì al concilio di Calcedonia del 451.

Pur avendo il suo centro spirituale ad Echmiadzin – nell’attuale Armenia –


la Chiesa apostolica armena ha due sedi importanti in Medio Oriente: il
Catholicato di Cilicia, che ha giurisdizione sul Libano e sulla Siria ed è
guidato dal catholicos Aram I, e il patriarcato armeno di Gerusalemme, sulla
cui cattedra siede il patriarca Nourhan Manougian.

La comunità numericamente più consistente è in Libano dove gli


armeni sono circa 150.000. Altri 100.000 erano presenti in Siria,
soprattutto nell’area di Aleppo e Deir ez-Zor, destinazione finale delle
lunghe marce forzate della persecuzione attuata dai Giovani Turchi.
Armeni sono anche la grande maggioranza dei cristiani iraniani (80-
100.000).

Anche in questo caso esiste pure una Chiesa di rito armeno in comunione
con Roma: è quella guidata dal patriarca armeno di Cilicia Nerses Bedros
XIX, con sede a Beirut. Questa comunità conta nel mondo circa 540.000
fedeli, di cui però meno di 60.000 vivono oggi in Medio Oriente.

I LATINI

In questo quadro così complesso come si colloca la Chiesa di rito latino,


che ha il suo fulcro nel patriarcato di Gerusalemme guidato da Fouad Twal
La sua giurisdizione è su quelle comunità di Israele, della Palestina e della
Giordania fiorite lungo i secoli intorno alla presenza in Medio Oriente degli
ordini religiosi della Chiesa latina, francescani in primis, ma non solo.

Si tratta di una comunità piccola: al netto del fenomeno nuovo degli


immigrati, la comunità latina conta attualmente in tutta la regione circa
235.000 fedeli, cioè appena il 7 per cento tra i cristiani in comunione con
Roma.

È il gruppo che assieme ai greco-ortodossi e ai melchiti ha sofferto di più a


causa dell’esodo dalla Terra Santa. I latini sono oggi appena 27.500 in
Israele, 18.000 in Palestina, 50.000 in Giordania.

A livello generale in Palestina il numero dei cristiani a partire dal 2000 si è


dimezzato, passando dal 2 all’1 per cento della popolazione. Più complesso
il dato su Israele, dove l’ufficio centrale di statistica parla di 158.000
cristiani, stabili intorno al 2 per cento della popolazione; ma si tratta di un
numero dai due volti, perché mentre in Galilea la comunità cristiana cresce
secondo le normali dinamiche di una popolazione giovane, a Gerusalemme
i cristiani sono rimasti appena 6.000 in una città che conta ormai 780.000
abitanti, mentre erano più del doppio nel 1967, quando Israele assunse il
controllo dell'intera Gerusalemme e gli abitanti della città erano appena
260.000.

Ma il discorso sui latini resta incompleto se non si affronta anche il tema


degli immigrati cristiani giunti in questi ultimi anni a centinaia di migliaia in
Medio Oriente, spinti dalle nuove rotte del mercato del lavoro globale.

Si tratta di filippini, indiani, thailandesi, ma anche romeni o nigeriani. In


Israele solo i filippini sono oltre 50.000, cioè praticamente il doppio degli
arabi cristiani che frequentano le parrocchie di rito latino.

Ancora più macroscopico, poi, diventa questo fenomeno se si allarga lo


sguardo alla Penisola Arabica, terra dove i cristiani fino a pochi anni fa
praticamente non esistevano.

Grazie all'immigrazione, i cristianì sono oggi 1,2 milioni in Arabia Saudita (il
4,4 per cento in rapporto alla popolazione), 950.000 negli Emirati Arabi Uniti
(12,6 per cento), 240.000 in Kuwait (8,8 per cento), 168.000 in Qatar (9,6
per cento) 120.000 in Oman (4,3 per cento), 88.000 in Bahrein (7 per
cento).

Si tratta però di una presenza cristiana strutturalmente straniera, esposta


alla provvisorietà e, per quanto riguarda i paesi del Golfo, sottoposta a
pesanti restrizioni alla propria vita religiosa.

Infine va anche aggiunto che – pur essendo canonicamente sotto la


giurisdizione dei vescovi latini dei due vicariati d’Arabia – tra i cristiani di
questi paesi vi sono anche molti indiani appartenenti alle Chiese cattoliche
siro-malabarese e siro-malankarese.

__________

Il testo integrale dell'articolo, in "Il Regno" 22/2013:

> Chiese antiche e fragili

__________

L'intervista del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ad "Avvenire" del


9 febbraio:

> La diplomazia del Vangelo

A proposito della Siria, Parolin dice:

"Il primo round della conferenza di Ginevra 2, alla cui inaugurazione a


Montreux ha partecipato anche la Santa Sede, si è concluso, purtroppo,
senza risultati concreti, come ha dichiarato il mediatore Lakhdar Brahimi.
Ciò nonostante, non hanno perduto di valore le indicazioni espresse dalla
stessa Santa Sede come passi di una road map realistica per la fine del
conflitto e la realizzazione di una pace duratura: la cessazione immediata
della violenza, l'avvio della ricostruzione, il dialogo tra le comunità, i
progressi nella risoluzione dei conflitti regionali e la partecipazione di tutti gli
attori locali e globali al processo di pace di Ginevra 2. Il fatto che le due
parti in lotta si siano parlate per la prima volta in tre anni è certamente un
segnale positivo. Ma c’è bisogno che crescano la fiducia reciproca e la
volontà politica di trovare una soluzione negoziata".

Mentre per quanto riguarda le "primavere arabe" commenta:

"Fenomeno complesso quello delle primavere arabe, che, purtroppo, non


ha raggiunto quegli obiettivi di maggior democrazia e giustizia sociale che
sembravano esserne i motivi ispiratori. È lecito, tuttavia, chiedersi quanto a
questo fallimento abbia contribuito, a livello di comunità internazionale, la
ricerca di interessi economici e geo-politici particolari".

E più in generale, sul ruolo geopolitico della Chiesa di Roma:


"Il papa stesso è il primo 'agente' diplomatico della Santa Sede. Siamo stati
testimoni di come abbia assunto vigorosamente tale ruolo nella crisi in Siria.
Per questo è diventato un interlocutore ricercato e autorevole a livello
mondiale".

https://www.youtube.com/watch?v=Dt-bf_wBP-4