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Adriano Tilgher e l’Est europeo

relazione tenuta al convegno su


“La cultura italiana nel Novecento e i suoi riflessi nei Paesi dell’Est”
Cluj-Napoca – Arcalia, 6-8 ottobre 2006

Per una corretta impostazione dell’argomento - Non è facile estrarre dalla storia
culturale di Adriano Tilgher (1887-1941) il nucleo dei suoi rapporti con taluni intellettuali
dell’Est europeo. Tale difficoltà si deve principalmente alla necessità di comprendere le
reali motivazioni del contatto, o della corrispondenza intercorsa. Si tratta quasi sempre di
progetti di traduzione e di pubblicazione all’estero di qualche suo lavoro; talvolta sono
semplici informazioni richieste e inviate. Restano da chiarire però le ragioni più profonde
che hanno dato luogo a questo o quell’episodio, collegandolo al particolare momento
storico e alle vicissitudini dello stesso Tilgher. Punto di partenza: la passione per l’arte e la
letteratura, specialmente straniere, e l’inseparabilità di un motivo conduttore di taglio etico
e filosofico, che piegava tale passione all’esigenza di un ordine interiore.
Ma, andiamo avanti per gradi.
Nell’esperienza di pensiero tilgheriana, inquadrare l’aspetto del recensore drammatico, o
quello del filosofo estetico, senza chiamare in causa la molteplicità delle residue
componenti di una complessa equazione personale, risulta nonché limitato, addirittura
fuorviante. La figura di questo sensibilissimo interprete del primo Novecento (non solo
italiano) costituisce, infatti, un tutt’uno, che si compatta dietro le tante sue espressioni.
Così, il suo modo di filosofare assume, di volta in volta, la connotazione manualistica,
saggistica, giornalistica, si tinge di tonalità politiche, morali, letterarie, ma non si può
levare a dubbio, per ciò, né la sua qualifica-prima di filosofo, né il fondamento filosofico
dell’intera sua opera, dalla recensione al trattato – a costo di dover smentire per questo
qualche autorevole parere contrario!
Del resto, Tilgher fu costretto a imparare presto che, per mettere in pratica le sue
convinzioni, non doveva dare troppo nell’occhio, cioè, non doveva infastidire troppo il
Regime e gli uomini del Regime. Era lo scotto da pagare, per una natura nient’affatto
“teorista” – termine, che Helga Tepperberg ci ricorda provenire da Italo Svevo, il quale
così ridicolizzava coloro che, a causa della troppa teoria, si dimenticavano di vivere
secondo i loro stessi princìpi. Di conseguenza, la sua filosofia si adattò agli abiti più
inconsueti, presto dismettendo, per obbligo, se non per elezione, il rigore della veste
dottrinaria e sistematica. E sarebbe davvero un torto non voler riconoscere alla sua
testimonianza, pensata e voluta, il valore speculativo di cui essa fu dimostrazione nel
quotidiano di un impegno condotto su fronti variegati. Al contrario: che egli esercitasse
una professione filosofica, quando parlava di “visione greca della vita”, o quando
articolava il suo “pragmatismo trascendentale”, al pari di quando si misurava con la prosa
di Pirandello, di Sarment, di Crommelynck, o di quando si faceva carico di descrivere la
tragicità della “crisi mondiale” nel primo dopo-Guerra, e così via, non è davvero cosa
dubitabile.

Un filosofo dalla curiosità inappagabile - Vero è piuttosto che Tilgher si distinse subito
per il suo scrivere “ampio e ornato”, dotato di chiarezza non comune. Sono in molti a
riconoscerlo. E il suo trasporto per la letteratura e le forme letterarie è dimostrato fin dal
contenuto di quelle due “conferenze”, che una mano ancora adolescente stendeva nel
lontano 1903: la prima, dedicata a Schopenhauer, la seconda, a Leopardi. Non è dato
d’intrattenerci ora sui contenuti di quei lavori, ma è certo che essi lasciano già trasparire la
direzione in cui maturerà la sua riflessione: da una parte, anti-razionalista, sì da candidarlo
a prosecutore dell’idealismo tedesco, nel senso di un “criticismo”, che si facesse strada tra
le alternative esistenziali “possibili” e tuttavia assoggettate alle angherie del “caso”.
Dall’altra, la stessa riflessione simpaticamente si congiunge con la “poesia”, fino a
invaghirsi di Leopardi e della sua “filosofia”, secondo un originalissimo criterio di lettura,
che applicò anche a tutti gli altri autori di cui si dispose all’ascolto 1.
I suoi accenni precocissimi – d’ispirazione spenceriana (1908) – alla “sapiente
disposizione della natura” sono l’annuncio di una spiritualità essenzialmente anti-
storicista, che amava concepire come sinonimi i termini “durata”, “realtà”, “vita”,
“progresso”, nell’unico abbraccio “senza perdite” (Hoelderlin), che confluisce in una
memoria “cosmica” dell’uomo (1910) e delle sue imprese. Solo uno studioso dell’antichità
e del suo “cominciamento” filosofico poteva riuscire a fornire, dopo Nietzsche, una
versione adeguata del motore “circolare” che regola le cose del mondo. Non era tempo per
cedere alle lusinghe del governante, né per farsi preda delle frustrazioni. E Tilgher volle
proporsi, con atteggiamento stoico, a severo correttore delle dispersioni scettiche e
relativiste, dei pessimismi e delle arrendevolezze, che avvertiva moltiplicati dalla brutalità
massificante del Fascismo 2.
1
Nel 1915, con la pubblicazione della Teoria del pragmatismo trascendentale, Tilgher avvertiva che
la sua filosofia si proponeva come nuovissimo virgulto nel vecchio tronco dell’idealismo. Pur
ricorrendovi vecchi motivi hegeliani, come quello della coincidenza “piena e completa” tra essere e
conoscere, l’idealismo assoluto tilgheriano collocava il suo principio in un “atto di assoluta
autoposizione ed autoaffermazione”, che s’identificava con il “volere puro o dovere morale”. E’ lo
spirito, dunque, a condizionare la storia. E lo fa, attraverso una volontà di fede; non semplice
calcolo utilitaristico, ma “superrazionalismo”, tendente a universalizzare l’infinitezza dei predicati
della realtà. L’elemento “critico”, incarnato nella singola volontà conoscitiva, finisce per
individuare tuttavia solo una delle tante vie possibili per la sua realizzazione, uno “stile”, tra i tanti
consegnati al “caso” dalla vita. Al “casualismo critico” viene intitolato l’estremo stralcio
speculativo di Tilgher (Casualismo critico, Bardi, Roma 1942), ma tutta la sua esistenza vuole
esserne in qualche modo l’attestazione concreta. Per ciò, egli non evitò mai di cimentarsi né con
personaggi, né con opere (fatta eccezione per il rifiuto che, nonostante le insistenze di Piero Gobetti,
oppose al personaggio e all’arte di Carlo Goldoni). E giunse perfino a mettere in scena una
commedia (: Il lupo di Gubbio, di A. Boussac de Saint Marc), quasi a sfidare la popolarità raggiunta
sul campo, dalla “terza pagina” di una moltitudine di giornali. Senza, per altro verso, perdere mai di
vista i classici della filosofia (Fichte, Descartes, Ravaisson), o della letteratura (Blindermann, De
Unamuno, Kaiser), dei quali fu fedele e abile traduttore, in diverse stagioni della sua vita.
2
Cfr. A.Tilgher, La giustizia di Herbert Spencer, D’Auria, Napoli 1908; Le antinomie della filosofia
del diritto. Il diritto come volizione singola, Unione Editrice, Roma 1910. Ma il volume che lo rese
certamente famoso, pubblicato con indiscusso intuito giornalistico in occasione della visita di Albert
Einstein in Italia, fu Relativisti contemporanei, Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1921. Nel giro
di pochi mesi, questo libro ebbe ben quattro edizioni e si arricchì di una lettera di precisazioni
indirizzata a Guglielmo Ferrero. Intanto, il 22 novembre dello stesso anno di uscita, comparve una
recensione alquanto elogiativa sul Popolo d’Italia a firma di Mussolini, il quale, nell’entusiasmo
della citazione, reclamava addirittura al Fascismo le prerogative “relativiste” e “attiviste”, elencate
Umanismo liberale e “illuminato” - Rivendicò ostinatamente all’uomo di cultura un
ruolo “disvelativo”, costruendo intorno alla personalità del “saggio” responsabile il
modello esemplare della guida ai meno forti e ai dispersi. Parlò, così, di una nuova
estetica, di una nuova moralità, e parlò di un rinnovamento religioso, in cui,
coerentemente, non era difficile cogliere certe venature avverse all’eccesso di clericalismo
nella Chiesa cattolica 3. Il suo linguaggio si modulava. Si rivolgeva con decisione ai
potenti e con semplicità ai deboli, ma non perdeva mai di vista le virtù migliori dell’uomo-
cittadino e, così ragionando, indicava la via del riscatto al suo pubblico. Davvero sperava
che a ciascuno spettasse, “per natura”, di uscire fuori dalle abitudini omologanti e
dall’avvilimento del “senso comune” 4.
Si allontanò presto da Croce. Lo ritenne colpevole di non avere inteso fin nel profondo le
sue intenzioni etiche e di avere confuso la sua esplorazione disincantata del mondo per
innamoramento del percorso stesso delle sue indagini. Meno presto, tuttavia, si allontanò
anche da Gentile, cui parve affratellarsi, in un primo tempo, proprio in funzione anti-
crociana. A farsi prova di quest’ultimo dissidio insanabile, resta ora la lunga teoria di
scritti critici sulle opere dell’attualismo, oltre a quel tremendo saggio di livida polemica,
che già nel titolo, rivendicante una sorta di prerogativa sul personaggio di Giordano Bruno
(Lo spaccio del bestione trionfante), si faceva programma di risentimento nei riguardi del
gentilianesimo 5. Per quanto riguarda Croce, i conti si chiusero definitivamente nel 1928,

nel testo tilgheriano, a caratterizzare – anche se in modo ben poco benevolo – il frangente storico e
la sostanziale immaturità che ne traspariva.
3
L’interesse di Tilgher per i temi teologici è attestato dalla sua presenza in un considerevole numero
di iniziative editoriali specialistiche, che accompagnavano l’attività di conferenziere, in maniera
crescente, specie a ridosso della firma dei “Patti Lateranensi”. La sua collaborazione alla rivista
Bilychnis (fino al 1924), alla Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, a Ricerche religiose
(poi Il progresso religioso e Religio. Rivista di studi religiosi) di Ernesto Buonaiuti, a Conscientia di
Giuseppe Gangale, denota l’urgenza del problema spirituale e la volontà di proporre soluzioni
diverse e vieppiù circostanziate in un clima di crescenti incertezze spirituali. Di tali incertezze, un
breve compendio è contenuto nell’introduzione al volume di Vincenzo Cento, Io e me. Alla ricerca
di Cristo (Gobetti, Torino 1925).
4
Precisamente da questa angolazione, dev’essere letta la traduzione e la pubblicazione dei Saggi
filosofici di Felix Ravaisson (Tiber, Roma 1917). Il motivo critico dell’habitude, ricorrente nella
presentazione del volume, è levato da Tilgher a cardine di tutto il pensiero di Ravaisson e della sua
indagine filosofica. Ma esso è strumentale alla valorizzazione di quel principio di responsabilità e di
libertà delle scelte, che caratterizza nell’intimo l’intero pensiero tilgheriano e dà corpo alle
rivendicazioni di una coscienza matura e autonoma, a fronte di vite dissennate, o trascorse
nell’oblio e sotto perenni tutele. Vedi G.F.Lami, Adriano Tilgher. Un pensatore liberale, SEAM,
Roma 2000, p.30 e pp.35-40.
5
La storia del rapporto Tilgher-Gentile è fatta da una serie infinita di precisazioni, contenute nelle
non poche recensioni, o nei richiami di entrambi a rispettivi lavori. Ma la polemica crescente
raggiunge il suo culmine con la rimozione di Tilgher dalla Biblioteca Alessandrina, dov’era
impiegato, e la sua destinazione alla Biblioteca Vittorio Emanuele (“sotto sorveglianza”), decisa nel
breve momento in cui Gentile ricoprì l’incarico di Ministro dell’Istruzione Pubblica. Quel
trasferimento fu avvertito come un atto persecutorio e ne seguì un’odiosa controversia. Il dissidio
diventò addirittura insanabile dopo la pubblicazione di Lo spaccio del bestione trionfante (Gobetti,
Torino 1925), ma faceva seguito a taluni accenni della incipiente frattura, contenuti già in
in occasione della uscita di quel volume crociano (La storia d’Italia dal 1871 al 1915), che
provocò, in pari tempo, la ribellione di entrambi i discepoli. Gentile seguì però la via, che
mirava a screditare l’opera del maestro sul piano della “falsificazione” ricostruttiva degli
eventi. In effetti, essa sembrava sfuggire con ostentazione dall’era del Risorgimento,
collocando la data d’inizio del volume all’indomani della presa di Roma. Per altro, con
altrettanta ostentazione, sembrava volersi arrestare giusto alla vigilia dell’entrata dell’Italia
nella prima Guerra Mondiale, quasi a ribadire trascorsi convincimenti non-interventisti – e
negando legittimità, per di più, a qualsiasi discorso intendesse vedere nella “rivoluzione
fascista” un possibile compimento dell’epopea risorgimentale.

La critica di un anti-storicista - Ma a Tilgher tutto questo ragionamento, in parte, non


premeva, in parte, era interdetto. Egli voleva offendere lo storicismo crociano sul piano
filosofico. Voleva ridicolizzare l’ottimistica concezione di certa filosofia della storia, volta
a vedere gli avvenimenti tutti belli e “allineati”, in un senso che si proponeva a
giustificazione del precedente con le ragioni del successivo e che pareva non lasciare
spazio all’inconsulto e all’imprevisto. Per il Tilgher anti-razionalista, questa storia sempre
“giustificatrice” e mai “giustiziera” suonava a offesa delle tante sofferenze e delle tante
ingiustizie dalle quali era impastata. Si oppose alle sue false logiche e, nella critica che
fece del libro crociano, anticipò talune posizioni tutt’altro che non condivisibili 6.
E’ curioso che in tutta la sua esistenza, a onta della maturazione filosofica, Tilgher non
abbia mai distolto l’attenzione dal palcoscenico e dai suoi protagonisti. Dimenticò certe
simpatie per il pensiero greco e antico, si allontanò con discrezione dal naufragio di un
tentativo personale nella drammaturgia, ma non tradì mai la sua vecchia passione di critico
teatrale 7. Ci si potrebbe fare forti di questa considerazione, per sostenere le nostre
affermazioni d’esordio, dirette a presentare una personalità complessa e inscindibile. Sta di
Relativisti contemporanei (1922) e in Ricognizioni (1924). La situazione si sarebbe protratta con
astio fino a tardi. Ebbe il suo epilogo nell’uscita di Le orecchie dell’aquila (1938) e nel Casualismo
critico (1942), interrotta soltanto dalla morte del nostro contendente.
6
Al pari del rapporto Tilgher-Gentile, la storia del rapporto Tilgher-Croce è cosparsa di
avvicinamenti e di allontanamenti, anche se l’acutezza di Gramsci vuole vedere Tilgher
costantemente relegato all’interno del cono d’influenza del vecchio maestro (“Letteratura e vita
nazionale”, in Opere, vol.VI, pp.30-31). La collaborazione tra i due inizia con la traduzione
tilgheriana della Dottrina della scienza di Fichte, pubblicata da Laterza nel 1910, e si conclude con
il Discorso sul metodo e meditazioni filosofiche di Descartes, pubblicato sempre da Laterza nel
1912. Ma l’oggetto della controversia esula dai contributi alla collana dei “classici” e sembra sia da
ricercare in un saggio tilgheriano su Bergson, non piaciuto a Croce, o in un giudizio di quest’ultimo
sull’opera complessiva di Tilgher, che mai lo digerì e anzi lo fece indispettire fino alla rottura totale.
Mi permetto, per maggiori particolari, di rinviare a G.F.Lami, Introduzione a Adriano Tilgher,
Giuffré, Milano 1990, dove è possibile ricavare anche qualche notizia in più sulla polemica Tilgher-
Gentile. E’ un fatto che la relazione con Croce s’interruppe definitivamente nel 1928, in occasione
dell’uscita della crociana Storia d’Italia dal 1871 al 1915, quando Tilgher rispose con il suo Storia
e Antistoria (Biblioteca, Rieti 1928), cui fece da ulteriore sponda Critica dello storicismo (Guanda,
Modena 1935). Dev’essere chiaro, per altro, che tutte le opere di estetica, scritte da Tilgher, da Arte,
conoscenza e realtà (Bocca, Torino 1911), ai Primi scritti di estetica (Maglione, Roma 1931), alla
Estetica. Teoria generale dell’attività artistica (Bardi, Roma 1931), agli Studi di poetica (Bardi,
Roma 1934), sono concepite in funzione critica della posizione crociana – o almeno, per tali sono
state ritenute dal loro autore.
fatto che il significato di alcuni “scontri” con altri validissimi esponenti della critica
drammatica, impegnati sugli stessi fronti o su fronti analoghi a quelli tilgheriani, si può
spiegare solo con la possibilità di vederli condotti a dispute filosofiche. La nota diatriba tra
“teatro vecchio” (o “vecchio teatro”) e “teatro nuovo”, che trovò ripetutamente spazio nei
lavori monografici di Tilgher, provenendo dalle pagine dei periodici dei primi anni ‘920,
s’innesta in maniera – che può dirsi – paradigmatica nella sua concezione dell’arte e
dell’originalità nell’opera d’arte, nella sua visione estetica e, in ultima analisi, nella sua
filosofia morale. Tale diatriba fece clamore e sollevò problematiche raffinatissime, cui la
critica del tempo, benché agguerrita e competente, non parve all’altezza 8. Forse gli
strumenti di fruizione del dramma richiedevano davvero un aggiornamento. E forse lo
stesso dramma, la sua costruzione, fin anche la sua rappresentazione, reclamavano una
cura rivitalizzante. O forse Tilgher, sospinto da una verve critica esagerata, pretendeva una
rivoluzione, laddove la crisi di costume si sarebbe accontentata di rivedere la validità di
certi modelli di base.
Resta la valutazione di un’esistenza intera, trascorsa da Tilgher al servizio del teatro e dei
suoi grandi protagonisti internazionali. E penso che non si possa prescindere da certe sue
impostazioni, riguardo a questo o quell’autore, riguardo a questa o quella commedia, senza
implicare con ciò stesso una rilettura della sua filosofia e dei significati più estremi che la
caratterizzano. Per questo, il lungo e complesso rapporto con Pirandello si fa esemplare.
Nella “scoperta” più o meno tarda, più o meno esclusiva, che Tilgher ne fa, e nelle

7
Il progredire delle numerose esperienze culturali, di cui si arricchisce la vita di Tilgher, consente
alla sua personalità di crescere con grande padronanza di conoscenze. E’ così che, nella professione
di critico drammatico, egli riesce a comunicare non solo il “gusto” della scoperta di un’opera o di
un autore, ma le ragioni per cui un certo genere di rappresentazione possa aspirare a farsi “moda”,
le chiavi psicologiche di un’interpretazione e la sua appartenenza a un sentimento artistico generale.
Insomma, Tilgher non fa mai mancare una struttura teoretica al suo giudizio, capace di confluire in
una visione estetica e, finalmente, in un epilogo di contenuto filosofico, dal forte sapore morale. Il
tassello che Tilgher scava, partendo dal livello di una pièce teatrale, sprofonda dunque con
decisione nelle pieghe dell’etica, analizza i risvolti dell’inconscio (più o meno collettivo) e approda
a valutazioni di ordine elevatissimo – senza mai accontentarsi dei limiti di un copione, piuttosto,
coinvolgendo costumi intellettuali, valori, pregi e difetti di tutta un’epoca e d’interi continenti. Si
tratta sempre di un respiro ampio, nel caso tilgheriano. Per questo, i suoi lavori non cessano di
essere attuali, dato il prezioso carico d’informazioni che contengono. Cfr. anche A.Tilgher, Il
problema centrale (Cronache teatrali 1914-1926), Edizioni del Teatro Stabile, Genova 1973, e ID.,
Figure momenti problemi del teatro moderno, Boni, Bologna 1994.
8
Al momento in cui Pirandello fu “rivalutato” da Adriano Tilgher, nell’immediato primo dopo-
Guerra, i lavori del drammaturgo siciliano erano in realtà assai noti. Silvio D’Amico, tra i tanti altri,
si era già accorto di quel modo di mettere in scena lo sconcerto di un’intera “classe media”, di
fronte al paradosso intellettuale che ne minava alle basi ogni certezza. E lo stesso Tilgher seguiva le
sue commedie dal 1916, almeno da quando, cioè, comparve sulla Concordia la sua prima critica di
“pensaci Giacomino”, conclusivamente ben poco entusiasta di quel tipo d’artista. Ma la “scoperta”
sarebbe (poi) avvenuta, con motivazioni sostanzialmente originali e innovative degli standards
interpretativi, perciò estranee ai più attempati e non meno famosi colleghi di penna. Il dibattito, che
rinnovò l’atmosfera respirata in teatro, dietro le quinte e in platea, finì per coinvolgere altri nomi,
come quello di Fausto Maria Martini, di Lucio D’Ambra (pseudonimo di Renato Eduardo
Manganella), di Emilio Cecchi, e si allargò a comprendere i generi drammatici e persino i metodi di
recitazione. Cfr. anche G.F.Lami, Introduzione a Adriano Tilgher, cit., pp. 20-7.
“puntate” seguenti di un’avventura, che vide entrambi legati a quella formula schematica
(“vita/forma”), che ne fu la parola d’ordine, consistono motivazioni di “gusto”, di “buon
gusto”, di opportunità, persino di convenienza politica 9.

Dal “santo” al “demiurgo”: il rinnovamento dell’etica sociale - La cosa più strana e


affascinante – per chi lo affronta la prima volta – è imparare a fare di ogni stralcio della
vita di Tilgher un capitolo a sé, meritevole di farsi romanzo, ancorché incapace di sottrarsi
all’unico abbraccio autorevole del protagonista e al segno autenticamente “trascendente”
delle sue intuizioni. Anche per questo, è indicativo che alla domanda di definire il tipo
d’uomo che desiderava incarnare, egli rispondesse di non voler essere un “eroe”, ma un
“santo”.
Uno dei suoi libri di maggior successo fu Homo faber (1929): un inno al lavoro e allo
scongiurato pericolo della “grande depressione”. Se ne fecero due traduzioni, una in
francese e una in inglese, che suscitarono grande messe di commenti, specie sui giornali
d’oltre-Oceano. Il discorso di Tilgher era un’esaltazione della genialità, più che “fabrile”,
“demiurgica” – come diceva anche Filippo Burzio – dell’uomo novecentesco, impegnato
in imprese straordinarie e in coinvolgenti operazioni produttive. La figura certamente
risaltante dell’intero volume è quella dell’imprenditore. Almeno in parte, ispirata dall’etica
weberiana, l’immagine del capitalista, che investe il proprio denaro e rischia
personalmente, coinvolgendo nel progetto la sorte dei suoi dipendenti-collaboratori, si
ergeva mastodontica, quasi a rappresentare le ragioni di un’intera civiltà. Ogni lavoro, del
resto, fosse esso materiale, fosse spirituale (o intellettuale), si collegava a quel genere di
soddisfazioni che, per via diretta o traslata, permettono all’uomo di realizzarsi. Così,
chiamando in causa anche Rensi, Tilgher si provò perfino a ipotizzare una correlazione tra
lavoro e piacere, tra lavoro e “gioco” 10.
9
Quando si parla dell’incontro Pirandello/Tilgher, non ci si può limitare al discorso che ne contiene
l’influenza all’interno di una storia del teatro, per quanto si tratti di storia di un teatro non-solo
italiano (cfr. Studi sul teatro contemporaneo, Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1923, e La scena
e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo, Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1925. A parte il
fatto che, giusto all’apice della notorietà del genio pirandelliano, esso si trasforma in un vero e
proprio conflitto, a causa delle note implicazioni di Pirandello con il Regime, c’è da sottolineare
comunque la possibilità scolastica di elevarlo a emblema significativo di tutto quel periodo. La
formula “Vita/Forma”, nella quale lo stesso Pirandello volle lungamente riconoscersi, mette in
risalto l’aspetto più criticabile di una società costretta a rivedere i canoni fondamentali della propria
esistenza. Tilgher è preso dalla efficacia di questa espressione, esattamente quanto il suo
destinatario. Così, nell’atto di adesione di Pirandello al Fascismo, finisce per vedere una specie di
tradimento, quasi l’episodio che lo avrebbe obbligato a riformulare anche il suo giudizio sull’artista.
E tale fu, almeno in parte, poiché le strade di entrambi sembrarono separarsi, nella reciproca
rivendicazione di una coerenza a distinti (e diversi) princìpi. Tilgher tornò a parlare, quando
Pirandello morì. Poi fu di nuovo il silenzio. Ma la complessità e le suggestioni del rapporto, ancora
oggi, indurrebbero a farne oggetto di esplorazione e dibattito, per saperne di più sui due attori
principali e sulla scena che li ospitò.
10
Il volume tilgheriano Homo faber (Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1929) ebbe diverse
edizioni in Italia, fu tradotto in francese (Alcan) e in inglese, con grande successo di critica. Mancò
un’edizione in lingua tedesca, nonostante Margarete Merores, nel 1930, si offrisse all’opera di
traduttrice, nel corso di una corrispondenza che metteva in risalto i meriti del testo. Si può affermare
con una certa sicurezza che il tema sia stato affrontato da Tilgher, rispondendo al consueto intuito
Lo sguardo rivolto a Nord-est - Una prima, dolorosa battuta d’arresto nella crescita
dell’astro tilgheriano fu segnata dai fattacci che anticiparono e segnarono la chiusura del
quotidiano di Giovanni Amendola Il Mondo. Fu poi il momento dei controlli polizieschi,
dei provvedimenti restrittivi, che riguardarono prima il cognato, Mario Vinciguerra, poi lui
stesso, obbligato a disertare le testate dalle quali era solito ergersi a censore del tempo. Si
rivolse personalmente a Mussolini e ne ottenne comprensione, ma con limiti non
indifferenti alla sua precedente libertà d’espressione 11. Non per questo venivano meno le
piacevoli corrispondenze epistolari, né le consuete riunioni, tenute in via Cola di Rienzo e
poi a viale delle Milizie, presso la sua abitazione. Anzi, si può dire che tanto le une, quanto
le altre andassero moltiplicandosi, rivelando un interessante filone di conoscenze con
l’estero. Non intendo però fare riferimento alle pur numerose richieste di traduzione dei
suoi lavori, o di parte di essi, in particolare dei suoi Studi sul teatro contemporaneo, così
conosciuti in Germania. Ce lo conferma una lettera di Dora Mitzsky, del 1925, dove si
rinnovano le attestazioni di stima alla produzione tilgheriana di maggior presa sul
pubblico. Ma si sa: Tilgher aveva tante simpatie in Germania, e altrettante in Austria, su
quei territori in cui l’influsso della cultura intimista, un po’ demodée, di lingua tedesca,
stendeva gli effetti del post-romanticismo d’ispirazione idealista. Penso a Stefan Zweig, a
Ferenc Herczeg, a Carlo Michelstaedter, del cui interesse tilgheriano restano le prove un
po’ dovunque. Penso a Leonid Andreev, ad Anton Cecov, a Sacha Guitry, ma penso anche
a quegli squarci interpretativi lanciati sul mondo del Bolscevismo, complice la necessità di
definire il “concetto di lavoro” in Russia – per cui fu indotto all’incontro di Ruskin e
Tolstoi 12.
giornalistico. E il successo che ne seguì non deluse le attese. Per di più, egli diede spazio a una
polemica sulla qualità del lavoro, introdusse il problema del lavoro intellettuale, accanto a quello
fisico, e azzardò delle conclusioni che teorizzavano perfino una “gioja del lavoro”, un “lavoro
piacevole” e la realizzazione (spirituale) dell’individuo per il suo tramite. Coinvolse le posizioni di
Giuseppe Rensi (L’irrazionale, il lavoro, l’amore) e sembrò preludere a talune conclusioni di Johan
Huizinga (America lebend en denkend), ma, soprattutto, configurò nel lavoro una fonte di “nobiltà e
dignità”, lo strumento di “progresso morale”, al cui “limite ideale l’uomo è padrone del mondo, è
suprema potenza, è Dio” (ivi, p.122).
11
Gli si aprì in questo modo la via della collaborazione al Popolo di Roma, di cui si giovò fino alla
morte, con rinnovata notorietà. Meno frequente fu l’apparizione della sua firma sul Lavoro di
Genova, sul Mattino di Napoli e sul Secolo XIX, sempre di Genova.
12
Di Stefan Zweig, del quale mette in risalto una significativa linea di collegamento con il poeta
belga Emile Verhaeren, e di Ferenc Herczeg, il novelliere ungherese emulo di Stendhal, Tilgher ci
parla su La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo (Libreria di Scienze e Lettere,
Roma 1925). Sempre qui si trovano due accenni psicologici al melanconico dramma
(“generazionale”) di Cecov e alla commedia dell’amoralità e dell’abbandono di Sacha Guitry, che,
dalla nativa Pietrogrado, non poté trovare ambiente più consono alla sua arte di quel che gli offriva
il decadentismo di Parigi. A Leonid Andreev sono dedicate pagine intense negli Studi sul teatro
contemporaneo (Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1923), dove il fulcro interpretativo dello
scrittore russo sembra concentrarsi sulla perenne fuga del sogno dalla realtà, in un mondo, nel quale
il male egualmente insegue il bene, costringendolo a scomparire oltre il confine terreno. Un
circostanziato paragrafo su Carlo Michelstaedter viene pubblicato invece su Ricognizioni. Profili di
scrittori e movimenti spirituali contemporanei italiani (Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1924).
Tilgher è poi a Gorizia, nel 1929, in occasione del ventennale dalla scomparsa. E in una lettera di
Tra Belgrado, Zagabria e Sofia - Ma il trattamento migliore gli fu riservato da un
giovane intellettuale di Belgrado, politicamente impegnato, come spesso accade nei Paesi
dell’Europa orientale. Bogdan Raditsa era diplomatico, tuttavia incontrò Tilgher lungo il
suo itinerario filosofico. Fu curatore della pubblicazione di una nota intervista tra
Pirandello e il suo critico, comparsa sulla rivista XX Secolo, diretta dall’allora presidente
del consiglio, nonché ministro degli esteri jugoslavo. Si costituì un’amicizia lunga, che si
rafforzò negli anni resi più difficili dal Regime 13.
Mirko Deanovic, dall’università di Zagabria, interrogava Tilgher sulle fortune del
letterato veneziano Apostolo Zeno, indagando, nel 1929, sui luoghi in cui Benedetto Croce
ne aveva parlato, nella stesura dei suoi lavori. Erano, più o meno, gli stessi anni in cui – a
detta di Monica Fekete – il critico letterario romeno Dragomirescu si scambiava lettere
infuocate con lo stesso Croce, intorno alla definizione di “opera d’arte”: una definizione,
sulla quale anche Tilgher si era soffermato a lungo nel passato.
In un mondo culturale di tipo “pragmatico”, come in Bulgaria, dove gli autori italiani
non erano ben visti, proprio per il loro indulgere in distrazioni letterarie, si preferivano le
opere dei tedeschi e dei russi. Lo conferma, ancora oggi, Ina Kiryakova, che tuttavia
ammette una certa inversione di tendenza negli anni 1920-1940. Allora si annotò, in effetti,
una crescente considerazione per i nostri poeti e scrittori, da Dante a Fogazzaro. Il
Principe di Machiavelli venne tradotto per la prima volta in bulgaro da Peter Dragoev, il
quale non mancò d’interessarsi ai libri di Tilgher. Nel 1938, scrisse da Sofia al teorizzatore
degli “stili di vita”. Ne conosceva la produzione, dall’ormai annosa Teoria del

quello stesso anno, la madre di Carlo, Maria Michelstaedter, accenna alla possibilità che sia proprio
Tilgher a prendersi cura della stampa dei manoscritti del figlio deceduto. Un’ultima, rilevante
attestazione è fornita dall’inserimento di Carlo Michelstaedter nell’elenco dei Filosofi e moralisti
del Novecento (Bardi, Roma 1932). Resta da chiarire per quale ragione sia così frequente la
ricorrenza nei testi tilgheriani dell’autore di La persuasione e la retorica. Un’ottima giustificazione
potrebbe ritrovarsi nella straordinaria “spendibilità” del personaggio, presso l’avanguardia
intellettuale del primo quarto del XX secolo, che andava radicalizzando, in Italia come nel resto
d’Europa, il proprio dissenso dal costume di una borghesia tardo-ottocentesca.
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Bogdan Raditsa è il genero di Guglielmo Ferrero. Giovane diplomatico jugoslavo, intrattenne un
rapporto epistolare con Tilgher fin dall’epoca della sua delegazione esterna ad Atene, mentre si
attardava ammirato sulle pagine di La visione greca della vita (Bilychnis, Roma 1922), dimostrando
di conoscere a fondo anche il resto dell’opera tilgheriana, soprattutto La crisi mondiale e Saggi di
marxismo e socialismo (Zanichelli, Bologna 1921). Raditsa scrisse di Ferrero in più di
un’occasione, e si dilungò affettuosamente con lui, in particolare, nei Colloqui con Guglielmo
Ferrero (Capolago, Lugano 1939), poi nel saggio “Ferrero uomo”, in Rita Baldi (a cura di),
Guglielmo Ferrero fra società e politica, Ecig editrice, Genova 1982. Dimostrò di non dimenticare
nemmeno Tilgher. Così ripropose l’intervista tra il critico e Pirandello, già comparsa sulla rivista
XX Secolo (XX Vek) di Belgrado, nel 1927, su un libro che rimase in gestazione dal 1938 al 1940. Si
tratta di Agonia dell’Europa. Incontri e conversazioni con alcuni grandi scrittori del nostro tempo,
volume di gran significato, specie in considerazione dei tempi in cui vedeva la luce. La figura di
Bogdan Raditsa è alquanto enigmatica. Fu accanto a Tilgher, anche successivamente all’espatrio di
Ferrero, e condivise, con lui e la sua famiglia, le apprensioni della sorveglianza poliziesca (1930).
Dopo la guerra, si trasferì in America, ma il suo capitolo pubblicistico sembrò chiudersi nel 1941,
dopo la scomparsa di entrambi i personaggi che, con la fiera resistenza del loro spirito alla
degenerazione dei tempi, avevano suscitato in lui la più viva curiosità culturale.
pragmatismo trascendentale al più recente Moralità, e ne ricavò l’impressione giusta: di
un intelletto responsabile e partecipativo, desideroso di convertire al bene comune il vano
attivismo che sembrava caratterizzare tutta l’epoca 14. Il discorso fece breccia nella
mentalità diffusa all’Est europeo. E’ probabile che la spiritualità di quei popoli, a lungo
trattenuti sotto la tutela di civiltà esterne, condividesse più di un passaggio della logica e
lucidissima diagnosi tilgheriana.
Sta di fatto che, quando Tilgher morì, anche Vita bulgara (Sofia, 13 novembre 1941) volle
ricordarlo come “spirito acutissimo e indipendente”, riconoscendogli parimenti di aver
“contribuito assai allo sviluppo dell’indagine psicologica, che gli aveva permesso di
consegnare alla dimensione del filosofo anche la poesia di Leopardi”. E ritengo che non si
sarebbe potuto parlarne, per l’ultima volta, in termini più apprezzabili, che lo stesso
interessato avrebbe condiviso con gratitudine.

Gian Franco Lami

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Le opere tilgheriane di riferimento, in quegli anni, erano Filosofi e moralisti del Novecento
(1932), Filosofia delle morali (1937), Moralità (1938), che ostentavano già nel titolo la trattazione
di temi estranei alla politica e alla tensione del momento storico. All’omologazione degli intelletti,
cui il Fascismo sembrava attendere, una volta giunto al massimo del potere, Tilgher rispondeva con
la configurazione dei suoi “stili di vita”, che proclamavano la legittimità di ogni scelta, purché
operata in coerenza e dignità morale.