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MANAVA-DHARMA-SASTRA

LE LEGGI DI MANU

ISTITUZIONI RELIGIOSE E CIVILI DEGLI INDIANI;

Traduzione dal Sanscrito al francese con note esplicative

di

A. LOISELEUR DESLONGCHAMPS
Istituzioni religiose e civili dell'India

Basata sulla traduzione dal sanscrito al francese di Auguste Loiseleur Deslongchamps

Prefazione

Questa opera la cui traduzione pubblico ora, non era conosciuta in Francia, se
non agli orientalisti e al ristretto numero di persone che si dedicano allo studio
comparato della legislazione; fino ad ora non si era potuto leggere la “Legge di
Manu“ senza la traduzione inglese pubblicata sul finire del sec.XVIII da William
Jones dal titolo “Institute of Hindu' Law or the ordinance of Manu, according to
the gloss of Kulluka; comprising the Indian sistem of duties religius and civil“
Ritengo necessario, far precedere la mia traduzione da alcuni dettagli sopra il
“Libro di Manu“ e sopra il legislatore a cui si attribuisce la compilazione di
questo codice, che ha formato la base del diritto indiano. Le parole
Manava-Dharma-Sastra che significano letteralmente: il “Libro della Legge di
Manu'“, non è un codice secondo il senso comune che viene attribuita a questa
parola, parola che si applica generalmente ad una raccolta di leggi che
contengono regole per stabilire le relazione tra gli uomini tra di loro e le pene
che meritano i diversi delitti. In realtà, il Libro della Legge, così come lo
concepivano gli antichi, raccoglie tutto quello che concerne la condotta civile e
religiosa dell'uomo. In effetti, al di la delle materie di cui si occupa
ordinariamente un codice, si trovano riunite nelle Leggi di Manu,un sistema di
cosmogonia, concetti di metafisica, precetti che determinano la condotta
dell'uomo nei diversi periodi della sua esistenza, numerose regole relative ai
doveri religiosi, all'espiazione, regole di purificazione e di astinenza, principi
morali, nozioni di politica, arte militare e del commercio; un esposizione delle
pene e delle ricompense dopo la morte, così come le diverse trasmigrazioni
dell'anima e dei mezzi per giungere alla beatitudine. Si vedrà nel primo libro
del “Manawa-Dharma-Sastra” che il nome di Manu equiparato da William Jones
a quelli di Menes e di Minos, appartiene a ognuno dei sette personaggi divini
che secondo il pensiero indiano hanno governato successivamente il mondo. Al
primo Manu chiamato Swayambhava, uscito dall'Essere che esiste per se
stesso, gli viene attribuito il Libro della Legge rivelato a lui da Brahma, e che,
come si suppone, lo fece conoscere a Rishi Bhrigu'. Questo codice,
ammettendo che lo si debba attribuire ad un antico legislatore chiamato Manu,
divinizzato dagli indiani e confuso con uno dei santi personaggi che, secondo la
loro credenza, reggono il mondo, tradizionalmente è stato redatto in versi nella
sua forma attuale. Però per tutti coloro che ignorano il sanscrito, non è
eccessiva l'avvertenza che le Leggi di Manu sono scritte in slokas, stanze di
due versi, la cui invenzione è attribuita dagli indiani ad un santo eremita
chiamato Valmiki, che si crede sia vissuto cinquecento anni della nostra età.
William Jones, cita, nella prefazione della sua traduzione un paragrafo tratto
dalla prefazione di un trattato delle “ Leggi di Narada”, dove si dice: avendo
scritto Manu' Le leggi di Brahama in centomila slokas o distici, li suddivise in
ventiquattro rubriche di mille capitoli dell'opera di Narada, il saggio tra gli Dei,
che lo abbreviò per il genere umano in dodicimila versi che diede ad un figlio di
Bhrigu' chiamato Sumati, il quale li ridusse a quattromila per una migliore
comprensione per la razza umana; i mortali non leggono che il secondo
riassunto fatto da Sumati, mentre gli Dei dei cieli inferiori e i musici celesti,
studiano il codice primitivo che inizia dal V° verso leggermente modificato
rispetto all'opera che esiste attualmente sulla terra. Non resta del compendio di
Narada che un'astratta epitomane dal nuovo titolo originale sopra
l'amministrazione della giustizia. Ora, aggiunge William Jones, supponendo che
le leggi di Manu', tali come sono giunte a noi, non racchiudono che dodicimila
seicento ottantacinque slokas, non possono essere l'opera completa attribuita
a Sumati che è probabilmente quello che è designato con il nome di
Vridda-Manava o antico codice di Manu', che non è stato trovato intero,
nonostante molti passaggi di questo codice, conservato per tradizione sono
citati nel nuovo Digesto.
L'epoca in cui il Manava-Dharma-Sastra è stato redatto non ci è nota, così come
non ci è noto il nome del vero redattore; rispetto a questo dobbiamo attenerci
ad ipotesi speculative. I calcoli su cui si era basato William Jones per collocare
la stesura del testo attuale verso l'anno milleduecentottanta o verso
l'ottocentottanta prima della nostra era, sembrano riposte su basi talmente
deboli, che è inutile riportarle in dettaglio. Allo stato attuale delle nostre
conoscenze, le migliori congetture possibili, sono probabilmente quelle che si
possono dedurre dal codice stesso. I dogmi religiosi presentano tutti l'antica
semplicità; un Dio unico, eterno, infinito, principio ed essenza del mondo,
Brahma o Paramatma (la grande Anima), sono i nomi di Brahma reggente
dell'universo, del quale è di volta in volta creatore e distruttore. Non c'é
nessuna traccia nel codice di Manu di questa triade o trinità (Trimurti), così
famosa nei sistemi antologici senza dubbio posteriori. Vishnu' e Shiva, cui la
serie di leggende chiamate Puranas presentano come divinità pari o addirittura
superiori a Brahma non sono mai nominati, neanche di sfuggita, e non
ricoprono un ruolo neppure secondario nel sistema di creazione e di distruzione
del mondo esposto dal legislatore. Le nove incarnazioni di Vishnu' non sono
menzionate; tutte le divinità nominate nella Legge di Manu non sono altro che
personificazioni del cielo, degli astri,degli elementi e degli altri oggetti presi
dalla natura. Questo sistema mitologico sembra avere la più stretta relazione
con quello dei Veda, la cui antichità è incontestabile, è sicuramente un'opera
eminentemente ortodossa; in essa è invocata incessantemente l'autorità dei
Veda, il legislatore Vrihaspali ha detto: ”Manu' occupa il primo posto tra i
legislatori perché ha impresso nel suo codice l'intero sentire dei Veda, nessun
codice è approvato quando contraddice il senso di una legge promulgata da
Manù. Questa semplicità dei dogmi religiosi è forse una delle prove che si
possono portare in favore dell'antichità del codice di Manu'; aggiungendo che
tra i personaggi storici che li sono citati, nessuno sembra appartenere ad
un'epoca posteriore al XII secolo prima della nostra era e che il celebre
riformatore della religione brahmanica Buddha, il quale, secondo l'opinione
generalmente adottata, visse circa mille anni prima di Gesù Cristo,
(563-486 a.C. NdT) non è menzionato nemmeno una volta, dal che si può
concludere che questa riforma non era stata ancora effettuata. Non è possibile
stabilire se non con un'ipotesi priva di fondamento, la redazione del codice
Manu' al secolo XIII della nostra era, come ha fatto il signor Chezy in un articolo
molto interessante pubblicato sul “Journal des Savant"del 1831.
La parte metafisica della cosmogonia, che apre il primo libro del Codice di
Manu', è stata esplicata dal celebre commentatore Kuluka-Bhatta. Un sapiente
con le idee improntate sul sistema filosofico Sankhia e dallo studioso
Colebrooke, il quale nei preliminari delle sue “Memorie” sopra questo sistema,
senza entrare nel dettaglio preferisce adottare l'opinione degli scoliasti indiani.
Bisogna convenire, senza dubbio, che Kuluka-Bhatta nel tentativo di ridurre il
testo indiano secondo la sua interpretazione, è stato obbligato a torturarlo in
maniera singolare; non c'è dubbio che potrebbe essere possibile spiegare la
cosmogonia metafisica di Manu' in maniera molto diversa. Tale è l'opinione
enunciata dal signor Lassen nel “Sankhya-Karika”, il quale si riserva di
sviluppare la cosa più tardi. La perfetta conoscenza del sanscrito, le
approfondite ricerche per il suo libro sulla filosofia indiana gli hanno permesso
di affrontare certe questioni difficili, risolte con grande soddisfazione degli
indianisti. In quanto a me ho dovuto adottare semplicemente l'interpretazione
di Kuluka-Bhatta senza metterla in discussione, questa è stata l'unica strada
che ho potuto intraprendere. La maniera estremamente concisa del testo di
Manu' ha offerto agli scoliasti indiani, una buona occasione per esercitare la
loro sagacità; naturalmente non sono mancati i commentatori di questo codice.
Tra loro si ricorda come il più sottile, Medhatithi, figlio di Buraswani-Bhatta,
Govindaradja, Dharanidhara e Kuluka-Bhatta. Quest'ultimo è quello che ha
goduto della maggiore stima. “Il suo commentario dice William Jones, è forse il
più preciso, il più luminoso, il meno fastoso, il più saggio, il più profondo e
ancora, il più gradevole che sia stato mai composto prima sopra qualsiasi
autore antico o moderno, europeo o asiatico”. Si ignora in che epoca visse
Kuluka. Egli stesso ci dice di appartenere ad una famiglia onorabile del distretto
di Gaur, nel Bengala, ma di aver fissato la sua dimora tra i saggi che vivevano
ai bordi delle rive del Gange, a Kasi (Benares).
Ho avuto quasi sempre come guida e riferimento il suo commentario che
compare allegato al testo di Manu' nelle due edizioni del Manava-Sastra
pubblicate a Calcutta; ho ritenuto altrettanto valido un altro commentario
abbastanza chiaro e preciso in generale, allegato al Codice di Manù in due
manoscritti della Biblioteca Reale, il cui autore si chiama Raghavananda.
Seguendo l'esempio del traduttore inglese, ho fatto stampare in caratteri italici
la parte del Commentario che ho introdotto nel testo, in modo che si possano
evidenziare al primo colpo d'occhio le spiegazioni e lo sviluppo dello scoliasta.
In quanto alla pronuncia delle parole indiane, devo spiegare per le persone che
non hanno familiarità con il sanscrito, quello che potrebbe essere fonte di
qualche errore. La lettera ch deve essere pronunciata in modo dolce, come in
char, cheval. Così come nella parola Vasichtha, che va pronunciata Vasichetha
e non Vasikta. La g deve avere sempre un suono duro come se fosse seguita da
una u, così Angiras si pronuncerà Anguiras e non Angjras. La s che
intervocalica, non deve mai avere il suono della z. Così Vaisya si pronuncerà
Vaicya e non Vaizya.
L'eccellente traduzione di Jones ha raccolto le lodi degli indianisti; tra questi il
dotto Colebrooke,che ha adottato quasi sempre questa traduzione per i versi di
Manù citati nel “Digesto delle leggi indiane relative ai contratti e alle
successioni”. Il merito di questo lavoro prezioso è stato degnamente
apprezzato dall'illustre Schlegel nella sua interessante e curiosa opera sopra lo
studio della lingua asiatica.”La traduzione di Jones, dice il Signor Schlegel, è in
generale molto fedele, a volte cade nella perifrasi, però questo è inevitabile
vista la brevità delle stanze (slokas) comparati al testo originale. Sono da
ammirare i colori dello stile; si respira allo stesso tempo la maestà legislativa e
un non so che di una semplicità santa e patriarcale. Siamo trasportati come per
incanto attraverso i secoli, i costumi e le sfere delle idee che concorsero a
rendere vigenti queste leggi religiose e sociali, le quali a loro volta hanno
dominato una grande nazione nel corso di duemila anni.
Il lavoro di Jones merita interamente gli elogi del signor Schegel
e mi è stato di grande utilità; senza dubbio, la mia ammirazione per il talento
del mio predecessore non mi ha impedito la rivisitazione critica di alcuni
passaggi della sua traduzione che mi sono sembrati dubbi, il che mi ha portato
a dare loro un senso differente. Infine non ho mai risparmiato gli sforzi per
tradurre il testo in sanscrito con la maggiore esattezza possibile.
Io mi proposi di sottoporre la mia traduzione a l'illustre maestro, ma il crudele
flagello che ha portato via alla scienza molte persone degne di riguardo, ha
incluso M. Chezy nel numero delle sue vittime. Mi sono permesso di esprimere
il rimpianto che mi ha causato questa perdita così dolorosa, e di dedicare alla
memoria di questo uomo eccellente che mi ha sempre aiutato con i suoi
consigli e mi ha onorato della sua amicizia, un tributo di gratitudine e
riconoscenza.

A.Loiseleur Deslongchamps