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NO AL TERRORISMO, MA QUALE?

Piergiorgio Odifreddi

Scrivo queste parole contro la guerra dal Laos, nel quale mi trovo per combinazione, e del
quale ho appena visitato il Nordest: la zona, cioe', piu' martoriata dalla guerra " segreta "
che gli Stati Uniti vi combatterono dal 1964 al 1975. Una guerra di cui erano all'oscuro
non solo i cittadini e i media, ma addirittura i membri del Congresso. Una guerra contro
un paese che l'accordo di Ginevra del 1962, solennemente firmato dagli Stati Uniti, aveva
dichiarato neutrale e smilitarizzato. Una guerra nella quale sono state scaricate sul Laos
piu' bombe che nell'intero secondo conflitto mondiale: due milioni di tonnellate, ovvero
dieci tonnellate per ogni chilometro quadrato, e mezza tonnellata per ogni cittadino. Una
guerra che ha torturato il paese al ritmo di un bombardamento ogni otto minuti, ogni
giorno della settimana, per nove anni ininterrotti. Una guerra che e' costata ai contribuenti
statunitensi due milioni di dollari al giorno. Una guerra che non e' servita a nulla, se non a
posporre inutilmente la liberazione di una nazione.

Il Laos ha avuto la sfortuna di trovarsi, geograficamente, a ridosso del Vietnam: sul suo
territorio passava il "sentiero di Ho Chi Min", attraverso il quale la Repubblica del Nord
riforniva l'Esercito di Liberazione del Sud. Per ostacolare le operazioni vietnamite la Cia vi
organizzo', addestro' e finanzio' segretamente un esercito mercenario di 10.000 uomini,
arruolati fra le minoranze etniche del paese, e lo riforni' militarmente e logisticamente
attraverso una compagnia aerea "civile" di sua proprieta' (la famigerata Air America, le cui
imprese si possono leggere in un omonimo libro di Christopher Robbins). Ottrocentomila
litri di defolianti ed erbicidi furono rovesciati nei dintorni del sentiero di Ho Chi Min,
distruggendo ogni tipo di vegetazione, e avvelenando i raccolti e l'acqua. Le operazioni
venivano coordinate dalla citta' fantasma di Long Tieng, che pur non comparendo sulle
mappe divenne la seconda citta' del Laos per popolazione, con uno degli aereoporti piu'
trafficati del mondo.

Come se non bastasse, il Laos ha anche avuto la sfortuna di trovarsi, in linea d'aria, sul
tragitto che collegava le basi statunitensi in Tailandia e i loro obiettivi in Vietnam. Quando
i bombardieri non riuscivano a raggiungere la destinazione a causa del maltempo,
bombardavano a tappeto il territorio sul quale si trovavano casualmente in quel momento,
per evitare di dover tornare carichi alla base. I bombardamenti sul paese diventarono
pianificati, invece che casuali, dapprima quando Johnson sospese ufficialmente quelli sul
Vietnam nel 1968, concentrando in segreto l'intera aviazione sul Laos, e poi quando Nixon
e Kissinger autorizzarono (all'insaputa del Congresso) le incursioni sistematiche dei B-52.

Gli statunitensi se ne sono andati ormai da ventott'anni, ma le conseguenze della loro


guerra rimangono. Il Pian delle Giare, un luogo misterioso ed enigmatico che prende il
nome da centinaia di giare megalitiche scavate nelle rocce, di cui non si conoscono ne' la
provenienza ne' l'uso, e' desolatamente crivellato di enormi crateri. I campi dell'intera
regione continuano a nascondere innumerevoli cosiddette "bombette", che venivano
lanciate a girandola da contenitori paracadutati che si attivavano nelle vicinanze del suolo
per effetto della pressione dell'aria. Contadini e bambini continuano giornalmente a saltare
in aria o a mutilarsi a causa di questi ordigni, costruiti al solo scopo di uccidere o sfigurare
essere umani. Ubiqui manifesti ammoniscono a non toccare oggetti sospetti e a non
allontanarsi dai cammini battuti. Nei villaggi i residuati affiorano dovunque, e sono usati
come vasi da fiori, panche, sostegni per i tetti, staccionate, o utensili da eta' del ferro
bellico. Un numero imprecisato di abitanti soffre di malattie tossiche causate dalla "pioggia
gialla" prodotta dalle armi chimiche.

Sarebbe difficile definire questa guerra altrimenti che terrorismo pianificato su larga scala,
e i metodi che sono stati usati per combatterla altrimenti che armi di distruzioni di massa.
Eppure, e' proprio in nome di queste due parole d'ordine, "terrorismo" e "armi di
distruzioni di massa", ripetute come mantra fino a far perdere loro qualunque significato,
che gli Stati Uniti pretendono di chiamare oggi alla guerra contro l'Iraq, riproponendo il
paradosso evangelico di chi vede la pagliuzza nell'occhio altrui, ma non la trave nel
proprio.

Se veramente si volesse o si dovesse far guerra agli stati che da un lato pianificano,
finanziano e praticano il terrorismo, e dall'altro producono, posseggono e usano armi di
distruzione di massa, gli Stati Uniti dovrebbero esserne il primo e il principale obiettivo.
Naturalmente le loro mascalzonate in Laos non sono che un motivo fra i tanti, scelto qui
occasionalmente per le impressioni di un viaggio, ma si inseriscono corerentemente
all'interno di una storia che inizia, e' bene non dimenticarlo, col genocidio che sta alla base
della stessa costituzione (fisica, ovviamente, non legale) degli Stati Uniti: quello dei
diciotto milioni di indiani che ne abitavano il territorio, e che sono stati oggetto di uno
sterminio premeditato e sistematico di stampo protonazista (nel senso letterale, visto che
Hitler stesso ha dichiarato di averlo preso ad esempio per la sua "soluzione finale" del
problema ebraico).
Sarebbe inutile da un lato, e impossibile dall'altro, elencare pedestremente tutti i capi
d'accusa contro gli Stati Uniti, in un ideale processo per terrorismo e uso di armi di
distruzione di massa. Bastera' ricordare alla rinfusa i nomi di alcuni stati che hanno avuto
la sventura di essere oggetto delle loro "attenzioni": dalle Filippine alla Corea, dall'Iran al
Guatemala, dal Vietnam alla Cambogia, da Santo Domingo al Cile, dal Nicaragua a
Panama, ... E non si dovra' dimenticare che finora (e per fortuna !) gli Stati Uniti sono gli
unici membri del "club nucleare" (al quale l'Iraq non appartiene !) ad aver usato la bomba
atomica, per ben due volte, e ad averne minacciato l'uso parecchie altre: da Foster Dulles,
che penso' di usarla per sbloccare l'assedio dei francesi a Dien Bien Phu, ai due Bush, che
l'hanno promessa a Saddam come ritorsione per l'eventuale uso (difensivo, e sul proprio
territorio!) di armi chimiche.

Sara' forse per questi motivi, che tutti conoscono, ma di cui troppo spesso politici e media
di ogni parte fingono di dimenticarsi, che nella loro propaganda a favore della guerra
contro Saddam e l'Iraq gli Stati Uniti aggiungono, agli slogan sul "terrorismo" e le "armi
di distruzioni di massa", quelli del "dittatore feroce" da cui bisognerebbe liberarsi, e della
"democrazia" che bisognerebbe (re)instaurare.

Anche in questo caso, naturalmente, per smascherare la finzione che si nasconde dietro a
questi slogan bastera' ricordare i nomi di alcuni dei dittatori che gli Stati Uniti hanno
appoggiato, spesso instaurandoli direttamente al potere con colpi di stato da essi stessi
organizzati: da Somoza a Batista, da Diem a Lon Nol, dallo Scia' a Pinochet, … Per non
parlare degli stessi Saddam e Bin Laden, che andavano benissimo fino a quando servivano a
combattere gli ayatollah in Iran o i russi in Afganistan. Persino il macellaio Pol Pot, il cui
nome e' forse quello che piu' si identifica col Male nell'immaginario collettivo degli ultimi
cinquant'anni, e' stato sostenuto finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti (oltre
che dalla Gran Bretagna e dalla Cina) per tredici anni dopo la sua caduta, e i Khmer Rossi
mantenuti alle Nazioni Unite come artificiali rappresentanti della Cambogia fino al 1992,
solo perche' erano stati i vietnamiti a liberare il paese nel 1979.

E poi, di grazia, quale esempio di democrazia gli Stati Uniti forniscono al mondo, per
potersi arrogare il diritto di volerlo instaurare ovunque? Quello di una nazione che ha
avuto come presidenti, anche di recente, militari come Eisenhower, o capi della Cia come
Bush padre? Quello di una nazione i cui cittadini di colore hanno tassi di alfabetizzazione e
di sopravvivenza inferiori agli indiani del Kerala? Quello di una nazione che mantiene in
vigore la pena di morte, e ne esegue le sentenze con rituali barbari e psicotici? Quello di
una nazione che tiene in carcere due milioni di abitanti, con una percentuale (uno su
centocinquanta) quindici volte superiore alla europea, e uguale invece a quella di stati
totalitari come la Russia e la Cina (ai quali gli Stati Uniti sono accomunati, a proposito di
armi di distruzioni di massa, anche dal rifiuto di firmare il trattato di Ottawa sulla
produzione, l'uso e la vendita delle mine antiuomo)? Quello di una nazione che rifiuta di
applicare ai suoi prigionieri di guerra le norme stabilite dalla Convenzione di Ginevra, e li
segrega in gabbie da animali in una base militare che mantiene illegalmente da
quarant'anni, contro le esplicite richieste di restituirla da parte del paese "ospitante"
(Cuba)? Quello di una nazione che rovescia i piu' basilari principi del diritto, e pretende che
sia l'accusato (Saddam) a fornire le prove della propria innocenza, invece dell'accusatore
(gli Stati Uniti) a fornire quelle della sua colpevolezza? (Tra parentesi, come concilia
l'alleato Berlusconi l'applicazione a Saddam del motto "colpevole fino a disprova contraria
", e a Previti di quello "innocente nonostante prova contraria"?)

In ogni caso, e questo vale naturalmente non soltanto per gli Stati Uniti, ma per tutti i
paesi del mondo, Gran Bretagna e Italia comprese, democrazia significa "governo del
popolo": uno stato sedicente democratico, dunque, prima di prendere decisioni su questioni
cosi' fondamentali e di eccezionale amministrazione come la dichiarazione di una guerra
preventiva nei confronti di un'altra nazione, sulle quali non ha ovviamente ricevuto nessun
mandato dagli elettori, dovrebbe sentirsi in obbligo di consultarli con un referendum o,
almeno, di conformarsi strettamente allle loro opinioni espresse dai sondaggi. E non
comportarsi, invece, alla stregua delle dittature che dichiara di voler rovesciare, agendo in
base a supposti "interessi di stato", evidentemente contrapposti a quelli dei cittadini.

Nonostante quanto qualcuno pensera' (ad esempio "Il Riformista", che l'ha non solo
pensato, ma scritto in prima pagina il 23 dicembre 2002, a proposito della mia intervista a
Chomsky sul recente Almanacco di Filosofia pubblicato da questa stessa rivista), le
affermazioni precedenti non sono affatto un'espressione di "antiamericanismo". Se non
altro perche', diversamente da coloro che abusano di questa parola, io conosco la differenza
fra l'America e gli Stati Uniti: come la conoscono, d'altronde, i latino-americani che si
risentono, fortemente e giustamente, nel veder definire come "americani" per antonomasia
gli statunitensi. La confusione (voluta) risale alla formulazione della dottrina Monroe,
"l'America agli americani", che andava (ed e' stata) naturalmente intesa come "l'America
agli Stati Uniti": sarebbe bene, dunque, evitare di perpetuare l'antiamericano (questo si'!)
equivoco e parlare eventualmente, e piu' precisamente, di sentimenti "antistatunitensi".

Ma anche questa qualifica sarebbe scorretta: se non altro perche', ancora una volta, io
conosco la differenza fra il governo e la popolazione degli Stati Uniti (non solo, ma anche,
per averci studiato e insegnato per vent'anni). E so che alla Casa Bianca e al Pentagono
stanno "persone" ben diverse da una parte di quelle che popolano le citta' e le universita'
del paese. Naturalmente, so anche che un'altra parte della popolazione sta col governo, per
convinzione o circonvenzione (in fondo Bush e' pur sempre stato eletto, benche' soltanto
coi voti di un quarto degli aventi diritto: un altro bell'esempio di "democrazia"). E dunque,
non mi permetto nessuna posizione generica riguardo agli "statunitensi".

Volendo a tutti i costi parlare in termini di contrapposizioni, accetterei comunque


volentieri, per il mio rifiuto di questa guerra, le qualifiche di "anticolonialista" e "anti-
imperialista" (e anche, perche' no, di "antifascista"). Esso infatti non riguarda
specificamente gli Stati Uniti e l'attuale intervento in Iraq, ma qualunque azione militare
essi e le altre potenze coloniali e imperiali, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Russia
alla Cina, possano proporre alla comunita' internazionale per contenere o espandere i loro
interessi, eventualmente mascherandola con le pelli di agnello dell'intervento umanitario o
internazionale.

Di " guerre giuste " si potra', eventualmente, parlare quando ci saranno veramente una
comunita' e un diritto internazionali. Ad esempio, quando il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite ritirera' l'anacronistico diritto di veto a Gran Bretagna e Francia, e lo
assegnera' piu' realisticamente all'Europa e all'India. O quando all'Aia verranno processati
non soltanto i Milosevich e i Karadzic, ma anche i Kissinger e gli Sharon. Fino ad allora, il
mondo rimarra' in balia delle potenze coloniali e imperiali, e io rimarro' contro le loro
guerre: tutte quante, compresa la piu' infida ed estesa di tutte, che va sotto il nome di
"globalizzazione".