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Maria Rita Casali . Carlo Gagliardi .

Luigi Grusselli

GEOMETRIA

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MARIA RITA CASALI
Professore Ordinario di Geometria
Dipartimento di Scienze Fisiche, Informatiche e Matematiche
Università di Modena e Reggio Emilia

CARLO GAGLIARDI
Professore Ordinario di Geometria
Dipartimento di Scienze Fisiche, Informatiche e Matematiche
Università di Modena e Reggio Emilia

LUIGI GRASSELLI
Professore Ordinario di Geometria
Dipartimento di Scienze e Metodi de11°Ingegneria
Università di Modena e Reggio Emilia

ISBN 978-88-7488-976-1

Prima edizione: Luglio 2001


Ristampa corretta: Ottobre 2002
Seconda edizione: Settembre 2010
Terza edizione: Settembre 2016

Responsabile produzione: Alessandro Parenti


Redazione: Giancarla Pani gali e Carlotta Lenzi

Le fotocopie per uso personale (cioè privato e individuale, con esclusione quindi di
strumenti di uso collettivo) possono essere effettuate, nei limiti del 15% di ciascun volume,
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Prefazione

Il presente testo sviluppa argomenti tradizionalmente trattati negli insegnamenti di


“Geometria” (ovvero di “Algebra e Geometria”) nell'ambito delle lauree di primo
livello, ed è particolarmente rivolto agli studenti dei vari Corsi di Laurea in Ingegneria,
e di quelli in Matematica, Fisica e Informatica.
Il testo è suddiviso in due parti:
o la prima parte contiene gli elementi fondamentali di Algebra lineare;
o la seconda parte, di carattere più propriamente geometrico, riguarda le prin-
cipali proprietà degli spazi euclidei, sviluppando in tale ambito la teoria delle
coniche e delle quadriche.
L'esposizione risulta articolata, come ovvio per ogni teoria matematica, in Defini-
zioni e Proposizioni (o Teoremi, nel caso in cui gli enunciati rivestano particolare
importanza). Un ruolo significativo viene attribuito a Osservazioni ed Esempi atti a:
o chiarire concetti, risultati, dimostrazioni;
o stimolare i necessari collegamenti tra i vari argomenti;
o motivare la genesi dei concetti e dei problemi;
o evidenziare i casi notevoli di particolare rilievo nell'ambito di una teoria
generale;
o indicare possibili generalizzazioni o descrizioni alternative di una teoria.
Ciò può consentire inoltre al Docente di “dosare” con maggiore libertà, secondo le
proprie convinzioni ed esperienze didattiche, il peso da attribuire, durante le lezioni,
ai vari argomenti del corso.
Definizioni, Proposizioni e Osservazioni sono dotati di una numerazione progressiva
all 'interno di ogni Capitolo; l 'esposizione della teoria è arricchita inoltre da esempi
notevoli, con numerazione autonoma all ”interno di ogni Capitolo.
Con l”eccezione delle principali proprietà degli insiemi numerici fondamentali e dell'u-
tilizzo di una teoria “ingenua”, non rigorosamente assiomatica, degli insiemi (peral-
tro, brevemente richiamata nel primo Capitolo), il testo appare essenzialmente auto-
contenuto. In particolare, non risulta necessario alcun prerequisito di Geometria eu-
clidea cosi come viene sviluppata, a partire da un sistema interno di assiomi, nelle
Scuole secondarie.
Seguendo l 'impostazione algebrica ormai dominante nelle varie teorie matematiche
e quindi in una ottica di “algebrizzazione della Geometria”, i concetti e i risultati
di natura geometrica, compresi quelli relativi alla Geometria euclidea, sono infatti
ricavati da conoscenze di tipo algebrico precedentemente introdotte. Abbiamo cercato
2 PREFAZIONE

tuttavia di non fare perdere contenuto geometrico a tali concetti, sia mediante il me-
todo con cui questi vengono presentati, sia facendo spesso ricorso a Osservazioni ed
Esempi atti ad aiutare il lettore a ritrovare, pure in ambiti più generali, le proprieta
geometriche gia note.
La scelta privilegiata è stata quella di sviluppare la teoria, sia dal punto di vista alge-
brico che da quello geometrico, per spazi di dimensione finita n; le dimensioni due e
tre sono tuttavia sempre illustrate in modo dettagliato, come casi particolari e nelle
loro specificita, sƒruttandone le caratteristiche di rappresentatività. Tale scelta di ge-
neralità nella dimensione è dovuta essenzialmente a due considerazioni: da un lato
riteniamo opportuno evitare inutili ripetizioni nella enunciazione della teoria per le
varie dimensioni particolari, dall 'altro siamo convinti che lo sviluppo della teoria in
ambito ragionevolmente generale sia un ottimo stimolo allo sviluppo della capacita di
astrazione e generalizzazione che è obiettivo fondamentale di ogni corso di matema-
tica, anche nell 'ambito dei nuovi ordinamenti degli studi universitari.

La presente III edizione risulta integrata, rispetto a quelle precedenti, in primo luogo
con l 'introduzione di test di valutazione al termine di ciascuna delle due parti (Alge-
bra lineare e Geometria euclidea) in cui il testo è suddiviso, rendendo cosi possibile
al lettore una verifica del proprio livello di comprensione delle tematiche trattate.
stata inoltre realizzata una rivisitazione sostanziale di alcuni argomenti (in particola-
re: i metodi di risoluzione dei sistemi lineari, la teoria delle isometrie, l'ampliamento
proiettivo degli spazi euclidei), aggiungendo nuove osservazioni ed esempi lungo tutto
lo sviluppo del testo.

L'edizione è infine integrata con una versione elettronica del testo e con contenuti
online aggiuntivi (tra cui le soluzioni dei test di valutazione), reperibili alla pagina
Web: http: //textincloud.editrice-esculapio.com.

GLI AUTORI
Indice

Prefazione

Capitolo 1. Insiemi e relazioni


1 Insiemi
2 Operazioni fra insiemi
Relazioni e applicazioni
Relazioni di equivalenza e quozienti
Cflv-1šCJO Cardinalità di un insieme

Capitolo 2. Strutture algebriche


1 Operazioni su insiemi
2 Gruppi
Anelli e campi
Sottostrutture e morfismi
n-ple
L°anello dei polinomi
\1®CJ1›-|>O Algebre di Boole

Capitolo 3. Matrici e determinanti


1 Matrici e loro operazioni
2 L”anello delle matrici quadrate
Matrici ridotte e trasformazioni elementari
Permutazioni
Determinante di una matrice quadrata
®CJ1›-1>O0 Calcolo del determinante

Capitolo 4. Spazi e sottospazi vettoriali


1 Spazi vettoriali
2 Sottospazi
Sistemi di generatori
Dipendenza e indipendenza lineare
Basi e dimensione
Componenti di un vettore
_¬1o>c›1 >o Somma e intersezione di sottospazi

Capitolo 5. Trasformazioni lineari


1. Trasformazioni lineari e isomorfismi
2. Matrici associate a una trasformazione lineare
4 INDICE

3. Rango di una matrice 94


4. Cambiamenti di base 97
5. Matrici simili 99

Capitolo 6. Sistemi Lineari 103


1. Sistemi lineari e loro risolubilita 103
2. Metodi di risoluzione per sistemi lineari 109
3. Rappresentazioni dei sottospazi vettoriali 117

Capitolo 7. Autovalori ed autovettori 123


1. Autovalori e autospazi di un operatore lineare 123
2. Polinomio caratteristico 126
3. Diagonalizzazione di matrici e operatori lineari 131

TEST DI VALUTAZIONE - I PARTE 135

Capitolo 8. Spazi vettoriali euclidei 141


1 Prodotti scalari e norme 141
2 Basi ortonormali 146
Trasformazioni ortogonali 151
Complemento ortogonale 152
Matrici di Gram e proiezioni ortogonali 156
Orientazione di uno spazio vettoriale euclideo 160
\103CJ'l›-1>C›0 Prodotto vettoriale e prodotto misto 161

Capitolo 9. Spazi euclidei 165


1 Definizioni ed esempi 165
2 Sistemi di riferimento 167
Sottospazi euclidei 170
Rappresentazioni di sottospazi euclidei 173
Condizioni di parallelismo 175
Ortogonalita tra sottospazi 178
Distanza euclidea 181
Simplessi e volumi 183
<o _¬1cn A>o Isometrie 186

Capitolo 10. Il piano euclideo 193


1 I sottospazi del piano euclideo: punti e rette 193
2 Distanze 200
Le isometrie del piano euclideo 202
›-lšùü Le coniche come luoghi geometrici 203

Capitolo 11. Lo spazio euclideo 209


1. I sottospazi dello spazio euclideo: punti, rette e piani 209
2. Distanze 223

Capitolo 12. Elementi di teoria delle coniche e delle quadriche 231


1. Ampliamento proiettivo di uno spazio euclideo 231
INDICE

Le coniche del piano euclideo


Riduzione a forma canonica delle coniche
Fasci di coniche
Le quadriche dello spazio euclideo
.@U't'>.° N Riduzione a forma canonica delle quadriche

TEST DI VALUTAZIONE - II PARTE

Appendice A. Equazioni algebriche


1. Radici di un polinomio
2. Equazioni algebriche a coefficienti reali o complessi

Appendice B. Forme bilineari e quadratiche


1 Matrici simmetriche
2 Forme bilineari, quadratiche e matrici simmetriche associate
Congruenza di matrici simmetriche
Forme canoniche
fw-9° Forme e matrici definite
Indice analitico
CAPITOLO 1

Insiemi e relazioni

1 . Insiemi

Non ci addentreremo nella presentazione di una teoria assiomatica degli insiemi, che
andrebbe oltre gli scopi di questo testo. Supporremo invece noto il concetto intuitivo
di insieme, quale “collezione” di elementi o oggetti, a due a due distinti.
Se A è un insieme e a è un elemento di A, diremo che a appartiene ad A e scriveremo
a € A; se a non appartiene ad A, scriveremo invece a ¢ A.
Dati due insiemi A, B , diremo che A è un sottoinsieme di B , e scriveremo A Q B , se
ogni elemento di A è anche elemento di B .
Diremo ancora che A e B sono uguali, e scriveremo A = B , se hanno gli stessi elementi
(cioè se sono lo stesso insieme). Quindi A = B se e solo se A Q B e B Q A. In caso
contrario, diremo che A e B sono diversi e scriveremo A 75 B .
Diremo infine che A è un sottoinsieme proprio di B , e scriveremo A C B , se A Q B ,
maA7šB.
Useremo spesso, nel corso della trattazione, i seguenti simboli logici:
- “V” (detto quantificatore universale), che si legge “per ogni” o “qualunque
sia”,
- “El” (detto quantificatore esistenziale), che si legge “esiste un” o “esiste
almeno un”,
- “E11”, che si legge “esiste uno e un solo” o “esiste ed è unico”,
- “E”, che si legge “non esiste alcun”.

Se P è una opportuna proprieta e A è un insieme, la scrittura


Vw E A, P(a:)
si legge “per ogni elemento x dell ,insieme A, P(x) è vera”, la scrittura
El x E A, P(a:)
si legge “esiste almeno un elemento ai dell'insieme A, per cui 73(x) è vera”; la scrittura
E1! ai E A, P(x)
si legge “esiste uno e un solo elemento x dell'insieme A, per cui 73(x) è vera”, la
scrittura
Ex € A, P(a3)
si legge “non esiste alcun elemento x dell'insieme A, per cui 73(x) è vera”.
Useremo anche i seguenti simboli (connettivi logici):
8 1. INSIEMI E RELAZIONI

- “=> detto implicazione), che si legge “implica”;


- “<=> ~_›~_›~_›~_›

(detto coimplicazione), che si legge “se e solo se”.


Se P e Q sono due proposizioni, allora la scrittura
P => Q
si legge “P implica Q” o anche “se 'P allora Q”; la scrittura
P <=> Q
si legge “P se e solo se Q” ed equivale a “'P => Q e Q => P”.

Supporremo noto al lettore l°insieme dei numeri naturali 1, 2, 3, . . . , che sara indicato
con N, nonché le sue proprietà elementari.

Per ogni n € N, indicheremo con Nn l'insieme dei primi n numeri naturali. Indiche-
remo poi con:
- Z l 'insieme dei numeri interi relativi;
- Q l'insieme dei numeri razionali;
- IR l 'insieme dei numeri reali;
- (C l 'insieme dei numeri complessi.
Supporremo inoltre note le principali proprieta di tali insiemi numerici.

Il principio d'induzione risulta spesso molto utile per dimostrare una “successione di
proposizioni” .
Principio d”induzione.1 Supponiamo data, per ogni numero naturale n, una
afiermazione Supponiamo inoltre che:
(1) Vafiermazione A(1) sia vera;
(2) Vk: € N, lc 2 2, se A(k - 1) è vera, allora anche A(k) è vera.
Allora A(n) è vera, per ogni n E N.

Gli insiemi finiti, cioè aventi un numero finito di elementi, potranno essere indicati
per “elencazione”, racchiudendo tra parentesi graffe gli elementi stessi (o altrettanti
simboli che li rappresentano), separati da virgole.

Ad esempio, l'insieme delle cinque vocali potrà essere indicato con {a,e,i,o, Si noti
che l'ordine in cui gli elementi sono scritti non ha alcuna rilevanza: quindi {a, e,i, o, u} =
{o,i,u, a,e}. Inoltre, la ripetizione di uno o più elementi non ha alcun effetto: ad esem-
pio, {a,e,a,i,u,o,i,a, e, e} = {a,e,i,o,u}.

Se gli elementi di un insieme A sono caratterizzati da una certa proprieta P, diremo


che A è l°insieme di tutti gli elementi ir, per cui P(ai) è vera, e scriveremo:
A = {x |

1Tale principio può equivalentemente essere enunciato in una formulazione alternativa, in cui la
ipotesi induttiva (2) viene sostituita con la seguente:
(2') Vle E N, le 2 2, se A(h) è vera per ogni h G Nk,_1, allora anche A(l<:) è vera.
1. INSIEMI 9

Si osservi che ciò non significa che ogni proprieta P dia automaticamente vita a un
insieme. Infatti il famoso “paradosso di Russel2” nasce proprio da una tale assunzione.
Se B è un insieme e A è il sottoinsieme di B caratterizzato dalla proprieta 77,
scriveremo:
A={a:€

Esempio 1.1. L'insieme IP dei numeri naturali pari e l'insieme ID) dei numeri naturali
dispari potranno essere indicati come segue:
lP={p€N|Élm€N,p=2m};
1D>={deN|3meN,d=2m-1}.
Le scritture precedenti si leggono: ll” (rispettivamente lD>) è l'insieme di tutti i numeri
naturali p (risp. d per cui esiste un numero naturale m, tale che p = 2m (risp. d =
2m-1).
Le proprietà enunciate forniscono un vero e proprio “test di appartenenza" di un numero
naturale n all'insieme ll” dei numeri pari (risp. all'insieme ID) dei numeri dispari). Ad
esempio, 12 € IP, in quanto Él 6 E N, tale che 2-6 = 12; invece 13 ¢ IP, in quanto non
esiste alcun numero naturale m, tale che 2 -m = 13. Analogamente 13 € ID), in quanto
Él7€N, tale che2-7- 1: 13.
Esempio 1.2. L'insieme Nn dei primi n numeri naturali può essere indicato con
Nn={i€N|1§i§n}.

Si osservi che, anche nel caso di insiemi con un numero finito di elementi, è spesso
preferibile la seconda rappresentazione. Ad esempio, l°insieme A dei numeri naturali
compresi tra 2 e 1.000.000.000 potra essere indicato con
A = {¢ e N | 2 5 z 5 1.0oo.0o0.o00},
mentre l°e1enco dei suoi elementi, pur teoricamente possibile, presenta evidenti pro-
blemi di scrittura.
Diremo insieme vuoto 1°insieme ll) privo di elementi; per tale motivo, (ll può essere
considerato sottoinsieme di un qualsiasi insieme A.
Dato un insieme A, diremo insieme delle parti di A 1°insieme:

1?(/1) = {B|B É A}-


In altre parole, è l°insieme i cui elementi sono tutti e soli i sottoinsiemi di A.

Ad esempio, se A = {a, b,c}, allora

r<A> = {i›,{a},{b}, ici, ian, {a,c},{b,c},A}.

2Bertrand Russel: filosofo e matematico inglese (Trelleck, 1872 - Penthryfrndraeth, 1970).


10 1. INSIEMI E RELAZIONI

2. Operazioni fra insiemi

Siano A, B sottoinsiemi di un insieme U .


Diremo unione di A e B 1'insieme:
ALJB={:c€U|x€Aoa:€B},
costituito dagli elementi di U che appartengono ad almeno uno degli insiemi A, B .
Diremo intersezione di A e B l'insieme:
AOB={a:€U|x€Aex€B},
costituito dagli elementi di U che appartengono sia ad A che a B .
Se A O B = Ø, diremo che A e B sono disgiunti.

Ad esempio, se A = {1,2,3,4,6} e B = {1,4,5,8}, allora AU B = {1,2,3,4,5,6,8} e


A O B = {1, 4}.
Se invece come nell'Esempio 1.1, IP e ID) indicano rispettivamente gli insiemi dei numeri
naturali pari e dispari, allora IP U ID) = N, IPO ID) = Ø (cioè IP e ID) sono disgiunti).

Diremo difierenza tra A e B 1'insieme


A-B={x€A|x§;šB}.

Se, inoltre, B Q A, allora l°insieme A - B sara indicato con C AB e sara detto il


complementare di B in A.

Se, ad esempio, A = {1,2,3,4,6} e B = {1,3,5,7,9}, allora A - B = {2,4,6}, mentre


B-A: {5,7,9}.
Dall'Esempio 1.1 segue inoltre che CNIP = ID) e CNID) = IP.

Le operazioni sopra definite soddisfano le seguenti proprieta, la cui dimostrazione è


un utile esercizio.

- Se A, B e C sono insiemi, si ha:

ALJB=BLJA, AFìB=BOA
(proprieta commutativa dell'unione e dell'intersezione);

(ALJB)LJC=ALJ(BLJC), (AOB)OC=AO(BOC)
(proprieta associativa dell'unione e dell'intersezione);

Au(Bno)=(AuB)n(/iuo), An(Buo)=(AnB)u(/inc)
2. OPERAZIONI FRA INSIEMI 11

(proprieta distributiva dell'unione rispetto all'intersezione e dell'intersezione rispet-


to all'unione);

- Se A e B sono sottoinsiemi di un insieme X, si ha:


O CX(/1UB)= CX/1 I) CXB;
O CX(/1nB)= CX/1 U CXB

(leggi di De Morgan3).

Nel seguito il simbolo (cc, y) indicherà la coppia (ordinata) il cui primo elemento è ac
e il cui secondo elemento è y, con ic e y elementi di un insieme X.
Gli elementi ac e y saranno anche detti prima e seconda componente della coppia (ac, y).
Si osservi che {x,y} = {y,x} Vx,y E X, mentre, se x 75 y, allora (x,y) 75 (y,x).

In modo del tutto analogo si possono definire le terne, le quaterne e, più in generale,
le n-ple di elementi di un insieme, essendo n un arbitrario numero naturale.

Siano A, B insiemi. Diremo prodotto cartesiano4 di A per B l°insieme:


A><B={(a,b)|a€Aeb€B}.

Si osservi che A >< B = Ø se e solo se A = Ø o B = Ø; inoltre, se A 75 B, allora


A >< B yé B >< A.
Se A = B , allora il prodotto cartesiano di A per se stesso si indica con A >< A o con
A2.
Analogamente sara indicato con A" l°insieme delle n-ple (ordinate) (a1,. . .,a") di
elementi di A.5

Ad esempio, se A = {1, 2,3}, B = {x,y}, allora

A >< B = {(1›f11)›(1›?J)›(2›w)›(2›y)›(3›4U)›(3,y)},
mentre
B X A : {('m› 1)» (y› 1)› (xi 2)› (ya 2)› (33 3)» (ya
Inoltre
A2 = A ›< A = {(1, 1), (1,2), (1,s), (2, 1), (2, 2), (2,s), (3, 1), (3, 2), (s,:›.)}.
B3 : B X B X B : {(5U›x›x)› lxvxvl-/)› (37ay›x)› (x›y›y)›

(y, w, 21). (v, Iv, y), (y, y, Iv), (v, y, y)}


Si determinino A3 e B2.

3Augustus De Morgan: matematico e logico inglese (Madura, India, 1806 - Londra, 1871).
4Dal nome del filosofo e matematico francese René Descartes (Cartesio) (La Hauge, 1596 -
Stoccolma, 1650).
5In taluni casi si utilizzerà per le n-ple anche la notazione con gli indici in basso: (a1, . . . ,an).
12 1. INSIEMI E RELAZIONI

3. Relazioni e applicazioni

Q Definizione 1.1. Siano A, B insiemi. Diremo relazione fra A e B ogni sottoinsieme


ífì del prodotto cartesiano A >< B .
Se (a, b) € SR, diremo che a è in relazione SR con b e scriveremo anche aífìb.

Se ífì Q A >< B è una relazione fra A e B , diremo relazione inversa di ífì la relazione
ÉTV1 fra B e A, definita come segue:

fa-1 ={(b,a)eB><A|(a,b) es›a}

Sei ad esemploi A : I]-›2›3}' B : e gl : {(]-vwla (liylv (2737)) Q A X B'


allora
fa-1={<«›,1>,<y,1>,<w,2>,<y,3>}s B >< A»

Il concetto di relazione tra due insiemi si particolarizza in quello di applicazione o


funzione di A in B.
Intuitivamente parlando, una applicazione di A in B è una “legge” ƒ, che associa a
ogni elemento x E A uno e un solo elemento y € B .
Tale nozione è formalizzata nella seguente:

Q Definizione 1.2. Siano A, B insiemi. Diremo applicazione o funzione o mappa di


A in B ogni relazione f Q A >< B, tale che:
vfie/1,3 !yeB,(.f1:,y)eƒ.
L°elemento y, univocamente individuato da f e da az, sara detto il trasformato (o
l'immagine) di :I: mediante ƒ e sara indicato col simbolo f

Ad esempio, se A = {1,2,3}, B = {3,4,5,6} e ÉR = /¬` 1,4), (2,6)} allora ífì non


OO \_/

è una funzione di A in B; invece ƒ = {(1,5), (2,5), /¬` OO \Ii


OO/\ \./|_i mi-1*' è una funzione di A in B. ln
tal caso si ha f(1) = f(2) = 5, f(3) = 3.

Se f è una applicazione di A in B, scriveremo f : A -› B o, se y = f(:z:),

f:A_›B
xi-›y
Gli insiemi A e B saranno detti rispettivamente dominio e codominio di f.

Q Definizione 1.3. Sia f : A -> B una applicazione e X un sottoinsieme del dominio


A. Diremo immagine di X il seguente sottoinsieme di B :

f(X)={b€B|šx€X,f(:v)=b}.

In particolare, l°immagine f (A) del dominio A sara anche detta immagine di f e de-
notata con Im f.
3. RELAZIONI E APPLICAZIONI 13

Sia ora Y Q B. Diremo controimmagine o immagine inversa di Y il seguente


sottoinsieme di A:
.f`1(Y) = {0› € AIf(f1)€ Y}-
In particolare, se Y = {b}, allora la controimmagine di {b} sara anche detta contro-
immagine dell'elemento b € B e indicata con ƒ_1(b).
Si osservi che f _1(b) risulta definito come segue:

ƒ`1(b) = {@ € A I f(a) = b}-

Ad esempio, se f : {1,2,3} A {3,4,5,6} è la funzione definita da: f(1) = 5, f(2) = 5,


3›Øall0ra ƒ({1›2}) : {5}› Imƒ : ƒ({1›2›3}) : {3›5}› ƒ_1(5) : {1›2}›
ƒ-1 6 = .

Q Definizione 1.4. Sia f : A A B una applicazione.


Diremo che
f è suriettiva se Im f = B , cioè se

Vb E B,ÉIa E A,ƒ(a) = b;

f è iniettiva se

(f(a') = f(<1")) A (Gf = @”);


f è biiettiva o biunivoca se è iniettiva e suriettiva, cioè se
Vb€ B,ÉI!a € A,ƒ(a) = b.

Ad esempio, I'appIicazione ƒ : {1,2,3,4} A {a,b,c} definita da f(1) = c, f(2) = a,


f(3) = b, f(4) = a è suriettiva, ma non iniettiva (in quanto f(2) = f(4) = a). Invece
I'appIicazione g: {1,2,3} A {a, b, c, d}, definita da g(1) = b, g(2) = c, g(3) = d è iniet-
tiva, ma non suriettiva (in quanto a 5! Img = {b, c, Si determinino due applicazioni
f,g : {1,2,3,4} A {a,b, c, d}, in modo che f non sia né iniettiva né suriettiva e g sia
biunivoca.

Le applicazioni tra insiemi si dicono anche morfismi. Le applicazioni biunivoche (di


A in B) si dicono anche isomorfismi o biiezioni o corrispondenze biunivoche e, se
A = B , si parla anche di permutazioni o sostituzioni (su A).
Si osservi che, data un°applicazione f : A A B , la relazione inversa f_1 _ {(b, a) €
B >< A | f (a) = b} non è, in generale, una applicazione, in quanto l°immagine inversa
f_1(b) = {a € A | f(a) = b} di un elemento b € B può essere vuota (se f non è
suriettiva e b ¢ Im f), o costituita da più di un elemento (se f non è iniettiva).

Quindi, f_1 è una applicazione se e solo se f è biunivoca; in tal caso f_1 è a sua
volta biunivoca e si ha (f_1)_1 = f.
14 1. INSIEMI E RELAZIONI

Q Definizione 1.5. Siano A, B, C insiemi e ƒ : A A B, g : B A C applicazioni.


Diremo prodotto di g con f Papplicazione:
_g o ƒ I A -> C

definita, per ogni a E A, da (g o ƒ)(a) = g(ƒ(a)).


Il simbolo “o” (che sara talvolta omesso) è detto prodotto o composizione di applica-
zioni.

Si osservi che, se f : A A B , g : B A C e h : C A D sono applicazioni, allora


risultano definite sia ho (go f) che (hog) o f e si ha ho (go ƒ) = (hog) o f. Inoltre se
A = B = C, allora risultano definite sia goƒ che ƒog. In generale, però, go ƒ 7é ƒog.

Ad esempio, se ƒ :IR A IR é la funzione definita da ƒ(:1:) = 251:', Va: € IR, e g :IR A IR é


la funzione definita da g(a:°) = x2, Vw E IR, allora, Va: € IR, si ha:

ƒ 0 g(w) = f(w2) = 2122; 9 O f(w) = 9(2fv) = (2202 = 4212-

Si osservi infine che, se f : A A B e g : B A C sono applicazioni biunivoche, allora


anche g o ƒ biunivoca, e si ha (go ƒ)_1 = ƒ_1 o g_1.

Per ogni insieme X, diremo identità o applicazione identica su X l'applicazione Id X :


X A X definita, Va: E X, da IdX(x) = x.
Q Definizione 1.6. Una applicazione f : A A B è detta invertibile se esiste una
applicazione f' :B A A, tale che ƒ' o ƒ = IdA, fo ƒ' = Id B.
I Proposizione 1.7. Una applicazione f è invertibile se e solo se è biunivoca. In
tal caso, la relazione inversa f_1 è una applicazione invertibile che coincide con f'.
Dimostrazione. Se f è biunivoca, anche f_1 é biunivoca e si ha f_1 o ƒ = Id A,
ƒo ƒ"1 = Id B. Quindi ƒ è invertibile e f' = f_1.
Viceversa, se f è invertibile, allora, da ƒ' o ƒ _ Id A segue che se f = f(a:') allora
zz: = f' o ƒ(a:) = ƒ' o ƒ(a:') = 51:' e dunque f è iniettiva; inoltre per ogni y € B, posto
zz: = f'(y), si ha f(a:) = ƒ o ƒ'(y) = y e dunque f è suriettiva. Ciò prova che f è
biunivoca, con f' = f_1.
III

Sia f : A A B una applicazione e X Q A. Diremo restrizione di f a X l”applicazione


f|X :X A B definita, Va: 6 X, da f|X(:1:) =
Talvolta risulta comodo, dati f : A A B e Y Q B, con Im f Q Y, considerare l°ap-
plicazione f : A A Y, tale che f(a) = f(a), Va € A. Si díra che f è la restrizione di
f a Y Q B.

Esempio 1.3. Sia f : N A N definita da f(n) = 2n, Vn € N; f è iniettiva, in quanto


se f(n) = f(m), cioè se 2n = 2m, allora n = m. L'appIicazione f non è però suriettiva
(e quindi neppure biunivoca), in quanto Imf = IP 75 N. L'appIicazione f : N A IP,
restrizione di f a IP C N, è invece biunivoca.
4. RELAZIONI DI EQUIVALENZA E QUOZIENTI 15

L'appIicazione inversa f_1 :IP A N è definita, Vp = 2n C IP, da f_1(p) = f_1(2n) = n.


Si osservi che effettivamente f_1 o ƒ = IdN e ƒ o ƒ_1 = Idp.

Esempio 1.4. Sia Z I'insieme dei numeri interi relativi e f : Z A Z definita da f(.:c) = 11:2,
Va: C Z. L'appIicazione f non è suriettiva, in quanto Imf 75 Z (ad esempio 2 C Im f);
f non è neppure iniettiva, in quanto :C2 = (-x)2, Va: C Z. L'appIicazione f: IR A IR3',
definita da = 51:2, Va: C IR (dove IR è I'insieme dei numeri reali e IREI I'insieme
dei numeri reali non negativi) è invece suriettiva, ma non iniettiva. Infine I'appIicazione
f|R3L : IR3' A IR3', restrizione di f a IREI C IR, è biunivoca e la sua inversa g = (f|R3L)_1
è data, per ogni y C IR3', da g(y) =

Esempio 1.5. Le funzioni sen : IR A IR e cos :IR A IR non sono né suriettive (in quanto,
posto [a,b] = {y C IR | a § y § b}, si ha Imsen = Im cos = I-1,1]), né iniettive
(in quanto, ad esempio, sen0 = senvr = 0 e cos(-rr/2) = cos(7r/2) = 0). Le loro
restrizioni sen : I-rr/2,1r/2] A [-1,1] e cös : [0,†r] A I-1,1] sono invece biunivoche
e le loro inverse sono rispettivamente le funzioni arcsen : I-1,1] A I-rr/2,7(/2] e
arccos :I-1, 1] A [0,1r].

L'appIicazione ex : IR A (C definita, Vw C IR, da eX(:1:) = em = cosa: + isena: non è


suriettiva (in quanto Imex = {z C (C | |z| = né iniettiva (in quanto, ad esempio,
eX(0) = eX(21r) = 1).
Posto IO, 2Tr[= {t C IR | 0 S t < 21r}, la sua restrizione ei( : [0, 2†r[A Im ex C (C è invece
biunivoca.

4. Relazioni di equivalenza e quozienti

Si ricorda che una relazione tra due insiemi A e B è un sottoinsieme ÉR di A >< B . Se


A = B , allora 93 C A >< A sara detta una relazione su A. In accordo con le notazioni
del § 3, .ccíiìy equivale a (az, y) C 93.

Q Definizione 1.8. Una relazione 93 su A sara detta:


(R) riflessiva se Va: C A, xífìx;
(S) simmetrica se => (y9“ìx);
(T) transitiva se (xílìy e yfiìz) =>

Diremo poi che ífì è una relazione di equivalenza su A se è contemporaneamente


riflessiva, simmetrica e transitiva.
Se a C A, diremo classe di equivalenza di a l”insieme

la] = {:z: C A | .:cíRa}.

I Lemma 1.9. Sia ífì una relazione di equivalenza su A. Se a, b C A e a C [b], allora


IUI = Ibl-
16 1. INSIEMI E RELAZIONI

Dimostrazione. Innanzitutto, se a C [b], allora aífìb; per la proprieta simmetrica (S),


bífìa e quindi b C lal. Se ora .ic C [a], allora zcílfìa e aífìb; per la proprieta transitiva
(T), zcífìb, cioè zz: C Ciò prova che la] Q Per simmetria si prova che lb] Q [a], e
cioè che la] =
I:l

I Lemma 1.10. Se ífì è una relazione di equivalenza su A, allora si ha:


(i) Va: C A, ai C
(ii) se a, b C A, allora la] = lb] oppure la] FI lb] = Ø.
Dimostrazione. La proprieta riflessiva (R) prova
Se la] O lb] 75 Ø, allora esiste ai C la] O Per il Lemma 1.9, si ha la] = =

I lemmi precedenti giustificano la seguente:


Q Definizione 1.11. Se SR è una relazione di equivalenza su A, allora diremo che
ogni zz: C la] è un rappresentante di [a].

Ad esempio, sia A I'insieme dei cittadini italiani. Se :1:,y C A, poniamo azífìy se e solo se
ai e y hanno lo stesso nome. facile verificare che ÈR è una relazione di equivalenza su A.
Se il nome di ai è Valeria, allora è I'insieme dei cittadini italiani di nome Valeria e
ciascuno di essi è un rappresentante di

Q Definizione 1.12. Sia SR una relazione di equivalenza su A. Diremo insieme


quoziente di A modulo SR l”insieme:

A/9* = {IaI I <1 € A}›


i cui elementi sono le classi di equivalenza degli elementi di A.
Si osservi che A/93 Q

Q Definizione 1.13. Sia A un insieme e I'insieme delle parti di A. Un


sottoinsieme ÈB di sara detto:
(i) un ricoprimento di A se
V:z:CA,ÉIBCíB, :1:CB;
(ii) una partizione di A se Ø C ÈB e
Va:C A,ÉI!BCíB, xCB.
In altre parole, una partizione di A è un ricoprimento, non contenente l'insieme vuo-
to, i cui elementi sono a due a due disgiunti.

Il risultato che segue mostra come i concetti di “relazione di equivalenza” e di “par-


tizione” siano strettamente connessi.
I Teorema 1.14. Se ífì è una relazione di equivalenza su A, allora l”insieme quoziente
A/iii è una partizione di A.
Viceversa, se ÉB Q è una partizione di A, allora esiste ed è unica la relazione
di equivalenza ífì su A, tale che A/93 = ÈB.
4. RELAZIONI DI EQUIVALENZA E QUOZIENTI 17

Dimostrazione. Il Lemma 1.10 prova la prima parte del teorema.


Supponiamo ora data una partizione ÉB di A. Definiamo la relazione iii su A ponendo,
V512, y C A, xíiìy se e solo se .cc e y appartengono a uno stesso B C ÉB. SR è una relazione
di equivalenza su A e A/SR = ÉB. Se poi iii' è una seconda relazione di equivalenza su
A tale che A/iii = A/iii' = ÉB, allora evidentemente, Va:,y C A, si ha .ccífìy <=> .5cíYì'y.
Cio~ prova che iii = iii / , completando la dimostrazione del Teorema 1.14.
III

Le relazioni di equivalenza saranno solitamente indicate con simboli quali “~”, “fx”,
cc~›> cc_vv
f'\J , i

Esempio 1.6. Sia R I'insieme delle rette del piano. Se r, s C R, poniamo r s se e solo
se r e s sono parallele o coincidenti. Allora è una relazione di equivalenza su R e gli
elementi deII'insieme quoziente R/ sono i "fasci" di rette parallele del piano.
Se T è I'insieme dei triangoli del piano, allora la congruenza e la similitudine di triangoli
sono relazioni di equivalenza su T.

Esempio 1.7. (L'insieme Q dei numeri razionali) Supposte note le operazioni in Z,


se m,m' C Z e n,n' C Z - poniamo (m,n) ~ (m',n') se e solo se mn' = nm'.
La relazione ~ è di equivalenza su Z >< (Z -
Infatti le proprietà riflessiva e simmetrica sono immediate; per dimostrare la proprietà
transitiva, sia (m,n) ~ (m',n') e (m',n') ~ (m”,n”). Si ha allora mn”n' = mn'n” =
= m'nn” = m'n”n = n'm”n = nm”n'. Essendo n' 75 0, si ottiene che mn” = nm”,
cioè (m,n) ~ (m”,n”).
L'insieme quoziente (Z >< (Z- ~ è I'insieme Q dei numeri razionali. Ogni elemento
di Q è dunque una classe di equivalenza [(m, con m,n C Z, n çé 0; è d'uso porre

I<m,n>i - É.
Sia
~ m
z={T |mez}go.
L'appIicazione go :Z A Q definita, per ogni m C Z, da

am) - $
~ ~

è iniettiva; inoltre, evidentemente, Imgo = Z. Ciò consente di identificare Z con Z


mediante I'appIicazione go, e di considerare Z sottoinsieme di Q.

Esempio 1.8. (L'insieme ZT, delle classi resto modulo n) Sia Z I'insieme dei numeri
interi e sia n un fissato intero positivo. Se x,y C Z, poniamo ai E y (mod n) se e solo
se Élk C Z, .cc - y = kn. La relazione E (mod n) (detta congruenza modulo n) è di
equivalenza su Z. Infatti: (R) .cc - ar = On; (S) se ai - y = kn, allora y - .cc = -kn;
(T) sea:-y=kney-z=hn, allora .'12-z=.cc-y+y-z=kn+hn= (k+h)n.
L'insieme quoziente, di norma indicato con Zn, anziché con Z/ E (mod viene detto
I'insieme delle classi resto modulo n. Tale terminologia è giustificata dal fatto che esso
consta di esattamente n classi, indicate con 0,1, . . . E dove la classe F contiene tutti
e soli gli interi il cui resto della divisione per n è uguale a r.
18 1. INSIEMI E RELAZIONI

Infatti, dato comunque z C Z, si ha che z = kn + r, essendo 0 S r S n - 1. Quindi


z - r = kn, cioè z E r (mod il che implica z C r.
Inoltre, se 0 S r < s S n-1, allora ryé š, in quanto 0 < s-r S n-1 e quindi, Vk C Z,
s - r 75 kn.

5. Cardinalità di un insieme

Q Definizione 1.15. Diremo che due insiemi A, B sono equipotenti se esiste una
applicazione biiettiva ƒ : A A B .
Diremo anche, in tal caso, che A e B hanno la stessa potenza o la stessa cardinalità o
lo stesso numero cardinale, e scriveremo CardA = Card B .

Si osservi che gli insiemi Nn e Nn, sono equipotenti se e solo se n = m.


Q Definizione 1.16. Un insieme A equipotente con Nn è detto finito, di cardinalità
n. L'insieme vuoto è, per convenzione, l'unico insieme finito di cardinalità 0.
Un insieme è detto infinito se non è finito, cioè se non è né vuoto, né equipotente con
Nn, per alcun n C N.
I numeri cardinali degli insiemi finiti sono, dunque, in corrispondenza biunivoca con
i numeri interi 2 0. I numeri cardinali degli insiemi infiniti sono detti transfiniti.

Un insieme equipotente con N è detto numerabile e il suo numero cardinale è solita-


mente indicato con NO (la lettera N si legge “alef” ed è la prima lettera dell'alfabeto
ebraico).
E abbastanza semplice provare che ogni sottoinsieme di un insieme numerabile è finito
o numerabile. Quindi NO è il più piccolo numero cardinale transfinito.

P Osservazione 1.17. Un insieme finito non può essere equipotente con un suo
sottoinsieme proprio. E possibile provare che tale proprietà caratterizza gli insiemi
finiti.

Si dimostra inoltre che Z e Q sono insiemi numerabili e che IR non è numerabile. Un


insieme equipotente con IR è detto avere la potenza del continuo. E possibile provare
che (C ha la potenza del continuo.
Posto CardIR = c, si ha dunque:
CardQ = CardZ = CardN = NO
e
Card(C = CardlR = c.
cAPIToLo 2

Strutture algebriche

1. Operazioni su insiemi

Q Definizione 2.1. Siano A, B , C insiemi. Diremo operazione binaria ogni applica-


zionego:A><BAC.
Se, in particolare, A = B = C, allora diremo che go : A >< A A A è un'operazione
binaria interna su A.
Il trasformato di (x, y) C A >< B mediante l'operazione cp sara solitamente indicato con
xgoy, anziché con c,o(a:°, Inoltre le operazioni saranno solitamente indicate, anziché
con lettere, con appositi simboli, quali “J_, T, *, o, +, -”.

Esempio 2.1. I "prototipi" di operazioni binarie interne sono I'usuaIe “somma” e I'usuaIe
“prodotto” di numeri naturali:
+: N><N AN «: N><N A›N
(m,n) ›Am+n (m,n) ›Am-n'
Analogamente, I'usuaIe "somma" e I'usuaIe "prodotto" di numeri interi:
+:Z><ZA›Z e -:Z><ZA›Z
sono operazioni binarie interne su Z.
_ _ ,, _ ,, , _ _ _ _ , ,
Si osservi che la differenza non e una o erazione binaria interna su N mentre lo e su
Z; invece la "divisione" non è una operazione binaria interna né su N, né su Z.

Esempio 2.2. Sia Q = (Z >< (Z - ~ I'insieme dei numeri razionali, costruito


neII'Esempio 1.7.
Poniamo, V.:c,z C Z, Vy,t C Z -

(any) + (z,t) = (xt + vasi); (22.1/) ~ (wi) = (navi)-


Non è difficile provare che, se (a:,y) ~ (a:',y') e se (z,t) ~ (z',t'), allora
(xt + yz,yt) ~ (x't' + y'z', y't');
(azz, yt) ~ (:1:'z', y't').
Ciò consente di definire le seguenti applicazioni (ancora indicate con + e
+:Q><QAQ -:Q><QAQ
ponendo:
.cc z xt + yz
+ _ ›
v if yi
20 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

LU Z QÈZ

y I yi
Le applicazioni + e - sopra definite sono operazioni binarie interne su Q; esse coincidono
con le usuali operazioni di "somma" e "prodotto" di numeri razionali.

Esempio 2.3. Le operazioni di "somma" e “prodotto” di numeri reali (che saranno


supposte note) sono operazioni binarie interne su IR. A partire da queste si definiscono la
somma e il prodotto di numeri complessi:

(a+ib)+ (c+id) = (a+c) +i(b+d);


(a+ib) - (c+id) = (ac- bd) + i(ad+ bc).
Queste risultano ovviamente operazioni binarie interne su C.

Esempio 2.4. Sia n C N, n 2 2, e sia Zn = {0, . . . ,n - 1} I'insieme delle classi resto


modulo n, costruito nelI'Esempio 1.8.
Si osservi che, se .:c,x',y,y' C Z, x E x' (mod n) e y E y' (mod allora anche
x+yšx'+y'(modn) e azyša/y'(modn).

Ciò consente di definire le seguenti applicazioni (ancora indicate con + e

ponendo:
É+§=£II+y,
Esse sono ovviamente operazioni binarie interne su Zn.
Se ad esempio, n = 2, allora le operazioni introdotte possono essere visualizzate nelle
seguentitabefle:
+ Ö T Ö I

Ö Ö I Ö Ö Ö
IIÖ IÖI
Esempio 2.5. Sia U un insieme. Le operazioni di unione, intersezione e differenza tra
sottoinsiemi di U (introdotte nel § 2 del Capitolo 1) sono operazioni binarie interne su
“Ii(U)-
Esempio 2.6. Sia X un insieme non vuoto e Hom(X) I'insieme di tutte le applicazioni
f : X A X. L'appIicazione:
o: Hom(X)>< Hom(X) A Hom(X)
(f,g) 1-> .foy
dove ƒ o g : X A X è il prodotto di f con g (Definizione 1.5), è una operazione binaria
interna su Hom(X).
Sia G(X) Q Hom(X) I'insieme di tutte le applicazioni biunivoche (permutazioni)
go : X A X. Se 17, ib C G(X), allora anche no ip C G(X). Quindi il prodotto di
applicazioni, opportunamente ristretto, induce una operazione binaria interna (ancora in-
dicata con o) su G(X).
2. GRUPPI 21

2. Gruppi

Per struttura algebrica intenderemo una n-pla costituita da insiemi e operazioni su di


essi.
La più semplice struttura algebrica, spesso detta gruppoide, è una coppia (X, J_), dove
X è un insieme e J_ è un°operazione binaria interna su X.

Q Definizione 2.2. Sia (X,J_) un gruppoide.


(a) L°operazione J_ è detta associativa se
Vx,y,zCX, (xJ_y)J_z=a:'J_(yJ_z).

(b) L°operazione J_ è detta commutativa se


Vx,yCX, wJ_y=yJ_:1:.

(c) Un elemento u C X è detto elemento neutro per l°operazione J_ se


VxCX, xJ_u=uJ_a:'=:z:'.
(d) Se (X,J_) ammette un elemento neutro u, un elemento sv C X è detto
invertibile se
ÉIm'CX, xJ_:1:'=:1:'J_:1:=u.
In tal caso, cc e x' sono detti inversi o opposti l°uno dell°altro.

Si osservi che, se J. è associativa (e solo in tal caso), ha senso la scrittura :1: J. yJ_ z,
intesa come rappresentazione semplificata dell'elemento (az J_ y) J_ z = az J_ (y J_ z).

I Proposizione 2.3. Sia (X ,J_) un gruppoide.


Se (X,J_) ammette elemento neutro, questo è unico.
Se (X,J_) ammette elemento neutro e J_ è associativa, allora, se .cc C X è
invertibile, il suo inverso è unico.
Inoltre, se :c,y C X sono invertibili, allora anche :z:J_ y è invertibile e, detti
sc', y', (:vJ_ y)' gli inversi rispettivamente di x, y, ai J_y, si ha:

(a:J_y)' = y'J_:1:'.

Dimostrazione. Siano u, ü elementi neutri per (X, J_). Allora, evidentemente:


u = uJ_ü = u.
Sia u l”elemento neutro di (X, J_) e siano az', ar” inversi di zz: C X. Allora:
sc' = a:'J_u = :1:'J_(:z:J_:z:")=(x'J_.cz:)J_.cc” = uJ_a:” = sc".
Inoltre si ha:
(.:z:'J_y)J_(y'J_.:z:") = .:z:'J_ (yJ_y')J_:1:' = .:cJ_uJ_a:' = a:J_:z:' = u;

(y / J_:1:)J_(.:cJ_y)
/ 1
y / J_(:c / J_a:)J_y 1
y / J_uJ_y 1
y / J_y 1
u.
III
22 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

Q Definizione 2 .4. Sia (G un insieme e J_ un'operazione binaria interna su (G. Diremo


che la struttura algebrica (G, J_) è un gruppo se soddisfa le seguenti proprieta:

'_\'. operazione J_ è associativa;

) (G, J_) ammette elemento neutro;


/¬/¬/-\ QQQ OÖl.\DI-1 \./\./ ogni elemento .ic C (G è invertibile.

Un gruppo (G, J_) è detto commutativo o abelianol se soddisfa l°ulteriore proprieta:


(G4) l°operazione J_ è commutativa.
L”insieme (G sara detto supporto o insieme soggiacente del gruppo (G, J_).
Si dirà anche, con abuso di linguaggio, che (G è un gruppo, sottintendendo in tal modo
l”operazione J_ su di esso definita.
Solitamente, l”operazione di un gruppo viene indicata o con il simbolo + o con il
simbolo -. In quest°ultimo caso, il simbolo sara spesso omesso.
Nel primo caso, (G, +) è detto un gruppo additivo; l°elemento neutro è detto zero,
indicato con 0, e l'inverso di x C (G è detto opposto e indicato con -az'.
Nel secondo caso, (G, è detto gruppo moltiplicativo; l”elemento neutro, indicato con
1, è detto unità e l”inverso di ai C (G è indicato con :1:_1.

Esempio 2.1 bis. (N, +) è un gruppoide associativo e commutativo. Esso non ammette
elemento neutro.
Se NO = N LJ {0}, allora (NO, +) è ovviamente associativo e commutativo e 0 ne è I'eIe-
mento neutro. Però nessun elemento di NO, tranne 0, ammette opposto.
(N,-) è un gruppoide associativo e commutativo; inoltre 1 ne è I'eIemento neutro. Però
nessun elemento, tranne 1, è invertibile.
(Z,+) è un gruppo abeliano; 0 ne è I'eIemento neutro e I'opposto di z è -z.
(Z, è un gruppoide associativo e commutativo, avente 1 quale elemento neutro. Però i
sui unici elementi invertibili sono 1 e -1.

0
Esempio 2.2 bis. (Q, +) è un gruppo abeliano; 0 = ì ne è I'eIemento neutro e I'opposto

di `” è `” - _”.
9 9 9 1
(Q, è un gruppoide associativo e commutativo, con 1 = ì quale elemento neutro.
Si osservi che
z z 0 z 0 0
V- 0- _ - _ _ _0.
t€Q° t 1 t t 1
0 .cc
Quindi 0 = ì non è invertibile in (Q, Se invece É C Q e - 75 0, allora È è invertibile
U y U
in (Q, e É ne è I'inverso.
zz:
Quindi, posto Q* = Q - si ha che (Q*,-) è un gruppo abeliano.

Esempio 2.3 bis. (IR,+) è un gruppo abeliano e 0 ne è I'eIemento neutro. Posto


IR* = IR - (IR*, è un gruppo abeliano e 1 ne è I'eIemento neutro.

1Dal nome del matematico norvegese Niels H. Abel (Findö, 1802 - Froland, 1829).
3. ANELLI E CAMPI 23

Analogamente, ((C,+) è un gruppo abeliano; 0 = 0 + i - 0 ne è I'eIemento neutro e


I'opposto di z = a + ib è -z = -a - ib.
Posto (C* = (C - ((C*, è un gruppo abeliano; 1 = 1 + i - 0 ne è I'eIemento neutro
e I'inverso di z = a + ib (z 75 0) è
_1_ a _ b
z i .
a2+b2 a2+b2
Esempio 2.4 bis. Per ogni n 2 2, (Zn,+) è un gruppo abeliano, 0 ne è I'eIemento
neutro e I'opposto di .cc è -at.
(Zn, è un gruppoide associativo e commutativo, con 1 quale elemento neutro.

Esempio 2.6 bis. Se X 75 Ø, (Hom(X),o) è un gruppoide associativo ma, in generale,


non commutativo e I'applicazione identica IdX ne è I'eIemento neutro. Inoltre una ap-
plicazione f C Hom(X) è invertibile se e solo se è biunivoca (si veda la Proposizione 1.7),
cioè se e solo se f C €(X). Quindi (G(X),o) è un gruppo (non abeliano se X ha almeno
tre elementi), che viene usualmente detto il gruppo delle sostituzioni o permutazioni su X.

3. Anelli e campi

Nel presente paragrafo studieremo strutture algebriche del tipo (X, +, ~), costituite
da un insieme X e da due operazioni binarie interne su X, che saranno dette rispet-
tivamente somma e prodotto di elementi di X.

Q Definizione 2.5. Sia A un insieme e +, - due operazioni binarie interne su A.


Diremo che la struttura algebrica (A, +, è un anello se soddisfa le seguenti proprieta:

(A1) (A, +) è un gruppo abeliano;


(A2) il prodotto è associativo;
(A3) V.cc,y, z C A,

fiv~(v+2)=(¢v~y)+(1v°Z) <2 (v+2)~w=(y~w)+(2~fv)-


La proprieta (A3) si esprime anche dicendo che il prodotto è distributivo rispetto alla
somma.
Un anello (A, +, è detto commutativo se il prodotto è commutativo.
Un anello (A, +, è detto unitario o con unità se (A, ammette elemento neutro.

Q Definizione 2.6. Sia IK un insieme e +, - due operazioni binarie interne su IK.


Diremo che la struttura algebrica (IK, +, è un campo se soddisfa le seguenti proprieta:

(K1) (IK, +) è un gruppo abeliano;


(K2) se 0 è l°elemento neutro di (IK, +) e IK* = IK - {0}, allora (IK*, è un gruppo
abehano;
(K3) il prodotto è distributivo rispetto alla somma.
24 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

In altre parole, un campo (IK, +, è un anello commutativo e unitario (contenente al-


meno due elementi), in cui ogni elemento diverso da 0 è invertibile rispetto al prodotto.

Se (A, +, è un anello (rispettivamente, se (IK, +, è un campo), allora l°insieme A


(rispettivamente IK) è detto insieme soggiacente o supporto.
Si dirà anche, con abuso di linguaggio, che A è un anello (rispettivamente, che IK è
un campo), sottintendendo cosi le operazioni su di esso definite.

Esempio 2.7. (L'anello degli interi) (Z,+,-) è un anello commutativo con unitá, ma
non un campo (si veda I'Esempio 2.1 bis).

Esempio 2.8. (I campi dei numeri razionali, reali e complessi) (Q,+, (IR,+,
e ((C,+, sono campi (si vedano gli Esempi 2.2 bis e 2.3 bis).

Esempio 2.9. (L'anel|o delle classi resto modulo n) Per ogni n 2 2, (Zn,+, è un
anello commutativo con unità (si veda I'Esempio 2.4 bis). Si può provare che (Zn,+,
è un campo se e solo se n è un numero primo.

In ogni anello (A, +, valgono alcune proprieta elementari che sono conseguenze del
fatto che (A, +) è un gruppo abeliano e che (A, è un gruppoide associativo. Così
l”elemento 0 è unico e l”opposto -a di a C A è unico. Inoltre, se A ammette elemento
unità, questo è unico; se poi A è un campo, l'inverso a"1 di a C A* è unico.
Gli anelli godono di altre proprieta elementari che dipendono, oltre che dagli assiomi
dei gruppi abeliani e dei gruppoidi associativi, anche dalla distributivita del prodotto
rispetto alla somma.
Ad esempio, se (A, +, è un anello, allora, per ogni .'13 C A, si ha:
0-22:2:-0:0.

P Osservazione 2.7. Se A è un anello con unita che contiene almeno 2 elementi,


allora, quale conseguenza immediata della proprieta precedente, si ha sempre 1 75 0.
In particolare, ogni campo contiene almeno i due elementi distinti 0 e 1.

I concetti di caratteristica e di divisore dello zero, che stiamo per introdurre, inducono
a riflettere su alcune familiari proprietà, valide nell°anello Z degli interi (e nei campi
Q, IR o (C dei numeri razionali, reali o complessi), che devono essere usate con cautela
in ambito più generale.

Q Definizione 2.8. Sia (A,+,-) un anello con unita (in particolare, un campo).
Se, per ogni m C N, si ha 1 + - - - + 1 yé 0, allora diremo che A ha caratteristica
mvolte
zero. In caso contrario, diremo caratteristica di A il minimo intero positivo n tale che
1+---+1=0.
nvolte

Si osservi che, se A ha caratteristica n, allora, Va C A, si ha:


a+...+a11.a+...+1-ai(1+...+1).a10-aI0_

n volte n volte n Volte


3. ANELLI E CAMPI 25

Q Definizione 2.9. Sia (A, +, un anello. Se a, b C A - {0} sono due elementi non
nulli di A tali che a - b = 0, si dice che a e b sono divisori dello zero.

P Osservazione 2.10. La mancanza di divisori dello zero nell”anello A equivale alla


seguente proprieta, nota come legge di annullamento del prodotto:
Va,bCA, sea-b=0alloraa=0oppureb=0.

I Proposizione 2.11. Ogni campo è privo di divisori dello zero e la sua caratteristica
è zero o un numero primo.

Dimostrazione. Sia IK un campo, e siano a, b C IK tali che a- b = 0. Se a 75 0, allora


b=(a_1-a)-b=a_1-(a-b) =a_1-0:0;
ció prova la prima parte dell”enunciato.
Supponiamo ora che la caratteristica di IK sia n _
_ n / -n // , con 1 < n / < n, 1 < n /I < n.
Poiché
0:1_|_..._|_1:(1_|_..._|_1).(1_|_..._|_1),
n Vølte n' volte n" volte
la mancanza di divisori dello zero implica che uno almeno dei due fattori deve essere
nullo, contro l'ipotesi che n sia la caratteristica di IR.
III

Esempio 2.10. L'aneIIo degli interi (Z, +, é privo di divisori dello zero e ha caratteristica
zero. I campi (Q,+,-), (IR,+,-) e ((C,+,-) dei numeri razionali, reali e complessi hanno
caratteristica zero.

Esempio 2.11. Per ogni n 2 2, I'aneIIo delle classi resto modulo n (Zn, +, ha caratte-
ristica n; inoltre, ha divisori dello zero se e solo se n non è un numero primo. Ad esempio
2 e 3 sono divisori dello zero in Z6. Ciò conferma che, se n non è primo, Zn non è un
campo.

Esempio 2.12. Se U è un insieme non vuoto, poniamo, VA,B Q U:


A+B=(ALJB)-(AFìB); A-B=AFìB.

Con tali posizioni, (*Ii(U),-I-, è un anello commutativo con unità (I'insieme U).
L'eIemento neutro di (*Iš(U), +) è I'insieme vuoto Ø. Si osservi che VA C A+A = Ø;
dunque, ha caratteristica due.
Inoltre, ogni elemento A C con A 7É Ø, A çê U, è un divisore dello zero. Infatti
A- CUA = Ø.
Infine si osservi che VA C si ha: A2 = A- A = A. Un anello con tale proprietà è
detto booleano2.

2Dal nome del matematico inglese George Boole (Lincoln, 1815 - Cork, 1864).
26 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

4. Sottostrutture e morfismi

Q Definizione 2.12. Sia X un insieme, T un°operazione binaria interna su X e


Y Q X. Diremo che Y è chiuso rispetto all”operazione T se:
Vw,yCY, wTyCY.

In tal caso, è possibile restringere opportunamente dominio e codominio di T, in modo


da ottenere una applicazione
Ty : Y >< Y A Y
che risulta un°operazione binaria interna su Y.

Diremo, per brevità, che Ty è la restrizione a Y Q X dell”operazione T. Inoltre, con


abuso di linguaggio, spesso indicheremo Ty ancora con T.
Nel seguito l”elemento neutro del gruppo (G sarà indicato con u.

Q Definizione 2.13. Sia ((G, >i<) un gruppo e Il-Il un sottoinsieme di (G, chiuso rispetto
all°operazione ›i<. Diremo allora che Il-Il è un sottogruppo di ((G, *) se (II-Il, ›|<) è un gruppo,
dove ›i< = *H indica la restrizione à Il-Il dell'operazione definita su (G.

Q Definizione 2.14. Sia (IF,+,-) un anello (rispettivamente un campo) e II-Il un


sottoinsieme di IF, chiuso rispetto à entrambe le operazioni definite su IF. Diremo che
II-II è un sottoanello (rispettivamente un sottocampo) di (IF, +, se (II-II, +, è un anello
(rispettivamente un campo), dove + = +1111 e - = -H indicano le restrizioni a II-Il delle
operazioni di somma e prodotto definite su IF.

Q Definizione 2.15. Siano ((G,>i<) e ((G',›i<) due gruppi. Diremo omomorfismo di (G


in (G' ogni applicazione go : (G A (G' tale che, Vw, y C (G:

<e(=v * v) = <P(fv) * <P(y)-


Q Definizione 2.16. Siano (IF, +, e (lF', +, due anelli (in particolare, due campi).
Diremo omomorfismo di IF in IF' ogni applicazione cp : IF A IF' tale che, Vw, y C IF:
(i) se(«fv + y) = se(@v) + r(v);
(iii) se(¢v ~ v) = se(1v) ~ <e(v)~
Per isomorfismo (tra due gruppi o tra due anelli o tra due campi) intenderemo sempre
un omomorfismo biiettivo. Si noti che l'inverso <p_1 di un isomorfismo <,o è ancora un
isomorfismo.

Esempio 2.13. Sia (Q,+, il campo dei numeri razionali e Z = {m/1 | m C Z} Q Q.


Evidentemente Z è un sottoanello (commutativo e unitario) di Q.
Identificando Z con mediante I'applicazione go : Z A Q, che associa a ogni intero
m C Z il razionale m/1 C Q (si veda I'Esempio 1.7), si può considerare Z sottoanello di
Q.
Analogamente Q può essere identificato con un sottocampo Q del campo IR dei numeri
reali e IR può essere identificato con un sottocampo IR del campo (C dei numeri complessi.
5. n-PLE 27

Esempio 2.14. Se (A,+,-) è un anello con unità, allora il sottoinsieme {1,-1}, con
l 'operazione di prodotto indotta da A, è un gruppo.
Se A è tale che 1 + 1 = 0, allora 1 = -1 e quindi {-1,1} si riduce al gruppo banale {1}
costituito dalla sola unità di A.
Se, invece, 1 + 1 75 0, allora I'applicazione ƒ : Z2 = {0,I} A {1,-1}, definita da
ƒ(0) = 1 e ƒ(I) = -1 è un isomorfismo di (Z2,+) in ({1, -1},

Esempio 2.15. Sia I(A) I'insieme degli elementi invertibili (rispetto al prodotto) di un
anello unitario A.
Evidentemente 1 C I(A) e, per la Proposizione 2.3 Vw,y C I(A), w - y C I(A) e
w_1 C I(A). Ciò prova che (I(A), è un gruppo, detto il gruppo degli elementi invertibili
di A.
Si osservi che {-1,1} è un sottogruppo di I(A). Inoltre, se IR è un campo, allora
I(I<) = IK _ {o}.
Esempio 2.16. Sia IR il campo dei numeri reali, IR* = IR- {0} e IR+ = {a C IR | oz > 0}.
Evidentemente, (IR+, è un sottogruppo di (IR*,
Se a C IR+, a 75 1, indichiamo con expa :IR A IR* la funzione esponenziale che a w C IR
associa eXpa(w) = ax C IR*.
E noto che expa è una funzione (strettamente) crescente, dunque iniettiva, e che Im expa =
IR+. Inoltre, se w,y C IR, allora

@XI>..(w + v) = ax” = <1” ~ <1” = @XP..(w) -e><p..(y)-


Ciò prova che expa è un isomorfismo del gruppo additìvo (IR,+) dei numeri reali nel
gruppo moltiplicativo (IR+, dei numeri reali positivi.
L'isomorfismo inverso expgl è la funzione Iogaritmo loga : IR+ A IR.

5. n-ple

Sia IK un anello commutativo con unità (in particolare, un campo). Se n C N sia poi
IK" l°insieme delle n-ple di elementi di IK (si veda § 2 del Capitolo 1):
IK"'={a=(a1,...,a")|aZCIK,1§i§n}.

La somma definita su IK induce su IK" una “somma di n-ple”, definita come segue:
se a= (a1,...,a”'), b = (b1,...,b”') C IK", allora a+b =(a1 +b1,...,a"' +b").
Rispetto a tale somma, (Kn, +) è un gruppo abeliano.

Si osservi che l°elemento neutro è la “n-pla nulla” 0 = (0, 0, . . . , 0) e che la “n-pla


opposta” di a = (a1,. . . ,a'”') è -a = (-a1,. .. ,-an).

Si definisce anche una operazione di prodotto di un elemento di IK per una n-pla


- : IK >< IK" A IK"
28 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

ponendo:
Va C IK,Va= (a1,...,a") C IK", oi-a= (oia1,...,oia”').

Ad esempio, se IK = IR, n = 3, a = (1,1r,0), b = (3,0,-4), oi = allora:


a+b=(4,1r,-4) e \/2-a=(\/2,'rr\/2,0).

0 0 a ì 1 i 1 ¢
Q Defin1z1one 2.17. Siano al _ (a1,...,a'f),...,an, _ (am,...,afn) n-ple di
elementi di IK e siano À1,...,/\m elementi di IR. Diremo combinazione lineare di
al, - - - , an, con coefficienti À1, . . . , Xm la n-pla

/\1-(aì,...,a'f)+---+/\m-(aì,,,...,a,":,°,):A1-a1+---+/\m-an, C IK”

che sarà anche indicata con il simbolo


Tn

Ad esempio, in IR3, se

al = (1,3,0), ag = (0,1,1), a3 = (0,0,1), a4 = (1,7, -3)

1
›1=2, A2:-1, A3=š, A4=0
allora
1
A1~a1+,\2›a2+A3-a3+A4-A4=2-(1,s,0)+(-1)~(o,1,1)+š~(0,o,1)+o~(1,7,-3)=
1 1
= (2,6,0) + (O, -1, -1) + (0,0, 5) + (0,0,0) = (2,5, -5).

6. L°anel1o dei polinomi

Nel presente paragrafo, IK indicherà un campo. Ricordiamo inoltre che NO = N LJ

Una scrittura formale


É Clnlf/i
iCNo
con af, C IK per ogni i C NO, è detta polinomio nell'indeterminata t a coefiicienti in IK
se EI m C NO tale che, per ogni i 2 m, a, = 0. Per ogni i C NO, a,t'” è detto monomio
di grado i e af, è detto coefiìciente di grado i del polinomio.

Si noti che llindeterminata t è un simbolo astratto e non deve essere considerata un


elemento di IK.
6. L*ANELLO DEI POLINOMI 29

Indicheremo con K[t] l'insieme dei polinomi nella indeterminata t a coefiicienti in K.


Le operazioni di somma e prodotto di polinomi in K[t], sono definite come segue:

SQ p<t›-ga. qa)-2f›.r A KIA.


iCNo iCNO

p(t) + q(t) = ((11) = Z (ai + Ö¢)'fi;


fieno
PT'

p(t) - q(t) = s(t) = Z: cnt”,


kCNo
dove cn =
:M
=
Q È Ö' n_,¬.

La struttura (K[t], +, è un anello commutativo con unità lo zero di K[t] è il poli-


/Éo

nomio nullo 0, cioè il polinomio 2:,-GNU z,t'i, con z, = 0 per ogni i C NO; l”unità di
K[t] è il polinomio 1, cioè il polinomio Z,€N0 u,-ti con uO = 1 e ug- = 0, per ogni j 2 1).

Deflniamo inoltre un°operazione - : K >< K[t] A K[t], ponendo, V/\ C K e Vp(t) =


Z,i€NO Onltz É

A-pc) - Zu-«».>t:.
IGNQ

La definizione di combinazione lineare di polinomi è lasciata al lettore.

Q Definizione 2.18. Si dice grado gr(p(t)) di un polinomio non nullo p(t) =


23,5% a,-ti il massimo intero r 2 0 tale che a,. 75 0; a,. è detto coefiìciente principale
di p(t). Se il coefliciente principale è uguale a 1, il polinomio si dice monico.
Al polinomio nullo 0 si attribuisce, convenzionalmente, grado -1.
Per ogni r 2 -1, poniamo

KTIÉI = {P(t) E Klfl I gr(p(t)) S ""}-


Evidentemente K_1[t] =

P Osservazione 2.19. Sia Ip : K A K[t] I'applicazione che associa a ogni oz C K il


polinomio 2,€N0 u.,t'i definito ponendo uO = oi e, per ogni i 2 1, u,; = 0. Si verifica
facilmente che ip è un omomorfismo iniettivo dell'anello K nell'anello K[t] tale che
Imib = K0
Ciò consente di identificare, in maniera naturale, ogni oi C K con zb(a) C KO[t] e di
considerare quindi K come sottoanello di K[t]. Con tale identificazione, il prodotto di
un elemento cu C K per un polinomio q(t) C K[t] coincide con il prodotto del polinomio
oi C KO[t] per q(t).
P Osservazione 2.20. Per ogni j C NO, conveniamo di indicare semplicemente
con il simbolo ti il polinomio 2,€NO 1/,ti definito ponendo 1/3- = 1, e, per ogni i C
NO - {j}, 1/, = 0. Con tale convenzione, posto to = 1, tl = t e ricordata Posservazione
precedente, ogni polinomio
p(t) = Z a,-ti A Imi), † 2 o,
iCNo

è combinazione lineare degli r+1 polinomi 1, t, t2, . . . ,t7°, con coefiìcienti aO, a1, ag, . . .
a,¬ C K. Si ha cioè:
p(t) = aO + alt + a2t2 + - - - + anti”.
30 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

Ad esempio, I'espressione 1 + 2t + t3 - t4 rappresenta il polinomio


Z anti e z[1:],
iCNo

doveaO=1,a1=2,a2=0,a3=1,a4=-1e, perognij25,a_,-=0.
Se p(t) = 1 - 3t2, q(t) = -1 + 2t + 3t2 + 2t3 C Z[t], allora:
p(t) + q(t) = 21: + 21:3;
p(t) - q(t) = -1 + 21+ 61:2 _ 41:3 _ 91:4 _ 61:5;
7 - p(t) = 7 _ 2112.

I Proposizione 2.21. Se p(t), q(t) C K[t] e oz C K, allora:


(a) sr(P(f) + q(t)) < m<'1X{ gr(p(t)), sr(<I(t))};
(Ö) Se Of # 0, sr(0f -p(t)) = gr(p(t));
(c) se p(t) e q(t) sono entrambi non nulli, si ha:

sr(P(t) -q(t)) = gr(p(t)) + sr(<1(t))-


Le dimostrazioni sono semplici verifiche.
III

> Osservazione 2.22. Dalla Proposizione 2.21 (a) segue subito che K"[t] è un
sottogruppo del gruppo abeliano (K]t], +).
Inoltre, per la Proposizione 2.21 (b), se oi C K = K0[t] e q(t) C K”[t], allora
oi - q(t) C KI`]t].
In generale, però, se p(t), q(t) C KI`[t], con r 2 1, allora p(t) - q(t) C K2"°[t](si veda la
Proposizione 2.21 Dunque, per r 2 1, K"[t] non è un sottoanello di (K[t], +,
› Osservazione 2.23. (K[t], +, non è un campo. Infatti, se p(t) C K[t] ha grado
m 2 1, allora, qualunque sia il polinomio non nullo q(t), per la Proposizione 2.21 (c),
gr(p(t) - q(t)) 2 m e quindi p(t) - q(t) 75 1. Ciò prova che p(t) non è invertibile.

7. Algebre di Boole

Q Definizione 2.24. Si dice algebra di Boole una struttura algebrica (A, LJ, O), dove
A è un insieme contenente almeno due elementi e LJ,F) sono due operazioni binarie
interne su A (dette rispettivamente disgiunzione (o OR) e congiunzione (o AND))
che godono delle seguenti proprietà:
(i) LJ e F) sono commutative, cioè per ogni a, b C A si ha
aLJb=bLJa e aFìb=bF)a;
(ii) esistono in A un elemento neutro rispetto a LJ (indicato con 0) e un elemento
neutro rispetto a F) (indicato con 1), cioè per ogni a C A si ha
aLJO=a e aFì1=a;
7. ALGEBRE DI BOOLE 31

(iii) ciascuna delle due operazioni è distributiva rispetto all°altra, cioè per ogni
a, b, c C A, risulta
aLJ (bfì c) = (aUb)O (aLJc)
af) (bU c) = (aFìb)U (afìc)
(iv) Per ogni a C A esiste a' C A (detto complemento di a) tale che
aUa' = 1 e aFìa'=0.

Esempio 2.17. Sia A = {0,1} e siano U,Fì le operazioni binarie interne su A definite
dalle tabelle seguenti:
LIE; LIILIL
0 1 00
111 101
E immediato verificare che (A,U,F)) è una algebra di Boole, detta algebra di commuta-
zione o algebra a due valori.
Si noti che, considerando la corrispondenza di 0 (risp. 1) con Falso (risp. Vero) e dando
alle operazioni U,F) il significato logico di disgiunzione e congiunzione rispettivamente,
I'aIgebra di Boole a due valori rappresenta la cosiddetta logica proposizionale, e in tale am-
biente Ie tabelle sopra esposte sono dette Tabelle di verità; in questo caso, il complemento
di una proposizione logica coincide con la sua negazione.
La medesima algebra di Boole riveste un'importanza particolare anche nelle applicazioni,
ad esempio considerando i circuiti elettrici, dando a 0 (risp. 1) il significato di interruttore
spento (risp. interruttore acceso) e associando aII'operazione LJ (risp. O) un circuito con
interruttori in parallelo (risp. in serie).

Esempio 2.18. Per ogni insieme non vuoto X, indicando con 0 I'insieme Ø e con 1
I'insieme X stesso, e considerando le operazioni LJ e O come I'usuaIe unione e intersezione
insiemistica, la terna (§1i(X),LJ,Fì) risulta una algebra di Boole (avente come sostegno
I'insieme delle parti di X)3. Nel caso in cui X contenga un solo elemento, tale
algebra di Boole si identifica con I'aIgebra di Boole a due valori.

P Osservazione 2.25. Si noti che negli assiomi che definiscono le algebre di Boole
(Definizione 2.24) è possibile intercambiare le operazioni LJ e F) e gli elementi neutri
0 e 1 rimanendo all°interno del sistema di assiomi stesso. Ne segue che da ogni
affermazione vera su un”algebra di Boole A, espressa in termini di LJ, O, 0 e 1, se ne
può ottenere un°altra - detta duale della precedente -, pure vera su A, intercambiando
ovunque i simboli LJ e F) e i simboli 0 e 1. Tale proprietà è nota come Principio di
dualità.

3In realtà, si dimostra che ogni algebra di Boole finita (A, LJ, O) è isomorfa all'algebra di Boole
dei sottoinsiemi di un insieme X; da questo segue che la cardinalità di A è esattamente 2", dove n
è la cardinalità di X.
32 2. STRUTTURE ALGEBRICHE

I Proposizione 2.26. Sia (A,LJ,F)) un'algebra di Boole. Allora:


o VaCA, aLJa=a e aFìa=a
o VaCA, aLJ1=1 e aO0=0
o Va,bCA, aLJ(aF)b)=a e aFì(aUb)=a

Dimostrazione. Per il Principio di dualità (Osservazione 2.25), è sufficiente provare


soltanto la prima uguaglianza di ogni affermazione. Facendo uso opportunamente
degli assiomi delle algebre di Boole, si ha:
o aLJa= (aLJa)F)1 = (aUa)Fì(aUa =aU(aF)a') =aLJO=a;
o aLJ1=1F)(aU1)= (aUa')Fì(aU1 =aU(a'O1)=aLJa'=1;
o aLJ(aFìb)=(aFì1)U(aF)b)=aFì( I-*\_/\`, C Ö' )=aO1=a.
III

Analogamente, facendo uso degli assiomi delle algebre di Boole (Definizione 2.24)
e del Principio di dualità (Osservazione 2.25), uniti alle proprietà contenute nella
Proposizione 2.26, non è difficile provare le seguenti affermazioni:

I Proposizione 2.27. In ogni algebra di Boole (A,LJ,Fì), le operazioni U e F) sono


associative:
Va,b,cCA, (aUb)Uc=aU(bUc) e (aOb)Fìc=aO(bFìc).
Inoltre:
o Va C A, è unico l'elemento a' C A tale che aLJ a' = 1 e af) a' = 0;
o Va,bCA, (aLJb)'=a'Ob';
o Va C A, (a')' = a.

III

Q Definizione 2.28. Sia (A,LJ,Fì) una algebra di Boole. Si dice costante in A


ogni simbolo che indica un elemento specificato di A (ad esempio 0 e 1), mentre
si dice variabile in A ogni simbolo che rappresenta un elemento arbitario di A. Si
dice funzione booleana ogni espressione ottenuta a partire da un numero finito di
elementi di A, combinati mediante le operazioni LJ e F). Il numero di variabili di una
funzione booleana è il numero di variabili distinte che compaiono in essa, supponendo
di identificare ogni elemento con il suo complemento.

Tramite le proprietà dell°algebra di Boole è possibile semplificare espressioni booleane


complesse; in particolare, è possibile esprimere ogni funzione booleana come “unione
di intersezioni” contenenti tutte le variabili (forma canonica disgiuntiva) oppure come
“intersezione di unioni” contenenti tutte le variabili (forma canonica congiuntiva). Ciò
riveste una particolare importanza nel caso de11”algebra di Boole a due valori, per le
implicazioni alla semplificazione dei circuiti (elettrici o logici).
cAPIToLo 3

Matrici e determinanti

1. Matrici e loro operazioni

Q Definizione 3.1. Sia X un insieme e sia (m, n) una coppia di interi positivi. Si
dice matrice di tipo m >< n a coefiìcienti in X una applicazione A : Nn, >< Nn A X.
Se m = n, allora A è detta matrice quadrata di ordine n.

Indicheremo l°insieme delle matrici di tipo m >< n a coefficienti in X con il simbolo


./\/ln,><n(X Se m = n, l°insieme delle matrici quadrate di ordine n sarà indicato con
.A/ln(X), anziché con .A/ln><n(X).
Una generica matrice A di .A/ln,><n(X) è dunque completamente individuata dagli
m -n elementi A(i,j) C X, con i C Nn, e j C Nn. Per ogni (i,j) C Nn, >< Nn, porremo
A<1°,.1>- 13.0) , , , ,
Per ogni fissato i C Nm, la n-pla az = (ai, ag, . . . , af,”,) C X” sarà detta la i-esima riga
di A. Analogamente, per ogni fissato j C Nn, la m-pla aj = (a],a2, . . .,a§“) C Xm
sarà detta la j-esima colonna di A.
Se A C ./\/ln,Xn(X), scriveremo ancora:
al1 a21 an1

A: af ag af,

a'í”' ag” ... ag”

o anche, più semplicemente, A = (ag.-), qualora sia chiaro dal contesto il tipo di A.

Diremo ancora che aš è il generico elemento di A e che gli interi i e j sono rispetti-
vamente l 'indice di riga e l ”indice di colonna di ag-.
Le notazioni precedenti giustificano il termine di matrice con m righe e n colonne,
spesso usato per “matrice di tipo m >< n”.

Ad esempio, la matrice
A: 2 \/š -2
-1 4 0

1Scriveremo talvolta A(i,j) = ai, (anzichè A(i,j) = aši-).


34 3. MATRICI E DETERMINANTI

appartiene a ./\/12><3(IR); le sue due righe sono le terne al = (2, \/3, -2), a2 = (-1, 4,0) C
IR3, mentre le sue tre colonne sono le coppie al = (2, -1), ag = (\/3, 4), a3 = (-2,0) C
IR2.

Si osservi che ogni matrice di tipo 1 >< n (risp. m >< 1) si identifica con la n-pla (risp.
con la m-pla) costituita dalla sua unica riga (risp. colonna). Pertanto, l”insieme
./\/l1><n(X) (risp. .A/lm><1(X)) si identifica con X” (risp. con Xm).

Q Definizione 3.2. Si dice matrice trasposta di A = (aå-) C ./\/ln,><n(X) la matrice


tA = C .A/ln><n,(X), i cui elementi, per ogni h C Nn e k C Nn,, sono definiti come
segue:
bg = ali.

La matrice tA si ottiene dunque semplicemente considerando come colonne le righe di


A e viceversa. Si ha pertanto:
t(tA) : A

Ad esempio, la trasposta della matrice

A:(31 íš _02)e/\/12X3(1R.)
è la matrice
-1
tA=

( 1) ,saw
4 É/\/l3><2(lR).

Q Definizione 3.3. Una matrice quadrata A C ./\/ln(X) è detta simmetrica se tA = A.


In altre parole, A = (aš-) C .A/ln(X) è simmetrica se, per ogni i,j C Nn, aš- = ag.

L”insieme delle matrici simmetriche di ordine n su X sarà indicato con Sn (X

D'ora in poi, considereremo matrici a coefiìcienti in K, essendo (K, +, un campo.


Come di consueto, indicheremo con 0 e 1 lo zero e 1°unità di K.

Q Definizione 3.4. Date due matrici A = (aš), B = C ./\/ln,><n(K), si dice


matrice somma di A con B la matrice A + B = C .A/ln,><n(K), dove, per ogni
iCNn,ejCNn,siha:
i_ i i
ca-_aJ+b,.

Q Definizione 3.5. Dato un elemento oi C K e una matrice A = (aš) C .A/1n,><n(K),


si dice matrice prodotto di oi per A la matrice oi - A = 'L
C ./\/ln,><n(K), dove, per
ogni i C Nn, ej C Nn, si ha:
1'_
dt,-_oi 1
aj.
1. MATRICI E LORO OPERAZIONI 35

Ad esempio, date
2 -10 5 6-2

e 4 C IR, si ha:
2+5 _1+6 0-2 7 5 -2
A+f”`(3_4 v2+1 1+0)"(_1 ¢2+1 1 )
6
4A_ 1 40 __ s -4 0
_ 46 4– 44 " Q A5 4 '

P Osservazione 3.6. Le Definizioni 3.4 e 3.5 introducono rispettivamente un°ope-


razione binaria interna
'I' 3 ~^/lm><n(K) X ~^/lm><n(K) _) ~^/lm><n(K)
(A, B) IA A + B

e un°operazione

(a,A) IA oi - A.

Il concetto di combinazione lineare di matrici appartenenti a ./\/1n,><n(K), in analogia


con la Definizione 2.17, si ottiene applicando più volte le operazioni precedenti.

Si noti poi che, nel caso particolare delle matrici riga (risp. colonna), tali operazioni
coincidono con quelle già introdotte nel § 5 del Capitolo 2, identificando .A/l1><n(K)
(risp. .A/ln,><1(K)) con K” (risp. con Km).

I Proposizione 3.7. La struttura algebrica (./\/lm><n(K),+) è un gruppo abeliano.


Valgono inoltre, per ogni oi, ß C K e per ogni A, B C ./\/ln,><n(K), le seguenti proprietà:
(fi) (@+ß)-A=(<>«A)+(ß-A)›°
(m (A+By=@¬®+n»By
:
Éšã ›-sas: Q;/-\ =A.

Dimostrazione. una semplice verifica.


Si noti comunque che l°elemento neutro rispetto alla somma è la “matrice nulla”
0 C ./\/ln,><n(K) avente tutti gli elementi uguali a 0, mentre l”opposta di A = (ag-) è la
matrice -A = (-ag).
I:l

Introdurremo ora una operazione di prodotto tra matrici che, assieme alla somma,
darà alllinsieme delle matrici quadrate di ordine fissato una struttura di anello con
unüà.
36 3. MATRICI E DETERMINANTI

Deflniamo innanzitutto prodotto naturale di due n-ple a = (a1, . . . , an), b = (bl, . . . ,


bn) C K” l°elemento
TL

(a, b) = 2 anbn C K.
1<1=1

Ad esempio, date
1
1-1: (3,_1,§), b=(1,0,\/2)e1ia3,
siha
1 2
(a,b)=3-1+(-1)-0+§-\/2=3+g.

Q Definizione 3.8. Una coppia (A, B) di matrici a coefficienti in K è detta confor-


mabile se il numero delle colonne di A è uguale al numero delle righe di B .

Q Definizione 3.9. Data una coppia conformabile (A, B), con A = (aiç) C ./\/1n,><n(K)
e B = C .A/ln><p(K), si dice prodotto (righe per colonne) di A per B la matrice
A- B = C .A/ln,><p(K), il cui generico elemento cš- è il prodotto naturale della
i-esima riga az di A per la j-esima colonna bj di B .
In altre parole, per ogni i C Nn, e j C NP, si ha:
T1»

cš- = (ai,bj) = Zaìbç.


k:=1

Ad esem pio, se
1
A( lo 1-›§ )eM3,.2(1ii) A B=(â 2 É š)eM2,.4(n),
0 oo

allora la coppia (A,B) è conformabile e si ha:

(311 bi) 1132 (a11b3) (a11b4)


A ° B I (a2,b1 2, bg (32, b3) (32, b4) I

(331 bi) 132


1-* 90° (H3, bs) (H3, b4)
3 l\D 5666 2
: 6 5 4 € M3X4(IR)

È +
V oo È
O0
›-› \/\/\/ È

La coppia (B,A) non è invece conformabile.

P Osservazione 3.10. La conformabilità di (A,B) non implica, in generale, la


conformabilità di (B,A). In effetti, se A C .A/ln,><n(K) e B C .A/lnxs, allora (A,B) è
conformabile se e solo se n = r, mentre (B,A) è conformabile se e solo se s = m.
1. MATRICI E LORO OPERAZIONI 37

In ogni caso, anche se (A, B) e (B,A) sono entrambe coppie conformabili, si ha, in
generale, A- B 75 B - A.

:ir < ›< › < > Oi-› OO

( )( )=( )
©© OI-*
OO

©›-*
O1-1

CC
OO

©©
Oi-›

CDCD

I Proposizione 3.11. Se (A,B) e (B,C) sono coppie conƒormabili, allora anche


(A - B, C) e (A,B - C) sono coppie conƒormabili e si ha:
(A-B)-C=A-(B-C).

Dimostrazione. Supponiamo A C .A/lm><n(K), B C .A/ln><p(K), C C .A/lp><q(K); allora


A'B€MmXp,

e dunque la prima parte della proposizione risulta evidente.


Inoltre, se A = (aš), B = (bi), C = (cz), il generico elemento si, di (A - B) - C sarà
3

sig-
. i

M-
D' I-A K). I-5
. J*

ašbh) ck,
h

mentre il generico elemento ti, di A - (B - C) sarà


P
tic = M-
A I-3
Q
Q,®.
Zbf, cz) .
3' =1

Utilizzando la distributività del prodotto rispetto alla somma in K si prova che sl: = ti,
e dunque la proposizione risulta completamente dimostrata.
III

I Proposizione 3.12. Se (A, B) (risp. (B, A)) é una coppia conformabile e C é una
matrice dello stesso tipo di B, anche (A, C) e (A, B + C) (risp. (C, A) e (B + C, A))
sono coppie conƒormabili e si ha:
A-(B+C)=(A-B)+(A-C)
(risp. (B+C)-A=(B-A)+(C-A)).

Dimostrazione. una semplice verifica (il cui procedimento risulta del tutto analogo
a quello della Proposizione 3.11).
III

Risultano inoltre di immediata verifica le seguenti proprietà relative alle matrici


trasposte.
38 3. MATRICI E DETERMINANTI

I Proposizione 3.13.
<a> 'f<A+B> = 21+ ÉB;
(Ö) t(0f°/1): 01° 54;
(c) se (A,B) è una coppia conformabile, allora anche (tB,tA) è una coppia
conformabile e si ha:

t(A.B) = tB- '34.


l:|

2. L°anello delle matrici quadrate

Sia l°insieme delle matrici quadrate di ordine n a coeflicienti nel campo K.

Q Definizione 3.14. Si dice diagonale principale (risp. secondaria) di una matrice


quadrata A = (aš) E ./\/ln(]K) la n-pla (aì, aš, . . . , ag) (risp. la n-pla (a},,aš,_1,. . . ,a'f))

Ad esempio, nella matrice


3 4 -1
0 1 8 e/\/13(R),
5 2 0
la diagonale principale è la terna (3,1,0), mentre la diagonale secondaria è la terna
(-1,1,5).

Q Definizione 3.15. Una matrice quadrata A = (aš) € è detta matrice


diagonale se
(G2 #0) => (i =j)-
In altre parole, A è diagonale se gli unici elementi eventualmente non nulli di A
appartengono alla sua diagonale principale.

Risulta utile, ai fini notazionali, introdurre i seguenti simboli 5;- (indicati anche con
(W o con 5,]-), noti come simboli di K1^oneckei“2, definiti, per ogni i € Nm e per ogni
j€Nn,da:
6,: O seiçéj
-7 1 sei=j
essendo, come d'uso, 0 e 1 gli elementi neutri rispettivamente della somma e del
prodotto in K.
Si dice matrice identica di ordine n su K la matrice In _ € ./\/ln(]K), cioè la
matrice diagonale di ordine n avente ogni elemento della diagonale principale uguale
a 1.

2Leopold Kfroneckerz matematico tedesco (Liegnitz, 1823 - Berlino, 1891).


2. L°ANELLO DELLE MATRICI QUADRATE 39

Q Definizione 3.16. Una matrice quadrata A = (aš) € si dice triangolare


alta (risp. bassa) se:

mf; † 0) =» (i 5 1) (asp. <2' 2 1)).


In altri termini, A è triangolare alta (risp. bassa) se tutti gli elementi “al di sotto”
(risp. “al di sopra”) della sua diagonale principale sono nulli.
Evidentemente, se A è triangolare alta, allora tA è triangolare bassa e viceversa.

Ad esempio, la matrice
3
A = 0 1 â
0 OO CD
l\D

è triangolare alta, mentre la matrice


3
tA: 0
OO
2 äi-*O 0
è triangolare bassa.

Una matrice diagonale è contemporaneamente triangolare alta e bassa: così né A né tA


sono, in questo esempio, matrici diagonalì, mentre è diagonale la matrice
3 0 0
O 1 0 .
O 0 O

Si osservi che tutte le coppie di matrici di risultano conformabili. In altri


termini, il prodotto tra matrici è una operazione binaria interna su
Si ha inoltre:

I Proposizione 3.17. La struttura (./\/ln(K),+,-) è un anello, avente la matrice


identica In quale unita moltiplicativa.

Dimostrazione. una semplice verifica (si vedano anche le Proposizioni 3.11, 3.12).
III

P Osservazione 3.18. Si noti che ./\/l1(]K) è identificabile con K e che, se n > 1,


l 'anello non è commutativo.

Inoltre, se n > 1, nell 'anello non 'vale la legge di annullamento del prodotto:
una coppia di divisori dello zero in ./\/l2(]K) è, ad esempio,

CDC Oi-* Oi-* ©©


/"_\. /'È ;_/ /_\` ;_/ ;__/

Infine, se n > 1, esistono in matrici non nulle che non ammettono inversa.
40 3. MATRICI E DETERMINANTI

Ad esempio, la matrice

A _ ( O1 00 5 e /\/l2(]1<)
non è invertibile. Infatti, se
a b

è una generica matrice di


XA ( C d )
allora

,rx _ ( a0 0b )
non può mai essere la matrice identica Ig di

Le matrici di invertibili rispetto al prodotto sono dette regolari. L”insieme


delle matrici regolari di ./\/l»,,,(]K) si indica con il simbolo GLT,
Si osservi che, come caso particolare della Proposizione 2.3 se A, B € GL,,,(]K),
allora anche A- B E GLn(]K) e si ha (A - B)_1 = B_1-A_1.
Si ha pertanto:

I Teorema 3.19. La struttura algebrica ( GLn(]K), è un gruppo (non abeliano per


n > 1) detto “gruppo lineare di ordine n su IK”.
|:l

I Proposizione 3.20. Se A E GLn(]K), allora anche tA € GLn(]K) e si ha:

GA)-1= t<A=1>»
Dimostrazione. Si ha infatti (Proposizione 3.13 (c)):
'24. *(A-1) = f(/1-1 +1) = *I = I e t(A-1). fA = t(A.A-1) = U = I.
El

Q Definizione 3.21. Una matrice regolare A si dice ortogonale se A_1 = IA.

L”insieme delle matrici ortogonali di ordine n su K sara indicato con On

I Proposizione 3.22. (9,,»,(]K) è un sottogruppo del gruppo lineare ( GLn(]K),

Dimostrazione. Innanzitutto, osserviamo che la matrice identica In è banalmente


ortogonale. Inoltre, ricordando la Proposizione 3.13 (c), si ha, per ogni A, B € On
(AB)-1 = B-1 .A-1 = ts*/1 = t(A.B),
(/1`1)`1 = A = TA) = t(/1`1)~
El

Il gruppo ((9n(]K), è detto gruppo ortogonale di ordine n su K.


3. MATRICI RIDOTTE E TRASFORMAZIONI ELEMENTARI 41

Proveremo in seguito (Proposizione 3.46) una importante caratterizzazione delle ma-


trici ortogonali.

Esempio 3.1. ll gruppo ortogonale (91(]K) è costituito dalle matrici (1) e (-1).

Esempio 3.2. Analizziamo il gruppo ortogonale (')2(]R). Se


b
A=(fjd)€M2<1P<›.
si ha A € (92(]R) se e solo se
a c . a b _ a b _ a c _ 1 O
b d c d _ c d b d _ O 1 °
cioè se e solo se va gono le seguenti uguaglianze:
(I) a2+c2=1 (I') a2+b2=1
(II) b2 + d2 = 1 (II') C2 + d2 = 1
(III) ab + cd = 0 (Hr) ac + bd = 0.
Come è noto, condizione necessaria e sufficiente affinché, nel campo R, valga (I) (risp.
(II)) è che esista uno e un solo cp E [0, 21r[ (risp. ib € [0, 27r[) tale che:
a = coscp _ b = cosib
{c=sengo (risp { d=sen1b
Sostituendo tali espressioni in (III) si ottiene
cosgo-cos1b+sengo~sen1b = cos(go-ib) = O,
da cui go - ib = vr/2 oppure go - ib = 31r/2. Poiché, per tali valori, anche (I'), (II'),
(III') risultano soddisfatte, si conclude che:

<ø2<R>»{(,e,,,,
_
cow )a@@ei0,2†fi}U{(S,,,,,,
cosgo -sengo coscp
_COS,,)|l›e10,2«1}.
sencp

3. Matrici ridotte e trasformazioni elementari

Il presente paragrafo si rivelerà. di notevole importanza nel successivo § 6 e, soprat-


tutto, nel Capitolo 6.

Q Definizione 3.23. Una matrice A = (aš-) € ./\/ln,,><n(]K) si dice ridotta a gradini


(per riga) o anche, più semplicemente, ridotta se esiste un intero h, O S h S m, tale
che:
(1) se 1 S r S h, la r-esima riga af di A contiene un elemento açr 75 0 (jr € Nn),
mentre tutti i suoi elementi ag aventi indice di colonna j < jr sono nulli;
inoltre si ha j1 < jg < < jn;
(2) se h + 1 S r S m, la r-esima riga af di A è nulla.
42 3. MATRICI E DETERMINANTI

Gli elementi açr, r € Nn, sono detti elementi speciali o pivot di A, mentre l°intero h
è detto rango di A.
Si osservi che se h = 0, A è necessariamente la matrice nulla.
Inoltre, la matrice ridotta A si dice completamente ridotta se:
(3) per ogni r € Nn, ag? = 1 e, per ogni i € Nn, - {r}, ašr = 0.
Si osservi che le condizioni (1) e (2) implicano che:

Vr E Nn, se r < i S m, allora a;-T = 0,

cioè che ogni elemento speciale è l'ultimo elemento non nullo della colonna cui appar-
tiene. Pertanto, una matrice quadrata ridotta è sempre triangolare alta.

Si osservi che la condizione (3) equivale a richiedere che ogni pivot sia uguale a 1 e
costituisca l”unico elemento non nullo della colonna cui appartiene.
Pertanto l 'unica matrice quadrata di ordine n completamente ridotta di rango n è la
matrice identica In.

Ad esempio, se

-1
3
A_ 2 7 B_ 3

©©©I-I ©©©© ©©©[\D ©©l-*O0 0 ©©©l-\ ©©©O0 ©©©›-lš ©©l-*G ©l-*GG

1 3 4 1 O 0
C = 0 5 6 , D = 0 O 0 ,
0 0 -1 0 O 1
allora:
A è ridotta, ma non completamente ridotta;
B è completamente ridotta;
C è quadrata ridotta (e dunque triangolare alta), ma non completamente ridotta;
D non è ridotta, ma risulta triangolare alta (anzi, addirittura diagonale).

Q Definizione 3.24. Si definiscono trasformazioni elementari (di riga) le seguenti


modifiche sulle righe di una matrice A E ./\/l,n><n(]K):
T1: scambiare tra loro due differenti righe [af <-› aj);
T2: sommare a una riga una differente riga moltiplicata per un elemento di K
[az <- al +04 - a-7];
T3: moltiplicare una riga per un elemento non nullo di K [az <- a - al).

Si noti che l”applicazione iterata della trasformazione elementare T2 alla stessa riga
produce la seguente trasformazione:
T5: sommare a una riga una combinazione lineare di righe differenti [al <-
'
al _|_ í:l7éi (Ila
l
3. MATRICI RIDOTTE E TRASFORMAZIONI ELEMENTARI 43

I Teorema 3.25. Ogni matrice A E ./\/lm><n(lK) è trasƒormabile in una matrice ri-


dotta (risp. completamente ridotta) mediante una successione finita di trasformazioni
elementari T1 e T2 (risp. T1, T2 e T3).
Dimostrazione. Supponiamo che la colonna di indice j1 in A sia la prima contenente
almeno un elemento non nullo; mediante la trasformazione T1 è possibile permutare
le righe in modo che tale elemento compaia nella prima riga.
Supponiamo dunque ašl 75 0; per ogni indice di riga i > 1, si applichi la seguente
trasformazione elementare T2:

[az <- al + of - al), essendo of = -ag-1-(ajl-1) 1.


Nella matrice A1 così ottenuta, i cui elementi, per comodità di notazione, saranno
ancora indicati coi simboli aj;-, le prime j1 - 1 colonne sono tuttora nulle e inoltre, per
ogni i > 1, at;-1 = 0.
Si ripeta allora il procedimento sulla matrice ottenuta da A1 sopprimendo la sua
prima riga, osservando che, in tale matrice, la prima eventuale colonna avente almeno
un elemento non nullo ha indice j2 > j1.
Ripetendo induttivamente tale procedimento si perviene dunque a una matrice ridotta
An_1 = B = siano bš1,. . .,bš7”h i suoi pivot.
Si applichino a B, inizialmente per lc = 2 e poi per ogni lc fino a h, le seguenti
trasformazioni elementari T2:

[bl <- bl + o¢'kbk], con am = -bšk ~ (b§k)_1, per ogni i E Nn_1.


In tal modo si perviene a una matrice ridotta C i cui pivot sono gli unici elementi
non nulli delle rispettive colonne.
Moltiplicando la riga k-esima, per ogni lc € Nn, per l°inverso del pivot in essa contenu-
to (e, dunque, applicando a ogni riga una trasformazione elementare T3), si perviene
a una matrice completamente ridotta D.
III

P Osservazione 3.26. In realtà., è possibile trasformare ogni matrice A E ./\/lm><n(]K)


in una matrice ridotta anche mediante una successione finita di sole trasformazioni
elementari T2: infatti, se la colonna di indice j1 di A (o di qualunque matrice su cui si
applica il passo induttivo del procedimento descritto nella dimostrazione del Teorema
3.25) è la prima a contenere almeno un elemento non nullo, ma tale elemento compare
sulla riga /c-esima, con k 75 1, allora applicando la trasformazione elementare T2 :
[al <- al + ak] si ottiene una nuova matrice in cui il primo elemento della colonna
di indice j1 è diverso da zero, senza utilizzare trasformazioni elementari T1. Si noti
però che, in generale, il numero di trasformazioni elementari necessario per ottenere
una matrice ridotta utilizzando solo trasformazioni elementari T2 è maggiore di quello
necessario se si utilizzano trasformazioni elementari T1 e T2.
44 3. MATRICI E DETERMINANTI

Esempio 3.3. Applichiamo il procedimento indicato nella dimostrazione del Teorema


3.25 alla matrice

O00 GOD
/l= _2 4 É./\/l4(lR).

l\Dl\D›-*O 2-2 O›l>l\Z› -1

Nella prima colonna di A si ha aì = 0, mentre ai = 1 75 0; applichiamo quindi ad A una


trasformazione elementare T1 scambiando fra loro la prima e la seconda riga.
Partendo dalla matrice A così ottenuta, attraverso la seguente successione di trasfor-
mazioni elementari T2, si perviene alle matrici ridotte B e C' (secondo le notazioni della
dimostrazione del Teorema 3.25):

r a3 <- a3 - 2a1 ¬
COO G00 r-*RD
Â: › A = -›
›-ÀOOO
_ a4 <- a4 - 2a1 1 _2 _2 0
\ l\Dl\D©›-* IOLQOOG -2 ©›-lši-*NJ
\¢J
©©©›-* 2 -8 -4 )

a3(-a3+%a2 3 2 a4<-a4-4a3
G l-*
> A2 = _2 2/3 > A3 =
E14 (_a4 _ gag
OOO›-› ©©O0© -8 -14/3

_ B _\f É
-2 È ¬
2/3 a1(_a1+ša3 >\f 82 2/3
É ¬ _*
©©©l-l CCCJQC 0 -22/3/ ©©©l-\ ©©C›0© úo -22/3/
al <-al + %a4

a2<-a2+%a4
0 0
› C:
G 0
a3 <- a3 + åall
-2 0
©©©l-\ CCCDG 0 -22/3
Applicando le seguenti trasformazioni elementari T3 su C si giunge infine a una matrice
completamente ridotta D

a2 <- ša2
a3<--ša3
C › D:
a4<--%a4
OGGI-\ ©©l-*C GI-*GG I-*GGG

È evidente che tutte le considerazioni del presente paragrafo continuano a valere


scambiando il ruolo delle righe con quello delle colonne. In particolare, è possibile
4. PERMUTAZIONI 45

introdurre le nozioni di matrice (completamente) ridotta per colonna e di trasforma-


zioni elementari di colonna; per esse vale un risultato analogo al Teorema 3.25. Si
noti inoltre che una matrice quadrata ridotta per colonna è sempre triangolare bassa.

4. Permutazioni

Q Definizione 3.27. Sia n un numero naturale. Diremo permutazione o sostituzione


su n oggetti ogni applicazione biunivoca p : Nn -> Nn.

Indicheremo con Sn (anziché con €5(Nn), come nell°Esempio 2.6) l”insieme delle per-
mutazioni su n oggetti.

Si osservi che, come caso particolare dell°Esempio 2.6 bis, la struttura algebrica (Sn, o)
è un gruppo, non abeliano se n 2 3.

Ogni permutazione p E Sn si rappresenta usualmente, in modo esplicito, come


n-pla (p1,p2, . . . , pn) di elementi distinti di Nn, dove pz- = indica l°immagine
dell°elemento i E Nn, mediante p.

Q Definizione 3.28. Per ogni n E N, indicheremo con il simbolo nl (che si legge n


fattoriale) il prodotto dei primi n numeri naturali. Cioè
n!=n.(n_1).....2.1

Porremo poi, convenzionalmente, 0! = 1.

I Teorema 3.29. Il numero delle permutazioni su n oggetti (n 2 1) è nl.

Dimostrazione. Applichiamo il Principio d°induzione (pag. 8).


Per n _ 1, il numero delle permutazioni di €51 è evidentemente ll = 1.
Supponiamo quindi che, per n E N, n 2 2, il numero delle permutazioni di €5n_1 sia
(n - 1)! e proviamo che il numero delle permutazioni di Sn è nl.
A tale scopo, osserviamo che, per ogni fissato lc € Nn, l°insieme

I(k):{p:(p1a---›pn)€ Sn lpk :77›}

è in corrispondenza biunivoca (e quindi equipotente) con G 1. Quindi il numero di


elementi di I(/c) è (n - 1)l.
Poiché
€5n=I(1)LJI(2)LJ---LJI(n)
ed essendo tali insiemi a due a due disgiunti, si può concludere che il numero di ele-
menti di Sn è effettivamente n - (n - 1)l, cioè nl.
l:|

Q Definizione 3.30. Sia p € Sn e I; = {(i,j) € Nn >< Nn | i < j}. Una coppia


(i,j) € I,f è detta in inversione rispetto a p se > p(j).
Il numero delle coppie in inversione rispetto a p sarà, indicato con ,a(p).
46 3. MATRICI E DETERMINANTI

Q Definizione 3.31. Fissato un campo IK e una permutazione p G Sn, si dice segno


di p (in K) l°elemento signp = (-1)“(p) G {1, -1} Q K. 3

Sia, ad esempio, p = (6,8, 1, 7, 5,3,4, 2) G €58; I'insieme delle coppie in inversione di p è:

{(1›3)› (1›5)› (1›6)› (1›7)› (1›8)› (2›3)› (2›4)› (2›5)› (2›6)› (2›7)› (18),
(4, 5), (4, 6), (4, 7), (4, 8), (5,6), (5,7), (5,8), (6,8), (7,
Pertanto si ha ,a(p) = 20, signp = (-1)2O = 1.

Q Definizione 3.32. Una permutazione t = tn,n G Sn (n 2 2) è detta trasposizione


o scambio (di indici h,/c G Nn, h yé lc) se t(h) = lc, t(k) = h e = i, per ogni
i G Nn - {h, In altre parole, tn,n “scambia tra loro h e lc” lasciando fissi tutti gli
altri elementi di Nn.

I Proposizione 3.33. (a) Se Idn indica la permutazione identica di (5n, allora


sign Idn = 1.
(b) Se p G Sn è una qualsiasi permutazione e t G Sn è una qualsiasi trasposizione,
allora sign (p o t) = - signp. In particolare, si ha signt = -1.
Dimostrazione. (a) Basta osservare che Idn non ha coppie in inversione.
(b) Proviamo direttamente che sign (pot) = - sign p. Ponendo poi p = Id n, si ottiene,
come caso particolare, che
signt = sign(Idnot) = -sign Idn = -1.
Supponiamo dapprima t = tn,,~+1, con r G Nn 1. In tal caso, se

p :(p1›- - - ›pr›pr+1› - - - ›pn)›

allora
po tr,r+1 :(p1›~ - ° ›pr+1›pr› - - - ›pn)-

Sia (i, j) G I,f: si attribuisce segno +1 o -1 alla coppia (i, j), a seconda che essa sia
o no in inversione.
Nel passaggio da p a pot,.,,.+1, ci sono un numero dispari di coppie che cambiano segno:
infatti, oltre alla coppia (r, r+ 1), cambiano segno, per ogni i < r (risp. i > r+ 1) tale
che min{p(r),p(r + 1)} < < maX{p(r),p(r + 1)}, tutte le coppie (i, r), (i, r + 1)
(risp. (r,i), (r + 1,i)). Quindi
,a(p o tn,,.+1) = ,a(p) :l: 1 e sign (p o t,,.,,,.+1) = - signp.
Se ora t = tn,n, con h < lc, si ha:
ih,/Q = íh,,h+1 0 íh,+1,h+2 0 ' -' 015/Q-2,/2-1 0 ik-1,/f 0 ik-2,k-1 0 ' ' ' 0 Éh+1,h,+2 0 Éh,h,+1-
Quindi
Sign (P 0 m,n) = (-1)2('“""1)+1 - signp = - signp-
El

3Si osservi che signp vale 1 G K, se ,a(p) è pari, mentre vale -1 G K, se ,a(p) è dispari. Nel caso
particolare in cui il campo K abbia caratteristica due, poi, si ha ovviamente sign p = 1 G K, Vp G Gn.
4. PERMUTAZIONI 47

I Teorema 3.34. Ogni permutazione p G Sn (n > 2) è prodotto di trasposizioni.


Se p G Sn è prodotto di m trasposizioni, allora signp = (-1)m. Quindi, se p è
esprimibile sia come prodotto di r trasposizioni che come prodotto di s trasposizioni,
allora r e s sono entrambi pari (se signp = 1) oppure entrambi dispari (se signp =
-1
Dimostrazione. Sia p _ (p1, . . . ,pn) G Sn. Dal momento che, data comunque una
trasposizione tm' G Sn, si ha tm- o tm- = Idn, possiamo supporre p 75 Idn. Sia allora
h1 il minimo intero per cui pn, 75 h1 (1 § h1 § n- 1). Se h1 = n- 1, allorap = tn_1,n
è una trasposizione e il risultato è banalmente vero.
Se, invece, h1 < n - 1, sia /c1 l'intero tale che pn, = h1 (h1 + 1 S /41 S Allora la
permutazione p' = p o tnhnl è tale che pg = i, per 1 § i § h1.
Un numero finito di passi analoghi prova che esistono (h1, 1:1), . . . , (h,n, km) G I,f, tali
che
po thlakl O . I I O 1 Idn'

Ciò implica che


= Y5hm,1¢,,, 0 ° ° ° 0 th1,1«1-
Per la Proposizione 3.33 "êfi ) e per il punto del presente Teorema, si ha che
sign p = 1 (risp. sign p _ -1) se e solo se p è prodotto di un numero pari (ri-
sp. dispari) di trasposizioni. Ciò prova che, se p può essere espresso come prodotto
sia di r trasposizioni che di s trasposizioni, allora r e s hanno la stessa parità e
(_1)"` = (-1)S = Signn
III

Se, ad esempio, p è ancora la permutazione (6,8, 1, 7, 5,3,4, 2) G C58, allora, procedendo


come nella precedente dimostrazione, si ha:
h1:1,l<I1: pOÉ1,3:(1,8,6,7,5,3,4,2)
li2 = 2,1412 = p o t1,3 o t2,8 = (1, 2, 6, 7, 5,3,4, 8)
hg, = 3,1413 = pot1,3 ot2,8ot3,6 = (1,2,3,7,5,6,4, 8)
li4 = 4,1414 = 9P95*?
il pot1,3ot2,8ot3,6ot4,7 = Idg.
Si ha allora
P = 1f4,7 0 153,6 0152,23 0 í1,3-
Si osservi che è anche possibile ottenere p come segue:

P = 156,7 0121,? 0 151,4 0 153,4 0 í4,6 0152,8-


Questo conferma che signp = (-1)4 = (-1)6 = 1.

I Corollario 3.35. Se p,q G Sn, allora:


(i) Sign (P S q) = (Signp) ~ (Sign <1)-
(ii) signp = s1gn(p_1).
Dimostrazione. Se p è esprimibile come prodotto di r trasposizioni e q come
prodotto di s trasposizioni, allora p o q è prodotto di r + s trasposizioni. Quindi

Sign (PS2) = (-1)”"+S = (-1)? ( ) = Signp- Signa


48 3. MATRICI E DETERMINANTI

Da pop_1 = Idn segue

1 = Sign(Idn) = Sign (POIT1) = Signp- Sign (V1),


che prova l°asserto.
l:|

5. Determinante di una matrice quadrata

Sia K un campo e sia l'insieme delle matrici quadrate di ordine n a coefficienti


in K.

Q Definizione 3.36. Se A = (aš-) G ./\/ln(]K), si dice determinante di A, e si indica


con det A o con |A|, l”elemento

Z signp' “11›<1› ' “f›<2› ' ' " ' “im € K›


pG6n

dove sign p indica il segno della permutazione p in K.

La definizione 3.36 introduce dunque una applicazione det : -> K.

Si osservi che, prescindendo dal segno, il determinante di A è la somma di tutti i


prodotti ottenibili estraendo n elementi da A in modo che tra essi figuri un solo
elemento di ciascuna riga e ciascuna colonna.

Esempio 3.4.
(a) Se n = 1, allora A = (a) e dunque detA = a.
(b) Se n = 2, poiché €52 contiene due soli elementi (l'identità Id2 e la trasposizione
t1,2), si ha:
detA = ai -ag - aš-aš.
In altri termini, il determinante di una matrice quadrata di ordine due si ottiene
sottraendo dal prodotto degli elementi della diagonale principale il prodotto degli
elementi della diagonale secondaria.
Ad esempio, se A = ( _11 â allora detA = 1-7- = 10.

(c) S e n = 3 , si h a
C53 = {Id3 = (1,2,3), (2,3, 1), (3, 1,2), (3,2, 1), (1,3, 2), (2, 1,3)}
dove le prime tre permutazioni sono di classe pari mentre le ultime tre sono di
classe dispari.
Pertanto si ha:
det A = aìašaš + ašašaã' + ašaìaš - ašašaã' - aìašaš - ašaäaš.
Si usa spesso, per ricordare i sei addendi dei determinanti di ordine tre, la
seguente regola di Sarrus4: costruita la matrice A' aggiungendo alla destra di A

4Pierre-Frédéric Sarrus: matematico francese (St. Affrique, 1798-1861).


5. DETERMINANTE DI UNA MATRICE QUADRATA 49

le prime due colonne di A stessa, il determinante di A si ottiene come somma


algebrica dei prodotti degli elementi della diagonale principale di A e delle sue
due parallele in A' (col segno positivo) e dei prodotti della diagonale secondaria
di A e delle sue due parallele in A' (col segno negativo), così come indicato nel
seguente schema:

aì aš aš aì aå
\ X X /
A' = af ag aš aä ag
/ X X \
\ af; ag ag ag ag )
/ / / \ \ \
- - - + + +
3 O 2 3 0 2 3 0
Ad esempio,seA= -1 2 3 ,allora A'= -1 2 3 -1 2
1 5 0 1 5 O 1 5
equindi:
detA=3-2-0-l-0-3-1 -2-2-1-3-3-5-0-(1)-0:
=0+0-10-4-45-0:-59.

I Proposizione 3.37. Per ogni A G ./\/ln(]K), si ha:


det A = det(tA).

Dimostrazione. Basta provare che, per ogni A = (aš-) G ./\/ln(lK), si ha:

detA = 2 signp-af(1)-agg) -----af,(").


pG6n

Il risultato si ottiene essenzialmente dalla commutatività del prodotto in IK, riordi-


nando gli elementi di ogni addendo di det A per colonna, anziché per riga.
l:|

Esaminiamo ora alcune notevoli proprietà del determinante di una matrice A G


/\/ln(]K).
Con il termine linea intenderemo indifferentemente una riga o una colonna di A;
qualora una stessa proprietà coinvolga più linee, intenderemo che queste siano con-
temporaneamente tutte righe o tutte colonne.
Dimostreremo tali proprietà relativamente alle righe; la validità delle analoghe pro-
prietà relative alla colonne è immediata conseguenza della Proposizione 3.37.

Proprietà I. Se A G contiene una linea nulla, allora det A = 0.

Dimostrazione. Se A = (ag) ha la /<1-esima riga nulla, allora, per ogni j G Nn, ag? = 0.
Dunque ogni addendo nello sviluppo di det A è nullo.
l:|
50 3. MATRICI E DETERMINANTI

Proprietà II.5 Se B è la matrice ottenuta scambiando tra loro due linee della matrice
A G (cioè mediante una trasformazione elementare T1 di riga o di colonna),
si ha:
detB = - det A.
Dimostrazione. Supponiamo che B si ottenga da A = (agi-) scambiando la sua /i-esima
riga con la lc-esima (h < Si ha pertanto, posto B = (bš), per ognij G Nn, bg? = agi,
bg? = ag' e, per ogni i G Nn - {h,k}, bš = aš.
Allora, ricordando che, se p G Sn, signp = - sign (po tn,n) (Proposizione 3.33 (b)), e
osservando che {p' = p o tn,n |p G Sn) = Sn, si ha:
_
detB_ E - h k n
S1gnp.b%)(1).....bp(h).....bp(k).....bp(n) _
_

pG6n

_
_ E - 1 k: h n
S1gnp.ap(1).....ap(h).....ap(k).....ap(n) _
_

pG6n

_
_ E - 1 h le n
S1gnp.ap(1).....ap(k).....ap(h).....ap(n) _
_

pG6n

_ E : - 1 h le n _
_ (_ S1gn(p O th›k)) i aP°ih,k(1). i i I I aP°th,k(h) I I I I I aP015h,k(k) I I I I I aP0th,k("«) _
pG6n

: _ E Signp'.aI]5/(1) .....aZI:,(k) :

nêôn
III

Proprietà III. Se A G ./\/ln(]K) contiene due linee uguali, allora det A = O.

Dimostrazione. Scambiando le due linee uguali, si riottiene la matrice A: per la Pro-


prietà II si ha quindi det A = - det A. Nel caso in cui il campo K abbia caratteristica
diversa da 2, questo implica necessariamente det A = 0, come affermato dall”enuncia-
to. La Proprietà é comunque valida per ogni campo IK, ma la dimostrazione nel caso
di un campo a caratteristica 2 esula dagli scopi del presente testo.
l:|

Si è soliti esprimere la Proprietà III dicendo che l°applicazione det 2 -› K è


alternante. Per esprimere invece le seguenti Proprietà IV” e IV”, si parla di multili-
nearità del determinante.

Proprietà IV'. Se A è la matrice ottenuta moltiplicando una linea della matrice


A1 G per un elemento oz G IK particolare, per a 75 0, se A si ottiene da
A1 mediante una trasformazione elementare T3 di riga o di colonna), si ha:

detA = oi-detA1.

5Si noti che, nel caso in cui il campo K abbia caratteristica 2, essendo +1 = - 1, questa proprieta
si traduce nella invarianza del determinante rispetto allo scambio di linee.
5. DETERMINANTE DI UNA MATRICE QUADRATA 51

Dimostrazione. Supponiamo che A si ottenga moltiplicando la h-esima riga di A1


per l°elemento oz G IK; si ha pertanto, posto A = (ag-) e A1 = (bg), per ogni j G Nn,
ag' = a - bg, mentre, per ogni i G Nn - {h}, aå- = Allora:

_
detA_ E - 1 h n
S1gnp.ap(1).....ap(h).....ap(n) _
_

pêôn

_
_ E - h n _
_

pG6n

pG6n U

Ad esempio, se:
624 312
A: -123 eA1= -123,
156 156
poiché (6,2,4) = 2(3, 1,2), si ha detA = 2det A1.

Proprietà IV". Se una linea di una matrice A G è la somma di due n-ple e


A1 (risp. A2) denota la matrice ottenuta da A sostituendo a tale linea la prima (risp.
la seconda) n-pla, si ha:
det A = det A1 + det A2.

Dimostrazione. Supponiamo che, posto A A1 = (bl-), A2 = (cf-), si abbia, per


J J . . J .

ogni j G Nn, ah _ bg” + eg”, mentre, per ogni i G Nn - {h}, ag- = bg- = eg-. Allora, per
la proprietà distributiva del prodotto rispetto alla somma in IK, si ha:

dQtA_ _ Z - h
S1gnp.aš)(1).....ap(h).....ap(n)_ n _
pG6n
_ - h h n _
_ Z S1SnP'“l›<1>""'(bp<h>+ Qnm) ' ""%<n› _
pG6n
_
_ E - h n

pêôn

_|_ E : dQtA1+dQtA2_

Pêön |:|

Ad esem pio, se:


6 2 4 6 2 4 6 O 4
A: -1 2 3 , A1: -1 1 3 , A2: -1 1 3 ,
1 5 6 1 -3 6 1 8 6

poiché (2,2, 5) = (2, 1, -3) + (0, 1, 8), si ha detA = det A1 + det A2.
52 3. MATRICI E DETERMINANTI

Proprietà V. Se, in una matrice A G ./\/ln(IK), una linea è combinazione lineare di


altre linee di A, si ha detA = 0.

Dimostrazione. sufficiente provare la proprietà nei casi particolari in cui (a) la riga
h-esima di A sia a volte (con a 75 0) la riga lc-esima, (b) la riga h-esima di A sia
somma della riga r-esima e della riga s-esima. La prova, nel caso generale, si ottiene
per ripetute applicazioni di (a) e
(a) Supponiamo quindi che ah _ oz - ak. La matrice B, ottenuta moltiplicando per
a la riga h-esima di A ha due righe uguali e pertanto det B = 0 (Proprietà III). Del
resto, per la Proprietà IV', det B = a - det A, per cui det A = 0.
(b) Supponiamo che ah = a"° + as. Indichiamo con A1 (risp. A2) la matrice ottenuta
da A sostituendo af ad ah (risp. as ad ah). A1 e A2 hanno entrambe due righe
uguali e pertanto (Proprietà III) det A1 = det A2 = 0. Del resto, per la Proprietà
IV", det A = det A1 + det A2 per cui det A = 0. U

Ad esempio, se
3 1 2
A = -7 7 6 ,
1 5 6
poiché
(-7, 7, 6) = -3- (3,1,2) + 2- (1,5,6),
si ha detA = O. Infatti, posto
312 312
B1=312eB2=156,
156 156
dalle Proprietà III, IV' e IV", segue:
detA = -3 - detB1 + 2 - detB2 = O.

Proprietà VI. Se B è ottenuta dalla matrice A G sommando a una sua linea


una combinazione lineare di altre linee di A (cioè se B è ottenuta da A mediante una
trasformazione elementare T2 o T5 di riga o di colonna), si ha:
det B = det A.
Dimostrazione. Basta provare la proprietà nel caso in cui B si ottenga da A sostituen-
do alla riga al la riga al + ola-7 , con oz G IK e i çé j. Se C indica la matrice ottenuta
da A sostituendo alla riga al la riga al , si ha, per la Proprietà III, det C = 0. Dalle
Proprietà IV I e IV I/ segue allora:
detB =detA+oi-detC'=detA.
I:|

Concludiamo il paragrafo dimostrando il seguente importante risultato.


5. DETERMINANTE DI UNA MATRICE QUADRATA 53

I Proposizione 3.38. (Teorema di Binetö) Se A, B G ./\/ln(IK), si ha:


det(A - B) = detA - det B.

Dimostrazione. Identificheremo, per comodità di notazione, ogni matrice con la


n-pla delle sue righe. Supponiamo dunque che sia A = (a1,. ..,a") = (aš),
B = (b1,...,b") = (bš), C_ A B = (c1,...,c") =
Per definizione di prodotto righe per colonne, si ha, per ogni i, j G Nn:
TL

z_
cy--È ih.
ab-
hg?
h=1
cioè, per ogni i G Nn:
TL

C' = 2 azbh.
h=1
Si ottiene pertanto:
TL TL TL

detC = det(c1,c2, . . . ,c") = det a,1,bh, Z aãbh', . . .,Z a',:'bh,).


h=1 h 1 h=1
La multilinearità del determinante, applicata alla prima riga di C', prova allora che:

MS
TL TL

de5c= Q KW-' Q- et (b'“,Z6š,b“,...,Za;§b“,).


PT = l-l h=1 h=l
Applicando ancora iterativamente tale proprietà a partire dalla seconda riga di C fino
alla sua n-esima riga, si ottiene:
det C 1 Z ' ' ' ' ' ' ' . . . 7

deivnn
avendo indicato con Dçw., l°insieme delle n-ple di elementi (anche non tutti distinti) di
Nn7. Poiché dalla Proprietà III segue che le n-ple d G D§,,,,, che non sono permutazioni
producono addendi nulli nella sommatoria, si ottiene:

dêt C : Z Q/]];(1) ' aš(2) ' ' ' ' ' ' det(bp(1), bp(2), . . .

Pêßn
Ricordando la Proprietà II, si ha infine:

detC = 2 aš',(1) -ašm - -a;”(n)


- (signp - det(b1,b2, . . . ,b")) =
pêôn

= Z signp-a;l,(1)-aš(2) -----agm) -det(b1, b2, . . . , bn) = detA - det B.


pêôn
III

6Jacques Philippe Marie Binet: matematico e astronomo francese (Rennes, 1786 - Parigi, 1856).
7Gli elementi di 'Z)§,,,,, sono detti usualmente “disposizioni con ripetizione di n oggetti a n a n”.
Si osservi che Gf, C 'D(,,,,.
54 3. MATRICI E DETERMINANTI

6. Calcolo del determinante

I Proposizione 3.39. Il determinante di una matrice triangolare è il prodotto degli


elementi della diagonale principale.

Dimostrazione. Ogni permutazione diversa dall”identità produce, nello sviluppo del


determinante di una matrice triangolare, un addendo nullo.
Poiché sign(Idn) = 1, si ha quindi: detA = aì - aå - - -- - ag.
III

Si ha dunque, in particolare: det(In) = 1.

Si ricordi che il Teorema 3.25 fornisce un metodo algoritmico per trasformare una
qualunque matrice quadrata in una matrice ridotta (e dunque triangolare) mediante
una successione finita di trasformazioni elementari T1 e T2. Poiché tali trasformazioni,
a meno del segno, lasciano inalterato il determinante della matrice (Proprietà II e VI),
la Proposizione 3.39 consente di interpretare tale algoritmo come uno strumento, noto
come metodo di Gaussg, per il calcolo del determinante di una matrice quadrata.

NeII'Esempio 3.3 la matrice

A =
0 3
-2 4
l\Dl\D›-*O l\D00 -2 O»-l>l\Z› -i

viene trasformata nella matrice triangolare

5-(\ _Oflãáìi/
Il
©©©I-l QQCJOQ
CO0
2

attraverso una trasformazione elementare T1, seguita da una successione di trasformazioni


elementari T2. Facendo uso del metodo di Gauss, si ottiene dunque:

detA: -dels: -(1-3.( 2)«( 22/3)) = -44.

Si vuole ora descrivere un importante strumento, noto come Teorema di Laplaceg,


che consente, in alternativa alla definizione e al metodo di Gauss, di calcolare il
determinante di una matrice quadrata.

8Carl Friedrich Gauss: matematico, fisico e astronomo tedesco (Brunswick, 1777 - Gottinga,
1855).
9Pierre-Simon Laplace: matematico e astronomo francese (Beaumont-en-Auge, 1749 - Parigi,
1827).
6. CALCOLO DEL DETERMINANTE 55

Q Definizione 3.40. Data una matrice A = (aš) G ./\/ln»,,><n(IK), si dice sottomatrice


di tipo h >< le (con h S m e le S n) estratta da A ogni matrice avente per elementi gli
elementi di A appartenenti contemporaneamente a h righe fissate e a lc colonne fissate.
In particolare, si dice minore (di ordine /<2, con lc § min{m, di A ogni sottomatrice
quadrata (di ordine lc) estratta da A. Nel caso in cui A _ ag) G ./\/ln(IK), si dice poi
minore complementare dell 'elemento aå la matrice M di ordine n - 1 ottenuta da A
cancellandone la i-esima riga e la j-esima colonna.
Si dice infine complemento algebrico dell'elemento aå- in A (con A = (aš-) G
l°elemento
A; = (-1)"+7 -det G IK,
essendo M il minore complementare di aš- in A.

Ad esempio, considerata la matrice


C>

A:
0 3
-2 4
ßât›=<3o C0
tO -2 C>¢>t-›Q

le matrici
0 0 1 3 1
M1:(2 4 4) M2:(-2 4)
sono rispettivamente una sottomatrice di tipo 2 >< 3 e un minore di ordine 2 estratto da
A. Si ha poi:
1 0 2
A;,=(-1)1+32 -2 4=+(3+s-3)=s,
2 2 0
0 3 0
Aš;=(-1)3+4 1 0 3 =-(1s+6)=-24.
2 2 -2

I Teorema 3.41. (Teorema di Laplace) Se A = (aš-) G ./\/ln(IK), per ogni h G Nn,


si ha n n
detA= za?-A51: Zaå-Az.
g=1 i=1

Dimostrazione. Basta provare la prima uguaglianza, la seconda essendo conseguenza


immediata di det A = det(tA).
Fissato arbitrariamente h G Nn, sia Bj, per ogni j G Nn, la matrice ottenuta da A
sostituendo alla h-esima riga di A la n-pla
(0,...,0,1,0,...,0),
J
in cui l°elemento 1 compare al posto j-esimo. Da
(a§,a§,...,a,'?,) :af-(1,0,...,0)+6§-(0,1,...,0)+---+a,'?,-(0,...,0,1),
56 3. MATRICI E DETERMINANTI

applicando ripetutamente le Proprietà IV' e IV" alla h-esima riga di A, si ottiene:

detA = M
S I-l
9
ung-
-detB,-.
Q.

Non resta dunque da provare che, per ogni j G Nn, det Bj = A57'.
A tale scopo, sia B5- la matrice ottenuta da Bj scambiando consecutivamente ogni
riga, dalla h-esima alla (n - 1)-esima, con la sua successiva, e quindi scambiando
consecutivamente ogni colonna, dalla j-esima alla (n- 1)-esima, con la sua successiva.
La matrice B5- è dunque del tipo seguente:

MIE
1 ìi/ 00...0 1
essendo il minore Mgh complementare di ag? in A. Si osservi ora che, se 6;,
indica il sottogruppo di Sn costituito dalla permutazioni p G Sn tali che p(n) = n,
l°applicazione che associa a ogni p G €51, la sua restrizione a Nn_1 definisce una
biiezione tra 6;, e Gn_1 in cui permutazioni corrispondenti hanno lo stesso segno .
Pertanto, posto B3- = (ag), poiché ax = 1 e, per ogni s G Nn_1, ag” = 0, si ottiene:

det B; = Z: signp-aI1,(1) ~ ~~~ ~o¢;'(:L1_1) ~ agm) =


pêôn

: E

péô'
_ - 1 -1 __ /__ h
_ 2 signp-apu)-----a;(n_1) _detMj_detMJ-.
pêôn-1

Poiché B9- è ottenuta da Bj operando n - h scambi di righe e n - j scambi di colonne,


dalla Proprietà II del determinante segue che:
6653,- = (-1)”-'I .( 1)"-1' -dels; =
= (-1)2'”-<”+i> -dels; = (-1)”+i -<1e5M,i = AQ.
III

La formula

Z ag” - Ag” (risp. Z af, -


' 1 Ji fi 1 ì

è detta sviluppo di Laplace di det A secondo la h-esima riga (risp. colonna).

Sia data, ad esempio, la matrice


O0 G

A:
0 3
-2 4
RDRDI-*G 2 -2 Oi-lšßâl-*
6. CALCOLO DEL DETERMINANTE 57

deII'Esempio 3.3, di cui si è già calcolato il determinante facendo uso del metodo di Gauss.
Lo sviluppo di Laplace secondo la prima riga dà allora:
0 3 2 1 3 2
detA: 0- -2 4 4 -3- 2 4 4
2 -2 0 2 -2 0

1 0 2 1 0 3
+0- 2 -2 4 -1- 2 -2 4 =
2 2 0 2 2 -2

= 0-24+0-20:-44,
dove il calcolo dei determinanti di ordine tre è ottenibile ricordando la regola di Sarrus
oppure riapplicando il Teorema di Laplace.

P Osservazione 3.42. Il Teorema di Laplace “riduce” il calcolo del determinante


di una matrice quadrata di ordine n al calcolo di n determinanti di ordine n 1.
Si vuole qui sottolineare come il tentativo di “ottimizzare” il calcolo manuale di un
determinante passi, di solito, attraverso Papplicazione di trasformazioni elementari
nella matrice, unita all°utilizzo mirato del Teorema di Laplace. Una tecnica usuale
consiste nell'ottenere, mediante trasformazioni elementari T1 e T2 (o Té) di riga o di
colonna, una matrice avente una linea nulla eccettuato, eventualmente, un elemento
e nel calcolare poi il determinante tramite lo sviluppo di Laplace secondo tale linea.

Ad esempio, data ancora la matrice

O00 OOO
A: -2 4
l\Dl\D›-LO 2 -2 O›-I>l\D›-

applicando la trasformazione elementare T2 di colonna [a2 <- a2 - 3a4], si ottiene


O O

A'=
-6 3
-14 4
l\Dl\D›-iO 2 -2 O›-I>l\D›-i

e, sviluppando secondo la prima riga,


1 -6 3
detA = det A' = - 2 -14 4 = -44.
2 2 -2

Si vuole dimostrare che le matrici regolari (cioè invertibili) sono caratterizzate dal
fatto di avere determinante non nullo. A tal fine, premettiamo il seguente risultato,
noto come II Teorema di Laplace:
53 3. MATRICI E DETERMINANTI

I Proposizione 3.43. Per ogni matrice A = (aš) G ./\/ln(IK), se h, le G Nn, h 75 lc, si


ha
ia--A§=::aÂ-Aì=0.
Q:
_7=1 i=1

Dimostrazione. Sia B = la matrice ottenuta da A sostituendo alla h-esima riga


di A la sua h-esima riga (dove, per ipotesi, h 75 lc); si ha quindi, per ogni j G Nn,
bg? = ag' e, per ogni i G Nn - {k}, bå = aš.
Per la Proprietà III, det B = 0. D°altra parte, poiché A e B differiscono solo per la
lc-esima riga, tra i complementi algebrici degli elementi di tale riga sussiste la seguente
relazione:
vj e Nn, Bj? = A§.
Pertanto:
3

S m.;- .A§=Zb§.B§=d@5B=0.
M = P-'
S3
=1
Q. %.

Lluguaglianza a zero della seconda sommatoria si prova in modo del tutto analogo.
l:|

P Osservazione 3.44. I due teoremi di Laplace (Teorema 3.41 e Proposizione 3.43)


possono essere riassunti in un”unica formulazione, nota come Teorema di Laplace
generalizzato:

vA = (agi) e M,.(1<) evh,/6 e Nn, MS 9u.;- .A21 = 2a;;,~A;', = (detA) ~6,';f.


'= IH
Q i=1

I Teorema 3.45.
(a) Se A G è regolare, allora si ha: detA çê 0 e det(A_1) = (det A)_1. '
(b) Se A = (aš-) G ./\/ln(IK) è tale che det A 75 0, allora A è regolare e, posto Ali = (A3),
si ha:
A-1 =(d@1;A)-1. i(Ai).
Dimostrazione. (a) Se A è regolare, per il teorema di Binet, si ha:
1 = 6611,, = det(A . A-1) = detA ~ det(A-1).
Ciò prova (a).
(b) Sia All = G la matrice avente per elementi i complementi algebrici A;
di a_,- in A. Dai due teoremi di Laplace (Teorema 3.41 e Proposizione 3.43) - ovvero dal
Teorema di Laplace generalizzato contenuto nella Osservazione 3.44 - segue facilmente,
attraverso la definizione di prodotto righe per colonne, che:
A. 'f(Ai) = (dei A) . 1,, = *(Ai) . A.
Nel caso in cui A G sia tale che det A çé 0, si ha allora
A. (detA)-1. '†(Ai) = 1,, = (detA)-1. '†(Ai) .A
e dunque la tesi.
l:l
6. CALCOLO DEL DETERMINANTE 59

Ad esempio, la matrice
1 -1 0
A = 2 0 1 É .A/l3(IK)
-1 1 1
è regolare, in quanto detA = 2.
La matrice dei complementi algebrici degli elementi di A è
-1 -3 2
Ai: 1 1 0
-1 -1 2
equindi si ha
-1/2 1/2 -1/2
A-1=(derA)-1›*(Ai)= -3/2 1/2 -1/2
1 0 1

Si vuole ora dare, come anticipato nel § 2, una importante caratterizzazione delle
matrici ortogonali.

I Proposizione 3.46. Sia A = (aš) G Le seguenti afiermazioni risultano


equivalenti:
(a) AG (')n(IK); ' D _.
(b) per ogni i,j G Nn, (aI,a9) = ÖIJ;
(c) per ogni i,j G Nn, (ana,-) = 5,]-.
Inoltre, nell 'ipotesi che una di esse risulti verificata, si ha: det A = :l:1.

Dimostrazione. Prima di tutto, osserviamo che, poiché il generico elemento bã- di A- IA


(risp. cš di IA - A) è dato da:

bã- = (aI,aj) (risp. eg- = (ana,-)),


l”affermazione (b) (risp. risulta equivalente all°uguaglianza A- IA = In (risp.
IA - A = In).
Ora, se A G (9n(IK), allora A è regolare e si ha A_I = IA (Definizione 3.21), cioè
A- IA _ In = IA- A. Dunque (a) implica sia (b) che
Supponiamo viceversa che valga (b) (risp. e quindi che si abbia A- IA = In (risp.
IA - A = In). Dal Teorema di Binet e dalla Proposizione 3.37 segue allora:
1 = del 1,, = det(A. *A) = dei A - dei(*A) = (<:1@iA)2
(risp. 1 = det In = det(IA - A) = det(IA) -A = (det A)2).
Dunque det A = :l:1 e, tenuto conto che, come già provato, (a) implica sia (b) che (c),
la seconda parte dell”enunciato è completamente dimostrata.
Inoltre, per il Teorema 3.45, A è regolare e la sua inversa A_1 è data da:
A-1:A-1.1,,=A-1.(A»iA)=(A-PA).*A=1,,.fA= *A
60 3. MATRICI E DETERMINANTI

(risp. A_1 = In - A_1 = (IA - A) - A_I = IA - (A - A_1) = IA- In = IA).


Quindi A G (9n(IK) e pertanto (b) (risp. /\ Ö \_/ \_/ implica (a).
III

Si è soliti enunciare l”affermazione (b) (risp. di Proposizione 3.46 dicendo che la


somma dei quadrati delle componenti di una riga (risp. colonna) è uguale a 1, mentre
è nulla la somma dei prodotti delle componenti di ugual indice di due difierenti righe
(risp. colonne).
Si verifichi, come esempio, la validità della Proposizione 3.46 in ./\/l2(IR) (Esempio
3.2).
cAPnKHm>4

Spazi e sottospazi vettoriali

1. Spazi vettoriali

Sia V un insieme e IK un campo (le cui operazioni e i cui relativi elementi neutri
saranno indicati rispettivamente con +, 0 e -, 1).

Q Definizione 4.1. Diremo spazio vettoriale su IK una struttura algebrica (IK, V, EE, III),
costituita da un campo IK, i cui elementi sono detti scalari, da un insieme V, i cui
elementi sono detti vettori, da una operazione binaria interna su V, detta somma di
vettori,
EEI : V >< V -› V
e da una funzione, detta prodotto di uno scalare per un vettore,
III : IK >< V -› V,
soddisfacente i seguenti assiomi:
(SV1) (V, HÉI) è un gruppo abeliano;
(SV2) Va,ß G IK, Vv,W G V,
(a+ß)l:|v = (al:|v)EÉI(ßl:Iv),
VEÉIW) = (al:|v)EÉI(al:IW),
ßüv) = (@°ß)UV,
ÈEÉÈ ›-os: EII I I = v.
</5/5

Uno spazio vettoriale su IR (risp. su (C) sarà anche detto spazio vettoriale reale (risp.
complesso).
LIinsieme V è detto sostegno dello spazio vettoriale.
Per brevità di notazione, converremo di indicare l 'operazione di somma di vettori
con lo stesso simbolo + già usato per denotare la somma di elementi in IK (anziché
col simbolo EE introdotto nella Definizione 4.1), in quanto la natura degli operandi
su cui risultano applicate elimina ogni arbitrarietà interpretativa. Analogamente,
indicheremo l 'operazione di prodotto di uno scalare per un vettore col simbolo - già
usato per denotare il prodotto di elementi in IK (anziché col simbolo III introdotto nella
Definizione 4.1). Inoltre tale simbolo sarà spesso omesso.
L”elemento neutro del gruppo abeliano (V, +) (unico, come provato nella Proposizione
2.3 è detto vettore nullo; esso sarà solitamente indicato con 0. Il vettore opposto
di un vettore V G V (unico come provato nella Proposizione 2.3 sarà indicato
con -v.
Nel seguito, con abuso di linguaggio e per brevità di notazioni, indicheremo lo spazio
vettoriale col solo nome del suo sostegno.
62 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Si osservi, in ogni caso, che lo stesso insieme V può essere sostegno di difierenti spazi
vettoriali, definiti sullo stesso campo IK o anche campi diversi.
La proposizione che segue dà alcune utili proprietà degli spazi vettoriali, che sono
conseguenza pressoché immediata degli assiomi.

I Proposizione 4.2. Sia V uno spazio vettoriale sul campo IK. Per ogni cu, ß G IK e
per ogni V G V, si ha:
av = 0 se e solo se a = 0 oppure V = 0,'
) (-0f)V = Of(-V) = -(0fV);
seaV=ßV eV7é0, alloraa=ß.
gli
Z*
"`°'s».Q
s.s.\_/\_/ seau=aV eo¢7š0, allorau=V.

Dimostrazione. Per gli assiomi dei campi e degli spazi vettoriali, si ha immediata-
mente: V = 1V = (1+0)V = 1V+0V = V+0V = 0V+V. Quindi OV = V+(-V) = 0,
per ogni V G V.
Da av = a(V + 0) = av + a0 segue invece a0 = 0.
Quindi, se a = 0 o V = 0, allora av = 0.
Viceversa, se av = 0 e a yé 0, allora si ha: V = 1V = (oF1oz)V = o¢_1(o4V) =
= o¢_10 = 0. Ciò completa la prova di
Si ha immediatamente:
av + (-oi)V = (oz + (-oz))V = 0V = 0,

av + oi(-V) = a(v + (-v)) = a0 = 0.


Ciò prova
Se av = ßv, si ha: (cv + (-ß))V = av + (-ßv) = ßv + (-ßv) = 0. Essendo
v ;é 0 per ipotesi, questo implica (per che oz + (-ß) = 0 e cioè che a = ß.
La prova di è del tutto analoga.
l:l

Esempio 4.1. (Lo spazio dei "vettori applicati") L'esempio forse più noto di “vettore”
è dato da una "freccia" f, cioè da una coppia ordinata (O,P) di punti dello “spazio
euclideo elementare" .7-I, intesi come primo e secondo estremo di un segmento.
Una tale freccia f è comunemente detta un vettore applicato in O.
Fissato il “punto di applicazione" O, f è completamente individuato dal punto P. In
particolare il vettore 0 = (O, O) è detto vettore nullo (applicato in O).
I vettori applicati sono particolarmente adatti a rappresentare grandezze fisiche (dette,
appunto, “vettoriaIi"), quali ad esempio, gli spostamenti, le velocità, le accelerazioni, le
forze, caratterizzate da una direzione (quella della retta OP), da un verso (quello da O
a P) e da un numero reale m 2 0, detto modulo o norma o lunghezza (Ia distanza tra O
e P).
Si osservi che il vettore nullo 0 è I'unico avente lunghezza 0 e, per convenzione, direzione
e verso arbitrari.

Se ora f1 = (O,P1) e f2 = (O,P2) sono due vettori applicati in O e m1, m2 sono le


lunghezze di f1 e f2 rispettivamente, allora la somma f1 + f2 è, per definizione, il vettore
(O, Q) determinato come segue.
1.SPAZIVETTTHHALI 63

(a) Se f1 e f2 hanno la stessa direzione (cioè se O,P1 e P2 sono allineati) e verso


concorde (cioè se P1 e P2 appartengono alla stessa semiretta sg di origine O),
allora Q è il punto di sg avente distanza da O pari a m1 + m2.
(b) Se f1 e f2 hanno la stessa direzione, ma verso discorde, allora:
(bl) se m1 = m2, allora Q = O, cioè f1 + f2 = 0;
(b2) se m1 > m2 (rispettivamente, se m2 > m1), allora f1 + f2 ha la direzione
di f1 e f2, verso concorde con f1 (rispettivamente con f2) e lunghezza
m1 - m2 (rispettivamente m2 - m1).
(c) Se f1 e f2 non hanno la stessa direzione (cioè se O, P1 e P2 non sono allineati),
allora f1 + f2 è il vettore (O, Q) "diagonale" del parallelogramma di lati f1 e f2
(Figura 4.1).

fz
' ' P2 fg O=Q fl P1
0 P P › 4 0 ›
O P1 P2 Q T

fl fl + f2
I fl+f2 I

(G) (51)
f1+f2 f1+f2

45-------------¬›› 45-------------¬›
13 c) eg 11 13 19 c) 11
f2 | fl | f2 fl

(52)
PI

fl "I"~._`

fl+f2 ""`~"
(1 ,››c9
fg ,//

(C) fâ

Figura 4.1

Se ora cu G IR e f = (O,P) è un vettore applicato in O, di lunghezza m, allora il vettore


01- f = (O, Q) è definito come segue.
(1) Se 01 = 0, allora 01- f = 0.
(2) Se 01 > 0, allora 01-f ha stessa direzione, verso concorde con f e lunghezza 01m.
(3) Se 01 < 0, allora 01-f ha stessa direzione, verso discorde da f e lunghezza -01m.
(Figura 4.2, per 01 = :l:2).
64 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

_@V
_(QA __Q, 5°..S'
-2f

Figura 4.2

Se indichiamo con .I-`(O) I'insieme dei vettori applicati in O, è facile rendersi conto che
la somma prima definita è un'operazione binaria interna su J-`(O) e che (J-`(O),+) è
un gruppo abeliano (solo la proprietà associativa richiede un po' di lavoro); I'eIemento
neutro del gruppo è il vettore 0 = (0,0) e I'opposto del vettore f = (O,P) è il vettore
-f = (O,P'), dove P' è il punto simmetrico di P rispetto a O.
Inoltre il prodotto di un numero reale per un vettore applicato, prima definito, soddisfa le
quattro proprietà deII'assioma (SV2) della Definizione 4.1.
In conclusione, la struttura algebrica (IR,.7-'(O),+, è uno spazio vettoriale reale.
Si osservi che gli assiomi della Definizione 4.1 catturano I'essenza "algebrica" dello spazio
.7-`(O), prescindendo tuttavia dalla nozione di "lunghezza" e da tutti i concetti che ne
derivano. Tali nozioni saranno riprese nel Capitolo 8, in ambito più generale, dotando gli
spazi vettoriali reali di strutture addizionali.

Esempio 4.2. Il più piccolo spazio vettoriale (su un arbitrario campo IK) ha per sostegno
un insieme formato da un solo elemento (denotato con 0). Si rammenti che, al contrario,
ogni campo deve contenere almeno i due elementi distinti 0 e 1 (Osservazione 2.7).

Esempio 4.3. Se (IK,+,-) è un campo, allora la quaterna (IK, IK,+,-) è uno spazio
vettoriale (in questo caso, le operazioni effettivamente coincidono).

Esempio 4.4. Lo spazio vettoriale IK" delle n-ple di elementi di IK si ottiene considerando
le operazioni già definite nel § 5 del Capitolo 2. Tale spazio sarà anche detto lo spazio
vettoriale standard n-dimensionale sul campo IK.

Esempio 4.5. Lo spazio vettoriale ./\/ln,Xn(IK) delle matrici di tipo m >< n, a coeffi-
cienti in IK si ottiene considerando le operazioni definite nel § 1 del Capitolo 3.
Si rammenti che, come provato nella Proposizione 3.17, I'insieme delle matri-
ci quadrate d'ordine n ha pure una struttura di anello con unità (non commutativo se
n 2 2).
2. SOTTOSPAZI 65

2. Sottospazi

Q Definizione 4.3. Sia (IK,V, +, uno spazio vettoriale e W un sottoinsieme non


vuoto di V. Diremo che W è linearmente chiuso se, per ogni 01 G IK e per ogni u,
W G W,
u+WGW,
01-uGW.

Se W è linearmente chiuso, allora è possibile restringere opportunamente dominio e


codominio delle operazioni definite su V, in modo da ottenere due applicazioni

+W=W><W-›W, -W;1<><W-›W.
Con abuso di linguaggio, indicheremo spesso ancora con + e - le operazioni sopra
definite.

Q Definizione 4.4. Sia (IK, V, +, uno spazio vettoriale e W un sottoinsieme linear-


mente chiuso di V. Diremo che W è un sottospazio vettoriale di V, se (IK, W, +W,
è uno spazio vettoriale.

I Proposizione 4.5. Se (IK, V, +, è uno spazio vettoriale, allora ogni sottoinsieme


linearmente chiuso di V è un sottospazio vettoriale di V.

Dimostrazione. Supponiamo che W sia un sottoinsieme linearmente chiuso di V. Per


la proprietà della Definizione 4.3 e per la Proposizione 4.2 per ogni W G W,
si ha:
-W: (-1)-WGW.
Essendo W chiuso rispetto alla somma di vettori (proprietà è immediato verifi-
care che W è un sottogruppo (abeliano) di (V, +).
Le proprietà dell°assioma (SV2) della Definizione 4.1 sono banalmente verificate, in
quanto +W e -W sono restrizioni di operazioni che verificano le medesime proprietà.
Ciò prova che (IK, W, -I-W, è uno spazio vettoriale, concludendo così la dimostra-
zione.
III

P Osservazione 4.6. Ogni sottospazio vettoriale W di V è anche sottogruppo di


(V, +) e pertanto contiene necessariamente il vettore nullo 0. Inoltre, {0} è il più
piccolo sottospazio vettoriale di V.

Se, ad esempio, si pone


W1 = {(:c,y,z) G R3 | z = 0},
W2 ={(a:,g,z)GIR3 | .:c=0,z=0},

W3={(w›y,2) €R3I2$+y_Z=0},
è facile provare che W1, W2, W3 sono sottospazi vettoriali dello spazio vettoriale stan-
dard R3. Invece, il sottoinsieme {(:v,y,z) G R3 | z = 1]- non è linearmente chiuso e
quindi non costituisce un sottospazio vettoriale di R3.
66 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Esempio 4.6. (Lo spazio vettoriale IK[t] dei polinomi) Sia IK[t] I'insieme dei polinomi
neII'indeterminata t a coefficienti in IK.
La struttura algebrica (IK,IK[t],+,-) è uno spazio vettoriale, dove + indica la somma di
polinomi e - il prodotto di uno scalare per un polinomio definiti nel § 6 del Capitolo 2.
Fissato r > 0, sia IKI[t] il sottoinsieme di lK[t] costituito da tutti i polinomi di grado § r;
risulta immediato verificare che IK"`[t] è linearmente chiuso e pertanto è un sottospazio
vettoriale di
Si rammenti infine che IK[t] possiede una struttura addizionale di anello; ciò non vale per
IKI[t], se r 2 1.

3. Sistemi di generatori

Nel presente paragrafo, V indicherà sempre uno spazio vettoriale sul campo IK.

Q Definizione 4.7. Siano (V1, . . . ,V,n) una m-pla di vettori appartenenti a V e


(À 1 ,...,À m ) una m-pla di scalari (m > 1). Diremo combinazione lineare dei vettori
V1, . . . ,vm con coefiìcienti À1,. . . , Àm il vettore
V= ÀIV1 +---+)\mVn,,

(spesso indicato con ÀIV,-).

Q Definizione 4.8. Dato un sottoinsieme X 31€ Ill di V, diremo chiusura lineare di X


il sottoinsieme L(X) di V, costituito da tutti e soli i vettori che sono combinazioni
lineari di vettori di X. Se X = ll), porremo convenzionalmente L((lI) =
Se X = {x1, . . . ,x,.} è un insieme finito, scriveremo anche L(x1, . . . ,x,.) invece di
L({X1, . . . ,x,.}).

Evidentemente X Q L(X) (in quanto Va: G X, 1 - x = X). Inoltre:

I Proposizione 4.9. Se X Q V, L(X) è il piu piccolo sottospazio vettoriale di V


contenente X.

Dimostrazione. Se X = (ll, l”asserto è ovvio. Supponiamo allora X 75 (ll e proviamo


innanzitutto che L(X) è un sottospazio vettoriale di V. A tale scopo, siano

u=<›fix1+~~~+<›f”xm, v=ß1y1+~~-+ß'”yn
due vettori di L(X) (con 01I,ß-7' G IK, X,-,yj G X, per 1 § i § m, 1 § j § n) e sia
/\GIK. Allora si ha:
u+V:(){1X1+...+amXm+/81y1+...+/ßnyn,

Àu = (À011)x1 + - - - + (À01m)x,n.
Pertanto sia u + V che Àu appartengono a L(X), essendo combinazione lineare di
vettori di X. Ciò prova che L(X) è linearmente chiuso, il che implica, per la Propo-
sizione 4.5, che L(X) è un sottospazio vettoriale di V.
3. SISTEMI DI GENERATORI 67

Proviamo ora che, se W è un sottospazio di V tale che X Q W, allora si ha anche


L(X) Q W. A tale scopo, sia
u=011x1+---+01I"'x,nGL(X)
con 01I G IK, 56,; G X, per 1 § i § m. Del resto X, G W (in quanto X Q W) e, essendo
W linearmente chiuso, anche 01 -1 X, G W e, quindi, anche
u=01Ix1 +---+01mxn,, GW
(in quanto somma di vettori di Ciò prova che L(X) è il più piccolo sottospazio
di V che contiene X, completando così la prova della Proposizione 4.9.
l:l

P Osservazione 4.10. Un sottoinsieme X di V è un sottospazio vettoriale di V se e


solo se X = L(X) ovvero, come si usa dire, se X è “chiuso rispetto alle combinazioni
lineari”.
Q Definizione 4.11. Sia X Q V. Se L(X) = V, diremo che X è un sistema di
generatori per V o che V è generato da X.
Lo spazio V sarà poi detto finitamente generato se ammette un sistema finito di
generatori.
Risulta evidente che ogni spazio vettoriale V ammette sempre almeno un sistema di
generatori X; infatti, basta porre X = V. Esistono invece spazi vettoriali che non
sono finitamente generati (si veda l”Esempio 4.10).

Esempio 4.7. Sia .7-`(O) lo spazio vettoriale dei vettori applicati in O, descritto nel-
I'Esempio 4.1. Se P1 è un qualunque punto diverso da O e f1 = (O,P1), allora è facile
rendersi conto che L(f1) = {f = (O,P) | f = )\f1,)\ G IR} è costituito da tutti e soli
i vettori f = (O,P) tali che P appartiene alla retta OP1. Se ora P2 è un punto non
allineato con O e P1, e f2 = (O,P2), allora
L(f1,f2) = {f = (o,P) | f = Alfl + W2, 11,12 e n}
è costituito da tutti e soli i vettori f = (O, P) tali che P appartiene al piano passante per
O,P1 e P2. Infine, se P3 è un punto non complanare con O,P1 e P2, e f3 = (O,P3),
allora
L(f1, f2, f3) = {f = (0, P) | f = A11', + 12f2 + 1313, 11,12, ,\3 e 1g} = /f(o).
Quindi ogni insieme X Q .7-`(O) contenente {f1,f2,f3} è un sistema di generatori per
.7-`(O).
Esempio 4.8. Nello spazio vettoriale standard IK" (Esempio 4.4), si considerino gli n
vettori ë1 = 1,0, . . . ,0),ë2 = (0, 1, . . . ,0), . . . ,ën = (0,. . . ,0,1). Poiché ogni n-pla
3
a = al
/5
di IK" è esprimibile come combinazione lineare
Q/5
\_/

'fl
fl..
g G, 61;,
i=1
~
AU AU

si ha che I'insieme B _ (e1, . . . ,en) è un sistema di generatori per IK". Lo spazio IK" è
quindi finitamente generato.
68 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Esempio 4.9. In completa analogia con I'esempio precedente, si considerino, nello spazio
vettoriale ./\/ln,,><n(IK) (Esempio 4.5), le m -n matrici i G N,n, j G Nn, il cui generico
elemento eg', per ogni h G N,n, le G Nn, risulta definito nel modo seguente:

en: 1 seh=i,l~c=j
'I 0 altrimenti.

Poiché ogni matrice A = (aš-) G ./\/l,n><n è esprimibile come combinazione lineare


TTL 'fl

1*;
2 g a,-E,-,
1=1j=1
av -

si ha che I'insieme | i G N,n,j G Nn) è un sistema di generatori per ./\/ln,,><n(IK). Lo


spazio ./\/ln,,><n(IK) risulta quindi finitamente generato.

Esempio 4.10. Sia IK[t] lo spazio vettoriale dei polinomi neII'indeterminata t a coefficienti
in IK (Esempio 4.6) e sia IKI[t] il sottospazio dei polinomi di grado § r con r G NO. Come
già rilevato neII'Osservazione 2.20, ogni polinomio

pa) = Z 11,11” e 1<l1l


iGNO

di grado r 2 0 è esprimibile come combinazione lineare degli r + 1 polinomi to = 1,


tl = t, t2, . . .,t", con coefficienti a0,a1,a2, . . .,a,~ G IK. Si ha cioè:

p(t) = ao + a1t + a2t2 + ~ ~ ~ + a,.tI.

Ciò prova che I'insieme X = {t'“ | l<: G N11) è un sistema di generatori (infinito) per IK[t] e
che, per ogni r 2 0, I'insieme X,. = {1,t,t2, . . .,tI`} è un sistema di generatori per IKI[t].
Quindi lo spazio IK"[t], per ogni r G NO, è finitamente generato. Invece, lo spazio IK[t]
non è finitamente generato. Infatti, se Y è un qualsiasi sottoinsieme finito di detto
r il massimo dei gradi dei polinomi appartenenti a Y, per la Proposizione 2.21 (a),
si ha L(Y) Q IK"[t]. Quindi IK[t] non può essere generato da Y.

P Osservazione 4.12. Sia X un sistema di generatori per V e sia V un generico


vettore di V; in generale, la “rappresentazione” div come combinazione lineare di
vettori di X non è unica.

Ad esempio, nello spazio vettoriale standard R2, I'insieme X = {(1,0),(0,1),(1,1)}


è un sistema di generatori per R2, in quanto contiene il sistema di generatori B =
{(1,0), (0,1)} deII'Esempio 4.8.
Il vettore (1, 1) può essere espresso, come combinazione lineare dei tre vettori di X negli
infiniti modi seguenti:

(1, 1) = 01(1,0) + 01(0, 1) + (1 - 01)(1,1), con 01 G R.


4. DIPENDENZA E INDIPENDENZA LINEARE 69

La proprietà di lineare indipendenza che verrà introdotta nel prossimo paragrafo


costituisce, come si vedrà in seguito, condizione necessaria e sufficiente per un si-
stema di generatori X di V affinché la rappresentazione di ogni vettore V G V come
combinazione lineare di vettori di X risulti unica.

4. Dipendenza e indipendenza lineare

Nel presente paragrafo, come già nel precedente, V indicherà sempre uno spazio
vettoriale sul campo IK.

Q Definizione 4.13. Una n-pla (V1, . . . ,vn) di vettori di V sarà detta linearmente
dipendente se esiste una n-pla (ÀI, . . . , ÀII) di scalari non tutti nulli, tale che

ÀIV1 +~-+À"vn = 0.

In caso contrario, e cioè se

(01Iv1 + ' - - + 01"vn = 0) => (01I = 0,Vi G Nn)

la n-pla (V1, . . . ,vn) sarà detta linearmente indipendente.

Ad esempio, la coppia ((2,0,0),(1,1,1)) di vettori di R3 è linearmente indipendente.


InfattL
011(2.0.0) + 012<1,1. 1) = (2011 + 012.012.012) = (0,11, 0)
implica 2011 + 012 = 0 e 012 = 0, quindi 011 = 012 = 0.
Invece
(a) la coppia ((0,0,0), (1, 1,2 _/ _/
(b) la terna ((1/2,1/2,1/2), (- -1,3,
(c) la quaterna ((1,1,0),(0,1,1 \_/I_l` líln
/'\QQ \DH
of l_L/`1 ),(3,2,3))
sono inearmente dipendenti.
Infatt}
(a) 3 - (0,0,0) + 0 - (1,1,2) = (0,0,0);
0 - (1/2,1/2,1/2) + 1 -( 1,3,1) + (-1) - ( 1,3,1) = (0,0,0),
(1) 1 - (1,1,c«) + 1 - (o,1,1) + 2 - (1,0, 1) + (-1) - (3,2,3) = (0,o,0).

P Osservazione 4.14. Una n-pla (V1, . . . ,vn) di vettori è linearmente dipendente


(risp. linearmente indipendente) se e solo se tali sono tutte le n-ple (vp1,. . . ,vpn)
ottenute permutandone le componenti in tutti modi possibili.
Ciò giustifica la locuzione “i vettori v1,...,vn sono linearmente dipendenti” (ri-
spettivamente, “linearmente indipendenti”), che sarà spesso usata come sinonimo
di “la n-pla (V1, . . . ,vn) è linearmente dipendente” (rispettivamente, “linearmente
indipendente ”).
70 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

P Osservazione 4.15. Nel caso n = 1, ogni “1-pla” può identificarsi con un singolo
vettore di V. Anche alla luce dellIosservazione precedente, si ha:

un vettore V G V è linearmente dipendente se e solo se V = 0.

Infatti V è linearmente dipendente se e solo se ÉI À G IK - {0}, tale che /\v = 0, cioè


(per la Proposizione 4.2 se e solo se V = 0.

La seguente proposizione fornisce un utile criterio per riconoscere n-ple linearmente


dipendenti.

I Proposizione 4.16. Dati n vettori v1,...,vn G V, se m (m < n) di essi sono


linearmente dipendenti, allora gli n vettori sono linearmente dipendenti.

Dimostrazione. Possiamo supporre che siano linearmente dipendenti, per ipotesi, i


primi m vettori V1, . . . ,Vn,. Si ha allora

01IV1+---+amv1,n=0,

essendo gli 01-7' , 1 § j § m, non tutti nulli. Ma allora si ha anche

01IV1 -I-----I-01mvm+0vn,+1+---+0vn =0.

con gli 013 non tutti nulli.


III

I Corollario 4.17. Sia (V1, . . . ,Vn) una n-pla di vettori di V (n 2 2).


(a) Se esiste i G Nn tale che V,; = 0, allora (V1, . . . ,Vn) è linearmente dipen-
dente.
(b) Se esistono i,j G Nn, i 75 j, tali che V, = Vj, allora (V1, . . . ,vn) è linear-
mente dipendente.

Dimostrazione. (a) conseguenza immediata della Proposizione 4.16 e dell”Osserva-


zione 4.15.
Per provare (b), basta osservare che, se V G V, la coppia (V, V) è sempre linearmente
dipendente.
III

Le nozioni di lineare dipendenza e indipendenza si estendono facilmente a insiemi,


anche infiniti, di vettori.

Q Definizione 4.18. Un sottoinsieme X di V è detto linearmente dipendente se


esiste una n-pla linearmente dipendente di vettori distinti di X.
In caso contrario, cioè se ogni n-pla di vettori distinti di X è linearmente indipenden-
te, allora X è detto a sua volta linearmente indipendente.

Pertanto l'insieme vuoto può essere considerato sottoinsieme linearmente indipenden-


te di ogni spazio vettoriale.
4. DIPENDENZA E INDIPENDENZA LINEARE 71

P Osservazione 4.19. Se (V1, . . . ,Vn) è una n-pla di vettori distinti di V, allora la


n-pla (V1, . . . ,vn) è linearmente dipendente (rispettivamente, indipendente) se e solo
se l 'insieme {v1, . . . ,vn} è linearmente dipendente (rispettivamente, indipendente
Si osservi però che, se i vettori componenti (V1, . . . ,Vn) non sono tutti distinti, allora
la proprietà precedente può essere falsa. Ad esempio, se V 75 0, la coppia (V, V) è line-
armente dipendente (Corollario 4.17 (b)), mentre l”insieme {v, v} = {v} è linearmente
indipendente.

I Teorema 4.20. Un sottoinsieme X di V è linearmente dipendente se e solo se


esiste un vettore X G X tale che X G L(X - Inoltre, in tal caso, L(X) =
L(X -

Dimostrazione. Se X = {0}, allora 0 G L(IlI) = L({0} - Possiamo quindi


assumere X 75 Supponiamo che esista X G X, tale che
TTI

X = 2 ÀIX,~,
1:1
essendo (À1,. . . ,Àm) una opportuna m-pla di scalari e (X1, . . . ,Xn,) una opportuna
m-pla di vettori di X - {X}, che possiamo supporre distinti.
Ne consegue che
ÀIX1-I-'--+ÀmXn,-X=X-X=0,
cioè che la (m+1)-pla (X1, . . . ,Xn,, X) di vettori distinti di X è linearmente dipendente.
Ciò prova che X è linearmente dipendente.
Viceversa, sia X linearmente dipendente. Ciò equivale ad affermare l°esistenza di una
n-pla (X1, . . . ,Xn) di vettori distinti di X, e di una n-pla ()\1,...,)\") di scalari non
tutti nulli, tali che
'TL

g ›\IX,; = 0.

Inoltre, dal momento che X 75 {0}, possiamo supporre n 2 2.


Fissiamo ora un indice j G Nn tale che À7 75 0. Si ottiene allora, evidentemente:

(,\-7')-1 ,\2X,) = š:(M')-1A2x,-= 0.


Posto, per ogni i G Nn, 01I = (/\-7)_1-XI, dal momento che 017 = (/\~7)_1-À-7' = 1, si ha:

X1 = Z (-0/i)X1'

essendo evidentemente (X1, . . . ,XJ-_1,X,-+1, . . . ,Xn) una (n - 1)-pla di vettori di


X - {X_,-}. Ciò prova che X_,- G L(X - {X,-}), completando così la dimostrazione.
l:l

Ad esempio, I'insieme (1,1)} Q R2 è linearmente dipendente, in quanto si


ha: (1,1) = (1,0)+( È là) r'ì /¬ /-99lil* ),(0,1)).
\_/\_l_I (HÈ GQ
72 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

P Osservazione 4.21. Dal Teorema 4.20 e dalla Osservazione 4.19 segue, tenuto
conto anche del Corollario 4.17 (b), che una coppia (V1,V2) di vettori non nulli è
linearmente dipendente se e solo se esiste À G IK tale che V1 = ÀV2.
I Proposizione 4.22. Se X è un sottoinsieme linearmente indipendente di V e
V G V - L(X), allora anche X U {V} è linearmente indipendente.
Dimostrazione. Supponiamo, per assurdo, che in X U {V} esista una h-pla (V1,V2,
. . . , Vn) di vettori distinti tale che
h
Z: 0:Iv,- = 0,
1'=1
con 011, . . . ,01'I G IK non tutti nulli. Per la lineare indipendenza di X, si ha allo-
ra V G {V1,...,Vn}; sia, ad esempio, V = V1. Si ha, in tal caso, 011 75 0, perché
altrimenti X risulterebbe linearmente dipendente. Pertanto V è esprimibile come
combinazione lineare dei vettori V2, . . . ,vn G X e ciò è assurdo in quanto, per ipotesi,
V G L(X
Quindi, X U {V} è linearmente indipendente.
III

5. Basi e dimensione

In questo paragrafo, V indicherà sempre uno spazio vettoriale sul campo IK.
Q Definizione 4.23. Si dice base di V un suo sistema di generatori linearmente
indipendente.
Si osservi che l°insieme vuoto ll) è l°unica base dello spazio vettoriale
I Lemma 4.24. Se W è un sottospazio vettoriale di V generato da n vettori distinti,
ogni sottoinsieme di W contenente m > n vettori è linearmente dipendente.
Dimostrazione. Proveremo il lemma usando il principio d°induzione su n.
Se n = 1, l”enunciato è evidentemente vero.
Supponiamo allora che il lemma valga per n = kr - 1.
Sia X = {X1,...,Xn1,} Q W = L(W1...,Wn), con m > lc. Si ha allora:
k .

per ogni i = 1,...,m X, = Zaåwj.


j=1
Se, per ogni i, 01,, _ 0, allora X Q L(W1, . . . ,Wn_1) e quindi, per l”ipotesi induttiva,
X è linearmente dipendente.
In caso contrario, possiamo supporre 01f,., yé 0. Se si pone, per 1 S i S m - 1
sv
yi = X-1 _( Q m)_1'04fXm›
si ha:
/0 /0
_ i /S -1 /S ' _
Yi_§:021'WJ' -(02111) '011 §:02lnWj _
j=1 j=1
5. BASI E DIMENSIONE 73

= (af - (c>1,'f,,)_1c›1,'-I01fl,,)W,- G L(W1, . . . ,Wn_1).


1-

Essendo m - 1 > lc - 1, l HYQMK


potesi induttiva prova che {y1, . . . ,y,n_1} è linearmente
dipendente. Si ha pertanto:
m-1

2 ßIy,; = 0, con 61, . . . ,ßm_1 non tutti nulli.


-1=1
Ponendo ßm = - ß )_101 si ha:

:Mi3.34
0 = = (X,--(01,'f,,,)_101,'-IX,n) =
75€
10 -1 01,-)X,n=
10
= X,-+ - 22. 01m)
«M3
31-*1.1
/"_\ :Mi
= Ú1.
1'=1
X,-, con ßl, . . . ,ßm non tutti nulli.

Ciò prova la lineare dipendenza di X.


III

I Corollario 4.25. Se V ha una base finita costituita da n elementi, allora ogni


sottoinsieme linearmente indipendente di V contiene al più n vettori.
III

I Teorema 4.26. Sia V uno spazio vettoriale finitamente generato. Allora:


(a) V ammette almeno una base finita.
(b) Tutte le basi di V sono finite e hanno la stessa cardinalità. (cioè lo stesso numero
di elementi).
Dimostrazione. (a) Sia X un sistema di generatori finito di V. Se X è linearmente
indipendente, allora X è una base (finita) di V. Se, invece, X è linearmente dipen-
dente, per il Teorema 4.20 si può eliminare un suo vettore lasciando inalterata la sua
chiusura lineare. Poiché X è finito, ragionando induttivamente si perviene, attraverso
l”eliminazione successiva di opportuni elementi di X, a una base (finita) di V.
(b) Se B è una base finita di V allora, per il Corollario 4.25, ogni altra base di V è
finita. Siano B e B due basi finite di V, di cardinalità n e m rispettivamente. Essendo
B una base e B un sottoinsieme linearmente indipendente, il Corollario 4.25 prova
che m S n. Del resto, invertendo i ruoli di B e B, si ottiene n S m e quindi n = m.
III

Q Definizione 4.27. Se V è uno spazio vettoriale finitamente generato, diremo


dimensione di V il numero di elementi di una sua qualunque base B. Se B ha n
elementi, diremo quindi che V ha dimensione (finita) n e scriveremo dimV = n.
Si osservi che dim{0} = 0.
74 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Esempio 4.7 bis. Nello spazio vettoriale .7-'(0) dei vettori applicati in O il sistema di
generatori {f1,f2,f3} costruito neII'Esempio 4.7 è, come è facile verificare, linearmente
indipendente e costituisce quindi una base di .7-'(0). Si ha pertanto:

dim .7-'(0) = 3.

Esempio 4.8 bis. Nello spazio vettoriale standard IK", il sistema di generatori B =
{ë1,. . . ,ën} costruito neII'Esempio 4.8 è, come è facile verificare, linearmente indipen-
dente e costituisce quindi una base di IK". Si ha pertanto:

dim IK" = n.

Esempio 4.9 bis. In completa analogia con I'esempio precedente, nello spazio vettoriale
./\/ln,,><n(IK), il sistema di generatori | i G Nm,j G Nn} costruito neII'Esempio 4.9 è
linearmente indipendente e costituisce quindi una base di ./\/l,n><n(IK). Si ha pertanto:

dim./\/l,n><n(lK) = m- n.

Esempio 4.10 bis. Per ogni r G NO, il sistema di generatori XT = {1,t,t2, . . . ,tI} del
sottospazio vettoriale IKIlt], è linearmente indipendente e costituisce quindi una base di
IK"`[t]. Si ha pertanto:
dimIKI[t] = r + 1.

Si noti che IK[t], non essendo finitamente generato, non ammette una base finita.

I Teorema 4.28. Sia V uno spazio vettoriale di dimensione finita n. Allora:


(a) ogni sottoinsieme linearmente indipendente di V ha cardinalità h 5 n ed è
una base di V se e solo se h = n;
(b) ogni sistema di generatori per V ha cardinalità lc 2 n ed è una base di V se
e solo se lc = n.

Dimostrazione. Poiché V ha dimensione finita n, ogni base di V ha cardinalità n.


(a) Tenuto conto del Corollario 4.25, basta provare che, se X è un sottoinsieme linear-
mente indipendente di cardinalità n, allora X è una base di V.
A tale scopo, supponiamo, per assurdo, che X non sia un sistema di generatori per
V, cioè V L(X) 75 (ll. Se V G V - L(X), allora, per la Proposizione 4.22, X LJ {V} è
un sottoinsieme linearmente indipendente di cardinalità n + 1 e ciò è impossibile per
il Corollario 4.25. Quindi X è una base di V.
(b) Sia S un sistema di generatori per V, avente cardinalità lc.
Se fosse lc < n, S conterrebbe una base di V avente cardinalità s S lc < n e ciò è
assurdo per il Teorema 4.26 Quindi lc 2 n e, se S è una base, lc = n.
Resta da provare che, se lc = n, allora S è una base. Ciò è ancora conseguenza del
Teorema 4.26 (b), dal momento che, se S fosse linearmente dipendente, S conterrebbe
una base di V avente cardinalità s < n.
III
6. COMPONENTI DI UN VETTORE 75

I Proposizione 4.29. (Teorema del completamento a una base) Sia V uno


spazio vettoriale avente dimensione finita n e sia X un sottoinsieme linearmente
indipendente di V, avente cardinalità h < n. Allora esiste sempre un sottoinsieme
X' di V avente cardinalità n - h e tale che X U X' è una base di V.

Dimostrazione. Poiché h < n, per il Teorema 4.28 (b), si ha V - L(X) 75 (ll. Esiste
quindi V1 G V L(X) e dunque per la Proposizione 4.22, X U {V1} è un sottoinsieme
linearmente indipendente di cardinalità h + 1.
Induttivamente, supposto costruito il sottoinsieme X U {V1, . . . ,VJ-} linearmente indi-
pendente, se h+j < n, allora esiste VJ-+1 G V -L(XU {V1, . . . ,V,~}) e quindi l”insieme
X U {V1, . . . ,VJ-+1) è linearmente indipendente e ha cardinalità h + j + 1.
Si costruisce in tal modo, per induzione e in modo non univoco, un insieme X / _
{V1, . . . ,Vn_n} tale che X U X' è un sottoinsieme linearmente indipendente di cardi-
nalità n. Il Teorema 4.28 (a) prova allora che X U X / è una base di V.
III

La base X U X' si dice ottenuta completando X.

6. Componenti di un vettore

Nel presente paragrafo, V” indicherà sempre uno spazio vettoriale di dimensione finita
n sul campo IK. Supporremo inoltre n > 0, cioè V" 75

Q Definizione 4.30. Diremo base ordinata di V" una n-pla B = (e1,...,en) di


vettori di V", tale che l°insieme B = {e1, . . . ,en} sia una base di V".

Si osservi che, per il Teorema 4.28 (a), ogni n-pla linearmente indipendente di vettori
di V" è una base ordinata.
Evidentemente a ogni base B = {e1, . . . ,en} sono associate nl basi ordinate Bn =
(ep(1), . . . ,ep(n)) (una per ogni permutazione p G Cšn).
Sia ora B = (e1, . . .,en) una base (ordinata) di V". Essendo L(e1, ..., en) = V",
ogni vettore V G V" è combinazione lineare dei vettori e1, . . . ,en: esiste pertanto una
n-pla (v1, . . . ,v") di scalari, tale che
'TL

V= 2 vIe,-.
i=1

Proveremo ora che, per la lineare indipendenza di B, la n-pla (v1, . . . , v”') è univoca-
mente determinata da V (e da B).

I Proposizione 4.31. Sia (e1, . . . ,en,) una m-pla di vettori linearmente indipendenti
di V". Se (À1,. . . ,À”I) e (u1,...,u”I) sono due m-ple di scalari tali che
TTL TTL

(4-1) Zèjej =211:I@1,


J=1 J=1
allora, Vj G Nn,, Àl = /13'.
76 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Dimostrazione. Dalla relazione (4.1), sommando ad ambo i membri I'opposto del


secondo membro, si ottiene immediatamente:
Tn

::(Àl - ,a~7)e_,~ = 0.
_7=1

Essendo la m-pla (e1,...,e,n) linearmente indipendente, questo implica che, per


1§j§m,À3-ul=0,ecioècheÀ-7:/1-7.
III

I Corollario 4.32. Sia B = (e1, . . . ,en) una base ordinata di V". Allora, per ogni
vettore V G V", esiste una e una sola n-pla (v1, . . . , v”') di scalari, tale che:
TL

V: 3 vIe,-.
i=1

Q Definizione 4.33. Con le notazioni del Corollario 4.32, diremo che (v1, . . . ,v'I) G
IK" è la n-pla delle componenti o coordinate del vettore V G V”, rispetto alla base
(ordinata) B e scriveremo V E13 (v1, . . . , v").
Diremo anche che lo scalare vI è la i-esima componente o coordinata di V rispetto alla
base (ordinata) B.

Esempio 4.8 ter. (La base naturale di IKII). Nello spazio vettoriale standard IK", la base
ordinata B _ (e1, . . . ,en), associata alla base B _ {e1, . . . ,en} costruita neII'Esempio
4.8 (e 4.8 bis), è I'unica base di IK" che gode della seguente proprietà:
Va=(a1,...,a")GlK", aš13(aI,...,a'I).
Per tale motivo, B sarà detta base naturale o base canonica di IK".

P Osservazione 4.34. Se B = (e1, . . . ,en) è una base ordinata di V", allora, per
ogni i G Nn, la n-pla delle componenti del vettore e,- rispetto a B è l”i-esimo vettore
ë1,; della base naturale B di IK".
Si ha cioè, per ogni i G Nn:
6,; E13 (0,...,0,1,0,...,O).

Esempio 4.11. La coppia B = ((2,1), (0,4)) è una base ordinata di R2. Se a = (x,g) è
un generico vettore di R2, si ha (ac,y) = 01(2, 1) +ß(0,4), con 01 = šx e ß = š(2y -
Dunque
1 1
ašß šx,š(2y-93) .

Ad esempio, se a = (1,0), allora a E13 (1/2,-1/8). Si noti che, in accordo con I'Osser-
vazione 4.34, se e1 = (2, 1) e e2 = (0,4), allora si ha e1 E13 (1,0), e2 E13 (0,1).
7. SOMMA E INTERSEZIONE DI SOTTOSPAZI 77

7. Somma e intersezione di sottospazi

Nel presente paragrafo, V indicherà sempre uno spazio vettoriale sul campo K, con
V 75

I Proposizione 4.35. Sia V uno spazio vettoriale di dimensione finita n e W un


suo sottospazio vettoriale. Allora W ha dimensione finita m S n. Inoltre:
dimW = O se e solo se W = {O}
dimW = n se e solo se W =V.

Dimostrazione. Una base di W è un sottoinsieme linearmente indipendente di V e


pertanto contiene al più n elementi (Corollario 4.25).
Se poi dimW = 0, allora necessariamente W = L((ll) _
Se invece dimW = n, allora W possiede una base B di cardinalità n. Per il Teorema
4.28 (a), B è anche una base di V e quindi W = L(B) = V.
El

I Corollario 4.36. Se X è un sottoinsieme linearmente indipendente di V, avente


cardinalità h, la chiusura lineare L(X) è l'unico sottospazio h-dimensionale di V
contenente X.

Dimostrazione. Infatti X è una base di L(X) e quindi dim L(X) = h. Inoltre, se


W è un sottospazio h-dimensionale di V contenente X , per la Proposizione 4.9 si ha
L(X) Q W; la Proposizione 4.35 prova allora che W coincide con L(X
|:|

Siano ora W1, W2 due sottospazi vettoriali di V. Risulta evidente che l'intersezione
W1 FìW2 è ancora un sottospazio vettoriale di V; pertanto W1 FìW2 contiene sempre
almeno il vettore nullo O.
Al contrario, l ”unione W1 LJ W2 non è, in generale, linearmente chiusa.

Ad esempio, se V = R2,

W1 ={(w.y) ER2 I 1/=0}› W2 ={(-ny) €1R2 I ~'v=0},


allora, W1 = (1,0) € W1, W2 = (0, 1) E W2, ma W1 +W2 = (1, 1) ¢ W1 LJW2.

Q Definizione 4.37. Siano H1, H2 Q V. Si dice somma di H1 e H2 il sottoinsieme

H1 +H2 = {W1 +W2 E V | W1 E H1,W2 € H2}.

I Proposizione 4.38. Se W1 e W2 sono sottospazi vettoriali di V, allora:

W1 + W2 = L(W1 LJ W2).

Pertanto W1 + W2 è il più piccolo sottospazio vettoriale di V contenente W1 LJ W2,'


esso è detto “spazio somma” (o “spazio congiungente”) di W1 e W2.
78 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

Dimostrazione. immediato verificare che


VV1 UVV2 Q VV1 -I-Vvg Q UVV2).

Ricordata la Proposizione 4.9, basta quindi provare che W1 + W2 è linearmente


chiuso, per concludere che
VV1 + VV2 I U

A tale scopo, sia À € K e u,W € W1+W2; esistono allora u1, W1 € W1 e u2, W2 € W2


tali che u = u1 + u2, W = W1 + W2. Quindi:
L1-I-W: (1.11-I-112)-I-(W1 -I-W2) = (1.11-I-W1)-I-(112-I-W2) E VV1 -I-VV2,

›\Ll I ›\(Ll1 -|- 1.12) = ›\l.l1 -|- ›\l12 É VV1 + VV2.

Ciò conclude la prova.


\:l

Q Definizione 4.39. Due sottospazi vettoriali W1 e W2 di V sono detti indipendenti


se W1 OW2 = In tal caso, il loro spazio somma sara detto somma diretta di W1
e W2 e indicato con W1 €19 W2. Se V = W1 EB W2, diremo che V è somma diretta
VV1 6 Vvg.

I Proposizione 4.40. Se V = W1 EB W2, allora ogni vettore V € V determina


univocamente una coppia (V1, V2) E W1 >< W2 tale che V = V1 + V2.

Dimostrazione. Essendo V = W1€BW2, VV E V, El (V1, V2) E W1 >< W2, V = V1 +V2.


Per provare l°unicita di (V1, V2), supponiamo
v=v1+v2=u1+u2, conu1€W1,u2€W2.
Se ne deduce che:
W=v1-u1=u2-V2€W1FìW2={0}.
Ne consegue che W = O, e cioè che u1 = V1, u2 = V2.
III

I Teorema 4.41. (Relazione di Grassmannl) Se W1, W2 sono sottospazi


vettoriali finitamente generati di V si ha:
VV1 -|- VV2 I -|- VV2) + (1

In particolare, se W1 Fì W2 = {O}, allora

Dimostrazione. Si ponga dim W1 = r, dim W2 = s e dim(W1 Fì W2) = h.


Se W1 Q W2, allora W1 Fì W2 = W1 e W1 + W2 = W2; in tal caso la relazione è
banalmente vera. Analogo il caso in cui W2 Q W1.
In caso contrario, sia Bn = {e1, . . . , eh} una base di W1 OW2 (se h = 0, sia Bn = Ø).
Costruiamo ora, usando il Teorema del completamento (Proposizione 4.29), una base
B1 = Bn LJ {f1, . . .,f,¬_h} di W1 e una base B2 = Bn LJ {g1, . . . ,gS_h} di W2 (se
h = 0, B1 e B2 sono due qualsiasi basi di W1 e W2 rispettivamente).

1Hermann Günther Grassmann: matematico tedesco (Stettino, 1809-1877).


7. SOMMA E INTERSEZIONE DI SOTTOSPAZI 79

Vogliamo ora provare che


B+ = B1 LJB2 = BnU{f1,...,f.,¬_;1}LJ{g1,...,gS_h}

è una base di W1 + W2. Questo conclude la prova, in quanto B+ ha cardinalità,


h+(r-h)+(s-h) =r+s-h.

Evidentemente B+ = B1 LJB2 genera W1 +W2. Resta quindi da dimostrare la lineare


indipendenza di B+
Supponiamo, a tale scopo, che esistano scalari od, ßj, fyk, con i € Nh, j € N,._;,,
k € NS_h, tali che:
h r-h s-h

(4.2) Z0/'e~2 +Zßff-+Z~/“gi


J =0
¢=1 j=1 k=1
(convenendo che, se h _ 0, la prima sommatoria di (4.2) non sia presente).
Dalla relazione (4.2), si ottiene:
r-h s-h

Q. :D
'= Q =1 k=1
Pertanto W E L(B1) Fì L( È?
IM* = W1 Fì W2.
Poichè W E W1, si ha
h

W = 2 Ale,-,
i=1
per opportuni scalari À', i G Nh. Quindi:
h s-h

2Àie1-27kgk=W-W=0.
i=1 k=1
Per la lineare indipendenza di B2 segue /V' = 0, Vi € N11, e fyk = O, Vk: € NS_;,; quindi,
W = O.
Dalla relazione (4.2) segue allora
h r-h,

Z 0/e. + 2 ßff, = 0,
i=1 3:1

che per la lineare indipendenza di B1 implica of = 0, Vi € Nh, e ßj = 0, Vj € NT 1,.


\:|

La definizione di “somma” si estende naturalmente al caso di p sottospazi W1, . . . ,WP


di V. Si pone, come nel caso p = 2,
W1+-~~+W,,={w1+---+w,,eV|vf11eN,,,w,eW,}
e si prova che:
W1 +---+Wp=L(W1LJ---LJWP).
Se poi, Vi € NP,
80 4. SPAZI E SOTTOSPAZI VETTORIALI

allora i sottospazi W1, . . . ,WP sono detti indipendenti; la loro somma, indicata con
W1 Q; . . . Q; WP,

o anche con P

€BW@›
i=1
è detta somma diretta.
Se V = W1 EB EB WP, allora si dice che V è somma diretta dei suoi sottospazi
(indipendenti) W1, . . . ,WP.

Come nel caso p = 2, se V = W1 €19 €19 WP, allora ogni vettore V € V determina
univocamente una p-pla
(W1,...,Wp)€W1X"'XWp,

tale cheV=W1 +---+WP.


Si ha inoltre:

I Proposizione 4.42. Se i sottospazi W1, . . . ,WP di V sono indipendenti e hanno


tutti dimensione finita, allora anche la loro somma diretta ha dimensione finita e si
ha
P P
(4.3) dim W,-) = Z d1mW,~.
» -

i 1 i 1

Dimostrazione. Se p = 2, la formula (4.3) si riduce alla relazione di Grassmann.


Supponiamo, per induzione, che (4.3) sia vera per i p - 1 sottospazi W1, . . . ,WP_1.
Ricordando che
P _
Qìw,-( É jeewp
7,: ÉGBÈ.
'_

e che, per l°indipendenza dei sottospazi W1, . . . ,WP,

(ë Wi) “WP : {0}›

ancora per la formula di Grassmann e per l°ipotesi induttiva, si ottiene:


'B p-1

dim (Q9 W,) = dim G9- ) + dim WP = Z dim W, + dim WP =


mi
i=1 "a
Q. I-* J=1

P
= Z dim W,-.
i=1
El
cAP1ToLo 5

Trasformazioni lineari

1. Trasformazioni lineari e isomorfismi

In questo paragrafo, i simboli U, V, W indicheranno sempre spazi vettoriali sullo


stesso campo K, mentre con OU, OV, OW saranno denotati i rispettivi vettori nul-
li. Indicheremo inoltre, per brevità, con gli stessi simboli le operazioni di somma e
prodotto per uno scalare rispettivamente definite nei vari spazi vettoriali considerati,
anche se, in generale, tali operazioni risultano distinte.

Q Definizione 5.1. Una applicazione T : V -> W si dice trasformazione lineare o


applicazione lineare di V in W se, per ogni u, V € V e per ogni of € K, si ha:
(1) T(H + V) = T(H) + T(V);
(2) T(o: - u) = of - T(u).

Se gli spazi vettoriali V e W coincidono, allora T è detta operatore lineare o endo-


morfismo su V (o di V in sé). Una trasformazione lineare biunivoca T : V -› W è
detta isomorfismo di V in W; in tal caso gli spazi V e W sono detti isomorfi.
Un endomorfismo biiettivo, cioè un isomorfismo di V in sé, è detto automorfismo su
V. Se V = K" e W = Km sono spazi vettoriali standard, allora una trasformazione
lineare T : K" -> Km è anche detta trasformazione lineare standard.
Se W = K, ogni trasformazione lineare T : V -› K è detta forma lineare su V.

Si noti che T : V -> W è una trasformazione lineare se e solo se, per ogni combinazione
lineare 22:1 of - VP- di vettori di V, si ha:
'fl 'fl

T ai - V1) = Z ai - T(V,).

Ad esempio, I'applicazione
T : R2 _› R2

è lineare e biiettiva ed è dunque un automorfismo sullo spazio vettoriale standard R2.


Invece I'applicazione
S: R2 _› R2
(may) l_›

non è lineare.
82 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Esempio 5.1. Sia 0.10 : V A W I'applicazione definita ponendo, per ogni V € V,


w0(V) = OW. wo è lineare e viene usualmente chiamata trasformazione lineare nulla.

Esempio 5.2. L'applicazione identica Idv è un automorfismo su V.


Esempio 5.3. Sia Rlt] lo spazio vettoriale dei polinomi nell'indeterminata t a coefficienti
in IR. L'applicazione D : Rlt] A lR[t] che associa a ogni polinomio
p(t) = a0 + a1t + a2t2 + - - - + ant”
la sua derivata
D(p(t)) = p'(t) = a1 + 2a2t + - - - + nant"_1
è lineare. D è pertanto un endomorfismo su lR[t], ma non è un automorfismo; infatti,
D non è iniettiva poiché, ad esempio, la derivata di tutti i polinomi di grado S 0 è il
polinomio nullo.
Esempio 5.4. Sia : (C A (C I'applicazione biunivoca "coniugio" che, a ogni numero
complesso a + ib € (C, associa il suo coniugato a + ib = a - ib.
Si ha, per ogni a + ib, c + id E (C:
(a+z'b)+(c+id)=a+c+11(b+d)=a+c-i(b+d)=(a.-zb)+(c-id)=
=a+ib+c+id.
Inoltre, per ogni À E IR, si ha:
À-(a+ib) = Àa+i(Àb) = Àa-i(Àb) = À-(a-ib) = À-(a+ib).
ll coniugio è pertanto un automorfismo sullo spazio vettoriale (lR,(C,+,~), cioè su (C
considerato come spazio vettoriale su IR.
Invece, il coniugio non è un automorfismo sullo spazio vettoriale ((C, (C, +, pur essendo
un isomorfismo del campo ((C, +, in sé; si ha infatti, per ogni a + iß, a + ib € (C:
(oi+iß)-(a+ib):ora-ßb+i(o¢b+ßa):aa-ßb-i(o¢b+ßa)=
=(oi-iß)-(a-ib):(a+iß)-(a+ib),
(oi+iß)-(a+ib): (oz+iß)-(a-ib)=o¢a+ßb+i(-o¢b+ßa).

Esempio 5.5. Sia Tr : ./\/l»,~,(K) A K I'applicazione che associa a ogni matrice quadrata
di ordine n la somma degli elementi della sua diagonale principale. Se A = (ag) €
si ha dunque:
Tr(/1) = a}+aš+---+a2.
L'applicazione Tr, detta traccia, è una trasformazione lineare di in K.

Risulta di immediata verifica la seguente

I Proposizione 5.2. (a) Se S : U A V e T : V A W sono trasformazioni


lineari (risp. isomorfismi), allora anche la loro composizione T o S : U A W è una
trasformazione lineare (risp. un isomorfismo).
(b) Se T : V A W è un isomorfismo, allora anche l'applicazione inversa T_1 : W A
V è un isomorfismo. U
1. TRASFORMAZIONI LINEARI E ISOMORFISMI 83

Q Definizione 5.3. Sia T : V A W una trasformazione lineare. Sara detto nucleo


di T, indicato con Ker T, il sottoinsieme
Ker:/¬ = {v e V | T(V) = oW} = T-1(oW) g V;
sara detto immagine di T, indicato con Im T, il sottoinsieme
ImT = T(V) Q W.

I Proposizione 5.4. Sia T : V A W una trasformazione lineare.


(0/) T(0v) = OW;
(b) per ogni V € V, T(-V) = -T(V);
T è iniettiva se e solo se KerT = {0v},'
/¬\,-` \_/\_/ T è suriettiva se e solo se ImT = W.
Ãü

Dimostrazione.
(a) Si ha T(0v)+T(0V) = T(0V+0V) = T(0V) = 0W+T(0V). Sommando -T(Ov)
si ottiene subito T(0v) = OW.
(b) T(V) + T(-V) = T(V - V) _ T(0v) = OW. Quindi T(-V) = -T(V) (per l”unicità,
dell°opposto).
(c) Se T è iniettiva, ovviamente KerT = {0v}. Supponiamo, viceversa, che KerT =
{OV} e proviamo che T è iniettiva. A tale scopo, siano u, V € V, tali che T(u) = T(V).
Ne consegue che T(u) - T(V) = T(u - V) = OW; pertanto u - V E Ker T, e cioè
u - V = Ov, che equivale a u = V.
(d) ovvia. III

I Proposizione 5.5. Sia T : V A W una trasformazione lineare.


(a) Se X è un sottospazio vettoriale di V, allora T(X) e un sottospazio vettoriale
di W; in particolare, ImT = T(V) è un sottospazio vettoriale di W.
(b) Se Y è un sottospazio vettoriale di W, allora T_1(Y) è un sottospazio
vettoriale di V; in particolare, KerT = T_1(0W) è un sottospazio vettoriale
di V.

Dimostrazione. (a) Se W1, W2 E T(X), esistono X1, X2 € X tali che T = W1,


T(X2) = W2. Essendo X un sottospazio vettoriale di V, si ha X1 + X2 ;><\_, per
ogni oi € K, a - X1 € X; dunque W1 + W2 = T(X1) + T(X2) = T(X1 + X2 ii m imël e
\_/m/¢\.

oi - W1 = oi - T(X1) = T(a - X1) E T(X).


(b) Se V1, V2 € T_1(Y), si ha T(v1), T(V2) € Y e dunque, essendo Y un sottospazio
vettoriale di W, si ha T(V1 +V2) = T(V1) +T(V2) € Y e, per ogni oi € K, T(oi-V1) =
Oz - T(V1) E Y.
Ciò prova che V1 + V2 € T_1(Y), of - V1 € T_1(Y) e dunque che T_1(Y) è un
sottospazio vettoriale di V.
I:I

I Proposizione 5.6. Sia T : V A W una trasformazione lineare.


(a) Se H è un sistema di generatori per V, allora T(H) è un sistema di gene-
ratori per Im T.
84 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

(b) Se (V1, V2, . . . ,V;,) è una le-pla di vettori di V (lc € N) tale che (T(V1), T(V2),
. . . ,T(Vk)) è linearmente indipendente in W, allora (V1, V2, . . . ,Vk) è linear-
mente indipendente in V.
(c) Se T è iniettiva e (V1,V2, . . . ,Vk) è una le-pla linearmente indipendente di
vettori di V (lc € N), allora (T(V1),T(V2), . . . ,T(Vk)) è una lc-pla linear-
mente indipendente di vettori di W.

Dimostrazione. (a) Supponiamo V yé {0V}, cioè H 75 Ill. Sia W € ImT e sia V € V


tale che T(V) = W. Poiché H è un sistema di generatori per V, si ha
h
V=å oz'-u,-,
i=1
dove, per ogni i € Nh, uz- € H. Allora
h h.
W = T(V) = T (Edi - ui) = Zal-T(u1).

Dunque, ogni W € ImT è esprimibile come combinazione lineare di vettori di T(H


Ciò prova (a).
(b) Supponiamo che si abbia
k:
ga'.-V,=Ov.
i=1
Applicando ad ambo i membri la trasformazione lineare T, si ottiene

Q1 - T(VP) = T(0V) = OW.


'i_ ..Ms
Poichè, per ipotesi, (T(V1), T(v2), . . . ,T(Vk)) è linearmente indipendente in W, segue
of = 0 per ogni i E Nk. Ciò prova la lineare indipendenza di (V1, . . . ,Vk).
(c) Supponiamo che si abbia

Qs. - T(VP°) = OW.


ltd*
Da
k k
T(2af-VP) :Eat-T(V,) =0W

segue
k
Zeri - VP- € KerT.
i=1
Poichè, essendo T iniettiva, KerT = {0V}, si ha
k
2 o/1-V,-= Ov
i=1
e dunque, per la lineare indipendenza di (V1, . . . ,Vk), si ottiene of = 0, per ogni
i € Nk. Ciò prova la lineare indipendenza di (T(V1), . . . ,T(Vk)).
III
1. TRASFORMAZIONI LINEARI E ISOMORFISMI 85

P Osservazione 5.7. Se T : V A W è una trasformazione lineare, allora T trasfor-


ma ogni sottospazio U di V di dimensione finita m in un sottospazio di W avente
dimensione h S m. Se poi T è iniettiva, allora U e T(U) hanno la stessa dimensione
m.

Il seguente teorema prova che ogni trasformazione lineare risulta completamente


determinata dalle immagini dei vettori di una qualunque base del suo dominio.

I Teorema 5.8. (Teorema fondamentale delle trasformazioni lineari) Sia B


una base di V. Per ogni applicazione cp : B A W, esiste una e una sola trasforma-
zione lineare T : V A W tale che T|B = go, essendo T|B : B A W la restrizione di T
a B.

Dimostrazione. Proveremo, per semplicità, il teorema nel caso in cui V abbia dimen-
sione finita, anche se l”enunciato ha validità generale.
Poniamo B = {e1, . . . ,e,,}.
(a) Esistenza. Per il Corollario 4.32, ogni vettore di V è esprimibile in modo unico
come combinazione lineare dei vettori della base B (che possiamo supporre ordinata).
Definiamo allora I'applicazione T : V A W ponendo, per ogni
TL TL

u = Z: o/'ei E V, T(u) = Z o¢igo(e,~) € W.


@'=1 i=1

E facile verificare che T è lineare. Inoltre, per l'Osservazione 4.34, si ha:

Vi E Nn, T(e,-) = 1 ~ <,o(e,-) = <,o(e,~).

Dunque T|B = go.


(b) Unicita. Supponiamo che T' : V A W sia una trasformazione lineare tale che
T|'B = go. Per ogni
TL

u = 2 o¢'e,- E V,
i'=1
si ha allora:
'fl 'fl TL

T'(u) = T' ode,-) = 2 odT'(e,-) = Z odgo(e,-) = T(u).

Quindi T' = T.
I:I

Siano, ad esempio, V = R2, W = R3, B la base naturale di R2 e go : B A R3 definita


da:
<,o(1,0) = (2, -1,0), go(0, 1) = (3, 1,-1).
Allora, per il Teorema fondamentale, esiste ed è unica la trasformazione lineare T : R2 A
R3 tale che
T(1,0) = (2, -1,0), T(0, 1) = (3, 1,-1).
86 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Poiché, per ogni (a, b) € K2, (a, b) = a- (1,0) + b- (0,1), si ha:


T(a, b) = a- (2,-1,0) + b- (3,1,-1) =

= (2a, -a, 0) + (3b, b, -b) = (2a + 3b, -a + b, -b).

I Teorema 5.9. (Equazione dimensionale per le trasformazioni lineari)


Sia T : V A W una trasformazione lineare. Se V ha dimensione finita, allora anche
KerT e ImT hanno dimensione finita e si ha:
dim( Ker T) + dim( Im T) = dim V.

Dimostrazione. Sia dimV = n. Allora KerT ha dimensione finita h, con 0 S h S n


(Proposizione 4.35), mentre il fatto che ImT sia finitamente generato è conseguenza
immediata della Proposizione 5.6 (a) (o dell”Osservazione 5.7).
Se h > 0, sia {e1,...,e;,} una base di KerT e sia B = {e1,...,e†,,f1,.. . ,f.,,_;,} un
suo completamento a una base di V; se invece h = 0, allora sia B = {f1, . . . ,f.,,} una
base arbitraria di V.
Dimostriamo che, in ogni caso, {T(f1), . . . ,T(fn_;,,)} è una base di ImT avente car-
dinalità n - h: in tal modo, il teorema resta provato, avendosi dim( Im T) = n - h.
Per la Proposizione 5.6 (a), l”insieme T(B) è un sistema di generatori per Im T.
Ricordando che, per ogni i E Nh, ei E KerT e dunque T(e,~) = OW, si deduce allora
immediatamente che anche l°insieme {T(f1), . . . ,T(f,»,_;,,)} è un sistema di generatori
per Im T.
Proviamo ora che (T(f1), . . . ,T(fP,_;,)) è linearmente indipendente, ponendo
n-h

2 ai - :1¬(f,-) = ow
i=1

Dalla linearità di T segue


3 3"

IOW
i 1

e quindi
n-h

2 oz” - fi € KerT.
z'=1
Essendo {e1, . . . ,e;,} una base di Ker T, si ha
3 D" D'

V=2af-f,=Zßj-ej
i=1 g=1

(dove, nel caso h = 0, l”ultimo membro dell'uguaglianza diventa il vettore nullo OV)
e dunque
3 3" 3"

Z:()/:°f,;-2,83-'BJ' IOV.
i=1 j=1
1. TRASFORMAZIONI LINEARI E ISOMORFISMI 87

La lineare indipendenza di B prova allora che, per ogni i € Nn_;,, od _ 0. Pertanto


l”insieme {T(f1), . . . , T(fn_h)} costituisce una base di ImT avente cardinalità n - h.
III

I Corollario 5.10. Sia T : V A W una trasformazione lineare. Se dimV = n, si


ha:
(a) T è iniettiva <=> dim( Ker T) _ 0 <=> dim( Im T) = n;
(b) T è un isomorfismo <=> n = dim( Im T) = dim W.
Pertanto, se dimV = dimW = n, allora:

T è iniettiva <:> T è suriettiva <:> T è un isomorfismo.


III

Esempio 5.6. Sia rr : R3 A R3 la "proiezione sul piano xy" definita ponendo, per ogni
(iv, y. 2) € R3
«(06.1/,z›= (M/,0).
Si ha evidentemente Imrr = {(x,y, z) E R3 | z = 0} (il piano xy) e Kerr( _ {(:z:,y, z) €
R3 | .cc = y = 0} (l'asse z). Poiché, come è facile provare, dim( Im rr) = 2 e dim(Ker rr) =
1, l'equazìone dimensionale risulta verificata. Si osservi che rr non è né iniettiva, né
suriettiva.

Esempio 5.7. Sia D : R[t] A R[t] la trasformazione lineare (derivata di un polinomio)


delI'Esempio 5.3. Poiché per ogni r E N si ha D(R"" = R""1[t], è possibile considerare
la restrizione D"° : R”°[t] A R"°_1[t] di D il cui dominio (risp. codominio) risulta costituito
dal sottospazio dei polinomi di grado § r (risp. § r - 1).
Ricordato che (Esempio 4.10 bis) dimR"°[t] = r + 1, dimR”"_1[t] = r, dall'equazione
dimensionale si ottiene:
dim( Ker DT) = dimRT[t] - dim(Im DT) = r + 1 - r = 1.
In effetti, Ker D"° è I'insieme R0[t] dei polinomi di grado § O, isomorfo, come è facile
verificare, allo spazio vettoriale standard 1-dimensionale R. Si osservi inoltre che anche
KerD = RO

Se V ha dimensione finita n, il Corollario 4.32 (esistenza e unicità delle componenti


di un vettore) consente di definire una applicazione <I>ß di V in K", associando a ogni
vettore di V la n-pla delle sue componenti rispetto a una fissata base ordinata B di
V. Si ha inoltre:

I Proposizione 5.11. Se B è una base ordinata dello spazio vettoriale n-dimen-


sionale V su K, l'applicazione <I>ß : V A K", definita ponendo, per ogni V E13
(v1, . . . ,v”) € V, <I>ß(V) = (v1, . . . ,v"'), è un isomorfismo, detto “isomorfismo asso-
ciato alla base B”.
Dimostrazione. La biunivocità e la linearità di <I>ß sono di facile verifica.
III
88 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

P Osservazione 5.12. La Proposizione 5.11 prova che ogni spazio vettoriale n-


dimensionale V su K è isomorfo a K".
Ricordando anche la Proposizione 5.6 (b) e (c), se ne deduce che una m-pla (V1, . . . ,vm)
di vettori di V è linearmente indipendente se e solo se è linearmente indipenden-
te la m-pla ((v}, . . . ,vf'), . . . , (và, . . . ,v,";°,)) costituita dalle n-ple delle componenti di
V1, . . . ,vm rispetto a una qualunque base di V.

I Teorema 5.13. Due spazi vettoriali V, W finitamente generati sono isomorfi se


e solo se hanno la stessa dimensione.

Dimostrazione. (a) Se V e W sono isomorfi, allora il Corollario 5.10 (b) prova che
dimV = dim W.
(b) Supponiamo che si abbia dimV = dimW = n. Allora, per l°Osservazione 5.12, V
e W sono entrambi isomorfi a K" e quindi, per la Proposizione 5.2, isomorfi fra loro.
III

2. Matrici associate a una trasformazione lineare

Nel presente paragrafo, i simboli UP, V", Wm indicheranno spazi vettoriali sullo
stesso campo K aventi dimensione finita p, n, m rispettivamente.

Q Definizione 5.14. Sia B una base ordinata di V". Si dice matrice delle componenti
di una h-pla (v1,...,v;,) di vettori di V" rispetto a B (h E N) la matrice H E
.l\/ln><;,(K) la cui j-esima colonna, j E N1,, è la n-pla delle componenti di vj rispetto
a B. In particolare, se h = 1, si parlerà di colonna delle componenti di un vettore v
rispetto a B .

Ad esempio, se, fissata una base ordinata B di uno spazio vettoriale V2 su R, si ha:

V1 EB (2›3)a V2 EB (_1›0)› V3 EB (4a_2)›

allora la matrice delle componenti della terna (v1,v2,v3) rispetto a B è


2 -1 4

Q Definizione 5.15. Sia T : V" A Wm una trasformazione lineare e siano


B = (e1, . . . ,en), B' basi ordinate di V" e Wm rispettivamente. Si dice matrice
associata a T relativamente a B e B' la matrice A = Mßß/ (T) € ./\/lm,><P,,(K) delle
componenti della n-pla (T(e1), . . . ,T(e,,)) rispetto a B'.

Nel caso di un endomorfismo T su V", si usa spesso considerare B' coincidente con B ;
si dice, in tal caso, che la matrice A = M13 (T) € è associata a T relativamente
a B.

Dalla Osservazione 4.34 segue subito


2. MATRICI ASSOCIATE A UNA TRASFORMAZIONE LINEARE 89

D Osservazione 5.16. La matrice associata alla applicazione identica Id Vn relati-


vamente a una qualunque base ordinata di V" è la matrice identica In.

P Osservazione 5.17. Se B e B' sono basi ordinate rispettivamente di V" e Wm,


l'applicazione che associa a ogni trasformazione lineare T : V" A Wm la matrice as-
sociata a T relativamente a B e B' è biunivoca. Infatti, per il Teorema fondamentale
delle trasformazioni lineari, per ogni A E /\/lm><n(K), esiste ed è unica la trasforma-
zione lineare S : V" A Wm tale che l”immagine del j-esimo vettore di B abbia, come
m-pla delle componenti rispetto a B', la j-esima colonna di A (per j € Nn).

Si ha inoltre:

I Teorema 5.18. Sia T : V” A Wm una trasformazione lineare e sia A €


.l\/lm,><.,,(K) la matrice associata a T relativamente alle basi ordinate B di V" e B'
di Wm. Se E ./\/l,~,><1(K) è la colonna delle componenti di un generico vettore
V € V" rispetto a B e E ./\/lm><1 è la colonna delle componenti di T(V) rispetto a
B', si ha:

(5-1) (21) = A' (Iv)-


Dimostrazione. Posto B = (e1,...,en), B' = (f1,...,fm), V EB (a:1,...,a:"),
T(V) E13/ (y1,. . .,ym), si ha:
:
v=Z::z:3-et,-, T(V)= ces.
~f,-.
3:1 Img 1

Posto A = (ag.-), per ogni j E Nn si ha T(ej) E13/ (agl-, . . . ,ag-") e dunque


'TTL

T(€_7') = -
Q8

Per la linearità di T si ha inoltre:

T(V) = T ar” -ej = 51:9-T(ej) = RQ. fS. = 8%. 25.3- -f,;.


{'_\ -Ms \__/ T4: Émß 5** ..Ms %;.S-

Img {'_\ ..Ms \_;/


Per l°unicità delle componenti rispetto a B' , da
3
T(V) = Zyz-fi = M
i=1
s ffl
s'= I-\
s 8%.
sè.. E
/'*\ kx. =1 \'__/
segue
TL

(5.2) yi = Z :vj - ag'-, i € Nm


j=1
o, equivalentemente,
(y) = A- (H2)
III
90 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Le formule (5.1) e le loro equivalenti (5.2) si dicono equazioni della trasformazione


lineare T relativamente alle basi B e B' ; esse forniscono un metodo per ottenere diret-
tamente le componenti, rispetto a B', del trasformato T(V) di un generico elemento
V € V" in funzione delle componenti di V rispetto a B .

Siano, ad esempio, Bla base ((1, 1), (-1, 0)) di R2, B' la base ((1, 1,0), (0, 1, 1), (1, 0, 1))
di R3 e T : R2 A R3 la trasformazione lineare definita da:

T(1, 1) = (2, -1,0), T(-1,0) = (0,4,-2).


Siano poi B e B' le basi naturali rispettivamente di R2 e R3.
Dal momento che

T(1, 1) = (2, -1,0) = 2- (1,0,0) + (-1) ~ (0,1,0) + 0- (0,0,1),

T(-1,0) = (0,4, -2) = 0 - (1,0,0) + 4~ (0,1,0) + (-2) - (0,0,1),


la matrice associata a T relativamente alle basi B e B' è
2 0
M,,,,,~.,(T) = -1 4 .
0 -2

Le equazioni di T relativamente a B e B' risultano pertanto


gl 2 0
1:2 = -1 4 ~ ( “Â )
gs 0 -2 3
o, equivalentemente,
,gl : 2x1

,Q3 : _2x2

Per ottenere la matrice associata a T relativamente a B e B' occorre invece determinare


le componenti di T(1, 1) e T(-1,0) rispetto a B'.
Dal momento che

T(1, 1) = (2, -1,0) = é-(1, 1,0) + -(0, 1, 1) + É - (1,0, 1),

T(-1,0) = (0,4, -2) = 3- (1,1,0) + 1 - (0, 1,1) + (-3) - (1,0,1),


si ha
1/2 3
Mß,ß,(T) = -3/2 1
3/2 -3
e le equazioni di T relativamente a B e B' sono
yi : šxi +3332
y2 : _%w1 +x2

y3 = šzcl -3.5122.
2. MATRICI ASSOCIATE A UNA TRASFORMAZIONE LINEARE 91

av fv

Infine, per determinare la matrice (e le equazioni) associata a T relativamente a B e B',


occorre determinare i trasformati dei vettori ê1 = (1, 0) ed ë2 = (0,1).
Poiché ë1 E3 (0, -1) ed ë2 E3 (1,1), si ha:
:f(a) = :1¬(o . (1, 1) + (-1) -( 1,o)) = o . T(1, 1) + (-1) . T(-1,0) =
0 - (2, -1,0) + (-1) - (0,4, -2) = (0, -4, 2),
:r¬(a2) =:/¬(1.(1,1)+1 = 1.:/¬(1,1)+1.:/¬(-1,0) =
1 - (2, -1,0) + 1 ~ (0,4,-2) = (2,3, -2).
Si ha dunque
0 2
M,;.,,,~.,(T) = -4 3 ,
2 -2
e le equazioni di T relativamente a B e B' sono
y~1 _
_ 2:12~2
192 : -45:1 + 35:2
gg : 25:1 _ 25:2 .
Si determini la matrice associata a T relativamente a B e B'.

D Osservazione 5.19. Sia, in particolare, T : K" A Km una trasformazione lineare


standard e siano B = (ê1,. .. ,en), B' le basi naturali rispettivamente di K" e Km.
Se A € .l\/lmX.,~,(K) è la matrice associata a T relativamente a B e B', la sua j-
esima colonna aj è il trasformato T(ej) del j-esimo vettore di B. Si dice allora
che A è la matrice canonicamente associata alla trasformazione lineare standard T,
sottintendendo le basi (naturali) rispetto a cui risulta ottenuta. In tal caso, infatti, le
equazioni di T forniscono direttamente il trasformato (yl, . . . ,ym) = T(.:c1, . . . ,a:'"') €
Km della generica n-pla (xl, . . . ,:1:") E K". Si osservi inoltre che, se T : V" A Wm è
una trasformazione lineare e B, B' sono basi ordinate rispettivamente di V" e Wm,
allora la matrice M323/ (T) coincide con la matrice A canonicamente associata alla
trasformazione lineare standard
Tßß, = <1›ß, OTO <1›,;1:1<" -› Km
(<I>ß : V" A K", <I>ß/ : Wm A Km indicano, come d”uso, gli isomorfismi associati
rispettivamente a B e B'
V”
_1 W
T Wm
(D13 † ~ I (I)I3'
K” Tg' Km
Infatti, se, per ogni j € NP, aj (risp. by-) indica la j-esima colonna di A (risp. di
M323/(T)), posto B = (e1, . . . ,en), si ha:

5,- = Tß,ß,(ë,) = <1>ß, 0 To <1›,;1(ë,-) = <1>ß, 0 T(e,) = 1:,-.


Il seguente teorema prova la rilevanza che assume l°operazione di prodotto righe per
colonne nella teoria delle matrici.
92 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

I Teorema 5.20. Siano S : UP A V", T : V" A Wm trasformazioni lineari.


Fissate le basi ordinate B, B', B" rispettivamente di Up, V", Wm e posto
A I M373/(S) E .A/l»,1><P(lK), B I M3/,B//(T) E .A/lm><n(lK),

C I Mß,ß//(TO É .A/i»m><P(lK),

si ha:
C: B-A.

Dimostrazione. Sia u un generico vettore di Up. Posto:


uš13(.:c1,...,.:cp), S(u)šß/ (y1,...,y"), (ToS)(u)šß~ (z1,...,zm)

' (-fv)(::))›(y)(:š1)›(2)(:§1),
TL TTL

si ha:
(y)=A~(w) Q (2)=B~(y)=(B~A)~(w)-
Ciò prova che la matrice C coincide con B - A.
III

I Corollario 5.21. Sia T : V" A W" un isomorfismo e siano B, B' basi ordinate
rispettivamente di V" e W". La matrice A E associata a T relativamente
a B e B' è regolare e la sua inversa A"1 è la matrice associata a T"1 : W" A V"
relativamente a B' e B.
Dimostrazione. Se infatti A' denota la matrice associata a T_1 relativamente a B'
e B, essendo T_1 o T = Idvn, T o T_1 = Idwn, per l°Osservazione 5.16 e per il
Teorema precedente, si ha A' - A = A - A' = In e quindi A' = A_1.
III

Si è già visto che una matrice quadrata A è regolare (cioè invertibile) se e solo se
det A 75 0 (Teorema 3.45). Si ha inoltre:

I Proposizione 5.22. Se A E ./\/ln(K), sono equivalenti le seguenti affermazioni:


A è regolare.
La n-pla costituita dalle colonne di A è linearmente indipendente.
La n-pla costituita dalle righe di A è linearmente indipendente.
/A/A/A/A
QC)
IS)
I_\
I-I;
\_/\_/\./\./
Ogni trasformazione lineare avente A come matrice associata è un isomor-
fismo.

Dimostrazione. Proveremo l'equivalenza delle affermazioni secondo lo schema seguen-


te:
(3) <= (1) =`» (2) A (4)
e dimostrando infine che (4) A (1) e che (3) A
(1) A (2), (1) A Infatti, se, per assurdo, le righe o le colonne di A fossero linear-
mente dipendenti, allora una di esse sarebbe combinazione lineare delle rimanenti e
dunque, per la Proprietà V dei determinanti (Capitolo 3), si avrebbe det A = 0.
2. MATRICI ASSOCIATE A UNA TRASFORMAZIONE LINEARE 93

(2) A Siano V e W spazi vettoriali su K aventi dimensione n. Fissata una base


ordinata B = (e1, . . .,en) di V e una base ordinata B' di W, sia T : V A W la
trasformazione lineare avente A come matrice associata relativamente a B e B'. In
altri termini, si interpreti la j-esima colonna aj di A, per ogni j € Nn, come la n-pla
delle componenti di T(ej) rispetto a B'.
Indicato con <I>ßf : W A K" l'isomorfismo associato a B' , poiché, per ipotesi, la n-pla
(a1, . . . , an) è linearmente indipendente in K", la n-pla

(<1>šf1(a1)› - - - › <1>šf1(an)) = (T(e1), - - - ›T(e:.))


è linearmente indipendente in W. Pertanto, l'insieme {T(e1), . . . ,T(e.,,,)}, sistema di
generatori per ImT (si veda la Proposizione 5.6(a)), è un sottoinsieme linearmente
indipendente costituito da n vettori distinti ed è dunque una base di Im T. Segue che
n = dim( Im T) = dim W; per il Corollario 5.10 (b), T è pertanto un isomorfismo.
(4) A conseguenza immediata del Corollario 5.21.
(3) A Se le righe di A sono linearmente indipendenti, allora le colonne di IA
sono linearmente indipendenti. Si ha allora, avendo già provato che (1) è equivalente
a (2):
detA = det('A) 75 0.
Dunque A è regolare.
l:I

P Osservazione 5.23. Dalla Proposizione 5.22 e dal Teorema 4.28 (a) segue che
una n-pla (V1, . . . ,v,,) di vettori di V" è una base ordinata di V" se e solo se la
matrice delle componenti di (V1, . . . ,v,»,) rispetto a una qualunque base ordinata di
V" è regolare.

La seguente proposizione fornisce un metodo per trovare le equazioni di una tra-


sformazione lineare definita mediante le immagini di una qualunque base del suo
dominio.

I Proposizione 5.24. Sia T : V" A Wm una trasformazione lineare e sia A €


.l\/lm><.,,(K) la matrice associata a T relativamente alle basi ordinate B di V" e B' di
Wm. Se X € è la matrice (regolare) delle componenti della base ordinata
(V1, . . . ,v.,,) di V" rispetto a B e Y E ./\/lmX,,(K) è la matrice delle componenti di
(T(v1), . . . ,T(v.,,,)) rispetto a B', si ha:
A = Y - X-1.
Dimostrazione. Se, per ognij 6 Nn, Xj (risp. denota la j-esima colonna di X
(risp. di Y), si ha infatti:
Yj :A-Xj edunque Y=A-X.
Dalla regolarità di X , moltiplicando a destra per la sua inversa X_1, segue pertanto
A=Y-X"1.
\:|
94 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Se, ad esempio, B e B' sono le basi naturali rispettivamente di R2 e di R3 e se T : R2 A R3


è ancora la trasformazione lineare definita da:

T(1, 1) = (2,-1,0) T(-1,0) = (0,4,-2),

la matrice associata a T relativamente a B e B', determinata in precedenza, si può


riottenere, mediante la Proposizione 5.24, nel modo seguente. Se V1 = (1,1), V2 =
(-1,0), allora, essendo

si ha
X-<1 .1). :(14) 2
0
0
-2

e dunque:
X _1_Il0 11)
2 0 O 1 0 2
A=M,;.,,§,(T)= -1 4 ~(_1 1): -4 3 _
0 -2 2 -2

3. Rango di una matrice

Nel presente paragrafo, i simboli V", Wm indicheranno spazi vettoriali sullo stesso
campo K aventi dimensione finita n, m rispettivamente.

Q Definizione 5.25. Data una matrice A € ./\/lmXn(K), si dice rango o caratteristica


di A, e si indica con p(A), la dimensione del sottospazio vettoriale L(a1, . . . ,a.,,,) di
Km generato dalle colonne a1, . . . , aj, di A.

In altre parole, il rango di A è il numero massimo di colonne linearmente indipendenti


di A. La proposizione seguente prova che tale numero coincide con il numero massimo
di righe linearmente indipendenti di A.

I Proposizione 5.26. Se A 6 .l\/lm><n(K), si ha:

Q(/1) = @('A)-
Dimostrazione. Se (a1, . . . ,a.,»,) e (a1,.. . ,am) sono rispettivamente la n-pla delle
colonne e la m-pla delle righe di A, occorre provare che, posto

Q(A) = dimL(a1, . . . ,a.,,,) = h, Q('A) = dimL(a1, . . . ,am) = lc,

si ha h = lc. Poiché, evidentemente, per ogni permutazione p € (Sn, si ha

dim L(a1, . . . , an) = dim L(aP(1), . . . ,aP(,,)),


3. RANGO DI UNA MATRICE 95

si può supporre, senza perdere in generalità, che le prime h colonne a1, . . . ,ah di A
siano linearmente indipendenti e che le rimanenti colonne siano combinazioni lineari
di a1, . . . ,a;,. Si può pertanto scrivere:


fiM= 5..
E Nn, aj' I

dove, per ogni j 6 Nh, oi?


Poiché aj = (aš, . . . ,a;7°'), si ha quindi:
h.
(5.3) Vi 6 Nm, Vj 6 Nn, aj- = Z oi? - ai.
s=1

Ponendo 7 er o ni s 6 Nh 7 0:8 _ as17 7 0:3


n 6 K" ossia 7 indicando con al 7 7 oih'
le righe della matrice dei coefficienti (a§)S€Nh,j€Nn) l'uguaglianza (5.3) risulta equi-
valente a h

Vi6Nm, a'=(a'1,...,a:,'.,)=2:a:-as.
s=1

Si ha pertanto, per ogni i 6 Nm, ai 6 L(a1, . . . , o¢"') e dunque:

lc = dimL(a1, . . . ,am) § dimL(a1, . . . ,o:"') § h.

Ripetendo il procedimento, partendo dalla ipotesi che siano le prime le righe di A a


essere linearmente indipendenti, si prova analogamente che h § lc e dunque il teorema.
III

D Osservazione 5.27. Se A 6 .l\/lmXn(K), si ha p(A) § min{m,n}. Inoltre per la


Proposizione 5.22, se A 6 ./\/ln(K), allora A è regolare se e solo se g(A) = n.

P Osservazione 5.28. Se A 6 ./\/lmX.,»,(K) è una matrice ridotta di rango h, nel senso


della Definizione 3.23, si ha evidentemente g(A) = h, in quanto nessuna delle prime
h righe di A può essere combinazione lineare delle successive.
Inoltre, i tre tipi di trasformazioni elementari descritti nella Definizione 3.24 non
alterano il rango di una matrice.

I Teorema 5.29. Sia T : V" A Wm una trasformazione lineare e sia A 6


.l\/lm><.,,(K) la matrice associata a T relativamente alle basi ordinate B, B' rispetti-
vamente di V" e Wm. Si ha allora:
Q(A) = dim( Im T)
Dimostrazione. Se B = (e1, . . . ,en), si ha ImT = L(T(e1), . . . ,T(en)) (Proposizione
5.6 (a)). D'altra parte, per ognij 6 Nn, la j-esima colonna aj di A è, per definizione,
la m-pla delle componenti di T(ej) rispetto B', cioè l°immagine di T(ej) mediante
l”isomorfismo <I>ß/ : Wm A Km associato a B'. Pertanto, Im T = L(T(e1), . . . ,T(en))
è isomorfo a L(a1, . . . ,a,,) e dunque si ha:

dim( Im T) = dim L(a1, . . . , an) = g(A)


l:I
96 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Al fine di pervenire a un risultato estremamente utile per il calcolo del rango di una
matrice (Teorema di Kronecker), premettiamo il seguente lemma.

I Lemma 5.30. Se A' è una sottomatrice di A 6 ./\/lfm><P,,(K), allora p(A') S Q(A).

Dimostrazione. Posto p(A') = lc, siano I, J gli insiemi degli indici rispettivamente
di riga e di colonna della sottomatrice A' 6 ./\/l,~><8(K) e sia I _ {i1, . . . ,ik} C I
tale che le righe di A' aventi come indice gli elementi di I risultino linearmente in-
dipendenti. Se A" 6 ./\/lk><S(K) è la sottomatrice di A' costituita da tali righe, si ha
evidentemente g(A") _ lc. Esiste dunque un insieme 7 = {j1, . . . , jk} Q J tale che le
colonne cj1,. .. ,cjk di A" aventi come indice gli elementi di 7 risultino linearmente
indipendenti.
Sia B 6 .l\/lk><.,,,(K) la sottomatrice di A costituita dalle sue righe all ...,al'°; le co-
lonne cj-1, . . . , cjk di A" sono anche colonne di B e dunque si ha Q = lc. Le righe
all, . . . ,all sono pertanto linearmente indipendenti e si ha dunque Q ,JS > lc.
5;/Q

III

Q Definizione 5.31. Sia M un minore (Definizione 3.40) di ordine lc estratto dalla


matrice A 6 ./\/lmX,,(K). Si dice minore orlato di M un minore di ordine l~c+ 1 estratto
da A avente M come minore.

I Proposizione 5.32. (Teorema di Kronecker) Se A 6 .^/lm><n(K), sono equi-


valenti le seguenti affermazioni:
(1) Q(/1) = /<1-
(2) Esiste in A un minore M di ordine kr tale che det M çé 0 e tutti i minori di
A aventi ordine maggiore di lc hanno determinante nullo.
(3) Esiste in A un minore M di ordine kr tale che det M çé 0 e tutti i minori di
A orlati di M hanno determinante nullo.

Dimostrazione. (1) A Poiché p(A) _ lc, esistono in A lc righe linearmente indi-


pendenti; sia A' la sottomatrice di A costituita da tali righe. Avendosi evidentemente
p(A') = lc, esistono in A' k colonne linearmente indipendenti, sia M la sottomatrice
(quadrata) di A', e dunque di A, costituita da tali colonne. Poiché le colonne del mi-
nore M di A sono linearmente indipendenti, per la Proposizione 5.22, si ha det M 75 0.
Inoltre, llesistenza di un minore di A avente ordine h > lc e determinante non nullo
implicherebbe, per il Lemma 5.30, p(A) 2 h > kt, contro llipotesi
(2) A ovvia.
(3) A Proviamo che non può aversi, nella ipotesi (3), né Q(A) < lc, né Q(A) > lc.
Infatti, se fosse g(A) < lc, allora, poiché (1) A (2), ogni minore di ordine maggiore di
Q(A), in particolare M , avrebbe determinante nullo, contro llipotesi det M 75 0.
Supponiamo invece Q(A) > le e supponiamo che {i1, . . . ,ik} (risp. {.l1, . . . ,j,.,}) siano
gli insiemi degli indici di riga (risp. di colonna) del minore M . Per il Lemma 5.30,
le righe all, . . . ,al'° di A sono allora linearmente indipendenti. Poiché Q(A) > lc,
esiste almeno un ulteriore riga al° di A tale che (al°, all, . . . ,al'“) risulti linearmente
indipendente.
4. CAMBIAMENTI DI BASE 97

Sia A' 6 .l\/l(k+1)X,, la sottomatrice di A costituita dalle righe al°,all, . . . ,al'°. Evi-
dentemente p(A') = k+ 1; inoltre M è un minore di A'. Per il Lemma 5.30, le colonne
ag-1, . . . ,ag-k di A' sono dunque linearmente indipendenti e, poiché p(A') _ k+ 1, esiste
almeno una ulteriore colonna ag-0 di A' tale che (ag-O,a;-1, . . . ,ag-k) risulti linearmente
indipendente.
Se M' è la sottomatrice (quadrata) di A', costituita dalle colonne ac;-oa;-1, . . . ,ag-k, si
ha allora p(M') = k+ 1 e dunque det M' yé 0. Poiché, per costruzione, M è un minore
di M' si perviene dunque a un minore M' di A, orlato di M , con det M' 75 0, contro
llipotesi Pertanto Q(A) = lc.
l:I

Applichiamo, ad esempio, il Teorema di Kronecker al calcolo del rango della seguente


matrice
3 1 2 -1
A: 3 -1 4 -5 e M:›,><4(R).
0 1 -1 2
Si ha, intanto, p(A) § 3; inoltre, poiché il determinante del minore

M~ ( 0 1 )
è non nullo, si ottiene 2 5 g(A) 5 3.
3 -1

Il calcolo del determinante dei due minori orlati di M dà poi


3 1 2 3 1 -1
3 -1 4 =0, 3 -1 -5:0;
0 1 -1 0 1 2
si conclude quindi che g(A) = 2.

4. Cambiamenti di base

Nel presente paragrafo, il simbolo Vll indicherà uno spazio vettoriale sul campo K
avente dimensione finita n.

Q Definizione 5.33. Siano B1, B2 basi ordinate di V" e siano <I>ß1,<I>ß2 : Vll A Kll
gli isomorfismi associati rispettivamente alle basi B1 e B2.
Si dice cambiamento di base da B1 a B2 llautomorfismo <I>ß1,ß2 = (D132 o (D511 su Kll.

(I)131,132
Kll AK"
<1›g}\ Ø <1›::.
Vn
98 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Se V E131 (:z:1,.. . ,a:ll) e V E132 (y1,. . . ,yll), si ha pertanto:

(y1,. . .,yll) = <I>ß1,ß2(:1:1,.. .,:1:ll).

Il cambiamento di base da B1 a B2 fa dunque corrispondere alla n-pla delle compo-


nenti, rispetto a B1, di un vettore V di V" la n-pla delle sue componenti rispetto a
B2.

La matrice regolare E 6 GLP, associata a <I>ß1,ß2 relativamente alla base naturale


di Kll è detta matrice del cambiamento di base da B1 a B2.
Pertanto, posto ( ¬ K ¬
xl yl
(1/')=\x§n)› (2/)=\y§n).

le equazioni del cambiamento di base <I>ß1,ß2 (relativamente alla base naturale di Kll)
sono:
(y)=E'(¢v)
La seguente proposizione consente di ottenere la matrice E direttamente dalle basi
B1 G B2.

I Proposizione 5.34. La matrice E del cambiamento di base da B1 a B2 è la matrice


delle componenti di B1 rispetto a B2.

Dimostrazione. Sia B = (ê1,. . . , en) la base naturale di K". Posto B1 = (e1, . . . ,en)
ed E = (ag-), ricordando che, per ogni j 6 Nn, la j-esima colonna aj di E è il
trasformato di ëj mediante (P3173, (Osservazione 5.19), si ha:

ai = “1lß1,ß2(ë:') = “P122 O “1lš,1(ë:') = <I>ß2(<Pš,1(ë:')) = <1>ß2(@:')


o, equivalentemente, ej E132 (aš, . . . ,a;l).
III

P Osservazione 5.35. Se E è la matrice del cambiamento di base da B1 a B2, allora


la matrice del cambiamento di base da B2 a B1 è F = E_1.
Infatti, si ha evidentemente <I>ß1,ß2 = <I>šg B1; dlaltra parte, da = E- segue
subito, moltiplicando a sinistra per E_1, = E_1 -

Se, ad esempio, B1 = B è la base naturale di R2 e B2 è la base ((1,2), (2,-2)) di R2,


avendosi ovviamente

(1,2) E131 (1,2) e (2,-2) E131 (2,-2)

si ha subito che

F _ ( 2 -2 l
1 2

e la matrice del cambiamento di base da B2 a B1.


Dunque se (xl, 51:2) e (y1,y2) indicano rispettivamente le componenti di uno stesso vettore
5. MATRICI SIMILI 99

di R2 rispetto a B1 e a B2, si ottiene

e, conseguentemente, essendo
(ii) _ (È 32 l (ii)
F4 I (

<::)-1:43-< 3 ff:.)<::)
Allo stesso risultato si perviene ricercando direttamente la matrice E del cambiamento di
base da B1 a B2. Infatti, poiché

(1,0) 2:. e (21) :B:


si ottiene:

Dal Teorema 5.20 segue inoltre che, se E è la matrice del cambiamento di base da
B1 a B2 e G è la matrice del cambiamento di base da B2 a B3, allora la matrice del
cambiamento di base da B1 a B3 è G - E.

5. Matrici simili

Sia K un campo.

Q Definizione 5.36. Diremo che due matrici A, B 6 sono simili, e scriveremo


A”šB, se esiste una matrice regolare E 6 GLP tale che

(5.4) A = E-l - B - E.

Ad esempio, le matrici

flì.: 315)» B=(š. ì›}):M2<R>


sono simili, in quanto esiste

E: ( 21 _2
2
) e GL2(11e.),
per cui (5.4) è verificata.

I Proposizione 5.37. La similitudine tra matrici è una relazione di equivalenza su


/\/ln(K).
100 5. TRASFORMAZIONI LINEARI

Dimostrazione. Se A, B, C 6 ./\/l»,»,(K), ricordando che (GL.,,,(K),-) è un gruppo


(Teorema 3.19), si ha infatti:
(R) A = I,:l-A-In, dove In 6 GL.,,(K) è la matrice identica dlordine n (proprietà
riflessiva
(S) se A = _ B - E, con E 6 GL,,(K), allora B = (E_1)_1 - A- E_1, con
E_1 (I) (proprietà simmetrica);
(T) seA = "l-B-E e B = F_l-C-F, con E, F 6 GL.,,(K), allora
A=E_1-F_1-C-F-E: (F-E)_1-C-(F-E), conF-E6 GL.,,(K)
(proprietà transitiva).
III

Sia ora Vll uno spazio vettoriale di dimensione n sul campo K.

I Teorema 5.38. Due matrici A, A' 6 sono simili se e solo se esistono


un operatore lineare T su V” e due basi ordinate B, B' di Vll, tali che A = Mß(T),
A' = M13/
Dimostrazione. (a) Sia T un operatore lineare su Vll e siano B, B' due basi di Vll,
tali che A = Mß(T), A' = M13/ Per ogni vettore V 6 Vll, indicata con (risp.
(.:c' la colonna delle componenti di V rispetto a B (risp. B') e indicata con (risp.
(y' la colonna delle componenti di T(V) rispetto a B (risp. B'), si ha allora (Teorema
5.18 ) :
(v) = A- (Sv), (2/) = A' ° (=v')-
Se E 6 GL,~,(K) è la matrice del cambiamento di base da B a B', si ha inoltre:

<1/> = E - <«›>, <4/> = E - <4).


Si ottiene quindi:

(y) = E_1°(2/)= E_1'A"(w') = E_1°A'°E°(f1f)-


Ciò prova che A = E_1 - A' - E, cioè che A e A' sono simili.
(b) Supponiamo ora che A e A' siano simili, cioè che esista E = (el-) 6 CLP tale
cheA=E_1-A'-E.
Sia B' = (f1, . . . , fn) una arbitraria base ordinata di V" e sia T lloperatore lineare su
Vll avente A' quale matrice associata, relativamente a B' .
Per ogni V 6 Vll, se (:c') (risp. (y' è la colonna delle componenti di V (risp. di
T(V)) rispetto a B', si ha dunque:

(2/') = 14'- (fv')-


Sia B la n-pla (e1, . . . , en) di vettori di Vll definita ponendo, per ogni j 6 NP,

Gj' I
M:
:'=1
C0
%.@
3'*

La matrice delle componenti di B rispetto alla base ordinata B' è quindi la matrice
regolare E: pertanto B è una base ordinata di Vll (si veda l”Osservazione 5.23).
Indicata con (risp. la colonna delle componenti di V (risp. di T(V)) rispetto
a B , si ha inoltre:
(-22') = E~(1v)› (y') = E ~ (3)-
5. MATRICI SIMILI 101

Si ottiene quindi:

(y)=E`1'(y')=E`1'A'~(w')=E_1°A'°E°(-fv)=A°(w)-
Dunque Mß(T) = A. Ciò conclude la prova del Teorema 5.38.
l:I

Ricordando che, se A = Mß(T), allora p(A) = dim( ImT) (Teorema 5.29), come
conseguenza del Teorema 5.38, si ottiene il seguente:

I Corollario 5.39. Matrici simili hanno lo stesso rango.


III

Si ha inoltre:

I Proposizione 5.40. Matrici simili hanno lo stesso determinante.

Dimostrazione. Se A, A' 6 ./\/ln(K) sono simili, sia E 6 GLn(K) tale che A _


E_1 - A' - E. Dal Teorema di Binet (Proposizione 3.38) e dal Teorema 3.45 (a) si
ricava allora:
dem = <1et(E-l - A' - E) = det(E-l) «<1e:A'~ del E =
= (de1:E)-l-detA'-de:E = detA'.
III

Sia, ad esempio, T I'automorfismo sullo spazio vettoriale V2 (su R), di equazioni:


y1:x1__,E2

rispetto alla base B' = (e1,e2) di V2. Se B = (f1,f2) è un'altra base di V2, con
f1 = e1 + 2e2, f2 = 2e1 - 2e2, allora la matrice del cambiamento di base da B a B' è

E=(; 22).
Dal momento che
Mef(T)=A'=( _11 “gl
si ha:
_ _ _,,
Mß(T)_A_E _ 4/3 -4/3
AE_(_7/6 8/3
Si osservi che: det A' = detA = 2.
cAPIToLo 6

Sistemi Lineari

1. Sistemi lineari e loro risolubilità

Q Definizione 6.1. Diremo sistema lineare di m equazioni in n incognite, a coef-


ficienti nel campo K, una coppia S = (A,b), dove A = (al-) 6 ./\/lmX,,(K) e b =
(bl, . . .,bm) 6 Km.

La matrice A è detta matrice incompleta o matrice dei coefiicienti; la m-pla b =


(bl, . . . , bm) 6 Km e la matrice colonna
bl

(Ö)-( 3 je/\/1m›<1(1K)
bm

sono dette rispettivamente m-pla e colonna dei termini noti.


Se (xl, . . . ,xll) è una n-pla di simboli, detti incognite, posto

(H1) = l ll2 l ,
\ «fl l
il sistema lineare S = (A, b) è, di solito, rappresentato da una delle seguenti scritture
equivalenti:
alxl +---+ aåxll = bl
(6.1) 1 5 E ,
amxl +---+aI',la2ll =bm
'TL

(6.2) Z al-xl = bl, i 6 Nm;


.i=1

(6.3) A- =

Per ogni i 6 Nm, llespressione:


al:z:l+---+a,l,xll = bl
TL

o, in forma compatta, É al-ac-l = bl ,


.i=1
104 6. SISTEMI LINEARI

è detta i-esima equazione (lineare) del sistema lineare S. Si dice anche che S ha
equazioni (6.1), (6.2) o (6.3). j
Si dice poi matrice completa del sistema lineare S = (A,b) la matrice C = 6
./\/l,,¬,><(.,,¬._1)(K), le cui n + 1 colonne c1, . . . ,cm cn+1 sono nelllordine a1, . . . ,an, b. In
altre parole:
a1 a,l, bl

0= 2 2 2
am am bm
Si osservi che la i-esima riga della matrice completa C fornisce i “coefficienti delle
incognite” e il “termine noto” della i-esima equazione del sistema S.

Un sottosistema di S è un sistema lineare le cui equazioni sono un sottoinsieme delle


equazioni di S.
Il sottosistema di S costituito dalle equazioni di indice i1, . . . ,ih sarà indicato con
S(i1, . . . ,ih).

Esempio 6.1. Se
1 1
AI ( -I 2 j É/\/I3><2((Q) G bI (I,O,-4) ÉQ3
3 -2

la coppia S = (A,b) è un sistema lineare di 3 equazioni in 2 incognite, a coefficienti in


Q, avente A quale matrice incompleta, b quale terna dei termini noti e

1 1 I
C = -I 2 0 €
3 -2 -4

quale matrice completa.


Indicata con (ac,y) la coppia delle incognite, il sistema S ha equazioni:

:z:+y=1
-:z:+2y=0
3x-2y=-4

o equivalentemente:
1 1 x 1
-1 2 - ( ) = 0 .
( 3 -2 ll -4
~~

Il sottosistema costituito dalla prima e dalla terza equazione di S è S(1, 3) = (A, b), dove
~ 1 1 ..
A_(3 _2) e b_(1,-4).

Esso ha equazioni:
x+y=1
3:1:-2y=-4
1. SISTEMI LINEARI E LORO RISOLUBILITÀ 105

Ch€ POSSONO 8I'1Ch€ €SS€l'€ €SpF€SS€ COm€ S€gU€I

(È 32)~(í)=(i›)~
Q Definizione 6.2. Se S' e S" sono due sistemi lineari, rispettivamente di h e di
lc equazioni, nello stesso numero n di incognite, si dice sistema unione di S' e S" il
sistema lineare di h + lc equazioni in n incognite S = S' U S" tale che S(1, . . . , li) = S'
e S(h+1,...,h+l<:) = S".

Ad esempio, se S' e S" hanno equazioni


5 6 =3
“+23/:1
3x+4y=2” 7É:sy=4
9w+1åy:5
rispettivamente, allora S' U S" ha equazioni:
x-i-2y=1
3a:+4y=2
5a:+6y=3
7a:+8y=4
9a:+10y=5.

Q Definizione 6.3. Se S = (A, b) è un sistema lineare di m equazioni in n incognite,


si dice che una n-pla ì = (fl, . . . ,í"') E K" è una soluzione di S se, posto

..Qi
si ha: A - = (b), essendo (b) la colonna dei termini noti.

In altre parole, una n pla X _ (xl, . . . ,:1:"') di elementi di K è una soluzione di S se e


solo se: n
vi e Nm, 2 ašlwi = bi,
j=1
cioè, come si usa dire, se e solo se, sostituita alla n-pla delle incognite, “soddisfa” tutte
le equazioni di S.
L”insieme delle soluzioni di S é anche detto spazio delle soluzioni di S e si indica con
Sol
Si dice poi che S è possibile o compatibile (rispettivamente impossibile o incompatibile)
se Sol (S) 75 Ø (rispettivamente se Sol (S) = Ø).
In altre parole, S è impossibile se non ammette alcuna soluzione; S è, invece, possibile
se ammette almeno una soluzione.
106 6. SISTEMI LINEARI

Ad esempio, il sistema S dell'Esempio 6.1 è impossibile, in quanto, come è facile veri-


ficare, SolS = ill. Invece il sottosistema S(1,3) è possibile e la sua unica soluzione è
(-2/5,7/5).

P Osservazione 6.4. Se, per ogni i E Nm, denota il sottosistema di S la cui


unica equazione è la i-esima equazione di S, si ha evidentemente:

s<›1(s) = Q s<›1(s(z)).
z`€Nm

Se ne deduce immediatamente che, se ì = (i1,. . . ,ã") è una soluzione del sistema


lineare S, allora ì è anche soluzione di tutti i sottosistemi di S.
pertanto, se S = S' U S", allora
s01(s) = s01(s') n s<›1(s”).
Q Definizione 6.5. Due sistemi lineari S'e S", nello stesso numero di incognite si
dicono equivalenti se Sol (S') = Sol (S").

Si noti che, permutando le equazioni di un sistema lineare S, si ottiene un sistema


equivalente a S.

D Osservazione 6.6. Lo spazio delle soluzioni dell°equazione lineare:


0›x1+0›a:'2+-~-+0-a:"'=b
èllš" seb=0, mentreèlllseb7š0.
Pertanto, se in un sistema S compare almeno una equazione siffatta, con b çé O, allora
S è impossibile; se invece, b = O, allora il sottosistema ottenuto da S “cancellando”
tale equazione è equivalente a S.

Lo studio di un sistema lineare S pone innanzitutto il seguente problema:

S è compatibile o incompatibile?

Indicata con C la matrice completa di un sistema lineare arbitrario S = (A, b), di m


equazioni in n incognite, il problema della compatibilità. di S è completamente risolto
dalla seguente:

I Proposizione 6.7. (Teorema di Rouchél - Capellig) Un sistema lineare S è


possibile se e solo se Q(/l) = Q(C).

Dimostrazione. Avendo C esattamente una colonna in più rispetto ad A, per la


definizione di rango, si ha

@(C) = Q(/1) Oppure @(C) = Q(/1) + 1-

1Eugène Rouché: matematico francese (Soummières, 1832 - Lunel, 1910).


2Alƒredo Capelli: matematico italiano (Milano, 1855 - Napoli, 1910).
1. SISTEMI LINEARI E LORO RISOLUBILITÀ 107

Inoltre l”uguaglianza g(C) = Q(A) vale se e solo se la m-pla b dei termini noti è combi-
nazione lineare delle colonne al, . . . , an di A, cioe~ se e solo se esiste ì = (T 1 , . . . ,È"') €
K" tale che
77,

Z: ajíj = I).
J=1
Dunque Q(A) = g(C) se e solo se esiste ì € K" che sia soluzione di S.
l:|

Nel caso in cui il sistema lineare S sia compatibile, lo studio prosegue con la sua
risoluzione 3 cioè con la determinazione effettiva dello spazio delle soluzioni Sol
A tal fine, é utile considerare la trasformazione lineare standard T : K" -› Km,
avente A quale matrice associata relativamente alle base naturali di K" e Km; tale
trasformazione lineare sara detta, a sua volta, associata al sistema lineare S.
Si osservi infatti che ì = (E1, . . . ,í"') € K" è soluzione di S se e solo se = b;
pertanto, Sol (S) = T_1(b) e dunque S è possibile se e solo se b € Im

Affronteremo preliminarmente lo studio di una classe di sistemi lineari, per i quali


il problema della compatibilità. è banale e la struttura dello spazio delle soluzioni
particolarmente semplice.
Tale studio ci servirà. di supporto per determinare la struttura dello spazio delle
soluzioni di un sistema lineare compatibile arbitrario.

Q Definizione 6.8. Un sistema lineare S = (A, O), avente la m-pla nulla quale m-pla
dei termini noti, è detto omogeneo.

Si osservi che un sistema lineare omogeneo S = (A, 0) (di m equazioni in n incognite)


è sempre compatibile, in quanto ammette sempre la n-pla nulla 0 = (0, . . . ,0) € K"
quale soluzione.3 Tale soluzione sara detta soluzione banale.

I Proposizione 6.9. Lo spazio Sol (S) delle soluzioni di un sistema lineare omogeneo
S = (A, 0) in n incognite è un sottospazio 'vettoriale di K" di dimensione n - Q(A).

Dimostrazione. Se T : K" -› Km è la trasformazione lineare standard associata a S,


allora
s01(s) = T-1(o) = Kerr.
~ av

D°altra parte, per il Teorema 5.9, si ha: dim( Ker T) + dim( Im T) = n. Ricordato che
dim( Im T) = g(A) (Teorema 5.29), si ottiene allora dim(Sol + Q(A) = n.
Ciò conclude la prova.
l:|

Si usa anche enunciare la Proposizione 6.9 dicendo che S ammette esattamente n-g(A)
soluzioni linearmente indipendenti e tutte le altre soluzioni sono loro combinazioni
lineari.

3Anche nel caso particolare dei sistemi omogenei, ovviamente, la compatibilità può essere ot-
tenuta attraverso il teorema di Rouché-Capelli: infatti, dal momento che b = 0, si ha banalmente
o(A) = o(C)-
108 6. SISTEMI LINEARI

P Osservazione 6.10. facile rendersi conto che un sistema lineare S ammette la


soluzione banale se e solo se è omogeneo.
Per la Proposizione 6.9, ciò consente di affermare che Sol (S) è un sottospazio vettoriale
di K" se e solo se S è un sistema lineare omogeneo (in n incognite).

Al fine di determinare la struttura dello spazio delle soluzioni di un generico sistema


lineare compatibile, premettiamo la seguente
Q Definizione 6.11. Dato il sistema lineare S = (A,b), si dice sistema lineare
omogeneo associato a S il sistema S0 = (A,0), ottenuto sostituendo la m-pla nulla
alla m-pla b dei termini noti.

I Teorema 6.12. Se S = (A,b) è un sistema lineare compatibile n incognite) e


ì € Sol (S), allora si ha che Sol (S) = {>"< € K" | 5?: - É € Sol (S0)}.
Dimostrazione. Se 52 E K", dette e le colonne delle componenti di íc e ì
rispettivamente, si ha:
í<€Sol(S)<=>A-(ã)=(b):A-(ã)<=>A-(â-È):(0)<=>íc-ì€Sol(S0).
l:|

Si può anche enunciare il Teorema 6.12 affermando che le soluzioni di un sistema linea-
re possibile si ottengono sommando a una sua particolare soluzione, arbitrariamente
fissata, le soluzioni del sistema lineare omogeneo associato.
D Osservazione 6.13. Se V è uno spazio vettoriale su K, I'applicazione T,-¢ : V -› V,
definita ponendo, per ogni u E V, T,-((u) = ic + u è una biiezione, detta traslazione
di ampiezza íc.
Nel caso particolare V = K", per il Teorema 6.12, se íc € Sol (S), si ha T,-¢(Sol (SQ)) =
íc + Sol (S0) = Sol Ciò giustifica la locuzione: lo spazio delle soluzioni Sol (S) si
ottiene traslando Sol (S0) mediante íc.
Si osservi che, di conseguenza, Sol (S) e Sol (S0) sono in corrispondenza biunivoca.
Ricordando (Proposizione 6.9) che Sol (S0) è un sottospazio vettoriale di dimensione
n - g(A), si usa anche dire che un sistema lineare possibile S ammette oo"_@(A)
soluzioni.

Il rango g(A) della matrice incompleta A (che, per il Teorema di Rouché-Capelli,


coincide con il rango g(C) della matrice completa C) sara anche detta rango del
sistema possibile S.

Dalla Osservazione 6.13 si ottiene immediatamente il seguente:


I Corollario 6.14. (a) Un sistema lineare possibile ammette una e una sola solu-
zione4 se e solo se il numero delle incognite coincide col suo rango.
(b) Un sistema lineare omogeneo ammette soluzioni diverse dalla soluzione banale se
e solo se il numero delle incognite è strettamente maggiore del suo rango.
l:|

4Un sistema lineare possibile che ammette una sola soluzione è detto determinato. In caso
contrario esso è detto indeterminato.
2. METODI DI RISOLUZIONE PER SISTEMI LINEARI 109

2. Metodi di risoluzione per sistemi lineari

Q Definizione 6.15. Un sistema lineare S = (A, b) si dice normale o di Cramerä (di


ordine n) se la matrice incompleta A è quadrata (di ordine n) e regolare.
Un sistema normale di ordine n ha dunque lo stesso numero n di equazioni e di
incognite; inoltre det A 75 0, ovvero g(A) = n.

I Proposizione 6.16. (Teorema di Cramer) Ogni sistema lineare normale


S = (A,b) di ordine n ammette una e una sola soluzione ì = (ã1,.. .,T"'). Con
le usuali notazioni, si ha inoltre:
(') ( z ) =A_1- ( b ),
(") (Formula di Leibnizö - Cramer):
vi e Nn, si = (det 1),) ~ (dem)-1,
dove D, è la matrice ottenuta da A sostituendo alla sua i-esima colonna la colonna
dei termini noti.

Dimostrazione. Se C' E ./\/l†,><(n+1)(lK) è la matrice completa di S, si ha evidentemente:


g(C) = g(A) = n. Il Teorema di Rouché-Capelli e il Corollario 6.14 (a) provano allora
la prima parte del Teorema.
Si ha inoltre A - = Moltiplicando entrambi i membri di tale uguaglianza a
sinistra per l”inversa A_1 della matrice (regolare) A, si ottiene ('
Per provare (") si ricordi (Teorema 3.45 che, se All = E è la matrice
dei complementi algebrici degli elementi di A, si ha
A-1 = (dei:/1)-1 - Wil).
Da = A_1 - (b) segue allora, per ogni i € Nn,
3

ai = M=
.Z
%
(dem)-1/1g'1›1 = (Zbmg) -(dem)-1 = (da 1),) . (da/1)-1,
l-*
,Z1
in quanto 237:, b-7'A'š è lo sviluppo di Laplace di det D, secondo la i-esima colonna.
l:|

Ad esempio, il sistema S di equazioni


3:1:-y+7z=1
y+2z=3
-:z:+z=-2
è normale, in quanto
3 -1 7
det 0 1 2 = 12.
-1 0 1

5Gabriel Cramer: matematico svizzero (Ginevra, 1704 - Bagnoles, 1752).


6Gottfried W. Leibniz: filosofo e matematico tedesco (Lipsia, 1646 - Hannover, 1716).
110 6. SISTEMI LINEARI

La sua (unica) soluzione (ã,§,š) è:

<i>iI<2>fi<2 W @><a><r@/ri
È

E
1

-2
1

ovvero, mediante la formula di Leibniz-Cramer:


1

1
1

1
-9

3 -2
1 11/6

-1/6

1-17
312
__,,_ deu), _ -2 0 1 _ 22 _ 11
detA 12 12 6 '

317
032
__d@1;D2_ -1 -2 1 _4o_1o
y detA 12 12 3°
3 -1 1
0 1 3
_ det D3 -1 0 -2 2 1
z _ _ _ - _ - .
detA 12 12 6

D Osservazione 6.17. Se ax = b è una equazione lineare nell°incognita 93 (a


coefficienti in K), con a 75 0, allora l°unica soluzione è evidentemente data da:

ã=a_1-b

dove a_1 è l°elemento inverso di a in K.


La soluzione di un sistema lineare normale fornita dal Teorema di Oramer “imita” tali
semplici considerazioni, sostituendo il calcolo matriciale alle operazioni tra elementi
di K.

Sia ora S = (A,b) un generico sistema lineare di m equazioni nelle n incognite


xl, 7 xn

Se lc € Nm, si dice che /<2 equazioni di S sono linearmente dipendenti (rispettivamente


indipendenti) se tali risultano le corrispondenti righe della matrice completa C di S.
Se E è l°equazione lineare c1:z:1 + + cnx" = d (nelle stesse incognite 1121,.. . ,a:"'),
si dice che E è combinazione lineare delle li equazioni S(i1), . . .,S(i;,) del sistema
S, mediante gli scalari o¢1,...,oi;, 6 K, se la (n + 1)-pla (c1,...,c,,,d) € lK"+1 è
combinazione lineare delle righe della matrice completa C aventi per indici il, . . . ,i;,,
mediante gli scalari oil, . . . , ah.
Scriveremo in tal caso,
h.
E = 2 a.,.s(i,.)
2. METODI DI RISOLUZIONE PER SISTEMI LINEARI 111

intendendo, dunque, che:


h, h,
d = Z o4,¬b'°'" e Vj € Nn, c_,- = Z ara;-”.
r=1 r=1

Ad esempio, l'equazìone lineare 3x - y + z = 1 è combinazione lineare delle 2 equazioni


del sistema S:
4a: + z = 11
{ 5x + y + z = 21
mediante gli scalari 2, -1 € R.

Q Definizione 6.18. Un sistema lineare S si dice minimo se il rango della sua matrice
completa C coincide con il numero delle sue equazioni.
In altri termini, S è minimo se le sue equazioni sono linearmente indipendenti.
I Proposizione 6.19. Ogni soluzione di un sistema lineare S = (A,b) è anche
soluzione di tutte le equazioni che sono combinazioni lineari delle equazioni di S.

Dimostrazione. E un semplice calcolo.


l:l

I Corollario 6.20. Se un sistema lineare S contiene una equazione che è combina-


zione lineare delle rimanenti, il sottosistema di S ottenuto eliminando tale equazione
è equivalente a S.
III

I Corollario 6.21. Dato un sistema lineare S, esiste sempre almeno un sistema


lineare minimo equivalente a S.
l:|

Ad esempio, il sistema lineare S di equazioni:


4:z:+z=11
5:1:-l-y+z=21
3:1:-y+z=1
non è minimo, in quanto la terza equazione è combinazione lineare delle prime due e
pertanto g(C) S 2.
ll sottosistema formato dalla prima e dalla seconda equazione di S è minimo ed equiva-
lente a S.

Q Definizione 6.22. Si dice che un sistema lineare S' è ottenuto da S mediante una
trasformazione elementare di riga di tipo T1, T2, T5, T3 se la matrice completa C' di S'
è ottenuta applicando alla matrice completa C di S la corrispondente trasformazione
elementare di riga (Definizione 3.24).
112 6. SISTEMI LINEARI

I Corollario 6.23. Sia S un sistema lineare. Il sistema lineare S' ottenuto da S


mediante una arbitraria trasformazione elementare di riga è equivalente a S.
Dimostrazione. L”equivalenza per trasformazioni elementari T1 (scambio di due equa-
zioni) e T3 è evidente.
L”equivalenza per trasformazioni elementari T2 (o Té) si ottiene applicando la Propo-
sizione 6.19. U

Descriviamo ora due algoritmi che consentono di determinare lo spazio Sol (S) delle
soluzioni di un generico sistema lineare S = (A, b) di m equazioni in n incognite.
Il primo di tali algoritmi fa uso del Teorema di Rouché-Capelli e del Teorema di Ora-
mer; il secondo è basato sulla possibilita di trasformare la matrice completa C di S
in una matrice ridotta o completamente ridotta, mediante trasformazioni elementari
di riga (si veda § 3 del Capitolo 3 e, in particolare, il Teorema 3.25).

Algoritmo A
1) Si calcoli il rango g(A) della matrice incompleta A e il rango g(C) della matrice
completa C di S. Per il Teorema di Rouché-Capelli, si ha Sol (S) = (ll se e solo se
g(A) 75 g(C). Supponiamo dunque g(A) = g(C) = li § min{m,n}.
Se h = m = n, allora il sistema S è normale e la sua unica soluzione è ottenibile
mediante il Teorema di Cramer.

2) Si fissi un minore M di A di ordine li, con detM 75 0. Poichè una permuta-


zione delle equazioni di S trasforma tale sistema in uno equivalente, si può sempre
supporre che l'insieme degli indici di riga di M sia I = {1,2, . . . , h}. Esistera
inoltre una permutazione q E Sn, tale che l°insieme degli indici di colonna di M sia
J _ {q(1), q(2), . . . ,q(h)}. Per il Lemma 5.30, le prime h righe di C sono linearmen-
te indipendenti e, poichè g(C) _ h, le restanti righe sono combinazioni lineari delle
prime h. Per il Corollario 6.20, il sottosistema S' costituito dalle prime h equazioni
di S è minimo ed equivalente a S.
Si osservi che, se h = m, allora S è gia un sistema minimo e pertanto S' coincide con S.

3) Posto xq("'+1) = t1,. . . ,zvqlnl = t"_'”“, si riscriva il sistema S' nel modo seguente:
1 (1) 1 (h)_ 1_ 1 1 1 n-h,
“q<1›“*`q + +%<h>“q "Ö “q<h+1›' “qwt
h, (1) /1 (h)_ h_ /1 1 n-h,
“q<1›“*`q + +“q<h>“q "Ö “q<h+1›'f qa) ~
In altre parole, si interpreti S' come un sistema lineare normale S" di ordine h,
avente M quale matrice incompleta, nelle h incognite xqu), . . . ,xqlhl , considerando le
rimanenti n - h incognite :1:q('°'+1), . . . ,xqlnl di S' come “parametri indipendenti”.
Risolvendo il sistema S", ad esempio con la Formula di Leibniz-Cramer, si ottiene:
x<1(1) = aìtl + . . . _|_ O,å_ht"_h« _|_ ßl

(6.4) : : : :
xqlh) = Qílqjl _|_ . . . _|_ a7l}L_ht"'@-ll _|_ ßh

essendo, per ogni i € Nh, e j € N.,,_;,, oi; e ßi opportuni scalari di K.


2. METODI DI RISOLUZIONE PER SISTEMI LINEARI 113

Si osservi che, se h = n allora S' è normale, coincide con S" e la n-pla (61, . . . ,ß"') €
R" è la sua unica soluzione.

4) Lo spazio Sol (S) = Sol (S') è dunque costituito da tutte e sole le n-ple (xl, . . . ,a2"') €
K", in cui xq("'+1), . . . ,xqlnl sono arbitrari scalari t1,.. . ,t'”'_"' di K, mentre xqlll, . . . ,
xqlhl si ottengono come loro funzioni, mediante le formule (6.4).

P Osservazione 6.24. L'algoritmo A dipende in maniera essenziale dalla scelta del


minore M .

Esempio 6.2. Sia S il sistema lineare, a coefficienti in R, di equazioni:


5.221-2x2-7x3-:1:4=3
3x1-2w2+x3-x4=7
xl-4.223:-2
2x1-2w2+5w3-34:9.
Dal momento che g(A) = g(C) = 2, S è possibile e ammette oo2 soluzioni. ll minore
1 0
M_(2»2)›
avente I = {3,4} e J = {1,2} quali indici di riga e di colonna ha detM = -2 75 0.
Pertanto S è equivalente al sottosistema minimo S' di equazioni:
xl - 4x3 = -2
2x1 - 2x2 + 59:3 - 9:4 = 9.
Posto 1103 = tl, x4 = t2, il sistema S' può essere riscritto come segue:
xl = -2 + 4i1
23:1 _ 232 = 9 _ 5:1 + i2,
che dà:
xl = -2+4z1
2 13 13 1 1 2
zz: = + t t .
2 2 2
Quindi
Sol(S) = {(x1,:z:2,x3,x4) € R4 | :131 = -2 + 4t1,
13 13 1
«P = -_ + -il - -152,33 =i1,m4 = 1:2).
2 2 2
Si osservi che lo spazio vettoriale delle soluzioni del sistema lineare omogeneo S0 associato
a S è il sottospazio vettoriale di R4:

U = Sol (S0) = {(u1,u2,u3,u4) € R4 |u1 = 4t1,

13 I
IR = -il _ -t2,u3 = i1,u4 = H),
2 2
avente dimensione 2. Infatti, assegnando alla coppia (t1,t2) rispettivamente i valori (1, 0)
e (o,1), si ottiene Ia base B = {(4,13/2,1,o),(o,-š,0,1)} di U.
114 6. SISTEMI LINEARI

Inoltre una soluzione particolare per S è É = (-2, -13/2, 0, 0) (ottenuta per tl = tg = 0).
Ciò conferma che SolS è ottenuto traslando U mediante ì.

Algoritmo B (Procedimento di Gauss-Jordan7)

1) Si consideri la matrice completa C di S e la si muti, mediante una successione di


trasformazioni elementari di riga, in una matrice O ridotta a gradini.
Per il Corollario 6.23, il sistema lineare S avente O quale matrice completa è equiva-
lente a S. Sia g(O) = h. Se l”h-esimo elemento speciale cçlh di O appartiene alla sua
ultima colonna (cioè alla colonna dei termini noti di S), allora la h-esima equazione
lineare di S ha tutti i coefficienti delle incognite nulli e il termine noto non nullo. Ciò
prova (Osservazione 6.6) che S, e dunque S, è impossibile.
Del resto le ultime m - h righe di C sono tutte nulle e pertanto, in tal caso, g(A) =
h - 1 75 h = g(O); l”impossibilità. di S è quindi provata anche dal Teorema di Rouché-
Capelli.
Supponiamo ora jh < n + 1, cioè che cšlh non sia un termine noto di S.

2) Sia O' E ./\/l;,><(n_,_1)(lK) la sottomatrice di O costituita dalle sue prime h righe e


sia S' il sistema lineare (minimo) equivalente a S avente O' quale matrice completa.
Indicata con A' = (oiå-) la matrice incompleta di S' e con la colonna dei suoi
termini noti, sia q E 6,, una permutazione sugli indici di colonna di A' tale che, per
ogni i E Nh, aim) sia l°i-esimo pivot della matrice ridotta A' (di rango h). Posto
. . . . . . . -I
:1:q(h'+1) = tl, . . . ,xq(") = t"'_h e possibile riscrivere il sistema S nel modo seguente:
1
“q<1>“q <1) + °“q<2>"”q
1 <2) + 1
+“q<h>”q a)-"ß 1- “qa+1>' “qa> q-h
“È<2›”q(2)+ "' +°f«i<h›“"q(h) : 52 " “åa+1>'1 qa) 'M
/1 (h)_ /q_ /1 n-h.
°fqa›“"q “ß “qa+1>'f1 qa) ~
Infatti, cancellando da A' le n - h colonne non contenenti i pivot, si ottiene una
matrice triangolare alta.

Lo spazio Sol (S') = Sol (S) si ottiene allora proseguendo come indicato nei passi 3 e
4 dell°Algoritmo A.

In alternativa, si può considerare la matrice completamente ridotta O" ottenuta da


O' mediante trasformazioni elementari di riga. Il sistema lineare minimo S" avente
O" quale matrice completa è equivalente a S' (e dunque a S). Dalla Definizione 3.23
. . . . . . -H
di matrice completamente ridotta segue che il sistema lineare S assume la forma

7Wilhelm Jordan: scienziato geodeta tedesco (Ellwangen, 1842 - Hannover, 1899).


2. METODI DI RISOLUZIONE PER SISTEMI LINEARI 115

seguente:

essendo r € (Sn una opportuna permutazione (applicata alle colonne di CH).

Considerando, come in precedenza, le n - h incognite a:"°("'+1), . . . ,x"("") di S" come


parametri, e posto :1:l"('l+1) = t1,.. . ,x"(") = t"_"', si ottengono subito le seguenti
formule, analoghe alle formule (6.4) dell”Algoritmo A:
xr(1) : _›\%t1 _ _ _ ›\71L_htn-h + 'ul

(5-5) È È É È
xr(h) : _›\}£,t1 _ _ _ ›\7hL_htn-h + uh

Lo spazio Sol (S) si ottiene quindi operando come nel passo 4 dell'Algoritmo A.

Esempio 6.3. Sia S il sistema lineare deII'Esempio 6.2: la sua matrice completa è:
-2 -7 -1 3
-2 1 -1 7
C: 0 -4 0 -2 °
l\DI-*C/0 1 -2 5 -1 9
Operando su C mediante trasformazioni elementari di riga di tipo T2, si ottiene la matrice
ridotta a gradini (di rango due):
5-2- -1
l\D l\D

Ö=0 5
CC ©©H; oocn@`_ ©©O`ll\D oocnaoo \

Poiché il secondo (e ultimo) elemento speciale di C non appartiene all'ultima colonna, il


sistema S avente C quale matrice completa è possibile. Quindi anche il sistema equivalente
S è possibile.
Per trovarne le soluzioni, si consideri il sistema S' avente come matrice completa la matrice
C' costituita dalle prime due righe di C. Posto 9:3 = t1,:z:4 = t2 e scrivendo S' nel modo
seguente:
51121 -2x2 =3+7t1+t2
4, - 25 25,i -qs
2,
I 5” 5 5 +5”
si riottengono facilmente (ricavando, ad esempio, :E2 nella seconda equazione e sostituendo
I'espressione ottenuta nella prima equazione):
al = -2 + 41:1
(1) x, 13 + 13,, 1,27
2 2 2
116 6. SISTEMI LINEARI

da cui
13 13 1
s61(s) = {(-2 +4il, 2 + 2 il 2il,il,il) e 1Ii4|il,il e ii).

In alternativa, si può ottenere da C', mediante una trasformazione elementare di tipo T2,
seguita da due trasformazioni elementari di tipo T3, la matrice completamente ridotta:

O” - I O _143 i) -123
_ 0 1 2 2 2 I

Il sistema lineare S" avente C" quale matrice completa ha equazioni:

xl-4.223:-2
x2-Éa:3+lx4=-É
2 2 2'
Posto 963 = t1,x4 = tg, si riottengono ancora le uguaglianze

Esempio 6.4. Sia S = (A, 0) un sistema lineare omogeneo minimo di n-1 equazioni in n
incognite (ovvero: A E ./\/l(,,_1),<,,(lK) con g(A) = n- 1). Allora, detta M, € ./\/lf,»,_1(lK),
j E Nn, la matrice ottenuta cancellando la j-esima colonna di A, una soluzione non nulla
del sistema è

iz = (6qiM1, -6qiM2, . . . , (-1)fl'+l6qiM,›, . . . , (-1)"+l6qiM.,,)


e Sol (S) = Infatti, considerata, per i E Nn_1, la matrice Ni = E le
cui n righe sono dl = ai, d2 = al, ds = aS_1, dn = a“_1, si ha banalmente
det N"' = 0 per ogni i E Nn_1 (dato che la matrice contiene due righe uguali). Dunque,
íc è soluzione di S in quanto, dallo sviluppo di Laplace secondo la prima riga di Ni, si
ottiene:
TI, TI.

Z qgifl' = 2 agi(-i)i+l dqiM,- = iiqiivi = o vi e Nn 1.


j=1 j=1
Il fatto che tale soluzione sia non nulla e che generi Sol(S) è conseguenza diretta di
g(A) = n - 1.

Esempio 6.5. Il seguente sistema lineare omogeneo di due equazioni in tre incognite
è banalmente minimo:
S_ 3:1:+y =0
° 3:1:+z =0.

Utilizzando il procedimento descritto nell'Esempio 6.4, si ottiene facilmente una soluzione


non nulla:

Pertanto:
Sol (S) = L((1, -3, -3)).
3. RAPPRESENTAZIONI DEI SOTTOSPAZI VETTORIALI 117

Esempio 6.6. Il seguente sistema lineare omogeneo di quattro equazioni in cinque


incognite è minimo
2q.~l -.q.›l+q.›3-2.q,›5 =0
S_ xll-2.222-3x3=0
' az 1 - x 2 +x 4 -x 5 _
_ 0
3.q.~l+.q.›l-4qi5 =0
essendo
-1 1 -2
C>
fb =4.
-1 0 -1
O1-1 -›l\D 00l\D OO0 1-1 -*OO -4
Utilizzando il procedimento descritto nell'Esempio 6.4, si ottiene facilmente una soluzione
non nulla:
-1 1 -2 1-1 -2 -1 -2 -1 1 -2
r 2 -3 -3 O O 2 -3 0
-1 0 -1*- 0 _ -1 -1*- -1 0 -1:
\ 3 0 1-1 -*OO -4 O1-1 -›l\D 0 1-1 -*OO - ›-lši-1 Oi-1 -1l\D O0N 1-1 -*OO -4 Oi-1 -1l\D 3 0 -4
-1 1
2-3 = (-27, -27, -27, -27, -27).
-10
GI-Q
*I-*l\D O0 O I-1 -*OO
Pertanto:
Sol (S) = L((1, 1, 1, 1,

3. Rappresentazioni dei sottospazi vettoriali

Nel presente paragrafo, considereremo solo sottospazi di uno spazio vettoriale V" di
dimensione finita n sul campo IK. B indicherà. una fissata base ordinata di V".

Ci poniamo ora il problema di rappresentare tramite “sistemi di equazioni” i sotto-


spazi di V”.
Esistono fondamentalmente due tipi di rappresentazioni: cartesiane e parametriche.

(I) Rappresentazione cartesiana.

Diremo che un sistema lineare omogeneo S = (A, 0) di m equazioni in n incognite


rappresenta un sottospazio vettoriale Uh di V", relativamente alla base B, se Uh
coincide con l°insieme
{ušß (u1,...,u"') €V" | = (0)},
ovvero se l°insieme delle componenti dei vettori di Uh, rispetto a B, coincide con
Sol In tal caso, si ha necessariamente g(A) = n - h.
118 6. SISTEMI LINEARI

Le equazioni A - = (0) del sistema S si dicono equazioni cartesiane o, più sempli-


cemente, equazioni del sottospazio Uh (relativamente a B

I Teorema 6.25. Ogni sottospazio vettoriale h-dimensionale Uh di Vh (0 < h < n)


può essere rappresentato, relativamente a B, da un sistema lineare omogeneo minimo
di n - h equazioni in n incognite.
Dimostrazione. Sia {u1, . . . , u;,} una base di Uh. Se V EB (xl, . . . ,xh) è un generico
vettore di Vh e se, per ogni i E Nh, u,- E3 . . . ,u§"), sia

H= È È É 5 Mn><(h+1)lK)

la matrice delle componenti della (h + 1)-pla (V,u1, . . . ,u;,), rispetto a B.


Si osservi che la lineare indipendenza di (ul, . . . ,u;,) implica la lineare indipendenza
delle ultime h colonne di H. Pertanto, h < g(H) < (h -l- 1). Inoltre esiste un
minore M di H individuato da un opportuno insieme di h indici di riga e dall”insieme
{2, 3, . . . ,h + 1} di indici di colonna avente determinante non nullo.
Poiché V € Uh = L(u1,...,u;,) se e solo se (x1,...,xh) € L((uì,...,uí"),...,
(uå, . . . ,ul,”)), si ha dunque V E Uh se e solo se g(H) = h, ovvero, per il Teorema
di Kronecker, se e solo se gli n - h orlati M;,+1, . . . , Mn del minore M in H hanno
determinante nullo.
Il sistema lineare omogeneo S di n - h equazioni in n incognite:
CI€I› Mh+1 : 0
CIOÈ Mh+2 : 0

det Mn = 0
rappresenta dunque Uh, rispetto alla base B.
Si osservi che S è necessariamente un sistema lineare minimo per la Proposizione 6.9,
in quanto dim(Sol S) = dim Uh = h.
III

P Osservazione 6.26. La Proposizione 6.9 e l°Osservazione 5.7 permettono di af-


fermare che il Teorema 6.25 è invertibile, nel senso che, fissata una base B di Vh,
ogni sistema lineare omogeneo S di m equazioni in n incognite e rango g(A) = n - h
rappresenta un sottospazio vettoriale Uh di Vh.
Ad esempio, se V4 è uno spazio vettoriale di dimensione quattro e B è una sua fissata
base, il sistema lineare omogeneo S0 associato al sistema lineare S dell”Esempio 6.2
rappresenta, relativamente a B, un sottospazio vettoriale U di V4 di dimensione
h = 4 - g(A) = 4 - 2 = 2. Ovviamente, anche il sistema lineare omogeneo minimo S6
associato al sistema lineare minimo S' equivalente a S costituisce una rappresentazione
cartesiana di U (non ridondante come quella costituita da S0).

P Osservazione 6.27. La rappresentazione di Uh (rispetto alla base B) mediante il


sistema lineare S non è unica, in quanto S dipende dalla scelta della base {u1, . . . , u;,}
di Uh e dal minore M nella matrice H.
3. RAPPRESENTAZIONI DEI SOTTOSPAZI VETTORIALI 119

Esempio 6.7. Nello spazio vettoriale V4 su R siano ul E3 (1, 1, 1, 2), ug E3 (-1, 0, 1, 0)


e U2 = L(u1, ug). Un generico vettore V E3 (x, y, z, w) € V4 appartiene a U 2 se e solo
se la matrice:

cv
H: 1

ha rango 2.
\ Smficêš l\3l-*I-*I-*
0 /
Scelto il minore

M~ ( 1 q )› 1

con detM = 1 75 0, basterà imporre che i due orlati di M abbiano determinante nullo.
-1

Ciò porta al sistema lineare omogeneo minimo S di equazioni:


xl-1
y10=0

z I I _. {x-2y-l-z=0
ecioe 2 _w:0
ar 1 - 1 y
y10=0
w20
che rappresenta U2 rispetto a B.
Scelto invece il minore

M ~( 2 q )›
/ _

lo stesso procedimento produce il sistema S' di equazioni:


1 1

x+z-w = 0
I 2y -w = 0
equivalente a S.
Si osservi che si ha anche U2 = L(W1,W2), dove W1 E3 (0, 1,2, 2) e W2 E3 (2,1,0,2).

(II) Rappresentazione parametrica.

Si noti che, come giá. osservato nella dimostrazione del Teorema 6.25, se il sottospazio
Uh di Vh é generato dai vettori linearmente indipendenti ul :B (ul, . . . ,u'í"), ...,
uh E3 (u,1,, . . . ,u'ƒ,"), allora un vettore generico V EB (931, . . . ,xh) € Uh se e solo se
V € L(u1, . . . , uh); ció equivale ovviamente alla esistenza di h scalari tl, . . . ,th € K tali
che V = t 1 ul + - - - + thuh. Pertanto, tutti e soli i vettori V € Uh ammettono, rispetto
a B, componenti (xl, . . . ,xh) che si ottengono, al variare dei parametri tl, . . . ,th € K,
da

. : . o
@I~ 1 + non
+ . 0
Fi- h

3
1-1
/"M5%.
is ;___/ /"M S3 ;___/
° I-gi-1 /"MC.
2 vs
:1- ;___/
120 6. SISTEMI LINEARI

Le corrispondenti uguaglianze

3
1-› S'
I-*
/"is \¢ /"M Q P-'›-› -›S Q :-3
:-1- ;___/ /"M @I~9+- ;___/
ovvero
xl =ult1+---+ul,th
5 5 ; (il,i2,...,ih EIK),
xh=u'ft1+'~+u',,”th
sono dette equazioni parametriche di Uh (relativamente a B).

Si osservi che, fissata B , le equazioni parametriche non sono uniche, in quanto dipen-
dono dalla scelta della base (ul, . . . , uh) di Uh.

Esempio 6.8. Se U2 = L(u1,u2) è ancora il sottospazio di V4, generato dai vettori


ul E3 (1,1,1,2) e ug EB (-1,0,1,0) (Esempio 6.7), allora le equazioni parametriche di
U2 sono:
_ : ti _ t2
= il
= - ovvero
/'\. @I~@I~
[Qi-I
\__/ = il + il
Qmflfiis Li)
l\Dl-*I-*I-* Q1-›<:___ Li)
gzqwz-2 = 2il .
Se, invece, si considera U2 = L(W1,W2) con W1 EB (0,1,2,2) e W2 EB (2,1,0,2),
allora si ottiene:
= 2s2
: si + S2
= 2s1
gzqws = 2s1 + 2s2.

D Osservazione 6.28. Se il sottospazio Uh è rappresentato, rispetto alla base B di


Vh, dal sistema lineare omogeneo minimo S, allora per ottenere un sistema di equa-
zioni parametriche di Uh, basta determinare una base di Uh (cioè h vettori linear-
mente indipendenti) e applicare poi il metodo appena descritto.
Viceversa, data una rappresentazione parametrica di Uh, rispetto alla base B di Vh,
i coefficienti degli h parametri forniscono le componenti, rispetto a B, di h vettori
(linearmente indipendenti) che generano Uh; il metodo descritto nella dimostrazione
del Teorema 6.25 produce allora un sistema lineare omogeneo minimo S che rappre-
senta Uh.
Si osservi ancora che gli Algoritmi A e B di risoluzione dei sistemi lineari descritti nel
§ 2, producono entrambi particolari sistemi di equazioni parametriche per Uh.
P Osservazione 6.29. In generale, ogni scrittura del tipo

I =H- I il i2,...,il`e11<),
/"M S3.
is___ ;___/ /"M °%-°t›
;___/
3. RAPPRESENTAZIONI DEI SOTTOSPAZI VETTORIALI 121

con H € ./\/l»,,,><.,¬(lK), può essere considerato rappresentazione parametrica, rispetto a


una fissata base B di Vh, di un sottospazio U di Vh. La dimensione del sottospazio,
però, non coincide necessariamente con il numero di parametri. Si ha infatti:

dim(U) = .Q(H),
poichè H risulta essere la matrice delle componenti rispetto a B di un sistema di
generatori (non necessariamente base) di U.
cAPIToLo 7

Autovalori ed autovettori

1. Autovalori e autospazi di un operatore lineare

Nel presente paragrafo V indicherà uno spazio vettoriale sul campo R.


Se À € K e T è un operatore lineare su V, poniamo:
UÀ ={V€V l

I Proposizione 7.1. Per ogni scalare À € R, U), è un sottospazio vettoriale di V.

Dimostrazione. E facile verificare che UA è linearmente chiuso.


III

Q Definizione 7.2. Uno scalare À E R è detto autovalore dell°operatore lineare T su


V se il sottospazio U ›,(T) di V non si riduce al solo vettore nullo 0 di V.
In tal caso, U ›\(T) è detto autospazio di T, relativo all°autovalore À; gli elementi di
U >\(T) sono detti autovettori di T relativi all°autovalore À.

In altre parole, À E K è un autovalore di T se esiste un vettore V 31€ 0 di V tale che:

(7.1) T(V) = À - V.

Gli autovettori di T relativi a À sono tutti e soli i vettori v € V (compreso il vettore


nullo 0) soddisfacenti (7.1).

Si osservi che, per À = 0, si ha U0(T) = Ker T.

Pertanto, 0 € K è un autovalore di T se e solo se T non è iniettivo (Proposizione 5.4


(0))-

Esempio 7.1. Sia T : R2 -› R2 l'operatore lineare definito da T(x, y) = (x+8y, 4x+5y).


Il vettore V = (-3,2) € R2 non è autovettore di T, dato che

T(-3, 2) = (13, -2) À(-3, 2) VÀ € R).

Invece, il vettore V' = (2, -1) € R2 è autovettore di T, dato che

T(2, -1) = (-6, 3) = -3(2, -1).


Pertanto, À = -3 € R è un autovalore di T, e il relativo autospazio contiene V'.
124 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

Esempio 7.2. Sia T : R2 -› R2 l'operatore lineare definito da T(x,y) = (ax,by), con


a, b € IK - a 75 b. Allora gli autovalori di T sono a e b e i relativi autospazi sono:
UG. = {(fv,y) € K2 I v = 0}, Ui = {(w,v) € K2 I fv = 0}-
Esempio 7.3. Sia T : R2 -› R2 l'operatore lineare definito da T(x, y) = (396-2y, 296-y).
Lo scalare À € R è un autovalore di T se e solo se esiste un vettore (x, y) € R2 - {(0, 0)}
tale che
3:1: - 2y = Àx
2a' - y = Ày.
In altre parole, À è un autovalore se e solo se il sistema lineare omogeneo
(À - 3)a' + 2y = 0
-2:L°+(À+1)y=0
ammette soluzioni diverse da quella banale. Per il Teorema di Cramer ciò avviene se e
solo se

det( A-23 ,\ì1):0°


cioè se e solo se À = 1.
Quindi 1 è I'unico autovalore di T. Il relativo autospazio U1 è I'insieme di tutti i vettori
(a°,y) € R2 tali che:
(1 - 3)x + 2y = 0
{-2x+(1+1)y=0
ovvero
U1 ={(w,y) ER2 I w=y}-
Vedremo in seguito che il procedimento sopra illustrato è valido, in generale, per la ricerca
degli autovalori (e degli autospazi) di un qualsiasi operatore lineare su uno spazio vettoriale
di dimensione finita.

Esempio 7.4. Esistono anche operatori lineari privi di autovalori. Ad esempio, se T :


R2 -› R2 è definito da T(x,y) = (y,-x), allora ripetendo il procedimento già visto
nell'Esempio 7.3, si ottiene che À è autovalore di T se e solo se

det(â\ _/\I)=0,

ovvero se e solo se À 2 + 1 = 0. Dunque T non ha autovalori (reali).


Esempio 7.5. Sia C°°(R; R) I'insieme delle funzioni "lisce" (cioè infinitamente derivabili)
ƒ : R -› R. Evidentemente C°°(R;R) è un sottospazio vettoriale dello spazio di tutte le
funzioni da R a R.
Sia ora D l'operatore lineare su C°°(R;R) che a ogni funzione ƒ associa la sua funzione
derivata Dƒ = ƒ'. Per ogni À € R, si ha:
D(e›`2) = Àe›`2.
Se ne deduce che ogni numero reale À è un autovalore di D. Si può inoltre provare che
l'autospazio U), ha dimensione uno; pertanto UA = L(e›`°”).
1. AUTOVALORI E AUTOSPAZI DI UN OPERATORE LINEARE 125

I Proposizione 7.3. Siano Àl, . . . , Àl, h autovalori distinti di T e, per ogni i € Nh,
sia v,; € UÀ, - Allora i vettori vl, . . . ,vh sono linearmente indipendenti.

Dimostrazione. Applichiamo il Principio d”induzione.


Per h _ 1 llaffermazione è banalmente vera, essendo Vl 75 0.
Supponiamo ora che la Proposizione sia vera per h - 1 autovalori e dimostriamone la
validità nel caso di h autovalori. A tale scopo supponiamo che si abbia
(72) Q41V1 -I- ° ' ' -l- (ll4}lVh = O.

Si ha allora:

0 = T(U) = T(041V1 + ° ° ' + 0¢hVh) = 0¢1T(V1)+"'+ 0¢1iT(Vii) =


I Oi1›\1V1 -I' ' ' ' *I* (lIé}l›\}lV}l.

Sottraendo a quest°ultimo termine il primo membro della (7.2) moltiplicato per Àl,,
si ottiene quindi

0¢1(À1 _ Ãii)V1 + - - - + Om-1(}\h-1 _ ›\h.)Vh.-1 = 0-


Per l”ipotesi induttiva, i vettori vl, . . . ,v;,_l sono linearmente indipendenti, per cui
tutti i coeflicienti oil(Àl Àl,), . . . , oi;,_l(À;,_l - Àh) devono essere nulli.
Dal momento che, per ipotesi, per ogni i € N;,_l, À, 75 Àl,, se ne deduce che
oil = = ci;,_l = 0. Sostituendo nella (7.2) si ottiene infine oihvi, = 0, da cui,
essendo vi, 75 0, segue oil, = 0. Ciò prova che i vettori vl, . . . ,v;, sono linearmente
indipendenti.
III

La Proposizione 7.3 viene di solito enunciata brevemente dicendo che autovettori non
nulli relativi ad autovalori distinti sono linearmente indipendenti.

Esempio 7.6. Siano Àl, . . .,À,, n numeri reali distinti, interpretati come n autovalori
distinti per l'operatore lineare D su C°°(R;R) dell'Esempio 7.5. Poichè, Vi € Nn, e›`*'“ è
un autovettore non nullo relativo all'autovalore Àl, dalla Proposizione 7.3 si ricava che le
funzioni e›`l“, . . . , e›`“h sono linearmenti indipendenti.

I Corollario 7.4. Gli autospazi relativi a un numero finito di autovalori distinti


sono sottospazi indipendenti.

Dimostrazione. Siano U›,1,.. . ,U>\,_ gli autospazi relativi agli autovalori distinti
Àl, . . .,À;,. Se, per i € Nh,

Vi € UA. 0 (U/\1 ++Ux.--1 +Ux.-+1 + +U»\i.)›


si ha
Vi =V1 +"'+Vi-1+Vi+1+---+V1i›
dove, per ogni j € Nh, v_,~ € U›,,.. Quindi
V1_|_..._|_V7:_1 :O
126 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

e ciò implica, per la Proposizione 7.3, che ogni V, (in particolare, v,~) è il vettore nullo.
Pertanto gli autospazi U Àl, . . . ,U ›,,_ sono sottospazi indipendenti.
III

2. Polinomio caratteristico

Nel presente paragrafo mostreremo che gli autovalori di un operatore lineare T su


uno spazio vettoriale Vh di dimensione finita n (sul campo IK) sono le radici di un
polinomio di grado n (a coeflicienti in IK), univocamente associato a T.
Le nozioni fondamentali relative alle equazioni algebriche, utilizzate nel seguito del
capitolo, sono raccolte nella Appendice A.

I Proposizione 7.5. Sia B una base ordinata di Vh e A la matrice associata a T


relativamente a B .
(a) Per ogni À € IK, detta la colonna delle componenti di un generico vettore
V € Vh rispetto a B, il sottospazio U›,(T) ha equazioni:

(7-3) (Àln _ 14)' (32) = (0)-


Si ha pertanto: dim U›\(T) = n - g(ÀI,, - A).
(b) Lo scalare À E IK è un autovalore di T se e solo se det(ÀI,, - A) = 0. In
particolare, 0 E IK è un autovalore di T se e solo se detA = 0.

Dimostrazione. Si ha T(V) = Àv se e solo se A ~ = À~ (sc), ovvero se e solo se


(Mn _ A)'(«'1f)=(0)-
Pertanto, le (7.3) sono le equazioni di U›,(T), relativamente a B (si veda § 3 del
Capitolo 6). Ciò prova (a).
Inoltre, À 6 IK è un autovalore di T se e solo se

dimU›\(T) = n - g(ÀI,, - A) > 0,

cioè se g(ÀI,, - A) < n. Poichè ÀI,, - A € ./\/In(IK), ciò accade se e solo se il suo
determinante è nullo. Ciò prova U

Data una matrice A = (aå-) € ./\/l,»,(IK), la matrice:

t-al1 -a21 -
9 IQI-* FI- Q [O[O 391°:ge
in-A:
\ -ah -ag t - a 33 \

viene comunemente detta matrice caratteristica di A.

Q Definizione 7.6. Si dice polinomio caratteristico della matrice A € il


polinomio
AA(t) = det(tI,, - A) €

Si dicono poi autovalori di A le radici del suo polinomio caratteristico AA


2. POLINOMIO CARATTERISTICO 127

P Osservazione 7.7. Il polinomio caratteristico di una matrice A € è un


polinomio monico (cioè con coefficiente principale = 1) di grado n, a coefiicienti in
IK.

Posto:
A16) = i" + <fi..-1i"-1+---+ 50,
ricordando che ogni addendo dello sviluppo del determinante contiene quale fattore
uno e un solo elemento di ciascuna riga e di ciascuna colonna, si ottiene subito che il
coefficiente di grado n - 1 è:

5..-. : -<q1+---+qi> = - Tia).


dove Tr (A) indica la traccia della matrice A (si veda I'Esempio 5.5).
Inoltre il coefficiente di grado zero è
50 = A/l(0) = det(-A) = (-1)h det A.

Esempio 7.7. Consideriamo le matrici:


1 1 0 3 1 0
Al: 3 3 0 , A2: 0 3 0 ,
7 0 2 4 1 2
3 0 1 3 2 0
A3: 0 3 0 ,A.,: -5 -3 0 eM3(iii).
0 0 2 7 0 2
I relativi polinomi caratteristici sono:
i-1 -1 0
A/l,(t)= -3 t-3 0 =t(t~2)(t-4);
-7 0 i-2
i-3 -1 0
Aka): 0 i-3 0 :(i-ma-3?;
-4 -4 i-2
i-3 0 -1
Aka): 0 i-3 0 :(i-ma-3?;
0 0 i-2
t- 3 -2 0
Age): 5 i+3 0 :(i-ual+n.
-7 0 t- 2
Ne consegue che gli autovalori di Al sono 0, 2 e 4, gli autovalori di A2 e di A3 sono 2 e
3, mentre I'unico autovalore (reale) di A4 è 2.
Si osservi che la stessa matrice A4, considerata in .l\/l3((C), ha tre autovalori (complessi):
2, i e -i.

Esempio 7.8. Sia (9,,(R) I'insieme delle matrici ortogonali di ordine n su R (Definizione
3.21). Se n è dispari, allora l'unità 1 di R è autovalore di ogni matrice A € On (R) avente
determinante uguale a 1.
128 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

Da det(A-l) : (det A)_l : 1 segue infatti:


dain¬-A):<aqAfU-dain¬-A):
:daiA_P(L,-A»==aa«Afl.n)-(A-loh):
:daorl-Lg:daUA-Lg:daUUA-IQ):
:dapi-n):pnyrdaufi-A):-dani-A)
e quindi 2 - det(I.,, - A) = 0, da cui si ottiene det(I,,, - A) = 0.
Ciò prova che 1 è radice del polinomio caratteristico AA (t) = det(tI,,-A) di A e pertanto
che 1 è un autovalore di A.

Esempio 7.9. Sia A = (ag) E ./\/l3(IK). Il polinomio caratteristico di A è

_
_ t
3 _ 1 2 3 2
(al "I" a2 'I' a3)t 'I' (
ai
ag
ai
ag 'I'
ai
ag
ai
ag 'I'
ai
ag,
ai
ag II
_ CIOII

Più in generale, se A E si può dimostrare che il coefficiente dm di grado m < n


del polinomio caratteristico di A si ottiene moltiplicando per (-1)h_"h la somma dei deter-
minanti di tutti i minori di ordine n- m di A individuati da righe e colonne corrispondenti
allo stesso sottoinsieme (di cardinalità n - m) di Nn.

Esempio 7.10. Se A _ (aš) E ./\/ln(IK) è una matrice triangolare alta o bassa (Definizione
3.16), allora il polinomio caratteristico di A è

AAay=a-qha-q@.Ha-6%.

I Proposizione 7.8. Matrici simili hanno lo stesso polinomio caratteristico e, di


conseguenza, gli stessi autovalori e la stessa traccia.

Dimostrazione. Se A, B E .l\/ln(IK) sono simili, sia E € GL,,(IK) tale che B =


E_1 -A - E. Si ha allora:
AB(t) = det -B) =det(tI,,,-E_1-A-E) =
= det _ -(tI,,)-E-E_1-A-E):
= det _ (tI,,-A)-E) =
= det _ I-3I-3I-3) -det(tI,, - A) - det E =
= (d mama?
)_1 -det E- det(tI,, - A) =
= det tI,,-A) =AA(t).
III

La Proposizione 7.8 consente di formulare la seguente:

Q Definizione 7.9. Sia T un operatore lineare su Vh. Si dice polinomio caratteristico


di T, e si indica con Al¬(t), il polinomio caratteristico della matrice A = Mß(T),
associata a T relativamente a una qualunque base di Vh.

Risulta ora immediato il seguente:


2. POLINOMIO CARATTERISTICO 129

I Teorema 7.10. Gli autovalori di un operatore lineare T su Vh sono tutte e sole


le radici del polinomio caratteristico AT(t).
Pertanto, gli autovalori di T coincidono con gli autovalori di una qualunque matrice
associata a T.

Dimostrazione. Per la Definizione 7.9 e per la Proposizione 7.5 (b), si ha che À € IK è


un autovalore di T se e solo se AT(À) = 0, cioè se e solo se À è radice del polinomio
Al¬(t). U

Q Definizione 7.11. Sia À un autovalore dell'operatore lineare T di Vh. Si dice


molteplicità algebrica ma(À) di À la molteplicità di À quale radice del polinomio ca-
ratteristico AT(t).
Si dice molteplicità geometrica mg(À) di À la dimensione del relativo autospazio
U›\(T).

Si osservi che, se A E ./\/l,~,(IK) è una matrice associata a T, allora la Proposizione 7.5


(a) implica che:
mg(À) = dim U), = n - g(ÀI,,, - A)

I Proposizione 7.12. Per ogni autovalore À di T, si ha:

1 5 mg(/\) 5 mq(/\)~
Dimostrazione. Poichè dim U›, > 0, si ha mg(À) = h \/ _ . Sia poi BA = (el, ...,
eh) una base ordinata di UA e B = (el, . . . ,e;,, fl, . . . , f,,_;, _/I-1 una base ordinata di Vh
ottenuta per completamento della base BA (Proposizione 4.29).
Dal momento che, per ogni i E Nh, T(e,~) = Àe,~, la matrice A associata a T rela-
tivamente a B sarà del tipo:

À0...0
0,\...0
.. B
A: ()()...,\
00 0

\ii...;. C/
essendo B e C opportuni blocchi di tipo h >< (n- h) e (n- h) >< (n- h) rispettivamente.
Il polinomio caratteristico di T sarà dunque

AT(i) : AA(i) : (i - ,\)”p(i),


essendo p(t) un opportuno polinomio di grado n - h. Se ne deduce che la molteplicità
algebrica di À è 2 h.
III
130 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

P Osservazione 7.13. Se Àl,...,À;, sono gli autovalori (distinti) dell”operatore


lineare T su Vh, allora per l°Osservazione A.9 e la Proposizione 7.12 si ha:
h h
h < Z mg(À,-) < Z ma(À,-) < n.
i':1 _ i:1 _
Se il campo IK su cui Vh è definito è algebricamente chiuso (Definizione A.10), allora
il Teorema A.12 implica che
ii
Z: ma(À,~) = n

Anche in tal caso, però, la somma delle molteplicità geometriche può essere stretta-
mente minore di n (si veda il successivo Esempio 7.7 bis).

Esempio 7.7 bis. Per r = 1,2,3,4 sia T,,. l'operatore lineare su R3 avente la matrice
A.,~ € ./\/l3(R) dell'Esempio 7.7 quale matrice associata, rispetto alla base naturale.
Per ogni r € N4, il polinomio caratteristico e gli autovalori di T,¬ coincidono con il
polinomio caratteristico e con gli autovalori della corrispondente matrice A,~.
Calcoliamo ora le molteplicità algebriche e geometriche dei singoli autovalori.
1) Tl ha tre autovalori distinti: 0, 2 e 4 (ciascuno di molteplicità algebrica 1). Per la
Proposizione 7.12, si ha pertanto mg(0) = mg(2) = mg(4) = 1.

2) T2 ha autovalori Àl = 2 e À2 = 3 con ma(2) = 1, ma(3) = 2. Si ha inoltre

mg(2) = 1, mg(3) = 3- g(3I3 - A) = 3 - 2 = 1.

Si osservi che
2 ma(À,-) = 3, mentre Z mg(À,~) = 2.
i' i'
Le stesse relazioni continuano a valere anche considerando T2 come operatore lineare su
(C3.
3) T3 ha autovalori Àl = 2 e À2 = 3, con ma(2) = 1, ma(3) = 2. Si ha inoltre

mg(2) = 1, mg(3) = 3- g(3I3 - A) = 3 - 1 = 2.


Si osservi che, in questo caso, si ha

Z mg(À,-) = E ma(À,~) = 3.
i i

4) T4 ha il solo autovalore reale Àl = 2, con ma(2) = mg(2) = 1. Si ha pertanto

2 mg(À,-) = E ma(À,) = 1 < 3


i' i'
(si ricordi che, come provato nella Osservazione A.13, R non è algebricamente chiuso).
Gli autovalori di T4, considerato come operatore lineare su (C3, sono invece 2, i e -i.
Avendo in questo caso T4 tre autovalori complessi distinti, se ne deduce che ciascuno ha
molteplicità algebrica 1 e molteplicità geometrica 1.
3. DIAGONALIZZAZIONE DI MATRICI E OPERATORI LINEARI 131

3. Diagonalizzazione di matrici e operatori lineari

Nel presente paragrafo studieremo il problema di determinare le condizioni affinchè


un dato operatore T su Vh sia rappresentabile mediante una matrice diagonale o,
equivalentemente, affinchè una data matrice A € sia simile a una matrice
diagonale.
Ricordiamo che per matrice diagonale si intende una matrice A € ./\/ln(IK), i cui ele-
menti ÀÉ, con i 75 j, sono tutti nulli (Definizione 3.15). Spesso indicheremo con
diag(al, . . .,a,,) la matrice diagonale avente la n-pla (al, . . .,a,,) quale diagonale
principale.

Q Definizione 7.14. Si dice base spettrale relativa all'operatore lineare T una base
BS di Vh, formata da autovettori di T.

P Osservazione 7.15. Se la matrice Mß(T), associata all'operatore lineare T su Vh


relativamente alla base ordinata B di Vh, è la matrice diagonale A = diag(al, . . . ,a.,,),
allora B è una base spettrale (ordinata) di Vh.
Posto B = (el, . . . ,en), si ha infatti:
Vi E Nn, = 0,1' GZ'.

In altre parole, e,- è un autovettore non nullo di T relativo all'autovalore al.


Supponiamo viceversa che Vh ammetta una base spettrale BS relativa a T e che
Àl, . . . , À), siano gli autovalori (distinti) di T. Allora è possibile ordinare i vettori di
BS in modo da ottenere una base spettrale ordinata
B s_ 1 1 2 2 Ii Ii
_(e1,...,e,.1,e1,...,e,,.2,...,e1,...,e,,.,_)
tale che, per ogni i E N;,, i vettori eli, . . . ,eli appartengono all°autospazio U A, relativo
8
Dal momento che, per ogni i E Nh,
r,- § dimUA, = mg(À,-)
e che

M-
S I-l
*ÈS.:n,

per l°Osservazione 7.13 si ricava


ii
ri = 1T18;(›\i) 6 2 mg(›\i) = "-

Pertanto, per ogni i € Nh, (el, . . .el._,) è una base (ordinata) per UA, e la matrice
associata a T relativamente alla base spettrale BS è la matrice diagonale
A: Cllag(›\1,...,›\1,/\2,...,›\2, ..., ›\h,...,›\h ),
(rl volte) (r2 volte) (rh volte)

dove ogni autovalore À, è ripetuto r,; = mg(À,-) volte.

Q Definizione 7.16. Una matrice A 6 ./\/ln(IK) è detta diagonalizzabile per similitu-


dine se esiste una matrice diagonale A € simile ad A.
132 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

Abbiamo ora tutti gli ingredienti per provare la seguente:

I Proposizione 7.17. (Teorema spettrale) Sia A la matrice associata all 'opera-


tore lineare T : Vh -› Vh, relativamente a una qualunque base B di Vh. Siano poi
Àl, . . . , À), gli autovalori (distinti) di T (0, equivalentemente, di A) e UA,, . . . , UA,_ i
relativi autospazi. Le seguenti afiermazioni sono equivalenti:
(a) A è diagonalizzabile per similitudine;
(b) V ammette una base spettrale relativa a T 1,'
/¬ il E13
= 1-1
h
: ni

(qi) V” : QBUA,
Dimostrazione. Proveremo l°equivalenza delle affermazioni secondo il seguente sche-
ma:
(fi) <=> (Ö) <=> (C) <=> (Cl)
(a) <=> La dimostrazione si ottiene direttamente dall°Osservazione 7.15, facendo
uso della caratterizzazione delle matrici simili come associate allo stesso operatore
lineare relativamente a basi diverse (Teorema 5.38).
(b) => La dimostrazione è contenuta nell°Osservazione 7.15.
(c) => Se
ii
Z H18(}\i) = fa
i=1
posto r,- = mg(À,;) = dim UA,, per ogni i E Nh, sia BA, = {el, ~ -- ,ef.__} una base di
U A_.. In virtù della Proposizione 7.3, l°insieme di n vettori (non nulli e distinti)
BS _
_ {e1,...,e,.1,e1,...,e,.2,...,e1,...,e,,.h}
1 1 2 2 ii ii

è linearmente indipendente e costituisce quindi, per il Teorema 4.28 (a), una base
(spettrale) di Vh.
(c) <=> E conseguenza immediata del Corollario 7.4 e della Proposizione 4.42.
I:I

I Corollario 7.18. Se l 'operatore lineare T su Vh ammette n autovalori distinti,


allora V ammette una base spettrale relativa a T.

Dimostrazione. Poichè ogni autovalore ha molteplicità geometrica 2 1, per l°Osser-


vazione 7.13, si ha
TL

Z mg(À,-) = n.

III

Esempio 7.7 ter. Verifichiamo se esistono basi spettrali relative agli operatori lineari
T., : R3 -› R3 dell'Esempio 7.7 bis.

1In tal caso T è spesso detto semplice.


3. DIAGONALIZZAZIONE DI MATRICI E OPERATORI LINEARI 133

1) Tl ha tre autovalori distinti 0, 2, 4 e quindi ammette una base spettrale per il Corollario
7.18; la matrice Al è simile alla matrice diagonale
000
Al: 020.
004
2) T2 non ammette una base spettrale, in quanto la somma delle molteplicità geometriche
dei suoi autovalori 2 e 3 è 1 + 1 = 2 < 3. Quindi la matrice A2 non è diagonalizzabile
per similitudine.
3) T3 ammette una base spettrale, in quanto la somma delle molteplicità geometriche dei
suoi autovalori 2 e 3 è 1 + 2 = 3. La matrice A3 è simile alla matrice diagonale
200
A3: 030.
003
4) T4, definito su R3, non ammette una base spettrale, in quanto il suo unico autovalore
(reale) 2 ha molteplicità 1. Pertanto A4 non è diagonalizzabile per similitudine (su R).
T4 ammette una base spettrale, se è, invece, definito su C3, in quanto ammette tre
autovalori distinti 2, i, -i. In tal caso A4 è simile alla matrice diagonale
2 0 0
A4 I 0 0 É
0 0 _'I:

Esempio 7.11. Determiniamo una base spettrale relativa all'operatore lineare T3 con-
siderato nell'esempio precedente. Ricordando la Proposizione 7.5 (a), poichè la matrice
associata a T3 relativamente alla base naturale di R3 è A3,
U2 = {(:z:,y,z) ER3 | a:+z=0, y=0},
U3 = {(:z:,y,z) E R3 | z = 0}.
Basi per U2 e U3 sono rispettivamente
B2 = {(1,0, -1)} e B3 = {(1,0, 0), (0, 1,0)}.
Una base spettrale di R3, relativa a T3, ordinata come indicato nell'Osservazione 7.15, è
quindi:
es : ((1,0, -1), (1,0, 0), (0, 1,0)).
Si osservi che la matrice del cambiamento di base da BS alla base naturale B di R3 è

110
E:001
-100
Si ha inoltre
0 0 -1
E-l: 1 0 1 .
0 1 0
e
E-lA3E : A3.
134 7. AUTOVALORI ED AUTOVETTORI

Concludiamo il capitolo con il seguente importante risultato, che assicura la diago-


nalizzabilità per similitudine di tutte le matrici simmetriche reali. La dimostrazione
sarà effettuata nella Appendice B (Teorema B.1), utilizzando nozioni che saranno
introdotte nel successivo Capitolo 8.
I Teorema 7.19. Sia A € S,,(R) una matrice simmetrica reale. Allora, esiste una
matrice ortogonale E € (9»,,(R) tale che
E-l-A-E:'fE-A.E: D,
con D matrice di tipo diagonale.
III
TEST DI VALUTAZIONE - I PARTE

I seguenti quesiti, organizzati in due batterie, ciascuna composta da dieci quiz,


possono essere utilizzati dagli studenti come autoverifica di apprendimento relativa
alla prima parte del Corso riguardante argomenti di Algebra Lineare.
Per ogni domanda vengono proposte quattro possibili risposte, delle quali una sola è
corretta: si consiglia lo studente, al fine di valutare nel modo più completo possibile il
proprio livello di comprensione delle tematiche trattate, di non limitarsi alla sola
individuazione dell'unica risposta giusta, ma di tentare anche di comprendere i motivi
che rendono errate le altre tre risposte.
Volendo attribuire una valutazione in trentesimi alla propria risoluzione di ciascuna
batteria di quiz, lo studente potrebbe, ad esempio, attribuire 3 punti ad ogni risposta
corretta, sottraendo 1 punto per ogni risposta errata.

Le risposte corrette, insieme a qualche indicazione sulle conoscenze necessarie per un


competente approccio ad ogni singolo quesito, sono disponibili come contenuti online
extra del testo: si veda httpzl/textincIoud.editrice-escuIapio.com
PRIMO TEST DI AUTOVALUTAZIONE - parte I

1. Per quale dei seguenti polinomi a coefficienti reali nella indetermmata t il numero 5
è radice di molteplicità due?
-5)l-(i+ CTI \_/ M

_ t _
U_U \_/\/ /¬/-\ ~¬-¬- U! \_/ /¬ \_/
`/¬/-\ t MM _ MM CJTCT!
/¬ ~¬- \_/

/¬,_ Q.
(3 M/M /¬\
fil- U!
I-l \_/\_/
lo0
°/_\
('f2- M O1 )
2. Una matrice A C ./\/l.,»,(IK), con IK campo, ammette inversa se e solo se:
(a) IA ammette inversa
(b) ogni suo elemento ammette inverso
(c) non contiene righe o colonne nulle
(d) è ortogonale

3. Se A E .A/l5(R), quale tra le seguenti trasformazioni attuate su A produce una matrice


B tale che detA = - det B?
(a) sommare alla prima riga di A tutte le righe di A
(b) sottrarre alla prima riga di A tutte le altre righe di A
(c) moltiplicare la prima riga di A per -1 e scambiare tra loro le prime due colonne
della matrice ottenuta
(d) effettuare una permutazione di classe dispari sull'insieme delle righe di A

4. Quale tra i seguenti sottoinsiemi X di R3 è un suo sottospazio vettoriale?


(3) X : I(1›1›1)}
(b)X={(a:,y,z)€R3/x+y+z=0}.
(c)X= :c,y,z€R3/2:2-y2=0}
(d)X= i-'¬r-1%/_\/_\ :c,y,z \_/\/ CR3/a:+y+z=0,x+2y+z=1}

5. Se dimV = n e X C V ha m elementi, con m < n, allora necessariamente:


(a) X è linearmente dipendente
(b) X è linearmente indipendente
(c) X è un sistema di generatori di V
(d) X non è un sistema di generatori di V

6. S`a T :V -› W una trasformazione lineare. Allora:


(a) Im (T) è un sottospazio vettoriale di W, con dim( Im § dimV
Ker (T) = T(0v)
se H è un sistema di generatori per V, allora T(H) è un sistema di generatori
per W
se H C V è un insieme linearmente indipendente, allora T(H) C W è un
insieme linearmente indipendente
137

7. Dato uno spazio vettoriale V e due sue basi ordinate B e B, la matrice del cambiamento
di base da B a B ha:
(a) come righe le componenti dei vettori di B rispetto a B
come colonne le componenti dei vettori di B rispetto a B
come righe le componenti dei vettori di B rispetto a B
come colonne le componenti dei vettori di B rispetto a B

8. I\ell'insieme di tutti i sistemi lineari di 4 equazioni in 5 incognite a coefficienti reali,


nei quali il rango della matrice incompleta è 4:
(a) tutti i sistemi hanno esattamente una soluzione
(b) ci sono sistemi che hanno esattamente 5 soluzioni
(c) ci sono sistemi che non hanno soluzioni
(d) tutti i sistemi hanno infinite soluzioni

9. Sia A- = (b) un sistema di Cramer in n incognite. Allora:


(a) det A = 0
(b) il sistema ha esattamente n soluzioni
(c) I'unica soluzione del sistema è data da A -1 - (b)
(d) I'unica soluzione del sistema è data da (b) - A_1

10. Siano Àl e À2 due autovalori distinti di A C .l\/l3(IK) con ma(Àl) = 1 e ma(À2) = 2.


Quale tra le seguenti affermazioni è necessariamente vera?
(a) A è diagonalizzabile per similitudine in IK
(b) gli autospazi UA, e UA, sono indipendenti
(c) l'autospazio UA, ha dimensione due
(d) se IK = (C, la matrice A è diagonalizzabile per similitudine in (C.
138

SECONDO TEST DI AUTOVALUTAZIONE - parte I

1. Quale tra le seguenti affermazioni è (in generale) falsa?


(a) se è un anello, allora ogni elemento di A ammette opposto
(b) se è un anello, allora possono esistere a, b C A - tali che a- b = 0
(c) s (D è un campo, allora ogni elemento di IK ammette inverso
(d) se È??? ¢††† è un gruppo, allora ogni elemento di (G ammette opposto

2. Se A = (aš) è una matrice reale n >< n, la matrice inversa di A:


(a) esiste se e solo se A è diversa dalla matrice nulla
(b) esiste se e solo se gli elementi di A sono tutti diversi da 0
(c) esiste se e solo se det A 74 0, e in tal caso il suo generico elemento di posizione
Ai
(i,j) è M, dove Ag è il complemento algebrico delI'elemento ag di A
(d) è quella matrice B C qualora esista, per cui A - B = B -A e tale
prodotto è la matrice di ./\/l,,(R) in cui ogni elemento è uguale a 1

3. Nella somma di prodotti che definisce il determinante della matrice A = (al) C


./\/l3(IK), il fattore al compare:
(a) 5 volte
(b) 6 volte
(c) 6! volte
(d) 5! volte

4. Si consideri lo spazio vettoriale W = {(x,y, z) C R3 / x+y+z = 0}. Le componenti


del vettore V = (-1,2, -1) C W rispetto alla base ordinata B = ((1,1,-2),(-2,1,1))
di W sono:
1-* L/

(b)
/5
/5
mn M/M/ 1-1I-11-*

(<1) /5/5/_\/_\
I-11-1I-1 _T/MI-1” \_/.Q
-

5. Nello spazio vettoriale reale Rltl dei polinomi in t a coefficienti reali, la chiusura
lineare dell'insieme X = {2, 2t2, 2t2 + 2t4} è:
(a) I'insieme X stesso
(b) tutto Hill]
(c) il sottospazio vettoriale costituito dai polinomi di grado § 4 i cui coefficienti
sono interi pari
(d) il sottospazio vettoriale costituito dai polinomi di grado § 4 i cui coefficienti dei
termini di grado dispari sono nulli
139

. Siano V,V' due spazi vettoriali di dimensione due sul campo IK. Se {u,v} C V
c'a
€ linearmente dipendente e {u',v'} C V' è linearmente indipendente, quante trasforma-
zioni lineari T : V -› V' esistono, per cui T(u) = u' e T(V) = v'?
(a) nessuna
(b) esattamente due
(c) esattamente una
(d) infinite

7. Se A C ./\/l5(R) ha rango 3, allora:


(a) tutti i minori di ordine 4 di A hanno determinante nullo
(b) gli unici minori di ordine 4 di A aventi determinante nullo sono gli orlati di un
minore di ordine 3 con determinante non nullo
(c) tutti i minori di ordine 2 di A hanno determinante non nullo
(d) det(A) 75 0

8. Sia S = (A,b) un sistema lineare a coefficienti reali di m equazioni in n incognite, e


sia C' la sua matrice completa. Quale tra le seguenti affermazioni è vera?
(a) se S è omogeneo, allora la somma di due soluzioni di S è una soluzione di S
(b) se Sol(S) è vuoto, allora A deve avere almeno due colonne uguali
(c) se il numero di equazioni e strettamente maggiore del numero delle incognite,
allora S non può ammettere soluzioni
(d) se il numero di equazioni è strettamente minore del numero delle incognite,
allora A e C' non possono avere lo stesso rango

9. Sia T un endomorfismo su uno spazio vettoriale V di dimensione 5, rappresentato


dalla matrice A rispetto a una fissata base ordinata. Se 42 NON è un autovalore di T,
allora:
(a) per nessun V C V vale T(V) = 42v
det(42I5 - A) 75 0

il polinomio caratteristico di A è divisibile per (t - 42)

10. .Jna matrice A C .l\/ln(R) è diagonalizzabile per similitudine in R se e solo se:


(a) le colonne di A formano una base spettrale di Rh
la somma delle molteplicità geometriche dei suoi autovalori reali è uguale a n
A ha tutti gli autovalori distinti
A è regolare
cAPIToLo 3

Spazi vettoriali euclidei

1. Prodotti scalari e norme

In tutto il presente capitolo, il simbolo V indicherà sempre uno spazio vettoriale reale.
Per ogni ci C R, |oi| denoterà il valore assoluto di oi.

Q Definizione 8.1. Si dice prodotto scalare su V una applicazione

< -, - >: V >< V -› R

tale che, per ogni u,v,W C V e per ogni ci C R, risultino soddisfatte le seguenti
proprietà:
(PS1)<u,v+W>=<u,v>+<u,W>; <u,av>=a<u,v>;
(PS2) <u,v>=<v,u>;
(PS3) <v,v>2 0; (<v,v>= 0) Q (v=0).
La coppia (V, < -,- >) è detta spazio vettoriale euclideo (reale).

Ovviamente, la proprietà (PS1) equivale a richiedere che, per ogni u, V, W C V e per


ogni oi, ß C R, si abbia:
(PSI) < u,oiV+ßW >= oi < u,v> +ß< u,W >.
D°altra parte, in virtù delllassioma (PS2), la proprietà (PS1) può essere sostituita,
nella definizione 8.1, dalla proprietà
(PS1') <v+W,u>=<v,u > + <W,u>; < oiV,u>= oi <v,u >,
così come la proprietà (PS1) può essere sostituita dalla proprietà
(PS1') < oiv+ßW,u>= oi <v,u> +ß<W,u>.
E poi immediato verificare che, se (V, < -,~ >) è uno spazio vettoriale euclideo e
X C V, si ha:
<X,0 >=< 0,X>= 0;
inoltre,
(ND) se u C V è tale che, VX C V, < u,X >= 0 (risp. < X,u >= 0), allora
u=0.
Si usa esprimere il fatto che ogni prodotto scalare gode delle proprietà (PS1)-(PS1 I )(o,
equivalentemente, (PSI)-(PSI')), (PS2), (PS3) e (ND) dicendo che ogni prodotto
scalare è bilineare, simmetrico, definito positivo e non degenere.
142 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

P Osservazione 8.2. Sia (V, < -,- >) uno spazio vettoriale euclideo e sia U un
sottospazio vettoriale di V. La restrizione di < -, - > a U >< U è, come è facile verificare,
un prodotto scalare sullo spazio vettoriale (reale) U. In altri termini, ogni sottospazio
vettoriale di V eredita una struttura di spazio vettoriale euclideo e viene anche detto,
pertanto, sottospazio vettoriale euclideo di (V, < -,- >).
Sia ora (V, < -,- >) uno spazio vettoriale euclideo. Poichè < -,- > è definito positivo
(assioma (PS3)), è possibile introdurre la seguente
Q Definizione 8.3. Sia (V, < -,- >) uno spazio vettoriale euclideo. Per ogni V C V,
si dice lunghezza o norma (euclidea) di v il numero reale non negativo
= A/< v,v >.
L”applicazione
II~II1V_> R
V_>IIVII
si dice norma indotta dal prodotto scalare.
Un vettore V con = 1 sarà detto versore.

I Proposizione 8.4. Sia (V,< -,- >) uno spazio vettoriale euclideo. La norma
indotta dal prodotto scalare gode, per ogni u,v C V e per ogni ci C R, delle seguenti
proprietà:1
2 0; (IIVII = 0) <=> (V=0)
í_ = IQI - IIVII
||u + v|| § + (disuguaglianza di Minkowshi2)
< u,v > | S - (disuguaglianza di Schwarz3)
'ãêãšã _31
u:I:v||2 = ||u||2 :I: 2 < u,v > +||v||2

Dimostrazione. (a) La proprietà (a) discende banalmente dalla Definizione 8.3 e


dall”assioma (PS3).
(b) Per dimostrare la proprietà (b), basta utilizzare la definizione di norma e la
bilinearità del prodotto scalare:
||oiv|| = A/<oiV,oiv> = A/oi2 <v,v> = \/oi2A/<V,V> =
Prima di dimostrare le altre proprietà osserviamo che, per ogni ß C R, per la bili-
nearità e simmetria del prodotto scalare si ha:
() <u+ßv,u+ßv>=<u,u>+2ß<u,v>+ß2<v,v>=
>l<
=IIHII2+2ß < u,v > +ß2IIVII2-
(d) Si osservi che, se almeno uno dei vettori u,V è nullo, la disuguaglianza di
Schwarz è banalmente verificata; possiamo dunque supporre u,v 75 0. Essendo il
prodotto scalare definito positivo, per ogni ,B C R si ha
<u+ßv,u+ßV>20.

1Si noti che le proprietà (a), (b), (c) della presente Proposizione caratterizzano, in generale, la
nozione di norma in uno spazio vettoriale reale.
2Hermann Minkowski: matematico lituano (Aleksotas, 1864 - Gottinga, 1909).
3Karl Hermann Schwarz: matematico tedesco (Hermsdorf, 1843 - Berlino, 1921).
1. PRODOTTI SOALARI E NORME 143

Poichè il trinomio in ß contenuto nell°ultimo termine della relazione ha il coeffi-


ciente del termine di secondo grado sempre positivo, segue:
A
Z = (< mv >)2_ IIHII2 ~ IIVII2 S 0-
Tenuto conto che si ha > 0, > 0, segue subito
(e) Sostituendo ß = :I:1, la relazione fornisce direttamente la proprietà (e):
||u:I:v||2 =< u:I:V,u:I:v>= ||u||2:I:2 < u,V> +||v||2.
(c) Applicando le proprietà (e) e (d), si ottiene:

IIH+VII2 =IIHII2+2<u,v> +IIVII2 S IIHII2+2I < u,v>I + IIVII2 S


SIIHII2 +2IIuII - IIVII + IIVII2 = (IIHII + IIVII)2-
Poichè si ha ||u + V| |2 2 0, + 2 0, dalla precedente disuguaglianza tra i loro
quadrati segue subito:
IIu+VII S IIHII+IIVII-
III

Esempio 8.1. (Lo spazio vettoriale euclideo standard n-dimensionale) L'appIicazione


< -,- >: Rh >< Rh -› R definita ponendo, per ogni a = (a1,. ..,ah), b = (b1,. . .,bh) C
Rh,
TL

< a,b > = Zalbl


i=1
è un prodotto scalare sullo spazio vettoriale standard n-dimensionale Rh; esso è detto
prodotto scalare naturale su Rh. La coppia (Rh,< -,- >) è detta spazio vettoriale
euclideo standard n-dimensionale.
Si noti che il prodotto scalare naturale su Rh è un caso particolare del prodotto naturale
di due n-ple di un generico IKh, definito nel § 1 del Capitolo 3 e indicato con lo stesso
simbolo < -,- >.
La norma indotta (in base alla Definizione 8.3) su Rh dal prodotto scalare naturale è la
applicazione - :Rh -> R definita, per ogni a = (a1,. . .,ah), da:
'fl

Han = Dai):
i:i
Essa viene detta norma euclidea naturale su Rh.

Esempio 8.2. Sia Rltl lo spazio vettoriale reale dei polinomi nella indeterminata t, a
coefficienti in R. Se

p(t) =a6+a1t+---+ai.th, q(t) =b6+b1t+---+bfm1f'h, ns m,


I'applicazione < -,- >: Rltl >< Rltl -> R che alla coppia (p(t),q(t)) associa
TL

< p(t), q(t) > : Z albi;


i:0
è un prodotto scalare su Rltl.
144 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Ad esempio, se p(t) = 1 - t2, q(t) = t + 3t3, allora < p(t),q(t) >= 0.


Evidentemente, per ogni r C N, (Rhltl, < -,- >) è un sottospazio vettoriale euclideo di
(113-l'fI,< >)-
Esempio 8.3. Un altro esempio di prodotto scalare, molto importante per le applicazioni,
sullo spazio Rlt] si ottiene come segue.
Fissate arbitrariamente una coppia (ci,ß) di elementi distinti di R, con oi < ß, sia
< -,- >: Rltl >< Rlt] -› R

(p(t),q(t)) _>< P(i),q(i) >= fßrüf) - f1(i)d'f


I'applicazione che associa a ogni coppia (p(t),q(t)) di polinomi l'integrale definito da oi
a ß del polinomio prodotto p(t) - q(t); le proprietà deIl'integrale provano che < -,- > è
un prodotto scalare su Rltl.
Ad esempio, se oi = 0, 6 = 1, p(t) = 1 - t2, q(t) = t + 3t3, allora:
1 1 I I 1 1
<p(i),q(i) >: I (1-i2) (i+3i3) iii : I (i+2i3-31:5) di - 2 + 2 2 - 2.
0 0
Inoltre, se - indica la norma euclidea indotta da < -,- >, si ha:

Hi<i>H = v< q<i),q<i> > = l/f01<q<i››2di = <1-2i2+i4>qi


=
Esempio 8.4. Considerazioni analoghe a quelle dell'esempio precedente possono essere
fatte sostituendo Rltl con lo spazio vettoriale C°(loi, ß];R) delle funzioni continue reali,
definite sull'intervallo [oi,ß] = {t C R / oi § t § ß}, e definendo allo stesso modo il pro-
dotto scalare. Si osservi che, identificando ogni polinomio con la corrispondente funzione
polinomiale, lo spazio (Rltl, < -,- >) definito neIl'Esempio 8.3 può essere considerato un
sottospazio euclideo di (C°([oi,ß];R), < -,- >).

Esempio 8.5. Sia


< -,- >: .l\/lmX,»,(R) >< ./\/l,,»,><.,»,(R) -› R
(A,B) _› < A, B >= Ti~(A- 'fB)
I'applicazione che a ogni coppia (A, B) di matrici di tipo m >< n, fa corrispondere la traccia
della matrice (quadrata di ordine m) A- IB, ovvero la somma degli elementi della sua
diagonale principale (Esempio 5.5).
Se A = (ag), B = (bl), A- IB = (cfg), allora:
3
Q. Q.
<A,B>=Tr(A-IB): M
3 Ö -=ZZa,bj.
Qs.

I_' : ,__ :1
Q. 3
M.

È dunque semplice verificare che I'applicazione < -,- > è un prodotto scalare sullo spazio
vettoriale reale ./\/lm><,,(R).

Esempio 8.6. Sia .7-2 lo “spazio euclideo elementare". Fissato un punto O C .7-2, sia

/_(0) = {(0›P) I P € f}
1. PRODOTTI SCALARI E NORME 145

il sostegno dello “spazio vettoriale dei vettori applicati", considerato nell'Esempio 4.1; sia
poi < -,- >: .7-`(O) >< .7-`(O) -› R la applicazione definita mediante

< <0. P). <0. Q) >= d<0. P) ~ d<0, Q) - q<›q<í0ì).


dove d(O,X), per ogni punto X, indica la lunghezza del segmento di estremi O e X.
Non è difficile verificare che tale applicazione è un prodotto scalare sullo spazio vettoriale
reale .7-`(O); (J-`(O), < -,- >) risulta pertanto uno spazio vettoriale euclideo di dimensione
tre.

Esempio 8.7. L'applicazione 4 -,- >-: R3 >< R3 -> R definita ponendo, per ogni u =
(x1_x27x3), V : (y1,y27y3) € R3,
_ u7V _ : xiyi + 2x2y2 _ ,,,1y2 _ x2y1 _,_ xsys

è un prodotto scalare (non naturale) sullo spazio vettoriale standard R3 : infatti, esso
gode banalmente delle proprietà (PS1) e (PS2), mentre la proprietà (PS3) si verifica
osservando che 4 u, u >-= (w1)2 + 2(x2)2 - 2x1:1:2 + (:1:3)2 :(321 - :1:2)2 + (a:2)2 + (.:z:'3)2.
La coppia (R3, < -,- >-) è quindi uno spazio vettoriale euclideo di dimensione tre, diverso
dallo spazio vettoriale euclideo standard di dimensione tre, ma avente lo stesso sostegno.

Nel seguito del capitolo indicheremo spesso, con abuso di linguaggio e per brevità
di notazioni, lo spazio vettoriale euclideo (V, < -,- >) semplicemente con V, sottin-
tendendo, come già fatto per le operazioni + e -, il prodotto scalare < -,- > che ne
completa la struttura.
Denoteremo inoltre con lo stesso simbolo < -,- > i prodotti scalari definiti nei vari
spazi vettoriali euclidei considerati, anche se, in generale, tali prodotti risulteranno
distinti. Analogamente, il simbolo - indicherà sempre la norma euclidea indotta
dal prodotto scalare < -,- > su un qualunque spazio vettoriale euclideo.

Q Definizione 8.5. Due vettori u,v C V si dicono ortogonali, e si scrive u J_ V, se


< u, V >= 0.

Si osservi che il vettore nullo 0 è ortogonale a ogni altro vettore di V ed è inoltre


l”unico vettore ortogonale a se stesso.

I Proposizione 8.6. Per ogni u,v C V, si ha:

<< q,v >= 0) 3 (iiuiil + il-412 = i|u+v|i2).


Dimostrazione. conseguenza immediata della Proposizione 8.4(e).
III

P Osservazione 8.7. Le due implicazioni => e <= della precedente proposizione sono
note rispettivamente come Teorema di Pitagora4 e suo inverso.

4Pitagora di Samo: matematico e filosofo greco (Samo, 580 a.C. - Metaponto, 504 a.C.).
146 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Tenuto conto della Definizione 8.3, si usa enunciare tale risultato dicendo che due
vettori sono ortogonali se e solo se la somma dei quadrati delle loro lunghezze coincide
con il quadrato della lunghezza della loro somma.
Q Definizione 8.8. Siano u, V vettori non nulli di V. Si dice coseno dell'angolo tra
u e V il numero reale
< u, V >
cos(u,v) = Q.
IIHII ~ IIVII
Si osservi che, per la simmetria del prodotto scalare, il coseno dell 'angolo tra due
vettori non dipende dall'ordine dei vettori.

P Osservazione 8.9. Dalla disuguaglianza di Schwarz | < u,V > | S - segue


subito
| < u,v > | < 1
IIHII ~ IIVII _
e quindi
-1 § cos(u,v) S 1.
Supponendo nota la funzione trigonometrica coseno e ricordando che la sua restrizione
all°intervallo chiuso [0, Tr] è biunivoca (Esempio 1.5), risulta pertanto naturale definire
misura dell'angolo (convesso) tra u e v il numero reale LTV C [0,7rl univocamente
determinato dalla condizione
^ < u,v >
cos uv _ cos(u,v).
IIHII ° IIVII
Tenuto conto della Definizione 8.8, si ha quindi che due vettori u e V sono ortogonali
se e solo se la misura delliangolo tra u e V è

D Osservazione 8.10. L°uguaglianza


||u - V||2 = ||u||2 - 2 < u,V > +||V||2 (Proposizione 8.4(e))
può essere espressa, tenendo conto della Definizione 8.8, nel modo seguente:

IIH _ VII2 = IIHII2 + IIVII2 _ 2IIuII - IIVII C0S(u,v)-


In tale forma, l°uguaglianza è nota come Teorema di Carnoth.

2. Basi ortonormali

Nel presente paragrafo, il simbolo V indicherà sempre uno spazio vettoriale euclideo;
il simbolo Vh indicherà invece uno spazio vettoriale euclideo di dimensione finita n.
Q Definizione 8.11. Un sottoinsieme X di V si dice ortogonale se, per ogni coppia
(u, V) di vettori distinti di X , si ha < u, V >= 0. Un sottoinsieme ortogonale X di V
si dice ortonormale se, per ogni u C X, si ha = 1.
In altre parole, X è ortonormale se i suoi vettori sono versori a due a due ortogonali.
Si osservi che un sottoinsieme finito {Vl, . . . ,v;,} di V è ortonormale se e solo se, per
ogni i,j C Nh, si ha < v,,v,- >= 5,,-.

5Sadi Carnot: fisico francese (Parigi, 1796 - 1832).


2. BASI ORTONORMALI 147

I Proposizione 8.12. Ogni sottoinsieme ortogonale X di V non contenente il vettore


nullo è linearmente indipendente.
Dimostrazione. Sia (vl, V2, . . . ,v;,) una h-pla di vettori distinti di X, tale che
ii
Z:o:Iv,- = 0.
i=1

Per ogni j C Nh, posto < V,-,vj >= ß-7°, si ha allora:


li ii ii
0 =< 0,v,~ >=< Z:oiIv,~,v,- >= 20:' < v,~,v_,- >= 2:oiIßl5,-_,- = oi-76-7.
i':1 i:1 i':1
Essendo ßj 75 0, ciò prova che oil = 0. X è dunque linearmente indipendente.
III

Q Definizione 8.13. Un sottoinsieme B di V è detto base ortogonale (risp. ortonor-


male) di V se: B è una base di V; (ii) B è ortogonale (risp. ortonormale).
Dalla Proposizione 8.12 e dal Teorema 4.28 segue subito il seguente
I Corollario 8.14. Ogni sottoinsieme ortogonale X di Vh non contenente il vettore
nullo ha cardinalità h § n. Inoltre, X è una base ortogonale di Vh se e solo se h = n.

Esempio 8.8. Nello spazio vettoriale euclideo standard Rh (Esempio 8.1), la base
naturale è ortonormale.

Esempio 8.9. Nello spazio vettoriale euclideo standard R2, la base (ordinata) B =
((1,1),(2,-2)) è ortogonale, ma non ortonormale, in quanto

<(1›1)›(2›_2)>: ( ):0

ma = \/5» II(2›_2)II = 21/5-


La base B = «-3 -S _
_M
L) /_\
I_l
_

I_\ -s
-_)) è invece ortonormale.

Esempio 8.10. Nello spazio vettoriale euclideo Rltl dell'Esempio 8.2, I'insieme {1,t,t2,
..., t'"} (Esempio 4.10 bis) è una base ortonormale per il sottospazio Rhltl, per ogni
r 2 0.

Esempio 8.11. Sia .l\/lm><.,,(R) lo spazio vettoriale euclideo descritto nell'Esempio 8.5.
La base B = | i C Nm,j C Nn) costruita negli Esempi 4.9 e 4.9 bis è ortonormale.

Il seguente risultato prova l°esistenza di basi ortonormali in ogni spazio vettoriale


euclideo di dimensione finita Vh; il procedimento utilizzato nella sua dimostrazione
(noto come procedimento (di ortonormalizzazione) di Gramh - Schmidt7) riveste una

6Jorgen Pedersen Gram: matematico danese (Nastrup, 1850 - 1916).


7Erhard Schmidt: matematico estone (Dorpat, 1876 - 1959).
148 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

notevole importanza, perché consente di ottenere - in modo costruttivo - una base


ortonormale di Vh a partire da una sua qualunque base ordinata.

I Proposizione 8.15. Ogni spazio vettoriale euclideo di dimensione finita Vh


ammette una base ortonormale.

Dimostrazione. Sia B = (vl, . . . ,v,»,) una qualunque base ordinata di Vh. A partire
da B, costruiamo la n-pla B' = (el, . . . ,en) di Vh, nel seguente modo induttivo:
61 I V1,

<v2,el>
eg = V2- Q 'eli
<el,el>
< v3,el > < v3,e2 >
G3 = V3_í'€1_í°€2›
< el,el > <e2,e2 >
u u u o o o o o o o o v v v v v v v v o o o o o o o o v v o o o o o Q Q Q Q Q Q o o o o o o o o oo

3 1-1
<v,,,e,->
en = v,,-g Q-e,~
___1 <e,-,e,->

Poichè, per costruzione, si ha ei, C L({vl,...,v†,}) (h C Nn), è facile verificare


che ognuno degli n vettori ei, (h C Nn) è non nullo: infatti, ei, = 0 implicherebbe
vi, C L({el, . . . ,e;,_l}) Q L({vl, . . . ,v;,_l}), che è ovviamente un assurdo, per la
lineare indipendenza di B.
D”aItra parte, il principio di induzione (pag. 8) permette di dimostrare che, per ogni
h C Nn, il vettore eh è ortogonale a e,~, con j § h - 1. Infatti, Paffermazione è
banalmente vera nel caso h = 1, e risulta vera per il generico vettore eh, una volta
supposta vera per ogni vettore ek, con lc § h - 1 :
3" I-1
_ <V;, e~>
<€j,€h>:<€j,Vh_Z °ei>:
_:=1 'L7 'L

<Vh,€¢> <V/1,63' >


=<e,~,vh,>_ Q<e,,e,>=<e,,V;,>_Q<ej,ej>=0.
_ I-*I-› <el,el>
@.M;'
<e,-,e_,->
Quindi, per il Corollario 8.14, B' = (el, . . . ,en) è una base ortogonale di Vh.
A questo punto, per ottenere una base ortonormale di Vh basta considerare B //_
(fl, . . . , fn), dove, per ogni i C Nn,

f_. : Â
| «~›.-il 3

Esempio 8.12. Sia (vl, V2, V3) la base dello spazio vettoriale euclideo standard R3, costi-
tuita dai vettori vl = (2,0,0), V2 = (1, 1,1), V3 = (3,0,2). Applicando il procedimento
di Gram-Schmidt, si ottiene:
el :(2,0,0)
(1,1,1) (2,0,0) > 2
eg :(1,1,1) :(2 0 0) (2 0 0) > (2,0,0) : (1,1,1) _ Ã(2,0,0) : (0,1,1)
\0

\0
2. BASI ORTONORMALI 149

(3,0, 2) (2,0, 0) > < (3,0, 2) (0,1,1) > _


eg, =(3, 0, 2)
(2,0,0) (2,0,0) > °(2”0”0) < (0,1,1) (0,1,1) > °(0”1°1)_
se/\/\
=(:›,,0,2) _ Ã(2,0,0) _ š(0,1, 1) = (0,-1, 1)
B' = (e1,e2,e3) è una base ortogonale dì R3. Poichè ||e1|| = 2, ||e2|| = ||e3|| = \/5,
ne consegue che Z3” = (f1,f2,f3), dove

f:i:1,()70, f:ì: È
()__
lo lo lo
5" :iz uo___
1 Hem l l 2 «negli lo LQQI 1| 1|
CDCD 0000 L\.>\| w\|

è una base ortonormale di R3.

Esempio 8.13. Se (R3, < -,- >-) è lo spazio vettoriale euclideo di dimensione tre definito
nell'Esempio 8.7, e se (V1 = (2,O,O),V2 = (1,1,1),V3 = (3,0,2)) è la base di R3
già considerata nell'Esempio precedente, applicando il procedimento di Gram-Schmidt, si
ottiene:
ël =(2, 0, 0)
_ 1,1,1 l\.')
e2=(1,1,1) 00 2C -(2,0,0)=(1,1,1)-0-(2,0,0)=(1,1,1)

_ =302 0,2 2,0 -200 < (3,0, 2) (1,1,1) › .1 1 1 =


G3 l' ”) /5/5/5/5
l\.')OOl\.') 0,0 \I\Z\Z\Z /5/5/5/5
2,0 ---C ÈCJCJCJ YYYY l” 'l
\_/\_/Q/R
<(1,1,1) (1,1,1)› l” *l
=(s,0,2) _ -(2,0,0)
~'>®J1›\ ›\
_ gg, 1, 1) = (-1,-1, 1)
É' = (ë1,ë2,ë3) è quindi una base ortogonale dello spazio vettoriale euclideo (non stan-
dard) (R3, < -,- >-). Poichè, rispetto al prodotto scalare considerato, i vettori di B' hanno
norma ||ë1|| = 2, ||ë2|| = ||ë3|| = \/5, ne consegue che É” = (f'1,f`2,f'3), dove

fl_ = ll@1||
ë
.-1= (1,00),
_ ë2 %2 _ eg, \/E
f2 _ _
llezll
_
( *fà *fà 2
è una base ortonormale dello spazio vettoriale euclideo (non standard) (R3, < -,- >-).
› f3 =
llesll
_í=
2 [fà :E
Studiamo ora alcune notevoli proprietà delle basi ortogonali e ortonormali.

I Proposizione 8.16. Se B = (e1, . . . ,en) è una base ordinata ortonormale di V"


e u E3 (u1,...,u"'), V E3 (v1,...,'v"), si ha:
(a) uz =< e,~,u >;
(b) < u,v > = Éçzl uzvz;

(Cl llull = v É?=1(Ul)2;


2?-1 “lvl
(dl °°S(“”") “
150 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Dimostrazione. Per verificare le formule (a) e (b), basta osservare che


'fl 'n 'fl

< e.,;,u >=< e,~,Z:u-7e_,- >= Zu] < e,-,ej >= Zulöij = uz
J=1 J=1 J=1
e
'fl 'n 'fl 'TZ 'fl 'fl 'fl

< u,v >=< Zu'e,,ZuJej >= Zgulul < e,-,ej >= Z Z ulu-75,, = Zulu'
1:1 j:1 1:1 j:1 1:1 j:1 1:1
Le formule (c) e (d) sono invece immediata conseguenza della formula (b) e della
definizione di norma euclidea e coseno dell'angolo tra due vettori. U

I Teorema 8.17. Sia W” uno spazio 'vettoriale reale n-dimensionale e sia B una
sua qualunque base ordinata. Esiste uno e un solo prodotto scalare < -,- > su W"
rispetto al quale B risulti ortonormale. Inoltre, se u,V € W" e u E13 (u1,. ..,u"'),
V E3 (u1,. . . ,u"), si ha:
TL

(›i<) < u,v > = Zulul.


i=1

Dimostrazione. E” facile verificare che l'applicazione < -, - >: W" >< W" -> R definita
da è bilineare, simmetrica e definita positiva ed è quindi un prodotto scalare su
W". Posto B = (e1,...,en), da segue, in particolare, che, per ogni i,j E Nn,
< e,-,ej > = 5,7-. Pertanto, B è ortonormale in (Wn, < -,- >).
L”unicita di tale prodotto scalare è conseguenza immediata della Proposizione 8.16
(b). E

Esempio 8.14. ll prodotto scalare naturale su R" (Esempio 8.1) è I'unico prodotto
scalare su R" rispetto al quale risulti ortonormale la base naturale di R".

I Proposizione 8.18. Sia B una base ordinata ortonormale di V". Una base ordinata
B' di V" è ortonormale se e solo se la matrice E € delle componenti di B'
rispetto a B è ortogonale.

Dimostrazione. Ricordando la Definizione 5.14, se B' = (e'1, . . . ,e§,), per ogni j € Nn,
si ha eg- E3 (aš, . . . ,a§"), dove aj = (aš, . . . , ag-1) è la j-esima colonna di E. Essendo B
ortogonale, per la Proposizione 8.16 (b), B' risulta ortonormale se e solo se, per ogni
h, lc € Nn, si ha:
'fl

Zazaä =< efivelç > = Öhk;


1:1
per la caratterizzazione delle matrici ortogonali data nella Proposizione 3.46, ciò
accade se e solo se A € 0,, U
3. TRASFORMAZIONI ORTOGONALI 151

3. Trasformazioni ortogonali

Nel presente paragrafo, i simboli V, W indicheranno spazi vettoriali euclidei; i simboli


V", W" indicheranno invece spazi vettoriali euclidei di dimensione finita n.

Q Definizione 8.19. Una trasformazione lineare T : V -› W sara detta trasfor-


mazione ortogonale di V in W se T conserva il prodotto scalare, ovvero se, per ogni
u, V € V, si ha:
<T(u),T(V) >=< u,V>.
Due spazi vettoriali euclidei V e W si dicono isomorfi se esiste una trasformazione
ortogonale biunivoca di V in W.

Si noti che, come diretta conseguenza della precedente Definizione e delle Definizioni
8.3 e 8.8, ogni trasformazione ortogonale T conserva anche la norma dei vettoris e il
coseno dell'angolo:

Vu,V E V, = e cos (T(u),T(V)) = cos(u,v).

Inoltre, ogni trasformazione ortogonale T : V -> W risulta essere iniettiva, perché


il suo nucleo si riduce al solo vettore nullo: infatti, se V € Ker T, allora =
= = = O, da cui segue V = O, per la Proposizione 8.4(a).
In particolare, nel caso di spazi vettoriali euclidei aventi la stessa dimensione finita
n, ogni trasformazione ortogonale T : V" -› W" risulta essere biunivoca, in virtù del
Corollario 5.10.

Esempio 8.15. Fissato gb E [0, 21r[, I'applicazione lineare p¢ : R2 -› R2 definita ponendo,


per ogni (x, y) € R2,

p¢(x,y) = (x cosqô - ysenc,/5,a¢sençb + y cos gb),

è una trasformazione ortogonale sullo spazio vettoriale euclideo standard R2. Infatti:

||ߢ(fv,y)ll = \/(H1 008115- yS@I1¢)2 + (fl1'S@I1¢>+ y C0S¢)2 = \/m2 +1/2 = ||(w,y)ll-


Si noti che pf); "ruota" dell'angolo gb il vettore (a:,y) intorno all'origine (0,0).

I Proposizione 8.20. Se T : V" -› W" è una trasformazione ortogonale, e B,


B' è una coppia di basi ordinate ortonormali di V" e W" rispettivamente, allora le
equazioni di T relativamente a B e B' sono del tipo

(y) = A(x), con A € ('),,(R)

8In realtà, non è difficile dimostrare che la proprietà di conservare la norma dei vettori equivale,
per le trasformazioni lineari, alla condizione di ortogonalità.
152 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Dimostrazione. Per la definizione stessa di trasformazione ortogonale, se B = (e1, . . . ,


en) è una base ortonormale di V", allora (T(e1), . . . ,T(en)) è una base ortonormale
di W". La matrice A associata a T relativamente a B, B' risulta essere pertanto
la matrice delle componenti di una base ortonormale (la n-pla (T(e1), . . . ,T(en)))
rispetto alla base ortonormale B' ; la tesi è dunque una conseguenza diretta della Pro-
posizione 8.18.
III

Viceversa, non è diflicile verificare che, se una trasformazione lineare T : V" A W"
ammette, rispetto a una coppia di basi ordinate ortonormali, una matrice associata
ortogonale, allora T è una trasformazione ortogonale.

D Osservazione 8.21. Sia B una base ordinata di V" e (P3 : V" A R" l”isomorfismo
associato a B (Proposizione 5.11). Si osservi che <I>ß trasforma B nella base naturale di
R", che risulta ortonormale rispetto al prodotto scalare naturale (Esempio 8.1). Per-
tanto, se B è una base ortonormale di V", allora <I>ß è una trasformazione ortogonale
(biunivoca) di V" nello spazio vettoriale euclideo standard R".
Ne consegue che due spazi vettoriali euclidei di dimensione finita sono isomorfi se e
solo se hanno la stessa dimensione.

4. Complemento ortogonale

Nel presente paragrafo, il simbolo V indicherà. sempre uno spazio vettoriale euclideo;
il simbolo V" indicherà invece uno spazio vettoriale euclideo di dimensione finita n.

Q Definizione 8.22. Se X è un sottoinsieme (non vuoto) di V, si dice complemento


ortogonale di X in V il sottoinsieme
LX = {v€V | Vx€X,<v,x>=O}.

In altri termini, *X è costituito dai vettori di V ortogonali a tutti i vettori di X.


Si noti che, essendo il prodotto scalare non degenere, si ha
*V : {0} e l{0} : V.
P Osservazione 8.23. Se X e Y sono sottoinsiemi di V, si ha:
(a) X Q LUX);
(b) (X g Y) <:› (ly g lX).
Per provare (a), basta osservare che, se X € X, allora, per ogni V € LX, si ha
< v,x >= 0 e quindi X E i(iX).
Per provare (b), basta osservare che, se V € LY, allora V è ortogonale a tutti i vettori
di Y e dunque, nell”ipotesi X Q Y, a tutti i vettori di X.

I Proposizione 8.24. Sia U = L(X) la chiusura lineare di X in V. Si ha allora:


(a) LX è un sottospazio vettoriale di V;
(b) *U = LX;
(c) UO LU =
4. COMPLEMENTO ORTOGONALE 153

Dimostrazione. (a) La proprieta di bilinearità del prodotto scalare (proprieta (PS1))


permette di verificare direttamente che LX è linearmente chiuso (e quindi è un
sottospazio vettoriale). Infatti, per ogni V, W 6 LX e per ogni a € R, si ha:

VXEX, <V+W,x>=<V,x>+<W,X>= 0+0 = 0;

VXEX, <o1-V,X>=o1<V,x>= oi-0:0.


(b) Dalla Osservazione 8.23(b) segue subito che LU Q LX. Per provare che LX Q
LU, sia V € LX e sia u un arbitrario vettore di U = L(X); posto u = Zgzl o/3x1,
con Xi € X, si ha allora:
h h.
<V,u>=<V,Z:o/lx,->= Zozl <V,x,~ >= 0.
i=1 i=1

Quindi v e lu.
(c) Essendo U e LU sottospazi vettoriali, si ha banalmente 0 € U Fi LU. Se
V € U Fi LU, allora, per ogni u E U, si ha < V,u >= 0, e quindi in particolare
< V, V >= O. Poichè il prodotto scalare è definito positivo, ciò implica V = 0. Pertan-
to, Un *U : {0}.
l:l

P Osservazione 8.25. Dalla Proposizione 8.24 (b) segue che un vettore V E V è


ortogonale a tutti i vettori di un sottospazio vettoriale U di V se e solo se è ortogonale
a tutti i vettori di un qualsiasi sistema di generatori (in particolare, di una qualunque
base) di U.

I Teorema 8.26. Se U è un sottospazio vettoriale h-dimensionale di V", si ha:

/\.
) dim(LU) = n- h;
( ) V” : Ue lu;
( o'O"9>) U = L(LU)-
Dimostrazione. Data una base ortogonale B1 = (e1, . . . ,eh) di U, tramite il Teorema
del completamento a una base (Proposizione 4.29) e il procedimento di Gram-Schmidt,
è possibile completare B1 a una base ortogonale B = B1LJB2 = (e1, . . . ,e;,,, f1, . . . , f.,,_;,,)
di V". Poichè B è ortogonale, si ha B2 = (f1, . . .,fn_h) Q LB1 = LU; da questo
segue L(B2) Q LU, per cui dim(LU) 2 n- h. Essendo UO LU = {0} (Proposizione
8.24(c)), la relazione di Grassmann (Teorema 4.41) implica dim(U + LU) 2 n; ciò
dimostra che L(B2) _ LU, e quindi sia la affermazione (a) che la affermazione
La affermazione (c) si verifica poi osservando che

*<*U> =* <L<ß2>) =* (132) = L<ß1>= U-


l:|

Si noti che la dimostrazione del Teorema 8.26 fornisce un metodo costruttivo per
ottenere una base del complemento ortogonale di un generico sottospazio vettoriale
di V". Un metodo alternativo è dato dalla seguente
154 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

I Proposizione 8.27. Sia

aìul + +a,1,u"' :O

(*) E E E
a'f_h'u1 + + aZ_hu" = 0
un sistema lineare omogeneo minimo, rappresentante il sottospazio vettoriale h-dimen-
sionale Uh' di V", rispetto a una fissata base ortonormale B di V". Posto, per ogni
11€ Nn_1” a,- EB (ali, . . . ,af,) e H = {a1,...,a.,.,_†,,}, si ha:
*Uh : L(H)

Dimostrazione. Un vettore ü EB (ü1,..., un) di V" appartiene a Uh' se e solo se la


n-pla (ü1,. . . ,u") è soluzione del sistema Essendo B una base ortonormale, per
la Proposizione 8.16 (b), ciò equivale a dire che ü € Uh' se e solo se

v1eN,,_,,, <a,~,ü>:a§ft.1 + +aj,a":0,


cioè se e solo se ü E LH.
La tesi segue allora dalla Proposizione 8.24 (b) e dal Teorema 8.26 (c):
Uh : *H : l(L(H)) e quindi *Uh : L(H).
l:l

> Osservazione 8.28. Con le notazioni della Proposizione 8.27, poiché le righe
al, a2, . . ., a""h della matrice incompleta del sistema minimo che rappresenta Uh
sono linearmente indipendenti, si conclude che H è una base, non necessariamente
ortogonale, di 1 U /1 .

La Proposizione seguente permette invece di ottenere una rappresentazione cartesiana


del complemento ortogonale LUh, a partire da una qualunque base del sottospazio
vettoriale Uh.

I Proposizione 8.29. Sia H = {a1, . . . ,a;,} una base del sottospazio vettoriale h-
dimensionale Uh' di V", e siano (aã, . . .,a§,) le componenti di a,-, per ogni i € Nh,
rispetto a una fissata base ortonormale B di V". Allora, il sistema lineare omogeneo

aìul + ¬'-aåu" =0

aálul + +a,f.",u" :O

rappresenta, rispetto a B, il complemento ortogonale LUh' di Uh'.


Dimostrazione. La lineare indipendenza degli h vettori di H assicura che il sistema
omogeneo è minimo; pertanto, esso rappresenta rispetto a B un sottospazio vettoriale
W di dimensione n - h di V". Dalla Proposizione 8.27 segue allora immediatamente
che LW = L(H) = Uh', ovvero che W = LUh.
l:|
4. OOMPLEMENTO ORTOGONALE 155

Esempio 8.16. Se U2 ha, rispetto a una base ortonormale B di V3, equazione

3u1 - u3 = 0,

allora U2 = L{a}, dove a E3 (3,0,-1); {a} è dunque una base (non ortonormale) di
IU2_

Esempio 8.17. Sia U2 = L(u1,u2) il sottospazio dello spazio vettoriale euclideo


standard R4 generato dai vettori u1 = (1,1,0, 1), ug = (3,0,1,0). Applicando alla base
(u1,u2) il procedimento di Gram-Schmidt, si ottiene la base ortogonale (e1,e2) di U2,
dove

e1=«u1:(1J,a1) <Q=:u2-Jš{šiš€š.e1:(2,<L1,-U.
Posto W1 = (0,0,1,0), W2 = (0,0,0,1), la quaterna (e1,e2,W1,W2) è una base (non
ortogonale) di R4. Applicando il procedimento di Gram-Schmidt, si ottiene la base orto-
gonale (e1,e2,f1,f2) di R4, dove

<W1,e1> <W1,e2> 2 1 6 1
f1=W1_í'€1_í°€2= _-›-›-›-
<e1,e1> <e2,e2> 7 7 7 7

< W2,e1 > < w2,e2 > < W2,f1 > 1 1


f2=W2_í°€1_í°€2-í°f1= 0›_-›0›-
< e1,e1 > < e2,e2 > < f1,f1 > 2 2

Quindi (in virtù della dimostrazione del Teorema 8.26) (f1,f2) è una base ortogonale
di LU2. Si noti che un sistema lineare omogeneo minimo rappresentante U2 si ottiene
imponendo che il rango della matrice

3
0
1
/_ åäšå
›-Išwtxãi-›
›-›O›-\›-›
0/
sia 2. Per il Teorema di Kronecker, il sistema cercato ha equazioni

ul - u2 - 3u3 = 0
u2 - u4 = 0.

La Proposizione 8.27 assicura allora che {a1 = (1, -1,-3,0), a2 = (0,1,0,-1)} è una
base per LU2. Si osservi che tale base non è ortogonale.
ll procedimento di Gram-Schmidt, applicato ad (a1,a2), dà

<a, > 1 10 3
g
1_m_'
_ _(1›_1a_3›0)7
g_“
2_ 2-
'ÈšEí§°
2g1
_
g1_(11a
n”1f ;
(g1,g2) è dunque una (diversa) base ortogonale di LU2. Una base ortonormale di LU2
si ottiene facilmente dividendo ciascun vettore di (g1, gg) (o di (f1, f2)) per la sua norma.
156 s. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

5. Matrici di Gram e proiezioni ortogonali

Nel presente paragrafo, il simbolo V" indicherà. sempre uno spazio vettoriale euclideo
di dimensione finita n 2 1.

Q Definizione 8.30. Si dice matrice di Gram della h-pla (V1, . . . ,vh,) di vettori di
V" la matrice
G = (911) 5 /\/lh.(R)
definita ponendo, per ogni i,j E Nh,

gij =<V1',V_7° >.

Il determinante di G è detto determinante di Gram della h-pla (V1, . . . ,vh,) e si indica


con Q(V1, . . . ,V;,).

Si noti che, per la simmetria del prodotto scalare, ogni matrice di Gram è simmetrica.

P Osservazione 8.31. Se p E Sh è una permutazione su Nh, si ha Q(V1, . . . ,Vh,) =


9(V1›<1>›---›V1›<h>)-
Infatti, ogni trasposizione produce sulla matrice di Gram contemporaneamente uno
scambio di righe e uno di colonne, lasciando quindi invariato il determinante.

D Osservazione 8.32. La matrice di Gram della h-pla (V1, . . . ,vh) è la matrice


identica (di ordine h) se e solo se l”insieme {v1, . . . ,vh} è ortonormale.

I Proposizione 8.33. La matrice di Gram G di una h-pla linearmente indipendente


(V1, . . . ,vh) di vettori di V" è una matrice regolare (di ordine h), con determinante
positivo. Inoltre, per ogni fissata base orto_normale B (risp. B) di V" (risp. di
L(V1, . . . ,vh) ), detta A E ./\/ln><h(R) (risp. _A E ./\/lh(R)) la matrice delle componenti
dei vettori (V1, . . . ,vh) rispetto a B (risp. B), si ha

G : *A-A : ui-Â
Dimostrazione. Sia B una fissata base ortonormale di V". Posto A = (ag), si ha, per
ogni s € Nh, VS E13 (ai, . Mag); quindi, per la Proposizione 8.16(b), se G = (g.,;j), si
ottiene:
'fl

Vi,j €N}1, gig' =<V1',Vj >= 261,-a-.


es we
s 1-*

Essendo a,; = (azl, . . . , af) la i-esima riga di tA ed essendo aj = (aš, . . . ag) la j-esima
colonna di A, resta cosi dimostrato che G = tA - A.
Sia ora B una fissata base ortonormale di L(V1, . . . ,V;,), e sia B una base ortonormale
di V" ottenuta da B tramite il Teorema del completamento a una base e il proce-
dimento di Gram-Schmidt. La matrice A delle componenti dei vettori (V1, . . . ,v;,,)
rispetto a B ha le ultime n - h righe nulle, mentre la sottomatrice costituita dalle
prime h righe coincide con la matrice A delle componenti dei vettori (V1, . . . ,vh,)
rispetto a B. Pertanto, resta provato che

G : *A-A : *À-À.
5. MATRICI DI GRAM E PROIEZIONI ORTOGONALI 157

La prima parte dell°enunciato segue ora direttamente dal Teorema di Binet, osservan-
do che, per la lineare indipendenza della h-pla (V1, . . . ,vh,), la matrice A è regolare
(di ordine h):
de1G : de1(tÃ-À) : (dei Â)2 > 0.
l:|

P Osservazione 8.34. Una verifica diretta prova che, se la h-pla di vettori (V1, . . . , Vh)
è linearmente dipendente, allora il determinante di Gram Q(V1, . . . ,vh,) è uguale a
zero.
Pertanto,

Q(V1, . . . ,vh,) = 0 se e solo se (V1, . . . ,V;,,) è linearmente dipendente.

Q Definizione 8.35. Se u,V E V” e u ;é 0, si dice coefiìciente di Fourierg di V


rispetto a u il numero reale
< u, V >
o1=A.
< u, u >
Il vettore au si dice proiezione (ortogonale) di V su u.

Si osservi che, se u è un versore, allora il coefficiente di Fourier di V rispetto a u è il


prodotto scalare < u, V > .

> Osservazione 8.36. Il coefficiente di Fourier di V rispetto a u è caratterizzato dal


fatto di essere l°unico numero reale of tale che V = au + W, con W ortogonale a u (0,
equivalentemente, a oiu).
Si ha infatti:

0 =< u,w>=< u,V-o1u>=< u,V > -o1< u,u>

se e solo se
< u, V >
of = A
< u, u >
Ciò giustifica il termine di proiezione ortogonale di V su u assegnato al vettore om.
Si noti infine come, nel procedimento di ortonormalizzazione di Gram-Schmidt, il
/c-esimo vettore ek della base ortogonale B' costruita a partire dalla base B di V" si
ottenga sottraendo al /<3-esimo vettore di B le sue proiezioni ortogonali sui vettori ej
diB I , per ognij < lc.

Sia ora U un sottospazio Vettoriale h-dimensionale (con 1 S h S n 1) dello spazio


vettoriale euclideo V". In virtù del Teorema 8.26(b) e della Proposizione 4.40, ogni
vettore di V" si può decomporre in modo univoco nella somma di un vettore di U e
di un vettore di LU.
Ciò giustifica la seguente:

9Jean Baptiste Joseph Fourier: matematico francese (Auxerre, 1768 - Parigi, 1830).
158 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Q Definizione 8.37. Dato il sottospazio h-dimensionale U di V" (con 1 S h S


n 1), si dice proiezione (ortogonale) del vettore V € V" su U il vettore pU(V) € U,
univocamente determinato dalla condizione
V -pU(V) € LU.
La applicazione
pU : V" A V"
(la cui immagine coincide con U) che associa a ogni vettore V € V" la sua proiezione
ortogonale pU (V) su U si dice proiezione ortogonale sul sottospazio U.

I Proposizione 8.38. La proiezione ortogonale sul sottospazio U è un operatore


lineare su V"'; inoltre, fissata una base ortonormale B di V", e una base BU di U, le
equazioni di pU rispetto a B sono

(y) = lf1~G`1~ tfll (w).


dove A € ./\/ln><h(R) è la matrice delle componenti di BU rispetto a B e G = tA - A è
la matrice di Gram dei vettori di BU.
Dimostrazione. Verifichiamo direttamente che, per ogni V € V", con V E13 (x), il
vettore W E V” tale che W EB [A - G_1 - tA] (la cui definizione risulta ben posta
in quanto, per la Proposizione 8.33, G = tA - A € GL†,,(R)) è la proiezione ortogonale
di V su U; ciò dimostra completamente l”enunciato, perché la linearità. di pU discende
banalmente dalle equazioni di tipo = M (con M E
Il fatto che il vettore W EB appartenga al sottospazio U deriva dalla relazione

(y) = A- lG'1- '54' (w)l,


con A matrice delle componenti rispetto a B dei vettori di una base di U e con
G_1 - tA - E ./\/lhX1(R) (si ricordino le equazioni parametriche dei sottospazi
vettoriali, presentate nel §3 del Capitolo 6).
Rimane quindi da verificare che V - W € LU, ovvero che, Vu' € U,
< v - W, u' > = 0.
Utilizzando le equazioni parametriche del sottospazio U, si ha che u' E3 A - (z),
con € ./\/l;,,,<1(R). Il calcolo del prodotto scalare si può allora effettuare tramite
le componenti rispetto alla base ortonormale B, mediante la Proposizione 8.16(b)
(espressa nella forma matriciale < u, V >= t(u) - (v)):
<v-W.u'>=t(A~(2))-l(-'L')~ =
: 1;(/Z) . tA . _ es
2 2 /-\
H-
2 2 \./
. _ “É
. 2
HH
.
/\ 8 ì
:

=t(2)-tA- -t \/N l(tA~/1)-(t/1-f1)`1l~tA~(w)=


=
“_/-\
/¬\%š/N\_/R
_\ \/\/
(T ei-
>/1:/¬ A-P
~«'I«')-t(Z)~t/1-(w)=0
l:|

P Osservazione 8.39. facile verificare che la matrice M associata all”operatore


lineare pU relativamente alla base ortonormale B di V" è simmetrica e gode della
proprieta M - M = M.L0

10Una matrice con tale proprietà è usualmente detta idempotente.


5. MATRICI DI GRAM E PROIEZIONI ORTOGONALI 159

P Osservazione 8.40. La matrice M associata all°operatore lineare pU relativamente


alla base ortonormale B di V" è ovviamente indipendente dalla base BU fissata in U,
e quindi dalla matrice A delle sue componenti. In particolare, se nel sottospazio U si
fissa una base ortonormale BU, allora la matrice di Gram dei Vettori di BU coincide
con la matrice identica Ih, (si ricordi la Osservazione 8.32). Pertanto, detta A la
matrice delle componenti di BU rispetto a B, la matrice M associata a pU rispetto a
B (e, di conseguenza, le equazioni di pU) possono essere agevolmente calcolate tramite

M : Â- tÂ.
P Osservazione 8.41. Nel caso h = 1, la proiezione ortogonale di un vettore V € V"
su U coincide con la proiezione ortogonale del medesimo vettore su qualunque vettore
u tale che U = L(u). Infatti, in questo caso particolare, la matrice A si identifica con
la colonna delle componenti del vettore u rispetto alla base ortonormale fissata
B; si ha quindi

(w=KW1W®1®Y*WMH@=üU%<wH>YLfW%®H=
<u,V>
== ----~(u),
<u,u>
OVV€I`O

pU (V)-<u”V>u-au
<u,u> 1

con of coefficiente di Fourier di v rispetto a u.

Esempio 8.18. Fissata in V3 una base ortonormale B, per determinare la proiezione


ortogonale del vettore V EB (1,3, 1) sul sottospazio U : :UL -4.732 -x3 = 0, è conveniente
costruire una base ortonormale (uá,u§) di U: presa ad esempio la base (u1,u2) di U,
con u1 EB (1,0,1) e u2 EB (4,1,0), il procedimento di ortonormalizzazione di Gram
Schmidt produce:
, _ 1 1 , _ 2 1 2
`l.11:ß 75,0% , 112 :ß š,š,_š .

Le componenti (§L,§2,§3) rispetto a B della proiezione ortogonale pU(V) si ottengono


allora dalla matrice A delle componenti di (u'1,u§):

(1) Ali) Il./1. 1;;zl<2/3


fi - 1- L L/`/5

17/13 2/9 1/13) (1)


2/3

(5/3)
1/\/5 0 1/ 2
12
1

: 2/9 1/9 -2/9 - 3 : 1/3 ,


1/13 -2/9 17/13 1 1/3
ovvero pU(V) E3 (g, à, .
160 3. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

6. Orientazione di uno spazio Vettoriale euclideo

Nel presente paragrafo, il simbolo V" indicherà. sempre uno spazio Vettoriale euclideo
di dimensione finita n 2 1. Il simbolo B denoterà. l”insieme delle basi ordinate di
V". Ricordiamo che la matrice del cambiamento di base tra due basi ordinate di B
(Proposizione 5.34) è regolare e ha quindi determinante non nullo.

Q Definizione 8.42. Due basi ordinate B,B' € B si dicono concordi, e si scrive


B w B', (risp. discordi) se la matrice E € GLn(R) del cambiamento di base da B a
B' ha determinante positivo (risp. negativo).

Si ha pertanto:
(BzB') <=> (detE > 0).

P Osservazione 8.43. Si noti che, se B _ (e1, . . . ,en) è una base ordinata arbi-
trariamente fissata di V", allora la base ordinata B' _ (-e1, eg, . . . ,en) è una base
discorde a B, in quanto la matrice del cambiamento di base da B a B' è la matrice
diagonale E = diag(-1, 1, . . .,1), con det E = 1 < 0. Inoltre, se B è una qualsiasi
base ordinata di V”, allora B risulta concorde (risp. discorde) a una e una sola delle
due basi B e B' : infatti, detta H (risp. K ) la matrice del cambiamento di base da B
a B (risp. da B' a B), per l”Osservazione 5.35 si ha H = K - E, e quindi
detH = det(K ~ E) = det(K) ~ det(E) = -det K.
Q Definizione 8.44. Si dice spazio vettoriale euclideo orientato (di dimensione n)
una coppia (V",B), dove V" è uno spazio vettoriale euclideo di dimensione finita
n > 1 e B G B è una base ordinata di V". Se (V", B) è uno spazio vettoriale euclideo
orientato, allora la base B e tutte le basi ad essa concordi si dicono basi positive,
mentre tutte le basi discordi con B si dicono basi negative.

In pratica, dunque, orientare uno spazio vettoriale euclideo V" significa scegliere una
sua base ordinata come base positiva (insieme a tutte le basi ad essa concordi). La
Osservazione 8.43 permette di affermare che ogni spazio vettoriale euclideo V" può
essere orientato in due soli modi possibili.

P Osservazione 8.45. Se n = 1, l°insieme B può essere identificato con l°insieme dei


vettori non nulli di V1. In questo caso, quindi, se e, f € VL - {0}, si ha:
(ewf) <=> (f=Àe, }\>0)

Esempio 8.19. Lo spazio vettoriale euclideo standard R" si considera orientato in modo
naturale scegliendo come base positiva la base naturale.

Sia ora T : V" A V" un isomorfismo dello spazio Vettoriale euclideo orientato V" in
sé (ovvero, secondo la Definizione 8.19, una trasformazione ortogonale biunivoca di
V" in sé). Non è difficile verificare che, se T trasforma una base positiva B di V" in
7. PRODOTTO VETTORIALE E PRODOTTO MISTO 161

una base positiva di V", allora T trasforma ogni base B di V" in una base concorde
di V".
Infatti, l°ipotesi assicura che la matrice A = Mg(T) € GL” (R) associata a T rispetto
alla base B ha determinante positivo; inoltre, la matrice A è simile alla matrice A =
Mß(T) € GL,,(R) associata a T rispetto alla base B (Teorema 5.38) e dunque A e A
hanno lo stesso determinante.
Ciò consente di dare la seguente definizione, e contemporaneamente di provare - grazie
alle Proposizioni 8.20 e 3.46 - la successiva affermazione.
Q Definizione 8.46. Sia V" uno spazio vettoriale euclideo orientato. Si dice che un
isomorfismo T di V" in sé conserva l'orientazione se trasforma basi positive in basi
positive; nel caso opposto si dice che T rovescia l'orientazione.
I Proposizione 8.47. Sia V" uno spazio vettoriale euclideo orientato e T un iso-
morfismo di V" in sé. Allora, T conserva (risp. rovescia) l'orientazione se e solo se,
rispetto a una qualunque base ortonormale di V", la matrice A € (').,»,(R) associata a
T ha detA=1 (risp. detA:-1). U

D Osservazione 8.48. In realtà, è possibile introdurre la nozione di orientazione, in


modo del tutto simile a quanto fatto nel presente paragrafo, considerando V" come
un generico spazio vettoriale reale (e non, necessariamente, come uno spazio vettoriale
euclideo). Analogamente, è possibile parlare di isomorfismi di uno spazio vettoriale
reale in sé che conservano (risp. rovesciano) l°orientazione, anche nel caso non si
tratti di trasformazioni ortogonali, e caratterizzarli attraverso il segno positivo (risp.
negativo) del determinante di una qualunque matrice associata.

7. Prodotto vettoriale e prodotto misto

Nel presente paragrafo, (V3, B) indicherà uno spazio vettoriale euclideo orientato di
dimensione tre.
I Lemma 8.49. Dati due vettori linearmente indipendenti u,V € V3, per ogni
lc € R+, esiste uno e un solo vettore W € V3 tale che:
(a) W è ortogonale a u e a V;
(b) la base ordinata (u,v,W) è positiva;
(C) l|Wll = /<-
Dimostrazione. Dal Teorema 8.26 (a) segue che il complemento ortogonale W =
LL(u, V) di {u, v} in V3 è un sottospazio vettoriale di dimensione uno. Se W = L(z),
allora gli unici due vettori soddisfacenti (a) e (c) sono
:I: k
Az.
IIZII
Il lemma segue quindi facilmente, osservando che (u, V, fiz) e (u, V, -fiz) sono
basi discordi di V3.
l:|
162 8. SPAZI VETTORIALI EUCLIDEI

Q Definizione 8.50. Dati due Vettori u, V 6 V3, si dice prodotto vettoriale di u per
V il vettore u /\ V € V3 definito come segue:
.io
/5 \_/
se u e V sono linearmente dipendenti, allora u /\ V = 0;
(ii) se u e V sono linearmente indipendenti, allora u/\V è il vettore univocamente
determinato dalle seguenti condizioni:
(a) u /\ V è ortogonale a u e a V;
(b) la base ordinata (u, V, u /\ V) è positiva;
(c) ||u /\ V|| = - - sen (u,V), dove si è posto

sen (u, V) = \/1 - cos2(u, V).

I Proposizione 8.51. Sia B = /\ Q1. PT' A/ una base ordinata ortonormale positiva di
r.

(V3,B). Posto u E13 (u1,u2,u3) e V E1; (v1,v2,v3), si ha:


/\ 11,2 'U2 'LL1 'U1 U, 'U
LI V EB ,a3 ,U3 1 _ ,U/3 ,U3 › ,u2 ,U2

Dimostrazione. Poniamo
_ u2 v2 ul v1 ul v1
W=B us ,U3›- ,U/3 ,U3›u2 U2

e proviamo che u /\ V = W.
(i) Se u e V sono linearmente dipendenti, allora (ul, u2, u3) è proporzionale a
(v1,v2,v3), e si ha quindi W E13 (0,0, 0). Pertanto, W = 0 = u /\ V.
(ii) Se u e V sono linearmente indipendenti, poiché B è ortonormale, si ha

<uW>=u1u2
› us D2 -u2 ,us
U3 ul /U1+u3u1
,Us ,M2 UI
,U2 :O
2 2 1 1 1 1
<v,W>=v1 u3 U3 -v2 ug U3 +v3 /a2 D2 = 0
u v u v u v
Ciò prova che W è ortogonale a u e a V.
Si ha poi:

Il “_ ug v22+u1 vL2+uL v12_


W _ u3 v3 u3 v3 ug v2 _

=\Auw*+uv*+uvawßP+0ai+wv0-uw«+er+1%v2=
==WwW1MF-<avß=ww^u.
Infine, la matrice del cambiamento di base da (u, V, W) a B = /\.
|-lo Q1. P7' \_/ Q/

A : 71,2 'U2 _ 3 3
7. PRODOTTO VETTORIALE E PRODOTTO MISTO 163

Lo sviluppo di Laplace di det A secondo la terza colonna prova che det A =


||W||2 > 0; ciò dimostra che (u, V,W) è una base positiva.
Si ha pertanto W = u /\ V. U

D Osservazione 8.52. Se B = (i, j,k) è ortonormale positiva, si ha, come caso


particolare della Proposizione 8.51:
1°/\j = k, j/\k-i, k/\ i = j.

D Osservazione 8.53. Si noti che il prodotto vettoriale gode, per ogni u, V, W 6 V3


e per ogni oz 6 R, delle seguenti proprietà:
1) u/\V = -(V/\u);
2) u/\(V+W) = (u/\V)+ (u/\W);
3) o1(u/\V) = (ofu) /\V = u/\ (ozv).

Q Definizione 8.54. Dati tre vettori u, V, W 6 V3, si dice prodotto misto della terna
(u, V,W) di vettori di V3 il numero reale < u,V /\ W > .

I Prpposizione 8.55. Sia B = (i,j,k) una base ordinata ortonormale positiva di


(V3,B). Posto u EB (u1,u2,u3), V EB (vL,v2,v3) e W E3 (w1,w2,w3), si ha:

<u,V/\W>=

Dimostrazione. Si ottiene subito ricordando la Proposizione 8.51, la Proposizione 8.16


(b) e sviluppando il determinante secondo la prima colonna, mediante il Teorema di
L ap 1 ace _ U

D Osservazione 8.56. Il prodotto misto è una applicazione di V3 >< V3 >< V3 in R


che gode delle seguenti proprietà:
1) scambiando fra loro due Vettori, il prodotto cambia di segno; pertanto, per
ogni u,V,W 6 V3, si ha:
<u,v/\W>=<W,u/\v>=<V,W/\u>;
2) < u,V /\W >= 0 se e solo se u, V, W sono linearmente dipendenti.

Esempio 8.20. Ad esempio, se u E13 (0,1,0), V E13 (1, 3,0), e W E3 (0,1,1), essendo
B una base ordinata ortonormale positiva, si ha
3 1 1 0 1 0
VAWEI3

<u,v/\w>:<(0,1,0),(3,-1,1)>:-1: 1 3 1
CAPITOLO 9

Spazi euclidei

1. Definizioni ed esempi

Nel presente capitolo, il simbolo G indicherà sempre uno spazio vettoriale euclideo
(81 < 'v ' >)'

Q Definizione 9.1. Diremo spazio euclideo una terna ,£`,1r),costituita da uno


spazio vettoriale euclideo 5, da un insieme 5 e da una applicazione rr : 5 >< 5 A EI, che
associa a ogni coppia (P, Q) di elementi di 5 il vettore †r(P, Q) = la soddisfacente
i seguenti assiomi:
(SE1) VA 6 8, Va 6 5, esiste uno e un solo X 6 5, tale che H = a.
(SE2) VP, Q, R 6 5, 1% + ãlft = lì (relazione di Chaslesl).

Si noti che dall”assioma (SE1) segue che Papplicazione rr è suriettiva.


L°insieme 8 è detto sostegno dello spazio euclideo ,5,1r)e i suoi elementi sono detti
punti. Un elemento (P, Q) di 8 >< 8 è detto segmento orientato, avente P quale primo
estremo e Q quale secondo estremo. Gli elementi di 5 sono detti vettori liberi; il
vettore libero nullo sarà indicato con Se ,5,1r) è uno spazio euclideo, diremo
-›
spesso, per brevità e con abuso di linguaggio, che 5 è uno spazio euclideo, avente 8
quale spazio dei vettori liberi. Si osservi che, in ogni caso, come già visto per gli spazi
vettoriali, lo stesso insieme 8 può essere sostegno di differenti spazi euclidei.
Quali conseguenze dirette degli assiomi (SE1) e (SE2), si verificano poi, per ogni
spazio euclideo 8 e per ogni Q, R 6 5, le seguenti proprietà:

<>@%= > -› <Q=R>


O1

<fi>ãë=-1%.
Q Definizione 9.2. Uno spazio euclideo E sarà detto di dimensione finita se lo spazio
dei vettori liberi EI ha dimensione finita. In tal caso porremo dim 8 = dim EI.

Uno spazio euclideo di dimensione (finita) n sarà solitamente indicato con 8"'. Se
dimã = 0, allora EI = e dunque - per la precedente proprietà - 80 si riduce a
un singolo punto.
Se dim 8 = 1,2,3, allora 8 è detto rispettivamente retta euclidea, piano euclideo,
spazio euclideo ordinario.

LMichel Ghasles: matematico francese (Epernon, 1793-1880).


166 9. SPAZI EUCLIDEI

Q Definizione 9.3. Se 8 è uno spazio euclideo, diremo che due se menti orientati
(P, Q) e (R, S) sono equipollenti, e scriveremo (P, Q) E (R, S), se 12% =

La proposizione seguente ci consente di affermare che il supporto V di ogni spazio


vettoriale euclideo è anche supporto di uno spazio euclideo (avente V stesso quale
spazio dei vettori liberi).

I Proposizione 9.4. Se (V, < -,- >) è uno spazio vettoriale euclideo e se si pone
V = V e
T : V >< V A V
(V, W) A È = W - V
allora la terna 8(V) = (V,V, T) è uno spazio euclideo.
Lo spazio euclideo 8(V) = (V,V, T) si dice associato allo spazio vettoriale euclideo
(V1 < 'ß ' >)'

D Osservazione 9.5. In realtà, è possibile costruire una teoria analoga a quella


esposta nel presente paragrafo, sostituendo lo spazio vettoriale euclideo EI con un
generico spazio vettoriale /I su di un campo R: lo spazio (Ã,/l,Tr) che ne deriva in
base alla Definizione 9.1 si dice spazio afiine su R. In pratica, quindi, uno spazio
euclideo può essere considerato come uno spazio affine su R, il cui spazio dei vettori
liberi è dotato di un prodotto scalare. Si noti che le nozioni introdotte nei successivi
§ 2, 3, 4, 5 possono essere introdotte, con le dovute modifiche, anche nel caso di uno
spazio affine su R, mentre le nozioni relative ai § 6, 7, 8, 9 necessitano della presenza
di un prodotto scalare definito sullo spazio dei vettori liberi, e pertanto possono essere
introdotte esclusivamente nell°ambito degli spazi euclidei.

Esempio 9.1. (Lo spazio euclideo elementare) Sia .F lo “spazio euclideo elementare".
Fissato un punto O 6 .7-I, sia (J-`(O), < -,- >) lo spazio vettoriale euclideo considerato
nell'Esempio 8.6, avente come sostegno I'insieme

H0) = {(0›P) I Pë f}
e il cui prodotto scalare è definito mediante

< (O,P), (QQ) >= d(0›P) ° d(0›Q) ° COS(-POQ)


Se rr : .7-I >< .7-I A .7-`(O) è I'applicazione che a ogni coppia (R, S) associa I'unico vettore
applicato in O che ha la stessa lunghezza, la stessa direzione e lo stesso verso del segmento
orientato (R, S), allora è immediato verificare chela terna (J-`(O), .7-I, rr) verifica gli assiomi
(SE1) e (SE2); .7-I risulta pertanto uno spazio euclideo di dimensione tre.

Esempio 9.2. (Lo spazio euclideo standard Rn) Se, nella Proposizione 9.4, si considera
(V, < -,- >) = (Rn, < -,- >), spazio vettoriale euclideo standard n-dimensionale, allora
lo spazio euclideo associato sarà detto spazio euclideo standard di dimensione n e sarà
indicato con £(R"') o, più semplicemente, ancora con R".
2. SISTEMI DI RIFERIMENTO 167

2. Sistemi di riferimento

Nel presente paragrafo, 8"' indicherà sempre uno spazio euclideo di dimensione finita
n > 0.

Q Definizione 9.6. Diremo riferimento cartesiano su 8"' una coppia R = (O,B),


dove O è un punto di 8", detto origine del riferimento R e B è una base ordinata
ortonormale dello spazio vettoriale euclideo ", < -,- >).
Dato un punto P 6 8", si dicono coordinate cartesiane (non omogenee) di P, rispetto
a R = (O, B), le componenti del vettore libero OUR rispetto alla base B.2

Se B: e 17 e 27 e
in e OP=:L°1e 1 +x2e 2 +~-~+x'"'e na scriveremoPš R
(xl, x2, . . . ,x") per indicare la n-pla delle coordinate cartesiane di P, rispetto a R.
Si ha, evidentemente, O E7; (0, 0, . . . , 0).
Si osservi che l”assioma (SE1) implica, per ogni i 6 Nn, l”esistenza di un unico punto
P, 6 5” tale che ei _ Si ha inoltre P, ER (0,0,.. .,0,1,0,. . .,0).

Esempio 9.3. Sia .7-I lo spazio euclideo elementare dell'Esempio 9.1. Un riferimento
cartesiano su .7-I è una coppia R = (O,B), dove O 6 .P e B è una base ordinata orto-
normale dello spazio vettoriale euclideo .7-'(0). Pertanto, B risulta costituita da una terna
(linearmente indipendente) ((O,P1), (O,P2), (O,P3)) di versori applicati in O a due a
due ortogonali.

Esempio 9.4. (Riferimento cartesiano naturale su Rn) Se R" è lo spazio euclideo


standard di dimensione n (Esempio 9.2), allora il riferimento cartesiano R = (O,B),
~
Au Au Au

dove O _ (0,0,...,0) e B _ (e1,e2,...,en) è la base naturale (ortonormale) dello


spazio vettoriale euclideo standard R" = R" (Esempio 8.1), è detto riferimento cartesiano
naturale su R". Se P = (xL,x2, . . . ,pn) 6 R", allora evidentemente OP = P - O =
xlël _). x2ë2 + . . . + xnën, per cui P šñ (x1,a:2, . . . ,a:").

Esempio 9.5. Se R2 è il piano euclideo standard, O' = (-1,4), B = ,

(`/iš, , allora R = (O',B) è un riferimento cartesiano su R2. Se P = (1,2) 6 R2,


allora

(713 : (1,2) _ (_1,4) : (2,-2) : 21/2 +0 (_ _


Q2 È: L/
Pertanto, P ER (2\/2,0).

2Si noti che sarebbe possibile considerare anche una più generale nozione di riferimento, e
di coordinate (non omogenee) associate, considerando su 8"' una coppia R = (O,B) ove É è una
qualunque base ordinata di gn. Ovviamente, questa generalizzazione diventa necessaria negli spazi
affini, dove non è definita la nozione di base ortonormale (si veda l'OsservaZione 9.5). D°altra parte,
negli spazi euclidei la scelta di un riferimento cartesiano - che verrà fatta da ora in poi nel presente
testo - comporta significativi Vantaggi, in virtù della Proposizione 8.16.
168 9. SPAZI EUCLIDEI

1
I Proposizione 9.7. Sia R = (O,B) un riferimento cartesiano su 8" e siano
P ER (x},,x%,...,x"1},), Q ER (xèßcâ, . . . ,x22) punti di 8"'.
Allora, Pô _
:É (xQ 1 - xP,xQ
1 2 - xp,
2 . . . ,mg -

Dimostrazione. Posto B = (e1, eg, . . . ,en), si ha, per definizione:


TL 'fl

ãš_ 211,3., €15 _Z1@Qe,.


1:1 1:1
Per la relazione di Chasles si ottiene:

IÉ=IÈ+O_C,,2=O_C,2-OU-š=

Ciò prova l°asserto.


:M:
_
1-*
(mg-xÉ3)e1.

E poi immediato verificare che, se R = (O,B) è un riferimento cartesiano su 8",


l”applicazione çbyg che a ogni punto P ER (x1,x2, . . . ,x") 6 5" associa çbR(P) =
(xL,x2, . . . ,a:”) 6 R" è una biiezione; tale biiezione è detta sistema di coordinate
cartesiane relativo al riferimento cartesiano R = (O,
Supponiamo ora che R' = ( O' , BI') e R” _ ( O” , BI”) siano due riferimenti cartesiani su
8”. La proposizione seguente permette di ricavare la n-pla delle coordinate cartesiane
di un punto P 6 5" rispetto a R” quando sia nota la n-pla delle sue coordinate
cartesiane rispetto a R' .

I Proposizione 9.8. Se P ER/ (xL,x2, . . . ,x") e P E111/ (yL,y2, . . . ,y"), allora si


ha

(*) (y) = E(fl2) + (Ö)


dove E 6 O.,,(R) è la matrice delle componenti della base B' rispetto a B”, e (b) 6
./\/l,«,><1(R) è la colonna delle coordinate cartesiane del punto O' rispetto al riferimento
RI/

Dimostrazione. Per la relazione di Chasles, si ha:


A A-› -›
O”P = O"O'+O'P.
Questa uguaglianza tra vettori liberi, espressa in termini di componenti rispetto alla
base B”, diventa:
(y) = (Ö) + (Gf),
-›
dove (ad) denota la colonna delle componenti del vettore libero O' P rispetto alla
base B”. Poichè la colonna delle coordinate cartesiane del punto P rispetto al
-›
riferimento R' coincide con la colonna delle componenti del vettore libero O' P rispetto
alla base B' , le equazioni del cambiamento di base da B' a B” sono esattamente

(-'v') = E(w);
la tesi segue quindi direttamente, sostituendo questa relazione nella uguaglianza
precedente.
l:|
2. SISTEMI DI RIFERIMENTO 169

Le equazioni vengono dette equazioni del cambiamento di riferimento cartesiano


da R' a R”.

D Osservazione 9.9. Le equazioni del cambiamento di riferimento inverso da R” a


R' sono evidentemente

(H1) = E_1(v) - E`1(b) = E`1(y - Ö) = tE(v - b),


come è facile verificare, moltiplicando a sinistra per E_L = tE (si ricordi che E è
ortogonale) le equazioni

Esempio 9.6. Nel piano euclideo standard R2, si considerino il riferimento cartesiano
R' = (O',B'), dove O' = (-1,4) e B' = (_›(`/A5,-È) , (È, %))_›(si veda I'Esempio
9.5), e il riferimento cartesiano R” = (O”,B”), dove O” = (0,0) e B” = ((1,0), (0,
La matrice delle componenti di B' rispetto a B” è

E:
3
L
l)v
/7 __ 75
inoltre, O' E721/ (-1,4). Pertanto, se P ER/ (xL,a:2) e P ER” (yL,y2), allora le
equazioni del cambiamento di riferimento cartesiano da R' a R” sono:

È 2:1 -1
2 ì
-|-
1-l2
/'-5 QÉQÉH
A/ íì guär A/ /'-2 A/

- \
CIO€
1_ 1 _
ll- È _ 1.

3**
3 "f
+§1
lxâêšbd
ÈH +1-1 šld
Pio
Éš
Hlo

Essendo
I _; 1 _i
E-1:*E:(~{§ 1/5) ed E-1-(_):(
W .Le 4 71
/I I

le equazioni del cambiamento di riferimento inverso da R a R sono

2_ il i2_i'
“_ 1/2y+¢2y ~/2
Utilizzando tali equazioni, si ha che, se P ER” (1,2), allora P ER/ (2\/2, 0) , come già
provato direttamente nell'Esempio 9.5.
170 9. SPAZI EUCLIDEI

3. Sottospazi euclidei

Nel presente paragrafo, il simbolo 8 indicherà sempre uno spazio euclideo ,


8, rr).

Q Definizione 9.10. Un sottoinsieme 7-I di 5' si dice sottospazio euclideo di 8 se


soddisfa le seguenti proprietà :
o il sottoinsieme
7-I:{P;)eš›| P,Qe7¬L} Q5
(detto giacitura di 'I-I) è un sottospazio vettoriale di S;
o VA 6 /H, Va 6 7-I, il punto X tale che H = a (assioma SE1) appartiene ad
7-t.

Si noti che, se 7-I è un sottospazio euclideo di 5, la terna (7-I, /H, Tr|) è a sua volta uno
spazio euclideo, avendo indicato con 71| : 7-I >< 7-t A 7-I la restrizione di rr ad 7-I >< 7-I.

La Proposizione seguente prova che ogni sottospazio euclideo è univocamente deter-


minato dalla sua giacitura e da uno qualunque dei suoi punti.

I Proposizione 9.11.
(a) Per ogni punto P0 6 8 e per ogni sottospazio vettoriale U di S, il sottoin-
sieme
<P...U>=10e@1F.›€šeU1
è un sottospazio euclideo di 8, contenente P0 e avente U come giacitura.
(b) Viceversa, se 'H è un sottospazio euclideo di 8, per ogni punto P0 6 7-I si ha
/H :

Dimostrazione. (a) Innanzitutto, si osservi che, essendo U un sottospazio vettoriale,


POPO = 0 6 U; quindi P0 6 (P0,U). Verifichiamo ora che (P0,Ul = 6 S |
P, Q 6 (P0,U)} coincide con U. Infatti, se P, Q 6 (P0,U), allora P_0P,P_0Q 6 U; si
ha pertanto PÈ = HP? + HOQ = P_0Q - P_0P 6 U, essendo U linearmente chiuso.
Viceversa, se a 6 U, allora esiste ed è unico il punto R 6 5 tale che HOR = a.
Ciò prova che R 6 (P0, U); poichè si ha anche P0 6 (P0, U), segue a = lì?? 6 6
S | P, Q 6 (P0, Dunque, (P0, Ul = U è un sottospazio vettoriale di
Per provare che (P0, U) è un sottospazio euclideo, basta quindi dimostrare che, se A 6
(P0, U) e a 6 (P0, U), allora il punto X tale che H = a appartiene a (P0, U). Ma
A 6 (P0, U) implica 1:71 6 U e quindi POX = H0:›4+ƒU{› 6 U, essendo U linearmente
chiuso. Dunque X 6 (P0, U) e Paffermazione (a) è completamente provata.
(b) Se P 6 (P0,7-I), allora POP 6 7-I e dunque anche P 6 7-I : ciò dimostra che
(P0, Q 7-I. Viceversa, se Q 6 7-I, allora POQ 6 'Pf e quindi Q 6 (P0, Si ha quindi
H : (P0, 11).
l:l

Si noti che l 'intersezione di sottospazi euclidei è ancora un sottospazio euclideo.


3. SOTTOSPAZI EUCLIDEI 171

I sottospazi euclidei di dimensione 0 sono i punti di 8, mentre i sottospazi euclidei di


dimensione 1 e 2 sono detti rispettivamente rette e piani (euclidei) di 8. La giacitura
di una retta è anche detta direzione.
Se 8" è uno spazio euclideo di dimensione finita n, quale conseguenza immediata
della Proposizione 4.35 si ha che un sottospazio euclideo 7-I di 8” ha dimensione finita
h § n; inoltre, 7-I = 5" se e solo se h = n.
I sottospazi euclidei di dimensione n - 1 sono detti iperpiani (euclidei) di 8"'.

D Osservazione 9.12. Sia (V, < -,- >) uno spazio vettoriale euclideo ed 8(V) =
(V, V, T) lo spazio euclideo ad esso associato. Se U è un sottospazio vettoriale di V
e a 6 V, allora

(a,U)={V6V | V-a6U}=a+U.
Quindi, i sottospazi euclidei di $(V) si ottengono “per traslazione” (si veda l 'Osser-
vazione 6.13) dei sottospazi vettoriali di V .

Introduciamo ora la nozione di indipendenza afiine di punti, che permette di parlare


di punti che generano un sottospazio euclideo.

Q Definizione 9.13. Una (h + 1)-pla (P0,P1, . . .,P;,) di punti di 5, con h > 0, è


detta afiinemente indipendente se la h-pla di vettori liberi (POP1, . . . ,P0P;,) è linear-
mente indipendente in S. In caso contrario, si dice che (P0, P1, . . . , P1,) è afiinemente
dipendente.

E” facile verificare che, se una (h + 1)-pla di punti è affinemente indipendente, allora


risultano affinemente indipendenti anche tutte le (h + 1)-ple da essa ottenute permu-
tandone le componenti in tutti i modi possibili. Ciò giustifica la locuzione “i punti
P0,P1, . . .,P;, sono afiinemente indipendenti (risp. dipendenti) ”, che verrà spesso
usata come sinonimo di “la (h + 1)-pla (P0,P1, . . . , Ph) è affinemente indipendente
(risp. dipendente)”.

D Osservazione 9.14. Quale immediata conseguenza del Teorema 4.28 (a) e della
Definizione 9.13, il massimo numero di punti affinemente indipendenti di uno spazio
euclideo di dimensione finita n è n + 1.

La proposizione seguente permette di affermare che ogni sottospazio euclideo di di-


mensione finita h è univocamente determinato da h + 1 suoi punti affinemente in-
dipendenti. Ciò fornisce una importante caratterizzazione dei sottospazi degli spazi
euclidei di dimensione finita.

I Proposizione 9.15. Dati h + 1 punti affinemente indipendenti P0, P1, . . . , P), di


8, esiste uno e un solo sottospazio euclideo h-dimensionale 7-th' di 8 che li contiene.

Dimostrazione. Poichè i punti P0,P1, . . . ,P1, sono affinemente indipendenti, i vet-


--› --›
tori liberi POP1, . . . ,P0P;,, sono linearmente indipendenti, e individuano dunque un
sottospazio vettoriale h-dimensionale Wh = L(P(1P1›,.. É) di S. Il sottospazio
euclideo 7-th' = (P0, Wh), individuato dal punto P0 e dal sottospazio vettoriale Wh',
per definizione ha dimensione h e contiene i punti P0, P1, . . . , Ph; inoltre, ogni altro
sottospazio euclideo h-dimensionale contenente P0, P1, . . . ,P1, ha come giacitura Wh'
172 9. SPAZI EUCLIDEI

e quindi coincide con 7-th' (si ricordi che ogni sottospazio euclideo è univocamente de-
terminato dalla sua giacitura e da uno qualunque dei suoi punti). U

Il sottospazio 7-th' si dirà generato dagli h + 1 punti P0, P1, . . . , P), o anche passante
per P0, P1, . . . , P),,.

Concludiamo il paragrafo introducendo la nozione di parallelismo tra sottospazi eu-


clidei di uno spazio euclideo 8.
Q Definizione 9.16. Due sottospazi euclidei "H, /C di 5 si dicono paralleli, e si indica
'H//IC, se?-IQICOICQ7-I.
Si noti che, se 7-I e IC sono entrambi sottospazi di dimensione finita h, allora "H//IC se
e solo se 7-I = IQ. Inoltre è bene osservare che, in base alla Definizione 9.16, la nozione
di parallelismo non esclude la possibilità che i sottospazi in questione abbiano punti in
comune; anzi, è facile verificare che, se dim(7-t) < dim(lC) (risp. = dim(lC)),
allora e 7-[UIC 75 Ø) => 7-I C IC (risp. 7-L = /C).
In generale, detti incidenti (risp. sghembi) due sottospazi euclidei che hanno almeno
un punto in comune (risp. che non sono nè paralleli nè incidenti), le possibili mutue
posizioni di due sottospazi euclidei 7-th e lCk di 5 (con h S lc) sono:
(I) paralleli e incidenti (nel qual caso 7-I Q IC)
(II) paralleli e disgiunti
(III) incidenti e non paralleli
(IV) sghembi
Si noti però che, a seconda delle situazioni, il numero delle mutue posizioni effettiva-
mente possibili può anche essere inferiore a quattro: ad esempio (come si vedrà nei
successivi § 1 dei Capitoli 10 e 11), due rette del piano euclideo non possono mai
essere sghembe, così come due piani (o una retta e un piano) dello spazio euclideo di
dimensione tre.
I Teorema 9.17. Dati comunque un sottospazio euclideo h-dimensionale 7-th' di 8
e un punto P 6 8, esiste uno e un solo sottospazio euclideo h-dimensionale lCh' di 8,
contenente P e parallelo a 7-th.

Dimostrazione. Basta porre }Ch = (P, U

D Osservazione 9.18. Per h = 1, il Teorema 9.17 è una riformulazione del famoso


postulato delle parallele, noto anche come V postulato di Euclide, che risulta pertanto,
nell°ambito della presente teoria, una conseguenza degli assiomi usati per definire gli
spazi euclidei.
Il postulato delle parallele fa parte del sistema di assiomi usato da Euclide negli
“Elementi”, al fine di costruire una teoria deduttiva atta a descrivere le proprietà
geometriche del “piano” e dello “spazio fisico” in cui viviamo, ormai noti come piano
e spazio euclideo.
Tale postulato apparve immediatamente poco “autoevidente” già ai più antichi com-
mentatori del trattato euclideo, che tentarono invano di dedurlo dagli altri postulati.
Allo scopo di provare la verità del V postulato, Saccheri3 ebbe la geniale idea di so-
stituire tale postulato con la sua negazione, sperando di dedurne una conseguenza
4. RAPPRESENTAZIONI DI SOTTOSPAZI EUCLIDEI 173

manifestamente assurda. Pur senza giungere in fondo al problema, tale lavoro lascia-
va intravedere la possibilità di costruire sistemi geometrici coerenti, basati su principi
contrari al V postulato stesso: Saccheri fu dunque, suo malgrado, un precursore delle
cosiddette “geometrie non euclidee”, che vennero successivamente elaborate - in modo
indipendente, non senza reciproche polemiche - da Bolyai4, Gauss5 e Lobacevskijô.
In particolare, sostituendo il postulato delle parallele con l°ipotesi che per un punto
esterno a una retta data non si possa tracciare alcuna retta (risp. si possa tracciare
più di una retta) ad essa parallela, si ottiene la geometria ellittica (risp. la geometria
iperbolica).

4. Rappresentazioni di sottospazi euclidei

Nel presente paragrafo, consideremo solo sottospazi di uno spazio euclideo 8"' di
dimensione finita n; R = (O, indicherà un fissato riferimento cartesiano su 8"'.
In perfetta analogia a quanto fatto per i sottospazi di uno spazio vettoriale V" (§
3 del Capitolo 6), ci poniamo il problema di rappresentare tramite equazioni (sia di
tipo cartesiano che di tipo parametrico) i sottospazi euclidei, ovvero di trovare delle
“condizioni” sulle coordinate cartesiane dei punti rispetto al riferimento fissato, che
siano verificate da tutti e soli i punti che appartengono al sottospazio considerato.

I Teorema 9.19. Fissato in 8" un riferimento cartesiano R = (O,B), ogni sot-


tospazio euclideo h-dimensionale 7-th di 5" (0 < h < n) può essere rappresentato,
relativamente a R, da un sistema lineare minimo S di n - h equazioni in n incognite;
inoltre, il sistema lineare omogeneo S0 associato a S rappresenta, relativamente alla
base B, la giacitura 7-th di 7-th.
Dimostrazione. Siano P0 ER (xè, . . . ,xg), . . . , P), ER (1111,. . .,x',;'“) h + 1 punti
affinemente indipendenti di 7-th. Per definizione, ciò equivale a dire che i vettori liberi
__>_
POP1 =É›(x11 -x0,...,x'f-xg),...,P0P),
1 "`*_ 1 1
=É›(xh-x0,...,a3',,f-mg)

sono linearmente indipendenti, e costituiscono dunque una base per 7-th. Un generico
punto P ER (xl, . . . ,ac") di 5" appartiene a 'Hh se e solo se il vettore libero POP El;
- -A --›
(xl - xè, . . . ,mn - mg) appartiene a 7-th = L(P0P1, . . .,P0P),). Ma ciò equivale a
richiedere che la (h + 1)-pla (P0 P, POP1, . . . , P0P),) sia linearmente dipendente e cioè
che la matrice
(.1›1_1,1 1›1_1›g, 11-13,(
M= E E E E Mn><<h+1>(R)
)“/`" -'vg 111? -'113 xii xii/
abbia rango h.

3Fra Girolamo Saccheri: matematico italiano (Sanremo, 1667 - Milano, 1733).


4Janos Bolyai: matematico ungherese (Kolzvar, 1802 - Marosvarhely, 1860).
5Carl Friedrich Gauss: matematico, fisico e astronomo tedesco (Brunswick, 1777 - Gottinga,
1855).
6Nikolaj Ivanovic Lobacevskij: matematico russo (Makarev, 1793 - Kazan, 1856).
174 9. SPAZI EUCLIDEI

Poichè le ultime h colonne sono per ipotesi linearmente indipendenti, al loro interno
esiste sicuramente un minore M di ordine h con determinante non nullo; la condi-
zione che P 6 7-th' equivale dunque - per il Teorema di Kronecker - all°annullarsi dei
determinanti di tutti gli n - h minori orlati M),+1, . . . , Mn di M in M. Si ottiene così
un sistema lineare minimo (non più necessariamente omogeneo) di n - h equazioni in
n incognite, che rappresenta 7-th :

d€l} Mh+1 I 0

det Mn = 0.

E poi immediato verificare, a partire dalla precedente matrice M, che il sistema lineare
omogeneo associato coincide con la rappresentazione cartesiana della giacitura 7-th' di
_-› -A
7-th', ottenuta a partire dalla sua base POP1, . . . ,P0P), (si veda la dimostrazione del
Teorema 6.25). U

Posto S = (A, -b), si avrà quindi che

Hh = {P E12 (111,---,w") l A' (w) + (Ö) = (0)};


le equazioni A - + (b) = (0) si diranno equazioni cartesiane del sottospazio 'Hh
(relative a

D Osservazione 9.20. Non è difficile verificare che il Teorema 9.19 può essere inverti-
to, ovvero che ogni sistema lineare possibile di rango n- h in n incognite rappresenta,
relativamente a un fissato riferimento cartesiano R = (O, B), un sottospazio euclideo
h-dimensionale 7-th di 5".
Ad esempio, se 54 è uno spazio euclideo di dimensione quattro e R è un suo fissato
riferimento cartesiano, il sistema lineare possibile S dell'Esempio 6.2 rappresenta,
relativamente ad R, un sottospazio euclideo 7-I di 54 di dimensione h = 4 - g(A) =
4-2 = 2. Ovviamente, anche il sistema lineare minimo S' equivalente ad S costituisce
una rappresentazione cartesiana di 'H (non ridondante come quella costituita da S).

D Osservazione 9.21. Ponendo h = n - 1 nel Teorema 9.19, si ottiene in particolare


che ogni iperpiano 8'”'_1 di 8" può essere rappresentato da una equazione lineare in
n incognite (e rango 1):

a1xL+---+a,,x"+b=0 con (a1,...,a,,)7š(0,...,0).

Esempio 9.7. Se R = (O,B = (íP_1›, . . .,OP,,)) è un riferimento cartesiano su 8"', si


dice i-esimo iperpiano coordinato relativo a R 6 Nn) l'iperpiano euclideo rr, =
di 8” generato dagli n punti affinemente indipendenti O, P1, . . . , P,~_1, P,;+1, . . . , Pn.
Poichè O ER (0,...,0) e, per ogni i 6 Nn, P, E7; (0,...,0,1,0,...,0), l'iperpiano
coordinato rr, è rappresentato, relativamente a R, dalla equazione ac., = 0.
Si osservi che l'intersezione degli n iperpiani coordinati è l'origine O di R.
5. CONDIZIONI DI PARALLELISMO 175

Notiamo ora che - come già osservato nel corso della dimostrazione del Teorema 9.19
- se il sottospazio euclideo 7-th' è generato dai punti affinemente indipendenti P0 R
(xè, . . . ,xè), P1 ER (xè, . . . ,x'f), ..., P), ER (xè, . . . ,xè ), allora un punto generico
P =1g (xl, . . . ,x"') appartiene a 7-th se e soltanto se P0 6 L(P0P1, . . . ,P0P),); ciò
-E; -A
equivale ovviamente alla esistenza di h scalari tl, . . . ,th 6 R tali che P0 = tlP0P1 +
- - - + t /1 P0P),.
l
Pertanto, tutti e soli i punti P 6 7-th ammettono, rispetto a R, coordinate (xl, . . . ,x")
che si ottengono, al variare dei parametri tl, . . . ,th 6 R, da:

xl xè xè - xè xè - xè
: + -tl+~--+ «thx
x" xè xè - xè xè - xè

Le corrispondenti uguaglianze

xl = xè+tl(xè-xè)+---+th(xè-xè)
; ; (11,...,1”e1R.)
x" = xè + tl(xè - xè) + +
th(xè - xè)

vengono dette equazioni parametriche del sottospazio 7-th (relativamente a

Esempio 9.8. Se R = (O,B = ((TP1>, . . .,OP,,)) è un riferimento cartesiano su 5'", si


dice i-esimo asse coordinato, o asse X,-, relativo a R 6 Nn) la retta generata dai due
punti O, P,-.
Le equazioni parametriche dell'asse X,-, rispetto a R, sono:

“T
xl =0 Vgyši
_ . aes)

D Osservazione 9.22. Come già visto per gli spazi vettoriali, le rappresentazioni
cartesiane e parametriche dei sottospazi euclidei di 5" non sono uniche.

5. Condizioni di parallelismo

Nel presente paragrafo, il simbolo 8" indicherà sempre uno spazio euclideo di dimen-
sione finita n.

Q Definizione 9.23. Sia Sl una retta euclidea di 8” e sia R = (O,B) un fissato


riferimento cartesiano su 8". Se l E3» (ll, . . . ,l") è un vettore libero non nullo della
giacitura 81, diremo che (ll, . . .,l") 6 R" è una n-pla di coefiicienti (o numeri o
parametri) direttori della retta 8 l, relativi al riferimento R.
176 9. SPAZI EUCLIDEI

In altre parole, ricordando la Proposizione 9.7, una n-pla di coefficienti direttori della
retta Sl si ottiene considerando due punti distinti P ER (x),,x%,. ..,x"1É,) e Q ER
(xè, xè, . . . ,xè) di Sl e ponendo

l=I%lš,§(xè2-x}s,xå-x%,...,xèé-x")É).
Si noti che, per definizione, una qualunque n-pla di coefficienti direttori di S 1 è diversa
dalla n-pla nulla.

I Proposizione 9.24. Sia Sl una retta di Sn e sia R = (O, un fissato riferimento


cartesiano su Sn. Si ha allora:
(a) Due qualunque n-ple di coefiicienti direttori di Sl (relative a R) sono pro-
porzionali.
(b) Se Sl ha (rispetto a R) equazioni parametriche
xl=xè+ll-t, i6N,,
allora la n-pla (ll,...,ln) dei coefiicienti del parametro t è una n-pla di
coejfficienti direttori di Sl (relativi a R
(c) Se Sl ha (rispetto a R) equazioni cartesiane
A(x) + (b) = (0) con A 6 M(,,_1),<,,(R) e g(A) = n - 1,
allora ogni soluzione non nulla del sistema omogeneo A(x) = (0) è una n-pla
di coefiìcienti direttori di Sl (relativi a R

Dimostrazione. (a) Se l EE-,› (ll, . . . , ln), m 5,; (ml, . . . ,mn) sono due vettori liberi
non nulli di S 1, allora evidentemente m 6 S 1 = L /'\ in \_/ Ciò prova che esiste À 6 R - {0}
tale che
(m1,...,m") : A.(11,...,i").
(b) Se Sl ha - rispetto a R - equazioni parametriche xl = xè + ll - t, i 6 Nn, i
punti P0 ER (xè,xè, . . . ,xè) e P1 ER (ll + xè,l2 + xè, . . .,ln + xè) sono distinti e
appartengono a Sl. Quindi, il vettore libero ITOP1 E8» (ll, l2, . . . ,ln) appartiene a Snl.
Ciò prova che (ll, ln, . . . ,ln) è una n-pla di coefficienti direttori di Sl.
(c) Basta ricordare che il vettore libero 1 E B- (ll, l2, . . . , ln) appartiene alla giacitu-
ra della retta Sl se e solo se (ll, l2, . . . , ln) è soluzione del sistema lineare omogeneo
A- = (0) che rappresenta SI1 (Teorema 9.19).
l:l

D Osservazione 9.25. Se la retta Sl ha (rispetto a R) equazioni parametriche


xl ì + ln/ ° t, Nn

e se nessuno dei coefiicienti direttori è nullo, allora, ricavando il parametro t da


ciascuna delle n equazioni si ottiene:

x1 xè1 x2 xè2 xn xèn


ll W V nu n :

che è nota come equazione frazionaria della retta Sl (rispetto a


5. CONDIZIONI DI PARALLELISMO 177

I Proposizione 9.26.

(9) Condizione necessaria e sufficiente afiinchè due rette Sl e .7-Il aventi ri-
spettivamente coefiìcienti direttori (ll, . . . , ln) e (ml, . . . ,mn) siano parallele
è che esista À 6 R - {0} tale che:

(ll,...,ln) = À-(ml,...,mn);

(b) Condizione necessaria e sufiiciente afiinchè due iperpiani Sn_l e .7-`n_l aven-
ti rispettivamente equazioni cartesiane

/1 / n
alx +---+a,,,x +b /_
_0 e //1
alx //n
+---+a,,,x +b//_
-0

siano paralleli è che esista À 6 R - {0} tale che:

(a'1,...,a;,) = À-(a'1',...,a;.',);

(c) Gondizione necessaria e sufiiciente afiinchè una retta Sl avente coefiicienti


direttori (ll, . . .,ln) e un iperpiano .7-`n_l avente equazione cartesiana
a1xl + - - - + anxn + b = 0 siano paralleli è che si abbia:

a1ll+---+a.,,ln = 0.

Dimostrazione. (a) Se l EE-,› (ll, . . .,ln) e m E5; (ml, . . . ,mn), si ha Sql = L(l) e
.Fl = L(m). Allora, S_l = .7-:ll se e solo se l = Àm, con À 6 R - {0} : ciò prova (a).
(b) Poichè le giaciture S "-1 e .I-`n_1 sono rappresentate rispettivamente dalle equa-
zioni lineari omogenee

a'1xl+---+a:,xn=0 e a'1'xl+---+axxn=0,

il sistema lineare omogeneo

aèxl+---+a xn =0
3
a'1'xl+---+a 3I3`5% =0

rappresenta S "'11 F1 .I-`n›_1. La affermazione (b) segue allora osservando che S n_l e
.I-`n_l sono paralleli se e soltanto se S"_1 O .I-`n_1 ha dimensione n - 1, ovvero se e
soltanto se

FQ =1.
9
Q 1-*Q1-1* 99
3§3` L2

(c) Se 1 E5; (ll, . . . ,ln), si ha che Sl e .7-`n_l sono paralleli se e solo se Sl = L(l) C
.I-_`ln_l, ovvero se e soltanto se l 6 .I-:n_l. La affermazione (c) segue allora osservando
che .7-`n_l è rappresentato dalla equazione omogenea a1xl + - - - + a,,xn = 0.

l:|
178 9. SPAZI EUCLIDEI

Esempio 9.9. Nello spazio euclideo S5, con un fissato riferimento cartesiano R, si
considerino le rette r, s e t, dove
x1 : 3 + 2À
2xl -x2+x3-2x5 : 1
2 :-1+).
xl+2x2-3x3:O x3
r: s: x :4À (À6R)
xl-x2+x4-x5:2 4
x :5+À
3x2+x4-4x5:-1 x5 :_2_›`

e t è generata dai punti P E7; (O,2,3,-1,5) e Q E7; (2,4,5,1,7). Poichè r


(risp. s) (risp. t) hanno coefficienti direttori (1,1,1,1,1) (risp. (2,1,4,1,-1)) (risp.
(1,1,1,1,1)), la Proposizione 9.26(a) consente di affermare che r e t sono parallele,
mentre s non è parallela né a r né a t.

6. Ortogonalità tra sottospazi

Nel presente paragrafo tratteremo la nozione di ortogonalità tra sottospazi di un


medesimo spazio euclideo Sn (di dimensione finita n, in cui supporremo fissato un ri-
ferimento cartesiano R : (O, B)), restringendo Pattenzione ad alcuni casi particolari,
che vengono ritenuti i più significativi (oltre che i più semplici come trattazione).7 Si
noti che, in dimensione due e tre, i casi considerati nel presente paragrafo coprono
tutti i casi possibili.

Q Definizione 9.27. Due rette Sl e .Fl dello spazio euclideo Sn si dicono ortogonali,
e si indica Sl J. .Fl, se ogni vettore di Sl è ortogonale a tutti i vettori di Fl, ovvero
S€

Vu6Sl,Vv6Fl, <u,V>:O

I Proposizione 9.28. Condizione necessaria e sufficiente aƒfinchè due rette Sl e Fl


aventi coefiìcienti direttori (ll, . . . , ln) e (ml, . . . ,mn) siano ortogonali è che si abbia:
llml-1----+lnmn :O

7Riportiamo qui, per completezza, anche la definizione più generale di ortogonalità tra sottospazi
euclidei. Due sottospazi Sn e .Fn dello spazio euclideo Sn si dicono ortogonali, e si indica Sn I .Fn,
se:
0 i due sottospazi non sono paralleli;
0 la giacitura di uno dei due sottospazi contiene (o coincide con) il complemento ortogonale
della giacitura dell'altro, nel sottospazio vettoriale Sn +Fn Q Sn (ovvero: nel più piccolo
sottospazio vettoriale di Sn contenente entrambe le giaciture
Si osservi che questa definizione generale coincide con quelle date nei casi particolari trattati.
6. ORTOGONALITÀ TRA SOTTOSPAZI 179

Dimostrazione. Posto 15,; (ll, . . . , ln) e m E3» (ml, . . . ,mn), dalla Definizione 9.23
segue che Sl : L(l) e Fl : Allora, per ogni u : À -l 6 Sl, e per ogni
V:u-m6.Fl,siha:

<u,V>=<À-l,,u-m>= Àu<l,m>.
Pertanto, < u,V >= O se e solo se < l,m >= O; la tesi segue dunque banalmente
dalla Proposizione 8.16
l:l

Q Definizione 9.29. Una retta Sl e un iperpiano Fn_l dello spazio euclideo Sn si


dicono ortogonali, e si indica Sl J. .Fn_l, se la giacitura della retta coincide con il
complemento ortogonale della giacitura dellliperpiano.

Si noti che, per il Teorema 8.26, il complemento ortogonale della giacitura dellliper-
piano Fn_l è effettivamente un sottospazio vettoriale unidimensionale di Sn (come
la giacitura della retta Sl), che a volte viene detto “la direzione ortogonale all 'iper-
pianon; il lemma seguente ci consente di ricavarne direttamente una base, a partire
da una qualunque rappresentazione cartesiana di Fn_l.

I Lemma 9.30. Se l'iperpiano .Fn_l di Sn ha, rispetto a R : (O,B), equazione


cartesiana a1xl + + a,,xn + b = O, allora il vettore a E5; (a1, . . . ,a,,) è una base
per il complemento ortogonale della giacitura di .Fn`l.

Dimostrazione. Basta ricordare che, per il Teorema 9.19, la equazione omogenea


a1xl + - - - + a,,xn : O è una rappresentazione cartesiana (rispetto alla base ortonor-
male B di Sn) della giacitura Fn_l dell°iperpiano .Fn_l, e poi applicare la Proposizione
8.27 (nel caso particolare h : n - 1).
l:|

I Proposizione 9.31. Condizione necessaria e sufficiente aƒfinchè una retta Sl


di coefiicienti direttori (ll, . . .,ln) e un iperpiano .Fn_l di equazione cartesiana
a1xl + - - - + a,,xn + b : O siano ortogonali è che esista À 6 R - {O} tale che:

(11,...,1") : ›~(a1,...,a,,)

Dimostrazione. Posto 1 E5; (ll, . . . , ln) e a E5; (a1, . . . , an), dalla Definizione 9.23
segue che Sl : L(l), mentre dal Lemma 9.30 segue che L.Fn_l : L(a). Allo-
ra, Sl : L.Fn_l (ovvero, per definizione, Sl J. .Fn_l) se e solo se l : Àa, con
À 6 R - {O} : ciò prova ovviamente la tesi.
l:l

Q Definizione 9.32. Due iperpiani S n_l e .Fn_l dello spazio euclideo Sn si dicono
ortogonali, e si indica S n_l J. Fn_l, se sono ortogonali due qualunque rette ad essi
ortogonali.
180 9. SPAZI EUCLIDEI

I Proposizione 9.33. Condizione necessaria e sufficiente afiinchè due iperpiani


Sn_l e Fn_l aventi equazioni cartesiane a'1xl + - - - + a§,xn + b' : O e a'1'xl + - - - +
axxn + b” : O siano ortogonali è che si abbia:
a'1aí'+---+a zx a 32 :O

Dimostrazione. In base alla Proposizione 9.31, (a'1, . . .,a§,) (risp. (a'1', . . .,ax)) è
una n-pla di coefficienti direttori per una qualunque retta r' (risp. r”) ortogonale a
S n_l (risp. a Fn_l). La tesi segue quindi direttamente dalla Proposizione 9.28.
l:|

Concludiamo il paragrafo introducendo la nozione di orientazione di una retta euclidea


e di angolo tra due rette orientate di Sn.
Q Definizione 9.34. Si dice retta euclidea orientata una coppia (Sl, 1), dove Sl è una
retta dello spazio euclideo Sn e l 6 Sl - {0} è un vettore non nullo della giacitura della
retta.8 Se (Sl, l), è una retta orientata, si dice poi vettore positivo della giacitura della
retta ogni vettore concorde con 1; inoltre, si dice n-pla positiva di coefiicienti direttori
ogni n-pla costituita dalle componenti - rispetto a un fissato riferimento cartesiano
R : (O,B) di Sn - di un vettore positivo di Sl.
Q Definizione 9.35. Date due rette orientate (Sl, 1) e (.Fl, m) dello spazio euclideo
1 1 íì

Sn, si dice angolo tra S e .F , e si denota con Sl.Fl, l°angolo qb 6 [O, rr] tra l e m.
Si ha dunque, per definizione,
M

cos(Sl.Fl) : cos(l,
Inoltre, poiché i vettori positivi della retta orientata (Sl, l) sono del tipo 1' : Àl, con
À 6 R+ (si veda la Osservazione 8.45), si verifica banalmente che
íì

cos(Sl.Fl) : cos(u,v), Vu m 1, VV m m.
Si noti che, per definizione, Sl e .Fl sono parallele e concordemente orientate (risp.
íì

parallele e discordemente orientate) (risp. ortogonali) se e soltanto se S lFl : O (risp.


Sl.Fl : rr) (risp. Sl.Fl :
I Proposizione 9.36. Se due rette Sl e .Fl hanno coefficienti direttori positivi
(ll, . . . , ln) e (ml, . . . ,mn), allora:
/1\1 _ llml+...lnmn
mln Il /(192 + ~ ~ ~ + (102 ~ ¢<m1>2 + - - - + (M2
Dimostrazione. Basta osservare che, in base alla Definizione 9.23, 1 E5 (ll, . . . , ln) e
m _,§ (ml, . . . ,mn) sono due vettori (positivi) di Sl e di Fl rispettivamente, e poi
applicare la Proposizione 8.16 (d) per il calcolo del coseno dell°angolo tra due vettori,
tramite le loro componenti rispetto a una base ortonormale.
l:|

8Si noti che orientare una retta equivale a orientare la sua giacitura.
7. DISTANZA EUCLIDEA 181

D Osservazione 9.37. Supponiamo che, per ogni i 6 Nn, lli-esimo asse coordinato X,-
del riferimento cartesiano R : (O,B) sia canonicamente orientato, ovvero orientato
in modo che lli-esimo versore della base B sia positivo. Se la retta Sl ha - rispetto a
R - coefficienti direttori positivi (ll, . . . , ln), allora

cos(S x,) _ .
\/(1112 + - - - + (W
Si noti che la n-pla costituita dai coseni degli angoli che la retta orientata Sl forma
con gli n assi coordinati canonicamente orientati
/\ /\ 11 ln
(coS(S1x1),...,coS(S1xn)) : (`/(l1)2+_.+(ln)2,..., `/(l1)2+_.+(ln)2)

è una particolare n-pla di coefficienti direttori della retta Sl, che individua le com-
ponenti - rispetto a B - del versore positivo della giacitura della retta. Ciò giustifica
il termine n-pla di coseni direttori della retta S l, usato per individuare la n-pla delle
componenti di un versore di Sl.

7. Distanza euclidea

Nel presente paragrafo, il simbolo S indicherà sempre uno spazio euclideo. Il simbolo
Sn indicherà uno spazio euclideo di dimensione finita n; in tal caso, supporremo fissato
in Sn il riferimento cartesiano R : (O,

Q Definizione 9.38. Se P, Q 6 S, si dice distanza (euclidea) di P da Q il numero


reale non negativo
d<P.0)=11@11
D Osservazione 9.39. Se i segmenti orientati (P, Q), (R, S) 6 S><S sono equipollenti,
cioè se È : 1% (Definizione 9.3), allora

d<P.0)=11@11=11ñ?11 = <1<R, S).


Pertanto, gli estremi di segmenti orientati equipollenti hanno la stessa distanza. Si è
soliti definire lunghezza del segmento orientato (P,Q) la distanza d(P, Q) tra i suoi
estremi. Dalle precedenti considerazioni segue allora che segmenti orientati equipol-
lenti hanno la stessa lunghezza, coincidente con la lunghezza del vettore libero ad essi
associato.

I Proposizione 9.40. Se P ER (xè;.,x%_>,...,xl1É,) e Q ER sono


due punti di Sn, si ha:

d(P, Q) =
:M: (xl) _ fiUl›)2-
1-*
182 9. SPAZI EUCLIDEI

Dimostrazione. Per la Proposizione 9.7, si ha fâ E5; -x};., .ccà -512%, . . . ,mg -x'f,).
Poichè É è ortonormale in 87", dalla Proposizione 8.16 (c) segue subito:

d<P,Q> = “P311 = M3
_ (xi ~f»i›>2.
S l-*

El

Q Definizione 9.41. Dati due sottoinsiemi X, Y di 5, si dice distanza di X da Y il


numero reale non negativo
d(X,Y) = inf{d(P,Q) | P e X, Q e Y}

Si osservi che d(X, Y) = d(Y, X) e che, se X F1 Y 75 Ø, allora d(X, Y) = 0. Nel caso in


cui X = {P}, scriveremo d(P, Y), anzichè d({P}, Y). Si dimostra facilmente (tramite
il Teorema di Pitagora (Proposizione 8.6)) che, se X = {P} e Y = Éh' (sottospazio
euclideo di 8"), allora

d<P,e“> = mm{d<P,Q> I Q e f“} = d<P,P'>


dove P' indica la proiezione ortogonale di P su Eh', ovvero il punto (unicol) di inter-
sezione tra Sh' e il sottospazio euclideo (P, iåh) di 5"', passante per P e avente come
giacitura il complemento ortogonale di Sh.
In particolare, se h = n - 1, la distanza tra un punto P e un iperpiano £`"'"1 si può
calcolare direttamente, a partire dalle coordinate di P e da una equazione cartesiana
di 8"'_1, tramite la seguente:

I Proposizione 9.42. Se un iperpiano £"'_1 ha, rispetto a 'R = (O,l5?), equazione


cartesiana a1xl + - - - + anx" + b = 0 e se P ER (ã:1,. ..,.iE"), allora
_,) _ |a1ä;1+---+a,,:2"+b|
d(P, 8"
,/a%+...+a%

Dimostrazione. Sia P' ER (il, . . . ,ã") la proiezione ortogonale di P su 8'”'_1. Posto


E5; (a1, . . .,a,,), dal Lemma 9.30 segue che {a} è una base di iånil, e quindi
šl” = À - a; pertanto, ricordata la Proposizione 9.7, per ogni i € Nn, si ha:
ílvíz-ã}Z:›\'CLZ'.

Moltiplicando per ai e sommando per i € Nn, si ottiene:


TL TL

2 0,,-(.«i@' _ af) = A. (Z(a,~)2) .


Sommando e sottraendo b nel primo membro di tale uguaglianza, e ricordando che
2?:1(a,)2 = ||a||2, si ottiene:

ia.-.fI¢"+1›-(§n:«».~:1:1'+1›)=/\-||a||2,
i=1 i'=1
8. SIMPLESSI E VOLUMI 183

. . , _ ..1 ~ _1 . . _
da cui, poiche P' :R (x , . . . ,mn) € 5” , si ricava.

" . T* --I b
- 2a,íz+b = À- ||a||2, ovvero À = Z:'=|1|;L|Z|É +
i 1

A questo punto, essendo d(P,$ n-1 ) = d(P,P I ) = ||PP


__;
= ||À - a||, la tesi- segue
direttamente:
|§:” a-ã:”+b| |§:"' a-:í;'+b| |§:" a,-a“+b|
d(P,5”`1) = I/\|~||a|| _ ”'=1 1 ~lla|| _ lzl 1 _ izlnz
llallg llall \/2,-=1(a¢)2
El

8. Simplessi e volumi

Nel presente paragrafo, il simbolo 8" indicherà sempre uno spazio euclideo di dimen-
sione finita n, in cui supporremo fissato il riferimento cartesiano 72 = (O, B).

Q Definizione 9.43. Dati h + 1 punti affinemente indipendenti A0, A1, . . . ,Ah di 5",
si dice h-simplesso di vertici A0,/11, . . . ,Ah la chiusura convessa dell°insieme X =
{A0,A1, . . . ,A;,}, ovvero il più piccolo sottoinsieme convessog di 8"", contenente X .
Si può provare che l”h-simplesso di vertici A0, A1, . . . , Ah coincide con il sottoinsieme
di 8"' :
</lo,/l1,...,/lh >: 'A02 =›\1/lg/l1+"'+›\h/lo/lh,

h
con ZA, § 1 e À, 2 O,`v'i € N;,}.
i=1

Si noti che la nozione di h-simplesso coincide, per h = 2 e h = 3, con le usuali nozioni


di triangolo e tetraedro.

Q Definizione 9.44. Dati h+ 1 punti affinemente indipendenti A0, A1, . . . ,Ah di 8",
si dice volume dell'/i-simplesso oh = < A0, A1, . . . , Ah > il numero reale positivolo
1
v(U“) = E-\/dei G,
dove
G = (9§)z,jeN,,› 9;- =< Ao/1i,AoAj >
è la matrice di Gram della h-pla di vettori (AOA1, . . . ,A0/l;,).

9Si ricordi che un insieme si dice convesso quando, per ogni sua coppia di punti, il segmento
che li congiunge è interamente contenuto nell'insieme stesso.
10Si noti che la Definizione 9.44 presuppone che il determinante della matrice G sia sicuramente
positivo, come assicurato dalla Proposizione 8.33 relativa alle proprietà delle matrici di Gram; in
alternativa, la dimostrazione di questo fatto può essere agevolmente dedotta dalla dimostrazione
della seguente Proposizione 9.45.
184 9. SPAZI EUCLIDEI

Si può verificare facilmente che, per h = 1, il volume dell' 1-simplesso < A0,A1 >
coincide con la lunghezza ||A0A1|| del segmento orientato (A0, A1) definita nella Os-
servazione 9.39, ovvero con la distanza d(A0,A1). Inoltre, per h = 2, il volume del
2-simplesso < A0,A1,A2 > coincide con la usuale nozione di area del triangolo: in-
fatti, detta H la proiezione ortogonale di A2 sulla retta r contenente A0 e A1, si
ha
í›?› ?›?›
v(0_2) :E _ det < /lg/ll,/IO/ll > < A0A1,A0A2 > :

< /lg/lg,/lg/ll > < AQAQ, AQAQ >


2 (

= - - 2 - H/lg/l2||2_ < .A0/ll,/lg/lg >2 :

= _ '1A ||A0A1| 2 ° ||A0A2||2 _ ||A0A1||2 ' ||A0A2||2 ' C0S2(A0A1›A0/12) =


?› ?› ?› ?›
= - - | /lg./41|' ' ' _ COS2(/lg/l1,./lg./lg) I

?› ?› ?› ?›
= - - | /10./l1|| ' ' S611 (_/lg/ll,/lg./lg) I

= _ ° | A0A1||° |A2È|| =
=- °Cl(AQ,A1)°d(A2,”f').
l\.')›-*[\.')›-[\.'›-*l\.'›-*[\.D›-\l.D›-\

La seguente proposizione consente, una volta fissato un riferimento cartesiano sul


sottospazio euclideo h-dimensionale generato dai vertici di un h-simplesso, di ef-
fettuare agevolmente il calcolo del volume, utilizzando o le componenti dei vettori
?› ?›
AOA1, . . . ,A0Ah o direttamente le coordinate dei vertici A0, A1, . . . ,Ah.

I Proposizione 9.45. Se oh =< A0,A1, . . .,Ah > e un h-simplesso di 8'”, sia Sh il


sottospazio euclideo h-dimensionale passante per i vertici A0, A1, . . . ,Ah e sia É un
riferimento cartesiano su Sh. Posto, per ogni O § i § h, P, šñ . . .,xå-1), si ha:
1 1 1 1
xl _ . . . _

Ii 1 . .

mq .ig .ig .ig


1 1 1
1 xh fa fa,
IH' d€l3 . . .

.ig mi .ig
Dimostrazione. Poichè la base É del riferimento cartesiano fissato è ortonormale, si
verifica facilmente che (come provato nella Proposizione 8.33)

(.f1›}_.f.,~g l,-;,_.f»g,(
G=tA-A, dove A: .
\.fiç_.f.,~g« 962-063/
8. SIMPLESSI E VOLUMI 185

Ciò prova - in virtù del Teorema di Binet (Proposizione 3.38) e della Proposizione
3.37 - la prima uguaglianza dell”enunciato. D°altra parte, si può verificare diretta-
mente (sottraendo nella seconda matrice la prima colonna a tutte le successive, e poi
applicando il Teorema di Laplace alla prima riga) che:

1 1 1 1 1 1 1

det = det _ _ _ .
h, 11 h h 3 3 3
901 _ wo --- “ih _ wo x0h, :1:111, :ch11
El

Al fine di definire la nozione di punto medio di un segmento, è necessario innanzitutto


verificare che, dati due punti A,B E 5", esiste ed è unico il punto M € 8” tale che
EWME.
Infatti, la esistenza è dimostrata prendendo (in virtù dell'assioma SE1) il punto M €
8” tale che AM = e ricordando la relazione di Chasles:

F1: ši ¬f4=,@»Ff=< 1†§>» I


La unicita segue invece osservando che, se M' € 5" è tale che = ël .šli ha:

MM'=fiÈ+BM'=
e dunque M = M'.
gi šl,cilsi aÈ,
È, = =M'M

Possiamo dare pertanto la seguente

Q Definizione 9.46. Dati due punti A,B € 5", si dice punto medio del segmento
< A, B > l”unico punto M E 5" tale che AM =

I Proposizione 9.47. Siano A,B € 8"' due punti di 5", con A E7; (a1,a2, . . . ,a")
e B ER (b1,b2, . . .,b"). Allora, il punto medio del segmento < A,B > è il punto
M€<A,B>, con
1 bl 2 b2 n bn
MER a + ,a + ,...,;
+ .
2 2 2

Dimostrazione. Essendo E El; (bl - a1,b2 - a2, . . . , b" - an) le ël = segue


subito:
_-›
AMEÉ( 2 , 2
bl-al b2-a2 b"-an

Dunque:
_-›
OM: ššl ël šÉ'(a1+†,a2+†,...,an+†):
bl-al b2-a2 bn-an

_ a1+b1 a2+b2 a”+b"


2 , 2 ,...,† .

El
186 9. SPAZI EUCLIDEI

Il concetto di punto medio di un segmento si generalizza nel concetto di baricentro di


un h-simplesso.

efinizione 9.48. Dato un h-simplesso oh =< P0, P1, . . . ,Ph > di 8"', con P, ER
:Q0 “PU (0 S i S h), si dice baricentro di oh' il punto H € oh' tale che

H :R
_ Ello
h+1,H¬ 2120
h+1 .

9. Isometrie

Nel presente capitolo, i simboli 8", .7-'" indicheranno sempre spazi euclidei della stessa
dimensione finita n.
Una applicazione oi : 8"' -› .7-W” sara detta compatibile se, per ogni P, Q, R, S € 8”, si
ha'
(fâ = 1%) -» <«»<P›«1<Qì = @<R>@<Sì>.
Se a : 8" -› f" è compatibile, allora resta definita l”applicazione 52 : 57" -› .7-:in che
associa al vettore libero .È E 57" il vettore libero ÖZUÈ) = oz(P)o¢(Ql €
L”applicazione 62 si dira indotta da a.

Q Definizione 9.49. Una applicazione compatibile oi : 8"' -› JU" sara detta isometria
di 8"' in F" se l°applicazione indotta 52 : 87'" -› .7-3" è una trasformazione ortogonale
(biunivoca)11 di 8" in F".

P Osservazione 9.50. Ogni isometria oi : 8" -› F" tra due spazi euclidei 5" e .7-I"
è una applicazione biunivoca che conserva le distanze:

d(0f(P)› 0f(Q)) = d(P›Q) VP, Q € 5"-


Infatti, per la Definizione 9.38 e per le proprieta delle trasformazioni ortogonali
(Definizione 8.19 e successive osservazioni), si ha:
d<a<P>.@<Q>> = Ha<P>@<ošn = H@<ñ›|| = WH = d(P, Q) veo e si
La biunivocita è invece conseguenza immediata della analoga proprieta di ogni trasfor-
mazione ortogonale tra spazi vettoriali euclidei della stessa dimensione (Definizione
8.19 e successive osservazioni), unita all”assioma (SE1) (Definizione 9.1).

I Proposizione 9.51. Sia oi : 8"' -› .7-`" una isometria di 8" in .7-I", e siano
R = (0,13) e R' = (O',É') due riferimenti cartesiani su 8" e .7-In rispettivamente.
Indicate con:
(at) € ./\/lh><1(lR) la colonna delle coordinate cartesiane di un generico punto P € 8”
rispetto a R,

11Nel caso in cui I'applicazione indotta di : 87” -› J-2" sia semplicemente un isomorfismo di spazi
vettoriali, allora la applicazione a si dice usualmente afifinità di 5" in .7-_". Si noti che la nozione di
affinità può essere data anche supponendo che 5" e J-_" siano due spazi affini della stessa dimensione,
e non necessariamente due spazi euclidei (si veda la Osservazione 9.5).
9. ISOMETRIE 187

(y), (b) € ./\/lh><1(lR) le colonne delle coordinate cartesiane dei punti a(P),a(O) € .7-I"
rispetto a R',
A € (9h(lR) la matrice (ortogonale) associata alla trasformazione ortogonale indotta
ÖZ : 87” -› .7-In rispetto alle basi (ortonormali) É e Q1
si ha:
<›«> <y> = A - <«›> + <f›>.
Dimostrazione. Per la relazione di Chasles e per la definizione di trasformazione
lineare indotta da una isometria, si ha:
-_-› -_-› -_-›
o'a(P) = o'a(o) +a(o)a(PÉ = o'a(o) +a(cìš).
Questa uguaglianza tra vettori liberi, espressa in termini di componenti rispetto alla
base ß', diventa:
(y) = (Ö) + (27),
dove denota la colonna delle componenti del vettore libero ã'(O_l'È) rispetto alla
base Q1?? Poichè la colonna delle coordinate cartesiane del punto P rispetto al
riferimento R coincide con la colonna delle componenti del vettore libero O_P rispetto
alla base B, le equazioni della trasformazione ortogonale indotta 52 : 5" -› .7-I" rispetto
alle basi (ortonormali) B e B' sono esattamente
(x') = A(x), con A € (')h(lR);
la tesi segue quindi direttamente, sostituendo questa relazione nella uguaglianza pre-
cedente.
III

Le equazioni vengono dette equazioni della isometria oi, relativamente ai riferi-


menti cartesiani R e R', la matrice ortogonale A si dice associata a oi relativamente
a R e R'. Se i due spazi euclidei 8" e .7-`" coincidono, si sceglie usualmente R' = R, e
la matrice A si dice associata a oi relativamente a R; in tal caso oi viene anche detta
isometria di 8"'.
P Osservazione 9.52. Non è difficile verificare che ogni isometria trasforma sotto-
spazi euclidei di dimensione h di 8" in sottospazi euclidei di dimensione h di .7-I": ciò
può essere dedotto dalla definizione di sottospazio eucideo, oppure sostituendo una
rappresentazione parametrica del sottospazio Eh C 5" nelle equazioni

Q Definizione 9.53. Uno spazio euclideo 8" di dice orientato se è orientata, come
spazio vettoriale euclideo, la sua giacitura 8" (Definizione 8.44).12
Q Definizione 9.54. Una isometria oi di uno spazio euclideo orientato 8"' si dice
diretta (risp. inversa) se ÖZ conserva (risp. rovescia) l”orientazione di 8'” (Definizione
8.46).
Dalla Proposizione 9.51, unita alla Proposizione 8.47 che caratterizza le matrici asso-
ciate alle trasformazioni ortogonali che conservano (risp. rovesciano) l”orientazione, si
deduce facilmente la seguente caratterizzazione delle isometrie dirette (risp. inverse):

12La presente definizione estende agli spazi euclidei di dimensione arbitaria la definizione di
orientazione di una retta euclidea giá anticipata nella Definizione 9.34.
188 9. SPAZI EUCLIDEI

I Proposizione 9.55. Sia 8” uno spazio euclideo orientato e oi una isometria di 8".
Allora, oi è una isometria diretta (risp. inversa) se e solo se, rispetto a un qualunque
riferimento cartesiano R = (O,É) di 8", la matrice A € (9h(lR) associata a oi ha
detA = 1 (risp. detA = -1).

Le definizioni seguenti introducono alcune classi notevoli di isometrie, che saranno di


particolare rilievo soprattutto nel caso del piano euclideo e dello spazio euclideo di
dimensione tre.
Q Definizione 9.56. Fissato un vettore V € 5", si dice traslazione di ampiezza V 13
la applicazione av : 8"' -› 8" che ad ogni punto P € 5"' associa l°unico punto P' di
8” tale che äl = V (si ricordi l”assioma (SE1)).

Fissato in 8 un riferimento cartesiano R = (O,B), si verifica facilmente che, se


V E5; (a1,a2, . . . ,a"'), allora av associa ad ogni punto P ER (xl, 51:2, . . . ,mn) il punto
o4v(P) :R
_
(y1,y2, . . . ,y 'fl ) tale che
y' =x'+a' Vi€Nh.
Ogni traslazione è pertanto una isometria diretta di 5”, la cui trasformazione lineare
indotta è la trasformazione identica di 8'".
Q Definizione 9.57. Una isometria diretta oz dello spazio euclideo 5” che lasci fissi
tutti i punti di un sottospazio Sh si dice rotazione intorno ad 5'”. Il sottospazio Éh'
è detto spazio di rotazione di oi; se h = O, 1, 2, allora Eh' è detto rispettivamente centro,
asse, piano di rotazione.

Esempio 9.10. Nel piano euclideo 52, dotato di un riferimento cartesiano R, fissiamo
qb E [0,2rr[; I'applicazione org, : 52 -› 52 che al generico punto P E1; (a:,y) associa il
punto
oi¢(P) ER (x cosçb - ysençb, .ccsençb + y cosç/>),
è una isometria diretta del piano euclideo, che lascia fissa l'origine O del riferimento R,
ovvero - secondo la Definizione 9.57 - è una rotazione del piano euclideo di centro O.
L'isometrìa o¢¢ è usualmente detta rotazione di ampiezza gb attorno all'origine del riferi-
mento cartesiano. Si noti che la trasformazione lineare indotta da o¢¢ è la trasformazione
ortogonale ,o¢ considerata nell'Esempio 8.15.

Q Definizione 9.58. Fissato un punto C € 5", per ogni punto P € 5", si dice
simmetrico di P rispetto a C il punto P' = s(;(P) € 5" univocamente individuato
dalla condizione lì = ãl'-. applicazione
sg : 8"' -› 5"
P -› sg (P)
è detta simmetria (centrale) di centro C.

13La nozione di traslazione era già stata introdotta, nel caso degli spazi vettoriali, nella
Osservazione 6.13.
9. ISOMETRIE 189

Dalla Definizione 9.58 segue che il simmetrico di P rispetto a C' è l”unico punto P'
tale che C' risulti il punto medio del segmento < P, P' > .
Se, rispetto al riferimento cartesiano R, si ha C' ER (c1,c2, . . . , c"), P ER (xl, 51:2, . . . ,
90") e P' -72 (Z/1, yg, . . . ,y"), allora la Proposizione 9.47 implica implica che, per ogni
i€Nh,siha: ci : xi_|_yi
†.
Pertanto, le coordinate del punto simmetrico di un punto dato P rispetto a C' possono
essere direttamente ottenute dalle coordinate di P e di C', attraverso la relazione:
y' = -a" + 2c', Vi € Nh.
La simmetria di centro C risulta pertanto essere una isometria, la cui trasformazione
lineare indotta è l°opposto della trasformazione identica di S" (ovvero, associa a ogni
vettore u il suo opposto -u). La simmetria centrale di centro C' € 5"' è quindi una
isometria diretta per n pari e una isometria inversa per n dispari.
Si noti inoltre che l'unico punto lasciato fisso da una simmetria centrale è il suo centro
C.

Esempio 9.11. Nel piano euclideo 82, se C' ER (1,2), allora il punto generico P ER
(.:c,y) ha come simmetrico rispetto a C il punto P' ER (-;v+2, -y+4). Se si desidera
determinare la retta r', simmetrica della retta r : sv + 2y - 1 = 0 rispetto a C, allora si
può procedere nel modo seguente:
o si scelgono due punti A,B E r (ad esempio, A ER (-1, 1) e B ER (1,0));
o si determinano i due punti simmetrici A',B' di A,B rispetto a C (nel nostro
caso, A' ER (3,3) e B' ER (1,4));
o la retta r' è la retta passante per A' e B'.
Si ottiene dunque: r' : m + 2y - 9 = 0.14
Esempio 9.12. Nello spazio euclideo 83, se C ER (3,1,0), allora il punto generico
P ER (a:,y,z) ha come simmetrico rispetto a C' il punto P' ER (-az + 6, -y + 2, -z).
Operando nel modo descritto nell'esempio precedente, è possibile determinare la retta r',
2 - 3 = 0
simmetrica della retta r :{m+ y O rispetto a C: scelti A ER (1,1,1) e
x- z =
B ER (3,0,3), si ha A' ER (5,1,-1) e B' ER (3,2,-3), da cui

T, _ m + 2y - 7 = O
m- z-6 = 0
Analogamente, è possibile determinare il piano rr', simmetrico del piano rr : 3.:z:'+2y- z-
6 = 0 rispetto a C: scelti R ER (2,0,0), S ER (0, 3,0) e T ER (0,0, -6) (R, S,T € rr),
i loro simmetrici rispetto a C' sono R' ER (4,2,0), S' ER (6,-1,0) e T' ER (6,2,6),

dacuì rr': 3a:+2y-z-16=0.15

14Si noti che la retta simmetrica in una simmetria centrale è sempre parallela alla retta data.
15Si noti che anche il piano simmetrico in una simmetria centrale è sempre parallelo al piano
dato.
190 9. SPAZI EUCLIDEI

Q Definizione 9.59. Fissato un iperpiano 5"'_1 di 8", con n 2 2, per ogni punto
P € 8", sia M la proiezione ortogonale di P su 5"'_1. Si dice simmetrico di P rispetto
a 8"'_1 il punto P' = sgh-1(P) E 8"' univocamente determinato dalla condizione
__> __") . .
PM = MP . L°appl1caz1one
sgh-1 :$" -› 5"
Pê Sen-1(P)

è detta simmetria (ortogonale) rispetto a €"_1.

Dalla Definizione 9.59 segue che il simmetrico di P rispetto a 8"_1 è l”unico punto
P' tale che M = 8"'_1 Fl (P, i$"_›_1) risulti il punto medio del segmento < P, P' > .
È possibile dimostrare che ogni simmetria ortogonale rispetto a un iperpiano 8"' 1
è una isometria dello spazio euclideo 8", che lascia fissi tutti e soli i punti dell'iper-
piano considerato. Tale isometria è sempre inversa, per ogni n: infatti, se R = (O,
è un sistema di riferimento cartesiano di 5" in cui l”origine O appartiene all°iperpiano
8"_1 e i primi n- 1 vettori della base ordinata (ortonormale) B appartengono a S"_1,
le equazioni relativamente a R della simmetria ortogonale sono:

y1 _1
-ar

y n-1 _
_ x n-1
y TL _ -az 'TL .
_

Si noti infine che ogni simmetria ortogonale è involutoria: componendola con se stessa
si ottiene infatti banalmente la identità. su 8"'.

Esempio 9.13. Consideriamo nel piano euclideo 52 la retta r avente, rispetto a un fissato
rifermento cartesiano R, equazione r : :I: - y - 1 = O. Per ogni punto P ER (.:ì',§),
la retta ortogonale a r passante per P ha equazione t : x + y - â - 7] = 0; allora, le
. _ _. . _ w-y-1=0
coordinate cartesiane del punto M = rfìt verificano il sistema _ _
.cc + y - .cc - y = 0,
_ _ 1 _ _- 1
da cui segue M ER (x+š+ ,""+š ) . Ricordando la Proposizione 9.47 si ha

quindi che il simmetrico di P ER (:Tc,§), rispetto a r è il punto P' ER (g+ 1, sir- 1). Se
si desidera determinare la retta s', simmetrica della retta s : .cc = 0 rispetto alla retta r,
si può procedere scegliendo, ad esempio, i punti A ER (0, 1) e B ER (O, 2) sulla retta s,
e determinando i rispettivi punti simmetrici A' ER (2, -1) e B' ER (3, -1) rispetto a r;
pertanto, si ottiene che la retta cercata è

s': y=-1.16

Esempio 9.14. Nello spazio euclideo S3, fissato il piano rr : .cc + 2g - 3z - 7 = 0,


cerchiamo il punto simmetrico dell'origine rispetto a rr. Poichè la retta ortogonale a rr

16Si noti che la retta simmetrica nella simmetria ortogonale rispetto a r ha la medesima
intersezione con r della retta data.
9. ISOMETRIE 191

passante per l'origine ha equazioni parametriche


.cc :À
t: y =2À (À€lR),
z =-3À

il punto di intersezione M = rr Fit è individuato dal valore À = à del parametro, ovvero


1 3
M ER (5, 1, -5) ; mediante la Proposizione 9.47 otteniamo quindi che il simmetrico

dell'origine O rispetto a rr è il punto O' ER (1,2, -3).

P Osservazione 9.60. Si noti che, se R' = (O',B') e R" = (O",B") sono due
riferimenti cartesiani di uno spazio euclideo n-dimensionale 5"', le equazioni del cam-
biamento di riferimento da R' a R" (Proposizione 9.8) rappresentano una isometria
dello spazio euclideo standard lR".Tale isometria risulta diretta (risp. inversa) se e
solo se le basi ortonormali B' e B" sono concordi (risp. discordi).

Concludiamo il paragrafo con un risultato che dimostra come il problema di classificare


le isometrie di uno spazio euclideo 8" abbia la sua chiave di volta nella classificazione
delle isometrie dirette."

I Proposizione 9.61. Fissato un iperpiano £`"_1 di 8", per ogni isometria inversa
a di 5" esiste una ed una sola isometria diretta of* di 5'", tale che:
a = of' o s,.;n_1
dove sgn_1 è la simmetria ortogonale rispetto ad 5"_1.

Dimostrazione. Si consideri 01+ = oi o sg.._1. Poichè s5n_1 è una isometria inversa e


il prodotto di due isometrie inverse è evidentemente una isometria diretta, oil' è una
isometria diretta di 5". Dal momento che sgn_1 è involutoria, si ha:
a = 04+ o (sgn_1)_1 = oil' o s5n_1.
Inoltre, da a = ß o s5.._1 si deduce subito:
ß = oi o (sgn_1)_1 = oi o s5n_1 = o¢+.
La tesi risulta così completamente provata.
l:|

17Nel caso del piano euclideo, la classificazione delle isometrie dirette (che sono o traslazioni o
rotazioni attorno ad un punto) sarà banale conseguenza del teorema completo di classificazione delle
isometrie piane: si veda la successiva Proposizione 10.15. Nel caso 3-dimensionale, invece, un risultato
classico, noto come Teorema di Mozzi, prova che ogni isometria diretta di 53 è una rototraslazione
(ovvero si ottiene componendo una rotazione attorno a una retta r con una traslazione di ampiezza
V G F).
CAPITOLO 10

Il piano euclideo

1. I sottospazi del piano euclideo: punti e rette

Nel presente capitolo, il simbolo 82 indicherà. sempre un piano euclideo.


Ovviamente, i sottospazi di 82 possono avere dimensione 0 (i punti di 52), 1 (le rette,
che sono contemporaneamente iperpiani di 52) e 2 (il piano 52 stesso).
Fissato in 82 un riferimento cartesiano R = (O,B = (ì,j)), se P ER (:c,y) è un
punto di 82, allora le coordinate cartesiane x e y sono dette rispettivamente ascissa e
ordinata di P (relativamente a Le rette coordinate del riferimento R sono l°asse
X (individuato dall”origine O e dalla direzione del versore ì) e l°asse y (individuato
dall”origine O e dalla direzione del versore j) (Figura 10.1).

(Y) l\J
assey

*U
QC

W P
EISSG X
Q
HO io H
__

Figura 10.1

Per la Proposizione 9.15 (caso h = 1), ogni retta r di 52 è univocamente determinata


da due qualunque suoi punti distinti A, B E r. Posto A ER (xA, 3/A) e B ER (963, yB),
poiché il vettore (non nullo) É El; (5123 - mA, yB - yA) genera la giacitura della retta
r, un punto generico P ER (cc, y) appartiene a r se e soltanto se È € Lfi), ovvero
Se (w - wA,y - 1/A) € L((:vB wA,yB - yA))-
Da questa affermazione si ricavano entrambi i tipi di rappresentazione già. visti in
generale nel § 4 del Capitolo 9:
194 10. IL PIANO EUCLIDEO

o la retta r ha equazione cartesiana


det (sc-:CA x3-QUA) : 0
y _ yA yB _ UA
che, una volta sviluppata, risulta del tipo
aa: + by + c = 0, con (a,b) 75 (0,0);
o la retta r ha equazioni parametriche

{.:c = mA + (mg-mA)-t
y = yA + (yB_yA)°t
in cui i coefficienti del parametro reale t sono non entrambi nulli.
Nel caso in cui si abbia contemporaneamente x3 mA 75 0 e yB - yA 75 0 (ovvero,
quando i punti A e B hanno diversa ascissa e diversa ordinata), è possibile rica-
vare il parametro t dalle equazioni parametriche, ottenendo la cosiddetta equazione
frazionaria della retta r :
-'11 _ -'IIA _ Z/ _ Z/A
$B _ wA Z/B _ Z/A
Infine, nel caso in cui mg - mA yé 0, la retta r ammette una equazione del tipo

y:mf17'l'q
con m = ü E R e q E R; tale equazione è nota come equazione esplicita della
SUB _ SUA
retta r (rispetto a y), e gli scalari m e q sono comunemente detti coefiiciente angolare
e ordinata all 'origine di r.

Esempio 10.1. La retta r passante per i punti (distinti) A ER (2, 1) e B ER (3, -2)
ha equazione cartesiana

det _ ì _32 _21) = O, ovvero 3.73 + y - 7 = 0.

= 2 t
La retta r ha poi equazioni parametriche {x 1 + 3t (t € R),
y = -
equazione frazionaria
m- 2 y- 1
1 -3
ed equazione esplicita
y = -3:12 + 7.
La retta s passante per i punti A ER (2, 1) e B ER (5, 1) ha invece equazione cartesiana
- 2 5- 2
det('5_1 1_1)=0, ovvero y-1:0,

= 2 3t
equazioni parametriche {"" 1 + (t E R), equazione esplicita y = 1, ma
y :

non ammette equazione frazionaria.


1. I SOTTOSPAZI DEL PIANO EUCLIDEO: PUNTI E RETTE 195

Si noti poi che, data una qualunque delle rappresentazioni della retta r, è possibile
ricavare direttamente una coppia (l, m) di coefficienti direttori di r:
o nel caso della rappresentazione cartesiana ax + by + c = 0, si ha (l, m) =
(-b, a) : infatti, (-b, a) è soluzione della equazione omogenea associata (che
rappresenta, rispetto alla base B, la giacitura della retta).
o nel caso della rappresentazione parametrica, (l,m) coincide con la coppia
dei coefficienti del parametro t: infatti, tali coefficienti sono costituiti dalle
componenti (5123 -.:cA, yB - yA) del vettore libero É, che genera la giacitura
della retta.
o nel caso della rappresentazione frazionaria, (l, m) coincide con la coppia dei
denominatori: infatti, tali denominatori sono costituiti dalle componenti
(903 - 90,4, yB - yA) del vettore libero É, che genera la giacitura della retta.
o nel caso della rappresentazione in forma esplicita, una coppia di coefficienti
direttori è data da (l,m), dove m è il coefficiente angolare di r: infatti,
la equazione esplicita y = mx + q corrisponde alla equazione cartesiana
mat - y + q = 0, in cui (-b, a) = (l,m).
Da queste osservazioni deduciamo il modo per ottenere le equazioni della retta s
parallela a una retta data e passante per un fissato punto P ER (52, g):
o se r ha rappresentazione cartesiana ax + by + c = 0, allora s ha rappresen-
tazione cartesiana a(:c - â) + b(y - g) = 0;
_ _ sc = xo + l-t
o se r ha rappresentazione parametrica , allora s ha rap-
!! = 3-/0 + m 'If
_ _ x = :T: + l -t
presentazione parametrica _ ;
y = y + rn -i
. . . -Y? 000 y yo
o se r ha rappresentazione frazionaria l _ , allora s ha rappre-
m
. . . w-â y-9
S€I1taZ1OI1€ fI`aZ1OI1aI`1a Z _ .
m
o se r ha equazione esplicita y = ma: + q, allora s ha equazione esplicita
y = g + m(:c -
Infatti, in tutti i casi considerati, le equazioni scritte individuano una retta s con i
medesimi coefficienti direttori di r (e quindi, per la Proposizione 9.26, si ha s / /r) e
risultano verificate dalle coordinate del punto P (e quindi, P € s); il risultato segue
pertanto dal Teorema 9.17.

Esempio 10.2. La retta r (risp. s) considerata nell'Esempio 10.1 ha coefficienti direttori


(1, -3) (risp. (1,0)) e coefficiente angolare -3 (risp. 0).

La proposizione seguente ci permette di studiare la mutua posizione di due rette di


82, a partire dalle loro equazioni cartesiane.
I Proposizione 10.1. Siano r' e r" due rette di 82 e siano rispettivamente
a'x + b'y + c' = 0 e a"x + b"y + c" = 0 due loro equazioni cartesiane, relativamente
a un fissato riferimento cartesiano R. Allora:
196 10. IL PIANO EUCLIDEO

(i) r' e r" coincidono se e soltanto se


a' b' e' _ 1
Q af/ br/ cr/ _

(ii) r' e r" sono parallele disgiunte se e soltanto se


a' b' a' b' c'
Q ar/ bl/ : 1 9 Q ar/ br/ cr/ : 2

(iii) r' e r" sono incidenti in un punto se e soltanto se


a' b' a' b'
Q (an bn) : 2 (0'U'U€7°0-' det (an bn) fé 0)

(iv) r' e r" non sono mai sghembe.

Dimostrazione. L°intersezione (eventualmente vuota) tra le due rette r' e r'' è ovvia-
mente rappresentata, relativamente al riferimento cartesiano R, dal sistema lineare
S_ a'x+b'y+c'=0
' a//x_|_b//y_|_C//:O7

mentre l”intersezione tra le due giaciture r' e r” è rappresentata, relativamente alla


base B, dal sistema omogeneo associato
a' sc + b'y = 0
S0 I
a":c + b"y = 0.
La tesi segue allora facilmente, osservando che:
(i) se r' e r'' sono coincidenti, r' Fì r" deve contenere tutti i punti di r' (ovvero
di r'' ), e quindi il sistema S deve essere possibile con col soluzioni;
(ii) se r' e r" sono parallele disgiunte, deve essere r' Fl r" = (ll, mentre r' Fl r”
deve contenere tutti i vettori di 1:' (ovvero di r"), e quindi il sistema S deve
essere impossibile, mentre il sistema S0 deve avere col soluzioni;
(iii) se r' e r'' sono incidenti in un punto P, deve essere r' Fl r'' = {P}, quindi il
sistema S deve essere possibile e determinato;
(iv) r' e r" non possono essere sghembe, perché tutti i casi che si possono pre-
sentare nella discussione dei sistemi S e S0 sono già. stati esaminati ai punti
precedenti.

Esempio 10.3. Nel piano euclideo 82, dotato di un fissato riferimento cartesiano R, si
considerino le rette
r:2.:c-y+3=0, r':4.:c-2y+6=0, s:6a:-3y-2:0, t:3x-2y+5=0.
La Proposizione 10.1 consente di affermare che r e r' coincidono, che r e s sono parallele
disgiunte, e che r e t (ovvero s e t) sono incidenti in un punto.
1. I SOTTOSPAZI DEL PIANO EUOLIDEO: PUNTI E RETTE 197

Le seguenti proposizioni mettono a confronto le condizioni di parallelismo e le condi-


zioni di ortogonalità. tra due rette di 82, l”una nel caso di rappresentazioni cartesiane,
l°altra nel caso di equazioni esplicite; inoltre, ci forniscono le formule dirette per
calcolare l°angolo formato da due date rette orientate.

I Proposizione 10.2. Siano r' e r" due rette di 52 e siano rispettivamente


a'x + b'y + c' = 0 e a"x + b"y + c" = 0 due loro equazioni cartesiane, relativamente
a un fissato riferimento cartesiano R. Allora:

(i) r' e r" sono parallele se e soltanto se esiste À € R - {0} tale che:
(al, bl) : À '(61'//,b//)

(ii) r' e r" sono ortogonali se e soltanto se:


a/au _|_ b/bn : 0

(iii) se r' e r" sono orientate in modo che (-b',a') e (-b",a") siano coppie di
M

coefiicienti direttori positivi, r' r” è il numero reale (compreso tra 0 e rr)


tale che
/` a/an + b/bn
cos(r'r”) _
/(a/)2 _|_ (b/)2 _ /(a//)2 _|_ (b//)2

Dimostrazione. Basta ricordare che (-b',a') e (-b",a") sono coppie di coefficienti


direttori per r' e r'' , e poi fare uso, rispettivamente, della Prop. 9.26 (a) (ovvero della
Prop. 10.1 e (ii)), della Prop. 9.28 e della Prop. 9.36.
III

I Proposizione 10.3. Siano r' e r" due rette di 52 e siano rispettivamente y =


m' .ic + q' e y = m"x + q" due loro equazioni esplicite, relativamente a un fissato
riferimento cartesiano R. Allora:

(i) r' e r" sono parallele se e soltanto se


mr : mr/

--
(ii) r / e r // sono ortogonali- se e soltanto se._
m' - m" = -1
(iii) se r' e r" sono orientate in modo che (1,m') e (1,m") siano coppie di
coefiicienti direttori positivi, r'r" è il numero reale (compreso tra 0 e rr)
tale che / H
/\ 1
cos(r'r”) _ mm +
/(m/)2 _|_ 1 _ /(m//)2 _|_ 1

Dimostrazione. Basta ricordare che (1, m' ) e (1, m") sono coppie di coefficienti diret-
tori per r' e r", e poi fare uso, rispettivamente, della Prop. 9.26 (a) (ovvero della
Prop. 10.1 e (ii)), della Prop. 9.28 e della Prop. 9.36.
l:|
198 10. IL PIANO EUCLIDEO

Esempio 10.4. Data la retta r : 3.51: + y - 7 = 0 dell'Esempio 10.1, la retta t parallela


a r passante per il punto P ER (-1,4) ha equazione
if; 3(x+1)+(y-4)=0
e la retta t' ortogonale a r passante per il punto Q ER (3,0) ha equazione
t': (sc-3)-3(y-0)=0.
Considerata poi la retta s : y = 1 del medesimo Esempio 10.1, se r e s sono orientate in
modo che (-1,3) e (-1,0) siano coppie di coefficienti direttori positivi, l'angolo tra r e
s è gb € [0,rr] tale che
3-0 1- 1 1
cos gb _ + _ .
\/32 + 12 - \/02 + 12 \/io

P Osservazione 10.4. Ricordando la Osservazione 9.37, se x e y denotano i due


assi coordinati del riferimento R canonicamente orientati (ovvero orientati in modo
che i versori i e j siano positivi), allora la retta r di equazione esplicita y = ma: + q,
orientata in modo che il vettore di componenti (1, m) (risp. (-1, -m)) sia positivo,
ha
^ 1, _ . _ in
cos(rx) = cos(ry) = s1n(rx) _ ¢

(risp.

cos(rx) _ , cos(ry) _ s1n(rx) _

Da questo segue, qualunque sia Porientazione assegnata a r, che tg(r/°>`<) = m; per-


tanto, il coefiìciente angolare m della equazione esplicita coincide con la tangente del-
l'angolo che la retta (arbitrariamente orientata) forma con l 'asse X, canonicamente
orientato, del riferimento R.

Q Definizione 10.5. Dato un punto C € 52, si dice fascio (proprio) di rette di centro
C l”insieme costituito da tutte e sole le rette di 52 che contengono C.

Q Definizione 10.6. Dato un vettore V € S2, si dice fascio (improprio) di rette di


direzione V l°insieme costituito da tutte e sole le rette di 82 che sono parallele alla
direzione individuata dal vettore V.

Il seguente risultato ci fornisce le equazioni di tutte le rette appartenenti a un fissato


fascio proprio (risp. improprio), a partire dalla rappresentazione cartesiana di due
elementi (risp. un elemento) del fascio stesso.
1. I SOTTOSPAZI DEL PIANO EUCLIDEO: PUNTI E RETTE 199

I Proposizione 10.7.
(i) Siano r' e r" due rette non parallele di 52 e siano rispettivamente a'.:z:'+b'y+
+c' = 0 e a"x + b" y + c" = 0 due loro equazioni cartesiane, relativamente a
un fissato riferimento cartesiano R. Allora, detto C il punto di intersezione
di r' e r", l'equazione
À(a'.:c + b'y + c') + ,a(a"a' + b"y + c") = 0
rappresenta, al variare dei parametri reali (À, ,a) 75 (0, 0), tutte e sole le rette
del fascio (proprio) di centro C'.
(ii) Sia r una retta di 82 e sia ax + by + c = 0 una sua equazione cartesiana,
relativamente a un fissato riferimento cartesiano R. Allora la equazione
ax+by+k=0
rappresenta, al variare del parametro lc € R, tutte e sole le rette del fascio
(improprio) di direzione V E F' (cioè tutte le rette parallele a r).
Dimostrazione. Poichè {C} = r' F1 r", le coordinate di C verificano entrambe
le equazioni a'.cc + b' y + c' = 0 e a"x + b" y + c" = 0, e quindi verificano anche ogni
equazione ottenuta da quelle tramite combinazione lineare. Ciò prova che tutte le
rette di equazione
À(a'x + b'y + c') + ,u(a":1:° + b"y + c") = 0,
al variare dei parametri reali (À, ii) 75 (0, 0), appartengono al fascio di centro C.
Viceversa, se s è una retta del fascio di centro C, allora s F1 (r' F1 r") = {C} = r' F1 r";
pertanto, l°equazione cartesiana aa: + by + c = 0 di s, relativamente al riferimento R,
deve essere combinazione lineare delle due equazioni cartesiane di r' e r'' . Ciò equivale
ad affermare che deve esistere una coppia (À, u) € R - {(0, 0)}, tale che
ax + by + c = À(a'a: + b'y + c') + u(a"a: + b"y + c").
(ii) E” sufficiente osservare che ogni retta di equazione ax + by + lc = 0, con k: € R,
è parallela a r, e che ogni retta parallela a r ha (per la Proposizione 10.2) equazione
(Àa)x + (Àb)y + d = 0, con À E R - {0} e d € R, ovvero
d
aa:+by+k=0, conk= -€R.
À l:l

Esempio 10.5. Dato nel piano euclideo 52 il punto C' E (1,2), il fascio di rette di
centro C può essere rappresentato dall'equazione

/\(f1¢- 1)+/ß(v-2) =0,


ottenuto scegliendo le rette r' di equazione x - 1 = 0 e r" di equazione y - 2 = 0.
Scegliendo, invece, F' di equazione 2:1: - y = 0 e r" di equazione x+y - 3 = 0, si ottiene
l'equazìone
À(2.:c-y)+u(x+y-3) =0.
ll fascio di rette parallele alla retta r"' ha equazione
x+y+k=0
200 10. IL PIANO EUCLIDEO

2. Distanze

Nel piano euclideo 82, in cui si suppone di avere fissato un riferimento cartesiano
R _ (0,13), la nozione di distanza tra due punti e il relativo metodo di calcolo si
specializza nella forma seguente.

I Proposizione 10.8. Se P ER (xp,yp) e Q ER (:cQ,yQ), allora:

d<P.9> = Wii = \/(fm - W + <1/Q - W


Dimostrazione. Basta utilizzare la Definizione 9.38 e la Proposizione 9.40.
l:|

Poichè le rette sono gli iperpiani di 82, il calcolo della distanza tra un punto e una
retta si effettua utilizzando, nel caso n = 2, la Proposizione 9.42.

I Proposizione 10.9. Sia r la retta di 52 di equazione cartesiana, rispetto a R,


aa: + by + c = 0 e sia P ER (ü, y). Allora:
laã + by + c|
dl" " _ vm
III

Il seguente risultato fornisce il metodo operativo per il calcolo della distanza tra due
rette di 82, in funzione della loro reciproca posizione.

I Proposizione 10.10. Siano r' e r" due rette di 52.


o Se r' e r" sono incidenti particolare, coincidenti), la loro distanza è
uguale a zero;
o Se r' e r" sono parallele, la loro distanza uguaglia la distanza tra r" (risp.
r') e un punto qualsiasi di r' (risp. di r"
d(r',r") = d(Q,r") VQ E r' (risp. d(r',r") = d(P,r') VP € r")

Dimostrazione. La prima parte dell°enunciato è banalmente Vera.


Nel caso in cui r' e r" siano parallele, occorre verificare che la distanza d(Q,r")
è indipendente dalla scelta del punto Q € r' (analoga dimostrazione sussiste per
d(P, r' ), con P € r" In virtù della Proposizione 10.2 è possibile supporre che le
due rette abbiano - rispetto a un fissato riferimento cartesiano R di 82 - equazioni
r' : ax + by + c' = 0, r" : ax + by + c" = 0. Allora, posto Q ER (.:ì',y) e ricordato
che Q € r' , la tesi segue dalla Proposizione 10.9:

|aa:+by+c"| |-c'+c"|
d<9, †”> - \/a2 +b2
- \/a2 +b2
l:|
2. DISTANZE 201

Esempio 10.6. Lo studio delle mutue posizioni tra le rette considerate nell'Esempio 10.3,
di equazioni
r: 2:1:-y+3=0, r': 4.2:'-2y+6=0, s: 6:1:-3y-2:0, t: 3x-2y+5=0,
assicura che - per la Proposizione 10.10 - si ha:
d(r,r') = d(r, t) = d(s,t) = 0.
Per calcolare la distanza tra le due rette parallele disgiunte r e s, consideriamo P ER
(-1, 1) € r e applichiamo la formula fornita dalla Proposizione 10.9:
-3.(1)-2| _ ii
d(r, s) = d(P, s) _
,/62 + (-3)2 \/È

In dimensione due, la nozione di volume di un 2-simplesso (ovvero di area di un


triangolo) - vista in generale nel § 8 del Capitolo 9 - si specializza nel modo seguente.

Q Definizione 10.11. Dati tre punti non allineati A,B,C' di 52, si dice area del
triangolo di vertici A, B , C il numero reale positivol

V(<A,B,C>)=.ÂABC=ã-
1 det(:_@_/wi
iíìiíå .U-3',,Tå

I Proposizione 10.12. Se A ER (xA,yA) B ER (.ccB,yB), e C ER (a:C,yg), allora:


\0

1 1 1 1 1 mf;-mA .rc-mA
AABC = -- det mA mg :UC = -- det
2 2 il/B_yA yo_yA
yA yB yo

Dimostrazione. un caso particolare (per h = 2) della dimostrazione della Proposi-


zione 9.45.
l:|

Esempio 10.7. Se A ER (-1,1), B ER (3,0) e C' ER (2,-2), l'area del triangolo


ABC è
1 1 1
1 1 3- -1 2- -1 9

1Si noti che la Definizione 10.11 presuppone che il determinante della matrice presente sotto il
segno di radice quadrata sia sicuramente positivo, come assicurato dalla Proposizione 8.33 relativa
alle proprietà delle matrici di Gram; in alternativa, la dimostrazione di questo fatto può essere
agevolmente dedotta dalla dimostrazione della Proposizione 9.45, nel caso h = 2.
202 10. IL PIANO EUCLIDEO

3. Le isometrie del piano euclideo

Nel presente paragrafo daremo alcune informazioni specifiche riguardo alle isometrie
del piano euclideo 8 2, che specializzano le informazioni già. fornite nel paragrafo 9 del
Capitolo 9 sulle isometrie di un generico spazio euclideo n-dimensionale.
In base alla Definizione 9.49, una isometria del piano euclideo 82 è una applica-
zione compatibile oi : 82 -› 82 tale che Papplicazione indotta 52 : 82 -› 82 è una
trasformazione ortogonale (biunivoca) di 8-2 in sé.
Per la Proposizione 9.51, poi, ogni isometria oz di 82 si rappresenta, rispetto a un
fissato riferimento cartesiano R = (O, B), attraverso equazioni di tipo

<*› (:1)- Ali) + (ël 2


ove (x, y) è la coppia delle coordinate cartesiane di un generico punto P € 8 rispetto
a R, (.:c', y') (risp. (a, b)) è la coppia delle coordinate cartesiane del punto o2(P) € 82
(risp. o2(O) € 82) rispetto a R, e A E (92 (R) è la matrice (ortogonale) associata alla
trasformazione ortogonale indotta 52 : 8-2 -› 8-2 rispetto alla base (ortonormale)
Ricordiamo infine (Definizione 9.54) che una isometria oz di 82 si dice diretta (risp.
inversa) se 52 conserva (risp. rovescia) l°orientazione di 8 2; per la Proposizione 9.55,
l°isometria oi di equazioni è diretta (risp. inversa) se e solo se detA = 1 (risp.
detA = -1).

Q Definizione 10.13. Le simmetrie (ortogonali) del piano euclideo 82 rispetto a una


retta r (Definizione 9.59) si dicono anche riflessioni di 8 2.

Come osservato nelle considerazioni successive alla Definizione 9.59, le riflessioni sono
isometrie inverse di 82.

Q Definizione 10.14. Si dice glissoriflessione una applicazione oi di 82 in sé ottenuta


come composizione di una riflessione s,. rispetto a una retta r di 82 con una traslazione
oiv di ampiezza un vettore V 75 0, con V “parallelo” a r :

04 : 04vO3r› @1 (H _`31

Non è difficile verificare che, data la glissorifiessione oi = 02,, o s,., si ha anche oi =


s,. o oiv. Inoltre, le glissoriflessioni sono isometrie inverse di 8 2, che non lasciano fisso
alcun punto di 8 2.
Il seguente classico risultato afferma che, nel piano euclideo 82, tutte le isometrie
appartengono a una delle quattro tipologie gia descritte: traslazioni, rotazioni (si
ricordi l°Esempio 9.10), riflessioni e glissorifiessioni.

I Proposizione 10.15. (Teorema di classificazione delle isometrie piane -


Chasles, 1831) Una isometria oi del piano euclideo 82 contenente punti fissi è una
rotazione (attorno al suo unico punto fisso) o una riflessione, a seconda che sia diretta
o inversa. Una isometria priva di punti fissi è una traslazione o una glissoriflessione,
a seconda che sia diretta o inversa.
4. LE CONICHE COME LUOGHI GEOMETRICI 203

Dimostrazione. Per semplicità., proveremo compiutamente l”enunciato soltanto nel


caso di una isometria diretta. In tal caso, le equazioni di oi, rispetto a un fissato
riferimento cartesiano R = (O, B), sono

(ii) = Ai (5) + (2)


ove A € (92 (R), detA = +1. Ricordato l”Esempio 3.2, si ha quindi:
coscp -sen<,o
A = (Senso COSSU 5 con go € [0,2rr[.

I punti fissi di oi, che si trovano imponendo x' _ at e y' = y nelle equazioni precedenti,
hanno per coordinate le soluzioni del sistema lineare
(coscp-1)-x-sengo-y+a=0
sencp-x+(cos<,o-1)-y-I-b=0
Tale sistema ammette una e una sola soluzione se e solo se (cos go - 1)2 + (sen go)2 75 0,
ossia se e solo se cp yé 0. In questo caso, quindi, oz è una rotazione (di ampiezza <,o)
attorno a tale punto fisso.
Se invece cp = 0, le equazioni di oi diventano:
x' = x + a
M=y+b
L°isometria oi è quindi, in questa ipotesi, la traslazione di ampiezza V E ,Sv (a, b).
Il caso di oi isometria inversa si tratta in modo simile, a partire dalle equazioni
corrispondenti ad

A = "OSS" Semp) con go € [0,2rr[


sen <,o - cos <,o
(Esempio 3.2, nel caso di det A = - 1), ma ricercando innanzitutto le rette fisse rispet-
to a oi: ciò può essere fatto ricercando i punti su cui oi agisce come una traslazione
di ampiezza un vettore V (che, se esistono, sono sempre col, ovvero sono tutti e soli
i punti di una retta r). Se V = 0, ogni punto della retta F è punto fisso per oi, e
oi si dimostra essere la riflessione rispetto a F; se invece V çé 0, oi risulta essere la
glissoriflessione ottenuta componendo la riflessione rispetto a F con la traslazione di
ampiezza V.
III

4. Le coniche come luoghi geometrici

Nel presente paragrafo daremo alcuni cenni relativi alle coniche (non degeneri) del
piano euclideo 8 2, intese come particolari luoghi geometrici. Elementi più dettagliati
della teoria delle coniche verranno esposti nel Capitolo 12.

Q Definizione 10.16. Si dice circonferenza il luogo geometrico dei punti del piano
82 che sono equidistanti da un punto fisso C, detto centro. La comune distanza tra il
centro e i punti della circonferenza si dice raggio della circonferenza.
204 10. IL PIANO EUCLIDEO

Fissato in 82 un riferimento cartesiano R, se il centro è C ER (oi, ß) e il raggio è


r > 0, allora la circonferenza C = {P € 82 | d(P, C) = r} ha equazione cartesiana
.:z:'2+y2-20251:-2ßy+o22+ß2-r2=0

Infatti, P ER (sc, y) € C se e soltanto se (x - o2)2 + (y - ß)2 = r2; sviluppando i calcoli


si perviene alla equazione considerata.
In particolare, se si sceglie un riferimento cartesiano R' avente origine nel centro C,
allora la circonferenza di centro C e raggio r > 0 assume equazione cartesiana:

W + W = 22
Q Definizione 10.17. Si dice ellisse il luogo geometrico dei punti del piano 82 che
hanno costante (uguale a 2a > 0) la somma delle distanze da due punti fissi F1 e F2,
detti fuochi.

Fissato in 82 il riferimento cartesiano R tale che F1 ER (-c, 0) e F2 ER (c, 0) (con


d(F1,F2) = 2c < 2a), allora la ellisse 8 = {P € 82 | d(P,F1) + d(P, F2) = 2a} ha
equazione cartesiana2:
m2 yz
(1) ã+b_2=1 dove b=\/a2-c2>0.

(si veda la Figura 10.2).

À
Y
W"š(O,b)
I

V' E(-a,0) _ _ l/"E (a,0) _


F, E(-c,0) O F2 š(c,0) X

vi/'E (0,-b)

Figura 10.2

Infatti, P E (x, y) € 8 se e soltanto se

\/(fß+C)2+y2+\/(w_¢)2+y2=2a;
sviluppando i calcoli (isolando i radicali ed elevando al quadrato due volte), si perviene
alla equazione considerata.

2Per analogia, il luogo geometrico rappresentato dalla equazione


x
2 2
(1') a_2 `l` É2 : -1
(che risulta vuoto perché la equazione scritta non può essere verificata dalle coordinate di alcun
punto del piano euclideo), viene usualmente indicato come ellisse vuota (o immaginaria) di 8 2.
4. LE CONICHE COME LUOGHI GEOMETRICI 205

Si noti che la circonferenza può essere considerata come una particolare ellisse, in cui
i due fuochi coincidono.

Q Definizione 10.18. Si dice iperbole il luogo geometrico dei punti del piano 82 che
hanno costante (uguale a 2a > 0) la differenza - in valore assoluto - delle distanze da
due punti fissi F1 e F2, detti fuochi.

Fissato in 82 il riferimento cartesiano É tale che F1 E - (-c, 0) e F2 E - con


d(F1,F2) = 2c > 2a), allora la iperbole I = {P € 52 _Rì d(P,F1) - d Bs€32? “S= 2a}
ha equazione cartesiana:
x2 y2
(2) È-b_2=1 dove b=\/c2-a2>0

(si veda la Figura 10.3).

A
Y

F.š<-c._0› 0 1~3_š<c.0› ›
Vrš (_a,0) Vuš (ago) X

Figura 10.3

Infatti, P E (x, y) E I se e soltanto se

|¢<í›@+f:›í2+y2»¢<f›ß~c›í2+y-2|=2a.
sviluppando i calcoli (isolando i radicali ed elevando al quadrato due volte), si perviene
alla equazione considerata.

Q Definizione 10.19. Si dice parabola il luogo geometrico dei punti del piano 82
che sono equidistanti da un punto fisso F, detto fuoco, e da una retta fissa 5, detta
direttrice.

Fissato in 82 il riferimento cartesiano 'É tale che F šñ (0, g) e 5 abbia equazione


y = g (dove p _ d(F,å)), allora la parabola P = {P € 82 | d(P, F) = d(P,å)} ha
equazione cartesiana:
1
(3) y = g-T2

(si veda la Figura 10.4).


206 10. IL PIANO EUCLIDEO

A
Y

("
P
FE 0 _

PE(-ray)
v
<1 W

O0 __P
'__
K”
l\J

Figura 10.4

Infatti, P E (cc, y) E 'P se e soltanto se

¢<x›2+<y»%>2=ly+§+
sviluppando i calcoli (elevando al quadrato ambo i membri), si perviene alla equazione
considerata.

In realta, è possibile provare che, a parte qualche caso particolare facilmente indivi-
duabile, ogni equazione algebrica di secondo grado nelle coordinate :I: e y rappresenta
o una ellisse, o una iperbole, o una parabola del piano euclideo 82. Tali curve vengono
globalmente indicate con il termine coniche (non degeneri) del piano euclideo, poiché
esse sono state storicamente considerate e studiate come intersezioni tra un piano e
un cono (si veda la Figura 10.5). Le equazioni del tipo (1), (1'), (2), o (3) vengono
usualmente dette equazioni canoniche delle coniche del piano euclideo.

"
O'

1 | 1 n
`~ I | | | I |'› | I 1 | ÂI "
IO'
L-. __"
'-| _ L'I'
\ \ I1 \ \ oQ-
'___
I
r

Parabola Circonfercnza Ellisse Iperbole

Figura 10.5
4. LE CONICHE COME LUOGHI GEOMETRICI 207

I Proposizione 10.20. Fissato un riferimento cartesiano R = (O,É) del piano


euclideo 82, si consideri una generica equazione algebrica di secondo grado nelle
coordinate .ic e y:
(4) Cl119U2 + 0L22y2 + 2Cl12$y + 26101-Y? + 20029 + Cloo = 0
Posto
Cloo G01 G02
CL11 CL12
A:Cloi G11 G12 6 M00:
CL12 CL22
CLO2 G12 G22
e supposto det A 75 0, 3 allora la equazione (4) rappresenta - rispetto a R - una
conica (non degenere) C del piano euclideo 52.
In particolare:
/\ \_/ se det M00 = 0, allora C3
|_lo (T), â naparabola;
(ii) se det M00 < 0, allor â naiperbole;
(iii) se det M00 > 0, allo r99 GG <'b»('b, una ellisse (vuota se e solo se agg -det A > 0).

La dimostrazione di questo risultato è contenuta nel capitolo 12, dove è esposta una
trattazione più esauriente della teoria delle coniche del piano euclideo.

3Se det A = 0, allora la equazione (4) rappresenta - rispetto a 'R - o l'unione di due rette, o una
sola retta (contata due volte), o un solo punto; poiché anche questi sottoinsiemi di 52 si posssono
ottenere come particolari intersezioni tra un piano e un cono, essi vengono solitamente denominati
coniche degeneri del piano euclideo 52.
cAP1ToLo 11

Lo spazio euclideo

1. I sottospazi dello spazio euclideo: punti, rette e piani

Nel presente capitolo, il simbolo 83 indicherà sempre uno spazio euclideo ordinario
(ovvero, di dimensione tre).
Ovviamente, i sottospazi di 83 possono avere dimensione 0 (i punti di 83), 1 (le rette
di 83), 2 (i piani, che sono gli iperpiani di 83) e 3 (lo spazio 83 stesso).
Fissato in 83 un riferimento cartesiano 72 = (O,É = (i,j, k)), se P *R (x,y, z) è un
punto di 83, allora le coordinate cartesiane x, y e z sono dette rispettivamente ascissa,
ordinata e quota di P (relativamente a Le rette coordinate del riferimento 72 sono
l°asse x (individuato dall°origine O e dalla direzione del versore i), l°asse y (individuato
dall°origine O e dalla direzione del versore j) e l°asse z (individuato dall°origine O e
dalla direzione del versore k), mentre i piani coordinati del riferimento 72 sono il piano
xy (individuato dall”origine O e dai versori i e j), il piano yz (individuato dall°origine
O e dai versori j e k) e il piano xz (individuato dall°origine O e dai versori ì e k)
(Figura 11.1).

A ÉY3
Z

388€
/ /|
/
, 3 /
,
/ /
/ /
\
\
\
\
\
\
\
'\ '\ I\ |\\| \I \ I I I I IifI IW'I I I I

°* * *°\ O , \
Ki ,
j \
\
\ asse y
_.__.__._`I¬U /
in /
/
\
\
\
\
\
IE _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ __ \_._

*L
<z›“`°¢°3

Figura 11.1

Per la Proposizione 9.15 (caso h = 1), ogni retta r di 83 è univocamente determinata


da due qualunque suoi punti distinti A,B E r. Posto A ER (xA,yA,zA) e B ER
(963, yB, zB), poiché il vettore (non nullo) E E3» (963 - 90,4, yB - yA, zB - zA) genera
210 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

la giacitura della retta r, un punto generico P ER (x, y, z) appartiene a r se e soltanto


se É € L(@), ovvero se (ac-xA,y-yA,z zA) € L((xB -mA, yB yA, zB zA)).
Da questa affermazione si ricavano entrambi i tipi di rappresentazione gia visti in
generale nel § 4 del Capitolo 9:
o la retta r ha rappresentazione cartesiana
:Jc - :UA x3 - xA
.Q y - ya yß - yA = 1
z - zA zB - zA
che, una volta sviluppata, risulta del tipo

ax+by+cz+d=0 0, b C _2_
a'x+b'y+c'z+d'=0 con Q 0/ Ö/ C/ _,
o la retta r ha equazioni parametriche

Lì? = $A + ($B-58,4)-È

?J=yA+(?JB-yA)"f ('f€lR-l
z = zA + (zB-zA)-t
in cui i tre coefficienti del parametro t non sono tutti nulli.
Nel caso in cui si abbia contemporaneamente :vg - mA 75 0, yB - yA 75 0 e zB - zA 75 0
(ovvero, quando i punti A e B hanno diversa ascissa, diversa ordinata e diversa
quota), è possibile ricavare il parametro t dalle equazioni parametriche, ottenendo la
cosiddetta equazione frazionaria della retta r :
w-$A y-il/A 2-ZA
«TB-w/1 yß-YJA ZB~2A

Esempio 11.1. Fissato un riferimento cartesiano 72 nello spazio euclideo 83, i punti
A ER (1, 2, 3) e B ER (2, -1, 0) sono affinemente indipendenti (cioè distinti), in quanto
il vettore libero E3) E5; (1,-3,-3) è linearmente indipendente (essendo diverso dal
vettore nullo). Per ottenere una rappresentazione cartesiana della retta r passante per
A e B basta considerare un generico punto P ER (x,y, z) di 83 e imporre che É E5;
(ac - 1,y - 2, z - 3) appartenga a F: Ciò equivale a imporre che
x- 1 1
Q y - 2 -3 = 1.
z-3 -3
Essendo det(1) 75 0, basterà imporre che entrambi gli orlati del minore considerato abbiano
determinante nullo:
x-1 1
=0
y-2 -3

.ic-1 1
=0.
z-3 -3
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 211

Ciò porta al seguente sistema lineare minimo, che rappresenta la retta r:

3x-I-y-5 =0
r:
3x+z-6 =0.

La retta r ha poi equazioni parametriche

:c=1+t
y=2-3t (t€ll2)
z=3-3t
ed equazione frazionaria
ar - 1 y- 2 z- 3
1”-3--3
La retta s passante per i punti A E7; (1,2,3) e B' ER (0,2,1) ha invece equazione
cartesiana
2x - z + 1 = 0
r :
y- 2 = 0

ar = 1 + t
ed equazioni parametriche y = 2 (t € R), ma non ammette equazione
z = 3 + 2t
frazionaria (perché i due punti A e B' hanno la stessa ordinata).

Si noti poi che, data una qualunque delle rappresentazioni della retta r, è possibile
ricavare direttamente una terna (l, m, n) di coefficienti direttori di r:
o nel caso della rappresentazione cartesiana

ax+by+cz+d=0
a'x+b'y+c'z+d'=0 l

si ha

(lv ma n) :
bbl cci ›_
aal cC/ a
aal bbl
Ciò deriva direttamente dalla risoluzione del sistema lineare omogeneo asso-
ciato (che rappresenta, rispetto alla base B, la giacitura della retta): si veda
l°Esempio 6.4.
o nel caso della rappresentazione parametrica, (l, m, n) coincide con la terna
dei coefficienti del parametro t: infatti, tali coefficienti sono costituiti dalle
componenti (903 - QUA, yB - yA, zB - zA) del vettore libero E che genera
la giacitura della retta.
o nel caso della rappresentazione frazionaria, (l,m,n) coincide con la terna
dei denominatori: infatti, tali denominatori sono costituiti dalle componenti
(903 - QUA, yB - yA, zB - zA) del vettore libero E che genera la giacitura
della retta.
212 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

Esempio 11.2. Le rette r e s considerate nell'esempio 11.1 hanno rispettivamente coef-


ficienti direttori (1, -3, -3) e (-1,0, -2) (o anche (1,0,2)), come si ricava direttamente
dalle componenti dei vettori liberi E3) E Fe AB' € š', o dai coefficienti del parametro
nelle equazioni parametriche delle due rette. Nel caso della retta r, i coefficienti direttori
si ricavano direttamente anche dai denominatori della equazione frazionaria; d'altra parte,
considerando la rappresentazione cartesiana di r, la matrice incompleta è
/310
M:l(3 0 1)
e, pertanto, i coefficienti direttori di r risu tano ancora
1 0 3 0 3 1
0 1”_3 1*3 0 _(1*_3°_3l'
Analogamente, la matrfce incompleta della rappresentazione cartesiana di s è
2 0 -1
M' =
0 1 0
e, pertanto, i coefficienti direttori di s risultano ancora
-1 2 -1 2 0
1 0 *lo 0 *o 1)_(1*0'2l'
Si noti che la retta s non ammette rappresentazione frazionaria proprio perché uno dei
suoi coefficienti direttori è nullo.

Da queste osservazioni deduciamo il modo per ottenere le equazioni della retta s


parallela a una retta r data e passante per un fissato punto P E1; (sì, 7], 2):
o se r ha rappresentazione cartesiana

ax+by+cz+d=0
{a'm + b'y+c'z +d' = 0
allora s ha rappresentazione cartesiana
{a(x-x)+b(y-y)+c(z-z) =0
a'(ac-í)+b'(y-§)+c'(z-2) =0
o se r ha rappresentazione parametrica
x = :120 + l-t
y = yo + m '15
z = z0 + n -t
allora s ha rappresentazione parametrica
x = sì' + l-t
y = ij + 'rn -t
z = 2 + n -t
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 213

o se r ha rappresentazione frazionaria
06 _ 000 y _ yo 2 _ Z0
l m n
allora s ha rappresentazione frazionaria
:I:-:Y: _ y-7] _ z-z
l m n '
Infatti, in tutti i casi considerati, le equazioni scritte individuano una retta s con i
medesimi coefficienti direttori di r (e quindi, per la Proposizione 9.24, si ha s/ /r) e
risultano verificate dalle coordinate del punto P (e quindi, P € s); il risultato segue
pertanto dal Teorema 9.17.
La proposizione seguente ci permette di studiare la mutua posizione di due rette di
8 3, a partire dalle loro equazioni cartesiane.
I Proposizione 11.1. Siano r' e r” due rette di 83 e siano rispettivamente
ax+by+cz+d=0 a”x-I-b”y+c”z-I-d”=0
al/x + bfy + C/z + d/ : 0 al///x _|_ b///y _|_ C///z _|_ dm : 0

due loro rappresentazioni cartesiane, relativamente a un fissato riferimento cartesiano


72. Allora, posto

A = e B =
Q
/ll
g:9`Q
/ll
Ošgìâ-3`Q Qìg:Q`g
///
Oìgì(-3`O åsss
si ha che:
(i) r' e r” coincidono se e soltanto se

Q(B) = 2
(ii) r' e r” sono parallele disgiunte se e soltanto se
Q(A) = 2 G .Q(B) = 3
(iii) r' e r” sono incidenti in un punto se e soltanto se
Q(/1) = @(B) = 3
(iv) r' e r” sono sghembe se e soltanto se
Q(A) = 3 G Qll-3) = 4
Dimostrazione. L°intersezione (eventualmente vuota) tra le due rette r' e r” è ovvia-
mente rappresentata, relativamente al riferimento cartesiano 72, dal sistema lineare
ax+by+cz+d=0
S: a'x+b'y+c'z+d'=0
a”x + b"y + c”z + d” = 0
a'”ac + b”'y + c”'z + d'” = 0,

mentre l”intersezione tra le due giaciture if; e rf' è rappresentata, relativamente alla
base B, dal sistema omogeneo associato S0. La tesi segue allora facilmente, osservando
che:
214 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

(i) se r' e r” sono coincidenti, r' Fl r” deve contenere tutti i punti di r' (ovvero
di r"), e quindi il sistema S deve essere possibile con ool soluzioni;
(ii) se r' e r” sono parallele disgiunte, deve essere r' Fi r” = (ll, mentre r' Fi r”
deve contenere tutti i vettori di nl (ovvero di r7'), e quindi il sistema S deve
essere impossibile, mentre il sistema S0 deve avere ool soluzioni;
(iii) se r' e r” sono incidenti in un punto P, deve essere r' Fi r” = {P}, quindi il
sistema S deve essere possibile e determinato;
(iv) se r' e r” sono sghembe, deve essere r' Fi r” = (ll e f/Il Fi rf' _ {0}, e quindi
il sistema S deve essere impossibile (cioè rango della matrice incompleta
diverso dal rango della matrice completa), mentre il sistema S0 deve avere
solo la soluzione ovvia.
III

Esempio 11.3. Nello spazio euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano 72,
si considerino le rette
ai-y=1 x-z=1
r: s:
y-z=0 x-2y-I-z=1

S/ 2 ai-z=3 S1/ I x+z=1 8/H I az- 2-/ =0


2y - 2z = 1 y= 0 y = 0
La Proposizione 11.1 consente di affermare che r e s coincidono, che r e s' sono parallele
disgiunte, che r e s” sono incidenti in un punto e che r e s”' sono sghembe.

La seguente proposizione mette a confronto la condizione di parallelismo e la condi-


zione di ortogonalità. tra due rette di 83, nel caso in cui siano note due loro terne
di coefficienti direttori; inoltre, ci fornisce la formula diretta per calcolare l”angolo
formato da due date rette orientate.

I Proposizione 11.2. Siano r' e r” due rette di 83 e siano rispettivamente


(l',m',n') e (l”,m”,n”) due loro terne di coefficienti direttori, relativamente a un
fissato riferimento cartesiano 72. Allora:
(i) r' e r” sono parallele se e soltanto se esiste À € IR - {0} tale che
(l',m',n') = /\- (l”,m”,n”)
(ii) r' e r” sono ortogonali se e soltanto se
l'l” + m'm" + n'n” = 0
(iii) se r' e r” sono orientate in modo che (l',m',n') e (l”,m”,n”) siano terne
A

positive di coefiìcienti direttori, r'r" è il numero reale (compreso tra 0 e


rr) tale che
/\ l/ln + ,ml/,mln + nrnrf
cos(r'r”) _
\/(1/)2 + (ml/)2 + (n/)2 _ \/(1//)2 + (m//)2 + (n//)2
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 215

Dimostrazione. Basta specializzare, per n = 3, gli enunciati rispettivamente della


Prop. 9.26(a), della Prop. 9.28 e della Prop. 9.36.
III

Esempio 11.4. Le rette r, s', s” e s'” considerate nell'Esempio 11.3 hanno rispettivamen-
te coefficienti direttori (1,1,1), (1,1,1), (1,0,-1) e (0,0,1), come si ricava facilmente
risolvendo i sistemi lineari omogenei associati alle rappresentazioni cartesiane delle quattro
rette. La Proposizione 11.2(i) consente di affermare che r e s' sono parallele, mentre la
Proposizione 11.2(ii) consente di affermare che r e s” sono ortogonali. Infine, la Propo-
sizione 11.2(iii) consente di calcolare l'angolo tra le rette r e s”', supponendo che esse
siano orientate in modo che le terne di coefficienti direttori considerate risultino positive:
cOS(;S7,)_ 1-0+1~0+1~1 _ 1
\/12+12+12¬/02+02+12 \/š

Passiamo ora a esaminare le rappresentazioni dei piani di 83.


Per la Proposizione 9.15 (caso h _ 2), ogni piano Tr di 83 è univocamente determinato
da tre qualunque suoi punti, distinti e non allineati, A,B,C € Tr. Posto A -12
(a:A,yA,zA), B ER (a:B,yB,zB) e C ER (xg,yg,zg), poiché i vettori (non nulli e
linearmente indipendenti) É EI; (a:B-xA,yB-yA, zB-zA) e É E5 (mg-mA, yg-
yA,zg - zA) generano la giacitura del piano Tr, un punto generico P E72 (a:,y,z)
appartiene a vr se e soltanto se E3 G L(1TB›, iß), ovvero se

(w-wA,y-va, 2-2,4) E L((wB -wA,yB-yA,2B -2,4), (rrc~wA,yc~yA,2c-2A))-


Da questa affermazione si ricavano entrambi i tipi di rappresentazione gia visti in
generale nel § 4 del Capitolo 9:
o il piano it ha equazione cartesiana
x-mA x3-mA avg-mA
det v-vA vB-vA yo-1/A =0
Z-ZA ZB-ZA ZC-ZA

che, una volta sviluppata, risulta del tipo


ax+by+cz+d=0, con (a, b, c) çå (0,0,0);
o il piano Tr ha equazioni parametriche

0U=flßA+(9UB--'I?A)'›\+($c"0UA)'/1
y=yA+(yB-ya)-/\+(vc-vA)-/1 (À,/¢€1R)
z=zA+(zB-zA)-/\+(zg-zA)-/i
incui
.ØUB-£UA wg-.QUA
Q vB-yA vc-yA =2.
ZB-ZA ZQ'-ZA
216 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

Esempio 11.5. Fissato un riferimento cartesiano 72 = (O,B) nello spazio euclideo 83,
i punti A ER (1,2,3), B ER (2, -1,0) e C ER (0,2, 1) sono affinemente indipendenti,
in quanto i vettori liberi E E5; (1,-3,-3) e R' E5; (-1,0,-2) sono linearmente
indipendenti (essendo non proporzionali). Per ottenere una rappresentazione cartesiana
del piano Tr passante per A, B e C basta considerare un generico punto P ER (x,y,z)
di 83 e imporre che É E5; (az - 1,y - 2,z - 3) appartenga a Ti' = Ciò
equivale a imporre che
.is - 1 1 -1 x- 1 1 -1
Q y-2 -3 0 =2, ovvero y-2 -3 0 =0.
z-3 -3 -2 z-3 -3 -2
ll piano Tr sarà quindi rappresentato, rispetto a 72, dalla equazione cartesiana
6:L°+5y-3z-7:0.
La sua rappresentazione parametrica sarà invece
ar = 1 +t - t'
ff; y= 2-si (t,t'eR).
z = 3 - 3t - 2t'

Si noti che, nella rappresentazione parametrica del piano Ti', le due terne di coefficienti
dei parametri individuano le componenti, rispetto alla base É, di due vettori che
generano la giacitura 1? del piano, cosi come la equazione omogenea associata alla
rappresentazione cartesiana di ir costituisce una rappresentazione cartesiana, rispetto
a É, della medesima giacitura 1? (si veda il Teorema 9.19).
Da queste osservazioni deduciamo il modo per ottenere le equazioni del piano o
parallelo a un piano ir dato e passante per un fissato punto P ER (93, 7], 2):

o se ir ha rappresentazione cartesiana
ax+by+cz+d=0,
allora o ha rappresentazione cartesiana
a(ac-í)+b(y-@)+c(z-E) =0;
o se ir ha rappresentazione parametrica

x = ac0+u1-À-I-v1-u
y=yo+'U«2'›\+'U2'/I ›
z = z0 +u3-)\+v3-/i
allora o ha rappresentazione parametrica
sc =ãc+u1-À-I-v1-,u
y=§+'U›2'Ã+'U2'/I -
z = z+u3-À+v3-,u
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 217

Infatti, in entrambi i casi, le equazioni scritte individuano un piano o con la mede-


sima giacitura di Tr (e quindi, per definizione, si ha 0//Tr) e risultano verificate dalle
coordinate del punto P (e quindi, P € 0); il risultato segue pertanto dal Teorema
9.17.

La proposizione seguente ci permette di studiare la mutua posizione di due piani di


83, a partire dalle loro equazioni cartesiane.

I Proposizione 11.3. Siano ir' e Tr” due piani di 83 e siano rispettivamente a'x +
b'y + c'z + d' = 0 e a”:c + b"y + c”z + d” = 0 due loro equazioni cartesiane,
relativamente a un fissato riferimento cartesiano 72. Allora:

(i) Tr' e ir” coincidono se e soltanto se

Q (a' b' c' d') _ 1


a// b// cf/ d// _

(ii) rr' e ir” sono paralleli disgiunti se e soltanto se

a'b'c' _1 e a'b'c'd' _2
Q au bu cu _ Q ar/ bn Cn dr/ _

(iii) rr' e ir” sono incidenti in una retta se e soltanto se

a' b' c' a' b' c' d'


Q ar/ br/ cr/ : Q ar/ br/ cr/ dr/ = 2

(iv) Tr' e vr” non sono mai sghembi, nè incidenti in un punto.

\
Dimostrazione. L°intersezione (eventualmente vuota) tra i due piani rr' e rr” e ovvia-
mente rappresentata, relativamente al riferimento cartesiano 72, dal sistema lineare

S_ a'm+b'y+c'z+d'=0
° a//m + buy + C//Z + dr/ : O,

mentre l°intersezione tra le due giaciture if' e rd' è rappresentata, relativamente alla
base B, dal sistema omogeneo associato S0. La tesi segue allora facilmente, osservando
che:
(i) se Tr' e ir” sono coincidenti, ir' lì rr" deve contenere tutti i punti di ir' (ovvero
di Tr”), e quindi il sistema S deve essere possibile con oo2 soluzioni;
(ii) se ir' e ir” sono paralleli disgiunti, deve essere rr' Fi ir” = (ll, mentre ir' Fi ir”
deve contenere tutti i vettori di if; (ovvero di rr7'), e quindi il sistema S deve
essere impossibile, mentre il sistema S0 deve avere oo2 soluzioni;
(iii) se Tr' e rr” sono incidenti in una retta r, deve essere Tr' Fi Tr” = r, quindi il
sistema S deve essere possibile con ool soluzioni;
(iv) Tr' e ir” non possono essere nè sghembi nè incidenti in un punto, perche tutti
i casi che si possono presentare nella discussione dei sistemi S e S0 sono gia
stati esaminati ai punti precedenti.
III
218 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

P Osservazione 11.4. Si noti che, nel caso in cui i due piani ir' e Tr” siano incidenti
in una retta, il sistema costituito dalle due equazioni cartesiane di Tr' e rr” individua
esattamente una rappresentazione cartesiana della retta intersezione r = ir' Fi ir”.
In realtà. 7 o ni ra resentazione cartesiana di una ualun ue retta r di 83 ermette
di interpretare la retta stessa come intersezione di due piani non paralleli che la
contengono.

Esempio 11.6. Nello spazio euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano 72,
si considerino i piani
Tr1:6x+5y-3z-7:0 1r2:12x-I-10y-6z-14:0
Tr3:12a:+10y-6z-3:0 †r4:2x-4y+z-1:0.
La Proposizione 11.3 consente di affermare che rtl e Trg coincidono, che irl e 1r3 sono
paralleli disgiunti, e che 1r1 e W4 sono incidenti in una retta.

Le rappresentazioni cartesiane permettono di studiare anche la mutua posizione di


una retta e di un piano di 83, come indicato nel seguente risultato.
I Proposizione 11.5. Siano r e vr una retta e un piano di 83 e siano rispettivamente
aa:+by+cz+d=0 6 a//x_|_b//y_|_C//Z+d//:O
a'x+b'y+c'z+d' =0
due loro rappresentazioni cartesiane, relativamente a un fissato riferimento cartesiano
72. Allora, posto
a b c a b c d
A: a' b' c' e B: a' b' c' d'
al/ bl/ Cl/ al/ bl/ Cl/ dl/

si ha che:
(i) r è contenuta in ir se e soltanto se
@(B) = 2;
(ii) r e ir sono paralleli e disgiunti se e soltanto se
Q(/1) = 2 <2 @(B) = 3;
(iii) r e ir sono incidenti in un punto se e soltanto se
Q(/1) = Q(B) = 3;
(iv) r e ir non sono mai sghembi.

Dimostrazione. L°intersezione (eventualmente vuota) tra la retta r e il piano ir è


ovviamente rappresentata, relativamente al riferimento cartesiano 72, dal sistema
lineare
ax+by+cz-I-d=0
S: a'x+b'y+c'z+d'=0
a//x_|_b//y+c//z+d// :O7
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 219

mentre l°intersezione tra le due giaciture ir' e ir” è rappresentata, relativamente alla
base B, dal sistema omogeneo associato S0. La tesi segue allora facilmente, osservando
che:
(i) se r è contenuta in ir, r Fi rr deve contenere tutti i punti di r, e quindi il
sistema S deve essere possibile con ool soluzioni (si osservi che ,Q(A) 2 2);
(ii) se r e ir sono paralleli disgiunti, deve essere r Fi ir = Ø, mentre 'F' Fi Ti' deve
contenere tutti i vettori di F', e quindi il sistema S deve essere impossibile,
mentre il sistema S0 deve avere ool soluzioni;
(iii) se r e Tr sono incidenti in un punto P, deve essere r Fi ir = {P}, quindi il
sistema S deve essere possibile e determinato (ovvero, deve essere un sistema
di Cramer);
(iv) r e Tr non possono essere sghembi, perché tutti i casi che si possono presen-
tare nella discussione dei sistemi S e S0 sono gia stati esaminati ai punti
precedenti.
III

Esempio 11.7. Nello spazio euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano 72,
si considerino il piano
vr : ar - y - 1 = 0
e le rette s, s', s” considerate nell'Esempio 11.3. La Proposizione 11.5 consente di
affermare che s è contenuta in Tr, che s' e rr sono paralleli disgiunti, e che Tr e s” sono
incidenti in un punto.

Nello spazio euclideo, è possibile introdurre, accanto alla nozione di angolo tra due
rette orientate (la cui ampiezza può essere calcolata mediante la Prop. 11.2 (iii)),
anche la nozione di angolo tra due piani e la nozione di angolo tra una retta e un
piano.

Q Definizione 11.6. Si dice piano orientato di 83 una coppia (rr,À), dove Tr CIC5
/(D/
piano di 83 e /\ € ii? è un vettore libero non nullo ortogonale a rr. Se (1r,À) e un
piano orientato, si dicono positivi tutti i vettori liberi pi € if' concordi con À; inoltre,
si dice positiva ogni equazione cartesiana ax + by + cz + d = 0 di Tr tale che il vettore
libero a E (a, b, c) sia positivo.

Q Definizione 11.7. Dati due piani orientati ('/T', X) e (rr”, /\”) di 83, si dice angolo
tra Tr' e rr”, e si denota con 1r'1r”, l°angolo qb € [0, rr] tra À' e /\".

Si ha dunque, per definizione,


/\ ///
cos(1T'1r”) = cos(À ,À

Q Definizione 11.8. Dati un piano orientato (rr, À) e una retta orientata (r, l) di 83,
si dice angolo tra Tr e r, e si denota con ifr, il numero reale gb € l-g, avente per
seno il coseno dell°angolo tra /\ e l :
sen = cos(À,l)
220 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

Le seguenti proposizioni mettono a confronto le condizioni di parallelismo e di orto-


gonalità. e forniscono la formula diretta per calcolare l°ampiezza dell”angolo compreso,
l”una nel caso di due piani, l”altra nel caso di una retta e di un piano.

I Proposizione 11.9. Nello spazio euclideo 83, in cui è fissato un riferimento


cartesiano 72, siano Tr' e Tr” due piani aventi rispettivamente equazioni cartesiane
a'x + b'y+c'z +d' = 0 e a”:c + b”y+c”z +d” = 0.
Allora:
(i) Tr' e ir” sono paralleli se e soltanto se esiste p € R - {0} tale che

(ali bla cl) : p 'fa'//ib//16”);

(ii) Tr' e ir” sono ortogonali se e soltanto se


a/_a//+b/_b//+C/_C// : O

(iii) se ir' e ir” sono orientati in modo che a'x -l- b'y -l- c'z -l- d' = 0 e a”x + b"y +
c'' z + d” = 0 siano equazioni positive, Tr'†r” è il numero reale gb € [0, rr] tale
che
/` a/_a//_|_b/_b//_|_C/_C//

COS(7T/73”) _ `/(a/)2 + (Ö/)2 + (C/)2 , `/(a//)2 _|_ (b//)2 _|_ (C//)2

Dimostrazione. Basta ricordare, come già osservato nel corso della dimostrazione
della Proposizione 11.3, che Tr' e Tr” sono paralleli se e soltanto se Tr' Fìrr” ha dimensione
, a' b' c'
due 7 ovvero se e soltanto se la matrice al/ bl/ cl/ ha rango uno.
(ii) La seconda affermazione è un caso particolare della Proposizione 9.33.
(iii) L°ultima affermazione discende direttamente dalla Definizione 11.7, ricordando
che - in virtù del Lemma 9.30 - i vettori a' E (a', b', c') e a” E (a”, b”, c") sono vettori
positivi ortogonali rispettivamente a ir' e ir”.
l:l

I Proposizione 11.10. Nello spazio euclideo 83, in cui è fissato un riferimento


cartesiano 72, siano r una retta avente coefficienti direttori (l,m,n) e ir un piano
avente equazione cartesiana ax + by + cz + d = 0.
Allora:
(i) r e ir sono paralleli se e soltanto se
a-l+b-m+c-n = 0;
(ii) r e ir sono ortogonali se e soltanto se esiste p € R - {0} tale che
(l,m,n) = p-(a,b,c);
(ii) se r è orientata in modo che (l,m,n) sia una terna positiva di coefiìcienti
direttori e Tr è orientato in modo che ax + by + cz + d = 0 sia una equazione
positiva, W è il numero reale cb E [-g, tale che
^ a-l+b-m+c-n
Sen(mT) _ \/a2+b2+c2-\/l2+m2+n2
1. I SOTTOSPAZI DELLO SPAZIO EUCLIDEO: PUNTI, RETTE E PIANI 221

Dimostrazione. Per definizione, r e Tr sono paralleli se e soltanto se F' C 1?; poiché


v E (l, m, n) genera F', ciò equivale a richiedere V € ii', che corrisponde esattamente
alla condizione a-l+b-m+c-n = 0.
(ii) La seconda affermazione è un caso particolare della Proposizione 9.31.
(iii) L°ultima affermazione discende direttamente dalla Definizione 11.8, ricordando
che v E (l, m, n) è un vettore positivo di Fe che - in virtù del Lemma 9.30 - il vettore
a E (a, b, c) è un vettore positivo ortogonale a Tr.
l:|

Esempio 11.8. Nello spazio euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano 72,
si considerino i piani

0: ai-2y+z-1:0 0': x-2y-l-z-l-5:0

0": 3:L°+y-z-4:0 0'": x-I-y-1:0


e le rette s', s” e s'” considerate nell'Esempio 11.3. La Proposizione 11.9 consente di
affermare che o e 0' sono paralleli, che 0 e 0” sono ortogonali, e che (supponendo che
i piani siano orientati in modo che le equazioni scritte risultino positive) l'angolo tra 0 e
0'” è tale che
^ 1-1-2-1+1~0 -1 1
cos(oo'”) _ _ _
\/12+(-2)2+12»\/12+12+o2 \/ëvš 2\/š
Analogamente, la Proposizione 11.10 consente di affermare che 0 e s' sono paralleli, che
0 e s” sono ortogonali, e che (supponendo anche che la retta s”' sia orientata in modo
che la terna di coefficienti direttori (0,0, 1) risulti positiva) l'angolo tra o e s”' è tale che
/\ I - 0 - 2 - 0 1 - 1 1 1
sen (os”') _ + _ _
\/12+(-2)2+12-\/02+o2+12 \/ë-fi \/É

Q Definizione 11.11. Data una retta r di 83, si dice fascio (proprio) di piani di asse
r l°insieme costituito da tutti e soli i piani di 83 che contengono r.

Q Definizione 11.12. Dato un sottospazio vettoriale bidimensionale U di 83, si dice


fascio (improprio) di piani paralleli di giacitura U l°insieme costituito da tutti e soli
i piani di 83 aventi U come giacitura.

Il seguente risultato ci fornisce le equazioni di tutti i piani appartenenti a un fissato


fascio proprio (risp. improprio), a partire dalla rappresentazione cartesiana di due
elementi (risp. un elemento) del fascio stesso.

I Proposizione 11.13.
(i) Siano Tr' e rr” due piani non paralleli di 83 e siano rispettivamente
a'x+b'y+c'z+d' = 0 e a”x+b”y+c"z+d” = 0 due loro equazioni cartesiane,
222 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

relativamente a un fissato riferimento cartesiano 72. Allora, detta r la retta


intersezione di 'rr' e rr”, la equazione
À(a'a: + b'y + c'z + d') + ,u(a”x -l- b"y + c"z + d”) = 0
rappresenta, al variare dei parametri reali (À, u) 75 (0, 0), tutti e soli i piani
del fascio (proprio) di asse r.

(ii) Sia ir un piano di 83 e sia ax+by+cz-l-d = 0 una sua equazione cartesiana,


relativamente a un fissato riferimento cartesiano 72. Allora, la equazione
aw+by+cz+k=0
rappresenta, al variare del parametro lc € R, tutti e soli i piani del fascio
(improprio) di giacitura fr' (cioè tutti i piani paralleli a ir).

Dimostrazione. Poichè r _ vr' FI Tr”, le coordinate di un qualunque punto P € r


verificano entrambe le equazioni a';v + b'y + c'z -l- d' = 0 e a”x + b"y -l- c”z + d” _ 0,
e quindi verificano anche ogni equazione ottenuta da quelle tramite combinazione
lineare. Ciò prova che tutti i piani di equazione
À(a':L° + b'y + c'z + d') + ,u(a”x -l- b"y -l- c”z -l- d”) = 0,
al variare dei parametri reali (À, ,u) yé (0, 0), appartengono al fascio di asse r.
Viceversa, se o è un piano del fascio di asse r, allora 0 Fi (7r' Fi 7r”) = _ Tr' Fl 'rr”;
pertanto, l'equazìone cartesiana aa: + by+cz+d = 0 di 0, relativamente al riferimento
72, deve essere combinazione lineare delle due equazioni cartesiane di Tr' e Tr”. Ciò
equivale ad affermare che deve esistere una coppia (À, /1) E IR - {(0, 0)}, tale che
aa: + by + cz + d = À(a':z: + b'y + c'z + d') + ,a(a”:1: + b"y + c”z + d”).
(ii) E” sufficiente osservare che ogni piano di equazione aa: + by + cz + k: = 0, con
k € R, è parallelo a vr, e che ogni piano parallelo a rr ha (per la Proposizione 11.3)
equazione (Àa)ac + (Àb)y + (Àc)z + e = 0, con À € IR - {0} ed e € R, ovvero

a:z:+by+cz+k=0, conk:=š€lR.
l:|

Esempio 11.9. Data nello spazio euclideo 83 la retta r di equazioni

3:1:-y+z-1:0
ac-z=0 7
l'equazìone del fascio di piani di asse la retta r è:
À(3x-y+z-1)+u(:z2-z) =0.
ll fascio di piani paralleli al piano di equazione
3:10 - y + z - 1 = 0
ha invece equazione
3:1: - y + z + k: = 0.
2. DISTANZE 223

Q Definizione 11.14. Dato un punto C' 6 83, si dice stella (propria) di piani di
centro C' (risp. stella (propria) di rette di centro C) l”insieme costituito da tutti e soli
i piani (risp. le rette) di 83 che contengono C'.

Q Definizione 11.15. Dato un vettore non nullo V € 83, si dice stella (impropria)
di piani di direzione V (risp. stella (impropria) di rette di direzione V) l”insieme
costituito da tutti e soli i piani (risp. le rette) di 83 che sono paralleli alla direzione
individuata dal vettore V.

2. Distanze

Nello spazio euclideo 8 3, in cui si suppone di avere fissato un riferimento cartesiano


72 _ (0,153), la nozione di distanza tra due punti e il relativo metodo di calcolo si
specializza nella forma seguente.

I Proposizione 11.16. Se P E7; (xp,yp,z_p) e Q ER (xQ,yQ,zQ), allora:

d(P, Q) = Häu = Wa - f»~P›2 + (ya - yP›2 + (za - zP>2


Dimostrazione. Basta utilizzare la Definizione 9.38 e la Proposizione 9.40.
III

Q Definizione 11.17. Si dice sfera il luogo geometrico dei punti dello spazio 83 che
sono equidistanti da un punto fisso C, detto centro. La comune distanza tra il centro
e i punti della sfera si dice raggio della sfera.

Fissato in 83 un riferimento cartesiano 72, se il centro è C E1; (oi, ß, fy) e il raggio è


r > 0, allora la sfera S = {P E 83 | d(P, C) = r} ha equazione cartesiana
:v3+y3+x3-2oix-2ßy-2fyz+o¢3+ß3+73-r2=0

Infatti, P ER (x,y,z) 6 S se e soltanto se (at - (1)2 + (y - ß)2 + (z - fy)2 = r2;


sviluppando i calcoli si perviene alla equazione considerata.
In particolare, se si sceglie un riferimento cartesiano 72' avente origine nel centro C',
allora la sfera di centro C e raggio r > 0 assume equazione cartesiana:

(:v')2 + (1/)2 + (2/)2 = ig


Poichè i piani sono gli iperpiani di 8 3, il calcolo della distanza tra un punto e un piano
si effettua utilizzando, nel caso n = 3, la Proposizione 9.42.

I Proposizione 11.18. Sia ir il piano di 83 di equazione cartesiana, rispetto a 72,


ax +by+cz + d = 0 e sia P ER (:ì,y,z). Allora:
_ |a..fI;+bg+c2+d|
d(P,1r)
\/a2-I-b2+c2
l:|
224 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

Esempio 11.10. Nello spazio euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano
72, la distanza del punto P ER (1,2,3) dal piano ir : 3:1: + 2y - z + 3 = 0, si calcola
direttamente tramite la formula fornita dalla Proposizione 11.18:

d(P,»,-f) - l 3-1 + 2-2-1-3 + 3 l - 7


- \/14
.
\/32 + 22 + (-1)2 \/14 2

Il calcolo della distanza tra un punto e una retta si effettua invece utilizzando la
proiezione ortogonale del punto sulla retta, come indicato nel § 7 del Capitolo 9 (caso
n = 3 e h = 1).
I Proposizione 11.19. Sia r una retta di 83 avente coefiìcienti direttori (l,m,n) e
sia P ER (9E,y, 2). Allora:
d(P,r) = d(P,P')
dove il punto P' (proiezione ortogonale di P su r) si ottiene intersecando r con il
piano ortogonale a r passante per P, che ha equazione cartesiana
l(x-ã)+m(y-y)+n(z-z)=0.

-› -› I
Dimostrazione. Occorre verificare che d(P,P') = min{d(P,X)
-›
| X € r}. Poichè,
per ogni X € r, si ha IBX = PP' + P'X, con PP' J. P'X, il Teorema di Pitago-
ra (Propositione 8.6) implica = ||PP'||2 + ||P'X||2 2 ||PP'||2; cio assicura
appunto che d(P, P') 5 d(P, X), per ogni X E r. U

Esempio 11.11. Per calcolare la distanza del punto A E (1, 1, -4) dalla retta

x + 2y - 8 = 0
T I {z + 6 = 0
occorre determinare il piano vr ortogonale a r e contenente A; poiché (2,-1,0) è una
terna di coefficienti direttori di r, vr ha equazione:
rr:2(a:-1)-1(y-1)+0(z+4)=0, ovvero 2:13-y-1:0.
La proiezione ortogonale A' di A su r ha coordinate che verificano il sistema
ai + 2y - 8 = 0
z+6=0 dacui A'š(2,3,-6)
2x - y - 1 = 0
Per la Proposizione 11.19 si ha quindi che:
d(A,;~) = d(A,A') = \/(2_ 1)2+ (s- 1)2 + (-ß+4)2 = \/6 = 3.

I seguenti risultati forniscono i metodi operativi per il calcolo della distanza tra due
piani, tra una retta e un piano e tra due rette di 8 3, in funzione della loro reciproca
posizione.
2. DISTANZE 225

I Proposizione 11.20. Siano 'rr' e ir" due piani di 83.


o Se ir' e rr" sono incidenti particolare, coincidenti), la loro distanza è
uguale a zero;
o Se 'rr' e rr" sono paralleli, la loro distanza uguaglia la distanza tra rr" e un
punto qualsiasi di 'rr' :1

d(7r/7 Tr//l : 77"); € W/

Dimostrazione. La prima parte dell'enunciato è banalmente vera, poiché, se esiste un


punto P € ir' Fl rr", si ha d(7r',1r") = d(P, P) = 0.
Nel caso in cui 'rr' e rr" siano paralleli, occorre verificare che la distanza d(Q,'rr") è
indipendente dalla scelta del punto Q E Tr' . In virtù della Proposizione 11.9 è possibile
supporre che i due piani abbiano - rispetto a un fissato riferimento cartesiano 72 di
83 - equazioni 'rr' : ax + by + cz + d' = 0, rr" : aa: -l- by -l- cz -l- d" = 0. Allora, posto
Q ER (52, y, z), e ricordato che Q E Tr', per la Proposizione 11.18 si ottiene:
d ,ll _ |aã;+bg+c2+d"| _ |-d'+d”|
(Q3) \/a2+b2+c2 \/a2-I-b2-I-c2
che prova la tesi. U

I Proposizione 11.21. Siano r e vr una retta e un piano di 83.


o Se r è contenuta in Tr, o se r e rr sono incidenti in un punto, la loro distanza
è uguale a zero;
o Se r e Tr sono paralleli, la loro distanza uguaglia la distanza tra Tr e un punto
qualsiasi di r 12
d(r,7r) = d(P,1r) VP € r

Dimostrazione. La prima parte dell°enunciato è banalmente vera, poiché - sia nel caso
in cui r è contenuta in vr che nel caso in cui r e rr sono incidenti - esiste un punto
P € r Fl vr, e quindi d(r,7r) = d(P, P) = 0.
Nel caso in cui r e vr siano paralleli, occorre verificare che la distanza d(P, rr) è indipen-
dente dalla scelta del punto P E r. Se il piano rr ha - rispetto a un fissato riferimento
cartesiano 72 di 83 - equazione vr : ax+by+cz+d = 0, allora la retta r ha coefficienti
direttori (l, m, n) tali che al + bm + cn = 0 (si ricordi la Proposizione 11.10); inoltre,
posto P ER (52, y, z), per ogni altro punto X E r si ha X =1g (93 + pl, y +pm, 2+ pn),
con p € IR. Per la Proposizione 11.18 si ottiene allora che:
|a(ã: + pl) + b(y + pm) + c(,š + pn) + d|
d(X,'rr) _
\
_ |asE+by+cz+d+p-(al+bm+cn)| _ |a:72+by+cš+d| _ d(P7T)
\ \ ° '
che prova la tesi. U

lE evidente che i ruoli di rr' e rr" possono essere scambiati.


2Si osservi che, in questo caso - a differenza delle Proposizioni 11.20 e 11.22 - i ruoli di r e rr
non possono essere scambiati.
226 11. LO SPAZIO EUCLIDEO

I Proposizione 11.22. Siano r' e r" due rette di 83.


o Se r' e r" sono incidenti particolare, coincidenti), la loro distanza è
uguale a zero;
o Se r' e r" sono parallele, la loro distanza uguaglia la distanza tra r" e un
punto qualsiasi di r' :3

d(r',r") = d(Q,r") VQ € r'

o Se r' e r" sono sghembe, la loro distanza uguaglia la distanza tra r' e il
piano 'rr parallelo a r' e contenente r":4

d(r',r") = d(r',1r) = d(Q,7r) VQ € r'

Dimostrazione. La prima parte dell°enunciato è banalmente vera.


La seconda parte dell°enunciato è una conseguenza diretta della Proposizione 10.10,
perché due rette parallele sono sempre complanari.
Dimostriamo infine che, nel caso in cui r' e r" sono sghembe, allora d(r',r") =
d(Q,1r), VQ € r' (si veda la Figura 11.2).

Rf

"_ <© rl

:U
_

T!! Q'
I'
TQI

TC

Figura 11.2

Poichè r'' C rr, si ha ovviamente d(r' , r") 2 d(r', rr); d°altra parte, essendo 'rr parallelo
a r', la Proposizione 11.21 implica d(r','/T) = d(Q, Q'), VQ € r' (dove Q' denota la
proiezione ortogonale di Q su ir). Ora, fissato Q € r' , sia rà, la retta parallela a r'
e passante per Q'. Poichè rà, e r'' sono ovviamente non parallele (essendo sghembe
r' e r") e sono entrambe contenute in ir, esiste R € rb, Fl r". Essendo rà, e r'
due rette parallele, la seconda parte dell°enunciato assicura che d(Q, Q') _ _ d(R, R / )

3E evidente che i ruoli di r' e r'' possono essere scambiati.


4E evidente che anche in questo caso i ruoli di r' e r" possono essere scambiati.
2. DISTANZE 227

(= d(r22, , r' )), dove R' è la proiezione ortogonale di R su r' . A questo punto, avendo
trovato R € r'' e R' € r' tali che

d<«~'.i~"> s d<R', R) = d<Q.Q'> = dwg-f> s d<«~'.«~"›,


resta dimostrato che d(r' , r'' ) = d(r', rr), da cui segue la tesi.
III

Nel caso di due rette sghembe r' e r'' di 83, il seguente risultato permette di ricavare,
oltre alla distanza d(r' , r'' ), anche i punti H € r' e K € r'' che realizzano tale distanza.

I Proposizione 11.23. Siano r' e r" due rette sghembe di 83. Allora, esiste una e
una sola retta t ortogonale e incidente sia a r' che a r"; inoltre, posto H = r' Fit e
K = r"Flt, si ha che
d(r', r") = d(H, K)

Dimostrazione. (cenno) Se l' E r3 e 1" E r7' sono due vettori (non nulli) che generano
le giaciture delle rette, la ipotesi che r' e r'' siano sghembe implica dim(L(l', 1" = 2,
e quindi dim(iL(l',l")) _ 1 (per il Teorema 8.26). Scelto un vettore non nullo
m € iL(l' , 1" ), la retta t si ottiene come intersezione tra il piano Tr' , appartenente al
fascio di piani di asse r' e parallelo a m, e il piano Tr" , appartenente al fascio di piani
di asse r'' e parallelo a m.
III

Esempio 11.12. Nello spazio euclideo 83, le rette

x-y-3:0 y-z+1=0
r: s:
y-2z=0 ai-z=0

sono sghembe (come si può facilmente verificare, utilizzando la Proposizione 11.1).


Per calcolare la distanza tra r e s tramite la Proposizione 11.22, determiniamo il piano
ir parallelo a r e contenente s. Poichè esso appartiene al fascio di piani di asse s, avrà
equazione del tipo
À(y-z+1)+/J,(x-z)=0;
inoltre, essendo parallelo a r (che ha coefficienti direttori (2,2,1)), dovrà essere verificata
la condizione
À(2-1)+u(2-1)=0, ovvero À+,u=0.
ll piano 'rr ha quindi equazione cartesiana x-y-1 = 0. Scelto il punto P ER (5,2, 1) € r,
la distanza tra r e s risulta:

40,8) = d(;~,;†) = d(P,»,-I) - lãjåll - \/2.


Per calcolare invece la distanza tra r e s tramite la Proposizione 11.23, determiniamo le
componenti di un vettore non nullo V El; (l,m, n) ortogonale sia a r che a s; poiché r e
228 11. Lo SPAZIO EUCLIDEO

s hanno rispettivamente coefficienti direttori (2,2, 1) e (1,1,1), deve essere

2l 2 :O
{ + m+n ovvero (l,m,n)=p-(1,-1,0).
l+m+n = 0

L'equazione del piano oi contenente r e parallelo al vettore V è

ac + y - 4z - 3 = 0,

mentre l'equazìone del piano ß contenente s e parallelo al vettore V è

ar + y - 2z + 1 = 0.

La retta t = oi Fl ß (ortogonale e incidente sia a r che ad s), interseca r nel punto


P ER (-1, -4, -2) e s nel punto Q :S ( 2, 3, 2); pertanto, si ha che:

d(†, S) = d(P, Q) = \/(-2 + 1)2 + (-3 + 4)2 + (-2 + 2)2 = \/2.

In dimensione tre, la nozione di volume di un h-simplesso - vista in generale nel § 8


del Capitolo 9 - si specializza nelle seguenti nozioni di area di un triangolo e di Volume
di un tetraedro.3

Q Definizione 11.24. Dati tre punti non allineati A,B,C di 83, si dice area del
triangolo di vertici A, B , C' il numero reale positivo

V(<A,B,C>)=.ÂABC=š-
1 (let(:A/ñq/mi
,í§,,í§ ,í§,,Tå

Q Definizione 11.25. Dati quattro punti non complanari A, B, C' e D di 8 3, si dice


volume del tetraedro di vertici A, B , C e D il numero reale positivo

1
V(< A,B,C,D>) = E det(
/\
/`\/\ úëlël
ëlgël \/ /\ Èlšlël ël
/\/\ ëlël
\/\/
\/ /\ .ëël
läël
ël \/\/
\/ LAI

3Si noti che le Definizioni 11.24 e 11.25 presuppongono che i determinanti delle matrici presenti
sotto il segno di radice quadrata siano sicuramente positivi, come assicurato dalla Proposizione 8.33
relativa alle proprietà delle matrici di Gram; in alternativa, la dimostrazione di questo fatto può
essere agevolmente dedotta dalla dimostrazione della Proposizione 9.45, nei casi h = 2 e h = 3
rispettivamente.
2. DISTANZE 229

I Proposizione 11.26. Se A ER (a:A,yA,zA), B ER (xB,yB, zB), C ER (xC› yca Z0);


D ER (a:D,yD,zD), allora:
1 1 1 1(
:UC xp
V(< A,B,C,D >) = l- det wA xB
6 yA UB yo yo
\ZA ZB ZC ZD)

1 :BB -LCA :UC-£1?A :UD-£L'A


g' det yB_Z~/A Z/c_Z/A yD_3/A
ZB-ZA Z0-ZA ZD-ZA

Dimostrazione. un caso particolare (per h = 3) della Proposizione 9.45


III

Esempio 11.13. Siano A E7; (1,1,-4 Y EB (0,4,-6), C ER (4,2,-6), D ER


(1,3,-4) quattro punti di 83 (dove 72 = O,B) è un fissato riferimento cartesiano).
Poichè E E5; (-1,3, -2), R E5; (3, 1, - ìlìì/\w ,É 5,; (0, 2, 0) e
-1 3 0
312 #0;
-2-20
i quattro punti sono affinemente indipendenti.
ll volume del tetraedro 03 =< A, B, C,D > è, per definizione:

1 14 4 6 1 3
v(a-3) = _- <:1@i;(4 14 2) = --\/256 = -.
3 6243 3
Per la Proposizione 11.26, si ha anche:
1 1 1 1
V(o3) =
1 0 4 1
del 1 4 2 3
-4 -6 -6 _ 4
1 -130 1 8
Zš -2 -2 0

L'area del triangolo 0 2 =< A,B, C > è per definizione:

v(a-2) = AABC = â-\/130 = 3\/5.


Si noti che, in alternativa, l'area del triangolo 02 può anche essere calcolata tramite la
classica formula
.ÂABC = à- d(A,'I°) - Cl(B,C),
230 11. Lo SPAZIO EUCLIDEO

dove r denota la retta contenente B e C; poiché r ha equazione cartesiana


sc + 2y - 8 = 0
r : ,
z+6 = 0
si ha d(A, r) = 3 (si veda I'Esempio 11.11), e quindi risulta:
1 1
AABC = 5-3-d(1-3,0) = 5.32/E = 3\/5.
cAP1ToLo 12

Elementi di teoria delle coniche e delle quadriche

1. Ampliamento proiettivo di uno spazio euclideo

Nel presente paragrafo, 8" indicherà uno spazio euclideo di dimensione finita n > 0,
su cui è fissato un riferimento cartesiano 72 = (O, B).

Q Definizione 12.1. Si dice ampliamento proiettivo (o completamento proiettivo)


dello spazio euclideo 8 " l'insieme
P" = 5" u ego-1,
dove 8§,_1, detto iperpiano improprio di 8", è l”insieme delle direzioni delle rette
di 8 ” (ovvero, i sottospazi vettoriali di dimensione uno della giacitura 8
Gli elementi di 8 " (ovvero, i punti dello spazio euclideo originario) si dicono punti pro-
pri dell”ampliamento proiettivo, mentre gli elementi di 82:1 si dicono punti impropri
dell”ampliamento proiettivo.

Con abuso di linguaggio, quando risulterà chiaro che lo spazio euclideo 8 " è stato
completato con l°aggiunta del suo iperpiano improprio, si parlerà più semplicemente
di punti propri e punti impropri di 8".

P Osservazione 12.2. Si noti che, per definizione di iperpiano improprio, a ogni retta
di 8” risulta associato un punto improprio di 8 ", e che rette parallele individuano
lo stesso punto improprio. Inoltre, poiché ogni vettore libero non nullo genera un
sottospazio vettoriale di dimensione uno di 83°', si può dire che ogni vettore libero non
nullo V individua un punto improprio di 8 "', che corrisponde alla giacitura di tutte le
rette parallele a V (ovvero, tutte le rette r di 8 2 tali che V €

Q Definizione 12.3. Dato un punto proprio P ER (y1,y2, . . . ,y"'), si dice (n+ 1)-pla
di coordinate omogenee di P rispetto a 72 ogni (n + 1)-pla (a30,:z:1, . . . ,mn) tale che:

i:yfií:y›"'›i:y'
330 1230 270

Dato un punto improprio POO individuato dalla direzione del vettore V € 83" -
con V l1,l2, . . . , ln), si dice (n + 1)-pla di coordinate omogenee di POO rispetto a
72 ogni (n + 1)-pla (x0, 11:1, . . . , mn) tale che:
x0 = 0 ed esiste p € R- {0}, per cui (x1,...,:z:.,,,) = p- (l1,...,l"').
Sia per i punti propri che per i punti impropri di 8 '”', scriveremo
P E72 l.íU0,$1,. . . ,ílfinl
232 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

per indicare che la (n+1)-pla (1120, x1, . . . , 112,1) è una (n+1)-pla di coordinate omogenee
del punto P.

› Osservazione 12.4. Si noti che, per la Definizione 12.3, la (n + 1)-pla di coor-


dinate omogenee di un punto (proprio o improprio) di 8"' è individuata a meno di
un coefficiente di proporzionalità non nullo, e che nessun punto di P" = 8 "2 LJ 82:1
ammette la (n + 1)-pla nulla quale (n + 1)-pla di coordinate omogenee.

P Osservazione 12.5. Date due (n+1)-ple non nulle (1120, x1, . . . ,112n), (1126, 112'1, . . . ,
di numeri reali, poniamo
(x0,1121,...,x.,,)~(x(1,112á,...,x;,) <=> ÉIÀER-{0}, (x(,,...,x;,) = À-(x0,...,112n).
La relazione ~ è una relazione di equivalenza sull”insieme ll2'"“+1 - {(0, . . .,0)},
come è facile verificare (si veda il § 4 del Capitolo 1). L°insieme quoziente
(lR"+1 - {(0, . . . ,0)})/ ~, usualmente indicato con RP", è detto spazio proiettivo
reale standard n-dimensionale. Un punto di RIP" è dunque una classe [x0,1121, . . . ,112,,,]1
di proporzionalità di (n + 1)-ple non nulle di numeri reali.
Ogni fissato riferimento cartesiano 72 di 8" induce quindi una biiezione c/112 : P" =
8” U 8;"O_1 -› RP”, che a ogni punto P di P" associa la classe [1120,x1, . . . ,112n] delle
(n + 1)-ple (tra loro proporzionali) delle coordinate omogenee di P rispetto a 72.
Infatti, una qualunque (n + 1)-pla non nulla (1120, x1, . . . ,112.,.,,) di numeri reali, a meno
di proporzionalità, individua uno e un solo punto P di P” = 8 ” LJ 8<'§"O_1 che ammette
(1120,x1, . . . ,mn) come sua (n+1)-pla di coordinate omogenee rispetto al riferimento
cartesiano 72:
o se x0 75 0, allora P e. il. punto proprio
. di. coordinate
. cartesiane . 111 -,
(_, 1132 . . . , -3')
1? ;
.CUO 330 270
o se 1120 = 0, allora P è il punto improprio individuato dalla direzione del vettore
di componenti (1121, . . . ,xn).

P Osservazione 12.6. Si noti che i sottospazi euclidei paralleli di 8'” risultano


incidenti nel completamento proiettivo dello spazio euclideo 8 ", : infatti, se 8 3 ed 8 'f
sono sottospazi paralleli, con h < lc, allora - per definizione - l°insieme 8gO_1 dei punti
impropri di 8 'I è contenuto nell°insieme 8C'fO_1 dei punti impropri di 8 '°.

Fissiamo ora l”attenzione sui casi n = 2 e n = 3.


Caso n = 2. Sia 82 un piano euclideo, su cui è fissato un riferimento cartesiano
72 = (0,13), e sia P2 = 82 LJ roo il suo completamento proiettivo, dove roo - la retta
impropria di 82 - indica l°insieme delle direzioni delle rette di 82 (ovvero, i sottospazi
vettoriali di dimensione uno di 8 2).
Denotata usualmente con (sc, y) la coppia delle coordinate cartesiane dei punti (propri)
di 82 rispetto a 72, indichiamo con [1120,1121,:122] la terna (a meno di proporzionalità) del-
le coordinate omogenee dei punti (propri e impropri) di 82 rispetto a 72. Ricordando
il fatto che un punto P ER [1120,1121,1122] è improprio se e soltanto se 1120 = 0, è imme-
diato verificare la validità della seguente proposizione, relativa alla rappresentazione
cartesiana delle rette nel completamento proiettivo del piano euclideo.

1Scriviamo [a20, w1, . . . ,xn], anzichè [(1120, 1121, . . . , a:n)], per indicare la classe rappresentata dalla
(n + 1)-pla (000, w1, . . . ,mn), rispetto alla relazione ~.
1. AMPLIAMENTO PROIETTIVO DI UNO SPAZIO EUCLIDEO 233

I Proposizione 12.7. Data una retta (propria) r di 82 avente, rispetto al riferimento


cartesiano R = (O, É), equazione cartesiana aa: + by + c = 0, con (a, b) 75 (0, 0), si
ha che:
o nel completamento proiettivo di 5 2 , la retta r e rappresentata - in coordinate
omogenee rispetto a R - dalla equazione omogenea

axl + bxg + cxo = O;

o l'unico punto improprio di r è POO ER [O, b, -a].


Viceversa, data una equazione lineare omogenea

axl + bxg + cxg = O, con (a, b) 75 (0, O),

l 'insieme delle soluzioni diverse dalla ovvia fornisce le coordinate omogenee, rispetto
a R, dei punti (propri e impropri) di una retta (propria) r di 52.
Inoltre, llequazione :120 = O rappresenta - in coordinate omogenee rispetto a R - la
retta impropria di 82.
\:|

Con le medesime notazioni, si prova facilmente anche come ottenere una rappresen-
tazione cartesiana o parametrica di una retta nel completamento proiettivo del piano
euclideo, a partire da due qualunque suoi punti distinti.

I Proposizione 12.8. Dati due punti distinti (propri o impropri) P e Q di 52


aventi, rispetto a un riferimento cartesiano R = (O,B), coordinate omogenee P ER
[y0,y1,y2] e Q ER [z0, z1, z2], la retta r di 52 passante per P e Q è rappresentata:
(a) dalla equazione cartesiana (omogenea)

wo yo 20
«'131 91 21 =0;
w2 y2 22
(b) dalle equazioni parametriche

wo = Â!/0 + M20
$1 = Ú/1 + M21 (/\› /1) 5 R2 _ {(0›
$2 = Ú/2 + M22 U

Si noti che la retta r di cui alla Proposizione precedente è la retta impropria se e solo
se P e Q sono entrambi punti impropri di 82.

Esempio 12.1. Nel completamento proiettivo di 52, la retta r passante per i punti (propri)
A ER [1,2,1] e B ER [1,3, -2] (si veda I'Esempio 10.1) ha equazione cartesiana:

330 1 1
:1:1 2 3 = O, ovvero 39:1 + 11:2 - 7x0 = O
332 1 -2
234 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

ed equazioni parametriche:

:120 = À + ,u

11:2 = À - 2u

Mettendo a sistema l'equazìone cartesiana di r con l'equazìone :120 = O della retta


impropria, si ottiene I'unico punto improprio di r :

POO ER [0,1,-3].

Si noti che (1,-3), soluzione non nulla dell'equazione omogenea 3961 + 962 = O, è una
coppia di coefficienti direttori di r.

P Osservazione 12.9. La Proposizione 10.1 può essere facilmente dimostrata nel-


l”ampliamento proiettivo di 82, considerando il sistema lineare omogeneo

S,_ a'a:1 + b'a:2 + c'x0 :O


0'
a // x1+bx2+cx0=0,
// //

che rappresenta l'intersezione - propria e impropria - tra le due rette r' e r” (si
ricordi l'Osservazione 12.6). Infatti, se le rette sono distinte - ovvero se il rango della
matrice di S6 è uguale a due -, il sistema ammette come soluzioni non nulle ool terne
proporzionali e quindi r' Hr” è costituita da un unico punto P avente come coordinate
omogenee una qualsiasi di tali terne. In particolare, P è improprio - cioè r' e r'' sono
I I
parallele - se e solo se 3,, É” = O (si ricordi l°Esempio 6.4 relativo alle soluzioni

dei sistemi lineari omogenei minimi di n - 1 equazioni in n incognite); si noti che,


in tal caso, le coordinate (xl, 11:2) del punto improprio comune P sono una coppia di
coefficienti direttori di r' e r” .

Esempio 12.2. Per verificare la mutua posizione tra le rette r e s di 82 dell'Esempio


10.3, si consideri il sistema lineare omogeneo delle loro equazioni cartesiane in coordinate
omogenee:
S,. 2£131-£l3'2-I-3.223020

°` 6x1-33:2-2m0=o.
Tale sistema ammette ool soluzioni non nulle proporzionali alla terna (0, 1, 2). Ciò prova
che, nel completamento proiettivo di 82, r fì s è costituita dal punto improprio P ER
[O, 1, 2] : pertanto, in 82 r ed s sono parallele (disgiunte), con coefficienti direttori (1, 2).
1. AMPLIAMENTO PROIETTIVO DI UNO SPAZIO EUCLIDEO 235

P Osservazione 12.10. Le nozioni esposte in questo paragrafo chiariscono il signifi-


cato del termine fascio improprio di rette di 52 (si veda la Definizione 10.6), usato per
indicare l”insieme delle rette parallele alla direzione individuata da un fissato vettore
V: esso è costituito da tutte e sole le rette di 52 che contengono il punto improprio
individuato dal vettore V, così come il fascio proprio di rette di centro C' € 82 denota
l”insieme di tutte e sole le rette di 82 contenenti il punto (proprio) C'.

Caso n = 3.
Sia 83 uno spazio euclideo di dimensione tre, su cui è fissato un riferimento cartesiano
R = (0,157), e sia P3 = 83 U rroo il suo completamento proiettivo, dove iroo - il piano
improprio di 83 - indica l°insieme delle direzioni delle rette di 53 (ovvero, i sottospazi
vettoriali di dimensione uno di 5-3).
Denotata usualmente con (w, y, z) la terna delle coordinate cartesiane dei punti (pro-
pri) di 83 rispetto a R, indichiamo con [wg,w1,w2,w3] la quaterna (a meno di pro-
porzionalità) delle coordinate omogenee dei punti (propri e impropri) di 83 rispetto
a R. Ricordando il fatto che un punto P *R [wg, w1, wg, w3] è improprio se e soltanto
se wg = 0, è immediato verificare la validità delle due proposizioni seguenti, relative
alla rappresentazione cartesiana dei piani e delle rette nel completamento proiettivo
dello spazio euclideo.
I Proposizione 12.11. Sia rr un piano (proprio) di 53 avente, rispetto al riferimento
cartesiano R = (0,13), equazione cartesiana aw + by + cz + d = O, con (a, b, c) çé
(0, 0,0). Nel completamento proiettivo di 53 il piano rr è rappresentato - in coordinate
omogenee rispetto a R - dalla equazione omogenea
awl + bwg + cwg, + dwg = O.
Viceversa, data una equazione lineare omogenea
awl + bwg + cwg + dwg = 0, con (a, b, c) çê (O, O, 0),
l'insieme delle soluzioni diverse dalla ovvia fornisce le coordinate omogenee, rispetto a
R, dei punti (propri e impropri) del piano (proprio) rr di 53, di equazione cartesiana
(*)-
Inoltre, wg = O rappresenta - in coordinate omogenee rispetto a R - il piano improprio
di eg.
III

I Proposizione 12.12. Data una retta (propria) r di 53 avente, rispetto al riferi-


mento cartesiano R = (0,13), rappresentazione cartesiana

aw+by+cz+d=O 0, b C _2
(M) a'w+b'y+c'z+d'=O con Q al Ö/ C/ _ 7
si ha che:
o nel completamento proiettivo di 53, la retta r e rappresentata - in coordinate
omogenee rispetto a R - dal sistema lineare omogeneo
awl + bwg + cw3 + dwg = 0
a'w1+b'w2+c'w3+d'wg=0
236 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

o l'unico punto improprio di r è POO E7; [O,l,m,n], con (l,m,n) terna di


coefiicienti direttori della retta r.
Viceversa, data un sistema lineare omogeneo

awl + bwg + cwg, + dwg = 0 (Q, b C)


con Q / / / :2›
a'w1+b'w2+c'w3+d'wg=0 G Ö C

l 'insieme delle soluzioni diverse dalla ovvia fornisce le coordinate omogenee, rispetto
a R, dei punti (propri e impropri) della retta (propria) r di 83 di equazione
Inoltre, il sistema lineare omogeneo

(ml
wo
l;,b””2 + “B Z 0 con (a, b, <1) † (0,0,0),
rappresenta - in coordinate omogenee rispetto a R - la retta impropria del piano (pro-
prio) rr di 53 di equazione aw + by + cz + d = 0 (o di ogni piano ad esso parallelo).
\:l

Con le medesime notazioni, si prova facilmente anche come ottenere una rappresen-
tazione cartesiana o parametrica di una retta (risp. di un piano) nel completamento
proiettivo dello spazio euclideo tridimensionale, a partire da due (risp. tre) qualunque
suoi punti distinti (risp. non allineati).

I Proposizione 12.13. Dati tre punti non allineati (propri o impropri) P, Q e R


di 83 aventi, rispetto a un riferimento cartesiano R = (O,B), coordinate omogenee
P E12 [2/o,y1›y2›y3l› Q E12 [20›Z1,Z2›Z3l 6 R En lío,í1›í2,í3l› il PUWO TF di 53
passante per P, Q e R e rappresentato:
(a) dalla equazione cartesiana (omogenea)

wo yo Z0 to
$1 yl Z1 É1
$2 yz Z2 É2
wa ya Z3 É3
(b) dalle equazioni parametriche

000 = Ãyo + #20 + 1/to


901 = Â!/1 + M21 + 1/151
(,\,,l,1/) e R3 _ {(o,0,o)}.
002 = ÃU2 + #22 + 1/152
003 = Ãys + #23 + 1/153
El

Si noti che il piano ir di cui alla Proposizione precedente è il piano improprio se e solo
se P, Q e R sono tre punti impropri di E3.

Esempio 12.3. Nel completamento proiettivo di 83, il piano rr passante per i punti
(propri) A ER [1,1,2,3], B ER [1,2,-1,0] e C ER [1,0,2,1] (si veda I'Esempio 11.5)
1. AMPLIAMENTO PROIETTIVO DI UNO SPAZIO EUCLIDEO 237

ha equazione cartesiana:
000
001
_ = 0, ovvero 6w1 + 5w2 - 3w3 - 7wg = 0
962 ›-\
963 O;›l\D›-\›-\ O
wi-\ ›-\l DO›-\

ed equazion' parametriche:
wg =À+u+v
wl =À+2,u
(›.,u,1/)e R3 _ {(0,0,0)}.
wg =2À-,u+21/
w3 =3/\+1/

I Proposizione 12.14. Dati due punti distinti (propri o impropri) P e Q di 83


aventi, rispetto a un riferimento cartesiano R = (O,É), coordinate omogenee P ER
[yg,y1,y2,y3] e Q E7; [zg, z1, zg, z3], la retta r di 53 passante per P e Q è rappresen-
tata:
(a) dalle equazioni cartesiane (omogenee) ottenute imponendo
wo yo Z0
Q $1 yi Z1 : 2;
$2 y2 Z2
ya ys Z3
(b) dalle equazioni parametriche

yo = /\y0 + M20
$1 = /\y1 + M21
(/\›/1) € R2 ~ {(0›0)}-
$2 = /\y2 + M22
wa = /\y3 + M23
El

Si noti che la retta r di cui alla Proposizione precedente è una retta impropria del
completamento proiettivo dello spazio 53 se e solo se P e Q sono entrambi punti
impropri di 83.

Esempio 12.4. Nel completamento proiettivo di 53, la retta r passante per i punti (propri)
A ER [1,1,2,3] e B ER [1,2, -1,0] (si veda I'Esempio 11.1) si ottiene imponendo:
.CUO I

Q xl 21/ = 2.
/" 88 OOIQ CJO|.\Ql- l-\ O
238 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

1 1 . _ _ _ _ _ _ _
Essendo 1 2 75 0, bastera annullare i determinanti dei due minori orlati, ottenendo
così la rappresentazione cartesiana (in coordinate omogenee):

35171-|-QTQ-5.230 : 0
7":
3.5171 -|- €133 _ 6330 I

Mettendo a sistema l'equazìone cartesiana dir con l'equazìone wg = 0 del piano improprio,
si ottiene I'unico punto improprio di r :

POO E7; [0, 1, -3, -3].

_ _ _ . _ 3w + w = 0
Si noti che (1, -3, -3), soluzione non nulla del sistema lineare omogeneo 1 2
3$1 -|- $3 I 0

è una terna di coefficienti direttori di r.


La retta r ha inoltre equazioni parametriche:

yo =/\+H
w1 =/\+2/i
(Av/1) € R2 _ {(0›0)}'
wg =2À-/i
w3 =3À

D Osservazione 12.15. La Proposizione 11.1 (così come le successive Proposizioni


11.3 e 11.5) può essere facilmente dimostrata nell°ampliamento proiettivo P3 di 83,
considerando il sistema lineare omogeneo

awl + bwg + cw3+dwg = 0


S,_ a'w1 +b'w2 +c'w3 +d'wg=0
0' // // 1/ //
aw1+bw2+cw3+dwg=O,
a///ml + b///x2 + C///x3 + d///xo : 0,

che rappresenta l”intersezione - propria e impropria, ed eventualmente vuota - tra le


due rette r' e r” (si ricordi l°Osservazione 12.6). Detta B la matrice di S6, le possibili
posizioni reciproche tra r' e r” sono riassunte nel seguente schema:

Q (B) dim(Sol(S'0 r' O r” in P3 1)osizio11e


_ , p rom(_ in 53
reci

2 2 una retta coincidenti


3 1 un punto incidenti o parallele
4 O Ø sghembe

Si osservi che, nel caso g(B) = 3, l”intersezione r' Or” nel completamento proiettivo di
83 è costituita da un unico punto P avente come coordinate omogenee una qualunque
1. AMPLIAMENTO PROIETTIVO DI UNO SPAZIO EUOLIDEO 239

Cl uaterna non nulla soluzione di S'O . In P articolare › P è im P ro P rio - cioè r' e r” sono
parallele - se e solo se

fo íìiìa °1°1c- //¬ : 2›


\a/// bill
°:°
(IO \

poichè la coordinata wg di P è data dal determinante di un minore di ordine tre


estratto da tale matrice (si ricordi l°Esempio 6.4). Si noti che, in tal caso, le coordinate
(w1,w2,w3) del punto improprio comune P sono una terna di coefficienti direttori di
r' e r”.

Esempio 12.5. Per verificare la mutua posizione tra le rette r ed s' di 53 dell'Esempio
11.3, si consideri il sistema lineare omogeneo unione delle loro equazioni cartesiane in
coordinate omogenee:
.€171 _ .€132 _ .€130 I O

, LU2 _ .€133 I 0
SO :
(B1 _ 333 _ 3$0 I 0

2582 _ 2333 _ S130 I 0.

Tale sistema ammette O01 soluzioni non nulle proporzionali alla quaterna (0,1,1,1)_
Ciò prova che, nel completamento proiettivo di 53, rfì s' è costituita dal punto improprio
P ER [0,1,1,1] : pertanto, in 53 r ed s' sono parallele (disgiunte), con coefficienti
direttori (1,1,1).

P Osservazione 12.16. Le nozioni esposte in questo paragrafo chiariscono il signifi-


cato del termine fascio improprio di piani di 53 (si veda la Definizione 11.12), usato
per indicare l°insieme dei piani aventi per giacitura un fissato sottospazio vettoriale
bidimensionale U di 53: esso è costituito da tutti e soli i piani di 83 che contengono
la (comune) retta impropria di tutti i piani paralleli a U, così come il fascio proprio
di piani di asse una data retta (propria) r di 53 denota l°insieme di tutti e soli i piani
di 83 contenenti r.
Analogamente, la stella impropria di piani (risp. stella impropria di rette) di direzione
un fissato vettore non nullo v di 83, essendo l°insieme dei piani (risp. delle rette) di
83 che sono paralleli alla direzione individuata dal vettore v (si veda la Definizione
11.15), è costituito da tutti e soli i piani (risp. tutte e sole le rette) che contengono il
punto improprio individuato dal vettore v, così come la stella propria di piani (risp.
di rette) di centro C € 83 denota l°insieme di tutti e soli i piani (risp. tutte e sole le
rette) di 83 contenenti il punto (proprio) C.
240 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

2. Le coniche del piano euclideo

Sia 82 un piano euclideo, in cui è fissato un riferimento cartesiano R = (0,13).

Q Definizione 12.17. Considerata una generica equazione algebrica di secondo grado


nelle coordinate w e y:

(*) CL11-902 + a22y2 + 20«12$y + 2@o1-11 + 20«02y + C100 = 0›


con aZ~_,~ € R per ogni i, j € {0, 1, 2}, diremo che tale equazione rappresenta, rispetto
al riferimento cartesiano R, una conica del piano euclideo 52. Inoltre, diremo che due
equazioni a11w2 + a22y2 + 2a12wy+ +2ag1w + 2ag2y + agg = 0 e a'11w2 + a§2y2 +
2a'12wy + 2a61w + 2aô2y + ago = O rappresentano, rispetto a R, la stessa conica di 82
se e soltanto se esiste À € R - {O} tale che agi = À - a,-j Vi,j € {0, 1, 2}.

Si noti che, in base alla Definizione 12.17, ogni conica C di 52 è rappresentata -


rispetto a R - da infinite equazioni algebriche di secondo grado, tutte proporzionali
tra di loro; usualmente, si dice che l 'equazione di C rispetto a R è definita a meno di
un coefiiciente di proporzionalità (non nullo).

Q Definizione 12.18. Data una conica C di 52 di equazione (*), si dice supporto


proprio (o immagine propria) di C l'insieme Ip(C) dei punti del piano le cui coordinate
- rispetto a R - verificano una (e quindi tutte) le equazioni di C :

ZP(C) = {P E12 (51, y) | 0«11í2 + a22y2 + 2<112fi_Uy + 20«o1í + 2<1o2y + (100 = 0}-

E° importante osservare che - a differenza di quanto si potrebbe intuitivamente sup-


porre - l”immagine propria Ip (C) non è in generale sufficiente a individuare la conica
C : ad esempio,

C1: w2+y2=-1 C2: w2+y2=-2 C3: 3w2+5y2=-1

rappresentano, rispetto a R, tre coniche diverse, ma ciascuna di esse ha immagine


propria vuota:
ZP(C1) = ZP(C2) = ZP(Cs) = Ø-
Se si suppone di ampliare proiettivamente il piano euclideo 5 , denotando con [wg,w1,
w2] una terna di coordinate cartesiane omogenee dei suoi punti (propri e impro-
pri) rispetto al riferimento cartesiano R, allora l°equazione origina, in coordinate
omogenee, la seguente equazione omogenea della conica C:

(**) CL11(€01)2+Cl22($2)2+2a12€l31$2+20«o1$0-€131+2Clo2«fl?'0«fl1'2+0«o0(«fl?'0)2 = 0,
che si può scrivere sinteticamente nella forma
2
2 Cl,,,;j£1S'@'£l7J' I 0.
'i,j=0

Q Definizione 12.19. Data una conica C di 52 di equazione omogenea (**), si dice


supporto improprio (o immagine impropria) di C l°insieme ZOO (C) dei punti impropri
2. LE CONICHE DEL PIANO EUCLIDEO 241

dell”ampliamento proiettivo di 82 le cui coordinate cartesiane omogenee - rispetto a


R - verificano una (e quindi tutte) le equazioni omogenee di C :

Zoolc) = {P<><> ER l0›931›-'7`2l | 0«11(í1)2 + G22(-?52)2 + 2012951952 = 0}-


Si dice poi supporto (o immagine) di C l”insieme

mi = 1P<¢› U I..<c>.
Nel seguito, con abuso di linguaggio e per semplicità di notazioni, identificheremo
spesso la conica C con il suo supporto.

Q Definizione 12.20. Data una conica C di 52 di equazione (o di equazione omo-


genea si dice matrice associata a C (o discriminante di C) rispetto al riferimento
cartesiano R la matrice simmetricag
aoo G01 G02
A: aoi G11 G12 €$3(R)
CLD2 G12 G22

Tramite la matrice associata a C, è possibile scrivere in forma matriciale le equazioni


(*) e di C:

1
(›i<) (1 w y) -A- = O (o, più sinteticamente, t(u) - A- = 0);
y

ßo
(>i<>i<) (wg w1 wg) -A- (wl) = 0 (o, più sinteticamente, t(w)-A- = 0).
.CU 2

Vediamo ora come cambia la matrice associata a una conica (e quindi, anche la sua
equazione e la sua equazione omogenea) al variare del sistema di riferimento fissato.

I Proposizione 12.21. Sia C una conica di 52 avente, rispetto al riferimento car-


tesiano R, matrice associata A E S3(lR). Se R' è un altro riferimento cartesiano su
82, e
w' _
(gl) eì
_ (eä eå
eg) . w bl
+ (bg , con _
E _ eì
6% eš
eg €(92(lR),

sono le equazioni del cambiamento di riferimento da R a R', allora la conica C ha,


rispetto a R', matrice associata A' tale che
1 0 0
A = ÈÉ-A'-É, con É = (bl eì eš) € GL3(lR).
b2 e21 e22

2Si noti che anche la matrice associata a C, come l'equazìone e l'equazìone omogenea, risulta
definita a meno di un coefficiente di proporzionalità non nullo.
242 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Dimostrazione. Sostituendo le equazioni del cambiamento di riferimento cartesiano


da R a R', scritte come
1 1
(wa = É - , ovvero (u') = É - (u),
y' y
nella forma matriciale della equazione di C rispetto a R' ,

W) --1^ <-in 2 0.
si ottiene l°equazione
'ÉÉ-A'-É-(u) = 0
che, confrontata con la forma matriciale dell'equazione di C rispetto a R,
t(u) - A- = 0, prova la tesi.
\:|

P Osservazione 12.22. Con le notazioni della Proposizione 12.21, ricordando il


teorema di Binet (Proposizione 3.38), si ha det A = det A' . Infatti, dalla ortogonalità
di E segue det É = det E _ :|:1 e quindi det A = (det É)2 -det A' = det A' . Si ricordi
tuttavia che anche la matrice A' associata a C rispetto a R' risulta definita a meno
di un coefficiente di proporzionalità non nullo.

D Osservazione 12.23. Se interpretiamo il discriminante A di una conica C, rispetto


a un riferimento cartesiano R, come la matrice (simmetrica) associata a una forma
quadratica q su R3 rispetto alla base canonica (si veda l°Appendice B), l°equazione
omogenea di C ha come primo membro q(x) = t(w) - A- (w), il valore che q assume su
un generico vettore X = (wg, w1,w2) di R3.
Un diverso discriminante di C, relativo a R, dà evidentemente luogo a una forma
quadratica proporzionale a q. Se, invece, si considera un diverso riferimento R', come
si è visto, il relativo discriminante di C è, a meno di proporzionalità, una matrice A'
congruente ad A (si veda il § 3 della Appendice B).
Tali considerazioni inducono a ritenere che l'ambiente più opportuno per definire le
coniche sia l”ampliamento proiettivo del piano euclideo e che, in tale contesto, una
conica sia individuata da una classe di proporzionalità di forme quadratiche.

Dalla Proposizione 12.21 si deduce la

I Proposizione 12.24. Tutti i discriminanti di una stessa conica C hanno lo stesso


rango.

Dimostrazione. Se due matrici sono associate a C rispetto allo stesso riferimento


cartesiano, allora sono proporzionali (e quindi hanno banalmente lo stesso rango). Se
invece due matrici A e A' sono associate a C rispetto a differenti riferimenti cartesiani,
allora per la Proposizione 12.21 si ha A = 'ÉÉ-A'-É con È € GL3 L°affermazione
segue allora osservando che, in generale, per ogni campo K, se F € GL”, (K), allora
Q(A - F) = g(F - A) = g(A), per ogni matrice A €
|:|

Per rango Q(C) di C si intenderà il rango di un suo qualsiasi discriminante.


2. LE OONIOHE DEL PIANO EUOLIDEO 243

Q Definizione 12.25. Una conica C di 52 si dice non specializzata o non degenere se


Q(C) = 3. In caso contrario, si dice che C è una conica specializzata o degenere di 52.
Quindi, se A è un discriminante di C, si ha che C è degenere se e solo se det A = 0.

P Osservazione 12.26. Non è difficile verificare che noti sottoinsiemi del piano
euclideo (in particolare: rette e unioni di due rette) risultano essere il supporto di
opportune coniche degeneri:
o se r è una retta di 52 avente equazione omogenea awl +bw2 +cwg = 0 rispetto
a un fissato riferimento cartesiano R, allora
(awl + bwg + cwg)2 = 0
è la equazione di una conica degenere C di 52, il cui supporto I(C ) è costituito
da tutti e soli i punti della retta r (che si dice “contata due volte ”);
o se r e s sono due rette distinte di 52 aventi rispettivamente equazioni omo-
genee a'w1 + b'w2 + c'wg = 0 e a"w1 + b"w2 + c"wg = 0 rispetto al riferimento
cartesiano R, allora
(a'w1 + b'w2 + c'wg) - (a"w1 + b"w2 + c"wg) = O
è la equazione di una conica degenere C di 52, il cui supporto I(C ) è costituito
da tutti e soli i punti delle rette r e s.
In realtà (come già anticipato nella nota 3 di pag.207) tali sottoinsiemi, uniti ai
singoli punti di 52, esauriscono tutti i possibili supporti di una conica degenere del
piano euclideo. E infatti possibile dimostrare che, se C è una conica degenere di 52,
allora è verificata una (e una sola) delle seguenti affermazioni:
o esiste una retta (propria o impropria) r di 52 tale che I(C ) = r;
o esistono due rette distinte r e s di 5 2 (di cui una eventualmente coincidente
con la retta impropria), tali che I(C) = r LJ s;
o esiste un punto (proprio o improprio) P di 52 tale che I(C ) =
Nel primo caso si ha Q(C) = 1, mentre nel secondo e nel terzo caso si ha Q(C) = 2.

Le coniche si suddividono innanzitutto in reali, se I(C ) ;É Ø, e vuote (o immaginarie),


se I(C ) = Ø. Si osservi che una conica degenere è sempre reale.
Detto A un discriminante di C, si noti che C è reale se e solo se la matrice A è non
definita (Definizione B.13); quindi, per distinguere le coniche reali da quelle immagi-
narie si può utilizzare il Criterio di Sylvester (Proposizione B.15). In alternativa, si
può attendere la Proposizione 12.46.

Una diversa classificazione delle coniche non degeneri si effettua esaminandone l°in-
tersezione con la retta impropria roo di 52.

I Proposizione 12.27. Se C è una conica di 52 e r è una retta (propria o impropria)


di 52 non contenuta nel supporto di C, allora l 'intersezione di r con C è costituita da
uno dei seguenti sottoinsiemi di 52 :
- due punti distinti;
- un solo punto;
- l'insieme vuoto.
244 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Inoltre, se C è non degenere, allora il supporto di C non contiene rette.

Dimostrazione. Se r è una retta propria, si può supporre che r sia l”asse w di


un riferimento cartesiano R, ovvero la retta di equazione omogenea wg = 0. Se A è
un discriminante di C rispetto a R, allora i punti di intersezione di r con C hanno
coordinate cartesiane omogenee [wg, w1, O] che verificano l'equazìone di secondo grado:

(#) aii(-1-'1)2 + Qaoiwowi + éloo(-1?0)2 = 0-


Poichè r non è contenuta in C, l”equazione (#) non può essere identicamente soddi-
sfatta (cioè i coefficienti agg, ag1, a11 non possono essere tutti nulli). Se all = agg _ 0,
l°equazione (#) diventa 2ag1wgw1 = O, da cui segue immediatamente che l°intersezione
é costituita da un punto proprio e un punto improprio di 52; in tutti gli altri casi,
supponendo di ricavare una incognita in funzione dell'altra, l'equazìone (#) ammette
due, una o zero soluzioni reali a seconda che % = (ag1)2 -agg-all sia rispettivamente
positivo, nullo o negativo.
(ii) Se r è la retta impropria roo di equazione omogenea wg = 0 rispetto a un qua-
lunque riferimento cartesiano R, e A è un discriminante di C rispetto a R, allora i
punti di intersezione di roo con C hanno coordinate cartesiane omogenee [0,w1, w2] che
verificano l°equazione di secondo grado:

(##) aiif-'I-'1)2 + 2@i2$iw2 + @22(w2)2 = 0-


Ragionando in modo analogo a quanto fatto in (i), si ha che l'equazìone (##) ammette
due, una o zero soluzioni reali, a seconda che % = (a12)2 - a11-agg sia rispettivamente
positivo, nullo o negativo (anche nel caso particolare all = agg = 0).
(iii) Infine, se il supporto di C contiene la retta propria (risp. impropria) r, allora i
coefficienti agg,ag1,a11 nell°equazione (#) (risp. i coefficienti a11,a12,a22 nell”equa-
zione (##)) devono essere tutti nulli e dunque si ha det A = O.
\:|

Q Definizione 12.28. Sia C una conica di 52 e r una retta (propria o impropria) di


52. Si dice che:
(a) r è tangente a C se fintersezione di r con C è costituita da un solo punto
oppure se r è contenuta nel supporto di C;
/I
r è secante C se l°intersezione di r con C è costituita da due punti distinti;
Fo* r è esterna a C se l°intersezione di r con C è vuota.
\./I

Ricordando che (il supporto di) una conica non degenere non contiene rette (Pro-
posizione 12.27), si ottiene la seguente classificazione delle coniche non degeneri di
52.

Q Definizione 12.29. Una conica non degenere C di 52 si dice:


(a) parabola se roo è tangente a C, ovvero se il supporto improprio di C si riduce
a un solo punto (improprio);
(b) iperbole se roo è secante C, ovvero se il supporto improprio di C è costituito
da due punti (impropri) distinti;
2. LE OONIOHE DEL PIANO EUOLIDEO 245

(c) ellisse se roo è esterna a C, ovvero se il supporto improprio di C è vuoto.3

La seguente proposizione fornisce le semplici condizioni algebriche su Agg (il comple-


mento algebrico dell°elemento agg nella matrice A) per distinguere parabole, iperboli
ed ellissi.

I Proposizione 12.30. Sia C una conica non degenere di 52 e sia A (con det A 75 0)
un suo discriminante rispetto al riferimento cartesiano R. Allora, si ha che:
(a) na parabola se e soltanto se Agg = 0;
(b) na iperbole se e soltanto se Agg < 0;
(c) Cìfìfì m»m»m› 222 na ellisse se e soltanto se Agg > 0.

Dimostrazione. Ricordando il punto (ii) della dimostrazione della Proposizione 12.27,


si ha che roo è tangente, secante o esterna a C a seconda che % _ (a12)2 - a11 - a22
sia rispettivamente nullo, positivo o negativo. La tesi segue quindi immediatamente,
osservando che
A _ 0-11 G12 _
__ _ _ A00.
4 G12 G22

Esempio 12.6. Consideriamo, nel piano euclideo 52, dotato di un riferimento cartesiano
R, le coniche aventi le seguenti equazioni:
C1: 3w2+8wy-3y2+2=0 C2: w2-2wy+3y2+10w+7=0
C3: w2+4wy+4y2-2y+2=0 C4: w2+wy-2y2-w+y=0

Un discriminante di C1, rispetto a R, è


200
A1=034;
04-3
poiché det A1 = -50 75 0, la conica C1 è non degenere. In particolare, essendo
Agg = -25 < 0, la conica C1 risulta essere una iperbole.
Un discriminante di C2, rispetto a R, è
7 5 0
A2 I 5 I _I ;
0 -1 3
poiché det A2 = -61 75 0, la conica C2 è non degenere. ln particolare, essendo
Agg = 2 > 0, la conica C2 risulta essere una ellisse.

3Si noti che le parabole e le iperboli sono sempre coniche reali, avendo Igo (C) 95 (ll, mentre le
ellissi possono essere reali o immaginarie.
246 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Un discriminante di C3, rispetto a R, è


20-i
A3=0i2;
-124
poiché det A3 = -1 75 0, la conica C3 è non degenere. ln particolare, essendo Agg = 0,
la conica C3 risulta essere una parabola.
Un discriminante di C4, rispetto a R, è
0 -i i
A4: -i 2 i ;
i i -4
poiché det A4 = 0, la conica C4 è una conica degenere.

P Osservazione 12.31. Si ricordi che, se A € GL3 (R), il sistema lineare normale


A- (y) = (0) ammette come soluzione solo la terna nulla. Pertanto, se C è una conica
non degenere di 52, A è un suo discriminante rispetto a R e P ER [yg,y1,y2] è un
punto (proprio o improprio) di 52, l°uguaglianza

yo
(%) (wo wi $2)°A°(y1)=(0-ooyo+0«0iyi+<1o2y2)4130+(aoiyo+<1iiyi+ai2y2)'1Ui+
y2
+(0-o2yo + ai2y1 + <122y2) ' 1112 = 0
costituisce un°equazione lineare omogenea in cui i coefficienti delle incognite wg, w1, w2
non sono tutti nulli e rappresenta quindi una retta di 52. Inoltre, la generica retta di
equazione aw1 + bw2 + cwg = 0 coincide con la retta di equazione (%) se e solo se la
terna (yg, y1, y2) soddisfa la condizione

yo C
A- y1 :p a ,conp;£0.
y2 Ö
Tale condizione, fissato p 75 0, costituisce un sistema lineare normale e ammette
dunque una e una sola soluzione (non nulla); inoltre, al variare di p 75 0, si ottengono
come soluzioni terne proporzionali.

L”Osservazione 12.31 consente di dare la seguente

Q Definizione 12.32. Sia C una conica non degenere di 52, avente A come matrice
associata rispetto al riferimento cartesiano R. Se P E7; [yg, y1, y2] è un punto (proprio
o improprio) di 52, si dice retta polare Trp di P rispetto alla conica la retta (propria
o impropria) di equazione omogenea

yo
(wg w1 w2)-A- y1 =0.
y2
2. LE CONICHE DEL PIANO EUCLIDEO 247

Per l°Osservazione 12.31, l”applicazione Tr che a P associa Trp è una biiezione tra i punti
del completamento proiettivo P2 del piano euclideo e le sue rette. In altri termini,
per ogni retta fr' (propria 0 impropria) di 52, esiste uno e un solo punto P (proprio
0 improprio), la cui retta polare sia fr'. Tale punto è detto polo di 1". Si osservi che
P € Trp se e solo se P € I(C).

Esempio 12.7. Rispetto alla conica C1 considerata nell'Esempio 12.6, la retta polare
del punto P ER [1,0,1] ha, rispetto a R, equazione omogenea:

2 0 0 1
(wo al 322)- 0 3 4 - 0 =0,
0 4 -3 1
cioè 2x0 + 4.5121 - 3.5122 = O.
Se 1" è la retta avente, rispetto a R, equazione omogenea 4220 -I-:121 -7222 = 0, le coordinate
omogenee del suo polo Q, rispetto alla conica C1, possono essere ottenute mediante il
procedimento descritto nell'Osservazione 12.31. Posto infatti
yg 2 0 0 yg 4

A1- yl = 0 3 4 - y1 =ß 1 ,
yg 0 4 -3 yg -7

e scegliendo, come valore non nullo di p, p = 1, si ottiene come soluzione del sistema
lineare normale (usando ad esempio le formule dl Leibniz-Cramer):

l-'›-lš DOG ›-lš©

-7 4 -3 -100
y° da A1 -50 2
2 4 0
0 1 4
0 -7 -3 _ 50 _ 1
yi-
d€l)/11 -50

2 0 4
0 3 1
0 4 -7 -50
y2 - da/11 - -50 - 1.
ll polo di 1" è dunque il punto Q ER [2, -1, 1].

I Proposizione 12.33. Sta C una conica non degenere del piano euclideo, e siano
P, Q due punti di 82. St ha che:
o Q € Trp se e solo se P € WQ. (Legge di reciprocità)
o Se P è un punto del supporto I(C), allora la retta polare Trp dz' P rispetto a
C è l 'unica retta tangente alla conica in P.
248 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Dimostrazione. Se P ER [y0, y1, y2] e Q ER [z0, z1,z2], allora si ha che:

(Qëffp <=> t(2)~A-(y) = 0) Q (Pëffo <=> t(y)~A~(2) = 0)-


La Legge di reciprocita segue quindi dalla simmetria della matrice A.
Supponiamo ora che P € I(C); la retta r per P e per un secondo punto Q 75 P
risulta tangente alla conica in P se e solo se P è l°unico punto di intersezione tra r e
I(C). Se P ER [y0,y1,y2] e Q ER [z0,z1,z2], allora tutti e soli i punti della retta r
hanno, rispetto a R, coordinate cartesiane omogenee [/\y0 + ,az0, /\y1 + ,az1, /\y2 + ,az2],
al variare dei parametri reali (non entrambi nulli) À, ,a (Proposizione 12.8); i punti
di intersezione tra r e I(C) corrispondono dunque alle soluzioni della equazione di
secondo grado
t(Ày+/M) - 4 (>\y+/12) = 0,
che equivale a

/\“(y)~A° (iu) +2>\/»t(2)~A~ (y) +/1272) - A-(2) = 0-


La ipotesi P € I(C ) assicura che il coefficiente di À2 è sempre nullo; quindi, la equa-
zione ammette una sola soluzione (corrispondente alla coppia (À, ,a) _ 1,0), ovvero
al punto di tangenza P) se e soltanto se anche il coefiiciente di À/1 si annulla. Ciò
implica che r è tangente alla conica se e soltanto se

l(2) -Aly) = 0,
cioè se e soltanto se il punto Q appartiene alla polare Trp di P.
EI

> Osservazione 12.34. Si noti che, se P non appartiene al supporto I(C), allora
la retta polare rrp di P rispetto a C può essere o secante o esterna a C (se Trp fosse
tangente a C in un punto P, per la Proposizione 12.33 sarebbe anche la retta polare
di P, che è assurdo essendo rr una biiezione).
Nel primo caso, 'Itp interseca I (C ) esattamente nei punti di contatto tra la conica e le
due rette tangenti alla conica passanti per P (si veda la Figura 12.1).

QI!

Q'

HC)
TCP

Figura 12.1

Infatti, se Q € Trp Fl I(C), per la Legge di reciprocita si ha che P € TIQ, che - per
la Proposizione 12.33 - è la retta tangente in Q alla conica; ciò prova che la retta
passante per P e Q è tangente alla conica. D°altra parte, se r è una retta passante
2. LE CONICHE DEL PIANO EUCLIDEO 249

per P e tangente alla conica in un punto Q 6 I(C), allora r è la retta polare di Q;


per la Legge di reciprocita segue quindi che Q appartiene alla retta rrp polare di P.

Esempio 12.8. Come visto nell'Esempio 12.7 la retta polare rrp del punto P ER [1,0,1]
rispetto alla conica C1 considerata nell'Esempio 12.6 ha, relativamente a R, equazione
omogenea 2x0 +4221 - 3x2 = 0, mentre la retta polare WQ del punto Q ER (2,-1,1] ha,
relativamente a R, equazione omogenea 4x0 + xl - 72:2 = 0.
Si noti che si ha P ¢ rrp, mentre Q E WQ; infatti, P ¢ I(C1), mentre Q € I(C1) (in
accordo con la Proposizione 12.33).
Si verifichi che la retta polare di un punto arbitrario di Trp (risp. di WQ) passa per P (risp.
per Q).

Q Definizione 12.35. Sia C una conica non degenere di 52. Si dice diametro di C
ogni retta propria che sia retta polare di un punto improprio di 52.
Si dice centro di C il polo C della retta impropria roo.

Come ovvia conseguenza della Proposizione 12.33 (Legge di reciprocità), si ha che tutti
i diametri contengono il centro di C e costituiscono un fascio (proprio o improprio)
di rette.

I Proposizione 12.36. Sia C una conica non degenere di 82 avente, rispetto al


riferimento cartesiano 72 = (0,13), discriminante A € S3 Allora:

_ 0«11 €112 G01 €112 €101 G11


C :R lA00› A017 A02l : 7- 7
G12 €122 G02 €122 €102 G12

Dimostrazione. Basta verificare che la retta polare del punto C E7; (A00, A01,A02]
coincide con la retta impropria. Per definizione di retta polare, la equazione omogenea
di rrg si ottiene da:

A00
7TC Z (S170 5171 S132) ° A ° AQ1 I 0,

A02
sviluppando il prodotto tra la matrice A e la matrice colonna delle coordinate di C,
e utilizzando il Teorema di Laplace generalizzato (Osservazione 3.44), tale equazione
diventa:
ng: (det A)-xo = O.
Poichè si è supposto C non degenere, sicuramente si ha det A 75 0; pertanto, rrg
coincide effettivamente con la retta impropria di 82.
l:|

Si osservi che, come conseguenza delle Proposizioni 12.30 e 12.36, si ha che:


250 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

o se C è una parabola, il suo centro è il punto improprio individuato dalla


direzione del vettore
V šg (A01› A02),
e i suoi diametri sono tutti paralleli a V;
o se C è una iperbole o una ellisse, il suo centro è il punto proprio di coordinate
cartesiane A A
C ER l, 2 _
A00 A00
Le coniche aventi centro proprio (cioè le iperboli e le ellissi) sono usualmente dette
coniche a centro.

Esempio 12.9. Nel caso dell'iperbole C1 considerata nell'Esempio 12.6, il centro risul-
ta avere coordinate omogenee C1 E7; [-25,0,0], cioè è il punto proprio di coordinate
cartesiane
C1 E7; (0,0) (origine del riferimento
Nel caso dell'ellisse C2 considerata nell'Esempio 12.6, il centro risulta avere coordinate
omogenee C2 E7; [2, -15, -5], cioè è il punto proprio di coordinate cartesiane
15 5
C2 E72 (_í› _§)-

Nel caso della parabola C3 considerata nell'Esempio 12.6, il centro risulta avere coordinate
omogenee C3 E7; [0,2,-1], cioè è il punto improprio individuato dalla direzione del
vettore
V E5; (2, -1).

Q Definizione 12.37. Sia C una conica non degenere di 52. Si dice asintoto di C ogni
retta propria tangente a C in un suo punto improprio.

Si noti che, per la Definizione 12.29, le uniche coniche di 52 che ammettono asintoti
sono le iperboli: infatti, il supporto improprio delle ellissi è vuoto, mentre l°unico punto
improprio delle parabole (che coincide con il centro) ammette come retta tangente la
retta impropria.
Ogni iperbole ammette due asintoti, che si ottengono facilmente come rette polari dei
due punti impropri dell°iperbole. D°altra parte, gli asintoti di una iperbole sono par-
ticolari diametri (perché rette polari di punti impropri), e perciò contengono il centro
della iperbole; pertanto, noto il centro C e i punti impropri POO e QOO dell”iperbole,
gli asintoti coincidono con le rette CPOO e CQOO.

Q Definizione 12.38. Si dice iperbole eqailatera una iperbole del piano euclideo 82
avente per asintoti due rette ortogonali.

Non è difficile verificare, ricavando direttamente dalla equazione omogenea le coor-


dinate dei punti impropri e imponendo la condizione di ortogonalita tra le direzioni
da essi individuate, che le iperboli equilatere sono caratterizzate da una semplice
condizione algebrica su qualunque matrice ad esse associata:
2. LE CONICHE DEL PIANO EUCLIDEO 251

I Proposizione 12.39. Sia C una iperbole di 82 avente, rispetto al riferimento


cartesiano R, matrice associata A € S3 L'iperbole C è equilatera se e soltanto se
G11 + CL22 = 0-
l:|

Esempio 12.10. Nel caso della iperbole C1 considerata nell'Esempio 12.6, il supporto
improprio ha equazione
3x? - 3xå + 8x1x2 = 0
S60 _ 0

per cui i punti impropri di C1 sono POO ER [O, -3, 1] e Qoo ER [O,1,3]. Poichè il centro
C di C1 coincide con l'origine del riferimento 72, gli asintoti sono le due rette CPOO, di
equazione .:z:'+3y = 0, e CQOO, di equazione 3x-y = 0. Si verifichi che esse coincidono
con le polari rrpoo e WQOO rispettivamente.
Si noti inoltre che i due asintoti di C1 risultano tra loro ortogonali: la equazione della
iperbole C1 verifica infatti la condizione della Proposizione 12.39, che caratterizza le
iperboli equilatere.

Q Definizione 12.40. Sia C una conica non degenere di 82. Si dice asse di C ogni
diametro Trpoo di C che sia ortogonale alla direzione individuata dal suo polo POO.
Si dice vertice di C ogni punto di intersezione del supporto proprio Ip (C) con un asse
di C.
Si noti che gli assi di C, essendo particolari diametri, contengono sempre il centro di
C.
La seguente proposizione fornisce il metodo operativo per trovare gli assi (e quindi i
vertici) di una conica.
I Proposizione 12.41. Sia C una conica non degenere di 82 avente, rispetto al
riferimento cartesiano R, matrice associata A € S3(lR); sia M00 il minore comple-
mentare dell'elemento a00 in A. Gli assi di C sono le rette polari dei punti impropri
di 82 individuati dalle direzioni degli autovettori di M00, relativi ad autovalori non
nulli.
In altre parole, la Proposizione 12.41 afferma che un punto POO ER [0, l, m] è polo di
un asse di C se e soltanto se esiste /\ E R - {0} tale che

M@@.<r.>=›.<:.>
Si noti che, poiché M00 € S2 (R), essa ammette sempre due autovalori, eventualmente
coincidenti, con somma delle molteplicità geometriche uguale a due (Teorema 7.19).

Dimostrazione. In base alla Definizione 12.32, la retta polare di un generico punto


improprio POO :R [0, l, m] del piano euclideo 82 ha, relativamente a R, equazione
(CL01l -l- CL02'l7'L) - $0 -l- (CL11l -l- 0,12777.) ° $1 -l- (CL12l -l- CL22'l7'L) - wg I 0
252 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

e pertanto i coefficienti direttori di una retta ortogonale ad essa sono proporzionali


a (a11l + a12m, a12l + aggm). Quindi, la direzione individuata da P00 è ortogonale a
irpoo se e soltanto se esiste /\ € R - {0} tale che
(a11l + 0,12777., Cl,12l -l- Cl,22'lTL) : ›\ ' (l, 777,),

ovvero se e solo se vale la condizione


l:|

Dalla Legge di reciprocità segue facilmente che la retta tangente a una conica C in un
suo vertice V è ortogonale all 'asse contenente V: infatti, detto Trpoo l°asse contenente
V, la Legge di reciprocità (Proposizione 12.33) assicura che P00 € Trv, e quindi che la
polare di V (ovvero la tangente in V a C) ha la direzione ortogonale all°asse (che è
individuata, per definizione di asse, dal suo polo P00).
Come conseguenza delle Proposizioni 12.36 e 12.41, si ottiene poi il seguente risultato,
relativo alla esistenza di assi per i vari tipi di coniche non degeneri.

I Proposizione 12.42. Sia C una conica non degenere di 52.


o Se C è una conica a centro, esistono sempre (almeno4) due assi di C, tra
loro ortogonali, che si intersecano nel centro di C;
o se C è una parabola, essa ammette un solo asse e un solo vertice.

Dimostrazione. Per la Proposizione 12.41, ogni classe di proporzionalità di autovettori


della matrice M00 E S2(]R), relativi a un autovalore non nullo, individua un asse della
conica C.
o Nel caso che C sia una conica a centro, la matrice M00 non può ammettere l'auto-
valore nullo (essendo det M00 çš 0).
Se M00 ha una coppia di autovalori distinti (non nulli), allora esistono esattamente
due punti impropri P100 e P200 le cui rette polari 'rr1:-,oo e rr1:-,oo sono gli unici due assi
di C. Inoltre, poiché il punto improprio Q00 di 'rr1:-,oo individua la direzione ortogonale
a P100, la sua retta polare WQOO, per la legge di reciprocità, contiene P100. Dunque,
WQOO (che è una retta propria in quanto polare di un punto improprio rispetto a una
conica a centro) ha direzione ortogonale al suo polo Q00 e coincide quindi con l°altro
asse Trp2oO di C : ciò prova che i due assi sono tra loro ortogonali.
Se invece M00 ha un solo autovalore (non nullo) di molteplicità due, allora gli autovet-
tori di M00 ad esso associati individuano tutti i punti impropri di 82; tutti i diametri
risultano quindi essere assi di C.
In ogni caso, gli assi si intersecano ovviamente nel centro della conica, perché il centro
appartiene a ogni diametro (e quindi, a ogni asse) di C.
o Nel caso che C sia una parabola, la matrice M00 (avendo det M00 = 0) ammette
sicuramente l”autovalore nullo, con molteplicità uno (perché, se tale molteplicità fosse
due, la matrice A non potrebbe essere regolare); esiste pertanto un unico autovalore
 non nullo, e il punto improprio P00, individuato dagli autovettori di M00, tutti tra
loro proporzionali, relativi a Â, determina l°unico asse Trpoo di C. Infine, poiché l”asse
irpoo è una retta propria contenente il centro (improprio) della parabola C, esso non

4L'unica conica non vuota che ammette più di due assi è la circonferenza, per la quale tutti i
diametri risultano essere assi: si veda anche la successiva Proposizione 12.48.
2. LE CONICHE DEL PIANO EUCLIDEO 253

può essere tangente a C; pertanto, l°asse interseca il supporto I(C) in un ulteriore


punto proprio V, che risulta essere l”unico vertice della parabola.
l:|

Esempio 12.11. Nel caso della iperbole C1 considerata nell'Esempio 12.6, gli autovalori
della matrice M00 sono /\1 = 5 e /\2 = -5, che si ottengono risolvendo la equazione
caratteristica
t- 3 -4 _ 2_ 25 : 0.
det(_4 t+3)_t

Gli autovettori relativi all'autovalore /\1 sono i vettori (l,m) tali che
2 -4 l 0
(_4 8 ) - (m) _ (0) , ovvero l- 2m _ 0,

gli autovettori relativi all'autovalore /\2 sono invece i vettori (l, m) tali che
-8 -4 l 0
(_4 _2) - (m) = (0) , ovvero 2l +m = 0.

I poli degli assi di C1 sono dunque i punti impropri P100 ER [0,2, 1] e P200 E72 [0, 1, -2];
gli assi di C1 sono allora le rette Trploo e 1rp2Oo di equazione:
rrplooz 2x+y=O Trp-200: x-23./=0.
Esempio 12.12. Nel caso della ellisse C2 considerata nell'Esempio 12.6, gli autovalori
della matrice M00 sono /\1 = 2 + \/2 e À2 = 2 - \/2, che si ottengono risolvendo la
equazione caratteristica

d@1(t:1 tì3) =i2-4i+2 = 0.


Gli autovettori relativi all'autovalore /\1 sono i vettori (l,m) tali che
2 1 1 l O
(`/_1+ `/š_ 1) - (nl) = (O), ovvero (\/2+ 1)l +m = 0;

gli autovettori relativi all'autovalore /\2 sono invece i vettori (l, m) tali che

(_`/š+1 _`/%_1)-(T]1)=(É), ovvero (-\/2+1)l+m=0.


I poli degli assi di C2 sono dunque i punti impropri P100 E72 (0, 1 - \/2, 1] e P200 E12
(0, 1 + \/2, 1]; gli assi di C2 sono allora le rette rrploo e 'rrp2°o di equazione:
irplooz -\/2x+(2+\/2)y+5-5\/2:0 ¢rp2oo: \/2.cc+(2-\/2)y+5+5\/2:0.
Esempio 12.13. Nel caso della parabola C3 considerata nell'Esempio 12.6, I'unico
autovalore non nullo della matrice M00 è /\ = 5, essendo

dei (t:21 t:24) = 12 - 51.


Gli autovettori relativi a tale autovalore  sono i vettori (l,m) tali che
4 -2 l 0
(_2 1 ) - (m) = (0), ovvero 2l -m = 0.
254 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

ll polo dell'(unico) asse di C3 è dunque il punto improprio P00 ER [0, 1, 2]; l'asse di C3 è
allora la retta irpoo di equazione:
Trpoo: 5x+10y-2:0.
Si noti che, in alternativa, la direzione del punto improprio P00 può essere determinata
come la direzione ortogonale al centro (improprio) C3 E72 [O,2, -1] della parabola C3 :
infatti, l'asse di C3, essendo un particolare diametro, risulta necessariamente parallelo alla
direzione individuata dal centro.

3. Riduzione a forma canonica delle coniche

Nel presente paragrafo, C denoterà sempre una conica del piano euclideo 82, dotato
di un fissato riferimento cartesiano 73 = (O,
Le proprietà del centro, degli assi e dei vertici, ottenute nel paragrafo precedente,
permettono, nei vari tipi di coniche non degeneri, di potere scegliere sempre un riferi-
mento cartesiano rispetto al quale l'equazìone della conica risulta particolarmente
semplice. Infatti, la proposizione seguente afferma che, fissato opportunamente
il riferimento, la matrice associata è o di tipo diagonale o di tipo “anti-diagonale”
(ovvero, i suoi unici elementi non nulli appartengono alla diagonale secondaria).

I Proposizione 12.43. Sia C una conica non degenere di 82.


(i) Se C è una conica a centro, sia 73 il riferimento cartesiano avente origine
Ö coincidente con il centro di C, e assi coordinati X e Y coincidenti con
una coppia di assi, tra loro ortogonali, di C. Allora, la matrice associata a
C rispetto a 73 risulta di tipo diagonale.
(ii) Se C è una parabola, sia 73 il riferimento cartesiano avente origine Ö coin-
cidente con il vertice V di C, asse Y coincidente con l”asse di C e asse X
coincidente con la tangente in V a C. Allora, la matrice associata a C rispetto
a 73 risulta di tipo “anti-diagonale”.

Dimostrazione. Sia A = (a,;_,~) E S3(ll3) il discriminante di C rispetto a 73.


(i) Se C è una conica a centro, l°asse X (avente equazione x2 = 0 rispetto a 73) è un asse
della conica e quindi deve coincidere con la retta polare della sua direzione ortogonale
Pš E72 (0, 0, 1] (avente equazione ã02x0 +ã12x1 +ã22x2 = 0 rispetto a 73); pertanto si
ha ã02 = ã12 = 0. Analogamente, l°asse Y (avente equazione x1 = 0 rispetto a 73) deve
coincidere con la retta polare della sua direzione ortogonale Pg; E72 (0, 1, 0] (avente
equazione ã01x0 + ã11.:c1 + ã12x2 = 0 rispetto a 73); pertanto si ha ã01 = ã12 = 0.
Dunque la matrice A è di tipo diagonale.
(ii) Se C è una parabola, l'asse X (avente equazione x2 _ 0 rispetto a 73) deve coinci-
dere con la polare del vertice V E72 [1, 0,0] (avente equazione ã00:c0+ã01.:z:'1+ã02x2 = 0
rispetto a 73); pertanto si ha ã00 = ã01 = O. Llasse Y (avente equazione .221 = 0 ri-
spetto a 73) coincide con l°unico asse della parabola, cioè con la retta polare della sua
direzione ortogonale Pš E72 [0, 1, 0] (avente equazione ã01.:c0 + ã11x1 + ã12.:c2 = 0 ri-
spetto a 73); si ha quindi ã01 = ã12 = 0. Infine, poiché il centro C00 E72 [Ã00,Ã01,Ã02]
3. RIDUZIONE A FORMA OANONIOA DELLE CONICHE 255

della parabola è il punto improprio dell°asse Y (avente coordinate omogenee [0,0,1]


rispetto a 73), si ha Ã00 = ã11 - ã22 = O, con Ã02 = -ã11 - ã02 75 0, da cui segue
CL22 =
l:|

La proposizione seguente fornisce il metodo operativo per ottenere, a partire da una


qualunque matrice associata alla conica non degenere C, una matrice di tipo diagonale
o “anti-diagonale” associata a C.

I Proposizione 12.44. Sia C una conica non degenere di 82 e sia A un suo


discriminante, rispetto al riferimento cartesiano 73.
(i) Se C è una conica a centro, allora una matrice di tipo diagonale associata a
C è
d 0 0
D = 0 /\1 0
(0 0 À2
dove À1,/\2 E R sono i due autovalori (eventualmente coincidenti) del minore
M00 di A e d E R - {0} si ricava imponendo det D = det A.
(ii) Se C è una parabola, allora una matrice di tipo “anti-diagonale” associata a

0 0 d'
D'= 0 /\ O
d' O O
dove /\ E R e l'unico autovalore non nullo del minore M00 di A e d' E R-{0}
si ricava imponendo det D' = det A.

Dimostrazione. In virtù della Proposizione 12.21, il discriminante A di C rispetto al


riferimento 73 individuato nella Proposizione 12.43 (di tipo diagonale nel caso (i), di
tipo “anti-diagonale” nel caso (ii)) è tale che
1 0 0 6, 6,
A=tÉ-Â-É, con È: bl eì eå ed E=(2 å)€(92(R)
Ö2 62 eg 61 62

e, per l”Osservazione 12.22, si ha:


det A = det Â.
D°altra parte, se M00 (risp. M00) denota il minore complementare dell”elemento a00
(risp. ã00) in A (risp. in A), si ha:
M00 = tE - M00 ° E, C011 E É

Essendo tE = E_1, ne consegue che M00 e M00 sono simili, ovvero che M00 contiene,
sulla sua diagonale principale, esattamente gli autovalori di M00.
l:|

Come conseguenza delle Proposizioni 12.43 e 12.44, si ottengono le cosiddette equazio-


ni canoniche delle coniche non degeneri di 52 (che, nel caso di coniche reali, coincidono
con quelle del § 4 del Capitolo 10, ottenute intendendo parabola, ellisse e iperbole come
particolari luoghi geometrici del piano):
256 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

I Proposizione 12.45. Sia C una conica non degenere di 82 e sia A una sua matrice
associata, rispetto al riferimento cartesiano 73.

(a) Se C è una parabola, allora esiste un riferimento cartesiano su 82 rispetto


al quale C assume equazione
1
Y = _X2 con p€R+;
212
(b) Se C è una iperbole, allora esiste un riferimento cartesiano su 82 rispetto al
quale C assume equazione
X2 Y2
È-b_2=1 con a,b€R+;

(c) Se C è una ellisse reale, allora esiste un riferimento cartesiano su 82 rispetto


al quale C assume equazione
X2 Y2
a-2+b_2=1 con a,b€R+, aìb;

(d) Se C è una conica vuota, allora esiste un riferimento cartesiano su 82


rispetto al quale C assume equazione
X2 Y2
--l-_:-1 con a,b€R+, aìb.
a2 b2
Dimostrazione. Se C è una parabola, l”equazione indotta dalla matrice “antidiagonale”
D' risulta /\X 2 + 2d' Y = O. Pertanto, moltiplicando per (-2d')"1 e cambiando
eventualmente orientazione all°asse Y del riferimento 73, la equazione di C rispetto a
73 assume la forma del caso (a) (ovvero l'equazìone canonica della parabola, intesa
come particolare luogo geometrico del piano: si veda la formula (3) del § 4 del Capitolo
10), dove p = -%/
Nel caso delle coniche a centro, moltiplicando per (-d)_1, la equazione indotta dalla
matrice diagonale D risulta

Â-X2+È-Y2=1.
-d -d
Allora:
o se /\1 e /\2 hanno segno opposto, la conica è una iperbole (essendo /\1 -
À2 = A00 < 0) e, scambiando eventualmente tra loro llasse X e l”asse Y, la
equazione assume la forma del caso (b) (ovvero l°equazione canonica della
iperbole, intesa come particolare luogo geometrico del piano: si veda la
formula (2) del § 4 del Capitolo 10);
o se /\1 e /\2 hanno lo stesso segno, allora la conica è una ellisse (essendo
À1 - /\2 = A00 > 0). Inoltre, se /\1 e /\2 hanno segno concorde con -d,
l'equazìone assume la forma del caso (c) (ovvero l°equazione canonica della
ellisse, intesa come particolare luogo geometrico del piano: si veda la formula
(1) del § 4 del Capitolo 10); pertanto, l'ellisse è reale. Se invece /\1 e /\2 hanno
entrambi segno discorde con -d, l'equazìone assume la forma del caso (d),
e l”ellisse è vuota. Si noti che in entrambi i casi, per avere a 2 b, occorre
eventualmente scambiare tra loro l”asse X e l”asse Y.
l:|
3. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE CONICHE 257

Si noti che, nel caso della ellisse, il segno di d coincide con il segno di det A (infatti,
per la Proposizione 12.44(i), si ha det A = d- /\1 - /\2 = d- A00); quindi, una conica
C è una ellisse reale (risp. una ellisse vuota) se e soltanto se, in qualunque matrice
A associata a C, il minore M00 ammette due autovalori, entrambi di segno discorde
(risp. concorde) con det A.
In realtà, esiste un criterio alternativo per riconoscere le coniche a supporto vuoto,
anche senza determinare gli autovalori del minore M00 :

I Proposizione 12.46. Una conica C di 52 ha supporto vuoto se e solo se, in qua-


lunque matrice A associata a C, si ha A00 > 0 e a22-det A > 0 (o, equivalentemente,
CL11 - dêt A >

Dimostrazione. sufficiente provare che le condizioni scritte sono equivalenti a ri-


chiedere che /\1, À2 (autovalori del minore M00) siano entrambi di segno concorde con
det A. In effetti, essendo À1 - /\2 _ det M00 = A00, /\1 e À2 sono concordi se e solo
se /\1 - /\2 = A00 > 0 (cioè C è un”ellisse) e, in tal caso, da A00 = a11 - a22 - (a12)2 > 0
segue che anche a11 e a22 sono concordi. Da a11 + a22 = /\1 + /\2 (uguaglianza delle
tracce di due matrici simili: si veda la Proposizione 7.8), si deduce perciò che, nel
caso in cui C sia una ellisse, a11, a22, /\1 e /\2 sono tutti concordi. La tesi risulta cosi
provata.
Cl

> Osservazione 12.47. La Proposizione 12.46 è diretta conseguenza del Criterio di


Sylvester dimostrato in Appendice B (Proposizione B.15 con relativa nota). Infatti,
ricordando l°Osservazione 12.23, il supporto di una conica è vuoto se e solo se la sua
matrice associata è definita (positiva o negativa).

Si noti poi che la equazione canonica di una conica C ha i coefficienti di X2 e di Y2


coincidenti se e solo se, in qualunque matrice A associata a C, il minore M00 ammette
due autovalori coincidenti; ciò permette di ottenere la seguente caratterizzazione delle
circonferenze all”interno delle coniche del piano euclideo:

I Proposizione 12.48. Una conica C di 52 è una circonferenza se e soltanto se, in


una qualunque matrice associata A, si ha

M00 :(3 É), con À-detA<0.

l:|

Esempio 12.14. ln base alla Proposizione 12.44 (caso (i)), una matrice di tipo diagonale
associata alla iperbole C1 considerata nell'Esempio 12.6 è

d 0 0
D = 0 -5 0 ,
0 0 5

con det D = -25d = det A1 = -50, da cui segue d = 2.


258 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Allora, una equazione canonica di C1 è


X2 Y2
-5X2+5Y2+2=0, ovvero †-7:1.
5 5
Esempio 12.15. ln base alla Proposizione 12.44 (caso (ii)), una matrice di tipo anti-
diagonale associata alla parabola C3 considerata nell'Esempio 12.6 è
004'
D'=050,
d'00
con det D' = -5d'2 = det A3 = -1, da cui segue d' = :l:%. Allora, una equazione
canonica di C3 e
2 5 5
5X2 - iY = 0, ovvero Y = iX2.
\/E 2

Le equazioni canoniche delle coniche non degeneri permettono di ricavare facilmente


alcune proprietà del supporto proprio che, essendo indipendenti dal riferimento scelto,
possono essere formulate in termini generali. Per la nozione di fuoco di una conica
non degenere reale, si veda il § 4 del Capitolo 10.

I Proposizione 12.49. Sia C una conica non degenere di 82. Allora, ogni asse di C
è asse di simmetria5 per il supporto proprio Ip(C).
Inoltre:
o se C è una conica a centro, il centro C è centro di simmetria per il supporto
proprio Ip (C);
o se C è una ellisse reale, ogni asse di C contiene due vertici, e ifuochi di C
appartengono all'asse in cui la distanza tra i vertici è maggiore (detto asse
maggiore o asse focale);
o se C è una iperbole, un asse di C (detto asse trasverso o asse focale) contiene
due vertici, mentre l'altro asse (detto asse non trasverso) non interseca I(C );
ifuochi di C appartengono all'asse trasverso.
l:|

È evidente poi che, per quanto già visto nel § 4 del Capitolo 10, le equazioni canoniche
delle coniche non degeneri permettono di ricavare facilmente le coordinate dei fuochi
e, nel caso della parabola, la equazione della direttrice 5.

I Proposizione 12.50. Sia C una conica non degenere di 82 e sia 73 il riferimento


cartesiano in cui C assume equazione canonica. Allora:
1
0 se C è una parabola di equazione canonica Y = 2-X2, con p > 0, si ha:
P
_ P P

5Ciò significa che per ogni asse r di C e per ogni punto P G Ip (C), anche P' G Ip (C), ove
P' = sr (P) indica il simmetrico di P rispetto alla retta r (Definizione 9.59).
3. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE CONICHE 259

. . . . X2 Y2
o se C è una ellisse (reale) di equazione canonica É + b_2 = 1, con a 2 b,
si ha:
F1 E72 (-\/ a2 - b2,0) F2 E72 (+\/ a2 - b2,0);

. . . . . X2 Y2 .
o se C e una iperbole di equazione canonica T - Ö? = 1, si ha:
a
F1 E72 (-\/ a2 + b2,0) F2 E72 (+\/ a2 + b2,0).
l:|

Poichè le distanze tra i punti notevoli del supporto di una conica (non vuota) non
dipendono dal riferimento cartesiano scelto, è possibile risalire, attraverso la Proposi-
zione 12.50, alle coordinate dei fuochi (e, nel caso della parabola, alla equazione della
direttrice) rispetto a qualunque sistema di riferimento.
Il procedimento si svolge nei seguenti passi, a partire dalla equazione della conica non
degenere C rispetto al riferimento cartesiano 73:
1) Se C è una conica a centro (risp. una parabola), si determinino, rispetto
a 73, le coordinate del centro C (risp. del vertice V) e l'equazìone dell°asse
focale (risp. dell'asse) 'F di C;
2) si determini l”equazione canonica di C e si calcoli la distanza c = d(C, F2)
(risp. È = d(V,
3) si scriva, rispetto a 73, l”equazione della circonferenza di centro C (risp. V)
e raggio c (risp. g), e si determinino le sue intersezioni H1 e H2 con l'asse
r.
A questo punto:
o Se C è una conica a centro, H1 e H2 sono esattamente i due fuochi di C.
o Se C è una parabola, i due punti H1 ed H2 sono uno il fuoco F di C, e l°altro
l°intersezione H tra l°asse F e la direttrice 5 di C : per distinguerli, basta
osservare che la retta ortogonale a F passante per F (risp. per H) ha
due intersezioni distinte con I(C ) (risp. non interseca I(C

Si noti infine che, nel caso delle iperboli equilatere, esiste una ulteriore scelta del
sistema di riferimento, che porta a una equazione di forma particolarmente semplice:
_)
A/ /\//«-1

I Proposizione 12.51. Sia C una iperbole equilatera di 5 2 . Se 73 = (0,13) è il rife-


rimento cartesiano avente origine nel centro di C e avente assi coordinati coincidenti
con gli asintoti (tra loro ortogonali) di C, allora la equazione di C rispetto a 73 risulta
del tipo
XY = kr, con l~c€R-{0}.
III

La equazione descritta nella Proposizione 12.51 viene usualmente detta equazione


canonica riferita agli asintoti della iperbole equilatera C, e può essere facilmente otte-
nuta a partire da una qualunque equazione associata a C, osservando che, se r1 e r2
sono gli asintoti della iperbole equilatera C, allora d(P,r1) - d(P,r2) = |l<:|, per ogni
punto P € I(C).
260 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

4. Fasci di coniche

Nel presente paragrafo, considereremo sempre coniche del piano euclideo 82, dotato
di un fissato riferimento cartesiano 73 = (C,

Q Definizione 12.52. Date due coniche distinte (degeneri o non degeneri) C1 e C2


del piano euclideo 8 2, aventi rispettivamente equazioni omogenee
2 2
C1 .. È I
a,-J-sc,-:1:_, _ 0
_ C2 .. 2 H
a.,,-az',-arj _ 0
_
iJ=0 iJ=0
rispetto a un fissato riferimento cartesiano 73, si dice fascio di coniche individuato da
C1 e C2 l°insieme .7-`(C1,C2) di coniche aventi, rispetto a 73, equazioni omogenee

2 2

/\ Z ag]-az,-x_,-5 + /.L ag,-ar,-xj = 0, con (À,/.i) € R >< R- {0,0}.


iJ=0 iJ=0

Si noti che il fascio .7-'(C1, C2) contiene infinite coniche (al variare degli scalari /\ e pi),
ma che coppie (/\, ,a) proporzionali individuano la stessa conica. Ad esempio, ogni
coppia (0, ,a) (con ,a E R - individua la conica C2 € .P(C1,C2). Inoltre, se C3 e C4
sono due coniche distinte del fascio .7-'(C1,C2), si ha che .7-`(C3,C4) = .7-`(C1,C2).

I Proposizione 12.53. Sia .7-'(C1,C2) un fascio di coniche del piano euclideo 52.
Per ogni punto P 62 I(C1) FìI(C2), esiste una e una sola conica C € .7-`(C1,C2), tale
che P 6 I

Dimostrazione. sufficiente osservare che, sostituendo le coordinate cartesiane omo-


genee di P nella equazione omogenea del fascio, i coefficienti dei parametri À e ,a
non possono essere contemporaneamente nulli (perché P §É I(C1) Fi I(C2)); quindi, i
parametri À e u devono verificare una equazione lineare omogenea di rango uno, le cui
soluzioni (che sono ool, tutte multiple di una qualunque fissata non nulla) individuano
tutte la medesima conica. U

Le seguenti osservazioni consentono di scrivere con facilità l°equazione di un fascio di


coniche individuato da particolari condizioni. Per semplicità, indicheremo con XY la
retta (eventualmente impropria) del piano euclideo 52 passante per i punti distinti
(propri o impropri) X , Y € 82.

Fasci del I tipo. L'insieme delle coniche passanti per quattro punti distinti
A,B,C,D € 82, a tre a tre non allineati, è un fascio di coniche .F1 di 82.

Inoltre , se C1 e C2 sono due delle tre coniche degeneri, il cui supporto è rispettivamente
costituito da
AB u CD, Ac u BD, AD u Bo,
allora .7-31 = .7-`(C1,C2) (Figura 12.2).
4. FASCI DI CONICHE 261

`\D C_/'/
_ _ _ _ _ _ _ _; 1________ _/
` Z' _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ ~ _ - _ -_

\ _,~
` /
\ v/'

`/
ìì 4/\

` .
\` _/ \
`\ ./ \

u
/' `~ ìì
\
Z \

/' A `- ì
ì
\`\
\
\
`
\
\
\
. -`
`
\ “~ -`
¬-_
\ \
¬-.
\ - ¬-._

Figura 12.2

Esempio 12.16. Nel completamento proiettivo del piano euclideo 52 - in cui è fissato
un riferimento cartesiano 73 - siano dati, ad esempio, i punti

AER ]1,1,0], B57; ]1,0,1], CER ]1,-1,0], DER ]1,0,-1].

Una volta verificato che tali punti sono a tre a tre non allineati, si considerino la conica
(degenere) C1 di equazione omogenea

(970 + €131 + $2)("$0 + «T1 + -732) = 0,

il cui supporto è costituito da CDLJAB, ela conica (degenere) C2 di equazione omogenea

51711132 I 0,

il cui supporto è costituito da BD LJ AC.


ll fascio .F1 costituito dalle coniche passanti per A, B, C, D ha quindi equazione omogenea:

.7-31 : /\(x0 + x1 + 5122)(-:120 + x1 + 51:2) + ux1x2 = 0.

Fasci del II tipo. L'insieme delle coniche passanti per tre punti distinti A, B , C,
non allineati, di 82 e aventi quale tangente in A una fissata retta r, è un fascio di
coniche .P2 di 82.

Inoltre, se C1 (risp. C2) è la conica degenere il cui supporto è costituito da AB LJ AC


(risp. r LJ BC), allora .P2 = .7-`(C1,C2) (Figura 12.3).
262 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

\
* \ C .--' -f'
\ .-"T
\

~A
\
\
.

f\

r B̀
\

Figura 12.3

Esempio 12.17. Nel completamento proiettivo del piano euclideo 52 - in cui è fissato
un riferimento cartesiano 73 - siano dati, ad esempio, i punti

AER ]1,1,0], BER ]1,0, 1], CER ]I,-1,0]

ela retta r: x0-a:1=0.


Una volta verificato che A,B, C non sono allineati e che A E r, si considerino la conica
(degenere) C1 di equazione omogenea

S122(-.C170 + S171 + S172) : 0,

il cui supporto è costituito da ACLJ AB, e la conica (degenere) C2 di equazione omogenea

($0 _ $1)($0 + $1 _ $2) = 0›

il cui supporto è costituito da r .J BC.


ll fascio .P2 costituito dalle coniche passanti per A,B,C e tangenti in A a r ha quindi
equazione omogenea:

.7-32: /\.:c2(-x0 + x1 + x2) + /i(x0 - a:1)(.:c0 + :1:1 - :C2) = 0.

Fasci del III tipo. L'insieme delle coniche passanti per due punti distinti A, B €
8 2, e aventi quale tangente in A una fissata retta r e quale tangente in B una fissata
retta s (con r 75 s), è un fascio di coniche .7-33 di 52.

Inoltre , se C1 (risp. C2) è la conica degenere il cui supporto è costituito dalla retta
AB “contata due volte” (risp. da r LJ s), allora .F3 = .7-`(C1,C2) (Figura 12.4).
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 263

I/
//
*M
:B
S

I/
I/ I
I/ A
I/
I/
1/

Figura 12.4

Esempio 12.18. Nel completamento proiettivo del piano euclideo 52 - in cui è fissato
un riferimento cartesiano 73 - siano dati, ad esempio, i punti
Aš13]1,1,0], B57; [1,0,1]
e le rette
r:x0-a'1=0, s:a:°0-x2=0.
Una volta verificato che A E r e B E s, si considerino la conica (degenere) C1 di equazione
omogenea
($0 _ $1)($o _ w2) = 0»
il cui supporto è costituito da r LJ s, e la conica (degenere) C2 di equazione omogenea
(_$0 + $1 + $2)2 = 0,
il cui supporto coincide con la retta AB (contata due volte).
ll fascio .P3 costituito dalle coniche passanti per A,B e tangenti in A a r e in B a s ha
quindi equazione omogenea:
.7-33: /\(a:0 - a:1)(x0 - 1122) + /1.(-x0 + x1 + x2)2 = 0.

5. Le quadriche dello spazio euclideo

Nel presente paragrafo, estenderemo alla dimensione tre i concetti e i risultati esposti
nel § 2 per la dimensione due. Supponiamo dunque che 83 sia uno spazio euclideo di
dimensione tre, in cui è fissato un riferimento cartesiano 73 = (0,13).

Q Definizione 12.54. Considerata una generica equazione algebrica di secondo grado


nelle coordinate at, y e z:
(*) a11.:z:'2+a22y2+a33z2+2a12xy+2a13aiz+2a23yz+2a01x+2a02y+2a03z+a00 = 0,
con am- € R per ogni i, j € {0, 1, 2, 3), diremo che tale equazione rappresenta, rispetto
al riferimento cartesiano 73, una quadrica dello spazio euclideo 83.
264 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Inoltre, diremo che due equazioni a11a:2 + a22y2 + a33z2 + 2a12xy + 2a13.:cz + 2a23yz+
+2a01.:c + 2a02y+ 2a03z + a00 = 0 e aá1x2 +a§2y2 + a§,3z2 + 2a'12xy+ 2a'13.:z:'z + 2a§3yz+
+2a(,1.:c + 2a(,2y + 2a(,3z + aßo = 0 rappresentano, rispetto a 73, la stessa quadrica di
83 se e soltanto se esiste /\ € R - {0} tale che agg- = /\ - a,-_, Vi,j € {0, 1, 2, 3}.

Si noti che, in base alla Definizione 12.54, ogni quadrica Q di 83 è rappresentata -


rispetto a 73 - da infinite equazioni algebriche di secondo grado, tutte proporzionali
tra di loro; usualmente, si dice che l'equazione di Q rispetto a 73 è definita a meno di
un coefiìciente di proporzionalità (non nullo).
Le quadriche sono dunque il corrispondente tridimensionale delle coniche del piano
euclideo 8 2. Pertanto, possono essere estese alle quadriche molte delle definizioni date
per le coniche nel § 2.

Q Definizione 12.55. Data una quadrica Q di 53 di equazione (*), si dice supporto


proprio (o immagine propria) di Q l'insieme Ip(Q) dei punti dello spazio 83 le cui
coordinate - rispetto a 73 - verificano una (e quindi tutte) le equazioni di Q :

ZP(Q) = {P ER ($› y, Z) | CL11$2 + CL22y2 + @3322 + 2¢L12$Z/ + 20«13-112 + 2CL23yZ+


_l_ 20.01.23' + 2CL()2y _l_ 2CL03Z _l_ CLQQ = 0).

Si noti che, come per le coniche, l°immagine Ip(Q) non è in generale sufiìciente a
individuare la quadrica Q.
Se si suppone di ampliare proiettivamente lo spazio euclideo 83, denotando con
[x0, 2:1, 2:2, x3] una quaterna di coordinate cartesiane omogenee dei suoi punti (propri
e impropri) rispetto al riferimento cartesiano 73, allora la equazione origina, in
coordinate omogenee, la equazione omogenea della quadrica Q, che si può scrivere
sinteticamente come:
3
(›i<›i<) 2: a,-j.a:,-x,- = 0.
i,j=0

Q Definizione 12.56. Data una quadrica Q di 53 di equazione omogenea (**), si dice


supporto improprio (o immagine impropria) di Q l°insieme I00(Q) dei punti impropri
dell°ampliamento proiettivo di 53 le cui coordinate cartesiane omogenee - rispetto a
73 - verificano una (e quindi tutte) le equazioni omogenee di Q :

Z<><>(Q) = {P<><> E12 l0›€U1›«'I/`2›$3l l 0›11(i1?1)2 + G22(-íU2)2 + G33(-fU3)2+


-l- 2(I.12$1.íl§'2 -l- 2(I,13.íl71$3 -l- 2Cl,23$2$3 =

Si dice poi supporto (o immagine) di Q l'insieme

1(Q)= 1P(Q)U1<><>(Q)-

Nel seguito, con abuso di linguaggio e per semplicità di notazioni, identificheremo


spesso la quadrica Q con il suo supporto.

Q Definizione 12.57. Data una quadrica Q di 83 di equazione (o di equazione


omogenea si dice matrice associata a Q (o discriminante di Q) rispetto al
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 265

riferimento cartesiano 73 la matrice simmetricaô


G00 G01 G02 G03
G01 G11 G12 G13
A = e S.1(R)
G02 G12 G22 G23
\G03 G13 G23 G33 /

Tramite la matrice associata a Q, è possibile scrivere in forma matriciale le equazioni


(*) G (**) di QI
1
(*) (1 .ic y z) -A- = 0 (o, più sinteticamente, t(u) - A- = 0);

G0
(>i<>i<) (x0 .221 .222 x3) DE- ( G1 ¬= 0 (o, più sinteticamente, = 0)

/_ ëšëš CON) \¢

La proposizione seguente ci permette di sapere, in perfetta analogia a quanto visto per


le coniche, come cambia la matrice associata a una quadrica (e quindi, anche la sua
equazione e la sua equazione omogenea) al variare del sistema di riferimento fissato.

I Proposizione 12.58. Sia Q una quadrica di 83 avente, rispetto al riferimento


cartesiano 73, matrice associata A E $4(R). Se 73' è un altro riferimento cartesiano
su 83, e
at' eì eš eš m bl eì eå eš
y/ _
_ el2 e22 e32 - y + b2 , con _
E _ el2 e22 e32 € (')3(R),
z' eã* eg eš z b3 ef: eg' eg
sono le equazioni del cambiamento di riferimento da 73 a 73', allora la quadrica Q ha,
rispetto a 73', matrice associata A' tale che
1 0 0 0
_ _ _ 1 1 1 1
A=*E-A'-E, con E: 22 eGL4(1Re_).
\b3 eff eg' eg/

Dimostrazione. Si procede in modo perfettamente analogo a quanto fatto per dimo-


strare la Proposizione 12.21
l:|

P Osservazione 12.59. Con le notazioni della Proposizione 12.58 e in totale analogia


con l°Osservazione 12.22, dalla ortogonalità di E segue det A = det A' . Si ricordi
tuttavia che anche la matrice A' associata a Q rispetto a 73' risulta definita a meno
di un coefficiente di proporzionalità non nullo.

6Si noti che anche la matrice associata a Q, come l'equazìone e l'equazìone omogenea, risulta
definita a meno di un coefficiente di proporzionalità non nullo.
266 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

P Osservazione 12.60. Anche per le quadriche, come per le coniche, possono essere
fatte le considerazioni riportate nella Osservazione 12.23, semplicemente sostituendo
R3 con R4. Pertanto, l”ambiente più opportuno per definire le quadriche appare essere
l”ampliamento proiettivo dello spazio euclideo e, in tale contesto, una quadrica risulta
individuata da una classe di proporzionalità di forme quadratiche.

Dalla Proposizione 12.58 si deduce la seguente proposizione, la cui dimostrazione è


perfettamente analoga a quella della Proposizione 12.24.

I Proposizione 12.61. Tutti i discriminanti di una stessa quadrica Q hanno lo


stesso rango.
l:l

Per rango Q(Q) di Q si intenderà il rango di un suo qualsiasi discriminante.

Q Definizione 12.62. Una quadrica Q di 53 si dice non specializzata o non degenere


se Q(Q) = 4. In caso contrario, si dice che Q è una quadrica specializzata o degenere
di 83. Le quadriche di rango 1 o 2 sono anche dette riducibili.
Quindi, se A è un discriminante di Q, si ha che Q è degenere se e solo se det A = 0.

D Osservazione 12.63. Non è difficile verificare che noti sottoinsiemi dello spazio
euclideo (in particolare: piani e unioni di due piani) risultano essere il supporto di
opportune quadriche riducibili:
0 se vr è un piano di 53 avente equazione omogenea aw1 + ba:2 + cx3 + dx0 = 0
rispetto a un fissato riferimento cartesiano 73, allora
(aw1 + ba:2 + cx3 + da:0)2 = 0
è la equazione di una quadrica riducibile Q di 53, il cui supporto I(Q) è
costituito da tutti e soli i punti del piano 'rr (che si dice “contato due volte ”);
o se ir e ir' sono due piani distinti di 53 aventi rispettivamente equazioni omo-
genee a':c1 + b'a:2 + c'a:3 + d'x0 = 0 e a"a:1 + b"a:2 + c"x3 + d"x0 = 0 rispetto
al riferimento cartesiano 73, allora
(a'x1 + b'x2 + c'a:3 + d'm0) - (a"x1 + b"a:2 + c"x3 + d".:c0) = 0
è la equazione di una quadrica riducibile Q di 53, il cui supporto I(Q) è
costituito da tutti e soli i punti dei piani rr e '/T'.
In realtà tali sottoinsiemi, uniti alle singole rette di 53, esauriscono tutti i possibili
supporti di una quadrica riducibile dello spazio euclideo. E infatti possibile dimostrare
che, se Q è una quadrica riducibile di 83, allora è verificata una (e una sola) delle
seguenti affermazioni:
o esiste un piano (proprio o improprio) rr di 53 tale che I(Q) = Tr;
o esistono due piani distinti ir e Tr' di 53 (di cui uno eventualmente coincidente
con il piano improprio), tali che I(Q) = rr LJ 1r';
0 esiste una retta (propria o impropria) r C 53 tale che I (Q) = r.
Nel primo caso si ha g(Q) = 1, mentre nel secondo e nel terzo caso si ha g(Q) = 2.
Se invece Q è una quadrica di 83 avente rango 3, allora è verificata una (e una sola)
delle seguenti affermazioni:
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 267

o I(Q) è una unione di rette, dette generatrici di Q, passanti per un punto V


(proprio o improprio) detto vertice di Q;
0 esiste un punto (proprio o improprio) V 6 83, detto vertice di Q, tale che
HQ) = {V}-
Le quadriche degeneri di 83 aventi rango 3 sono dette coni (risp. cilindri) se il vertice
è proprio (risp. improprio). Si ricordi, in questo contesto, la genesi storica del termine
“coniche” attribuito alle curve di un piano euclideo che risultano dall°intersezione di
tale piano con un cono (§4 del Capitolo 10, Figura 10.5).

Le quadriche si suddividono innanzitutto in reali, se I(Q) 75 (ll, e vuote (o immagina-


rie), se I (Q) = ill. Si osservi che una quadrica degenere è sempre reale.
Come per le coniche di 82, per distinguere le quadriche reali da quelle immaginarie
si può osservare che Q è reale se e solo se un suo qualunque discriminante A è non
definito (Definizione B.13) e applicare quindi il Criterio di Sylvester (Proposizione
B.15). In alternativa, si può attendere la Proposizione 12.86.

Esaminiamo ora le intersezioni di I (Q) con rette e piani di 53.

I Proposizione 12.64. Se Q è una quadrica di 53 e r è una retta (propria o


impropria) di 83 non contenuta nel supporto di Q, allora l'intersezione di r con Q è
costituita da uno dei seguenti sottoinsiemi di 53 :
- due punti distinti;
- un solo punto;
- l'insieme vuoto.
Dimostrazione. Se r è una retta propria, si può supporre che r sia l°asse si di un
riferimento cartesiano 73, ovvero la retta rappresentata dalle equazioni omogenee 9:2 _
0 e x3 = 0. Se A è un discriminante di Q rispetto a 73, allora i punti di intersezione di
r con Q hanno coordinate cartesiane omogenee [a:0,a¢1, 0,0] che verificano l°equazione
di secondo grado:

(#) G11($1)2 + 2G01$0G?1 + G00(-G?0)2 = 0-


Poichè r non è contenuta in Q, l°equazione (#) non può essere identicamente soddisfat-
ta (cioè i coefficienti a00, a01, a11 non possono essere tutti nulli): dunque, supponendo
di ricavare una incognita in funzione dell°altra, l'equazìone (#) ammette due, una o
zero soluzioni reali a seconda che % = (a01)2 - a00 - a11 sia rispettivamente positivo,
nullo o negativo. Un analogo ragionamento prova l°enunciato nel caso in cui r sia una
retta impropria, scegliendo il riferimento cartesiano 73 in modo che r sia rappresentata
dalle equazioni omogenee x0 = 0 e x3 = 0.
l:|

Q Definizione 12.65. Sia Q una quadrica di 53 e r una retta di 83. Si dice che:
(a) r è tangente a Q se l”intersezione di r con Q è costituita da un solo punto
oppure se r è contenuta nel supporto di Q;
/5
r è secante Q se l°intersezione di r con Q è costituita da due punti distinti;
Fo* r è esterna a Q se l°intersezione di r con Q è vuota.
\./\./
268 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

P Osservazione 12.66. Data una quadrica Q di 5 3, l°intersezione del supporto di Q


con un qualsiasi piano (proprio o improprio) rr di 5 3 è il supporto di una conica di rr,
che sarà indicata con Q Fi rr. In particolare, il supporto improprio I00(Q) è supporto
della conica Q00 = Q Fi rr00, intersezione di Q con il piano improprio rr00 di 5 3; Q00
sarà detta anche conica impropria o conica all 'infinito di Q.
Se rr è un piano proprio, la proprietà può essere facilmente verificata scegliendo il
riferimento 73 in modo che l°equazione di Tr sia x3 = 0; se infatti A è un qualunque
discriminante di Q rispetto a 73, il supporto di Qíìrr è costituito dai punti di 5 3 le cui
coordinate cartesiane omogenee [m0, x1, x2, 0] soddisfano l'equazìone di secondo grado
omogenea:

(>l<>l<) CL11 ($1)2-l-0,22 (.ílZ'2)2-l-2C1,12$1.íU2-I-2CL()1LU0LU1-l-ZCLQQQZOQZQ-l-0,00 ($0)2 =

Se invece rr è il piano improprio rr00, avente equazione x0 = 0 rispetto a un qualunque


riferimento cartesiano di 53, un analogo ragionamento prova che il supporto improprio
I00(Q) è supporto della conica impropria di Q, il cui discriminante è costituito dal
minore complementare M00 dell”elemento a00 nella matrice A.

Q Definizione 12.67. Sia Q una quadrica non degenere di 53 e rr un piano di 53. Si


dice che:

/5 \/
Tr è tangente a Q se Q Fi Tr è una conica degenere;
( ) Tr è secante Q se Q Fi Tr è una conica non degenere reale;
( oO"9>) Tr è esterno a Q se Q Fi Tr è una conica (non degenere) vuota.

D Osservazione 12.68. Se il piano Tr è tangente a Q, allora la conica (degenere)


intersezione Q Fi rr ha rango 2 : il suo supporto è pertanto costituito da un solo punto
o dalla unione di due rette distinte.
Infatti, con le notazioni dell°Osservazione 12.66, un discriminante di Qfìrr è un minore
di ordine tre del discriminante A di Q. Poichè Q è non degenere, si ha Q(A) = 4; d°altra
parte, se M è un minore di ordine n - 1 in una matrice A di ordine n, si ha

@(M) 2 0(/1)_ 2-
Dunque la conica Q Fi rr ha rango 2.

P Osservazione 12.69. Si ricordi che, se A 6 GL4(R), il sistema lineare normale


A - = (0) ammette come soluzione solo la quaterna nulla. Pertanto, se Q è
una quadrica non degenere di 5 3, A è un suo discriminante rispetto a 73 e P E72
[y0, y1, y2, y3] è un punto (proprio o improprio) di 53, l°uguaglianza

yo
(IQ SU1 .€82 = 0

H3
costituisce un°equazione lineare omogenea in cui i coefficienti delle incognite x0, x1, x2,
x3 non sono tutti nulli e rappresenta quindi un piano di 5 3. Inoltre, il generico piano
di equazione ax1 + bw2 + cx3 + dx0 = 0 coincide con il piano di equazione (%) se e
5. LE QUADRIOHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 209

solo se la quaterna (y0, y1, y2, y3) soddisfa la condizione

*Qo

A- p(j,conp7š0.

93 Ovââ.

Tale condizione, fissato p 75 0, costituisce un sistema lineare normale e ammette


dunque una e una sola soluzione (non nulla); inoltre, al variare di p 75 0, si ottengono
come soluzioni quaterne proporzionali.

L”Osservazione 12.69 consente di dare la seguente:

Q Definizione 12.70. Sia Q una quadrica non degenere di 53, avente A come matrice
associata rispetto al riferimento cartesiano 73. Se P *R y0,y1,y2,y3] è un punto
(proprio o improprio) di 53, si dice piano polare rrp di P rispetto alla quadrica il
piano (proprio o improprio) di equazione omogenea

yo
(IO LU1 LU2 583) - A ' yl I
YJ2
93

Per l'Osservazione 12.69, l°applicazione Tr che a P associa Trp è una biiezione tra i
punti del completamento proiettivo 733 dello spazio euclideo e i suoi piani. In altri
termini, per ogni piano Tr (proprio o improprio) di 53, esiste uno e un solo punto P
(proprio o improprio), il cui piano polare sia Tr. Tale punto è detto polo di rr.
Si osservi che P 6 rrp se e solo se P 6 I(Q).

Esempio 12.19. Consideriamo, nello spazio euclideo 53, dotato di un riferimento


cartesiano 73, la quadrica avente equazione:
Q1 : x2-8y2+8yz-2z2+2z=0.
Un discriminante di Q1, rispetto a 73, è

Oi-i
A1 : -3 4 5
OO›-Iš -2
poiché det A1 = 8 75 0, la quadrica Q1 è non degenere. Rispetto a Q1, il piano polare
del punto P E72 (1, 1, 0, 1] ha, relativamente a 73, equazione omogenea

(x0 x1 x2 x3) _8 4 = 0, cioè x0 + x1 + 4902 - x3 = 0.

i-\OOO CO1-iO OO›-l> Oi-i[Q LM/›-›ooo i-›O›-i -›

Se Tr è il piano avente, rispetto a 73, equazione omogenea x3 = 0, le coordinate omo-


genee del suo polo P', rispetto alla quadrica Q1, possono essere ottenute mediante il
270 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRIOHE

procedimento descritto nell'Osservazione 12.69. Posto infatti

_ i-27 l\y3/i» l\1/oi


CD

Oi-1 QÈQÈ i-*O


ih l-'
` J
_ -3 4 ` 32 _ 'O 0 °
\ 7 \
QÈQÈQÈQÈ 0010+-*(3 i-\©©© OO›-iO COi-lš

e scegliendo, come valore non nullo di p, p = 1, si ottiene come soluzione del sistema
lineare normale (usando ad esempio le formule di Leibniz-Cramer):

y0:1› y1:0a y2:01

ll polo di rr è dunque il punto P I :R


_
]1,0,0, 0].
Si noti che si ha P 6 rrp, mentre P' 6 rrpf; infatti, P 6 I(Q1), mentre P' 6 I(Q1).

I Proposizione 12.71. Sia Q una quadrica non degenere dello spazio euclideo, e
siano P, Q due punti di 53. Si ha che:
o Q 6 rrp se e solo se P 6 TFQ. (Legge di reciprocità)
o Se P è un punto del supporto I(Q), allora il piano polare Trp di P rispetto
a Q è costituito da tutti e soli i punti P' di 53 tali che la retta per P e P'
è tangente a Q in P.

Dimostrazione. Se P E7; [y0, y1, y2, y3] e Q E72 [z0, z1, z2, z3], allora si ha che:

(Qëffp <=> t(2)°A°(y) = 0) G (Pëffo *R t(y)'A°(2) = 0)-


La Legge di reciprocità segue quindi dalla simmetria della matrice A.
Supponiamo ora che P 6 I (Q); la retta r per P e per un secondo punto P' çé P risulta
tangente alla quadrica in P se e solo se P è l°unico punto di intersezione tra r e I(Q),
oppure r è tutta contenuta in I(Q). Se P E13 [y0,y1,y2,y3] e P' E72 [z0,z1, z2, z3],
allora tutti e soli i punti della retta r hanno, rispetto a 73, coordinate cartesiane
omogenee [/\y0 + ,az0, /\y1 + ,az1, /\y2 + ,az2, /\y3 + ,uz3], al variare dei parametri reali
(non entrambi nulli) À, ,Li (Proposizione 12.14); i punti di intersezione tra r e I (Q)
corrispondono dunque alle soluzioni della equazione di secondo grado

t(›\y + uz) ~ A- (Ày + /42) = 0.


che equivale a

/\2t(y) -A- (y) +2À/f(2) ~/1° (y) +/4272) - A- (2) = 0-


La ipotesi P 6 I(Q) assicura che il coefficiente di À2 è sempre nullo. Se l'equazìone
ha anche gli altri due coefficienti nulli, allora è soddisfatta per ogni coppia (/\, ,11),
e dunque r è contenuta in I(Q); in caso contrario, l”equazione ammette una sola
soluzione (corrispondente alla coppia (/\,1i) = (1, 0), ovvero al punto di tangenza P)
se e soltanto se anche il coefficiente di Àu si annulla. Ciò implica che r è tangente alla
quadrica se e soltanto se

iz)-4~<y> = 0.
cioè se e soltanto se il punto P' appartiene al piano polare rrp di P.
l:|
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 271

P Osservazione 12.72. Il piano polare Trp di un punto P del supporto I(Q) è l”unico
piano tangente a Q passante per P. Infatti, per la Proposizione 12.71, il supporto
della conica intersezione Q Fi rrp è costituito dal solo punto P o da un°unione di rette:
dunque Q Fi Trp è degenere e rrp è un piano tangente a Q (Definizione 12.67(a)). Se
poi rr' è un piano tangente a Q passante per P, allora la conica intersezione Q Fi rr'
è costituita da un solo punto o dall°unione di due rette r e s (Osservazione 12.68).
Sia dunque P' un punto di rr' diverso da P: se P' 6 r U s la retta PP' è contenuta
in I(Q), altrimenti PP' interseca I (Q) nel solo punto P, ed è dunque, in ogni caso,
tangente a Q in P. Quindi rr' = rrp (Proposizione 12.71).

P Osservazione 12.73. Si noti che, se P non appartiene al supporto I(Q), allora il


piano polare Trp di P rispetto a Q interseca I(Q) nei punti di contatto tra la quadrica
e le (eventuali) rette tangenti alla quadrica passanti per P.

Le quadriche reali possono essere suddivise in base alla seguente

Q Definizione 12.74. Un punto P 6 I(Q) è detto:


o iperbolico se il supporto della conica Q Fi rrp è formato da due rette distinte
la cui intersezione è P;
o ellittico se il supporto della conica Q Fi rrp è costituito dal solo punto P.

I Lemma 12.75. Se una quadrica non degenere Q di 53 ha almeno un punto ellittico


(risp. iperbolico), allora tutti i punti di Q sono di tipo ellittico (risp. iperbolico

Dimostrazione. Supponiamo che Q ammetta un punto P di tipo ellittico e un punto


Q di tipo iperbolico. Da ciò si ricava che I(Q)Fì1rp = {P}, mentre I(Q) OWQ = rLJ s,
essendo r e s due rette distinte, aventi Q quale intersezione.
Poichè Q 6 rrp, ne consegue che (rLJs)Fì1rp = (rFì1rp)LJ(sFì¢rp) è costituito da almeno
due punti. Pertanto I (Q) Fi rrp non può ridursi al solo punto P, contro llipotesi che
P sia di tipo ellittico.
l:l

Come conseguenza del Lemma 12.75, le quadriche reali risultano suddivise in iperbo-
liche o doppiamente rigate (in cui ogni punto è iperbolico) e in ellittiche o non rigate
(in cui ogni punto è ellittico).
Proveremo in seguito (Proposizione 12.87) che il segno del determinante di qualunque
matrice associata alla quadrica Q permette di distinguere direttamente a quale di
queste due classi appartenga Q.

Una diversa classificazione delle quadriche non degeneri di 53 si effettua - come per
le coniche - in base al loro comportamento rispetto al piano improprio Tr00 di 53.

Q Definizione 12.76. Una quadrica non degenere Q di 53 si dice:


(a) paraboloide se rr00 è tangente a Q, ovvero se la conica impropria Q00 è una
conica degenere (del piano improprio);
(b) ellissoide se Tr00 è esterno a Q, ovvero se la conica impropria Q00 è una
conica non degenere ma vuota (del piano improprio);
272 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

(c) iperboloide se rr00 è secante Q, ovvero se la conica impropria Q00 è una conica
non degenere e non vuota (del piano improprio).7

La seguente proposizione fornisce le condizioni algebriche su A00 (il complemento


algebrico dell°elemento a00 nella matrice A) per distinguere paraboloidi, ellissoidi e
iperboloidi.
I Proposizione 12.77. Sia Q una quadrica non degenere di 53 avente, rispetto al
riferimento cartesiano 73, matrice associata A 6 $4(R) (con det A 75 0). Si ha che:
(a) Q è un paraboloide se e soltanto se A00 = 0;
(b) Q è un ellissoide se e soltanto se A00 è diverso da zero e concorde con a33,
. . CL22 CL23 . . .
e il suo minore ha determinante positivo;
G23 G33
(c) Q è un iperboloide se e soltanto se A00 75 0, ma non verifica contempora-
neamente le ulteriori due condizioni richieste al punto (b

Dimostrazione. Basta osservare che M00 è il discriminante della conica impropria


Q Fi rr00, e ricordare le condizioni che caratterizzano le matrici delle coniche degeneri
(cioè il fatto di avere determinante nullo, in base alla Definizione 12.25) e quelle delle
coniche vuote (si veda la Proposizione 12.46).
l:l

Esempio 12.20. Consideriamo, nello spazio euclideo 53, dotato di un riferimento


cartesiano 73, le quadriche aventi le seguenti equazioni:
Q1 : x2-8y2+8yz-2z2+2z=0
Q2: x2+2y2+2yz+2z2-6y-6z+1=0
Q3: m2+y2+z2-4xy+6z+1 =0
Q4 : x2+16y2+4z2+8aiy+4z+2=0
Come già verificato nell'Esempio 12.19, la quadrica Q1 è non degenere (perché det A1 =
8 75 0). In particolare, essendo
1 0 0
A00 I (I€l) M00 I O -8 4 I 0,

0 4 -2
la quadrica Q1 risulta essere un paraboloide.
Un discriminante di Q2, rispetto a 73, è
l-' -3 -3
0 0 0
A2 = -3 2 1 š
\_3 OO›-›O 1-* l\D
\

7Si noti che i paraboloidi e gli iperboloidi sono sempre quadriche reali, e si suddividono nelle
due sottoclassi “ellittici” e “iperbolici”, mentre gli ellissoidi possono essere reali (se I (Q) ;É (ll) o
immaginari (se I(Q) = (ll).
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 273

poiché det A2 = -15 75 0, la quadrica Q2 è non degenere. ln particolare, essendo


det M00 = 3 > 0, a33 = 2 > 0 e det (am CL23) = ]2 1] > 0, la quadrica Q2
G23 G33 1 2
risulta essere un ellissoide.
Un discriminante di Q3, rispetto a 73, è

A3 I _ -2 '7

O0OO›-› Owi-*O Oi-\O i-\OOO0

poiché det A3 = 24 75 0, la quadrica Q3 è non degenere. ln particolare, essendo


det M00 = -3 < 0 e a33 = 1 > 0, la quadrica Q3 risulta essere un iperboloide.
Un discriminante di Q4, rispetto a 73, è

(2 C l\D

A _ 0 4 0);

4 \ C

2 Oi-lši-*O

poiché det A4 = 0, la quadrica Q4 è una quadrica degenere (o specializzata).


2/
Q Definizione 12.78. Sia Q una quadrica non degenere di 5 3.
Si dice piano diametrale di Q ogni piano proprio che sia piano polare di un punto
improprio di 5 3.
Si dice centro di Q il polo del piano improprio 1r00.

Come ovvia conseguenza della Proposizione 12.71 (Legge di reciprocità), si ha che


tutti i piani diametrali contengono il centro di Q.

I Proposizione 12.79. Sia Q una quadrica non degenere di 53 avente, rispetto al


riferimento cartesiano 73, matrice associata A 6 S4(R). Il centro di Q è il punto C
avente come quaterna di coordinate omogenee la quaterna dei complementi algebrici
della prima riga di A:
C E12 lA00›A01›A02›A03l-

Dimostrazione. Si procede in modo perfettamente analogo a quanto fatto per dimo-


strare la Proposizione 12.36.
l:|

Si osservi che, come conseguenza delle Proposizioni 12.77 e 12.79, si ha che:


o se Q è un paraboloide, il suo centro è il punto improprio individuato dalla
direzione del vettore

V E1; (A01, A02, A03)›


e i suoi piani diametrali sono tutti paralleli a V;
274 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

o se Q è un iperboloide o un ellissoide, il suo centro è il punto proprio di


coordinate cartesiane
C: A01 A02 A03
_” A00'A00°A00 '
Le quadriche aventi centro proprio (cioè iperboloidi ed ellissoidi) sono usualmente
dette quadriche a centro.

Esempio 12.21. Nel caso del paraboloide Q1 considerato nell'Esempio 12.20, il centro
risulta avere coordinate omogenee C1 E7; [0, O, 4, 8], cioè è il punto improprio individuato
dalla direzione del vettore
V E5; (0, 1, 2).
Nel caso dell'ellissoide Q2 considerato nell'Esempio 12.20, il centro risulta avere coordinate
omogenee C2 ER [3,0, 3, 3], cioè è il punto proprio di coordinate cartesiane

C2 ER (0, 1,1).

Nel caso dell'iperboloide Q3 considerato nell'Esempio 12.20, il centro risulta avere coor-
dinate omogenee C3 E7; [-3, 0, O,9], cioè è il punto proprio di coordinate cartesiane

C3 E1; (0, 0, -3).

Q Definizione 12.80. Sia Q una quadrica non degenere di 53. Si dice piano principale
di Q ogni piano diametrale rrpoo di Q che sia ortogonale alla direzione individuata dal
suo polo P00.
Si dice asse di Q ogni retta di 53 che sia intersezione di due piani principali di Q.8
Si dice vertice di Q ogni punto di intersezione del supporto proprio Ip(Q) con un asse
di Q.

Si noti che i piani principali di Q, essendo particolari piani diametrali, contengono


sempre il centro di Q; di conseguenza, anche gli assi di Q contengono il centro di Q.

La seguente proposizione fornisce il metodo operativo per trovare i piani principali (e


quindi gli assi e i vertici) di una quadrica.

I Proposizione 12.81. Sia Q una quadrica non degenere di 83 avente, rispetto


al riferimento cartesiano R, matrice associata A € S4(lR); sia M00 il minore com-
plementare dell'elemento a00 in A. I piani principali di Q sono i piani polari dei
punti impropri di 83 individuati dalle direzioni degli autovettori di M00, relativi ad
autovalori non nulli.

8Poichè due piani principali rrploo e 'rrpzoo non possono essere paralleli (dovendo essere rispet-
tivamente ortogonali ai due punti impropri distinti P100 e P200), gli assi di una quadrica sono rette
proprie di 53.
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 275

Dimostrazione. Si procede in modo perfettamente analogo a quanto fatto per dimo-


strare la Proposizione 12.41.
l:|

Si noti che, poiché M00 € S3 (IR), essa ammette sempre tre autovalori, eventualmente
coincidenti, con somma delle molteplicità geometriche uguale a tre (Teorema 7.19).
Inoltre, dalla Legge di reciprocità. segue facilmente che il piano tangente a una qua-
drica Q in un suo vertice V è ortogonale all'asse contenente V: infatti, detto r =
rrploo Fì rrp2oo l°asse contenente V (con rrploo e †rp2°o piani principali per Q), la Legge
di reciprocita assicura che P100, P200 E rrv, e quindi che il piano polare di V (ovvero il
piano tangente in V a Q) contiene nella sua giacitura le direzioni dei punti impropri
P100 e P200 (che, per definizione di piano principale, sono ortogonali alla direzione
dell asse).

Come conseguenza delle Proposizioni 12.77 e 12.81, si ottiene poi il seguente risultato,
relativo alla esistenza di piani principali e di assi per i vari tipi di quadriche non
degeneri.

I Proposizione 12.82. Sia Q una quadrica non degenere di 53.


o Se Q è una quadrica a centro, esistono sempre almeno tre assi (risp. tre
piani principali) di Q, a due a due ortogonali, che si intersecano nel centro
di Q;
o se Q è un paraboloide, esso ammette almeno due piani principali tra loro
ortogonali, un solo asse e un solo vertice.

Dimostrazione. Per la Proposizione 12.81, ogni classe di proporzionalita di autovettori


della matrice M00 E S3(lR), relativi a un autovalore non nullo, individua un piano
principale della quadrica Q.
o Nel caso che Q sia una quadrica a centro, la matrice M00 non può ammettere
l°autovalore nullo (essendo det M00 72 0).
Se M00 ha una terna di autovalori distinti (non nulli), allora esistono esattamente tre
punti impropri P100, P200 e P300 i cui piani polari Trploo, 1rp2oo e rrpsoo sono gli unici
piani principali di Q. Inoltre, scelta arbitariamente una coppia di tali punti impropri,
ad esempio P100 e P200, l°intersezione dei rispettivi piani polari rrploo e rrp2oo è un
asse a di Q: il piano polare del suo punto improprio A00, per la Legge di reciprocità.,
contiene P100 e P200 (aventi ciascuno direzione ortogonale ad A00) e quindi, essendo
un piano proprio ortogonale alla direzione del suo polo, coincide con il terzo piano
principale rrpsoo. Ciò prova che i tre piani principali sono a due a due ortogonali e che
la quadrica Q ha esattamente tre assi, a due a due ortogonali.
Supponiamo invece che M00 abbia due autovalori distinti À1 e /\2, con À1 di moltepli-
cita due. Se P100 e P200 sono i punti impropri individuati da una coppia di autovettori
indipendenti relativi a /\1, e rrploo e 1rp2Oo sono i loro piani polari (principali), allora
ogni altro autovettore relativo a /\1 determina un piano polare (principale) apparte-
nente al fascio di piani di asse a = rrploo fì 1rp2oo (Definizione 11.11 e Proposizione
11.13). Inoltre, il piano polare del suo punto improprio A00, per la Legge di recipro-
cita, contiene P100 e P200 e quindi, essendo un piano proprio ortogonale alla direzione
del suo polo, coincide con l°unico piano principale rrpsoo individuato dagli autovettori
270 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

(tra loro proporzionali) relativi a /\2. Scegliendo una coppia rr' , rr” di piani (principali)
ortogonali nel fascio di asse a, i piani rr', rr” e rrpsoo costituiscono una terna di piani
principali di Q a due a due ortogonali, le cui intersezioni forniscono una terna di assi
di Q, a due a due ortogonali.
Se infine M00 ha un unico autovalore di molteplicità tre, allora gli autovettori di M00
ad esso associati individuano tutti i punti impropri di 83: tutti i piani diametrali
risultano quindi essere principali e tutte le rette per il centro sono assi di Q.
o Nel caso che Q sia un paraboloide, la matrice M00 (avendo det M00 = O) ammette
sicuramente l°autovalore nullo, con molteplicità uno (perché, se tale molteplicità fosse
maggiore di uno, la matrice A non potrebbe essere regolare).
Se M00 ammette due autovalori non nulli distinti, allora esistono esattamente due
punti impropri P100 e P200 i cui piani polari rrploo e rrp2oO sono gli unici piani principali
di Q. Inoltre, il centro improprio C00 di Q appartiene al piano rrploo (risp. rr12200), per
cui è ortogonale alla direzione ortogonale P100 (risp. P200). Detta P00 la direzione
ortogonale a C00 su rrploo, il suo piano polare rrpoo, oltre a contenere C00, contiene
P100 (per la Legge di reciprocità) ed è dunque ortogonale al suo polo. P00 coincide
quindi con P200 e i due piani principali sono ortogonali: la loro intersezione è l°unico
asse del paraboloide.
Se invece M00 ammette un unico autovalore non nullo di molteplicità due, allora gli
autovettori di M00 ad esso associati individuano un fascio di piani principali, il cui
asse è l°unico asse di Q.
In ogni caso, quindi, un paraboloide ha un solo asse e almeno una coppia di piani
principali tra loro ortogonali. Infine, poiché l'asse è una retta propria contenente il
centro (improprio) di Q, esso non può essere tangente a Q (apparterrebbe, in tal caso,
al piano improprio); pertanto, l°asse interseca il supporto I(Q) in un ulteriore punto
proprio V, che risulta essere l°unico vertice del paraboloide.
l:|

P Osservazione 12.83. Dalla dimostrazione della Proposizione 12.82 segue che una
quadrica a centro (risp. un paraboloide) Q ammette più di tre (risp. più di due) piani
principali se e soltanto se, in ogni matrice A associata a Q, il minore M00 ha autovalori
di molteplicità maggiore di uno. In particolare, la presenza di un autovalore di M00 di
molteplicità due (risp. tre) implica l°esistenza di una retta r, detta asse di rotazione
per Q (risp. di un punto C, coincidente con il centro della quadrica9), con la proprietà
che tutti i piani contenenti r (risp. C) sono piani principali per Q; in questo caso la
quadrica Q si dice quadrica di rotazione, perché ogni rotazionelo attorno all°asse di
rotazione (risp. attorno al centro) trasforma I(Q) in sé.

9In questo caso particolare (se il supporto di Q non è vuoto) la quadrica Q risulta essere una
sfera (Definizione 11.17): si veda anche la successiva Proposizione 12.91.
10Si ricordi la Definizione 9.57.
5. LE QUADRICHE DELLO SPAZIO EUCLIDEO 277

Esempio 12.22. Nel caso del paraboloide Q1 consi_derato nell'Esempio 12.20, gli
autovalori non nulli della matrice M00 sono /\1 = -10 e /\2 = 1, essendo
1:-1 0 0
dei 0 ›:+s -4 =i(i-1)(›:+10).
0 -4 ›:+2
Gli autovettori relativi a Ã1 = -10 sono i vettori (l,m,n) tali che
-11 0 0 l 0 Z: 0
0 -2 -4 - m = 0 , ovvero
0 -4 -s n 0 m + 2" = 0?
gli autovettori relativi a À2 = 1 sono invece i vettori (l,m,n) tali che

0 0 0 l 0 m : O
0 9 -4 - m = 0 , ovvero {
0 -4 3 n 0 " = 0-
| poli dei piani principali di Q1 sono dunque i punti impropri P100 E72 [0,0,-2,1] e
P200 E72 [0,1,0,0]; i piani principali di Q1 sono allora i piani rrploo e rrp2°o di equazione:
rrplooz 20y-10z+1=0 rrp2°o: x=0.
L'(unico) asse del paraboloide Q1 è dunque la retta r = Trploo H Trpm di equazione

{20y- 10z+1 =0
x = 0,

e il vertice (unico) di Q1 è il punto V = rFìIp(Q1), di coordinate cartesiane


0 1
V: 0-__.
R( 200°100)

Esempio 12.23. Nel caso dell'ellissoide Q2 considerato nell'Esempio 12.20, gli autovalori
della matrice M00 sono À1 = 3 e /\2 = /\3 = 1, che si ottengono risolvendo la equazione
caratteristica
t- 1 0 0
dei 0 t-2 -1 = (i-3)(›:-1)2 = 0.
0 -1 t- 2

Gli autovettori relativi all'autovalore /\1 sono i vettori (l,m,n) tali che
2 0 0 l O l _ O
0 1 -1 - m = 0 , ovvero { _
0 -1 1 n 0 m _ " = 0»
gli autovettori relativi all'autovalore /\2 = /\3 sono invece i vettori (l,m,n) tali che
0 O O l O
0 -1 -1 - m = O , ovvero m+n = 0.
0 -1 -1 n O
278 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Sono dunque poli di piani principali di Q2 il punto improprio P100 ER [0,0,1,1] e tutti i
punti impropri del tipo P00 ER [O,l,m, -m], al variare di l,m € R, con (l,m) 75 (0,0);
sono quindi piani principali di Q2 il piano rrploo di equazione:
Trplooz y+z-2:0
e tutti i piani rrpoo di equazione:
rrpoo: lx+m(y-z)=0, l,m€lR, (l,m)7š(O,O)

ovvero tutti i piani del fascio di piani di asse

= 0
r : x (asse di rotazione per Q2).
y z O

Esempio 12.24. Nel caso dell'iperboloide Q3 considerato nell'Esempio 12.20, gli auto-
valori della matrice M00 sono /\1 = 1, /\2 = 3 e À3 = -1, che si ottengono risolvendo la
equazione caratteristica
z-1 2 0
da 2 z-1 0 ==a-ivrtna-3)=0.
c» 0 z-1
Gli autovettori relativi a l'autovalore /\1 sono i vettori (l,m,n) tali che
0 2 O l O I : O
2 0 O - m = 0 , ovvero { .
0 0c› n 0 m=°›
gli autovettori relativi al 'autovalore /\2 sono i vettori (l,m,n) tali che
2 2 0 l 0 1+ m : O
2 2 0 - m = 0 , ovvero
0 0 2 n 0 “=@
gli autovettori relativi all'autovalore /\3 sono infine i vettori (l, m,n) tali che
-2 2 0 l O l
-m = O
2 -2 O - m = O , ovvero {
0 0 -2 fi 0 "=Q
l poli dei piani principali di Q3 sono dunque i punti impropri P100 ER [0,0,0,1], P200 E72
[O,1,-1,0] e P300 E12 [0,1,1,0]; i piani principali di Q3 sono allora i piani rrploo, rrp2oo
e rrpsoo di equazione:
rrplooz z+3=O 1rp2oo: x-y=O rrpsooz x+y=0.

Gli assi di Q3 sono, evidentemente, le tre rette r = rrploo Fì rrp2oo, s = rrploo Fì rrpsoo e
t=rrp2oO Fìrrp3oO di equazioni:

z+3=0 z+3=O 90:0


r: s: t:
ac-y=O x+y=O y=0.
6. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE QUADRICHE 279

6. Riduzione a forma canonica delle quadriche

Nel presente paragrafo, Q denoterà sempre una quadrica non degenere dello spazio
euclideo 83, dotato di un fissato riferimento cartesiano R = (0,13).
Le proprietà del centro, degli assi e dei vertici, ottenute nel paragrafo precedente,
permettono, nei vari tipi di quadriche non degeneri, di potere scegliere sempre un
riferimento cartesiano rispetto al quale l'equazìone della quadrica risulta particolar-
mente semplice. Infatti, la proposizione seguente afferma che, fissato opportunamente
il riferimento, la matrice associata è o di tipo diagonale o di tipo “semi-diagonale”
(ovvero, una matrice D' = 3-)E S4 in cui gli unici elementi non nulli sono d'11, d§2
9 dba : also)-

I Proposizione 12.84. Sia Q una quadrica non degenere di 53.


(i) Se Q è una quadrica a centro, sia R il riferimento cartesiano avente origine
Ö coincidente con il centro di Q, e assi coordinati X, Y e Z coincidenti con
una terna di assi, tra loro ortogonali, di Q. Allora, la matrice associata a Q
rispetto a R risulta di tipo diagonale.
(ii) Se Q è un paraboloide, sia R il riferimento cartesiano avente origine Ö
coincidente con il vertice V di Q, piano coordinato XY coincidente con il
piano tangente nel vertice a Q, e piani coordinati XZ e YZ coincidenti con
due piani principali, tra loro ortogonali, di Q. Allora, la matrice associata a
Q rispetto a R risulta di tipo “semi-diagonale”.

Dimostrazione. Sia A = (a,;_,~) E S4(lR) il discriminante di Q rispetto a R.


(i) Se Q è una quadrica a centro, i piani coordinati YZ, XZ, XY di R (aventi
rispettivamente equazione x1 = O, x2 = O, :123 _ O rispetto a R) sono piani principali
della quadrica, e quindi devono coincidere con i piani polari delle loro direzione orto-
gonali Pš E72 [O,1,0,0], P; E72 ]0,0,1,0], Pci E72 [0,0,0, 1], aventi rispettivamente
€C1UaZi0I1€ 5101900 + ä11$1 + Ö«12$2 + äisws = 0, ä02€U0 + 542001 + Ö22-902 + ä239U3 = 0»
5,03900 + ã13x1 + ã23ac2 + ã33x3 = 0 rispetto a R. Ciò implica che la matrice A è di
tipo diagonale.
(ii) Se Q è un paraboloide, i piani coordinati YZ e XZ di R (aventi rispettivamente
equazione x1 = 0 e x2 _ O rispetto a R) sono piani principali della quadrica, e quindi
devono coincidere con i piani polari delle loro direzione ortogonali Pš E72 [O, 1, 0, O] e
Pol; E72 [0, O, 1, 0], aventi rispettivamente equazione 5,01900 +ã11x1 +ã12x2 + 5,13903 = 0
e 5,02900 + ã12x1 + ã22x2 + ã23ac3 = O rispetto a R, mentre il piano coordinato XY
di R (avente equazione x3 = 0 rispetto a R) deve coincidere con il piano polare del
vertice V E72 [1, O, 0, 0], avente equazione ãooxo + (L01931 +ã02x2 + 5,03903 = 0. Pertanto
si ha:
0 O O 5.03
- _ 0 ã11 O 0
A _ 0 O 5.22 0 °
äos 0 0 Ö33
280 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Infine, poiché il centro del paraboloide è il punto improprio dell°asse Z, Pš, E72
]0,0,0,1], dâ. A00 _ Ö11 - ãgg - Ö33 = 0 E3 A03 I -Ö11 - ãgg - ÖQ3 §É 0 Sêgllê Ö33 = O,

prova che la matrice A è di tipo semi-diagonale.


l:|

La proposizione seguente fornisce il metodo operativo per ottenere, a partire da


una qualunque matrice associata alla quadrica non degenere Q, una matrice di tipo
diagonale o semi-diagonale associata a Q.

I Proposizione 12.85. Sia Q una quadrica non degenere di 83 e sia A un suo


discriminante, rispetto al riferimento cartesiano R.
(i) Se Q è una quadrica a centro, allora una matrice di tipo diagonale associata
aQè

D:
0,20 ,š'oo ooo
coca OOÀ3
dove /\1,/\2, /\3 E R sono i tre autovalori (non necessariamente distinti) del
minore M00 di A e d E R - {O} si ricava imponendo det D = det A.
(ii) Se Q è un paraboloide, allora una matrice di tipo “semi-diagonale” associata
aQè

D'=
Qooo oo,_>_'o c>,š'oo oooš

dove /\1, /\2 E R sono i due autovalori non nulli (eventualmente coincidenti)
del minore M00 di A e d' E R - {O} si ricava imponendo det D' = det A.

Dimostrazione. Si procede, in modo perfettamente analogo a quanto fatto per di-


mostrare la analoga Proposizione 12.44, utilizzando le Proposizioni 12.58 e 12.84 e
l°Osservazione 12.59 (in sostituzione delle Proposizioni 12.21 e 12.43 e dell”Osserva-
zione 12.22).
l:|

Come conseguenza delle Proposizioni 12.84 e 12.85, si ottengono le cosiddette equa-


zioni canoniche delle quadriche non degeneri di 53 :

I Proposizione 12.86. Sia Q una quadrica non degenere di 83 e sia A una sua
matrice associata, rispetto al riferimento cartesiano R.
(a1) Se Q è un paraboloide e det A < O, allora esiste un riferimento cartesiano
su 83 rispetto al quale Q assume equazione

X2 Y2
Z=i+_ con a,b€R+,a2b;
a2 1)2
6. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE QUADRICHE 281

(a2) Se Q è un paraboloide e det A > 0, allora esiste un riferimento cartesiano


su 83 rispetto al quale Q assume equazione
X2 Y2
Z=í-b_2 con a,b€R+;

(b1) Se Q è un iperboloide e det A < 0, allora esiste un riferimento cartesiano


su 83 rispetto al quale Q assume equazione
X2 Y2 Z2
a2 + Ö2 C2 _-1 con a,b,c€R+, ašb;

(b2) Se Q è un iperboloide e det A > 0, allora esiste un riferimento cartesiano


su 83 rispetto al quale Q assume equazione
X2 Y2 Z2
?+b_2-c_2=1 con a,b,c€R+, aìb;

(c1) Se Q è un ellissoide e det A < 0, allora esiste un riferimento cartesiano su


83 rispetto al quale Q assume equazione
X2 Y2 Z2
+ + _1 con a,b,c€R+, aìbìc;
a2 b2 c2
(c2) Se Q è un ellissoide e det A > 0, allora esiste un riferimento cartesiano su
83 rispetto al quale Q assume equazione
X2 Y2 Z2
_+ + _ 1 con a,b,c€R+, aìbìc.
a2 b2 c2

Dimostrazione. Nel caso del paraboloide, innanzitutto si osservi (tramite la matrice


semi-diagonale D' associata) che À1,/\2 sono concordi (risp. discordi) se e solo se
det A < O (risp. det A > O).
Si noti inoltre che, moltiplicandp per (-2d' )_1, la equazione di Q indotta dalla matrice
semi-diagonale D' (rispetto a R) assume la forma:

Z_ °X+ 'Y.

Ciò prova che, scambiando eventualmente tra loro l'asse X e l”asse Y e cambiando
eventualmente orientazione all°asse Z del riferimento R, la equazione di Q rispetto
a R assume esattamente la forma del caso (a1) se À1,)\2 sono concordi (ovvero se
det A < O), e la forma del caso (a2) se /\1, /\2 sono discordi (ovvero se det A > O).
Nel caso delle quadriche a centro, innanzitutto si osservi (applicando alla matrice
diagonale D associata il criterio contenuto nella Proposizione 12.77) che gli autovalori
/\1, À2, /\3 di M00 sono tutti dello stesso segno (risp. sono non tutti dello stesso segno)
se e solo se Q è un ellissoide (risp. un iperboloide).
/\ -À -/\
Si noti inoltre che, moltiplicando per d_1 = , la equazione di Q indotta
_ e
dalla matrice diagonale D (rispetto a R) assume la forma:

(/\1)2'/\2'/\3
A-X 2 A-Y
(/\2)2 ' /\1'/\3 2 A-Z
(/\3)2 ' /\1°/\2 2 = -1.
det A + det A + det A
282 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Ciò prova che, scambiando eventualmente tra loro gli assi del riferimento R:
o se Q è un iperboloide (ovvero se /\1, /\2 e /\3 non hanno tutti lo stesso segno)
e det A < O, la equazione di Q rispetto a R assume esattamente la forma
del caso (b1);
o se Q è un iperboloide (ovvero se /\1, À2 e /\3 non hanno tutti lo stesso segno)
e det A > O, la equazione di Q rispetto a R assume esattamente la forma
del caso (b2);
o se Q è un ellissoide (ovvero se /\1, /\2 e À3 hanno tutti lo stesso segno) e
det A < 0, la equazione di Q rispetto a R assume esattamente la forma del
caso (c1);
o se Q è un ellissoide (ovvero se /\1, À2 e À3 hanno tutti lo stesso segno) e
det A > 0, la equazione di Q rispetto a É assume esattamente la forma del
caso (c2), che corrisponde chiaramente a una quadrica a supporto vuoto.
l:|

Le proprietà delle equazioni canoniche permettono di provare la seguente

I Proposizione 12.87. Sia Q una quadrica non degenere di 53 e sia A un suo


discriminante, relativo al riferimento cartesiano R.
o Se detA < 0, allora Q è una quadrica reale di tipo ellittico;
o se detA > 0, allora Q è o una quadrica immaginaria o una quadrica reale
di tipo iperbolico.
Dimostrazione. Se detA < O, allora Q ha equazione canonica di tipo (a1), (b1) o
(c1) (si veda la Proposizione 12.86). Nel caso (a1), Pintersezione di I(Q) con il piano
Z = -1 è vuota. Nel caso (b1), l°intersezione di I(Q) con il piano Z = O è vuota. Nel
caso (c1), l°intersezione di I(Q) con il piano Z = 2c è vuota. Pertanto, in tutti e tre
i casi, I(Q) non contiene rette e, di conseguenza, tutti i suoi punti sono ellittici.
Se invece det A > O, allora Q ha equazione canonica di tipo (a2), (b2) o (c2) (si veda
la Proposizione 12.86). Nel caso (c2), come già rilevato, I(Q) _ (ll. Nel caso (a2), il
punto P E72 [1, 0, 0,0] è iperbolico, come è facile verificare considerando I(Q) Fì rrp.
Analogamente, nel caso (b2), il punto Q E72 [O, a,O,c] è iperbolico. Il Lemma 12.75
assicura quindi che, in entrambi i casi, tutti i punti i punti di Q sono iperbolici.
l:|

Quale corollario delle Proposizioni 12.86 e 12.87, si ha il seguente:

I Teorema 12.88. (Classificazione delle quadriche non degeneri di 83) Sia Q


una quadrica non degenere di 83. Allora Q appartiene a una e una sola delle seguenti
classi:
(a1) paraboloidi ellittici (o non rigati);
(a2) paraboloidi iperbolici (o doppiamente rigati o a sella);
iperboloidi ellittici (o non rigati o a due falde);
iperboloidi iperbolici (o doppiamente rigati o a una falda);
i ellissoidi reali;
OOI-* i
G'G'
[O
/5/5/5/5
ellissoidi immaginari (o vuoti).
\J\J\4J\4J

l:|
6. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE QUADRICHE 283

Lo schema riportato in Figura 12.5 riassume il metodo di classificazione, a partire


da una qualunque matrice A associata alla quadrica Q, mentre le Figure 12.6, 12.7,
12.8, 12.9 e 12.10 forniscono una rappresentazione del supporto (non vuoto) di tali
quadriche, rispetto al riferimento in cui esse assumono equazione canonica.

A00 : O

SI NO

A
< 0
(122
a/23
G23
a33 > O e (1,33 . > O

si No si É

paraboloide paraboloide det A < 0 det A < 0


ellittico iperbolico

S1 NO Sl \\lO

ellissoide ellissoide iperboloide iperboloide


reale immaginario ellittico iperbolico

Figura 12.5
(Algoritmo di classificazione per le quadriche non degeneri di 83)

P Osservazione 12.89. Le condizioni se zii gg: > 0 e a33-A00 > 0, che consento-
no di distinguere gli ellissoidi dagli iperboloidi, e l°ulteriore condizione det A > 0 che,
unitamente alle precedenti, identifica gli ellissoidi immaginari sono dirette conseguen-
ze del Criterio di Sylvester dimostrato in Appendice B (Proposizione B.15 e relativa
nota). Infatti, ricordando le Osservazioni 12.23 e 12.60, il supporto di una conica (o
di una quadrica) è vuoto se e solo se la sua matrice associata è definita (positiva o
negativa).

Esempio 12.25. ln base alla Proposizione 12.86 - o all'algoritmo di classificazione


riassunto in Figura 12.5 -, il paraboloide Q1 considerato nell'Esempio 12.20 è a punti
iperbolici (essendo det A1 = 8 > 0). Per la Proposizione 12.85 (caso (ii)), una matrice
di tipo semi-diagonale associata a Q1 è

D/ 1

&`000 000 0›-00 000%\_J


284 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

con det D' = 10d'2 = det A1 = 8, da cui segue d' = :|:%. Allora, una equazione
canonica di Q1 è
4 :
_ 10X 2 +Y 2 +`/ÉZ
_ X2 Y2
0, ovvero Z :ìí
% á
2

A
Z

'____.-- -~/__"
\ \ `
`
\
\ \ \

I I I I I I I I \\I I I I I I I I

\l
`_T

_ ›
X O Y

Paraboloide ellittico

Figura 12.6

ƒ" X\
\ Ú Y*

__-7

Paraboloide iperbolico

Figura 12.7

Esempio 12.26. ln base alla Proposizione 12.86 - o all'algoritmo di classificazione


riassunto in Figura 12.5 -, l'ellissoide Q2 considerato nell'Esempio 12.20 è non vuoto
(essendo det A2 = -15 < 0).
Per la Proposizione 12.85 (caso (i)), una matrice di tipo diagonale associata a Q2 è

D ñ OOOÃ. COI-\O OI-\©© OOCDCDO


j
6. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE QUADRIOHE 28

con det D = 3d = det A2 = -15, da cui segue d = -5. Allora, una equazione canonica
di Q2è
X2
Y2 Z2
X2+Y2+3Z2-5:0, ovvero ?+í+T=
3

-›N

f
1'-Y
"T -¬.
K

Y

/
Ö

f "
ø
/

Iperboloide ellittico

Figura 12.8

N
_›-`-
--›
,J
-I.
f -
I

/ _ Y

X
___..- -._
.- ~¬
1

. _ ._L._ _._.

_.¬._.

Iperboloide iperbolico

Figura 12.9
286 12. ELEMENTI DI TEORIA DELLE CONICHE E DELLE QUADRICHE

Esempio 12.27. ln base alla Proposizione 12.86 - o all'algoritmo di classificazione


riassunto in Figura 12.5 -, l'iperboloide Q3 considerato nell'Esempio 12.20 è a punti
iperbolici (essendo det A3 = 24 > 0).

/f
Y

ì/ ›

Ellissoide reale

Figura 12.10

Per la Proposizione 12.85 (caso (i)), una matrice di tipo diagonale associata a Q3 è

D:
OOO
OOOQ. COI-\O OOOOO _1 /

con det D = -3d = det A3 = 24, da cui segue d = -8.


Allora, una equazione canonica di Q3 è
X2 Y2 Z2
X2+3Y2-Z2-8:0, ovvero É-I-T-í=1.
É

Le equazioni canoniche delle quadriche non degeneri e non vuote permettono di ricava-
re facilmente alcune proprietà del supporto che, essendo indipendenti dal riferimento
scelto, possono essere formulate in termini generali.

I Proposizione 12.90. Sia Q una quadrica non degenere di 83. Allora, ogni piano
principale di Q è piano di simmetriall per il supporto proprio Ip(Q).
Inoltre:
o se Q è una quadrica a centro, il centro C è centro di simmetria per il supporto
proprio Ip(Q);

11Ciò significa che per ogni piano principale 'rr di Q e per ogni punto P G Ip(Q), anche
P' E Ip(Q), ove P' = sw (P) indica il simmetrico di P rispetto al piano rr (Definizione 9.59).
6. RIDUZIONE A FORMA CANONICA DELLE QUADRICHE 287

o se Q è un iperboloide ellittico, un asse di Q contiene due vertici, mentre gli


altri due assi non intersecano I(Q);
o se Q è un iperboloide iperbolico, due assi di Q contengono due vertici cia-
scuno, mentre l 'altro asse non interseca I(Q);
o se Q è un ellissoide reale, ogni asse di Q contiene due vertici.
III

Inoltre, dalle equazioni canoniche delle quadriche non degeneri è possibile visualiz-
zare facilmente la eventuale presenza di assi di rotazione (ovvero, di autovalori di
molteplicità maggiore di uno per il minore M00 di qualunque matrice associata):
o un paraboloide ellittico risulta di rotazione attorno al suo (unico) asse se e
soltanto se, nella sua equazione canonica, si ha a = b;
o un paraboloide iperbolico non può mai essere di rotazione;
o un iperboloide ellittico risulta di rotazione attorno al suo asse contenente i
vertici se e soltanto se, nella sua equazione canonica, si ha a = b;
o un iperboloide iperbolico risulta di rotazione attorno al suo asse non con-
tenente vertici se e soltanto se, nella sua equazione canonica, si ha a =
b;
o un ellissoide (reale o immaginario) risulta di rotazione attorno a un suo asse
se e soltanto se, nella sua equazione canonica, si ha o a = b, o b = c.

Si noti infine che la equazione canonica di un ellissoide reale Q di 83 ha i coefficienti


di X 2, di Y2 e di Z2 coincidenti (e quindi, il suo supporto è costituito da tutti e soli
i punti equidistanti dal centro di Q) se e solo se, in qualunque matrice A associata
a Q, il minore M00 ammette tre autovalori coincidenti; ciò permette di ottenere la
seguente caratterizzazione delle sfere all°interno delle quadriche dello spazio euclideo.

I Proposizione 12.91. Una quadrica Q di 53 è una sfera se e soltanto se, in una


qualunque matrice associata A, si ha
/\ 0 0
detA<0 e M00: 0 À 0 , con /\€R-{0}.
0 0 À
III

La sfera risulta quindi l°unica quadrica non vuota di rotazione attorno al suo centro.
TEST DI VALUTAZIONE - Il PARTE

I seguenti quesiti, organizzati in due batterie ciascuna composta da dieci quiz,


possono essere utilizzati dagli studenti come autoverifica di apprendimento relativa
alla seconda parte del Corso riguardante argomenti di Geometria Euclidea,
comprensiva di elementi di teoria delle Coniche e delle Quadriche sviluppata negli
Ampliamenti Proiettivi degli Spazi Euclidei.
Per ogni domanda vengono proposte quattro possibili risposte, delle quali una sola è
corretta: si consiglia lo studente, al fine di valutare nel modo più completo possibile il
proprio livello di comprensione delle tematiche trattate, di non limitarsi alla sola
individuazione dell'unica risposta giusta, ma di tentare anche di comprendere i motivi
che rendono errate le altre tre risposte.
Volendo attribuire una valutazione in trentesimi alla propria risoluzione di ciascuna
batteria di quiz, lo studente potrebbe, ad esempio, attribuire 3 punti ad ogni risposta
corretta, sottraendo 1 punto per ogni risposta errata.

Le risposte corrette, insieme a qualche indicazione sulle conoscenze necessarie per un


competente approccio ad ogni singolo quesito, sono disponibili come contenuti online
extra del testo: si veda http:[/textincIoud.editrice-escuIapio.com
PRIMO TEST DI AUTOVALUTAZIONE - parte II

1. ln R”, con il prodotto scalare naturale, ogni insieme ortonormale:


(a) non contiene il vettore nullo
(b) ha cardinalità n
(c) è sottoinsieme della base naturale
(d) è linearmente dipendente

2. Si consideri, al variare del parametro reale kr, la applicazione oik del piano euclideo 82
in sè che al punto P E (x,y) associa il punto P' E (kx -l- 3, (k2 - 1)x + Quale delle
seguenti affermazioni è falsa?
(a) per /<2 = 1, ou., è una isometria diretta; per lc = -1, oik è una isometria inversa
(b) per /<2 = 1, ak è una traslazione
(c) oil., è una isometria, per ogni /<2 E R - {0}
(d) per k: = -1, ak è una riflessione

3. ln uno spazio euclideo 85, in cui è fissato un riferimento cartesiano, sia H il sottospazio
di equazioni parametriche
21 = 31:1 - 21:2
x2 = 3
23 =z1 + 2t2 (i1,i2 e IR).
24 = il + x2
x5 = 5
Allora:
(a) H contiene iäpunti di coordinate (3,0,1,1,0) e (-2,0,2,1,0)
(b) la giacitura H di H ha dimensione tre _)
(c) il vettore libero di componenti (0,3,0,0, 5) appartiene alla giacitura H di H
(d) la giacitura H di H contiene i vettori liberi di componenti (3,0,1,1,0) e
(-2,0,2,1,0)

4. ln uno spazio euclideo di dimensione n, quale delle seguenti affermazioni è vera?


(a) un sottospazio euclideo di dimensione h contiene al più h punti distinti affine-
mente indipendenti
(b) n + 1 punti distinti sono sempre affinemente indipendenti
(c) qualsiasi sottospazio euclideo di dimensione h può essere rappresentato da un
sistema lineare di n - h equazioni in n incognite
(d) qualsiasi sottospazio euclideo di dimensione h può essere rappresentato da un
sistema di equazioni parametriche dipendente da n - h parametri

at - z = 0
5. Nello spazio euclideo 83, il sistema { 1 rappresenta:
:I: - z =
(a) una retta parallela al piano di equazione y = 0
291

(b) I'insieme vuoto


(c) l'asse y del riferimento
(d) il piano xz del riferimento

6. ln uno spazio euclideo di dimensione 3, dotato di un fissato riferimento cartesiano,


quale delle seguenti affermazioni è vera?
(a) i piani di equazioni cartesiane ar = 0 e y = x sono tra loro ortogonali
(b) l'equazìone cartesiana 2:1: + y = 0 rappresenta una retta parallela all'asse coor-
dinato z
(c) per tre punti distinti passa uno e un solo piano
x = t
(d) la retta di equazione parametrica y =lf (t € R) e il piano di equazione
z = t
cartesiana 06 + y + z - 1 = 0 sono ortogonali

7. Nello spazio euclideo 83, rispetto a un fissato riferimento cartesiano R, sia r la retta
di equazione
-5 +1
m2 _y_3 _z+2.
Allora:
(a) il punto improprio della retta è il punto P00 ER [0, -2,3, -1]
(b) r ammette lo stesso punto improprio della retta passante per A ER [1, 0, -3, 1]
e B E72 [2,1,0, 1]
r è parallela al piano rr di equazione omogenea 4x0 + 2:01 - 32:2 + 503
(d) il punto Q E72 [1,0,-1, -2] appartiene ad r

8. Rispetto alla conica 2x2 + 2y2 + 2x + 1 = 0, la retta 3:12 - 4y -l- 1 = 0 ha come polo:
(a) il punto P E 0,2)
(b) il punto P E -2, 2)
(c) il punto P E -2)
(d) il punto P E vir/¬./-\/O-\ lo -2,2]
"\›

9. Si d'ce asse di una conica C:


(a) ogni retta propria che sia polare rispetto a C di un punto improprio
(b) ogni diametro che sia ortogonale alla direzione individuata dal suo polo
(c) ogni retta propria che sia ortogonale alla direzione individuata dal suo punto
all'infinito
(d) ogni retta propria che passa per il centro di C

10. Se nell'equazione amg + by2 + cz2 = 1 i coefficienti a e b sono positivi mentre c


è negativo, allora la quadrica rappresentata è :
(a) un iperboloide ellittico
(b) un ellissoide reale
(c) un ellissoide immaginario
(d) un iperboloide iperbolico
292

SECONDO TEST DI AUTOVALUTAZIONE - parte II

1. Sia B una base ordinata ortonormale di uno spazio vettoriale euclideo V3. Se U =
L(u1,u2) con ul E3 (1,1,-3) e u2 EB (-1,1,-2), allora il complemento ortogonale
LU:
x + y - 3,2 = O
(a) ha, rispetto a ß, rappresentazione cartesiana {
-x + y - 2z = O
(b) ha, rispetto a ß, rappresentazione cartesiana x + 5y + 2z = O
(c) ha dimensione due
(d) ha una base costituita dal vettore V E3 (0, 2, -5)

2. ln uno spazio euclideo 84, in cui è fissato un riferimento cartesiano R, qual è la


dimensione del sottospazio euclideo generato dai punti di coordinate cartesiane (0,0,0,1),
(1,0,0,1), (-1,0,0, 1) rispetto a 72?
(a) quattro
(b) tre
(c) due
(d) uno

3. ln uno spazio euclideo di dimensione n, con n 2 3, sia 'H l'iperpiano di equazione


a1xl + - - - + anx" = b, rispetto a un fissato riferimento cartesiano. Quale delle seguenti
affermazioni è falsa, riguardo a un qualunque vettore libero V di 7-L?
(a) v appartiene a I-I
(b) v ha come n-pla di componenti la differenza delle n-ple di coordinate di due
punti distinti di 7-(
(c) V ha come n-pla di componenti una soluzione della equazione a1xl + +
anac" = O
(d) V ha come n-pla di componenti una n-pla proporzionale a (a1,.. .,am)

4. Nello spazio euclideo 53, una retta T ed un piano Tr sono paralleli se e solo se:
(all il sistema formato dalle equazioni di 1° e dalla equazione di Tr ha matrice incom-
pleta di rango 3 e matrice completa di rango 4
(b) il sistema formato dalle equazioni di 1° e dalla equazione di Tr è di Cramer
(c) data l'equazìone aac + by + cz + d = O di Tr, la terna (l,m,n) di coefficienti
direttori di r' è proporzionale alla terna (a, b, c)
(d) date l'equazìone ax + by + cz + d = 0 di Tr e la terna (l,m,n) di coefficienti
direttori di r', vale al + bm + cn = O

5. Nello spazio euclideo 83, quale dei seguenti sistemi rappresenta un sottospazio parallelo
all'asse coordinato x?
h){:+z=5
-z=1
96:5
(b) y=a+1 (MR)
293

(c) x+y-z=6
W)y-2=1
6. Quale dei seguenti sottospazi dello spazio euclideo 83, rappresentati rispetto a un
fissato r`ferimento cartesiano, ha UE (6, -5, 7) come vettore libero?
(ali 5x+6y+7=O
(b) 5x+6y+7z-49:0
(c) 7x-5z-49:0
¬ 7x - ôy = 49
(dl 7y - 5,2 = 5
7. Nel piano euclideo 82, rispetto a un fissato riferimento cartesiano, quale delle seguenti
equazioni rappresenta una ellisse (reale o vuota) per ogni valore del parametro /<2 € R?
(a) 962 + 3l<:2y2 = 1
(b) 11;: + 3/€32 = ;1
(c) ac -3y = /<2
(d) 062 - 3/<:y2 = -1
8. Date le due matrici simmetriche reali
li 3 3 li

A = O -5 7 B = 0 -
O 7 -2 0 šlßo - wäo
quale delle seguenti affermazioni è falsa?
(a) A e B sono discriminanti di coniche a centro reali
(b) A e B sono discriminanti della stessa conica rispetto a due sistemi di riferimento
diversi
(c) A è il discriminante di una iperbole
(d) B è il discriminante di una conica, a cui la retta impropria è esterna

9. ln uno spazio euclideo 53, rispetto a un fissato riferimento cartesiano, l'equazìone


x2 + y2 + z2 = O rappresenta:
(a) una sfera
(b) una quadrica degenere
(c) un iperboloide iperbolico
(d) un paraboloide ellittico
10. Sia A € S4(]R) una matrice associata alla quadrica Q. Quale delle seguenti
affermazioni è falsa?
(ali se g(A) < 4, allora la quadrica Q è degenere
(b) se Q è un paraboloide, allora il minore M00 complementare di agg in A ha
determinante nullo
(c) se Q è un iperboloide, allora il minore M00 complementare di a00 in A ha
determinante maggiore di zero
(d) se Q è una quadrica non degenere, allora il minore M00 complementare di a00
in A ha almeno un autovalore diverso da zero
APPENDICE A

Equazioni algebriche

1. Radici di un polinomio

Sia K una campo e sia lK[t] l°anello dei polinomi nella indeterminata t, a coefficienti
in K (§ 6 del Capitolo 2).

I Teorema A.1. (Algoritmo euclideo della divisione) Dati ƒ(t), g(t) € lK[t],
con g(t) 75 0, esiste una e una sola coppia (q(t),'r°(t)) € Kit] >< Kit] tale che:
(i) f('f) = 9(1f) -q(1f)+ TU);
/¬. U) 8;f("°(i)) < sf(9(f))-
SS

Dimostrazione. Supponiamo ƒ(t) = amtm +~ ~ ~ +a1t+ag, g(t) = bnt” +~ ' ' +b1t+bg,
C011 sI“(f('f)) = W 8;1“(9('f)) = W» 2 0-
Esistenza. Se m < n (in particolare, se ƒ(t) = 0), basta porre q(t) = 0, 1^ = ƒ(
/¢\ L/

Supponiamo allora in 2 ii 2 0 e dimostriamo l°esistenza della coppia ( (t),r( (`l“@l- QC*

applicando il Principio d”induzione (§ 1 del Capitolo 1) sul grado m di ƒ


Se 'ni = 0, allora ƒ(t) = ag e g(t) = bg 75 O, basta allora porre q(t) = agbãl, r°(t) = 0.
Se m = 1, allora ƒ(t) = a1t+ ag. Se g(t) = bg çé O (risp. g( = b1t + bg, con
bl 75 0) basta scegliere q(t) = albo 1t+ agbal, r(t) = 0 (risp. q /-\ (¬~ \/(¬~ = albfl. r°(t) =
CLQ _ OQÖQÖI1).
Supponiamo ora provata l°esistenza della coppia (q(t), r'(t)) per tutti i gradi /<2 < m.
Il coefficiente di tm nel polinomio

p(t) = f( )- (@mim`")(b«Z1 s(t))


è am - amb,:1bn = 0; quindi gr p( *FH- /B
< m. Per l°ipotesi induttiva, si ha dunque:
p(t) = g(t) - s(t) + r(t), con gr(r°(t)) < n.
Posto q(t) = s(t) + ambãltmfn, si ha allora:

ƒ('f) = p(t) + (amb;1fm'")9(f) =


= s(t) ~ S( )+ †(i) + (ambZ1f""`" (f) =
= 905)( (f) + 0«mb;1f'"`") + T ”;,_`\/ =
= s(t) ( )+ i°(f)›
Q @l~Qß@|. C011 sr(†('f) /\ Q3 È/\/(Q

come richiesto.
Unicita. Supponiamo

ƒ(f) = s(t) ~ q(t) + 'f°(f) = s(t) ~ q'(f) + †'(f),


296 A. EQUAZIONI ALGEBRICHE

con gr(r(t)), gr(r"(t)) < gr(g(t)). Si ha allora:

9(f)(¢1('f) _ f1'(f)) = †"('f) _ "“(|f)› 0011 sf(†"('f) _ †'('f)) < sI“(9('f))-


Per la Proposizione 2.21 (c), ciò implica q(t) - q'(t) = 0.
Quindi q(t) = q'(t), r(t) = fr°'(t).
l:|

Con le notazioni del precedente Teorema, i polinomi q(t) e 'r°(t) sono rispettivamente
detti quoziente e resto della divisione di ƒ (t) per g(t).

Esempio A.1. ll seguente schema:


sf*-2i3-i2+t-3 H-r+2
-(srl _ 31:3 + 6i2) 3t2 + i _ 6
|| tg-7t2+t-3
-(ig -1:2+21f)
|| -6t2 - t - 3
-(-6x2 + 61:- 12)
|| -7t+9
illustra l'algoritmo euclideo per la determinazione del quoziente q(t) = 3t2 + t - 6 e del
resto i°(t) = -7t + 9 della divisione di ƒ(t) = 3t4 - 2t3 - t2 + t - 3 per g(t) = t2 - t + 2.
Si noti la completa analogia con l'algoritmo euclideo per il calcolo del quoziente e del
resto della divisione in N tra due numeri naturali.

Q Definizione A.2. Se ƒ(t), g(t) E Kiti, con g(t) 51€ 0, si dice che ƒ(t) è divisibile
per g(t) se il resto della divisione di ƒ (t) per g(t) è il polinomio nullo 0.
Si dice anche, in tal caso, che ƒ(t) è un multiplo di g(t) o che g(t) è un divisore di
ƒ(t)-

Ad esempio, i polinomi t- 1, (t - 1)2, t2 + 2t + 3, (t - 1)(t2 + 2t + 3) € Kit] sono tutti


divisori del polinomio t4 - 4t + 3 € Kit] Si ha infatti:
1:4-4t+3= |[t- 1)(z- 1)(t2+2t+3).

P Osservazione A.3. Ogni polinomio ƒ (t) € Kit] è divisibile per se stesso e per ogni
polinomio di grado zero (cioè per ogni elemento non nullo di K); inoltre, se ƒ (t) è
divisibile per g(t) 75 0, allora, per ogni a € K* = K - {0}, ƒ(t) è divisibile per a - g(t).
Per tale motivo, per ogni a € K*, i polinomi a, a- ƒ (t) € Kit] sono detti divisori banali
di ƒ
1. RADICI DI UN POLINOMIO 297

Q Definizione A.4. Un polinomio ƒ (t) € Kit] di grado n 2 1 si dice irriducibile (su


K) se è privo di divisori non banali.
In altre parole, ƒ(t) € Kit], con gr( 2 1, è irriducibile se ƒ(t) = gl(t) - g2(t)
implica gr(gl = 0 oppure gr(g2(t) \/%|¬ = 0.

Si osservi che i polinomi di primo grado sono tutti irriducibili.

Ad esempio, il polinomio
1:4-4i+3 : (i- 1)2(t2+21f+3) em]
non è irriducibile.
Invece, come si proverà in seguito (Corollario A.16), 152 + 2t + 3 € Kit] è un polinomio di
secondo grado irriducibile (su R).

Q Definizione A.5. Si dice radice o zero del polinomio p(t) = ant" + - - - + alt + ag
ogni elemento oz E K, tale che
_ TL
p(o1)-ano: +---+aloi+ag _
_0.

La scrittura
(A.1) a.,,t"+~-~+alt+ag=0
viene detta equazione algebrica associata a p(t); il grado e i coefficienti di p(t) sono
anche detti grado e coeflicienti dell°equazione algebrica associata.
Si usa anche dire che a G K è una radice di p(t) se e solo se, sostituita alla indeter-
minata t, “soddisfa” l°equazione (A.1).

P Osservazione A.6. Ogni polinomio di grado 0 non ammette radici, mentre ogni
elemento di K è radice del polinomio nullo.
Ogni polinomio di primo grado p(t) = alt + ag € Kit] ammette come unica radice
oi = -aflag. Quest°ultimo risultato, di immediata verifica, è una riformulazione
dell°Osservazione 6.17, una volta rilevato che le equazioni algebriche di primo grado
coincidono con le equazioni lineari in un°unica incognita (Definizione 6.1).

I Proposizione A.7. (Teorema di Ruffinil) Un elemento a € K è radice del


polinomio p(t) € Kit] se e solo se p(t) è divisibile per (t - oi).

Dimostrazione. Per il Teorema A.1, esiste una e una sola coppia (q(t), r(t)) € Kit] ><
Kit] tale che:
p(t) = (t - a)q(t) + r(t), con gr(r(t)) < 1.
Pertanto, il polinomio r(t) è identificabile con un elemento r € K (Osservazione 2.19);
si può quindi scrivere:
p(t) = (t ~ <1)q(1f) + 'P-
Supponiamo ora che oi sia una radice di p /`. FF \./ Si ha allora

0=p(0¢)=(<1-0f)q(0f)+r=0-q(0«)+r=r
1Paolo matematico e medico italiano (Valentano di Roma, 1765 - Modena, 1822).
298 A. EQUAZIONI ALGEBRICHE

e quindi p(t) = (t - a)q(t). Ciò prova che p(t) è divisibile per (t - oi).
Viceversa, se p(t) è divisibile per (t - oi), si ha r = 0 e quindi p(a) = (oi - a)q(a) =
0 - q(o1) = 0.
l:l

Si osservi che dal Teorema di Ruffìni segue subito che un polinomio irriducibile di
grado n > 1 non ammette radici.

Q Definizione A.8. Un elemento of € K si dice radice di molteplicità s € N del


polinomio p(t) € Kit] se

p(t) = (É - 0f)S ~ q(t), 00”» <1(0¢) # 0-

Se s = 1, 2, 3, si dice rispettiva