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Biografia e storia*

di Gennaro Sasso

Le due parole, biografia e storia, che compaiono nel titolo di que-


sto breve intervento, non contribuiscono alla serenità di chi debba
darne una rapida trattazione. Una delle due, la prima, rivela infatti
la tendenza a trasferirsi nella seconda e a perdere in questa il suo si-
gnificato specifico. Si deve considerarle come entrambe incluse nel
genere «storiografia» e quindi, di fatto, come identiche al di là delle
differenze determinate dal modo in cui la materia richiede di essere
organizzata e distribuita nel racconto? Oppure, no, si deve conside-
rarle come non appartenenti allo stesso genere che, in effetti, solo la
storia include e la biografia lascia fuori del suo ambito, senza che con
questo le sia riconosciuta l’autonomia? Malgrado la diversa apparenza,
non è facile rispondere a queste domande e decidere a quale delle sue
tesi in contrasto debba darsi la preferenza. In effetti, al di là del fatto
indiscutibile che le biografie non hanno mai cessato di essere scritte
e di essere state, per conseguenza, difese nel loro diritto a esistere
come un capitolo non secondario della storiografia, sta di fatto che su
di esse pesa la riserva, se non il giudizio negativo, che le accompagna
fin dall’antichità classica, che pure di biografie ne vide non poche. A
parte Polibio (10, 24) che la distinse nettamente dalla storia e, nello
scrivere quest’ultima dimostrò nei fatti che il suo interesse non andava
alla vicenda delle personalità, sta di fatto che persino il biografo per
eccellenza del mondo antico, persino Plutarco non esitò, per esem-
pio all’inizio della Vita di Alessandro, a chiedere indulgenza al lettore
che da lui si fosse aspettato di esser messo di fronte a una vera storia.
Ebbe cura infatti di avvertirlo che la sua non era che una biografia,
alla quale, dunque, certe cose potevano essere chieste, ma altre no.

*  È il testo, scritto su invito di Tullio Gregory, dell’Introduzione al Convegno su «Le vite


degli italiani. La Treccani e la biografia nazionale», che si tenne a Roma, nella Sala Igea, il 18
febbraio 2015. Ne furono lette, in quella circostanza, soltanto le prime pagine, non essendomi
sembrato opportuno, e non solo per ragioni di tempo, infliggere ai presenti le considerazioni
relative a Manzoni e ai personaggi del suo romanzo, anche se al lettore benevolo, ma anche
attento, non sfuggirà la ragione per la quale le ho composte.

LA CULTURA / a. LIII, n. 2, agosto 2015 159


Gennaro Sasso

Nell’età moderna, e in particolare nel secolo che fu detto della


storia, non si può dire che le riserve di Polibio e di Plutarco fos-
sero state superate in un più sereno giudizio. Al contrario. Dalle he-
geliane Vorlesungen sulla Storia della filosofia e sulla Filosofia della
storia allo scrittore di biografie non potevano certo venire parole di
incoraggiamento. Gli individui che vi compaiono sono relativamente
pochi; e, quando entrano in campo, la loro statura è tale che è l’in-
tera epoca storica che parla attraverso di loro che, in quanto indi-
vidui, non ne sono se non simboli sintetici. Comporre la biografia
di un individuo è, forse, possibile; scriverne una di un individuo
weltgeschichtlich non lo è. Non basta, tuttavia, essere un semplice
individuo perché il suo esserlo offra la materia per un’apprezzabile
biografia. Nel suo privato Hegel era un professore, non un indivi-
duo weltgeschichtlich. Eppure la biografia che ne scrisse Karl Ro-
senkranz non andò al di là di un’estrinseca esposizione di pensieri
messi in ordine cronologico e ravvivati da qualche aneddoto. Era
possibile fare meglio? Il difetto fu del biografo o dipese dall’impe-
netrabilità del biografato? Certo è che dove il pensiero costituisca
qualcosa come un’impenetrabile corazza disposta a protezione del
«profondo» tanto più il biografo dovrebbe essere disposto a ten-
tare di discendervi. Ma non c’è individuo che, in quanto tale, non
disponga di una corazza, che è parte essenziale del suo essere. Che
cosa si richiede, dunque, a un biografo che sia all’altezza di simili
pretese? Se la difficoltà sta nel soggetto, ossia nel biografo, non è
detto che riguardi soltanto i filosofi che si dispongano a scrivere la
vita di un filosofo. Se sta nell’oggetto, ossia nel biografabile, non
è detto, anche qui che riguardi soltanto i filosofi. Riguarda, in en-
trambi i sensi, anche gli storici ai quali spetti di scrivere, comunque,
biografie, o di esserne l’oggetto. Si stenta a pensare Ranke come un
autore di biografie; e questo vale anche per il giovanile Lutherfrag-
ment, nel quale l’interesse per l’epoca distanzia di molto quello per
la personalità. In effetti, si dice così non solo perché da ultimo, pro-
vando a realizzare una sua aspirazione profonda, Ranke avesse ten-
tato di scrivere una Weltgeschichte rimasta interrotta, nella quale,
senza proporselo, eseguì il definitivo sacrificio degli individui sull’al-
tare dei fatti obiettivi e delle idee generali. Si dice così perché, quale
che fosse stata l’ampiezza dell’oggetto considerato, nella sua storio-
grafia gli individui non appaiono se non come momenti interni al
processo delle cose che accadono e per sé stessi contano assai meno
di quel che contribuiscono a formare. Si stenta a pensare Droysen
come autore di biografie; non solo perché, distinguendo le perso-
nalità delle quali scrivere una biografia era possibile da quelle che
per la loro grandezza si sottraevano a questo trattamento, egli fosse
interessato a queste e non a quelle, e quindi incorresse nella con-
nessa difficoltà, ma anche, forse, per un’altra e più generale ragione.
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Biografia e storia

Nell’anima di un uomo, si legge nella sua Historik, solo l’occhio di


Dio può penetrare; lo storico è costretto a fermarsi sulla soglia. Che
era un modo indiretto di fare l’elogio della biografia nell’atto in cui
la si considerava impossibile. Qualche altro esempio. Considerazioni
analoghe valgono anche per Meinecke, che dopo il grande libro de-
dicato alla vita del Generalfeldmarschall Hermann von Boyen, non
aveva più scritto biografie e si era dedicato alla Ideengeschichte. Ma
anche in quell’ampia biografia è più che dubbio che l’interesse an-
dasse alla personalità del protagonista e non al momento storico,
nel quale, in effetti, Meinecke si compiaceva di constatare che l’idea
dell’umanità proposta dall’universalismo giusnaturalistico e quella
individualistica della nazione avevano allora trovato un felice punto
di accordo (ebbe tempo, purtroppo, per avvedersi che, se mai ci fu,
l’accordo non era destinato a durare). Dalla biografia di von Boyen
non nacquero altre biografie. Nacque Cosmopolitismo e stato nazio-
nale (1907), e, a partire di lì, egli fu storico assai più di idee che
non di uomini. I protagonisti della Staatsräson non si distinguono
dalle idee da cui sono definiti, e così quelli dello Historismus. Seb-
bene in un saggio famoso si fosse posto il problema della «persona-
lità» nel suo rapporto con la storia, e dell’importanza che alla prima
dovesse riconoscersi nella formazione della seconda, Meinecke era
bensì interessato al problema che ne nasceva, ma alla personalità in
quanto tale lo era assai di meno. Persino in Hitler, del quale dolo-
rosamente scrisse in Die deutsche Katastrophe, era incline a vedere
piuttosto l’elemento casuale e non necessario che lo aveva innalzato
al potere, che non un soggetto biografabile per sé stesso. In altri
termini, la personalità lo interessava per il peso che era necessario
riconoscerle nella formazione dei grandi eventi della storia e per l’e-
lemento irrazionale che, a volte, introduceva in essa, non per l’in-
treccio degli elementi che la costituiscono.

Nel suo libro sulla biografia greca, Arnaldo Momigliano ha ri-


cordato il secco rifiuto che Eduard Meyer aveva opposto all’idea che
la biografia meritasse di essere ospitata nella casa madre della sto-
ria. «Aber», aveva esclamato, «eine eigentlich historische Tätigkeit
ist sie [die Biographie] nicht». Le ragioni di questa esclusione non
sono difficili da immaginare. Se, come gli storici sogliono, l’indivi-
duo, quel determinato individuo, fosse stato risolto nella sua varia
azione, politica, sociale, culturale e, a sua volta, questa fosse stata
considerata nel contesto che aveva contribuito a formare e di cui
era parte, la sua vita sarebbe stata, a rigore, oggetto, non di una
biografia, ma di una storia nella quale, come biografia, necessaria-
mente scompariva. La distinzione ha, beninteso, valore empirico. Ma
è questo il terreno sul quale chi ragiona di cose come queste deve
mantenersi. La storia di un individuo cessa di essere storia, e assume
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Gennaro Sasso

il volto della biografia, se l’interesse che suscita in chi ne indaga le


azioni si volga non solo e non tanto a quel che egli abbia operato,
ma al suo essere interno, alla sua personalità, al suo modo di guar-
dare il mondo e di mettervisi in rapporto per il tramite delle sue
scelte morali, culturali, artistiche e di ciò che dal profondo le de-
terminò: in una parola, semplice all’apparenza, ma tale che può, se
la si svolge nelle sue conseguenze, Acheronta movere, far emergere
le cose profonde e farle oggetto di discorso. Torna a essere storia,
ma non biografia, di un individuo se dal suo mondo interno l’in-
teresse si muova nella diversa direzione del suo agire e dei risultati
conseguiti, e il personaggio diventi uno dei tanti, anche se il più
importante dei tanti, che con lui dettero vita a questa situazione o
a quella. Insomma, e, ripeto, questa non è se non una distinzione
empirica, si ha storia e non biografia quando, attraverso un perso-
naggio, si esplori il senso di un’età, di una vittoria o di una scon-
fitta; si ha biografia, e non necessariamente storia, quando l’interesse
per il personaggio superi e lasci da parte il bene e il male lato sensu
politici che il suo agire produsse. Ma, per quanto empirica, la di-
stinzione è astratta, e non sempre ha riscontro nelle Storie e nelle
biografie. In realtà, può ben accadere che in una biografia l’analisi
e la delineazione delle azioni politiche lascino indietro la psicologia
dell’attore; che certo vi è implicata, ma non è detto né che sia ana-
lizzata né che analizzarla sia necessario se quel che si desideri inten-
dere sia, in ultima analisi, il risultato, non l’anima. A sua volta, può
darsi il caso che l’interesse preminente per la personalità e per il suo
modo di essere lasci indietro gli avvenimenti che in parte ne sono
determinati e la coinvolgono, e che l’interpretazione di questi resti
sullo sfondo. Insomma, in questa materia, l’equilibrio fra i due mo-
menti è difficile; ed è soprattutto la biografia che, per lo più, ne pa-
tisce, o rischia di patirne, le conseguenze.
È chiaro, d’altra parte, che, se si ragiona in questi termini, perde
d’interesse la questione relativa al riconoscimento della «realtà» che
si debba o non si debba riconoscere alla persona, ossia se questa sia
un’«anima sostanza», o una costruzione giuridica, o l’ente intramon-
dano finito che si caratterizza per il suo interrogarsi intorno all’es-
sere, o, infine, un ente che, accadendo come opinione nel tempo,
in quanto ne è formato e attraversato, vive come un problema l’i-
dentità del suo sé. La differenza sussistente fra queste definizioni
non riguarda la «realtà» della persona, che, secondo diverse moda-
lità, delle quali non è il caso di discutere in questa sede, è ammessa
nella seconda, nella terza e nella quarta non meno che nella prima,
e in ciascuna dà luogo alla difficoltà che si delinea dinanzi a chi in-
tenda raggiungere gli strati più profondi, quelli che può supporsi
stiano alla radice di ciò che il documento rende visibile e insieme
nasconde. In ciascuna di queste rappresentazioni della personalità, la
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Biografia e storia

questione riguarda, infatti, non il riconoscimento, e quindi l’assegna-


zione a esse dell’«essere» e dell’«esistere» (la questione, infatti, non
si porrebbe se questo riconoscimento non fosse stato dato), ma la
possibilità che, al di sotto delle azioni, delle passioni, dei pensieri di
cui possegga il documento, al biografo sia data di cogliere ciò che
di più profondo vi si nasconda, un documento ulteriore che si sup-
pone che ci sia, e che non ha tuttavia, e comunque, la stessa natura
degli altri. Anche, infatti, se fosse fatto di parole, non è detto che,
necessariamente, queste significherebbero allo stesso modo di quelle
che, pur identiche, compaiono nell’altro: in questo, infatti, la parola
che si legge potrebbe essere la stessa che al nascosto impedisce di
emergere. Come è possibile, allora, che ci si arrivi e si sia in grado
di intenderla? Ne discende la conseguenza paradossale che se, per
un verso, nel castello della storiografia, il biografo è ospitato in una
stanza situata nei piani più bassi, per un altro, invece ne occupa una
che, come quella abitata dall’abate del Wilhelm Meister, è collocata,
o dovrebbe esserlo, nella torre più alta del castello. È probabilmente
la consapevolezza che, in modo più o meno chiaro, gli storici hanno
di questa sua ambigua natura, che di molto supera, o potrebbe su-
perare, il grado della loro intelligenza,  – è questa consapevolezza a
provocare la loro avversione, che si aggiunge perciò all’altra che in
alcuni di loro si nutre di istanze antiumanistiche. Ma c’è avversione
e avversione, e fra l’una e l’altra sarebbe bene che si distinguesse.
C’è quella che nasce dai motivi che si sono detti, e che non ha
niente a che fare con l’altra che viceversa è provocata dal sospetto
che alla «personalità» si attribuisca a torto un ruolo essenziale nella
formazione di «ciò che accade» e dalla convinzione che la storia va
sempre oltre i piani di chi agisca in essa. Fondamentalmente diversi
sono perciò i motivi per i quali la biografia è allo stesso modo av-
versata da storici che, sotto altri riguardi, sono assai diversi fra loro.
I motivi per i quali fu detestata da Meyer non sono della stessa na-
tura di quelli che, nel secolo ventesimo, determinarono l’avversione
di Volpe e di Braudel; che, sulla storia, avevano idee diverse e in
modo diverso la scrivevano, ma alla biografia erano allo stesso modo
ostili.
Se la cosa sia messa in questi termini, e a questa differenza si
presta la dovuta attenzione, può meglio comprendersi perché Meyer
opponesse alla biografia un così netto rifiuto. Ne diffidava in primo
luogo perché, probabilmente, avvertiva che l’estrema difficoltà che
s’incontra a ricostruire la vita psicologica di individui che parlino
dal loro remoto sepolcro non ha un documento che consenta un di-
scorso razionale, e, in compenso, può sollecitare l’istinto al romanzo.
Ne diffidava, forse, anche per un’altra ragione, e cioè per il fastidio
e per il riflesso difensivo che uno sguardo diretto verso la zona non
necessariamente pudica dei sentimenti suscita in chi abbia atteggiato
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Gennaro Sasso

la sua vita in modo che non possa esserne offesa. Insomma, la storia
può essere impietosa, ma la biografia può riuscire indiscreta. Se que-
ste furono le ragioni che indussero Meyer a opporre alla biografia
l’anzidetto rifiuto, non si può escludere che, nell’espellerla dalla casa
della storia, avesse tuttavia ragione. La storia si fa con i documenti,
e quelli riguardanti la vita dei suoi protagonisti non sempre sono
affidabili. In effetti, sono rari i casi in cui uomini politici, e anche
abitanti del nobile castello della cultura, abbiano lasciato di sé do-
cumenti che non siano cifrati al punto da riuscire incomprensibili:
senza l’ausilio che all’interpretazione della personalità provenga dalla
viva voce di un uomo vivo, l’analisi psicologica ha perciò buone
probabilità di fallire o di risolversi in costruzioni arbitrarie. Se ne
può trarre, sempre in ambito empirico, una distinzione, alla quale
può conferirsi il valore di una massima. Se, nella convinzione che il
profondo sfugga alla presa dell’interprete, la biografia sia diretta ai
risultati, che rientri nella storia è inevitabile; e ciò che le appartiene,
o dovrebbe appartenerle, non ci è noto se non come un Ding an
sich, come una «cosa in sé», della quale può aversi notizia, non co-
noscenza.

La questione del documento è del resto essenziale, come si ac-


cennava, anche per gli psicologi del profondo. Non è un caso che,
fra le tante analisi narrate da Freud, le più felici siano quelle eseguite
su persone vive, le meno felici quelle, sempre per altro suggestive,
dedicate a personaggi del passato o della letteratura, o anche del
presente, ma non direttamente conosciuti (esempio famoso, l’analisi
dedicata alla paranoia del presidente Schreber sul fondamento della
sua Autobiografia). Ma quelle analisi non si inscrivevano nel dominio
della storia, e nemmeno in quella della biografia. Ricostruivano «casi
clinici». Di qui il paradosso per il quale la più bella fra le biogra-
fie possibili sarebbe quella scritta da uno che, leggendo fra le linee
e dietro una parola scoprendone un’altra, sottoponesse i documenti
esistenti a una tale pressione e trasfigurazione da trasformarla, ra-
pidamente, in un romanzo. In un romanzo, si badi, non in una di
quelle «vite romanzate» che ebbero la loro fortuna nella prima metà
del secolo scorso (chi non ricorda almeno il nome di Emil Ludwig
o di André Maurois?) e suscitarono il fiero disprezzo di Benedetto
Croce che, da quelle contenute nel libro su La rivoluzione napoletana
del 1799 alle altre incluse nel saggio sui Poerio e in quelli che for-
mano il libro che intitolò Vite di avventure di fede e di passione, ne
scrisse di molto belle e per scriverle andò in archivio e interpretò do-
cumenti, e quanto quelle erano fantasiose e inventate, tanto più volle
che le sue si attenessero «alla più scrupolosa acribia nella documen-
tazione e ricostruzione biografica» in modo che non deludessero «le
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Biografia e storia

richieste della seria intelligenza storica». Ma, in forma di biografia,


quelle di Croce furono storie di pensieri, di azioni, di aspirazioni, di
cose insomma che hanno nel documento la loro testimonianza; e l’a-
nalisi della personalità necessariamente vi si fermò nel punto in cui,
se fosse stata proseguita nella direzione del profondo, con l’ausilio
della letteratura, la biografia si sarebbe trasformata, come ho detto,
in romanzo. Con risultati, per altro, non necessariamente confortanti
per la buona salute del «genere». Il Doktor Faustus di Thomas Mann
si presenta, nel sottotitolo, come Das Leben des deutschen Tonsetzers
Adrian Leverkühn erzählt von einem Freunde. Ma sarà perché il per-
sonaggio vi era rappresentato come il simbolo del destino tragico
che attendeva il suo popolo alla metà del secolo ventesimo, e la sua
psicologia racchiudeva perciò in sé alcune delle connotazioni irrazio-
nalistiche del suo tempo, non si può dire che quel romanzo sia la
biografia del suo protagonista e non invece quella del popolo tede-
sco caduto in balìa del demonio. Anche come romanzo, la narrazione
della vita del compositore tedesco narrata da un suo amico riuscì
perciò piuttosto una storia che una biografia: le tentazioni del demo-
nio ebbero lì la loro sede in un’anima che, nell’essere il teatro in cui
tutte le altre comparivano, perdeva la sua individualità e si estendeva
fino a diventare quella di un popolo. Al di là di pochi tratti (un pa-
dre che «tentava» la natura, una madre sensibilissima esposta al mal
di testa ereditato dal figlio), Leverkühn è perciò privo di psicologia.
I sentimenti gli erano vietati, anche se, per esempio, l’aria di Dalida
nel Sansone di Saint-Saëns lo attraesse con il suo «calore animale»,
al quale talvolta egli si concedeva nell’atto in cui gli opponeva la sua
fredda risata difensiva. Il che, per la riuscita artistica del personaggio
può essere considerato un difetto se non si sia disposti a riconoscere
che, essendo stato privato del calore animale dei sentimenti, Le-
verkühn non poteva essere ritratto se non così, e che dimostrerebbe
di essere rimasto del tutto al di fuori della sua «logica» chi a Mann
imputasse, in questo caso, un difetto di penetrazione psicologica.
Perché biografia storica e romanzo si fondessero e dessero vita a
un tertium genus nel quale i pregi dell’una e dell’altro coesistessero e
non confliggessero, sarebbe necessario che lo storico fosse psicologo,
questo fosse storico, e che il senso orizzontale delle cose perseguito
dal primo potesse incrociare, nel punto giusto, quello che, essendo
proprio dell’analisi psicologica, si dispone in senso verticale. Ma que-
sta è un’impresa che, senza essere impossibile in linea di principio, lo
è, o quasi, in linea di fatto; senza dire che, a rigore, può dubitarsi se
sarebbe sul serio utile. Se compito dello storico e del biografo storico
è di valutare azioni e pensieri a partire dai risultati raggiunti, come si
fa a escludere che, nei confronti di questi, l’eventuale analisi psicolo-
gica della personalità non si riferisca a qualcosa che, presente nell’in-
dividuo e fondamentale per capirlo nel suo presente, non lo è altret-
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Gennaro Sasso

tanto per quel che di esso si è trasferito e compiuto nel documento


che ci sta dinanzi? I libri che Pietro Citati ha dedicati a grandi perso-
naggi della letteratura (per esempio, a Goethe, a Kafka, a Manzoni, a
Leopardi, a Tolstoj) sono letteratissime ricreazioni delle loro opere at-
traverso la scrittura del critico che è anche una riscrittura delle opere;
e non fanno tuttavia in tempo a toccare la soglia della biografia che
già trapassano, assumendone la forma, nel saggio critico. La psicolo-
gia è filtrata attraverso l’opera: il che essendo per lui inevitabile, non
favorisce la scrittura di una biografia che non si risolva nella critica
letteraria proprio come, in altri casi, si risolve in storia di azioni e rea-
lizzazioni politiche. La psicologia di Martin Lutero fu ritratta da Lu-
cien Febvre con la vivacità e l’acume che non sempre si nota in altre
biografie dedicate al grande riformatore: si pensi, poiché siamo in Ita-
lia, al plumbeo Lutero di Ernesto Buonaiuti. Ferma restando la riserva
opposta a analisi eseguite su uomini del passato, non si può dire tut-
tavia che quel che Febvre trasse dall’anima di Lutero, o quel che vi
trovò Roland Bainton, siano pari a ciò che ci aspetteremmo dalle pa-
gine di un analista dell’anima che fosse anche uno storico, o viceversa,
in quelle di uno storico che fosse anche un analista dell’anima. Ma
nemmeno si può esser certi che il personaggio che possedesse quelle
due qualità, e le realizzasse in un libro, riuscirebbe a operarne la sin-
tesi in modo che il dato psicologico non vi fosse descritto come un
«dato clinico» e il «dato storico» non vi stesse come un dato storico.
Erik H. Erikson scrisse anni fa (1958) un libro sul giovane Lutero e
lo sottointitolò A Study in Psychoanalysis and History: si era infatti
proposto di essere non solo lo psicanalista che era, ma anche lo sto-
rico che, professionalmente, non era. Ne risultò un libro interessante
che, dagli storici, dev’essere giudicato senza l’alterigia con la quale tal-
volta essi guardano a chi si avventuri nel campo che giudicano di loro
esclusiva proprietà, e che, del resto, senza alterigia, ma con cura, fu
discusso da due insigni studiosi. Roland H. Bainton gli dedicò quat-
tro scritti, il primo Luther. A Psychiatric Portrait, nella Yale Review, 49
(1959), pp. 405-410, il secondo Psychiatry and History: an Examina-
tion of Erikson’s “Young Man Luther”, in Religion in Life, 40 (1971),
pp. 450-478, il terzo Luther und sein Vater. Psychiatrie und Biographie,
in Zeitwende, 6 (1973), pp. 393-404, il quarto Luther und seine Mut-
ter, in Luther, 44 (1973), pp. 123-130. H. Bornkamm, Luther und
sein Vater. Bemerkungen zu E.H. Erikson, lo discusse in Zeitschrift für
Theologie und Kirche, 66 (1969), pp. 38-61. Dalla lettura del libro, e
dalle discussioni a cui ha dato luogo risulta con chiarezza che la sin-
tesi di quei due saperi tanto più è auspicabile quanto più è difficile.
La sintesi si realizzerebbe, forse, se, invece di ricondurre i pensieri e
le azioni del personaggio alle categorie della psicanalisi assunte come
rigidi criteri interpretativi, si riuscisse, quelle categorie, non tanto ad
«applicarle», quanto a trarne stimoli per il potenziamento della pro-
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Biografia e storia

pria capacità di capire. Si realizzerebbe, forse, se in primo luogo si


rinunziasse a cercare la «causa» che, nascosta nella psiche, condiziona
i pensieri e le azioni. Erikson interpretò la decisione del giovane Mar-
tin di farsi monaco come un atto di ribellione nei confronti del padre
che, autoritariamente, lo voleva uomo di legge. Da quell’episodio ri-
cavò tutto il resto. Chi legga il libro senza pregiudizi non sarebbe tut-
tavia onesto se ne riassumesse il senso dicendo che senza quel padre
autoritario, e la ribellione che ne nacque, non ci sarebbe stato il mo-
naco e, per ulteriore conseguenza, nemmeno la Riforma protestante.
In effetti, Erikson sapeva benissimo che, anche se messa in atto nei
confronti di un padre autoritario in una famiglia tedesca dei primi
anni del secolo decimosesto, la disubbedienza di un giovane non era
in grado di provocare la Riforma protestante: dato il padre, data la
Germania, dato il persistente Medioevo, era necessario che il giovane
ribelle avesse in sé la tempra del riformatore religioso. Per «ripetere»
la prima ribellione e appiccare il fuoco alla casamadre cristiana, era
necessario che egli fosse, per un verso capace di esercitare la libertà,
e per un altro di essere schiavo del suo «non poter fare altrimenti».
Si dirà che questa è una trita banalità. E sia pure. Ma è una banalità
che non regge tuttavia il confronto con la massima secondo cui, come
è detto nella recente biografia di Diarmaid MacCulloch, per Lutero
Freud non serve, ci vuole sant’Agostino. Come se qualcuno potesse
mai aver messo in dubbio che quella lettura fosse stata fondamentale
per Lutero, che oltretutto era un agostiniano, e come se Freud ser-
visse per alcuni e per altri no. Dopo di che, si dovrà pure ribadire
che servirsi della psicanalisi per la scrittura di una biografia autentica
è difficile, anche a causa di quella tale sintesi che non si riesce sul se-
rio a render tale.

Di qui, o anche di qui, la difficoltà che s’incontra a scrivere bio-


grafie che, senza essere romanzi, presentino personaggi che resistano
a essere risolti nella loro azione e a esaurire in questa il loro signi-
ficato. Di qui, anche, la tendenza che, negli storici è irresistibile, a
studiare le cose e a lasciar perdere l’introspezione che, quale che
fosse il risultato conseguito, rischierebbe di fare di un personaggio
due personaggi, l’uno per dir così, parallelo all’altro, l’uno risolto
nell’azione e nel pensiero e coincidente con questi, l’altro chiuso
nella sua privata intimità e oggetto, in ultima analisi, di un altro rac-
conto. Due personaggi a tal punto paralleli da non poter stabilire,
l’uno con l’altro, un contatto produttivo di reciproca illuminazione.
Deriva forse dalla consapevolezza di questa difficoltà se in Italia, ma
non soltanto in Italia, poche siano le biografie che, al di là di ogni
altro pregio, siano sul serio degne di essere considerate tali: anche
se non possa escludersi che la debole attitudine a cimentarsi nel ge-
nere sia da mettere in relazione, oltre che con la anzidetta consape-
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Gennaro Sasso

volezza, forse anche con il timore che, se l’occhio penetri in qual-


che luogo segreto, si possano trovarvi cose tali da mettere in crisi
la disposizione alla monumentalità che sta spesso, consapevole o no,
alla radice del progetto biografico. Del resto, la debole, o comunque
non forte, attitudine degli scrittori italiani di biografie a guardare
nelle profondità dei loro autori ha il suo riscontro nell’altrettanto
debole disposizione all’autobiografia; che, a parte quelle delineate
dai poeti, che pongono comunque problemi di altra natura (basti
pensare al momento autobiografico nella Commedia di Dante), dal
Secretum di Petrarca alla Vita di Alfieri e al Contributo alla critica di
me stesso di Croce passando per quella di Vico e per La Giovinezza
di Francesco De Sanctis, anche quando sia stata coltivata, ha sempre
obbedito a un intento piuttosto letterario e apologetico che non cri-
tico. Per non dire che, quando ha avuto una mira più alta, non ha
potuto non considerarsi storia: al suo Contributo Croce appose come
motto parole goethiane: «perché ciò che lo storico ha fatto agli altri,
non dovrebbe fare a sé stesso» (Werke, ed. Kürschner, xxxi, 141).

Se si sta ai numeri, e si ha la pazienza di eseguire al riguardo


la necessaria ricerca, il risultato potrebbe persino smentire quel che
si è appena detto circa la relativa esiguità delle biografie scritte da
italiani. Il contrasto esistente fra le due affermazioni si spiega, forse,
con la involontaria confusione intervenuta fra qualità e quantità: le
biografie, in Italia, sono poche perché per lo più sono brutte. Ma
restiamo ai fatti. Nel suo libro sulla biografia greca, Momigliano ha
ricordato i biografi nati nella sua famiglia. Da una parte Felice Mo-
migliano, autore di molti saggi biografici su personaggi del Risorgi-
mento e, in uno di questi, di un «confronto psicologico tra Mazzini
e Cattaneo», apprezzabile, ma non tale da indurre il suo illustre di-
scendente a considerare le sue opere come vere biografie. Da un’al-
tra, altri due Momigliano, Eucardio, che invece, almeno in parte, si
ispirò ai metodi di Ludwig e di Maurois, e Attilio, il finissimo ita-
lianista, autore di un libro su Alessandro Manzoni che, nella prima
parte, è una veloce biografia, non paragonabile, per altro, alla se-
conda dedicata all’analisi dell’opera letteraria. A questi si aggiunga
un altro componente della famiglia, Arturo Carlo Jemolo, autore, nel
1922, di un piccolo libro su Crispi, caratterizzabile, da chi lo abbia
letto, per la simpatia politica dimostrata per il personaggio, e, se-
condo Arnaldo Momigliano, per un uso dell’analisi psicologica giu-
dicato, a quella data, e chi sa perché, «audace e inquietante». Senza
dubbio, come è dimostrato dalla sua opera, non solo di storico, ma
di giurista, e dalla sua autobiografia, Jemolo era uomo di molte in-
quietudini, e alle cose che studiava era capace di guardare da angoli
visuali diversi. Ma il libretto su Crispi è un saggio politico ricco di
osservazioni psicologiche: non è una biografia.
168
Biografia e storia

La citazione di quel libro giovanile di Jemolo suggerisce il ri-


cordo di un altro, che egli scrisse nell’ultima stagione della sua vita.
Nel 1973, egli dedicò un saggio a Manzoni, che, sebbene nel titolo
alludesse al suo «dramma», non accennava mai a farsi biografico.
Ma, poiché il discorso è caduto su Manzoni, vorrei tuttavia osservare
che potrebbe essere proprio il racconto che si facesse della sua vita
a mettere in crisi il consueto modo di narrarne la vicenda e forse a
consentire, nel suo caso specifico, il superamento dell’impasse in cui
è rimasto impigliato il rapporto della biografia con la storia. Se infatti
fosse affrontata con spregiudicatezza da uno storico che, essendo in
grado di penetrare nel vivo della sua personalità estremamente com-
plessa, anche sapesse osservarvi il formidabile apparato difensivo che
egli elevò per, si dica così, mettere in crisi le sue nevrosi, a emergerne
sarebbe un personaggio almeno in parte diverso da quello normal-
mente raccontato nelle Storie letterarie e anche in molti dei libri che
sono stati scritti e si scrivono su di lui. Ma diverso riuscirebbe forse,
almeno in parte, il significato del suo romanzo. Dal libro che Nata-
lia Ginzburg ha dedicato alla sua famiglia, e soprattutto dal saggio
di Cesare Garboli sul Journal di Matilde Manzoni, se l’uno e l’altro
fossero stati proseguiti fino a raggiungere il traguardo della biografia,
sarebbe forse venuto fuori un personaggio che, per un verso avrebbe
proiettata la sua luce sull’opera, e, per un altro, l’avrebbe ricevuta da
essa. Non che sia un’impresa facile, e che il gioco di questa doppia
illuminazione possa essere condotto da chi, fra le sue armi, non ne
abbia di decisamente eccezionali. È ovvio che la grandezza del perso-
naggio e il suo proverbiale riserbo possano essere avvertiti come osta-
coli insuperabili. E si aggiunga anche l’idea del diritto che ciascuno,
anche se da decenni appartenente al regno dei morti, ha di veder
rispettati le parti segrete della sua anima. È singolare, per esempio,
che una scrittrice della finezza, nonché della spregiudicatezza, della
Ginzburg abbia preferito evitare il confronto diretto con la biografia
di Manzoni, aggirando l’ostacolo e parlando di lui, indirettamente,
attraverso i personaggi della sua famiglia. Ma licet experiri. Affidato
alle cure di un dotto capace di introspezione e di letteratura, nessuno
forse meglio di lui consentirebbe al racconto che das Ding fosse tratto
fuori del suo an sich, e che finalmente si desse mano a una biografia
che, senza essere una storia romanzata o un romanzo, nemmeno, tut-
tavia, fosse un semplice saggio di critica letteraria.
È una banalità dire che l’autore di un romanzo necessariamente
mette qualcosa di sé in ciascuno dei personaggi che lo abitano. Ma
è vero. E questo vale, naturalmente, anche per Manzoni: con alcuni
tratti, per altro, che meritano di essere notati e che, nel punto in
cui lo fossero, lì, forse, la biografia uscirebbe dal suo stato di «cosa
in sé», e con la storia potrebbero trovare un felice punto di sintesi.
Se, con la dovuta attenzione li si osservasse nelle loro caratteristiche
169
Gennaro Sasso

e nel rapporto che necessariamente intrattengono l’uno con l’altro,


i personaggi dei Promessi sposi potrebbero, ciascuno, essere il pro-
tagonista del capitolo di un libro che, per un verso, trattasse della
vita morale e delle sue crude antitesi: la serietà e la colpevole frivo-
lezza, la bontà e la cattiveria, la spregiudicatezza e il conformismo,
il coraggio e la paura, e, per un altro, ma di conseguenza, dentro
di sé ne nascondesse un altro, avente il carattere di una schietta au-
tobiografia. È come, infatti, se, da questo duplice libro segreto, da
questo trattato di etica, non scritto e che, essendo anche un’auto-
biografia, si poneva tuttavia in parallelo con l’altro che era intento
a comporre sul serio, Manzoni traesse la materia concettuale che la
sua arte trasformava e trasferiva nei personaggi del romanzo; che a
quei concetti davano vita nell’atto in cui la ricevevano. A nascerne
erano personaggi vivi, senza dubbio, non astratte repliche di pensieri
pensati altrove e di lì trasferite nel racconto. Ma di quei pensieri, di
quei concetti conservavano tuttavia il carattere e l’alternativa in cui
ciascuno si poneva con gli altri. Non che il libro di cui parlo sia da
identificare con la Morale cattolica, anche se sarebbe assurdo se, nel
fare la storia dei Promessi sposi, non se ne tenesse conto. Parlo, in
realtà, di un libro mai scritto e che, tuttavia, esiste ed è una specie
di πκεμενν dell’altro che ne è costantemente condizionato, an-
che se non limitato e censurato nella sua libertà artistica; parlo di un
libro che all’altro conferisce il raccolto tono meditativo che lo carat-
terizza e, dei suoi molti pregi, non è di certo il minore.
Può darsi, se è così, che Croce non avesse torto quando, ripren-
dendo un famoso giudizio di Giovita Scalvini, lo svolgeva nella sua
idea dell’orator che ne I promessi sposi era subentrato al poeta. Se
tuttavia non ebbe del tutto ragione fu perché gli sfuggì che l’uni-
lateralità dei personaggi, e la loro schematizzazione in buoni e cat-
tivi, non derivava da una disposizione, che Manzoni avvertisse in sé,
all’oratoria, ossia a sottomettere l’arte a uno scopo pratico di edifi-
cazione morale. L’origine di questa polarità era piuttosto nella soffe-
renza con cui viveva i contrasti della vita, pativa le sue antitesi, non
riusciva a venir fuori delle sue secche alternative; che erano dentro
di lui e, prima che nel romanzo, prendevano la loro forma nel libro
non scritto al quale il romanzo conferiva poi la piena attualità, con-
fermando tuttavia la loro incapacità di stare se non in quel modo
esclusivo. Al di là del tono medio, discorsivo, al di là dell’ironia che,
in apparenza, attutiva i contrasti, ma in realtà li rivelava nella loro
ineludibile natura, di lì, da quella severa inquisizione etica proveni-
vano il rigorismo e l’intransigenza con cui, nel romanzo, sono carat-
terizzati i personaggi; a ognuno dei quali egli prestò un carattere che
era suo perché lo possedeva o era suo perché avrebbe voluto esserne
in possesso. Vivendo la sua vita, Manzoni avvertiva come una debo-
lezza e una sconfitta la sua incapacità di realizzarla nella sua forma
170
Biografia e storia

piena, di uscire allo scoperto, di rischiare. Per questo il bene e il


male, il coraggio e la paura, e tutti i contrari della vita morale, fu-
rono rappresentati per quel che erano, come un’opposizione che non
consentiva che il suo rigore fosse temperato e attenuato. Così, a parte
gli umili e la loro semplicità, a parte Lucia che, come a ragione fu
detto, costituisce veramente un caso a sé perché, nel profondo del
suo essere, Manzoni aveva collocato la sua stessa intelligenza, la sua
ironia, la sua malinconia, il suo senso virgiliano della natura, i perso-
naggi che della vicenda furono protagonisti ebbero l’un carattere o
l’altro, furono l’una cosa o l’altra, con l’eccezione di quelli che, ti-
morosi del bene non meno che del male e subalterni all’indecisione
che ne derivava, scelsero la via deplorevole del «sopire e troncare»,
e cioè di una deteriore arte del vivere consistente in una perversa ca-
pacità, quasi sempre fallita, di sottrarsi al rischio che il puro esercizio
del bene o del male, alla fine, reca con sé.
Non so se questa sia oratoria, o se, come dicevo, nella trama del
romanzo debba piuttosto vedersi il rifiuto di ogni compromesso fra
le opposte qualità dell’anima, l’esclusione di ogni via mediana, l’as-
segnazione del bene e del male a ambiti diversi e opposti senza pos-
sibilità di mediazione o, semplicemente, di intermedi, per i quali il
male e il bene coesistono e la vita si mantiene in questo mediocre
equilibrio. Non so se questa sia oratoria. Ma, per mio conto, incline-
rei a credere che si trattasse piuttosto di una tendenza all’introspe-
zione morale e psicologica condotta senza alcuna indulgenza nel se-
gno della penitenza che, attraverso quelle contrapposizioni, Manzoni
imponeva in primo luogo a sé stesso a causa dell’incapacità che,
come si sa, avvertiva di uscire all’aperto e di vincere la paura della
vita che si vive nelle strade e nelle piazze. Non so se a scrivere egli
fosse stato mosso dall’intenzione di far amare agli uomini la bontà e
la dolcezza delle virtù cristiane nell’atto in cui li disponeva a odiare
il male, o se a prevalere in lui non fosse piuttosto la disposizione a
delineare la dura alternativa in cui il bene e il male, il coraggio e la
paura e tutti gli altri opposti della vita morale si ponevano, ai suoi
occhi, gli uni contro gli altri senza possibilità di mediazione e di su-
peramento, e da quella infine derivasse il pessimismo con cui, pas-
sando dalla considerazione della sua anima a quella dei suoi perso-
naggi, Manzoni guardò alla vita sia degli umili sia dei potenti. Non
c’è malvagio che, con la ragguardevole eccezione dell’Innominato,
nel suo romanzo si mostri capace di redenzione. Il male, in Man-
zoni, è privo di ogni grandezza. I malvagi non sono che piccoli uo-
mini, e sono vili: la commemorazione scherzosa e grottesca che, an-
cora ignaro di aver contratto lui pure il contagio, don Rodrigo tenne
del conte Attilio, morto di peste il giorno prima, è insieme il do-
cumento della miseria e dell’idiozia di chi è convinto che dalla ric-
chezza e dal grado provenga l’immortalità.
171
Gennaro Sasso

Dalla dura alternativa in cui Manzoni poneva il bene e il male


si svolse e si potenziò il senso giansenistico della grazia che, per un
altro verso, stava alla sua radice, e che, con il poco posto che la-
sciava al libero arbitrio, costituisce l’accordo di base del romanzo.
A partire di qui, e dal pessimismo che ne conseguiva, si formò in
Manzoni la tendenza a lasciare che fossero le cose a dire dove fosse
la bontà e dove il suo contrario, e come conseguenza di questa, la
sua indisposizione a esercitare tanto il giudizio quanto la pietà. Era
come se la formulazione del primo e la dichiarazione della seconda
implicassero quel che meno si sospetterebbe, e cioè, non il coinvol-
gimento, ma la superiorità e la distanza, non la comprensione, ma
l’arroganza della virtù. In effetti, la tendenza al pessimismo, e l’in-
disposizione alla pietà, gli derivarono dalla consapevolezza che egli
ebbe della presenza in lui di quel contrasto e dell’impotenza che ne
conseguiva, con il bene che non riusciva ad avere ragione delle de-
bolezze consustanziali al suo carattere, e con queste che, quanto più
mostravano la loro resistenza al superamento che se ne fosse tentato,
di altrettanto rendevano agognato e lontano il traguardo della vera
virtù; che se era una virtù cristiana tanto più avrebbe dovuto esserlo
del sacrificio. Non è un caso, ed è una conclusione non priva di una
sua ironica amarezza, se il lieto fine della vicenda fu opera non degli
uomini, ma della peste, che, per altro, insieme agli innocenti, non
tutti i prepotenti tolse di mezzo, ma solo quei particolari prepotenti,
e ai superstiti dette una lezione di cui, con la sua apparente bono-
mia, Manzoni fu il primo a sottolineare l’angustia, e l’estrema mode-
stia dell’insegnamento che poteva trarsene per la condotta della vita.
Nel consentire che un suo personaggio ne facesse l’elogio, egli lasciò
fra l’altro inspiegata, e non mise a tema, la questione più seria che
di lì nasceva. La lasciò inspiegata perché la soluzione del problema
era in Dio, e quella soluzione non poteva essere trovata e quindi
esposta in termini di piena razionalità. La peste poteva ben essere
considerata come lo strumento che, fra varie altre cose, aveva con-
sentito che due umili contadini giungessero a stringersi in matrimo-
nio. Ma, con quella dei malvagi, aveva spezzato l’esistenza di gente
che malvagia non era affatto: senza dire che se, in una sua minima
parte, la piccola storia degli umili aveva conosciuto, dopo tante tra-
versie, un momento di serenità, in altre sue parti non era pensabile
che potesse essere diversa da come sempre era stata. Al pari, del re-
sto, della grande storia e della politica che ne determinava le fasi e
che, per grande che ritenesse di essere, era pur sempre condannata
a ripetere il triste gesto del potere e a reiterare l’amara vicenda della
giustizia umiliata. Né dal romanzo, né da altri suoi scritti, risulta che
Manzoni la considerasse degna di particolare rispetto. E non perché
non sapesse guardarla se non attraverso gli occhi dei mediocri si-
gnori della Lombardia secentesca, o perché, dopo che li ebbe posati
172
Biografia e storia

sulla Rivoluzione francese, non riuscisse a intenderne la grandezza.


Ma perché nella storia era forse incline a cogliere quel che non era
riuscito conforme al programma che in un determinato tempo gli
uomini avessero delineato e cercato di attuare, e nelle apparenti vit-
torie il suo occhio cogliesse la sconfitta che vi stava nascosta. Non
perché non sapesse che un conto era don Rodrigo, un altro il car-
dinale Richelieu. Ma perché nella Lombardia spagnolesca conden-
sava, anticipandovelo, il senso della storia italiana che era di seco-
lare estraneità alla politica e al vivere civile. Quando con la mente
si trasferiva nel suo secolo e osservava lo sforzo che in Italia si stava
compiendo per realizzare il progetto dell’unità politica, era al peso
che il passato faceva gravare sul presente, era sulla difficoltà che si
opponeva alla sua riuscita, che rivolgeva il suo sguardo, e così gli
sembrava che si dovesse fare perché troppo grande era la sofferenza,
troppo gravi le ingiustizie che il progresso pretendeva per la sua at-
tuazione. Consapevolmente deformandole e attribuendole a una sola
regione italiana, rifletteva in realtà sulle gravi difficoltà che, non nel
diciassettesimo secolo, ma nel decimonono, essa incontrava a entrare
in una dimensione più alta; e dalla storia che ricavava dal vecchio
e dilavato manoscritto, traeva una lezione politica, della quale non
si penetrerebbe per intero il senso se la si interpretasse come una
lezione piuttosto di pessimismo che non di drammatica consapevo-
lezza storica. Come tutti i grandi libri, I promessi sposi racchiudono
in sé motivi diversi, e sfidano il lettore a scoprirli. Non si commette
nessun arbitrio, e non se ne forza il senso al di là del limite che
conviene rispettare, se li si intende anche come una riflessione sulla
storia d’Italia e sulle difficoltà che questa aveva a rivelare, prima an-
cora che a conseguire, la sua unità.

Dalla consapevolezza di quel che in lui era debole e della in-


felicità che procuravano alla sua vita, quasi per contrasto, derivò,
in Manzoni, la nettezza con cui dette vita a personaggi monolitici,
monocordi, prigionieri del loro bene e del loro male. Operata una
secca divisione, da una parte, infatti, collocò i buoni, da un’altra i
cattivi. È un tratto singolare della sua arte, questo, che, per un
aspetto non secondario, contrasta con il suo sapiente uso del chia-
roscuro e con il senso delle sfumature con cui seppe ritrarre la com-
plessità di ciò che è buono e di ciò che non lo è. Il fenomeno è sin-
golare, ma ha tuttavia la sua spiegazione. La complessità che, nell’a-
nimo di Manzoni tendeva ad assumere il carattere della complica-
zione, conobbe una sorta di contrappasso semplificandosi nella secca
contrapposizione dei buoni e dei cattivi che, nel romanzo, è altret-
tanto radicale di quella che agli umili contrappone i potenti. Nel ro-
manzo, in effetti, i buoni sono buoni, e lo sono senza ombre, anche
se il loro attuale esserlo abbia alle spalle, rinnegata tuttavia e re-
173
Gennaro Sasso

denta, una vita intessuta di violenze, di prepotenze e persino di omi-


cidi: si pensi al padre Cristoforo, si pensi all’Innominato. Con l’ec-
cezione di quest’ultimo, che sul serio, nel romanzo, è un’eccezione,
i cattivi sono cattivi, e, come già si è detto, lo sono senza alcuna
grandezza, come se la malvagità che li avvolge fosse insieme grande
e meschina, e tale da rendere inconcepibile, anche in essi, l’insorgere
di un dubbio che lasci pensare come possibile il loro passaggio a un
altro genere di vita. Del resto, anche la conversione dell’Innominato,
sulla quale tanto si è discusso dai critici, concede pochissimo alle ra-
gioni che la determinarono. La notte in cui visse la crisi della sua
malvagità, e da perfido si fece ottimo, nascondeva un travaglio che,
come pur si lascia intendere, non era cominciato in quelle ore, risa-
liva alquanto indietro nel tempo. Ma quel tempo, il tempo del dub-
bio, fu contratto, tuttavia, da Manzoni, nelle ore di quella sola notte.
Il personaggio che ne pativa la trafittura e lottava con sé stesso nel
romanzo non c’è: è supposto, non è descritto, forse perché, nel
fondo della sua propria anima, Manzoni avvertiva che l’irresolutezza
fra bene e male, ossia fra l’amore di sé e quello degli altri, non era
una condizione di cui fosse a lui possibile sostenere il peso: proprio
come gli accadeva con l’eros, che nel romanzo accenna a sé stesso
nella forma sia del desiderato amore coniugale sia dell’amore liber-
tino e eslege, ma resta sullo sfondo, alluso e non attinto, come se
in nessuno di questi aspetti, nel bene, dunque, come nel male, riu-
scisse a pervenire all’espressione, e come se la descrizione della sua
compiutezza troppo costasse a lui che del suo dramma certo non era
inesperto. Come dicevo, la contrapposizione, nel romanzo, del bene
e del male può, a prima vista, sconcertare. Ma poiché esiste, e ne-
garla è impossibile, occorre spiegarla.
L’animo di Manzoni era estremamente complesso, agitato da
conflitti. Nella sua complessità è la ragione di quella contrapposi-
zione e polarizzazione. Manzoni avvertiva con forza la necessità di
guardare dentro di sé e di raccontare quel che vi trovava, renden-
dolo oggettivo nei personaggi del suo romanzo che, per questo, di-
sponeva in campi opposti. Non avrebbe potuto scriverlo se non
avesse proceduto così, se ciò che era complesso non fosse stato, in
prima battuta, reso semplice negli opposti caratteri dei buoni e dei
malvagi, dei coraggiosi e dei vili, che costituiscono la vera materia
del romanzo e la sua ragione fondamentale. I personaggi semplici,
e fra questi sono i due protagonisti, hanno senso solo perché, senza
aver fatto niente per meritarlo, si erano trovati a essere prigionieri
di questo contrasto. A differenza di quel che fu suggerito da Ange-
landrea Zottoli nel più bel libro, per altro, che, nello scorso secolo,
sia stato dedicato a Manzoni, i protagonisti de I promessi sposi non
sono gli umili e i potenti. Sono bensì i buoni e i malvagi, e sullo
sfondo i coraggiosi, che, per altro, si identificano con i primi, e i vili
174
Biografia e storia

che, come qui di seguito si vedrà, hanno in don Abbondio il teorico


più conseguente del loro diritto di vivere secondo quel che la loro
natura richiede.

Così siamo tornati al tema che ha più profonde risonanze nell’a-


nimo manzoniano: al tema, intendo, del coraggio e della viltà, dell’e-
sporsi ai pericoli e del ritrarsi in disparte da essi, e che di tutti quelli
che hanno luogo nel romanzo è forse il più importante. Lo era, in-
fatti, anche nella sua vita. È frequente, nei suoi carteggi familiari, la
dichiarazione della sua incapacità, che era, diceva, quella di un «po-
vero convulsionario», di uscire di casa esponendosi ai pericoli che ve-
deva al di là del suo uscio. Prima di iniziare il lavoro a conclusione
del quale, dopo il Fermo e Lucia, sarebbero venuti fuori I promessi
sposi, ma, in realtà, quando la composizione del primo romanzo già
aveva avuto inizio, Manzoni aveva dato vita a un personaggio che, es-
sendo nato per stare lontano dalla politica e dalla guerra, era entrato
con coraggio nell’una e nell’altra, e vi aveva fatto la sua parte fino al
sacrificio della vita. Quel personaggio era Adelchi, l’eroe della trage-
dia che ha il suo nome. Ma un personaggio così non fu più replicato.
Manzoni, che tanto ammirava il coraggio e, come non poteva non es-
sere, sui vili innalzava gli eroi del dovere e del sacrificio, non ebbe
mai la possibilità di vincere, nella sua vita, il timore che, con le sue
ambiguità, gli era comunicato dai pericoli derivanti da un’esistenza
non protetta, dal senso di vuoto e di angoscia che gli proveniva dalla
vita che batteva sulla porta della sua casa milanese, e lo invitava a
prendere contatto con lei. Era ossessionato dal timore che, immesso
nelle passioni del mondo, il suo io non avrebbe superato la prova
che esponeva al rischio la sua stessa identità. Sarà una favola o, se si
preferisce, una leggenda quella relativa al così detto miracolo di San
Rocco, ossia della chiesa parigina nella quale, in un giorno impreci-
sato, Manzoni trovò rifugio dopo che, preso nella folla, si era trovato
separato da Enrichetta Blondel e dalle altre persone che erano con
lui. Sarà una favola, o una leggenda, e certamente è l’una cosa e l’al-
tra, che in quella chiesa, essendosi rivolto a Dio perché gli facesse
ritrovare la giovane moglie, ne avesse ricevuto l’impulso a conver-
tirsi. È anche vero, tuttavia, che difficilmente le leggende, anche se
non sono che favole, nascono senza un motivo. Certo Manzoni non
amava perdersi tra la folla. Ma la folla era, in questo caso, nient’altro
che la vita, una metafora della vita. Per questo, per vincere la prova
dell’esistenza, e allontanare da sé la paura che gli incuteva, delineò il
personaggio che, di questa paura, fu l’eroe, quello che non si vergo-
gnava di teorizzare in positivo il timore che, a giusto titolo, doveva
aversene. Non sarà un caso se di tutti i personaggi che occupano la
scena del romanzo, don Abbondio sia quello in cui il cesello psicolo-
175
Gennaro Sasso

gico dell’autore ha lavorato di più e più a fondo per conferire al suo


carattere la ricchezza delle sue variazioni. Non è un caso che sia lui
quello che, essendo stato coinvolto, contro la sua volontà, in ciò che
più detestava, non venne mai meno, neppure per un attimo, alla sua
granitica coerenza e, a suo modo, alla sua sincerità. Avendo paura di
tutto, e di tutto diffidando, don Abbondio non ebbe infatti paura di
confessarla e di assumerla nel segno di ciò che non teme né la con-
traddizione né altra smentita. Il cardinale lo invitava, con nobili pa-
role, a far onore ai doveri che si era assunto vestendo l’abito talare.
Ma don Abbondio, che certo le comprendeva, non poteva non sen-
tirle tanto solenni quanto vuote, per lui, di significato. Non c’era in-
fatti cardinale che potesse persuaderlo a essere diverso da quello che
era, e che, a ragione, egli riteneva che dovesse essere in un mondo
fatto di violenza, di ingiustizia, di sopraffazione, e modellato da una
legge che, mentre a parole sovrabbondava di garanzie per i deboli,
nei fatti proteggeva i potenti. Non c’era argomento che potesse in-
durlo a credere che l’Innominato non potesse avvertire di nuovo in
sé, improvvisa e irresistibile, la vocazione a riprendere l’antica vita,
da santo rifacendosi assassino. Così, avendo paura della folla e delle
sue mille insidie, nemico, in nome della virtù e dell’impegno, dei sen-
timenti che, suo malgrado, gli occupavano l’animo, Manzoni li sosti-
tuì, nel personaggio che dell’aver paura non si faceva una colpa, con
quelli di opposto segno, perché, dopo tutto, anche lui, che non era
disceso dalla «rea progenie degli oppressor», ed era un umile par-
roco, si trovava tuttavia a vivere fra gente a cui ragione era l’offesa, e
«dritto il sangue, e gloria il non aver pietà». Come si poteva preten-
dere da lui, che li combattesse con le armi che non possedeva? Del
resto, se qualcuno gli avesse obiettato che, se ne fosse stato in pos-
sesso, non avrebbe tuttavia avuto il coraggio di usarle, don Abbondio
avrebbe pur sempre potuto obiettare che un parroco di campagna
non diviene un guerriero solo perché in pugno stringa una spada:
senza dire che al suo autore avrebbe potuto ricordare quel che pro-
prio lui aveva scritto nel secondo coro dell’Adelchi, che c’è anche la
«prodezza» del «numero», e contro questa non c’era che da invocare
il vae soli. Quanto detto non significa che, nel rappresentarlo così,
alla sua elaborata viltà Manzoni desse un riconoscimento, conce-
desse una giustificazione, e che l’uno e l’altra sublimasse nell’elogio
che, malgrado tutto sentiva di non poter non fare della sua logica,
angusta, senza dubbio, ma, posta la premessa, invincibile. Insomma,
quanto più era moralmente detestabile, tanto meno il personaggio gli
appariva e era confutabile. Lo si poteva odiare, ma non si poteva im-
pedire che un sentimento di segreta ammirazione per la inconfutabi-
lità della sua logica non lo ripagasse di quel che a giusto titolo gli si
toglieva. Di questo Manzoni era costretto a prendere atto. Egli sa-
peva fin troppo bene che, se il coraggio fa tutt’uno con la salute del
176
Biografia e storia

corpo e dell’anima, il suo contrario, ossia, per usare un eufemismo, la


incapacità di affrontare la vita è, in analisi estrema, la conseguenza di
una malattia che, come proprio don Abbondio avrebbe detto, non è
possibile curare con le parole, anzi non è possibile curare affatto.
Si aggiunga che nella deplorazione che Manzoni faceva della cru-
deltà dei vincitori, c’era qualcosa che, a guardar bene, non era estra-
neo alla logica di don Abbondio. Certo, della pace e della guerra
egli non si faceva un problema che andasse al di là dei confini se-
gnati dal suo personale συμφρν. A don Abbondio importava di
non essere disturbato lui, di non essere messo in pericolo: solo per
questo amava la pace. Degli altri non si curava. Non potendo aver
letto Thierry e gli storici francesi della Restaurazione, dell’elogio che
questi avevano tributato ai vinti non sapeva niente, e, se qualcosa ne
avesse saputo, si può esser certi che avrebbe sentenziato che i vinti
ci sono perché ci sono i vincitori, i vincitori ci sono perché ci sono
le guerre, delle quali anche loro, i vinti, possono essere responsabili,
e che il meglio sarebbe che né gli uni ci fossero né gli altri e tutti
si vivesse in pace. Una sentenza che, a dimostrazione della strana
universalità della sua filosofia, aveva il suo sostanziale riscontro in
quella che, davanti a don Rodrigo, era stata enunciata dal religioso
che più, nel romanzo, gli è idealmente contrapposto, il padre Cri-
stoforo. Il quale interrogato sulla questione, discussa dai commensali
di quel signore, se un ambasciatore potesse o no essere bastonato,
non aveva forse detto che il suo «debole parere» era «che non vi
fossero né sfide, né portatori, né bastonate»? In realtà, malgrado la
scarsa elevatezza del pulpito da cui era impartita, la lezione di don
Abbondio aveva più di un riscontro nelle vicende di cui, suo mal-
grado, era spettatore e anche soggetto passivo. Anche qui, se, al pari
del suo autore, avesse potuto leggere Vico e qualcosa capirne, forse
avrebbe sentenziato con lui che le cose umane riescono sempre di-
verse dalle intenzioni di chi le produce, salvo che si sarebbe rifiu-
tato di vedere, nelle traversie, le opportunità. A queste altezze la sua
mente non perveniva; e si sarebbe stizzito se qualcuno lo avesse in-
vitato a percorrere quella strada, anche, e anzi, soprattutto perché
di quel pensiero vichiano proprio lui, che nella positività della storia
non credeva, aveva dovuto constatare la verità.
Poiché con fastidio e rincrescimento doveva convenire che, nei
limiti dell’umano, la logica di don Abbondio non era confutabile e
che, per vincerla, era al sovrumano che ci si doveva innalzare, dalla
saggezza che da tutto ciò discendeva Manzoni trasse il convinci-
mento che soltanto l’arroganza avrebbe potuto indurlo a vestire, nei
confronti dei personaggi, i panni di un giudice che assegnasse lodi
e pronunciasse condanne. Se a questa regola non poté, a tratti, non
venir meno, l’oggetto che lo indusse all’eccezione fu individuato nei
costumi del secolo in cui la storia dei promessi sposi aveva luogo:
177
Gennaro Sasso

nei suoi costumi e cioè, andando più a fondo, nella vacuità delle pa-
role politiche che, in alto e in basso, vi risuonavano e tenevano il
luogo della serietà. In effetti, i personaggi malvagi del romanzo non
sono che effimere manifestazioni dello spirito del tempo che, da
ogni parte andando al di là delle loro persone, consentiva che que-
ste non fossero giudicabili in sé, ma solo in relazione a quello. Fu
forse per questo, e lo si è già notato, che dal giudizio formulato sui
malvagi cadde giù, con la riprovazione detta con le parole, la nota
della pietà e dell’umana comprensione. Il che importava il tratto di
intransigente durezza che si coglie nella manzoniana rinuncia a giu-
dicare e a far suo il costume del frate Cristoforo; che, nel rivolgersi
a un uomo, in realtà non chiamava in causa il secolo, ma giudicava
l’uomo, a differenza del suo autore che, nel considerare le azioni di
un uomo di quel secolo, giudicava il secolo, e non l’uomo, consi-
derato, dopo tutto, un soggetto irrilevante. In effetti, soltanto nei
confronti di Gertrude e della sua amara vicenda sembra di poter av-
vertire, in Manzoni, la nota della pietà, se da una più attenta consi-
derazione non risultasse evidente che, nel racconto dedicato alla sua
vicenda, la comprensione della vittima implica, non tanto la pietà
quanto la commiserazione per il suo orribile caso, non tanto la pietà
quanto la condanna di un costume morale pronunciata da uno che,
in questo caso, poteva e sapeva farsi giudice, quasi che l’illuminista
che era stato prima di convertirsi al cristianesimo fosse sempre vivo
in lui che di quel modo di pensare era ancora partecipe.
Se per i malvagi non c’è pietà, e per i grandi personaggi posi-
tivi (il frate, l’Innominato, il cardinale) l’interesse e l’ammirazione
contribuiscono ad allontanarli dalla zona degli affetti, il biografo di
Manzoni dovrebbe prestare molta attenzione al modo in cui, nel ro-
manzo, sono trattati, non, in generale, gli umili, ma, in particolare,
negli ambienti familiari e, nell’assenza dei padri, le donne, che ne
sono il centro. Non tanto, dunque, Perpetua che, fedele governante
di don Abbondio, era anche assai critica della sua viltà, non tanto
donna Prassede, sulla quale il discorso rischierebbe complicazioni
non utili in questa sede, ma Agnese, la madre di Lucia, l’unica ma-
dre che nel romanzo abbia questo ruolo. Che tenerne conto sia im-
portante si capisce, se l’occhio del biografo che sia insieme quello di
un critico non inesperto di psicologia, si disponga a leggere nelle pa-
gine della sua vita. Manzoni, nell’infanzia, aveva vissuto lontano da
entrambi i genitori: non solo dal padre, del quale, forse, non era il
figlio, ma anche da Giulia Beccaria, sua madre, che a contrarre quel
matrimonio era stata spinta da altri e al marito aveva dedicato indif-
ferenza, antipatia, forse disprezzo, cercando altrove le soddisfazioni
che la sua indole e la sua giovinezza esigevano. Per tutta l’infanzia,
il piccolo Alessandro non aveva quasi saputo della madre che, a sua
volta, di lui s’interessava pochissimo e, le poche volte, senza alcun
178
Biografia e storia

affetto. Il forte legame che lo strinse a Giulia Beccaria quando si


trasferì a Parigi, dopo il tempo trascorso, all’uscita dal collegio, nella
casa del padre, non è di quelli che sia facile decifrare, sospesi come
sono fra una esagerata esibizione di affetto e l’orlo di un rischioso
precipizio. Fu tuttavia proprio in quel periodo che il giovane Man-
zoni dovette capire che era proprio l’amore che ora lo legava a lei a
rivelargli che madre Giulia Beccaria non era stata mai, e, in partico-
lar modo, quando più egli avrebbe avuto bisogno di averne una. In
quel rapporto, del quale i documenti superstiti consentono di intrav-
vedere la dolciastra falsità, sono le premesse del fastidio con il quale
è descritta, nel romanzo, la madre di Lucia; che era una buona
donna, senza dubbio, ma troppo inferiore al compito alla quale si
era trovata di fronte per non incorrere nel senso di vago fastidio
con cui è ritratta. Come Giulia Beccaria, ma certo in modo assai di-
verso da lei, era protettiva e ingombrante; e sembra evidente che il
fastidio dimostrato nei suoi riguardi da Gertrude non era senza le-
gami con quello che, senza che il suo carattere gli affiorasse alla co-
scienza tanto che egli potesse conoscerlo, il romanziere provava nei
confronti di sua madre. Certo, è notevole che l’altra madre che, nel
romanzo, a un certo punto compare, è quella che Manzoni ritrasse
mentre scendeva dall’uscio della sua casa milanese e fra le braccia
aveva la piccola figlia, che la peste le aveva appena sottratta e stava
per essere consegnata a chi doveva portarla via. Sono state avanzate
riserve sulla riuscita artistica della pagina in cui questa scena è de-
scritta. A torto, direi, perché ne traspare la mirabile compostezza
della poesia. Ma forse il suo significato va oltre: il rapporto con la
madre trova la sua perfezione quando la morte lo abbia spezzato.
Nel romanzo c’è un solo padre, quello, orribile, di Gertrude, la cui
madre, a sua volta, non ha nella vicenda alcun ruolo: a dimostra-
zione che, per come Manzoni la viveva, la famiglia era una realtà
scissa, perché dei due che la componevano, uno, semplicemente,
non c’era. Il giovane Manzoni conobbe suo padre quando, uscito di
collegio a sedici anni, andò ad abitare da lui, a Milano, nella casa
di contrada Santa Prassede. Vi stette circa tre anni senza riuscire a
stabilire con lui rapporti che non fossero intessuti di disagio e dif-
fidenza. È probabile che di stabilirli non si desse nessun pensiero e
che tuttavia, oltre la sua incapacità di dargli qualche testimonianza
di affetto, soffrisse l’aridità di quel personaggio che, dai docu-
menti, emerge come un uomo non peggiore di altri, e, nei confronti
del figlio, non privo di una qualche, forse burocratica, generosità.
Quando uscì dalla casa paterna, andò a Parigi, dove Giulia Beccaria
viveva con Carlo Imbonati. Lì Manzoni conobbe sua madre.
Sono pochi esempi. Se ne potrebbero aggiungere altri se questa
ne fosse la sede e chi scrive possedesse l’attitudine e la competenza
necessarie a svolgere fin in fondo questo non facile discorso. Se, tut-
179
Gennaro Sasso

tavia, giunto alla constatazione di questi aspetti di un romanzo che,


come ho detto, nasconde in sé il trattato morale e l’autobiografia
ai quali deve di esser nato, il critico chiedesse l’aiuto del biografo
e questo quello dello psicologo, forse, chi sa, in questo caso speci-
fico, il conflitto che, in re, impedisce a questi tre elementi di strin-
gersi in una sintesi, potrebbe essere superato in una vera biografia.
Insomma, se la sua vita fosse osservata attraverso la lente offerta
dal romanzo, di Manzoni si potrebbe forse riuscire a scrivere una
biografia autentica. Che è, se non erro, e per fare un altro esem-
pio, quel che accadde con quella, meno nota forse di quanto me-
riterebbe, che nel 1945 Angelandrea Zottoli pubblicò di Giacomo
Casanova e che assai meglio del suo Leopardi potrebbe, al riguardo,
esser definita come una biografia. Ma quella che, forse, si potrebbe
scrivere di Manzoni, questa che è stata scritta di Casanova, e il li-
bro, in ogni senso straordinario, che Cesare Garboli ha dedicato a
Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (1990) sono, probabil-
mente, tre casi a sé: l’eccezione che conferma la regola della biogra-
fia che, se non vuol tradursi in un romanzo, e, meno che mai, in
una «vita romanzata», deve risolversi in una storia di pensieri o di
azioni e lasciare da un canto, inesplorato, quel che l’anima nasconde
in sé. Di Dante, per esempio, sono state scritte molte Vite, alcune,
per limitarsi a quelle più recenti, sul serio brutte, come quella, per
esempio, redatta da Tommaso Gallarati Scotti e duramente recensita
da Michele Barbi, altre pregevoli come quella di Giorgio Petrocchi.
Ma se per biografia s’intende l’individuazione, e quindi la storia, di
una personalità, è chiaro che non c’è intelligenza di biografo che
possa sfuggire al rischio, da una parte di rendere oggetto del suo
racconto, non quel che Dante fu in sé (ecco di nuovo il Ding an
sich), ma quel che egli stesso rappresentò come il suo sé stesso nella
Commedia, da un’altra, e per conseguenza, di trasferirsi dal campo
della biografia a quello delle interpretazioni. C’è una terza via, se-
guita ora in forma quasi ascetica, e con grande acribia, da Giorgio
Inglese nella sua recentissima Vita di Dante (2015), non a caso sot-
tointitolata Una biografia possibile. È quella lungo la quale, attra-
verso i superstiti documenti esterni realisticamente letti e interpre-
tati, si ricostruiscono le vicende di una vita della quale si vorrebbe
sapere di più, molto di più, perché, a conti fatti, se ne sa veramente
poco. Opere di questa qualità hanno, a parte gli altri, il loro pregio
nella rigorosa fedeltà al modello prescelto; e il rischio che corrono è
di non riuscire a mantenersi sempre e comunque sul piano dei fatti
esterni. È inevitabile, infatti, che di tanto in tanto anche le opere
debbano essere interrogate per ridiscendere di lì a momenti della
vita vissuta. Per dirla in una sola battuta. Scrivere biografie è diffici-
lissimo. Ma è addirittura impossibile quando si tratti di un uomo di
lettere o di un uomo politico.
180
Biografia e storia

Comunque sia di Manzoni e delle biografie connesse alla fami-


glia Momigliano, comunque sia di Dante, deve dirsi che non sono
poi così poche quelle scritte da studiosi italiani di storia e di lette-
ratura. Ma questo non significa che avessero il carattere della pura
biografia, quale qui è stato definito nella sua difficile realizzazione.
Per limitarsi al secolo ventesimo, era certamente ispirata a una re-
torica celebrazione del genio italico la collana dei «grandi italiani»
che Luigi Federzoni diresse per la Utet; e questo già in partenza era
un limite, perché induceva nel sospetto che la biografia potesse ri-
solversi, in quei libri, in agiografia. Ma lì, tuttavia, comparvero bio-
grafie, dovute a probi studiosi, che erano talvolta anche studiosi il-
lustri: si pensi, per fare solo questi esempi, al Giotto di Pietro Toe-
sca, al Rossini di Riccardo Bacchelli, al Boccaccio di Carlo Grabher.
Come ho detto, erano tuttavia, essenzialmente, storie di opere che
formavano esse il filo della vita; e da questo punto di vista, non si
distinguevano da normali monografie scritte su artisti e poeti. Per
quanto mi riguarda, non credetti mai quando, negli anni cinquanta,
ero intento a scrivere la mia monografia su Machiavelli, che il libro
che poco alla volta prendeva forma fosse la sua biografia e non in-
vece un saggio interpretativo del suo pensiero. Eppure in quel libro
lo seguivo passo dopo passo nella sua attività diplomatica, e anche a
qualche aspetto del suo carattere, sia pure in modo obliquo, ero co-
stretto, attraverso il carteggio, a dare rilievo. Nel che, francamente,
non c’era niente di sorprendente. Anche le grandi monografie ot-
tocentesche di Francesco Nitti, di Pasquale Villari, di Oreste Tom-
masini erano state, nelle parti in cui il racconto della vita prevaleva
sull’esposizione del pensiero, tutt’altra cosa da una biografia. Risul-
tava chiaro, leggendole, che nemmeno una volta i loro autori erano
stati sfiorati dal desiderio di sapere che cosa fosse stato, in sé stesso,
il personaggio sul quale accumulavano centinaia e centinaia di pa-
gine. Al contrario nacquero come autentiche biografie, rispettiva-
mente di Savonarola, di Donato Giannotti, di Machiavelli, di Guic-
ciardini e, da ultimo, di Giovanni Papini, i libri ai quali Roberto
Ridolfi deve una parte rilevante della sua fama di scrittore e di eru-
dito. Ma, sebbene in queste opere il racconto della vita prevalesse in
modo netto sull’interpretazione del pensiero, l’analisi psicologica si
manteneva tuttavia entro limiti relativamente ristretti, e non reggeva
il confronto con la finezza della scrittura che di questi libri costitui-
sce, insieme all’erudizione, il pregio che li fa diversi da semplici libri
di storia.
Meno che mai, e con questi pochi esempi, il mio discorso si
conclude, potrebbero essere considerate biografie La Jeunesse de Di-
derot e il Radicati di Franco Venturi, e il poderoso Cavour di Ro-
sario Romeo, lo sterminato (e incompiuto) Mussolini di Renzo De
Felice, oppure, per passare a due opere di lingua tedesca, il gigan-
181
Gennaro Sasso

tesco Burckhardt di Werner Kaegi e il Wallenstein di Golo Mann.


Biografia, più per l’eleganza della scrittura e la sapiente disposizione
delle parti che per l’attitudine ad attingere zone più profonde, può
considerarsi il Pietro Verri di Nino Valeri. Biografia è anche il Ca-
nosa di Walter Maturi. Ma si tratta di libri ai quali tuttavia si fa-
rebbe torto se non li si dicesse appartenenti, in primo luogo, all’o-
rizzonte della storiografia. A loro volta i libri di Venturi, di Romeo
e di De Felice sono tesi a ricostruire, il primo, la formazione per
intero intellettuale di Diderot e il percorso di Radicati nell’Europa
illuministica, il secondo, attraverso la formazione di Cavour e la ri-
costruzione della sua esperienza, le vicende, non solo del pensiero
liberale, ma nell’Europa di quei decenni, del momento creativo del
Risorgimento, il terzo l’ambiente in cui, fra anarchismo e socialismo,
Mussolini ebbe la sua prima formazione e poi la storia del fascismo
e dell’Italia durante il fascismo. Le notazioni puramente biografiche,
che pure, soprattutto nel primo volume delle opere di Romeo e di
De Felice non sono assenti, lasciano presto il posto a analisi e nar-
razioni di assai più ampio respiro, nelle quali la personalità è per in-
tero risolta. Nell’ampia, controllatissima ricostruzione di Romeo, la
personalità del Conte diventa un momento della storia di un paese
che si fa nazione e non conta se non in quel che realizza. E lo stesso
può dirsi per quella di De Felice. Qualcuno potrebbe dire che non
poteva essere se non così, che di fronte a opere così intense come
furono quelle nelle quali Cavour consumò sé stesso e la sua stessa
vita, e Mussolini pervenne all’instaurazione della dittatura, anche
analisi che fossero state dedicate a cogliere il loro più riposto modo
di essere erano destinate a non poter prendere il piano alto del rac-
conto. È vero. Ma non sta proprio qui la ragione per la quale si è
detto che è così difficile scrivere una biografia che, per non diven-
tare il momento di una storia che la supera, si mantenga tuttavia al
di qua del romanzo?

Vorrei concludere con un esempio illustre e un modesto aned-


doto. Ho scritto, qui su, che fra i rischi che il genere biografico fa
correre allo storico che lo pratichi c’è anche quello che l’unico per-
sonaggio che costituisce il soggetto del racconto si divida in due; da
una parte l’uomo che opera e, in questo atto, a tal punto fa tutt’uno
con le cose che quasi non riesce a emergerne con un riconoscibile
volto, da un’altra quello che dalle cose viene fuori e, se gli si guardi
dentro, rivela i tratti che prima erano rimasti come sommersi. Nella
Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 di Federico Cha-
bod, questa dicotomia non è dichiarata, ma è realizzata nei fatti.
Questo libro, che avrebbe dovuto essere introduttivo dei quattro che
avrebbero dovuto tenergli dietro, e che rimase l’unico, si divide in
due parti. La prima ricostruisce in quattro ampi capitoli le «passioni
182
Biografia e storia

e le idee», la seconda, in due capitoli, le «cose» e, con interposti


i puntini sospensivi, gli «uomini». Mi piace ricordare che, quando
il libro vide la luce nella primavera del 1951, ero a Napoli, presso
l’Istituto italiano per gli studi storici, come borsista. Di quell’Istituto
Chabod era allora il prestigioso direttore, e del libro che, dopo varie
traversie, stava per vedere la luce, si dicevano molte cose, intorno
gli si erano create varie leggende, e presso i giovani storici che, in
quell’anno, frequentavano l’Istituto, c’era molta attesa. Quando, avu-
tolo fra le mani, cominciai a leggerlo, di sera, scambiai le mie prime
impressioni con i colleghi storici, con i quali avevo amichevoli rap-
porti sebbene non mi sentissi, e a ragione non fossi sentito, parte
del loro gruppo; e ricordo che una sera, scendendo per le scale di
Palazzo Filomarino, comunicai a Arnaldi le mie perplessità circa
quella divisione fra le cose e gli uomini che, dicevo, non mi persua-
deva. È probabile che le mie perplessità riguardassero soprattutto la
vena biografica che, in modi del resto più che contenuti, traspare
dai ritratti che Chabod delineava dei personaggi, Visconti Venosta,
Costantino Nigra, il conte di Launay, quello di Robillant, Lanza e
Minghetti, Vittorio Emanuele ii, che, dalle «cose» non erano riusciti
a venir fuori con un visibile volto. È probabile che in quel giudi-
zio si riflettesse la diffidenza con cui, nella monografia che Cha-
bod aveva dedicato a Botero (1934), avevo notato la sua tendenza,
che mi era sembrata alquanto compiaciuta, all’indagine psicologica.
Ma Arnaldi non mi dette il tempo di spiegargli che cosa intendessi
dire. Sospettando in me il tedioso filosofo, temette che volessi coin-
volgerlo in una delle tante discussioni che allora si tenevano sulla
storia; e poiché, mentre mostrava per esse il più grande rispetto, a
ragione tendeva a tenersene lontano, tagliò corto dicendo: «sì, però
l’unità è data dal pensiero». «Uno intendea, e altro mi rispuose».
Quella risposta era un segno dei tempi, non si dimentichi che era-
vamo nel 1951, ma, nella fattispecie, anche un divertente equivoco.
Io intendevo solo esprimere il disagio che mi davano le biografie, ed
ero lungi dal voler mettere la cosa in termini filosofici. Arnaldi, che
della filosofia diffidava, mi rispose con idealistica gravità che l’unità
era garantita dal pensiero. Ricordo che proseguimmo il nostro cam-
mino che, come allora spesso avveniva, si concludeva dalle parti di
Mergellina. Ma, naturalmente, non saprei dire quali discorsi lo ac-
compagnassero.

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