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Nel secondo episodio della magica saga che ha per protagonisti i cavalieri di re

Artù torna Sir Parsifal più invincibile che mai.


Stanco di versare sangue in mille battaglie, il campione dei campioni aveva scelto
la pace per sempre; ma quando sua moglie e sua figlia sono barbaramente
massacrate dagli uomini di Lancillotto e tutto il paese è devastato dai misteriosi
guerrieri neri al servizio del Male, Parsifal si rende conto che è suo dovere
scendere di nuovo in campo alzando il vessillo del Bene e riprendere l’infinita
ricerca del sacro Graal, qualunque cosa esso sia, alla testa dei prodi disposti a
sacrificare anche la vita affinché quel simbolo non cada nelle mani di chi ne
farebbe uso malvagio.
Un fantasy ispirato alla tradizione del ciclo bretone che offre voce e volto nuovi a
personaggi celeberrimi come Gawain, Lancillotto, Merlino, Artù, Lohengrin,
Morgana e il perfido mago Clinschor.
Devo molto all’aiuto e al sostegno di:
Adele Leone
Barbara Bravin
Peter Lampack

Scan e Rielaborazione
di Purroso

Copertina: illustrazione di Massimiliano Longo


Milan Illustrations Agency

Copyright © 1979 by Richard Monaco


© 1991 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A.
Via Mecenate 91 – Milano

I edizione Tascabili Sonzogno maggio 1991

Titolo originale
The Grail War

Traduzione di Grazia Alineri e


Massimiliana Brioschi

ISBN: 88-454-0367-X
PROLOGO
Broaditch of Nigh osservava i muli ossuti avanzare lungo il sentiero, un tonfo
dietro l’altro nel fango schiumante sotto la pioggia instancabile. Avevano i fianchi
lucidi e il fetore che persisteva nell’aria ferma e fredda era più acuto di quello del
terreno. Il carretto sobbalzava e scricchiolava. Almeno fosse andato a piedi!
L’acqua gelida gli schizzava il cappuccio e gli inzaccherava la faccia arrossata.
Il monaco barbuto, il viso tutt’uno con l’ombra avvolgente della tonaca,
stringeva le redini tra le dita screpolate. Il corpo lungo oscillava a ogni scossa e
sobbalzò sui campi aperti, accidentati e allagati, immersi in una luce grigia,
opprimente, monotona…
“Già da un anno è morto re Artù,” diceva il monaco intanto che il carretto si
faceva strada tra i meli d’autunno di un boschetto, anch’essi coperti di fango.
“Di già?” rifletté Broaditch, senza molto interesse.
“E oltre, fratello,” confermò l’altro. “E staresti cercando il famoso cavaliere
Parsifal del Graal? Che cosa c’entri tu?”
Broaditch fece crocchiare le nocche e ondeggiò appena in un sobbalzo.
“A volte vorrei saperlo anch’io. Da quanto mi risulta, il Graal…”
“Lo cerchi? Ah… tu e il diavolo.”
“Ho lasciato moglie, tre figli, una bella fattoria…”
“Be’, si direbbe una chiamata, una vocazione.”
Del monaco si vedeva solo la barba bagnata e arruffata.
Broaditch infilò il braccio muscoloso sotto il mantello consunto e fradicio.
“Non saprei. Il mondo mi tedia… Potrei essere come te, solo che Dio non mi
ha parlato. Con me è stato particolarmente zitto… Però il mondo è uggioso e
banale… Allora ho continuato a pensarci e gli anni passavano, io non ringiovanivo
di certo…”
“La voce di Dio non è come quella degli uomini. La odi e non lo sai. E vieni
condotto alla meta per vie che paiono casuali e insensate.” Al monaco sembrava
cosa ovvia.
“Non so… Dopo tanti anni mi ritrovo a pensare al Graal e al mio signore
Parsifal. L’ho conosciuto da ragazzo… È vero. Ho servito in casa di sua madre…
Ne è passato del tempo… Ma forse voglio credere che l’abbia trovato e ne abbia
tratto gioia e luce senza fine… Sicuro, lo voglio proprio credere…” Sospirò,
contrasse le mani sulle ginocchia, poi strizzò il cuoio fradicio. “Eppure voglio
bene alla moglie e ai piccini…” Scosse il capo e sorrise storto. “Se ho seguito un
consiglio del Cielo, fratello, non era uno di quelli buoni.”
“Se fosse più chiaro,” disse il monaco, e sferzò le bestie lente con le redini, “il
fine che cerchi potrebbe spaventarti.” Broaditch non disse niente. “Tieni presente
che lo ha cercato anche il demonio.”
“Davvero?”
“Il demonio Clinschor, lo stregone nero scomunicato, ha combattuto per
impossessarsi del santo calice.”
“Sei sicuro che sia un calice?”
Il monaco alzò le spalle. “Così si dice.”
“Cosa se ne farebbe il demonio di una cosa sacra?”
“La renderebbe maligna quanto un tempo era santa. Userebbe il potere della
luce per far risplendere l’oscurità… Così ho udito.”
“Clinschor è morto da più di vent’anni.” Broaditch fissò l’orizzonte grigio.
“L’hai vista, la sua tomba?” Nessuna risposta. Il monaco proseguì. “Si dice che
il richiamo del Graal sia per tutti, solo che tanti non lo sentono perché troppo
impantanati nelle cose del mondo. Il demonio lo avverte come una punzecchiatura, un
fastidio. Gli fa montare la rabbia in continuazione.”
Broaditch strinse i pugni e si martellò le ginocchia.
“È morto,” dichiarò alla fine, “oppure è vecchio rimbambito.”
Il sant’uomo fissò lo sguardo davanti a sé.
“Per raggiungere il Graal devi vincere il diavolo.”
“Proprio consolante, va’.”
“Puoi sempre tornare alla fattoria.”
“Ti riferivi a Clinschor? Dove vuoi andare a parare?” Broaditch non sapeva se
c’era da ridere o da aver paura.
Il monaco non rispose subito. “In questa cerca ti sei messo liberamente.”
“Cerca? È così che si chiama?” Nessuna risposta. “Perché mi hai parlato di lui?
Una volta l’ho visto e ho visto da vicino gli orrori…” Scosse il capo e incrociò le
braccia. “Che i ricordi riposino in pace,” concluse cupo.
Broaditch sobbalzò per un’ombra improvvisa, un battito violento d’ali sulla faccia
proprio mentre passavano la sommità fitta d’alberi di una collina. Si scansò con
un grido rauco e alzò le mani.
“Un corvo!” Il cuore gli martellava. Vide ancora l’uccello prima che sparisse
affondando tra le ombre grevi d’acqua oltre la strada. “Ha puntato agli occhi!”
Il monaco si voltò verso di lui, tutt’uno col saio fradicio. Si scorgeva solo la
barba arruffata e gocciolante.
“Naturalmente è solo un volatile senza significato,” commentò con un accenno di
scherno.
Broaditch se ne stette zitto per un poco, osservando gli alberi dalle fronde
appesantite che via via si lasciavano alle spalle.
“Si è sentito parlare di Clinschor?” domandò alla fine.
Il monaco spronò le bestie lungo la strada tortuosa.
“Quando il sole tramonta e il giorno muore, le ombre sono lunghe,” disse. “Se
guardi, vedi, fratello.”
“Non fai altro che usare metafore, uomo di Dio.” Broaditch era irritato. “Tu e
quel corvo siete uguali: con l’oscurità e il rumore ravvivate le paure.” Inarcò i
cespugli delle sopracciglia. “Una cerca,” borbottò.
Il compagno (che gli aveva promesso di accompagnarlo a Camelot) sembrò per
la prima volta divertito.
“Ci sono cose, fratello, da temere grandemente,” disse.
Broaditch si voltò dall’altra parte. Voleva porre fine a quella conversazione. Si
serrò nelle braccia robuste e chinò il mento. Il carretto proseguì, continuando a
ondeggiare nel fango colloso, e lui si appisolò, cadendo in un sonno sempre più
profondo. All’improvviso si trovò a volare, sempre più in alto. Avvertiva il palpito
delle sue ali che lo sollevavano senza far rumore. Girava in cerchi silenziosi sopra
il mondo turbinante mentre, sotto, un’ombra scheletrica pareva ripiegare gli angoli
vasti sul paesaggio… Rabbrividì, urlò, sobbalzò, si agitò sul sedile, si allontanò
dalla forma immensa con le ali nere, le fauci fiammeggianti… artigli… occhi
crudeli… Cadde, gridò, piombò nel fango, si svegliò, scoprendo all’istante che il
conducente era sparito. Il cuore gli batteva all’impazzata. I muli stavano immobili
nella carreggiata.
Si guardò intorno. Quanta strada avevano percorso da quando si era
addormentato? Il giorno si spegneva in un crepuscolo sudicio. Dov’era quel
dannato monaco? Tra gli alberi? A cacare? I boschi intorno erano fitti. Chissà
perché non se la sentiva di chiamare…
La pioggia continuava, fredda, implacabile. Decise di proseguire a piedi. Gli
animali erano troppo lenti, comunque, e quell’altro se la sarebbe presa comoda…
Sapeva che stava cercando di giustificarsi. Non voleva aspettare e cominciò a
camminare, il sacco in spalla. Per un paio di secondi dominò l’impulso di mettersi
a correre. Si sentiva la schiena nuda e come se formicolasse…
LIBRO PRIMO
Parsifal era bagnato fino all’osso. Seduto sulle rocce nere, con la tunica fradicia, i
piedi nudi, callosi, contusi, aveva la faccia sparuta, gli occhi azzurri infossati, lo
sguardo febbrile. Tra i capelli biondi c’erano delle ciocche grigie, la barba era
irsuta. Fissava le brughiere ondulate e le paludi dove i pini contorti e i cespugli
radi fumavano di nebbia tra le pietre nude e aguzze.
Aveva quasi smesso di piovere e le raffiche di un vento pungente spazzavano la
foschia e il cielo di piombo. Sembrava che Parsifal non ne sentisse il morso crudo.
“Ancora niente,” mormorò. Si passò la lingua arsa sulle labbra screpolate, leccò
qualche goccia di pioggia. “Niente di niente.” C’erano solo il giorno umido e le
colline aspre e scure.
Il corpo scarno e instancabile che pareva scuro cuoio consunto cominciava a
provare il morso del lungo digiuno. Sì, fino a un certo punto molto era avvenuto.
Aveva dormito sulla pietra, tenuto la mente fissa a Dio come gli avevano
insegnato i monaci irlandesi; i mesi erano rotolati via, lui si era smagrito, indurito,
aveva perduto il senso comune del tempo; erano successe cose né vere né sognate;
si era staccato dalla sua carne e aveva udito le voci della pioggia, della terra, il
pulsare del sole, il bisbiglio della luna; e da quando era incominciata la pioggia
aveva dentro un silenzio così profondo che a volte temeva di caderci e di perdersi,
di perdere anche il ricordo del ricordo. Aveva obbedito ai monaci, imparato a
controllare il corpo, lottato per la calma che sentiva appena al di là dell’ultimo
sforzo. Aveva cercato visioni svanite nel niente. Si protendeva per abbracciarle e lo
abbandonavano, gli lasciavano solo dure pietre che parevano i denti dei sogni.
Anche i demoni erano diventati impotenti, ombre che non gli avevano lasciato
nemmeno il male.
Osservava i due cavalieri che attraversavano la landa, senza domandarsi da che
parte della realtà venissero. Socchiuse gli occhi: le due forme parvero emanare un
tremolio scintillante, come quello del calore. Il suo modo di vedere era cambiato,
rifletté, anche se non lo aveva riempito di amore, di bontà o della pace e della
benedizione di Dio… Fu una specie di colpo accorgersi che erano solo uomini,
ne sentì la densità, la solidità terrena, e si rese conto di quanto invece lui fosse
diventato leggero. Da mesi non vedeva una persona in carne e ossa. In quel
momento udì delle voci vicino all’orecchio, anche se la distanza era ancora troppa
perfino per un urlo.
Sono forse uno stregone io, che cerco Dio e Trovo solo una strana forza ? si
chiese, senza timore.
Rimuginava ancora questo pensiero, quando i due cavalieri uscirono da una
esalazione nebbiosa, spettri d’argento, e la sua vista dubitò nuovamente della loro
realtà. Si fermarono. Avevano le visiere sollevate, ma i volti restavano in ombra. Lo
guardavano e pensò che stessero di nuovo parlando prima ancora che le voci
risuonassero, così che sembrò rispondesse non alle parole, ma a qualche altra
precedente affermazione.
“Buon giorno, eremita,” disse il primo.
“Così, siete tornati nella mia vita,” replicò lui.
Lo disse perché gli era lampeggiato all’improvviso nella mente un ricordo intero
ripetuto in un istante dalla sua coscienza affinata: oltre vent’anni prima (anche se il
tempo non apparteneva alla memoria) sul declivio fuori delle mura del castello,
nudo, il sole appena sorto che gli scavava gli occhi, mal di testa da vino, odore di
sesso sul corpo (la donna, la moglie di qualcuno, non era là…) tremante,
circondato dai briganti in vecchie armature, le guardie del castello a guardare
impotenti Gawain, elmetto ben serrato, la celata d’argento che rifletteva i bei
capelli biondi e gli occhi azzurri di Parsifal…
Ricordava di aver detto: “Non uccidermi, Gawain.” Sentiva un bisogno di vivere,
una bellezza chiara e fantastica, una sensazione profonda che catturava lui e tutto:
uomini, cielo, colline, sole, nel silenzio dell’immobilità assoluta, come una voce
che dice qualcosa con una intensità che nessuna parola potrebbe sfiorare, come se
dicesse che ogni cosa si ama e si tocca col tocco infinito dell’amante… e il suo
cuore… affonda ed emerge, dicendo sì, sì, sì, e le labbra si muovono: “Gawain, ti
prego, non uccidermi.”
Non per paura (non c’era senso di morte o di vergogna nella sua mente) perché
parlava alla luce e alla pace e voleva condividerle, condividere ogni cosa fosse,
avesse, sentisse, vedesse… sì… con tutti, fiore, uccello, animale, uomo… e aveva
sorriso e anche l’altro doveva averla sentita, la sua vicinanza dolce, inesplicabile,
soverchiante…
La voce di Gawain che diceva: “Allora conducici al Graal, Parsifal, vecchio
compagno mio.”
E Parsifal aveva riso, non poteva farne a meno.
“Ma certo, ce l’ho, te lo mostro,” aveva detto.
“È qui?”
“Sì.”
“Dentro?”
Gli altri si erano raccolti intorno, facce sfregiate, cupe, corrose.
“Sì. E anche fuori, amici miei. Ovunque vogliate.”
“Ah,” aveva detto uno, col naso spaccato e un solo occhio, “è matto.” Aveva
sollevato la lancia per ucciderlo.
“Aspetta,” aveva detto Gawain, inspiegabilmente. “Lascialo vivere.”
Nessuno sembrava d’accordo.
“Va bene,” s’era arreso Gawain, “ma non sarò io a toccarlo. Anche nudo e
disarmato e rimpolpato com’è, mi chiedo se tutti voi riuscireste a vincerlo. Vi dico
che non ci serve. Morirà qui e non ci dirà niente. Un uomo vivo lo possiamo
tenere d’occhio, seguire, scoprire i suoi segreti. Un cervello morto è la tomba
della verità, sappiatelo, codardi villani.”
Due non furono convinti.
“Il Graal è comunque una fantasia,” aveva azzardato uno. “Ammazziamo questo
porcellino e rosoliamogli il fegato.” Gli funzionava un occhio solo, l’altro era
un’orbita vuota, spalancata, mille muscoli frementi quando l’occhio si muoveva.
“Lo scuoio io, il bastardo!” Aveva sferrato la lancia dentata contro l’uomo nudo,
bianco. Parsifal si era spostato di fianco, aveva tolto l’asta dalla mano pelosa e
colpito l’uomo sotto l’orecchio. Il fuorilegge era caduto come un sasso.
“Adesso è anche armato,” aveva osservato asciutto Gawain. “Perfino bardato
come sono, preferirei far qualcos’altro che battermi con lui, a Dio piacendo.”
Parsifal si sentiva fantastico, leggero, libero, inconsapevole di ciò che aveva fatto
senza il più piccolo sforzo. Era vero che, anche se armati, tutti, meno Gawain,
sarebbero morti se si fossero confrontati con lui.
Li aveva fissati. Non li percepiva effettivamente come individui, ne vedeva,
invece, la mera vita, il libero innocente pulsare, come se fossero stati bimbetti che
facevano un gioco sciocco, e si sentiva come se la brezza gli soffiasse dentro il
corpo nudo, là sul pendio erboso, nel sole chiaro del mattino.
“La violenza non ha senso,” aveva detto loro. “Tutto quello che abbiamo ce lo
siamo prestato l’un l’altro. Colpirci a vicenda è come squarciarci i vestiti o
distruggere la nostra sostanza.”
Non sapeva perché l’avesse detto o se si aspettasse qualche risultato. Ma era vero
e l’aveva detto.

Poi, ricordava, seduto sullo scabro rilievo mentre i cavalieri si avvicinavano, poi
erano cominciati i veri problemi… Sorrise. Essere toccato da quella dolcezza, da
quella pace e poi abbandonare, essere di nuovo abbandonato…
Sospirò profondamente.
“Uomo santo,” chiamò il cavaliere più vicino, chinandosi un poco, “cerchiamo
Sir Parsifal, il grande guerriero.”
“Vi prendete gioco di me,” disse Parsifal.
“Come puoi pensarlo, o pio?” domandò l’altro.
“Quello che intendi è chiaro,” ribatté Parsifal, perfettamente immobile, mentre
uno dei due smontava e si avvicinava con un leggero tinnire dell’armatura. Parsifal
pareva guardare nel profondo, nel profondo lontano, ma senza distogliere gli
occhi da loro.
“Santo benedetto,” ammoni il cavaliere, “desideriamo la tua benedizione.”
“Non deriderlo,” disse quello a cavallo.
“Vuoi usare violenza a quest’insensato?” chiese, calmo, quello che era smontato
di sella.
Quello a cavallo si avvicinò. Lo scudo appeso al collo lanciò un riflesso bagnato.
L’ascia di guerra gli stava posata sulle ginocchia.
“Fa’ il tuo sermone, sant’uomo,” lo incoraggiò quello in piedi, dentro l’ombra
della visiera.
“Se potessi dare orecchi e intendimento alle pietre,” fu la risposta. “E non sono
santo.”
“Allora è meglio che ti confessi e fai con Dio la pace come puoi.”
“Sciocchi,” disse Parsifal, alzandosi con un movimento fluido. “Non voglio aver
più niente a che fare con le vostre ridicole sciocchezze, le vostre trame, gli odi e le
guerre meschine! Ditelo al vostro signore.”
“Lo potremmo scolpire sulla tua tomba, invece, cavaliere ipocrita e bastardo!”
sibilò l’altro, estraendo la lunga spada e tentando di colpire l’uomo disarmato… E
avrebbe potuto dirigerlo contro un’ombra, un turbine di nebbia. Parsifal si mosse
come se da una vita provassero quella scena; si spostò in avanti passando al di là
e sotto il fendente, afferrò l’elmo con le due mani, strappò le cinghie e lo gettò
via, scoprendo la brillante cuffia di maglia, e stese l’uomo con un colpo terribile,
muovendosi agile dietro di lui, come se gli fosse stato incollato alla schiena,
mentre la spada mulinava spasmodica e l’uomo con l’ascia cercava la posizione
per colpire. Parsifal si chinò, raccolse la spada, sempre senza guardare
direttamente nulla, spostandosi con pochi e aggraziati movimenti essenziali.
Quello a cavallo indietreggiò, osservando la figura in cenci, coi capelli sulle spalle,
selvaggi, dalle ciocche d’oro.
“Perché cerchi il Graal?” aveva domandato Parsifal a Gawain, vent’anni prima,
nudo, reggendo la lancia come un arcangelo pieno di grazia.
Gawain aveva risposto senza sollevare la maschera scintillante. “E tu, Parsifal?”
“Io non sapevo cosa fosse.”
“La prima volta. Ma la seconda?”
“Non lo sapevo neanche allora… Nemmeno oggi, adesso. Devo ancora
scoprirlo.”
La visiera piatta di Gawain era rimasta immobile, riflettendo il corpo pallido di
Parsifal, come se l’uomo dentro l’armatura non avesse nemmeno respirato.
“Chiunque abbia il potere del Graal,” disse Gawain, “può governare tutti gli
uomini.”
“No,” disse Parsifal.
“Sì,” insistette Gawain, sicuro, quasi fanatico. “Sì, sì, sì! E può guarire le ferite, e
rendere ciò che è stato perduto.”
“Povero Gawain,” era stata la risposta di Parsifal, “questo è vero, ma anche falso.”
Aveva pensato alla faccia incredibilmente mutilata di Gawain e a ciò che era
veramente mutilato dentro di lui. Aveva chiuso gli occhi per il dolore… Così
sperava di guarire e rigenerare la sua carne lacerata con la coppa magica e santa,
il gioiello o qualunque cosa fosse veramente… Perché nessuno tra chi diceva
“cercalo” l’aveva mai descritto.

“Cosa farai ora?” domandò quello a cavallo. Parsifal continuava a guardarlo.


Soppesava la spada nella mano destra, meditabondo.
“Ho buttato via una di queste anni fa,” disse. “Eppure temono che la brandisca
ancora.”
“Non lo farai?”
Parsifal borbottò tra sé. “Forse,” concesse, “perché ho fallito.”
“Allora io devo morire per fermarti,” asserì il cavaliere. “L’ho giurato.”
Parsifal fece volteggiare una volta la spada e la riprese per l’elsa. “Perché?”
domandò.
“L’ho giurato.”
“Onesto cavaliere. Mi conoscevi?”
“No.”
“Ma hai giurato.”
“Sì.”
“Chi è il tuo signore?” Nessuna risposta. “Ho fallito,” continuò Parsifal. Sospirò.
E cominciò a camminare. “La pioggia smetterà presto.” Si appoggiò la lama alla
spalla e coi piedi nudi, induriti, passò leggero sopra le rocce scabre.
E tutta l’infelicità, stava più o meno pensando, continua… vite brevi, amici che
muoiono, gloria perduta e guadagnata… O Dio, o Dio, potessi riposare immobile
e soddisfatto in te mentre la vita esterna passa come un’ombra… Non trovo
piacere nelle cose che muoiono, non in cibo, bevanda, donna, orgoglio; ogni
inizio, ogni fiore di speranza, avvizzisce quando germoglia… razza di folli… che
Dio ci aiuti tutti, tutti noi folli, e quel folle dietro a me, pronto a morire per il
sogno d’onore di un folle, per ordine di un folle… Dacci un poco di stabilità,
dacci la grazia del tuo supremo amore, così che non ci sia perdita, ma
semplicemente una gioia, una gioia profonda nel cuore di tutto ciò che perisce
senza fine…
Il cavaliere lo sovrastava indistinto, la bocca dell’animale schiumava, gli zoccoli
ferrati facevano scintille sulle pietre scivolose. Il guerriero deciso vibrò un fendente
nella direzione di Parsifal, ma il suo corpo si spostò di lato facendo andare il
colpo a vuoto.
“Non essere assurdo,” gli disse, “non puoi uccidermi.”
Udì il grugnito di fatica dell’altro che si riprendeva e il clangore dell’acciaio.
“Devo tentare, maledizione a te!” tuonò, e sferrò un altro fendente selvaggio.
Questa volta il bersaglio si chinò sul fianco armato del cavallo, afferrò una gamba
del cavaliere e lo disarcionò. Quello rotolò battendo sonoramente contro le pietre.
Parsifal spinse il cavallo al piccolo galoppo e lo osservò allontanarsi attraverso la
brughiera.
“Te lo avevo detto,” gridò al guerriero caduto, “ti sono superiore.”
Il cavallo appariva e spariva trottando tra le strisce lunghe e ondulate di nebbia
che tagliavano la valle selvaggia.

Pioveva ancora quando Broaditch raggiunse Camelot. Se ne stette sulla pista di


fango nero che era la strada malconcia vicino alla porta principale, il cappuccio di
cuoio calato sugli occhi. Il vento faceva fluttuare il diluvio; il fango scorreva dalla
collina; pozzanghere dappertutto come laghi, e dove la terra era spianata c’erano
fiumi bianchicci, sobbollenti. Ruscelli saltavano e schizzavano lungo le mura
massicce del castello. Aveva le gambe infangate fino al garretto.
Quanti di quei giorni? si domandava. Era ben più di una settimana. La terra
sembrava sciogliersi. I campi erano fradici, sommersi, le semine di primavera
marcivano in terra… i fiumi straripavano su tutto il paese… nelle foreste gli uccelli
non riuscivano quasi a volare di ramo in ramo…
La porta era aperta. Una sentinella se ne stava rattrappita, infelice, attorta alla sua
alabarda. La vasta corte era deserta. Broaditch, la pipa orientale stretta tra i denti,
entrò senza che la guardia tremante tentasse un gesto pro forma.
Dentro apprese che l’uomo che cercava viveva nella città fuori delle mura, sul
pendio ripido della collina.

Nel lungo e basso camino di pietra il fuoco sfrigolò agitandosi mentre accoglieva
i nuovi ceppi umidi. La pioggia interminabile batteva contro le finestre coperte di
pelle.
Se ne stava davanti al focolare tiepido, fregandosi i capelli e la faccia bagnati con
un ruvido panno di lana. Gli dolevano le ossa. Il tempo, decise, gli stava dicendo
qualcosa a proposito dell’età: ci sarebbe sempre stato un nuovo acciacco.
Guardò l’armaiolo muscoloso, lungo, scuro, calvo, acquattato sullo sgabelletto a
tre gambe che, con le dita lunghe e forti, lucidava la spada appoggiata sulle
ginocchia, circondato dagli strumenti di ferro del suo lavoro. “Be’, Broaditch,”
disse con voce aspra, “quasi non ci credo che mi stai davanti. Non sapevo che
fossi ancora vivo.”
“Come questo tuo fuoco, Handler,” replicò l’uomo grosso e ingrigito. “Tiro
avanti con quel poco calore che ho.” Sbadigliò e si stirò.
Handler scatarrò. Poi sputò sul pavimento di terra gibbosa.
“Il pane marcisce nella madia,” disse. “Non posso offrirti molto.”
“Se continua così,” commentò Broaditch, “impareremo tutti a nuotare e a
mangiare come i pesci. Poi annegheremo all’aperto.” Cercò di mettersi comodo
sulla sedia sconnessa, mentre piccoli trasalimenti gli guizzavano sulla faccia ancora
rubiconda, dalla barba grigia. “Il primo raccolto è già perduto. È lo stesso
dappertutto.”
“I preti dicono che è una punizione divina.” Handler sembrava arrabbiato e
spaventato.
Broaditch alzò le spalle.
“È sempre così,” commentò, ambiguo. “Ma dar loro un nome non elimina i
guai.” Sorrise con gli occhi. “Altrimenti direi il nome del dolore e le mie ossa
starebbero tranquille.”
Handler voltò verso di lui la faccia lunga, impassibile, un poco sbilenca.
“Mi chiedo,” disse, “come hai fatto a trovarmi. Quanti anni sono passati da
quando abbiamo combattuto insieme?” Broaditch alzò le spalle e non rispose.
“Mia moglie se n’è andata da sette,” continuò Handler. Scaracchiò di nuovo e
mosse le labbra intorno ai pochi mozziconi gialli che erano i suoi denti. “Ho
ancora qui con me un figlio che non vale niente… Un altro ce l’ho a Londra…
Una figlia è sposata nel sud, e due sono morti di febbre…” Sputò di nuovo e
andò avanti a lustrare l’acciaio sulle ginocchia. “Sono un dannato nonno,”
borbottò. “Mi domando se mi hai trovato in sogno.”
“Ho chiesto di te lungo la strada. Hai fatto fortuna dall’epoca delle guerre.”
L’altro grugnì.
“Così credevo anch’io,” disse, “fino a oggi. Eh, con la morte del vecchio Artù e
il regno in mano ai baroni, non c’è più legge nel paese.” Sputò. “Neanche guerra,
tanto per dire, solo dannate razzie e rapimenti. Mi chiedo come hai fatto a fare sei
miglia e a trovarti ancora borsa e vita intatte.”
Broaditch soppesò una forma di pane scuro e colloso. “Non ho più niente da
perdere.”
“Quanti anni fa abbiamo combattuto?” Handler aggrottò la fronte, gli occhi
perduti lontano, forse nel tempo stesso. “Forse venti da quando sono arrivati gli
invasori… Mia madre è morta da nove.”
“È morta?” Broaditch alzò gli occhi dalla caraffa di peltro ammaccato dalla
quale beveva una birra fatta in casa. “La vecchia Mol. Che riposi in pace.”
“Già,” continuò Handler. “Se lei era ancora viva, dev’essere dieci anni o più.”
“Quattordici, credo. Facevo ancora ruotare facilmente un’ascia a quei tempi.
Niente scricchiolii alle giunture.”
“Già,” convenne Handler, mostrando i resti dei denti gialli e radi. “E sentivi
l’odore dell’oro a quell’epoca. E giurerei che sei ancora troppo ricco per fare il
pellegrino in questi momenti. È ancora viva la tua rossa?” Broaditch sorrise.
“È ancora viva,” mormorò. “E tre colombelli. Ma non cerco oro adesso, vecchio
amico.”
Handler si agitò sullo sgabello, passando di nuovo la lunga lama con lente
carezze attente. Era in guardia. Pensava probabilmente che Broaditch volesse
qualcosa.
“Così, vai a spasso solo per prendere aria?” domandò, sarcastico.
“Per prendere acqua, semmai. Cerco qualcuno.”
“Ah,” disse Handler, in attesa.
“Sir Parsifal, o re Parsifal, chissà. Non so come lo chiamino adesso, o se è
ancora vivo, se è per quello.” L’amico aggrottò le sopracciglia e scosse il capo.
“E chi lo sa?” disse. “Anche le notizie del signore più grande strisciano come
vermi, di questi tristi tempi.” Piegò la testa da una parte. “Perché lo cerchi?”
Broaditch chiuse gli occhi. Reggeva il boccale con entrambe le mani grinzose da
agricoltore. Sembrava pensieroso.
“Allora?” insistette Handler. L’acqua aveva cominciato a filtrare fangosa da sotto
la porta, impregnando le fessure e le cavità del pavimento di terra.
Broaditch sollevò le palpebre e alzò le spalle.
“Lascia andare, per ora,” disse.
Alzò di nuovo il boccale e bevve un lungo sorso. L’acqua gli sfiorava gli stivali.

Altrove, davanti all’estensione massiccia e disordinata del castello che sovrastava la


città cinta da mura chiamata Londra, era stato preparato il campo per un torneo o,
secondo un buontempone, era stato preparato il fango. La pioggia sferzava
costante. Un pubblico scarso si raggruppava in una specie di tribuna dove
ghirlande e bandiere pendevano appesantite. Un tendone di pelli teneva gli
spettatori relativamente all’asciutto, intanto che cavalieri montati, scudieri e simili a
piedi, lasciavano le tende sventolanti e si dirigevano verso l’arena facendosi strada
nella melma. Un trombettiere aveva appena mandato un debole squillo nell’aria
bagnata.
La prima coppia di cavalieri prese posizione, i cavalli si muovevano col fango ai
ginocchi. Uno staffiere e due paggi fradici si accoccolarono insieme sotto la falda
della tenda a guardare.
“Per Cristo,” borbottò lo staffiere, avvolto nel mantello di pelli grezze, “è un
gioco da pazzi.”
“Quanto potevano aspettare ancora?” commentò uno dei paggi.
“Sir Rador,” indicò l’altro, “in bianco. È molto forte. L’anno scorso l’ho visto
spezzare una schiena alla prima lancia.”
I destrieri erano pronti, le lance abbassate, gli scudi impugnati, il fiato dei cavalli
fumante, e la carica cominciò quando un nobile inzaccherato si sporse sulle
panche scoperte e lasciò cadere una sciarpa di seta nel fango ribollente.
I combattenti si urtarono più come barche che altro, pensò lo staffiere. Si erano
scontrati alla fine di un lento scivolio e le lance avevano sordamente e futilmente
graffiato lo scudo avversario.
“Nobile incontro,” rimarcò.
Ora tornavano pesantemente davanti agli spettatori apatici, pronti a riprovare.
Un cavaliere alto in mezza armatura uscì dalla tenda e rimase in piedi dietro al
terzetto acquattato. Aveva i capelli cespugliosi, scuri e ruvidi, il naso leggermente a
becco, gli occhi acuti e sarcastici, con uno sguardo nervoso e concentrato.
“Quando giostrano i mercanti?” domandò, con voce brusca e aspra.
“Dopo il terzo scontro, Sir Lohengrin,” disse il primo, un ragazzetto dalla faccia
tonda e un porro sotto l’occhio.
Lohengrin guardò disgustato i giostranti che arrancavano verso le posizioni di
partenza.
“Chiamatemi allora,” ordinò, e rientrò nella tenda. “Questa scena mi fa male agli
occhi.”
Ora i cavalieri puntavano di nuovo in avanti, ancora più infangati, battendo la
melma, ondeggiando, ballonzolando, galoppando, coi cavalli che soffrivano e la
pioggia che rumoreggiava…

Broaditch e Handler in piedi fissavano l’acqua che si riversava costante oltre la


soglia.
“Sangue e merda!” gridò Handler mentre la porta si spalancava su di un
giovanotto pallido, lentigginoso, con occhi distanti di un azzurro spento e capelli
rossicci incollati alla testa come una scodella.
“Padre!” gridò. “La collina sprofonda! Il fango ha già trascinato le capanne in
mezzo alla strada!”
Il padre spalancò gli occhi, poi grugnì.
“Presto!” urlò il giovane, correndo di nuovo fuori della porta.
Broaditch e Handler lo seguirono nel diluvio incessante. La collina sembrava
scivolare giù, verso di loro, da sotto il castello di Camelot. Qualche casa distaccata
era crollata nel fango come denti persi. L’acqua e un fluido sugo fangoso
ruscellavano sui loro piedi in un viscido torrente.
“Che Dio ci salvi,” rantolò Handler.
Broaditch si reggeva solido come una quercia.
“Ti aiuto a raccogliere quello che puoi,” disse, sensatamente.
Handler se ne stava lì fermo, incredulo, offeso.
“Sta andando a pezzi il mondo?” volle sapere. “È il secondo diluvio?”
“Si dice che sarà di fuoco,” corresse Broaditch. “Ma tutti possono sbagliare,
compreso il santo profeta dalla vista troppo lunga per una sola vita.”
Il ragazzo attraversava il campo allagato verso la valle.
“Valit!” urlò suo padre. “Torna qui e dacci una mano, zoticone!” Scosse il capo
e tornò in casa, borbottando. “Che figlio…”
Valit stava tornando indietro. Broaditch e Handler erano già dentro ad arraffare
provviste e tutto quello che potevano, mentre la melma untuosa, esalante la puzza
dei pollai e delle latrine che aveva incorporato, fluiva da oltre la soglia come un
semolino.

Erano bagnati fino al petto, sparsi tra i fuggiaschi voltati a guardare la valle e la
collina di Camelot da dove era stato spazzato ogni residuo della città. Non restava
che il castello, solitario (pensava Broaditch) come il lungo canino superstite nella
bocca di un vecchio.
Se ne stavano ritti sulle pietre della vecchia strada romana dove oltre due decenni
prima il giovane Parsifal e Sir Roht il Rosso avevano scorto per la prima volta la
fortezza di Artù…
Un cavaliere infangato, dall’armatura leggera, se ne stava un poco discosto dalla
folla variegata che assisteva alla lenta e inarrestabile catastrofe. Parlava con una
popolana giovane e graziosa, a piedi nudi e con l’abito rappezzato. Quando
sorrideva le si scorgevano i denti lucidi e uguali. Broaditch la osservò con una
certa nostalgia. Sarebbe potuta essere la figlia di una sua fiamma dei vecchi
tempi… Sorrise per un attimo. Poi il cavaliere disse un nome che catturò tutta la
sua attenzione.
“Non posso più aspettare,” stava spiegando l’uomo. “Tre volte hanno rimandato
il torneo per questa pioggia dannata.”
“Ah, mio signore,” replicò lei, “e, allora, la povera gente che l’acqua ha spinto
fuori delle case? Che ne sarà di noi?”
Il cavaliere fece un cenno vago.
“Resto sempre sorpreso da come quelli come voi riescano a sopravvivere alla
malasorte,” tagliò corto.
Lei lo sogguardava con una punta di umiltà e di deferenza e un sorriso leggero
sulle labbra.
“Già,” disse, “ma io sono nel più nero bisogno.”
Lui alzò le sopracciglia umide con vago interesse. “Sì?” mormorò.
“Mio padre e mia madre sono morti, la mia casa è stata spazzata via.”
“E non avresti niente in contrario a un tetto caldo. Giusto?”
“Oh, signor mio, e come potrei?”
“Già. Be’, vienimi dietro.” Le rivolse un pallido sorriso. Broaditch vide che le
guardava i piedi e le gambe, bruni e graziosi sotto lo strato di fango. “Dietro, sì,
non troppo distaccata. Vedremo che si può fare.”
“Oh, grazie, mio buon signore,” esclamò lei, con un inchino.
“Cavaliere,” disse Broaditch con una certa reverenza. Il cavaliere lo guardò con
distacco.
“Hmm?”
“Avete menzionato il nome di Sir Lohengrin?”
“E con ciò, messere?”
“Non era forse al torneo di Londra?”
Il nobile annuì. Aggrottò la fronte, infastidito, e tornò alla ragazza.
“Ho udito che è un cavaliere possente, mio signore,” insistette Broaditch.
“Ci sono molti cavalieri possenti,” rispose l’altro, sempre più irritato.
“Avete combattuto con lui, mio signore?” domandò la ragazza. Allontanò
dall’occhio un ricciolo bagnato.
Anche qui, sotto gli alberi, la pioggia li martellava costante.
“L’avrei fatto, se si fosse giostrato,” rispose l’uomo. Un po’ troppo in fretta,
pensò Broaditch, rendendosi conto che aveva paura. Ora non guardava più la
ragazza.
Broaditch meditò e decise. Era il primo indizio dopo tanto tempo. Doveva
seguire la pista bagnata fino a Londra e cercare di parlare con Lohengrin. Erano
mesi ormai che cercava. La sua famiglia era tra le montagne, relativamente al
sicuro e abbastanza all’asciutto… Va bene, prima trova Lohengrin, poi parti da
lì…

Il mattino seguente diluviava ancora. I tre erano raggomitolati in fila indiana,


gelati fradici. Metà del tempo l’avevano passata a guardare una valle che si stava
lentamente allagando. L’alto Tamigi era come un grigio bassofondo lacustre sotto
un cielo biancastro striato di piombo fuso. Anatre e oche navigavano tra le
capanne e le case, mucche, cavalli, pecore e uomini arrancavano su per le colline.
Si scorgevano famiglie tristemente accucciate sui tetti di paglia. Su ogni faccia
l’espressione disfatta di chi ha il destino segnato.
Handler sguazzava davanti al figlio e sulle orme di Broaditch.
“Dobbiamo andare avanti ancora tanto?” grugnì Valit da sotto i pacchi e i sacchi
che portava legati alla schiena.
“Silenzio, ragazzo,” rispose Handler. “Risparmia il fiato.”
“Dobbiamo trovare un punto più alto,” disse Broaditch, voltandosi. “Altrimenti
saremo spazzati via come pagliuzze.”
“Allora, dove sei diretto?” domandò Handler.
“Verso la costa. Londra.”
“I nostri passi corrono sulla stessa via.”
“Via?” In quel tratto erano immersi fino alle ginocchia. “Via per barche.”
Dopo qualche giorno ci provarono di nuovo, solo che ormai c’era più acqua che
fango. Quella notte lo staffiere di Lohengrin raccontò la storia alla moglie. Erano
a letto insieme. Nel silenzio si udiva il minimo scricchiolio del materasso di paglia.
I carboni spenti emanavano dal focolare invisibile un vago bagliore porporino. La
pioggia batteva piano sul tetto, senza sosta.
“Allora,” diceva con una voce divertita, aspra, triste, “si allinearono di nuovo,
solo che questa volta avrebbero dovuto nuotare. Che sciocchi!” La paglia
scricchiolò quando lui scosse la testa. “Dieci per volta là fuori, a sbattere uno
contro l’altro, a cadere nell’acqua e ad annegare se non gli riusciva di rimettersi in
piedi abbastanza in fretta. Tre piedi e oltre di melma e loro dentro a
quell’armatura.” Sospirò. “I grandi cavalieri muoiono come chiunque altro.”
Anche la moglie emise un sospiro che era un gemito. “Sempre la schiena?”
domandò lui.
“Già,” mormorò lei.
“Ti faccio un massaggio con l’olio?”
“Figurati. Con tutto quest’umido, a cosa serve?”
Lui scivolò di nuovo nei ricordi del torneo.
“L’acqua era macchiata di rosso, come quando tagli la gola al coniglio sulla
pignatta. Poi un nobile signore se l’è data a gambe perché gli era cascata la spada
e non riusciva a trovarla. È stata una bella scena, con quell’altro armato d’ascia che
gli correva dietro. C’era da ridere. Te ne andavi, tornavi lì un minuto dopo e ti
pareva che non si fossero mossi più delle mosche nel miele… Sembravano scolpiti
sulla porta di una chiesa, uno che guardava indietro e quell’altro con l’ascia
sollevata, come se pensasse veramente di riuscire a colpirlo…” Ridacchiò. “Sono
andato a pisciare dietro la tenda, quando sono tornato si erano mossi quel tanto
che bastava per capire che non erano davvero scolpiti… Scommetto che si stanno
rincorrendo ancora.”
“E il giudizio dei mercanti?” domandò la moglie.
“Ah, donna,” borbottò lui senza più allegria. “Loro il giudizio l’hanno avuto.”
Broaditch, Handler e figlio erano arrivati in tempo per assistere all’evento,
fradici, impregnati del fango di giorni di viaggio che sarebbero dovuti essere ore.
Tutti i cavalieri erano usciti a guardare. La pioggia batteva sul cappuccio di cuoio
di Broaditch e gli rotolava sulla faccia. Avvicinandosi, vide che nell’area di
tornamento (e nell’acqua, nel fango, nel sangue e nello sterco di cavallo) c’erano
due cittadini, e ne fu stupito perché si fronteggiavano coi bastoni e vestiti solo con
la tunica.
“Che razza di combattimento è questo?”
Gli era accanto proprio il severo staffiere.
“Sono mercanti,” disse, “di grandi mezzi e sono arrivati al giudizio per un
debito di otto monete di rame e una pezza di stoffa.”
“Che cosa?”
“Già. Non si sono messi d’accordo. C’era della vecchia ruggine tra loro, ma
adesso che è troppo tardi credo che si siano pentiti.”
“Non ho mai visto niente di simile ai tempi miei,” commentò Handler.
“Eppure è la legge,” rispose Broaditch.
“Che sciocchi devono essere,” disse Handler scuotendo la testa oblunga.
Broaditch vedeva la paura dei due: facce pallide, occhi irrequieti, l’aria sperduta;
sapeva che avevano la bocca secca e il cuore che batteva veloce. Il tempo
sembrava superarli in fretta. Il più basso tremava sotto la pioggia gelida. Nella
tribuna l’araldo leggeva da un rotolo di pergamena. Il vento tagliava le frasi e
Broaditch non riuscì a capire molto.
“… che sia provata la giustizia… in nome di Dio… la Sua grazia… sia rivelata la
verità per…”
Uno di loro doveva morire, i termini erano incontestabili. Il punto era proprio
quello, rifletté.
Il corno emise un segnale, il più basso scalciò un grumo di fango in faccia
all’avversario e gli assestò un colpo alla testa, che giunse sordamente a segno e
non fece danno, come se fosse stato sferrato a un sasso. In quel momento seppe
chi sarebbe morto. Non doveva nemmeno più guardare.
“Non ha bisogno dell’elmo, quel furfante,” rise forte un cavaliere.
I bastoni si scontrarono, si incrociarono, stridettero graffiando nell’aria e nel
brago; lo smilzo cedeva continuamente terreno indietreggiando faticosamente,
sprofondando fino al ginocchio. Entrambi gocciolavano già melma nera e sangue.
Poi, in una confusione brodosa, il più basso perse l’equilibrio e cominciò mezzo
a strisciare e mezzo a nuotare per sfuggire, ma l’altro, a balzi enormi, gli si
avvicinò e riuscì a mettere a segno colpi pieni e sferzanti, tanto che il primo fu
costretto a sprofondare per evitare l’attacco, proteggendosi la testa con gli
avambracci feriti. Ora il nemico colpiva di punta, cercando sotto la superficie,
gravando sull’asta con tutto il suo peso finché l’ometto, colpito, ululò, sputò, si
rotolò di fianco come una balena ferita, ansimando. Poi i bastoni si spezzarono e
andarono perduti, uno continuò a sporgere ritto e a Broaditch parve un palo nel
fiume…
Si trascinarono più vicini agli spettatori. Coperti di mota, gli occhi spalancati e
bianchi, si abbrancavano, si sferzavano, rotolavano. A Broaditch pareva di star
guardando il primo uomo sorgere dalla creta umida della creazione lottando,
ricadendo. Provava pietà e nausea. L’ometto cercava di gridare mentre l’altro,
abbarbicato frenetico alla sua schiena, gli sbatteva in faccia manate di fango,
premendoglielo sulla bocca e contro le narici, maledicendo, sbuffando, troppo
esausto egli stesso per tenere la faccia disperata dell’altro sotto la superficie quanto
bastava per soffocarlo. L’ometto gli morse le mani, l’altro si liberò e gli premette le
dita sugli occhi. Poi andarono sotto tutti e due e riemersero separati, cercando di
liberare la gola e il naso: due grosse creature di palude in emersione.
L’ometto cercò di allontanarsi, strisciando, dimenandosi, urlando: “Aiutami…
Madre santa… aiutami, ti prego… ti prego, aiutami…!”
“Sta pregando,” disse qualcuno.
“È il momento giusto,” replicò un altro.
I due caddero e si rialzarono ancora e ancora, prossimi al crollo, finché quello
grosso raggiunse l’ometto che se ne stava riverso su di un fianco, col petto che si
sollevava, scosso da spasmi. Una delle orecchie era mezzo staccata da un morso e
pendeva sanguinolenta.
Teneva gli occhi chiusi e muoveva la bocca per emettere parole ansimanti. Il suo
nemico esitò, guardò la folla a pochi metri di distanza. Si guardò intorno con
occhi svuotati, scrutatori, che esprimevano un’unica terribile invocazione. Aveva
imparato qualcosa e non aveva altro modo di dirlo se non con quegli occhi
selvaggi… Così almeno credeva Broaditch. Un guerriero massiccio al limitare del
campo paludoso scosse la testa.
“Devi ammazzarlo,” dichiarò, “o morire tu stesso.”
“Guarda, guarda!” strillò Valit tra la paura e l’eccitazione, “uno va a cavallo
dell’altro!’’
Mentre il grosso si inginocchiava sulla testa del vinto e gli costringeva la faccia
insanguinata sotto la melma, Broaditch volse altrove lo sguardo. Dopo un lungo
silenzio, emerse una grossa bolla. La folla cominciò a rompere le file e ad
allontanarsi. Restò il vincitore, esausto, tremante, inginocchiato sul suo rivale
ormai invisibile, come se stesse pregando da solo nel campo nebbioso in piena
crisi mistica.

Broaditch si diresse verso le tende battute dalla pioggia. Si fermò accanto a uno
staffiere alle prese con la bardatura fradicia di un destriero nervoso.
“Giovane signore,” disse. “Avete visto Sir Lohengrin, oggi?”
Il ragazzo alzò gli occhi.
“Vecchio signore,” rispose, “non l’ho visto.”
“Ma, sapete dove si trova?”
“Sì.”
Il ragazzo attese, inespressivo, subdolo.
Pausa.
“Allora lo sapete.”
“Sì.”
“Dove?”
“Nella sua tenda.”
Mi ha preso per un demente o per un pazzo, concluse Broaditch.
“Quale?” domandò, paziente. Guardava l’attendamento oltre il campo ventoso e
la nebbia mobile. Notò una mezza dozzina di cavalieri in cotta di maglia radunati
intorno a una tenda rossa, alta, con un bordo nero. Sentì che era quella. Gli
sembrava strano che ci fossero delle sentinelle. E ancor più strano che se ne
stessero con le asce, le lance, le spade in guardia. Broaditch si mosse in quella
direzione, fendendo il vento, spremendo la terra spugnosa. A un segnale del
capo, in armatura verde-argento, gli uomini squarciarono il tessuto, saggiando
l’interno con le lunghe lance, e poi, tagliate le funi, l’intera struttura si afflosciò e
qualcuno, sotto, urlò disperato. Un attimo dopo, un cavaliere vestito di rosso e
nero rotolò fuori da sotto un lembo. Lohengrin, figlio di Parsifal. I capelli scuri e
cespugliosi lo facevano assomigliare a un diavolo vendicatore, pensò Broaditch.
Quasi allo stesso istante, da sotto i brandelli, cercando di allontanarsi dalle spade
e dalle picche, emerse una donna seminuda, con un braccio quasi staccato da
dove ruscellava sangue. Barcollò, cercando di allontanarsi, e cadde. Il primo
cavaliere che raggiunse Lohengrin fece ruotare la spada mirando alla testa, ma lui
volteggiò sotto il colpo, lo schivò a velocità incredibile, afferrò il braccio proteso
e si gettò il cavaliere completamente armato sulla schiena, come un sacco di
grano, scostando la spada dell’uomo che ripiombava di testa alla fine della
giravolta e si conficcava nel fango, scalciando, annegando. E, prima che
l’aggressore successivo si facesse avanti, Lohengrin lo colpì di taglio,
selvaggiamente, tra le gambe, dividendolo in due, come un coniglio, pensò
Broaditch col cuore pulsante di eccitazione e paura. Uno armato di lancia vibrò il
colpo, ma la lama scartò l’asta e Lohengrin colpì l’elmo così forte con l’elsa
d’acciaio che il sangue schizzò dalla fessura e l’uomo barcollò in tondo nella
melma risucchiante, reggendo la visiera, mentre la pioggia scivolava in rivoli
sottili giù per l’armatura. Cadde accanto alla donna ferita.
Gli altri si tenevano ora a una rispettosa distanza. Il loro capo, massiccio, in
verde smeraldo e argento, si mosse con la spada alzata come se andasse incontro a
un amico. Broaditch aveva accanto uno scudiero e ne stavano arrivando altri.
“È Lancillotto,” disse uno con reverenza.
Broaditch spalancò gli occhi. Le leggende erano ancora vive, a quanto pareva.
Lancillotto del Lago… Incredibile! Una vecchia leggenda e ancora uno degli
uomini più pericolosi sulla terra. Si diceva che una volta fosse quasi stato sconfitto.
Una volta. Era tarchiato, sembrava un toro nell’armatura, basso, neanche veloce.
Serrò il cavaliere ricciuto senza sprecare movimenti, deviando il primo fendente
quasi con indifferenza, come se spazzasse una mosca, come ebbe a raccontare in
seguito Broaditch, sferrando un colpo rapido, pulito, che viaggiò solo due piedi e
che Lohengrin riuscì a stento a fermare con la spada; vacillò, scivolando
all’indietro nel fango. Che terribile potenza! Poi Lohengrin si riprese e si mosse
così velocemente che il vecchio campione poté solo difendersi con scudo e taglio,
solido, rilassato, quasi immobile. Broaditch sentiva l’eccitazione della difesa
inamovibile contro un attacco che avrebbe fatto a pezzi la maggior parte degli
uomini. Uno degli altri cavalieri aveva aggirato Lohengrin e si precipitò nella lotta
con la velocità che il fango gli permetteva: l’ascia si abbatté e Lohengrin dimostrò
la differenza tra sé e un uomo qualsiasi facendo tempestivamente un passo
indietro per portarsi sotto l’arco del colpo. L’altro gli passò accanto, staccandosi
quasi il busto nella spazzata di rovescio con uno scoppio soffocato di metallo e
carne. Il sangue schizzò nell’aria piovosa, il cavaliere urlò ed emise una flatulenza
gorgogliante…
Lancillotto attaccò ancora; gli altri si mossero cauti per chiudere il cavaliere a
testa nuda in un cerchio mentre, da dietro le tende, uno scudiero a cavallo
conduceva un altro destriero per la briglia a lento galoppo tra gli spettatori e
Lohengrin si scagliava sul guerriero più lontano da Lancillotto, lo appiattiva nel
fango come se lo avesse fatto sbattere contro un muro di pietra. Quando i cavalli
uscirono dall’accampamento, Broaditch poté vedere Lohengrin montare
finalmente sul dorso del destriero…
Broaditch meditava. Bene, avrebbe potuto raggiungerlo con un mulo, che in
quei giorni valeva quanto un cavallo, e anche a piedi non sarebbe stato molto più
lento…
Il primo cavaliere sporgeva ancora dal fango, con le gambe piegate come quelle
di una rana, perdendo sangue diluito con la pioggia. Il secondo giaceva a faccia in
giù, cercando debolmente di strisciare mentre sprofondava nella melma. Il terzo
era seduto, abbacinato, lo scudo contorto proteso come per difendersi. Un
chirurgo medicava la donna ferita, anche se si vedeva che era quasi morta.
Lancillotto se ne stava con le gambe solidamente piantate a fissare la preda
sfuggita…

Lohengrin e il suo scudiero trotterellavano sulla strada lastricata che aveva un


drenaggio eccellente. La pioggia si era alleggerita; una nebbia densa, fumosa,
fluiva dappertutto, come se la campagna umida stesse bruciando.
Lohengrin sorrideva sardonico al giovane pallido.
“Ma, signore,” diceva il ragazzo, Wista, “ho udito che persino vostro padre ha
spezzato la spada e ha fatto voto di non impugnarla più per alcuna causa.”
Il cavaliere agile, dal viso scuro, con uno stretto copricapo di pelle, pareva
divertito.
“Mio padre, Parsifal,” disse, “ha parole di miele e d’oro. Ma io l’ho visto più da
vicino degli altri. Gli uomini che ha spedito al creatore formerebbero una bella
collina.” Rise. “Senza contare cavalli e servi!”
“Ma poi ha spezzato la spada,” insistette lo staffiere.
“Sì, giusto in tempo. Chi gli restava da sconfiggere? Solo Lancillotto, e persino
lui temeva il vecchio drago.” Puntò l’indice sul ragazzo. “Sai quante famiglie
hanno giurato di avere la mia testa, quella di mia sorella e di mia madre, per non
parlare di quella dei miei cugini, per amore delle belle gesta di mio padre?” Ora
fissava dritto davanti a sé, attraverso la nebbia danzante.
“Eppure, è giunto a rinunciare alla vita di guerriero per diventare un uomo
santo.”
“Come il satollo abbandona il cibo e il sifilitico le donne.” Ridacchiò. “Perbacco,
una volta ho udito un uomo in un lupanare giurare, con dieci bagasce attorno, di
non entrare più in uno di quei posti, in nome di Dio, degli ultimi denti di Cristo,
del culo di Erode, delle mani di Pilato, dei pestelli di tutti i santi uomini e dei fori
di ingresso di tutte le sante donne…”
“Pietà, Signore,” mormorò il ragazzo segnandosi e guardandosi attorno
nervosamente.
“Non temere la bestemmia.” Lohengrin rise. “Restano impunite cose peggiori
delle parole.” Poi riprese: “Così, giurando su quei potenti potentati, per così dire,
il poveretto non osava lasciare le bagasce per mantenere intatti sia voto sia
piacere!” Sorrise, rilassato, sardonico, sempre scrutando la foschia turbinante. “Allo
stesso modo la spada spezzata di mio padre potrebbe riaggiustarsi.”
“Perché Lancillotto vuole la vostra vita?”
“Forse non mi ama,” concesse Lohengrin. “Grazie al mio grande padre,
immagino.” Divenne pensieroso. “Avrei dovuto domandarglielo…”
“A vostro padre?”
“A Lancillotto, astuto Wista.” Sorrise, scrutando la nebbia. “Quell’escremento di
porco mi risponderà alla fine. Aspetto e osservo quanto ce n’è bisogno, poi
colpisco…”
“Non vedete vostro padre da…”
“Silenzio!” ordinò Lohengrin in un sussurro. Toccò le redini dell’altro mentre
fermava il proprio destriero. La pioggerellina gocciolava loro sulla faccia. C’era un
plip-plip-plop di zoccoli in avvicinamento. “Un solo cavaliere,” mormorò
Lohengrin. “E una bestia appesantita. Ecco in arrivo un elmo e una corazza per
me.”
Una figura sfocata sembrava prendere forma dalla nebbia avvolgente, leggera.
“E anche una lancia.”
Il cavaliere si avvicinava. La sua armatura liscia, grigioverde, sfumava nello
sfondo plumbeo. Lohengrin sorrise senza rendersene conto.
“Nobile cavaliere,” esordì nel suo stile più aulico, “buon giorno.”
L’altro si fermò e attese in silenzio.
“Signore,” mormorò Wista al suo padrone, “perché non passare in pace?”
“Sei stato svezzato nei giardini di mia nonna?” domandò Lohengrin. “Sei una
ragazza, e non solo sotto le lenzuola?”
La visiera del cavaliere grigioverde rimase chiusa. Vuoto acciaio.
“Dammi strada,” disse infine, con voce resa cavernosa dall’elmo. Suonava stanca.
Non debole, ma stanca.
“Prenditela,” invitò Lohengrin. Non aveva ancora tratto la spada.
“Eppure,” considerò l’altro, “a che serve l’orgoglio?” E cominciò a portare di
lato il grosso stallone per aggirarli.
“No,” dichiarò Lohengrin.
Il cavaliere grigioverde si fermò.
“Allora, mi costringi?” chiese, come se già rispondesse a una domanda. Spronò
la cavalcatura in un semicerchio stretto. La nebbia li avvolgeva come una morbida
cappa. Da una parte il terreno scendeva ripido; dall’altra le forme sfumate degli
alberi li sovrastavano come un muro.
Lohengrin spostò il cavallo da un lato, poi si mosse rapido per non dare all’altro
il vantaggio della partenza. Il cavaliere grigioverde caricò, cambiò direzione
all’improvviso perché l’avversario non potesse deviare la lancia con un colpo di
spada. Quindi sollevò e lanciò l’asta massiccia con una sola mano, come un
giavellotto. La punta pesante sfiorò la spalla di Lohengrin, facendolo oscillare sulla
sella. Quando il guerriero grigioverde si avvicinò, Lohengrin riuscì appena a
sfilare la spada e a parare l’incredibile vorticare dei colpi tremendi che seguirono,
che lo fecero chinare, poi cadere, ammaccato e intontito, sulle pietre della strada
dove sbatté e rotolò da sotto gli zoccoli che lo calpestavano, oltre il bordo,
rimbalzando per trenta piedi sul pendio roccioso prima di potersi fermare,
rannicchiato, a fissare l’altro con rabbia, stupore, rispetto. Il nemico lo guardava
tra la nebbia, con la visiera abbassata.
“Non perderò tempo a ucciderti. La tua difesa è stata molto buona. Altrimenti
saresti morto,” gli gridò il cavaliere.
Lohengrin non disse nulla. Quello non era un uomo che parlasse a vanvera. Lui
stesso si sorprendeva di essere ancora vivo.
“Come ti chiami?” gridò di rimando.
“Cosa importa?” fu la risposta. “Ho già abbastanza nemici. Goditi la vita,” tagliò
corto, voltando il cavallo, “finché ce l’hai.”
Lohengrin lo udì allontanarsi nella nebbia. Dopo un poco si arrampicò sulla
strada. Lo staffiere lo attendeva, tenendogli il cavallo.
“Lo ritroverò ancora,” dichiarò, serio, “e faremo le cose più seriamente.”
Wista sembrava perplesso.
“Perché combattere ancora, signore?” chiese. “Voi stesso dite che combattere per
niente è da sciocchi.”
“Così è.” Lohengrin annuì e montò in sella. “Che buffonate, le storie di cavalleria
e di onore. Vanno giusto bene per le canzoni e i racconti, ragazzo.” Protese verso
l’altro il viso severo. “Ma è la mia sola purezza, capisci?”
Lo scudiero scosse il capo.
“No,” ammise. “Di che purezza parlate?”
“Di provare il mio valore con la morte.”
“Perché?” volle sapere ancora Wista.
“Perché,” rispose Lohengrin mentre riprendeva a muoversi, “si vive o si muore, si
vince o si perde, non c’è menzogna in questo. C’è putredine nelle menzogne. E
tutto fuorché questo è menzogna, ragazzo.”

Broaditch, Handler e Valit avevano trovato rifugio nella stretta fenditura di una
caverna. Nel buio avevano perso la strada, anche se non potevano essersi
allontanati molto.
La pioggia continuava a cadere oltre l’apertura, scivolando rumorosamente sul
pendio.
Non c’era speranza di trovare legna per un fuoco e si rannicchiarono, infelici,
contro le pareti gelide, nell’oscurità totale.
Broaditch considerò le possibili ragioni dell’odore particolarmente sgradevole
della caverna. Una bestia selvatica? Una carogna? Interiora? Certo era la puzza
delle puzze…
“Ebbene,” disse Handler, “arriveremo in città domani. Sei benvenuto a casa di
mia figlia.”
“Ti ringrazio,” rispose Broaditch, “ma penso di no.”
“Intendi proseguire col mondo che va in acqua, in cerca di non so cosa?”
“Se il mondo va in acqua, affonderò o galleggerò ovunque mi trovi.”
“Perché piagnucoli?” domandò Handler a suo figlio.
“Che umido fa qui.” La risposta arrivò tra il battito dei denti.
“Aspetta, ragazzo,” disse Broaditch, frugando nel suo fagotto. “Ho una coperta
asciutta che mia moglie aveva avvolto in una pelle.”
“Alienor,” disse la voce di Handler nell’oscurità.
Broaditch trovò la coperta e la passò.
“Mi manca,” commentò. “Stiamo bene insieme come il mortaio e il pestello.”
Handler ridacchiò.
“Già,” disse, “le capisco certe cose. Al posto tuo, sarei rimasto a casa.”
“Noi siamo buoni amici. Dopo tanti anni di matrimonio, o si diventa amici o ci
si odia a morte.”
“Be’, con la mia donna, sua madre, non era né l’uno né l’altro.” Fece una pausa
di riflessione. “Ma era una meraviglia a letto. E sì che ho dormito con
parecchie!”
“È vero.”
“Anche lei era una donna, ma non è mai stata mia amica.” Ridacchiò. Poi
sospirò al ricordo.
Sospirò mentre una voce rauca, penetrante, tagliava all’improvviso l’oscurità. Valit
non seppe trattenere un grido. Broaditch pensò, in difesa: anche lui non può
vederci.
Handler gridò: “Chi va là?”
“Impuri di mente,” intonò la voce. “Le vostre anime mondane sono nere.”
“Chi parla?” domandò Handler.
“Il flauto suona, ma voi non ballate,” insistette cupamente la voce.
“Il rifugio di un eremita,” mormorò Broaditch. “Perdonaci, sant’uomo,” disse,
cercando di placarlo. “Abbiamo cercato riparo dalla pioggia.”
La voce stridula parlava, incorporea come quella di un fantasma.
“Il diluvio si prepara e voi non ascoltate! Liberatevi dalle lunghe catene del
peccato, pentitevi, cadete in ginocchio e restatevi per dieci anni, rivolgetevi allo
spirito santo, prima che sia compiuta la vostra distruzione!”
“Pazzo maledetto!” si lamentò Handler, “spaventare così gli uomini onesti!”
“Umiliatevi, malvagi! La morte vi morde alle calcagna, le sue mani gelide sono
sulle vostre membra, il suo fiato di ghiaccio è nelle vostre narici!”
“Allora a che serve pregare, sant’uomo,” domandò Broaditch, “se non c’è
speranza di salvezza?”
“Ah-ha!” gridò tra giubilo e rancore. “Odi, o Signore, come il diavolo impasta la
verità per cuocere il suo pane!”
“Poiché Dio ha lasciato tante bocche affamate,” scattò Broaditch, irritato, “Taci,
eremita. Sono stanco di sermoni e infelicità.”
“Non voglio sentire parole contro Dio,” si intromise Handler.
“Dio? Dio è nel cuore, non nelle parole.”
“Nelle tue c’è il diavolo,” sibilò la voce.
“Hai un acciarino per far luce?” domandò Valit, all’improvviso.
“Sì, ragazzo,” dichiarò la voce, “una luce più brillante dello splendore di un
meriggio d’estate, e l’acciarino sei tu.”
“Di una così non ne abbiamo bisogno,” ribatté Valit. “Basterebbe un mozzicone
di candela.”
Broaditch sorrise. Si potessero bruciare le parole, saremmo tutti in un bagno di
calore.

Il sole spuntò all’improvviso mentre Lohengrin e Wista, lo scudiero,


attraversavano la corte del castello. Fu un avvenimento. Gli uomini smisero il
lavoro; tutti si sporsero dalle finestre. Una contadina robusta con in braccio una
fascina di sterpi bagnati pregava, immersa nel fango fino al ginocchio. Lohengrin
aveva alzato gli occhi al calore brillante che, quando le pozzanghere
cominciarono a evaporare, scomparve…
Be’, pensò, arde ancora in cielo.
La gente parve di nuovo depressa e grigia.
“Almeno ha smesso di piovere,” rimarcò il giovane scudiero dai capelli chiari,
girando intorno la bella faccia.
Lohengrin emise un brontolio.
“Almeno,” gli rifece il verso, “siamo arrivati dove dovrebbe essere l’oro. Se non
ce n’è in cielo, ne brillerà un poco nella mia tasca.”
Incontrò il duca nel passaggio a volta della sala del trono. Si baciarono e si
abbracciarono come l’etichetta richiedeva.
“Mio signore,” disse Lohengrin, mentre percorrevano il pavimento lucente
verso il sedile della finestra, “spero che stiate bene.”
“Lo stomaco non mi ha ancora divorato,” rispose il duca. Sorrise debolmente.
Aveva occhi e capelli dello stesso grigio. Aveva anche la pelle grigiastra. Era
magrissimo e irrequieto. Sedettero insieme e un uomo servì del vino speziato,
ritirandosi subito.
“Ebbene,” rimarcò Lohengrin, “attendo sempre una risposta, mio signore.”
Il duca sorseggiò la bevanda e guardò distrattamente il paesaggio nebbioso,
gocciolante e fangoso.
“Moriremo tutti di congestione e febbri in questo umido maledetto, parecchio
prima che le piogge riescano ad annegarci,” disse.
“Io ho ancora qualcosa da fare, prima di morire.”
“Tu sei un giovane assassino arrogante e impaziente.” Il duca sospirò, fissò i
campi allagati e vide un fagiano su di un tronco galleggiante dove l’anno prima
era maturata la segale. “Davanti alla natura, come dicono i preti sapienti, queste
trame sembrano ombre.” Nella sua mente c’era la visione di un mondo sommerso
con cadaveri gonfi che galleggiavano dappertutto e se stesso sul trono a guardare
l’acqua salire fino a lui… Eppure, tutti facciamo la nostra parte anche da morti
secondo la volontà di Dio…
“Aspetto una risposta,” ripeté Lohengrin.
“Ah, si?”
“Sono al servizio di chi?”
“Dunque non pensi che sia io il capo?”
“No.”
“Perché no, di grazia?” Finalmente il duca parve abbastanza interessato da
distogliere per un attimo gli occhi dal triste paesaggio.
“Perché la vostra anima non arde.”
“E la tua, giovanotto?” Lohengrin non rispose e il duca proseguì. “Se avremo
successo, lo saprai presto. Se no…”
“Allora è così, un falcone nella notte, lo lo dovrei giudicare solo dal battito delle
ali.”
Il duca riprese a guardare la distesa desolata.
“Fa’ quello che devi,” disse, mite. “E guadagnati il tuo oro. Ma sta’ attento.”
“Attento? Non offro volontariamente il collo alla spada, mio signore.”
“Non in combattimento. Non insistere per sapere ciò che non ti serve.”
Lohengrin capiva che l’altro era molto a disagio, quasi spaventato. “Ci sono cose
peggiori della spada, giovane cavaliere. Molte.”
“Quali cose?” domandò, quasi ironico.
“Per attraversare un ponte stretto, non guardare né a destra né a manca.” Il duca
si perse di nuovo con lo sguardo.
Ha paura di qualcosa, pensò Lohengrin. Rimpiange di aver preso questa via…
Strano, è sempre stato un uomo duro… Non crederà di essere vicino al giorno
del giudizio? Ogni pazzia ha i suoi pazzi sostenitori…
“Ora mangerò e dormirò, mio signore,” disse, alzandosi, “con il vostro
permesso.”
“Te lo concedo.” Lo sguardo era sempre sperduto. “Attraverserò i miei ponti a
tempo e luogo.” Lohengrin sorrise e si allontanò. Il duca continuò a sospirare tra
sé e a fissare l’acqua che lambiva le pietre del suo castello…
Nei due mesi di assenza, Lohengrin aveva dimenticato il nome di lei. La donna
entrò nella sua stanza con una tazza di vino caldo. Lui giaceva avvolto in una
veste rosso scuro. Nell’aria c’era ancora il vapore del bagno. Notò che la ragazza
era molto irata con se stessa per essere venuta senza essere stata chiamata.
Evidentemente aveva avuto paura di aspettare. Probabilmente pensava che giocasse
un crudele gioco d’amore. Lohengrin sorrise quasi.
“Mia signora,” disse senza alzarsi, facendole segno di avanzare.

La ragazza aveva denti brillanti. Le sue labbra si erano schiuse per la dolce pena
d’amore quando Lohengrin aveva spinto la sua lancia in affondo dentro di lei.
Stava pensando, con un certo distacco: perché biasimare l’uomo per la sua caduta,
quando portava tra le gambe lo strumento della beatitudine? Sorrise appena al
grido di lei e le sollevò i lombi umidi. Si trattenne più che poté e la osservò, poi
pensieri incalzanti sorsero dalle profondità della carne, immagini: due puttane in
una vasca che si leccavano il seno a vicenda… due altre succhiavano insieme i
genitali di un uomo… ah, le belle baldracche… Si dondolava ora al ritmo di lei,
sempre più in fretta… puttane belle… Crebbe libero dentro di lui, lo sollevò, lo
fece galleggiare… e affondò le dita nelle braccia della ragazza, sbattendola su e
giù. Lei gemette, roteò gli occhi, gridò di piacere e di dolore, implorò, pianse, e
lui urlò cadendo mentre le scoppiava sotto e lo faceva precipitare nella dolcezza e
in un lampo di morte.
“Puttana…! Ah, puttana…!”
Carne violenta e anonima, incontrollata ora, sbatti, sbatti, sbatti, si bloccò rigido
e cadde oltre la luce e la forma: “Puttanella… mi hai preso, puttanella…”

Pallida, grigia, fradicia, l’alba apparve finalmente nell’apertura della caverna. I


dolori di Broaditch si erano condensati in un torpore diffuso. Forse aveva dormito.
L’eremita aveva smesso di blaterare qualche ora prima della luce. Qualcuno russava
e gemeva. La pioggia era una foschia vaga. Sospirò e si voltò pesantemente.
Ricordava i giorni del caos, la malattia mortale in agguato dovunque… vent’anni
prima… le bande fuorilegge… la guerra interminabile che si frantumava col
frantumarsi dei grandi eserciti e la terra stessa sembrava trasudare incendi, sangue
e putrefazione… e dopo essersi faticosamente trasferito sempre più a sud con
Alienor incinta (persero il bambino, quell’anno, prima di trovare rifugio), fino alla
terra del padre di lei per scoprire la gora del mulino asciutta, rovine sventrate… e
poi unirsi ai mercenari… saccheggio, terrore, fuga, lotte tra gli sparsi regni
distrutti… il sacco d’oro raccolto, sepolto, con tante piccole aggiunte… l’acquisto
della fattoria nel sud… veder crescere i suoi tre bambini… i raccolti… le
soddisfazioni… la nostalgia… tutto questo in un solo ricordo… poi il
pellegrinaggio per trovare l’uomo che aveva conosciuto da ragazzo, il “folle” che
si diceva avesse trovato il santo Graal, la perfezione di Dio, qualcosa in cui
credeva e che come molti altri sperava di vedere, doveva vedere, perché sentiva la
sua vita spingerlo nell’oscurità come i fiocchi di neve tra i capelli e sulla barba,
mentre le facce cambiano nelle stagioni che pulsano, senza età…
Così, pensava, con quello scintillio sardonico negli occhi blu smalto, eccoti qua,
vecchio mucchio d’ossa, matto come non è mai stato nemmeno Parsifal, a seguire
fantasmi e sogni, dopo tutta la verità di fango e di sangue che hai appreso…
Si mise faticosamente in piedi e sbadigliò. Il russare andò, si spezzò
all’improvviso in un attacco di tosse e sputacchi.
“Ti sei svegliato, sant’uomo?” chiamò Broaditch rivolto all’oscurità. Una vivace
bestemmia indicò che Handler riprendeva coscienza. Broaditch ridacchiò.
“Incominci la giornata con le preghiere, proprio come gli uccellini.”
Un’esalazione nauseabonda uscì all’improvviso dalle viscere umide della caverna
e Broaditch immaginò un grosso grumo di putredine che scoppiava negli intestini
di qualche bestia mostruosa. Handler emerse dalla grotta, bestemmiando, con
Valit alle calcagna.
“Uno di voi è morto e putrefatto un momento fa?” domandò Broaditch,
uscendo nella pioggerella grigia, con la foresta nebbiosa e scintillante d’umido alle
spalle.
L’eremita si avvicinò all’apertura in un’ondata di puzza e Broaditch considerò
che quello era odore di santità che si poteva tagliare con la spada.
“Resta dove sei,” gli urlò, “siamo troppo peccatori qua fuori per il tuo aroma,
sant’uomo.”
La forma scheletrica, imprecisa, si era fermata proprio dove le ombre
cominciavano a infittire e la sua carne pareva mezzo consunta dall’oscurità.
“Peccatori!” giunse loro il suo grido, “togliete la vostra impronta impura da
questo sacro luogo!”
Handler si fece il segno della croce. Valit guardò storto, cercando di svegliarsi.
Non sembrava impressionato, notò Broaditch.
“Benedicici, sant’uomo,” disse Handler all’ombra nella caverna.
“Tu che non hai toccato altra acqua dopo quella del battesimo,” completò
Broaditch, scuotendo stancamente il capo.
“Che Iddio vi metta alla prova!” gridò l’eremita. “Punite, battete la vostra carne,
liberate l’anima dalla stretta gabbia del corpo!”
All’improvviso Handler si inginocchiò di fronte all’imbocco della caverna. Valit
chinò la testa con un sorriso quasi divertito, pensò Broaditch. Lui dal canto suo si
voltò e cominciò a scendere il pendio verso i boschi.

Parsifal camminava con passo regolare, meditando sulla nebbia e sulla brughiera
scintillante che si stendeva tutto attorno. Udì a lungo l’ansimare del cavaliere e il
tintinnare dell’armatura prima che l’inseguitore lo raggiungesse. Non si era mai
girato. Avrebbe potuto avvertire la presenza dell’uomo anche se in realtà non
avesse udito nulla. Era sempre così, ormai.
Il cavaliere teneva il passo appena dietro di lui, sbuffando. Parsifal non diceva
nulla. Attraversarono un torrente su di un tronco in equilibrio, mezzo sommerso.
Il passo di Parsifal era sicuro, senza sforzo, mentre il cavaliere scivolava e
barcollava.
“Cristo!” gridò l’uomo. “Aspettate!” E cadde pesantemente, grattando coi piedi il
legno scivoloso, nel torrente freddo e rapido, sputacchiando in un alone di nebbia
vaporosa e agitata.
Parsifal si fermò e si voltò, mentre l’altro lottava per rimettersi in piedi e passava
dall’acqua alla riva fangosa. Attese, mentre il cavaliere grondava e si agitava, con
l’acqua che gli usciva dall’elmo, dalle giunture, da tutta l’armatura. Era giovane,
con la faccia ostinata e gli occhi come frammenti di acciaio grigio.
“Per l’amor di Dio,” disse, tossendo, “sono forse un agile buffone che danza
sugli alberi come uno scoiattolo?”
“Quando dai la caccia al lupo,” lo consigliò lui, “non aspettarti che si tenga sulla
strada lastricata.”
“Io non vi sto dando la caccia,” annunciò il giovane. “Mi avete battuto.” Si
slacciò la spada e la gettò nel fango ai piedi di Parsifal. “Sono al vostro servizio.”
Parsifal sorrise e sollevò le sopracciglia.
“Un uso che oggi si incontra più nelle favole che nella vita reale. Riprendila.
Non voglio i servigi di nessuno.”
“Voglio imparare da voi, signore,” fu la risposta ostinata. “Voglio sapere come
vivere nudo e meglio difeso che da un’armatura.”
“Torna indietro.”
“Vi seguirò finché uno di noi cade morto, signore.” Parsifal si voltò e riprese a
camminare, dicendo: “Purché non ci sia un altro torrente da attraversare.”
“Ebbene,” rispose l’altro, irato, “nuoterò, se necessario.” Afferrò la sua arma e
scosse il fango dal fodero. “Che siate dannato!” gridò all’ampia schiena che si
allontanava. “Vedrete se non ci riesco!”
Con una smorfia di infinita determinazione, riallacciò la cintura della spada e
ricominciò ad arrancare sulle tracce fangose del suo sfuggente padrone.
Lohengrin se ne stava nudo, muscoloso, soprappensiero, presso la strombatura,
con lo sguardo perso nella mattinata grigia. Tremolò uno schizzo debole di
pallida luce solare infinitamente filtrata, posandosi, con l’incertezza di una farfalla,
sulle pietre umide.
Reggeva la spada e la faceva pigramente roteare. Distolse gli occhi dal panorama
fradicio. Dall’altra parte della stanza la donna dormiva, russando leggermente in
un fagotto di coperte.
Si domandava se il duca puntasse veramente alla corona. Senza rendersene
conto, digrignò i denti. Perché era sempre così frustrato? A che serviva un’abilità
illimitata con limitate opportunità? E perché Lancillotto, che aveva il cervello di un
moscerino, aveva cercato di ucciderlo? Per toglierlo di gara? Al servizio di chi era
quel somaro?
Fece schioccare la spada in un fendente esplosivo, furioso. Digrignò i denti
ancora.
Ma vedranno… vedranno tutti! Per Dio, perderanno sangue e vedranno anche
quello…
Si mise in posizione, tenendo la lama con due mani sopra la testa. Dimenticò
tutto, anche la rabbia, proiettandosi, sentendosi fluire nell’acciaio come se tutto
fosse movimento, voltandosi silenzioso e dando di taglio, sentendo l’eccitazione
della libertà, della grazia e della forza che esprimeva attraverso se stesso…

Parsifal guardò indietro, lungo la tortuosa pista di fango, dove un pallido sole
scintillava su una curva di alberi fitti. Sì, eccolo là, seguiva ancora, avanzando a
fatica nell’armatura ormai opaca. Che cosa voleva? Come poteva un uomo che
non sapeva praticamente niente insegnare qualcosa a qualcuno? Bene, venisse
pure e alla fine si sarebbe scoraggiato…
Parsifal riprese a camminare… Il viottolo curvava e riattraversava parallelo
l’opprimente, malsana foresta… Gli ricordava quelle terre umide dove aveva
cavalcato per settimane quando per la prima volta aveva cercato la corte di Artù,
coi suoi stracci e un’innocenza impossibile… sembrava passato tanto tempo e per
un attimo gli salirono le lacrime agli occhi… Il gioco dell’ombra e della luce gli
era parso allora così vibrante, pareva alludere al passeggero svelarsi di avventure
soprannaturali…
E ora, eccolo a camminare, indifferente in un mondo diventato grigio, dopo
aver trovato anche la magia spenta come il fango, e stanco di attraversarlo. Sì, era
immerso nella magia come gli aromi nella salsa, l’aveva assorbita con gli anni di
digiuno, di preghiera e di vasta, fredda distanza dal teatro d’ombre della vita…
Oh, aveva appreso molti segreti, da Merlino e da altri, poteri… aveva tentato di
seguire la via del vero Graal, che ora credeva fosse erroneamente preso per un
simbolo o per una realtà… Gawain e gli altri lo credevano un talismano o
un’arma o il calice pieno del sangue di Cristo o di parole segrete con cui vincere
il mondo… Ah, ma lui credeva che il Graal pulsasse già nel suo cuore e che
bastasse togliere gli involti perché l’aureo fuoco scintillasse… E tutto ciò che era
riuscito a ottenere era stato il potere sulla carne e sulla volontà. Il cuore era
rimasto scuro… E, peggio, il processo lo aveva lasciato aperto per sempre alle
forze normalmente impalpabili che strisciavano e guatavano nelle ombre dei
maghi…
Continuava a salire e il sole era più forte. Il terreno roccioso in certi punti era
quasi asciutto. Gli alberi erano più radi e cespugliosi. Sapeva che si stava
avvicinando alla casa avita. Erano passati molti anni da quando vi aveva lasciato la
moglie e i figli. Si domandò se li avrebbe trovati o se fossero tornati nelle terre di
lei, nel sudest. All’improvviso ricordò la sua infanzia, e i ricordi erano densi e
ricchi come un gioiello avvolto in petali di rosa… Sua madre: una donna giovane,
alta e sottile che sembrava galleggiare sulle sue aiole di fiori accanto al muro di
pietre quadrate del castello… madre…

Attraversò un corso d’acqua sassoso e cominciò a seguirlo su per il pendio. Le


rive erano cosparse di eriche appassite e di rocce scure affioranti. Il luogo gli
pareva familiare. Avanzò, pensando al passato: restò immobile e si guardò attorno.
Vent’anni prima c’era quasi morto. In quel punto, o pochi passi più avanti, riverso
nell’armatura sfasciata, e la terra arida e pietrosa aveva bevuto il suo sangue. Aveva
visto il giorno impallidire e vorticare intorno a lui, e un cavaliere avanzare, più
vicino, più vicino. Tremando, sbuffando, soffiando come un gigante… nero corvo,
con un pulsare cremisi sulla corazza, sollevare la mazza mortale, e Parsifal aveva
perduto l’elmo, era esposto al minimo colpo, eppure osservava con grande
distacco, mentre i lembi di una pace beata cominciavano ad avvolgerlo… come fa
il sonno con un bambino che ha tanto giocato… poi il cavaliere era rovinato
all’indietro trascinato dal peso della mazza e l’ultima cosa che aveva registrato, o
che ora riusciva a ricordare, era il clangore lontano e soffocato della caduta…
… Batté le palpebre e tornò al presente. Mosse qualche passo. La banda dei
cavalieri neri si era riversata da quella parte e lui l’aveva combattuta e massacrata
come in sogno. Gli erano parsi una marea senza fine. Devo essere morto, pensò,
sorridendo, chinandosi, spostando le poche pietre… toccò l’acciaio che gli parve
di scorgere. Raccolse un guanto di maglia, arrugginito, marcio. Gli sembrò che
tra gli strappi si vedessero ancora dita gialle, scarnite, contratte.
Si voltò. Udiva avvicinarsi un tintinnare e uno scricchiolare. Si rilassò e scosse il
capo. Quel cavaliere ostinato continuava ad andargli dietro. Erano giorni che lo
seguiva come un segugio.
Al tramonto Parsifal aveva superato il vallo diroccato, mai si era spinto oltre
prima della fuga verso il regno di Artù, in sella a Spavint, il ronzino dall’andatura
sbieca. A Camelot aveva dato Spavint in cambio del suo primo destriero, Niva.
Spavint lo aveva fatto girare in tondo per settimane…
Quelle pietre smussate erano state erette ai tempi dei re dei Pitti per respingere
qualcuno da qualcosa ormai perduta e dimenticata. Il tempo fondeva e cambiava
continuamente il paesaggio. Parsifal si chiese quanti fossero morti per difendere
chissà che su quel misterioso limitare. Il tramonto fluì come una marea e
sfumando il vallo descriveva una curva attorno alla collina in un’oscurità allettante
come se, pensò lui, a seguirla nella caligine sempre più fonda della sera si
potessero incontrare fantasmi da tanto smarriti…
Qualche passo ancora e percepì una presenza. Si voltò di scatto. Una figura
fluttuava o si nascondeva nel riflesso violetto della luce. In fondo allo stomaco
sentiva un pulsare tormentoso e costante. Un tempo aveva pensato che fosse
paura, ma poi aveva appreso che era la maniera dei maghi di toccare le cose, che
era la sua percezione interiore a tendersi per palpare o far presa su forme
sconosciute ai sensi comuni.
Attese. Sapeva di essere vulnerabile. Era il prezzo dei suoi poteri. L’ignoranza
metteva al sicuro l’uomo comune. Strinse le mani sullo stomaco per controllare il
respiro e vi concentrò la volontà per creare una specie di scudo. È un torneo di
tipo diverso, rifletté. Stavolta la sua forza leggendaria non poteva dargli alcuna
garanzia.
“Tu,” gridò allo sfolgorio evanescente. Nessuna risposta. La figura pareva
indossare un’armatura, la faccia era un riflesso ininterrotto di bagliori vaghi. “Tu,”
ripeté, “vuoi sbarrarmi la via?”
Forse la figura si era mossa, camminava senza scosse come se fluisse con l’acqua
e la corrente l’avesse condotta più vicino. La spada che pareva portare al fianco
baluginò. Parsifal non era ancora sicuro che avesse sostanza. Si domandò se quella
spada tagliava la carne viva… Avrebbe voluto avere accanto il suo maestro, il
fragile monaco Limus che con lo sguardo frastornava un gigante. Limus, il quale
lo aveva spinto mezzo fuori del mondo, perché non potesse mai più essere sicuro
dei confini della vita e della morte… Limus, amico di Merlino…
Ora il cavaliere tozzo e sfocato gli fluiva incontro, rapido, silenzioso, portato dal
vento, fantasma condensato dal crepuscolo evanescente. Per combattere terrore e
dubbio, Parsifal premette le braccia contro il corpo, controllò il respiro come gli
era stato insegnato, percepì la pressione della figura che si avvicinava e, quando
questa lo raggiunse e la sensazione fece esplodere un battito di ali, gelido,, vasto,
oscuro, che lo ridusse per un attimo a un frammento nel mare senza onde della
distruzione, gridò dentro di sé: Signore Iddio, salvami, salvami! Fremette come
una foglia nell’uragano e all’improvviso, inesplicabilmente, poté restituire il colpo
e tutto scoppiò come la bolla di un sogno… Si ritrovò solo nel tramonto…
“Vi siete fermato, finalmente,” disse all’improvviso una voce dall’oscurità alle sue
spalle. Si voltò, sorpreso. Era l’imperturbabile cavaliere. Era passato troppo tempo,
pensò e, incredibilmente, non lo aveva sentito arrivare. Un morbido brillare di
luna aveva preso il posto dei colori del tramonto.
“Dov’è la tua armatura?” domandò Parsifal.
L’altro alzò le spalle.
“L’ho abbandonata.”
Parsifal sorrise.
“Per raggiungermi senza farti sentire?”
“No. Non mi dà alcun vantaggio su di voi. Mi stancava.”
Parsifal annuì e si avviò, pensieroso.
“Non posso insegnarti ciò che desideri apprendere. Però ti mostrerò tutte le cose
che non conosco.”
Si domandava perché fosse stato attaccato. Cosa o chi poteva inviare quei poteri a
tormentarlo? Si voltò appena e parlò al giovane che lo seguiva, calpestando la sua
pallida ombra di luna.
“Chi ti ha mandato contro di me?”
Il giovanotto esitò, poi disse: “Ho impegnato il mio onore: allora come ora farei
lo stesso con voi.”
Parsifal aggrottò la fronte, poi annuì.
“Mantieni la parola che hai dato, allora. È meglio far tesoro di una cosa tanto
rara.”

Mentre appariva un sole pallido pallido, Broaditch, Handler e Valit varcarono le


porte laide della città di Londra. Nelle strade si sguazzava fino al ginocchio in
una melma indescrivibile e un mucchio di pesce marcio doveva essere stato da
poco triturato sotto ruote, zoccoli e piedi. Broaditch era sbalordito. Ne aveva
annusati di fetori in vita sua, e il santo eremita era stato il principe sommo tra i
signori del tanfo, ma questo! Che Dio tappasse loro il naso! La concentrazione e
l’eccesso monumentale di quella raccolta slavata di case e catapecchie superava
ogni immaginazione. La gente doveva nuotare nelle puzze come i pesci nel
mare…
Premette invano il fazzoletto contro il naso. Il figlio di Handler occhieggiava le
meraviglie all’intorno, osservò Broaditch, con un’aria che rassomigliava alla
scaltrezza. Era una caratteristica che lo sorprendeva nel ragazzo, anche se insieme
avevano scambiato sì e no venti parole. Valit osservava un grosso carro carico di
mercanzie a fasci e a sacchi.
“Considerate,” disse, “quanta gente si deve nutrire nella città, e tutta riunita…”
Broaditch alzò lo sguardo sulle mura dalle quali sporgevano teschi impalati e
corpi che marcivano in catene. Svoltarono un angolo. All’imbocco di un vicolo
c’era una megera acquattata col vestito di stracci sollevato. Un ragazzo mezzo
nudo, insanguinato e infangato, sfrecciò tra la sozzura con alle costole tre ragazzi
più grandi, due coi bastoni e un terzo col pugnale. Alle loro spalle un ubriaco
ballava su un carretto… Ragazzo e inseguitori svanirono nel groviglio di vie… La
gente si faceva gli affari propri: due o tre facchini vacillavano sotto un carico di
maiali squartati di fresco… un uomo rosolava sul fuoco qualcosa di infilzato su
uno stecco… dentro una stanza un altro era appoggiato al muro con davanti una
donna in ginocchio in guisa di penitente, solo che, pensò Broaditch, recitava un
catechismo molto particolare. Il poco sole sulle strade illuminava un vapore simile
a quello di palude.
Handler disse: “Abita vicino al fiume.”
“Ah,” rispose Broaditch. “Chi?”
“Mio figlio, Luark, quello che cerchiamo.”
“Mio fratello maggiore,” interloquì Valit. “Ha il cervello toccato.”
“Taci, briccone,” borbottò suo padre. “Senti chi parla!”
“È nato…” Broaditch si toccò la testa.
“Neee,” disse Valit, con derisione. “L’hanno ridotto così gli uomini del re.
L’hanno preso…”
“Taci!” Valit schivò appena il manrovescio del padre. “È vero,” insistette Valit.
Camminava davanti e continuava a voltarsi.
“Non dar retta a queste storie sciocche,” brontolò Handler.
“È vero. Gli uomini del re l’hanno pestato in testa e gli hanno toccato il
cervello.”
“Lascia che ti metta le mani addosso e vedrai come sarà toccato il tuo,” disse
Handler. “Non dargli retta. È infido, pigro, incapace…”
Si buttarono contro il muro più vicino per evitare il liquame che precipitava.
Broaditch scorse il vaso che veniva ritirato da una finestra al primo piano. Il vicolo
scendeva verso il fiume che luccicava, color grigio acciaio, tra gli edifici e le
catapecchie.
Broaditch aveva deciso di passare la notte con la famiglia di Handler e partire la
mattina alla caccia di Lohengrin. Tutto ciò che a quel punto sapeva di Parsifal era
un mosaico di voci (già leggenda) che davano lui e il Graal nascosti in un
monastero per sfuggire alla ricerca di uomini malvagi.
Be’, considerò Broaditch, spesso si chiamano così i propri nemici.

Quel pomeriggio Lohengrin entrò in città a cavallo, senza armatura, spada e


pugnale al fianco. Arrestò il destriero presso un edificio di legno da poco dipinto
di rosso, con le finestre velate da tende nere.
Con pochi passi lunghi ed elastici attraversò la strada collosa e salì i gradini
dell’ingresso. Entrando, lo urtò un cittadino dall’aria stolida. Il cavaliere grifagno lo
afferrò e lo scosse con gelida furia fino a fargli sbattere le ginocchia, poi lo
respinse con indifferente disgusto.
“Infima feccia,” sibilò, “bada a dove vai.”
“Ehi,” gli gridò l’uomo quando fu relativamente più al sicuro dall’altra parte
della strada, “però le infime bagasce vanno bene lo stesso per il tuo nobile
uccellino! Borioso senza cervello, faccia di merluzzo!”
E subito si affrettò ad allontanarsi.
Lohengrin lo guardò feroce da sotto la zazzera cespugliosa, poi entrò e sbatté la
porta.

Sotto la lampada di sego fumoso girava la seconda caraffa di vino. Broaditch,


Handler, Valit, suo fratello Luark, la moglie di costui e un vicino corpulento
senza un orecchio erano riuniti intorno a un tavolo sbilenco. Luark aveva gli
occhi a fessura e la faccia torva.
“Ah, che giorni erano quelli,” diceva Rova, il vicino, “non c’è dubbio.” Si
rivolgeva soprattutto a Valit e a Luark. Handler annuì con aria saggia.
“Che ne sanno, questi pivelli?” domandò, mandando giù dell’altro vino asprigno.
Broaditch sorrise tra sé, rilassandosi in un angolo scuro della stanza stretta, la
lunga pipa orientale tra i denti.
“Offro io, perbacco,” disse Rova. Strizzò vistosamente l’occhio. “Compiango
l’uomo sposato che stasera dovrà restare accanto al fuoco.” Rise.
Handler annuì, mezzo intontito.
“Già,” ribadì, “compiango, compiango.”
La nuora alzò la testa quadrata e gli lanciò un’occhiata acida.
“Vai anche tu dalle bagasce?”
“Ma che idea!” gridò Rova, ridendo. “Un uomo grande e grosso come Handler
in un posto come quello!”
“Già, così torna a casa tutto impestato.”
“Figuriamoci,” tuonò Rova. “Intendo offrir loro qualcosa che non gli faccia male.
Ma che cos’è la vita senza un po’ d’amore?”
“Ho udito che c’è un grande profitto con le puttane,” disse Valit, meditabondo.
“Può essere, ragazzo,” replicò Rova, “anche se è un profitto che costa.”
“A fare il ruffiano, intendeva lui,” puntualizzò Broaditch dal suo angolo.
“Non saprei,” ribatté Rova, “tutti quelli che hanno un’osteria finiscono per
diventare ubriachi.” “E tutti i fornai sono grassi,” dichiarò Luark. “Perché non
dovrebbe essere così?”
“Questa è saggezza,” disse Rova.
“Già,” disse la moglie, “saggezza. Da lui è come l’uovo dalla capra e il latte dalla
gallina.”
“È stato il colpo in testa,” assentì Valit, come se qualcuno glielo avesse
domandato.
“Chiudi il becco,” consigliò Handler.
“Ebbene,” scherzò Rova, “non sono io quello che è infiammato dalla lussuria del
demonio.”
“Me l’hai detto tu,” protestò Valit, in tono che a Broaditch parve vagamente
subdolo, “hai detto di aver messo le corna anche in testa a Cristo.”
“Che parole sono queste?” strillò la donna, arrabbiandosi.
“Be’,” disse Rova e sorrise, “non tutte le spose sono fedeli nella carne, tanto
meno a uno sposo invisibile.”
“Sei il corriere del demonio,” disse lei, arrabbiandosi di più.
“Non salire sul mio carro, allora,” ribatté Rova.
“Portare al lupanare uomini e ragazzi! E ci si stupisce se Dio vuole annegare il
mondo quando ci sono quelli come te.”
“Cosa significa?” domandò Handler, ondeggiando sullo sgabello. “Cosa dice?”
“Che i voti non sono l’essenza della purezza,” rispose Broaditch, tutto serio.
Erano problemi che lo toccavano sempre di più e che non poteva mettere da
parte con facile cinismo o fede ottusa. A Dio importava quel che facevano i
preti? Il ragionamento dei dotti influiva davvero sul cuore?
“E nemmeno il suo sigillo,” puntualizzò Rova.
“Davvero?” domandò Handler piegando la testa da una parte. “Ti saresti giaciuto
davvero con le monache?”
“Non mi sono giaciuto con nessuno che fosse casto.”
Broaditch sorrise.
“Più chiaro di così…”
Rova rise.
“Non pronunciate altre empietà,” protestò la donna, “oppure uscite da questa
casa.”
Handler scrutava a occhi socchiusi la faccia di Rova. Continuava a leccarsi il
labbro inferiore. Era agitato.
“Ebbene?” insistette, “sono verità o bugie?”
“Cosa?” ribatté Rova perplesso.
“Monache. Ti sei giaciuto davvero con le monache?”
La donna si alzò.
“Ma basta!” disse. “Non c’è più niente di sacro?”
“L’avevo sentito dire,” continuò Handler, “ma…”
“Basta!” gridò lei.
“Fai tacere tua moglie, fratello,” disse Valit, con cattiveria.
Lei afferrò una stoviglia di coccio.
“Farò io tacere qualcuno,” minacciò, cupa.
Handler ondeggiò sullo sgabello.
“Quando ero giovane,” dichiarò, “le cose erano diverse…” Scosse il capo. “Erano
proprio differenti… si lavorava la terra del padrone… si faceva la guerra… in città
vivevano solo ebrei e mercanti…”

“… allora il prete si avvicina alla fessura della porta,” raccontava Rova, risalendo
un vialetto fangoso insieme con Broaditch, Handler e Valit, “e vede l’attrezzo del
signore che sta ritto come un piolo. E allora…”
“Dov’è quel dannato posto?” domandò Handler. “Vagheremo nel buio in
eterno?”
“Non mi sorprenderei,” commentò Broaditch.
“Calma, fratelli,” disse Rova, “la salvezza è a portata di mano.”
Broaditch si sentiva avviluppato in una ubriachezza solida e vellutata. Perché no?
continuava a domandarsi. Perché non poteva, per una notte, abbandonarsi
all’insensatezza? Era diventato troppo serio, invecchiando. Perché non fare di
proposito una follia? Si diceva che i santi non lo facessero. E allora? Tanto per
cominciare non lo volevano… Forse il peccato vero era di dar troppa importanza
a una cosa o al suo contrario…
“Cos’è questo posto?” domandò Valit.
“Lo vedrai presto,” replicò Rova. “Se già non conosci l’arte, questa è la notte per
diventare uomo.”
Handler parve divertito. Avevano raggiunto una porticina in una strada
secondaria. Oltre la curva, una voce petulante profferiva minacce; da un’altra parte
si cantava… Varcata una seconda soglia, l’aria era calda, umida, e sentiva di cibo
e chiodi di garofano, con un che di pungente, vagamente rancido…
“È una locanda?” domandò Valit.
“Giusto,” ribatté Rova, “ma nessuno viene a farci un buon sonno.” Si rivolse
anche a Broaditch e a Handler. “Quando ero nella città di Napoli, c’era un
bordello, il più vecchio e magnifico del paese. Le ragazze erano angeli del cielo…
rapite o adescate in Oriente, all’estremo nord…” Scosse il capo, incapace di
esprimere quello splendore.
“Era il sogno della tua vita?” gli domandò Broaditch, secco.
“Che cosa?”
“Il puttanaio meraviglioso. Era quello il massimo delle tue aspirazioni?”
“Poteva anche essere peggio,” borbottò Rova, sulla difensiva.
Entrarono in una sala dall’alto soffitto a volta e due file opposte di letti a
baldacchino. A ogni pochi passi si trovavano enormi tinozze di legno colme di
acqua ben calda e profumata con dentro donne e uomini che sguazzavano e si
insaponavano.
“A che ti servirà quel ricordo?” domandò Broaditch, più che sobrio per un
attimo.
“A quel che serve qualunque altro ricordo,” rispose Rova.
Broaditch si stava immaginando dentro il bagno caldo, accarezzato e insaponato
da tenere mani. Con l’età, quel genere di piaceri diventava quasi profondo, pensò.
La maitresse avanzò maestosamente nella navata invasa di vapore. Era abbigliata
con sete e pellicce sontuose e teneva al fianco un robusto ruffiano con un bastone
in spalla. Handler si agitò, a disagio.
“Non è posto per noi,” borbottò.
“Tranquillo, amico,” lo rassicurò Rova. “Finché si useranno i quattrini, qui sarò
il benvenuto.”
“Come farà ad avere tanti soldi?” sussurrò Valit a Broaditch, o forse solo a se
stesso, mentre Rova si rivolgeva tutto sorrisi alla tenutaria. “Si dice che ne abbia
più di quanti dovrebbe uno della sua condizione.” A Broaditch parve che il
ragazzo sogghignasse mezzo con disprezzo e mezzo con la solita sottile scaltrezza.
“Questo posto non fa per noi,” ripeté Handler.
Il figlio lo guardò con aperto sarcasmo. “Parla per te, vecchio,” borbottò. “Non
te lo sogni neanche quello che fa per me.”
Broaditch si voltò. Da dietro le tende di un letto gli era giunto un gemito
profondo che gli parve generato più dall’angoscia che dal piacere. Si ripeté, senza
che la musica (viole, flauti, un tamburello argentino: il motivo ripetuto di una
danza) in uno dei locali vicini riuscisse a coprirlo.
Handler si abbandonò di schianto su uno sgabello e proiettò un rapido getto di
vomito sul pavimento di piastrelle. Suo figlio scosse il capo. Broaditch esitò un
momento, poi separò le cortine. Le candele della sala illuminarono la scena.
Sull’enorme letto, una donna giovane, nuda, giaceva accanto a un uomo dai
capelli grigi, piuttosto ossuto. Lui aveva gli occhi spalancati come se nel
baldacchino ci fosse stata qualche meraviglia da ammirare; dal petto gli sporgeva
un pugnale che vibrava appena e il sangue zampillava sempre più piano dalla
ferita, perdendo di spinta. Il pallido baluginare della lama sopra il letto, la donna
terrorizzata, una faccia aspra colta nell’atto di ritrarsi tra le cortine posteriori.
Quegli occhi scuri, brillanti, irati, la zazzera a cespuglio, Broaditch li riconobbe
all’istante. “Lohengrin!” esclamò.
L’altro si fermò e lo guardò con stanca rassegnazione.
“Stupido zotico, hai decretato la fine tua e di questa puttana.”
Con un balzo (Broaditch pensò: questa è la morte), con un solo terribile
movimento superò il materasso, strappò il pugnale che si sfilò con un improvviso
fiotto e menò un fendente terribile come se volesse azzannare la gola di Broaditch,
mancandola appena. L’omone balzò indietro con agilità sorprendente, liberò il suo
coltello e si accucciò, pronto, nella navata.
Lohengrin mise fuori la testa, scorse un certo numero di curiosi e si ritirò,
sibilando maledizioni alla mancata vittima. “È meglio se ti tagli la lingua! Parla e
avrai la morte peggiore che riesci a immaginare!”
Senza respiro per il terrore, la prostituta cercava di scivolare via dal letto
insanguinato. Lohengrin le piantò con indifferenza la lama tra i seni, torcendola
malignamente.
“Ti prego… voglio vivere…” ansimò lei.
Lohengrin non staccava gli occhi insondabili dalla faccia di Broaditch.
“Ricorda,” disse, e rientrò nell’ombra.
La mancata vittima restò immobile per un attimo, poi si sporse per vedere la
ragazza. Era quasi riuscita a scendere dal materasso con un movimento di nuoto
sul dorso e penzolava dissanguandosi sulle piastrelle del pavimento.

“Alla fine non sono venuto a capo di niente,” diceva Parsifal al giovane cavaliere il
quale (come aveva saputo) si chiamava Sir Prang. “Ho ucciso caterve di uomini,
mi sono ripreso senza difficoltà le terre che i parenti mi avevano sottratto, ho
avuto un figlio… poi una figlia…” Proseguirono tra gli alberi appena visibili. “Mi
sono dato allo spirito. Almeno, ne ho toccato l’orlo della veste, poi mi è sfuggita
la presa… sono perfino tornato in guerra. Era per star lontano da casa, lo
ammetto… così ho ammazzato altri uomini…” Il bosco si schiariva. Parsifal
intendeva far di tutto per scoraggiare Prang, ma nello stesso tempo era lieto che ci
fosse qualcuno ad ascoltarlo dopo tanti mesi di solitudine. “Sono diventato un
personaggio importante, come avrai senza dubbio sentito dire.” Sorrise tra sé,
sarcastico. “Sommo nel consiglio di Artù, dopo che ebbe riottenuto il potere
senza averne un solo giorno di gioia… Arrivai al mio trentaseiesimo anno ottuso
per il mangiare, il dormire e il chiavare a sazietà. Ero così ottuso che era rimasta
un po’ di vita solo nel ricordo della gloria che avevo toccato da ragazzo… Così
mi sono unito ai monaci irlandesi, ho spezzato la spada e giurato di non smettere
di lottare finché non avessi di nuovo camminato in quella stessa gloria…”
Attraversarono in silenzio un campo stretto, illuminato dalla luna. Sulla cresta era
apparso il contorno vago del castello.
“Ebbene,” mormorò, “sono tornato a casa coi capelli più grigi e il cuore scuro.”
Sospirò.
“Signore,” disse Prang, “avete già vinto più di…”
“No. Ho perduto. Ho perduto la gloria. Non lo vedi? Gli uomini che non
l’hanno mai conosciuta non ne sentono la mancanza e riescono a sopportare la
vita. Ma quelli come me perdono il cielo e la terra insieme.” Salirono la china
sempre più erta e scintillante. Sulla destra si scorgeva un villaggio di capanne
dove sembrava splendere un’unica candela. “Dovresti capirlo,” disse. Nel castello
invece non c’erano lumi, notò. Che cosa possedeva il luogo dove si era trascorsa
l’infanzia? Una magia, una intensità che non scolora…
“Non capisco tutto ciò che dite,” obiettò Prang, “ma voglio combattere come
combattete voi. È questo che voglio imparare.”
“Perché?” domandò Parsifal. Non è abbastanza tardi, pensava, perché le luci
fossero tutte spente… Forse se ne erano andati, per un motivo o per l’altro…

Il ponte levatoio era abbassato, le porte spalancate. Superarono i primi corpi stesi
nel pallido splendore lunare intorno all’apertura di un nero di pece.
“Ah,” disse Prang piano, “hanno colpito anche la vostra famiglia.”
Parsifal si inginocchiò accanto al primo uomo.
“Lo conoscevo,” mormorò. “Ha servito con me sotto Artù.”
“Da quanto sembra morto?”
Parsifal si alzò e si avviò verso il passaggio.
“Non da tanto.”
Prang strinse l’impugnatura della spada e lo seguì.”
“Perché hai detto ‘hanno’?”
“Più di uno vuole la vostra vita. Tanto posso dirvi, libero dal voto.”
Parsifal era passato nella corte.
“No,” disse, come se fosse rivolto a una terza persona. “Non mi lascerò
coinvolgere di nuovo.”
“Eh? Cosa succede adesso?” brontolò Prang.
“Non lo permetterò,” concluse oscuramente Parsifal. Attraversò la corte interna
murata, scavalcando o aggirando corpi con e senza armatura. Nell’aria stagnava
l’odore di sangue fresco.
“Dev’essere stata una bella lotta,” osservò piano Prang.
Parsifal non rispose. Entrarono nella sala maggiore. Se l’era aspettato fin da
quando aveva attraversato il fossato, adesso l’aveva davanti agli occhi e sentiva
nell’anima il colpo e il dolore. Ma sarebbe sopravvissuto. Lo sapeva e non disse
nulla. Accese la torcia, guardò sua moglie e sua figlia ridotte a brandelli
sanguinosi e non disse nulla. La fiamma fuligginosa proiettava la sua ombra
agitata sulle nude pareti di pietra. Le facce erano lacerate, spappolate. Al collo di
sua figlia brillava la collana che conosceva. Si chinò e la prese. Prang gli si mise
accanto.
“Buon Gesù,” disse.
“Non lo permetterò,” sussurrò Parsifal e chiuse gli occhi, mentre dentro gli
cresceva un grido che voleva scoppiare. Restò così a lungo… Percepì i movimenti
prima ancora di udire realmente il debole graffiare dell’acciaio. Lanciò
immediatamente la torcia verso il passaggio alle loro spalle. Tirò da parte Prang
mentre una freccia passava sibilando e andava a sbattere sulla parete opposta. Le
fiamme mostrarono un’armatura tenebrosa e altre figure attorno.
“Ecco,” disse Prang, e trasse la spada.
“Aspetta,” replicò Parsifal.
L’arciere e altri due o tre cavalieri entrarono nella stanza. Le facce apparivano e
sparivano nella luce ondeggiante delle fiamme.
“Abbiamo fatto bene ad aspettare, non è vero, Parsifal?” disse il capo. Il suo
tono pareva filosofico. “Tanto vale star fermo e incassare da uomo, tu e il tuo
amico laggiù. Che senso ha scappare come un’oca spaventata?”
“Prendete una di queste spade, padrone,” mormorò Prang. “Gliela faremo
vedere.”
“No,” rispose Parsifal, “seguimi. Ce ne sono almeno altri venti.”
“Cosa?”
“E con la corazza.”
“Come fate a saperlo?”
“Lo so.” Mentre gli altri avanzavano, il capo incoccò una freccia e tese a metà la
corda.
“Preparatevi,” disse.
“Seguimi,” sibilò Parsifal. Schivò all’indietro e di lato la seconda freccia che
passava fischiando, si chinò rapido per raccogliere un’arma fra i rottami
insanguinati sul pavimento, lanciò l’ascia raccolta (senza rompere il passo) al
capo dei cavalieri il quale la deviò con lo scudo sull’uomo alla sua destra. Questi
urlò e rovinò a terra in un’esplosione di guizzi luminosi.
“Cristo,” mormorò Prang, “che recupero.”
“Lancillotto,” chiamò Parsifal, ormai sicuro.
Il cavaliere tarchiato gettò l’arco e raccolse la torcia che lanciò al centro della
stanza.
“Non hai via d’uscita,” disse.
Parsifal sembrava a suo agio, notò Prang. Per quanto lo riguardava, il cuore gli
batteva come se avesse voluto farsi sentire da tutti.
“Perché?” domandò Parsifal, calmo.
“Sei circondato.”
“Perché era necessario?”
“Che ti importa?” replicò Lancillotto, avvicinandosi. “Ci tieni tanto a portare
all’inferno un peso in più?”
Il cavaliere colpito sospirava e ansimava sul pavimento. Prang lo vide scalciare alle
ombre mobili. Nella stanza erano entrati numerosi altri uomini che si tenevano
accostati alle pareti e cominciavano lentamente ad accerchiarli.
Parsifal taceva. Immobile, concentrato, cercava ora di toccare Lancillotto nella
maniera appresa dai monaci, di afferrarlo con le mani invisibili dell’anima e
annullare il suo senso del tempo. Si scontrò con un blocco, un muro di volontà
che lo respingeva. Il cavaliere doveva possedere un talismano. Il suo maestro gli
aveva spiegato che i talismani raccolgono il potere come una tazza l’acqua e che
agiscono come se il mago stesso fosse presente per eludere gli incantesimi e
deviare gli attacchi…
“Ebbene, Lancillotto?”
“Adesso!” Il cavaliere della leggenda fece un cenno e i numerosi lancieri
caricarono insieme con lui.
Parsifal prese Prang per il braccio e lo trasse con sé verso le scale anche se là li
attendevano tre uomini con l’armatura con le lance puntate che, Prang ne era
certo, li avrebbero trattenuti fino all’arrivo degli altri. Che cupa ironia vedersi dalla
parte opposta della barricata, prossimo a morire senza compenso né gloria per
mano del più celebre cavaliere del mondo.
Solo che, incredibilmente, il primo attaccante scivolò come sul ghiaccio e cadde
sferrando il colpo. Si aprì così un passaggio tra gli altri due ai quali un fendente di
Parsifal aveva spezzato le lance. Prang scavalcò il caduto e seguì il suo riluttante
maestro. Il lanciere lottava ancora per rimettersi in piedi. Pareva su una macchia
d’unto, pensò Prang perplesso, respingendo di taglio la spada alzata dell’uomo alle
sue calcagna…

Raggiunto il pianerottolo di sopra, scesero sfrecciando per una serie tortuosa di


passaggi fino a perdere gli inseguitori. Più che altro Prang seguiva il rumore di
Parsifal, aiutato dalla poca luna che entrava dalle feritoie… Si fermarono in una
sala alta, piena d’ombre. La fila delle colonne conduceva a due troni su una
pedana.
“Da qui ho guardato mia madre per l’ultima volta,” disse Parsifal. “Sedeva là…
quando mi augurò buona fortuna… ero impaziente di partire. Credevo di tornare
presto…” Scosse il capo, sorrise tra sé e sospirò.
“Mio signore, per l’amor di Dio,” disse Prang, “andiamo.”
“Non c’è fretta. Ho sigillato la porta dietro di noi.”
“Cosa? Con la magia?”
“Nessuna magia, ma ancora non puoi capire.”
Era come pregare: non ci si spiegava il perché, non si afferrava il meccanismo
dell’intelligenza alla base della vita, ma si poteva imparare a fidarsene. A guisa di
chi cammina a occhi chiusi nel buio, il suo corpo vede per lui se egli impara a
confidare…
“Allora?” domandò Prang.
Parsifal riprese a camminare. Uscirono dalla sala. Per un attimo gli apparve la
faccia di sua madre. Pallida, luminescente, senza parole, implorante… senza
parole…
Ora sapeva che avrebbe sparso del sangue. La parte libera della sua coscienza ne
comprendeva l’assurdità, sapeva che il dolore avrebbe condotto solo al dolore
senza risolvere nulla… Ma ormai doveva… erano le catene della consuetudine…
Si fermò in una cella stretta. C’era una porta ferrata e sprangata. Vi cadeva un
pallido raggio di luna. “Un’uscita?”
“Sì.”
“Avete la chiave?”
“Non ce ne sono. Quarant’anni fa, mia madre fece sigillare qui le armi di mio
padre.”
“Era pazza?”
“Secondo alcuni. Ma no, non lo era.”
La forma indefinibile di lei fluttuò tra gli occhi del tiglio e il monda…
sfocandolo, attenuandone la realtà.
“Sbrighiamoci,” disse Prang, impaziente. “Potrebbero aver già circondato il
castello.”
“Non credo. Dovrai tenere a bada Lancillotto mentre io affronto gli altri.”
“Ma che dite?” Prang non credeva alle sue orecchie. “Non tentare di sopraffarlo.
Cerca solo di sopravvivere per qualche minuto. Gira e difenditi, continua a girare
e a difenderti. Se ti trova fermo ti stende piatto.” Parsifal afferrò il lucchetto.
Cominciò a torcerlo. Era rilassato, notò Prang, sereno, come se pregasse. Eppure
il metallo si stava curvando. Dopo un attimo interminabile, ferro e legno si
separarono e il guerriero incredibile spalancò la porta. Accese una torcia con
l’acciarino e scesero sulle pietre a spirale, sollevando nuvole di polvere fine.
Anche sotto terra com’erano, le pietre erano lisce e asciutte. In fondo trovarono
un passaggio e una stanza bassa dove la fiamma fumosa illuminò un’antica
armatura lavorata e armi massicce.
“Vostro padre deve essere stato molto forte,” disse Prang, valutando il peso di
una mazza.
Parsifal si allacciò un giaco rosso e oro che gli copriva busto e cosce. Sopra
legò bene i suoi stracci.
“La mazza mi piace,” disse Prang.
“Ti raccomando di lanciarla a Lancillotto prima che ti si avvicini. E ricorda,
balla più che puoi al pari di un giocoliere.”
Prang ascoltava attento. Nell’oscurità la fiamma gli disegnava guance e orbite
scavate.
“Ci saranno anche cinquanta uomini là fuori,” disse.
Parsifal si allacciò la spada e prese l’elmo di suo padre, di smalto rosso e nero,
con la visiera strappata. Ricordò la storia che Broaditch gli aveva narrato (ma non
il nome del narratore) quando aveva forse dodici anni. “Tuo padre è caduto in
una giostra,” gli aveva detto.
“Una giostra?”
“Un nobile esercizio, giovin signore. Più faticoso della danza e meno facile che
dormire nel fieno… Un colpo di lancia in faccia dà un po’ fastidio.”
“Un colpo di lancia in faccia,” sussurrò Parsifal senza rendersene conto, mentre
si sistemava l’elmo in testa. Il cappuccio della tunica vi si adattava di misura.
Uscirono dalla cameretta alla luce della torcia crepitante di Parsifal. Si chinarono
per percorrere una galleria bassa, scivolando coi piedi ferrati sulle pietre e sul
muschio.
“Una morte vale l’altra,” disse Prang. “Perché non scappiamo per rifarci quando
momento e numero ci saranno più favorevoli?”
Uscirono oltre il fossato. La luna era bassa, la notte fredda e nebbiosa.
Eppure…
“Perché no?” sussurrò Prang, osservando il suo maestro muoversi silenzioso sul
pendio d’erba, parallelo alle mura e a un filare di pini bassi che le affiancava alla
stregua di uno schermo.
“Devo seppellirli.”
All’improvviso ci furono torce dappertutto. Una dozzina di ombre venivano dal
pendio e tra gli alberi, correndo, le armi sguainate e scintillanti.
Prang vide Parsifal muoversi. Un’apparenza confusa, un’ombra volante, lampi
d’acciaio, colpi precisi, scricchiolii, urla, sospiri, singhiozzi, imprecazioni, uomini
dispersi e che cadevano, pensò, come topi davanti a un gatto all’attacco. Presto, chi
non era caduto schivava è scappava e Parsifal rimise nel fodero la spada. A Prang
il cuore batteva all’impazzata. L’idea di aver tentato di uccidere quell’uomo lo
faceva ridere… Il cavaliere straordinario si muoveva come un fantasma e ogni suo
colpo cesoiava corazze, cotte e carni. Non aveva mai visto niente di simile. Perché
un uomo di quel potere aveva gettato la spada? Che poteva desiderare di più un
cavaliere?
“Mio signore,” disse, un poco senza fiato, “è stato magnifico, mio signore.”
Scavalcò un armigero che si lamentava debolmente nel viluppo delle ombre,
convulsamente aggrappato alla lancia spezzata.
Parsifal riprese a camminare con un leggero tintinnar di cotta. Prang lo seguì, la
lunga mazza sulla spalla. Lancillotto e gli altri, a cavallo, uscivano in quel
momento dal castello. Anche considerando la forza che la paura dà
all’immaginazione, Prang stimò che fossero in cinquanta e più. Era la fine,
l’accettava. Un piccolo esercito di uomini montati, armati di lancia e ascia… La
vita gli parve all’improvviso tanto dolce e pensò al gusto di un pasticcio di maiale,
alla birra ingurgitata, a tutto il parlare coi suoi compagni di antiche giostre e
antichi amori…

Nella strada scura Broaditch restò in ascolto con il pugnale sguainato. Un minuto
dopo si rimise in moto con cautela. Aveva lasciato il bordello a tutta velocità e
stava cercando la strada di casa tra le tante vie silenziose, con poche voci, urla
lontane, qualche grido qua e là…
Quando raggiunse la porta aveva le gambe infangate fino alle ginocchia. Sentiva
l’umidità e la nebbia del fiume. Rinfoderò la lama e bussò.
La porta si aprì un poco, col catenaccio, e la moglie disse: “Cosa c’è, adesso?”
“Voglio entrare, donna.” Scorse la fiamma tenue del camino e percepì l’odore
caldo e muscoso della stanza. Non desiderava altro che distendersi, stirarsi e
dormire sulle pietre calde come un gatto…
“Chi sei?”
“Broaditch of Nigh. Chi altri? Sono uscito di qui coi tuoi parenti e tuo marito
solo…”
“Ah.”
La porta si spalancò verso l’interno.
“… un’orafa.”
“Hai già finito di divertirti?” La donna stava ferma sulla soglia col fuoco che le
brillava alle spalle.
“Sono stanco, mi sono divertito poco e l’aria è fredda.”
“Gli uomini sono sciocchi.”
“Può darsi. Difficile darti torto.”
“Dove sono i tuoi degni compari?”
“Si sono fermati ancora un po’.”
“Già. Bene. Ubriachi con le bagasce, immagino.”
“Donna, mi battono i denti in bocca e non riesco a parlare. C’è un freddo che
morde…”
“Chi era l’amico che è venuto a chiedere di te?” Broaditch disse: “Che cosa?” E
si guardò intorno nella strada tortuosa.
“Un tale un po’ ottuso,” rifletté lei, indietreggiando per farlo entrare e
domandandosi perché fosse ancora lì. “Massiccio di corpo e di collo…”
“Ha fatto il mio nome?”
“No. Ha detto: ‘È tornato?’ ‘Chi?’ ho detto io. ‘Il grosso con la barba in faccia.’
‘Dove ti aspettavi che gli crescesse?’ ho domandato. ‘Che t’importa?’ ha risposto.
‘È tornato?’ ‘No,’ gli ho detto, ‘non è tornato.’”
Il gelido vapore caliginoso gli arrivava alle ginocchia ormai. Gli venne un brivido
al pensiero della notte che lo attendeva. Qualcuno al bordello doveva conoscere il
marito e con qualche moneta si apprendono molte cose…
‘“Sei suo amico, allora?’ gli domando. E quel bruto dice: ‘Già, proprio. Per la
pelle.’ ‘Che nome riferisco?’ ‘Già, che nome?’ dice e se ne va. Un bruto ottuso,
ecco che cos’era.”
“Il mio amico,” mormorò Broaditch.
“Entra, prima che lo faccia l’umido.”
Era sicuro: dietro a lui qualcuno strisciava contro il muro. Passò accanto alla
donna, trovò il bastone e il sacco da viaggio. Lei aveva chiuso la porta, lui la
riaprì. “Allora? Ancora fuori?”
“Di’ agli altri addio per me e accetta il mio grazie, brava donna.”
Lei restò a guardare sulla soglia mentre Broaditch si allontanava silenzioso nella
nebbia ancora più fitta e più alta. Rabbrividì e tornò in casa.

Uno dei sopravvissuti aveva raggiunto Lancillotto. Parsifal e Prang si fermarono


ad ascoltare, nascosti dai pini.
“Siamo stati assaliti, mio signore!” gridava l’uomo. “Siamo stati assaliti…”
“Che storia è questa?” domandò Lancillotto.
“Molti uomini, signore, tra gli alberi…”
Probabilmente stava indicando, rifletté Parsifal. Come avrebbe reagito il cervello
duro di Lancillotto?
“Molti uomini?” Il leggendario cavaliere cercava di assimilare il concetto.
“Sì, mio signore.”
“Molti, eh?”
“Sì!”
“Vado a vedere?” si offrì un cavaliere.
“Non mi hanno detto niente in merito,” decise Lancillotto. “Vedrò sua grazia e
poi tornerò. Credono che non abbia cervello, eh? Credono che sappia solo
cavalcare dritto e spaccare teste. Andiamo!”
Al trotto condusse la sua banda giù dalla collina, verso la strada della foresta.
Parsifal fece una smorfia.
“È diventato un burattino,” disse. “Chi sarà ‘sua grazia’?”
“Un duca,” disse Prang, quasi riluttante.
“Io chiedo: ‘Cos’è una rondine?’ e lui risponde: ‘Un uccello.’”
“Non posso dire di più, per il mio vincolo.”
“Sua grazia,” ripeté Parsifal. “Molto bene. Ora puoi aiutarmi, se così decidi di
fare.”

Il duca LaLong e un certo Lord Gobble, basso, magro, di mezza età e


pronunciatamente zoppo, camminavano per la corte del castello lungo una pozza
illuminata dai raggi del frammento di luna apparso in uno spacco fra le nuvole.
Il tipo basso aveva una faccia cinerina e occhi troppo larghi e sporgenti che
roteavano su e giù come se leggessero la notte.
“È impaziente,” diceva in tono insistente e isterico. “Deve avere dei risultati.”
Il duca sembrava a disagio e stranamente reverente verso l’altro, che pure era di
rango inferiore.
“Cos’altro posso fare?” domandò, fermandosi nella pozzanghera e sollevando
un piede con un fremito di disgusto.
L’ometto non se ne accorse e proseguì, roteando sempre gli occhi come se ci
fosse chissà che da vedere. Il duca si chinò e fissò qualche cosa nella melma
viscida. Pareva un animaletto peloso. Nel punto dove l’aveva calpestato, emerse
una zampa che pareva una manina…
L’altro proseguiva zoppicando e diceva: “Il padrone non accetta scuse. La posta
è troppo alta. L’ora è vicina, molto vicina. Stanno per accadere grandi cose…
grandi cose. Egli…”
“Bada,” lo richiamò LaLong, piccato, uscendo dalla pozzanghera, “non posso
fare più di quanto è possibile. Deve capire…”
Gobble si voltò di scatto, fissando all’improvviso gli occhi sul duca, il corpo
vagamente contorto proteso verso di lui.
“Te lo dico io,” interruppe con uno strido fanatico. “Gli interessa poco quello
che è possibile. Sono più che certo, nobile signore, che li vuole tutti morti quelli
che sanno cose che non dovrebbero sapersi.”
“Prima, voleva vivi Parsifal e la sua famiglia. Poi, da un giorno all’altro,
cambiano le istruzioni e me le vieni a dare tu. Vorrei vedere io stesso il
padrone…”
“Sei libero di farlo, naturalmente,” disse calmo lo storpio.
Sua grazia restò incerto.
“Già…già,” mormorò. “Naturalmente hai tutta la mia fiducia e non è necessario
disturbare lui in un momento così critico e…”
“Gli ordini sono stati cambiati,” stridette l’altro, come se l’affermazione avesse in
sé un significato profondo e universale. “Non gli servono più le loro
informazioni. Li vuole tutti morti. Tutti!” Tremava leggermente.
Erano uno di fronte all’altro e la pozzanghera in mezzo a loro. Lo spicchio di
luna appariva e spariva.
“E Lohengrin?” domandò il duca.
L’altro alzò le spalle curve, asimmetriche.
“Per ora lo lascia a te,” disse, senza espressione.
“Non sa niente. Lui e suo padre non hanno spartito niente.”
Gobble sorrise, o perlomeno separò le labbra, pensò il duca provando un
brivido di gelo.
“La responsabilità è tua, nobile signore, non è così? Dopo tutto il padrone si
fida completamente di te.”
Sorrideva ancora? LaLong non avrebbe saputo dirlo. Detestava con tutta l’anima
quella piccola spia e rimpiangeva di essersi messo in quella faccenda, ma ormai
era troppo tardi… Sostenevano di star per inghiottire il mondo e lui si era sentito
privo di scelta… Sputò all’improvviso nella pozza scura e osservò il grumo di
schiuma bianca girare e andare alla deriva…
Avrebbe lasciato perdere Lohengrin, per un poco. Doveva ammettere che quel
guerriero abile e arroganti gli piaceva, gli pareva di vedere il suo stesso ardore
esasperato. Ed era assurdo anche sprecare i migliori strumenti per quegli stranieri
fanatici e le loro teorie… Sputò un’altra volta.
Lohengrin osservava distratto la testa della ragazza che si muoveva nel suo grembo
nudo. Il piacere che gli dava quella bocca succhiando, girando, ritirandosi e
riprendendolo nel suo bavoso tepore… il piacere non deviava la linea fredda dei
suoi pensieri. Anche quando sentì il corpo tendersi e l’orgasmo generarsi per
gradi, non smise di domandarsi fino a quando lo avrebbero usato come assassino
prezzolato. Si fidava davvero tanto, il duca? E che ricompensa pensavano di offrire
a lui che, dopo tutto, era solo il figlio di un re minore?
La testa della donna si muoveva sempre più in fretta, i muscoli di Lohengrin
cominciarono a tendersi e lui pensò che per un attimo sarebbe stato debole,
prigioniero estenuato delle labbra morbide di una dama… La guardò: riccioli neri
e liberi, guance velate di sudore, occhi chiusi, cosce che rispondevano
ritmicamente all’attività della bocca che risucchiava il suo turgore con sbuffi
leggeri… Sorrise involontariamente e mostrò i denti. Era al limite ora, non c’era
remissione, cadeva nel precipizio selvaggio della carne e del fuoco sul quale non
aveva alcun potere, non più che sulla morte… non più che sulla morte…

Prang sudava nel gelo della notte, con la tunica aperta, appoggiato alla vanga.
Guardava Parsifal che usciva dalla fossa e ne fissava in silenzio la bocca nera,
spalancata come quella di un muto. La luna tramontava allungando ombre tenui
sul terreno.
“Vorrei che avessimo fatto di più con ciò che ci era stato dato,” mormorò.
Prang disse: “Che cosa?” Ma il grande cavaliere parlava coi suoi morti.
“I rimpianti sono come foglie nella polvere.”
Dopo un lungo silenzio, Prang disse: “È sicuro attardarci qui?”
Parsifal non alzò gli occhi.
“Dov’è sicuro per un uomo?” disse forte. Sospirò e scosse il capo. “Ho sprecato
tanti, tanti doni… così tanti… Be’, riempi questa che ce ne andiamo.” Prese la
propria vanga e l’affondò nella terra ammucchiata. “Lascio sempre cose non dette.
Poi diventa troppo tardi per parlare… Mia madre…” Gettò una palata di terra
nella ferita nera del suolo. “E altre cose… altre cose…”

La luna scese sull’orizzonte mentre attraversavano con passo regolare la pianura


ondulata.
“Temevo,” disse Prang, “che voleste morire in combattimento… per il dolore.”
Erano al limite di una foresta fitta, e gli alberi davanti a loro facevano una
barriera.
“Risparmia il fiato,” consigliò Parsifal. “I guai non sono finiti.”
Prang si guardò alle spalle. Gli pareva di scorgere la forma del castello sulla linea
lontana delle colline.
“Non vedo nulla,” disse.
“Fermo!” sibilò il suo mentore che si era immobilizzato all’improvviso davanti
agli alberi. Prang cercò di controllare il respiro. Scrutò, ascoltò, non scoprì nulla…
dalla terra veniva un odore dolce e forte… Gli parve si muovesse un’ombra, una
macchia in fondo al campo… o era colpa degli occhi stanchi? Sentì formicolare la
pelle e afferrò inconsciamente il braccio di Parsifal. Desiderava scappare. Il cuore
gli batteva forte e desiderava scappare…
“Cosa c’è?” sibilò.
“Zitto,” disse il suo maestro. Si protese e parve concentrarsi intensamente. Poi
avanzò verso il limitare scuro del bosco sollevando lentamente la spada lunga e
larga sopra la testa, come se fronteggiasse un nemico. Prang non vide nulla, ma
provò una gelida pressione come se, disse poi, dagli alberi avesse soffiato un
vento maligno. Stava per darsela a gambe, ma si avvicinò a Parsifal, cercando
presso il corpo di lui un tangibile riparo dalle cose intangibili… Gli pareva che
un’ombra si fosse inspiegabilmente protesa dalla notte per afferrarlo e gli si era
spezzata la voce quando Parsifal aveva tagliato una volta l’aria con la lama e si era
immobilizzato di nuovo, appoggiandosi al vuoto. La luna era calata all’improvviso
e su di loro si era chiusa l’oscurità…
Stordito, col sangue che pulsava per il terrore e la sorpresa, pensava di avere
udito il maestro dire: “Non sono poi così debole.”
Quindi fu come se si fosse aperto un cancello e Prang, barcollando, seguì
Parsifal.
“Era un demone, mio signore?” sussurrò infine.
Avanzavano cautamente nei boschi. Prang inciampava, ma Parsifal lo reggeva per
il braccio.
“Hai mai incontrato un demone?”
“No, se non è stato questa sera.”
“Dove credi che viva il diavolo?”
“All’inferno, signore. Dove, se non là?”
“In quale altro posto?” insistette Parsifal, aiutando l’altro a superare una radice
nodosa di quel bosco freddo e muffoso di fine estate. La pioggia aveva lasciato
un vago odore di marcio. “Dove si trova la sua casa, Prang?”
“Non è sotto il mondo dove ardono le fiamme eterne? Sir Parsifal, ci perderemo
in questo luogo. Perché non attendere la luce del mattino e…”
“Prang,” dichiarò il suo maestro, “cielo, inferno e mondo sono tutti un posto
solo.”
“Ma io…”
“Taci di nuovo, Prang.”
Si fermarono e ascoltarono attentamente. Dopo qualche attimo Parsifal si rilassò.
“Va tutto bene, ora,” disse.
Prang piegava la testa da una parte e dall’altra.
“Non sento che ci inseguano,” disse.
“Inseguire? Non temo un inseguimento, ma solo ciò che ci sta davanti, giovane
guerriero.” Sorrise nell’oscurità completa. “Non ho mai temuto nulla,” rifletté.
“Poi ho cominciato ad aver paura della morte… poi della vita… ora di qualcosa
di completamente diverso…”
“Non capisco.”
Parsifal prese il giovane per il braccio e lo condusse tra i fitti viluppi di rami,
cespugli e tronchi invisibili.
“Che cosa desideri, Prang, prima di morire?”
Dopo aver pensato, il cavaliere rispose: “Lunga vita. Fama… Abilità nel
combattere… avere figli maschi…”
“Io ho avuto tutto, salvo la prima cosa.”
“Sì?”
Toccò un albero con la mano tesa e si accostò di più a Parsifal.
“E temo,” disse Parsifal, “e desidero fortemente…”
“L’amore? Come trovate la via qui dentro? Per magia?”
“Forse.”
“Forse che cosa?”
“Forse.” Parsifal non aggiunse altro e continuarono a farsi strada tra gole, crinali,
pietre…

Broaditch era spaventato. Non c’era luna e brancolava per viuzze fangose e
puzzolenti cercando il fiume. Di tanto in tanto scorgeva la magica luna d’argento
scintillare tra i tetti squallidi. La notte e il silenzio erano profondi, e spente le luci
nelle case. La nebbia umida gli arrivava al petto e pareva, pensò, il fumo di un
fuoco freddo…
Tendeva il bastone davanti a sé alla stregua di un cieco. Ascoltava attentamente.
Il pericolo schiariva sempre i sensi, rimuginava, affilava il mondo, faceva di ogni
respiro un dono… Udì gocciolii lontani, voci… il pianto di un bambino… ansiti
tormentosi provenire da una finestra sbarrata dietro la quale qualcuno soffriva o
moriva… Broaditch inciampò in una cosa soffice, elastica. Rabbrividì scorgendo a
terra la forma di un uomo, ubriaco o morto… Lo scavalcò e proseguì…
Si lasciò dietro le ultime vie e restò a guardare moli e imbarcazioni che
parevano fluire coi banchi di nebbia. Le canne palustri erano fantasmi minacciosi
che nascondevano la strada dell’inferno… Dall’acqua invisibile arrivavano echi e
tonfi attutiti…
Si mosse cauto, sforzandosi di distinguere le sagome della riva. Sperava di
trovare un barcaiolo e risalire il fiume, ma il luogo aveva l’aria di un deserto. Una
paura gelida gli mordeva le spalle. Era sicuro che qualcuno, uno almeno, lo avesse
seguito dalla casa.
Si volse subitaneo, raccogliendosi dietro il bastone massiccio. Restò in ascolto:
udì solo gli scricchiolii e i tonfi soffocati dei vascelli all’ormeggio, mossi dalla
marea… Da qualche parte sul fiume un paio di voci intonarono una cantilena.
Pensò di avere udito uno scalpiccio nella nebbia mobile appena oltre la svolta, alle
sue spalle.
Non c’era motivo di stare lì, si disse, e arrancò nel fango del bordo del fiume. Lo
scalpiccio si trasformò in passi svelti.
Non mi prendi, per Maria e tutti i santi, pensò, e si gettò in una nebulosa siepe
di cattails. Attese, trattenendo il fiato…
Qualcuno correva. Un attimo dopo una figura alta e sparuta uscì dal baluginio
nebbioso; ansando, esitando, si fermò e barcollò. Broaditch si alzò: aveva
riconosciuto Valit. Il ragazzo roteava gli occhi selvaggiamente. A Broaditch venne
in mente qualcuno del suo lontano passato: corpo magro, sguardo terrorizzato,
Waleis che moriva nella neve. Fu il sangue dal naso e dalla bocca a resuscitare il
ricordo.
“Che ti è successo?” domandò Broaditch. Dovette sostenerlo per le braccia.
“Io…” boccheggiò l’altro, “l’ho… seguito…”
“Cosa dici?”
“Io…”
“Come ti sei ferito?”
“Colpito… là dietro… un uomo… viene…”
“Perché mi hai seguito?” Broaditch scrutava la nebbia spettrale. “Riesci a
camminare?”
Valit annuì.
“Credo,” sussurrò.
“Vieni, allora.”
Attraversarono il canneto e raggiunsero il fiume.
“Era un assassino,” disse Valit.
“Zitto, ragazzo.” Uno squarcio nella nebbia aveva mostrato a Broaditch una barca
a remi tirata sulla riva.
“Voglio venire con voi,” sussurrò Valit. “Io…”
“Taci!”
Rotolarono nello scafo e Broaditch, con un remo, lo allontanò dalla riva. A
poche iarde da loro due uomini si materializzarono nella nebbia e restarono
immobili sulla sponda. Uno impugnava la spada. Un attimo dopo erano svaniti
in una voluta di fumo freddo.
“C’è mancato poco,” mormorò Broaditch.
Per qualche minuto si abbandonarono alla corrente della marea. A prua,
Broaditch ascoltava ogni rumore.
Si spostò al centro, prese i remi e li manovrò silenziosamente. Nonostante la
deriva costante, era certo che il flusso della marea li avrebbe respinti nella
corrente più lenta del fiume, che intendeva risalire per tutta la notte,
bordeggiando la riva opposta.
A gambe incrociate contro la gunwale, Valit si tamponava il naso con uno
straccio. La conversazione si svolgeva a sussurri.
“Ebbene,” diceva Broaditch, “cosa ti ha spinto a venirmi dietro?”
La nebbia di cotone ondeggiava sopra di loro con la brezza più fresca.
Broaditch sperava di intravedere l’altra riva del fiume. Non sapeva quanto
fosse largo in quel punto. “Ti ha mandato tuo padre?”
“Lui?” Valit bagnò lo straccio e se lo appoggiò alla fronte. “Figurarsi.”
“Perché mi hai seguito, allora? Oppure facevi quattro passi per respirare un
po’ di nebbia buona?”
“Oh, la testa,” si lamentò Valit. “Una bella randellata davvero… Mi verrà
l’orecchio come una patata…” Cambiò posizione facendo ondeggiare la
barca. “M’è parso che foste intelligente, uno che conosce il mondo… La
moglie di mio fratello mi ha indicato la direzione…”
“Ah. Intendi avventurarti con un pellegrino di mezza età?”
“Avventurarmi un corno,” fu la ponderata risposta.
“Vi sembro un cavaliere folle o un idiota vagabondo?
Ma voi, Sir Broaditch of Nigh, non siete un semplice pellegrino. Dovete
avere uno scopo…” Ora il giovanotto aveva un’espressione di estrema astuzia.
“Vi posso domandare una cosa?”
“Forza, ragazzo.”
“Chi vi insegue?”
“Vuoi nome e cognome?” Broaditch fermò i remi di colpo e ascoltò.
“Taci…”
Ecco… uno sciacquio attutito, non lontano; voci basse… Era già l’altra
sponda? Gorgoglii e scricchiolii, poi apparve nella nebbia una sagoma tanto
grande che gli ci volle un momento prima di riconoscere una vela di venti
piedi. Afferrò i remi e indietreggiò. Ma era già stato visto o udito. Alle loro
spalle echeggiò un grido rauco. Sulla nave c’erano uomini scuri e armati.
“Eccoci sistemati,” borbottò Valit, lanciando in giro occhiate torve. “Avrei
dovuto essere più furbo.”
“Taci,” ripeté Broaditch.
Le voci si urlavano indicazioni. C’erano almeno due scafi che davano loro la
caccia. Broaditch lavorava appena di remi nella corrente… La nebbia si ritirò
all’improvviso e scorsero una barca agile che puntava dritta su di loro,
beccheggiando con la vela corta. Broaditch affondò i remi, si sforzò, sbuffò,
sentendosi come incastrato in un mare di colla, mentre l’altro scafo pareva tuffarsi
loro addosso. Udirono grida d’allarme, videro gli uomini correre agli archi,
puntare, urlare… dai… ssunk! Ptuk! Pung! Tre frecce scossero la frisata. Valit
sembrava un cane accucciato nell’acqua di sentina. La freccia successiva gli sfiorò
i capelli e finì in acqua.
Morirò così, allora? si chiese. Dentro di lui qualcosa rispose: no! Poi la nebbia
fumosa li separò di nuovo, le frecce non ebbero più bersaglio, voci e scricchiolii
furono soffocati… la nave andò alla deriva nella notte, mentre lui ansava ai
remi… poi si fermò e li tirò in barca.
“Perché avete smesso?” sibilò il giovanotto.
“Dammi la direzione, ragazzo,” suggerì Broaditch, facendo un gesto circolare.
La nebbia era tutt’attorno come un muro.
Valit si raddrizzò.
“Per le ferite di Cristo, mi sono perduto?”
“Non più di me. La nebbia si solleverà prima o poi.”
“Ve l’ha detto Dio?” lo derise l’altro.
Rimasero un istante a meditare. Valit si palpava delicatamente la testa e
l’orecchio maciullato, facendo smorfie.
“Non mi hai detto cosa stai cercando tu, Valit,” disse Broaditch.
“La riva opposta del Tamigi, vecchio,” fu la sgarbata risposta.
“Se non cambi tono, troverai prima il fondo,” commentò Broaditch.
Il giovanotto gli lanciò un’occhiata per pesare l’affermazione e decise di calmarsi.
“Voglio farmi una fortuna,” disse. “Non voglio ararmi una lunga tomba nei
campi di qualche signore.” “Non sarebbe stato meglio che ti fossi fermato in
città, allora?”
“Il povero in città vale quanto il povero in campagna e non ha nemmeno l’aria
fresca, vecchio.”
“Sai la strada per un terzo posto? Sotto terra, chissà, oppure in mezzo al mare?”
Valit aveva esaurito la vena delle confidenze.
“So quel che so,” disse, e tornò a compiangersi per le ferite.
“Qualcosa la so anch’io, vecchio come dici che sono…” Broaditch si distese sul
fondo della barca a riposare, pescando la pipa nella sacca. “C’è un vento che ti
spingerà dove gli pare, nonostante il daffare che ti dai con le vele.” Sospirò,
succhiò il cannello freddo. “Questo l’ho imparato, ragazzo. L’ho imparato.”

Il sole splendeva limpido, le strade erano ancora molli, gli azzurri e i verdi del
mattino spiccavano tra i vapori della terra.
Modred si sentiva male e l’andatura del cavallo non lo aiutava. O forse aveva
bevuto un pessimo vino.
“Che cagna,” borbottò al più prossimo dei suoi seguaci, Sir Gaf, cugino del
defunto Sir Kay, consigliere di Artù il quale, per via di una serva, era genitore di
Modred che a sua volta era quanto la Britannia possedesse di più simile a un
erede: calvo, sudato, panciuto, eternamente depresso.
“Mio signore?” rispose Sir Gaf.
“Quella cagna di mia zia. In vent’anni non pare invecchiata di un giorno… L’hai
notato?”
“Non l’ho vista a suo tempo,” disse Gaf, vagamente sprezzante come sempre.
“È una strega,” dichiarò Modred. ”Lo è sempre stata. Lo sapeva bene mio padre,
che sia maledetto il freddo del suo cuore. Morgana la maga cagna! È alla sua
tavola che mi sono ammalato, lo giuro.”
“Mio signore,” mormorò Gaf avvicinando la sua cavalcatura. La strada era
invasa dai cespugli. In quel punto le colline erano dolci e antiche, gli alberi stenti.
La terra bruciata si riprendeva lentamente. Vent’anni prima i barbari di Clinschor
avevano distrutto la campagna. “Mio signore, è una donna saggia e gentile, alla
sua maniera.”
“Cagna!”
“Il suo consiglio è sano.”
“Allora è migliore del suo cibo.”
“Intende innalzarvi al trono di vostro padre.”
“Io non sono mio padre e ho già abbastanza guai.”
“La Britannia potrebbe cedere ai diavoli del nord, mio signore,” intervenne un
terzo cavaliere che dall’abito pareva un vescovo. “Ci serve…”
“Allora mettete al potere il giovane come-si-chiama e andate all’inferno!” disse
Modred e si premette le grosse mani sulla pancia. “Mi gira la testa…” Si deterse la
fronte. Faceva molto caldo, pensò. Il tempo era così instabile. Tornare nel Kent in
quel modo… con gli incitamenti di quei pazzi… Rimpiangeva di avere indossato
il giaco leggero. Tratteneva il sudore e le maglie gli irritavano la pelle. Basta,
decise, basta coi complotti e tutto quel cavalcare nel paese. Dannazione. Non si
sarebbe fatto usare da nobili e da preti… “Mi ha avvelenato, quella cagna,” disse,
e ruttò forte. Si chinò e ruttò di nuovo. Sentiva in bocca uno strano sapore d’aglio
e di marcio.

Sotto i cespugli l’aria era immobile e l’ombra fresca. I mirtilli splendevano nelle
macchie di sole.
Se ne stava là a godere gli odori maturi, giocando con la mazza appoggiata alle
gambe corazzate. Gli venne in mente un momento della sua infanzia: pomeriggio
soleggiato d’estate, pranzo sotto gli alberi con la famiglia; seduto irrequieto,
irritato, annoiato, osservava suo padre mangiare lentamente (penosamente, gli era
parso), sorseggiare il vino, con lo sguardo lontano, l’espressione tesa di sua
madre… Cominciava a parlare, sospirava e taceva..! poi chiamava uno dei servi e
in quell’attimo Lohengrin era schizzato dalla panca, il boccone cartilaginoso
ancora in bocca, e via verso i boschi, sul sentiero polveroso, inseguito dalla voce
del padre: “Non si riesce a farlo star seduto! Che razza di…!” E la voce della
madre: “Potessi io scappare così da te!” E ancora il padre, più forte, ma le parole
si perdevano mentre lui balzava oltre il ruscello, spariva nell’ombra dei pini e
cancellava loro due dalla terra…
Ricordava tutto e anche la pace a cui si abbeverava. Com’era teso a quel tempo,
per essere un bambino era stato terribilmente teso…
Colse una bacca, ne spremette il succo porporino tra le dita guantate d’acciaio e
ne assaggiò la dolcezza. Corrugò la fronte a un ricordo non cercato. Faceva
volteggiare la fionda nei boschi luminosi della sua infanzia, prendendo di mira un
uccello tutto azzurro e splendido appollaiato in un cespuglio. Rievocò la traccia
indistinta del proiettile, l’improvviso spruzzo di rosso all’esplosione della testolina,
una o due penne volate via, la sua voce che sibilava: così impari… così impari…
così impari…
Udì i cavalli e si mise all’erta. Le informazioni erano giuste ed era pronto, ma
questa volta non si trattava di un uccello… Cosa sarebbe potuto essere?… un
cappone, forse. Sorrise quasi. Il piccolo Lohengrin non aveva distolto lo sguardo
dalla sua vittima. Questa è la morte, si era detto. Accadrà anche a me.
Allontanò i ricordi e si rizzò in piedi con la mazza in spalla.
Dopo questo, potrei essere io come chiunque altro… Potrei essere re, come
qualunque duca sognatore… Tanto vale che ci divertiamo prima di morire…

Modred sospirò e si deterse la faccia.


“Cristo,” lamentò, “non si trova neanche una locanda su questa strada?”
L’ecclesiastico guardò altrove, il cavaliere alzò le spalle.
“Forse, mio signore,” disse. “A meno dì un miglio c’è…”
Si interruppe. Un cavaliere rosso e nero era uscito dalla macchia e si era
piantato davanti a loro, con la lunga mazza in spalla.
“Credo che pranzerai all’inferno, Modred,” disse quello attraverso la grata della
visiera. Balzò in avanti con un’agilità sorprendente, ruotò la mazza e sferrò un
colpo alla testa del principe.
Modred urlò di paura e si gettò all’indietro, praticamente giù dalla sella e fuori
delle staffe. Il colpo mortale lo prese sul petto e sul ventre protetti dal giaco
leggero, facendolo ricadere privo di sensi sul dorso del cavallo, la testa a penzoloni
oltre il cespo della coda tormentata dalle mosche. La bestia indietreggiò mentre
l’altro cavaliere si lanciava sull’assassino, il quale parò con lo scudo e colpì
contemporaneamente il principe incapace di reagire.
“Ahhh-h-h-h,” sospirò questi, mentre il sangue ruscellava dal muscolo
sfracellato.
Gli otto uomini della scorta si erano ripresi e avevano circondato il cavaliere
nero che ne stese due prima di decidersi a lasciare il lavoro a metà.
“Per questa volta te la sei cavata, viscido cane tripputo,” disse, indietreggiando
nella boscaglia, “se sopravvivi alle ferite.”
Scomparve.
“Inseguitelo!” urlò il cavaliere, ma nessuno aveva voglia di farlo. Un attimo
dopo il cavaliere (gli altri della scorta erano armigeri) si addentrò nei cespugli,
nervoso, scandagliando cauto con la spada…

Broaditch spiegava ad Alienor come stavano le cose. Lei si era accomodata sulla
sedia di vimini nel portico e scuoteva il capo.
“No,” insisteva la moglie, “è troppo tardi. Non puoi tornare da me adesso.”
“Sono esausto, amore mio,” protestò lui, appoggiandosi al palo. “Rivoglio i
miei antichi piaceri… lavorare la campagna, sedere a tavola con te.”
“No,” rispose lei, indicando oltre i campi, “guarda.” Dall’orizzonte rotolava
lento un muro nebuloso di oscurità estrema, tutto inghiottendo e cancellando,
inaridendo il meriggio…
Si svegliò che tremava e le diceva: “Amore mio, ho la schiena indolenzita…” per
ritrovarsi nella barca alla deriva nella nebbia, con Valit che russava a poppa.
Sospirò e si guardò intorno. Una vaghissima parvenza di alba toccava la nebbia e
le onde più vicine. Un’imbarcazione bassa e scura uscì dalla foschia puntando
dritta su di loro, risuscitando il terrore.
Broaditch toccò Valit col bastone, ma quello non si mosse. Che fosse strano gli
venne in mente solo dopo.
“Ti ha ammazzato l’aria del mare?’’ gli borbottò.
Anche la barca era strana. Ai remi, alla barra e alla vela non si scorgeva nessuno.
Solo a mezzanave si scorgeva una figura ammantata, con un cappuccio conico.
Viene dalla terra dei morti, pensò Broaditch, o forse è un sogno…
Viaggiava veloce con le vele serrate. Eppure gli parve che velocità e distanza
restassero costanti rispetto a loro… a portata di voce. Il cavo d’onda era più fondo
e Broaditch aveva idea di non trovarsi più nel centro del fiume. Decise di
rimandare l’esame della situazione. La corrente del mare li avrebbe comunque
riportati a riva, una volta superato il riflusso del fiume.
L’altra barca si sollevò, poi si abbassò mentre a sua volta si sollevava la loro. “Sei
anche tu fuori rotta?” gridò Broaditch.
“Non ho destinazione al momento, perciò non posso esser fuori rotta,” gli
rispose una voce sonora.
“Potresti essere fuori della luce di Dio,” si stupì di sentirsi replicare.
“Le tue parole ti hanno scelto, amico,” disse la voce in tono che pareva
d’approvazione.
Tra i traversini delle due barche ora c’erano solo pochi pollici e gli scafi
ondeggiavano appaiati quasi fossero stati invisibilmente uniti.
“Chi sei?” volle sapere Broaditch. Valit dormiva sempre.
“Un uomo in un vascello.”
“Marinaio?”
“Diciamo che pesco.”
“Dove tieni le reti, gli ami e… le esche?”
L’altro emise una risata piena e rilassata.
“I miei pesci sanno bene dove li ho presi.” La voce divenne forte e cupa. “Se
sopravvivi alla tempesta incombente avrai un compito da affrontare.”
“Sei un filosofo, signore? Come puoi aver potere su di me?”
“Tu hai potere su te stesso. Ti nascondi alla verità perché sai che quando avrai
compreso non ti resterà scelta. Ti sei nascosto bene, ma il mare ti ha portato
dove non avrebbero voluto i tuoi piedi.”
Le onde erano cresciute. Broaditch, aggrappato alla fiancata, era intensamente
attento e appena turbato dalla vertigine dell’acqua. Pareva tutto talmente ovvio che
si trovò ad accettarlo con la stessa tranquillità del suo interlocutore.
“Fa’ attenzione al tuo compagno,” lo avvertì questi. “È cieco… tu segui la luce,
non badare ad altro. Trova la tua strada e forse strapperai ciò che è sacro dal
grembo del diavolo.”
“Che cosa strapperò?”
“Sei stato scelto per trovare ciò che i grandi hanno perduto.”
“Che cosa, cosa strapperò? Sto dormendo ancora?”
“Sei mai sveglio? Puoi esserne mai sicuro?”
“Ma di cosa?”
“Riconosceresti il Graal se lo vedessi?”
“Sei un sant’uomo? Un maestro?” Anche questo gli pareva stranamente
divertente. “Un mago?” O un pazzo.
“Che peso hanno per te queste parole!”
“Sono lontano dalla riva, signore?”
“Più di quanto tu creda. Ne saprai di più se superi la tempesta. Vento e furia
sono su di te.”
Sulla loro testa una nuvolaglia nera correva col vento che faceva sbandare le
barche con colpi violenti e improvvisi.
Valit si mise repentinamente a sedere quando l’altro scafo sparì nella nebbia
vorticosa.
“Abbandona la vita!” gli aveva gridato l’uomo tra le raffiche selvagge, “e patisci
nella terra della morte, mio grosso, stolto pesce!” In quell’attimo la tempesta si
scatenò su di loro con violenza inaudita.
Broaditch chiuse gli occhi e li riaprì, come per svegliarsi. Avrebbe voluto aver
dormito.
“Dio mio!” strillò Valit. “Siamo perduti!”

Forse ho già fatto tutto ciò che mi attendevo di fare, pensò Parsifal.
Scorgeva dalla feritoia la luna calante. Era l’alba. Prang dormiva in una stanza
oltre il corridoio. Erano giunti al castello di un uomo che era stato compagno di
Parsifal alla corte di Artù quando il regno era stato in parte ristabilito. Il conte
Bonjio. Mezzo spagnolo, basso, scuro… La barba di Artù era inargentata e lui
diventava calvo. Sua sorella era venuta a stare a Camelot e si diceva fornisse
l’acciaio che sosteneva la virilità del re… Be’, ricordò Parsifal, non era mai stato
tanto intimo di Artù… Chissà per quali motivi, il re era stato pieno di riserve nei
suoi confronti… Una volta tornava con Bonjio da un torneo. I cavalli fluttuavano
nel crepuscolo denso e fosco della mezza estate, le zolle cedevoli attutivano il
tonfo degli zoccoli. Avevano bevuto idromele.
“Dimmi,” aveva domandato Bonjio, “come sei sfuggito a Gawain?”
“Quando?”
“Dopo avergli colpito il valletto, fuori del tuo castello. Hai detto che quando ti
hanno raggiunto eri nudo e avevi appena finito con una donna.”
“Già,” aveva ricordato Parsifal. “I dettagli mi sfuggono.”
Bonjio aveva sorriso. Aveva occhi acuti e attenti.
“Il vino li offusca ogni volta.”
“No. Era il giorno dopo. Ero sobrio… e ubriaco insieme…”
“Allora?”
“Non saprei come dire… è stato il momento migliore della mia vita…”
“Che cosa?”
Parsifal aveva guardato oltre il pendio sormontato dal castello di Camelot. Sul
crinale apparivano le prime case dei contadini e in quelli che erano stati i luoghi
delle tenzoni germogliavano e maturavano i nuovi raccolti.
“Comunque, Gawain e gli altri se ne andarono e io tornai da mia moglie.”
“Ti sarai rivestito prima, spero,” aveva riso Bonjio.
“Credo… Non ho più visto Gawain da allora.”
“Si dice sia in Irlanda, o forse in Francia.”
Avevano imboccato la strada polverosa della collina. Più avanti, un contadino col
carretto incitava un mulo svogliato. Bonjio mordeva una pesca e ne succhiava il
sugo a ogni boccone.
“E alla donna cos’è accaduto? Non era la moglie di un ospite quella con cui ti
eri giaciuto?”
“Sono passati dieci anni.”
“L’hanno sgozzata?”
Parsifal aveva scosso il capo.
“Non ne ricordo il nome. Ritornò più tardi, con addosso un mantello da pastore.
Un poco sbattuta, ma non tanto quanto avevo temuto.”
“Le andavano gli uomini, eh? Be’, la capisco, la capisco fin troppo bene.”
“Impossibile.”
“Già, ma possiedo io stesso una debolezza esasperata e comprendo quelle degli
altri.”
“Quale debolezza?” aveva domandato Parsifal, interessato. “Io ho perso il conto
delle mie.”
“La carne… la carne!” Bonjio si era rigirato il nocciolo in bocca e lo aveva
succhiato. “Mi fa tremare. Quando vedo una donna bella mi si spacca l’anima.
Devo averla.”
Parsifal aveva alzato le spalle.
“Pare che succeda a quasi tutti gli uomini.”
Bonjio si era proteso a toccargli la cotta leggera. Aveva un’espressione selvaggia
come se il solo pensiero gli avesse scatenato angoscia e bramosia.
“Non come a me. E a te, Sir Parsifal? Dimmelo…”
Avevano superato il carretto. Alle redini c’era una vecchia rinsecchita che non
alzò lo sguardo.
“A me? Mi piace scopare come a chiunque altro, immagino.” La valle si era tinta
di un colore azzurrino. Il grano nuovo scintillava e ondulava. “È una
soddisfazione breve.”
“Non ti mangia vivo? Non ti dà vertigini di desiderio? Non vorresti mai strisciare
sulle ginocchia per succhiare i piedi nudi di una fanciulla?”
“Strisciare?”
Bonjio aveva fatto un mezzo sorriso. Gli occhi dalle palpebre pesanti erano
sardonici. Derideva se stesso.
“E un modo di dire, ma credo proprio che all’occorrenza striscerei anche sulla
pancia.”
“Non capisco,” aveva risposto Parsifal, sulle sue.
“Per quanto tu sia un gran cavaliere, hai del pari fortuna e disgrazia.” Bonjio
aveva respirato a fondo e scosso la testa, quasi per schiarirsela.
“Immagino di godermela come chiunque altro. Perché tu sei così?”
“Già, perché?” Aveva stappato la fiasca del vino e se l’era portata alla bocca.
“Sarebbe una risposta?”
“No. Non ho una risposta.” Aveva riposto la fiasca. “Ho solo l’ardore.”
“Che non puoi placare.”
“Che non posso placare.”

All’improvviso la luna scomparve dietro le colline. sentiva che la sua rabbia stava
allentando la presa, quasi avesse le dita stanche… Era così faticoso odiare… La
loro morte era un fatto a se stante e scopriva che non desiderava nemmeno
uccidere Lancillotto, non davvero, non con intensità. Sarebbe stato come
distruggere la spada servita per sgozzarli. Lancillotto era solo un’arma. Ed era
tutto finito… Sembravano solo ombre, giochi di bambini maligni, distorti dalla
loro immaginazione perversa. E perciò solo immaginazione. Sospirò. Cosa
avrebbe dimostrato un altro morto?
Appoggiò la testa alla pietra fredda della finestra.
Dovrei forse, o Dio, piangere i giorni che ho sprecato? Ho sbagliato strada tante
volte, troppe per un solo uomo… Sono morto per questo mondo e cieco per il
cielo… Non vivo che per contare i giorni che mi separano dalla tomba…
Gli si accese nella mente il verde ricco e brillante delle file d’alberi della strada,
ondulanti al passo irregolare del suo ronzino striminzito che si inerpicava verso le
mura massicce del castello. Torreggiava così in alto la rocca sacra. Tanto valeva
essersela immaginata…
“Sir Parsifal,” disse una voce femminile. Si voltò.
Era Unlea, la moglie del conte, una donna matura e bionda, tenera di corpo e di
viso, occhi grandi e liquidi. Indossava un abito rosa con la scollatura profonda. I
suoi occhi erano sempre un poco spalancati, come fosse sul punto di stupirsi.
Sorrideva molto e non pareva né studiata né civetta. Gli era piaciuta subito,
preferiva i caratteri aperti.
Pensò con ironia che quando si trovava in un vicolo cieco aveva sempre attorno
una donna. Serviva forse per indicare un cambiamento di direzione.
Si guardarono per un poco in silenzio.
“Bene,” disse infine lei, mordicchiandosi il labbro inferiore, “resta sempre il
piacere.”
“Oppure la guerra,” replicò lui, “o qualunque altra cosa.”
Notò allora che la donna reggeva una candela lunga, sottile. La fiamma
ondeggiava e le muoveva sul viso le ombre come fa il tempo che scorre.
“O piccole cose che non fanno male a nessuno,” aggiunse lei.
“Signora,” si trovò a dire Parsifal, “non ho mai provato tanto vuoto davanti e
dietro di me.”
La donna si avvicinò ancora. Aveva ai piedi pianelle silenziose di pelo e al collo
una semplice catena cremisina. Il cavaliere aspirò il suo profumo leggero.
“Perché spingervi oltre i limiti della natura?” fece lei.
“Cosa vi dice che lo faccia?”
“È abbastanza evidente, signore. Siete stato re, prete, e Dio sa che altro.”
Parsifal rivide il castello, vivido e solido nell’aria splendente dell’autunno, la
foresta d’oro e di fiamma, la brezza frizzante, l’immenso portale di bronzo che
cominciava a spalancarsi oltre il fossato. Cigni selvatici, acque verdi e nere,
stupefacenti torri di nuvole a cornice dei pinnacoli…
“Sa Dio…” disse lui, dopo un silenzio.
“Perché no?”
“Che cosa?”
“Imparare a giocare.”
“Giocare? Come un ragazzino? Ah, ho giocato più di quanto avrei dovuto, mi
hanno detto.”
“No,” corresse Unlea, “non giochi da bambino.”
Parsifal la studiò. Pensava a come avrebbe potuto possederla. Era tenera e si
muoveva bene. Già, lui si lasciava attrarre facilmente, anche se non strisciava sulle
ginocchia. Gli ritornava il riflesso dell’accoppiamento, come se nei suoi anni da
eremita non fosse stato mai congelato. Nella mente gli restava il grande portale
che si apriva, lo scorcio delle mura, i vessilli colorati, moto, sole, ombra…
“Anche quelle cose le ho già fatte,” disse.
Lei scosse il capo, spalancando appena gli occhi.
“No, vedo che non le avete fatte mai.”
“Non siate stolta.” Non è veramente interessata, pensò.
“Vedo più di quanto sappiate.” Unlea allungò la mano e gli accarezzò la testa, i
capelli biondi e fini con poche ciocche bianche. “Povero Parsifal.”
Quasi senza rendersene conto trattenne la sua mano calda e ne sfiorò le dita con
le labbra.
Mi sento riarso, rigido, gelato… e devio ancora… come se sapessi davvero dove
sto andando…
Nel suo ricordo il portale restava semiaperto. Non era nemmeno più sicuro che
fosse un ricordo. Il tempo ne aveva intaccato i contorni precisi…

Lohengrin dovette accontentarsi di aver fatto provare a Modred un bello spavento.


Peccato non averlo ucciso, ma era colpa del destino e di uno scarto del cavallo.
Non lo avevano inseguito, né se l’era aspettato. Il sottobosco era cosparso di
macchie di sole, fiori selvatici e api ronzanti.
Considerò il suo problema: la maggior parte degli uomini era sciocca e
spaventata. Il suo vantaggio dipendeva soprattutto dalla mancanza di interesse per
ciò che condizionava gli altri. Riteneva che i sentimenti non potessero distrarlo, di
possedere la concentrazione necessaria. Mira col cuore, combatti bene, o muori.
Muori, sì. Il resto non era che filosofia e poesia. Una volta aveva visto un
sapiente famoso strisciare e gemere su di un mucchio di letame fumante. La
chiesa dove aveva predicato era appena al di là delle stalle e la croce d’oro brillava
nella luce di mezzogiorno. Chissà come aveva offeso il signorotto locale, forse
con una frase. Così strisciava nello sterco, terrorizzato dagli armigeri che lo
pungolavano con le lance.
“Perché non ci mostri la tua sapienza?” lo deridevano.
Al quel tempo Lohengrin doveva avere quindici anni. Si diceva che suo padre
fosse da parecchi mesi in Terrasanta e lui ricordava il senso di sollievo per la sua
lontananza e la mancanza di tensione a casa… Esplorava sul suo pony i dintorni e
si era fermato nella città per provvedersi di pane e formaggio.
Gli armati circondavano il sapiente.
“Bisogna mangiare per stare vivi,” gli disse uno.
La battuta aveva causato uno scoppio di risa e il ragazzo non ne aveva capita la
ragione finché non aveva scorto l’uomo, inginocchiato nell’immondizia,
raccogliere una manata di letame e avvicinarsela alla bocca.
“Così, maestro!” lo incoraggiò uno con la faccia tonda, le brache di cuoio
bisunto e l’elmo di ferro. “Mangialo pure tutto, non devi spartirlo con nessuno!”
Seguirono altre risate.
“Sta tirando in lungo,” commentò un altro dai denti radi e gialli.
“Ammazzalo.”
“Tranquillo, fratello. Questo è un uomo pio e prima dice le sue preghiere.”
“Forse si prepara a morire,” disse un contadino che stava a guardare.
“Lui? Lui mangia come gli abbiamo detto. Vero che fai il bravo?” replicò
quello con la faccia tonda. “Vuole vivere per acquistare maggiore saggezza.”
“Io preferirei morire,” affermò un altro soldato, giovane, con la faccia cupa.
“Davvero, pivello? Prendi il suo posto e vedrai che la paura ti aguzza l’appetito.”
Il pivello parve incupirsi di più, poi, all’improvviso, puntò la lancia alla gola del
sapiente.
“Avanti!” gli urlò. “Falla finita!”
“O gli farai un’altra bocca, eh?” A Facciatonda piaceva l’idea.
“Sbrigati!” urlò il pivello.
Il sapiente gridò: “Iddio perdonami, ma devo vivere!” Tenendo gli occhi chiusi
si spinse la fetida manata in bocca, ben dentro, già in preda al vomito.
“Mastica, verme!” aggiunse Facciatonda.
La risata si spense in fretta. Lohengrin sapeva che non avrebbe mai dimenticato.
Mentre la folla si disperdeva e il sapiente sputava e vomitava, il pivello gli piantò
all’improvviso la lancia nello stomaco. Il sapiente restò inchiodato al mucchio di
letame, col sangue che gli scivolava fuori della bocca insozzata, piena di laidume.
Sì lamentò piano.
“Tanto valeva,” commentò il pivello. “Almeno la merda non la mangi più.”
Lohengrin avrebbe potuto datare da quel pomeriggio la formazione di certi suoi
valori. Chissà perché se l’era ricordato adesso.
A poco a poco stava formulando un piano. L’esercito effettivo del duca era
piccolo. Lui stesso possedeva la dubbia lealtà di molti cavalieri tagliagola, tanto da
poterlo fronteggiare da solo… Come il solito doveva esserci qualcuno dietro o al
disopra di lui, qualcuno di grande potere che ancora non poteva uscire allo
scoperto… Chi? E perché no? Nel tardo pomeriggio, sul dorso del suo cavallo,
ponderò la questione: quanti erano di stirpe tale da poter aspirare al trono di Artù
senza doverlo mantenere un giorno dopo l’altro meramente con la forza? Non
molti, e parecchi ne aveva già uccisi lui personalmente, avendone ricevuto
l’ordine… Quanti ne restavano? Dovevano avere un sangue pari almeno al suo o
a quello di suo padre… Non era possibile! Il vecchio bastardo aveva rinunciato a
tutto. Vero è che per il potere aveva combattuto con Artù alle porte di
Gerusalemme, ma da parecchio tempo e per disperazione. E se, tuttavia, il grande
puro fosse tanto depresso da voler governare il mondo? Chissà se ci aveva
pensato anche qualcun altro? Be’, per ora l’avrebbe considerata solo una
possibilità. A Lohengrin servivano più uomini. Semplice constatazione. Per voce
comune, di quei tempi i cavalieri possedevano un ronzino, i servigi di uno
scudiero guercio e un fratello maggiore che si godeva il feudo… Per quanto lo
riguardava, suo padre possedeva ciò che aveva avuto tramite la moglie e le sole
terre che restavano a Lohengrin contenevano il vecchio castello nel nord
semideserto, dove Parsifal era cresciuto con qualche servo pustoloso che grattava il
suolo arido e freddo. No, grazie! Avrebbe detto che più che un regalo era una
maledizione… In giorni come quelli, di uomini mezzo diseredati ce n’era in giro
una caterva.
Ebbene, pensò, sia come sia, vediamo prima cosa si può fare con sua grazia.
Non aveva ancora definito i dettagli del piano. Lo stava sviluppando però e,
doveva ammetterlo, i suoi scopi gli davano un vago spavento. Profondamente
immerso in questi e simili pensieri, notò appena la ricca, rigogliosa campagna che
attraversava…

Il piccolo, claudicante Lord Gobble aveva accanto un cavaliere sovrappeso rivestito


di sete rosse e bianche. Gobble era drappeggiato in velluto nero spento e appariva
afflitto da una perenne semitorsione a destra. La luce fuligginosa delle torce
agitava ombre sotto la volta bassa della cella.
Il massiccio Lord Howtlande gesticolava con la mazza ornamentale incrostata di
pietre preziose, la faccia vizza, torva, marziale, tutta corrugata attorno a un naso
sorprendentemente lungo e scarno.
Davanti a loro c’era un uomo nudo che pareva inchiodato alle pietre umide,
retto da catene invisibili nell’oscurità guizzante.
Gobble tossì. Dai carboni di un braciere vicino, che mantenevano i ferri
adeguatamente roventi, si era sollevato un nuvolo di fumo pungente.
La testa sanguinante della vittima penzolava, il corpo mutilato era scosso dagli
spasmi. Il carnefice incappucciato si dava da fare attorno a un meccanismo di
sollevamento che non funzionava. Gli scappò una bestemmia.
“Questo,” disse, mezzo offeso e mezzo scusandosi, “non vale niente, miei
signori… Ne ho già chiesto diverse volte uno nuovo… si blocca sempre a metà
del lavoro… Non è giusto…”
“Non importa, Jack,” lo rassicurò Lord Howtlande, “tanto con lui abbiamo
finito.”
“A che serve chiedere? mi dico,” brontolò Jack. “Se lo sapesse il padrone, gliela
darebbe lui la sveglia.”
Gli occhi sporgenti di Gobble roteavano senza posa.
“Spaccialo,” ordinò Gobble con la sua vocetta stridula.
“Se non se ne è già andato, miei signori,” rispose Jack.
Howtlande indicò col capo, mettendo in moto un tremolio di guance flaccide e
pappagorgia. “Questo cavaliere ha confermato le parole di Hinct, il traditore del
Graal?”
“Ha confermato,” assentì Gobble.
“E che ne pensa il signore sommo e santo?”
“Attento, comandante in capo, al tono delle tue parole.”
“Siamo tutti nella stessa pentola. Allora, il traditore sostiene che ci consegnerà la
sacra lancia o qualunque cosa sia prima che raggiungiamo il castello magico dove
il Graal fa quello che fa?”
Gobble fissò l’altro più di quanto fosse necessario. Poi sorrise, pensò l’altro, o
perlomeno fece qualcosa con la bocca.
“Io credo nel signore e padrone,” disse, mentre su di loro passava l’ombra della
lama di Jack. Non fecero caso al rumore di carne e ossa recise e al tonfo della
testa sul pavimento. Jack grugnì soddisfatto, “Io credo che questo Graal sia reale.
Le nostre indagini ci rivelano che è un centro di potere spirituale. È in mano a
una nullità da tanto di quel tempo…” Roteò ferocemente gli occhi sul locale
malsano. “E lo usano per rammollire lo spirito. Noi, per il nostro compito,
abbiamo bisogno di una forza spietata. Io credo che nelle mani del signore
potenzierà la sua volontà e noi diventeremo allora forti come dei…” Howtlande
accettava quello strano credo senza alcuna reazione. Gobble era perfettamente
calmo. “Certo, gli ignoranti dubitano. Ma ti assicuro che il signore sa ciò che fa…
Io ci credo…” Faceva roteare gli occhi senza posa da sembrare, pensò Howtlande,
quelli di un pesce in difficoltà.
“Non ho mai detto di non crederci,” ribatté con freddezza. “Però, quando
chiedo cos’è il Graal, nessuno me lo sa dire.”
“I nostri studi non ci hanno rivelato tutto, ma nel vederlo il padrone lo
riconoscerà. A volte penso che sia più dio che uomo.”
Howtlande strinse gli occhi.
“È una persona notevole, nonostante le tue esagerazioni,” affermò. Jack
rimetteva a posto le sue cose. “E la lancia a cosa serve, Gobble?”
“La sacra lancia… Estremamente necessaria… si usa per difendere il Graal. È
tutto ciò che si sa. Il traditore, Hinct, ha spiegato queste cose quando ci ha
consegnato la mappa del suo paese.”
“Perché ha tradito?”
Gobble alzò le spalle.
“Sa che il loro potere sta scemando. Noi trionferemo, rassicurati, e vedrai una
nuova vita cominciare per il mondo.” Rifece ciò che doveva essere un sorriso, o
perlomeno mostrò i denti in una smorfia.
Howtlande dondolò la finta arma ingioiellata, pensieroso.
“Vedrai cominciare una nuova vita,” ripeté Gobble. Gli occhi roteavano da
destra a sinistra inseguendo qualcosa di ineluttabile…

Maria, Madre dei cieli, pensava, cominciavo a credere che fossimo al sicuro. Che
non sarebbe successo mai più… E ora succede…
Era inginocchiata accanto alla figlia Tikla e al figlio più piccolo, Torky, al limite
del campo di grano. Con la testa a filo delle spighe guardavano oltre il terreno
pianeggiante alle nuvole di fumo che si alzavano stagliandosi nel tramonto.
Ritornavano dal lago. Alienor e Tikla avevano fatto il bucato mentre Torky
pescava. Aveva catturato delle trotelle.
“Chi sono, mamma?”
“Non saprei, figlio,” disse lei sussurrando, come come se la potessero udire
anche nella distanza.
“Sono cavalieri?” domandò Tikla.
“Zitti, bambini,” mormorò Alienor, cercando di identificare le figure nel
crepuscolo offuscato. Era sicura di aver scorto lo scintillio di armi e di una
corazza. Una mezza dozzina di cavalieri attraversava i campi, seguita dai fanti in
fila che parevano piccoli piccoli, dei bambini quasi, e che infilzavano le lance nei
campi di patate.
Uno guardò dritto dalla loro parte e a lei sembrò che li avesse visti. Alla luce
calante, fumosa, si immaginò di scorgere una faccia di pallido argento, orrida,
distorta. Provò un formicolio sulla pelle. Poi la figura con la sua enorme
cavalcatura nera si rimise sulle orme dei compagni. Il vento trasportò frammenti
gutturali di discorso. Poi silenzio…
Alienor attese che i fanti rachitici sparissero del tutto.
La casa bruciava come una torcia e non si poteva fare niente.
“Mamma,” disse Tikla irrequieta. “Possiamo andare a casa quando il fuoco si
spegne?”
“Zitta, bambina,” disse Alienor abbracciandola. “Zitta.”
Sapeva che cosa doveva fare. Glielo aveva detto la massa di fumo sulla collina
del signorotto che il tramonto sfiorava con le ultime luci. Non si trattava di una
incursione occasionale, era guerra. Dopo tanti anni di serenità, quell’orrore le si
apriva davanti come la porta di un forno. Si chinò e strinse a sé i due piccoli,
fissando oltre il campo quasi che l’oscurità celasse nel suo mistero i loro giorni e
le loro notti futuri e miglia innumerevoli…
“Oh, zitti, zitti, miei cari,” sussurrò.

Il duca ondeggiava sul cavallo sbuffante e sorvegliava il sottobosco, con la lancia


leggera pronta. Era senza armatura e indossava una cappa color oro e le pellicce
da caccia. Numerosi attendenti a cavallo sorvegliavano con lui. Alla destra aveva
un conte, alla sinistra Lord Lohengrin dalle meschine fortune.
La mattina era chiara. Davanti a loro si ergevano gli alberi scuri della palude.
La muta dei cani si scatenava da qualche parte nella verzura fangosa.
“Signori,” disse il mastro di caccia, un contadino lungo dalla faccia rossa e
appuntita, “tornerà indietro, ma temo che per noi sia perduto.”
“Sciocchezze,” ribatté il conte. “Perché non possiamo entrare adesso? Ascolta!
Senti? I cani gli stanno addosso, al bastardo!” Si morse il labbro e sorrise per
l’eccitazione nervosa.
“Signori,” insistette il mastro di caccia, “nella forra è il porco che comanda al
re. Non è possibile usare agevolmente la lancia e colpire dritto.”
La lotta tra gli animali pareva allontanarsi ancora nel burrone. Un subitaneo,
lungo strido di pena azzittì ogni altro rumore.
“Richiamiamo la muta,” disse il mastro di caccia, “o li perdiamo.”
“E mollare la preda?” urlò Lohengrin all’improvviso. Spronò il cavallo tra la
vegetazione fradicia, scura, fetida. “Vado io.”
Gli altri si guardarono e non si mossero. Il mastro di caccia parlò all’orecchio
del duca.
“Non seguite quel pazzo, mio signore.”
“Sai che devo,” rispose il duca con acredine, “la consuetudine me lo impone.”
Gli altri restarono in sella a guardare il duca avviarsi sulle tracce di Lohengrin,
seguito dappresso dal mastro di caccia. La vegetazione fitta costringeva i grossi
cavalli a galoppare strisciando.
Dopo circa una decina di iarde il duca ordinò di fermarsi e di allontanare i cani,
poi fissò la schiena di Lohengrin che spariva davanti a loro.
Parsifal si inginocchiò tra le gambe di lei, sulla paglia. Dal fienile sottostante,
caldo e basso, arrivava l’afrore dolciastro delle bestie. La luce pallida della luna
filtrava tra gli interstizi delle tavole. Cercava un ricordo, e quasi lo aveva trovato…
un ricordo lontano che quel posto gli suscitava…
La dama sorrideva, la testa china da una parte, l’abito aperto, le carni morbide
pallide e sfumate.
“Sei inquieto?” gli domandò.
“Timoroso, intendi,” corresse lui.
“Sì.”
“Un barbuto sognatore che invecchia.”
“Tutti gli uomini invecchiano,” disse lei. “Il tuo è il fisico di un giovane.”
Considerò la geografia delle cicatrici sul corpo asciutto, ampio e possente di lui.
“Sono stati i. tuoi occhi, Parsifal, a catturarmi. Lo sapevi?”
“No.”
“I tuoi occhi. Se vi guardo dentro mi trovo a sognare in riva al mare… onde e
rive mai viste con magici uccelli e alberi d’oro…”
“Davvero fanno questo i miei occhi?”
“Così ti ho appena detto, signore.”
“Se quei luoghi magici sono dentro di me, è a mia insaputa.”
“Io li vedo.” Gli sfiorò il petto con la punta delle dita.
“Non desidero ancora sogni.”
“Ah, ma essi vivono nei tuoi occhi, dolce cavaliere. Vuoi forse accecarti per
oscurarli?”
“E non vederti più?”
“Sì.”
“Non sia mai, mia signora,” disse Parsifal.
“Mai, signore?”
“È già troppo tardi,” replicò lui, neutro.
“Così, mi ami.”
Lui chinò la faccia da una parte, chiuse gli occhi, li riaprì.
“Sento,” disse, “di essere stato freddo e rigido e morto per tanto tempo.” Le si
abbandonò sopra, respirandola, ubriacandosi di lei, sentendo la propria carne
liquefarsi come cera, tutta eccetto un’unica parte che restava solida. “Per tanto
tempo,” ripeté, baciandola sulle guance e sulla fronte.
Lei lo teneva stretto, succhiando, leccando e mordicchiandogli dolcemente le
labbra.
“Oh,” sospirò Parsifal spingendosi nell’accogliente ardore. “Oh, Dio…
Guariscimi, mia signora… guariscimi… guarisci l’oscurità di tutti questi anni e del
mio cuore…”
E credette che lei potesse, credette che lo potessero il solo tocco e l’intensità di
lei…

Al tramonto Alienor seguì la parvenza di sentiero che spiccava grigia tra i pini
fitti. Il terreno coperto da un soffice strato di aghi spegneva il rumore dei passi.
L’aria era quasi fredda. I denti dell’inverno cominciavano a mordere.
“Mamma,” domandò Tikla con uno sbadiglio, “troveremo presto papa?”
“Chissà, piccola.” Le stringeva la mano mentre Torky, il maschietto, andava
avanti dando calci al bruno terreno tufaceo, agitando uno stecco come una spada.
Di tanto in tanto infilzava qualche avversario immaginario.
“Ti ho preso! Eccoti sistemato!”
Alienor cercava di riordinare i suoi pensieri. Aveva solo un’idea molto generica
di ciò che a quel punto le conveniva fare. L’ultimo messaggio del marito le era
arrivato da Camelot grazie a un carrettiere. Broaditch le aveva segretamente
insegnato a leggere e a scrivere. In effetti egli possedeva, o aveva posseduto fino
all’incendio, tre frammenti di libri in lingua inglese. Lei aveva tenuto il ritaglio di
cartapecora.

AMORE MIO, HO INTENZIONE DI ARRIVARE NELLA CITTÀ DI LONDRA A


METÀ ESTATE. SONO STANCO. STARÒ COI PARENTI DI JACK HANDLER. B.

Il primo problema era il cibo. Oltre la collina che attraversavano c’erano dei
campi di patate. Se i razziatori non avevano percorso quei sentieri, li avrebbero
trovati intatti. Bene, non poteva far altro che tentare a Londra. Non voleva pensare
alla guerra, ma aveva, chissà come, l’impressione che ne fosse coinvolto tutto il
paese.

Il cavallo del duca era praticamente bloccato dai faggi putrescenti e sprofondava
continuamente nella melma nera fino alla barbetta, maledetto dal suo padrone,
con le narici sature dell’odore aspro del cinghiale.
Lohengrin aveva già risalito la parete della gola. Il grugnito furioso del cinghiale
si udiva chiaramente sopra l’abbaiare e il mugolare dei cani che tornavano verso di
loro.
“Sei un pazzo,” gli gridò il duca. “Se la bestia ci si rivolta contro qui, siamo
perduti!”
“Credi che un maiale possa sgozzare due individui armati come noi?” rise
Lohengrin, mettendo in mostra i denti giallastri.
La lancia del duca era impigliata nei rampicanti che festonavano gli alberi molli.
L’uomo cercò di mantenere la presa, ondeggiando e vacillando sul cavallo e
bestemmiando forte.
Il tumulto degli animali era più vicino. Il duca aveva raggiunto Lohengrin sul
colmo stretto della cresta. Si mossero cauti, in equilibrio sulla cima dalle pietre
muscose, bagnate, scivolose. Il sottobosco crepitò e si scosse, latrati e guaiti
venivano da ogni parte. I grugniti e i ringhi selvaggi si fecero forti, sempre più
forti, poi il cinghiale zannuto, insanguinato, fetido, irruppe tra i rami che si
spaccavano con colpi secchi, massiccio, violento, ondulando rasente al terreno.
Lingua fuori, un mastino balzò alle sue calcagna, schiumante. Con una forza e
una velocità incredibili il cinghiale girò su se stesso, si lanciò e squarciò e rigettò
nella vegetazione il cane urlante in una pioggia di sangue.
“Bastardo!” urlò il duca. “Bastardo merdoso!”
Estrasse il pugnale più che altro per nervosismo.
Il porco si era voltato di nuovo, dieci piedi sotto di loro all’inizio del pendio.
“Dov’è quell’idiota?’’ borbottò, allungando il collo per scovare il mastro di caccia
senza vedere altro che un viluppo grigiastro di alberi morti.
Ebbe appena il tempo di girare la faccia furiosa, pallida, disperata su Lohengrin
e sferrare un inutile colpo di lama mentre il cavaliere dalla folta chioma gli
spingeva l’impugnatura della propria lancia sotto l’ascella disarcionandolo e
facendolo rotolare nella gola ripida sul percorso della bestia inferocita.
Scalciò disperatamente contro il grugno zannuto. Lohengrin osservava la scena
con interesse e distacco professionale. Era ovvio che senza nemmeno la cotta di
maglia il duca non aveva speranza.
I cani attaccavano, si ritiravano, accerchiavano, ma la grossa creatura pestava il
fango, scuoteva gli arbusti, grugniva frenetica e si lanciava ancora mentre l’uomo
si alzava, faceva qualche passo incerto tra gli alberi fondendosi con l’ombra grigia.
Questa volta cadde urlando, spezzando rami, in un mucchio confuso di cani, e un
orribile mugolare, strillare, guaire, e sangue e una voce che gridava (il maestro di
caccia): “Nobile signore, vostra grazia!”
Parsifal, nudo, con la paglia nei capelli, sedeva nel fienile umido. Aveva il corpo
ancora liscio, sodo ed elastico. Le cicatrici erano diventate segni pallidi. Si
accarezzò la barba e disse: “Me la taglierò di nuovo.”
Lei giaceva sulla schiena, calma, morbida, pensierosa.
“Vieni qui, Sir Parsifal,” disse, sfiorandolo appena col piede.
“È l’alba,” rispose lui, indicando la luce grigia che filtrava tra le connessioni delle
tavole.
“Gli uccelli sono ancora tranquilli,” notò lei.
“Lo sarà anche tuo marito?”
Lei allontanò il piede.
“Mi sono affezionata a lui in questi ultimi anni,” disse. “Non è cattivo… mi
comprende.”
“Sono stupito,” disse lui, “dalla facilità con cui ci si sveste di una vita e se ne
indossa un’altra.” Si voltò a guardare Unlea. “Stanotte, quando sono venuto qui
con te, avevo paura. Lo sai?”
“Lo so, e la tua franchezza mi stupisce. Pochi uomini lo avrebbero ammesso.”
“A che pro mentire? Ci sono stati giorni in cui non ce l’ho fatta con una donna.”
“Sei come un ricco che parla dei giorni di indigenza. Di che cosa avevi paura,
Parsifal?”
“Stanotte?”
“Sì.”
“Una settimana fa me ne stavo tutto solo sulle colline desolate. Questo mondo
era lontano come un sogno nel sogno… Sedevo là, immerso in cose che erano
oltre i confini del mondo… Ora mi sento qui solo a metà, come quando ero
giovane…” Aveva voglia di dormire, di fluttuare. Il mondo lo attirava dolcemente.
“Oh.” Unlea parve un poco rattristata.
“Temevo che mi sarei arreso ancora.”
“Forse lo hai fatto.”
Lui le si accostò. Le osservò gli occhi come se da quelle profondità verdevioletto
potesse emergere una risposta non richiesta.
“Ho ancora paura,” disse.
Lei gli strinse le braccia intorno alla coscia e gli appoggiò la guancia sul
ginocchio.
“Di avere perduto Dio? Di peccare con me, forse?”
“No, non è così semplice, signora. I peccati che ho visto e commesso in questo
mondo rendono questa una ben piccola mancanza…”
“Che cosa temi, allora?”
“Di aver iniziato un’altra avventura,” ammise lui, sorridente, serio, inevitabilmente
ironico. “Non ne voglio più.” Le toccò il viso, come se si stupisse della dolcezza,
della calda consistenza vitale della sua carne. “Mi lasciano a mani vuote.” Le
sollevò il viso e la baciò, spingendo la lingua nella seta rovente della sua bocca.
“E,” sussurrò, “più sperduto che mai, senza fine.”
“C’è sempre una fine,” ribatté lei, seria.
Lui aggrottò la fronte. L’idea, il fatto, gli parve una sorpresa irragionevole, come
se sotto a tutto ciò che aveva visto, compiuto, provato, sperimentato, giacesse una
riserva di buona speranza, una fiducia pura e costante nella gioia.
“No,” sussurrò, quasi troppo piano perché lei lo udisse, “lasciami solo
cominciare e cominciare per sempre, amore mio.”
Lei gli si strinse di più e sospirò. “C’è una tale magia in te… come se tu stesso
fossi un sogno… Che cosa debbo fare? Dimmelo, amore, e lo farò. Devi solo
dirmelo…”
Lui la baciò e la carezzò, aspirando la dolcezza dall’aroma di spezie delle sue
carni piene. Guardò gli occhi color della foresta in primavera e disse soltanto:
“voglio stare con te. Ecco ciò che voglio. Voglio conoscere tutto dentro di te.”
Si sentiva libero, come se gli anni congelati nella sua anima si stessero
sciogliendo, permettendogli di scoprire quanto fosse rimasto lontano, sperduto,
freddo… e, mentre tutto il resto si liquefaceva, ritrovò una sola cosa ardente e
salda e la premette nell’umidore cedevole di lei. Scoprì che con il moto non
esisteva il tempo: il mondo fuori dei loro corpi seguiva le sue maree e le sue
correnti senza effetto, i suoni perdevano significato. Dondolarono insieme, sfiorati
da frammenti di parole e di immagini.. Parsifal si mosse dentro di lei sempre più
in fretta, più a fondo, più ardente, come se dovesse raggiungere qualcosa, come
se nella tenera violenza vi fossero beatitudine e spazio, lottando entrambi
freneticamente per liberarsi entro se stessi… Udiva il fieno dondolare e
scricchiolare, la paglia che frusciava ritmicamente, il pulsare dei lombi, il respiro,
il battito del cuore, annusava il sudore, la fragranza dolce e strana dell’alito di lei…
si sollevò più in alto e si proiettò in lei insieme con immagini di campi bianchi e
dorati, fiori lussureggianti che gli vorticavano nella mente… le onde di un mare
scintillante gonfio e rimontante… esseri splendenti, delicati, traslucidi si
abbracciavano in un mondo prismatico, cantavano senza parole, piangevano di
gioia lacrime d’oro… un fiore solare sbocciava… un tenero animaletto dalla
pelliccia e dall’umore caldi e occhi di bosco palpitava nella sua stretta…
Per un attimo nessuno dei due seppe dove l’altro cominciava o finiva, né dove
l’anima si separava dal corpo. Erano un’unica trama e un unico ordito. Ed egli
pensò (o disse): Io sono, noi siamo questa gioia, solo questo solo questo solo
questo solo questo…

Lohengrin uscì dai boschi marciti e si immerse nel tramonto. Il maestro di caccia
apparve dopo pochi minuti con il corpo del suo signore. I cortigiani attendevano.
Lohengrin si accorse che il proprio scudiero era arrivato. Chissà se aveva assolto il
compito assegnatogli? Ma non poteva domandarglielo in quel momento.
“È accaduta una terribile disgrazia,” disse. Mantenne la faccia rigida, gli occhi
freddi e fermi, e non guardò nessuno dei presenti. Sulla lussureggiante putredine
del campo soffiava un vento gelido, umido. Arrivava l’autunno. “Il duca nostro
signore è perito.” Gli uomini lo guardarono in silenzio. “È caduto da prode,
signori, salvandomi dal cinghiale. Gli sono debitore della vita.”
Il freddo grigio tramonto senz’ombre travolse i boschi. “Naturalmente ho scannato
il bruto assassino.” Due baroni di rango inferiore lo fissavano tranquilli. “Le
ultime parole del duca, udite disgraziatamente solo da me e dal buon Dio, sono
state che prendessi io cura dei suoi affari e fungessi da reggente e da zio al suo
figliolo ancora troppo giovane.”
Si domandò se potevano udire il suo cuore. L’avrebbero accettato? Perché
chiedeva la neutralità. Sorrise appena, inconsciamente, pensando che si poteva far
passare un regno per un castello… In fondo, un re tratta il mondo come un uomo
qualsiasi tratta la sua famiglia… Lo stesso bastone può colpire mille schiene.
Fu il suo sorriso a deciderli. Non se ne rendeva conto, ma aveva l’aria di un
pescecane che non vuole far paura. Pareva divertirsi perché vita e morte in quel
momento erano sospese, perché era bastato il lampo di denti un po’ troppo
lunghi e uomini che credevano ancora che le loro vite e le loro idee conducessero
da qualche parte oltre il vuoto e l’insondabile oscurità in cui i suoi occhi
scrutavano, oltre gli abissi amari da cui la sua bocca sorrideva… Non erano pronti
a sfidarlo direttamente.
“La ruota della fortuna,” disse, e non sorrideva più, “ci stupisce tutti.” Spronò
appena il cavallo facendo cenno allo scudiero di accostarsi. Sulle ginocchia teneva
la lancia insanguinata.
Si sentiva tranquillo, leggermente ebbro. Era stato un colpo azzardato, un gioco
che avrebbe allontanato le ore di malinconia in cui, sazio di combattimenti, sesso,
scacchi, cibo e sonno, fissava l’oscurità sempre pronta a morderlo al cuore, simile
a una piaga segreta o al veleno…
“Ebbene, Wista?”
“Non ho appreso nulla, signore,” rispose questi brusco.
“Nessuna traccia di quel gran personaggio, tuo sovrano eroe e santo?”
“Queste sono cose che non mi riguardano. Di vostro padre non ho saputo
niente, signore.”
“Allora non prega più, non digiuna più davanti agli occhi di Dio?”
“Non lo so. Può darsi che cerchi Dio in un altro luogo.”
Lohengrin guardò nel crepuscolo. Sopra i bastioni alti e massicci apparivano già
le stelle.
“Mio padre,” borbottò con un sorriso, “e Dio.”

Parsifal osservava le dita sottili del sole insinuarsi tra le tavole per esplorare le
ombre muffose del fienile. Unlea sonnecchiava, rannicchiata accanto a lui sulla
paglia schiacciata.
Che cosa avrebbe fatto ora? Sempre la stessa domanda. Il mondo gli pareva
squallido e inesorabile senza quella donna al suo fianco. Di un grigio mortale…
Ebbe paura che a lei non importasse quanto importava a lui. Quello stesso Parsifal
che aveva messo da parte le fragili vanità dell’ambizione e della contesa, che aveva
cercato di percepire il battito fragile del cuore infinito, che aveva visto fini e
conseguimenti umani trasformarsi in pupazzi di neve al disgelo era adesso
prossimo al panico perché temeva di essere il capriccio di una donna. Il suo
occhio interiore aveva imparato a penetrare le ombre che parevano sostanza
mortale e i suoi poteri… No, disse a se stesso, poi si concentrò su di lei per udire
e vedere la sua mente… Niente… niente. Probabilmente aveva già perso tutto. Si
vergognò del proprio impulso. Certo che sto perdendo i miei poteri. Sono
ricaduto sulla terra… ecco Perché i monaci sfuggono le donne… Sorrise. L’aveva
accanto a sé, viva. La pace e la speranza divennero all’improvviso immagini del
flusso infinito dei sogni…
Per quanto impossibile, doveva andare con lei. In grembo si vide il membro
molle, lucido degli umori secchi nel suo nido di peli scuri, biondoscreziati.
Guardati, carne morta, quale fuoco ti può rialzare? Il tuo momento viene e
passa in fretta… Ebbene, sono legato a lei e tu sei la chiave del suo cancello,
attraverso il quale io devo passare…
“Svegliati, amore mio,” disse, “Unlea. Il sole è già alto.”
Lei si mosse.
“Ah, mi hai lasciato dormire a lungo… in grembo alla morte.”
“Bonjio,” disse lui sottovoce.
Lei sollevò lo sguardo. “Come puoi vedere, non ho paura.”
“Cosa farai?” le chiese. Cosa farò io?
Lei alzò le spalle. “Devi dirlo tu.”
Lui esitò, cercò di pensare. Continuava a domandare Cos’è giusto? Cos’è
meglio?… Gli anni, le parole, le letture, le vite anteriori (poiché la sua vita era
stata divisa in sezioni) non gli fornivano la risposta. Cos’è giusto? Cos’è giusto?
Cos’è giusto?
Ora fissava Unlea come se la risposta si trovasse nei tratti dolci del suo viso,
negli occhi sottilmente mutevoli. … Che cosa voleva da lei? Dopo tutto non era
che una donna come le altre: carne, sangue, pensieri, il suo cibo si trasformava in
merda, non in nettare… sperava e temeva e aveva cattivi pensieri segreti alla
maniera di tutti… sarebbe raggrinzita e morta lasciando per ricordo solo ossa
friabili… Ma erano ragioni senza sostanza, cancellate da ogni momento che la
pienezza del tempo rendeva immoto, dalla gloria e dalla meraviglia di scoprire ciò
che vedeva, sapeva e aveva saputo del mondo meravigliosamente filtrato attraverso
di lei, della nuova vita delle sue carni. Sentiva la pace che gli dava la sua vicinanza
e l’insinuante timore che andasse via… e capì che nessuno poteva amare senza
abbracciare volontariamente, estaticamente, la morte…
“Allora, devo dirlo io,” ripeté.
Ricordò in un lampo, con tutti i sensi e con qualcosa di ancora più profondo,
una fresca mattina di primavera della sua infanzia, la rugiada che evaporava, il
gioco del sole e dell’ombra, i fiori di un giallo accecante sulla collina dove nuvole,
aria e verde opulenza parevano un tutt’uno e un’estensione del proprio battito
cardiaco. Avrebbe potuto gridare con tutto il cuore e tutto il respiro quando aveva
udito sua madre cantare, si era voltato ed era stato abbagliato dal vestito di lei e da
tutti i denti di leone e bottondoro ai suoi piedi, immerso per un attimo
nell’inimmaginabile anima del giorno e in lei, perduto e senza più bisogno di
niente… Senza soluzione apparente la canzone era diventata lei che diceva: “Buon
giorno, figlio.”
“Sì, madre?”
“Che cosa farai oggi?”
Il ragazzo era attratto dal fiume nel punto in cui il cristallo azzurro diventava
verde profondo riflettendo i boschi. L’aveva seguito ogni giorno a distanza
osservando le tinte mutare impercettibilmente fin quando la voce della madre non
lo richiamava indietro, via da quella calma sospensione. Ed egli scopriva di avere
ancora fame… C’era tanto da vedere, annusare, toccare… mai uguale, ogni giorno
scriveva la propria storia di forma e di ombra, di apparire di insetti, di tracce di
animali, di occhiate fuggevoli… Ma quel giorno un pensiero lo turbava.
“Madre,” aveva chiamato.
“Sì, Parsifal?”
Gli aveva accarezzato i capelli sottili, biondocenere.
“Madre, c’è qualcosa…”
“Sì?”
“Qualcosa che oggi dovrei fare?”
Lei aveva scosso il capo.
“No, devi dirlo tu, bambino mio. Parla col cuore e senza timore e non farai male
ad alcuna cosa. Non posso insegnarti a essere buono, Parsifal. Sapessi cosa può
insegnare il mondo… Oh, figlio mio, il mondo attende di insegnarti tante cose!”
Aveva ascoltato le parole che non rispondevano alle sue domande. Poi era corso
giù per il pendio, con la brezza profumata e calda sulla faccia.
Ricordò tutto in un lampo.
“Così, lo devo dire ancora,” ripeté. “ Sono tanto avvelenato dal tempo da non
sapermi trovare una lingua vera in bocca?”
Lei sorrise sognante.
“Tu sei magico, sei il mio dono dalle terre oltre il sonno.” Lo baciò con le labbra
morbide e illividite.
“Che cosa dirai a tuo marito?”
Unlea batté le palpebre affascinando Parsifal con la mutevolezza dei suoi occhi.
“Ah, amore, se lo sapessi!”
Lui sorrise. La aiutò a rivestirsi e a ripulirsi della paglia che si era infilata anche
tra i capelli.
“Tenta solo il possibile, amore mio, come un tempo disse un saggio.”
“Il quale era senza dubbio un prete di ghiaccio che non aveva amato nemmeno
un poco.”
Unlea lo baciò di nuovo, attardandosi. Parsifal si sentiva incerto.
“Ciò è nuovo per me.”
“L’amore? Alla tua età, signore?”
“Qualcosa ho imparato,” replicò lui, aiutandola a scendere le scale malferme. Le
vacche muggivano, le galline chiocciavano e si agitavano. La campana chiamava
alla messa del mattino. “Soprattutto nei pagliai.” Parsifal guardò fuori,
socchiudendo gli occhi. Un vecchio trafficava nella corte fangosa, con in spalla
una fascina per il fuoco. Più lontano, un uomo ossuto prendeva a calci una mula
ostinata. Due uccellini rossi e azzurri atterrarono in un turbine e becchettarono
nervosamente al suolo… un attimo dopo erano già volati via. “Credo che tra
poco saranno qui i servi. Ammetto di non essere un’esperta della campagna.” Gli
sorrise rassicurante. “A volte la mattina faccio una passeggiata, vestita come sono.
C’è meno pericolo di quanto tu creda… a meno che non facciamo di nuovo
l’amore.”
“Di nuovo? Così potrò scegliere se morire per amore o per mano di tuo
marito?”
“Tu? Con la tua magia e la tua forza?” Lo guardò in viso e gli si rannicchiò
contro. Lui si chinò e la baciò e la baciò e la baciò… Unlea gli si sfregò contro
come narcotizzata. Aveva fame e sete di quella donna fragrante di spezie, e un
desiderio che non poteva essere calmato… anche se un giorno sarebbe cessato.

Broaditch decise di abbandonarsi al destino tanto più che non aveva molta scelta,
pensò.
Il vento li frustava, schiantava, martellava e Valit, aggrappato alla fiancata, pareva
non voler più smettere di vomitare. L’ululato dell’aria li isolava. Nessuno li avrebbe
sentiti alla distanza di un piede.
Trasse un remo a bordo cercando di reggere la prua nell’uragano. Aveva
imparato a farlo da giovane, pescando. Ricordava l’ultima tempesta superata con
una carrack a chiglia tonda che ondeggiava e scivolava, intricandosi nelle reti
sciolte, lottando, aggottando…
Le onde li spinsero, sollevandoli a una velocità da vertigine, agitando la barca al
pari di un fuscello. Il remo si fletté, si spezzò e incominciarono a vorticare dentro
pareti di schiuma minuta, con nella barca mezzo piede di acqua gelida… Non
aveva mai visto un uragano tanto rabbioso e intenso… Valit boccheggiava
terrorizzato. Per un attimo lo scafo si sollevò in cima all’onda persino troppo
enorme per distruggerli, e ricadde nel cavo che era pronto a trasformarsi in una
nuova folle cresta rivolvente…
Broaditch non aveva nemmeno più paura e non pensava che per immagini e
parole casuali. Impossibile sopravvivere… allora è finita… allora è finita… Non gli
restava che aspettare, osservando, resistendo solo perché non c’erano motivi per
non farlo.
Infine la pioggia colpì, rivestì, sibilò, ribollì sopra di loro e i margini del mare e
dell’aria si confusero. Era un tutt’uno tumultuoso, che si sollevava, precipitava,
sibilava, batteva, vorticava. Poi si udì un ruggito più profondo. Seppe all’istante
che le rocce della costa erano vicine e che lo scafo fragile, mezzo sfatto, stava già
balzando verso la scogliera e pensò che se gli fosse capitato di annegare sarebbe
già stata una grazia. L’acqua ruggente esplose loro intorno, la nebbia fu ridotta a
brandelli, le lucenti rocce nere, simili (pensò Broaditch) a denti terribili in quello
squarcio di bocca della baia, stavano per macinarli in bocconi sanguinolenti…
L’urto fu terribile, il guscio si scosse, vorticò, si divise in due, ricadde e sparì.
Valit si gettò sul corpo di Broaditch e vi si aggrappò con una stretta più forte della
morte e simili a un uomo raddoppiato precipitarono nel gelido frangente,
nell’oscurità soffocante…
Attese il primo urto, completamente rilassato ora, salvo che per le braccia che
reggevano il compagno. Per un attimo si liberò da se stesso, per un attimo
(mentre il suo corpo vorticava e affondava) osservò distaccato, quasi che tempo e
spazio si fossero ridotti alla sua comprensione, percepì il futuro come una terra
oscura, cosparsa di scene vaghe e pallidamente illuminate e non poteva essere
certo che fosse la vita o la terra oltre la morte, poi capì che era entrambi: vide se
stesso e altri che gli pareva di conoscere arrampicarsi per un’erta scogliera
circondati da ombre informi; vide boschi fondi e interminabili dove lui vagava e
combatteva; vide sua moglie e i due bambini accucciati accanto a un misero fuoco
sotto cieli freddi e ventosi; uno strano cavaliere che lo guardava dal limitare di una
radura; una luce accecante proveniente da un punto che lui non poteva guardare e
una figura in armatura splendente fluttuare sopra gli alberi e poi un desiderio
incredibile che pareva muovere dalle radici di ogni tempo, e percepì la vita
inestinguibile srotolarsi gioiosa e per sempre, vita dietro vita, la musica dell’erba
che cresce, i discorsi del mare, la flessione materna di quelle onde… Si sentì
libero, senza paura, immortale poiché le visioni arrivavano lontano, oltre la morte,
mentre egli (e l’altro corpo che non capiva non fosse suo) sbatteva violentemente
contro la sabbia lurida e rotolava sulla breve spiaggia tra i pini scheletrici che li
avvilupparono così che il risucchio dell’immenso frangente non potesse
ritrascinarli nelle fauci di roccia…
Che bellezza, si trovò a pensare, ansante, che perfezione… che facilità… come
strappare due rane da una pozza… Era certo che per il resto della sua vita avrebbe
sentito le mani - le mani letteralmente - guidarlo sulle maree magnifiche e
spaventose degli ordinamenti. Non c’era la sorte. Non c’era più sorte per lui. In
tutto quel terrore sentì il tocco della madre. Le sue ossa e il suo sangue ne
riconobbero le dita, la fiera compassione del mare… Sono morto, pensò, ecco
perché, eccone la ragione… Non doveva pensarci. Pensare non sarebbe servito a
niente. Era troppo immenso per la ragione.
Nel crepuscolo luminescente, Wista, lo scudiero di Lohengrin, si trovava accanto
al pozzo. Ve lo aveva condotto una giovinetta che vestiva le sete della nobiltà e ora
sedeva sul muretto basso dell’anello, con la faccetta tonda che splendeva pallida
nell’ultima luce violetta.
Una servetta aveva riempito due secchi e si avviava attraverso il cortile verso la
porta ad arco. Le lucciole tracciavano brevi impronte nell’aria.
“Portalo al secondo livello, Lina,” ordinò la giovinetta, “nella camera da bagno.”
Lina annuì appena e proseguì, bilanciando i secchi. Wista allungò il collo per
vedere i piedi di Lina nella penombra. Li aveva notati prima, quando tirava
l’acqua, ed erano graziosi. Aveva scoperto di essere affascinato dalle caviglie e dai
piedi delle donne, quasi che la parte rappresentasse più dell’intero. Percepiva la
pressione familiare dentro la brachetta: la carne aveva cominciato a indurirsi.
Questo, pensò, è ciò che spaventa i preti. Per un momento fu così intenso che
sarebbe caduto in ginocchio a baciare le piante nude, arcuate e snelle dei piedi
della ragazza. Sentiva una voglia informe di prostrarsi totalmente, di abbandonarsi
alla venerazione, alla vergogna, all’estasi… Scosse il capo e ruppe l’incantesimo…
La ragazza che gli era accanto (come si chiamava? Frell, ecco)… che stava
dicendo? Cercò di afferrare le parole, sperando che la pulsazione del piacere si
calmasse, ma ogni passo provocava uno sfregamento contro la stoffa rigida
peggiorando le cose o, se si preferisce, migliorandole, secondo il suo fluttuante
punto di vista…
“… così gli ho detto: ‘Frenate il vostro corsiero, messere, poiché cavalcate da
solo!’” Rise leggera. “Ero pronta a dargli in testa un piatto di ottone. Un uomo
della sua età. E diceva che lo stuzzicavo.” Scosse il capo. Wista ne studiò il profilo,
naso all’insù, faccia piena. Graziosa… be’, più graziosa di quanto avesse creduto.
Salirono le scale dell’edificio principale. Nelle sale erano accese le torce… La
studiò di nascosto. Aveva una faccia liscia, forse troppo arrossata, pensò.
Lina era appena davanti a loro. Sotto l’abito informe si scorgevano a tratti le
gambe nude, abbronzate, che gli provocarono una eccitazione da adolescente…
“Allora,” proseguì Frell, “gli ho detto: ‘Messere, avete le tempie grigie e volete
divertirvi con una povera ragazza come me. Ma non avete più religione,
signore?’”
“Ah, sì, religione…” mormorò Wista, con gli occhi sulle gambe che
ammiccavano dall’ombra mentre i secchi ondeggiavano. “Ebbene,” disse, non
intendendolo del tutto come uno scherzo, “forse pensava a Noè e a sua figlia.”
“… allora ci ha ripensato. Davvero, lo ha fatto.”
Lo sfiorò rapida con la mano e lui si chiese se avesse un significato. La guardò
di nuovo. Il corpo non era male. Avrebbe preferito vederle i piedi, ma gli stivaletti
di velluto erano allacciati. Perché i piedi sono così importanti?
“Scrivo poesie e imparo il liuto,” gli disse.
“Ah,” disse lui, guardando lei e poi Lina.
Ora però erano sullo stesso livello e la vista non era gran che, doveva
accontentarsi della caviglia. Il fumo grasso delle torce gli fece venir voglia di
starnutire.
“Davvero?” chiese.
“Mi interessa molto. Credo che possa davvero rivelare il lato sublime della
gente, come ha detto il poeta italiano.”
“Ah, sì?” Wista si chiese chi fosse. “Scrivo anch’io certe volte,” disse mentre
entravano in un locale lungo, dal soffitto basso e pieno di vapore. Dentro una
grande vasca apparve scrutatrice la faccia del suo signore, nasuta, zazzeruta.
Sorrideva appena. Un paggio biondo gli porgeva un boccale di vino aromatico.
Lohengrin allungò una mano e pizzicò il fanciullo sulla guancia attirandolo
contro il fianco della vasca.
“Sei una bella puttanella di ragazzo,” lo udì dire Wista.
Lina vuotò i secchi in un calderone di rame che fumava nel focolare.
Wista la guardava distratto, pensando: religione… a quel cavaliere ha detto
qualcosa della religione… Poi seppe ciò che voleva fare. Quindi lo considerò
inutile e impossibile. L’idea tuttavia aveva, fatto presa: vedere Parsifal, il padre del
suo signore. Parlargli dei suoi dubbi, sulla cavalleria… Ma voleva davvero farsi
prete? Poteva essere questa la risposta?
“Voglio dedicarmi a qualcosa,” disse Frell, “completamente. Non voglio
sprecarmi.” Fissò Wista con nervosa intensità.
“Sì,” replicò lui, vago, “capisco.” Si chiese se era davvero possibile incontrare
Parsifal. Non osava parlarne a Lohengrin che era diventato all’improvviso un gran
signore con cento uomini dentro e intorno al castello quasi si attendesse un
attacco imminente. Immaginava che i vassalli del duca defunto potessero
aggredirlo per vendicarsi.
“Credo che forse la poesia sia la cosa migliore per me,” proseguì lei.
Lohengrin li guardava dalle profondità vaporose della vasca.
“Cosa state combinando, laggiù?” chiamò. “Vi scambiate piacevolezze
cavalleresche?”
Frell gli toccò appena il braccio guardandolo in faccia con espressione quasi
implorante. Si sentì a disagio.
Era la sorella di qualcuno e si erano incontrati la sera prima al banchetto. Pareva
non avesse udito il commento di Lohengrin e aveva sul viso un’espressione di
puro bisogno.
“Facciamo conversazione, mio signore,” disse Wista, con l’astioso autocontrollo
che Lohengrin gli suscitava sempre.
“Ti sembro sciocca?” chiese lei, preoccupata.
Lui scosse il capo. Sperava che non fosse innamorata di lui. L’idea era
imbarazzante. D’altra parte, se fosse stato solo sangue caldo, sarebbe stato
interessante… un sollievo, comunque… Si chiese se la servetta, che stava lasciando
la stanza senza guardarlo, fosse accessibile. Non era facile cominciare qualcosa se
non si era un gran cavaliere o un signore. Cosa aveva da offrire a una contadina
oltre a una bella apparenza di vitalità? Sospirò. Non era da lui. Stava forse
cambiando? Non era mai stato così ossessionato dalle donne.
“Voglio far qualcosa che conti veramente nella vita,” disse Frell. “Non voglio
seguire le orme di mia madre… Ma non è sciocco?”
Wista notò il servo curvo che aveva appena aggiunto l’acqua calda nel bagno di
Lohengrin. Il servo si raddrizzò all’improvviso quando il bagnante si abbandonò
deliziato facendo loro cenno di avvicinarsi. Allora, con un movimento rapido,
appoggiò la lama di un pugnale ricurvo alla gola di Lohengrin mantenendolo
perfettamente immobile, senza dire una parola. Una rivolta di popolani? pensò
Wista.
Gli occhi di Lohengrin erano gelidi e furibondi. Per un attimo Wista credette
che avrebbe sprecato la mortalità casuale della sua carne nuda per spezzare il servo
nelle gocce roventi del proprio sangue. Ne ebbe un’immagine vivida: il bagno
traboccava di acqua rossa, la gola squarciata aperta e spruzzante, la stessa
inconcepibile furia, come una forza separata dal corpo morente che meramente
animava, faceva serrare le mani della vittima intorno alla gola dell’assassino…
Lohengrin non si mosse.
Wista udì dietro la porta un debole sfregare e tintinnare, di armature e seppe
che non doveva muoversi.
Strinse involontariamente il braccio della ragazza per tenerla ferma.
Due uomini snelli (dal passo felino, maglia di ferro leggera ed elaborata, fluide
tuniche di seta, turbanti) gli passarono accanto, silenziosi per i piedi fasciati,
seguiti da un paio di cavalieri più alti e grossi, corazzati e con le maschere chiuse.
Si fermarono intorno alla vasca.
Da dove sono venuti? Come hanno superato tutte le guardie armate?
Uno dei servi che badava al fuoco, curioso, avanzò di alcuni passi.
No! pensò Wista. No!
Il cavaliere scuro più vicino trasse una scimitarra, colpì e rinfoderò come per
caso. Per un attimo parve non fosse accaduto nulla. Poi il servo si portò
vagamente le mani alla gola, barcollò. Sul collo gli apparve un sorriso sottile di
sangue, poi cadde tra le fiamme dove si scosse un attimo, fumò, arrostì. Frell
soffocò un grido. Lui la tenne stretta, immobile. La morte sarebbe stata troppo
stupida e casuale…
“Sst!” sussurrò. “Sst!”
“Ebbene,” disse tra le aperture della maschera il cavaliere più alto, il capitano,
“accettate il mio omaggio, nuovo duca.”
Lohengrin lo fissò, poi disse: “Come sei passato? Sono diventati tutti traditori, o
lo sono sempre stati?”
“Molti sono leali, nuovo duca,” affermò il capitano. La sua voce risuonava di
un’eco metallica. “Rilassatevi e rispondete a una domanda, perché, se rispondete
bene, farete un poco di strada con noi. Se rispondete male, resterete nel vostro
bagno.”
Wista capì che il suo signore non sarebbe stato assassinato subito e che quegli
uomini non erano necessariamente emissari o parenti del nemico ucciso. Doveva
averlo capito anche Lohengrin, perché quasi sorrise.
“È necessario quell’acciaio alla mia gola?” domandò. “Mi impedisce la parola.”
“Sarebbe meglio che ve l’affilasse,” disse un altro cavaliere.
“Poni la tua domanda, allora. Rendimi un sapiente londinese o dimmi chi sei.”
Il morto sul fuoco sibilava e gorgogliava come un arrosto allo spiedo. Per la
stanza si diffuse un fumo scuro e fetido che diede la nausea a Wista. La ragazza
appoggiata al suo petto respirava appena.
“Per quello che importa, mi potete considerare il miglior amico del diavolo,”
rispose il capitano. “Chi vi ha comandato di uccidere il duca?”
“Me lo sono ordinato da me.”
“E cosa ne volevate ricavare oltre alla morte?”
“Morte? Ricavo?”
“Rispondete.”
Lohengrin sapeva che la rovina sogghignava dappresso. Ne sentiva quasi stridere
i denti. Indicò Wista e la compagna.
“Quei due, è necessario che sentano?”
“Li volete vivi?”
“Perché sprecarli?”
Il capitano si chinò sull’acqua saponosa, abbastanza vicino da udire un sussurro.
Wista sentiva tremare la ragazza. La tenne stretta, notando che doveva avere
un’ossatura forte e la carne soda. Cominciava a credere che sarebbero
sopravvissuti.
“Calma,” le bisbigliò all’orecchio, “ti prego, sta’ calma.”
LIBRO SECONDO
I boschi e le colline si macchiavano di rosso e d’oro oltre il campo pianeggiante.
L’aria era chiara e fresca. Parsifal, in pellicce e velluto, masticava una mela seduto
su una panca e osservava diverse coppie di scudieri giovani che, a piedi, si
ingaggiavano l’un l’altro con le spade di legno sotto l’occhio vigile del flemmatico
Prang. I combattenti portavano la corazza intera, soffiavano, sbuffavano e si
attaccavano con goffa ferocia. Prang sferrò una pedata improvvisa a un posteriore
corazzato, spedendone con gran clangore il titolare con la faccia per terra.
“Mai protenderti quando affondi!” urlò alla sua vittima.
Il conte Bonjio rise e sedette accanto a Parsifal sulla panca. Parsifal, a disagio,
addentò ancora il frutto. Non era sicuro dei suoi sentimenti quando pensava che
lei era la moglie di quell’uomo. La consuetudine, rifletté, recintava il campo della
vita e gli uomini cercavano di scavalcare la barriera… La consuetudine ti rinchiude
nella sicurezza e nell’opacità, ciò nonostante la vita riuscirà a trascinarti verso
l’ignoto perché malgrado tutto il cuore arde di vivere, di farti correre libero sulla
terra misteriosa nell’occhio stesso della morte… Sì, finché non sbatti contro la
barriera successiva.
“È veramente bravo,” commentò Bonjio. “Sono contento che tu me l’abbia
raccomandato. Dice però che non vuole restare a servirmi se tu te ne vai.” Lanciò
a Parsifal un’occhiata sagace. “O ti ama in maniera innaturale, oppure crede che tu
abbia molto da insegnargli,” concluse sarcastico.
“Perché non dire: ‘Oppure entrambe le cose?’”
Bonjio rise.
“Apprezzo la tua ospitalità,” proseguì Parsifal, imbarazzato dalle parole. Gettò il
torsolo e uno dei cani del conte l’afferrò e lo masticò soddisfatto. “Bene… bene,
parlerò a Prang se lo desideri.”
Bonjio studiava la scena dell’addestramento. “No,” rispose, “preferisco che un
uomo segua il proprio cuore e le proprie inclinazioni.” Parsifal credette per un
momento che la frase dovesse avere un senso particolare per lui. “Quali sono i
tuoi piani?”
Il cavaliere si schiarì la voce. Ogni commento gli pareva carico di rimproveri o di
allusioni. Che orribile modo di vivere, pensò.
“Piani?”
“Dove sei diretto? Cosa farai…?”
“Sì…” Parsifal fissò le zolle d’erba quasi gli potessero dare una risposta.
“Veramente non lo so,” disse, sapendo di mentire. Cercò di ricordare se aveva già
detto una bugia. Certo doveva averlo fatto, ma questa gli bruciava la lingua.
“Ti eri ritirato in un monastero?” domandò Bonjio.
“Sì… per un certo tempo…”
“Me l’ha detto Unlea,” disse Bonjio, osservando il combattimento.
“Conoscendoti, non ne sono rimasto sorpreso. Da quand’è che non ci vediamo?
Otto anni?”
“Può darsi.”
“Quando hai preso i voti?”
Vuol sapere se sono ancora legato dal vincolo della castità?
“Cinque anni fa, credo… ho perso il conto del tempo.”
“Be’,” considerò Bonjio, “ti ho visto per l’ultima volta a Gerusalemme. Mi avevi
detto che cercavi tuo fratello. Non sapevo ne avessi uno.”
“Sì. Un fratellastro. Mezzo moro. Così mi ha detto mia madre.”
Ricordava: un insieme di capanne e di tende nell’ardore accecante del deserto, in
sella al suo cavallo, arrostito vivo nell’armatura tra muli sonnolenti e cammelli
ondeggianti e orientali che guardavano a occhi socchiusi il pezzo di seta col
ritratto ricamato a colori vivi che doveva essere quello di suo fratello Afis, il
principe che non sarebbe mai stato sultano. Agitava la mano abbronzata per
scacciare le mosche che sfrecciavano ronzando, impazzite dentro l’elmo metallico.
Gli altri cavalieri cristiani del suo gruppo riposavano all’ombra delle palme. La
faccia non significava niente: magra, lunga, capelli neri, occhi a mandorla, baffi
sottili. Poteva essere chiunque in quel paese… Aveva promesso a sua madre di
abbracciare una volta suo fratello prima di morire e di dirgli certe cose di suo
padre…
“Che luogo orribile era,” diceva Bonjio. “E che pazzi siamo stati a lasciarci
trascinare là come pecore da preti invasati. Siamo arrostiti, ci siamo svenati nel
deserto mentre le nostre donne ci facevano becchi a casa. Sei stato fortunato se un
parente o un estraneo non ti ha rubato la terra, insieme con la fica di tua moglie.”
Sorrise storto. Parsifal cambiò posizione sul sedile. “La maggior parte è tornata a
casa storpiata e in stracci da accattone… Perché andasti in Oriente, tu, Parsifal?
Una scorciatoia per il Graal?”
Parsifal aggrottò la fronte.
“Non parlarmi del Graal, conte Bonjio,” rispose. “Ho subito domande e scherzi
sufficienti per mille anni, dovessi viverli.”
“Perché ci sei andato, allora?”
“Be’, a dire la verità, perché era lontano.”
Bonjio annuì. “Risposta onesta.”
“Ero stanco di… delle cose.”
“Io sono tornato con dieci dei cento uomini che erano partiti con me e un
cugino si era sistemato nella mia casa e nel mio letto.” Lo sguardo di Bonjio
divenne freddo e lontano. “Lui mi è scappato, ma lei no.”
Ci fu una pausa. Nel campo, gli scudieri prendevano fiato.
“Tua moglie?” Parsifal dovette dire alla fine. E quando Bonjio annuì, aggiunse:
“Unlea?” Si sentiva il cuore gelato e pulsante nello stesso tempo.
“Chi?” Bonjio sorrise. “No, no, amico mio. La mia prima moglie.” Parve
all’improvviso molto intento a osservare Prang che dimostrava una mossa.
“Capisco,” disse Parsifal. Pensava che lui non era affatto colpevole ed era per
questo che si sentiva a disagio. Tra lui e Unlea esisteva qualcosa che era solo loro.
Esisteva come il calore nella fiamma e non riguardava né le cose, né le persone,
né le consuetudini.
“Dopo, ne ho pianto per un anno,” disse Bonjio. “Nei colpi che le ho inferto
non c’era il mio cuore, Dio lo sa…” Chiuse gli occhi scuri, ricordando. “Mi sono
inginocchiato sulle pietre fredde accanto a lei, ho bagnato la mia guancia nel suo
sangue. Ho pianto, ti dico…” Riaprì gli occhi che forse erano umidi. “Era una
donna… una donna… più di qualunque altra abbia mai trovato. Ma quello che ho
fatto l’ho dovuto fare. Come avrei potuto evitarlo?”
Parsifal alzò le spalle. È stata la consuetudine a sferrare i colpi, non quest’uomo.
“Eppure l’ho uccisa, Parsifal, e ti dico che mi sentivo come diviso e mi
guardavo e mi sentivo così lontano eppure così vicino a lei e continuavo a
pensare: ‘Non lo voglio, mia dolce sposa, non voglio quello che faccio!’ Era un
altro che colpiva.”
Sì, pensò Parsifal, era un altro che colpiva…
“E avrei potuto fermarmi in qualunque momento,” disse Bonjio, fissando nel
vuoto. Poi si riscosse. “Chi è?” aggiunse cambiando tono.
Guardavano tutti un cavallo con un cavaliere dall’armatura verde scuro, che dai
boschi entrava nel campo. Avanzava a passo lento e costante.
“Tu eri casto, allora?” volle sapere Parsifal.
“Cosa?” rispose Bonjio, il quale si schermava gli occhi per cercare di identificare
l’insegna del cavaliere. “Stai scherzando?”
“No. Perché tua moglie non avrebbe dovuto uccidere te?”
“Era una donna,” scattò, attribuendo al termine un significato ben diverso da
prima. “Sei ancora il folle di una volta?” Sorrise per mitigare il suo commento.
“È possibile. Da allora, però, ho dormito sotto ogni cielo.” Parsifal guardò il
cavaliere attraversare il campo della giostra. “Una volta ho sentito dire che noi
reggiamo la spada e loro hanno una guaina, uomini e donne sono più uguali che
diversi.”
“Cioè, se non fossimo diversi, saremmo la stessa cosa,” scherzò il conte.
“Chi ha fatto sì che l’orgoglio dell’uomo valga un assassinio?” Parsifal si
immaginò Unlea che veniva uccisa. Per che cosa? Per un desiderio? Un sogno?
Consuetudini… create in ere lontane dagli uomini alla loro prima comparsa nel
mondo. Avevano detto: questo mi piace, quindi è buono. Questo lo odio, perciò è
malvagio. “In nome di Cristo?”
“Basta! Sono un buon cristiano,” rispose il conte, irritato.
Il cavaliere si era fermato tra gli scudieri che si addestravano. Parsifal pensava:
Non dipende solo dagli uomini, perché c’è una voce in tutte le cose… Io l’ho
udita… Se la si ascolta dice come ogni ombra trova la sua forma e come ogni
stelo d’erba trova il proprio spazio…
Bonjio si alzò per incontrare il nuovo venuto.
Il cavaliere verde non sollevò la visiera. La voce giungeva chiara attraverso la
griglia ampia. Parsifal la conosceva.
“I miei saluti, signori,” disse il cavaliere.
“Immagino tu sia affamato e abbia bisogno di dormire,” lo apostrofò Bonjio,
senza particolare interesse.
“Succede a tutti i mortali,” fu la risposta secca. Parsifal si alzò. Era possibile?
Ancora vivo?
“Il tuo caso particolare, però, ce l’ho sotto gli occhi,” replicò Bonjio. Era ovvio
che non gli piaceva la consuetudine di dar da mangiare a ogni guerriero
vagabondo che capitava nei dintorni. Consuetudine è ciò che in un dato momento
ti si confà, rifletté Parsifal.
“Questa è una locanda?” disse il nuovo venuto.
Prang si era avvicinato.
“Che razza di insulto è questo?”
“Uno ben scelto,” dichiarò il cavaliere, “a meno che il mio spirito non sia più
quello di una volta.” Sembrava perfettamente a proprio agio. Parsifal era quasi
certo di conoscerlo.
“Non scaccio nessuno dalla mia porta,” disse Bonjio, “che si tratti di un
gentiluomo o di un ingrato e insolente figlio di puttana.”
“Ho troppi anni sulle spalle,” replicò l’altro, muovendosi dentro all’armatura
come se gli prudesse la pelle. Gli prudeva sempre, pensò Parsifal. “Troppi anni,
per essere quello che dici.”
“Hai un voto da rispettare o puoi mostrarci la faccia? Non conosco la tua
insegna,” disse Prang, alludendo all’occhio in campo triangolare dipinto sullo
scudo rotondo. Era perlomeno strano.
“Ti potrei dire che cerco di vedere,” gli rispose il cavaliere. “Per ora l’elmo sta
chiuso.” Si rivolse a Parsifal. “Come stai?”
“Bene quanto basta, Gawain,” rispose Parsifal.
Il cavaliere annuì.
“Gawain?” Bonjio parve adeguatamente impressionato. “Immagino sia un onore,
anche se si diceva che eri morto in Bretagna.”
“Signore, io sto sempre morendo da qualche parte.”
Che Gawain fosse ancora un po’ matto? si domandò Parsifal. Pareva ancora lo
stesso, ma erano passati tanti anni.
“Parsifal,” disse Gawain, “vedo molto grigio nell’oro.” Accostò il suo corsiero
massiccio, rilassato quanto il suo padrone. Si grattò di nuovo dentro all’armatura.
“E sei ancora figlio di Dio?”
“Come chiunque altro, credo,” replicò Parsifal.
“Ho proprio voglia di rinnovare la nostra amicizia.”
“Eravamo amici?” chiese Parsifal, inespressivo.
“Suvvia, ti sono sempre stato affezionato.” Gawain parve un poco offeso. “Anche
se con qualche divergenza. Sei qui per addestrare quei ragazzi?”
“Mi hai seguito ancora?” domandò Parsifal.
Gawain chinò la testa d’acciaio.
“Dopo tutto questo tempo? Per che cosa?” Fece avanzare la sua imperturbabile
cavalcatura. “Ne parleremo tra poco. Così saprò le novità… la storia, anzi, perché
ormai è storia.”

Al cadere della notte, Broaditch e Valit lottavano per attraversare il pianoro deserto
e paludoso. Il vento era gelido e il tempo impazzito. Fine d’estate rotta qua e là da
autunno e inverno… piogge senza fine…. poi la primavera… Aveva imparato che
quei portenti avevano un significato reale. Le stelle, il clima e il destino degli
uomini si mescolavano. Stava per succedere qualcosa, qualcosa di vasto e di
terribile forse… Anche il vecchio nella barca doveva avere un significato, ma la
realtà svaniva: il problema era di trovare un rifugio, non di fare della metafisica e,
una volta scoperta la direzione, prendere la strada di casa.
Dio, com’era indolenzito… pura infelicità. Per il momento, il panico aveva
azzittito il suo giovane e amaro compagno… avanti e avanti… sabbie mobili
dappertutto, nebbia, fetore… l’ansito di Valit, la propria raucedine…
Valit emise all’improvviso un grido che terminò in un gorgoglio: era
sprofondato fino alla faccia nel fango divorante. Le mani gli sbattevano
debolmente in superficie.
“Aiuto,” gorgogliò.
Broaditch restò perfettamente immobile. Le nubi veloci erano striate di grigio
biancastro. L’ultima luce baluginava sull’acquitrino e sugli scuri viluppi spinosi
delle canne palustri. Si acquattò e tese cautamente la mano, facendo presa meglio
che poteva coi piedi. Il giovanotto si allungò. Si sfiorarono le dita. Broaditch cercò
di avvicinarsi ancora. Non poteva sapere dove finiva la terra solida. Sapeva solo
che sarebbe successo all’improvviso.
“In nome di tutti i santi,” sputacchiò Valit, “sono perduto… sono perduto…”
“Sprofondi ancora?”
“Non lo so… sono perduto… oh, madre, madre…”
Broaditch sentì un piede affondare e si tirò indietro.
“Ma taci, se è la sola musica che conosci.”
“Signore Iddio, sono perduto… madre, aiutami… aiuto…”
“Resta immobile e può darsi che ti salvi. Smettila di frignare. Non mi par vero
che tu sia figlio di un prode.
Sta’ fermo e non parlare.” Broaditch si mosse con cautela, frugando nel fango
finché trovò un bastone contorto e robusto che estrasse dal terreno risucchiante,
poi strisciò più vicino alla testa di Valit e alle braccia che si agitavano, lunghe,
pallide. A Broaditch parve una creatura nata dalla melma, che si agitava per
uscirne. Gli uomini fanno la propria melma e vi affondano… implorando di
esserne liberati, pensò.
Il bastone venne afferrato con disperazione. Il salvatore impegnò tutta la sua
forza e si mise a tirare, la mente concentrata solo su quello e a non fermarsi. Stava
facendo l’impossibile dove forse non sarebbe bastato un mulo robusto.
“Sono perduto,” gridava l’altro, “non mi muovo!”
Per Broaditch era un incubo: si sforzava, scivolava, soffriva, poi, infinitamente
piano, il giovanotto risalì dì un pollice…
Era già scomparso l’ultimo riflesso del tramonto lasciando una oscurità profonda
e illune quando Broaditch riuscì ad afferrare saldamente le mani pallide, lunghe e
frenetiche e a liberare il giovanotto…
Restarono distesi a lungo per riprendere fiato. Era freddo e umido. Broaditch
sentiva l’altro battere i denti…
È necessario ricordarmelo così spesso che la morte sta alla fine di ogni coso?
Inspirare è vivere, espirare è morire…

Finalmente ripresero la marcia. Valit si teneva appiccicato dietro a Broaditch.


“Se vado sotto io,” domandò quest’ultimo, “mi tirerai fuori?”
Tastava il terreno davanti a sé col bastone. Pareva si trovassero su di una costa
sufficientemente solida. Un passo o due fuori riga e il bastone sprofondava.
Continuò a tastare per trovare il sentiero solido che all’improvviso voltò a sinistra
dopo aver cambiato direzione già tante volte da sembrare la spina dorsale di un
serpente gigantesco.
L’incubo continuava. Il vento dal mare si fece gelido. La palude sembrava senza
fine. Tra le colline ammiccava la luce di un fuoco rosso come un occhio diabolico.
Forse ci viveva un pescatore.
Avanti, sempre avanti sulla traccia serpentina, immersi fino alle caviglie nel fango
gelido, vacillando, Valit, troppo stanco perfino per lamentarsi, si aggrappava alla
schiena dell’uomo come un bambino… avanti… le colline parvero più vicine, poi,
dietro di loro, sorse la mezzaluna. Broaditch scorse il suolo solido e roccioso a
meno di cinquanta iarde… Qualche passo… e scivolò, quasi che il serpente
gigante si fosse scosso, perdendo il bastone nella melma. Poteva ormai tastare solo
col piede. Per la prima volta pensò di arrendersi, di sdraiarsi e aspettare
l’inevitabile riflusso della marea che avrebbe sollevato il fango annegandoli… Ma
andò avanti pensando: ancora pochi passi e poi cedo… ancora pochi passi… Valit
si reggeva alla sua cintura di cuoio e scivolava e inciampava nelle sue orme…

Il fondo cessò a circa venti iarde dal terreno solido. La costa sommersa era finita e
non c’era modo di sapere quanto fosse profondo quell’ultimo canale. Rimasero là,
mentre la luna saliva. Broaditch sapeva che veniva nuovamente messo alla prova.
Così presto…
Nell’attimo della condanna sicura, avrebbe ceduto e si sarebbe arreso al mare. Si
chiedeva se doveva aver fede senza nemmeno potersi arrendere. Gli mancava
perfino la forza di sorridere a se stesso con cinismo. Chiuse gli occhi. Non aveva
mai veramente pregato se non in battaglia. Ma non c’era bisogno della preghiera
qui, della fede, perché aver fede significava sperare, credere, ma senza veramente
sapere… La magia era inutile. Doveva fare da solo… Sentiva che c’era qualcosa di
cosciente che lo sorvegliava, che avrebbe rifiutato la magia… Quello era il
momento in cui doveva sapere, doveva tuffarsi nel fango scuro, viscido e
risucchiante per conoscere la sua via, vivida e reale come osso consunto e carne
logora. Sorrise. Non sembrava semplicemente folle: lo era. Ascoltò lo sbattere dei
denti di Valit, i suoi singhiozzi, scosse il capo e avanzò oltre la costa, sprofondò
fino alla vita, sguazzò col giovane aggrappato a lui, fin troppo mal ridotto per
lamentarsi del fango puzzolente che saliva costante…

Lohengrin andò con loro. Si asciugò, si infilò una tunica di seta e uscirono.
Guidavano la fila il capo con l’elmo e il luogotenente massiccio con la barba nera
che gli nascondeva la faccia. Seguivano le guardie col turbante e l’espressione
fredda. Sulla soglia, Lohengrin si rivolse a Wista.
“Non dire niente a nessuno,” ordinò. “Aspettami.”
“Ah,” commentò il luogotenente, “sei un ottimista.” “Aspettami,” ripeté
Lohengrin con voce ferma.
Poi sparirono per la porta segreta, la luce delle torce delle guardie si fece più
debole, l’anta si richiuse e restò la parete liscia, senza tracce.
“Che cosa significa tutto ciò?” domandò Frell, aggrappandosi a Wista.
“Niente di bello, ti assicuro.”
“Mia sorella dice che il tuo signore è destinato a essere un grand’uomo.”
“Comunque sia, non è molto gradevole.”
“È bello,” replicò lei, “a suo modo. Conosci suo padre?”
“No.” Wista arricciò il naso al fetore che veniva dal focolare dove il morto si
carbonizzava disfacendosi. “Oh,” disse lei, “puzza come un arrosto.”
“Credo sia meglio che tu stia con me, per adesso,” disse Wista, in tono assente.

Il capitano scese per un passaggio a chiocciola che terminava nelle fondamenta


dove le pietre massicce e umide, alla luce ondeggiante delle torce, parevano le
travi e i contrafforti della terra, valido supporto, pensò Lohengrin, per ciò che il
mondo era: pietre viscide, cose che si muovevano e che squittivano e grattavano
sul pavimento irregolare, le cavità delle segrete dove si scorgevano scheletri
penzolare alle catene arrugginite.
L’aria era fredda e stagnante.
“Allora,” disse, mentre si dirigevano verso una cella con le sbarre dove luceva un
pallido stoppino, “se intendete macellarmi qui, perché sprecare tanti scalini?”
Non pensava veramente che lo avrebbero fatto, ma il cuore gli batteva come se
davvero lo temesse.
“Perbacco, vostra nuova grazia,” ribatté il luogotenente dalla barba folta,
“possiamo sempre lasciar qui una parte di te e portarci indietro il resto.”
Gli uomini col turbante non risero né manifestarono alcuna reazione e
Lohengrin pensò che non capissero la loro lingua. All’improvviso capì con che
intensità desiderasse vivere. Eppure, per quanto? Qualche altro anno, un frullo
sulla faccia spietata dell’eternità? allora perché vivere se non come una fiamma che
non può fare altro che bruciare sino alla consunzione dello stoppino e della cera
lasciando prevalere la notte senza pena? La vita è tutta una pena, credeva
Lohengrin, e i suoi impulsi sfortunati lo costringevano ad andare avanti… Pensò
ai morti che lo avevano preceduto e ai vivi che sarebbero seguiti, pensò alla vita e
ai piaceri che avrebbero gustato, ai giorni che avrebbero visto… al dolore…
Oltre la grata non trovarono una cella, ma una galleria stretta che scendeva
ripida. I muri erano blocchi grezzi tra i quali filtrava il fango.
Un lampo allarmante, un occhio rosso sul soffitto del passaggio. Per un attimo
pensò che un demonio gigantesco li stesse osservando. Poi l’occhio si mosse e si
allontanò ondeggiando. Un pipistrello monocolo, pensò, o qualcosa del genere.
Giù e giù e giù in fila indiana. Questo, pensò, pare più il pozzo di una miniera
che qualcosa di connesso al castello soprastante. Ebbe l’impressione che il
passaggio esistesse da secoli. Erano in grado i druidi di fare una cosa del genere?
Curioso… C’era forse della magia autentica, come sosteneva suo padre? Chi
poteva avere scavato quel passaggio che si srotolava come una budella? Dio,
pensò, quest’aria morta toglie il respiro…
Trovarono uno spazio più ampio. La maggior parte delle guardie era a mano a
mano rimasta indietro; non aveva notato dove o quando. Lohengrin, il capitano e
Barbafolta proseguirono, sempre più giù. La corrente d’aria odorava di marcio.
Ora siamo nella pancia, pensò, e ci troveremo presto dove si raccoglie la merda
della terra… Sorrise cupo tra sé. Poi l’idea lo fece ridacchiare. Be’, era nervoso.
Barbafolta gli lanciò un’occhiata.
“Che Dio ci aiuti, Morgon,” disse, “lui trova la cosa divertente. Viene nella tana
del diavolo come fosse un appuntamento d’amore!”
“Se così fosse?” replicò il capo.
Proseguirono in un fetore sempre crescente che schiaffeggiava Lohengrin come
una mano viscida e schifosa. Quasi barcollò per la nausea. Si trovarono in un
ampio locale, simile a una caverna scavata. La roccia era scura e bagnata.
“Cos’è questo posto? Una tomba con la sua putrefazione?” esclamò.
“Potrebbe anche diventarlo,” ribatté il capo.
“Va’ avanti,” ordinò Barbafolta.
Il corridoio si trasformò all’improvviso in una fenditura stretta dove si passava
solo in fila indiana.
Forse dipendeva dal bagno bollente, ma Lohengrin aveva i brividi. Lassù il
capitano aveva sussurrato: “Venite dal re. Se otterrete la sua approvazione, non vi
saranno limiti a ciò che potrete avere.” Inutile dire cosa gli sarebbe accaduto se
non l’avesse ottenuta.
Sobbalzò. La parete di fronte irradiava un evanescente pallore verde, una
fosforescenza conturbante. Alla fine del corridoio, in un locale che pareva il fondo
di un pozzo di notevoli dimensioni, si era ritrovato solo accanto al capitano. La
cavità cilindrica si perdeva in alto in una foschia verdastra che forse arrivava
davvero alla superficie. Come l’avevano fatta?
Ammise per la prima volta di avere paura: da quel luogo non c’era modo di
fuggire. Sarebbe bastato appostare una sola guardia nel passaggio per tenere a
bada chiunque per un tempo indefinito. Se era una prigione, era la peggiore
immaginabile. La sola idea di venirvi abbandonato bastava a fargli correre i brividi
per la schiena. Si era certamente comportato da stupido, ci era cascato subito.
Prevedeva di occupare il castello e di negoziare con chiunque fosse stato il vero
padrone… e poi dal muro erano venuti fuori quei mezzi diavoli… un vero
stupido…
Notò un’apertura sottile, una strombatura nella parete. Non filtrava nessuna luce.
All’improvviso il capitano si inchinò e cadde su un ginocchio.
“Signore della terra,” disse con fervore rivolto alla fessura, la visiera sollevata.
È la casa del diavolo? Siamo a una tale profondità?
In quell’attimo avrebbe voluto credere alle favole che aveva sempre deriso, poi
da dietro la fessura rombò una voce appena smorzata dalla pietra.
“Sarebbe questo l’uomo pericoloso?” risuonò.
“Sì, signore supremo.”
Il fortissimo capitano afferrò Lohengrin per il polso e lo trascinò in ginocchio.
“Non dimenticarti di rendere omaggio,” gli disse.
“Lohengrin,” rombò la voce.
“Sì?” rispose il cavaliere.
“Figlio di Parsifal il folle,” proseguì meditabonda la voce. Lohengrin annuì. “Ti
sei comportato bene,” concesse la voce. “Sei potente, eppure adesso la tua vita è
appesa al filo più sottile.” La voce prese a divagare. “Succede sempre agli uomini
che non hanno padroneggiato il destino… Hai mai considerato le opere del fato?”
Lohengrin lo aveva fatto, ma si rendeva conto che si trattava di una pratica
retorica; udì il capitano sospirare e cambiare ginocchio, come se si aspettasse una
lunga digressione. “Il fato è storia. La storia è il passato. Nel mare vi sono le onde
piccole, le correnti e infine le maree. Gli individui sono le onde piccole. Gli stati
sono le correnti ma, le maree, che cosa sono?” nonostante la situazione scomoda
e vagamente assurda, Lohengrin sentì crescere il proprio interesse per quella
strana lezione. La voce costringeva all’ascolto, dava una sensazione di potere
infinito, una convinzione superiore che pareva più grande di quella umana. “Tutti
gli individui che fluiscono insieme!” La voce parve soddisfatta del sillogismo. “La
vita umana è soprattutto preda del caos, frammentata, la cui forma momentanea è
data da propositi e credenze meschini e dalla forza dei forti. Ma ha uno scopo
ultimo? Esiste un fine universale? Solo l’uomo delle maree può saperlo!”
“Il cosa?” mormorò Lohengrin senza rendersene conto. Era sorpreso di sentirsi
coinvolto. Tremava ancora e aveva paura, eppure le circostanze lo rendevano
stranamente percettivo.
“Il potere arriva all’uomo che si disciplina e si valorizza… potere oltre il sangue
e il fango di un mero corpo e mero cervello. E se tutti gli uomini sono uniti, fatti
uno…” La voce crebbe finché le pareti ne risuonarono e Lohengrin tremò non
solo di freddo. Per un istante desiderò balzare in piedi e gridare insieme con la
voce perché vi si unisse anche la sua forza e vi si fondesse. “… e se la marea
avanza irresistibile, quale potere ultimo della totalità degli uomini potrà
manifestarsi?” La voce ora si librava. “Tutti uniti, tutti un solo movimento, una
sola mente, un cuore! Se ogni uomo impegnato può compiere miracoli, considera
allora che potranno centinaia di migliaia! Considera!” Fu un grido da stordire.
“Allora, e allora soltanto, gli dei potranno tornare sulla terra. Allora, e allora
soltanto, il mondo potrà essere perfetto, com’era nel principio. Ma tu non puoi
ancora comprendere. No…”
Nella pausa che seguì, Lohengrin cominciò a parlare, ma il capitano
inginocchiato al suo fianco lo urtò per azzittirlo. Evidentemente la voce non
voleva intavolare una normale conversazione.
“Ascoltami, creatura,” continuò infatti, “Io ero il padrone del duca che hai
sgozzato. Era uno sciocco, altrimenti non avresti potuto farlo. Prenderai il suo
posto e ti verranno assegnati determinati incarichi. Se lascerai questo luogo sarai
duca e mio servo fidato, fedele a me e a me soltanto. E io ti chiedo di trovare tuo
padre, impresa in cui il tuo predecessore ha fallito. In che cosa credi, Lohengrin,
figlioli Parsifal?”
“In che cosa credo?”
“In Dio, nel diavolo… Rispondi!”
Lohengrin si permise un cupo sorriso. Gli parve appropriato al momento.
Inoltre stava ancora cercando di digerire lo strano messaggio che la voce gli aveva
introdotto nella coscienza.
“Nelle mie capacità,” rispose, “e nella morte.”
Ma la voce non parve soddisfatta quanto lui si era aspettato.
“Non esibire la tua ignoranza,” infatti urlò. “Non sai niente della morte! E
quanto alle tue capacità, guarda dove ti hanno condotto… Ma, prima di andartene
di qui, se te ne andrai, mio giovane sapientone, ne saprai assai di più sulla morte.”
Lohengrin si alzò, rendendosi conto che l’uomo che gli era stato accanto non
c’era più. Si voltò: l’ingresso era sigillato da una porta di pietra.
“Che significa?”
“Il mio scopo,” tuonò la voce che elettrizzava, “è ben diverso dal tuo! Pensieri e
poteri sono in te meschini e insignificanti. Tu lotti per raggiungere ombre…”
Lohengrin sperò che non seguisse un’altra lunga dissertazione: per quanto
intimorito, spaventato e affascinato, si rendeva conto che il “padrone” parlava
troppo. Ed era un poco strano. Tuttavia il solo suono, senza le parole, il solo
suono pareva caricare di energia l’ascoltatore, lo gettava in un fervore d’ira… “Io
lotto per tempi che verranno! Oltre la morte!” La voce tacque, ridotta al silenzio
dalla sua propria eloquenza. Poi: “Ed ecco la prima lezione sulla tua miseria
d’ombra, figlio di Parsifal. Se sopravvivi, il mondo alla luce del giorno ti parrà
sbiadito. Da questo momento il mondo comincerà a sbiadire… diventerà un
sogno… un appannamento…”
“Chi sei?” domandò Lohengrin. La violenza dei battiti del cuore gli faceva
tremare la voce.
“Di questi tempi,” rispose la voce in tono noncurante, “mi si chiama Clinschor
del Sud.”
Il cervello gli diceva che era una fantasia, una leggenda, una storia con cui si
spaventavano i bambini. Clinschor era morto e sepolto fin dai tempi di suo padre.
Le ginocchia gli cedettero.
“Che cosa?” urlò, mentre il baluginare verdastro svaniva. “Aspetta!” gridò
spaventato. “Aspetta! lo…”
In quell’attimo si oscurò tutto.
“Ricomponiti,” disse Clinschor. “Stai vacillando sull’abisso.”
Lohengrin si sentì pungere su tutto il corpo. Pareva che qualcosa di invisibile lo
tirasse nella zona tra il cuore e lo stomaco ed era certo che se non fosse riuscito a
serrare le braccia e a stringere i denti ne sarebbe stato completamente rivoltato.
E cadde, lentissimamente, come se l’aria si fosse addensata per sostenerlo. Tutto
scricchiolava, carico di elettricità statica. Cercò di urlare ma non gli uscì la voce.
La terra si doveva essere aperta per inghiottirlo perché stava precipitando senza
fine, giù e giù, senza sapere quanto… Poi, all’improvviso, vide: intorno, c’era una
pianura vasta, oscura, dal fondo nero e cosparso di fuligginose ceneri di roccia. Il
cielo rosso pareva la fiamma di un forno e vi erano ammassate nuvole tenebrose e
torreggianti. Lohengrin si sentì trapassare da qualcosa di gelido e spietato e
avanzò volteggiando, come una piuma nella corrente d’aria, sopra la piana di
cenere. Immensamente lontane, vaste montagne si protendevano verso il cielo
rovente. Allora raggiunse il labbro di ciò che per un attimo scambiò per una
bocca immensa: un cratere roccioso dal cuore ribollente e fiammeggiante…
Sull’orlo, una figura armata di nero, grossa e tozza, se ne stava ritta dando le spalle
alle fiamme. Assomigliava, pensò Lohengrin, a una rana guerriera sulle zampe
posteriori. Da qualche parte giungeva un boato costante. La creatura mostrava una
maschera vuota, una celata di un nero opaco, senza fessure per gli occhi… Che
fosse cieca? Al fianco aveva una spada a lama larga, snudata. La lama appariva
fusa. Lohengrin non sentiva il proprio corpo e non poteva muovere la testa per
guardarsi. Aveva una paura terribile di essere stato mutato, di non avere più forma
umana. Si sentiva freddo, trasparente, debole… Si ripeteva che quello non era il
mondo, che lui dormiva. Poi la figura nera dalla maschera vuota gli balzò addosso
flettendo le zampe arcuate e alzando la spada rovente. Lohengrin pensò:
Assassino! Assassino! Lo sopraffece un panico onirico, e cercò di colpire
quell’orrore demoniaco con ciò che gli parve il pugno. Le forze che gli si
muovevano intorno lo riducevano come una formica davanti a una valanga, a un
pesciolino nei marosi selvaggi, a un granello di polvere nel turbine… Provò una
pressione e un terrore intollerabili mentre la lama abbagliante cadeva su di lui, si
sentì scoppiare come una bolla, poi cadde ancora e scena dopo scena, paesaggio
dopo paesaggio, gli passò accanto l’eternità: rupi spente dove gemevano esseri
pallidi, giungle dove forme squamose si voltolavano nella putredine; campi infiniti
di ghiaccio; fiumi di sangue che attraversavano terre di ossa sgretolate…
“In che cosa credi, duca Lohengrin?” domandò la voce. “Parla!”
“Nel nulla… nel nulla…”
Sedeva a gambe incrociate nella camera tipo pozzo, sotto lo sguardo della lunga
fessura nella parete verdastra. Gli sembrava che le voci appartenessero al ruggito
nella sua testa e non capiva chi ponesse le domande e chi invece rispondesse…
“… così cominci ad apprendere,” disse il ruggito.
Un attimo dopo ricordò che era la voce del leggendario, demoniaco Clinschor,
il quale, prima che lui nascesse, aveva quasi conquistato la Britannia. Clinschor, il
terrore dei bambini. “Se non stai buono, Clinschor ti viene a prendere,” dicevano,
“e ti fa bruciare in fondo al mondo. Ti porta via dal letto e ti fa desiderare di
essere morto…”
“Nulla,” disse la voce, vibrando di piacere. “Ti prego, nulla, dimmi cosa ti viene
da questo mondo. L’oro del nulla? Potere sugli altri nulla? Sei sicuro di sapere
almeno come si muore? Come si distrugge il nulla?” Clinschor era deliziato. “Per
quanto tempo puoi andare avanti come impotente forma d’ombra? Per l’eternità?”
Pausa. “Quale potere dobbiamo possedere, pazzo ignorante?” La voce risuonò
profonda e Lohengrin tremò, i suoi pensieri correvano e si rigiravano debolmente.
“Considera, considera, duca, in quale moneta verresti pagato se non ci fosse fine
al nulla nebuloso di vite e morti interminabili. Considera!”
A Lohengrin girava la testa. Seppe di essere prigioniero dell’implacabile spirale
del tempo… comprese che non poteva sfuggirvi con la morte e che la morte non
era la fine… sentì il sogno insostanziale che chiamava vita assottigliarsi e svanire…
cercò di pensare, di parlare…
“Dammi…” cominciò a dire, “… ho bisogno di forza, padrone… ho
bisogno…”
“Taci e ascoltami, duca, ascoltami bene. Abbandona tutto… Tutto! Ti porgo la
mia mano che ti reggerà.” La voce di Clinschor era così ferma e densa che il
mero suono parve sollevare Lohengrin sui due piedi. Protese il braccio verso il
muro liscio e luminescente, senza più sentire il fetore umido dell’ambiente, quasi
attendendosi davvero che la mano di Clinschor sporgesse dalla roccia per
prendere la sua. Si sentì attraversare da una nuova energia scintillante e vibrante.
“Sarai il più grande tra i miei capitani,” annunciò estatica la voce. “Afferrati alla
mia mano e non lasciarla più.”
Lohengrin restò così, col braccio proteso…

Gawain si era tolto elmo e armatura e sedeva con disinvolta naturalezza di fronte a
Parsifal nella piccola stanza. Il focolare acceso attenuava il freddo umido del
castello. Gawain indossava, alla maniera saracina, un turbante leggero con l’ultima
spira allentata per coprire la metà mancante della faccia. Non era brutto come
effetto: sotto la seta, la testa pareva appena troppo stretta sulla sinistra e si vedeva
un occhio solo.
Sorseggiava una tazza di vino speziato bollente, masticando un pasticcio di
carne.
“Ebbene, Parsifal,” disse, “non ci sono posti per nascondersi quando la verità va
a caccia.”
“Quale verità? La tua?”
“Ascolta.” Gawain si chinò confidenzialmente, anche se la stanza era vuota. “Lo
sai cosa sta succedendo?”
“Dove?”
“Mmm. Ho cavalcato dentro e fuori, su e giù per tutto il paese. Ho appreso
molto.”
“Non lo metto in dubbio… Non ti vedo da… decenni, vero? Due almeno. E tu
rinnovi la nostra amicizia, se amicizia era, con degli indovinelli.”
“Decenni,” ripeté pensieroso Gawain. A Parsifal parve infinitamente più paziente
di quanto ricordasse. L’occhio che si vedeva era ancora di un sagace e pungente
grigio acciaio. “Ebbene, per prima cosa ho incontrato tuo figlio,” riprese Gawain.
“Deve essere più vecchio di quanto non fossi tu quando le nostre strade si sono
incrociate. Ricordi? Nei boschi avevi buttato un bastardo giù da cavallo… Mi
piacevi, mi sei sempre piaciuto…”
Parsifal fissò il fuoco. “Conoscevi gente che poi spariva. Eppure, se ogni volta
vivevi pienamente, allora non rimpiangevi né sentivi la mancanza delle persone o
delle cose… come dopo una giornata di buona attività non rimpiangevi il
tramonto perché il tempo era stato pieno…”
“Così hai incontrato Lohengrin?” disse, e alzò lo sguardo. Metà della sua faccia
era modellata in rosso dalla luce della fiamma che spianava le rughe e il cipiglio
preoccupato e, con la barba nuovamente rasata, parve a Gawain il fantasma di
quella innocenza perduta e infinitamente piena di attese.
“Per strada.” La bocca di Gawain era coperta e l’occhio soltanto indicava che
sorrideva. “È forte.”
Parsifal guardò di nuovo il fuoco che si agitava e crepitava sgretolando i ciocchi.
Pensò che le braci splendessero come il pavimento dell’inferno. Per un attimo
immaginò di scorgere minuscole figure scure nel gioco delle ombre e si accigliò…
“Non vedo mio figlio da molto tempo,” disse infine. “Ho sentito dire che
combatte bene.”
“Mi ha fatto passare qualche brutto momento… Ho riconosciuto la sua
insegna.” Parsifal lo guardò ansioso. “L’ho lasciato vivo. Gli piacciono i trucchi,
come a me quando ero giovane. A te no… tu eri semplice e terribile.”
“Terribile?” Parsifal non si era mai visto in quella luce.
“Santo cielo, io avevo paura di te. Non te ne accorgevi? Eppure, non c’era
nessun altro che temessi gran che.” Sorrise con l’occhio. “Ero più giovane. Ora ho
paura di tutti.” Rise e scosse il capo. “Ma tu, Parsifal, tu eri così semplice… no,
non di mente, nel combattere. Non sprecavi un movimento, come un animale da
preda. Con te bastava un errore e si era finiti.”
“Non mi sono mai visto come mi vedevano gli altri.”
“Sono in pochi a riuscirci.”
“Hai incontrato mio figlio… Non ho mai saputo che tu avessi paura, Gawain.”
“Sarei stato un somaro a mostrarlo.”
Parsifal annuì. “Rimpiango molto mio figlio, ma il tempo è passato così in
fretta… Non sono mai stato molto vicino a mia moglie. Appena sposato… poi è
venuto il ragazzo e dopo la ragazza… Lo rimpiango talmente ora, Gawain…
anche se non ne parlo mai.”
“I tempi cambiano. Santo cielo, io sono cambiato. Per anni le mie ferite mi
hanno fatto impazzire e ho cercato di usarti, come sai.” Lo sguardo dell’unico
occhio di Gawain si perse nel vuoto. Parsifal alzò le spalle. “Pensavo solo al Graal.
Me lo avevi messo in testa tu… Ti avrei scorticato vivo e arrostito a pezzi per
averlo in mano, o in qualunque altro posto lo si tenga…” Gawain ridacchiò.
“Magari ci si sta su coi piedi o ci si siede sopra, chissà.” Sospirò. “Ero pazzo e nei
miei pensieri c’ero solo io. lo… io…! Sono stanco di me. Dopo tanti anni la mia
compagnia mi pesa. Ho vagato per l’Europa e l’Oriente, ho visto e imparato
cose… bah…! Credevo di cercare una cura per la mia faccia, ma ora la penso
diversamente.” Rise forte. “Cercavo una cura per me stesso.”
Parsifal lo guardò stupito con un vago residuo di sospetto.
“Ti capisco,” disse. “Ti capisco. Anch’io sono stato maledetto dal Graal. Alla mia
famiglia non ho dato quasi niente mentre non pensavo che a quello e gli davo la
caccia… Cercavo di dimenticarlo anche, ma era sempre là.” Si chinò sul tavolo per
fissare l’altro bene in faccia. “Guardavo in cielo mentre il mio giardino mi
appassiva sotto i piedi!” Trasse un sospiro profondo, un po’ tremulo, e si
raddrizzò.
Gawain era attento. “E ora?” domandò.
Parsifal scosse il capo quasi con disperazione.
“Non lo so,” mormorò. “Mi piacerebbe vedere mio figlio…” Chiuse gli occhi.
“Amare… Vorrei amare e cancellare tutti i sogni e i dolori, liberarmi i piedi dal
fango della vita…”
Per un poco restarono entrambi zitti. Gawain finì il vino e abbandonò il pasticcio.
Parsifal meditava accanto al fuoco morente. Pensava a Unlea. Desiderava quasi di
poter scappare da solo. Temeva che lei non fosse davvero ciò che lui sperava, che
non le importasse veramente…
“Parsifal,” lo interruppe Gawain, “permettimi di esserti amico. Come ti ho detto,
ho appreso molto. Lascia che impari anche questo, perché la maledizione si sta
diffondendo di nuovo.”
“Quale maledizione?”
“La tua. Quella del Graal. La nostra, se preferisci….” Pareva terribilmente serio.
“Chi sarà il re ora? Chi prenderà possesso del trono di Artù?”
Parsifal alzò le spalle.
“Che mi importa dove fa la merda il cane?”
“Dove?” L’occhio di Gawain era feroce. “Non è solo per il regno. Non bramo
nemmeno alcun potere cortigiano. È il Graal. Il diavolo è tornato.”
“Non sapevo nemmeno che avesse lasciato la Britannia.”
Gawain abbassò la voce. “Sto parlando di Clinschor… lo stregone evirato.”
Parsifal fece una smorfia.
“Dopo tutti questi anni? Tu scherzi, Gawain. È per caso strisciato fuori da
qualche buco?”
“Pare di sì.”
“Con tutti quei cavalieri neri?” Sorrise. “Perbacco, dovrebbero essere più vecchi
di te!”
“Non mi pare divertente.”
“Se avessi la tua età, neanche a me verrebbe da ridere,” ribatté Parsifal, godendosi
il piacere di una battuta con l’amico.
“Parsifal, maledizione, io li ho combattuti. Mi ricordo com’erano. Tutti
abbiamo… be’… ecceduto… nell’esercito il sangue ribolle… ma quello che hanno
fatto quei demoni non mi riesce nemmeno di dirlo!” Si appoggiò con violenza
allo schienale e il cappuccio ricadde nascondendogli tutto il viso.
“Come fai a sapere che è Clinschor?”
“Ho sentito la puzza.” “L’hai visto?”
“No.”
“Allora?”
“Te l’ho detto, sono andato a naso e non posso ancora provarlo. Nel sud ho
incontrato cavalieri britannici e pagani che si spostavano insieme verso l’interno…
Insieme, ti dico!”
“Ciò non prova ancora…”
“No, non prova. Però ti dico che ho ragione! Una notte mi sono celato dietro i
cespugli per ascoltare ciò che potevo. Ho udito due di quegli armati parlare
mentre marciavano.”
“Che hanno detto?”
“Che qualcuno che entrambi conoscevano lo aveva visto.”
“Hanno fatto il suo nome?”
“Ah! Non osavano.”
“Ciò non prova niente.”
“Ah! Tu non vuoi che sia provato.” Fissò Parsifal. “Sei troppo occupato con la
dama per volere che sia provato.”
Parsifal fu sicuro di essere diventato di fuoco, ma ignorò il commento.
“Non voglio più guerre,” disse, senza guardare l’altro cavaliere che appariva
pensieroso.
“Sono stanco di combattere,” rispose Gawain, rovesciando sul tavolo la coppa del
vino vuota. “Ho cercato di farmi uccidere. Lo sapevi? No, come potresti… È
vero, ho provato e riprovato…” Scosse il capo. “Ma sono vissuto, Parsifal, sono
vissuto fino a oggi. Cosi ho finito per credere in qualcosa. Credo che ci sia una
ragione.” Si dondolò sulla sedia cercando le parole giuste, “Io credo di essere
stato scelto… Certo, non so né da chi né per cosa… So ben poco di Dio, perché
ho conosciuto troppi preti per confidare nella religione… ma credo di essere
stato risparmiato per uno scopo superiore alla mia capacità…”
Parsifal era interessato. Si risedette sullo sgabello, fronteggiando Gawain e la sua
strana acconciatura bianca simile a una benda.
“Sono caduto in battaglia nel grande deserto,” proseguì Gawain. “Ero in
ginocchio nella sabbia rovente, senza elmo, con in pugno la spada spezzata…
Parsifal, ero un uomo morto! Lo sapevo. Quei diavoli scuri litigavano per farmi
fuori… Ero morto, e giuro di avere sorriso con la metà di questa faccia che ha
un aspetto umano. Mi sono detto: ‘Questa triste faccenda sta finalmente per
chiudersi.’ E, credimi, con lancia e spada han lavorato bene sulla mia testa
nuda…” Soffregò il lato destro della faccia. “Ho chiuso gli occhi e ho aspettato.
Proprio così! Gawain, il terrore senza paura… In passato avrei caricato e sarei
morto coi denti nel collo di qualche bastardo. Perché no? Era tutto orgoglio,
salvo quando facevo il furbo. Avessi potuto scappare, l’avrei fatto, ma non avevo
scampo ed ero stufo di tutto, di colpi e giochetti e menzogne, non vedevo altra
via d’uscita… Non ero nemmeno arrabbiato, come quando ti ho conosciuto…”
“Ho visto che sei cambiato, Gawain,” interruppe Parsifal.
“Ero lì come il porco in attesa che il servo lo sgozzi…” disse Gawain.
“Sei morto e poi risuscitato?”
“Ah, non è forse vero?”
Parsifal si accigliò. “Ebbene?”
Gawain alzò le spalle. “Non so. Non so… ho sentito i colpi… Te lo giuro, ho
sentito il ferro spaccarmi il cranio… Non avevo forse patito colpi minori in
precedenza? Il cervello ha sputato sangue e ho lasciato me stesso per sprofondare
nello squallido paese della morte che mi aspettava. Ti dico…” Gridava ormai,
proteso sopra il tavolo, l’unico occhio tanto terribilmente intenso da spaventare
anche Parsifal che immaginava di aver visto tutto. “Ti dico che sono stato
ammazzato e che mi sono svegliato sano e salvo! Durante la notte ero stato
coperto dalla sabbia… Sai come soffia da quelle parti, riempie le giunture della
corazza e stride, stride fino a farti impazzire… però ero illeso!” Attese, quasi per
vedere se l’ascoltatore osava fare commenti, ma anche l’altro era in attesa,
credendo di capire perché, se le spade non possono tagliare lo spirito, lo spirito
può piegare la lama più affilata… a meno che il calore non gli avesse causato la
febbre e fatto sognare tutto.
“Tu sei stato nella terra dei morti?” domandò Gawain, serio.
“No.”
“Già. Io credo che ci sia una ragione, capisci…? Non ho udito voci né visto la
luce… ma aspetto… aspetto…”
“Un segno?”
Gawain annuì.
“Già. Non mi resta alcuna religione, quindi non so cosa attendermi o cercare.
Però i diavoli sono tornati e credo che mi riguardino, come mi riguarda il Graal
anche se forse non lo vedrò mai.” Sollevò il viso e l’occhio scintillò fissandosi su
Parsifal. “Come non lo vedrai tu.”
“Me ne parli ancora?” Il cavaliere più giovane scosse il capo. “Non voglio averci
niente a che fare. Basta.” Incrociò le braccia sul petto. “Si diceva che gli angeli
l’avessero portato qui e fossero poi tornati oltre le stelle. Per quel che mi importa,
possono venire a riprenderselo.”
Unlea, pensò, ti desidero, vorrei toccarti… Unlea… Unlea… amo persino il tuo
nome, il suo fremere sulla mia lingua!
“Sarà quel che sarà,” borbottò Gawain. “Niente mi farà cambiare idea! Fino al
momento della mia vera morte, giuro davanti a te e a qualunque cosa Dio sia che
niente mi farà cambiare idea.”
Il suo respiro si era trasformato in un ansito violento, come se avesse corso a
lungo o aspramente combattuto.
“Niente!” gridò, alzandosi in piedi.
Parsifal si chiese se non fosse matto. “Allora,” riprese Gawain, tornando al
vecchio sarcasmo, “vedi dove può arrivare anche una testa di ferro come me?”
Parsifal si protese oltre il tavolo per afferrare la mano dell’amico, per salvarlo
quasi da un pericolo fisico. Restarono così, zitti, nella danza piena di luci e
ombre. Parsifal non comprese appieno il perché, ma sentì le lacrime pungergli gli
occhi. Le mani possenti restarono strette nel silenzio ormai denso di significati…
Broaditch si trascinò avanti finché la visione si macchiò di lampi purpurei e i
polmoni gli si appiattirono sulle costole. Aveva Valit aggrappato alla schiena, che
borbottava senza sosta, e sentiva la coscienza svanire…
La terraferma era solo a pochi passi quando qualcosa di grasso e freddo gli girò
attorno alla vita.
Cristo, pensò e sprofondò fino al mento nel fango liquido. Avrebbero potuto
nuotare ormai, ma c’era un occhio rosso che lampeggiava al chiar di luna sopra
un collo arcuato che era anche un corpo. Cristo, c’era mai stato un serpente simile
in un posto che non fosse nelle favole? Aveva certi denti che parevano sciabole.
Sibilava e spalancava le fauci. Valit lo vide e non strillò nemmeno, ma si esibì in
un numero acrobatico d’eccezione. Voglio andare a casa, pensava per conto suo il
cervello di Broaditch. Per Dio e tutti i santi, voglio andare a casa.
L’essere oscuro si dimenò nel fango. Valit si aggrappò con frenesia alla testa e
alle spalle del compagno e, sovrumano nel panico, balzò sulla spiaggia. Broaditch
fece appello a risorse di energia inesplorate, noncurante del fiato che gli mancava
e della carne indebolita: si sollevò dall’acqua melmosa e afferrò il collo della bestia
lanciando un urlo di battaglia inarticolato e primordiale, immergendosi nei terrori
fangosi dell’esistenza e nel loro fetore… Lo sommersero maree nere di terra,
impressioni infinite e dissolventi, dolore… Sbatté contro la riva, investito da zaffate
del fiato mefitico della palude. La mente gli urlava: No! Non così! Non dentro a
queste stupide fauci! Riuscì a puntare i piedi, poi a gettarsi in una corsa frenetica,
a tentoni, come quella di un toro ammattito, infuriato contro tutto. Raggiunse la
sommità muscosa, sferrò un pugno nell’occhio di luce rossa appena sopra le fauci
sibilanti e l’impatto lo proiettò oltre la cima. Rotolò finendo prigioniero di una
mano e di un braccio di ragno dentro l’erba alta di marcita. La mano gli si serrò
sul petto, Broaditch urlò, schizzò in piedi, si agitò per liberarsi. Valit intanto si
allontanava strisciando sulle ginocchia tra le canne fitte e fumanti di nebbia. In
uno spacco della foschia aveva scorto la figura spettrale del compagno, nera di
fango e irreale per la nebbia, balzare e torcersi in quella che assomigliava a una
danza violenta con uno scheletro vivo. Si perdette tra le felci e le canne marce.
Broaditch, travolto dal panico, immaginò che il serpente d’acqua si fosse
trasformato in quell’orrore, brancolò verso la faccia scarnita che gli ghignava sopra
la spalla con le orbite vuote e i denti luminescenti, cercò il fiato, barcollò e il suo
ultimo pensiero fu: adesso mi prende, dopo tutto… E cadde in una oscurità senza
fine, attraverso la materia inconsistente di cui è fatto il mondo…

Si svegliò e gemette: i demoni dell’oltretomba gli infilzavano spade e pugnali nel


corpo, perciò fu sorpreso di vedere che nel cielo che sovrastava le canne ondulanti
c’era ancora la luna.
Gemette e si rivoltò, strappandosi una punta aguzza dal fianco e un’altra dalle
natiche abbondanti. Stecchi, pensò, no, ossa. Era caduto e aveva frantumato lo
scheletro che la sua paura aveva animato.
Gemette e si mise a sedere, dolorante e carico di stanchezza e di afrore di
palude. Alla sua età ci voleva più tempo per ritonificare i muscoli. Sarebbero
rimasti irrigiditi per parecchi giorni.
Si guardò intorno e ascoltò, poi toccò il teschio rotto con la punta dello stivale
informe e infangato.
Bel presagio, si disse. E dove sarà finito quello sciocco? Ha detto che voleva
conoscere la vita: sicuramente aveva scoperto qualcosa di nuovo.
“Valit,” chiamò. Avrebbe preferito cento volte avere Handler con sé al posto di
quel suo figlio strano, insinuante, dalla lingua pungente.
Fino a ora ho trovato fin troppi segni. Se ne trovo un altro, sarà la mia fine.
Richiamò alla memoria l’immagine della sua casa quando l’aveva lasciata, ormai
da quasi un anno: era appena piovuto, l’aria era pulita e profumata, sopra le
colline torreggiavano le nubi schizzate di sole; lungo la strada si vedevano i covoni
del raccolto; le foglie erano folte sugli alberi; le cornamuse lontane intonavano una
danza campagnola…
Avanzò faticosamente tra le canne e il fango brodoso, accompagnato dallo
strepito delle rane e dal chiasso degli insetti.
“Valit,” chiamò più forte. Niente. Solo il frastuono si era azzittito per un
secondo. Riprese ad avanzare, domandandosi se si fosse davvero addormentato.
Aveva una fame disperata. “Valit!”
Che il diavolo ti prenda, pensò. Magari lo ha già fatto… In testa continuava a
risuonare un ritornello: dum-dum, dum-dum, dumda-da-dum…
Il terreno era ormai pietroso e sodo e Broaditch risaliva la collina che aveva
scorto dalla palude, cosparsa di alberelli miseri.
In cima rosseggiava un lumicino. Per un istante immaginò un occhio enorme,
mobile e serpentino… Socchiuse gli occhi e vide che era una lanterna dentro a
una capanna. La porta non era chiusa e sbatteva, nascondendo e lasciando
apparire alternativamente la luce fumosa.
Si avvicinò. Silenzio. Solo lo strepito costante giù nella palude e lo scricchiolio
delle cerniere di cuoio…
Entrò e fu investito da una puzza particolare che superava anche il fetore del
fango di cui era ricoperto (si era ripulito solo un poco la faccia con l’erba) e che
immaginava lo facesse assomigliare a uno scherzo di natura… L’aria era pesante
come se nella stanza avessero bruciato della carne marcescente poi abbandonata in
loco… C’era della brace nel focolare e i cannicci erano chiusi, perciò il tepore era
rimasto dentro. Su di un tavolo sbilenco si intravedevano una zucca con dell’acqua
e un formaggio crostoso. Ne frantumò una manciata e lo divorò a bocconi
ingordi, trangugiò l’acqua e si era appena ripulito la bocca col dorso della mano
che le gambe gli cedettero, così sedette sul pagliericcio gibboso e sozzo (che il
suo fango non avrebbe potuto sporcare di più) per un po’ di riposo. Si
domandava vagamente chi potesse vivere in quel luogo. Sentiva il bisogno di
uscire all’aperto alla ricerca di aria più pura… Vedeva tutto raddoppiato: al muro
posteriore erano appese forme scure che assomigliavano a corpi scuoiati…
carne… non c’era nemmeno una parvenza di finestra… Aveva ancora gli occhi
aperti…? Attese un po’ troppo per esserne sicuro e la sua ultima impressione fu
che dalla porta lo guardassero due occhi rossi e pensò: ma c’è solo una fiamma…
poi fu inghiottito dall’oscurità.

Notte. Alienor e i bambini erano ammucchiati intorno a un falò con una dozzina
di altri rifugiati. Piovigginava e faceva freddo. Erano in parte protetti dai pini che
sovrastavano la strada. La luce aranciata e lontana delle fiamme imitava
minacciosamente l’alba.
Stava succedendo davvero. Ormai lo aveva accettato. Da quanto aveva udito
lungo la via, in tutto il paese erano apparse bande armate di uomini e di cavalieri,
nessuno era più al sicuro e, come disse uno dei fuggiaschi, nessuno sapeva chi
combatteva e perché.
Stavano tutti rannicchiati e infelici. Nessuno parlava molto. Di fronte ad Alienor
sedeva un frate di mezz’età dall’espressione mite. Continuava a leccarsi le labbra e
a scuotere la testa davanti alla fiamma.
“Cosa non hanno visto i miei occhi in questi giorni,” disse. “Ah, cosa sono stati
costretti a vedere…” Scosse il capo. “Confesso… confesso che oggi Cristo è
diventato solo una parola per me… nient’altro che una parola… non potevo
nemmeno pregare che la lingua mi si incollava al palato…” Scosse la testa,
perplesso. “Non riuscivo nemmeno a pregare…”
“Che disgrazia, prete,” disse un uomo dalla faccia lunga, severa e frugale, occhi
slavati e naso a becco, che Alienor, stretta ai suoi figli appisolati, vedeva di profilo.
Il frate sospirò senza alzare lo sguardo sul contadino sporco di sangue.
“Già,” riprese l’uomo all’improvviso. “Voi preti che vivete sempre tra i sogni.
Cosa sai, vecchio baciapile? Cosa hai imparato, oggi, eh?”
Alienor capì che la rabbia non era diretta al vecchio prete, ma era una passione
senza speranza, una furia che non si aspettava di ritorno che la propria eco.
“vecchio baciapile, perché non sogni di essere tornato nella tua vecchia chiesa,
bello caldo e tranquillo, con Gesù che ti benedice il vino, eh?”
“Lascia perdere,” intervenne Alienor.
“Lasciarlo perdere? Perché prima non chiama Gesù Cristo a trasformare queste
pietre in pane? O a restituirmi la moglie, il figlio e il fratello… già, come ha fatto
col suo socio Lazzaro. Lasciarlo perdere!”
“Oh, amico, lascia che sogni i suoi sogni. A te non fanno male.” Dio sa quanto
tutti ne avremmo bisogno…
“Che si svegli! Che sappia che tutto ciò che avevamo non esiste più, che è per
sempre in cenere. Sì, che si svegli, il vecchio bastardo dalla pancia piena!”
“Non imprecare contro un sant’uomo,” intervenne un contadino.
“Non riuscivo a pregare,” ripeté il frate. Aveva gli occhi spalancati, lo sguardo
stupefatto. Come se, pensò Alienor, paternostri e avemarie potessero rimettere in
sesto il mondo… no… lei capiva che se il vecchio avesse potuto pregare sarebbe
stato al sicuro. E di Dio ce n’era abbastanza per impedire quanto era accaduto.
Bah, mi arrovello come il mio povero marito, quasi che i miei pensieri fossero
più importanti che trovare patate e un rifugio per l’indomani… Ma non perderò i
miei piccini, finché avrò un filo di respiro…
L’uomo dalla faccia severa sputò nel fuoco.
“Rispetta ciò che è santo,” ripeté il contadino, stringendosi nei suoi stracci.
“Sono rimasto senza parole,” ripeté il frate, e serrò le mani convulsamente.
Alienor pensava alla strada da prendere. Il gruppo non era sicuro. C’erano
soldati dappertutto e chi sapeva (o si curava di sapere) da che parte stare? Le
avevano detto che i pagani erano spietati, veloci… Doveva uscire allo scoperto e
trovare un sacco di cibarie, poi tenersi nella foresta fino vicino a Londra… Se non
avesse trovato suo marito… no… adesso non doveva pensarci. Il cibo aveva la
precedenza. E sarebbero sopravvissuti. Era decisa, quasi feroce: sarebbero
sopravvissuti, per Cristo, con o senza preghiere.

Wista era tornato con Frell nella propria camera. Aveva convinto la ragazza a
stendersi per riprendersi un poco. Lui sedeva sullo scranno ai piedi del letto.
Le finestre davano sul cortile interno. I fuochi delle guardie illuminavano le mura
massicce e le nubi nascondevano in parte le stelle.
“Stai meglio?” domandò.
“Diamine, penso di sì,” replicò lei. “Sono molto nervosa, come mia madre. Mio
padre ci prende sempre in giro…”
“Vuoi una coppa di vino o una tisana?”
“No, ma grazie, messere. Per adesso sto bene così. Ah, che ne sarà di noi con
tutte quelle cose tremende…”
“Non pensare a questo, ora,” disse Wista. Teneva d’occhio il cortile. Una serata
abbastanza normale, senza segni di possibili attacchi.
“Quando farai la veglia dell’iniziazione?” domandò lei.
Wista si soffregò il naso. Gli prudeva, forse si sarebbe preso un raffreddore.
“Mmm?” rispose distratto.
“Ti ho chiesto quando verrai fatto cavaliere. Un tipo che conosco, Sir John of
Laberdee, ha ricevuto l’armatura quando aveva solo sedici anni, ed era forte e
bello, un vero Tristano e…”
“Perché non mi è giunta eco della sua fama?” replicò Wista, vagamente
infastidito.
“Forse perché è morto.”
“Con molta gloria?”
“Ahimè, fu ucciso da una capra.”
“Da una capra? Dalle corna di una capra?”
“No, dalla sua carne che mangiò al campo del torneo e su cui aveva battuto per
tutto il giorno il sole d’agosto. Egli…”
“Silenzio,” disse Wista, cercando di vedere qualcosa nel cortile: era Lohengrin. Si
era allontanato da sette ore e adesso emergeva da un passaggio ad arco dall’altra
parte del cortile. Chissà perché si era aspettato di vederlo uscire proprio di là…
“È solo,” mormorò.
“Chi?”
“L’hanno risparmiato.” Provava sentimenti confusi. Da una parte era sollevato e
accettava di rispettare quel demonio a sangue freddo, sarcastico e sfacciato,
dall’altra sentiva una inquietudine triste perché sapeva che si sarebbe lasciato
trascinare nell’oscurità che percepiva sul loro cammino…
Il fratello maggiore di Wista era un ottimo prete e insieme avevano discusso
molte volte di religione e cavalleria. Doveva a lui la sua educazione. Perciò aveva
capito che Lohengrin lo aveva preso con sé non tanto, come credeva la sua
famiglia, per prepararlo all’investitura, ma perché voleva influenzarlo e distruggere
ciò in cui Wista credeva o a cui aspirava. E perciò, dato che era un giovanotto più
duro e ostinato di quanto apparisse, restava e resisteva al suo maestro putativo,
frustrandone le intenzioni.
“Dove vai, Wista?” domandò lei, vedendolo dirigersi alla porta.
“Non dovresti essere con tua sorella?” domandò lui, di rimando.
“Immagino di sì…” Parve depressa. “Volevo parlare con te, io…”
Wista esitò sulla porta. Perché le resisteva? Non era sicuro. Pareva una faccenda
tanto insignificante e lei era carina, amichevole… una faccenda insignificante e
forse un gran sollievo e un piacere… Era virile lasciarla andare?
“Ti rivedrò più tardi,” disse, salvando capra e cavoli, e uscì di corsa, sentendosi
all’improvviso coraggioso e ansioso di affrontare Sir Lohengrin il Duro.

Quando Wista arrivò, il Duro era già nell’appartamento privato. Il chierico del
vecchio duca (un laico semiconsacrato, mezzo calvo e vestito di nero) se ne stava
accanto allo scrittoio sgombro e reggeva una lunga pergamena, osservando tra sé
per la millesima volta, con naturale superiorità, che quegli scrittoi erano sempre
sgombri perché le menti dei cavalieri erano sgombre di sapienza. Lohengrin si era
abbandonato nella sedia dall’alto schienale ma, notò Wista, una volta tanto non
appoggiava i piedi sul tavolo. Gli parve anche che fosse molto pallido e che avesse
gli occhi meno penetranti.
“Portami tutti gli elenchi e le registrazioni,” stava ordinando Lohengrin, “e i
documenti contrassegnati dalle insegne araldiche col falcone in catene.”
“Ma, mio signore, l’ultimo duca…”
“Portali,” disse Lohengrin, come in sogno, e mormorò qualcosa all’uomo, che
Wista non poté udire. C’era qualcosa di nuovo nel suo signore: il senso d’attesa
era scomparso. Pareva deciso, fiducioso, accorto. Il chierico si allontanò in fretta.
“Ebbene, ansioso Wista,” disse Lohengrin, col suo sorriso da pescecane, “pare
che le tue preghiere abbiano avuto ascolto.”
“Quali preghiere, signore?”
“Quelle per la mia salvezza. Altrimenti, o Dio non c’è del tutto, oppure mi ama
anche se sono il cocco del diavolo.” Sorrise di nuovo, mostrando i denti. “Hai
pregato per il tuo povero signore, giovanotto?”
“Ho sperato che non vi ammazzassero.”
“Non ci sbilanciamo, eh?”
“Ho sperato che non vi facessero del male. E spero ancora che possiate
convertire il vostro cuore…”
“Wista, Wista.” Lohengrin scosse il capo zazzeruto. “Impugni bene la lancia e
sai che fare della spada, e ieri mi ero deciso a mandarti dai cavalieri della santa
croce perché hai l’anima di un prete. ‘Si spegnerà l’ardore coi voti,’ mi sono detto.
È vero, Wista, hai l’occhio di un fanatico.”
Sorprese Wista che il suo signore avesse pensato tanto a lui. O forse era uno
scherzo per confonderlo. “Signore,” disse cauto, “ciò è accaduto ieri. E oggi?”
“Oggi?” Gli occhi neri parvero appannarsi. Lo scudiero percepì nel suo signore
una maggiore concentrazione. “Oggi il mio animo è mutato, ragazzo, il mio
animo è mutato.”
“A causa degli uomini che sono venuti a prendervi?” “Oggi,” disse Lohengrin
con lo sguardo perduto lontano, “oggi sono stato dove finisce il mondo.”
“Mio signore.” Wista chinò la testa, turbato. Che cosa era accaduto?
“Oggi sono nuovo,” riprese Lohengrin, rivolto soprattutto a se stesso, sentendo
ancora tremare le sue fibre più intime. “Mi sento come una lama ottusa che è
stata affilata…” Fissò lo sguardo in quello di Wista quasi con ferocia. “Ed ecco
perché non ti lascio più andare. È troppo tardi, ragazzo mio che leggi la Bibbia.”
Si alzò, afferrò il ragazzo per il braccio, affondando le dita d’acciaio nella carne.
“Ti voglio come lui ha voluto me.”
“Lui? Che significa?”
Pareva che Lohengrin non lo vedesse; nei suoi occhi neri danzava la fiamma del
focolare.
“C’è davvero un fine.” La voce gli risuonava incredula, eccitata e sollevata. “C’è
un mondo possibile per gli dei e i giganti… Io sono nato per questo, perché mi
fosse mostrato. Sarà terribile, più di quanto tu possa immaginare, Wista,” disse
quasi con tenerezza al ragazzo preso nella sua morsa. “Da quella fucina uscirà
una bellezza… una bellezza…” Scosse il capo perché non trovava le parole. “Lui
me l’ha mostrato.”
“Chi vi ha mostrato, signore?” Si rese conto di non essere stato udito e che la
stretta gli intorpidiva il braccio. Poi entrarono nella stanza molti uomini con
l’armatura e Lohengrin mise il ragazzo da parte.
I nuovi venuti parvero a Wista enormi e minacciosi. La loro sola presenza lo
opprimeva, la penombra della stanza divenne soffocante. Erano torvi, alcuni
barbuti, e il bagliore del fuoco si rifletteva rossastro sulle armature, sfiorava i loro
visi.
Lohengrin parve affascinato.
“Benvenuti, miei signori,” disse, “benvenuti!” Sorrideva ora, in quella maniera
inconsapevole e conturbante. Era felice, pensò Wista. Cominciava a comprendere
quale sarebbe stato il proprio ruolo in quella faccenda, percepiva qualcosa a cui
non avrebbe potuto opporsi passivamente: se non sei contro di me, sei con me…
Per un istante vide quasi un’immagine, l’ombra fuggente di un’ombra che si
rizzava con zanne rosse, urla, follia, sangue fumante… un paesaggio di laghi
vermigli e colline carbonizzate e figure rachitiche che fuggivano o
guerreggiavano… ceneri amare dove soffiava il vento… un mondo soffocato che
bruciava senza fiamma. Scosse il capo per scacciare le immagini e osservò il suo
signore chino sullo scrittoio, circondato dai nobili vassalli: uno basso in maglia
opaca, fortemente claudicante (Lord Gobble); un altro alto e grasso (Lord
Howtlande) con l’armatura elaborata, splendente d’oro e di rubini, il naso sottile a
becco in mezzo alla carne flaccida del viso; e altri, ammassati intorno al duca
come un muro d’acciaio.
“Non voglio diventare cavaliere,” sussurrò. Indietreggiò e uscì dalla stanza
ricordando la domanda di Frell. “Resterò qui tuttavia, anche se non so ancora il
perché. Non fuggirò da tutto questo,” giurò, “non fuggirò.”

“Lui sa,” disse Unlea. “Il suo servitore l’ha detto alla mia ancella. Ne parlava al
suo ciambellano e il servitore l’ha udito.” Passò a Parsifal un piatto di legno con
un pezzo di cinghiale arrosto. La tavola lunga era rivestita di lino verde con
stoviglie d’argento e d’oro. Con la giornata chiara e non troppo fredda, la tavola
era stata imbandita sotto le piante. A parte i servi e una matrona dall’aria stanca,
era presente solo un paggio dalla faccia rossa e gli occhi strabici il quale (pensò
Parsifal senza poterne essere sicuro) li doveva sorvegliare segretamente. “Lui sa,”
ripeté la donna.
“Ma guarda,” borbottò Parsifal. Si stupiva di accettare quel fatto con semplicità.
Doveva accadere e una parte di sé, per pura follia, desiderava che lo sapessero
tutti.
“È quanto hai da dire?” ribatté lei, spalancando gli occhi.
Lui spinse il piatto da parte. “Non mi piace più la carne. Ho passato troppi anni
tra i monaci.” O era il sangue di sua madre che gli scorreva nelle vene?
“Be’,” ribatté lei, in tono basso e seccato, “sarebbe forse stato meglio per me se
non ti fossero piaciute più anche altre cose.” Non sorrise e non era da lei.
“Vuoi che me ne vada?” domandò Parsifal e per un attimo considerò davvero di
farlo. Ci sarebbe riuscito?
Lei scosse il capo e giocherellò con l’ala sbocconcellata del piccioncino allo
spiedo.
“Che ne sarà di noi?”
Parsifal appoggiò le mani aperte sulla tovaglia e si studiò le nocche grinzose.
“Non so,” rispose.
“Tu non puoi restare,” disse lei, col pianto negli occhi.
“Nemmeno tu.”
“Zitto,” gli sussurrò, alzando gli occhi.
Stava arrivando Prang attraverso il campo grigioverde. Giunto alla tavola salutò la
matrona, poi Unlea. Parsifal ne avvertì la freddezza.
“Allora, Prang?” volle sapere, cauto.
“Ha detto di chiedere a voi,” replicò il cavaliere, ambiguo.
“Chi? E chiedermi che cosa?” Bonjio? Il cuore gli batté più in fretta.
“L’ho sfidato.”
Prang sembrava lontano, arroccato in sé, ottuso. Cosa lo arrovellava? Era molto
orgoglioso e, come altre persone orgogliose che Parsifal aveva conosciuto, era
sensibile soprattutto a se stesso. Gli venne in mente una storia che Prang aveva
raccontato mentre si dirigevano lì, qualcosa sul padre… sì, il padre di Prang
suonava e cantava, era un abile poeta, ma debole con la spada, ed era stato ucciso
in un torneo… Prang aveva dichiarato che un uomo deve saper fare una cosa
sola, ma al meglio… Era orgoglioso e deciso… sensibile all’insulto anche dove
non era inteso.
“Dovevi avere una buona ragione,” concesse Parsifal. “Chi è lo sfortunato?”
“Il vostro compagno Gawain. Ma lui ha detto che dovevo rivolgermi a voi
altrimenti non mi avrebbe affrontato… Non capisco.”
“Perché l’hai sfidato? In che cosa ti ha offeso?” Per un istante temette che fosse
diretto a lui, ma no, ora si fidava di Gawain.
Prang affrontò impassibile lo sguardo di Parsifal.
“Intendo provare la sua abilità.”
“E credi che la sua età ti darà un vantaggio?”
“Ha detto di domandare a voi. Volete rispondere?”
“Di che si tratta, Prang?” Il ragazzo gli piaceva. Era onesto, forte,
benintenzionato… Era incredibile, ma un giorno era venuto per ucciderlo, pagato
da qualche duca di cui non aveva detto il nome per ragioni sue; Parsifal non si
preoccupava più di congiure e congiurati. Prang si aspettava che lui radunasse
uomini per vendicarsi di Lancillotto e trovare il duca sulla base delle sue
allusioni… Ma lui voleva una nuova vita, lontana da quelle cose, con Unlea, e
seppellire il suo passato… una nuova vita e Prang sarebbe venuto a condividerla…
“Volevo imparare da voi,” disse Prang. “Forse imparerò da Gawain.”
“O ti farai rompere la testa.” Ecco che cos’era: Prang si sentiva messo da parte.
Sapeva che Parsifal lo aveva raccomandato ai conte. Si sentiva non voluto… Era
successo così anche a suo figlio? Che anche Lohengrin fosse andato via per fargli
dispetto? Ricordava… Lohengrin a tredici anni, magro, scuro, ritto e
meditabondo sotto la pioggia, i capelli neri e selvaggi incollati alla testa, la faccia
rigata da gocce di pioggia e lacrime. Il ragazzo era arrivato di corsa dal torrione e
sua madre, Layla, attraversava il cortile per raggiungere il figlio furibondo e che
urlava: “Perché non rispondi? Tu non rispondi mai a nessuno.”
E Parsifal: “Devo andare, è mio dovere.”
“Dovere una merda!”
“Lohengrin,” aveva gridato la madre.
“Non ti importa niente! Non ti importa niente della mamma!”
Che diceva quel ragazzo? Doveva capire, ne aveva l’età, Layla gli avrebbe
spiegato. “Torna indietro con tua madre!” gli aveva urlato. “Non ho tempo per
queste cose.”
“Non hai mai tempo, tu,” infuriò il ragazzo. “Perché non vai ancora a cercare il
Graal, stupido pazzo! Pazzo…! Pazzo…! Pazzo!” Layla lo aveva raggiunto e lo
aveva schiaffeggiato, con uno schiocco liquido, risonante. Lohengrin aveva
continuato a urlare. “È matto! Lo sanno tutti! Lo sanno tutti…” “Prang, non
commettere questo errore.”
“Per chi di noi è un errore? Si dice che abbia una manica vuota.”
“Gli manca solo una mano, ma il suo unico braccio vale più di due dei tuoi,
ragazzo.”
Unlea li studiava.
“Che danno ci può essere in un incontro amichevole?”
“Amichevole quanto? O mi sbaglio?”
“Un combattimento è un combattimento,” disse Prang.
“Ebbene, evitalo, Prang. Non sei pronto per un avversario simile. Ho accettato di
insegnarti e tu hai accettato di darmi retta, così…”
“Partiremo da qui insieme?”
“Io…” Parsifal guardò Unlea. E Prang, di nuovo. “Ne parleremo dopo,” disse
debolmente. Non c’era scelta. Lui e Unlea dovevano restare soli, anche se per
qualche tempo. Il giovanotto avrebbe capito che era un caso speciale: ne
dipendevano il suo futuro, il suo cuore, la sua anima…
“Capisco,” disse Prang, distante.
Ne va della mia anima, pensò Parsifal, non ho scelta…
Sfiorò il braccio di Prang.
“Ti voglio molto bene,” disse, “non dubitarlo mai.” Il giovanotto lo guardava e
basta. “Ne parleremo dopo,” concluse Parsifal.
Poiché ne va della mia anima…
Prang non disse niente. Lasciò che gli stringesse il braccio e lo fissò attentamente
in faccia.
È vero, pensò Parsifal allontanandosi, ne va della mia anima… è vero…

Però non ne parlarono più. Non ci fu tempo. Presto quella mattina Unlea uscì di
nascosto dalle sue stanze per incontrare Parsifal nella sala da cucito e attraversò a
piedi nudi le sale fredde. Il desiderio scusava tutto: ma no, perché scusare avrebbe
suggerito l’esistenza di un torto e, in realtà, c’era solo il desiderio. Non era più se
stessa. Membra e cuore erano mossi dal capriccio di lui (suscitato solo
dall’amore), perciò non c’era nessuno da scusare. Unlea accettava questo fato con
uno strano ardore, tanto che persino l’ombra di predestinazione che infestava
quelle sale e la sua coscienza quotidiana non era per lei più che la morte per un
martire, il quale è immerso nell’immagine e nella luce sacre come una falena in
quelle fatali della fiamma… Non era perciò lussuria, che l’avrebbe resa cauta, ma
un richiamo, una necessità del sangue e dello spirito, una lotta per la stessa vita,
come chi annega anela alla beatitudine e al sollievo infiniti del respiro…
raggiungeva il desiderio di lui di riempire la carne e la mente e, superata la
soglia, serrato a metà il catenaccio, si strappò la tunica e si gettò ardente, feroce
eppure senza forze nell’abbraccio di lui, violento, tenero, spaventato, frenetico…

Nessuno dei due udì aprirsi la porta o un passo nella stanza stretta. Giacevano
nudi e silenziosi in un groviglio di rotoli e involti di sete e di sciamito, imbottiture
e trapunto da cucire, così morbidi che in certi momenti Parsifal non era riuscito a
distinguere il punto d’incontro tra la nuvola su cui si trovavano e il mondo che li
circondava. Ora tornavano a se stessi e al tempo comune.
La voce di lei sussurrava: “Non mi importa… non mi importa… ogni altro
istante non ha vita per me… esisto solo in questo, amante mio, e nient’altro mi
importa…”
Il suo amante era ancora avvolto nel sogno: l’erba gli cresceva sino alla vita e vi
scintillava un oro delicato; il cielo era color di rosa, l’aria si condensava
nell’arcobaleno e nei prati infiniti tintinnavano i bocci delle viole; si sentiva il
corpo fluido e senza peso… poi percepì qualcosa alle spalle. Si voltò e vide una
forma nera e rossa come il ferro rovente, una parvenza d’armatura massiccia,
membra arcuate e contorte, armi annerite che avvelenarono la scena e fecero
appassire fiori ed erbe col loro scolo rovente.
Il grosso rospo acquattato balzò su di lui, e pareva gridasse: “Muori ora! Muori
infine! Muori col tuo segreto!”
Si svegliò, affannato, dicendo parole che non capiva: “Sei il mio riflesso? Sei…”
E si trovò faccia a faccia con un uomo alto che reggeva una lanterna.
Una voce maschile, comprensiva e cinica, diceva: “… io non sarei così pazzo da
restare nella caverna dell’orso a mangiargli il miele.”
“Gawain.”
“Quanto poco sei cambiato. E non hai ancora imparato ad apprezzare i miei
giochi di parole, le battute, i sottintesi.”
“Che cosa intendi?” intervenne Unlea col suo senso pratico.
“La cosa più difficile: darti un consiglio.”
“Consiglia, allora,” disse Parsifal, mettendosi a sedere.
“Ogni volta che ci incontriamo cavalchi lo stesso destriero,” commentò Gawain
scuotendo il capo. “Anche coi tuoi doni, o Sansone, qui non hai possibilità di
vincere, ci sono abbastanza uomini da farti a pezzi. E se fuggi, che ne sarà di
lei?”
“Avevo la testa confusa,” ammise Parsifal. Si rivolse a Unlea: “Hai detto che
sapeva.”
“Sì.”
“Perché hai perso tempo e sei restato?” Gawain era perplesso.
“Non lo so.”
Unlea si strinse al suo amante, senza vergognarsi di essere nuda.
“Ebbene,” sollecitò Gawain in un sussurro intenso, “vi dico di fuggire! Fuggite,
in nome di Dio.”

Cavalcò con loro fino all’alba, che apparve mentre superavano l’alta collina. Il
castello era rimasto indietro nella lunga valle sottostante.
Gli amanti erano partiti coi cavalli e una mula con poco carico prezioso. Si
fermarono nell’attimo in cui il sole saliva: rosa delicati e azzurri pallidi, frammenti
di nuvole striate, rosso, oro, le foglie verdi, il silenzio senza respiro delle prime
luci…
“Eccoci,” disse infine Gawain, “buon viaggio, anche se, dopo tutto, siete matti
come cavalli.”
Parsifal allungò la mano e afferrò quella nuda dell’altro.
“Che ne sarà di te, amico mio?” domandò.
L’unico occhio di Gawain lo fissò tranquillo da sotto il burnus improvvisato.
“Non ho intenzione di girovagare e combattere fino alla fine dei miei giorni,”
ribatté Gawain pensieroso.
“Io nemmeno.”
“Penso però che non potremo sfuggire a ciò che sta per accadere. Ti troverà,
Parsifal l’amante, in qualunque luogo tu vada.”
“Non voglio più combattere. Mai più.”
Gawain annuì. Parsifal gli lasciò la mano.
“Tu vuoi l’amore,” disse Gawain. “Ma anch’io voglio qualcosa e non mi lascio
scoraggiare.”
Unlea guardava la valle fluida, argentata dal mattino.
Il sole scavalcava la nebbia con un fiume di luce. Buona fortuna, pensò. Poiché
non so spiegare cosa faccio… e ti voglio molto bene, marito mio… Sentì le
lacrime pungerle gli occhi. Oh, buona fortuna e non odiarmi… non odiarmi,
signore…
“Se lo conquisterò,” concluse Gawain, voltando il cavallo per tornare, “prometto
di fartelo sapere.” L’occhio gli rideva nell’ombra velata della faccia. “In questo o
nell’altro mondo.”
“Aiuta il giovane cavaliere,” disse Parsifal mentre si separavano, “me l’hai
promesso.”
“Impegno ancora la mia parola.” E si diresse giù per il lungo pendio ripido,
immergendosi nel buio della collina.
Parsifal guardò dinanzi a sé. Gli alberi erano più radi e la vista si allargava chiara
sui boschi con l’impronta dell’autunno, sulla lunga curva ondulata del fiume, sui
campi molli e scintillanti, verso l’ultima foschia dell’acqua tra le colline lontane…
Non ho che una vita, pensava, e nient’altro da spendere… nient’ altro…
Questa volta doveva essere tutto, niente che risultasse soltanto piacevole, sentito a
mezzo, parzialmente inteso; questa volta doveva ardere, assaggiare e gustare
totalmente ogni cosa… ogni cosa…
Guardò la donna a cui il sole più brillante accendeva il miele del viso. Le
scintillavano i capelli sotto l’ala ampia del cappello da viaggio, le labbra tanto
amate erano schiuse e le assaporò con gli occhi. Sì, pensò, ogni cosa… Allungò la
mano e prese quella di lei. Cavalcarono insieme in silenzio…
LIBRO TERZO
Quando Broaditch si svegliò, la porta era chiusa. Era disteso sul pavimento
d’argilla, nudo e duro, con gli abiti rigidi di fango. Doveva essere rotolato giù dal
pagliericcio. Sbatté gli occhi, grugnì, si stirò… il vento soffiava e gemeva dentro la
gronda… Gli sarebbe piaciuto essere accanto ad Alienor e pensava alle cose che
avevano condiviso, allo spirito pungente di lei… Dovette scuotere la testa più e
più volte prima di riguadagnare la coscienza di essere sveglio. Annusò carne
rosolata e si accorse di avere molta fame. Si tirò su. Non aveva un solo osso o
muscolo che non dolesse. Gli era anche tornato il male al collo. Sospirò e
cominciò a massaggiarselo, ruotandolo piano. Si fermò e fissò la cosa che
certamente era il suo ospite: la luce del giorno e una ventata fredda erano entrate
dalla porta spalancata insieme con un uomo straordinariamente rotondo, con due
corpi morti e sanguinolenti gettati sulla spalla (che solo più tardi Broaditch scoprì
essere due capre adulte). Broaditch fu certo che il grassone fosse morbido
ovunque, che ogni colpo, ogni attacco, sarebbe rimbalzato senza lasciare segno.
La faccia era rotonda, il naso a bulbo, la bocca pareva una “ O” circondata di
grinze. Un occhio era orlato di rosso, perpetuamente spalancato, stupefatto e
furibondo; l’altro una macchia di tessuto cicatriziale infiammato e pieno di croste.
La testa calva scintillava. Una raffica di vento si infilò dalla porta sollevando una
nuvola di polvere fumosa e facendo contorcere la fiamma. L’uscio venne richiuso
di schianto.
“Buongiorno,” disse speranzoso Broaditch, senza alzarsi. “Che Dio ti mantenga,
buon uomo, lo mi chiamo Broad…”
“Che importa a Balli il nome di un ladro?” La creatura possedeva una voce
acuta, irritante, lagnosa.
“Chiedo perdono,” proseguì Broaditch, tirandosi faticosamente in piedi, “ma
sono uno straniero buttato a riva dal mare e questo era il solo rifugio che ho
trovato, perciò…”
Balli non tollerò altro. Mirò un pugno alla testa dell’intruso e colpì. Broaditch si
salvò l’osso del naso solo grazie ad anni di addestramento e a una naturale
prontezza. Balzò indietro e sentì il sangue schizzargli sulla faccia, si sentì
soffocare, barcollò, andò a sbattere contro la parete posteriore.
“Bastardo!’’ gridò, sputando il sangue e stringendosi il naso che gli si gonfiava
tra le dita.
“A Balli che importano le menzogne?” domandò l’essere rotondo. Gettò le due
capre in un angolo della catapecchia e con quella sua velocità fluida si diresse al
focolare dove una capra intera rosolava nel proprio grasso. Si acquattò, strappò
brani di carne e se li ficcò in bocca (Broaditch si chiese come potesse sopportarne
il calore), trangugiando, leccandosi le dita con tanta avidità che sembrava si
succhiasse dentro il cibo, seppellendo la faccia tra gli intestini fumanti, aspirandoli
in lunghezza, tanto che parevano i suoi.
Broaditch era così stupefatto che non pensò subito a fuggire. Lo disturbavano
più i rumori dell’uomo-palla che il naso ammaccato, che comunque aveva smesso
di sanguinare. Si raccolse sulle gambe piegate e scattò verso la porta nel momento
in cui il mostro si abbassava per immergere la testa nella carne. Balli, con l’ultimo
tratto di colon fuori della bocca, bloccò la porta mentre il fuggiasco tentava di
spalancarla e proiettò il quintale e passa di Broaditch dall’altra parte della
stamberga. Il budello, come uno spaghetto gigante, risalì per le labbra untuose e
sparì.
“Balli sa come trattare coi ladri,” disse il mostro.
Broaditch non ne dubitava. Sospirò. Questa volta aveva picchiato la testa contro
le tavole, aggiungendo anche il mal di testa all’elenco dei suoi tormenti.
“Ascolta, Balli,” disse, dopo aver ripreso il fiato, cercando di convincerlo a
essere ragionevole, “non potremmo parlarne da uomini?”
L’unico occhio, tondo, vitreo, offeso, lo sbirciò da sopra le dita infilate nella
bocca stretta e tonda.
“Non temere,” dichiarò Balli. “Faremo presto il processo.”
“Il processo?”
Ma Balli, rigirando con la lingua gli ultimi sapidi bocconi, stava posando le
natiche immense sopra un secchio, liberando una spira di escrementi che per
dimensione, lunghezza e fetore diedero a Broaditch la visione di qualcosa di cui
solo il grande Omero dei greci (sulle cui opere tradotte aveva faticato quando
imparava a leggere) avrebbe potuto trattare adeguatamente…
“Maria, salvami,” mormorò. “Un processo?”

Valit era accoccolato sul fianco e spiava attraverso uno schermo di pini miserevoli,
oltre il gregge di capre lente, la catapecchia sgangherata e senza finestre in fondo
al pendio. Vi aveva appena visto entrare un essere gigantesco che dondolava due
carcasse come se fossero coniglietti.
Si disse che quello era il momento di battersela. Tutto considerato non era
superstizioso, ma la vista di Balli gli aveva suscitato alcuni semplici dubbi: se i
troll esistevano, quello ne era un esemplare. La cosa più sensata da fare era darsela
a gambe, puntare all’interno e tornare a Londra. Tanto per cominciare, era stato
un somaro a seguire Broaditch. Si era preso un colpo in testa, era quasi affogato,
era stato attaccato dai serpenti… Bestemmiò e sospirò, giocherellando con una
manciata di aghi di pino che ridusse in polvere. E dove l’avrebbe condotto quel
colono di mezza età? Che profitto avrebbe ricavato, alla fine? Una scelta da
sciocco era stata, senza dubbio… Eppure, il vecchio aveva intelligenza… lui la
riconosceva quando c’era. A volte gli pareva proprio di cercare pietre preziose
nell’orinale… Pensa a come sarebbe stato facile se fossi nato nobile, ragionò.
Tuttavia, la mia fortuna si può fare in qualsiasi momento se sto attento e so
aspettare… Ma una cosa è certa, che non la farò tornando dal mio babbo e con
quella manica di ignoranti… Annuì, d’accordo con se stesso. Meglio continuare
con il vecchio, dopo tutto. Lo diceva la logica… Comunque, la notte prima, da
dove giaceva esausto sul pendio, aveva scorto Broaditch entrare nella capanna…
Si alzò. Sentiva male dappertutto, ma era tollerabile. E aveva fame. Dal
comignolo fumoso usciva l’odore della carne sul fuoco. Considerò pigramente che
forse l’uomo-troll stava cucinando il suo compagno…
Qualche capra si era avvicinata agli alberi e una femmina dalla pancia gonfia
lavorava di mascelle nella luce macchiettata.
Latte, pensò Valit. Già. Aspetta e sta’ a vedere. Forse non era pericoloso. Lascia
passare un po’ di tempo. Non doveva pensare di aver paura… Poteva rimandare il
tutto di qualche ora. Non c’era senso a trottare giù in piena luce. Solo qualche ora
per rendersi conto della situazione… Così si mosse furtivo verso la capra, evitando
con cura di considerare il problema più serio…

A quanto pareva, Balli era soprattutto un nottambulo. Si sistemò per dormire col
dorso mostruoso contro la porta e presto cominciò a russare. Quel suono e la
puzza del secchio insozzato sarebbero bastati a spingere Broaditch alla
disperazione. Osservò per qualche tempo il cranio tondo e stranamente liscio. La
“O” arricciata della bocca aspirava l’aria con un ritmo bizzarro e irregolare così
che, di tanto in tanto, il prigioniero era quasi sicuro che Balli fosse morto… fino a
che la successiva presa d’aria annientava ogni speranza…
E se dovesse crepare là, rifletté Broaditch, sarei costretto a praticare un foro
attraverso quella carnaccia. Non riuscirei mai a spostarlo.
Anche se fosse riuscito a rubare a Balli il suo coltello, dubitava che sarebbe
riuscito a penetrare fino a toccare un organo vitale. Con tutta la ciccia e la
cotenna… Cosa vorrà da me quella montagna deficiente? È dunque questo che
voglio: essere macellato da una oscenità?
Forse era un’altra prova. Che idea! Dopo il dramma del mare e lo strazio
dell’attraversamento della palude interminabile e della lotta col serpente, che
dovesse finire vittima di una montagna di rabbia stupida, smerdante e ingorda!
Fissò l’occhio chiuso, il tessuto cicatriziale che pareva creta modellata sull’orbita a
fianco.
Se non pesa due quintali e mezzo, sono un signore… E adesso che ti accadrà,
Broaditch, messaggero degli dei? pensò, con tutta l’autoironia di cui disponeva.
Tanto valeva dormire e affrontare il “processo” meno acciaccato.
“Quale sarà la pena,” domandò, “alla tua piccola assise?”
“Che cosa dice?” Balli parve interrogare un compagno invisibile.
“Al processo. Cosa mi succederà se vengo giudicato colpevole?”
“Hmm? Balli sa. Lui sa… E i ladri lo scopriranno presto… molto presto…”
“Che cosa fai qui?” domandò Broaditch per motivi che riteneva senza speranza.
Comunque ci provava.
“Fai?”
“Tieni le capre?”
“Balli tiene molte capre.”
“Hai visto il mio compagno?”
“Tiene molte capre?”
A questo punto, Balli si era seduto con la schiena alla porta.
“C’è un villaggio qui vicino?” insistette Broaditch.
Il suo carceriere alzò le spalle.
“Balli sta qui. Mangia, smerda, dorme. Che altro?”
C’è stato un tempo, considerò Broaditch, in cui assomigliavo a questo bruto più
di quanto mi piaccia ricordare… Maria tutta pura, aiutami nel bisogno! Sospirò e
si rigirò stancamente. Strisciò, cercando di avvicinarsi alla pelle in cui era avvolto
il formaggio. Cosa sarà accaduto a quello strano figlio di Handler…? E che
dovrei fare…? Vagare tutta la vita in attesa di un segno…? Sterco e sangue, devo
andare a casa! Sono forse un mentecatto…? Sospirò, esasperato. Do retta ai
vecchi in barca che parlano per enigmi… Perché mi lascio sempre prendere con
un pezzo di spago, come un gatto? Possibile che debba sempre correr dietro a
qualcosa solo perché si muove…? Scosse il capo. Devo aspettarmi qualche cosa,
ma che cosa… che cosa? Fissò il sacco di carne inerte che bloccava l’uscita. È
come il tappo di una bottiglia… Dio, mandami un cavatappi! Sospirò di nuovo e
chiuse gli occhi, frustrato.

Al tramonto, Valit si costrinse a scendere dal pendio. Senza affrettarsi. Non sapeva
perché né cosa avrebbe fatto. Bussare, chiamare… dare un’occhiata… sì, quello
aveva un senso. Non c’era motivo di buttarsi ciecamente… Sentiva che qualcosa lo
trascinava, ma il cervello lo avvertì: lascia stare. Gli pareva importante, però.
C’erano tante cose che non aveva fatto e non aveva visto, nuove e brillanti davanti
a sé: quell’avventatezza poteva distruggere tutto… Diamine, in vita sua aveva avuto
una sola donna tre volte; ci doveva essere di meglio e, una volta ricco, la vita
sarebbe stata piacevole… Non voleva morire, perché morendo avrebbe perduto
troppo… Era risentito con Broaditch ora… risentito con qualunque forza lo
spingesse a quel confronto.
Si fermò e, a pochi passi dalla porta, si mise in ascolto. Gli parve di udire delle
voci. Si avvicinò cauto. Quando ebbe l’orecchio incollato alla parete di legno
sigillata col fango, udì una voce alta, acuta, stridente, dire: “Balli accusa il ladro!”

All’interno, Broaditch era ancora accovacciato sul pavimento. Il suo ospite e


accusatore sedeva al tavolo, divorando un’altra capra intera, strappandola a
brandelli, riempiendosene la bocca, parlando mentre masticava vorace. Reggeva
un cosciotto invece dello scettro del giudice e lo brandiva mentre esponeva i suoi
argomenti.
Era ovvio che aveva assistito a dei processi e ne era stato impressionato. C’erano
bizzarre parvenze di procedure legali, ancora più contorte e insensate di quelle
vere. Anche Broaditch aveva visto alcune aule di tribunale.
Pancia e pappagorgia sarebbero adatte a più di un tribunale cittadino. Però sta
troppo attaccato alla forma per aver studiato la professione…
“Balli accusa,” biascicò l’uomo-palla, “e il mio signore ti condanna…”
“Aspetta! Questo lo chiameresti un processo? Dov’è il signore che…”
“Balli è signore e giudice. Lui condanna…”
“E la prova? Dov’è la prova?”
Broaditch si levò a mezzo, ma sua signoria il giudice sollevò la coscia di capra e
l’accusato tornò ad accovacciarsi.
“Tu eri in questa casa,” disse Balli.
“È vero, ma…”
“Hai mangiato il formaggio di Balli.”
“Mi ero perduto, morivo di fame e…”
“Così il signore Balli dà sentenza che al ladro siano le mani tagliate e le
orecchie recise.” Balli si asciugò la bocca e trasse il coltello per scuoiare dalla lama
spessa, arrugginita, maligna. Broaditch venne assalito dallo spavento e dalla
rabbia.
“Idiota pazzo, gonfio e fetente! Insaccato di pattume coagulato! Senza cervello!
Come fai a essere così matto e così brutto? Come…”
“Balli è uscito matto da sua madre,” replicò il bruto, imperturbabile. “Gli
uomini hanno fatto male a Balli. Bruciato la sua faccia.” Si toccò la cicatrice a
bitorzolo nell’orbita dell’occhio destro. “A Balli piace guardare la giustizia dal
muro.”
Balli ricordava di essere stato giorno dopo giorno per mesi nel cortile, con la
pioggia e con il sole, il fango e la polvere, dimenticando per lunghe ore di essere
incatenato al muro del castello, accovacciato, seduto, disteso, con addosso le pelli
luride e stracciate del pazzo, sentendo il dolore straziante scemare e svanire in una
cicatrice fredda insieme con il ricordo del ragazzo sul carro, dell’impatto del
bastone sulla sua testa, del ragazzo che pareva volare nel fosso e del rumore di
zucca scoppiata del suo cranio quando aveva urtato la roccia, le facce degli
uomini, il dolore rovente… Portavano fuori lo scanno del signore e le cause gli
passavano davanti, udiva ripetere e ripetere le parole e le formule della legge, e
tutto ciò lo aveva assorbito come in altri tempi lo avevano assorbito i disegni della
luce lungo il muro e i volteggi degli uccelli intorno alle torri del castello… Alla
fine, aspettava con impazienza i procedimenti penali… Le facce erano cambiate,
lui era stato dimenticato là… era diventato parte del luogo come un cane di casa,
al guinzaglio…
Ricordava i servi giovani che se ne stavano un giorno sotto la pioggia battente,
le casacche tirate sopra la testa, e una voce cui non prestava attenzione che diceva:
“Ti piacciono, scemo, le catene? Ti piacciono, vero?”
“La sua mamma se l’è fatta con un troll, se l’è fatta. Guarda cos’è venuto fuori,”
aveva aggiunto un altro.
“Vedrai che ti bruciano anche quell’altro occhio, bastardo deficiente!”
E una pietra lo aveva colpito proprio sotto il naso, con un lampo di dolore
abbacinante. Si era rizzato, caricando in mezzo alle risate, urlando, ululando,
assaporando il proprio sangue, senza accorgersi nemmeno che le catene erano
tese, continuando a correre, senza avvertire lo strappo tremendo, ma solo il panico
degli altri che fuggivano scivolando nell’acqua e il suo respiro affannoso,
seguendone uno fuori del portone aperto. La lancia di una guardia gli aveva
sfiorato l’orecchio, ma non si era fermato, aveva continuato a inseguire il ragazzo,
ruggendo nella foschia del crepuscolo, urlando più forte della sua vittima…
“Giustizia… Balli vuole giustizia… la giustizia su di te… su di te…”
Ora sovrastava Broaditch, impugnando il coltello dalla lama frastagliata. A
Broaditch parve di fissare una montagna. Si guardò intorno alla ricerca di
un’arma. Non poteva accettare ciò che gli accadeva, ma si sentiva stranamente
inerte dinanzi a quel grottesco destino…
Balli si curvò e lo afferrò per il collo, Broaditch si contorse, scalciò, mollò pugni
mentre veniva rigirato senza sforzo sulla pancia, a mordere con la faccia la terra
compatta del pavimento. Si sentiva come un insetto schiacciato, un marmocchio
impotente…
“Madre di Dio,” ansimò, “abbi pietà… pietà di me…” Sentì una presa pungente
e l’orecchio tirato in fuori pronto per la lama. Lo avvolse il fetore di Balli, di
sudore e di escrementi.
Voleva vomitare, urlare…

“Mio padre aveva promesso.” Modred si agitava e gemeva per il dolore. Le ferite
di più di un mese prima lo costringevano ancora a letto: aveva delle costole rotte,
il femore spezzato.
Morgana la Fata, sua zia, capelli rossi ed espressione tesa, era china su di lui,
con un pallore che spiccava vivido sopra la veste di sciamito nero. Alla luce tenue
delle candele, tradivano la sua età solo le rughe leggere agli angoli della bocca e
degli occhi.
“Non comportarti da sciocco un giorno più del necessario,” lo sollecitò, “anche
se codardo resterai sempre.”
“Tu hai promesso che non sarei stato assassinato,” farfugliò lui, gli occhi
furibondi e spaventati.
“Cosa vale la promessa a un morto?” domandò lei. “Ma te lo giuro, agnellino,
voglio che tu diventi signore di Britannia. Quindi mettiti calmo. Se posso, scoprirò
chi ti ha colpito.”
Lo sguardo di Modred restò incerto, ma l’uomo parve vagamente rasserenato. Si
tirò sotto il collo la coperta grinzosa e fissò il vuoto oscuro della stanza. Gli erano
accanto Sir Gaf, il consigliere, e il vescovo dagli occhi lucidi.
“Nel caso ve ne siate dimenticata, mia signora,” disse il cavaliere, “ci sono guai
peggiori di questo.”
Morgana mormorava, accarezzando la fronte del nipote.
“Stai compiendo una magia?” domandò questi, intimorito.
“Per una magia non sarebbe stata necessaria la mia presenza,” replicò lei. “La
magia non è altro che uno dei tanti modi per spianare la strada… Raccogli le
forze, agnellino: dovrai sempre comunque percorrerla, ma te la renderò più facile
che potrò.”
“Sir Gaf dice bene,” intervenne il prelato. “Contro di noi si sono levate forze
potenti, un esercito.” Gli occhi gli fiammeggiarono di furia. “E in mezzo a loro
vi sono pagani senza Dio.”
“I nostri vassalli si stanno radunando,” disse Morgana.
“Uno dei miei preti ha trovato un cavaliere morente sulla vecchia strada per
Camelot,” sussurrò allora il vescovo.
“Ebbene?”
“E il cavaliere gli ha detto…”
“Come mai era morente?” domandò Sir Gaf, a disagio.
“Il prete non era medico… anche se ha visto che all’uomo zampillava il sangue
dalla bocca, dal naso… dagli occhi e anche dalle orecchie, credo abbia detto.”
“Un colpo in testa, allora,” diagnosticò Sir Gaf, “un colpo in testa, senza
dubbio.”
“Lasciate perdere questi piacevoli dettagli,” intervenne Morgana. Modred seguiva
con gli occhi ogni suo movimento.
“Al prete ha detto,” proseguì il vescovo, socchiudendo gli occhi, “di essere stato
abbattuto da tre cavalieri tutti in armatura nero giaietto intarsiate d’argento lucido,
scudi d’argento con insegne di zanne aguzze in una bocca aperta.”
“In nome di Freya,” scattò Morgana, “arrivate al punto!”
“È mia intenzione,” disse il prelato imperturbato. “Mi ricordo di cavalieri come
quelli.”
“Il disegno della bocca?”
“No. Questo è nuovo. Ma l’armatura…”
“Un uomo può bardarsi come gli pare.”
“Sì, signora, ma c’è dell’altro. Quando il cavaliere caduto ha domandato loro
nome e condizione, essi non gli hanno detto una parola, nemmeno quando li ha
maledetti… non una sola parola!”
“E allora…” Morgana pareva non volersi lasciar convincere. “Forse avevano fatto
voto.”
“Non parlavano nemmeno tra di loro e combattevano in silenzio.”
“Perché li ha attaccati tutti e tre, allora?” domandò il cavaliere.
“Pare che volesse proseguire e quelli gli siano andati dietro. Immaginò che
rappresentassero un’avanguardia e disse di avere intravisto molti altri armati
nascosti tra gli alberi, i quali parevano in attesa. Poi cadde. E trapassò in cielo tra
le braccia di quel pio…”
“Aveva parecchio fiato per parlare, quel valoroso moribondo,” commentò
Morgana.
“Sempre zitti sono stati, eh?” rimuginò il cavaliere.
Modred si sollevò sul gomito.
“Lo so di cosa state parlando!” strillò. “I diavoli sono tornati! I diavoli neri! Ecco
il succo del discorso!”
“Zitto, agnellino,” lo blandì la Fata. “Siamo lontani dal provarlo.”
“C’è un’altra cosa ancora,” disse il vescovo.
“Sì?”
“Quel tale era un combattente robusto, ben conosciuto: Sir Alfred di Dornn.”
“Allora?”
“Lo conosco di nome,” affermò il cavaliere.
“Morente, giurò al prete che, prima di avvicinarsi abbastanza da essere colpito da
lancia o spada, aveva provato un urto al cuore tanto forte da restare stordito e
indebolito in tutto il corpo. Dopo aver così giurato, è assurto alla gloria, essendo
egli stato confessato…”
“Che sia stato colpito da una pietra?” si domandò Morgana.
“Ha detto che era stato il pugno del diavolo,” affermò il vescovo. Modred roteò
gli occhi. Sir Gaf era irrequieto.
“Forse,” suggerì lei, “ cercava una scusa per essere caduto in quel modo senza
che altri mordessero la polvere con lui. Nient’altro che fantasie.” Scosse
imperiosamente il capo.
“Eppure giurò in punto di morte su nostra Signora e sulla croce,” pronunciò
solennemente il prelato.
Morgana esitò. La stanza era silenziosa. Fuori, lontano, una sentinella gridò l’ora.
Mezzanotte.
‘Pare che l’amico morente abbia parlato più di quanto molti abbiano fatto in una
vita,” tagliò corto.
Il nobile vescovo alzò le spalle.
“Allora era volontà di Dio che questa storia venisse raccontata.”
“La magia che colpisce un uomo armato sulla sua sella,” intervenne Modred,
eccitandosi, “è più forte di quella che spiana la strada, zia cara.”
Lei aggrottò le sopracciglia.
“Non c’è niente da temere, agnellino,” mormorò, toccandogli di nuovo la fronte
che scottava. “Ti eleverò alla grandezza.” Guardò freddamente gli altri. “Non c’è
niente da temere.” Era un ordine.

Tikla era affascinata dalla gran massa di polvere che si sollevava e che il sole
faceva scintillare nella valle coltivata. Nella sua fantasia, i cavalieri che avanzavano
erano i piedi della nuvola e la nuvola stessa si distaccava dal fumo nero (che
veniva da un villaggio in fiamme) e si dirigeva al galoppo verso di loro.
Si aggrappava al fratello, il quale si aggrappava alla madre, la quale si teneva ben
salda sul sedile del carretto trascinato da due muli. Il conducente dalla faccia lunga
e bitorzoluta frustava le bestie per farle correre il più possibile su per il pendio
sinuoso verso la scura foresta di pini che li sovrastava.
Tikla guardava le armature e le armi scintillanti che infuriavano sui campi di
patate dove loro quattro avevano appena riempito un sacco.
“L’ho detto che quelli erano dappertutto come le pulci su un cane,” si lagnò
Lampic, il conducente.
“Avresti preferito che morissimo di fame per strada?” rispose Alienor.
Anche il bambino guardava. Tikla cercava di vedere quale degli uomini avrebbe
raggiunto per primo il sentiero.
“Guarda, Torky, son tanti che neanche li conti!”
“Come vorrei essere cavaliere,” replicò lui.
Ora si sentivano gli zoccoli martellare il terreno; la collina tremò sotto la massa di
guerrieri.
“Tu non puoi essere cavaliere,” lo informò lei, guardando a occhi spalancati gli
elmi che si delineavano. “Sei plebeo.”
Si girò anche sua madre.
“Santa Maria aiutaci,” esalò, piantando il gomito aguzzo contro le costole del
conducente. “Fra un momento ci saranno addosso.”
Tikla, contrariata, vide i cavalieri cambiare direzione e imboccare la strada della
valle, diretti verso altri affari, lasciandone pochi a continuare l’inseguimento.
“Siamo quasi in salvo,” disse Lampic.
“In salvo?” ribatté Alienor. “Nel grembo del paradiso o sulle ginocchia del
diavolo?”
“Non preoccupatevi,” borbottò l’uomo, concentrato sulla guida del carretto che
dondolava e sobbalzava follemente. Il terreno ora favoriva i muli a discapito dei
cavalli: pietre tonde e scivolose e fango sciolto. I cavalieri restarono indietro, con
grande disappunto di Tikla.
Alienor pensò che rollavano e beccheggiavano come una nave nella tempesta…
Dopo un poco poterono prendersela con più calma su un tratto pianeggiante
lungo un fiume costeggiato di erbe e di salici. Tikla non pensava più ai cavalieri e
pisolava accanto al fratello. La giornata era velata ma chiara, le rondini
volteggiavano, sopra di loro passò uno stormo di oche… Torky ripulì una patata
cruda e l’addentò…
“Bene,” disse Alienor al conducente, passandosi una mano tra i capelli grigio
ferro e rosso, “quanto distiamo, buon uomo, dalla città di Londra?”
“Ah,” fu la risposta, “mia cara donna, se non l’hanno spostata di recente e se
non incontriamo prima il nostro destino per mano di cavalieri o tagliagola, dico
che tra due domeniche ne vedrete le mura… anche se non è il posto dove, se fossi
donna, andrei con due piccolini.”
“Vista la situazione all’aperto,” ribatté lei, “per ora vado al coperto, grazie, grazie
tante, buon Lampic.”
L’uomo sorrise, considerando l’opinione di lei.
“Già,” rispose infine, “però queste guerre vanno e vengono… vengono e vanno.
Se uno si tiene fuori dei piedi, si riducono a chiacchiere da taverna.”
“Questa volta no.”
“Ah”, esclamò lui, grattandosi il mento a punta, “siete dunque una veggente,
eh?”
“Sono una donna con buonsenso e memoria. Dov’eravate quando Artù e gli altri
hanno combattuto i diavoli?”
Lui parve imbarazzato.
“Cara la mia viaggiatrice, è stato molto tempo fa.”
“Allora adesso il sole torna indietro,” ribatté lei truce, guardandosi ancora alle
spalle e poi dritto, osservando il paesaggio lussureggiante svolgersi davanti a loro,
gli uccelli volteggiare, desiderando di poter correre coi suoi figli, libera tra i prati.
Oh, pensò, oh, potersi alzare sopra tutto ciò che verrà… riposare come un
gabbiano sulla spalla amica del vento…
“Queste cose chi ve le ha dette?” indagò Lampic, scrutandola allarmato.
Lei lo guardò sardonica e scosse il capo.
“Gli uccellini,” rispose, “gli uccellini.”

Parsifal, sollevato sul giaciglio di sete e pellicce, osservava l’unica candela che
ardeva piano nella tenda rotonda. La sua fantasia gliela faceva sembrare un
occhio scrutatore, e quando gli spifferi agitavano la macchia aranciata della
fiamma, gli pareva che si chiudesse o si guardasse in giro. Sentiva l’aria fresca
sulle spalle nude. Sotto le coperte, vicino alle sue gambe, c’era il calore di lei.
Chissà se dormiva… ricordava che da bambino vegliava accanto a una candela
per guardare sua madre ricamare. Ricordava le lunghe dita di lei, la sua
precisione infinita, il fascino del disegno che si delineava… una notte dopo
l’altra…
“Sei turbato?” domandò Unlea, facendolo sobbalzare.
“No.”
“No?”
“Non penso… Non oso, perché se lo facessi…”
“Sì?”
Lui scosse il capo. L’occhio di fiamma lo teneva avvinto. Lei io abbracciò,
liberandolo dal sogno.
“Nemmeno io oso pensare,” sussurrò e sorrise. “Pensavi… cioè non pensavi a ciò
che ti ho detto?”
Parsifal sapeva a che cosa alludeva.
“Ai tuoi amanti?”
Lei annuì.
“No,” rispose Parsifal, e la baciò.
“Non ho mai conosciuto un uomo ardente di desiderio come te,” mormorò lei;
si sistemò sotto di lui, schiuse le dolci membra. Parsifal le percorse il corpo con
la bocca, banchettando, leccando, baciando fino ai piedi che morse con
delicatezza e baciò con ferocia… Non era più una esplorazione, ma un tentativo
(ed egli quasi lo riconobbe) di marchiarla per sempre con se stesso, col suo
essere, come se avesse potuto penetrare l’acqua della sua carne e sentire l’intima
magia di lei coi propri sensi interiori, marchiando se stesso con lei… perdendosi
al limite della coscienza… dondolandosi nell’oscurità… gridando senza parole…

“Perché sei qui?” le domandò più tardi, tenendola contro di sé, poiché, come egli
sapeva, il tempo tornava sempre indietro.
“Perché non posso farne a meno, cosa che tu sai bene.”
“Cosa possiamo fare…?” borbottò. “Che cosa?”
“Niente,” disse lei, con le braccia intorno al corpo di lui.
Ora Parsifal entrava e usciva dal sogno: le sequenze improvvise e luminose lo
facevano svegliare… Cavalcava nella tenzone contro un cavaliere con l’armatura di
specchio. Non riusciva a prenderlo di mira, doveva continuamente deviare e
schermarsi gli occhi dallo splendore… poi la tenda scura, il calore di Unlea…
“Troveremo un luogo dove vivere in pace,” le sussurrò, cercando di trarre idee
chiare dai suoi pensieri confusi. Lei non rispose. “Unlea?”
“Sì?”
“Mi hai udito?”
“Sì.”
“Allora?”
“Se lo dici tu, amore mio, ci credo.”
“Ma tu non ci credi,” disse (o forse pensò); non ne era sicuro perché ora c’era
un castello, uno splendore di diamanti, accecante, torri così alte che le nuvole si
trovavano ben al disotto della cupola più alta. Lui correva su per la collina, come
se il vento lo trasportasse nel silenzio cristallino del paesaggio…
Si destò con un brivido. Non riusciva a riordinare i pensieri…
Era sicuro che lei avesse appena detto: “Non c’è alcun posto dove possiamo
andare.”
Egli aveva risposto, o creduto di rispondere: “Il nostro amore ci rende puri.”
Sapeva che il collegamento era tenue e ora la vide varcare le porte alte mille
piedi del castello, nello scintillio d’oro sfumato dei suoi lunghi abiti…
“Perché sei con me?”
“Smettila,” sembrava che lei rispondesse. “Smettila.”
“Perché?”
“Basta.”
“Ti voglio,” gli pareva di dire, solo che era buio e le stelle cadevano su di lui,
occhi di luce d’argento duro, scintille della notte vasta, fredda e vuota. “Ti voglio.”
Il freddo e qualcos’altro lo convinsero di essere sveglio e che le stelle lo
guardavano oltre il lembo sollevato della tenda (che si era mezzo sciolto) e che
una vasta figura d’ombra (in un’armatura che si diluiva nella notte, scintillando
qua e là in punte d’argento come stelle nell’acqua fredda) si ergeva all’ingresso e
sembrava osservarlo… Parsifal si preparò a combattere; sentì una pressione come
se qualcosa di pesante, vellutato come il sonno dei narcotici, lo tenesse fermo
contro le lenzuola. Cercò di sollevare il peso, certo che avrebbe potuto morire,
esserne schiacciato, ed era come sollevare il mondo stesso… Si concentrò, e
all’improvviso poté rizzarsi, nudo, accovacciato nell’aria gelida, davanti a
un’apertura vuota, si sentì più forte, anche se stanco, e udì Unlea dire: “Cosa c’è,
Parsifal?”
E si ritrovò a pensare, mentre la rassicurava, sono più addormentato adesso di
quanto non lo fossi un momento fa…
Il mattino successivo, nella prima luce argentata, Parsifal studiò il terreno intorno
alla tenda alla ricerca di tracce.
Non scoprì niente, nessuna traccia certa che potesse separare dalle loro. Tuttavia,
era certo che una presenza fisica doveva esserci stata. Era andato all’apertura e
aveva riabbassato la falda senza vedere niente all’intorno. Era rimasto sveglio per
un’ora, aspettando, ascoltando il vento e il respiro regolare di lei…
Rimuginò il problema mentre smontavano il campo. Lei non aiutava molto.
Ebbene, non aveva mai vissuto in un campo, se non coi servi e tutte le
attrezzature. Gli era parso se la cavasse bene coi disagi della fuga, se di quello si
trattava.

Quasi una settimana dopo si accamparono presso un fiume, a valle di una serie di
cascatene. Si udiva il boato del fiume e nell’aria si diffondeva un pulviscolo
d’acqua che si confondeva con la bruma.
Stava arrostendo la cena.
Il cielo coperto smorzava i colori. Unlea era ancora nella tenda e lui rivedeva
un’altra volta la situazione. Non poteva tornare a casa perché chi aveva deciso di
assassinarlo doveva aver messo una guardia. E poteva davvero vivere con Unlea
sopra le tombe di sua moglie e di sua figlia? Sospirò e rigirò i pesci sulla forcella
di legno. Non voleva ricordare la sua famiglia. L’unica speranza si trovava nel “qui
e ora”, si disse, non doveva fare come l’uomo che cerca di prendere la luna nel
pozzo… Questa volta sarebbe stato diverso…
Si alzò e fissò la corrente rapida: una foglia lucida lampeggiò, si girò, affondò,
riemerse, scivolò oltre la curva. Che pace nella sera, e sentirsi lei accanto. Aveva
fame e sperava… All’improvviso pensò a Lohengrin e aggrottò la fronte. Aveva
fallito… il ragazzo era stato un incidente… quanta parte della sua vita era apparsa
casuale rispetto ai sogni…
Allontanò i pensieri e si girò verso la tenda alta, rosa, setosa. Ora vicino alla
falda c’era uno strappo (fatto dal vento) e i teli erano macchiati dalle intemperie.
“Unlea,” chiamò, “non hai appetito?”
Nessuna risposta. Alzò la voce.
“Unlea, vieni fuori! Altrimenti i pesci tornano da dove sono venuti.”
Forse sta facendo i suoi bisogni tra i cespugli, considerò. Ma poi lei uscì e disse
qualcosa che lui non comprese. Si avvicinò perché lei non si muoveva. Non aveva
finito di pettinarsi e l’abito era ancora slacciato. Scuoteva l’orlo per mostrarglielo.
“Guarda,” gli disse, “ma guarda!”
“Che cosa, amore mio?”
“Qui…” Sul delicato tessuto color pesca c’era una macchia di vino.
“Oh.”
“Non mi rimane più un vestito.” Unlea batté le palpebre, agitata. Si era grattata
una puntura d’insetto sul collo, dove si vedeva una striscia di sangue.
Parsifal sentì che c’era qualcosa di più. Era stato marito, anche se non ideale,
quanto bastava.
“Di già?” replicò.
“Ti pare strano, dopo settimane che vagabondiamo nella foresta? Ma guarda
qui!”
Lui la prese tra le braccia: “Colombella mia, non sono neanche due.” La sentì
piangere in silenzio. Forse aveva il suo ciclo. Ne capiva solo vagamente il
meccanismo, ma gli effetti gli erano familiari.
“Cosa possiamo fare?” disse lei. Parsifal le accarezzò dolcemente il collo. Di già,
pensò. “Oh,” disse lei, “che sarà di noi, amante mio?”
“Non temere. Abbiamo uno scopo ora. Basta con questo vagare inutile. Senti,
andremo sulla costa e ci imbarcheremo per la Francia.” Avrebbe potuto
suggerirlo prima. Perché non lo aveva fatto? Avevano cavalcato, si erano
accampati, sempre con quello spirito di improvvisazione con cui scivolavano nel
pagliaio o nella sala da cucito per fare l’amore. A lui bastava, ma era stato un
errore. Perché non se ne era reso conto? Eppure l’idea di lasciare il paese gli
appariva irreale. Però doveva sforzarsi…
“Mi dispiace,” disse lei. “Sono più debole di quanto pensassi.” Lo guardò in viso
e sorrise debolmente. “Però, quando mi abbracci sono contenta.”
Lui annuì, cercandole sul viso tracce di qualcosa che non sapeva.
“Cercherò di essere più coraggiosa.”
Sta ancora dandosi a me. Non vuole accettare né rifiutare niente.
“Altrimenti,” continuò lei, “non ci sarà alcun piacere per te.”
“Piacere? È tutto?”
“Be’, non siamo insieme per fare i musoni.” Il suo sorriso cancellò il disagio di
Parsifal.
Lui annusò l’aria e si allontanò di corsa.
“Per Dio, il pesce brucia!”
Lei rise alle sue spalle, poi gridò qualcosa e la paura lo fece voltare, pensando:
Avrei dovuto dare retta alla mia sensazione, quando vide il cavaliere giungere da
dietro la curva, ogni rumore cancellato dal ruggito del fiume. Eppure, se era solo
con un piccolo gruppo, che cosa poteva temere Parsifal? Già, però avrebbe
dovuto percepirne la presenza… Che cosa ottundeva le sue misteriose percezioni?
Il cavaliere si fermò accanto al fuoco, dove il pesce era ormai in fiamme.
“Ci avete rovinato la cena, signore,” disse Parsifal a mo’ di benvenuto. Unlea era
immobile accanto alla tenda. Il cavaliere non rispose e Parsifal avrebbe voluto che
la sua capacità di indovinare i pensieri non fosse svanita. “Intendete farci del
male, signore?”
“Ah,” disse il cavaliere, “non ho voglia di riprendere il discorso, maestro.”
La visiera si spalancò con un colpo ostile e Prang fissò gelido l’altro uomo.
“Pare che tu riesca sempre a trovarmi. È il mio odore?”
“Anche il profumo, ma non è difficile trovarvi. Pare che non abbiate fretta di
scappare.”
“Quale profumo?” domandò Parsifal.
“Della vostra dama, per la quale ho un messaggio,” rispose.
“Sei al servizio del conte, allora?”
“Più al vostro, direi, come la campanella che ammonisce il dormiglione.”
Parsifal incrociò le braccia. Unlea si avvicinò.
“Vuoi dire che sua signoria ti viene dietro?”
“Viene,” confermò Prang.
“Prang, mi dispiace, intendevo…”
“Non sono venuto per conoscere le vostre intenzioni,” lo interruppe il suo
discepolo. “Non sono una spia.” Si rivolse a Unlea.
“Mi hai frainteso…” cominciò Parsifal.
“Mia graziosa signora,” stava già dicendo Prang, “vostro marito vi manda i suoi
saluti e dice che i vostri esercizi di equitazione sono già durati molto e che si
preoccupa. Vi scorterà di nuovo a casa, se vi degnerete di fare un tratto di strada
con me.”
“A casa di Dio?” suggerì Parsifal. “Diffida delle belle parole che nascondono il
tradimento.”
Non posso lasciare che finisca male, pensò. Non posso lasciare che si giunga a
questo.
“No,” insistette Prang, calmo, “egli dichiara di non trovare colpa in lei… Non è
altrettanto benevolo verso di voi, Sir Parsifal.”
La guardava in viso e vide… ira e sollievo, un’inattesa speranza. Sentì il cuore e il
ventre gelati e guardò il fiume. Le ultime nebbie si fondevano col crepuscolo
scintillando sulla spuma bianca. Si accentuò lo splendore del fuoco. Il pesce
bruciato fumava e puzzava. No, pensò, no.
Prang attendeva impassibile.
“Ebbene, mio signore?” disse infine, guardando Unlea che per un paio di volte
era stata sul punto di dire qualcosa, ma si era trattenuta.
“Ti senti tradito,” disse infine Parsifal. Non si era mai sentito così depresso e
ansioso… Era vero, non aveva mai cercato di allontanarsi realmente… avevano
vagato… e si vergognava perché era colpa sua…
“Io?” replicò Prang, distaccato. “Ne ha maggior diritto il nobile conte.”
“Parsifal,” cominciò Unlea, “io…”
“Io ti ho accolto,” disse Parsifal al giovane cavaliere, “perciò ti chiedo di
attendere.”
“Attendere?”
Parsifal alzò le spalle e scosse il capo.
“Unlea e io andremo avanti, in ogni caso.” Vide che lei annuiva, ma dopo un
attimo d’esitazione. Ebbene, non aveva importanza. “Dobbiamo proseguire,”
spiegò a Prang, avanzando di un passo in modo da poterlo guardare dritto in
faccia. Sentiva che dietro all’offesa e all’atteggiamento dignitoso del giovane c’era
ancora un sentimento, una tristezza.
Prang sospirò, guardò prima la donna silenziosa, poi l’uomo. Lei annuì ancora.
“Dobbiamo proseguire,” ripeté Parsifal. “Per amore… per amore… non si può
tornare indietro.”
“Che Dio vi protegga, allora,” disse il giovane, dichiarando i suoi sentimenti,
“Io tacerò, dirò che non vi ho trovati. Per il bene di lei.”
Perché a Bonjio non importa di uccidere una seconda moglie, pensò Parsifal.
Prang si inchinò per salutare Unlea, voltò il cavallo e si addentrò nella sera che
scuriva, lungo il fiume.
Mio Signore Gesù Cristo, continuò a pensare, devo perdere anche questo…
Devo perdere anche questo…?

Broaditch sentì il primo colpo della lama dentellata incidergli l’orecchio, il sangue
zampillare, scorrere sulla guancia e perdersi tra la barba, mentre lottava nella presa
molle e irresistibile di Balli, sopraffatto dalla sua puzza di marcio e di defecazione.
Non registrò dapprima l’altra voce, ma Balli si era fermato pur con la lama pronta
all’opera.
“Fermo! Fermo! Tu non segui la vera legge!”
Doveva essere l’argomento giusto, perché Broaditch venne gettato da parte,
frastornato, sanguinante, mentre Balli fronteggiava il nuovo venuto. Sulla soglia
c’era Valit, pronto a darsela a gambe, e tuttavia fermo e teatralmente arrogante.
“Balli conosce la legge!” gridò furioso l’uomo-montagna. “Balli ha visto. Balli ha
udito.”
Mio Dio che stai in cielo, pensò Broaditch, quest’uomo ha le dimensioni del
mondo. Si premette la manica sull’orecchio che bruciava. Ed è insensato quanto il
mondo!
“No,” insistette Valit, sprezzante e petulante, “egli ha un diritto che non gli puoi
negare.”
Quale? Di tagliarsi l’orecchio da solo?
“Balli non garantisce diritti. Anche tu sei un ladro! Balli…”
“Balli col cavolo,” ghignò Valit. “Stupido grosso stronzo. Sta’ fermo e dammi
retta! Non dici che devi seguire la legge?”
“Balli segue la legge. Sì. Per questo prendo le orecchie e le mani di questo
ladro.”
Ciò, dimenticavo le mani, pensò Broaditch.
“Ma lui può chiamare Dio a giudicare il caso, sacco di grasso,” disse Valit,
appoggiandosi quasi con disinvoltura allo stipite della porta con la notte stellata
come sfondo.
“Dio?” Balli aveva qualche dubbio.
“Il combattimento,” ribatté Valit, in trionfo. “Ne ha il diritto.”
“Come?” cercò di capire Broaditch. “Che cosa? Chi?”
“Il combattimento?” Balli aggrottò la fronte, strizzando l’unico occhio
perpetuamente sorpreso.
“È la verità,” insistette Valit.
“Combattere,” disse Broaditch, cercando di rimettersi in piedi, “contro questa
mostruosità?”
Valit alzò le spalle.
“Be’,” disse, “hai molto da scegliere in questo momento, valoroso Broaditch?”
Per i suoi motivi ossessivi e contorti, Balli finì per accettare. L’idea anzi gli
piacque.
“Balli è giusto,” dichiarò. “Si farà come dici tu. Balli ha visto i cavalieri fare
questo combattimento…” Sorrise per la prima volta da quando Broaditch lo
aveva incontrato e l’effetto non fu incoraggiante. “Si farà come dici tu, e tu sarai
il campione!” disse a Valit, il quale impallidì.
“Io?”
Balli, con la sua velocità fluida e incredibile, si era proteso e aveva tirato il
giovanotto dentro casa.
“Adesso scegli l’arma,” propose sua rotondità. “Randello? Spada?” e levò il
coltello dentellato. “Scegli tu. Balli è giusto.” Biascicava un po’, batteva la
palpebra arrossata e muoveva le labbra alla maniera in cui, secondo Broaditch,
dovevano funzionare le contrazioni di uno sfintere.
È il mondo fatto e sputato, si disse nuovamente Broaditch.
“C’è un solo modo di sconfiggere il mondo,” gridò allo spaventatissimo Valit,
che lo guardava con gli occhi spiritati. “E vi ringrazio per essere arrivato in
tempo, signore.”
“Quale?” volle sapere Valit. “Quale modo?” “Ingannarlo e filare. Altrimenti
finiremo soffocati da una montagna di ottusità.”
“Scegli!” insistette Balli, scuotendo per la spalla il riluttante difensore
dell’innocenza. “Scegli!”
“Scegli,” confermò gravemente Broaditch. “Importa poco che cosa, ma fai come
ti suggerisce il mondo.”

Morgana la Fata era completamente armata e Cavalcava meglio di un uomo, notò


Sir Gaf. Il vescovo era convinto che lei volesse per sé la corona di Artù, ma Gaf
era di altro avviso: certamente aveva uno scopo, una fede, un progetto per il
paese, qualcosa che Artù aveva fallito o che aveva rifiutato. Non ne parlava
apertamente, ma lui sapeva che l’idea era sempre viva.
La nuvolaglia era bassa, estesa, grigia. Le foglie erano ormai brune e grigiastre.
Cadeva una pioggerellina gelida che ticchettava sulle foglie morte.
Gaf guardò la fila di uomini a cavallo e a piedi che li seguiva. Durante le
settimane passate, avevano raccolto truppe da una mezza dozzina dì signorotti
minori e altre ne erano state promesse. Stavano mettendo insieme un esercito non
da poco. Il problema era che non pareva esserci una chiara concentrazione del
nemico. In un certo senso, non si sapeva nemmeno per certo chi fosse il nemico:
c’erano guerrieri britannici che sembravano combattere isolatamente, incursioni
selvagge di altri signorotti sparsi… e poi le masse di stranieri al sud…
Morgana pareva fiduciosa. Diceva che ne avrebbero incontrato una cospicua
formazione ben prima che fosse caduta la neve… Be’, rifletté lui, l’informazione le
doveva venire dalle arti magiche perché, parlando da combattente stagionato, non
si vedevano tracce del nemico…
“Non è che si capisca molto,” disse al vescovo con l’armatura e lo sguardo da
fanatico. “Non sappiamo quasi neanche dove andiamo e cosa ci aspetta.”
“Dio ce lo renderà chiaro fin troppo presto,” rispose quello (e parve al
cavaliere) poco concretamente.
“Bene, bene,” convenne Sir Gaf, “lei ci guida come se Lui le parlasse
all’orecchio.”
“La dama è una buona cristiana. Da tempo ha abbandonato le arti pagane e gli
studi di negromanzia.” Il vescovo annuì, perfettamente d’accordo con se stesso. “A
differenza di quell’infido incantatore di Merlinus Magnus.”
“Ah, Merlino,” disse Sir Gaf, incuriosito. “Sapete quale sia stata la sua sorte? Ne
sa qualcosa uno dei vostri preti? Si diceva che solo Artù sapesse come
convocarlo.”
Il prelato si immusonì e si agitò sulla sella. La pioggia leggera gli aveva decorato
di perle l’armatura e la veste.
“Quello stregone vive con suo padre, il diavolo,” rispose.
“Ma,” obiettò l’altro, “Artù fu un grande sovrano cristiano e non avrebbe mai
avuto traffici con…”
“Quelli come Merlinus Magnus,” spiegò l’altro, “possono ingannare qualsiasi
mortale che non sia armato e protetto dai suoi angeli.”
Sir Gaf ci pensò un momento, guardando passare la foresta spoglia e nebbiosa.
La torba umida soffocava il rumore degli zoccoli.
“Quindi,” mormorò a voce abbastanza alta da essere udita dal suo religioso
compagno, “ciascuno di noi può venire ingannato da una strega o da uno
stregone.” Sorrise, senza dover citare il nome di Morgana, divertito dal disagio del
vescovo.
Wista si rese conto che Frell doveva aver detto qualcosa di notevolmente illogico.
Quei dettagli avevano finito per importargli sempre di meno e passava invece
sempre più tempo con lei, scoprendosi più rilassato e chiacchierone. Be’, era
carina, pensò, fissandola di profilo: delicato, nervoso, aggraziato…
Gli sedeva accanto sulla pelle di cervo. Avevano appena terminato una colazione
all’aperto. La pioggia leggera era cessata, ma l’aria e il terreno erano ancora umidi,
e il poco sole faceva levare dal suolo il vapore.
Il vino bevuto lo faceva sentire caldo e confuso. La guardò ancora: gli piacevano
la sua dolce incertezza, i suoi impeti di tenerezza… A volte era tanto assurda, ma
chi non lo sarebbe stato al loro posto?
“Allora,” stava dicendo lei in quel momento, “hai avuto parola dal tuo signore
Lohengrin?”
“Hmm?” borbottò Wista. “Lohengrin…? No… niente in due settimane.”
Annoiato di chiacchiere, le afferrò la mano e si tirò la ragazza vicino, mentre lei lo
fissava, innervosita dalla vicinanza improvvisa.
“Oh, mi domando come mai ti ha lasciato a casa…” “Non mi dispiace affatto.”
Il che era vero. Non voleva trovarsi di fronte all’inevitabile. Il futuro incombeva su
di lui, oscuro, informe… Una notte si era svegliato da sogni caotici e angosciosi,
ansimante di paura, sentendosi prigioniero, legato a un destino oltre ogni volere e
scelta, strumento… no, peggio: senza scelta perché egli stesso si sarebbe rifiutato…
Di fare cosa? si chiese, ma aveva paura di sapere già la risposta. Se ne sarebbe
dovuto andare prima. Correre… a casa… in qualunque luogo… Era restato a
sedere sul letto, col cuore che gli batteva, rendendosi conto che non voleva
rimanere da solo… E accanto a lei, ora, lo capiva di nuovo. Frell gli era parsa una
speranza, una possibilità…
Si chinò e la baciò, trattenendole (quasi con timore) le braccia lunghe e sode,
schiudendole le labbra con le sue, facendola tacere a metà frase, nascondendo la
sua paura e sentendola cedere dolcemente e tremare. La udì dire: “Oh, mio
caro… mio caro…”
La strinse forte a sé, come se davvero lei avesse potuto salvarlo…
Balli li gettò tutti e due nel recinto pieno di capre. Broaditch si disse che ormai
era abituato a qualsiasi odore. Le capre belavano e si agitavano. Valit solcò
indietreggiando il gregge, barcollando sotto il randello smisurato che Balli gli
aveva fornito. Il suo cavalleresco avversario venne avanti, rollando e brandendo la
propria arma come fosse stata un fuscello.
“Ebbene, Broaditch,” disse Valit, con le capre che gli giravano intorno tanto che
pareva immerso fino alla vita in un fiume brulicante, “che cosa suggerisci?”
Fissando la faccia raggrinzita di Balli, dalla sua posizione su un mucchio di
letame con alle spalle la staccionata, Broaditch rispose: “Potremmo scappare tutti e
due in direzioni diverse.”
“Così uno di noi lo prende di sicuro,” gridò Valit, schivando il primo, ciclopico
colpo di Balli. Il colpo successivo lo mancò di poco, mentre il giovanotto
scavalcava un caprone agitato.
Balli guadò il gregge, spinse gli animali da parte, clava sollevata.
“Giustizia!” urlava, imitando il grido dei guerrieri. “Giustizia!”
Valit lanciò con due mani il randello, il quale sfiorò la testa del gigante senza né
fargli male, né interromperne la corsa. Il giovanotto non faceva altro che schizzare
qua e là nel recinto, cadendo sulle bestie spaventate, rotolando, schivando,
rialzandosi, utilizzando gli animali inquieti come unica difesa…
Broaditch si arrovellò il cervello. Ci doveva essere un modo… doveva esserci…
ma come… come? La forza era inutile e Balli, nonostante la massa, era anche più
veloce di loro… Gesù Cristo, è un miracolo che io sia sopravvissuto in questi
ultimi pochi giorni… Si tastò l’orecchio. Il sangue si era finalmente raggrumato.
Gli faceva male.
“Giustizia!”
Valit adesso strisciava sotto le bestie; imprecando, frenetico, disperato, soprattutto
quando la montagna di carne gli veleggiava troppo da vicino colpendo le povere
striminzite creature con le chiappone e i prosciuttoni.
Adesso prego e basta? si domandò Broaditch. Faccio un voto? Confesso me e
lui con assoluzione rapida?
Gli risuonò all’improvviso nel cervello la voce del giovane prete che gli aveva
insegnato a leggere. Si rivide seduto sul freddo pavimento di pietra della sacrestia,
con la luce del tardo pomeriggio che penetrava dall’unica feritoia oltre la quale
c’era il muro esterno del castello della regina Hertzelroyd; era l’anno della nascita
di Parsifal. Si rivide in ascolto mentre passava distrattamente un dito sotto il collare
di cuoio da servo immaginando di essere il pastorello con la fionda che fronteggia
il gigante filisteo la cui voce scuote la terra pietrosa e spietata del deserto…
In quel momento ebbe l’idea: forse erano stati Dio o un angelo a suscitargli il
ricordo in quel momento preciso. Nel recinto fetente non c’erano pietre adatte al
caso, anche se lui avesse avuto forza e abilità sufficienti a spaccare quello gnocco
di testa solido e liscio… noma… ma…
Si strappò la giubba di cuoio spaccato e l’annodò rapidamente per formare una
fionda larga e rudimentale.
“Resisti, Valiti” gridò. “Rotola, maledizione, rotola, ragazzo! Rotola!” Il ragazzo
reggeva a mo’ di scudo un capretto che belava terrorizzato, schivando, strisciando,
ansimando, inciampando… Broaditch notò che non cedeva più tanto facilmente.
Si vedeva che stava imparando.
Caricò la fionda improvvisata con blocchi induriti di sterco di capra poi,
spaventato, vagamente divertito, ben deciso, urlò: “Balli! Ehi, Balli!”
Tenne la fionda carica nascosta dietro il fianco. Disperato, Valit era balzato per
raggiungere la staccionata e sicuramente sarebbe stato raggiunto, ma Balli girò la
testa e vide Broaditch avvicinarglisi attraverso un mucchio di bestie schiamazzanti,
roteando e roteando la fionda. Broaditch si sentiva terribilmente debole. Doveva
essere rincitrullito, perciò un proiettile valeva l’altro… Un carico di sterco contro
quel mostro!
O l’occhio o è finita. Ma mentre Balli caricava, un vecchio caprone con un palco
di corna di tutto rispetto ne ebbe abbastanza ed elesse a bersaglio i vasti prosciutti
(cosa che di per sé non ebbe particolare efficacia), immergendo poi i denti lunghi
e ruvidi nella carne nuda delle natiche e tirò, torse, digrignò. Il gigante lanciò un
ululato (“Forse lì c’era un foruncolo,” commentò in seguito Broaditch) e la
rotondità immensa cominciò a vorticare e a vorticare per cercare di togliersi
l’animale di dosso, col caprone attaccato alla presa come un bulldog. Valit aveva
già scavalcato lo steccato e correva come il vento.
Quando Balli cadde sulle ginocchia, sobbalzando e urlando, brancolando invano
in cerca del collo del caprone, Broaditch gli sparò di botto il carico di sterco (che
non era più strettamente necessario) sulla faccia grassa e sofferente tappandogli
l’unico occhio e la bocca spalancata. Poi, ritenendo che bastasse, scavalcò
dignitosamente la staccionata e trotterellò dietro Valit, il quale stava scomparendo
in fretta nella foresta sulla sommità della collina.

Arrivato sbuffante tra gli alberi miseri, Broaditch cominciò a sghignazzare e a


scuotere la testa. Sentiva Valit davanti a sé tra gli arbusti, mentre la brezza del
mare gli portava le urla furiose di Balli su per la collina. Si dovette inginocchiare e
tenersi i fianchi in un accesso di ilare sollievo, felice di aver superato il pericolo e
rivedendosi la faccia rotonda, l’occhio rotondo, la rotonda bocca strillante,
l’enorme corpo rotondo percuotere inutilmente il capro impazzito, lo splaf!
grumoso e improvviso che aveva cancellato la faccia… Scosse il capo, tenendosi i
fianchi.

“Ebbene,” le disse Parsifal, “non sono proprio un uomo dei boschi, ma mi


difendo.”
Seguivano il fiume, diretti grosso modo a est, verso la costa. Ne era abbastanza
sicuro, anche se non sapeva esattamente quanto fossero andati avanti, e Unlea gli
stava domandando proprio quello.
“Sono tutta piena di lividi, la mia cavalla è stanca.” “Non ho voglia di essere
messo alle strette da tuo marito.”
“Io nemmeno. Non è passato mezzogiorno?” La donna si schermò gli occhi e
valutò la posizione del sole. Il fiume diventava più lento raggiungendo un
paesaggio arrotondato, coperto ancora da fitti boschi.
“Ci fermeremo presto.”
Sotto il cielo chiaro, l’acqua era di un azzurro ricco e fresco e trasformava gli
alberi grigiodorati e i pini verdazzurri in un riflesso sussurrante. Il terreno era
ancora bagnato.
“Parsifal,” cominciò lei, decisa.
“Sì, amore?”
“Io…”
Lui sapeva, aveva sempre saputo, se lo aspettava.
“Io non posso…”
Parsifal tirò le redini e attese. Il palafreno di Unlea gli si fermò accanto. La donna
era disfatta, triste, ma bella: labbra piene e morbide, una leggera sbucciatura, una
traccia di fango asciutto sulla guancia, occhi come (egli pensò) un lago d’estate
sotto il sole…
“Ti amo, Unlea,” disse Parsifal, piano.
“Sì,” disse lei, e chiuse gli occhi. “Quando mi tocchi… quando mi tocchi, io… io
non so resistere…”
“Allora non ti lascerò andare.” L’idea di restare solo lo terrorizzava, ormai. Non
sapeva che cosa avrebbe fatto… “Non posso lasciarti andare,” ribadì. “Non
posso…”
Lei pianse in silenzio, premendo il naso sulla mano di lui, tenera, infelice.

Quella sera, quando Parsifal si infilò sotto le coperte (che cominciavano ad aver
bisogno di essere lavate) alla luce incerta di una sola candela, Unlea gli voltava la
schiena. Lui le scivolò accanto e le toccò appena la spalla.
“Hmm,” mormorò, carezzandole le lunghe braccia nude e la schiena. Lei non
reagì.
“Dove andremo, domani?” domandò con indifferenza.
“Sei malata, amore?”
“Credo di no.”
“Hai la voce…” Si interruppe. Non aveva mai incontrato una donna così
splendente e vitale, e giorno dopo giorno pareva sbiadire. La pioggia martellò
all’improvviso sul tetto della tenda e Parsifal soffocò un’imprecazione. “Di nuovo.
Mi dà la nausea quel rumore.”

Pensò a Prang, a Lohengrin… a sua moglie e a sua figlia morte… Gawain…


Bonjio… Si rivoltò, irrequieto. Aveva avuto intenzione di domandare a Prang se
qualche notte prima si fosse avvicinato alla tenda, ma si era subito reso conto che
sarebbe stato impossibile… doveva essere stata una visione nel sonno…
“Parsifal,” chiese di nuovo lei, “dove andremo domani?”
“Avanti,” replicò lui, tirandosela più vicina e mettendole una mano sul seno,
quasi rudemente.
“Fa’ attenzione, mi pizzichi.”
Allora Parsifal se la rigirò tra le braccia, le lisciò la camicia da notte e la toccò tra
le gambe. La trovò umida e ne fu incuriosito e sollevato. Quasi controvoglia, lei
lo circondò con le braccia.
“Non posso fare a meno di essere la tua puttana,” asserì in tono piatto.
Lui si fermò. “Non è piacevole sentirselo dire,” le rispose.
“Mi dispiace, lo so che mi ami.”
“Unlea, ascoltami bene. Andremo a Londra e ci imbarcheremo per la Bretagna.
Ho pronto il piano. Da là…”
“Non possediamo né argento né oro,” lo interruppe lei.
“Cosa? Pensavo…”
“Ho dato le mie poche monete alle guardie, per chiuder loro la bocca. Ma non
sono una ladra che deruba colui al quale ha già fatto un torto.”
“Un torto?” Parsifal sospirò. “Non dirmi altro. Troverò ciò che ci serve.” Si mise
a sedere lasciando scivolare via le coperte. La fiamma della candela era immobile.
La pioggia picchiettava costante. Qua e là si aprivano delle piccole falle. Sul
tappeto umido si sentiva il pit-pit-pit di uno sgocciolare continuo. Sospirò, “Io…”
“Come?” chiese lei, voltando nuovamente le spalle a lui e alla pallida luce.
“Non lo so ancora,” ribatté Parsifal impaziente. “Non infastidirmi più, donna.”
Si udivano solo il rumore della pioggia e l’acqua che gocciolava nella tenda.
Unlea si rigirò ancora, irrequieta.
“Sono infelice,” disse, muovendo la testa sulla seta macchiata del cuscino. “Sono
così infelice…”
“Le cose andranno meglio,” insistette lui, cercando di guardarla in viso. “Tu mi
ami. Hai detto che mi ami.” “Sì,” replicò lei. “Sì…”
“Allora cosa c’è? Cosa? Dimmelo!”
“Non lo so,” riuscì a dire soltanto. Si mise di nuovo a piangere.
Lui non capiva, gli sembrava di impazzire. La prese per le spalle, facendole
male.
“Sei contento?” domandò lei, senza guardarlo.
“Come potrei? Con te così… Ma andrà tutto bene, dobbiamo provarci… io…
io so che andrà tutto bene…”
Il giorno seguente pioveva ancora. Il fiume era una vasta distesa ribollente
biancogrigiastra. La terra era fradicia e qua e là allagata. Si trovavano su di un
terreno quasi pianeggiante e Parsifal ritenne fossero vicini alla costa. Avanzavano
fianco a fianco con in mezzo la mula col carico. La pioggia tintinnava sugli anelli
della cotta leggera e rimbombava sull’elmo aperto. L’odore di acciaio umido e
oliato gli toglieva sempre l’appetito. Era metà pomeriggio e Unlea voleva
mangiare. Non appena avessero raggiunto la protezione dei pini o un tetto
qualunque, l’avrebbe accontentata.
Avevano parlato pochissimo, il tempo era deprimente e Parsifal non voleva
riaprire la ferita della sera prima…
“Credo che ci siamo perduti,” annunciò lei, da sotto il cappuccio da viaggio.
“Perduti?”
“Già.”
“Ma se abbiamo seguito il fiume?”
“Continua a rigirare.”
“Alla fine deve arrivare alla costa. Tutti i fiumi fanno così.”
“Sono due giorni che non si vede il cielo. Credo proprio che ci siamo persi.”
“Che sciocchezza, Unlea,” disse lui, cercando di convincerla. Avrebbe voluto
che cambiasse espressione, quella la faceva sembrare un’estranea.
“Ho questa sensazione,” ribatté la donna.
“Non temere, lo…” e si interruppe, tirando le redini e fermando
contemporaneamente la mula. Unlea si fermò qualche passo più avanti, col fiume
alle spalle. Parsifal fissò una fila di alberi che si ergevano come una parete sull’orlo
del fiume. Percepì una pressione allo stomaco e seppe che lì c’era qualcuno o
qualcosa di molto potente che collegò alla figura scura nell’apertura della tenda. Si
morse le labbra mentre sentiva un gelo pungente.
È mortale o sotto altra forma? si domandò.
Non voleva evocare più quell’altra parola. Che sprofondasse nel passato.

Erano ore che Broaditch e Valit camminavano nei boschi, facendosi strada tra
buche, alberi caduti e acque paludose. La zona degli acquitrini cedeva
gradualmente alla terra asciutta. La luna era scesa quasi tutta e Broaditch decise
che non c’era ragione di proseguire; oltretutto, Valit barcollava visibilmente.
Trovarono rifugio su una sommità quasi nuda, sotto degli affioramenti di pietra
glaciale. Appoggiata la schiena alla pietra fredda, si permisero di dare un’occhiata
alla piana sottostante. Il mare si vedeva appena. Broaditch si immaginò di poter
distinguere la luce nella capanna di Balli; comunque c’era un solo lumicino,
pallido, incerto e rossastro.
Per un poco restarono zitti, poi Broaditch ruppe il silenzio.
“Be’, ragazzo, diciamo che hai visto un po’ di mondo.”
“È così che è, allora?” Sembrava che Valit fosse di buonumore, a differenza del
solito.
“Immagino che adesso la via di casa ti paia bella,” aggiunse Broaditch,
rimpiangendo la pipa orientale per fumare le erbe. In queste terre dove erano
pochi i crociati che si erano portati a casa i narghilè degli infedeli, lui era unico.
Scosse il capo e ridacchiò.
“Era una battuta così spiritosa?” volle sapere Valit. A Broaditch non parve
sgarbato come al solito.
“Mi rivedevo gli ultimi momenti col nostro ospite e signor giudice.” Rise di
gusto.
“Non era affatto divertente. Non mi è per nulla dispiaciuto lasciare il matto,
questo te lo posso dire. Riguardo alla strada di casa, non voglio saperne. Non
sono venuto così lontano per tornare nel niente.”
“Be’,” disse Broaditch, un poco sorpreso, “non posso darti un consiglio
migliore… E ti ringrazio di essere tornato per me, ragazzo.” Si sdraiò e sistemò il
berretto di cuoio sotto la testa. “E ora, niente di meglio che unirti a me nel posto
in cui si è maggiormente soli… il sonno, intendo.” Ciò dicendo, ripiegò le braccia
e si accinse a dormire. “Una cosa ancora ti dico, giovane Valit, non ho proprio
più bisogno di vecchi stregoni coi baffi pieni di suggerimenti e di follie assortite,
lo me ne vado a casa e che il diavolo stia coi diavoli!” Sospirò, si rigirò, si sistemò
meglio. “Ero più saggio quando sapevo molto meno.” Sbadigliò e rabbrividì
appena.
“Di che stregone parli?”
“Hmm? Nessuno, ragazzo, nessuno… Effetto della febbre, immagino…” Il
sonno aspettava, tiepido, vuoto, sicuro. Vi ci si lasciò scivolare un po’ per volta…
piano… piano… in fretta… Che Dio sia ringraziato per il sonno, dove il mondo
finisce e comincia il bel tempo…
“Io non sono stanco,” si lamentò il suo compagno.
“Sei troppo giovane,” borbottò, scivolando sempre più giù. “La cura c’è, è
inevitabile…” Che Dio mi protegga dai serpenti e dai grassoni con un occhio
solo…
Fu questo l’ultimo pensiero cosciente e Valit, irrequieto, udi il primo russare
sibilante.
Ma questa volta si era sbagliato: si sentì a disagio, al freddo, esposto… si agitò alla
ricerca di un poco di calore e si accorse di essere in piedi. Avrebbe voluto
sdraiarsi e spegnere la luce troppo forte. Vide Valit, seduto, battere la terra con un
bastone, rimuginare e, nello strano silenzio del sonno, vide anche un uomo
robusto, avvolto in pelli stracciate, dormirgli accanto, separato da un muro
invisibile… Ah, come voleva dormire, e invece notò una terza figura (che
assomigliava al vecchio della barca) in piedi lì vicino, braccia conserte sopra un
mantello grigio e scintillante. Broaditch udì la voce di sogno dire senza parole: “Ti
ricordi di noi?”
Ebbe istantaneamente davanti agli occhi l’immagine del fondo di una lunga
galleria con operai nudi in catene, quand’era stato schiavo delle orde conquistatrici
di Clinschor molti anni prima… Era fuggito fingendosi morto, ma per qualche
tempo aveva creduto di essere morto davvero e di avere parlato con esseri strani…
Quell’individuo barbuto doveva essere uno di loro. Lo avevano esortato a far
qualcosa che non aveva mai capito bene…
“Eri stato scelto allora e lo sei adesso.”
“Ma…”
“Non c’è tempo per i ma. Sei nel mare e devi nuotare.”
Un attimo dopo guardava giù per un terreno aspro illuminato dallo stesso
lucore uniforme, azzurro argento. Era tanto alto da vedere tutto il paese e il
baluginare di oceani lontani, eppure le scene apparivano vicine, vivide e chiare. Il
colore bluastro scintillava dappertutto come un sole subacqueo. Galleggiava e
sentiva pace, tenerezza, libertà… vide battaglioni di guerrieri a cavallo prendere
posizione lungo sentieri intricati sul massiccio quasi circolare di colline e di foreste
di conifere. Nei lievi strati di colori, ogni figura irradiava un’aura caldodorata…
Gli uomini lavoravano, abbattendo alberi e spostando pietre per bloccare le strade
tortuose; poi gli parve che sole e terra filtrassero nella nebbia una radiosità
accecante, premendo per liberarsi dal loro spazio compresso e accendere il
crepuscolo universale… Si trovò catturato nel gioco delle luci, e fluttuò… fluttuò…
“Smettila di sognare. Ascolta ciò che è importante!”
Ma era così bello, e ciò che lui era stato era stato, ciò che aveva fatto era passato,
e salì ancora più in alto, nella fiamma del castello che fondeva… In un momento
fu notte fonda… No, la luce era pura oscurità, una oscurità che inghiottiva
l’illuminazione, ed egli tremò, tremò, cercò di sfuggire, tornare, svegliarsi, tutto…
dormire… ecco, dormire! Va’ a dormire… dormi e fuggi…
“Sciocco, dammi retta.”
Sì, l’oscurità non era totale; lo vedeva. C’erano profili, baluginii di fiamme
striscianti, braci di nazioni bruciate e lampi: uomini dalle armature scure che
marciavano… bruciavano castelli e città… il fumo saliva e si diffondeva
dappertutto… l’oscurità era fumo, che macchiava, volteggiava… Vide un bel
cavaliere che giaceva sul dorso, addormentato o conservato nella morte nel
cristallo trasparente… Desiderò poterlo liberare prima che il fumo lo avvolgesse…
Pensò di conoscere il suo viso, anche mutato dall’età, ne cercò il nome in uno
stato dove nomi e parole non esistevano… Il cavaliere completamente armato
giaceva come stregato; cercò di chiamare il suo nome, per svegliarlo… La spada
gli giaceva accanto. La visione si disfaceva, scossa come un telo nel vento, e lui si
sentì come fatto a pezzi mentre l’energia svaniva e un uomo immergeva il braccio
nudo in una coppa di fuoco e ne traeva una fiamma che gli accendeva la faccia
lunga, pallida e ossuta, gli occhi da gatto, i baffi all’insù, in una stanza strana e
rotonda… no… prigioniero in una palla di ferro annerito, poi l’universo scoppiò
come una bolla e lui si svegliò, si rizzò sul tufo umido, credendo di urlare e
trovandosi muto… Anche le stelle erano mute… la brezza del mare fresca… Valit
russava piano…
Le dita gli tremavano un poco… Si sentiva ottenebrato, ottuso, poi sempre più
leggero, finché temette di sollevarsi nell’aria e di ripetere ciò che gli era parso un
sogno. Respirò lentamente e a fondo per ritrovare il controllo.
Ancora non pensava chiaramente: in testa non aveva parole, non aveva
immagini… Il mondo si muoveva, non fisicamente, ma in un ordine fluido dove
ogni movimento si fondeva negli altri così che non ci fossero giunture… seduto
là, con l’aria asciutta e ricca nei polmoni, col sangue tanto in tumulto, nonostante
i lividi e i dolori, da fargli venir voglia di ballare giù per la collina e correre
indietro, saltare, volare… Niente era impossibile… era tutto vero. L’avrebbe fatto,
qualunque cosa fosse, perché poteva cavalcare le correnti e raggiungere la fine,
perché l’obiettivo era inteso per lui prima della sua nascita e il tempo e la natura si
muovevano da sempre intorno a quell’attimo… Sorrise, poi rise forte, sentendosi
alto come la collina e vasto e inesorabile come il mondo…
Sedette di nuovo, sentendosi in pace e pronto a dormire davvero. Ricominciava
a pensare, ma tutto andava bene, ora…
L’obiettivo, pensò. Bene, i particolari li avrebbe scoperti l’indomani. Gran Dio,
come si sentiva bene! Accetto, disse a qualcosa, alla terra, all’aria, alla notte,
Accetto… Ai dettagli avrebbe pensato poi.
Chiuse gli occhi e si addormentò all’istante.
La mattina era color grigio chiaro. Broaditch si svegliò fresco e non troppo
infreddolito. La sua nuova energia aveva superato la notte. Si stirò e toccò Valit
con la punta del piede. Ne ebbe in cambio un brontolio e una bestemmia
soffocata.
Mi sforzerò, pensò tutto allegro. Chiunque vale uno sforzo… Sorrise tra sé per
averlo pensato.
“Accetto,” sussurrò. Si alzò in piedi, scuotendosi con uno sbadiglio, si aprì la
brachetta e orinò contro la roccia.
“Sveglia, ragazzo, e benvenuto nel primo giorno della mia vita… e della tua!”
Valit si era rigirato e batteva le palpebre.
“Sterco e sangue,” borbottò, fregandosi gli occhi. “Campi di merda…”
“Ah, l’allegro uccellino dà il buongiorno al mattino!”
A metà pomeriggio, Valit camminava a fatica e Broaditch meditava. Si era fatto un
bastone con un ramo e marciava per i campi pieni di bacche e di erba alta. Fino
a quel momento non avevano trovato abitazioni. Salivano gradualmente verso un
muro basso (e non sapevano che era romano) che seguiva le curve del paesaggio.
“Ma dove andiamo?” chiese ancora Valit.
“Là,” gli rispose Broaditch, indicando con la punta del bastone.
“E poi? Non capisco cos’hai detto più indietro. Dove…”
“Valit, che cosa vuoi? Che cosa speri?”
“Come?”
“Su, su, che le orecchie ce le hai.”
Dopo aver pensato per qualche passo, Valit disse: “Non mi fido di nessuno.”
“Condizione felice.”
“Ho i miei motivi. Però di te mi fido, fino a questo momento. Mi hai aiutato due
volte e ti sono ancora debitore… Non che intenda fare più di tanto.”
“Non è il più di tanto che importa.”
“Sia come sia, mi fido di te quanto basta per dirti che molti mi dicono sciocco
perché non voglio lavorare il ferro come mio padre.”
“Be’,” disse Broaditch, mentre raggiungevano il muro di pietre squadrate, “non
c’è lavoro migliore e pochi sono altrettanto solidi. Dato che…”
“È una canzone che ben conosco,” tagliò corto Valit, scavalcando l’ampia
sommità dalla quale si godeva una vista maestosa delle montagne desolate.
Broaditch si rese conto che la tempesta li aveva spinti parecchio a nord. “Però
non mi importa. Ti confiderò di più: ho osservato gli ebrei.”
“Gli ebrei?”
“Già. Mi sono fatto una specie di amico, Cay- am di Camelot. Ho visto spade
d’oro, sì, e le ho trovate più affilate dell’acciaio.”
“Ma,” disse Broaditch, il quale non aveva ancora afferrato il significato nascosto,
sorpreso dal genere e dal modo della rivelazione, “l’oro è molle e… già, capisco.
Capisco.” Valit lo aveva colpito. “Così vorresti diventare ebreo?”
“In un certo senso. Se posso. Finora mi sono fidato di te, ma non dirò una
parola di più.”
Broaditch era certo che non l’avrebbe fatto.
“Be’, eccoti servito,” tagliò corto. Era buffo, però non lo divertiva. “E quanti ne
ammazzerai con la tua spada d’oro,ragazzo?”
“Finora mi sono fidato di te e non mi fiderò di nessun altro.”
“Nemmeno del tuo amico Cay-am?”
“Di lui men che meno.”
Sulla strada selciata che correva lungo il vallo erano protetti dal vento pungente
del nord. Broaditch fischiettò e osservò alcuni corvi volare in cerchio sopra di
loro.
“Qualunque cosa tu voglia, mettila da parte, per il momento. Fidati di me e ci
sarà qualcosa di più delle ricchezze.”
Valit lo fissò, senza parlare. Broaditch era sorpreso da quanto aveva detto. Come
l’avrebbe spiegato?
“Se ti dicessi che sono guidato da angeli e stregoni?”
“Ah,” replicò il giovanotto.
Broaditch batté il bastone sulle pietre del selciato e continuò a fischiettare.
“Pare che ti guidino su una via strana e ardua, mastro Broaditch,” commentò il
giovanotto.
“Non dar retta ad angeli e stregoni, allora,” rise Broaditch.
“Mi capita raramente,” commentò il suo compagno.
Broaditch chiuse gli occhi e scosse la testa. “Non infierire sui caduti,” disse con
un sospiro, “anche se sono i bersagli più facili… a parte gli angeli e gli stregoni,
i quali erano, in un certo senso, un modo di dire…”
“Non darti pensiero,” interruppe Valit. “Preferisco venirti dietro che girovagare da
solo. Mi importa poco se segui i diavoli o i mentecatti. Però ti prego,” e per la
prima volta Broaditch scorse la parvenza di un sorriso amichevole, “dai la
preferenza alle guide che amano le strade selciate e la gente allegra.”
Broaditch rise di nuovo.
“Ma guarda che ho promesso a Balli di tornare a nuotare nella sua palude e di
conoscere i suoi parenti.”
Valit assunse un’espressione acida.
“Anche se tutti gli elfi della terra puntassero verso la casa di quella palla di sterco
le loro dita di fuoco, aspetterei la fine della vita prima di accettare l’invito.”
Broaditch apprezzò l’esibizione di eloquenza, ma poi si fece serio. Mentre
marciavano, dita fumose di nebbia fluttuarono al disopra del vallo.
“Eppure, ragazzo questa è una faccenda seria. E per quanto incerto sul come io
sia stato guidato, ho un fine ben preciso, anche se ancora impreciso…” Guardò il
suo compagno. “Be’, ragazzo, non sono matto, ma non posso spiegartelo finché
non mi è più chiaro. Per adesso siamo diretti a sud.”
“Per finire dove? O non lo sai?”
“Lo so quasi. Lo scoprirò quando ci sarò arrivato.”
“Poi? Te lo spiegheranno gli angeli e compagnia bella?”
Ancora sorridente, Broaditch gli batté sulla spalla. “Valit, ragazzo, calma
l’impazienza.”
“Ah, per dire, sono più paziente io di quante onde abbia il mare… O anelli di
grasso Balli.”
“O peccati la città di Londra, rimpianti l’inferno, pazzi in chiesa, diavoli al
governo… ti prego, non allungare la lista.”
Valit rifece il muso e si ritirò nelle proprie ossessioni. Proseguirono per un poco
senza parlare.
“Spesso c’è della verità nelle profezie strane,” se ne uscì Valit all’improvviso.
“E non c’è dubbio che ci siano menzogne nel senno del poi.”
“Ma tu, che cosa ne pensi?” insistette Valit.
“Già, spesso c’è del vero.”
“Anche nelle cose non espresse?”
“Così si dice.” Broaditch fissava oltre la brughiera: gli pareva che si fosse mosso
qualcosa. Un cervo, forse.
“Allora,” fece Valit, col tono trionfante di un autentico ragionatore astratto, “dai
tuoi sproloqui potrebbe derivare qualche profitto concreto!”
Broaditch lo ammirò un’altra volta.
“Valit, sono contento di averti con me, lo giuro! Credo che il mondo stia per
essere masticato e inghiottito e che nonostante tutto tu sia pronto a frugare in
cerca di perle nel letame fumante!”
“Allora non lo neghi?”
“Negare cosa?”
“Che io possa trovare un profitto concreto.”
“Quello?” Broaditch scoppiò a ridere. “Ah, ragazzo, credo proprio che troverai
ciò che cerchi… e molto di più…” Continuò a ridere, ma sentiva verso di lui un
nuovo senso di responsabilità. Pensò ai suoi figli… si ripeté i loro nomi. Li
avrebbe rivisti? Aveva già accettato il peggio, se così doveva essere. Ebbene, se
avesse continuato a respirare e a camminare, il tempo avrebbe chiarito ogni cosa.
“Un profitto concreto,” ripeté, ridendo.

Parsifal era in attesa; la mula col carico e il palafreno di Unlea si agitarono


mentre avanzavano due cavalieri pesantemente armati, dalle corazze scure lavorate
in argento e celate d’argento piatte e vuote.
Di nuovo due di quelli? si chiese, riconoscendo un’armatura di vent’anni prima.
Allora Gawain aveva ragione… carne e sangue infine.
“Chi sono?” domandò Unlea, nervosa.
“Se sono quelli che sembrano, non sono abbastanza per crearci dei problemi.”
Trasse un profondo respiro, si sentì pronto. Per la prima volta, dopo anni, non
vedeva l’ora di combattere. Sentiva che era dovuto alle tensioni dei giorni
precedenti.
“Appartenete agli empi senza parola?” gridò, dirigendo il cavallo dalla loro
parte. “Già, ma se lo siete non potete dirlo.”
Quelli stavano muti e immobili come sculture. Solo i cavalli parevano vivi.
Di tra gli alberi gocciolanti e nebbiosi era emerso un terzo guerriero. Un uomo
tarchiato in lucido acciaio argentato con un cavallo bianco e nero. Aveva un’aria
familiare. Avanzò calmo, tenendo una mano sull’elsa smisurata della sciabola. Con
l’altra reggeva la lancia.
“E tu?” richiese Parsifal. “Dimmi il tuo nome.”
L’uomo sbuffò violentemente dentro all’elmo. Doveva essersi buscato un
raffreddore. La voce uscì doppiamente soffocata e distorta.
“Io ti conosco,” disse, soffiando e deglutendo. “Be’, non sei più affar mio. Non
ti ricordi di me, Parsifal-testa-leggera?” Rise e starnutì. “Cosa ne dici se giochiamo
un po’?” Lasciò cadere la lancia, trasse la lama, e si avvicinò. Parsifal avvertì
l’abilità dell’individuo come una forza tangibile e lasciò che il suo corpo di
rilassasse per stabilizzare il ritmo del respiro, senza sfoderare la spada. Non si
preoccupò nemmeno di chiudere la visiera. Se l’uomo avesse sferrato un colpo,
non l’avrebbe certo protetto. Era uno al suo livello. Attese, all’erta, poi lasciò che il
suo corpo combattesse. E lo fece, protendendosi nella breve, irresistibile stoccata,
ritraendosi, torcendosi in un lampo d’azione, provato al limite, non in perfetta
forma. Entrambi i colpi furono parati e, mentre i cavalli si sfioravano, sentì come
una frustata sulla gola e vide il guanto dell’avversario tagliato in due. A Unlea la
scena parve un lampo, un sibilo, il terrore di un battito…
Il cavaliere tarchiato sganciò la visiera, starnutì con violenza. Era Lancillotto, col
naso a peperone. I due rimasero a guardarsi.
“Magnifico,” disse Lancillotto. “Prima o poi ti ucciderò, ma…” sputò catarro.
“Ho addosso una maledizione… Dama Morgana o qualche merdosa sorella…”
“Hai dimenticato di avere ucciso mia moglie e mia figlia?” domandò Parsifal, in
attesa, guardingo, convinto che il destino lo spingeva verso un altro, inutile
combattimento. la consuetudine, di nuovo, pensò, la consuetudine dell’orgoglio e
del dolore… Presso la riva del fiume, offuscata dalla pioggia fine e fitta, Unlea
assomigliava a un refolo di speranza perduta, una forma di nebbia…
“Che cosa?” disse Lancillotto.
“Al castello di Tratinee. Dove mi hai trovato l’altra volta.”
Lancillotto starnutì ancora. Si ripulì i baffi col guanto di ferro, senza molto
successo.
“No, non c’entro niente,” dichiarò.
Parsifal sapeva che Lancillotto non era troppo sveglio, ma non lo si conosceva
come bugiardo. “Quello che ha nel cervello fa crescere i fiori,” aveva detto di lui
Gawain.
“Eppure c’eri tu coi tuoi uomini di guardia.”
“No, non di guardia,” rispose gravemente Lancillotto. “Per uccidere te. Come ho
dichiarato apertamente.”
“Molto bene. Chi ha scannato la mia famiglia, allora?”
“Non lo so.”
“E non sei più tenuto ad ammazzarmi?”
“Sì. Ma mi piacerebbe giostrare con te, per divertirmi.”
“Chi ti aveva mandato per uccidermi? Non sapevo che la tua spada fosse in
vendita.”
“In vendita? Chi osa dire che è in vendita?”
“Per onore?”
“Già. Avevo un debito. Verso il duca LaLong. Aveva fatto un grande servizio a
me e al defunto re Artù.” Lancillotto sputò altro catarro, voltò il cavallo e si
preparò, ad andarsene, ancora incerto se riproporre l’attacco lì e in quel
momento. “L’unico re che fosse un uomo. Non dire altro, Parsifal-testa-leggera.”
“Come mai il duca ti ha sollevato dall’obbligo di uccidermi?”
“Con la sua parola.”
“E quale impegno d’onore servi adesso?” domandò Parsifal, indicando la
silenziosa coppia di cavalieri neri.
Lancillotto aveva un’espressione cupa e fredda.
“Che cosa diavolo dici?” gridò, con la mano sulla spada. “Domandalo a loro!”
Spronò il cavallo e si allontanò tra gli alberi.
“Perché sono muti?” gli urlò dietro Parsifal. “Sono muti, non è vero?” Il
cavaliere tarchiato scomparve nella nebbia e i due gli tennero dietro.
E a me che cosa importa? pensò, voltandosi verso Unlea che fissava l’acqua,
triste e sperduta nel grigiore generale…. Che mi importano i cavalieri neri o
arancioni? È tutto passato… Troverò un posto per noi… lo troverò…
Guardò la donna, immaginandosela felice, in un giardino di fiori splendenti,
con un bambino dai capelli d’oro che le giocava accanto, nella calda luce del
sole… Come un presagio felice, il sole spezzò la coperta di nuvole, scintillò
sull’acqua, accarezzò il viso di lei e Parsifal sentì che c’era qualcosa che non
andava… Le si avvicinò.
“Sei così bella, Unlea,” disse, sorpreso di vederla scuotere il capo. “Unlea?”
“No,” disse lei. “Ti prego… lasciami andare. Ti prego, Parsifal, prima che
giunga a detestare le nostre dolci ore e la tua vista…” Pareva in preda all’ansia.
“Non può essere, Parsifal, non lo vedi?”
“Ma…”
“Oh, tu…” Unlea chiuse gli occhi. “Tu, bambino eppure uomo…” Li riaprì,
colmi di lacrime. “Questo è il mondo, Parsifal.”
“Ma io ti amo,” fu tutto quanto lui riuscì a dire. Le lacrime bruciavano anche
nei suoi occhi. “Ti amo, Unlea. ” Sentì all’improvviso che quella era stata la sua
ultima occasione e che l’aveva perduta. Aveva fallito un’altra volta, pensava e no…
no, ci deve pur essere una possibilità, ma sapeva che era la sua mente che si
muoveva nel riflesso del già morto, come un corpo appena ucciso che pare
respirare e distendere le membra… “Ma io…”
“Ascolta,” disse lei, indicando il sole che impallidiva, “sei così immerso in
questa cosa che i tuoi sensi si sono oscurati?” Gli sorrise appena. “Bambino mio
e uomo tenero…” aggiunse, mordendosi le labbra. Parsifal cercò di aggrapparsi al
più piccolo segno, alla speranza della speranza che forse l’amore sarebbe
magicamente bastato…
“Unlea…”
“Guarda il sole,” insistette lei. Lo colpì mentre spariva di nuovo. Non era est,
ma ovest. Ovest… Il fiume deve aver fatto un cerchio, si disse.
“Questa è la piana verde,” spiegò lei. “La mia casa è appena al di là. Finora è
stata nascosta dalla nebbia. La terra sembra diversa vista da qui.”
“Allora dobbiamo girare dall’altra parte.” Parsifal sapeva che lei avrebbe scosso il
capo. Ovviamente. “Ti prego,” si sentì dire. “Ti prego.”
“Liberami, Parsifal,” lo implorò lei. “Per amore, se non per altro.”
“No,” rispose lui, sapendo che era sì. Sì! Sì! Sì! Chiuse gli occhi che gli
bruciavano.
“Non c’è speranza,” disse lei a tutti e due. “Questo è il mondo di chi è desto,
amore mio, amore perduto…”
Lui non rispose… attese.
“Liberami,” lo implorò ancora, anche se la sua voce non tremava più… e
Parsifal, infine, annuì. “Non guardarmi,” disse lei, disperata, “non guardarmi, se
no non posso andare…”
“Sarai al sicuro?”
“Non mi farà del male… Non me ne ha fatto mai.”
Parsifal sapeva che era vero, lo sapeva… era un gelo che sentiva nel ventre.
“Ed è tutto?” mormorò.
Lei non rispose, non ce n’era bisogno. Lui voltò il cavallo e cominciò ad
allontanarsi. La pioggia si chiuse intorno a lui… ora iniziava il ricordo. Quando si
voltò non c’era che pioggia e foschia, la terra a perdita d’occhio e il cielo…

Parsifal andò avanti, a capo chino, affidandosi al cavallo. Aveva lasciato il fiume e
attraversava un’ampia pianura, ondulata e fangosa.
Non alzò lo sguardo quando il cavallo affrontò la riva di un altro fiume che
scorreva piatto, verdastro, diritto. Non alzò lo sguardo quando i cavalieri lo
raggiunsero. Notò appena le grida e il tintinnio, il clangore, lo sbattere dell’acciaio,
il rumore dei cavalli…. Quando infine guardò tristemente con gli occhi annebbiati
e arrossati, scorse delle figure sfocate. Non si preoccupò di contarle. Aveva pianto
troppo per riuscire a mettere a fuoco lo sguardo, e del resto non gli importava.
Non ascoltò nemmeno, rimase solo cortesemente in attesa finché la voce cessò di
infuriare. Non era mai stato così depresso. Oh, sapeva che la voce che risuonava
nell’elmo aperto era quella di Bonjio, ma il fatto non si collegava a niente, perché
stava ricordando la dolcezza di lei nel primo fieno, nel letto, nella tenda setosa,
sotto la luna, le stelle e il sole… desiderava voltare il cavallo e andarle dietro…
provare ancora, senza sapere cosa avrebbe detto o fatto… Il futuro era vuoto e
spaventoso… Quale passione poteva uguagliare la loro? Che gli importava del
conte e dei suoi uomini e di tutto quanto? A un certo punto percepì vagamente
l’ombra del colpo d’ascia diretto alla sua celata aperta, trasse l’arma e tagliò il
braccio con una velocità di riflesso sovrumana, e ascia, mano e polso gli
veleggiarono accanto, schizzandogli le guance di sangue. Le grida lo risvegliarono
e allora avrebbe voluto gridare egli stesso e pregare che il colpo tornasse indietro,
che quei pochi attimi non fossero esistiti… Oh, mio Dio, pensò, è sempre troppo
tardi… sempre…
Si guardò intorno con la vista ancora offuscata.
“Bonjio,” chiamò con disperazione, “Bonjio.”
Bonjio era caduto di sella e giaceva in una macchia rossa che si allargava sulla
terra verdastra mentre gli uomini si davano da fare intorno a lui, cercando di
fermare il sangue con strisce di pezza.
Parsifal sapeva che avrebbe potuto evitare il colpo se avesse avuto gli occhi ben
aperti, se solo avesse prestato attenzione…
“Perdona…” disse, senza poter aggiungere “mi”. Pensava che di nuovo
consuetudine, e anche dolore, e… che quell’uomo era stato suo amico… e… che
non c’erano più e… Si strappò l’elmo, si premette gli occhi, si batté la fronte: non
si trattava solo di Bonjio, di lei… o di una cosa certa; era un vuoto nella vita,
l’assenza… il peso del mondo e il frullo del tempo; come le ruote di un carro,
ogni giorno sprofondava nel successivo e nei brevi momenti di riposo… Per la
prima volta non poté ingannarsi con una speranza, una prospettiva, uno scopo
che gli stesse innanzi. Tutto gli precipitò addosso e si sentì spinto sempre più
avanti come il nuotatore catturato dal gorgo che guarda senza speranza la riva
lontana… nessuna donna… nessuna opera… nessuna visione… niente. Nessuna
voce di vita gli parlava più… solo il gelo umido che impediva al sangue di
asciugarsi sul suo guscio d’acciaio… Cavalcò nella nebbia, seguendo senza
rendersene conto il fiume che curvava bruscamente e si oscurava, e quando il
cavallo raggiunse il fondo di una curva ripida e stretta, e si fermò a mordicchiare
l’erba scolorita, smontò. Ora vedeva in modo diverso da ciascun occhio, e ciò che
in uno era chiaro nell’altro si offuscava, e camminando lungo la riva era più
incerto nel passo che se fosse stato cieco, così entrò in una pozza coperta di fiori
che aveva creduto terraferma. Si credette vittima di una magia quando il suolo si
aprì e lui si trovò in un attimo trascinato sul fondo pieno d’alghe dal peso
dell’armatura, a guardare in su sotto molti piedi di acqua lenta nel crepuscolo
grigiastro, che sbiadiva le masse ombrose delle piante acquatiche le cui strane
radici gli si ammassavano e ondeggiavano intorno. Il trauma gli aveva snebbiato la
vista e si sentiva a suo agio con i rivoletti d’acqua che fuoriuscivano lentamente
dalla corazza… il fango era un morbido cuscino… l’acqua si muoveva come un
vento purificatore… e si domandò che effetto gli avrebbe fatto respirarlo, inalarlo
profondo e freddo nei polmoni palpitanti… Si domandò, vagamente, e l’aria
dentro di lui diventava un dolore bruciante, se alla fine il suo corpo avrebbe
lottato per risalire e salvarsi poiché, se la sua mente non provava più alcun
interesse, il corpo poteva fare ciò che Doveva. Alla mente non importava più ma
attendeva perché, forse, sarebbe venuta ancora un’immagine, forse una voce… la
parola…

Gawain e Prang si erano fermati per abbeverare le bestie. Il cavaliere più anziano
si era chinato oltre la sponda del fiume per raccogliere l’acqua in una mano,
mentre i cavalli immergevano il muso un po’ più a valle.
Il sole al tramonto spuntava da uno strato piatto di nuvole, diffondendo uno
scintillio rossastro, come se il mondo si fosse acceso dal di dentro.
Perciò Gawain dapprima pensò si trattasse di un mero riflesso, solo che il sapore
metallico persisteva.
Sputò la sorsata e fissò le macchie rosate che galleggiavano, raggruppate oltre la
curva.
Si alzò e risalì a monte, scostando i rovi…

“L’ho visto soltanto perché gli ultimi raggi del sole arrivavano all’acqua da uno
spazio tra gli alberi,” raccontava Gawain a Prang, mentre sedevano entrambi nel
caldo anello mobile della luce della fiamma, sorseggiando brodo di carne bollente.
Guardarono Parsifal, il quale giaceva perfettamente immobile sul suolo, coi riflessi
delle fiamme sulla cotta leggera. Teneva gli occhi chiusi. “Ragazzo, mi sono
spaventato a vederlo sul fondo del fiume, proprio come è adesso… col sangue che
ho creduto fosse il suo che si diluiva… Teneva gli occhi aperti e li ha girati verso
di me, quando dalla bocca gli uscivano le ultime bollicine…” Scosse il capo.
“Ma cosa ne capisci, Gawain?” domandò Prang. “Era ferito? Colpito da un
incantamento?” insistette nervoso. Dopo pochi istanti si segnò, all’improvviso.
Gawain scosse la testa. “Mi guardava, eppure non ha mosso un muscolo per
uscire da quella tomba d’acqua…”
“E l’hai tirato fuori.”
“Già, ma non prima che inspirasse e chiudesse gli occhi.”
Giaceva negli ultimi raggi rosso sangue che Io illuminavano sul fondo scuro tra
le piante acquatiche d’ombra, le braccia incrociate sul petto come per una veglia, i
lunghi capelli d’oro striati d’argento mossi dalle correnti che parevano spingere
l’oscurità su di lui e cancellare l’ultimo sottile filo di vita, quando il petto gli si
sollevò per inalare il gelo. Poi fu notte…
“Non hai mai tirato fuori da quattro piedi d’acqua un uomo armato di tutto
punto?” volle sapere Gawain.
“No,” rispose Prang, fissando Parsifal.
“Ebbene, come hai visto, io l’ho trascinato sulla riva con il mio unico braccio.”
L’opera l’avevano finita insieme. Poi Gawain era montato sulla schiena di Parsifal
per fargli sputare tutta l’acqua che poteva. Pareva aver ripreso a respirare, ma non
riapriva gli occhi. Erano già passate due ore e Prang si era convinto che non li
avrebbe riaperti più. Gawain invece pareva ottimista.
In cielo salì una luna calante, il fuoco si ridusse in braci violette e Prang
cominciò ad appisolarsi prima che Parsifal guardasse i compagni.
Gawain era impegnato a riparare una cinghia della sella che si era rotta e la
ricuciva con lo spago cerato.
Prang si credeva addormentato: all’improvviso i grandi occhi grigiazzurro si
fissarono su di lui, quasi aumentando la scarsa illuminazione con una loro fredda
brillantezza interiore. Si pizzicò le guance, spaventato dalla distanza di quello
sguardo, sentendosene gelare come se dietro, a fissarlo senza passione, vi fosse
qualcosa di non del tutto mortale. Durò un attimo.
“Messere,” disse, intendendo Parsifal, ma facendo alzare lo sguardo a Gawain.
“Così sei tornato indietro,” disse questi a Parsifal, come per una intesa segreta,
pensò Prang.
Parsifal non parlò subito. Respirò a fondo. “Sì. Indietro,” disse infine.
Gawain annuì come se sapesse (pensò Prang). Ma perché?
“Vi siete ripreso?” domandò Prang, sentendosi inutile.
“Questa è una faccenda completamente diversa,” disse Gawain. “È sufficiente che
sia tornato.” Poi si rivolse all’amico. “Così, adesso sai anche questo?” domandò,
piuttosto gentilmente, tutto sommato, pensò Prang.
Parsifal si toccò la faccia, sorpreso quasi di trovare carne sulle ossa.
E proprio dovrebbe, commentò Prang tra sé, considerato ciò che è stato.
“Sì,” disse Parsifal a Gawain, “sì.”
“Parlate come se lui fosse stato via in visita,” intervenne Prang.
“Davvero?” rispose secco Gawain. “Lui voleva finirla.”
“Sì,” affermò Parsifal. Le mani gli ricaddero sul petto. Respirò profondamente.
“Ora dormirò,” disse, e chiuse gli occhi.
Gawain parve contento. Si sistemò vicino alle ultime braci, stringendosi nel
mantello di lana.
“Domani, giovane Prang, scoprirai dove siamo diretti… il che non ti lascerà
alcuna scelta… per così dire.”
“Cosa?” disse Prang. “Cosa?”
Ma Gawain si mise comodo e non aggiunse altro.

Lohengrin era dietro il grosso dell’esercito solo una giornata di cavallo. La strada
che seguiva coi cinquanta cavalieri della sua guardia del corpo portava su di
un’altura a nord, nel tramonto. Lo lasciava perplesso il tempo che il riflesso di un
rosso profondo stava impiegando a svanire dalla nuvolaglia. Quando passarono
sopra un ponte stretto vide delle forme scure nelle acque lente e scintillanti. Si rese
conto che erano corpi sparsi. Tra gli altri c’erano quelli di una donna e di un
bambino. In precedenza, in un punto dove i rami degli alberi sovrastavano la
strada, erano passati sotto una fila di uomini e di donne impiccati. Si era chiesto
di che razza di crimini si fossero macchiati.
Il sole del tardo pomeriggio ne proiettava le lunghe ombre con oscillazioni
gigantesche sui tristi campi autunnali.
Al sommo del crinale di una lunga fila di colline che si curvavano da una parte e
dall’altra rinchiudendo la valle sottostante, tirò le redini, colpito, perché il sole non
aveva nulla a che fare con il riflesso rosso: quella che doveva essere stata una città
di notevoli dimensioni e il suo castello affondavano in un mare di fiamme. Se ne
sentiva il calore fin lì, a due miglia di distanza. L’aria aspirata verso il centro del
getto torreggiale del fuoco frustava gli alberi e le erbe secche. La foresta era
tagliata da lunghi fiumi ardenti, il legno secco e le foglie esplodevano letteralmente
e i pini in gruppo ruggivano come torce. Il fumo denso si raccoglieva per poi
allargarsi nel cielo. Il boato del fuoco era tremendo.
Mentre seguivano la strada, tenendosi lontani dalla fornace oltre il campo,
Lohengrin scorse una contadina con un bambino e una bambina accucciati nelle
ombre delle fiamme dietro un muro basso e crollato. Era un povero nascondiglio,
pensò, ma il migliore dei dintorni. Uscì dalla fila, accennando agli altri di
proseguire, e si diresse verso di loro.
In sella al suo cavallo, scrutava la bambina spaventata, il ragazzino pallido e
ardito, la donna dai capelli rosso e argento. Aveva il naso aguzzo e un’espressione
di fame quasi feroce, una disperazione troppo forte per mostrare la paura.
Lohengrin capì che non sarebbe morta facilmente, e quello era da rispettare.
“Cosa è accaduto qui?” domandò, sollevando la visiera.
“Dove?” replicò la donna, guardandolo dal profondo dei suoi occhi affamati. Era
magra e agile, con le mani nascoste tra le pieghe del mantello.
Tiene un’arma, là sotto, pensò lui.
“Si è combattuto, qui?” insistette.
“Ho visto un solo esercito oggi,” replicò lei. “E nessun oppositore.”
Questo è vero. Tutto questo settore è senza difesa. Perché allora abbiamo voluto
distruggerlo? Uccidere un po’ di plebaglia per mantenere l’ordine è una cosa…
I bambini osservavano la fila di cavalieri, ombre scure contro il muro di fuoco
lontano, che passavano uno a uno al trotto serrato.
“Come è scoppiato l’incendio?” volle sapere. Si accorse che gli occhi di lei non lo
lasciavano mai. Si sentì vagamente a disagio, insicuro.
“Provate a pensarci che indovinate,” le scappò detto.
Quale dei generali era stato così stupido da permetterlo?
“Allora,” disse, soprattutto a se stesso, “la truppa è sfuggita di mano.”
“No,” disse lei.
“Eh?”
“Hanno buttato tutti nel fuoco,” disse la bambina all’improvviso, con una vocetta
troppo acuta. Nel timbro era nascosta la paura, ma non di lui. Continuava a
guardare oltre le fiamme e i cavalieri. “Hanno buttato…”
La donna (doveva essere la madre, pensò lui) le premette una mano sulla bocca.
“Zitta,’’ disse, “zitta,” e guardava lui.
Questi sono i nostri villaggi, pensò, perché?
“Qualcuno ha attaccato le truppe?” domandò, alla ricerca di una logica.
“Attaccato?”
La fila degli uomini si allontanava.
“Che stupidità!” esclamò lui. Ebbene, il signore avrebbe udito quella storia. Lui
avrebbe dovuto unirsi lì al grosso dell’esercito, a nordovest di Londra che
presumeva fosse l’obiettivo principale. Da Londra e da Camelot avrebbero potuto
dominare il sud… a meno che altri idioti non avessero insistito a bruciare la ricca
campagna per togliere ogni valore alla conquista. Prima di spronare il destriero e
seguire gli uomini, lanciò un’occhiata severa alla donna. “Come hai potuto
sopravvivere?” le domandò.
Proprio quando cominciava a pensare che non avrebbe risposto, lei parlò.
“Qualcuno sopravvive sempre. A tutto.”
Stava per replicare, ma richiuse la bocca. Annuì e ritornò sulla strada, pensando
a ciò che avrebbe detto a Lord Clinschor, pensando ai grandi progetti e alle
finalità che avevano cambiato la sua vita, trasformandolo da avventuriero senza
fede in emissario consacrato. Già, ma aveva proprio bisogno di rivedere il
maestro, per chiarire alcune cose e per lamentarsi…

Broaditch si chinò sull’acqua scura. Nella pozza profonda presso la riva del fiume
l’immagine della luna si agitò appena. Il pizzo neroargento delle nuvole gli
aureolava la forma della testa. Udì Valit sospirare nel sonno, sotto il salice.
Attese, scrutando la superficie. Non era certo che sarebbe accaduto qualcosa. Lo
spingeva un istinto, una voce senza parole… Attese, mentre la luna veleggiava
dentro e fuori delle nuvole e saliva alta.
Sognava, mezzo addormentato, dondolando, poi si ridestò toccando l’acqua con
la faccia.
Era sicuro della direzione ora, si disse, ricordando le immagini del sogno. Aveva
intravisto delle colline con pochi alberi; un lago; un fiumiciattolo (ne era sicuro)
proprio là, dove si allontanava dalla loro direzione… Gli parve di capire che
dovevano inoltrarsi nel paese ed era sicuro che ci fosse anche una fortezza… Il
luogo era molto vicino. Poi ebbe paura. Cosa sarebbe accaduto dopo averlo
raggiunto? Perché, qualunque cosa fosse, sarebbe stata la peggiore e la più dura
della sua vita…
“Cosa stai facendo?” domandò una voce, facendolo sobbalzare. Dopo un
secondo riconobbe Valit.
“Chiedilo ai tuoi occhi,” ribatté.
“Preghi l’acqua?”
“Prego perché ci siano più saggezza e meno giovani sciocchi.” Broaditch si
raddrizzò e andò a sedersi sotto il salice.
“Tu mi consideri uno sciocco?” domandò Valit.
“Studiavo il nostro futuro. Ci credi?”
Valit alzò le spalle e si sdraiò di nuovo. “Tu non sei una volpe, Broaditch. Perciò
osservo e attendo.”
“Per il tuo profitto, Valit?”
“C’è qualcosa di meglio per cui l’uomo debba osservare e attendere?”
“Se vuoi veramente essere come un ebreo,” replicò enigmaticamente Broaditch,
“faresti meglio a imparare da loro la fiducia nel cielo e nello spirito indomito,
poiché, pur essendo essi nell’errore, sfidano tuttavia gli eserciti dell’uomo e del
tempo. Se si curassero solo del profitto, si sarebbero già fatti cristiani da un
pezzo.”
Non ci fu risposta. Broaditch sorrise e si voltò su un fianco, desiderando di
poter allontanare il timore costante che angosciava le sue veglie. E, si disse, Dio
sa ciò che il sonno di ogni notte può portare di questi tempi…

Wista cavalcava verso nord sulla stessa strada che Lohengrin aveva seguito
parecchi giorni prima. Wista era stato chiamato e due guerrieri lo
accompagnavano. Non erano compagni interessanti: uno degli orientali col
turbante che sapeva solo qualche frase di inglese e un sergente a cavallo, un
veterano plebeo, grosso, tozzo, brutale, sboccato e sommamente stanco del
mondo.
Wista pensava a Frell. Gli era dispiaciuto lasciarla. Era un dolce boccone,
un’esperienza tesa, strana, meravigliosa… Si era data intensamente e,
sorprendentemente, con poche parole e lunghe tenere carezze…
L’aria era fresca. Il tempo volgeva all’inverno, anche se era ancora troppo tiepido
per la neve. Il sole pallido appariva appena nel cielo nebbioso. Notò un castello
su di una collina vicina. Lo aveva visto tante volte. Ora era come un guscio
vuoto: sventrato, annerito, con le mura abbattute.
“C’è stato un assedio?” domandò a Grontler, il sergente. “È così vicino e non ne
abbiamo saputo niente.”
“Ah!” replicò il soldato. “Gli ordini erano quelli. Ne vedrai un bel po’ di queste
scene su questa strada, ragazzo.”
“Allora c’è stata una battaglia?” insistette Wista.
“Ah! Neanche poi tanto.”
Nonostante gli sforzi di Wista, l’uomo non aggiunse altro.

Verso mezzogiorno si fermarono a riposare vicino a dei campi coltivati delimitati


da muretti di pietra. Wista sedette sulla terra soffice a masticare una pagnotta dura
che gli scivolò di mano e rotolò in una buca. La ripulì con la manica, ne staccò
un altro boccone e lo sputò. Bruciava. Tracannò l’acqua dalla borraccia.
“Sale,” disse tra sé.
Grontler parve divertito.
“Non ti va il condimento?” disse.
Wista frugò nel terreno friabile. Gli brillò tra le mani. I campi erano stati salati.
Rovinati.
“Sono stati anche questi ordini?” domandò, freddamente, al veterano.
L’uomo strizzò l’occhio e sputò. Il saraceno sedeva appartato, duro, remoto.
“Be’, ragazzino,” disse Grontler,. “i grandi signori si fanno il mondo come coi
maiali: prima lo macellano, poi lo salano e lo arrostiscono.”
Wista lo fissò incredulo. Cominciò a parlare, poi si fermò.
“Sei su una fottuta strada, ragazzo,” lo ammonì Grontler, “meglio che ti abitui
in fretta e bene. Non sei mica nel fottuto bagno di tua madre che metti dentro un
dito per volta!”
“Ma che senso ha…”
“Ah!” lo interruppe il soldato, piegando la testa verso il figlio del deserto
dall’aria fanatica. “Lo senti, lui? Questo pivello vuol sapere le risposte.” Ridacchiò
e si rivolse a Wista. “Se non lo si maledice, quello non parla come noi. Hai
visto?”
Wista alzò le spalle.
“Ma perché,” sussurrò a se stesso, “perché rovinare tutta questa terra buona?
Per quale ragione?”
“Lo vedi, quel povero bastardo nero?” Grontler indicò il moro, con un
espressivo sguardo da ubriacone. “Lui sta peggio di te. O di me. Lui non sa, che
i venti del nord di questa terra soffiano dal culo freddo del diavolo.” Annuì,
sturando una fiasca di pietra. Wista percepì un aroma pungente. Grontler ne
tracannò un poco e rabbrividì. “Ah!” disse, “questa l’ho presa da un fottuto
prete…” Ne offrì un assaggio a Wista che rifiutò. “Non devi preoccuparti per
queste cose, ragazzo.” Scosse la testa, cupamente. “Che fottuta importanza ha la
faccenda, io dico? Eh?” Trangugiò altro liquore. “Nessuna,” concluse. “Saremo
fango e polvere abbastanza presto… Hai mai visto i morti nel campo? Eh? Con
le mosche che girano e ronzano dentro e fuori la fottuta testa? Al posto degli
occhi? Eh?” Ridacchiò.
Wista si sentì a disagio. Scosse il capo. “Be’, li vedrai. E non ce n’è uno di fesso
fottuto che prima o poi non fa quella fine… Ah!” Tappò la fiasca, tutto
soddisfatto. “Quel che è, è, come disse il saggio chiavatore.” Indicò ancora il
saraceno, che era in piedi e sembrava impaziente di ripartire. Assomigliava,
secondo Wista, a un meditabondo spirito della desolazione. “Cosa fa qui, quello?
Che gliene cale? Eh? Qualunque fottuto bastardo può fare domande da somaro,
ragazzo… E chi se ne importa? Che fottuta differenza fa se muori qui o se muori
là?” Ghignò e si alzò, dirigendosi verso i cavalli. “Chiedilo al diavolo intanto che
riesci ancora a tirare il fiato.” Montò e lanciò a Wista un’occhiata confidenziale.
“Hai mai scopato una pecora, ragazzo?”
Wista aggrottò la fronte, perplesso.
Grontler sghignazzò.
“Ha il buco più dolce di quello di una ragazza.” Sogghignò e indicò il saraceno.
“Scommetti che lui si è fatto i cammelli nella sabbia? Ehi, tu, sodomita nero!” Il
saraceno fece una smorfia, insospettito dall’atteggiamento derisorio di Grontler.
“Be’, io conoscevo uno che ha scopato una cavalla.” Erano ritornati sulla strada.
La giornata era luminosa, ma gelida. “Aveva un coso grosso come il mio braccio.
Si è messo in piedi su di un ceppo con lei tutta bardata di fino…” Scosse il capo.
“È stata una cosa come un’altra: glielo ficca dentro, grida di gioia, e lei smerda
tutto il carico su quel povero bastardo!” Scoppiò a ridere, agitandosi sulla sella.
“Ma finisce sempre così con l’amore, vero ragazzo?” Il saraceno lo guardò,
sospettoso. “Che figura!”
Wista non fece commenti. Scrutò i campi sbiaditi che sapeva irrimediabilmente
sterili e morti. Neanche un filo d’erba sarebbe germogliato in quella terra, neanche
un fiore colorato… Escluse dal cervello il blaterare di Grontler e non pensò a
niente per qualche tempo. Nell’aria c’era un leggero odore di bruciato che variava
d’intensità col variare della brezza umida…

Il cielo offuscato sembrava essersi unito alla strana nebbia sul terreno, tanto che il
biancore grigiastro aveva a poco a poco rinchiuso Broaditch e Valit in un cerchio
vuoto. E, mentre si dirigevano a sud pareva farsi scuro, anche se il sole era alto e
ancora visibile.
Paesaggio aperto, ora: distese pietrose lunghe e quasi piatte di erba scolorita e
alberi spogli.
Paese da capre, pensò Broaditch.
Valit si guardava intorno immusonito e scettico.
“Avremo bisogno di quei tuoi angeli e stregoni,” commentò, senza sorridere.
“Non darti pensiero,” ribatté secco Broaditch. Cominciava a preoccuparsi anche
lui. Stava davvero diventando una marcia verso l’ignoto.
“Come fai a sapere dove stiamo andando?” domandò Valit. “Non che io abbia
dei dubbi, santo profeta.”
Il santo profeta notò che la brezza del sud portava un odore lieve, ma irritante.
“Sei libero di andartene per la tua strada in qualunque momento, ragazzo,”
ribatté.
“Io non sono guidato dal cielo,” replicò Valit, “e questa potrebbe essere l’unica
occasione nella mia vita… Fino a ora, però, sembra che il cielo ci abbia condotti
solo nella nebbia.”
“Questo è più normale di quanto tu pensi,” disse Broaditch. Ma nel
pomeriggio? si chiese. È molto strano che la nebbia si dilati e rimanga addosso
come questa… Giurerei che il vento stia portando del fumo…
“Puzza come una cena bruciata,” osservò Valit.
Se così fosse sarebbe sopportabile, commentò Broaditch tra di sé.
“Staremo senza dubbio girando in cerchio,” decise Valit, cercando di penetrare il
muro giallo e ondeggiante che circondava non più di cinquanta piedi di spazio
visibile in ogni direzione.
“Forse allora staremo a cena da Balli,” scherzò Broaditch. Si divertiva alle
reazioni di Valit a quell’argomento.
“Tu cenerai, immagino,” si affrettò a ribattere il suo compagno. “Per conto mio,
andrò solo al pranzo del suo funerale e brinderò all’opera dei vermi che lo
ridurranno a brandelli.”
Broaditch rise… Gli sarebbe piaciuto che il suo bastone fosse la verga di Aronne
per poter dividere quella cortina. Stava diventando proprio buio e una fuliggine
bruna inspessiva la nebbia trasformandola in un porridge.
Allora, si disse, adesso che mi hai condotto qui, posso dare un’occhiata fuori da
queste forme nebulose?
Fece un tentativo, osservando l’avvolgersi e lo svolgersi, le forme mobili che era
facile animare con l’immaginazione… Troppo facile. Scorse il viso di sua
moglie… una vasta moltitudine in guerra… un profilo beatifico… un demone
dalla lunga mascella… castelli che crollavano e città che andavano in fumo…
paesaggi che svanivano… Scosse il capo per cancellare le immagini, ma una
rimase. Batté le palpebre, ma non se ne andò e sembrava prendere una sostanza
spettrale più densa della nuvola e più sottile della carne: un cocchio fatato tirato da
corsieri divini; una figura snella, elfica ( forse lo stesso Mercurio, pensò lui, con
l’elmo alato…), che danzava nell’aria sopra il cocchio, mentre dee bellissime,
splendenti, eteree, si sporgevano dai fianchi a botte, le lunghe trecce che
volteggiavano libere nella nebbia…
“Guarda là,” disse, indicando col bastone.
“Dove?”
La parete era di nuovo vuota, chiusa sulle immagini che avrebbero dovuto
guidarlo.
“Niente,” borbottò.
“Cosa hai visto?”
“Niente. Uno scherzo della nebbia… o degli occhi.”
“Uno dei tuoi angeli?” Quando Broaditch non rispose, Valit disse: “Che scopo
c’è ad andare avanti? Potremmo accamparci qui… Non avremmo dovuto lasciare
la strada… E per mangiare? Ci resta solo un pezzo del formaggio di Balli e
mezza crosta…”
Broaditch piegò a sinistra e proseguì deciso da quella parte. Valit scosse il capo.
“Questo è matto tutto,” dichiarò. Rimase impalato, ma quando il compagno
cominciò a dissolversi nel muro di fumo come se uscisse dal mondo si affrettò a
seguirlo…
Broaditch aveva deciso di puntare nella direzione della “visione”. Seguili, si era
detto un momento prima, a questo punto un’indicazione, per quanto sbagliata, ne
vale un’altra.

Dopo circa un’ora, la visibilità era diventata quasi nulla e nella nebbia c’era
certamente anche un fumo acido. Secondo Broaditch puzzava come carne in
disfacimento.
Improvvisamente inciampò, scivolò, e non cadde nel fiume solo perché riuscì a
puntare il bastone nel fango della riva.
“Siamo venuti davvero da una bella parte,” concesse Valit.
Non riuscivano a vedere la riva opposta, sempre che ci sia e che non sia invece
una rientranza del mare. rimasero lì accoccolati per qualche minuto.
“Non mi lascerò scoraggiare,” disse Broaditch e sputò nell’acqua che aveva un
odore pesante, nauseabondo. “Basta.”
Tastando il percorso col bastone, si avventurò nella corrente moderata. Valit lo
seguì, rassegnato a tutto.
L’acqua era bassa, non superava mai il ginocchio. Erano rinchiusi nella nebbia,
ma li guidava la corrente.
L’urlo di Valit fece rigirare Broaditch. L’altro pestava, scalciava, pallido,
terrorizzato.
“Mi ha preso!” urlava. “Madre, salvami…! Madre…!”
Poi Broaditch sentì qualcosa di pesante colpirlo dietro il ginocchio. Si mise a
picchiare freneticamente col bastone, liberando una faccia gonfia, senza occhi, e
un braccio piegato, rigido. Cadaveri. Un fiume pieno di cadaveri. Morti e restati
immersi abbastanza da essersi in parte decomposti. Da dove venivano?
Valit gli sguazzò accanto… e cadde all’improvviso, intrappolato da un altro le cui
braccia parevano agitarsi e stringere…
“Non c’è pericolo,” gridò Broaditch. “Sono tutti morti!”
Ma Valit, mezzo correndo e mezzo nuotando, aveva raggiunto l’altra sponda e si
era perduto nelle pieghe della nebbia. Broaditch rimase a guardar passare i
cadaveri cui il processo inarrestabile aveva da tempo cancellato l’età e il sesso…
Quanti, pensò, santa Maria, che portento è questo? Perché così tanti? Così
tanti…
Passò una massa compatta simile (pensò lui) a tronchi impigliati, rigirandosi
lentamente, forme allacciate, che sporgevano rigide tra i vapori come se lottassero
per un posto migliore.
Sono arrivato alle porte dell’inferno?
Il naso gli prudeva per il fumo nella nebbia fredda. Guardò i corpi che passavano
in quantità inesauribile, fino a non poterne più. Allora chiamò Valit, il quale si
trovava oltre il cerchio ristretto della visibilità…

I tre avevano cavalcato per tutto il giorno nella foresta immobile. Le foglie
scricchiolavano sotto gli zoccoli dei cavalli. Gawain continuava ad annusare il
vento e ad aggrottare la fronte. Prang gli cavalcava accanto e Parsifal seguiva un
poco distaccato. Da quando si era ripreso non aveva quasi parlato, e Gawain lo
lasciava in pace.
“C’è qualcosa che ti preoccupa?” domandò Prang.
“Una puzza di morte.”
“Non sento niente,” disse Prang, annusando.
Gawain lanciò un’occhiata a Parsifal, il quale aveva lo sguardo fisso a terra.
“Parsifal,” chiamò, facendo rallentare il cavallo. L’altro lo guardò. “Tu lo senti?”
“No… lo vedo.”
Gawain annuì e chiuse rapidamente l’occhio, una via di mezzo tra la strizzatina e
la preghiera.
“Ecco,” disse.
“Vedi che cosa?” domandò Prang. Sapeva che c’era qualcosa di privato tra i due
cavalieri più anziani che lui avrebbe dovuto capire. Ma sì sentiva escluso. Con
Parsifal non si era ancora riconciliato del tutto… Percepiva inoltre qualcosa di
spaventoso e desiderava essere rassicurato che le sue angosce non avevano ragion
d’essere… “Che cosa intendi?”
“Pazienza, giovanotto,” gli disse Gawain. “Lo scoprirai abbastanza presto.”
“Dove ci conduci?” domandò Parsifal. Prang trovò la sua voce remota, austera e,
in un certo senso, priva di curiosità.
“Da nessuna parte,” rispose Gawain. “Ora dipende da te.”
Parsifal tremò leggermente. Ripiegò le braccia sul petto possente e guardò
indietro (Prang pensò) a niente.
“Per inseguire un’ombra dopo l’altra?” domandò, senza davvero domandare.
In quel momento anche Prang percepì l’odore. Carne bruciata, pensò che fosse.
Tra le foglie, i rami caduti, l’erba morta, si arricciavano refoli vaghi di fumo,
quasi troppo deboli per essere visti…
“Per sprecare quel che mi resta da vivere?” sospirava Parsifal, quasi in un gemito.
“Non posso nemmeno avere… nemmeno avere l’amore… nemmeno quello…”
“Già,” replicò Gawain, “siamo tagliati fuori tutti e due dai giorni della dolcezza…
della primavera… per sempre. Sono perduti, amico mio, perduti…”
“Sì,” gemette Parsifal, “sì…”
“C’è del fumo,” fece notare Prang, che era più avanti. “Il ragazzo chiama,” disse
Gawain, guardando sempre Parsifal. “Comunque non c’è scelta. Per te non c’è
mai stata.”
“Io l’amavo,” confidò il cavaliere triste, rauco. “Ed è cenere per sempre. Ora non
piango nemmeno… Non faccio nemmeno quello…”
“Tu non vuoi sperare.”
“Si fa più forte,” gridò Prang, spronando il cavallo per andare a investigare. Gli
alberi, pur senza foglie, erano ancora troppo fitti e non si vedeva lontano.
“Anche questo è vero,” riconobbe Parsifal. “Non mi importa di sperare.”
“Perché vivere?”
“Perché mi hai tirato fuori dell’acqua.”
“Va bene, allora. Torna indietro e annegati.”
“Non è abbastanza importante.”
“Però regge,” insistette Gawain. “Vai avanti perché per la verità e tutto il resto
vale la pena di tentare.” Toccò col braccio disteso la guancia di Parsifal, quasi con
un gesto d’amante. “Sappiamo entrambi cosa ci aspetta davanti… ma vale la pena
di tentare.”
Parsifal chiuse gli occhi e sospirò ancora.
“Deve esserci un grande incendio davanti a noi!” gridò Prang dalla sua posizione.
Aveva superato un piccolo rilievo dove gli alberi erano più radi.
“L’ho perduto, Gawain,” mormorò Parsifal. Sembrava un poco stordito.
“Tenteremo, allora,” ripeté Gawain, ora senza fare pressione. Attese. Quando
riprese a parlare gli si spezzò la voce e per un attimo il suo amico credette che
stesse per piangere. “È tutto ciò che abbiamo… cercarlo è tutto ciò che ci resta…”
L’occhio solitario era selvaggio, umido, disperato. “È stato versato troppo
sangue… potrei annegare nel sangue… Che cosa sono io?” gridò all’improvviso.
Si strappò il cappuccio e mostrò in piena luce ciò che Parsifal aveva di sfuggita
scorto anni prima: la nuda mezza faccia cesoiata dal sopracciglio sinistro alla punta
della mascella, i denti esposti per sempre in una smorfia specchio della morte… i
bordi delle cicatrici… Parsifal chiuse gli occhi. “E tu, Parsifal, amico mio, hai una
menomazione altrettanto grave… Perciò io dico: la ricerca del Graal è tutto ciò
che abbiamo!”
L’amico annuiva già, senza guardare, anche se non era un sollievo perché
nell’oscurità della carne poteva scorgere le fiamme come l’impronta di una luce.
Dal fiume poteva vedere il fuoco… e altro… Gawain pareva averlo capito, sapeva
che il suo compagno era cambiato, in qualche modo misterioso era stato aperto.
Parsifal sentì il potere fluirgli dentro, forze e maree inscrutabili. Sentiva che non
ci sarebbe mai stata una possibilità di scelta per lui che, come Gawain, non poteva
nemmeno morire perché il potere, come un grande fiume, aveva bisogno di un
canale per riversarsi… Ma senza gioia, insisteva la sua mente, ora potrei aver
potere su tutto il mondo, ma senza gioia…
“Sì,” disse, annuendo, scrutando ancora il giorno annebbiato, assorbendolo.
“Sì.” Sentiva la forza crescere dentro di lui ed erompere, finché temette che la
carne potesse scoppiare per la pressione e spronò il cavallo con sorprendente
violenza per raggiungere Prang sulla collina. Lo avrebbe visto ancora e la nera
forma d’incubo che lo ossessionava cercava lo stesso splendore, se ne rendeva
conto. Lo avrebbe incontrato dov’era lo splendore. Era una gara e ne
comprendeva l’urgenza. Là il potere si sarebbe scontrato con l’oscurità. Niente
poteva impedirlo; glielo aveva detto il potere. Avrebbe dovuto combattere, forse
per l’ultima volta… Doveva combattere la nera forma indistinta, e combatterla da
solo…
Superò Prang, pensando: povero ragazzo, trascinato dalla piena come tutti noi…
E ci sarebbe stato Gawain. Lo sapeva… vide un’immagine di tutto, terra, cielo,
mari, tutti gli uomini risucchiati, turbinanti in un gorgo gigantesco, verso la
fumante, misteriosa profondità senza fondo… “Sì,” ripeté senza voltarsi.

Wista tossiva premendosi uno straccio umido sul naso e sulla bocca. I cavalli
erano nervosi. Il vento soffiava e, oltre Grontler, Wista vide qualcosa che lo fece
tremare: il corso d’acqua che scorreva parallelamente alla strada era pieno di morti.
“Gesù!” mormorò.
Erano centinaia e centinaia… l’acqua scorreva rossa… e poi il fumo gli impedì
di nuovo la visuale.
“Gesù…”
Grontler era triste e irrequieto. Lui il fazzoletto lo portava annodato dietro il
collo.

Alienor e i bambini continuavano a salire sulle colline. Fumo e nebbia


ristagnavano nelle vallate. Tutto il mondo doveva essere in fiamme, pensò.
Dopo aver lasciato l’uomo con il carro, quando i muli erano crollati, si erano
imbattuti in gente in preda al panico e sporca di fuliggine. E non molto dopo, lo
strano cavaliere (Alienor non seppe mai che era il figlio di Parsifal) aveva parlato
con loro sulla strada.
Alienor desiderò che piovesse ora che ce n’era bisogno… Al crepuscolo, si
vedevano in lontananza le fiamme e il fumo. Il sole, d’un orribile color rosso
sangue, calava dietro il mondo che ardeva…
Si erano fermati a riposare in cima a una collina, in una chiesa deserta. Anche
lassù, l’aria puzzava.
Alienor sobbalzò per un’apparizione a una finestra senza vetri. Era seduta su
una panca dove i bambini si erano distesi a dormire quando vide il volto scavato
di una vecchia senza denti con un occhio biancastro e cieco e l’altro vispo e
penetrante come quello di un gatto.
Si fece il segno della croce e balzò in piedi. L’ultima luce del giorno sembrava far
ondeggiare i lineamenti raggrinziti.
“Preghi Dio, cara?” domandò il viso con un tono inespressivo.
Alienor si sentì sollevata e si rimproverò per l’irragionevole paura che l’aveva
assalita.
“Riposo, nonna,” rispose. “Sei la benvenuta se vuoi unirti.”
La bocca sdentata si mosse per formare le parole.
“Ne avrò di tempo per riposare,” disse. “Dove sei diretta, cara?”
“A sud.”
“Ah. A Londra?”
“Sì.”
Il rosso e il nero del sole al tramonto si erano fatti più cupi dietro la faccia. Un
gioco d’ombra cancellava l’occhio buono e lasciava visibile quello pietrificato.
Alienor avrebbe voluto che la conversazione finisse lì per potersi sdraiare sulla
panca. La stanchezza si stava facendo strada in lei come l’acqua nella terra.
“Be’,” proseguì la vecchia, “le stelle avevano predetto tutto questo.”
“Tutto?” Ma Alienor era davvero troppo stanca per curarsene.
“E anche di più… Ma c’è chi conosce i segreti e non ha paura, cara.”
“Non ne dubito…”
Alienor sentiva gli occhi chiudersi. Troppi giorni di lotta e fatica e orrori. Di che
cosa parlava quella vecchia?
“Non lasciarti sfuggire una così buona occasione, cara. La tua vita è segnata dalle
stelle.” La vecchia annuì e l’occhio cieco parve ammiccare.
“Sì,” mormorò Alienor. “Ma ho bisogno di riposare un po’…”
Tornando alla panca, udì la vecchia voce che diceva: “Londra è distrutta dal
fuoco, cara.”
Ma si era già distesa e stava rapidamente scivolando nel sonno. Là dentro, fumo e
muffa mescolavano i loro odori.
“Non mi hai riconosciuta quando mi hai vista,” continuò la voce gracchiante.
Ma Alienor colse soltanto le prime parole, poi l’oscurità l’avvolse
completamente…

Lohengrin era stupito: boschi e borghi che avevano superato erano in fiamme.
Fumo e nebbia si infittivano come se tutta la terra fosse un solo carbone
ardente…
Sapeva che adesso erano molto vicini al grosso dell’esercito. Strada facendo
avevano incontrato gruppi di combattenti isolati.
Teneva la visiera abbassata per proteggersi dalla cenere… A tratti, il fumo si
sollevava e nelle feritoie degli occhi si materializzavano squarci di fiamme ruggenti
con centinaia di fanti e di cavalieri neri che circondavano capanne ardenti. Vedeva
gente là dentro, udiva grida da far rabbrividire e quando gli abitanti del villaggio,
bruni di fuliggine, tentavano di fuggire, venivano trafitti con le lance o ricondotti
nelle strade infernali ad arrostire.
Piombò verso dei cavalieri che si tenevano un po’ in disparte a controllare il
lavoro.
“Che cosa significa tutto questo?” gridò al disopra del rumore del fuoco e delle
grida di agonia. “Chi comanda qui?”
Un uomo grosso con il viso serio e lungo e il naso adunco lo guardò da sotto
l’elmo.
“Io,” rispose, laconico. “E chi diavolo vuole saperlo?”
“Lord Lohengrin! Ed esigo sapere…”
L’uomo era paziente, calmo e sicuro di sé.
“Mio signore, ho degli ordini da eseguire.”
“Davvero?”
“Forse fareste meglio a pensare agli affari vostri, mio signore,” disse il capitano,
tutt’altro che turbato. Ma Lohengrin lo vide lanciare un’occhiata furtiva a uno dei
silenziosi cavalieri neri che nessuno (si diceva) aveva mai visto senza la grottesca
visiera abbassata. Secondo una leggenda, quelle visiere erano sigillate perché
contenevano crani vuoti…
“Se li trucidiamo tutti,” osservò Lohengrin, “allora chi avremo conquistato? Se
distruggiamo tutto, cosa avremo guadagnato?”
Il capitano alzò le spalle.
“Non lo so, mio signore generale,” rispose, guardando di nuovo il guerriero.
“Ma lo saprà il padrone.” “Dubito,” sbraitò Lohengrin, al disopra di uno scoppio
di grida improvvise, “che approvi questo… questo incredibile disastro! Gli ho
parlato… Verrà a sapere che cosa è stato fatto in suo nome! Ve lo prometto!”
Mentre si girava per andarsene, udì l’ultimo commento del capitano. “Tutti noi
facciamo quello che dobbiamo fare, lord generale.”
Una ventata di aria calda portò un odore di carne bruciata e Lohengrin ebbe un
moto di disgusto. Galoppò lungo la strada, facendo segno ai suoi uomini incerti
di seguirlo nell’oscurità…

Il sole stava tramontando quando Parsifal e Gawain fermarono i cavalli accanto a


Prang sul ripido versante della collina e guardarono la campagna che si estendeva
davanti a loro: un mare di fiamme si stava propagando rabbiosamente da sudest
verso il terreno boscoso. L’orizzonte era uno spesso muro di tenebre…
“Guardate,” fece Prang. “Ma guardate…”
“Fa impallidire ogni immaginazione,” mormorò Gawain.
Parsifal chiuse gli occhi, li tenne chiusi per un po’, li riaprì e pensò che, aperti o
chiusi, era sempre la stessa cosa. Fiamme…
“Bene,” disse infine, di nuovo in forze (e sollevato, anche, ora che poteva
affrontare il fuoco e l’acciaio). “Bene, miei buoni signori, non ho più bisogno di
guidare i vostri passi.” Indicò a nordest una zona che Sembrava essere già avvolta
dall’olocausto. “A quanto pare, siamo tutti diretti verso la stessa parte… A cavallo
e seguitemi!” gridò, lanciando la cavalcatura lungo il crinale delle alture, come per
una specie di strada alta e accidentata che li avrebbe portati verso la loro
destinazione e con un certo vantaggio di tempo.
“Dove ci porta?” volle sapere Prang.
“Alla fine del mondo,” rispose Gawain, divertito e ancora sorpreso dal
panorama che si apriva sotto di loro. “Non lo vedi? Ragazzo mio, questa è la
battaglia per possedere il sogno magico!” Scoppiò in una risata quasi isterica. “La
guerra del sogno! Dio ci protegga!” E, più avanti, come a se stesso, disse: “E salvi
colui in cui credo infine… con tutto il cuore…”
Tutt’attorno, adesso, accesa soltanto dal proprio spasmodico e torturato lucore,
la grande nuvola saliva verso l’alto, assumendo la forma di un’inimmaginabile
catena di montagne che faceva sembrare piccolo il mondo.

Broaditch scorse dei contorni appena accennati davanti a lui, nella fumosa foschia
del tramonto. Aumentò la stretta attorno al bastone e proseguì. E provò un tuffo
al cuore quando riconobbe l’alta forma stranamente arrotondata e i cavalli che
aveva già visto. Veri. Erano veri! Quando arrivò, batté con le nocche sulla fiancata
di legno… Non è legno finto questo…
Sorrise. Un carrozzone. Per giocolieri e suonatori…

Senza l’elmo, Morgana scrutava con la fronte aggrottata la quasi impenetrabile


foschia. Al di là dei campi invasi dal fumo, il suo esercito caricava, parallelo alla
foresta, irrompendo dalle nuvole nelle file di un debole nemico appena emerso
dalla valle e finito in quell’imboscata. Modred, Gaf e il vescovo le stavano accanto.
“Li teniamo, signora,” disse Sir Gaf, che si era aperto l’elmetto per seguire la
sfuocata azione.
Modred rimase turbato dall’espressione tormentata di Morgana quando quelle
truppe spettrali vennero a battaglia in una ribollente oscurità di grida, clamori e
clangore di ferraglia.
“Che cosa c’è che non va, zia?” domandò.
Il viso di Morgana era teso, la mascella scossa da un tremito, le sue mani
guantate artigliavano l’aria.
“Maledetto!” ansimò, sporgendosi in avanti come per perforare un invisibile
muro quando le truppe di riserva, allineate alla loro destra lungo il bordo della
foresta, parvero all’improvviso oscillare e cedere sotto l’urto di migliaia e migliaia
che, emergendo dagli alberi, svalangavano nei loro fianchi. Uomini e cavalieri
cominciarono a dissolversi come forme di sabbia sotto l’onda della marea…
“Zia?” gridò Modred.
“Maledetto! Maledetto!” imprecò lei, scuotendo i capelli rossi.
“Zia, cosa…”
Morgana guardò selvaggiamente Gaf e gli altri lord.
“Portatemi una testa! Una qualsiasi… una qualsiasi!”
Gaf e il vescovo si guardarono.
“Siamo attaccati ai fianchi!” gridò il vescovo. “Dobbiamo…”
Indietreggiò (gli occhi sbarrati di Morgana non vedevano nessuno) quando lei
sguainò la spada e con una velocità spaventosa e una mira perfetta la conficcò
nella sua visiera aperta sbalzandolo urlante di sella in un’eruzione di sangue. Lo
seguì a terra, gli tolse l’elmetto (nonostante lui si dibattesse nei suoi ultimi
momenti), e con pochi, disperati colpi gli recise la testa. Tenendola poi alta per i
capelli scuri e ricciuti, rimontò in sella.
“Magia per magia!” gridò, digrignando i denti. “Magia per magia, bastardi! Non
sarò battuta!”
Modred fissò per un momento la faccia sanguinolenta, i lineamenti contratti
dall’orrore, l’occhio che sembrava vedere ancora (l’altro era stato svuotato dal
colpo di spada), poi, preso dalla nausea, voltò la cavalcatura e partì di gran
carriera verso la foresta in fiamme…
Il suo cavallo piombò come un vortice improvviso tra le ondate di soldati che
menavano spade, lance, picche. Quando il fumo si apriva brevemente, Modred
vedeva uomini passare da una morte all’altra: salvarsi dal colpo di una mazza e
finire su una lancia protesa; inginocchiarsi con le braccia tese, imploranti pietà
sotto le spade che li facevano a pezzi; grappoli di fanti disperati, combattere senza
speranza, incalzati da ondate dopo ondate di uomini che irrompevano su di loro
tra le fiamme e il fumo e l’acciaio…
In preda al panico, fantoccio che tossiva, ansimava, circondato da ogni parte da
uomini armati, cominciò a menare colpi di spada, a flagellare l’aria, a gridare cose
inudibili in quel furore di battaglia e di fuoco. Gli abbatterono il cavallo e Modred
corse, gettando la spada, incespicando, rotolando, strisciando, provvisoriamente
salvato da un’altra densa nube nera… Ma sentiva che lo stavano inseguendo e
corse e cadde e corse…

La preziosa armatura lo teneva ancora vivo, una fornace di alberi in fiamme, alla
sua destra, era un argine invalicabile. Inciampando su radici, scivolando su pietre,
mormorando frasi sconnesse, fuggiva…
In alto, alla sua sinistra, sciami di cavalieri neri e saraceni dalle vesti fluttuanti gli
davano la caccia.
Un’immagine rimaneva fissa nella sua mente: quella di Fata Morgana che
nell’imbrunire di quel giorno di fuoco teneva alta la testa tagliata, il viso proteso
verso la pioggia di sangue che ne colava, la voce acuta che pronunciava incanti
con un suono agghiacciante, ipnotico, un suono che lui poteva sentire al disopra
dei clamori della battaglia e del tuono del fuoco…
C’erano uomini a cavallo alle sue spalle, che arrivavano con grande strepito
lungo il canalone asciutto. Disperato, provò a risalire la scarpata, fallì, ricadde
all’indietro, ansimante, cercando di togliersi l’armatura, ferendosi le dita,
piangendo, imprecando… La grande torcia di un albero in fiamme s’abbatté
dietro di lui, tagliando la strada agli inseguitori, e Modred si mise a correre come
una cimice impazzita, su e giù per le due scarpate, per allontanarsi dalle fiamme
che si protendevano verso di lui…

Broaditch sentì qualcosa muoversi alle sue spalle. Si girò, pronto con il bastone.
Una figura scarna e quelle che parvero due paia di corna capovolte emersero dalla
nebbia soffocante. Anche la figura aveva una specie di bastone. Broaditch poté
vederla meglio: era quella di un giovane con un berretto a sonagli e un liuto.
Dunque, pensò, dunque…
“Siete un gruppo di saltimbanchi,” disse, a mo’ di saluto.
La lunga faccia del menestrello s’adombrò.
“Alcuni di noi, grand’uomo,” fu la sua risposta, “ma non tutti.”
“Be’, giuro che di questi tempi qualche capriola non mi dispiacerebbe.”
Il menestrello depose il liuto e si appoggiò alla scaletta posteriore del carrozzone.
“Temo,” disse, “che mi abbiate incontrato alla fine della mia strada.” Si sedette.
“Il mondo brucia. È come un bambino che s’attacca avido al seno della madre.”
“Perdonatemi,” disse Broaditch, sedendosi anche lui sulla scaletta.
“È un enigma.”
Il menestrello sputò nella nebbia.
“Come sarebbe?” Broaditch appoggiò la testa alla porta di legno.
“Il mondo ha quello che si merita.”
Broaditch sorrise debolmente.
“Siete un giudice duro come un arcangelo,” disse. “Dove siete diretto?”
“A far divertire i morti.”
Broaditch rise. “Perché, saggio?” non poté trattenersi dal domandare.
“Per due ragioni: ce ne sono di più…”
“Sì?”
“E più disponibili a ridere che a vivere.” Il menestrello sputò di nuovo. Non
guardava mai Broaditch.
“Dov’è il resto della compagnia?” domandò Broaditch.
“Dentro,” indicò con il pollice il giovane.
Broaditch udì dei suoni alle sue spalle, poi notò anche che il carrozzone oscillava
leggermente. Credette anche di sentire un lamento che, per un momento, pensò
di dolore, poi sorrise e disse: “Be’, questa non è la musica di un liuto.”
“È intrattenimento.”
“Non per morti.”
“Già, per morituri.”
Broaditch si alzò.
“Be’, devo andare se non voglio perdere tutte le speranze,” annunciò. “Siete un
menestrello adatto al pubblico che cercate.”
Il menestrello continuava a non guardare Broaditch in viso.
“Come farete a trovare la strada? Fa notte e tutto diventa più oscuro.”
La porta del carrozzone si aprì e apparve una graziosa ragazza dai capelli lunghi
e con una camicia aperta sul davanti. Dietro di lei, nell’oscurità, i gemiti amorosi
si fecero più intensi.
La ragazza appese una lanterna accesa a un piuolo di fianco alla porta e rimase
lì. Guardando le sue gambe nude e lisce, la peluria scura sotto la leggera
prominenza del ventre, uno dei suoi seni piccoli ma perfettamente modellati che
invitavano a mordere, a leccare, ad accarezzare, Broaditch sentì rimescolarsi il
sangue… Così giovane e gentile, pensò più d’una volta.
Gli occhi scuri e grandi della ragazza s’appuntarono su di lui, cauti, indecifrabili,
e Broaditch non poté dire quali fossero i suoi sentimenti. Così disinvoltamente
impudica… forse non ha nemmeno quindici anni… Il menestrello continuava a
starsene per conto suo, le spalle rivolte alla ragazza.
“Si chiama Minra,” disse. Prese il liuto e ne cavò qualche nota stonata.
“Intrattiene.”
La ragazza stava masticando. Aprì la bocca e si tolse qualcosa dai denti
insolitamente brutti anche per quei tempi: radi, irregolari, scoloriti.
Il menestrello andò avanti a suonare, battendo ritmicamente sul legno, poi
cominciò a cantare.
Ma Broaditch era attratto dalla ragazza la quale aveva richiuso la bocca e ripreso
la sua inespressività, con quegli occhi che sembravano andare oltre l’idea del vizio
e della disperazione. Immaginò che non avesse mai cullato speranze e che quindi
adesso non sentisse il peso di quella perdita. Ebbe l’impulso di prostrarsi davanti a
lei, di abbracciarla, di divorarla, di adorare quella sua cupa e intoccabile
intensità… Non si era mai sentito così. Debole.
La ragazza aveva una mano sul fianco, così lasciando completamente aperto
l’indumento. Dell’aria calda proveniva dall’interno del carrozzone. Dovevano aver
raccolto delle pietre bollenti in qualche recipiente, pensò Broaditch. Era così
stranamente doloroso guardare quei piedi nudi, quelle giovani gambe, quella
tenebra tra le cosce, quel dorso, quel collo e l’ovale impassibile di quel viso da
fare impazzire.
Non è Eva, e neppure Lilith, pensò, quella nera… figlia della luna nera…
Avrebbe voluto dirle: “Ti amo,” ma non sapeva come fare, non osava farlo… e
quella spaventosa canzone andava avanti e la ragazza continuava a non sorridere.
Si voltò, poi, con un movimento pieno di grazia, e tornò dentro mentre una voce
d’uomo espelleva gli ansiti della più dolce delle morti.
Il menestrello smise di cantare e rimase a fissare il vuoto. “Non c’è commercio
da queste parti sperdute,” disse, in tono discorsivo. “Perciò potete averla per due
spiccioli.”
Broaditch fece un respiro profondo. “Ah,” disse, con voce rotta. Poi sorrise
verso la porta aperta. Scorse un debole chiarore. Forse avevano acceso un’altra
lanterna, o una candela.
“C’è un altro viaggiatore,” disse il menestrello, sputando di nuovo nella nebbia.
“Ma Minra è una perla. Potete farvelo succhiare, o metterglielo dentro… davanti o
dietro. Insomma, potete fare quello che vi pare con la piccola puttana. Cosa sono
un paio di spiccioli, no? Per quella ragazzina? Un uomo dei vostri anni deve
concedersi qualche piacere finché può.” Eseguì un ultimo, stonato accordo.
“Dopo tutto, sentiamo il sapore del cibo soltanto quando ce lo mettiamo in
bocca. Dopo, diventa merda.”
“Be’, menestrello di puttane,” fece Broaditch, mettendo mano alla borsa con i
suoi averi e resistendo alla tentazione di picchiarlo, “è una ragione di più per
mangiare con parsimonia.”
Il menestrello depose il liuto e si alzò, stirandosi.
“Il vostro giovane è dentro,” disse e, davanti allo sguardo interrogativo di
Broaditch, spiegò: “È arrivato un’ora prima di voi dicendo che cercava un vecchio
valoroso.”
“Vecchio?” Broaditch non poté reprimere una smorfia.
“Sì, se i demoni del fiume vi avessero risparmiato, cosa di cui dubitava. Aveva
molta paura quando è arrivato. Ma Lottali, una principessa schiava del lontano
Oriente, una cagna che ve lo succhierebbe fino a inaridirlo, vecchio valoroso…” Il
menestrello sorrise finalmente. “Lottali, come avete sentito, gli ha ridato calma e
pace.”
Broaditch salì la scaletta. Avrebbe potuto limitarsi a chiamare, ma era curioso.
Non c’era nulla di male. Entrò in una profumata penombra. Il profumo copriva il
fetore.
Restrinse gli occhi per vedere. Scorse mucchi di vestiti, tre corpi uniti in un
unico viluppo e Minra, completamente nuda, adesso, seduta e intenta a spolparsi
quella che sembrava l’ala di un pollo.
C’erano dei dipinti alle pareti, dipinti mai visti, forse stranieri, di uomini e
donne con strani copricapi, impegnati in atti acrobatici che Broaditch dapprima
scambiò per combattimenti… Si avvicinò per esaminarli meglio. Uomini e donne
in infinite possibilità… Anche donne con donne, il che non lo lasciava poi tanto
stupito. Aveva sentito parlare di quelle cose, cose d’oltremare. Interessanti. Si
mosse lungo le pareti, chinandosi sui tre addormentati (due donne e un uomo),
vedendo adesso dei e demoni uniti in strabilianti atti copulatori con bambini e
bestie che partecipavano. Ebbe paura, ma provò anche eccitazione. Si ritrasse e si
sentì toccare alla gamba sinistra. Minra. Gli stava offrendo una profumata tazza di
qualcosa. Lui la prese, poi capì che stava tremando e sudando. Sembrava vino.
Bevve.
“Grazie,” disse, ancora rivedendo la scena finale.
“Perché no, signore?” si offrì lei, con una voce neutra quanto la sua espressione.
Broaditch si chiese se mai qualcosa o qualcuno avrebbe potuto toccarle il cuore.
Faceva molto caldo, lì dentro, e adesso Broaditch si era abituato agli odori. Si
sedette, ma non troppo vicino a Minra.
“Potrei anche far riposare le mie ossa,” disse, senza guardarla. Sentiva quegli
occhi insondabili sopra di sé. “È troppo buio per andare, adesso.” Anche
ammesso di conoscere la strada. Be’, ci avrebbe pensato l’indomani…
“Ah,” fece lei.
“Da dove vengono quei dipinti?” chiese Broaditch.
“Non lo so… Questo è il carrozzone di Flall.”
“Il menestrello?”
“È un menestrello?”
“Be’… qual è la tua città?”
“Ah… cosa?”
“Dove sei diretta?”
“Dovrei esserlo per forza?”
Broaditch la guardò, mordendosi un labbro. Era stato nei bordelli più di una
volta, ma qui era diverso.
“Volete che vi spogli?” domandò Minra. “Potete viaggiare con noi, se volete.
Flall…”
“Il vecchio, buon Flall.”
“…dice che c’è guerra e distruzione dappertutto.”
“Allora state andando dalla parte sbagliata. Il fumo arriva da sud.”
Lei si strinse nelle spalle.
“Volete spogliarvi?” insistette. Gli infilò una mano sotto la cintura.
Broaditch la fermò per una spalla. Aveva delle piccole cicatrici sulle guance, ma
aveva visto di peggio migliaia di altre volte… Era bella. Le passò una mano sul
corpo come se ne stesse modellando la forma, piuttosto con il gesto di uno
scultore che con quello di un libertino… o di un amante.
“Avete denaro?” domandò lei.
Lui sorrise. Minra stava cercando di aprirgli i pantaloni. Si ritrasse e le allontanò
la mano, sollevando gli occhi al soffitto. C’era un dipinto anche lì. Proprio una
chiesa, a suo modo, pensò. Le immagini non erano chiare, ma si vedevano
uomini e donne legati con catene a strumenti di tortura mentre altri uomini o
demoni (non ne era certo; poteva essere soltanto frutto della sua immaginazione)
li bruciavano, li frustavano, li flagellavano… Così almeno sembrava.
“Se non potete scoparmi,” disse Minra, in tono discorsivo, “potrei fare io tutto
quello che vi piace.”
“Sei una bambina, dopo tutto,” le disse lui. Sentiva all’improvviso una deliziosa
sensazione di sonno.
“Ah, volete una più vecchia di me.”
“No. Sarebbe solo una donna. Lo capisci?”
Minra non mutò espressione.
“Potete guardare i quadri,” insistette, “e fare quello che volete… e guardare noi…
non vi costerà di più.”
Valit si era drizzato a sedere sul mucchio delle coperte. Una mora dai grandi seni
gli giaceva di traverso in grembo. Un’altra giovane, florida matrona, bionda, o
con i capelli rossi, gli massaggiava i piedi.
“Broaditch?”
“Il diavolo mi ha risparmiato,” disse Broaditch, “ma non so se risparmierà te.” Si
strofinò gli occhi. “Come hanno fatto, qui, a cavarti un solo farthing dalla
borsa?”
“Ah, be’, mi sono accordato… un po’ di commercio.”
“San Michele li protegga!” rise Broaditch.
“È stata una fortuna imbattermi in questa gente,” dichiarò Valit. “Non hai ancora
scopato? Che rari momenti ho avuto… Un po’ di fortuna infine dopo quello che
abbiamo passato, eh?”
“Può darsi,” mormorò Broaditch.
Tranne che potrebbe essere più difficile sfuggire a questi che a Balli… Sentiva il
sonno chiudersi su di lui. Sono stato davvero scelto per qualcosa…? C’è una
qualche prova vera…? O siamo tutti poveri bastardi e cagne…? Senza
speranza… già… eccetto la pietà… no, eccetto la madre che non muore mai
nella donna e il padre in ogni uomo e il bambino in ogni… c’è quello, c’è
sempre quello, maledizione… c’è sempre quello…
Sospirò e lasciò che l’oscurità scendesse dolcemente sopra di lui.
…e bei quadri di santi o di puttane non mi salveranno… non salveranno un
povero bastardo senza speranza… forse quel barlume di padre e di bambino…
Si portò la mano di Minra alle labbra e la baciò.
“Dio ti protegga, bambina,” mormorò e si addormentò.
Minra rimase a guardarlo e dopo un po’ cominciò ad accarezzarlo sui capelli
grigi, sulle guance, teneramente. Se ne stette lì seduta mentre Valit sprofondava
nuovamente tra le altre due.

Wista non riusciva a dormire. Gli altri due erano raggomitolati come veri
professionisti sotto il muro diroccato di quello che un tempo era stato un edificio.
Quella puzza continua di fumo era troppo per lui, anche se qui era meno
intensa di altri posti per i quali erano passati.
S’incamminò per la strada piena di solchi, sotto una leggera pioggia che non
aveva alcun effetto sugli onnipresenti fuochi… L’esercito in marcia aveva ridotto la
terra in fango.
Gli eventi scioccanti del giorno prima lo perseguitavano. Per un momento, aveva
perfino temuto di impazzire, ma alla fine aveva ridato la ragione alla mente.
Cominciava a sentire la rabbia, non una rabbia irrazionale, ma fredda e più
profonda dei suoi pensieri… L’immensa mostruosità della cosa gravava sulla sua
intelligenza. Ricordava il sangue e le morti e le rovine e avrebbe voluto gridare
per il disgusto e l’oltraggio. Borbottò, invece: “Mio Dio, perché non mi conduci
alla fine di questa amara strada?”
Cadde in ginocchio e, a mani giunte, pregò, disperatamente, frenetico, atterrito…
a lungo…
A un certo punto, gli parve di udire un gemito, poco lontano. Ne stabilì la
direzione e si allontanò di pochi passi dalla strada verso lo stesso corso d’acqua
dove Lohengrin aveva contrattaccato. Avvertì l’odore della morte e si fermò. Non
aveva alcun desiderio di vedere quelle forme ammucchiate e aggrovigliate
dappertutto.
Ma c’era qualcuno che gemeva, che era ancora vivo, e perciò Wista proseguì per
qualche altro metro. Poi domandò: “Chi chiama?”
La risposta gli arrivò quasi dai suoi piedi. Wista si chinò e vide una donna nuda
che giaceva nel fango rosso del sangue portato dall’acqua del fiume.
Non era completamente nuda, notò. Aveva addosso ancora i resti di quello che
doveva essere un abito da monaca. Il suo viso era illuminato dalla luce di uno dei
tanti fuochi che ardevano nelle vicinanze.
Dal colpo di lancia infertole nel petto non usciva più sangue. Stava morendo,
comprese Wista.
Aprì la borraccia dell’acqua e versò qualche goccia tra quelle labbra screpolate.
Lei bisbigliò un ringraziamento. I suoi occhi grandi guardavano oltre lui e Wista
si sentì un po’ vergognoso di trovarsi davanti a lei in quello stato.
“Cosa posso fare?” domandò. “Cosa posso dire…? Cosa…?”
“Ah…” Fu poco più di un alito. “Ci sarà…”
“Ci sarà? Ci sarà cosa?” Wista rimase in attesa di sapere cosa poteva essere detto
dall’altra soglia della porta chiusa della morte. “Cosa? Sorella?”
“…pioggia…”
“Pioggia, sorella?”
“…neve… poi primavera… i fiori…”
Wista fece un sospiro e le accarezzò dolcemente il viso.
“Pace,” mormorò.
“No… i fiori ritornano… sempre…”
Poi Wista pensò che fosse morta. Gli occhi erano chiusi.
“Pace,” ripeté.
“Il cuore è un fiore…” disse lei e giacque immobile. Wista rimase lì per qualche
tempo. Le fiamme crepitavano e la debole pioggia imperlava il viso della morta e
la sua testa rasata…

Quando Parsifal e gli altri due arrivarono alla fine del percorso di montagna e
dovettero scendere nel fumo e nella nebbia, avevano distanziato
considerevolmente il grosso degli eserciti che avanzavano nel paese in fiamme.
Era un’alba pallida e, nel cielo, le nuvole non si distinguevano dal fumo e dalla
pioggia nera di fuliggine. Con i venti che soffiavano da sud, era ovvio ormai che
gli incendi delle foreste erano sfuggiti al controllo degli invasori.
Parsifal li condusse verso nord, cavalcando duramente per sentieri impervi e
foreste non battute. Verso mezzogiorno, uscirono in aperta campagna e si
imbatterono in un gruppo di cavalieri in fuga, nove in tutto, malconci, sporchi e
sanguinanti. Il loro capo aveva un braccio inerte lungo il fianco e il suo cavallo
zoppicava. Per via di una leggera brezza, la foschia era più sottile in quel punto.
“A chi appartenete?” domandò Prang.
Il capo dei cavalieri sollevò la visiera, mostrando un viso annerito e disperato.
“A chi appartenevamo,” precisò, con voce aspra e tesa. “Abbiamo combattuto
con Modred e Lady Morgana a Dale Creek…”
A quel punto, uno degli altri cavalieri crollò sul terreno. Troppo stanchi, i
compagni non reagirono.
“Dov’è il resto dell’alleanza?” volle sapere Gawain.
“Non lo so.”
“I bastardi sono dappertutto,” intervenne un altro, un robusto guerriero dai
capelli rossi, senza elmetto, con una inutile lancia spuntata in pugno. “Nessuno
riuscirebbe a radunarli… Tutti spazzati via. lo ero con il barone Leffacs e gli
uomini di Tundril… Siamo stati colti di sorpresa e fatti a pezzi…” Quasi
singhiozzava. “Hanno bruciato tutto e ucciso… Tutto. Animali e uomini. Dio li
punisca! Sono venuti dall’inferno.” Si portò un pugno alle labbra. Tremava, in
sella, come se avesse la febbre.
“Guardate!” disse Prang, indicando verso nord. Un cavaliere avanzava tra il fumo
grigio che sovrastava i campi, quasi un’anticipazione della grande, inesorabile
marea nera.
Altri soldati, chi a piedi, chi a cavallo, stavano venendo giù dalle colline boscose.
Quando il nuovo venuto si fermò, Parsifal notò, stupito, la sua armatura
disadorna, lo scudo rotondo con un unico emblema: la colomba in volo dei
cavalieri del Graal. Aveva visto quello stemma più di vent’anni prima, al castello
che in seguito sarebbe stato per lui un sogno…
“Andate dritti a nord,” disse il cavaliere da dentro l’elmo. “Stiamo approntando
una linea difensiva al lago dove la foresta si richiude.”
“E chi terrà a bada le fiamme?” domandò Gawain.
“La mano di Dio,” fu la risposta del cavaliere. “Se Lui così vorrà.”
Il cavaliere tornò in mezzo agli uomini che sbucavano dai boschi e Parsifal udì
gli ordini e la parole d’incoraggiamento che lanciava loro. “Coraggio, uomini…
non disperdetevi… riunitevi…”
“Allora, Parsifal?” domandò Gawain al suo meditabondo compagno il quale ora
stava scrutando attraverso il fumo in direzione di una capanna in mezzo agli
alberi. Doveva aver riconosciuto il luogo. “Che cosa facciamo?”
“Cosa facciamo!” ripeté Prang. “So cosa farò io. Mi fermo con gli altri. Non
fuggo più! È tutta una vita che fuggo. Basta!” Era rosso in viso e aveva
un’espressione decisa.
Gawain fece per dirgli qualcosa ma poi rinunciò.
“Non c’è dubbio,” disse, serio serio, “che, a questo punto, scegliersi la propria
morte è una decisione saggia come un’altra.”
“È comunque la decisione giusta,” intervenne Parsifal, uscendo dai propri
pensieri.
“Li ricacciamo nelle fiamme che loro stessi hanno appiccato.” Adesso Prang
stava esortando il cavaliere con il braccio inerte. “Li vedo già arrostire davanti a
me.” Sembrava finalmente rilassato, notò Parsifal. Be’, per lui almeno oscurità,
barlumi, speranze e decisioni erano alla fine…
Partirono tutti, lentamente. Gawain si tenne vicino a Parsifal.
“Combattiamo o proseguiamo?” gli chiese, in prossimità della capanna e degli
alberi. Ora Parsifal riconosceva decisamente orti e campi. L’uomo e sua figlia…
come si chiamava? Ga… Gay…? Gai? Non riusciva a ricordare. Ricordava invece
i suoi occhi: verdi, dorati, come la foresta… Aveva fatto qualcosa di sbagliato, ne
era sicuro. Di irrimediabile. Ricordava il pianto di quella ragazza… Perché c’era
sempre qualcuno che piangeva? Gli occhi erano fatti solo per piangere? Sì, quello
era il posto.
“Tanto tempo fa,” disse a Gawain, “sono stato salvato da un uomo che si
guadagnava da vivere dai morti.”
“Be’, se è ancora vivo, adesso sarà ricco,” osservò Gawain.
“Era già ricco allora, credo,” spiegò Parsifal.
“Il posto sembra abbandonato.”
La porta era divelta, le imposte spalancate, la stalla crollata.
Non ho mai capito che cosa Gai… cosa volesse… forse sì. forse è sempre la
stessa cosa per tutti…
“Il lago,” spiegò Parsifal, “segna l’inizio della terra del Graal. Me ne fuggii pieno
di paura e con la febbre.”
Aveva vagato senza meta, sperduto. Era vissuto di radici e di bacche e aveva
finito col sentirsi male e vomitare, in sella. Ed era quasi stato ucciso da Orlius, il
vendicativo marito di Jeschute… dopo averlo scambiato per una visione data dalla
febbre… e da quel momento non aveva più creduto a niente, non completamente,
si era sempre mostrato diffidente, quel tanto che era bastato a rovinare la sua
famiglia, ad allontanare le sue mete, a lasciarlo insensibile e con un senso di falsità
nelle vesti di eremita o d’altro… tranne, ricordò, con Unlea… Mi fidai di nuovo…
Si morse un labbro, nervoso. fu così? Scacciò la domanda dalla mente. Aveva
ancora il potere. Che si fidasse o meno, questa volta si sarebbe lasciato andare,
fino alla fine. Come Prang e Gawain e forse tutti gli altri intrappolati lì, non
temeva più la fine perché finalmente una fine ci sarebbe stata, senza la minaccia
del peggio, dopo. E adesso la fine era arrivata. Come era stato promesso. Il potere
non porta gioia, pensò nuovamente mentre cavalcavano tra quei dispersi. Un altro
cavaliere con la colomba sullo scudo… Pioveva sempre più fuliggine. Nel fumo,
gli uomini comparivano e scomparivano…
Quando Alienor e i bambini si svegliarono, nella chiesa, si ritrovarono nella stessa
luce sgradevole.
Alienor si chiese dove fosse finita la vecchia mentre ordinava ai figli di
raccogliere le poche cose che avevano.
“Mamma, possiamo tornare a casa?” domandò Tikla.
“A suo tempo, colombina. A suo tempo.”
Sul punto di cominciare a scendere dalla collina verso quella che sperava fosse la
direzione di Londra, Alienor udì gridare. Si girò di scatto, la mano stretta attorno
al pugnale che portava sotto il vestito.
Un uomo a cavallo, pensò. Stava per ordinare ai bambini di mettersi a correre
quando riconobbe il conducente del carro, Lampic. A quanto sembrava, montava
il mulo sopravvissuto. Le fece un cenno di saluto, spronando la bestia su per la
china.
“Non sono poi rimasto tanto indietro come forse pensavate, donna,” disse,
laconico. “Ma avete mantenuto un bel passo.”
Alienor aggrottò la fronte. Quell’uomo aveva modi che la infastidivano. Era un
po’ troppo familiare, ma sarebbe stato loro d’aiuto.
“Siamo contenti di trovarvi vivo, Lampic,” ribatté.

Nel frattempo, a nord (oltre la terra del Graal, dove gli eredi di Artù stavano
riunendosi per un’ultima resistenza), sull’altro versante di quelle aspre colline (valli
attraversate da tortuosi corsi d’acqua ora bloccati da gruppi di guerrieri che si
nascondevano dietro alberi abbattuti), anche suo marito era sveglio sul carrozzone
che avanzava alla cieca verso la desolazione dalla quale lei cercava invece di
fuggire.
Valit si era già quasi vestito quando Broaditch raggiunse vacillando la porta.
“Sei uno sciocco,” gli disse, indicando le donne nude che ancora dormivano.
Quella grossa russava accanto alla voluttuosa mora avvolta in un lenzuolo di seta.
“Pensavo già a questo, a Londra. Un uomo può far fortuna con questo
commercio. E può facilmente migliorarla in molti modi.”
“Be’, Valit, ragazzo mio, perché dividerla con me?” fece l’altro, dischiudendo la
porta dalla quale entrò un soffio d’aria fredda e una pallida luce. Vide che Minra
stava drizzandosi a sedere e batteva le palpebre. Aveva gli occhi gonfi e respirava a
bocca aperta. I suoi sogni non la fanno riposare, pensò. Valit finì di vestirsi. Si
chinò a mormorare qualcosa alla donna grossa, poi si rivolse a Broaditch.
“Non è meglio dormire qui, sul fieno, che vagare per chissà dove?” osservò.
“Rimani pure e divertiti, ragazzo.” Broaditch aprì la porta e chiamò il
conducente. “Tu… tu, Flall! Ferma!”
“Ne avete avuto abbastanza?” gridò di rimando Flall.
“La mia strada è un’altra.”
“Come potete dirlo con questo tempo?” Flall indicò il fumo che li circondava.
“Di giorno mi tengo lontano dal fumo, di notte dal fuoco,” rispose Broaditch
con un sorrisetto sarcastico.
“E come distinguereste il fumo, qui?”
“Ecco in cosa consiste il miracolo.”
Il carrozzone si fermò e il grosso pellegrino scese. Agitò il braccio per salutare
Minra, sulla porta accanto a Valit. Questi esitò quando il veicolo riprese a
muoversi e quando stava ormai scomparendo nell’oscurità lanciò un’imprecazione
e saltò giù con un sacco in spalla, seguito, con grande sorpresa di Broaditch,
dalla donna con i capelli rossi e il viso tondo.
Broaditch li attese e, guardando Valit, gli parve compiaciuto.
“Quella ragazza ti ha stregato il cuore?” domandò, impassibile.
Valit scrollò le spalle.
“Lei è Irmree,” spiegò. “Viene dalla Germania.” Inarcò le sopracciglia e corrugò
la fronte. “Cay-am di Camelot mi disse la verità. ‘Meglio possedere un mulo
spelacchiato che tirare le redini del cavallo di un cavaliere.’”
Broaditch riprese il cammino, scuotendo la testa.
“E così hai finalmente cominciato a fare fortuna,” commentò, divertito e
sorpreso.
“Basta una sola gallina per fare un pollaio.”
“Se il gallo è buono. E nel suo caso…” Broaditch lanciò un’occhiata alla donna
prosperosa, “…cominci già con un paio…”
Mentre si inoltravano nella nebbia, Irmree disse: “Irmree.” Ridacchiò e si toccò i
grossi seni. “Irmree,” ripeté, poi palpò il didietro di Broaditch con quello che,
secondo lui, era il vigore di un maniscalco e ridacchiò di nuovo.
“Che cosa ti diverte tanto?” domandò Broaditch.
“Irmree,” rispose la donna e lui lasciò perdere.

Lohengrin raggiunse la cresta di una collina che si innalzava al disopra delle


pianure boscose. Era diretto alle rovine di un’antica fortezza di cui non era
rimasto in piedi più niente.
Aveva ordinato alla brigata a cavallo e ai capitani di raggiungere il corpo
principale. Si diceva che i nemici fossero vicini e ovunque si ergevano tende e si
formavano gruppi di battaglia.
Cercò tra le rovine una rampa di scale che scendesse nei sotterranei. Mentre
attraversava il cortile invaso dalle erbacce, si imbatté nel barone Sir Howtlande di
Baviera, comandante della cavalleria “Fang” che ne usciva proprio in quel
momento. Sapeva che l’altro era geloso della sua rapida ascesa, ciò nonostante i
due si trattavano con modi civili.
Howtlande sorrise e si portò il pugno alla spalla in segno di saluto.
“Salute, nell’ora del trionfo!” tuonò, gli occhi neri privi di umorismo. “Sir
Lohengrin, vostra grazia.”
“Sì,” fu la controllata risposta. “Il signore è qui?”
Howtlande annuì, un po’ a disagio, ancorché sprezzante.
“Mangia ferro, oggi,” disse, sottovoce, “e caca fiamme.”
“Forse dividerà anche la mia rabbia.”
Howtlande azzardò un sorriso incerto e si guardò attorno. L’aria era in qualche
modo più pulita, lassù, sebbene in lontananza fosse tutto opaco e incerto.
Messaggeri e nobili correvano su e giù e si incrociavano… Da qualche parte c’era
un continuo martellare di acciaio su acciaio mentre armieri e maniscalchi
lavoravano come se stessero letteralmente forgiando il mondo in una nuova forma.
“Nessuno può dividere la sua rabbia,” disse il corpulento comandante.
“Impossibile, lo ci andrei adagio con lui, oggi.” Sorrise, ma non con gli occhi.
“È di sotto?” volle sapere Lohengrin.
“Mmmm… Esce soltanto al calare della sera e non sempre. Non ama la luce del
giorno. Ecco perché lo chiamano ‘il pipistrello’.”
“Credete in ciò che fa?” domandò all’improvviso Lohengrin e lo vide farsi
pensieroso e severo. Se stava recitando, era molto bravo. Doveva farlo per l’alta
posizione che ricopriva. Non era un segreto che la sua marzialità non facesse
paura a nessuno.
“Sì,” rispose con decisione Howtlande. “È l’uomo più grande del mondo…
come lui stesso si definisce.”
Lohengrin annuì e si diresse verso la scala. Howtlande lo seguì per qualche
passo.
“Avete notizie?” domandò.
“Perché è arrabbiato?”
“Perché non lo è? Mancanza di scorte, obiettivi non raggiunti… Lui si aspetta la
perfezione.” Howtlande aggrottò la fronte. “E inoltre non gli piace il fumo. I
polmoni. Qualcosa che lo fa vomitare.”
Si fermò in cima alla scala mentre l’altro generale scendeva.
“Sono grandi giorni, questi,” gli gridò dietro.

Verso mezzogiorno, il fumo era diminuito e la foschia si era diradata. Il cielo però
continuava a rimanere nero.
Wista pensò (nei brevi squarci che coglieva) che sulle montagne alla Sua destra
doveva essere peggio. Aveva visto lingue di fiamme levarsi dalle pendici e
sviluppare grandi masse di fumo.
Stavano attraversando un campo incenerito, passando tra alberi arsi e contorti.
Gli zoccoli dei cavalli sollevavano soffocanti volute di polvere nera. “Sembriamo
mori anche noi, adesso,” aveva osservato Grontler, cercando senza riuscirci di
togliersi di dosso parte di quella polvere di carbone.
“Siamo maledettamente vicini,” annunciò. “Il terreno scotta ancora.”
Wista non gli prestò attenzione. Non aveva niente da dire. Cavalcava come un
uomo condannato. Miglia e miglia di terra carbonizzata e si trattava ancora di
incendi modesti…
Superarono una linea di fondamenta annerite. Fumavano ancora. Evitò di
guardare gli scheletri bruciati che giacevano scomposti sulle pietre. Non doveva
guardare. Aveva troppe cose. Niente più visioni o suoni… nulla… Si rifiutava
perfino di pensare. Cavalcava e basta, consapevole soltanto del fatto (come se la
consapevolezza non fosse in lui, ma aspettasse a un qualche punto del suo
destino) che il momento stava arrivando, consapevole della insopportabile
immensità (una percezione che lo aveva sopraffatto accanto alla monaca morta)
che alla fine avrebbe trovato un varco per entrare in lui, riempiendolo fino a farlo
esplodere… Doveva soltanto aspettare. Pensare o mostrare una qualche reazione
davanti a ciò che gli stava davanti sarebbe stato impertinente… Aspettare…
Sarebbe arrivato da Lohengrin in tempo. Se ne sarebbe occupato Lohengrin.
Aveva insistito…! Sì… si trattava di qualcosa di importante… aveva insistito…
Cavalcavano senza sosta e i cavalli sollevavano grandi nuvole di polvere…

Broaditch aveva paura. Erano arrivati alle falde delle colline di quella terra vista
soltanto nei sogni e nelle visioni. Era come se l’era immaginata. Si sentiva eccitato
perché quella era la prima prova assoluta. Era tagliato fuori dalle certezze del
passato, perfino dalle disperazioni del passato. C’erano leggi, maree di tempo, e il
mondo era un sogno, un tessuto fatto e disfatto ogni notte. Si sentiva sudato,
eppure faceva freddo e lui accettava quelle cose… Ma, allora, era tutto reale
quando il sognatore sognava se stesso…? Ebbe un sussulto quando riconobbe la
cascata che cadeva dalla roccia scura, il baldacchino dei pini che non lasciava
vedere il suolo… Non aveva mai visto luoghi come quello, in Bretagna. Sorgeva
davanti a loro, ammasso di rocce, canali con acque irruenti e alberi fitti fitti da far
apparire il tutto impenetrabile. Una fortezza sarebbe stata più semplice da
espugnare…
I sogni ritornarono. Lui fluttuava nell’aria luminescente sopra il cuore pulsante
di quella terra. Si sentiva per la prima volta ansioso di arrivarci perché adesso
credeva che la cosa avesse davvero un significato… Osservava la nebbia e il fumo
deformare i contorni, nasconderli… Sì, aveva paura, ma il pensiero di tornare
indietro era insopportabile… C’era un significato. Stava andando incontro a
qualcosa… qualcosa, comprese all’improvviso, sospeso nello spazio tra il sonno e
la veglia, qualcosa che non era di alcun mondo e a cui lui cercava inutilmente di
dare forma…
“E adesso dovremo girare attorno,” si stava lamentando Valit. “Bel trascinatore
di popoli sei, Broaditch.”
Irmree si stava sedendo, una cosa che faceva di frequente. Ansimava leggermente
con le labbra dischiuse.
“Come possiamo guadagnare qualcosa in questo posto miserabile e selvaggio?”
domandò Valit.
“Noi?” commentò Broaditch. “Accomodati, ragazzo. Tutto quello che riesci a
guadagnare è tuo, purché mi risparmi i compiti di tenutario di bordello.”
“Che importa?” Valit si strinse nelle spalle. “Sono solo parole. Anche se mi
chiamassi ebreo o moro o italiano non mi importerebbe nulla purché entrasse del
denaro nella mia borsa.”
“A ogni modo, tieni la fortuna a rimorchio perché la nostra strada tira dritto.”
Valit scosse la testa e sputò.
“Trasformami in un corvo,” disse, “e non farò più storie e tirerò dritto…
Oppure chiama i tuoi maghi e i tuoi angeli, se devi.”
“Niente protettori o maghi,” ribatté Broaditch, appoggiandosi al bastone. Una
leggera brezza gli agitava la barba grigia, “Io vado avanti.”
Non avrebbe saputo dare spiegazioni. Sapeva semplicemente che doveva trovare
il coraggio di non pensare o di domandare o di affliggersi o di esitare… E,
soprattutto, non dubitava che avrebbe funzionato. La natura era stata per lui una
continua fonte d’istruzione e adesso lo aspettava la verifica di tutte le lezioni
ricevute. Sapeva che sarebbe stato come rituffarsi nel mare, nelle fauci di quelle
scogliere aguzze… E doveva farlo… come gli era stato insegnato.
Non ebbe bisogno di voltarsi a guardare per sapere che Valit esitava prima di
seguirlo. Ma non ne fu impensierito. Aveva la strana impressione di essere
osservato da qualcosa o da qualcuno e che quel qualcosa o qualcuno fosse
sollevato e compiaciuto.

Lohengrin cercava di tenere a freno l’indignazione mentre scendeva. Aveva le


mani sudate. Era buio e umido là sotto e, a dispetto della propria sicurezza e del
potere che la promozione gli aveva conferito, si sentiva debole e vulnerabile. Non
si era mai incontrato con Clinschor faccia a faccia e si domandava se il signore
non tenesse le sue udienze da un qualche buco nella parete…
Fu ammesso per un cancello di ferro in una profumata umidità ( preferisce
vivere nelle segrete) e la sua prima impressione fu di un lungo tavolo di pietra e
di tre immensi candelieri con candele stranamente piccole che proiettavano un
debole chiarore sui lord presenti. Riconobbe il potente Lord Gobble (un uomo
piccolo e storto con una gamba rigida) ma la sua attenzione fu attratta dalla figura
all’estremità del tavolo, un uomo di mezza età dalla testa grossa, i lineamenti dolci
e due assurdi baffi ricurvi. Con l’indice della sua mano tesa indicava una mappa
dispiegata sul tavolo e tutti gli altri erano chini a seguirne le spiegazioni.
Lohengrin si chiese come potessero vedere in quella penombra. Non poteva
credere che quello fosse il terribile Clinschor, il terrore di nazioni e re, il torturato
maestro stregone che penetrava i segreti della vita e della morte, la voce
irresistibile… Poi gli occhi lampeggiarono brevemente e colpirono Lohengrin per
la loro vacuità, la luce felina, adatti alla impressionante voce che stava dicendo:
“…con questa mappa, i cancelli della resistenza finale sono aperti. I tre percorsi,
gli unici tre conosciuti. Le nostre armate infrangono l’ultima resistenza.” Il pugno
si abbatté nel palmo dell’altra mano. “Poi marcia qui… qui… e qui… e sono
intrappolati nel mezzo… la fortezza è nostra!” Gli occhi lampeggianti passarono in
rassegna le due file di comandanti. “Basta errori!” tuonò il signore. “Basta
incompetenza! Domani sarà il più grande giorno della storia. Eroi sono tornati dal
passato per scuotere nuovamente la terra, per portare determinazione e saggezza a
un mondo senza speranza, codardo, a portare fuoco dal cielo…” Strinse il pugno
davanti a sé, gli occhi che non vedevano nessuno, pensò Lohengrin, se non
profondità inimmaginabili. L’uomo teneva la stanza come sotto un incantesimo.
Era come se fosse pervaso da un’energia titanica che lo facesse sembrare
immenso. Lohengrin pensò che avrebbe potuto perdersi in quegli occhi, come in
un cielo stellato. Da ragazzo, se ne stava sui bastioni a osservare il puntolino del
pianeta che non sapeva ancora fosse Marte, a meravigliarsi di quello che
immaginava fosse l’occhio della notte, un buco nel cielo dietro il quale ardeva il
fuoco. Più che dalla Luna o da Venere, era rimasto affascinato dal rosso e ardente
fuoco di quell’occhio…
“…a portare fiamme e acciaio e forza perché giganti dell’antico passato possano
tornare… Questo è un risveglio! La fortezza segreta cadrà, il Graal cadrà, e ogni
altra cosa cadrà… Grandi poteri ultraterreni…” Alcuni dei presenti, notò con
disprezzo Lohengrin, mostrarono chiari segni di paura, “…grandi poteri
ritorneranno e Dio aiuti…” Il signore si portò i pugni alle spalle. “…Dio aiuti la
debole pecorella che non sopporta e non sa essere gigante!”
I comandanti ruggirono la loro approvazione. E nel raggelato silenzio che
seguì, Lohengrin (in piedi all’altra estremità del tavolo, di fronte a Clinschor)
disse: “Signore…”
Lo guardarono tutti. Clinschor non disse nulla, semplicemente reclinò la testa
da un lato dando così il tacito permesso di proseguire, ma non offrendo alcun
supporto.
“Avete detto parole commoventi sul nuovo mondo che stiamo creando.”
Clinschor si limitò ad annuire brevemente, “Io credo in questo. Mi sento
completamente impegnato.”
Clinschor posò una mano sulla mappa e cominciò a tamburellarvi con le dita
grassocce. La debole luce delle candele faceva risaltare ombre e angoli del suo
viso. Lohengrin continuava a sentirsi le mani sudate e non sapeva spiegarselo.
Doveva mostrare fermezza, si disse. Quello era un grand’uomo, d’accordo, ma
sempre un uomo… Perfino i maghi (ammesso che fossero tali) erano uomini…
“Sì, comandante?” disse Clinschor, brusco, ma con un tono inespressivo.
“Chi ha permesso gli incendi e le devastazioni che ho visto?” domandò
recisamente Lohengrin. “Penso che vi sia giunto all’orecchio quanto viene fatto in
vostro nome, signore.”
Il signore della guerra annuì con veemenza.
“Sì,” bofonchiò, “non si doveva permettere al fuoco di attaccare i boschi così in
fretta. È stata un’idiozia e una minaccia ai nostri fianchi!” Lord Gobble mostrò
segni di disagio. “E tuttavia, comandante Lohengrin, la revisione dei miei piani ha
preso in considerazione la cosa. Attraverseremo il paese e saremo al di là del
campo aperto prima che il fuoco costituisca un serio problema. Ora…”
“Ma, mio signore,” insistette Lohengrin, “il paese è completamente devastato…
distrutto, lo…”
“Su cosa basate le vostre obiezioni?” lo interruppe freddamente il signore.
“Perché distruggere l’intero paese?” Lohengrin sentiva il sudore colargli lungo il
collo. “Cosa rimarrà da governare, da…”
L’espressione di Clinschor lo indusse a tacere.
“Siete tutti degli sciocchi?” disse il signore, sollevando gli occhi al soffitto.
“Dio!” Scosse la testa in modo teatrale. “Devo essere circondato soltanto da
sciocchi, duca?” scattò, rivolto a Lohengrin.
“Io… non…”
“Naturalmente,” fu il commento. Clinschor si appoggiò con i pugni sul tavolo.
“Questo paese deve essere sacrificato,” disse, con un tono divenuto
improvvisamente discorsivo. “È assolutamente necessario ed è anche la mia
irrevocabile decisione. Sarà una lezione che il resto del mondo non dimenticherà
mai.” Sorrise con aria assente. “In questo mondo devono rimanere pochi,”
mormorò. “Solo i più forti.” I suoi occhi lampeggiarono nuovamente e
Lohengrin vacillò. “Il mondo è pieno di codardi, di sciocchi… Non è mai stato
fatto prima. Ci provarono i romani… gli spartani. Ma voi non potete saperlo.”
Batté il pugno sulla pietra. “Una nazione, una razza di giganti! Capite?” Sorrise
debolmente, si raddrizzò e si sistemò il mantello grigio. “Sarà la più grande
impresa mai portata a termine! Gli antichi poteri vitali ritorneranno. È un mistero
che non potete afferrare.” Si portò una mano davanti al viso e cominciò a
modellare l’aria. “Noi creiamo! Noi plasmiamo! Noi costruiamo!”
Lohengrin si ritrovò ad annuire, gli occhi umidi per una indecifrabile emozione.
Quell’uomo gli aveva mostrato la soglia tra due mondi ed era lì aperto a tutti e
due. Aveva creato il più grande esercito del mondo e presto avrebbe vinto. Aveva
anche altri progetti, dopo quello, e un altro ancora…
“Sì,” si udì rispondere. “Sì, signore.” E credette di vedere il mondo che sarebbe
venuto, ne avvertì tutta la gioia, si sentì in cima alla cresta, vittorioso, vide suo
padre tra la folla che lo guardava alla testa delle sue forze trionfanti…
LIBRO QUARTO
Stavano tagliando la direzione dei venti, Alienor che stringeva la manina di Tikla,
Lampic che aiutava il Disperato procedere di Torky.
Udivano il rombo della tempesta di fuoco. Il vento violento non trasportava solo
fumo, ma anche nuvole di cenere. Andavano a tastoni, a occhi chiusi,
incespicando, cadendo, soffocando dietro i fazzoletti con i quali si erano coperti il
viso. Alla cieca.
Erano entrati in una piccola valle nel tentativo di raggiungere una radura visibile
dalla cima della collina. Una ventata li risucchiò. Le fiamme non progredivano
regolarmente, anche se da lontano sembrava il contrario; il fuoco, mentre lambiva
le alture, si spostava lungo stretti canali come quello… e li raggiunse.
La fuliggine calda e appiccicosa si abbatté su di loro. Tutto era oscurità. Alienor
riusciva a sentire il fuoco: un boato crescente di alberi che esplodevano… Erano
colpiti da ondate di terribile calore e lei capì che non sarebbe servito a niente
stringere Tikla tra le braccia nella folle speranza di farle da scudo con il proprio
corpo. La sua paura di morire era in qualche modo passata alla bambina così che
se Tikla viveva, allora viveva anche lei… Quella era l’unica cosa reale nell’incubo
dell’insopportabile calore da fornace… Oh, i folli, pensò, i folli… i folli… Erano
circondati dalle fiamme (lei gridava e piangeva, ora). I vestiti bruciavano…
“Aiutali!” gridò Alienor. “Aiutali!”
E si gettò in avanti stringendo sotto di sé Tikla, futile atto di preghiera…
Il gatto si lasciò cadere sul fianco, facendo le fusa e giocando sul morbido tappeto.
Chiuse gli occhi per il piacere quando il suo padrone, ginocchioni nella stanza
scarsamente illuminata dalle candele, gli avvicinò al naso un pezzo di carne. Poi li
riaprì e diede qualche leccatina al boccone prima di addentarlo, facendo piccoli
movimenti con la testa.
“È buono, Itie? Eh?” domandò Clinschor. “Ti piace?” Accarezzò il dorso del
gatto che si distese e riprese a fare le fusa. “Gatto vizioso… Sì, sì, sai di essere
vizioso…”
Dopo un po’ si alzò e si mise davanti al camino. L’arrosto che cuoceva sul fuoco
sprigionava un po’ di fumo che gli faceva prudere il naso. Si strinse le mani dietro
la schiena e si girò. Il disadorno vestito grigio che indossava gli dava un’aria
vagamente monacale.
Il gatto strinse gli occhi, poi li sbarrò, rizzando le orecchie a un debole suono.
Lui si mosse, le spalle curve.
“Domani, Itie,” disse, guardando l’animale che si accingeva a dormicchiare,
“domani è il giorno… Ho sofferto, Itie, ho sofferto e atteso questo per anni… ”
annuì tristemente. “Ma la mia fede non ha mai vacillato, neppure un momento…
Be’, non in modo serio… Che fatica, Itie, che fatica tenere uniti tutti questi pazzi.”
Sospirò e scosse la testa. “Devo stimolarli e convincerli ancora e ancora e
ancora…” Era perfettamente immobile, ora, il viso rilassato, come se avesse perso
la consapevolezza dell’invisibile uditorio che lo osservava anche in quei momenti
di massima intimità. Lui si sentiva sempre osservato. “Itie, ci sono volte in cui,
come Giona, ho voglia di sfuggire al mio destino, di nascondermi, di vivere in
campagna in santa pace.” Fece un debole sorriso. “Ti piacerebbe, mio prezioso e
viziato Itie?” Si acquattò accanto al gatto che ricevette quel tenero messaggio. “Tu
e io, eh, Itie? Basta con questa vita che mi dà solo risentimento, slealtà, stupidità e
codardia…” Spostò lo sguardo sulla fiamma tremolante del camino.
“Tradimento…” Sospirò. “Mi hanno chiamato… Devo rispondere…” Accarezzò la
testa dell’animale. “Povero Itie, povero Clinschor…” Gli occhi gli si inumidirono.
“Che cosa importa loro di tutti i miei sacrifici? Di quello che do loro?” Un’unica
lacrima gli solcò la guancia. “Ho dato loro tutto… tutto… Devo rimanere duro e
solo…” Le grosse dita si fermarono sul collo di Itie che si contorse per
liberarsene. “Ah, persino tu respingi il povero Clinschor. Ah, mio dolce Itie…”
Fissò di nuovo le fiamme, come se si aspettasse di vedervi prendere forma
qualcosa, una qualche risposta alla domanda più profonda che non faceva mai.
“Mio dolce, prezioso Itie…”

Gawain si fermò accanto a Parsifal a guardare il fumo che inondava il campo.


Poiché c’era una vaga sembianza di luce, pensò che forse era mattino.
Per diversi metri da entrambe le parti si vedevano uomini a cavallo e a piedi che
si disponevano in fila davanti alla densa macchia di boschi del Graal.
Parsifal era immobile, gli occhi chiusi, come se fosse in ascolto. Poi si destò.
“Temo,” disse, “che il fuoco ci circondi.”
“In quel caso, avrà anche annientato il nemico,” puntualizzò l’amico.
“No, Gawain,” disse Parsifal, guardando i soldati a piedi con le balestre.
Dovevano agire da ricognitori e tornare velocemente indietro, alla linea principale.
“Se falliamo qui, abbiamo perso.” Era triste. “Non possiamo ancora permetterci di
morire.”
Gawain si fece pensieroso. “Tu non puoi,” obiettò. “Vuoi dire che hai
rinunciato? Ascolta, chi dice che sarò io a trovare di nuovo quel posto?”
Gawain guardò il campo. Non era il caso di rinunciare. Per la prima volta da
anni si sentiva bene. Qualunque cosa fosse accaduta, l’avrebbe accettata. Avrebbe
fatto del suo meglio con quello che aveva. “Dubito che si sia mai pensato a me,”
disse.
Di qualunque cosa si tratti, ho creduto d’averla conosciuta, una volta, stava
pensando Parsifal, e ho creduto anche di no… Mi è stata data questa forza per
qualcosa… Cosa? Mi interessa? Mi sono trasformato in uno che fa sempre
domande…
Unlea sembrava lontana, molto lontana, come se una nebbia di anni li separasse.
Trovava difficile descrivere il suo viso.
Il Graal, il Gradi, pensò, non mi permetteranno di allontanarmene. No… non
me lo permetteranno.
“Ci siamo,” annunciò Gawain, abbassando la visiera. Sollevò la lancia, poi la
lasciò cadere. “Non serve caricare e combattere.”
Parsifal vide emergere l’esercito. Gli uomini dell’avanguardia erano troppo vicini
e il nemico usciva troppo velocemente dalle nubi. Solo pochi erano in grado di
evitare un colpo prima che i giavellotti, le mazze e le asce li abbattessero. Un
pugno di uomini riuscì a far ritorno al corpo principale davanti alla massa
compatta di soldati anneriti che, a prima vista, sembravano condensazioni di
fuliggine.
Parsifal guardò la linea e ricordò la sua prima battaglia in cui non era riuscito a
distinguere l’amico dall’avversario e si era allontanato disgustato. Scosse la testa e
sguainò la spada. Dopo un po’, diventava tutto troppo facile…
Le colonne si avvicinavano velocemente, facendosi precedere da grida di
incoraggiamento, e lui capì che la cavalleria si stava probabilmente ammassando
lungo i fianchi. Il problema era che i fianchi erano invisibili.
Si tese e avvertì un formicolio quando le linee si scontrarono. Vide Prang che
affrontava il primo assalto con la lancia in resta, che trafiggeva un fante e, un
attimo dopo, veniva circondato da un tumulto di truppe.
Quella era la parte facile, pensò, dirigendo il cavallo in una danza di guerra, la
spada immobile davanti a sé dopo ogni incredibile colpo, senza dover neppure
sollevare lo scudo, mentre senza alcuna fatica si faceva largo tra uomini che
cadevano. E lo stesso valeva per Gawain che, con qualche sforzo in più, otteneva
lo stesso risultato.
Parsifal cercò di vedere di nuovo Prang e notò che la linea cedeva attorno a lui e
a Gawain… Poi, un gruppo di cavalieri del Graal, con una veloce carica, chiuse
momentaneamente la breccia… si ritirò, caricò nuovamente, si ritirò… La
coerenza non era scomparsa anche se, commentò tra sé Parsifal, date le
condizioni, non poteva essere mai esistita. Sapeva già che avrebbe dovuto ritirarsi:
attraverso la cortina di fumo vide alla sua destra un muro di cavalieri che perforava
la debole linea difensiva e conduceva la sua carica fino agli scoscesi pendii rocciosi
alle loro spalle.
È già finita, pensò Parsifal e lanciò un grido al suo compagno. Poi, mentre i
fanti lo circondavano ancora una volta e lui ricorreva alla sua terribile spada,
avvertì un paralizzante colpo al petto e allo stomaco, sebbene nessun’arma lo
avesse sfiorato… Mancò un colpo… Ora vacillava sulla sella, madido di sudore
freddo, e sentiva come se invisibili artigli gli strappassero il cuore, gli impedissero
il respiro, gli fermassero il sangue nelle vene. Combatteva, sì, ma la punta di una
lancia gli strisciò il fianco, una spada gli fendette una coscia… dentro di sé era
come smarrito, confuso. C’era il buio. Lottò per recuperare la concentrazione,
chiamò a raccolta la sua volontà (come gli era stato insegnato), nella sua mente si
levò una specie di canto di guerra, veloce, sempre più veloce, un canto che
accumulava tutte le energie residue che all’improvviso esplosero e allontanarono
gli invisibili artigli. Diede in un urlo violento, e il boato che produsse sorprese
Gawain il quale vide i sei o sette uomini che lo stavano chiudendo vacillare, alcuni
ricadere all’indietro, come colpiti dalla mazza di un gigante…

Tra gli alberi, adesso, dove già dei sopravvissuti cercavano di farsi strada, con
Gawain accanto, Parsifal sperava di incrociare uno di quei tortuosi sentieri che gli
avrebbero almeno permesso di guadagnare un po’ di spazio e di respiro…
Ma i cavalieri che li avevano attaccati ai fianchi e sgominati su quello destro li
avevano già bloccati.
“Dobbiamo passare!” gridò a Gawain il quale annuì.
L’impossibile terreno lavorava a favore del nemico il quale, se non poteva
concentrare un attacco, veniva avanti tutto assieme, lentamente, combattendo più
per avanzare che per sbarazzarsi dell’avversario, abbattendo, maciullando, tagliando
rami: un alto cavaliere roteò un’ascia per colpire Parsifal che si scansò e non si
diede la pena di restituire il complimento, preoccupato com’era di controllare il
difficile percorso della sua nervosa cavalcatura tra la massa di combattenti frustrati
in cerca di una via di scampo… Un altro cavaliere lo caricò, ma poi il cavallo
rimase incastrato tra due alberi… Un altro ancora, per evitare la lancia di Gawain,
fu sbalzato di sella da un ramo… Il fumo spezzettava la battaglia in tanti
frammenti spettrali… un uomo che cavalcava senza testa… un cavallo che danzava
su un altro… un braccio ancora attaccato per la mano a un ramo… due cavalieri
che lottavano in un roveto di more… uomini che scavalcavano altri e quelli che
stavano sotto facevano da ponte, urlanti… uomini che salivano sugli alberi per
sfuggire alla calca e altri che li colpivano come frutti maturi…
Parsifal opponeva un muro di resistenza per respingere altri invisibili attacchi.
Supponeva di essere stato scelto forse da chi gli era stato alle calcagna per tutto
quel tempo. Merlino glielo aveva detto e adesso lui se ne ricordava: una volta
aperto al mondo della magia, non se ne era più salvi.
Erano già sul punto di sganciarsi, trasferendosi su un terreno più in alto,
quando, guardandosi brevemente alle spalle, in un varco tra il fumo, Parsifal ebbe
un’ampia visione del campo al di là della foresta e del grande esercito che vi si
stava ancora riversando. Il muro delle fiamme ora torreggiava sopra di loro e
sembrava ghermirli con mani di vento…
Non stanno attaccando. Fuggono, pensò.
Poi, senza sapere perché, sollevò lo scudo e parò, senza nemmeno vederlo, un
colpo laterale che gli paralizzò il braccio e lo fece ondeggiare sulla sella.
Il fumo si richiuse. Soffocavano tutti, adesso, e attaccanti e difensori strisciavano,
correvano, barcollavano, cercavano rifugio nei labirinti dei boschi. Cadevano faville
tutt’attorno.
Una volta appiccato il fuoco, quel paese sarebbe bruciato come una torcia di
cera, rifletté Parsifal. Meglio non pensarci. Tutto questo accadeva nello stesso
momento in cui lui si voltava per affrontare colui che gli aveva sferrato quel
terribile colpo. Anche Gawain stava intervenendo. Parsifal riconobbe Lancillotto,
massiccio, coperto di fango, di sangue e di fuliggine, la visiera aperta.
“Ci incontriamo di nuovo!” gracchiò.
Prima di quanto non avrebbe voluto il caso, pensò. Questi eventi sembrano
predestinati. Quella considerazione lo meravigliò. Sentiva la presenza di qualcosa,
di una voce senza parole, di una forma priva di sostanza, di un movimento…
Nebbia calda e fumo puzzolente ribollivano dappertutto, adesso. Respirare era
tossire e ansimare. Cavalieri e fanti erano ombre indistinte che si colpivano alla
cieca gli uni con gli altri. Gli occhi lacrimavano come se amico e nemico fossero
ugualmente commossi. Il combattimento stava risolvendosi in una fuga generale.
Parsifal vide che c’era fuoco anche davanti, adesso.
Lancillotto non ne fu impressionato.
“Vieni avanti, Parsifal Testa d’Uccello,” ruggì. Vibrò uno dei suoi terribili colpi
corti che Parsifal parò di nuovo, rimettendoci un pezzo di scudo.
Uscendo da un accecante vortice di fumo e di fiamme, Gawain si mise fra di
loro.
“Va’, Parsifal!” gridò. “Lo trattengo io questo furbone!”
“E questo chi è?” domandò Lancillotto, agitando la mano davanti agli occhi nel
tentativo di vedere meglio.
“Sacco di merda!” esclamò Gawain. “Ti ricordi di me?”
“Gawain,” rispose il corpulento cavaliere. “E così sei vivo. Be’, non mi sei mai
piaciuto con quella tua sporca bocca. Lo dicevo sempre al re che eri un essere
spregevole e non pensare che lui non fosse d’accordo!”
“Va’ a farti fottere, cane randagio!” gridò Gawain con una risata sprezzante. “Sei
troppo piccolo per vivere!” E avanzò sull’altro, nascondendo la spada dietro allo
scudo e attaccando nel preciso istante in cui l’altro attaccava lui. Lancillotto si
contorse per una ferita all’ascella e Gawain vacillò, l’elmo aperto ma la testa intatta.
Che importa, pensò Parsifal, raggiungere o meno il Graal? Sono
intrappolato… siamo tutti intrappolati…
Si fece avanti per raggiungere Gawain che si era scontrato di nuovo con
Lancillotto, cadendo tra i roveti ardenti. I cavalli erano terrorizzati. Parsifal vide
Lancillotto avere la meglio, poi Gawain. Ma un fiume di fiamme lo staccò da
loro mentre qualcuno lanciava un’imprecazione… Ora sciami di uomini (lui li
scambiò dapprima per gli spiriti dei morti, a piedi, privi di armi, anneriti, con
gli occhi rovesciati) lo attorniavano come una marea: cadendo, rotolando,
strisciando, dando in un unico verso acuto, come di un mostro che si
lamentasse per il dolore, un suono che sembrava il tormentato sfogo di tutta la
terra oltraggiata e sanguinante… Incredibile a dirsi, Parsifal e il suo cavallo
furono in parte sollevati e in parte spostati attraverso le fiamme e il fumo
accecante, gli alberi più piccoli che si piegavano e cedevano sotto quella titanica
ondata umana… Parsifal non riusciva a vedere niente, ora. Udiva l’incendio che
ruggiva alle sue spalle e avanzava sui lati…
E così di nuovo non c’è scelta, pensò, lottando per mantenere ritto il cavallo
che scivolava e incespicava sopra soldati calpestati da soldati. Era quasi grato al
fumo che oscurava la portata di tutta la scena. E c’è mai una scelta? Che abbia
importanza? Grugnì, tirando le redini e mantenendosi in equilibrio sulla sella.
Avvertì di nuovo quel misterioso movimento, qualcosa di simile a un tocco,
sebbene inimmaginabile, che leniva… si sentì (mentre i venti infuriavano, le
ceneri bollenti piovevano, le fiamme si alzavano e i soldati si univano in
un’unica voce di dolore e di terrore) a suo agio, al sicuro, certo di potersi
salvare, ancora munito del suo potere per la destinazione alla quale la massa di
tutto il mondo sembrava portarlo.

Broaditch li condusse tra i vapori sui pendii fitti d’alberi aggrovigliati. Valit e la
donna lo seguivano ansimando. Broaditch si sentiva libero e leggero, in parte
perché si impediva di pensare. Era stanco di preoccuparsi per qualsiasi cosa.
Intendeva reagire, andare avanti e prendere la vita come veniva…
Sembrava che, sollevando la testa, un altro insormontabile ostacolo apparisse
ogni volta attraverso il fumo. Ora doveva inginocchiarsi su una sporgenza accanto
a Valit per aiutare Irmree a superare una difficoltà… Ora erano costretti a
sollevarla per farla passare tra due alberi… Poi era la volta di Valit che doveva
essere salvato da un torrente in piena nel quale era sprofondato fino al mento…
Accecati (perché il fumo aveva improvvisamente assunto la proporzione maggiore
nella nebbia) per diversi minuti, procedettero a quattro zampe sulla superficie
rocciosa, sudando tra nuvole di vapore che salivano da vaste profondità, Valit che
implorava continuamente il creatore, finché Irmree (che strisciava sul terreno con i
seni e la pancia mentre avanzava) appoggiò male un ginocchio, perse l’equilibrio
e, con un’esclamazione, rotolò giù e scomparve mentre Valit gridava: “Perderla a
questo modo dopo tanta fatica!”
E poi lui la vide riemergere, come se fluttuasse nello spazio, da quello che era
sembrato uno strapiombo ma che era soltanto una curva della roccia… e ripresero
a strisciare, questa volta per superare un fiume, sopra un albero caduto.
Giunti dall’altra parte, scoprirono di trovarsi su una strada.
È possibile, pensò Broaditch, è davvero possibile ma, Dio mio, come la fede ha
bisogno di prove costanti… Sembra il legame più debole tra Dio e gli uomini,
perché va e viene come la fama di un eroe… Fece questo ragionamento: la fede se
lo aspetta, ma un miracolo è sempre una sorpresa. Chiunque speri nella
provvidenza rimane eternamente deluso finché non dispera e allora viene di nuovo
salvato…
“Da quale parte?” disse Valit. Irmree giaceva sulla schiena, respirando
profondamente. Broaditch aveva appena scoperto che quello era un incrocio e
sorrideva.
“E adesso,” fece ad alta voce ma senza una particolare ragione, “è ora di esitare
di nuovo.”
“Da quale parte?”
“Be’, ragazzo,” rispose Broaditch, “queste maledette nubi sembrano arrivare sia
dall’una sia dall’altra strada.”
“Ascolta!” disse Valit. “Che cos’è?”
“Un cavallo,” spiegò Broaditch, mettendosi in ascolto. “E, se non mi sbaglio, con
un cavaliere.”
“Perché?”
“Ascolta.”
Un debole tintinnio d’acciaio seguiva la cadenza di un rumore di zoccoli che si
avvicinava dalla biforcazione di sinistra.
Broaditch non fu sorpreso. Perché se era stato portato fin lì da tutte le forze del
tempo e del cielo, allora quell’incontro era inevitabile. Se, nonostante tutto, la
grande macchina stava girando a caso, si trattava semplicemente di un
insignificante uomo a cavallo e loro erano persi in ogni senso possibile… Sorrise
allo sconosciuto solidamente racchiuso nella sua armatura.
Il suo occhio esperto notò che reggeva una lancia piuttosto sottile per un
cavaliere e che lo scudo mostrava una sola colomba in volo, lavorata in oro.
L’uomo fermò il cavallo e sollevò la visiera.
“Come siete riusciti ad arrivare tanto lontano?” domandò, meravigliato. “Lui è
con voi? È possibile? Sono Sir Hinct. Come vedete, io ce l’ho fatta…
Presentatevi,” ordinò all’improvviso. “Che cosa fa quella donna grassa laggiù?”
Indicò Irmree. “È morta?”
“Sire cavaliere,” rispose Broaditch, cauto, già convinto che quell’incontro avesse
un significato. Il cavaliere sembrava a disagio, in colpa. “Sire cavaliere, siamo
viaggiatori in cerca della nostra destinazione.”
“Di quale destinazione si tratta, furfante?” Il cavaliere era nervoso e ostile, ora.
“Il castello.”
“Ah. Quale castello?”
“L’ultima volta che l’ho visto…” il che era accaduto perlomeno in un sogno se
non di più “… si presentava con uno splendore che andava al di là di qualsiasi
descrizione.”
“Parlate bene, villano. Siete un uomo di cultura sotto mentite spoglie?”
Broaditch scosse la testa.
“Un semplice viaggiatore, cavaliere.”
“Allora… sappiate che sono un messaggero di quel castello e… Avete visto
passare qualcun altro per questa strada?”
Prima che Broaditch potesse spiegare che l’avevano appena scoperta, quella
strada, Valit colse la sua prima occasione con un’espressione di scaltra
determinazione e falsa sincerità.
Si avvicinò all’uomo a cavallo e disse: “Cavaliere, mi par di capire che avete
davanti un lungo cammino. Prendete in considerazione quella donna laggiù,
morbida, direi, in tutte le sue parti. Per qualche moneta d’argento, lei…”
“D’argento?” esplose il cavaliere.
“Di rame, mio signore, di semplice rame!” si corresse immediatamente Valit,
mentre Broaditch seguiva la conversazione a bocca aperta.
Il cavaliere quasi lo colpì alla testa con l’impugnatura della lancia. Lo avrebbe
fatto se all’ultimo momento, e nonostante lo scarto di Valit, non avesse attenuato la
forza del colpo (osservò Broaditch), come per un ripensamento.
Perché? L’intenzione di colpirlo l’aveva eppure non l’ha fatto, pensò Broaditch.
Se mi fossi offeso per l’offerta di Irmree, al posto suo avrei usato la punta se
proprio avessi dovuto…
“Alla larga da me, gente di basso rango,” sbraitò l’uomo, furibondo, facendo
impennare il cavallo quando Broaditch, rimanendo fuori della sua portata, si
appoggiò al bastone.
“Avete una mira scarsa,” commentò quest’ultimo, cercando di calcolare
accuratamente il genere di reazione che avrebbe ottenuto. “Dovete essere giù di
esercizio, cavaliere dalla piccola lancia.”
“Bastardo deficiente! Impara a tener la lingua a freno davanti ai tuoi superiori!”
E con un grugnito d’offesa, Sir Hinct agitò la lancia, si controllò (nonostante la
rabbia) e, con imbarazzo, cercò invece la spada, cambiando mano, e qualcosa
disse a Broaditch che quello era l’inizio del perché (a meno che fosse di nuovo
senza significato) era stato condotto lì…
Il cavaliere si accontentò di brandire l’arma, guardandosi nervosamente alle
spalle.
“Tieni la lingua a posto,” ammonì.
“Non lo troverete mai così,” azzardò Broaditch. “E cosa accadrebbe,” continuò,
con il cuore in gola, “se perdeste quello che portate?”
Il gesto dell’uomo indicò chiaramente che quello che contava era la lancia, per
quanto vecchia e arrugginita fosse.
“Il nemico è all’erta,” mentì Broaditch.
“Devi proprio eccitarlo?” si intromise Valit, timoroso, in piedi accanto a Irmree,
che si era appena messa a sedere.
Il cavaliere si calmò all’istante e sul serio.
“E, per una questione di sicurezza, dovrei passarlo a voi?” chiese, tranquillo.
“Prima di essere abbattuto?”
Broaditch capì che quella sua improvvisazione non era servita a niente.
“È questo che pensate, signore?” disse.
“Cane pazzo!” Il cavaliere vibrò un colpo che quasi raggiungeva in pieno il
bersaglio. Il bastone lo deviò a malapena. Broaditch pensò di mettersi a correre
verso la cortina fumosa che li circondava, ma sarebbe stato un errore perché, se
quell’incontro aveva uno scopo, quella era l’unica possibilità di scoprire di cosa si
trattasse. Se non l’avesse colta, sarebbe rimasto forse per sempre un ex servo della
gleba, un ex contadino vinto e insoddisfatto… Si lanciò (Valit stava gridando
qualcosa, lontanissimo) e (niente di particolare), ricorrendo alla sua notevole
forza e abilità di combattente, semplicemente caricò il cavaliere il quale, colto di
sorpresa, agitò selvaggiamente spada e lancia per mantenersi in equilibrio.
Dopodiché si curvò sotto l’animale e lo colpì con un pugno ai testicoli
provocandone la violenta impennata. Contemporaneamente, afferrò la lancia del
cavaliere e in quel preciso momento ebbe la capacità di vedere tutto e dappertutto
come da un’estensione di se stesso e benché ogni cosa nel mondo fosse in
movimento lui la vedeva immobile. Era terrificante e magnifico nello stesso
tempo: il fumo, e perfino il terreno, si schiariva come acqua scintillante; il
cavaliere stava ancora cadendo da cavallo; Valit era in ginocchio, come pregando;
Irmree era ritta… La sua visione si estese. Vide Alienor che correva davanti al
fuoco con la figlia stretta a sé… Parsifal in sella a un atterrito animale che si faceva
strada tra masse d’uomini inceneriti… Tutto era illuminato da un’irradiazione di
luce centrale che si sarebbe detto il sole caduto sulla terra. Rispetto a quella luce,
che accendeva i vermi che strisciavano sottoterra, gli insetti nella corteccia degli
alberi, i pesci nel mare, gli uccelli che volavano alti per sfuggire alle volute di
fumo, il fuoco non era niente, e a quella luce scorse il castello e la strada tortuosa
per la quale ci si arrivava… Vedeva ogni cosa e non aveva paura per sé o per altri
perché capiva che in quella luce, dove il tempo era soltanto un guscio di vita,
un’ombra sbiadita, avrebbero potuto confondersi. Vide che erano tutti salvi per
sempre, sentì che tutto era pervaso di gioia, che i fiori aspettavano nei loro semi…
si immaginò che fluttuava attraverso muri trasparenti, che si immergeva nel
pulsante cuore dorato che batteva e batteva e alitava scintille vitali… Seppe che
stava vedendo il Graal, la radiosità del Graal…
S’abbatté con violenza al suolo. La lancia sfuggì alla sua presa. Anche il cavaliere
era finito sul terreno con un rumore di ferraglia. Il duro, fumante mondo tornò di
colpo.
Broaditch si drizzò a sedere, stordito, il respiro corto. Del cavallo fuggito al
galoppo si sentiva ancora un suono attutito di zoccoli…
Esitò, poi chiuse gli occhi e si costrinse a prendere la lancia. Rimase in attesa,
trattenendo il respiro, timoroso che accadesse di nuovo e che non accadesse…
nulla… Attese… nulla.

Si alzò, fece segno agli altri due di seguirlo e prese la strada dalla quale era
emerso il cavaliere. Il nobiluomo lottava per rialzarsi, gridava parole
incomprensibili, cercava la spada.
“Aspettate!” gridò ai tre che stavano svanendo nella nebbia. “Tornate indietro,
sporchi…! Tornate Indietro…!”

Grontler indicò una fila di saraceni che marciavano nell’oscuro pomeriggio.


“Devi ripagare il grande signore della stessa moneta,” disse a Wista. “È stato lui a
portare a morire qui quelle migliaia di fottuti demoni scuri. Devi rendergli la
pariglia.”
“Perché sei qui?” domandò all’improvviso Wista.
“Eh? Perché?” Grontler si spostò sulla sella per guardare meglio il giovane.
Avevano tutti e due le facce nere.
“Perché combatti? Cosa ci guadagni?”
“La paga, sempliciotto,” fece affabilmente Grontler. “Cos’altro, se no?”
“Sono tutti qui per la paga?”
“Come diavolo faccio a dirlo? Deve essere così a meno che non siano dei
maledetti imbecilli.”
“Tutto questo,” mormorò il giovane, “per la paga.”
Grontler non lo sentì. Un momento dopo, scorse Lohengrin che cavalcava senza
l’elmo poco lontano da un gruppo di lord d’alto rango. Più in là, una moltitudine
di fanti si perdeva nell’incombente foschia.

Davanti al suo capelluto lord dal viso grifagno, Wista era un po’ nervoso. Erano
smontati di sella presso un piccolo corso d’acqua per riempire gli otri e
abbeverare i cavalli. L’esercito stava rumorosamente attraversando la foresta piena
di fumo.
“Gli animali non vogliono bere,” venne a dire uno dei cavalieri. Lohengrin si
tolse i guanti da guerriero, si chinò, si riempì d’acqua il palmo della mano e la
lasciò fluire tra le dita. Wista rabbrividì. La mano si era macchiata di un rosso
scuro.
“È la terra stessa che sanguina,” osservò Lohengrin, scuotendo le dita e
asciugandosele sul mantello sporco di fuliggine. Così al sangue si aggiunse il
fango.
“Ho già visto cose simili,” gli disse Wista, avvicinandosi. Era la prima volta che
si parlavano da quando gli era stato ordinato di stare di retroguardia. “Io… non
riesco a trovare le parole per…”
“Zitto,” disse Lohengrin. “Ho visto anch’io le stesse cose.”
“Un conto è uccidere ed essere crudeli, come voi, ma questo…”
“Zitto!”
“Stanno distruggendo tutto… tutto!”
“Non stanno, malinconico Wista.” Il sarcasmo di Lohengrin era un riflesso.
“Non stanno… stiamo.”
“Osate dire così?” Wista era sbalordito. “Riuscite ad accettare… questo…
questo…”
“Prima di ricorrere a parole che non conosci, ragazzo, considera…” Lohengrin
risalì in sella. Wista rimase affascinato dalla sua mano sporca di sangue e di
fuliggine. La fissò e sempre fissandola salì poi sul proprio cavallo. Lohengrin non
si era ancora messo il guanto e aveva preso le redini con le dita sporche, “…
considera che questa è la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.”
Wista si scosse ma continuò suo malgrado a fissare la mano: sembrava un
artiglio dotato di vita propria… La sua mente la vedeva separata dal braccio e
dall’uomo, muoversi e afferrare per conto suo… Tutto il resto era chiuso
nell’acciaio, soltanto quella mano era carne…
“Nuovo…?” chiese. “Nuovo cosa?”
“Nuovo mondo. Un nuovo mondo. Un mondo migliore.”
“Cosa?” scattò Wista. “Siete impazzito, Lord Lohengrin? Quale vantaggio può
esserci in… in questo sangue e in queste ceneri? Avete il potere di ordinare tutto
questo? Chi siete? Una cosa? Una cosa strisciante e innominabile? Un demone?
Vi pensavo tutt’altro che crudele e fuorviato all’ombra del vostro grande sire, ma,
Dio…” La voce di Wista si ruppe in un singhiozzo. “Dio… ma chi siete? Cosa
siete? Cosa? Cosa? Cosa?”
Adesso il Lord generale Lohengrin era furente.
“Quietati, smidollato!” gridò. “Mio padre è uno sciocco!” Abbassarono tutti e
due la testa per evitare il fumo, tossendo, asciugandosi gli occhi brucianti. “Sono
al servizio di un uomo… un uomo animato da una santa passione, che parla in
nome degli stessi dei!”
“Gli dei? Quale pagano…”
“Taci!” La voce di Lohengrin risuonò di una freddezza mortale. “Stiamo
liberando i più grandi poteri. Soltanto i valorosi sopravvivranno a questi giorni.”
Wista lo guardò, sbalordito, fissò la sua mano rossastra ripiegare le dita,
ghermire l’aria… Proseguirono in silenzio tra le masse dell’esercito in marcia. Si
era levato un vento che creava vortici di fumo. Dovevano coprirsi la faccia, adesso.
Lohengrin si chiuse l’elmo.
Dopo un po’, Wista non ne poté più. “Intendete distruggere ogni cosa?” gridò
per farsi sentire al disopra del vento, del rumore delle truppe e del crescente
ruggito del fuoco proveniente dal fianco e dalle loro spalle. “Rispondetemi!”
Si trovavano un po’ discosti dagli altri e isolati dal fumo.
Wista non pensava più, adesso. Il cuore gli batteva a mille, nel petto. Scuoteva la
testa incontrollatamente, era confuso, tremava.
“Rispondimi, bastardo!” gridò di nuovo.
Non udì la soffocata risposta.
Cosa posso fare? Cosa voglio fare? Cosa devo fare?
Nervosamente, senza accorgersene, estrasse la spada. Vedeva soltanto la forma
nera e senza faccia dell’elmo voltata verso di lui. Aveva la bocca inaridita. Strinse
gli occhi per vedere nel fumo.
Cosa? si chiese.
“Cosa?” domandò senza saperlo.
“Tu non hai tempo per le pazzie,” urlò Lohengrin, aprendo la visiera, “Io ti
do…” Tossì, “…io ti do questa opportunità di unirci…” Tossì e sputò con
violenza. Al disopra del crepitio delle fiamme c’erano adesso un clamore e
l’inconfondibile rumore metallico che indicava che il nemico era infine impegnato
in combattimento. “Devo affrettarmi,” continuò Lohengrin. “Ti voglio bene,
ragazzo…”
No! No! No! pensò Wista, come se l’ultima osservazione fosse più di quanto
potesse sopportare, e così gridava anche lui, soffocava, sentendo a sua volta affetto,
odio e tristezza, le lacrime che si mescolavano alla fuliggine e al fumo mentre
colpiva, sollevandosi sulle lunghe staffe, calando la lama come gli era stato
insegnato, già vedendo il metallo scuro dell’elmo sprizzare scintille e fendersi,
intuendo appena qualcosa di indistinto quando il cavaliere ondeggiò e parve
spostarsi… Non vide mai nascere, automatico, irresistibile, il colpo che, all’ultimo
istante, Lohengrin aveva opposto con la parte piatta della sua lama. Ne scaturì
un’esplosione di pura luce bianca, dopodiché ogni cosa attorno fu inghiottita
dall’oscurità. Non vide mai il suo maestro affondare la spada, guardarlo attraverso
quelle accecanti nubi, ma gli parve si sentirlo gridare: “Wista…! Ti volevo bene…!
Ti volevo bene…”

Parsifal condusse il cavallo fuori della calca, al di là degli uomini in lotta che si
pigiavano tra gli alberi formando un solido muro di carne, ogni folle sforzo
servendo soltanto ad ammassarli ancora di più tanto che in certi posti erano
completamente immobili, fatta eccezione per le teste deliranti e le braccia che si
protendevano per trattenere e riportare nella bolgia infernale quelli che cercavano
di uscirne calpestandoli.
Uscì a fatica da quegli uomini morenti che cercavano di aggrapparsi al cavallo e
alle sue gambe nel tentativo di essere trascinati fuori. In qualche caso, chiudendo
gli occhi, aveva dovuto menare colpi di spada.
Era uscito su un sentiero che serpeggiava su per le colline. “La strada che scegli
è sempre in salita,” ricordò, con una specie di sorriso.
E se questa non è quella giusta, non ce ne sarà una seconda…
Dietro il fumo, le fiamme si propagavano e quando raggiunsero le migliaia di
uomini intrappolati lui si mise a canticchiare per non sentirne gli strazianti gemiti.
Non riusciva a evitare il vento fetido che lo seguiva o a controllare i fuochi che
arrivavano fin lassù.
Vedeva i corpi anneriti degli uccelli che erano piovuti da ogni parte… era
consapevole che non poteva trovare nessuno davanti a sé, solo ondate di fuoco e
soffocante calore.
Non c’era speranza di allontanarsi da quei boschi. Dietro a una curva, una
fiammata si parò davanti a lui. Parsifal esitò, ma non c’era modo di tornare
indietro. Spronò l’animale atterrito e attraverso il terribile calore, arrostendo quasi
nella sua corazza bollente, proseguì faticosamente per lo stretto sentiero. Lampi
accecanti squarciavano le nuvole che pensava fossero la sua mente… Sentiva forze
invisibili chiudersi su di lui, le une in lotta contro le altre, e credette che degli
artigli lo ghermissero… perché non ce la faceva più, ora… aveva gli occhi chiusi e
gonfi… Sebbene fosse ormai sfinito, era ancora munito del potere e, in grado di
vedere soltanto ombre con l’occhio destro e niente con il sinistro, ebbe dei
bagliori di colore in quella specie di stato di sogno: di colpo il paesaggio e il cielo
diventavano limpidi e a lui parve di vedere delle membra scure e dilaniate e delle
forme intrecciate con quelli che sembravano cavalieri con armature ricoperte di
diamanti… poi fumo e fiamme lo circondarono… un altro luminoso frammento…
poi il soffocante presente, in cui l’armatura rovente gli straziava la pelle e gli
bruciava gli indumenti.

Broaditch stava conducendo gli altri due oltre una curva e pensava: è finita. E
sollevò la lancia leggera.
“Cosa? Cosa?” domandò Valit.
“Guarda,” disse Broaditch, indicando tre uomini armati fermi sullo stretto
sentiero davanti a loro. La strada si incuneava tra un muro, sulla parte esterna, e
una parete rocciosa, sulla sinistra, e i soldati erano spalla a spalla, l’uno contro
l’altro. Si chiese come avrebbero potuto muoversi per combattere.
“Cosa?” ripeté Valit. Irmree si mise a piagnucolare.
“Là, stupido!” fece Broaditch.
“Nebbia e fumo?”
Fu così che Broaditch scoprì che la sua vista era in qualche modo cambiata.
Riusciva a vedere al di là dell’irritante oscurità che li circondava.
Fecero ancora qualche passo e Valit si sentì gelare, ma Broaditch ora non era
preoccupato. Si avvicinò agli uomini. Portavano tutti il cimiero con la colomba;
erano morti, i visi coperti di sangue e racchiusi negli elmi sfondati. Erano stati
messi lì, l’uno contro l’altro, per bloccare la strada. Doveva essere opera dell’uomo
che si erano lasciati alle spalle. Forse erano stati suoi compagni…
Mentre li spingeva per farli semplicemente ruzzolare, si rese conto che uno dei
tre era stato piazzato in modo da guardare dalla parte opposta.
“Che cos’è?” domandò Irmree, impaurita, aggrappandosi a Valit che era un ben
misero sostegno in quel momento. “Cos’è?”
“Chiudi il becco!” scattò nervosamente il ragazzo.
Poi proseguirono, arrampicandosi a fatica. Broaditch era sicuro che il cavaliere li
seguisse e di tanto in tanto si fermava e tendeva le orecchie, ma difficilmente, a
meno che non si fosse liberato della corazza, l’altro avrebbe potuto mantenere il
loro passo.

La salita ripida, le pietre scivolose e il fumo li avevano sfiniti. Quasi in cima, Valit
si mise dietro alla donna e la spinse mentre il suo compagno la tirava per un
braccio. Irmree mormorava parole in varie lingue e Broaditch vi distinse il tedesco,
il francese e l’inglese mentre altre gli riuscirono oscure.
“Tira, maledizione!’’ gridò Valit, ansimando. “Se cade, sono rovinato…”
“Questo è il prezzo da pagare…” ribatté Broaditch, sollevandola quasi al livello
della sommità della collina, “…il prezzo, dico, di portare la tua fortuna terrena…
la fortuna con te ovunque.”
Si appoggiò con i gomiti al muro e, mettendosi le mani ai lati degli occhi,
scorse attraverso le fessure un’immensa colonna serpeggiante di fumo nero larga
miglia e miglia, che avanzava come un essere gigantesco con i piedi di fiamme,
torreggiando, gesticolando con le nere braccia spalancate, sputando scintille, il
fantastico dorso racchiuso in un sorprendente gioco di luce mentre il torrente di
calore che emanava risucchiava dall’atmosfera torturata una tempesta da scuotere il
mondo. Pioggia e grandine cadevano ribollendo, terribili nuvole di vapore si
alzavano dalla base di quell’inferno e lui riusciva a udire il tuono che rombava in
lontananza sull’oceanico ruggito e sul sibilo di miglia di fuoco… Poi, quando le
nubi si spostarono, ebbe la visione del castello (si girò leggermente, aspettandosi
un’esplosione di luce intollerabile), le alte torri aggraziate che si trovavano a non
più di un miglio dalla cima della collina. Da lì, la strada per i pendii ripidi
Sembrava lunga e tortuosa ma c’era! Era reale… reale…
Be’, Broaditch, si rassicurò, ora avrai bisogno di fede, magia… di tutto…
Afferrò la lancia. Forse aveva la chiave del cancello. Quell’arma significava
ovviamente qualcosa… Anche il suo udito sembrava più acuto. Broaditch fu certo
di sentire dei passi giù lungo il sentiero.
Irmree era di nuovo seduta con la schiena appoggiata al muro.
“Prendi la tua fortuna, ragazzo,” ordinò Broaditch, “a meno che tu non voglia
aspettare quel gentiluomo che ci segue.”
“C’è sempre qualcosa di spiacevole dietro a noi,” commentò Valit. E toccò
Irmree al fianco con un piede.
“Ne,” fece lei. “Ne.”
“Forza, grassona di una straniera,” insistette il suo aspirante protettore.
“Broaditch, tu vai in cerca di guai come una rete di pesci! Perché hai rubato la
lancia a quel bastardo? Sei pazzo!” Scosse la testa con violenza. “Sei un vaso
rotto… Alzati, maledizione!” Prese la donna a calci e lei gli imprecò contro in una
qualche lingua. “Perché non lasci qui quella dannatissima cosa in modo che lui la
trovi e…” Ricominciò a scalciare e Irmree lo colpì all’inguine con un pugno. Lui
trasalì, gli occhi fuori delle orbite, vacillò e si piegò in due.
“Tu hai lei,” rispose Broaditch, con aria enigmatica. “Io ho la lancia. Speriamo
che l’una si riveli valida quanto l’altra.”
“Allora resta qui!” gridò Valit e, ancora piegato su se stesso, cominciò a scendere
per il sentiero serpeggiante dove il muro improvvisamente finiva.
Broaditch non rimase molto sorpreso quando la prosperosa donna si sollevò e,
aggiustandosi le lunghe trecce impregnate di fuliggine, seguì velocemente il
giovanotto.
“Vait,” chiamò lei. “Vait… arrivo, messere… Vait…”
Per Maria, Giuseppe e il naso di Sant’Alman, che sia amore?
Broaditch sorrise e li seguì, lancia in spalla.

Invece dell’atteso impatto con la terra calda e fuligginosa, Alienor ebbe una
sorpresa (non sapeva che fosse fredda), si ritrovò ad annaspare, ginocchioni, poi a
muoversi con la forte spinta del fiume, vedendo la sagoma di Lampic che
stringeva Torky, che affondava, mentre il fuoco li assediava da ogni parte e lei era
costretta a immergersi e a immergere la testa di Tikla per evitare che i visi
bruciassero quando l’acqua salutare li spinse oltre il centro dell’inferno, facendoli
galleggiare come per magia… ancora e ancora… finché, finendo sotto un ponte di
pietra che si chiudeva sopra le loro teste (Alienor si chiese se quella era la fine,
con loro schiantati contro le rocce), rallentarono di colpo (di nuovo come per
magia) e si scoprirono in un’ampia pozza al di là del limitare delle fiamme. Da
quel punto, il paesaggio si apriva in campi ondulati e muri di pietra… Si
liberarono faticosamente da un groviglio di gigli acquatici e di radici, raggiunsero
la riva e guardarono, dall’altra parte, le nuvole nere sovrastanti la distruzione che
infuriava. Nella direzione opposta, oltre i nembi carichi di pioggia grigia che
arrivava da sud, Alienor vide, con sbalordito sollievo, uno spettacolo che la lasciò
a bocca aperta: una striscia, una macchia di puro azzurro e verde che, a prima
vista, non capì che era semplicemente cielo…
Era ancora estasiata quando Lampic uscì dall’acqua con Torky stretto a sé e si
lasciò cadere, gocciolante, ustionato e sfinito sulle ginocchia per riprendere fiato.
Il colpo di Wista aveva colto Lohengrin di sorpresa. Con l’occhio sinistro riusciva
a vedere solo confusamente. Nonostante tutta la sua determinazione e la missione
e le esigenze del comando (che erano state ridotte di molto da quelle impossibili
condizioni), provava un dolore al cuore.
Quello sciocco, continuava a ripetersi, perché ha cercato la morte…? Quello
sciocco… perché mi odiava tanto…?
Erano pensieri insoliti per lui, ma aveva creduto di poter convincere lo scudiero,
di insegnargli, e in verità era andato in cerca delle dispute e delle soddisfazioni di
quel processo…
“Dov’è il maestro?” sbraitò a un cavaliere che portava l’insegna del comando:
delle fauci bianche su sfondo rosso e nero. Sentiva un rivolo di sangue scendergli
sul collo.
Gli ho insegnato a colpire duramente, pensò. Gli ho insegnato che…
“Là davanti!” gridò di rimando il cavaliere.
E, un minuto dopo, Lohengrin vide una massa compatta di uomini a cavallo
che si spostava tra le calde nuvole, in campo aperto, contro uno sfondo d’alberi, e
il grande carro di ferro nero a forma (pensò) di melone, trainato da tre coppie di
splendidi cavalli, con tre fessure protette lungo la circonferenza e le grandi ruote
che fendevano il terreno. In cima c’erano tre uomini con la corazza, uno dei quali
era il conducente. Anche con la fuliggine, era visibile l’orlo d’argento della
guardia scelta di muti. Lohengrin doveva ancora scoprire da dove venivano quegli
uomini…
Un’altra dozzina di uomini della stessa guardia accompagnavano quella sfera
con le ruote. Lohengrin si rivolse al più vicino. “Dov’è Lord Clinschor?”
Il muto girò il viso con i denti sporgenti verso Lohengrin e indicò con un
grugnito la fortezza in movimento.
Delizioso gentiluomo, commentò Lohengrin, domandandosi nel contempo
quale fosse il protocollo richiesto in quella circostanza. Doveva gridare? Infilare la
mano nelle fessure? Battere sulle fiancate? Dubitava che fosse la cosa migliore da
fare. Aveva già visto quanto fossero circospetti i servitori di Clinschor, a
qualunque rango appartenessero, quando erano nelle vicinanze di quei diabolici
guerrieri.
Si avvicinò con la cavalcatura e chiamò.
“Lohengrin,” risuonò una voce da basso dall’interno, “avvicinatevi.”
“Mi avete mandato a chiamare, mio signore?” chiese Lohengrin attraverso una
delle fessure.
“Vi voglio con me.”
“Ma non dovrei rimanere con i miei uomini finché la battaglia…?”
“La battaglia è vinta,” lo interruppe Clinschor. “Ho bisogno di voi al castello
del Graal.”
Lohengrin era ancora incredulo.
“Ma è reale questo Graal? Di cosa si tratta?”
“C’è tempo per quello.”
Ora erano vicini alla foresta del Graal. Da un varco tra le nuvole di fumo, masse
di uomini si riversavano tra gli alberi come marosi sulle rocce. C’erano fiamme
che si levavano da ogni parte e sibilavano scintille, come frecce infernali, pensò
Lohengrin…
Una grande porta di ferro si aprì e Lohengrin batté l’occhio buono, colpito
dalla visione di un lusso incredibile: lanterne tempestate di rubini, morbidi tappeti,
un tavolo nero con le gambe d’avorio, un servo nubiano che teneva aperta la porta
e il maestro stesso seduto al tavolo con i suoi vestiti incolori. L’uomo nero allungò
il braccio muscoloso della circonferenza della gamba d’un uomo normale e aiutò
Lohengrin a saltare dalla sella nella carrozza.
Dentro, il pavimento oscillava meno del previsto. Lohengrin si sollevò la visiera
e si guardò intorno. Meccanica o magia? si domandò.
Clinschor si trovava accanto a una delle fessure e parlava con un cavaliere del
mondo esterno in fiamme. Lì dentro era come trovarsi in una cappella, pensò
Lohengrin. Nonostante quell’apertura, il mondo era stranamente lontano, rifletté,
una specie di quadro movibile. Udì la voce smorzata del messaggero, ma si
ritrovò attirato dai complicati disegni sulle pareti: pergamene dorate che
descrivevano scene fantastiche e pacifiche nelle quali uomini e donne nudi
fluttuavano tra nubi rigonfie e fiori giganteschi. Si respirava un’aria incredibilmente
fresca e profumata e si aveva a malapena coscienza del fumo che si addensava
all’esterno. Si scoprì seduto sul morbido tappeto, senza essere stato invitato a farlo.
Evidentemente, era più stanco di quanto avesse immaginato. Udiva come
proveniente da molto lontano la conversazione di Clinschor. Le altre aperture
erano tutte chiuse, cosa che lui prima non aveva notato.
“…ma, maestro…” gridava l’uomo, all’esterno, sebbene il suono arrivasse come
un mormorio, “…la maggior parte dell’esercito è intrappolata dal fuoco!”
“Il destino è destino,” scattò con impazienza Clinschor. “Sono i rischi di
qualsiasi grande impresa. Il nemico è stato schiacciato?”
“Sì, maestro,” fu la risposta e Lohengrin si scoprì vagamente interessato. Studiò
Clinschor, seduto accanto alla stretta feritoia, le braccia incrociate sul petto, la testa
china pensierosamente in avanti, le lunghe dita che si aprivano e si chiudevano
irrequiete.
“È rimasto nessuno a contrastarci?” domandò, con un certo compiacimento,
notò Lohengrin, come se desiderasse provare il piacere di sentirselo ripetere,
anche se apparentemente la cosa non sembrava soddisfarlo.
“Nessuno che io sappia, signore. Ma date le condizioni…”
“Tutti schiacciati!” tuonò Clinschor, scosso da una furia improvvisa. “E tutti lo
saranno!” ruggì ancora al frammento d’uomo visibile attraverso l’apertura.
La carrozza fortificata subì uno scossone e Clinschor sussultò sulla sedia.
Lohengrin si sentiva un po’ stordito. Si toccò il lato del cranio. Faceva male. Il
sangue stava rapprendendosi. Il colpo, decise, doveva avergli lasciato qualche
conseguenza… oppure si trattava di un qualche sottile narcotico contenuto in quei
profumi? Vista e udito sembravano percepire cose da grandi distanze… nulla
sembrava impossibile, tutto possibile… il mondo era un giocattolo, un pezzo di
creta che le sue mani potevano modellare… Si sentiva così in pace che quasi
chiuse gli occhi. Ma la voce di Clinschor lo riportò alla realtà.
“La morte nutre la vita che verrà come i sacri bastoncini nutrono un fuoco
sacro!”
Sacri bastoncini? pensò Lohengrin dalle sue fluttuanti altezze.
“Giustiziate ogni uomo che volga le spalle,” stava ordinando il maestro. Poi
guardò Lohengrin. I suoi occhi sembravano febbricitanti.
“Le spalle? Volgere le spalle?” protestò il cavaliere, dall’esterno. “Come
potrebbero volgere le spalle? Il fuoco è dietro di noi!”
Clinschor fece scorrere un paletto foderato di seta e l’apertura fu chiusa.
L’interno della carrozza piombò di botto nel silenzio.
“Quando il campo sarà dissodato,” disse a Lohengrin, “potremo piantare quello
che vorremo.” Il capitano dovette apparire sorpreso perché il potente capo
continuò a spiegare: “Mi sono abituato alla morte. Non mi preoccupa quanti
devono morire. I sopravvissuti saranno uomini capaci.”
Lohengrin annuì. Sentiva il cervello caldo e indolente. Guardava, affascinato, gli
occhi quasi incolori del conquistatore che sembravano brillare per una luce
interna, poi diventare vacui e, un momento dopo, ipnotici e imperiosi… Si toccò
leggermente l’occhio appannato e provò improvvisamente l’istinto di defecare. Si
chiese se fosse possibile farlo senza uscire.
In risposta a un colpo brusco, Clinschor aprì di nuovo la feritoia.
“Che cosa c’è, Howtlande?”
Lohengrin scorse il viso grasso incorniciato dall’elmo annerito. Tutto l’oro e le
gemme erano sporchi di fuliggine. Il viso sudava. Per una qualche misteriosa
ragione, faceva incredibilmente freddo lì dentro, senza dubbio un altro effetto della
stregoneria.
“Grande maestro,” gridava Howtlande, “il mio esercito è perso… perso…!” I
suoi occhi avevano un’espressione selvaggia. “Soltanto un piccolo gruppo è
riuscito a fuggire… Io…”
“Allora perché voi siete vivo?” domandò il capo.
“Sono venuto a fare rapporto, io…”
“La strada è stata localizzata?”.
“Non lo so, maestro. Nella confusione e con gli incendi, io…”
“Sciocco!” Clinschor guardò Lohengrin. “Continuo a essere circondato da
sciocchi!” Si alzò, vacillando per i sobbalzi del carro, e gridò attraverso un tubo
accanto al soffitto basso e curvo: “Voglio che si trovi la strada! Abbiamo la mappa!
Niente scuse!” Si sedette e guardò di nuovo Lohengrin, aggrottando la fronte,
pieno di rancore, tamburellando con le dita sul tavolo. Lohengrin ebbe la fugace
impressione che tutto fosse cominciato come una commedia per impressionare gli
altri e che a forza di ripeterla fosse diventata una parte di lui… Provò per un
momento la strana e astratta paura di vedersi rispecchiato in quella percezione
come una collezione ambulante e viva di vecchi atteggiamenti… Scosse la testa
per cercare di snebbiarsela. Faceva male. Aveva assolutamente bisogno di
defecare… il movimento ondeggiante, l’aria nauseante e profumata… Cercò di
mettere a fuoco il maestro con l’occhio ancora appannato. Con l’altro, vide
chiaramente la pallida furia del viso che sembrava sospeso, curvo nella luce
rossastra, gli angoli della bocca che si piegavano per l’incessante tensione interna.
Non gli importa se muoiono tutti, pensò… e poi: E io…? Batté le palpebre, si
sentiva ancora distaccato… riuscì a mettersi in ginocchio e rimase in quella
posizione, ondeggiando. Clinschor parve non accorgersene tanto era concentrato.
Solo le grosse dita si muovevano.
All’improvviso la voce rombò e riempì lo spazio: “Ho sacrificato tutto a
questo…! Accetto tutti i poteri per me stesso.”
Tremava, vide Lohengrin, ancora in ginocchio, come se pregasse, quando
cominciò quella che lui prese per una violenta crisi: Clinschor colpì con i pugni
le assi e il suo corpo cominciò a vibrare, gli occhi rovesciati all’indietro, le labbra
dischiuse. Una coppa d’oro delicatamente lavorata cominciò a muoversi e a
scivolare per tutta la lunghezza del tavolo per cadere silenziosamente sul tappeto,
macchiandolo di vino rosso. “Passi tutto il potere attraverso me!”
Clinschor cantava ora, e il tono della sua voce andò aumentando fino a quando
Lohengrin non sentì il corpo e la testa martellargli insopportabilmente… Si sforzò
dapprima per alzarsi, poi per strisciare via, dicendosi che erano l’aria drogata, il
colpo preso da Wista… a indebolirlo… anche se adesso il suo corpo stava
uniformandosi al ritmo di quel canto da fare impazzire… Si scoprì a desiderare di
urlare rabbiosamente, trascinato da quell’incredibile crescendo (che la rimanente
parte libera della sua mente credeva che non sarebbe mai finito, che sarebbe
continuato oltre la soglia della morte), a pensare che non poteva essere una gola
umana quella che gridava e alla quale lui stava intonandosi sempre più in fretta,
sempre più in fretta…
Era sicuro che era la stessa fortezza ambulante a risuonare come una tozza
campana nera, che i sobbalzi non fossero più dovuti al terreno, che la terra si
fosse dissolta e che stessero muovendosi in un fiume di oscurità che si riversava
irresistibilmente nel mondo in fiamme, respingendo ogni cosa, risucchiandone i
colori, prima di passare attraverso il signore maestro come luce scura per una
lente nera, abbattendosi poi sulla terra nebbiosa, lasciando tutto oscuramente nudo
davanti a loro. Gli parve di vedere una sagoma di mura, di torri che si
inabissavano in quel fiume, che cadevano, che si dissolvevano… Lohengrin cercò
di gridare per il terrore, di correre via, ma la sua stessa voce lo immobilizzava. Si
piegò su se stesso, come per una genuflessione, e resistette all’incantesimo con
tutto il corpo, con la mente, schiumando un po’, ringhiando quando Clinschor
vibrò con tale intensità che un braccio della sua sedia si staccò e volò contro la
parete e il servo nero giacque a terra, prostrato, le mani premute sulle orecchie…

Wista giaceva sul terreno fumante. Venti violenti spostavano fumo e alberi secchi.
Piovevano scintille che penetravano nei vestiti, bruciavano la pelle, i capelli.
Non sentiva nulla tranne la terribile pressione del calore che lo circondava. Gli
sembrava di essere immerso in una pozza di silenzio. A ogni respiro faticoso, il
sangue gli usciva dal petto. Non c’era dolore, solo fiamme e silenzio…
Accettava tutto in modo molto naturale… capiva… non tentava neppure di
muoversi… era consapevole delle funzioni del suo corpo che si affievolivano…
ogni battere di ciglia sembrava un miracolo…
Frell… non voleva andare verso ciò che già l’aspettava, così la sua mente andò a
lei… Sarebbe sopravvissuta? Si sarebbe sposata? Avrebbe avuto bambini? poteva
averla ingravidata? Poi cercò di pensare a quello che aveva fatto o tentato di fare…
e l’avrebbe rifatto, pur conoscendo la fine, Lohengrin lo avrebbe seguito
all’inferno per colpirlo perché aveva visto troppo… troppo… aveva anche
ammesso che gli voleva bene ma c’era un limite a tutte le cose e, giusto o
sbagliato che fosse, l’avrebbe rifatto… Qualcuno doveva farlo perché la ferita che
contava forse non era stata provocata soltanto dalla sua spada… sì… l’aveva
visto… qualcuno Doveva ferire Lohengrin come nessuno aveva mai fatto… ma
quelle cose erano già lontane e sembravano appartenere a qualcun altro… Il fuoco
e il silenzio erano indistinguibili dalla sua coscienza, ora, e anche il suo corpo che
ardeva era la terra che ardeva… Guardava tutto in silenzio… Ma lei portava il suo
bambino…? Le sue labbra cercarono di invocarla o di chiamarla… vedeva quella
bella ragazza che portava via il momento, il loro momento, per lasciarlo crescere e
nutrirlo… quella loro breve unione di vita, quel loro breve contatto si sarebbe
mosso e avrebbe respirato e sarebbe cresciuto e avrebbe consumato un suo
magico tempo e trascorso giorni e visioni in un’intimità che lui non avrebbe mai
conosciuto… E capì anche di morire e, prima ancora, che morire era dare spazio
a una vita e a una forma di se stessi… e l’ultima cosa fu un’immagine che
appariva brillante e vivida: luce verde, cieli azzurri, venti dolci, freschi campi aperti
di primavera in lontananza, profumi, terra ricca e fertile (le fiamme si erano ritirate
nelle ombre nebbiose), Frell che sedeva in riva a un fiume scintillante come il
cielo, dove i pesci saltavano e un bambino scalzo con un ramoscello di salice che
fissava, attraverso la propria immagine riflessa, l’acqua limpida e misteriosa, e c’era
lui, che entrava in tutto quello, in entrambi loro come un vento di musica…
quella fu l’ultima cosa…

Grandine e pioggia caddero come una solida cortina. Arrivarono con una raffica
di vento che percosse Parsifal come un buon colpo di giavellotto. Vacillò sulla
sella, l’armatura che tintinnava, il cuoio che crepitava, il cavallo che si impennava
per il terrore quando il fumo venne spazzato via da un altrettanto impenetrabile
diluvio, mentre alberi e cielo sussultavano e roteavano nel chiarore accecante dei
fulmini che flagellavano la terra e laceravano l’aria. Poi, sull’armatura della testa del
cavallo s’abbatté una folgore e a Parsifal che volava di sella parve che il cielo
esplodesse in un’unica, accecante palla di furia, e la sua mente credette che, dal
momento che viveva e volava, tutto il potere fosse entrato in lui e che i tuoni e i
lampi del cielo da quel momento in poi si sarebbero raccolti nel suo sangue e
nelle sue ossa… Nell’impatto con la terra pietrosa, perse in parte i sensi…

Si svegliò dibattendosi, annaspando, cercando di emergere dall’acqua che lo


sommergeva (come se, pensò, fosse tornato indietro nel tempo a prima che
Gawain lo salvasse dal fondo del fiume). Aprì gli occhi. Era senza elmo, la
terribile pioggia batteva, gli pungeva il viso, gli riempiva la bocca e il naso. Si
mise a sedere, tossendo e sputando… Un vero fiume stava già discendendo lungo
il fianco della collina e attraversava la stretta strada.
Si alzò, grondante d’acqua, e cercò l’elmo, quello di suo padre, ma non lo
trovò… Si guardò attorno: per quel che riusciva a vedere (cinquanta metri, al
massimo), il fuoco era stato spento. Una grande massa di vapore si alzava e
veniva trasportata da venti selvaggi.
Scoprì di avere ancora forza. Pensò di essere ormai vicinissimo alla fine. Quella
tempesta, indubbiamente, aveva appena dato inizio all’atto finale. Non era morto e
la cosa non lo sorprendeva particolarmente. Ogni evento lo aveva portato sempre
più vicino a qualunque cosa si trattasse… Il Graal? Che fosse davvero il Graal…?
Non avrebbe saputo dirlo… Assurdo pensarlo, una vaga idea, un sogno…
Continuava ad andare avanti perché quello che pensava e non pensava non aveva
niente a che fare…
Riprese la strada, chino sotto il diluvio, con l’acqua che gli arrivava agli stinchi,
e avanzò faticosamente su per la collina. Era stato chiamato, decise, perciò non si
poteva fare a meno di trovarlo… Accettava tutto ora… Erano tutti morti o persi
per sempre per lui e quello che non era bruciato annegava: madre, moglie, figli,
amici… i pochi amici… Unlea… tutti fantasmi, tutti persi… così ora, con una
specie di indifferenza (come se fosse sempre sul punto di morire, distaccato)
portava il potere, perfettamente sicuro che quella strada serpeggiante avrebbe
condotto al castello nel quale si era imbattuto per caso più di due decadi prima…
Superò una barricata di tronchi che si era trasformata in una cascata. Un cavaliere
con l’insegna della colomba vi era rimasto intrappolato, le gambe in aria, le
braccia e il corpo che ciondolavano nell’acqua impetuosa. Si chiese che cosa
l’avesse ucciso… Una folgore? La furia dell’acqua?
Si trascinò nel fango, affondando i piedi nella china ripida, gli occhi socchiusi, la
mano alzata… e continuava a vedere, come da lontano, un tremante quadro estivo
di campi azzurri e fiumi limpidi, un mondo meraviglioso pieno di fiori dorati che
a volte sembravano fissare il sole…

Lasciò d’impulso la strada e prese ad arrampicarsi per una ripida e scivolosa


parete di roccia. In cima, si riparò sotto un gruppo di pini torreggiami e, tra un
ramo e l’altro, guardò giù e vide i pendii verdi che il fuoco non aveva raggiunto
scendere a valle dove masse d’acqua e di fumo andavano allargandosi simili a un
mare spettrale sotto nuvole mostruose. Molto più in là, credette di scorgere una
debole linea rosso dorata che forse era stato il più remoto di tutti i tramonti.
Scomparve presto, di nuovo coperta…
Era quasi buio sotto quel tetto di foglie spinose. I grandi tronchi ondeggiavano
e scricchiolavano. Sentì di essere vicino. Sospettò che quelli fossero gli alberi che
aveva visto dalla finestra del castello del Graal quando aveva cercato di sporgersi e
aveva battuto là fronte contro il vetro trasparente, il primo che avesse incontrato.
Canticchiò debolmente… Unisci l’inizio e la fine delle strade, un destino era
buono quanto un altro perché… perché erano state tutte ombre, belle e scure,
dolci e amare e lui sapeva infine che non inseguiva un sogno né cercava di
svegliarsi ed era diretto a un luogo che nessuna mappa segnava, nessun sentiero
raggiungeva, che tutto quel contrasto di terra, uomo e cielo lasciava intatto…
Cominciò all’improvviso a piangere, lì, al riparo dagli impetuosi torrenti, gli occhi
che alimentavano lacrima dopo lacrima e la mente che ripeteva: lo le amo…
tutte… tutte quelle ombre addolorate, tormentate che si affliggono all’infinito…
Pianse con amore ma per nessun ricordo in particolare, per nessuna immagine
solitaria… E così si incamminò nel silenzio dei pini e con amore, potere e
tristezza pianse… pianse…

Unlea osservava il marito. Sapeva che era sveglio nella luce sbiadita del crepuscolo.
Era seduta accanto alla finestra e guardava i vaghi contorni del letto dove lui
giaceva scarno e pallido, quasi morto.
Sapeva che era sveglio. Sebbene non dicesse niente, sentiva i suoi occhi… Il
braccio che terminava troppo bruscamente nelle morbide fasce era appoggiato sul
petto.
“Sono qui,” ripeté, la voce che veniva inghiottita nelle profondità della grande
stanza. Non si aspettava una risposta.
Guardò per un momento fuori della finestra e vide la grande estensione di
campi e l’oscurità che si ammassava in vaste nubi sul lontano orizzonte… La
camera era situata nella parte alta della torre e Unlea riusciva a vedere (nonostante
il sole fosse già tramontato) la linea curva appena tracciata del fiume che aveva
seguito fino a casa… Gli occhi le si illuminarono… Gli insetti notturni
cominciavano a ronzare… Poi si voltò di nuovo verso la stanza in ombra che
sembrava più scura in contrasto con la luce grigiastra che c’era fuori.
Qualunque cosa pensasse o ricordasse, guardava soltanto la pallida ombra del
marito e disse, in quello che fu poco più che un mormorio: “Sono qui.” E attese
nella calma del tempo e del silenzio…
Alienor, i bambini e Lampic camminavano per i campi aperti parallelamente alla
tempesta di fuoco. Nel punto in cui terminavano, gli alberi segnavano un confine
chiaro con la desolazione…
Il cielo a est era striato di un pallido azzurro e ogni tanto faceva capolino un
raggio di sole. A nordovest riuscivano a vedere l’ondata di fumo che avanzava
come un’immensa e torreggiante massa a forma di fungo che saliva più in alto
delle più alte nuvole ribollenti di tempesta, percorsa da lampi, che si allargava
come una macchia di colore in un catino d’acqua mentre il cielo e la terra si
congiungevano in una furia di nero e di rosso…

Broaditch vide arrivare la tempesta e quando i primi venti sollevarono erbacce e


rami secchi capì che doveva muoversi, che il momento era disperato. Riusciva a
scorgere soltanto la merlatura al disopra dei pini che racchiudevano quel luogo,
irreale e incerta attraverso i vapori, come se ora si dissolvesse, ora ricomparisse…
“Devo andare in fretta,” disse a Valit che guardava a destra e a sinistra del
sentiero. Irmree era con lui.
“Non è possibile da qui,” commentò l’altro. “Sta bruciando tutto.” Quella era la
prima panoramica sensata che avevano dell’olocausto.
“Andrò da solo. Voi aspettate qui, se volete.”
“Già. Oppure andiamo a fare quattro chiacchiere con quel bastardo assassino
che ci segue, eh?” Valit sputò nel vento, poi si pulì la faccia. “Ti piacerebbe,
vero?”
“No.”
In fin dei conti, è ancora un ragazzo… il figlio di un vecchio amico e anche un
po’ mio… con le sue folli idee e i suoi sogni di profitto… Broaditch sorrise con
calore e prese Valit per un braccio. Assomiglia molto al resto di noi poveri pazzi
e bastardi… Diavolo, che mondo ha da affrontare e quanto poco ne resterà… per
lui… o per me…
Pensò di nuovo ai suoi bambini. Si ricordò di quando si acquattava con loro al
sole, sotto i cieli limpidi, e raccoglieva sassolini dai solchi in cui cresceva il grano,
le loro manine che affondavano nella terra ricca e calda, un’espressione grave e
intensa sui visi: Tikla in piedi sulla collina sopra il campo vicino a un paio di
alberi antichi, che saltava su e giù, scalza, seminuda, i fiori bianchi sparsi ai suoi
piedi, i capelli al vento, le braccia sollevate come se volesse volare (oh, non ne
sarebbe stato sorpreso), che fingeva di essere un uccello, forse… su… su… su…
di nuovo… di nuovo… abbandonata all’aria…
Tenne Valit saldamente per le spalle e lo guardò.
“Dio ti protegga, ragazzo,” disse, con un’emozione che sorprese Valit.
“Perché vai lassù?” domandò semplicemente il giovane.
Broaditch scosse la testa.
“Non lo so del tutto, ma credo di essere stato chiamato.”
“Credi? Ma per quale ragione, Broaditch?” Valit era preoccupato. “Come
riuscirai a sfuggire al fuoco? Guarda come avanza.” Reclinò la testa e sorrise. “Hai
detto che ci sarebbero state ricchezze a non finire!”
“Tu mi piaci, ragazzo. Non so che cosa sia il coraggio ma devo dirti una cosa:
continua senza paura, se puoi, perché il tuo destino in ogni caso si avvererà
ugualmente… E ora bando alle chiacchiere.”
Forse, pensò, il coraggio vale più delle ricchezze.
Abbracciò lo strano ragazzo e spinto dall’impulso lo baciò sulla fronte. Poi si
girò e con la lancia in mano scese tra nuvole dall’odore acre. I venti gli
risucchiavano i vestiti e gli spazzavano la barba. Un tuono echeggiò vicino. Presto
sarebbe caduta la notte. Ci fu uno scroscio di pioggia e di grandine…

Lohengrin si sentiva debole e aveva una leggera nausea. Si era appoggiato alla
parete curva, il viso nudo rivolto alle tappezzerie che emanavano profumi. Il
sangue sul collo si era seccato. Le gambe erano piegate, le ginocchia gli toccavano
il petto.
La fortezza mobile era scossa pesantemente, adesso. Clinschor si teneva
aggrappato accanto alla feritoria aperta e dava ordini a qualcuno. Era come se
stesse parlando in una fornace. Era incredibile che la gente vivesse là fuori, pensò
Lohengrin. Aveva difficoltà a prestare attenzione a qualcosa; non si era mai sentito
tanto sfinito e privo di speranze e degradato. Quello che era accaduto con il canto
lo lasciava con una sensazione di violazione e di apatia, come se l’altro gli avesse
in qualche modo risucchiato l’energia che era in lui in un rituale di sporca
intimità.
Chiuse gli occhi ma non gli piacque l’oscurità. Notò a malapena i dolciastri e
soffocanti incensi che smorzavano l’amaro e pungente odore di fumo.
Pensò, con una certa petulanza, che sarebbe stato maledetto se fosse vissuto per
far piacere a quell’uomo… Meditò oscure vendette… Era Lord Lohengrin e non
doveva essere trattato in quel modo… Il Grande Maestro Clinschor non si
aspettava di essere sfidato. Tutti lo temevano. Be’, avrebbero visto qualcosa,
allora… Diavolo, se non fosse stato colpito alla testa da quel pazzo di un
ragazzo… e se il suo occhio fosse stato in migliori condizioni, nessuno di quegli
oscuri cerimoniali orientali l’avrebbe turbato… Annuì leggermente mentre la sua
mente passava da un pensiero all’altro… Non era più impressionato, si rassicurò…
tutti bei discorsi, ma per cosa erano venuti…? Non molto… grandi eserciti… e il
Graal… Graal… distruggendo tutto, devastando tutto… poteva piangere…
devastare… devastare… e per quella sciocchezza scintillante suo padre e gli idioti
dell’altro villaggio sognavano…! Oh, una bella cosa… una bella cosa… grande
signore maestro, mago senza palle… Non appena gli fosse tornata la forza,
avrebbe visto… avrebbe visto certe cose il maestro… Lì c’era Lohengrin, non
quegli altri puerili esaltati di cui si circondava…
Tutt’a un tratto il veicolo sussultò e lui sentì lo stomaco che gli si rivoltava.
Vomitò senza neppure muovere la testa. Tossiva, gli sembrava di soffocare, senza
tuttavia fare il minimo movimento, solo rabbrividendo un po’.
Farò vedere a quel bastardo…
La testa penzoloni, continuava a rabbrividire. Si chiese se non fosse febbricitante.
Si erano fermati. Clinschor gridava alle fiamme e al fumo.
“Continua! Continua! Questa è la strada giusta!”
“La ruota, signore maestro…”
“Siete degli imbecilli senza speranza? Devo fare tutto da solo? Avanti! Avanti!
Avanti!”
Indietreggiò di un passo e martellò con i pugni sulla parete imbottita. Il metallo
cigolò leggermente.
Paura di essere arso come un cappone, vero? La grande pernacchia, pensò
amaramente Lohengrin.
Un attimo dopo, tra imprecazioni e grida, la palla di ferro che era la carrozza
riprese la sua faticosa e tortuosa salita.
Clinschor tornò alla mappa; poi corse a sbirciare l’inferno. Mormorò qualcosa
mentre Lohengrin si faceva improvvisamente attento, i nervi tesi per la paura,
timoroso che l’altro cominciasse a intonare di nuovo il terribile canto.
“Dopo un po’ vi sentirete meglio,” gli disse il maestro. “Vi abituerete.” I suoi
magnetici occhi lo catturarono e per il momento Lohengrin si calmò. “In ogni
caso, non avete molta scelta. Siete già inserito nel processo… non c’è ritorno.”
Scosse la testa. “Sarete cambiato.” L’uomo curvo e pallido nella tunica grigia ebbe
un sorriso che sembrava un tic, ma l’immensa voce rumoreggiava, potente,
profonda, sicura, e gli occhi sopra gli assurdi baffi ricurvi avevano adesso
un’incrollabile penetrazione.
Lohengrin era dispiaciuto che la voce avesse smesso di parlargli, di riempirlo di
forza. Il timbro e il fraseggio, il modo dì parlare che andava dal mormorio
all’arringa, agli anatemi, bloccavano i suoi pensieri e lo lasciavano vagamente
vergognoso del proprio insignificante sapere… Era qualcosa di più del semplice
fidarsi… molto di più della fede sincera… accadeva mentre la voce parlava e ci si
lasciava trasportare dal flusso…
Provò a muoversi leggermente e scoprì di sentirsi meglio. Di sicuro, non aveva
la febbre, adesso.
“La mia guardia personale è stata impegnata nella battaglia,” disse Clinschor,
forse soltanto a se stesso. Aveva chiuso un occhio e stava contemplandosi le dita.
“La via alla fortezza è aperta. Questa è l’ora!”
Guardò pensieroso Lohengrin. Masticava un pezzo di frutta secca. A un tratto
sorrise, gli occhi improvvisamente remoti e mansueti…
“Non mi sono mai sposato,” mormorò. “Un uomo come me non è fatto per la
vita ordinaria, lo l’ho presa come una consacrazione. Sotto molti aspetti, sono una
specie di prete… Sogno spesso una pacifica vecchiaia. Quando il reame sarà
saldamente ristabilito, passerò la mano a uomini più giovani. Così dovrebbero
andare le cose: il giovane segue il vecchio come la primavera segue l’inverno. Il
forte sostituisce il debole…” Sorrise a Lohengrin il quale stava sforzandosi di
entrare in sintonia con il maestro. “Vivrò nella quiete e nella meditazione… sì…
Ho assunto questi poteri soltanto perché nessun altro poteva farlo. Non amo
questo lavoro, giovanotto.” Scosse la testa. “Ma è un lavoro che deve essere fatto.
Sono stato scelto, capite? Così come io ho scelto voi.”
“Da cosa o da chi?” domandò Lohengrin.
“Dal potere stesso. Dalla necessità… I miei migliori ricordi risalgono alla
gioventù… Mio padre non capiva le mie idee. Aveva un modo di vedere
ristretto… Ma mia madre era molto intelligente. Parlavamo per ore…” Clinschor
sorrise con affettuosa indulgenza. “Ricordo di una volta che recitai un poema da
me composto…” Scosse la testa. “Oh, ero pieno di sentimento. Parlai di guerre
sante… in uno stile molto buono per un giovane… si…” Chiuse gli occhi, ancora
con il sorriso che gli aleggiava sulle labbra. “Avevo il dono di sapermi
esprimere… sì… voglio creare giardini con erbe e frutteti. Quando avremo dato
ordine al mondo, voglio destinare migliaia di uomini a quel compito… sì…”
Incrociò le braccia sul petto. “Ci vivranno degli uomini in quei giardini. I bui
castelli saranno un ricordo del passato. Posti simili non sono salutari. Ho studiato
queste cose. Al chiuso, gli umori si incattiviscono… gli uomini dovrebbero
mangiare soltanto frutta e verdure. Aiutano a sviluppare lo spirito… Sarà un
paradiso per quei pochi che se lo saranno meritato…” Chiuse gli occhi. “Sì…
uomini e donne vivranno nuovamente nudi e mangeranno i frutti della terra.”
Lohengrin aggrottò la fronte.
“Nudi?” si meravigliò. “Come nei bordelli?”
Gli occhi sognanti di Clinschor manifestarono un accenno di impazienza.
“Sarà una razza pura,” precisò. “Tutta la feccia sarà stata spazzata via. Il sesso
come lo conosciamo noi avrà poco posto. Ma i servi della gleba saranno nutriti e
tenuti in vita perché lavorino nei giardini, naturalmente…”
“Ma se non ci sarà sesso, con il tempo si estingueranno tutti,” obiettò
Lohengrin, non sapendo più se il suo maestro fosse un saggio o un pazzo.
“Quando ero ragazzo,” disse Clinschor, “trascorrevo in giardino le mie ore più
felici. Il tempo passava lento e dolce.” Sospirò. “Questo paese diventerà un unico,
assolato giardino con bellissima gente che passeggia per i viali odorosi…
cantando e rallegrandosi per la mistica meraviglia della vita…” Sospirò di nuovo.
“Ma, maestro,” intervenne Lohengrin, perplesso. “Avete giurato di sacrificare
questo paese come esempio e…”
“Questo verrà dopo. Le due cose sono le stesse.”
Lohengrin era confuso.
“Ma, e il nulla?”
“Hmm?” mugugnò Clinschor.
“Il nulla. Mi avete dato la prova che siamo nulla. perché parlate di giardini e…
sapete che la religione è superstizione e tuttavia mi sembrate un prete…”
Clinschor si era fatto serio.
“La cristianità sarà bandita!” dichiarò. “È politica e senza senso. Ma non pensate
che io neghi Dio! Dio è il potere della vita. La legge di Dio è per distruggere
ogni debolezza, per eliminare il sudiciume e crescere un uomo divino! Sì…
questo potere va oltre il vostro nulla personale, duca Lohengrin. Per far crescere il
mio giardino, devo rivoltarlo con un aratro deciso!” Clinschor sorrise. “Non
crediate che stia per distruggerlo. Preparo soltanto il terreno.” Tossì come se una
ventata di fumo fetido fosse entrata dalla feritoia. Lohengrin rimase a guardare,
incerto. Si sentiva di nuovo male.
“Ma questo è solo il nulla,” mormorò. “Io ho visto…”
Clinschor lo interruppe, narcotizzandolo con i suoi occhi scuri.
“Voi,” disse, “siete una nuvola di nulla. Come il vostro titolo, duca. Siete tutto
parole, illusioni, paure… Ma io distruggerò ogni altra cosa e lascerò che il potere
vi riempia e si impossessi di voi!” Sorrise e annuì. “Sì… sì… sì… dal nulla nasce
tutto, piccolo duca… Sì… sì… sì…”
E poi la prima raffica di pioggia investì quella massa di ferro. Lohengrin si
inginocchiò e si appoggiò alle mani mentre il pavimento ondeggiava…

I torrenti rabbiosi dilavavano le rocce e trasportavano fango giù per i pendii.


Parsifal vide il castello illuminato da un lampo mentre usciva dalla foresta.
Attraversò correndo la direzione dei venti e rabbrividì. Il cielo rumoreggiava e
sibilava, sembrava abbassarsi per colpirlo e la terra danzare e traballare. In vita sua
non aveva mai visto una tale furia.

Stava guadando il grande fossato quando vide il cancello. Il ponte levatoio


sembrava mezzo abbassato.
Chinò la testa e si spinse nel vento che ululava. Si scoprì a battere i denti… Ai
lampi che gettavano ombre attorno alle torri e alle mura, rimase sorpreso dalla
vastità del posto. Non era così grande nella sua memoria, sebbene per il resto
fosse tutto uguale.
Respirava a fatica e si batteva le braccia per riscaldarsele. Sarebbe entrato a
nuoto? Il fango gli arrivava agli stinchi, ora. L’acqua scendeva dalle mura e dalle
merlature e finiva nel fossato.
Pensò che forse ce l’avrebbe fatta con un buon salto a raggiungere il ponte. Era
ormai abbastanza vicino per tentarlo quando li sentì: gli artigli che gli avevano
dilaniato il cuore. Toccavano l’aura esteriore del suo potere, mantenendo
semplicemente il contatto, in attesa… Con il cuore che gli batteva forte, smise di
tremare.
Esitava, ma non riusciva a vedere altro che frammenti di cielo squarciato, alberi,
pietre accatastate, scrosci violenti d’acqua…
“Molto bene, allora!” gridò. “Sono qui! Sono tornato! Parsifal!” Boato! Rombo!
Sibilo! Ululo! “Aspetto!”
Broaditch raggiunse la parte posteriore del castello proprio nel momento peggiore
della tempesta: le nuvole si mescolavano al fumo e al vapore, spostandosi sopra di
lui.
Sorrise e accettò il fatto che un lungo albero massiccio fosse stato sradicato e
fosse caduto formando un ponte sul fossato. Attraversò di corsa la brughiera, salì
sul tronco e lo percorse, scivolando e immergendosi per gli ultimi pochi passi per
evitare di cadere…
Guardandosi indietro, si rese conto che quella era un’altra storia da raccontare.

Avvicinandosi al muro della fortezza, percorrendone alla cieca il perimetro,


cominciò a sentirsi di nuovo ridicolo. Non c’era alcuna prova reale di niente e la
sua mente continuava a voler facilitare il passato e a convertirlo in coincidenze,
confusione e sogni… Scoprì che la sua mente preferiva persino i più terrificanti e
insignificanti orrori di spada, fuoco, tempesta e inondazioni agli altri mondi
inesplicabili… Continuava a ripetergli di girarsi, di strisciare su quell’albero caduto
e di correre, nascondersi, sopravvivere… di trovare la strada verso casa…
“Casa,” disse una voce e lui si girò sollevando la lancia, guardando, pensando:
Sono indubbiamente io che parlo e non me ne rendo conto, non vedendo
nessuno.
Trasalì involontariamente quando un fulmine colpì un albero nei pressi del
fossato, incendiandolo e illuminando un’ombra nel muro che si rivelò per
un’apertura. Vi si diresse e si ritrovò ben presto al riparo dalla pioggia in un
passaggio con il soffitto a volta che la luce dei lampi continui, entrando dai grandi
finestroni, illuminava.
Adesso che era entrato, pensò, forse era un bene continuare e forse no, dopo
che si era spinto tanto lontano, invano, come senza dubbio si sarebbe rivelato… Il
tuono era costante, infido… Anche se per un momento avesse visto un miracolo,
si disse, avrebbe avuto ancora tempo per dubitare… Il fatto era che quelle pietre
fredde, il suo corpo bagnato e infreddolito, la notte spaventosa erano le uniche
cose reali… o quasi, perché sentiva qualcosa a cui continuava a dire di no… un
qualcosa senza forma… che andava e veniva, che penetrava attraverso tutte le
fessure di tutti i blocchi solidi…
Accettò il fatto di essere spaventato e dubbioso visto che non c’era alcuna scelta
se non quella di raggomitolarsi, indifeso, e acquattarsi nel vuoto. Trasse un respiro
profondo.
Non esistono mezze misure nella vita, si spiegò, nessuna regola. Tutto deve
avere un fine…
Proseguì, svoltò una volta… un’altra… I lampi Scomparvero quando raggiunse
una biforcazione: un passaggio scendeva, l’altro saliva e curvava. Non aveva
elementi per scegliere. Perciò sorrise. Nessun elemento se non quello di essere lì.
E non aveva mai visto quella biforcazione in nessuna delle sue visioni. Ma non
aveva intenzione di esitare. Agitò la lancia (per nessuna ragione in particolare) e si
avviò per quello in salita, alla sua destra, penetrando nell’oscurità con l’arma levata
davanti a sé, battendola sul pavimento e sulle mura mentre superava altri tunnel
laterali e altre biforcazioni, seguendo l’irrevocabilità della situazione…

Da quanto tempo sono qui? si chiese. Il tempo non esisteva. E quando vide il
caldo chiarore di una luce davanti a sé, capì (con un misto di ansia e di sollievo)
che c’erano altre persone in quel luogo… si fosse trattato anche del mago
baffuto… o peggio… Avrebbe almeno avuto delle informazioni, anche se
ambiguamente espresse attraverso mistici accenni. Si concesse un debole sorriso.
Si trattava comunque di una camera vuota a forma di botte di cui poteva toccare
il soffitto con la mano. all’incerta luce di un’immensa lampada a olio che forse era
accesa da anni si vedevano tre passaggi divergenti che apparivano neri e vuoti.
E così era ancora tutto affidato al nulla. Si accovacciò, poi si mise in ginocchio
per riposare. I vestiti erano più asciutti, ora. Reclinò la testa, credendo di udire
una voce che proveniva da uno di quegli archi. Rimase in ascolto… niente…
Sospirò. Non era facile procedere. Si costrinse ad alzarsi e a imboccare senza
esitazione il passaggio centrale. Visto che pensava di non avere possibilità, la sua
unica speranza era l’insensata… no, irragionevole… risolutezza. La sua mente, a
quel punto, era maliziosamente divertita. Ora immaginava di essere spiato e di
giocare con osservatori invisibili che prima o poi sarebbero apparsi per aiutarlo. A
poco a poco quell’idea si trasformò in convinzione, sebbene i pensieri superficiali
continuassero a negarla.

Il passaggio andò progressivamente restringendosi tanto che a un certo punto


Broaditch dovette procedere di fianco. Qualche metro ancora, si diceva, e sarebbe
tornato indietro… ma l’idea era troppo irritante: era in contrasto con ciò che stava
inconsciamente seguendo, cui si aggrappava… perciò continuò per quel tunnel a
forma di imbuto… sentiva ora caldo ora freddo, accorgendosi per la prima volta
di quanto fosse piacevole lì dentro la temperatura, non umida e gelida, come ci si
sarebbe potuti aspettare… E intanto batteva con l’impugnatura della lancia…
Era quasi asciutto, perciò da quanto tempo vagava?
Il passaggio sembrava curvare costantemente a sinistra. Broaditch andava più
veloce, ora, quasi di corsa, strisciando contro il muro ruvido…

Continuava a immaginare di vedere terrificanti forme spettrali e nell’eco dei suoi


passi ne udiva altri e il martellare del suo cuore gli riempiva le orecchie con
rimbombi spaventosi. Gli stessi sensi erano fonte di terrore per lui che cercava di
sfuggire, immergendosi in quella totale oscurità…

Avanti e avanti… finché non vide un luccichio in lontananza. Non avrebbe saputo
dire quanto fosse lontano. Una parte della sua mente scambiò di colpo un punto
rosso-arancione per un unico occhio demoniaco. Broaditch fu sul punto di
fermarsi, ma non lo fece… Il passaggio stava gradatamente allargandosi di nuovo.
Nello stato in cui si trovava, Broaditch pensò che fosse un segno positivo e
procedette più velocemente, con maggiore fiducia, sicuro che avrebbe raggiunto la
fine del suo insensato peregrinare per quella fortezza. Forse era lì che volevano
che arrivasse, dopodiché si sarebbero fatti vedere… Era chiaramente una specie di
test… Sì, gli invisibili osservatori si sarebbero presto rivelati…
I sensi erano di nuovo all’erta e saldi. Era incredibile cosa poteva fare un brandello
di luce. Si sentiva rinvigorito e fiducioso mentre entrava nella stanza rotonda e
illuminata e vedeva altri tre bui corridoi che se ne dipartivano…

Sulla collina che sovrastava il castello, Valit e Irmree erano accovacciati sotto una
sporgenza rocciosa che li riparava dalla rabbiosa tempesta. Valit le circondava le
spalle con un braccio e lei aveva appoggiato il viso paffuto al suo petto e gli
accarezzava con tenerezza, ma anche con apprensione, la schiena.
La pioggia che rimbalzava sulla sporgenza lanciava spruzzi sulla loro pelle.
Irmree continuava con le sue lente carezze… Valit la guardò, sorpreso… no, con
aria interrogativa. Aggrottò leggermente la fronte. Poi la prese e, tenendola
saldamente, la baciò sulle guance arrossate, esitante, sulle labbra… Si ritrasse, e
aveva ancora un’espressione sorpresa…

Broaditch si fermò brevemente. Aveva il cuore in gola, vacillava, si sentiva


frustrato, arrabbiato, disperato… Si guardò selvaggiamente attorno. Poi, correndo
con la lancia levata davanti a sé, imboccò un altro corridoio, finché, respinto con
violenza da un muro, l’acciaio della punta emise una scintilla. Troppo breve come
preavviso, Broaditch non poté evitare di finirci contro anche lui, sbattendovi la
testa. Era in un vicolo cieco.
Si appoggiò alla pietra ed emise un gemito a denti stretti.
Che cos’ho fatto a me stesso…? È stata una follia venire qui… Sono
completamente pazzo e tuttavia non abbastanza pazzo da esserne contento…
Si lasciò cadere sulle ginocchia e rimase in quella posizione, il viso barbuto
contro la pietra.
Ho seguito i deliri della febbre… aiutatemi ora… aiutatemi…
“Aiutatemi,” gridò, e si alzò di scatto. “Parlatemi! Voi che mi tormentate,
mostratevi! Parlate! Guidatemi…
So che siete qui… oppure sono pazzo e perso…?” Prese a camminare in cerchio,
agitando la lancia. “Aiutatemi, maledetti! Fatemi uscire da questa oscurità!”
Si fermò, trattenne il respiro nel silenzio assoluto che lo attorniava e, dopo un
istante, sorrise.
“Ah,” fece, calmo, “allora è così, niente tranne me stesso…”
Si raccolse attorno al suo disgusto, alla frustrazione, alla disperazione,
all’oltraggio. Si sentiva come un prete che supplicava Dio di rivolgergli con voce
umana. Si sentiva come un pazzo ipocrita. Caricò quei muri come un toro
infuriato, infuriato adesso solo perché non c’era alcuna speranza… no, non era
neppure infuriato… aveva semplicemente rinunciato al punto che non gli
importava niente di sé, né dell’oscurità, né del tempo, né del luogo… no, neppure
del muro, e così si lanciò, come se fosse libero di muoversi in qualunque
direzione, contro i mattoni, con i piedi, con le spalle, con le braccia, con tutta la
forza che aveva e ancora di più, gridando senza farsi prendere dall’isterismo ma
con un tono terrificante: “Apriti! Apriti! Apriti!”
Un primo mattone, poi un secondo caddero dall’altra parte, altri li seguirono,
poi fu la volta di tutto il muro che si dissolse in una nuvola di polvere. In mezzo a
quella polvere, gli occhi socchiusi contro la luce accecante che proveniva dalla
sommità di quella che a poco a poco gli parve come una torre altissima. Il tuono
arrivava come un brontolio cupo e indistinto, lì dentro.
Cercò una via d’uscita, camminando con cautela, dicendosi che non si sarebbe
mai più lasciato coinvolgere in una cosa simile, che sarebbe andato a vivere in
Scozia, piuttosto, con i primitivi, e fingere di non parlare alcuna lingua…
Avanzò verso il centro su un pavimento piastrellato, scrutando tra le ombre, in
cerca del muro esterno. Scorse un arco. Vi si diresse e, nell’attimo in cui metteva
un piede nel vuoto, riuscì con un frenetico colpo di reni a rimanere sul bordo di
quello che gli parve un pozzo largo tre iarde, o una buca in ombra. Ritrovato
l’equilibrio, tastò con la lancia per provarne la profondità e scoprì che era di due
piedi. Il debole chiarore dei lampi non rivelava il fondo.
Vi entrò e si chiese a cosa servisse. Forse qualcuno vi portava dei cani o lo
riempiva d’acqua per i pesci…
Mentre camminava verso l’altra parte, andò a sbattere con il piede contro
qualcosa di pesante. L’alluce cominciò a dolergli.
Che cos’è? Una pietra?
Raccolse una sfera grande quanto una grossa mela. Rimase impressionato dal
suo peso. Be’, perché no? Un castello vuoto… no, un enorme castello vuoto il cui
interno è tutto un labirinto, un pavimento con una vasca gigantesca… una stupida
palla di metallo con… La guardò e credette di scorgervi un’incisione. Scosse la
testa, forse, si disse, questa è l’accecante luce… che si è indebolita… Sorrise. Si
mise la sfera nella sacca appesa alla cintura e, con quel peso che gli urtava
scomodamente contro la coscia, uscì dalla vasca. Dirigendosi verso l’arco,
continuò a guardarsi attorno alla ricerca di qualcosa… una cosa qualunque che
potesse debolmente giustificare quelle visioni notturne di ineffabili luminescenze
dorate che scaturivano dall’etereo castello prismatico… Quasi andò a urtare contro
una sedia e un tavolo a tre gambe che avrebbe dovuto averne quattro. A parte
quelle cose, il posto sembrava vuoto. Toccò il tavolo che cedette e quasi cadde…
“È questo?” chiese alla stanza che rimbombava leggermente. “Questo è
qualcosa?”
Si sentì improvvisamente cogliere dalla stanchezza. Chiuse gli occhi e si strofinò
la fronte. Quando li riaprì, indietreggiò di un passo, scioccato: una figura alta e
barbuta con una sottile corona era in piedi accanto al tavolo. Lo riconobbe:
l’uomo incappucciato sulla barca…
“Chi siete?” domandò.
“Anfortas,” fu la risposta.
“Siete uno spirito?”
“Un pescatore.”
“Che cosa volete da me?”
“Niente di più, per il momento.”
Broaditch chiuse gli occhi, li riaprì e si ritrovò di nuovo solo.
Prima di poter interrogare di nuovo l’aria vuota, udì un debole rumore e si girò.
All’altra estremità di quello spazio c’era un altro arco. Ora che gli occhi si erano
abituati, riusciva a distinguerlo. E quello che aveva sentito gli era parso il rumore
di una spada che veniva trascinata. Rimase in ascolto… Gli parve di vedere
luccicare qualcosa nelle ombre quando arrivava la luce bluastra di un lampo…
Adesso che vorrei essere solo mi mandate compagnia… Il suo pensiero era
rivolto all’immagine vagamente definita dei sapienti con la barba (era così che
aveva immaginato i santi e gli angeli da bambino, tutti somiglianti al prete del
villaggio), assieme al loro capo che chiudeva un occhio e con l’altro, azzurrissimo,
ammiccava verso di lui…
Udì un altro rumore metallico che proveniva dalle ombre ma nessuna voce. Si
girò e si diresse verso l’arco più vicino, nella direzione opposta. Non era venuto lì
a morire per il possesso di una palla di metallo. Non lo avrebbe fatto neppure se
fosse stata d’oro massiccio. Si mise a correre dapprima con cautela, poi sempre
più velocemente.
L’improvviso tintinnio di uomini con la corazza che lo cercavano non fu una
sorpresa. Ma la loro velocità era sbalorditiva. Lo seguivano in silenzio mentre lui
si lanciava alla ricerca dell’uscita, per una stanza lunga e stretta con un soffitto
altissimo. Un lampo illuminò vecchi mobili e masse di ragnatele che lui
distruggeva al suo passaggio… Una porta, un’altra lunga stanza… Broaditch
correva, incalzato da una lunga fila di Cavalieri… corazze vuote! si rese conto,
ansimando e chiedendosi quanta forza gli fosse ancora rimasta… La pesante palla
non gli facilitava il passo… Passò davanti a una confusa successione di enormi
arazzi le cui immagini rischiarate dai lampi erano congelate nella sua coscienza…
e poi in un’altra stanza dove un quadro occupava tutta una parete. Rallentò per
guardarlo, colpito dal tempo e dal lavoro che doveva aver richiesto. Il cavaliere e la
dama erano soltanto deboli contorni che sembravano confondersi con la luce delle
stelle. Imboccò un’apertura e volò per una ripida rampa di scale, piombando su
un cuscino d’acqua e di fango, il cortile allagato, di nuovo sotto l’irrequieto cielo
che sembrava abbassarsi per colpire proprio lui. Si guardò alle spalle una sola
volta e vide molte ombre silenziose dai bagliori cupi. E lo inseguivano come se
cavalcassero il vento…
Alienor giaceva sulla schiena, i due bambini addormentati al suo fianco, sotto un
riparo per le pecore, a qualche distanza dal fuoco da campo. Le stelle splendevano
sopra la sua testa mentre, in lontananza, dove nuvole verdi, rosse e nere coprivano
il cielo da una parte all’altra, l’incredibile tempesta infuriava ancora… Il tuono era
un vago brontolio che si fondeva con i rumori del mare oltre la brughiera alle
loro spalle…
Lampic la guardava, seduto accanto alle quiete fiamme, il lungo viso che si
stagliava contro la notte. Non diceva niente.
Alienor era sfinita e tuttavia era sveglia… e in un certo qual modo grata per quel
momento di vita…
Perciò, quando lui infine si mosse e sollevò il lembo del riparo, comprese,
accettò e allungò le mani per circondargli la schiena, senza una parola perché
qualcosa di più che il semplice desiderio della carne spingeva il suo corpo
indolenzito, sorprendendolo (Alienor se ne accorse), per attirarlo poi, con un
gemito, nella fiera morsa del suo bisogno…

Il carro di ferro di Clinschor era fermo nel fango, sulla strada che curvava attorno
al castello e si congiungeva con il sentiero che portava al grande ponte levatoio sul
quale erano già passati diversi suoi cavalieri dalle corazze nere e argento, guidati
dal grasso Lord Howtlande.
Verso l’ora in cui suo padre arrivava per il bosco di pini, Lohengrin stava
guardando dalla feritoria la pioggia che si rovesciava sulle merlature.
C’erano ombre che danzavano attorno a uomini e cavalli, nel fango e nell’acqua
tra gli alberi, lungo la strada e sul campo che precedeva il fossato. Aguzzò la vista
per vedere: c’era un braccio che sporgeva da una pozza profonda e brandiva
rigidamente una spada che la tempesta agitava… un cavaliere in ginocchio, il viso
affondato nell’acqua… le lunghe interiora di un cavallo sventrato che si
aggrovigliavano, come serpi, nel rapido vortice dei flutti…
Clinschor camminava nel rotondo interno del carro di ferro, le mani allacciate
dietro la schiena, le spalle curve. Sembrò invecchiato a Lohengrin che si era girato
per un attimo a guardarlo prima di tornare a sbirciare nella notte selvaggia: le
scene terribili di solo qualche ora prima gli sembravano già sbiadite… vide i pochi
uomini rimasti che si radunavano sotto i pini… il grande cavaliere che attraversava
il ponte levatoio e si gettava contro la carrozza di metallo del conquistatore.
“Lo sciagurato doveva consegnarmi la sacra lancia,” si stava lamentando
Clinschor, osservato in silenzio dalla sua guardia del corpo. “Se il traditore è
ancora vivo, gli brucerò gli occhi e… e gli caverò il cuore e lo darò da mangiare
ai cani.” Annuì. “Ai cani!”
Sir Howtlande si era avvicinato alla feritoria, il viso esangue che tremava
stranamente nell’incerta luce, la pioggia che entrava nella visiera aperta. Gridava
per superare il rumore della tempesta, ma con scarsi risultati. Clinschor appoggiò
l’orecchio all’apertura. Lohengrin si spostò, ma poté osservarlo.
“Che cosa? Che cosa dite?”
“… un uomo grosso… gli altri gli danno la caccia…” “Parlate!” gridò, adirata,
la voce incredibile.
“… è fuggito… non era un cavaliere… Aveva una lancia, maestro.”
“Trovatelo! Uccidetelo… no, portatemelo vivo! Vivo, capito? Portatemi la lancia
e quel verme!” Clinschor aveva la bava alla bocca. Lohengrin si scostò
ulteriormente. “Qualcuno ha visto il Graal? Devo venire io di persona? Non ho
fatto abbastanza? Devo occuparmi di tutto io?”
“Maestro, stiamo cercando!” rispose il viso pallido di Howtlande. “Questo luogo
appestato è deserto. Ho mandato tutte le guardie a cercare, ma temo che siano
fuggite.”
Clinschor ringhiò e si ritrasse dalla feritoia, artigliando l’aria, schiumante di
rabbia. “Non possono! Non possono! Ho lanciato incantesimi perché sia trattenuto
qui! Nessuno di loro può portarlo lontano!” Rovesciò gli occhi all’indietro.
Lohengrin vide i vasi sanguigni scoppiare, come se Clinschor fosse sul punto di
piangere sangue. “Pazzi! Maiali! Lerci!” Stramazzò sul pavimento e prese a
strappare il tappeto, a mormorare parole senza senso mentre Lohengrin
indietreggiava e si inginocchiava accanto al muro. Vide che il nubiano sembrava
vigile ma non troppo preoccupato, come se fosse abituato a scene del genere. Il
maestro si stava ora ficcando della stoffa in bocca, la masticava, la strappava,
battendo i pugni sul pavimento e facendo risuonare il carro come una campana…
Quasi nello stesso momento, Broaditch raggiunse l’albero. Se li sentiva alle
spalle. Si aspettava di ricevere un colpo tra le scapole. Udiva il rumore dei passi al
disopra di quello del tuono.
Il fossato si riempiva rapidamente e il grosso tronco era sul punto di galleggiare.
Broaditch chiuse gli occhi e saltò, quasi finendo dall’altra parte per lo slancio, ma
riuscendo all’ultimo momento ad aggrapparsi a uno dei rami, a tirarsi fuori
dall’acqua e a rimontare sul tronco. Brandì la lancia (i primi due erano già sul
tronco, chini per resistere alle terribili folate di vento), l’affondò nella melma e
dopo qualche sforzo riuscì a smuovere il tronco. Uno dei due inseguitori perse
l’equilibrio e finì in acqua, scomparendovi all’istante. Di lì a poco, anche il
secondo fece la stessa fine, tirato sul fondo dalla pesante armatura. Gli altri si
arrestarono di botto sulla riva, scuri, minacciosi, mentre il tronco, galleggiando,
scivolava via sull’acqua…

Quasi contemporaneamente, Sir Howtlande sospingeva il suo fradicio cavallo sul


ponte levatoio e il carro di Clinschor lo seguiva, in parte tirato dagli animali, in
parte spinto dai soldati sotto la minaccia delle spade dei pochi muti neri rimasti.
La tempesta, intanto, continuava a infuriare spezzando rami, svellendo tronchi…
Al disopra di tanta furia selvaggia, quegli uomini miserabili, premuti contro la
grande sagoma di ferro, riuscivano a udire una sola voce: giungeva dall’interno del
carro, soffocata ma rimbombante, come se l’oscuro metallo, nella rossa feritoia
della sua bocca, avesse una lingua da gigante…
Quando Parsifal arrivò, nell’acqua fino agli stinchi, il ponte era in parte sollevato.
Si preparò a saltare dall’altra parte e nello stesso momento la presenza che lo
aveva seguito giocando con lui da quando aveva lasciato le lande con Prang, alla
fine dell’estate, fu là.
Levò lo scudo della volontà e lasciò che la propria consapevolezza si espandesse
in una grande sfera tutt’attorno a lui fino a quando, elusiva, tentatrice, una forma
parve materializzarsi sul terreno davanti alle porte del castello. Non poté essere
sicuro della forma perché dava l’idea di un fuoco acceso dietro uno schermo
scuro sul quale i lampi sembravano non avere alcun effetto… Poi, sbalordito, la
riconobbe. Ma non sarebbe stato capace di descriverla perché la mente slittava e
passava oltre con falsi tentativi, torbide fantasie come facce e forme viste nelle
nuvole, immagini dipinte sulla semplice superficie di ciò che era in continuo
cambiamento… La mente tentava di esprimere un contorno odioso, o una forma
in espansione, ma nana, o… Sentiva odore di morte, udiva piangere e gemere,
avvertiva paure gelide che strisciavano senza faccia e sapeva che se si fosse distratto
anche solo per una frazione di secondo si sarebbe perso. E intanto il suo corpo
rimaneva chiuso là dentro, perdendo sempre più il suo potere. Si sentiva fluttuare
al disopra di se stesso… assisteva a morti, dopo morti, a fiumi ribollenti di
sangue… Avrebbe voluto gridare: Madre! Madre! Salvami, madre… salvami…
salvami… madre! Oscuri castelli bruciavano… zanne e fauci s’aprivano al disopra
di nuvole chiuse sul mondo mentre demoni zoppi saltellavano, pesci
camminavano, grandi polli dai visi umani zampettavano… scimmie sfilavano
vestite da preti… un grande serpente volava… scheletri dagli occhi di fuoco…
bambini scorticati… stendardi insanguinati e, ovunque, pianto, pianto, pianto,
pianto senza fine. E all’improvviso, sul punto di emettere un grido che, sapeva,
non sarebbe mai cessato una volta che gli avesse permesso di uscire, in
quell’istante in cui il suo corpo era rattrappito e tremante, i denti battevano e lui si
sentiva risucchiato, sussultò ed ebbe come l’impressione che la testa entrasse in
una sacca di serenità e di silenzio (gli sembrava di vedere il suo corpo ancora nel
fango sotto di lui). La sua vista acquisì nuove dimensioni e disperse le formi
informi, vide la sua mente sognare e tracciare sogni e, senza far uso d’energia,
aprì (indescrivibilmente) gli occhi aperti e si svegliò e i sogni si ritrassero,
rimasero per un momento sospesi e sbiadirono in bagliori che andavano
assottigliandosi come uno sbuffo di fumo, e si udì ridere quando la notte arrivò
tonante e il suo corpo ricadde attraverso la pace della mente e l’impatto lo
ricongiunse con se stesso (sapeva tuttavia di non potersene andare). mentre si
sollevava sulle mani e sulle ginocchia, capì che quei sogni erano scomparsi per
sempre… e la pioggia scrosciante era una benedizione che lavava ciò che
rimaneva di diecimila ieri… Si alzò, batté le palpebre e si stirò. Era tutto passato…
Un po’ rigido e dolorante, si mosse nel vento. Aveva la sensazione di aver
dormito un migliaio d’anni. Si sentiva riposato e pronto a tutto. Si allontanò dal
castello che ora sapeva vuoto e si riportò sulla strada inondata, né eccitato, né
depresso, semplicemente senza sogni e pronto… diecimila ieri… Si alzò, sbatté gli
occhi e si stirò. Era tutto passato…

Alienor continuava a fissare le stelle oltre la spalla di Lampic, i capelli sparsi


sull’erba asciutta. Permise al suo corpo di rilassarsi, di aprirsi e di muoversi più
veloce… più veloce… di lanciarsi, sciogliersi nel sollievo, facendo fuoriuscire tutto,
i giorni riarsi e le notti tremanti… tutto… e guardò le stelle.

Parsifal non pensava mentre percorreva la strada diventata un fiume. Aveva un


appuntamento su quelle colline. Si ricordò d’averlo una volta drammatizzato,
dipinto con pennellate rosse, nere e bianche. Ora era semplicemente pronto.
Anzi, godeva dei fulmini che tenevano sospese le miriadi di gocce di pioggia
scintillanti. Era magnifico, eccitante. La scena era così vibrante e talmente chiara…
Guardava le ombre che si spostavano e le vedeva come luce e ombre nella sua
mente, vedeva che era la stessa cosa e, ora che l’incubo era passato, capiva che i
bei sogni erano gli stessi, e tutte le infinite peregrinazioni da orizzonte a orizzonte
avevano luogo nel piccolo spazio della mente del dormiente senza che lasciasse
mai il letto… Perciò non doveva più affrettarsi in alcun luogo e, sebbene ora si
muovesse più velocemente che poteva, si prendeva il suo tempo per ogni
momento… I lampi erano così belli. Osservava ogni disegno, ogni momento e
ciascuno era uguale al precedente… nessuno era meglio o peggio, perciò non
voleva alcun potere da controllare o qualcosa da forgiare… Ogni lampo era un
intero, sorprendente paesaggio, intricato, chiaro, squisito, e non si rendeva conto
che non desiderava veramente che la tempesta finisse perché ne era troppo
affascinato.

Udì un gemito: un soldato con la barba si era in parte disteso sulla pancia di un
cavallo morto per tenersi al disopra dell’acqua che saliva e vi si aggrappava mentre
gli elementi ululavano e l’acqua gli lavava il sangue dalla bocca e dal naso. Parsifal
vide che aveva un solco profondo nell’addome. Era evidente che una ruota
Doveva essergli passata sopra. L’uomo stava morendo e tuttavia mostrava una
tenacia sorprendente, continuando a tenersi aggrappato mentre le acque impetuose
lo trascinavano…
“La vita vuole vivere,” mormorò, nel vento. Continua a spuntare… Vide
un’immagine: un seme che generava nell’aria mite; il fiore che sbocciava; i petali
che cadevano, il tutto in un unico movimento, morendo frazione per frazione
strada facendo.
Si chinò e accarezzò la fronte dell’uomo.
“Il… bastardo…” balbettò il soldato, “… corre… sopra… di noi…”
“Pace,” disse Parsifal, avvicinandosi con il viso per udire ed essere udito nella
violenza della notte.
“Il grande… maestro… bastardo… va avanti… maledetto… sopra…”
Il soldato morì. Parsifal pronunciò una sola parola di preghiera. “Pace.”
E pensò: E così questa volta vado a caccia invece di essere cacciato… Sorrise. Il
grande maestro. Non hai abbandonato il sogno solo perché sapevi cos’era. Aveva
un appuntamento. Doveva fare il suo ultimo sonno o svegliarsi.
Si rialzò e si mise a correre con una forza tremenda…

Il che era più di quanto poteva fare Broaditch, appoggiandosi alla lancia e
appiattendosi contro la china scoscesa, sicuro che fossero di nuovo dietro di lui.
Proseguì ginocchioni, affrettandosi nella tempesta che infuriava. Gli capitò di
girarsi e di scorgere alla luce dei lampi qualcosa che gli fece nascere un grido in
gola. Riprese ad arrampicarsi, frenetico, finché non Superò la cima e da lì prese
un sentiero tortuoso. Sembrava una maschera sul teschio di un gigante, con
l’apertura dell’occhio sulla visiera lucente e rossa ma senza il viso, la furia che lo
raggiungeva dal basso, tra gli alberi. Si mise quasi a correre, sopraffatto da un
terrore senza nome che proveniva dall’infanzia, l’immaginazione già alla cosa che
si nascondeva, in agguato, che si muoveva nelle ombre della notte, che ti
camminava sulla schiena nuda, solleticandoti, svanendo…
Pazzo… pazzo, pensava in un angolo di sé, guarda per cosa sei venuto… ti sei
arrabattato per tutte quelle leghe per incontrarti con il demonio…

Clinschor sbraitava attraverso la feritoia, sbraitava contro Broaditch per ciò che gli
aveva preso.
“Più uomini! Più uomini! Fatevi scoppiare il cuore! Morite sui vostri passi inutili!
Ma spingete! Spingete!” Lohengrin era fuori. Guardava l’ultimo uomo (che non
era ancora caduto morto) incespicare negli alberi. Stavano quasi nuotando persino
lì sulla china scoscesa. Non c’era speranza. Si chiedeva soltanto perché non li
seguisse anche lui.
Il grasso Sir Grugnito (come Lohengrin chiamava Howtlande) e un gruppetto
di guardie nere erano tutto ciò che rimaneva di quelli che, secondo qualcuno,
erano stati mezzo milione di uomini… E lui. Sorrise, sarcastico.
Gli schizzi di pioggia che entravano nella visiera gli facevano bene, pensò. Gli
schiarivano la mente dall’atmosfera dolciastra che aveva respirato all’interno del
carro.
Howtlande si sporgeva dal suo esausto cavallo, fermo con le zampe divaricate
nella corrente fangosa.
“Non abbiamo scelta migliore di questa,” disse a Lohengrin per una qualche
misteriosa ragione.
“Non c’è assolutamente possibilità di tornare Indietro,” commentò lui, con una
punta di disprezzo. Avrebbe voluto allontanarsi, andare in qualche posto e
sdraiarsi… dormire e dormire per dimenticare tutti quei giorni oscuri…
“Lui, tuttavia, forse ha ragione,” insistette il generale dallo sguardo duro.
“Pensate a tutto quello che ha fatto prima. Forse ha ragione.”
“Ragione? Su cosa?”
“Il potere del Graal. Quello che cerchiamo qui. Quello per cui abbiamo
combattuto questa guerra,” aggiunse.
Lohengrin si era improvvisamente appoggiato al duro globo e tremava
leggermente, in silenzio. Howtlande lo fissò a bocca aperta.
“Che cosa c’è? Che cosa c’è?” domandò.
Lohengrin si limitò dapprima a scuotere la testa. Poi la sua risata divenne
udibile. A quanto sembrava, Clinschor aveva smesso di gridare.
“Naturale,” fece Lohengrin, “naturale. Il potere del Graal… sì…” Fece una
pausa, ritrovò il controllo e domandò: “Questa è stata una guerra, generale
Grugnito?”
“Che cosa?” Howtlande reclinò la testa da un lato per sentire meglio. La
tempesta stava riprendendo forza.
Anche il signore maestro stava nuovamente scatenandosi all’interno del carro,
lontano dalla feritoia, notò Lohengrin. Cercava di non pensarci perché ogni volta
che lo faceva cominciava a tremare e i fianchi gli facevano già male ed era
debole… Respirò profondamente e si calmò. Guardò l’espressione intenta di
Howtlande, i suoi occhi disperati e capì che era perso.
“Il Graal,” non poté fare a meno di dire, sapendo bene cosa sarebbe accaduto,
“dobbiamo avere il Graal.”
E questa volta si piegò su un ginocchio e prese a ondeggiare avanti e indietro.
“A tutti i costi,” aggiunse, cadendo all’indietro. “Salverà la giornata!”
“Siete ferito?” gridò Howtlande, incapace di udire la sua risata al disopra della
tempesta, il che aumentò l’incontrollabile scoppio di umorismo. Avanti, uomini!
Avanti fino al Graal! pensò e cadde sul fianco nell’acqua fredda. Le fate fuggono
con esso… meglio fermarle…! Ma il contatto brusco con l’acqua compì quello
che la sua mente non poteva. Riuscì ad alzarsi.
Howtlande continuava a esprimere il suo punto di vista, gridando: “Balle o
meno, lo spirito che preannuncia la morte ha cambiato il mondo. Dovete
rendergli atto di questo. Guardate tutto quello che ha fatto! Non lo
dimenticheranno presto!”
“No. Sono d’accordo.” Lohengrin aveva male al petto e allo stomaco. Non più,
si disse, non più.
Il globo di metallo nero ondeggiava ora per la furia di ciò che esplodeva al suo
interno. Poi la porta si spalancò e andò a sbattere con violenza sulla fiancata. Il
servo nero, il labbro rotto e il collo sanguinante per quelli che dovevano essere
stati dei morsi, pensò Lohengrin, si buttò giù e cadde riverso nella strada.
Clinschor comparve sulla porta e la cosa che più colpì Lohengrin fu la rapidità
con la quale i suoi baffi vibravano. La pioggia lo colpiva sul viso circondato da
un cappuccio grigio, i suoi occhi fissi nel vuoto erano quelli di un vecchio, le
mani si torcevano, tremanti…
È distrutto, pensò Lohengrin, è distrutto.
Poi Clinschor parlò e il giovane cavaliere si scoprì a muoversi immediatamente,
come caricato d’energia da quella voce risonante.
“Datemi un cavallo,” disse Clinschor con voce calma ma imperiosa. “Venite. Il
Graal è là davanti. È tutto in ordine.”
Era come se nulla fosse accaduto, si rese conto Lohengrin, con meraviglia,
come se tutti i precedenti, incredibili giorni fossero di colpo scomparsi. Si era
aspettato di vedere… emergere una pietosa figura distrutta. Chiunque sarebbe
stato distrutto da quanto accadeva e invece eccolo lì… e sapeva anche che non era
realmente pazzo…
“Sì, maestro,” si scoprì a dire. Era al di là dell’umano. Il destino del mondo
giaceva ancora nelle mani di quella indomabile figura che aveva appena messo a
ferro e fuoco un’intera nazione. Doveva essere al di là dell’umano. Lì c’era il
terribile scopo di un dio! Chi avrebbe potuto dubitare dell’impatto di un simile
scopo? Clinschor era stato chiaramente tradito dalla debolezza di altri uomini e
dalla sfortuna. Ma non era troppo tardi per mantenere la promessa. C’era un
Graal; lo vedeva. Doveva esserci un Graal. Era la chiave, il fuoco, qualcosa che
valeva infinite vite e castelli e villaggi… Respirava profondamente mentre saliva sul
cavallo e si lanciava nella scia degli altri sotto l’implacabile pressione degli
elementi… Non c’era spreco. Non poteva essercene. Era reale. E lo pensava con
un’improvvisa intensità che non avrebbe saputo spiegare. Quell’uomo sapeva e lui
l’avrebbe seguito. Non c’era motivo per tornare alle terre distrutte e vuote perché
aveva il privilegio di muoversi in quella ristretta compagnia, cavalcando con i
fulmini, salendo verso il destino alla fine del mondo, muovendosi con arroganti
giganti la cui visione squarciava i veli della mortale esistenza… Strinse i denti e si
concentrò soltanto su quello. Guardò l’oscura collina, in alto, illuminata dai lampi.
Era vero… Era vero… Era vero…

Mentre salivano e salivano nella notte, credette di poter udire la voce, il suono
distorto dalle inflessioni selvagge del vento… nessuna parola… solo la vibrazione,
la vibrazione, la vibrazione…
Valit si sentiva invadere da un calore che aumentava e racchiudeva il suo corpo.
Ebbe per un momento l’impressione di staccarsi da se stesso e di lanciarsi su,
su… Le dita di Irmree erano morbide e sicure, i loro movimenti gradatamente
sempre più veloci…
Ma con la mente lui stava tracciando un piano. Dovevano raggiungere una città
in cui avrebbe potuto usare meglio il talento della ragazza. Lei era abbastanza
ingenua, a modo suo, tenuto conto che era una prostituta (il che era almeno un
vantaggio per chi doveva essere donna) e quella vita dura le stava snellendo e
rassodando le natiche abbondanti. Diavolo, con Irmree in buona forma, forse non
avrebbe avuto bisogno di sposarla subito… Potevano mettere da parte le monete
di rame e d’argento, poi, a poco a poco, con il passare del tempo, costruirsi un
bel bordello e vivere bene… Immaginò una grande casa di pietra, indumenti di
seta, coppe di peltro, coltelli d’argento e sì… perché no?… piatti come quelli che
aveva l’ebreo… sì… vini d’oltremare… Basta con quelle sciocchezze. Broaditch
non avrebbe trovato alcun tesoro. E lui avrebbe aspettato per esserne sicuro. I
poveracci non sprecavano mai un’occasione, anche se minima, e quella lo era… Si
accorse di gridare, mentre una dolce sensazione di sollievo lo invadeva… vide
prostitute in lussuosi interni… aveva più senso avviare un commercio come quello
in una casa piuttosto che vagabondare in cerca di clienti come quel menestrello…
“Ahhhhh,” gridò proprio nel momento in cui arrivava Broaditch.
E Broaditch, di rimando: “Rimani a tuo rischio!”
Valit rabbrividì quando la mano bagnata di pioggia di Irmree gli procurò gli
ultimi istanti di estasi e sospirò.
“Ho il destino alle calcagna,” furono le parole successive di Broaditch.
“Chiudi,” ordinò Valit e, mentre Irmree riallacciava la brachetta, Broaditch si
voltò a guardare il sentiero tortuoso. “Hai trovato quello che cercavi?”
“Non so quello che ho trovato, ragazzo,” fu la distratta risposta. Broaditch
credette di vedere una forma scura che saliva sulla collina, o un paio di ali
mostruose… No, si disse, sciocchezze, sono solo sciocchezze. “Sono stato veloce,
fortunato e anche pazzo.”
Estrasse dalla sacca la pesante palla di metallo e la mostrò a Valit.
“Ecco cos’ho trovato,” disse.
“Che cosa ti aspettavi?”
Valit la prese, la soppesò nella mano e rimase sorpreso dalla sua densità. E se
fosse d’oro? si domandò, eccitato, e fu scosso da un brivido. Gli passavano certe
idee per la mente: spingere Broaditch giù dalla collina, tanto per cominciare
bene… fonderne un po’ ogni anno e vivere da signore per il resto della vita…
Sfilò dalla cintura un coltello e scrostò la superficie che venne via facilmente. Non
per niente era stato al fianco di Cay- am di Camelot e quindi non ci mise molto a
stabilire che si trattava di una sfera di piombo.
“Bah,” borbottò e la lasciò cadere nel fango. Poi tornò al riparo sotto la roccia.
“Aspettiamo qui finché il tempo non migliora,” disse a Irmree che parve capire a
grandi linee e che si sistemò accanto a lui.
Broaditch lo toccò con l’impugnatura della lancia. Valit si ritrasse, gridando
come se si fosse bruciato.
“Ahi!”
“Resta qui e incontrerai il diavolo!” lo avvertì Broaditch.
“Quale diavolo…? Bah!”
Valit non si lasciava impressionare dalle preoccupazioni di un uomo che si era
follemente trascinato per tutte quelle miglia per trovare, alla fine, una palla di
piombo. Il poveretto doveva soffrire di visioni… “Più che ricchi…”
Già… Abbracciò Irmree e prese a pensare ad altre cose che gli sarebbe piaciuto
che lei facesse per ammazzare il tempo… La sua immaginazione era molto
fervida.
“Cavalieri neri, scemo!” tuonò Broaditch, sebbene gli elementi attutissero il
suono della sua voce.
“Sarà,” concesse Valit, abbassandosi il berretto sugli occhi.
Laggiù, all’ultima curva del sentiero, qualcosa si mosse e brillò.
“Arrivano!” gridò Broaditch.
“Sicuro,” fece il ragazzo, sistemandosi dietro a Irmree, in modo da avere
soltanto i piedi esposti all’acqua. figuriamoci, pensò. L’unico cavaliere che
abbiamo incontrato non solo non era nero ma si allontanava di gran carriera da
qui… Quelle riflessioni erano confortanti.
“Sei il figlio di Handler, d’accordo,” osservò Broaditch, “ma lui almeno non era
completamente idiota! Ne abbiamo passate di tutti i colori e io ti sono debitore,
ragazzo, come tu lo sei a me!” Alla luce dell’ultimo lampo, vide i contorni delle
figure che si avvicinavano. Non era più possibile sbagliarsi, adesso. Il lampo
successivo illuminò l’acciaio… e quello dopo un sentiero vuoto. Dunque erano
alla curva e presto sarebbero arrivati in cima.
“Tu sei pazzo, vecchio!” gridò Valit da dietro la donna. “Ti fai influenzare dalle
visioni!” Diede una pacca sul largo deretano di Irmree quando Broaditch si piegò
per riporre la sfera nella sacca. “Riprenditi il tuo ‘più che ricchi’ e liberati dalle
ombre!” Diede un’altra pacca a Irmree. “C’è soltanto questa… questa è la vita
vera. Nient’altro! Ti ho seguito fin qui solo per provartelo!”
I sogni li lascio agli altri, pensò, soddisfatto. Io ho fatto un buon inizio… La
vacca che hai nel cortile è quella che puoi mungere.
Irmree gli stava baciando la mano. Era contenta. Valit decise di tentare di
dormire nonostante l’ululare del vento. Non poteva durare per sempre. Grazie
all’utile mole della donna che bloccava la parte peggiore del rifugio, quello era il
posticino comodo che avrebbe voluto trovare… Era soddisfatto: bastava guardare
com’era già utile ed era soltanto l’inizio… Chiuse gli occhi e udì vagamente,
oppure immaginò di udire, le grida di Broaditch, ma erano già lontane…
Forse non si faranno vedere, pensò Broaditch senza molta convinzione, mentre
tornava verso il sentiero. La sacca pesava…

Quasi nello stesso momento, Parsifal raggiungeva sulla strada inondata il carro di
ferro vuoto di Clinschor. Sbirciò attraverso la feritoia ma vide soltanto oscurità.
Si accorse del nubiano che osservava dal sottobosco acquitrinoso. Non gli prestò
attenzione. Aveva i sensi incredibilmente pronti. Proseguì, arrampicandosi e
muovendosi rapidamente, nonostante la tuta di maglia di ferro.
In un certo qual modo, non gli interessava che cosa c’era davanti. I dettagli non
avevano più alcuna importanza perché adesso il problema era lo stesso. Un
bisogno con migliaia di facce e di forme. Diecimila immagini e ombre ma tutte
nate da un’unica oscurità. Solo quell’oscurità aveva importanza, non quale forma
particolare lanciava l’ombra…
Su un ponte e fuori degli alberi, riuscì a vedere le torri del castello. Capì che
stava per essere trascinato verso il Graal. Sorrise tra sé. Era sempre trascinato verso
il Graal. Era una delle regole del sogno.
Accettò la cosa ma il punto era che ogni battito del cuore lo coglieva di
sorpresa, ogni respiro era diverso dagli altri. Ogni passo gli dava la vista di un
nuovo mondo… Avrebbe fatto ciò che doveva, sì, ma l’oscurità che lo aspettava
era incidentale, anche se lo distruggeva… una possibilità che considerava
perfettamente verosimile… ciò che importava era il mistero racchiuso in ogni
lampo di luce, le contorsioni del vento che davano origine a forme nella pioggia
lucente… Si sentiva un po’ più alto di quanto non fosse e quello, pensò, era un
buon vantaggio… perché la luce si sarebbe riflessa nell’aria e sulla spada che si
sarebbe abbattuta su di lui, e ogni momento successivo avrebbe dispiegato il cuore
nel cuore del tempo… Si sentiva come se avesse dodici anni e dodicimila: senza
stanchezza, aperto, affascinato, proteso verso ogni direzione, con occhi che
vedevano nella profondità delle cose, con mani che toccavano colme di
meraviglia… e in un angolo di quel tutto c’era un compito che lui doveva
assolvere, un momento da vivere, da volgere in azione; avrebbe assunto in sé tutto
il potere e la consapevolezza e ne avrebbe fatto qualcosa, tratto qualcosa… perché
era tutto così incredibile e misterioso e squisito ed eterno… Si sentiva eterno,
respirava eternità… sentiva il battito eppure non era battito, non era respiro, non
era luce e non era ombra… Non sarebbe mai arrivato alla fine perché nuotava
nelle acque dell’eternità…
“Merlino,” disse. “So che puoi udirmi. Avevi ragione. Sono finalmente arrivato a
casa. Sarei potuto rimanere per cominciare tutto questo.” Sorrise, poi continuò a
salire, muovendosi agevolmente su quel sentiero stretto e tortuoso come se si
trovasse su una piatta pianura…

Rimasto indietro di una ventina di metri, Broaditch era arrivato dove, parallelo alla
strada, cominciava il muro quando, alla luce di un lampo, colse un luccichio di
acciaio. Appena in tempo per buttarsi da parte ed evitare il. colpo sul collo. Se ne
era dimenticato, se ne era dimenticato… Sarebbe morto per questo? Per aver
rubato quella lancia priva di valore che aveva creduto capace di guidarlo verso la
luce dei suoi sogni? Quale pazzia… morire per quel pezzo di piombo che perfino
Valit aveva gettato via, lui che voleva guadagnarsi da vivere con le puttane… Cosa
gli era preso per voler seguire quel sogno fino alla sua distruzione…?
Il cavaliere avanzava dalle ombre, la spada pronta, l’elmo aperto. La pioggia
schiumava e faceva rumore su di lui.
“Deponi la lancia,” comandò. Il vento fischiava attraverso la sua armatura.
“Zoticone!”
Lo zoticone stava arretrando per effettuare con l’arma una disperata quanto
inutile (così almeno credeva) schermaglia.
Possibile che ne abbia paura? si domandava. Possibile?
Fece l’atto di colpire. Il cavaliere sussultò e si fece il segno della croce.
“Ah, è così!” gridò Broaditch, piantandosi più fermamente nel terreno. “Ho
davvero qualcosa, qui, vero?” Si ricordò dell’improvvisa visione avuta quando
aveva toccato la lancia per la prima volta. Aveva creduto in ciò che aveva visto e
aveva poi trovato il castello e… e tuttavia la sua mente continuava a dirgli che
forse aveva battuto la testa, che aveva dormito… No, era stata la lancia a fargli
vedere. Perché negare le cose più semplici? “La sacra lancia, non è vero?”
Conosceva la storia: il romano Longino aveva messo fine all’agonia di Cristo con
un colpo di lancia nel fianco, e ne erano usciti sangue e acqua, e l’arma era stata
trasformata da quel contatto…
Potrebbe essere vero e anche falso, pensò, avanzando di un mezzo passo verso il
cavaliere silenzioso. Alla luce intermittente dei lampi, vedeva la colomba sulla sua
corazza. Questo tipo ci crede…
Il vento portò un ululato e il grido acuto di una donna. E poi, perché ho
rischiato di. annegare nel fango e di morire decine di altre volte per avere questa
cosa? Senza più pensare, allontanando da sé l’immagine di un destino fuggevole,
di una famiglia da ritrovare, di una tranquilla vecchiaia, fece l’atto di lanciarsi al
viso del cavaliere il quale, nel tentativo di scansarsi, scivolò nel fango e finì a
gambe levate per la discesa, urtando contro il muro e contro la roccia, roteando,
agitando selvaggiamente braccia e spada e sparendo dietro una curva. Non ho
mai altra scelta, pensò Broaditch, già correndo nella direzione opposta. Udì un
altro grido. Non c’è dubbio che abbiano trovato la donna…
Percorse gli ultimi metri, cambiando spesso direzione, attento a non scivolare. A
ogni lampo, li vedeva… Vedeva il luccichio cupo delle armature. Erano molti. Si
erano accorti di lui? Erano sempre più vicini. Se avesse potuto indurli a lasciare la
strada… sarebbero indubbiamente rotolati giù in fondo.
Dai fianchi della collina continuavano a riversarsi fiumi d’acqua che erodevano il
terreno… Dovevano averlo visto anche con quelle visiere che li costringevano a
guardare soltanto davanti a loro. C’era una forma pallida. Irmree che strisciava
ginocchioni lungo il bordo del sentiero con due cavalieri che, a causa del velo
della pioggia, sembravano due demoni generati dalla notte…
Rabbia e orrore lo travolsero. Broaditch urlò la propria furia nel vento quando
vide il luccichio azzurrastro di una lunga lama che percuoteva il didietro nudo e
sanguinante della donna. Capì che quei due stavano divertendosi e perse quasi il
lume della ragione. Vide anche la gambe divaricate di Valit che spuntavano dal
riparo della sporgenza.
Non ci voleva molto a immaginare cosa stessero a indicare.
“Bastardi!” urlò nella tempesta. “Stupidi bastardi!”

Procedere nella salita con tutta l’armatura sarebbe stato una tortura per muscoli e
polmoni anche senza una tempesta e una valanga di acqua e di fango. La luce a
intermittenza dei lampi gli faceva male agli occhi. La pioggia aveva inzuppato la
stoffa che Lohengrin aveva pressato nelle piastre dell’armatura. Di tanto in tanto,
pensava ancora di sentire la roboante voce portata dal vento…
Stanco e vacillante, teneva dietro la forma massiccia di Howtlande, a sua volta
seguito da presso da un instancabile muto. D’un tratto, si scoprì a desiderare di
essere con il suo maestro, di avere la forza di superare tutti e raggiungere la testa
di quella linea di uomini, di sentire le sue parole… no… in realtà (e parte di sé
non poté non provare disgusto e oltraggio) di toccarlo, no, di aggrapparsi alla sua
mano… sì… Ma, si disse, era colpa di quella stanza narcotizzante… oppure…
oppure… di quel canto che faceva star male… “maledizione,” imprecò, era troppo
debole per reagire… eppure sentiva quel bisogno… Buon Dio, pensò, con terrore
e desiderio, sentiva quel bisogno…
Gli tremavano le mani. C’era un che di isterico nei suoi pensieri e nei suoi
movimenti, adesso…
È tutto parole…! Schiuma alla bocca… È disgustoso…! Deforme. Non è
neppure un uomo… Soltanto parole, nient’altro che parole…
Imprecò di nuovo perché non riusciva a ricacciare quei sentimenti.
Gli dirò che è una nullità… che è a causa del colpo che ho preso da quello
stupido… Wista…
Poi furono in cima e Lohengrin si trovò all’improvviso faccia a faccia con i
lineamenti del signore maestro, e all’improvviso si scoprì a stringergli
convulsamente le mani avvertendo che uno strano calore partiva da quel contatto e
lo pervadeva, da quegli occhi vuoti eppure fiammeggianti…
“Siamo molto vicini, adesso… È proprio là davanti… Non deludetemi in
quest’ora…”
“No,” rispose Lohengrin, e la parola gli uscì dall’anima. “Non vi deluderò,
maestro!”

Parsifal li vide davanti a sé, gruppo di cavalieri che scomparivano, a piedi, dietro
una curva. Era appena arrivato sulla cima rocciosa della collina. Si voltò a
guardare indietro e, sotto, vide la campagna illuminata a tratti dai lampi. Si fermò
per un momento e capì lo scopo di quella desolazione. Se ne vedeva soltanto una
parte, da lì, e sembrava un mare. Non osò immaginare cosa potesse esserci,
dentro…
Riprendendo la marcia, estrasse la spada. Ne esaminò la lama per coglierne i
riflessi cangianti. Era il destino ad averli condotti tutti lì. Non si poteva biasimare
niente e nessuno. Sì, ma si sarebbe potuto vincere diversamente. In un altro
modo. Ne aveva abbastanza di dover ricorrere alle armi. Non si trattava più della
storia ma di come si sarebbe raccontata…
Cominciò a roteare la spada nella pioggia, piazzato sul bordo del sentiero, in
un’incredibile sequenza di fendenti e, trascinato dal suo stesso impeto, giunse a
ridosso degli ultimi due cavalieri con l’armatura nera, uno dei quali, voltatosi in
tempo per vedere la conclusione di quella stupefacente esibizione, era rimasto
immobilizzato per la sorpresa. Con un’ultima evoluzione, Parsifal lanciò l’arma
alta nel cielo, mandandola ad atterrare giù in basso, nella scarpata…
Ripresosi dalla sorpresa, il cavaliere fece un passo, estrasse la spada e mirò alla
testa senza elmo che aveva davanti. Dopo tutto, lui era uno degli ultimi, l’élite
dell’élite, il meglio del meglio di Clinschor…
L’ira di Broaditch si raccolse in un perfetto colpo di lancia che trapassò un occhio.
Lampi. Il cavaliere si portò le mani guantate alla piastra facciale… Buio…
lampo… Vedendo l’altro cavaliere sollevare la spada, Broaditch si lasciò cadere
sulle ginocchia. Buio… lampo… Irmree, che si era alzata gemendo nell’ululato del
vento, ricevette un colpo che la mandò pesantemente al suolo… Buio… lampo…
Con un taglio che gli andava dalla fronte al mento, un occhio completamente
coperto di sangue, Broaditch balzò sul cavaliere, afferrandolo per l’elmo… Buio…
lampo… lampo… e sbattendolo più volte contro la parete di roccia… Buio…
lampo… Il metallo era già deformato. C’era sangue che usciva dalle aperture degli
occhi e della bocca… Buio… buio… lampo… Broaditch si ritrasse piangendo e il
cavaliere si piegò, rotolò di lato… Buio… lampo… Valit stava drizzandosi a
sedere, il petto coperto di sangue, il fianco coperto di sangue… Irmree era in
agonia, nel fango… Buio… lampo… In ginocchio, Broaditch respirava
affannosamente nell’aria gelida… Buio… buio… buio… lampo… lampo… Un
altro cavaliere nero e uno in rosso e nero, questo che gli Sembrava familiare, che
gli ricordava qualcosa… Buio… lampo… Un’altra piccola figura tra i due,
disarmata, con uno strano mantello, che raccoglieva la lancia caduta nel fango e la
stringeva con un’indescrivibile espressione di trionfo e di forza… Buio… lampo…
e se la portava alle labbra, gli occhi fiammeggianti… Buio… lampo… Il cavaliere
nero stava tornando Indietro e quello rosso e nero avanzava verso colui che
l’uomo con la lancia indicava, Broaditch…

Valit si sosteneva sui gomiti. Non sentiva dolore, adesso, solo un freddo vuoto…
Buio… lampo… Vide Broaditch sollevarsi sulle ginocchia, sanguinante, disarmato,
esausto, mentre il cavaliere con braccia e gambe nere e il dorso e l’elmo rosso
veniva avanti, sfoderando la spada in un modo molto professionale… Buio…
lampo… lampo… lampo… Broaditch vacillava per il vento che faceva sbattere le
sue vesti come vele. Irmree sussultava sul sentiero… Buio… lampo con esplosione
assordante… Il cavaliere caricò mentre grida e movimenti si levavano dalla sua
sinistra, invisibili, al di là della curva invasa dall’acqua… Buio…

Broaditch riconobbe Lohengrin, che aveva la visiera aperta, per il naso adunco e
l’espressione derisoria degli occhi e pensò di essere un uomo morto. Non gli era
rimasta la forza per fuggire. Avrebbe in qualche modo combattuto ma non
sarebbe più fuggito. Arretrò lentamente, passo dopo passo, appesantito dalla sacca
che gli batteva contro la gamba. Il suo occhio sanguinante era come fuoco nella
pioggia battente…

Lohengrin pensò: Conosco questo cane… cosa importa…?


“È qui!” gridò all’improvviso il maestro, alle sue spalle. “Lo sento! Lo sento!”
Lohengrin si sentiva sospinto in avanti, ringhioso, tutti i suoi ribollenti
sentimenti concentrati su quel grosso villano che in qualche modo era riuscito ad
abbattere due cavalieri. Non vedeva l’ora di spaccargli le ossa e la carne e di
aprirgli il cuore per vederne sgorgare il sangue. Odiava quell’individuo per avergli
sbarrato la strada, per aver resistito alla forza degli eventi… Bisognava uccidere chi
resisteva perché confondeva e indeboliva ogni cosa… Tutto doveva essere ordinato
e puro, purificato dal sangue e dal fuoco… niente più ostinate resistenze, niente
più debolezze, niente più lamenti, niente più forme mostruose (la mente correva)
… niente più incubi o solitudine o paura… niente… Cosa? Che pensieri sono
questi…? Pazzo di rabbia, schiumante nel suo elmo mentre caricava, già
assaporando il gusto del sangue ( Cosa? bisbigliava la sua mente. Cosa?), i denti
scoperti in un ghigno, gridò: “Codardo! Feccia!” sputando le parole come fuoco,
il cuore che gli batteva all’impazzata. “Muori! Muori!” E s’avventò contro la figura
resa indistinta dalla pioggia, deciso a cancellarla dalla faccia della terra…
Parsifal scansò con grazia il colpo del cavaliere muto e, entrando nella difesa
dell’altro, lo spinse e lo mandò a carambolare giù per la scarpata. Si chiese se quel
tizio si fosse neppure accorto di quello che gli era accaduto. Lui stesso aveva
appena scoperto come il proprio corpo sapesse in anticipo dove trovarsi al
momento giusto. In passato, si era sempre trovato impegnato in combattimenti
corpo a corpo… Non si trattava di potere, pensò, mentre altri due cavalieri
avanzavano spalla a spalla lungo il sentiero, bloccandolo completamente… Era un
momento… in realtà, non stava combattendo (non lo vedevano?); stava
semplicemente cedendo a ciò che Doveva essere e quindi accadeva che lui si
trovasse sempre nel posto giusto, al momento giusto… straordinario…
Rimase assolutamente immobile, in attesa. Vide che erano superbi combattenti.
Avrebbe potuto anche morire. Ma accettava la cosa. Sentiva il momento crescere,
accumularsi. Aspettò, respirando appena. Vide che i due si muovevano fin troppo
bene. Non gli lasciavano spazio. Cercare di superare la curva che i due
difendevano, con tutta quell’acqua e quel continuo buiolampo, buio-lampo, buio-
lampo, equivaleva a morire… Sentì tornare e unirsi a quei momenti tutti i sogni
passati e le visioni parziali, prendere forma palpabile appena al di là di quelle due
teste protette dall’acciaio… Dopo quella curva, i mondi si incontravano… Respirò
profondamente e partì di gran carriera come spinto dal vento, bloccando i due
pugni armati nel momento in cui si abbattevano su di lui, contorcendosi e
passando tra di loro come se avesse la facoltà di modellarsi e, sempre tenendoli,
diede uno strattone… Forse non solo per merito suo, i due parvero volare
nell’aria e ricadere piatti sul terreno. Uno di loro rimbalzò oltre il bordo e svanì
per la scarpata. Al secondo, Parsifal girò l’elmo, torcendogli le feritoie degli occhi
e così impedendogli di vedere. Dopodiché si ritrovò davanti al cavaliere con
l’elmo dalle terribili fauci.
Questi avanzò lentamente. I lampi illuminarono la piastra anteriore dell’armatura
ornata di gioielli.
“Quale motivo abbiamo di lottare?” chiese. “La guerra è finita, ormai., è stata
una pazzia… parliamo…”
“Ma è finita?” domandò Parsifal. “Riponete la spada.” ‘Mi credete uno sciocco?
Sentite…”
Parsifal si limitò a scansarsi quando Howtlande (fidandosi dell’intuito) provò ad
affondare la spada e gliela fece agevolmente saltare via. Con lo stesso movimento,
prese il generale e gli fece fare una mezza piroetta, mandandolo a sbattere contro
l’ultima delle guardie scelte (quella che Broaditch aveva visto andare via attimi
prima che Lohengrin caricasse su di lui). L’urto con il grasso generale mandò il
cavaliere giù per la scarpata. Alla luce del lampo successivo, Parsifal vide
Howtlande disteso al suolo, trascinato dalla valanga di fango…
Valit si sosteneva faticosamente sui gomiti. Aveva paura di ricadere perché sentiva
che non avrebbe avuto la forza di rialzarsi. Non avvertiva più niente, adesso.
Guardava soltanto.
Vide che sulla collina gravava una bassa cortina di nuvole nere. Lampi e tuoni
sembravano sul punto di spaccare il cielo… Vide il cavaliere rosso e nero sul
punto di trafiggere Broaditch… Buio… luce accecante… Broaditch adesso
stringeva qualcosa… la cintura? Sembrava la cintura… Buio… e mentre la nuvola
rabbiosa avvolgeva la collina e la pioggia si faceva obliqua, con il cielo squassato
continuamente da scariche elettriche biancazzurre, il cavaliere rosso e nero perdeva
l’equilibrio e centrava la roccia, mancando il bersaglio. L’uomo curvo con la
lancia, le vesti al vento che davano l’impressione di ali, si voltò e cominciò a
oscillare ritmicamente e a cantare, quasi che l’immensa violenza della notte gli
fosse entrata nella gola, e lo stupefacente suono sembrava ricondurre gli elementi
nei loro disegni ordinari, vento, pioggia e fuoco quasi il battito di un grande,
poderoso cuore. Valit ne sentì le onde prosciugargli la vacillante vitalità…
L’esplosiva notte divenne una sola, irrequieta voce… che montava… che
montava… che montava… Vide Lohengrin nella nuvola cercare di colpire
selvaggiamente Broaditch il quale si scansava, si arrampicava sulla roccia, ghermito
dagli artigli del vento, agitare la cintura con la sacca, e a Valit parve che la
lanciasse e che colpisse l’elmo del cavaliere proprio mentre una serie di lampi
riversavano la loro luce accecante sulla collina e la loro violenza sul sentiero, tanto
che quello che venne dopo gli parve, seppure per un istante, simile a una calma
assoluta. Poi il furore della natura riprese e tutto ridivenne buio nella nuvola e
Valit ebbe l’impressione che la terra si aprisse e che lui vi cadesse… Ah, pensò,
dunque è così… nulla… una lucentezza… l’ultima immagine di una casa con un
giardino sotto un cielo assolato, e con fiori e monete d’oro sparpagliate sull’erba…
e lui che tentava di arrivarvi prima di dissolversi nell’oscurità…

Parsifal si tenne chino per affrontare la forza del vento mentre la nuvola esplodeva
sopra di loro e i lampi divenivano ininterrotti. Più che la pioggia e il fango,
sentiva il battito della voce. Al chiarore dei lampi, vide una figura con una lucente
lancia e fiamme verdastre che sbattevano come ali attorno a lui… Il sogno si univa
al mondo reale… Vide (non con gli occhi) la figura del sogno cantare al fuoco,
dilatarsi, perseguitare il tempo e il tempo a venire (perché il tempo era parte del
sogno), macchiare il futuro con il disegno ingrandito di quel pallido contorno
attirato nell’immensità come un insetto che volasse vicino alla vivida fiamma di
una candela, gettare una sinistra oscurità sul muro di una stanza… come una
forma crescente di fumo, una nuvola, terribile, rabbiosa, priva di sostanza…
fluttuante sopra i giorni e gli anni e i millenni, oscurante, fastidiosa, avvelenatrice
del sonno di epoche… Anni trascorsero come giorni, notti, al verificarsi di quel
buiolampo, buio-lampo, buio-lampo… Vide la macchia di quella nuvola sempre
più fantastica ghermirò il paesaggio mutevole fino alla forma finale, come due
stridenti mandibole aperte sul mondo fumante… La sentiva premere addosso
come un vento e inghiottirlo via via che la voce diveniva un muggito, che quella
bocca tuonava, ululava, ruggiva, imprecava, e sentiva il proprio corpo (sebbene
non riuscisse a vederlo, avvolto com’era dalla nuvola) tremare come sul punto di
esplodere, di essere spazzato via… No! pensò. No! No! Si oppose a quel muro di
sogno e di vento, alla sua resistenza. Immerso in esso con piedi e anima, spinse,
lottò, cadde, attirato sempre più verso il centro di quella voce che lo straziava, le
braccia tese in avanti per arrivare alla vaga figura circondata da quella luminosa
immensità. Poi vide la lancia fiammeggiare verso di lui e si contorse per evitarne
la punta ma era immobilizzato da quell’impossibile vento. Fu colpito al fianco, e
avvertì un bruciante dolore, proprio mentre, al massimo della loro furia, le saette
continue parvero voler ridurre in pezzi la notte. E accadde qualcos’altro. Fu come
se, all’improvviso, dalla scura crosta della terra fosse sorto il sole, tutto fondendo,
corrugando, ma privo di calore, tutto accogliendo nella sua dolce, infinita
sospensione, luce che fluiva senza fine dalla luce e si riversava come una
benedizione in ogni cosa, nel vasto, scuro, riarso mondo…

Sir Howtlande giaceva sul fianco e si schermava gli occhi mentre la nube rabbiosa
esplodeva sopra la cima della collina. Aveva la testa ancora girata verso lo
strapiombo roccioso e godeva di una vista buona, tenuto conto delle condizioni.
Osservava Parsifal che lottava nel vento e scivolava nel fango mentre Clinschor,
avanti di qualche metro, agitava la lancia e, gridando, pronunciava (pensò
Howtlande) una delle sue preghiere al diavolo… il grande mago, be’, era là, senza
esercito, sul punto di essere abbattuto da quel terrificante guerriero biondo senza
spada (che lui era sicuro di aver riconosciuto), che camminava a balzi sotto la
pioggia e borbottava più forte di qualsiasi altro essere umano… Com’era giunto
fin lì? Perché aveva seguito quel pazzo per finire a strisciare nel fango su una
maledettissima collina a caccia di un miracolo inesistente…? Poiché il vento era
troppo forte, decise di trascinarsi giù… Forse c’era ancora qualche soldato vivo…
Avrebbe potuto radunarli per qualsiasi altra devastazione fosse ancora possibile in
quella terra devastata…
Vide (con sorpresa) Clinschor che agitava la lancia con vigore e mira,
infilandola nel corpo del cavaliere attraverso le maglie. E il maledett’uomo era là,
con la lancia che gli usciva dalla carne… accecante contorsione di violenza
elettrica, e credette perfino di scorgere Lohengrin alla curva successiva, una forma
accennata nella cortina di pioggia, che lottava e cadeva, non avrebbe saputo dire
se per un colpo o perché avesse messo un piede in fallo… Poi osservò il guerriero
biondo strapparsi la lancia e, tenendola alta, con quella caricare con incredibile
velocità il signore maestro e, incomprensibilmente, avvertì un brivido di pietà per
lui, vedendo per un momento solo un vecchio, stanco, perso, isolato, posseduto
dalle ambiziose fantasie di una vita intera, miserabile, sgraziato, condannato dal
destino e dalla fortuna a una vita solitaria e vana…
“Risparmiatelo, signore,” mormorò, senza udirsi. Poi si liberò da quel
sentimento perché si rifiutava di accettare la fine e cominciò a strisciare, a
sguazzare nel fango, senza vedere (perché la visiera chiusa toccava quasi
l’ingannevole superficie del sentiero) l’ultimo muto nero che barcollava davanti a
lui, inutilmente cercando di rimettersi l’elmo a posto, muovendosi alla cieca e
urtando contro la roccia, conteso dal vento, battendosi come un indemoniato la
testa con i pugni d’acciaio, emettendo suoni furiosi, mettendo infine i piedi in un
crepaccio del terreno e precipitando silenziosamente nelle tenebre… Ansimante,
strisciò, nuotò, lottò per avanzare, per superare, mettendocisi a ponte, il crepaccio
in cui era appena scomparso il cavaliere, cercando inutilmente di ergersi sulle
gambe, ma la tempesta lo teneva piatto al suolo, accecato dalla pioggia, quasi
soffocato dal fango… e intanto pensava, quando riusciva a pensare, al nord del
paese che immaginava ancora intatto dalla devastazione… Sì, certo, con qualche
robusto giovane si poteva fare ancora un buon lavoro per rimettere in sesto la sua
fortuna… Sì… niente era mai definitivo. Si sarebbe risollevato e sarebbe stato più
saggio la volta dopo… Sì… qualcuno doveva pur vivere…

Lohengrin scivolò e la lama, incontrando la roccia, emise scintille. Aveva di nuovo


mancato il grosso maiale. Ma non avrebbe sbagliato adesso, pensò, roteando la
spada con tutta la rabbia che aveva addosso. Agitasse pure quella inutile sacca se
gli faceva piacere, il maiale… Solo che… era partito qualcosa dalla sacca, come
sparato da una fionda, e infrangeva la cortina della pioggia durante il suo percorso
(Lohengrin la vedeva arrivare diritta quando esplodevano i lampi)… E poi il
devastante impatto… Arrivò attraverso l’elmo aperto… Un’esplosione di carne e di
ossa rotte… Nella sua testa, tutto divenne lancinante dolore bianco. Lohengrin
piombò nell’oscurità, intanto pensando da infiniti spazi perduti: Per nulla…
finalmente e per nulla…

Il vento sembrava aver acquistato un suo ritmo, pensò Broaditch, mentre guardava
la palla di piombo penetrare nella piastra facciale di Lohengrin. Aveva creduto di
aver mancato il colpo ma il cavaliere si era mosso giusto in tempo per riceverla in
pieno. In un attimo, la vide come aprirsi in due (era un guscio, gli venne da
pensare) e sprigionare una fiamma insopportabile, più luminosa del sole, e
liberare di rimando un’accecante saetta (forse doveva aver colpito
contemporaneamente anche Lohengrin, pensò) che raggiunse il suo occhio
buono, quello sinistro, e la sua mente sovraccarica… Vacillò, si girò
selvaggiamente, si sentì sollevare da un vento irresistibile, fluttuare in una strana
pace e tranquillità sull’immensa corrente e poi precipitare velocemente, gridare…
cadere… e fluttuare nuovamente… Ed ebbe per un momento la sensazione di
poter salire e scivolare via come un estatico uomo-nuvola, su, su, per sempre
librandosi… librandosi…

Parsifal piantò la lancia nel terreno ribollente e senza esitazione si lanciò dietro a
Clinschor. Scivolò e rotolò giù per la china fangosa, alle spalle del maestro (che
aveva a sua volta fatto un balzo, o era stato sospinto), come se un legame
invisibile li tenesse uniti… Si ricordò di quello che faceva da ragazzo e si spinse
con le gambe e il corpo e, alla fine, riguadagnato terreno, riuscì ad aggrapparsi a
un piede di Clinschor. Il conquistatore del mondo, che scivolava sulla pancia
(acqua e fango schizzavano via come tagliati dalla prua di una nave), si torceva e
si avventava con un pugnale sul suo inseguitore, soltanto gli occhi adesso visibili
della sua testa coperta di fango… Poi entrambi volarono oltre uno strapiombo e
caddero, dividendosi, in un acquitrino fangoso…

Parsifal fu il primo a rialzarsi. Cercò Clinschor… Era stato esilarante… Sentiva


ancora addosso parte di quella luce. Sentiva che qualcosa era cambiato per sempre
dentro di lui anche se non sapeva ancora in che modo… Guardò con interesse un
monticello levarsi, e parve con lui levarsi tutta la palude (pensò), e cercare di
assumere disperatamente una forma umana intanto che la pioggia scrostava via il
fango…
Sorrise. Doveva aver avuto lo stesso aspetto anche lui. Si domandò come
andasse la ferita al fianco. Non gli faceva male e non sanguinava più…
Guadò lentamente il poco spazio che li divideva e quando Clinschor si avventò
contro con il pugnale pensò che in quelle condizioni il vantaggio che gli davano
la velocità e l’abilità era praticamente quasi del tutto scomparso.
Morirò, dopo tutto?, pensò, incuriosito, evitando il primo colpo ma mancando
di bloccare il polso che lo aveva guidato. Il suo avversario era selvaggio e
disperato, con la schiuma alla bocca, e tossiva e sputava fango. Cercava, notò
Parsifal, di produrre dei suoni ritmici, ma riusciva soltanto a fare bollicine e
intanto menava colpi di pugnale a destra e a manca.
La pioggia stava cadendo ora con minore intensità e i lampi erano diminuiti. La
collina era però ancora avvolta nelle nuvole.
“Avresti dovuto tenere la bocca chiusa,” disse Parsifal.
Ogni passo era incredibilmente lento. Clinschor, rabbioso e schiumante, si
passava continuamente la lingua sui denti. Parsifal gli si avvicinava cautamente,
badando ai colpi che l’altro vibrava. La melma li risucchiava freddamente.
“Capisci quello che hai fatto?” domandò Parsifal. Vento e tuoni si diradavano. I
lampi diventavano più indistinti…
Clinschor continuava a sputare fango. La pioggia adesso gli aveva lavato
completamente la testa. Cercava ancora di ritrovare la voce ma tutto quello che
poteva fare, al momento, era di ascoltare.
Parsifal sentiva che qualcosa di più che semplice fango stava scivolando via da
lui perché, ammesso che avesse ancora i suoi poteri speciali, non pensava
minimamente di usarli. Già muoversi e respirare e vedere avevano un che di
magico… Si sentiva calmo e fiducioso pur con quel malconcio essere umano che
Cercava di ucciderlo. Avrebbe voluto concedersi un po’ di riposo, ma ci avrebbe
pensato più tardi. Sapeva che Doveva rimanere lì e fare quello che doveva fare.
Sorrise debolmente… Tutto il resto sarebbe venuto a tempo debito. Ora si sentiva
soltanto un uomo forte che affrontava un altro uomo terrorizzato, stanco e con le
vesti lacere, a malapena in grado di sostenere lo sforzo che stava sostenendo, a
tratti seduto nel fango per prendere fiato, animato soltanto dal suo furore e che
adesso (con lui che lo aveva afferrato finalmente per un polso) strillava, strepitava,
continuava a sputare fango…
“Perché hai fatto quello che hai fatto?” gli domandò, scuotendolo, sorpreso dalla
propria improvvisa ventata di energia omicida fatta soprattutto di disgusto davanti
a tanta cieca, ridicola, banale e ignorante mancanza di significato. “Perché? Perché
non ti rendi conto di quello che hai fatto? Perché?”
Non riusciva a capirlo? Quella creatura delirante non capiva niente?
“Capisci?” tuonò al viso grondante e sorpreso e bloccò per un momento i suoi
feroci sforzi. “Capisci?” Lo colpì con un pugno al petto, sopra al cuore, e gli
occhi vacui si sporsero dalle orbite, il fango uscì dalle labbra.
Poi Clinschor riacquistò la voce, artigliò il viso di Parsifal, lasciandogli due scie
di sangue sulla guancia, ed emise infine una parola o due: “…wabla… bla…”
Parsifal lo colpì al viso, dicendo quasi con calma: “Idiota!”
La testa di Clinschor ondeggiò al primo colpo, al Secondo… l’occhio sinistro
già chiuso e gonfio.
“Tu, cieca, cieca… cosa!”
Clinschor strinse le mascelle sanguinanti e bavose attorno al polso di Parsifal,
gridando, sibilando, vagendo, e il furioso cavaliere gli rovesciò sul collo il suo
pugno di ferro, per spezzarglielo… Poi si liberò il braccio della sua testa,
tenendola per i sottili capelli, e con uno sforzo di muscoli sollevò Clinschor
dall’acquitrino, vacillò e lo lanciò lontano, facendolo atterrare rumorosamente.
La pioggia cadeva dritta, ora. Il tuono si allontanava verso nord. La luna fece
una breve apparizione tra le nuvole. Parsifal vide Clinschor che giaceva sul fianco,
respirava faticosamente, l’unico occhio aperto che scintillava di furia, che tossiva e
sputava, sputava…
Che spreco, pensò, cominciando a dirigersi verso un pendio roccioso. Che
sciocco, che sciocco…
“Avresti potuto fare tante altre cose!” gridò nell’oscurità. Nessuna risposta.
Scrollò le spalle. Non se ne era aspettata una. “Adesso, cos’altro farai? Il mondo
non vede l’ora!”

Raggiunse finalmente le rocce e si inginocchiò un momento per prendere fiato.


La pioggia si stava calmando, ora. Le nubi si sollevavano dalla collina e i lampi,
deboli e silenziosi, segnavano la fine della tempesta.
Udì delle grida aspre e potenti ma non riuscì a cogliere alcuna parola chiara,
solo brandelli: “…wawawable… io… allabla…”
Si alzò e cercò un sentiero sicuro. La luna appariva ora chiara e l’aria era pulita
al disopra della puzza di bruciato.
Proseguì senza fretta, continuando a udire alle spalle l’acqua che scendeva dalla
collina. Era pieno di aspettativa, pronto… pronto a cominciare… pronto…

Broaditch aprì gli occhi e alla luce della luna che splendeva in un cielo cosparso
di nuvole si ritrovò disteso sulla schiena, la testa rivolta verso il basso, a guardare
un paesaggio alla rovescia.
Si sollevò. Era ad almeno cinquanta metri dal sentiero, pensò, guardandosi
attorno con l’occhio destro mentre cominciava a risalire con cautela la scivolosa
china.
Si chiese per quanto tempo fosse rimasto svenuto… La testa gli martellava e la
ferita sul viso bruciava. Se la toccò leggermente e capì che il taglio gli passava
sull’occhio con il quale vedeva. Il sinistro era cieco. Che cosa aveva provocato la
cecità? Si ricordò della saetta… Faceva una certa fatica a rimettere insieme i
frammenti sparsi della memoria… Possibile che fosse stata la saetta a colpire
l’occhio? Che fosse stata la sfera di piombo ad attirarla? Si era aperta, ne era
sicuro, e poi qualcosa era scoppiato con una luce insopportabile… contro il
cavaliere… Lohengrin… contro la sua testa, il lampo doveva averlo colpito alla
testa. Quella era l’unica spiegazione possibile che poteva interessarlo in quel
momento mentre continuava la lunga ascesa.

Sulla strada trovò Irmree, rincantucciata sotto la sporgenza rocciosa, che teneva
Valit tra le braccia, canticchiando o piangendo sommessamente. Il sangue di
entrambi si era mescolato e seccato su di loro. Lei era scossa da brividi, Broaditch
la coprì con il mantello umido e lacero di un cavaliere. La luna era quasi piena e
gli fu facile trovare (mentre i ricordi tornavano alla mente) le impronte del punto
in cui Lohengrin era caduto o doveva essere rimasto disteso in attesa che la
pioggia si calmasse, perché le tracce erano chiaramente dirette a nord sul sentiero,
verso dove (non lontano) correva dietro al muro. Trovò un pezzo di dente rotto e
quello che probabilmente era sangue.
Be’, pensò, la saetta non l’ha ucciso e neppure il colpo… Ma era una saetta…?
Cos’era stato veramente quel fuoco?
Sembrava tutto impossibile, folle, un incubo. Si rifiutò di pensarci, girò dall’altra
parte e trovò la lancia che spuntava dal terreno. Allungò la mano, poi la ritrasse
senza toccare l’impugnatura.
A quanto sembra, mi è rimasto un solo occhio. Cercherò di tenermelo… Si
guardò attorno, tutt’altro che sorridente. Mi hai condotto qui… se esisti… perché
non ti sei mai fatto vedere nei momenti di bisogno… per fare quello che si
doveva fare, suppongo, perché non so neppure questo con certezza… Ora ti
prego soltanto di non uscire mai dai tuoi recessi… Impedirò all’occhio buono,
grazie a te, di curiosare nei sogni e nei lampi! Hai la mia parola.
Perché era deciso a tornare a casa… ammesso che esistesse ancora. Se ci fosse
stata anche una sola pietra in piedi, ne avrebbe aggiunta un’altra e un’altra ancora.
Zoppicava ed era mezzo cieco, ma aveva intenzione di tornare a casa! Di lasciar
perdere l’incubo… Si sarebbe riposato e poi si sarebbe occupato di quella povera
donna… Come si chiamava…? Irmree… ah, il povero Valit…
Si chinò, appoggiò la schiena alla roccia e guardò giù la pianura piena d’acqua.
Stava per tornare a casa. Avrebbe attraversato il paese desolato e visto quello che
aveva da vedere, ma sarebbe tornato a casa. Sospirò e sbadigliò… Il mal di testa
stava gradatamente passando. Si stirò e sbadigliò di nuovo.
Si girò e, con gli occhi chiusi, toccò le spalle e il collo di Irmree che continuava
a stringere a sé il corpo del ragazzo.
“Pace,” le disse con gentilezza. “Pace… riposa… abbiamo sempre il nostro
amore, sono giunto a crederlo, donna…” Annuì. “Ciò che abbiamo, lo abbiamo
per sempre.”
Alienor era già alzata con i bambini quando Lampic si svegliò. Lui si rese
velocemente conto della situazione. La donna aveva già dato loro da mangiare,
accanto al fuoco. Il bambino sbadigliava e si strofinava gli occhi. La piccola
correva avanti e indietro sull’erba, trascinando una corda. Il sole si era levato sulle
colline alle loro spalle e splendeva sugli alberi che si estendevano a perdita
d’occhio in entrambe le direzioni. Qua e là c’era ancora qualche chiazza di fumo.
Lampic guardò Alienor che riponeva il cibo secco nel sacco. Si era legata
severamente i capelli dietro la nuca, lasciando libero il viso e la fronte.
L’uomo capì e parve leggermente dispiaciuto. Sbatté gli occhi e decise di
provare ugualmente. Sentiva ancora dentro di sé un’ondata di giovinezza. Il solo
fatto di essere sopravvissuto era qualcosa che faceva sentire giovani nel cuore.
E la notte prima…
“E così vi siete alzata,” cominciò.
“Come potete vedere,” ribatté Alienor, “a meno che non siate diventato cieco o
non vi sia andato in fumo il cervello durante il sonno.”
Lui sorrise leggermente.
“Ho famiglia, al nord, e gli inverni sono duri. Ma ci sono compensazioni… Ero
un ragazzo, al nord. Ci sono compensazioni.”
“Allora dovete avere le ossa più giovani delle mie.” Alienor si alzò e si sistemò il
sacco sulla spalla. “Per il freddo.”
“È stato brutto, allora?” Lui attese. Niente. “Non vi trovo affatto vecchia, Lady
Alienor.”
“Lady, eh?” Lei si sentì in dovere di sorridere e finalmente lo guardò. “E così
mi avete sollevata di rango. E voi siete forse un lord travestito?”
Lampic sorrise.
“Siete una vera lady, Alienor. Dite quello che volete.”
Si stirò, si mise a sedere e la pelle che lo copriva cadde, lasciandolo a torso
nudo. Il suo corpo era snello e villoso.
“Vi ho incontrata nella stagione sbagliata.”
“Davvero?”
“Ma dove andrete con due bambini e il mondo così com’è?”
“Fin qui sono arrivata,” rispose lei seria, quasi triste. “E ho una famiglia, al
sud… L’avevo, perlomeno. Mio padre era acido con mio marito…” Una pausa.
“Il mio girandolone.”
“Dunque, lui se ne è andato?” chiese Lampic, speranzoso.
Alienor prese Torky per mano e si girò verso l’estesa desolazione. C’erano
ancora grandi masse nuvolose all’orizzonte. Una aveva la forma di un castello
rotondo, ma poteva dare anche l’idea di una chiesa scavata in un massiccio
demone… Si girò, rivolgendo di nuovo il viso al sole.
“Se ne è andato,” rispose. “Ma se è ancora vivo, tornerà a casa… il mio
girandolone.”
Lampic comprese la situazione. Non sapeva neppure perché avesse osato
tanto. Non era da lui. Era un mugnaio scapolo e si diceva che le donne gli
piacessero anche troppo. Non era da lui, ma la notte prima c’era stato un
momento… un momento in cui aveva sentito qualcosa che ancora indugiava,
dolce e tenero, in quel mattino… Era indubbiamente il sollievo dai precedenti
giorni terribili… Tuttavia, aveva sentito qualcosa… Lei era stata là e certamente
avevano diviso qualcosa che ancora indugiava…
Si alzò, alto e nudo, si vestì e disse: “L’avete sentito?” Le puntò gli occhi
addosso e attese.
Alienor non chiese cosa. Non ne aveva bisogno. Lo guardò con gli occhi blu
come il mare. E non aveva neppure bisogno di annuire ma lo fece.
“La notte scorsa?” aggiunse lui.
Ricordava il tuono lontano della tempesta che diventava un rombo continuo, i
lampi che illuminavano il cielo e la terra attorno a loro che giacevano… Scosse
la testa… Non aveva mai provato un momento simile con nessuno e, insistette
tra sé, non poteva che essere stato così anche per lei… E questo, per uno
conosciuto nei villaggi per aver detto frasi come: “Le donne ti rilassano un po’,
ma gli affari sono affari, ragazzi!”
“Verrò con voi,” disse all’improvviso e, sollevando la mano per mettere a tacere
la sua protesta, aggiunse: “Non farò niente, comunque… solo per la compagnia.”
“No,” fece lei e, presa Tikla, si diresse verso la campagna bruciata.
“Allora vi verrò dietro,” disse Lampic. “Ma potreste almeno darmi il tempo di
orinare e di mangiare qualcosa.”
Senza fermarsi, Alienor tirò giù il sacco dalla spalla mentre Torky e Tikla
correvano davanti a lei.
“Allora?” domandò Lampic.
“Porta questo a Lampic,” ordinò Alienor alla bambina, dandole un pezzo di
formaggio duro. Pensa alle povere anime, si disse, mentre si avvicinava ad alberi
caduti, anneriti e spezzati, e a mucchi di cenere, che forse vivono ancora… Dio
aiuti tutti noi…
Tikla coprì di corsa la distanza che la separava dall’uomo.
Facciamo quello che possiamo e niente di più, pensò Alienor, voltandosi per
vedere Lampic che prendeva il formaggio. I capelli di Tikla splendevano al sole.
Si girò di nuovo. Quello che possiamo…
Udì un uccello cantare ma non riuscì a vederlo. Il suono sembrava dolce come
il miele. Avvertì dentro una sensazione di calore. Sorrise come se nutrisse un
segreto, un piccolo punto caldo che assomigliava al canto di quell’uccello…
Udì Tikla che diceva qualcosa, alle sue spalle, e sorrise di nuovo al segreto.
“Quello che possiamo,” mormorò seria e, nello stesso tempo, spensierata. E
continuò a camminare.

Broaditch avanzava tra le ceneri che gli arrivavano alle caviglie, sollevando polvere
tra gli alberi quasi privi di rami. Il sole era alto nel cielo. La terra era ancora
calda, lì, e dava una strana sensazione di primavera.
Era diretto a sud, nella speranza di imbattersi in una strada. Irmree era andata a
nord, dopo un discorso incomprensibile, portandosi dietro l’anello di ferro da
mignolo del suo amante. Lui l’aveva seguita per un po’ con lo sguardo, poi si era
incamminato… L’unico rumore udibile nel silenzio del pomeriggio era quello
debole dei suoi passi…
Sbatté le palpebre: qualcosa luccicava in un mucchio di cenere. Argento.
Avvicinandosi, vide che si trattava di una spada che si era quasi fusa fatta
eccezione per l’impugnatura annerita. Accanto c’era la forma contorta di un elmo
mezzo sepolto… Più in là, la piastra anteriore di un’armatura senza traccia d’ossa
e tantomeno di carne.
Proseguì chiedendosi quanti giorni gli ci sarebbero voluti per uscire da quella
zona devastata…
Si fermò soltanto una volta, dopo ore, credendo di aver udito il canto di un
uccello nella foresta. Si mise attentamente in ascolto… Il suono non si ripeté,
ammesso che fosse stato reale…

Il sole calava dietro agli alberi, che sembravano sgorbi neri contro il cielo, quando
lui raggiunse la cima della bassa collina e vide un fiume che scorreva,
incredibilmente luccicante e limpido rispetto al nero delle ceneri. Si rese conto che
le piogge dovevano averlo ripulito… Era di una bellezza indicibile per lui…

Camminava seguendo il corso d’acqua quando li vide, davanti a sé, e si schermò


gli occhi (la vista era tornata normale) dalla luce. Proseguì con decisione. Loro
non lo avevano visto: l’uomo alto e magro stava bagnandosi i piedi; i due bambini
giocavano nel fiume; la donna sedeva un po’ in disparte, intenta a ricucire un
indumento a pezzi, gli occhi rivolti all’acqua. La prima cosa che pensò fu che lei
gli piaceva. Gli piaceva il suo viso forte. Ma fu soltanto quando la donna girò la
testa (e gli occhi blu) che la riconobbe e capì di nuovo che non esisteva il caso,
che il destino lo stava guidando fuori dalle ombre, questa volta, che l’ondata lo
sollevava…
Si fermò a pochi passi da lei, non guardando altro che quegli occhi blu mare
che sembravano più ricchi di quanto non avesse creduto, come se l’età li avesse
resi più profondi, più caldi, e li avesse trasformati in gioielli. Lei batté le palpebre,
nient’altro, e Broaditch non avrebbe saputo dire se piangesse. Non era
necessario… Sapeva che l’uomo lo guardava e che i bambini avevano smesso di
giocare, ma ci sarebbe stato tempo per quello. Stava ancora gustando quel
sorprendente momento… Non voleva ancora parlare.
Le mani di lei si erano immobilizzate. Broaditch notò tutto, come se i suoi sensi
si fossero acutizzati: l’ago, il tessuto scuro, i riflessi ramati dei capelli della donna,
le linee del suo viso che (comprese) erano soltanto il riflesso di ciò che aveva
dentro, il suo respiro… e aveva paura di parlare…
“Bene,” fece infine lei, senza sorridere. “Potevi farci sapere che stavi tornando.”
Lui sorrise e allungò le braccia. Alienor, pensò, come se ora ne fosse sicuro.
“Come, donna?”
Lei scrollò le spalle.
“Hai mandato un corvo con un messaggio, suppongo,” disse Alienor e lui
adesso vide le lacrime. Il sole le faceva luccicare. “Sembri stanco,” continuò lei, la
voce roca, ma non si mosse, come se avesse a sua volta paura di affrettare quel
momento…
Broaditch annuì, non disse niente. Si girò a guardare Lampic che osservava, i
piedi ancora ciondoloni nell’acqua. Guardò i suoi bambini nel fiume con il sole
che creava attorno a loro un alone, come se si trovassero al centro della luce,
come se i loro corpi fossero ombre e lo scintillio la loro vera sostanza.
“Mie colombe,” disse infine. Sentì Alienor al suo fianco che gli stringeva la
mano. Udì il suo respiro leggero e irregolare, sentì lei… sentì lei… il calore della
sua mano che afferrò, come per fondere le due in un unico pezzo di carne…
Chiuse gli occhi e li riaprì. “Adesso comincia,” mormorò. “Adesso comincia…”

Parsifal era diverse miglia a nord dei boschi bruciati e aveva appena raggiunto
un’antica strada che curvava attorno ai campi aperti nella luce violacea del
tramonto.
Si fermò e si ritrovò di colpo a pensare a sua moglie e a sua figlia che
giacevano nella tomba scavata fuori del castello da lui e da Prang. Vide i loro visi
pallidi… Confrontò l’immagine nella sua mente come se le stesse davvero
vedendo perché c’era un messaggio, un significato: le fragili e silenziose donne
guardavano come da un sogno, e poi capì e seppe perché si era fermato…
Doveva trovare suo figlio. Sì… doveva tentare di trovare suo figlio… Lohengrin…
Stava già inconsciamente iniziando a camminare nella direzione opposta quando
ebbe una sensazione… Gawain o qualcun altro aveva detto che Lohengrin
combatteva con gli invasori e i sensi lo avvertivano che il giovane era vivo. Non
aveva dubbi in proposito…
Sì, pensò, proseguendo più velocemente nel tramonto, sì, doveva tentare, sia
che fosse vivo sia che fosse morto… Tutto era improvvisamente chiaro: Doveva
tornare là dove aveva visto la luce del Graal, in quel punto, era importante
riprendere la strada da lì perché quello era il vero inizio della sua nuova vita… Era
già nella nuova vita, rifletté, usciva da un sogno nell’aria lucida, dove le prime
stelle tremavano, Venere simile a un occhio morbido che seguiva il tramonto del
sole… La sua nuova vita sarebbe iniziata là, dove tutte le strade finivano, e sarebbe
iniziata con suo figlio… Sì… sì… mio figlio… mio figlio… Cominciamo da lì…
Forse avrebbe trovato di nuovo Gawain, se era vivo, e forse… forse… Guardò
fissamente la stella lucente della sera mentre la strada si allontanava dalla sua
direzione e lui attraversava i campi e superava gruppi di alberi.
Il mondo, pensò all’improvviso, comincerà laggiù…

Minat Terkait