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INNOCENZO MAZZIN!

STORIA DELLA LINGUA LATINA


E DEL SUO CONTESTO

II
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

SALERNO EDITRICE
ROMA
Copertina:
Graffiti della Domus liberiana (secc. I-III). Roma, Palatino.
Elaborazione: Grafica Elettronica, Napoli.

ISBN 978-88-8402-687-3
Tutti i diritti riservati- Ali rights reserved
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siasi uso e con qualsiasi mezzo effettuati, senza la preventiva autorizzazione scritta
della Salerno Editrice S.r.l. Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge.
Per Lo retta, compagna e amica
PREFAZIONE

I "latini" verticali o socialmente marcati o settoriali costituiscono l'og-


getto di questo secondo volume: i caratteri principali e la loro evoluzione
(per quanto documentabili), in rapporto ai mutamenti economici e cultu-
rali dei gruppi sociali che li producono.
Tra i "latini" socialmente marcati studiamo piu approfonditamente il
volgare o dei ceti medi e inferiori, il cristiano o dei cristiani, il sacrale o dei
sacerdoti, il giuridico o dei giureconsulti, l'agricolo o degli agricoltori, il
medico o dei medici. Come si intuisce subito, già dai titoli dei singoli ca-
pitoli, i fattori discriminanti o caratterizzanti come anche gli utenti/crea-
tori di questi sei distinti "latini" sono, quantitativamente e qualitativamen-
te, ben diversi.
Le lingue latine socialmente marcate, e documentate piu o meno este-
samente, sono molte piu di queste sei. Per fornire un'idea della diversifi-
cazione sociale del latino, nella terza parte dell'Introduzione trattiamo, in
estrema sintesi, altri 16 "latini" verticali.
I titoli dei singoli capitoli come anche delle sezioni della terza parte
dell'Introduzione fanno riferimento a categorie sociali e professionali che
non sempre nell'Antichità sono cosi definite come le denominazioni mo-
derne potrebbero lasciar intendere. Quando ad es. parliamo di latino degli
zoologi è chiaro che non pensiamo a una categoria professionale cosi ben
definita come oggi, comprendente laureati e specialisti che si occupano
della vita di animali, ma piuttosto a persone colte che hanno interesse, a
vario titolo, per il mondo animale, come anche a personale addetto alla
custodia o cattura di animali vari. Quando parliamo di latino dei giure-
consulti è evidente che non è da intendersi esclusivo della categoria: è
chiaro che ne fanno uso anche burocrati della cancelleria imperiale, giu-
dici, ecc.
Il latino volgare trova la sua collocazione in questo volume in quanto
considerato lingua settoriale (propria dei ceti medi e inferiori), ma anche
perché da tutti viene contrapposto, come lingua parlata, alla scritta e in
particolare a quella letteraria di livello alto.

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PREFAZIONE

Con la duplice denominazione delle varie lingue socialmente marcate


se ne intende sottolineare sia il carattere vivo o parlato, sia quello di sotto-
sistemi (piu o meno articolati).
Il presente volume, come il precedente, è diretto in primis agli studenti
delle Facoltà umanistiche e, per certi versi, meglio si adatta al biennio e ai
suoi obiettivi formativi.
I.:organizzazione della materia in sezioni e sottosezioni con rispettivi
titoli e numerazione è, come nel I volume, funzionale a facilitare la lettu-
ra e lo studio.
I capitoli sono, in linea di massima, divisi nelle seguenti parti: a) pre-
messa; b) preliminari per l'esistenza, la conoscenza e lo studio della singo-
la lingua socialmente marcata; c) caratteristiche principali; d) evoluzione
nel tempo; e) sottolineatura delle connessioni tra la storia, la letteratura e
la lingua del gruppo sociale.
Il glossario degli autori e delle opere in appendice al volume, funziona-
le anche al vol. I, vuole venire incontro a due esigenze didattiche: a) for-
nire una prima idea dei caratteri di fondo della lingua dei vari autori e
delle opere anonime (almeno di coloro e di quelle su cui la filologia ha già
espresso un giudizio); b) collocare, cronologicamente e nel contesto sto-
rico, autori e opere talora del tutto sconosciuti.
Anche per questo secondo volume mi è gradito ringraziare i colleghi e
amici che mi hanno incoraggiato nel lavoro e fornito preziosi consigli:
Silvano Boscherini, Alfonso Traina, Antonella Bruzzone, Antonio Mar-
chetta, Elena Malaspina, Giuseppe Flamini, Roberto Orena.

Roma-Macerata, marzo 2009

INNOCENZO MAzziNI

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SIGLE E ABBREVIAZIONI

AoAMS, Bilingualism = J.N. ADAMS, Bilingualism and the Lati n Language, Cambridge,
Cambridge Univ. Press, 2003.
AoAMS, The Regional = J.N. ADAMS, The Regional Diversifìcation of Latir1 200 B.C.-
A.D. 6oo, Cambridge, Cambridge Univ. Press, 2007.
ALLG = «Archiv fur lateinische Lexikographie und Grammatib, a. I-xv 1884-
1908.
ANRW = Aufitieg und Niedergang der Riimischen Welt. Geschichte und Kultur Roms i m
Spiegel der neueren Forschung, a cura di H. TEMPORINI, poi di H. TEMPORINI e W.
HAAsE, Berlin-New York, de Gruyter, 1972-.
CGL =Corpus Glossariorum Latinorum, ed. G. GoETZ, voli. 1-7, Lipsia, Teubner,
1888-1901, rist. an. Amsterdam, Hakkert, 1965.
BStudLat =<<Bollettino di Studi Latini)), a. I- 1971-.
CIL = Corpus Inscriptionum Latinarum, Berlin, Akademie der Wissenschaften,
185]-.
DE MEo, Lingue= C. DE MEo, Lingue tecniche de/latino, a cura di M. BoNVICINI,
Bologna, Pàtron, 2005 3 (con aggiornamenti).
CL= H. 'KEIL, Grammatici Latini, Leipzig, Teubner, 1855-1880, voli. I-vii; H. HA-
GEN, 1923, vol. VIII (rist. an. Hildsheim, Olms, 1961).
InvLuc = «<nvigilata Lucernis. Rivista dell'Istituto di Latino Univ. Bari)), 1-1979-.
LavLat = Latin vulgaire lati n tardif, 7 voli.: vol. I, a cura di]. HERMAN, Tiibingen,
Niemeyer, 1987; vol. II, a cura di G. CALBOLI, ivi, id., 1990; vol. III, a cura di M.
luEscu e W. MARXGUT, ivi, id., 1992; vol. IV, a cura di L. CALLEBAT, Hildesheim,
Olms, 1995; vol. v, a cura di H. PETTERSMANN e R. 'KETTEMANN, Heidelberg,
Winter, 1997; vol. VI, a cura di H. SoLI N et al., Hildesheim-Ziirich-New York,
Olms, 2003; vol. VII, a cura di C. ARIAS ABELLAN, Sevilla, Univ. de Sevilla,
2006.
MALASPINA, Ars =E. MALASPINA, Ars temperans. Itinerari verso la comunicazione poliva-
lente nel mondo latino, Genova, DARFICLET, 1988.
REL = «Revue des Études Latines)>, Paris, Les Belles Lettres, 1923-.
RPh = «Revue de Philologie)>, Paris, Klincksieck, 1845-.
SABBAH, Le latin= Le latin médical. La constitution d'un language scientifìque, a cura di G.
SABBAH, Saint Étienne, Univ. de Saint Étienne, 1991.
SLeML =Lo spazio letterario del Medioevo latino, dir. G. CAVALLO, C. LEO NARDI e E.
MENESTò, Roma, Salerno Editrice, 1992-1998, 5 voli.

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SIGLE E ABBREVIAZIONI

SLeRA =Lo spazio letterario di Roma antica, dir. G. CAVALLO, P. FEDELI e A. GIARDI-
NA, Roma, Salerno Editrice, 1989-1991, 5 voli.
SToTz, Handbuch =P. SToTz, Handbuch zur lateinischen Sprache des Mittelalters, Mi.in-
chen, Beck, 2002-2004, 5 voll.
StR =Storia di Roma, dir. A. MoMIGLIANO e A. ScHIAVO NE, Torino, Einaudi, 1988-
1993, 4 voli.

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LINGUE SOCIALMENTE MARCATE
INTRODUZIONE

1. PREMESSA

Negli ultimi quaranta anni l'attenzione nei confronti delle lingue so-
cialmente marcate del mondo antico è cresciuta in modo vistoso e si sono
ottenuti risultati veramente notevoli. Le parole di Pascucci, p. 163, forse
già troppo pessimistiche all'epoca in cui furono scritte, cioè nel1970, sono
oggi molto lontane dal vero: <<Delle lingue tecniche sappiamo ben poco:
a stento qualche termine sulla base della sua struttura fonetica, interpreta-
ta con l'ausilio della fisiologia del linguaggio, per ciò che concerne la lin-
gua infantile». Questo aumento di interesse è da collegare alla piu gene-
rale curiosità tra i filologi, ma anche tra gli antropologi, gli archeologi, gli
storici, e altri studiosi, per le aree e gli spazi (lingue, economie, culture,
tecnica, scienze, quotidianità varia, ecc.) un tempo ritenuti marginali, nel
quadro di un approccio all'antico "globale" e nella convinzione che non
esistano, nel quadro di una società o di un'epoca, aspetti del tutto inin-
fluenti o irrilevanti.
Prima di addentrarsi nello studio approfondito di alcune lingue social-
mente marcate del mondo antico, in particolare delle loro caratteristiche
fondamentali e della loro evoluzione attraverso il tempo, è opportuno
acquisire alcuni concetti e consapevolezze concernenti le lingue social-
mente marcate del mondo antico in quanto tali. È opportuno anche, al
fine di avere una visione complessiva piu ampia possibile delle lingue
settoriali antiche, approcciarne rapidamente anche altre, non meno impor-
tanti, che tuttavia non possono essere trattate adeguatamente anche per
esigenze di spazio.

2. CoNCETTI FONDAMENTALI RELATIVI ALLE LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.1. Definizione
Facendo ricorso all'espressione «lingua socialmente marcata» o «setto-
riale » si intende superare la distinzione che talora viene fatta tra lingua

15
INTRODUZIONE

speciale e lingua tecnica. Tale distinzione trova, a parere dei suoi sosteni-
tori, la motivazione nella natura del vincolo che unisce diverse persone e
fa di loro un gruppo socialmente e culturalmente separato. Nel caso delle
lingue tecniche il vincolo è rappresentato dalla professione, nel caso di
quelle speciali è costituito dall'ideologia, dal sesso, dall'età, ecc., in realtà,
qualunque esso sia, opera sulla lingua degli appartenenti al gruppo allo
stesso modo (anche se in misura diversa) a prescindere dalla sua natura. Si
suole sostenere che il vincolo ideologico, rispetto a quello professionale,
determina variazioni linguistiche piu estese e piu profonde, il che di solito
è vero, ma non sempre e non necessariamente.
Per il concetto di lingua socialmente marcata, una volta precisato che
con esso intendiamo comprendere sia quello di lingua speciale sia quello
di lingua tecnica, si può adottare la definizione comunemente accettata
per la lingua speciale, già menzionata nel vol. I: <<Variazione della lingua
comune, prodotta e utilizzata all'interno di gruppi sociali i cui componen-
ti sono uniti tra loro da uno o piu vincoli, i quali, a loro volta, possono es-
sere di carattere ideologico, professionale, culturale, di classe, di età, di
sesso o altro)) (intr. par. 2.7). Allo stesso luogo si rimanda per le implicazio-
ni che questa definizione comporta.

2.2. Varietà

Si può legittimamente supporre che le lingue settoriali, in particolare


quelle caratterizzate da un vincolo sociale, nel mondo antico fossero mol-
te, e piu differenziate di quanto oggi possiamo immaginare, e ciò in rela-
zione al fatto che la società dell'epoca era indubbiamente piu classista del-
la contemporanea. Al contrario meno numerose dovevano essere quelle
contraddistinte da un vincolo meramente professionale, visto che i saperi
non erano cosf differenziati e specialistici come lo sono oggi e di conse-
guenza non c'era la medesima frammentazione delle professioni. Al di là
delle supposizioni, e ragionando sulla base dei dati in nostro possesso, le
lingue socialmente marcate sono sf un numero considerevole, ma non
sono tutte altrettanto ricche e marcate rispetto alla comune. Particolar-
mente ricca si presenta quella dei cristiani dei primi tre secoli, data la va-

16
INTRODUZIONE

stità degli aspetti del vivere e dei settori del sapere che l'ideologia cristiana
ha finito per toccare e modificare, mentre assai limitata è quella dei bam-
bini, consistente in poche parole che riguardano la loro micro realtà quo-
tidiana, dalla denominazione dei familiari, ai cibi, ai giochi, ecc.

2.3. Documentabilità e suoi limiti

Dato che il latino antico è lingua morta, le uniche fonti cui possiamo
fare ricorso sono quelle scritte e dunque sia la letteratura (opere scritte a
fini d'arte ma anche quelle a fini pratici e/o professionali), sia i documen-
ti (trattati, testamenti, deflxiones, stampigliature, imprecazioni, contabilità,
lettere commerciali, iscrizioni funebri, scritte elettorali, pubblicità, an-
nunci erotici, ecc.).
Nessuna fonte può dirsi esaustiva anche se, ovviamente tra quelle di
interesse, alcune possono essere piu "generose" di altre, pertanto distin-
guiamo le fonti in "primarie" e "secondarie". Questo è il primo e il piu
grande limite per le nostre conoscenze.
Le tracce delle varie lingue speciali vanno quindi cercate un po' ovun-
que e valutate tenendo conto del contesto. Indizi guida nella ricerca e in-
dividuazione degli elementi che caratterizzano la lingua di un determina-
to gruppo, possono essere in linea di massima i seguenti:
a) indicazioni esplicite delle fonti letterarie. Non raramente vengono
riportate espressioni e/o singoli termini e/o pronunce qualificati come
appartenenti a questa o quella tecnica, a questa o quella professione, età,
sesso, classe, ideologia. Un esempio: Cicerone mette in bocca a Crasso,
nel terzo libro del De oratore (lib. 12 par. 45) un carattere del linguaggio
delle donne aristocratiche, cioè un maggiore conservatorismo fonico e la
spiegazione di ordine sociologico:
Equidem cum audio socrum meam Laeliam-Jacilius enim mulieres incorruptam antiquita-
tcm conservant quod multorum sermonis expertes ea tenent semper quae prima didicerunt-
scd eam sic audio ut Plautum aut Naevium videar audi re, 'Quando ascolto la mia suoce-
ra Lelia- in effetti le donne conservano piu facilmente in modo integrale l'aspet-
to antico perché non hanno occasione di ascoltare il parlare di molti e cosi tengo-

17
INTRODUZIONE

no a mente sempre ciò che hanno appreso - io la sento parlare cosi come mi
sembrerebbe di ascoltare Plauto o Nevio';

b) indicazioni implicite desumibili dal contesto, sia delle opere lettera-


rie, sia del documento. Alcune esemplificazioni: lo schiavo che parla co-
me un soldato vincitore, nelle commedie plautine, può costituire per noi
una via per individuare tratti della lingua speciale dei soldati dell'epoca; il
sermone Pro correctione rusticorum di Martino di Braga, che è stato scritto per
essere inteso dai rustici del sec. VI, può essere una fonte di tratti caratteri-
stici della lingua dei campagnoli di una certa zona geografica; i graffiti
relativi agli spettacoli dei gladiatori possono apportare luce sul linguaggio
gladiatorio, per es. sui loro soprannomi;
c) lingua dei trattati relativi a una determinata arte. È chiaro che la let-
teratura tecnica costituisce la fonte principale per la definizione e lo stu-
dio delle lingue tecniche, cosi i trattati di agricoltura di Catone, Varrone,
e altri, per la lingua degli agricoltori, i trattati di medicina per quella dei
medici, e cosi via.
Tutte le indicazioni, dirette o indirette, vanno recepite attraverso una
serie di filtri, in particolare: t) l'epoca alla quale si riferiscono, per cui non
possono e.ssere generalizzate nel tempo senza conferme; 2) la possibile
esagerazione e caricaturizzazione delle situazioni e dei personaggi, per
cui non tutto va preso alla lettera; 3) l'episodicità di talune forme o espres-
sioni che possono essere anche "parole" di questo o quello scrittore, di
questo o quell'estensore di documento; 4) il pubblico cui un'opera tecnica
è diretta, non sempre e non necessariamente costituito da addetti all'arte,
per cui la lingua può non rispecchiare, sempre e comunque, quella degli
addetti; s) la compatibilità delle indicazioni fornite con i tempi, in parti-
colare economia, cultura, stato di crescita di una categoria o della società
nel suo insieme, ecc.

2.4. Caratteri generali

Esistono caratteristiche che accomunano tra loro tutte le lingue social-


mente marcate e altre che sono proprie di alcune ma non di altre. Tra le
INTRODUZIONE

prime possiamo mettere le modalità del rapporto con la lingua comune,


tra le seconde il grecismo e il volgarismo.

2.4.1. Lingua socialmente marcata e lingua comune. I punti di contatto tra le


lingue socialmente marcate e la comune sono molteplici, in concreto
grande parte del lessico, la quasi totalità delle strutture morfologiche e
sintattiche, e ciò per una serie di ragioni: a) il principio elementare della
psicologia cognitiva per cui ogni uomo tende a legare le nuove conoscen-
ze e dunque i nuovi segni a un nucleo preesistente di concetti e di forme,
che perlopiu si identificano con concetti e forme comuni; b) la necessità
piu o meno impellente per gli aderenti a un gruppo sociale di comunicare
con gli altri; c) il contemporaneo uso da parte del parlante, sia di una o piu
lingue settoriali, sia della comune.
Questi punti di contatto fanno si che parlanti e/o scriventi una lingua
socialmente marcata, trasferiscano in questa sia il vocabolario, sia le strut-
ture morfologiche e sintattiche della lingua comune e viceversa. Questo
trasferimento non è tuttavia meccanico e automatico, ma avviene attra-
verso alcune procedure o strumenti di adattamento e trasformazione di
cui i principali possono essere considerati la metafora, l'aggiunta di agget-
tivi o perifrasi, la predilezione per determinati morfemi e/o strutture sin-
tattiche, ecc. Esemplifichiamo: specus che nel linguaggio degli idraulici si-
gnifica 'canale aperto' o 'condotto sotterraneo', assume tale valore per
metafora a partire dai significati comuni di 'cavità' e 'grotta'; corvus demolitor
che nel linguaggio dei militari designa una sorta di 'gru con arpione' per
demolire dall'alto, diviene espressione tecnica grazie all'abbinamento di
due forme della lingua comune, in quest'ultima tuttavia non correlate a
formare una sola unità semantica, corvus, 'corvo' e demolitor, 'demolitore'; il
linguaggio degli agricoltori preferisce i suffissi -etum e -arium, per designa-
re luoghi in cui si collocano o si coltivano o si allevano piu oggetti, piante,
animali dello stesso genere: columbarium,gallinarium,glirarium, luoghi dove
si allevano, rispettivamente, colombe, galline, ghiri; mirtetum, olivetum,
luoghi dove si coltivano mirti, ulivi.
Va sottolineato, in questa sede, anche il diverso rapporto tra la lingua
comune e quelle settoriali, a seconda dell'estensione sul piano geografico

19
INTRODUZIONE

e su quello demografico e sociale di queste ultime. Se le dinamiche di


osmosi tra la lingua comune e le settoriali sono identiche, ben diversa può
essere l'entità di tale osmosi o, se si preferisce, del tranifert dall'una alle altre
e viceversa. In concreto, da questo punto di vista, l'apporto reciproco tra la
lingua comune e quella agricola è stato enormemente piu consistente di
quello che si può essere verificato tra la lingua dei gladiatori e la comune.
E di questa ben maggiore incidenza ne sono conferma le numerosissime
sopravv1venze romanze.

2.4.2. Volgarismi. Sono soprattutto le lingue relative alle arti non liberali,
dunque praticate soprattutto dai ceti inferiori, per es. soldati, gladiatori,
cuochi, agricoltori, che presentano una rilevante componente volgare. Si
tratta di forme, oltre che di locuzioni, che sono insieme tecniche e volga-
ri. È chiaro come l'elemento volgare che diventa tecnicismo nasce nell'am-
bito di quello che potremmo chiamare il cantiere, sovente come creazio-
ne spontanea. Tali tecnicismi-volgarismi certe volte sono sottolineati dal-
lo stesso autore di opere tecniche, quasi a prenderne le distanze. Essi si
riconoscono di solito abbastanza facilmente perché sono effettivamente
carichi, immaginifici, fantasiosi, fonicamente piu corposi. Un esempio:
Columella attribuisce ai rustici il termine dconia per designare uno stru-
mento atto a misurare la profondità dei solchi. Si tratta di un'impalcatura
con listelli incrociati, la quale in qualche modo richiama l'immagine della
cicogna, che sta su una sola zampa.

2.4.3. Grecismi. I grecismi lessicali rappresentano una componente rile-


vante nei linguaggi di quelle categorie professionali la cui arte è primaria-
mente greca o i cui addetti appartengono ai ceti inferiori, solitamente
privi di scrupoli puristici, sovente di madre lingua greca. In concreto essi
abbondano nei linguaggi dei medici, dei botanici, dei marinai, degli archi-
tetti, dei veterinari.
Sono molto frequenti anche nella lingua dei cristiani e in questo caso
la motivazione va cercata soprattutto nelle traduzioni bibliche che, per
volontà di letteralità, lasciano entrare i grecismi (molto spesso anche sin-
tattici); essi finiscono poi per influenzare pesantemente la lingua dei pri-

20
INTRODUZIONE

mi cristiani che il testo sacro quotidianamente leggono e ascoltano leg-


gere.
Il greco assume invece veste latina, dunque si tratta soprattutto di calchi
semantici e/o lessi cali, nei linguaggi di quelle arti o scienze che, pur essen-
do debitrici della ricerca e del pensiero greco, sono praticate da ceti supe-
riori, i quali hanno generalmente a cuore il purismo della lingua, soprat-
tutto nell'ultimo secolo della Repubblica e nel primo dell'Impero. In con-
creto il greco si "latinizza" nei linguaggi dei filosofi, degli astrologi e dei
grammatici.

3· ALCUNE LINGUE LATINE SOCIALMENTE MARCATE

Ci limitiamo qui a fare breve cenno di alcune lingue settoriali che sono
già state studiate piu o meno a fondo, cercando di fornire in modo estre-
mamente conciso per ognuna di esse alcuni dati informativi: le fonti per
la nostra conoscenza, le caratteristiche fondamentali, l'evoluzione in rap-
porto a quella dell'arte o della tecnica, una bibliografia essenziale.

3.1. Latino filosofico o dei filosofi

Fonti primarie per la conoscenza del linguaggio dei filosofi latini sono,
com'è ovvio, quelle opere che affrontano direttamente e sistematicamen-
te le problematiche relative all'origine, alla natura, alle finalità del mondo,
della divinità e dell'uomo, al rapporto tra gli dei e gli uomini e degli uo-
mini tra loro, alla conoscenza, alla natura del bene e del male, ecc. Tra
queste vanno menzionate almeno le seguenti: Academica, De fini bus bono-
rum et malo rum, Tusculanae disputationes, De natura deorum, Cato maior de senec-
tute, De divinatione, De jàto, De officiis, De amicitia di Cicerone, Dialoghi e
Epistulae ad Lucilium di Seneca, De Platone et eius dogmate e De Mundo di
Apuleio, De anima di Tertulliano, Contra academicos, De magistro, De ordine,
De vita beata, soliloquia di Agostino, De consolatione Philosophiae di Boezio.
Si possono considerare fonti secondarie quelle in cui il tema filosofico
non è fine a sé stesso o comunque primario, ma viene introdotto nel qua-
dro di una discussione o digressione, o polemica, oppure come parte di

21
INTRODUZIONE

considerazioni di ordine generale o di conoscenze enciclopediche. In


questo senso si possono ricordare, tra le altre, le Commedie di Plauto e Te-
renzio, le Satire di Lucilio, il De rerum natura di Lucrezio, i Mimi di Publilio
Siro, le Satire di Orazio e di Persia, l'Octavius di Minucio Felice, grande
parte dell'opera di Tertulliano, le Divinae institutiones di Lattanzio, i Com-
mentarii in Somnium Scipionis di Macrobio.
Come si vede la letteratura che può in qualche modo documentare il
linguaggio dei filosofi è ricchissima ed è tale da rappresentare vari livelli
dello stesso linguaggio piu o meno poetico, piu o meno popolare, piu o
meno tecnico.
Una definizione complessiva del linguaggio dei filosofi, come anche
della banalizzazione o poeticizzazione dello stesso è ancora da scrivere.
Le tematiche filosofiche che ottengono diffusione, cultori e pubblico a
Roma e nel mondo di lingua latina sono, come del resto la maggior parte
delle arti o tecniche, di provenienza greca ed ellenistica. La loro accoglien-
za come anche la loro rielaborazione e assimilazione iniziano con i primi
contatti tra Roma e la Grecia, certamente già ai tempi di Appio Claudio
Cieco (secc. IV-III a.C.), se sue sono le Sententiae che nell'Antichità gli
venivano attribuite. Questa ricezione, che comunque non è mai passiva,
concerne tematiche diverse e ottiene fortune non identiche a seconda dei
periodi storici e dei ceti sociali o gruppi ideologici ove essa ha luogo. Le
riflessioni di natura filosofica, che stando al teatro comico coinvolgono i
Romani all'età di Plauto e degli Scipioni, sembrano essere primariamente
di ordine etico (le relazioni interumane e l'humanitas) e il filosofo sembra
apparire come colui che piu sa, o meglio che è piu astuto. È nell'età di
Cicerone e Cesare che la ricezione romana, soprattutto con Cicerone ma
anche con Varrone, Nigidio Figulo e altri, si porta su problematiche piu
teoriche, pur non trascurando quelle etiche: rapporto uomo divinità, na-
tura di quest'ultima, destino e libero arbitrio, teoria della conoscenza. Nel
primo e medio Impero la speculazione filosofica, che vede i suoi principa-
li esponenti di lingua latina in Seneca e Apuleio, ritorna su problematiche
etiche, psicologiche e religiose, ma il tutto in un'ottica primariamente
individualista e individualistica. Il tardo Impero nei suoi piu importanti
pensatori, perlopiu cristiani (Tertulliano, Agostino e altri), privilegia te-

22
INTRODUZIONE

matiche etiche e religiose, in sé non estranee alla tradizione precedente,


ma, diciamo cosi, le "battezza".
La caratteristica piu importante del linguaggio filosofico, almeno quel-
lo piu elitario, a partire dall'epoca di Cesare e Cicerone, è indubbiamente
la ricerca e la creazione di un vocabolario capace di esprimere l'immate-
riale, il concetto astratto, come anche la formulazione di un periodare
capace di coniugare sequenzialità o consequenzialità dei concetti, con la
sintesi degli stessi, senza trascurare gli ornamenti della retorica, funziona-
li alla persuasione e alla conquista del lettore ascoltatore. La creazione di
un vocabolario filosofico dell'astratto, che naturalmente e perlopiu ha co-
me base il greco, avviene in molti casi attraverso calchi lessicali o seman-
tici, oppure attraverso un accumulo di sinonimi parziali che a loro volta
possono essere anche calchi lessicali o semantici. Prendiamo a modo di
esempio per questa attività creatrice la ricezione di un concetto basilare
nella teoria della conoscenza secondo gli stoici, quello dell'"assenso" o "ap-
provazione" nei confronti dell'acquisizione proveniente dai sensi. Questo
concetto Zenone di Cizio lo esprime con il termine greco synkatathesis.
Cicerone lo rende con un'endiade adsensio atqueadprobatio, termini che nel
loro valore primario appartengono ad altri ambiti e significano, rispettiva-
mente, 'gradimento' del pubblico nei confronti di un oratore e 'dimostra-
zione' della veridicità di un'affermazione. In questo caso la traduzione
ciceroniana del concetto greco consiste nel riversare su termini latini un
significato proprio del termine greco che essi non avevano ancora, e dun-
que fare dei calchi semantici, ma anche, attraverso l'endiade, nell'arricchi-
re o meglio dettagliare il suo significato. Per altri esempi vd. anche vol. 1
cap. 3, 4.2.5.2.2 e cap. 5, 4.2.3.
Un esempio di periodare articolato e insieme coerente e sintetico, ma
nello stesso tempo anche in linea con le esigenze e i dettami della retori-
ca, può essere preso anch'esso dal De natura deorum di Cicerone (lib. 1
par. 12):
Non enim sumus i qui bus nihil verum esse videatur, sedi qui omnibus veris jàlsa quaedam
adiuncta esse dicamus tanta similitudine ut in is nulla insit certa iudicandi et adsentiendi
nota. Ex quo exsistit et illud, multa esse probabilia, quae quamquam non perciperentur, ta-

23
INTRODUZIONE

men, quia visum quendam haberent insi~nem et inlustrem, his sapientis vita re~eretur, 'Non
siamo quelle persone alle quali nulla sembra vero, ma piuttosto quelle che riten-
gono che a ogni verità siano mescolate delle falsità, di modo che non esiste un
criterio sicuro in base al quale esprimere un giudizio e in base al quale dare il
proprio assenso. Da questo fatto deriva anche la conseguenza che ci sono molte
cose probabili, le quali anche ove non potessero essere percepite con i sensi, tut-
tavia, poiché esse potrebbero avere un'apparenza forte e rimarchevole, potrebbe-
ro regolare la vita del saggio'.

Anche nel linguaggio dei filosofi, pur nel quadro sostanzialmente per-
sistente delle caratteristiche di fondo appena accennate, si possono rileva-
re delle specificità o meglio delle tendenze o tematiche dominanti nei
vari periodi storici. Facciamo solo un esempio tratto dal De anima di Ter-
tulliano (cap. 22 par. 2). In questo passo, relativo alla descrizione delle ca-
ratteristiche dell'anima, in uno stile ricco di figure retoriche (climax, chia-
smi, omoteleuti, ecc.), accanto all'uso di attributi già propri della tradizio-
ne filosofica o comunque letteraria pagana, Tertulliano introduce, all'ini-
zio e alla fine, quasi a significare il perfezionamento del discorso, due at-
tributi dell'anima propriamente cristiani: deijlatu natam e ex una redundan-
tem:
Dtjìnimus anima m dei Jlatu natam, immortalem, corporalem, td]ìgiatam, substantia simpli-
cem, de suo sapimtem, varie procedentem, /iberam arbitrii, accidentis obnoxiam, per ingenia
mutabilem, rationalem, dominatricem, divinatricem, ex una redundantem, 'Abbiamo defi-
nito l'anima come nata dal soffio di Dio, immortale, corporea, dotata di un suo
aspetto, fatta di un'unica sostanza, sapiente per se stessa, in grado di svilupparsi in
modo diverso, fornita di libero arbitrio, soggetta a imprevisti, mutabile grazie alle
sue caratteristiche innate, razionale, dominatrice, divinatrice, derivante da una
sola anima'.

3.2. Latino politico o dei politici

Per la lingua dei politici non possediamo fonti di conoscenza primarie,


se si vuole una letteratura dell'arte, come per altri linguaggi settoriali.
Questo non significa tuttavia che non possiamo ricostruirne le caratteri-
stiche fondamentali: lessemi, semantemi, stilemi, ecc. Allo scopo partico-

24
INTRODUZIONE

larmente utili si rivelano, in primis, i discorsi od orazioni di contenuto


prevalentemente politico (per es. le Catilinarie di Cicerone) e i pane giri ci
di epoca imperiale; in secondo luogo di grande importanza sono le opere
storiche e all'interno di queste i discorsi degli uomini politici, sovente ri-
portati integralmente e comunque ricostruiti (per es. i libri Ab urbe condita
di Tito Livio). Anche le opere letterarie scritte a fini d'arte (per es. le com-
medie plautine) possono essere funzionali alla ricostruzione del linguag-
gio politico: questo può essere parafrasato allo scopo di qualificare un per-
sonaggio, descrivere una situazione. Non prive di utilità sono le iscrizioni
funebri in cui sovente viene evocato il cursus honorum e le qualità di uomi-
ni politici di rilievo. Importanti sono i programmata, o manifesti elettorali,
giunti fino a noi dagli scavi di Pompei: essi documentano una serie di
espressioni tecniche che potremmo definire diastratiche, comuni tra can-
didato ed elettore, il primo in genere di livello alto, almeno economica-
mente. Alcuni esempi: oro vas Jaciatis, 'vi prego di votare', è la formula p ili
comune per chiedere il voto; d~nus rei publicae, 'degno dell'amministrazio-
ne pubblica', e vir bonus, 'uomo idoneo a governare', sono tra gli elogi piu
comuni con cui i candidati si presentano al proprio elettorato.
Piuttosto !abili rimangono anche i confini o gli ambiti di pertinenza
della lingua dei politici: indubbiamente sono specifici della politica, ad
esempio la propaganda e i programmi elettorali, i rapporti con i cittadini
e con le istituzioni, le fazioni e i partiti o gli schieramenti politici, e tuttavia
questi ambiti finiscono per sconfinare in altri o per coinvolgere altri lin-
guaggi marcati, come quelli delle leggi dei giuristi, della religione e dei
sacerdoti, della filosofia e della morale. Questo fa si che una serie di lesse-
mi e di espressioni appartenga all'uno e all'altro linguaggio, per es. fldes,
benificium, humanitas, dignitas, bonus: in questi e in numerosissimi altri casi
la differenziazione tende a realizzarsi sul piano semantico e non su quello
lessicale ed è il contesto a guidare la comprensione del lettore.
Ritorniamo su alcuni degli esempi sopra addotti:fldes, 'fedeltà ai patti o
alle promesse' nel linguaggio politico, 'garanzia' nel linguaggio giuridico;
henificium, 'favore o privilegio concesso da un uomo politico o da una isti-
ttJZione' nel linguaggio politico, 'trattamento favorevole accordato da una
legge a una determinata categoria' nel linguaggio giuridico; bonus, 'colui

25
INTRODUZIONE

che fa parte del proprio schieramento o fazione politica', 'colui che possie-
de le virru dell'onestà e lealtà' nel linguaggio filosofico e morale.
Tra i caratteri principali del linguaggio dei politici si possono annovera-
re quelli della volatilità semantica e dell'affettività o emotività, soprattutto
nelle epoche in cui lo scontro fra le parti è piu violento e la tensione socia-
le è piu forte, in particolare dunque nell'ultimo secolo della Repubblica
(vd. vol. I cap. 3, 4.2.5.2.4). Un tipico esempio di volatilità semantica può
essere il termine libertas, 'libertà', se si pensa che libertas è, per cosi dire, la
"bandiera" degli eserciti romani di occupazione, e che sulla bocca degli
aristocratici in epoca repubblicana significa 'mantenimento dello status
quo', mentre in epoca imperiale può essere la condizione delle persone
libere di esprimere il proprio pensiero in regimi in cui tale libertà non c'è.
Forme emotivamente cariche come, seditiosus, 'fazioso'; improbus, 'scellera-
to'; audax, 'arrogante'; o ancora piu pesanti come belua, 'belva'; pestis, 'pe-
ste'; pernicies, 'flagello' (queste ultime in Cicerone) possono caratterizzare
l'avversario politico.
Pur nel permanere di alcuni caratteri fondamentali, anche il linguaggio
politico naturalmente porta i segni del tempo e si trasforma a seconda del-
la struttura dello stato, del concetto di autorità, delle funzioni delle istitu-
zioni che evolvono. Esempi di trasformazione possono essere il moltipli-
carsi delle allocuzioni onorifiche rivolte a imperatori, re e alti dignitari di
epoca tardo-antica e romano-barbarica, riflesso dell'assolutismo e della
ricerca di consenso (vd. vol. 1 cap. 8, 4.2.8), oppure il significato della paro-
la libertas di cui sopra.

3·3· Latino astronomico e astrologico o degli astronomi e degli astrologi

Per il mondo antico possiamo parlare di linguaggio degli astrologi e


degli astronomi indifferentemente, in quanto quelle che per noi sono due
scienze distinte, tali non erano allora. I due termini greci astronomia e astro-
lo~ia e quelli latini corrispondenti sostanzialmente si equivalgono.
Per la conoscenza e lo studio del linguaggio astronomico o astrologico
latino possediamo fonti primarie in opere specifiche. In versi: gli Aratea di
Cicerone (solo estratti, ma di una certa ampiezza), traduzione in esametri

26
INTRODUZIONE

dei Fenomeni di Arato; gli Arati phaenomena di Germanico; i cinque libri


degli Astronomica di Manilio; gli Aratea di Avieno, un altro rifacimento del
poema di Arato; l'Aratus latinus del VII secolo. In prosa: gli Astronomica di
Igino, mitografo e astronomo; i Matheseos libri di Firmico Materno; il libro
8 del De nuptiis Mercurii et Philologiae di Marziano Capella; il cap. 7 del se-
condo libro delle Institutiones di Cassiodoro, intitolato De astronomia; il De
natura rerum e il libro terzo delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia; il De re-
rum natura di Beda. Fonti secondarie possono essere considerate molte
opere della letteratura d'arte, filosofica, tecnica, tra cui, in particolare, si
devono menzionare il Somnium Scipionis, il De natura deorum e il De divina-
tione di Cicerone, le Georgiche di Virgilio, i Fasti ovidiani, il De architectura di
Vitruvio (lib. 9), il De die natali di Censorino, i Commentarii in Somnium
Scipionis di Macrobio.
I.:astronomia e l'astrologia sono essenzialmente greche ed ellenistiche
anche se affondano le loro radici nella civiltà mesopotamica. Il contributo
romano sul piano della ricerca non si può dire rilevante, anche se l'interes-
se è esteso e l'astronomia rientra tra le arti liberali. Quest'ultimo fatto
giustifica e spiega la sua presenza nelle opere enciclopediche. Lo sfrutta-
mento di queste due scienze a fini politici e di propaganda, dato il loro
grande impatto sociale e culturale nella credulità popolare, è riscontrabile
in ogni fase della storia e civiltà antica, dunque anche romana. Nella tarda
latinità l'astronomia greco-romana continua a essere studiata, ma in essa
accanto alle fonti tradizionali greche e romane si aggiunge la Bibbia con
autorità primaria.
Caratteristica principale della lingua tecnica dell'astrologia può essere
considerata la sua poeticità o, con un gioco di parole, la non tecnicità; da
qui la forte presenza di poetismi, che per loro natura sovente sono affetti-
vamente carichi, evocativi, semanticamente espansi, vari e molteplici per
esprimere uno stesso concetto. Cosi ad es. l'asse celeste o terrestre viene
chiamato polus, vertex, cardo, axis; il pianeta Venere Vésperugo, Iubar, Lucifer,
Vésper, Venus, Citherea, Idalium astrum, paternum sidus, ecc.
Le condizioni culturali e politiche accennate sopra, da cui le scienze
astrologiche sono influenzate, nel tempo determinano anche l'evoluzio-
ne del linguaggio relativo: cosi ad es. il pianeta Venere sarà chiamato pater-

27
INTRODUZIONE

num sidus da Valeria Massimo, nel quadro dell'esaltazione della dinastia


Giulio-Claudia, che giusto alla dea Venere riconduce la sua origine; cosi
sempre lo stesso pianeta chiamato Lucifer nel De natura rerum di Isidoro di
Siviglia diventa bipertitus, 'diviso in due parti', sulla base della Bibbia: una
parte simbolo di Cristo che porta la luce, una parte simbolo del piu lumi-
noso degli angeli ribelli, appunto Lucifero.

3·4· Latino grammaticale o dei grammatici

Fonti primarie per lo studio e la conoscenza della lingua dei grammati-


ci sono indubbiamente le varie Artes xrammaticae che ci sono giunte in
numero considerevole e una serie di trattati specifici su singoli aspetti
della materia, dall'ortografia, all'accento, alla metrica. Tra i grammatici la
cui opera è giunta fino a noi meritano una menzione particolare almeno
i seguenti: Varrone, Terenzio Scauro, Velio Longo, Terenziano Mauro,
Donato, Dositeo, Mario Vittorino, Carisio, Diomede, Consenzio, Sacer-
dote, Foca, Prisciano, Eutiche, Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Beda. Van-
no menzionate anche opere anonime come gli Instituta artium e l'Appendix
Probi. Di altri autori, che sappiamo aver affrontato tematiche grammatica-
li ma di cui non è conservata l'opera (perlopiu collocabili nell'età di Plau-
to e degli Scipioni e in quella di Cesare e Cicerone), conosciamo varie
questioni e possediamo frammenti per via indiretta, soprattutto grazie ai
grammatici successivi. Tra questi da menzionare almeno Accio, Stilone
Elio, Cosconio e Nigidio Figulo. Numerose sono anche le fonti seconda-
rie, perdute e no, autori e opere non espressamente grammaticali e tutta-
via caratterizzati da interventi sul tema; tra questi Appio Claudio Cieco,
Ennio, Lucilio, Cesare, Cicerone, Rhetorica ad Herennium, Plinio il Vec-
chio, l'imperatore Claudio, Quintiliano, Frontone, Gellio, Macrobio.
Tanta produzione e tanto interesse hanno ragioni e modalità diverse e
sono comunque da collegare alla situazione culturale, economica, sociale
delle varie epoche. Nell'età repubblicana le urgenze o problematiche che
rientrano nell'ambito della grammatica sono essenzialmente due: a) fissa-
re delle regole precise sul piano grafico e fonetico, ma anche su quello
della definizione del vocabolario in funzione della composizione di opere

28
INTRODUZIONE

letterarie e della loro fruizione da parte del pubblico; b) definire la natura


della lingua latina - venuta a contatto con altre lingue come le italiche,
l'etrusco e soprattutto il greco-, la sua origine, la sua specificità (vd. vol. I
cap. 2, 4.1.1-2). Nei primi tre secoli dell'epoca imperiale il compito piu
importante dei grammatici è quello della trasmissione del sapere gram-
maticale a livello scolastico, vuoi in rapporto alle esigenze della classe
colta, vuoi in rapporto alle esigenze delle masse, in cui sempre piu nume-
rose sono le persone che possono o devono accedere alla scrittura e alla
lettura, seppure a livelli diversi (vd. vol. I cap. 5, 2.5; 4.1-2), vuoi in funzione
dell'apprendimento delle lingue, greca per i latinofoni e latina per i greco-
foni. Negli ultimi secoli del periodo imperiale fino all'epoca di Carlo Ma-
gno il compito dei grammatici diventa quello di porre un freno alla rapida
trasformazione della lingua in seguito a molteplici fattori, dall'impoveri-
mento economico, alle invasioni barbariche, al riemergere delle lingue
indigene, ecc. (vd. vol. I cap. 8, 4.2.3).
Carattere principale della lingua dei grammatici latini, debitori soprat-
tutto di quelli ellenistici, è lo sforzo di latinizzazione, piu riuscito che in
altri linguaggi speciali o tecnici. Perlopiu si tratta di calchi dal greco che
hanno finito per ottenere una grande fortuna fino ai nostri giorni non
solo nell'italiano, ma anche nelle altre le lingue occidentali moderne: al-
cuni esempi tra i piu noti e diffusi: aaentus, 'accento', gr. prosoidia; adver-
hium, 'avverbio', gr. epirrema; casus, 'caso', gr. ptosis; coniugatio, 'coniugazione',
gr. syzyjZhia; littera, 'lettera', gr.grdmma; nomen, 'nome', gr. 6noma; participium,
'participio', gr. metoché; praepositio, 'preposizione', gr. pr6thesis; pronomen,
'pronome', gr. antonymia; vox, 'suono', gr. phone.
Altro carattere del linguaggio dei grammatici appare essere la frequen-
te interferenza delle due lingue, o meglio del greco nel latino, anche nel
caso di nessi non necessariamente tecnici, e ciò soprattutto a partire dal II
secolo. Si tratta certamente di un effetto della grande familiarità dei gram-
matici (ma non solo, vd. vol. I cap. 6, 4.2.6) con il greco (talora peraltro di
madre lingua greca come ad es. Carisio, Diomede, Prisciano e altri). Un
solo esempio, tra i molti possibili, tratto da Velio Lo n go (G L, VII p. 48 rr.
1-3): Simonides invenit duas vocales quas dixit physei makràs, e et o, 'Simonide ha
inventato due vocali, eta e omega, che ha chiamato lunghe per natura'.

29
INTRODUZIONE

Anche il linguaggio dei grammatici porta il segno delle differenti pro-


blematiche dominanti e affrontate in tempi diversi. Sono proprie dell'epo-
ca repubblicana, in particolare del I sec. a.C., espressioni e parole come
verbum primigenium, 'parola primitiva'; verbum declinatum, 'parola derivata';
declinatio, 'derivazione'. Queste sono coniate nel contesto della questione
circa l'epoca dell'origine del linguaggio, e della teoria secondo cui esso,
opera degli uomini (onomaturghi), a partire da un nucleo originario viene
continuamente arricchito attraverso gli strumenti della flessione e della
derivazione (vd. vol. I cap. 3, 4.1.4). Appartengono all'epoca romano-bar-
barica, le iuncturae lingua rustica o sermo rusticus, nel senso di 'lingua d'uso
corrente'. Tale identificazione è ovviamente da collegare allo stacco cre-
scente tra la lingua letteraria artificiosa rivolta al passato e quella corrente,
al rapido evolvere della lingua latina d'uso in seguito ai vari fattori di ordi-
ne economico, sociale e culturale che caratterizzano il periodo.

3·5· Latino architetturale o degli architetti

Il De architectura di Vitruvio e un suo breve riassunto del sec. III, opera


di Cezio Faventino, costituiscono tutta la letteratura tecnica sull'argo-
mento giunta fino a noi e sono dunque le uniche fonti primarie. Il fatto
può suscitare meraviglia se si considerano le grandi costruzioni che l'An-
tichità greca prima {soprattutto V secolo a.C.), ellenistica poi e infine ro-
mana (soprattutto fine Repubblica e primo Impero) hanno realizzato. In
effetti dalla prefazione allib. 7 del De architectura di Vitruvio si ricava l'esi-
stenza di un numero rilevante di autori e opere in tema, da lui utilizzate
come fonti, in prevalenza assoluta di lingua greca. Le uniche fonti che egli
menziona in lingua latina sono Varrone, di cui probabilmente allude a un
libro dei Disciplinarun libri, Fuficio e Publio Settimio di cui non ci resta
nulla e non sappiamo nulla.
Fonti secondarie possono essere la Naturalis historia di Plinio (in partic.
illib. 36), come anche non poche iscrizioni, i lessicografi e anche alcuni
scrittori non specialisti come per es. Cicerone o Plinio il Giovane.
Quando si parla di lingua degli architetti in rapporto all'Antichità, in
essa vanno comprese anche le lingue di coloro che oggi chiameremmo

30
INTRODUZIONE

ingegneri o tecnici militari, idraulici, ecc. In effetti la figura dell'architetto


latino è molto piu comprensiva di quella dell'architetto odierno. Per la
conoscenza della lingua degli architetti in questo senso "allargato" dispo-
niamo di altre fonti dirette, come il De aquae ductu di Frontino, l'Epitoma rei
111ilitaris di Vegezio e l'anonimo De rebus bellicis, e come fonti secondarie
soprattutto le opere storiche, ma anche i poemi epici.
Un aspetto abbastanza vistoso di questo linguaggio sono «le denomina-
zioni metaforiche particolarmente frequenti11 (Callebat, Dénominations, p.
634), sovente derivate dall'uomo, il suo corpo, le sue attività piu comuni:
Jl'mur, 'pilastro', significato primario (d'ora in poi s.p.) 'femore';frons, 'fac-
ciata', s.p. 'fronte'; supercilium, 'architrave', s.p. 'sopracciglio'. È chiaro che
alcuni di questi termini possono essere nati nel cantiere e altri possono
essere creati da tecnici di piu alta formazione. Porta i segni di un tecnici-
smo nato in cantiere, per la sua carica espressiva e per l'aspetto popolare,
un'espressione come tegula mammata a indicare una 'tegola a mammella',
oppure il verbo despumare, 'pulire', che nel suo significato piu comune
designa l'azione di togliere la schiuma; al contrario hanno tutta l'aria di
essere tecnicismi di origine colta parole del linguaggio anatomico greco,
solo in latino utilizzate come termini dell'architettura, quale per es. astra-
.~alus, 'modanatura di profilo convesso', in greco astrà~alos ('astragalo', osso
della caviglia). Di importazione perlopiu colta (ma non necessariamente
dato il grande numero di addetti alle opere architettoniche di origine gre-
ca) si possono considerare i numerosissimi grecismi, cui sovente Vitruvio
oppone una traduzione latina (piu di un centinaio di volte) anche al fine
di costruire un linguaggio tecnico latino.
Anche la lingua dell'architettura è lo specchio dell'evoluzione e della
trasformazione dell'arte. I grecismi numerosi cui si è fatto sopra cenno,
sono indubbiamente il prodotto dell'ellenizzazione dell'arte del costrui-
re (templi, ville, ecc.), iniziata già dai tempi degli Scipioni (vd. vol. I cap.
2, 2. 5).

3.6. Latino zoologico o degli zoologi

Fonti primarie per lo studio della lingua degli zoologi possono essere

31
INTRODUZIONE

considerate le opere che descrivono le caratteristiche morfologiche e i


comportamenti degli animali. Tra queste, scritte in latino, vanno menzio-
nati in primo luogo alcuni libri della Storia naturale di Plinio, per es.l'8, il9
e l'u, come pure gli Halieutica attribuiti a Ovidio e il libro 12 delle Etymo-
logiae di Isidoro. Fonti secondarie sono indubbiamente le opere agricole di
Catone, Varrone, Virgilio, Columella, Palladio, lo pseudo-gargiliano De
cura boum, i Cynegetica o 'Scritti sulla caccia' di Grattio e Nemesiano, i be-
stiari tardo-antichi e gli scritti di veterinaria (vd. sotto). Non mancano
descrizioni di animali anche in opere di storiografia o poetiche, si pensi al
De bello gallico di Cesare (lib. 6 capp. 26-28), al De rerum natura di Lucrezio
(lib. 4, vv. 987-1010), al De bello civili di Lucano (lib. 9, vv. 700-889) e l'elen-
co potrebbe continuare; in queste opere tuttavia l'attenzione dello scritto-
re è concentrata sul meraviglioso, sull'etologico, per cui il contributo sul
piano della conoscenza del linguaggio zoologico va valutato con cautela.
Dato che l'interesse del mondo latino per gli animali (come del resto
anche per le piante) non è fine a se stesso, ma funzionale all'utile che se ne
può trarre, oppure alle loro caratteristiche insolite e meravigliose (quest'ul-
timo atteggiamento è tipico anche della ricerca greca post-aristotelica), è
chiaro che i Romani non hanno sviluppato una vera e propria scienza
zoologica, come nemmeno dei criteri di classificazione rigorosi, inoltre
hanno preso in esame solo un numero limitato di animali.
Un aspetto, che nel linguaggio zoologico latino colpisce il lettore mo-
derno, è l'approssimazione semantica, la polisemia, la scarsa precisione
dei termini usati per classificare, descrivere gli animali. Di <momenclatura
generica e scarna>> parla Capponi, Plinio, p. 227: genus può significare, a
seconda dei contesti 'classe' ma anche 'famiglia', 'sottofamiglia', 'genere',
'specie' 'sesso'· cosi forma 'bellezza' 'figura' 'aspetto esterno' 'colore'
' ' ' ' ' ' '
'piumaggio'; pinna, 'piuma', ma anche 'piumino', 'ali', 'timoniere'; dorsum,
'pelle'.
Va detto che questo carattere è tipico soprattutto dei libri pliniani, i
quali peraltro rappresentano la fonte principale per la nostra conoscenza
del linguaggio zoologico latino. In Plinio questo aspetto può essere anche
intenzionalmente ricercato, dato l'obiettivo e il pubblico della sua opera
da lui stesso dichiarati nella prefazione allibro 14: la diffusione di una cui-

32
INTRODUZIONE

rura generale (enkyklios paidefa) anche presso il volgo illetterato. In qualche


modo la egestas, 'povertà', del linguaggio zoologico latino è confermata da
Apuleio che nel cap. 38 della sua Magia afferma di aver creato, in relazione
ai pesci, parole sconosciute ai Romani, derivate dai Greci, ma di puro co-
nio latino:
In quibus animadvertes cum me <mirabiles res et) cognitu raras, tum nomina etiam Romanis
irwsitata et in hodiernum quod sciam infecta, ea tamen nomina labore meo et studio ita de
Graecis provenire, ut tamen Latina moneta percussa sint, 'In questi (nei miei scritti in
latino) noterai sia cose meravigliose e difficilmente conoscibili, sia parole inusita-
tc per i Romani e fino a oggi, che io sappia, mai create, che grazie al mio lavoro e
al mio impegno se da un lato sono di origine greca, dall'altro tuttavia sono battute
in moneta latina'.

Nel successivo capitolo Apuleio, facendo il confronto tra sé ed Ennio,


autore degli Hedyphagetica, sottolinea il fatto che egli descrive con termini
propri ed eleganti (propriis et elegantibus vocabulis) cose note a pochissimi.
In conclusione la lingua degli zoologi che noi possiamo ricostruire ap-
pare scarsamente tecnica, sfocata, vaga, imprecisa: questo carattere può
essere il frutto di un interesse limitato, e comunque non fine a se stesso,
come anche di una scelta stilistica del principale autore di zoologia giunto
fino a noi, cioè Plinio. Quanto Apuleio con la sua opera sui pesci abbia
perfezionato la lingua tecnica zoologica latina non è dato conoscere. Né
presenta una maggiore tecnicizzazione Isidoro, che segue essenzialmente
Plinio, salvo lasciare qualche traccia della cristianizzazione del suo tempo,
come ad es. l'etimologia di ovis ricondotta a oblatio nel suo senso cristiano,
cioè 'sacrificio offerto al Signore', vd. Etymologiae (lib.12 cap.1 par. 9).

3-7· Latino veterinario o dei veterinari

Il latino veterinario, sopratrutto ippiatrico, è relativamente ben docu-


mentato. Sono giunti fino a noi trattati specifici che ne costituiscono la
fonte primaria: il De cura boum dello Pseudo Gargilio Marziale, la Mulome-
dicina Chironis, la Mulomedicina di Vegezio e l'Ars veterinaria di Pelagonio.
Ampi capitoli di contenuto veterinario si leggono all'interno dei trattati

33
INTRODUZIONE

agricoli di Catone (i capp. 79-82,105, 111, 112), di Columella (lib. 6 capp. 4,


9, 11; lib. 7 capp. 5, 11, 12, 14) e di Palladio (lib.14). Cenni di medicina vete-
rinaria non mancano nemmeno nel De re rustica di Varrone (in partic. i li b.
2 e 3). A questi si devono aggiungere quasi 100 versi del li b. 3 delle Georgiche
virgiliane, specialmente i vv. 470-566 dedicati alla peste che colpisce vari
animali.
I.:arte veterinaria in quanto insegnata e studiata, insieme teorica e pra-
tica, si può dire diffusa, nel mondo latino, almeno dal I sec. a.C., se Varro-
ne nel De re rustica (lib. 2 cap. 7 par.16) parla di medici pecorum, 'veterinari', e
insieme di scripta, 'manuali' di sintomatologia e patologia che il pastore
deve avere a disposizione (dal li b. 2 cap. 10 par.10 si deduce che si tratta del
magister pecoris, 'responsabile del bestiame e dei pastori').
Ovviamente non mancano conoscenze e interessi di anatomia degli
animali, come di terapia, nei secoli precedenti (soprattutto nel mondo
greco), si tratta tuttavia di speculazione piu o meno teorica e astratta (me-
dici e filosofi) o di pratica e rimedi empirici messi in atto da pastori e
contadini.
La medicina veterinaria pratica, applicata da agricoltori e pastori, ha
una sua tradizione scritta nell'ambito delle opere agricole: certamente in
quella perduta di Magone, poi nei capitoli o libri sopra segnalati di Cato-
ne, Varrone, Columella e Palladio. È tuttavia solo nel IV secolo, per quan-
to possiamo giudicare dalle opere specifiche a noi giunte, a partire da Ab-
sirto per il greco e da Pelagonio per il latino, che la veterinaria si stacca
come scienza autonoma dalla medicina e acquista coscienza di una sua
dignità e importanza. Segno di questa consapevolezza è anche una certa
volontà letteraria espressa nelle prefazioni e concretamente realizzata nei
trattati di Pelagonio e di Vegezio.
Data la storia dell'arte veterinaria appena accennata e la stretta parente-
la con la medicina, almeno fino al III secolo d.C., è ovvio che non poche
caratteristiche del suo linguaggio siano in comune con quello medico, ma
che si registrino anche elementi esclusivi, da ricondurre alle specificità
della medicina animale e alla presenza della tradizione pastorale e conta-
dina.
A livello di lessico numerosissimi sono i termini in comune con illin-

34
INTRODUZIONE

guaggio medico per designare medicamenti, patologie, parti anatomiche,


ecc., di cui non pochi greci: aeris squama, 'scaglie o squame di rame'; aerun-
.~o, 'raschiatura di verderame'; butyrum, 'burro'; ceratum, 'cerato'; clyster, 'cli-
stere'; dysuria, 'difficoltà di urinare'; emplastrum, 'impiastro';Jemur, 'femore';
hydrops, 'idropisia'; hydropicus, 'idropico'; epiphora, 'epifora'; lana sucida, 'lana
non sgrassata'; morbus articularis, 'malattia che colpisce le articolazioni'; mor-
bus regius, 'itterizia'. A livello sintattico e stilistico sono frequenti le mede-
sime tipologie di strutture e stile mi: ex con valore comitativo; 2" pers. sing.
del presente per imperativo; espressioni tecniche quali inducere cicatricem,
'cicatrizzare', urinam movere, 'far urinare'; metafore (ad es. patologie deno-
minate da animali, da oggetti che presentano somiglianza esterna); meto-
nimie (es. la parte malata per la malattia, l'azione medicamentosa per il
medicinale); brachilogie (es. omissione di predicato o del soggetto o del
sostantivo nell'espressione aggettivo + sostantivo), e l'elenco potrebbe
continuare a lungo (vd. cap. 6, 3).
A fronte dei fatti in comune con il latino medico, quello veterinario
presenta non poche specificità, in modo particolare a livello di lessico
(evidenziate soprattutto dagli studi di Adams), che nascono ovviamente
da esigenze proprie della veterinaria in opposizione alla medicina. Ora si
può trattare di dover dare un nome a parti esclusive dell'anatomia anima-
le, per es. della zampa posteriore del cavallo: acrocoleflum, 'parte alta dell'ar-
ticolazione della coscia', gr. akrokolyphion (Chirone, Vegezio); colefium,
'articolazione della coscia', gr. kolyphion (Chirone, Vegezio, ma anche
Plauto, Petronio); gamba, 'garretto' (Chirone, Vegezio); subgamba, 'parte
sottostante il garretto' (Chirone, Vegezio); supragamba, 'parte soprastante
il garretto' (Chirone, Vegezio); ora si può dare la necessità di catalogare o
differenziare malattie tipiche degli animali, alcuni esempi:Jamex, 'tumo-
re', 'eruzione di sangue' (Pseudo Gargilio, Chirone, Pelagonio, Vegezio);
pantex, 'ulcera che nasce nel ventre' (Vegezio, ma con il significato di ven-
tre umano e animale in Plauto, Marziale, Carmina Priapea); pulmunculus,
'affezione', 'ulcera sul dorso di vari animali' (Chirone, Pelagonio, Vege-
zio);pispisa, 'cancro subcutaneo' (Chirone).
Questo vocabolario tipico, si caratterizza per una notevole varietà di
livelli: si va dal termine di tradizione tecnica medica o letteraria come

35
INTRODUZIONE

emplastrum, 'impiastro'; ~nis sacer, 'fuoco sacro', al termine proprio dei ru-
stici o contadini per es. pusula per ignis sacer (Columella); coriago, 'coriaggi-
ne' (Columella, Vegezio), al grecismo integrale e di tradizione medica
quale hydrops, 'idropisia', gr. hydrops, a quello deformato e sfigurato come
Jarcimina, 'farcino', gr. phalkinina (Vegezio), al volgarismo come pispisa, 'ul-
cera purulenta' (Chirone, Vegezio), o clavus morticinus, 'callo' (Chirone).
Tanta molteplicità di livelli è da ricondurre alla storia della veterinaria
(dalla pratica degli addetti al bestiame, alla speculazione teorica di fisici e
medici, alla formazione di scuole e di una scienza specifica), alle fonti
(greche e latine, orali e scritte, volgari e colte) e al pubblico della lettera-
tura veterinaria (pastori, veterinari di professione, proprietari agricoli).

3.8. Latino botanico o dei botanici

Possono essere considerate fonti primarie di questa lingua i libri 12-19


della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, l'Herbarius dello Pseudo Apu-
leio, la traduzione latina della Materia medica di Dioscoride, il cosiddetto
Dioscoride Langobardo.
Tra le fonti secondarie sono da annoverare il De agri cultura di Catone, il
De re rustica e il De arboribus di Columella, il De hortis di Gargilio Marziale,
l'Opus agriculturae di Palladio, le Etymologiae di Isidoro (lib. 17 capp. 6-11).
Né si possono ignorare le opere letterario-artistiche in cui la descrizione
delle piante svolge un ruolo poetico, sovente paradigmatico della vicenda
umana: tra queste, in primis, vanno segnalate le Georgiche, le Bucoliche e
l'Eneide di Virgilio, le Metamorfosi di Ovidio.
Complessivamente il totale delle piante, di cui ci consta che gli antichi
si siano interessati, supera di poco il migliaio. In particolare l'attenzione
era rivolta a quelle che avevano una rilevanza economica per il loro uso in
medicina, nell'alimentazione o nelle attività artigiane. Dato il numero re-
lativamente basso delle piante studiate e l'interesse prevalentemente eco-
nomico, non si sviluppa un unico sistema efficace e coerente di cataloga-
zione: ora quello della magnitudo, ora quello dell'uso o destinazione, ecc.
Un carattere vistoso della lingua tecnica botanica latina, o meglio del
suo lessico, sono i nomi greci delle piante, circa il3o%. Questa percentua-
INTRODUZIONE

le sale se si prendono in considerazione le piante di uso medico (in Mar-


cello Empirico, ad es., sono 219 su un totale di 405). La grande diffusione
dei nomi greci delle piante in generale e medicinali nello specifico si spie-
ga con la loro importazione dalle regioni ellenizzate (soprattutto a partire
dall'epoca della pax augustea), con l'assenza tra i Latini di onomaturghi di
qualità e prestigio e soprattutto con la nazionalità greca della maggior
parte dei medici in epoca repubblicana e del primo Impero.
Negli erbari tardo-antichi, specie quello dello Pseudo Apuleio, ai nomi
latino-greci delle piante si aggiungono sovente anche quelli delle varie
lingue indigene riemergenti, fenomeno collegato sia alla regressione del-
la conoscenza del latino da parte dei ceti inferiori indigeni, sia alla diffu-
sione per ragioni economiche della medicina popolare. Un esempio, la
gramigna dell'Herbarius pseudo-apuleiano (cap. 78):
A Graecis dicitur agrostis epamelotos, ali i aegicon, alii amaxitin, Aegypti anuspe, Daci par-
thia, Itali gramen ali i assefolium, ali i vinio/a, 'Dai Greci è detta agrotis epamelotos, altri
aegicon, altri amaxitin, gli Egiziani la chiamano anuspe, i Daci parthia, gli ltalici gra-
men, altri assefolium, altri viniola'.

Accanto alla grande presenza di denominazioni greche o di origine


greca, colpisce una serie di denominazioni latine di origine popolare,
espressive e immaginifiche, costruite per transfert <(a partire dal regno ani-
male, piu attivo e piu presente)) (Flobert, p.123) a quello vegetale, su nomi
di animali utilizzati direttamente, o come aggettivi che specificano il no-
me generico, o come genitivi di specificazione: eruca, 'rucola', ma anche
'bruco'; testiculus canis, 'orchidea', ma lett. 'testicolo di cane'; herba luparia,
'aconito', ma lett. 'erba di lupo', ecc.
Come emerge da quanto sopra accennato, è chiaro che anche la lingua
dei botanici latini evolve, si arricchisce nel tempo in rapporto ai vari fatti
economici e culturali. Solo un paio di esempi. Il benessere garantito dalla
pax augustea, la libertà dei traffici, la richiesta da parte del mercato di pro-
dotti agricoli non tradizionali, fanno si che si coltivino piante da frutto
ignorate prima e quindi se ne introduca il nome, come il pesco e l'albicoc-
co: persicum, 'pesca'; persicum malum, 'pesca'; armenium, 'albicocca'; armenia-
cum malum, 'albicocca'; praecoquum malum, 'albicocca' (varietà precoce). Il

37
INTRODUZIONE

ricorso alla medicina a buon mercato per i piu poveri nel tardo Impero
determina l'utilizzo di piante locali e il lessico botanico si arricchisce di
nomi di piante/erbe indigeni e popolari: cosi per la camomilla cicer rusti-
cum, labrum veneris, per la genziana herba comitialis, per la portulaca porca-
strum, per la sassifraga vitis canina, ecc.

3·9· Latino militare o dei militari

È necessario distinguere la lingua speciale dei militari, comprendente


le denominazioni e le formule relative all'esercito romano (gerarchie, ar-
mamenti, tattiche, diritto militare, accampamenti, logistica, ecc.), dalla
lingua castrensis o, se si preferisce, della truppa, dei soldati, in cui sovente il
linguaggio tecnico per forza di cose rifluisce, ma assume "colore", si bana-
lizza, si impoverisce di elementi tecnici e per converso si arricchisce di
volgarismi a vari livelli, portato delle molto piu basse condizioni sociali e
culturali della truppa.
Fonti principali per la lingua dei militari sono alcuni trattati sull'argo-
mento giunti fino a noi (altri sono andati perduti, si pensi ai libri di A.
Cornelio Celso sull'argomento), in particolare gli Stratagemata di Fronti-
no, l'Epitoma rei militaris di Vegezio, e l'anonimo De rebus bellicis.
Sono fonti secondarie, ma molto significative e ricche di informazioni,
talune opere di diritto militare perdute e di cui tuttavia possediamo ampi
frammenti tramandati nel Digesto, scritte da giuristi di epoca medio-impe-
riale, come Arrio Menandro e Emilio Macra; dati importanti ci vengono
anche dagli storici, soprattutto Tito Livio, Cesare e Ammiano Marcelli-
no. Visto il grandissimo peso e rilievo che l'esercito e la vita militare occu-
pano nella società romana e nella vita dei singoli è facilmente immagi-
nabile quali e quante siano le allusioni, le metafore, le descrizioni nella
diversa letteratura pagana e cristiana, per la quale vanno menzionati alme-
no i seguenti autori: Plauto, Cicerone, Virgilio, Seneca, Tertulliano, Ago-
stino.
La struttura dell'esercito romano evolve considerevolmente nel corso
dei secoli, in rapporto alle mutate condizioni politiche, tecnologiche, so-
ciali, e cosi via. I..:epoca regia è caratterizzata dalla leva obbligatoria per
INTRODUZIONE

coloro che posseggono un reddito, dall'armamento a carico del soldato e


proporzionato al suo reddito, da un esercito unico capeggiato dal re, la
legione. I.:epoca repubblicana vede lo sdoppiamento delle forze armate
da affidare al comando dei due consoli, la graduale soppressione della leva
obbligatoria e la sua sostituzione con l'esercito professionale e retribuito,
l'inserimento a vario titolo di alleati e cittadini delle province sottomesse.
Il periodo imperiale si caratterizza, tra l'altro, per il comando supremo
affidato all'imperatore, la creazione di corpi speciali anche a protezione
della sua persona, lo stanziamento delle legioni soprattutto lungo i confi-
ni, la burocratizzazione dell'esercito, l'arruolamento anche di barbari.
Carattere principale della lingua militare potrebbe essere considerato
l'arricchimento e/o evoluzione dei semantemi e la conservazione dei les-
semi, in rapporto e in connessione con l'evoluzione delle forze armate e
degli armamenti. Si tratta di termini che passano dalla vita agricola a quel-
la militare, che evolvono semanticamente all'interno dello stesso contesto
militare: centuria, 'unità di cento fanti', poi 'unità di so', 'unità di cavalieri',
'unità di specialisti' come ijàbri, 'genieri'; cohors: significato primario 'recin-
to per il bestiame', poi 'settore dell'accampamento in cui si trova una par-
te della truppa', 'un contingente della legione' (sei centurie); legio: s.p.
'raccolta', poi 'unità di 3000 uomini', successivamente di 1500; manipulus:
s.p. 'pugno di spighe di grano agguantate dal mietitore', poi 'stendardo di
un reparto', 'unità costituita di due centurie'; velites, hastati, prindpes e triarii:
quattro schieramenti successivi dei legionari, chiamati cosi anche sulla
base dell'armamento, continuano a conservare il loro nome anche quan-
do questo viene unificato (già al tempo della guerra contro Pirro) e gli
schieramenti vengono distinti solo in base all'età, dai piu giovani in prima
fila, ai piu anziani.
I:evoluzione della terminologia e della relativa fraseologia è ovviamen-
te da ricondurre alle varie riforme delle forze armate che si sono succedu-
te nelle varie epoche. Un paio di esempi. Soprattutto a partire dal II seco-
lo, data l'ampiezza dei confini da difendere, si rende necessario un eserci-
to il piu rapido possibile negli spostamenti, cosi si diffondono armi piu
facili da trasportare e diventano frequenti, tra gli altri, i nomi di carro balista
e fustibilum, rispettivamente 'balista montata su carro' e 'fionda attaccata a

39
INTRODUZIONE

un bastone'. Sono termini militari che si diffondono nella latinità tarda


(grosso modo a partire dal IV secolo) le denominazioni di comitatenses e
limitanei, a significare rispettivamente 'corpi a disposizione diretta dell'im-
peratore' mobili sul territorio, e 'corpi stanziali' collocati nelle varie regio-
ni soprattutto lungo illimes. Questa bipartizione di massima dell'esercito
risponde a due necessità pressanti dell'epoca: la stabilità del potere im-
periale e la difesa dei confini dalle irruzioni sempre piu frequenti dei bar-
bari.

3.10. Latino soldatesco o dei soldati

Con latino soldatesco intendiamo la lingua della truppa o il sermo ca-


strensis (vd. sopra 3.9), espressione, per la verità, coniata dai filologi moder-
ni. Piu che di lingua tecnica o speciale in questo caso è forse meglio parla-
re di gergo, almeno per una serie di espressioni e formule che sembrano
destinate a rimanere estranee ai non addetti.
Abbiamo la fortuna di possedere una serie di documenti di prima mano
scritti da soldati, relativi non a questioni strategiche o strettamente milita-
ri ma alla loro stessa vita, che ci possono fornire un'idea di quella che do-
veva essere la qualità della lingua in uso tra loro: le cinque lettere su papi-
ro del soldato Claudio Terenziano al padre, datate intorno al115; le tavo-
lette di Vindolanda, collocabili tra 1'85 e il130; le lettere del soldato Rustio
Barbaro su coccio provenienti da Bu Njem in Libia (vd. vol. I lntr., 3.1.3, 5,
6); le numerose glandes plumbeae (proiettili di pietra o piombo lanciati con
le fionde), sovente recanti scritte molto volgari, comunque provocatorie.
Significativi sono anche taluni carmina triumphalia, cantati dai soldati du-
rante i trionfi. Tra le testimonianze letterarie, importanti sono certamente
quelle degli storici e di taluni autori come Plauto, Lucilio, Seneca e vari
scrittori cristiani. Anche gli antichi avevano consapevolezza della specifi-
cità di questo linguaggio soldatesco, che Livio nei suoi Ab urbe condita libri
definisce rudis lingua, che Girolamo in Apologia adversus libros Rufini signifi-
cativamente assimila al volgare: militari vulgarique sermone.
Carattere saliente è senza dubbio il volgare e non solo a livello di lessi-
co, ma anche fonetico e morfologico come emerge dai documenti di pri-

40
INTRODUZIONE

ma mano sopra segnalati. Leggiamo appena due righe della lettera che
Rustio Barbaro, soldato romano di stanza in Egitto, scrive al suo amico
Pompeo tra il I e il II sec. d.C.; sono evidenti vari fenomeni fonetici e
morfologici, come la chiusura del dittongo ae, l'ipercorrettismo ae per e, la
sorda finale -t per la sonora -d, l'omissione dell'aspirazione nel corpo della
parola, il morfema -os per -us nell'accusativo plurale di un tema in -u:
Rogo te,fratL'T utfacias mi(= mihi) in meos usos (= usus) pondera quamformosa, et seri be mi
(= mihi), ut pretium aeorum (= eorum) quit (= quid) vis, 'Ti prego fratello di farmi per
mio uso dei pesi il piu possibile buoni e scrivimi che cosa vuoi come pagamento
di essi'.

Volgari dovevano essere termini ed espressioni che si distinguono per


la loro espressività o al contrario banalità come campum colligere, lett. 'rac-
cogliere il campo', per spolia capere, 'raccogliere le spoglie nemiche'; caput
porcinum per cuneus, 'schieramento a cuneo'; purpurilla, 'luogo di prostitu-
zione fuori dell'accampamento'.
Anche la lingua dei soldati certamente evolve nel tempo, riflettendo i
mutamenti delle temiche militari, del modo di vivere, dello stesso reclu-
tamento. I..:ingresso di voci germaniche o celtiche, ad es., sono il chiaro
riflesso della presenza nel medio e tardo Impero di mercenari germanici
e celtici: mattiobarbulus, 'una specie di giavellotto', è termine di probabile
origine celtica; carrago, 'barricata di carri', secondo Ammiano Marcellino è
parola gota; tufo, 'pennacchio', forma anglosassone e cosi via.

3.11. Latino marinaresco o dei marinai

Fonti primarie, anche se parziali, della lingua dei marinai sono i quattro
cataloghi di imbarcazioni che ci sono pervenuti e che ci forniscono le
denominazioni tecniche di vari tipi di navi: nelle Noctes Atticae di Aulo
Gellio (lib. 10 cap. 25 par. 5), nella Compendiosa doctrina di Nonio Marcello
(lib. 13), nelle Etymolo~iae di lsidoro (lib. 19 capp. 1-5), il mosaico di Althi-
burus (Tunisia), da collocare tra il II e il IV sec. Quest'ultimo è particolar-
mente importante perché fornisce oltre alla denominazione anche la rap-
presentazione figurata delle varie imbarcazioni.

41
INTRODUZIONE

Fonte secondaria è la varia letteratura d'arte o meno, ricca di immagini


e metafore, ma anche di specifiche descrizioni di componenti della nave,
di manovre, ecc. Tra questa letteratura non specificamente marinara si
distinguono per ricchezza di lessico marinare sco, descrizioni di operazio-
ni e tutta una serie di metafore e immagini prese dall'arte marinara, l'Enei-
de virgiliana, il Bellum civile di Lucano, il De rerum natura di Lucrezio, l' Epi-
tomae rei militaris di Vegezio, il De reditu di Rutilio Namaziano.
Una delle caratteristiche salienti della lingua tecnica dei marinai va
considerata la grande presenza di grecismi lessicali e semantici, cosi celes,
'nave veloce', gr. kéles; prora, 'prora', gr. proira; cornua, 'pennoni', calco del gr.
akrokéraiai. Non mancano nemmeno espressioni tecniche calcate sul gre-
co come pedem Jacere, 'imbrogliare metà della vela', gr. podaion poieisthai.
Al confluire di tanti grecismi lessicali e semantici certamente possono
aver contribuito le traduzioni dei poemi omerici, in particolare l'Odissea
(poema del mare per eccellenza), a partire da quella di Livio Andronico,
ma soprattutto l'importazione della tecnica navale greca, occasionata dal-
la necessità di affrontare il nemico cartaginese anche in mare (prima bat-
taglia navale, vittoriosa, contro i Cartaginesi è quella di Milazzo del 260
a.C.).
Anche la lingua tecnica marinara rispecchia, in qualche modo, la storia
dell'arte marinara. I numerosi grecismi cui si è fatto cenno, se da un lato
dimostrano la dipendenza dei Romani dai Greci nell'apprendimento del-
l'arte marinara, dall'altro confermano le origini molto lontane di tale di-
pendenza: non è un caso che alcuni di essi presentino, nella loro assimila-
zione al latino, fenomeni grafico-fonetici molto antichi come l'apofonia,
l'assenza delle aspirate, ecc. Esempi: ancora, 'ancora', gr. ankyra; aplustra,
'ornamento di poppa', gr. aphlaston; camera, 'barca leggera', gr. kamdra; strup-
pus, 'corda', gr. str6phos (vd. vol. 1 cap. 1, 4.5.5). Una parola come thalame,Rus,
gr. thalameg6s, per indicare una nave di lusso, una sorta di reggia galleggian-
te (due esemplari sono stati trovati nel lago di Nemi) testimonia lo sfarzo
dell'epoca Giulio-Claudia. Le liburnae, navi leggere che vengono intro-
dotte nel primo Impero e sostituiscono le triremi, sono da porre in rela-
zione con un cambiamento radicale nelle strategie militari navali. E cosi
gli esempi potrebbero continuare.
INTRODUZIONE

3.12. Latino gladiatorio o dei gladiatori

Non abbiamo fonti primarie o specifiche per il linguaggio dei gladiato-


ri, né di esse abbiamo notizia, forse anche a causa della considerazione
morale infima che si aveva della figura del gladiatore come della sua arte.
Tuttavia il rilievo sociale degli spettacoli e la partecipazione del pubblico
erano altissimi e pertanto non mancano accenni e descrizioni di quell'" ar-
te" e di quel mondo da parte dello spettatore, dunque non mancano fonti
secondarie. Tra gli autori e le opere piu generosi di informazioni si devo-
no menzionare Cicerone, Orazio, Petronio, Seneca, Marziale, Svetonio,
Historia Augusta. Informazioni preziose ci provengono anche da molte
iscrizioni (anche graffiti) e glosse. La gladiatura viene introdotta a Roma
nel III sec. a.C. e si esaurisce, verso la fine del IV, per motivi essenzialmen-
te economici. Nasce come spettacolo in onore di defunti illustri, organiz-
zato da privati, conosce grande splendore e successo tra fine Repubblica e
primo Impero, quando diviene uno spettacolo pubblico organizzato da
magistrati e imperatori. Ne sono protagonisti, all'inizio, prigionieri di
guerra, poi criminali condannati a questo "mestiere" e schiavi.
{;esistenza di una lingua dei gladiatori trova il suo fondamento nella
emarginazione sociale della categoria e nella sua vita in qualche modo
comunitaria all'interno delle Jamiliae gladiatoriae, e si conferma in una serie
di espressioni tecniche passate a uso metaforico o proverbiale, come ad es.
l'espressione di Marziale contra retiarium ferula, 'frusta contro il gladiatore
armato di rete', a significare una lotta ad armi impari e dunque perduta in
partenza, o l'espressione di Quintiliano ad digitum pugnare, lett. 'combatte-
re fino al dito', nel senso di 'battersi fino alla resa di uno dei combattenti'.
Una caratteristica abbastanza spiccata può essere quella della vistosità e
trasparenza delle denominazioni dei combattenti, che alludono al tipo di
armatura, alla provenienza, alle caratteristiche fisiche e di lotta dei gladia-
tori (in questo caso soprattutto nomi propri). Esempi: battuator, 'colui che
si batte'; hoplomachus, 'gladiatore armato di grande scudo'; retiarius, 'gladia-
tore che combatte con la rete'; thraex, 'gladiatore che si batte con armatura
tipica dei Traci'; Mucro, Capreolus, Leo, Pardus, nomi propri di gladiatore,
con metonimia dell'arma (il 'pugnale') il primo, e metonimie di animali

43
INTRODUZIONE

('capretto', 'leone', 'leopardo') i secondi, a evidenziare, rispettivamente, le


caratteristiche di agilità, di ferocia, di forza. Alludono al sangue Purpurius
e Filematius (vd. tav.1).
Anche il linguaggio gladiatorio riflette, in qualche modo, il percorso
storico della gladiatura. Ad esempio le categorie di gladiatori indicate con
nomi come Samnis, 'Sannita'; Gallus, 'Gallo'; Thraex, 'Trace', che rispec-
chiano un determinato tipo di armatura, nascono certamente anche come
richiamo all'origine del gladiatore quale prigioniero di guerra; il termine
munerarius creato da Augusto a indicare l'organizzatore dei giochi gladia-
tori pubblici', sta a confermare il predominio assunto ormai dagli enti pub-
blici nell'organizzazione dei giochi; la forma bustuarius con cui vengono
designati i primi gladiatori porta il segno dell'origine funeraria di quest'ar-
te, infatti essi combattevano presso il bustum del morto; il termine munus
nel senso di 'spettacolo gladiatorio', nel suo valore originario di 'dono' e
insieme 'dovere', rispecchia l'origine evergetica di questo spettacolo.

3.13. Latino bancario o dei banchieri

Non ci sono arrivati dall'Antichità trattati specifici su temi finanziari e


monetari, in mancanza di questi potremmo considerare fonti primarie
una serie di documenti, relativi ad atti contabili e a personaggi che potre-
mo chiamare, con un'espressione moderna, operatori finanziari. Sono da
annoverare tra questi documenti le tavolette del banchiere Cecilia Gio-
condo, quelle dell'archivio dei Sulpicii (vd. vol. I lntr., 3.1.5; e vd. tav. 2a e
b), una serie di iscrizioni dedicate a banchieri o di banchieri come ad es.
quella proveniente da Delo, ma ritrovata in Scozia a Cairness (((Journal of
Hellenic Studies», a. uv 1934, pp.140-59) in cui si esaltano le benemerenze
del banchiere Marco Munazio (Il sec. a.C.), oppure quella metrica con cui
il banchiere Lucio M uni o (I sec. a.C.) dedica a Ercole un monumento e in
cambio gli chiede assistenza nel suo lavoro (CIL, I 2 632).
Piu ampia documentazione si può ricavare dalle fonti secondarie, ov-
viamente dopo accurato vaglio contestuale. Tra queste ultime certo illu-
minanti sono le commedie di Plauto (soprattutto Aulularia, Bacchides, Cur-
culio, Epidicus, Mostellaria e Pseudolus), le Epistole di Cicerone, in primo luo-

44
INTRODUZIONE

go quelle dirette ad Attico, ma anche varie orazioni, la Vita di Attico di


Cornelio Nepote, la lettera di Agostino sui mestieri bancari {settima tra
quelle scoperte negli anni 'So da]. Divjak). Fonti secondarie importanti
sono anche non poche disposizioni di carattere finanziario e fiscale conte-
nute nel Dif?esto, piu numerose nellib. 2.
Varte bancaria si diffonde, i suoi operatori si fanno sempre piu nume-
rosi e potenti in seguito a vari fattori: la coniazione della moneta d'argen-
to dal269 a.C.; la crescita dell'economia basata sull'impresa industriale e
sul commercio; la correlata espansione monetaria (in un crescendo conti-
nuo dalla seconda guerra punica, fino al II secolo d.C.); lo sviluppo delle
città tipico soprattutto dei primi due secoli dell'Impero (vd. vol. I, i quadri
economici dei capp. 2-5); e infine la fiscalità monetaria (cioè pagamento
delle tasse in moneta) soprattutto a partire dal II secolo d.C.
Gli operatori del settore appartengono a livelli sociali diversi, si va dai
senatori e cavalieri ai semplici cittadini, liberti e servi e tuttavia, questi
ultimi, in genere, in dipendenza dei primi. Tra i nomi illustri degli opera-
tori finanziari si possono fare quelli di Quinto Considio, senatore del I sec.
a.C., Gaio Ottavio, nonno di Ottaviano Augusto cavaliere, Tito Pompo-
nio Attico, l'amico di Cicerone, cavaliere; tra i piu modesti si può menzio-
nare il padre di Orazio o il nonno dell'imperatore Flavio Vespasiano. La
vasta gamma del livello sociale in realtà è la conseguenza delle molteplici
attività all'interno della finanza pubblica e privata, attività che variano e si
aggiungono nel corso dei secoli: valutazione delle monete e cambio, de-
posito e prestito di somme di denaro, garanzie a creditori, movimentazio-
ne di somme di denaro in regioni e zone diverse del vasto impero, orga-
nizzazione di aste (auctiones), riscossione di imposte, ecc.
Per tutte queste attività c'è bisogno di personale, con funzioni diverse,
di cui conosciamo varie denominazioni, piu o meno specifiche, piu o
meno tecniche o, in alcuni casi, anche dispregiative: argentarius, 'operatore
monetario' ma di livello alto, in grado di consigliare investimenti, di fare
prestiti; coactor, 'esattore delle imposte' o 'organizzatore di aste'; coactor ar-
.~cntarius, 'organizzatore di aste' come banchiere o dipendente di un ban-
chiere con questa specifica funzione (vd. tav. 3); danista, 'creditore', 'datore
di denaro in prestito' (equivalente difenerator, ma senza connotazione ne-

45
INTRODUZIONE

gativa), gr. daneistes;Jenerator, 'datore di denaro su interessi', in qualità di


argentarius o anche come privato (attività moralmente e anche legalmente
condannabile); mensarius, 'cassiere pubblico', 'cambista' a partire dalla fine
dell'epoca repubblicana; mensularius, 'cambista' di epoca imperiale; num-
mularius, 'cambista' e 'saggiatore delle monete' di basso livello culturale,
almeno in epoca repubblicana; trapezita, 'cassiere', gr. trapezites; tocoglyphos,
'usuraio', termine certamente raro in latino, di valenza negativa come Je-
nerator (per la verità emendamento di tocolfos in un frammento di Lucilio);
tocullio, 'strozzino', termine usato solo da Cicerone, un grecismo non atte-
stato altrove.
Anche dai termini sopra elencati a significare l'operatore finanziario,
appare una delle caratteristiche piu vistose del linguaggio bancario: la fre-
quente presenza del greco.
Il grecismo spesso è lessicale: oltre i già citati danista, trapezita, tocoglyphos
e tocullio (probabilmente non molto diffusi) se ne registrano molti altri di
piu ampio utilizzo in contesti tecnici come anatocismus, 'interesse compo-
sto' (equivalente dell'espressione latina renovatio usurae), gr. anatokism6s; chi-
rographum, 'scritto autografo' o 'attestazione autografa', gr. cheir6graphon;
collybus, 'cambio', gr. kollybos; ephemeris, 'scadenziario contabile', gr. ephe-
meris. Non mancano i grecismi semantici, per es. caput, 'somma iniziale
versata o conteggiata', calco del gr. kephtilaion;fides, 'somma ottenuta in
prestito' (Plauto), 'condizioni generali di solvibilità' (Cicerone) dal gr. pi-
stis; mensa, 'tavolo di banca', dal gr. trtipeza.
«La terminologia bancaria latina sin dagli inizi ha accolto prestiti del-
l'area greca)) (Maselli, p.128) e pertanto i grecismi sono significativi anche
per la storia o l'evoluzione del linguaggio bancario. Essi sembrano piu
numerosi e piu frequenti in fase repubblicana, poi su alcuni di essi, finisco-
no per imporsi i corrispondenti latini in epoca imperiale, è il caso di calen-
darium su ephemeris, cautio su syngrapha, mensa su trapeza. È evidente che la
predominanza del greco nel settore, nei secc. III e II a.C., e la tendenza del
latino a imporsi in qualche modo nei secoli successivi, sono da correlare,
rispettivamente, alle origini greco-ellenistiche dell'arte bancaria e al pre-
dominio economico finanziario dei Romani nell'ultimo secolo della Re-
pubblica e nei primi dell'Impero.
INTRODUZIONE

3.14. Latino culinario o dei cuochi

Fonti primarie sono ovviamente i trattati culinari, di cui tuttavia posse-


diamo solo il De re coquinaria attribuito ad Apicio in una redazione del IV
secolo, e un riassunto successivo del sec. VII.
Riferimenti vari all'alimentazione e dunque anche a piatti piu o meno
elaborati, piu o meno dettagliatamente descritti, a cibi particolari, a mode
alimentari si incontrano variamente in molta letteratura anche non speci-
fica, per es. un frammento (11 versi) degli Hedyphagetica di Ennio, alcune
commedie plautine, alcuni capitoli del De agri cultura di Catone, le Satire di
Orazio (in partic. la quarta), i libri dietologici del De medicina di Celso, il
Satyricon di Petronio (specie la cena di Trimalcione), la Naturalis historia di
Plinio, alcuni capitoli con ricette culinarie del De re rustica di Columella,
alcuni Epigrammi di Marziale (soprattutto illib. 13), alcuni capitoli delle
Metamorfosi di Apuleio, capitoli del De agricultura di Palladio, alcuni trattati
ascetici sul digiuno per es. di Tertulliano, Ambrogio e Agostino, alcune
prediche di Agostino e Cesario di Arles, il De observatione ciborum di An-
timo.
Nell'Antichità, come del resto sempre, esistono delle differenze sostan-
ziali nell'alimentazione dei poveri e dei ricchi, sia nei prodotti in sé, sia
nella loro qualità, sia nella loro preparazione o cottura. È chiaro che il
cuoco, sia esso un libero professionista chiamato a preparare un pranzo in
occasioni particolari, sia esso un servo o comunque un dipendente, è figu-
ra che, seppure opera e cucina soltanto presso ambienti benestanti o ric-
chi, si colloca nei gradini piu bassi della società.
L'alimentazione e la conseguente gastronomia dei ceti piu abbienti co-
mincia a diventare sfarzosa, si arricchisce di prodotti esotici, costosi, talora
bizzarri a partire dalla seconda metà del III sec. a.C. e il trend, soprattutto
per le categorie imprenditoriali, continua fino al tardo Impero, raggiun-
gendo tuttavia il massimo del lusso e dell'esibizione tra il I sec. a.C. e il I
d.C. Ciò che fa la differenza nella continuità dello sfarzo alimentare sono,
piu di ogni altra cosa, le mode alimentari che cambiano nel tempo: cosi
per es. l'introduzione e la ricerca di carni come la gru, il pavone, il ghiro, o
di frutta come il dattero tra il I sec. a.C. e il I d.C., la ricerca delle mammel-

47
INTRODUZIONE

le di scrofa, dei testicoli di gallo alimentati con pastoni a base di latte nel II
secolo d.C., o infine l'introduzione dello yogurt e della birra nel periodo
delle invasioni barbariche. Ciò che invece rappresenta una costante nella
cucina romana dei ceti ricchi è il gusto per il cibo elaborato, per i sapori
forti e contrastanti, per le combinazioni in usuali.
Fanno parte della lingua dei cuochi, ovviamente, le denominazioni dei
vari piatti, dei diversi tipi di cottura, dell'attrezzatura di cucina, ma anche
una serie di verbi tecnici, di iuncturaeparticolari, di metafore e metonimie.
Mentre le prime possono trovare riscontro nella varia letteratura sopra
accennata, il resto ci viene tramandato quasi soltanto nel De re culinaria di
Apicio, ed è soprattutto da questo che possiamo ricavare alcuni elementi
caratterizzanti.
Appaiono rimarchevoli alcuni fatti riconducibili alla familiarità dei
cuochi con la "cosa" come anche allivello sociale e culturale degli stessi.
Tra questi fatti vanno ricordati almeno i seguenti: a) la produttività espres-
siva dei nomi degli ingredienti piu comuni, cioè la fecola, le spezie, ecc.,
su cui i cuochi formano aggettivi, sostantivi e verbi: amulum, 'fecola', pro-
duce amulatus, -a, -um, 'cosparso di fecola'; amulatum, 'salsa alla fecola',
amulare, 'mescolare con fecola'; coriandrum, 'coriandolo', coriandratus, -a,
-um, 'farcito di coriandolo', coriandratum, 'essenza di coriandolo'; allec, 'salsa
di pesce', allecatus, -a, -um, 'condito con salsa di pesce'; piper, 'pepe', piperatus,
-a, -um, 'condito con pepe', piperatum, 'peperata'; b) la ripetitività (e dun-
que la scarsa cura della variatio), nell'uso di verbi che significano azioni
abituali nel cucinare, anche ove sono correnti forme alternative: su.ffundere
è praticamente unico nel senso di 'aggiungere un liquido', la stessa cosa si
dica per temperare, 'diluire un composto mediante un liquido'; terere, 'pesta-
re'; elixare, 'lessare', ecc.; c) le frequenti brachilogie, costituite perlopiu da
attributi sostantivati, con l'omissione di un sostantivo usuale nel contesto,
per es. ius, 'sugo', e i sopra ricordati amulatum, coriandratum, piperatum, op-
pure da verbi con l'omissione di un oggetto, ovviamente comune e fami-
liare cosi in}èro, 'porto a tavola', che suppone Jerculum, 'portata'; patina, 'pa-
della'; utor, 'fare uso', che suppone il preparato descritto.
Anche un uso alquanto anomalo della lingua greca può essere ricondu-
cibile sia alla familiarità con le azioni o le cose significate dalle parole
INTRODUZIONE

greche, sia al basso livello socioculturale della categoria dei cuochi: quasi
mai queste parole sono precedute dall'annotazione di pragmatica presso i
puristi (ut Graeci dicunt, o similari) inoltre esse vengono assimilate grafica-
mente e morfologicamente al latino, e anche in modo grossolano, cosi per
alcuni verbi: caraxare, 'incidere', gr. chardssein; extenterare, 'togliere le interio-
ra', gr. exenterizein (in realtà composto di un termine latino exta, 'interiora',
e il verbo greco); spongiare e spongizare, 'pulire con la spugna', gr. sp(ph)on-
ghizein.
Portano il segno dei tempi non tanto le tipicità appena accennate, quan-
to l'impiego di alcuni termini legati alle mode alimentari dei vari periodi
storici, peraltro non necessariamente di uso esclusivo dei cuochi. Si tratta
di forme e iuncturae che designano particolari preparati, tecniche di prepa-
razione, strumenti, ecc. Cosi entrano anche nel linguaggio dei cuochi, nel
I secolo d.C., le poppe di scrofa ripiene (sumina piena) o le matrici delle
stesse (vulvae), preferite se non avevano figliato (steriles o steriliculae), una
serie di stoviglie specifiche come il boletar, 'piatto per servire funghi', il
concilaris, 'scodella apposita per la conci/a', 'un piatto a base di fave e piselli'
e tanti altri termini.

J.ts. Latino femminile o delle donne

Non abbiamo fonti specifiche e primarie per identificare le peculiarità


della lingua femminile, se non si vogliono considerare tali alcuni trattati
medici scritti per donne, in particolare per ostetriche, come la traduzione
latina dei Gynaecia di Sorano di Efeso attribuita a Muscione, oppure opere
che tengono conto soprattutto di un pubblico femminile come l'ovidiano
De medicamine Jaciei o anche scritti misogini come la sesta satira di Giove-
nale.
Le fonti sono soprattutto secondarie, costituite cioè dalla varia lettera-
tura antica, artistica o meno (la commedia, la satira, il romanzo) o anche
una certa letteratura cristiana, come quella monastica femminile, ascetica,
omiletica, ecc.
Sull'esistenza di una varietà di lingua latina tipica delle donne non vi è
dubbio: possediamo specifiche testimonianze come quella di Cicerone

49
INTRODUZIONE

nel De oratore (li b. 3 cap. 12 par. 45; vd. sopra 2.3) o di lsidoro nelle Etymolo-
giae (li b. 2 cap. 14): eu m Jeminae sermo simulatur, sexui convenire debet oratio,
'quando viene riprodotto il parlare della donna il discorso deve essere
conveniente per il sesso femminile'. Esistono, nell'Antichità molto piu di
oggi, ambiti della vita e/o campi semantici in cui si manifestano peculia-
rità femminili o che sono tipici della vita delle donne: pensiamo alle mo-
dalità tipiche di manifestare i sentimenti amorosi (per es. allocuzioni ri-
volte alla persona amata come mea vita, anime mi), alle denominazioni esclu-
sive dei fenomeni e dati anatomici e fisiologici propri della donna (come
cunnus per sinus, 'vulva'; landica per clitoris, 'clitoride'), alla tipicità di orna-
menti femminili (es. redimicula per catella, 'catenella'), al rapporto pratica-
mente esclusivo con la prima infanzia (un verbo come imbulbitare, 'sporca-
re di cacca'), a talune professioni propriamente femminili (lanijìca, 'lavora-
trice della lana'; lanipendia, 'sovrintendente alla filatura', obstetrix, 'ostetrica';
praefica, 'prefica'; textrix, 'tessitrice').
Le peculiarità del linguaggio femminile, ovviamente sono inversamen-
te proporzionali al peso e alla partecipazione della donna rispetto alla vita
sociale, culturale ed economica delle varie epoche dell'Antichità (vd. vol.
1 capp. 3, 2.5; 4, 2.4; 5, 2.4; 6, 2.4). In questo senso alcune specificità si assot-
tigliano o si riducono in modo particolare nel periodo che va dalla fine
della Repubblica fino al II secolo compreso.

3.16. Latino infantile o dei bambini

Non possediamo fonti specifiche o primarie per la lingua dei bambi-


ni, né di esse abbiamo notizia. Possediamo tuttavia passi di alcuni autori
che ne sottolineano tal une peculiarità essenzialmente fonetiche e di altri
che glossano parole tipiche dei fanciulli. Tra i primi vanno menzionati
Lucrezio e Orazio, tra i secondi soprattutto Varrone in un passo tràdito
da Nonio, Persia nella terza satira, ma anche Plauto, Marziale, Giovena-
le e altri ancora. Preziose sono poi le glosse raccolte nel secondo volume
del CGL di G. Goetz che vanno sotto il marchio gr. epi bréphus. Utili
anche le numerose iscrizioni funerarie dedicate ai bambini: esse sono
rivelatrici soprattutto delle espressioni affettuose degli adulti nei loro

so
INTRODUZIONE

confronti e tuttavia, ovviamente, anche di loro uso. Termini caratteristi-


ci ricorrono qua e là infine nei trattati ginecologici tardo-antichi, come
le traduzioni dei Gynaecia di Sorano eseguite da Muscione e Celio Aure-
liano.
Carattere saliente della lingua dei fanciulli, sul piano fonetico, appare
quello della Heduplicazione di suoni e troncamento delle parole» (Herae-
us, p.tso), tipico di chi balbetta. Bene sintetizza questo aspetto Lucrezio,
quando in riferimento al parlare delle nutrici che imitano i loro piccoli
usa l'espressione infracta loquela, 'un parlare tronco e spezzato'. Alcuni
esempi: bua, 'bevanda'; pappa, 'cibo'; pupus, 'pupo'; pupa, 'bambola'; totto,
'punizione'. Sul piano lessicale risaltano da un lato la povertà o esiguità del
vocabolario, dall'altro la sua estensione semantica. Esempi significativi
possono essere termini per noi univoci come quelli indicanti il padre e la
madre: con mamalmamma il bambino romano chiama la mamma, la nu-
trice, la nonna e qualunque altra donna che si occupa lui, cosi con tata/
atta il padre, il nonno e qualunque altro personaggio maschile che lo ac-
cudisce.
Il carattere fonetico di cui sopra è proprio delle lingue di tutti i piccoli
da sempre ed è essenzialmente la conseguenza delle loro limitate capacità
articolatorie e fonatorie. La povertà lessicale è anch'essa propria di ogni
bambino di ogni tempo e va rapportata al grado della sua maturazione
psichica e mentale.
Ciò che colpisce di piu nel linguaggio dei bambini romani è l'ampiezza
semantica di determinati termini che si riferiscono a figure e personaggi
centrali nella vita dei piccoli che, almeno per noi oggi, svolgono ruoli ben
distinti. Una spiegazione si può forse trovare in una serie di fatti storici e
sociali: l'assenza della figura paterna, soprattutto in epoca repubblicana, a
causa delle continue guerre, la morte frequente delle madri per parto, la
diffusione del matrimonio sine manu (convivenza) soprattutto in epoca
imperiale con la conseguente moltiplicazione dei divorzi e delle famiglie
"allargate". Tutti questi fatti possono determinare in varia misura la pre-
senza nella vita del bambino di figure non genitoriali e che tuttavia svol-
gono ruoli parentali, per cui vengono riservate loro le stesse denomina-
zioni dei genitori.

51
INTRODUZIONE

4· BIBLIOGRAFIA

Quanto segue costituisce una segnalazione essenziale {ben !ungi dall'essere


esaustiva), sia per quanto concerne le lingue socialmente marcate nel loro insie-
me, sia per quanto attiene i singoli linguaggi cui si fa cenno nella sezione 3. Anche
per fornire una sorta di compensazione alla limitatezza della presente bibliogra-
fia, pur non trascurando studi basilari e specifici, talora unici, del passato, si prefe-
risce dare la precedenza a ricerche piu recenti. Per le lingue dei militari, dei solda-
ti, dei politici, degli astronomi e astrologi, dei marinai la bibliografia riportata è
ancora piu limitata, perché per queste si rinvia al manuale di DE MEo, Lingue: la-
voro unico e fondamentale per le lingue tecniche in esso studiate, delle quali
tuttavia non si fornisce una presentazione diacronica, ma piuttosto sincronica; la
bibliografia è ricca, distribuita per argomenti e aggiornata fino al2005.

1. G. PAscucci, Diritto efilologia, in <<Atene e Roma)), a. xv 1970, pp.161-73, rist.


in Io., Scritti scelti, 2 voli., Firenze, Univ. di Firenze, 1983, pp. 353-69: si dimostra
come il latino giuridico si caratterizza non solo per il lessico tecnico, ma anche per
le sue specificità sintattiche e stilistiche. Un segno dell'interesse per aree e spazi
dell'antico, un tempo trascurati, può essere la recentissima mostra Machina. Tecno-
logia dell'antica Roma (23 dicembre 2009-5 aprile 2010). Il catalogo della stessa a
cura di M. GALLI e G. PISANI SARTORIO, Roma, Palombi, 2009, contiene una serie
di testi introduttivi alle varie arti o mestieri utili anche a meglio comprendere
l'evoluzione delle varie lingue settoriali considerate nel presente volume. In par-
ticolare sono degni di attenzione i testi di G. PISANI SARTORIO, A.M. LIBERATI e P.
BRACO NI, relativi rispettivamente, alla Tecnologia del costruire, alla Tecnologia militare
e alle Conquiste dell'agricoltura.
2.1-4.]. ANDRÉ, Sur la constitution des langues techniques en latin, in <<Études de Let-
tres», 1986, fasc.1 pp. 5-18: saggio breve, ma essenziale e fondamentale per capire
i vari strumenti linguistici che vengono messi in opera nella creazione e perfezio-
namento delle lingue tecniche antiche; F. CAPPONI, Didascalici (poeti}, in Dizionario
degli scrittori greci e latini, dir. F. DELLA CoRTE, Milano, Marzorati, 1987, vol. 1 pp.
623-48: un saggio panoramico, ancora utile, di presentazione della letteratura di-
dascalica in versi sia greca che romana, e relativa lingua; nella fattispecie vengono
presentate le letterature poetiche georgica, astronomica e astrologica, biologica,
zoologica; L. CALLEBAT, Langages techniques et langue com mune, in LavLat, vol. 11 pp.
45-56: nel saggio viene evidenziato il legame che unisce le lingue tecniche alla
comune, e ne vengono illustrate le modalità; MALASPINA, Ars: studio importante
sui rapporti tra lingua e pubblico ai vari livelli, dalle opere tecniche all'oratoria

52
INTRODUZIONE

cristiana; P. PARRONI, Scienza e produzione letteraria, in SLeRA, vol. I pp. 469-505:


articolo piano e di agevole lettura, eccellente per una prima informazione sulla
letteratura tecnica e i suoi rapporti con la lingua letteraria, come anche per una
introduzione essenziale alla letteratura tecnica nel suo complesso; PH. FLEURY,
Les textes techniques de /'antiquité. Sources, études et perspectives, in «Euphrosyne)), a.
xxvm 1990, pp. 359-94: un panorama d'insieme che costituisce anche una buona
introduzione allo studio delle lingue tecniche; Prefazioni, prologhi, proemi di opere
tecnico-scientijìche, a cura di C. SANTINI e N. SciVOLETTO, 2 voli., Roma, Herder,
1990-1992: dall'insieme degli studi dedicati alle prefazioni emerge, nel complesso,
la volontà degli autori di colmare il divario tra il manuale tecnico e la lingua lette-
raria; Letteratura scientijìca e tecnica di Grecia e Roma, a cura di l. MAsTROROSA e A.
ZuMBO, dir. C. SANTI NI, Roma, Carocci, 2002: raccolta molto utile e aggiornata di
articoli che presentano sintesi delle varie letterature tecniche del mondo antico:
agrimensura, agronomia, architettura, astrologia, astronomia, botanica, etnogra-
fia, geografia, idraulica, meccanica, medicina, mineralogia, nautica, pneumatica,
polemologia, quadrivio, veterinaria, zoologia; T. GoNzALEZ RoLAN, La contribuc-
ci6n de los lenguajes sectoriales a la evoluci6n y renovaci6n de latin, in Latin vulgar y tardio.
Homenaje a V Viiiiniinen, a cura di B. GARciA HERNANDEZ, Madrid, Ediciones Cla-
sicas, 2000, pp. 113-23: non tutte le lingue settoriali apportano lo stesso contributo
quantitativo alla lingua comune e viceversa, come, in conseguenza, ben diversa
può essere la sopravvivenza delle prime nelle lingue romanze; E. MoNTERO CAR-
TELLE, La Literatura técnica latina de época tardia: aspectoslingiiisticos y literarios, in E/fina/
del mundo antiguo como preludio de la Europa moderna, a cura di D. EsTEFANiA, M.
DoMiNGUEZ e M.T. AMADO, Alcala De Henares, Uni v. de Alcala, 2003, pp. 259-80:
nel saggio si evidenzia un carattere linguistico comune alle opere tecniche
dell'Antichità tardiva, rispetto a quelle di fine Repubblica e primo Impero, l'ade-
sione a un livello di lingua medio basso; DE MEo, Lingue; M. FRUYT, Formation des
mots chez Pii ne l'Ar1cien et prolongement dans le néo-latin botanique, in Lati n et Langues
trchniques, a cura diJ.-P. BRACHET e C. Moussv, Paris, PuPs, 2006, pp. 21-33: esem-
pi a partire da Plinio il Vecchio della formazione di tecnicismi specifici, mediante
determinati suffissi e prefissi.
3.1. J.CH. DuMoNT, Contenu et expression philosophiques dans la comédie latine, in
Langue latine, langue de la philosophie. Actes du Colloque de Rome, 17-19 Mai 1990,
Rome, École Française de Rome, 1992, pp. 39-50: seppure nei modi e nelle forme
propri della commedia, si può intravedere, sia in Plauto che in Terenzio, la pre-
senza di concetti stoici, relativamente all'humanitas e alla teoria della conoscenza;
G. PETRONE, P/auto e il vocabolario della filosofia, ivi, pp. 51-57: il riferimento esplicito
al filosofo e alla filosofia in Plauto sembra collegarsi, essenzialmente, a tematiche

53
INTRODUZIONE

etiche; C. LÉVY, Cicéron créateur du vocabulaire lati n de la connaissance: essai de synthèse,


ivi, pp. 91-106: saggio eccellente, incentrato su alcuni termini chiave, greci e latini,
concernenti la teoria della conoscenza, ove si sottolinea come la creazione di un
vocabolario specifico latino da parte di Cicerone, non risponde solo all'esigenza
di tradurre, ma anche di perfezionare i concetti espressi nel modello;J.CL. FRE-
DOUJLLE, Langue philosophique et théologie d'expression latine {Il'-III' siècles}, ivi, pp.
185-99: saggio brillante e originale in cui si dimostra, con opportuni esempi, de-
sunti soprattutto, ma non solo, da Tertulliano, come la speculazione cristiana
continua a usare il linguaggio della tradizione filosofica pagana, pur aggiornando-
lo dal punto di vista lessicale o semantico. Altri saggi, pubblicati nel medesimo
volume portano un contributo rilevante alla storia del linguaggio dei filosofi lati-
ni e alle sue caratteristiche, cosi quelli di F. GJANCOTTI sulle Sententiae di Publilio
Siro e Seneca, di E. ANDREONI sulle espressioni del fato in Seneca, di L.F. Pizzo-
LATO sul concetto di modus in Agostino, ecc.
J.2. J. HELLEGOUARC'H, Le vocabulaire lati n des partis politiques sous la république,
Paris, Les Belles Lettres, 1963: un saggio ancora oggi di riferimento sul tema del
linguaggio politico di epoca repubblicana, sia per l'ampiezza dell'indagine, sia per
l'abbondanza del materiale documentario; DE MEo, Lingue, pp. 209-23, 261-65,
444-56; G. PoMA, Le istituzioni politiche del mondo romano, Bologna, Il Mulino, 2002:
interessante e utile, ai fini della storia della lingua della politica, lo studio del signi-
ficato e dell'evoluzione di una serie di termini relativi alla gestione dello stato,
dalle origini fino all'epoca tardo-antica; C. CHIAVIA, Programmata. Manifesti elettora-
li nella colonia romana di Pompei, Torino, Zamorani, 2002: interessante lavoro in cui
vengono esaminate le caratteristiche dei manifesti elettorali non solo nel contesto
storico e culturale in cui essi furono prodotti, ma anche dal punto di vista lingui-
stico e della loro struttura; E. LvASSE, La notion de 'libertas' d'Augusteà Trajan, in «Kte-
ma)), a. XXVII 2003, pp. 63-69: la parola libertas rappresenta un significativo esempio
della variabilità semantica nel tempo di talune forme chiave del linguaggio poli-
tico.
J.3. A. LE BrnuFFLE, Les noms latins d'astres et de constellations, Paris, Les Belles
Lettres, 1977: studio fondamentale, semantico e diacronico sulle denominazioni
degli astri, di cui si evidenzia l'arricchimento nel tempo, soprattutto nel I sec. a. e
d.C., a partire da un fondo indoeuropeo, Io., Astronomie-Astrologie. Lexique latin,
Paris, Picard, 1987: saggio non meno importante del precedente in cui sono ripor-
tate in ordine alfabetico tutte le forme, piu o meno tecniche, ricorrenti in contesti
astronomici o astrologici; precede un saggio sui caratteri del lessico astronomico-
astrologico; DE MEo, Lingue, pp. 236-48, 268-70, 479-87; C. MAciAs VILLABOS,
Léxico astronomico y astrologico en San Augustin, in Homo mathematicus, a cura di A.

54
INTRODUZIONE

PERÉZ]IMÉNEZ e R. CABALLERO, Malaga, Charta antigua, 2002, pp. 337-84: Agosti-


no adottando un vocabolario estraneo a contesti astrologici sembra voler contra-
stare e condannare la pratica astrologica.
3·4· V. Lo MANTO, Grammatici latini, in Dizionario des:li scrittori greci e latini, cit., pp.
1107-20: un buon saggio panoramico sulle problematiche grammaticali e i perso-
naggi che se ne sono occupati, dalle origini fino al sec. VI, ancora utile come in-
troduzione generale, seppure ormai datato; B. CoLOMBAT, Les tribulations de la
terminolos:ie s:rammaticale latine: spécialisation, adaptation, déformation, (re)motivations, in
La terminolos:ie linguistique. Actes de lajournée d'étude ENS, BoulevardJourdan,
Paris, 25janvier 1997. num. mon. di «Mémoires de la Société de Linguistique de
Paris)), n.s., a. VI 1999, pp. 67-97: significativi esempi del percorso di una serie di
parole tecniche latine; l. MAzHUGA, Absolutus und absolutivus in der romischen Gram-
matik, in Antike Fachtexte. Ancient Technical Texts, a cura di TH. FoGEN, Berlin-New
York, De Gmyter, 2005, pp.170-89: l'evoluzione semantica dei termini in oggetto
presso i grammatici dal 1-11 sec. d.C. al IV può essere, in parte, correlata alla filo-
sofia stoica; l. Bo HM, Métaphore médicale ou spécialisation dans le vocabulaire gréco-latin:
héritage et création, in Bilinguisme et terminologie grammaticale gréco-latine, a cura di L.
BASSET et al., Leuven-Paris-Dudley, Peeters, 2007, pp. 95-118: vari termini propri
del linguaggio grammaticale come coniunctio, copulatio,jlectere, sono metafore me-
diche passate, attraverso il greco, al linguaggio grammaticale latino; C. CoooriiER,
Elléxico ordinario de referencia a la lengua en latfn tardfo, ivi, pp. 136-56: nel quadro
della scomparsa del livello medio il concetto di lingua mstica finisce per identifi-
carsi con quello di lingua corrente o d'uso; F. BIVILLE, Les noms des sons dans la tra-
dition gréco-latine, ivi, pp. 224-44: il saggio è incentrato sull'interferenza linguistica
del greco nel linguaggio dei grammatici, che avviene attraverso il ricorso a forme
greche, all'equivalenza semantica, ai neologismi semantici e lessicali, ecc.; S.
ScHAO, A Lexicon ofLatin Grammatica/ Terminology, Pisa-Roma, Serra, 2007: lessico
importantissimo per la storia e l'evoluzione della terminologia e del linguaggio
grammaticali; base indispensabile per ogni ulteriore ricerca.
3·5· G. LuGLI, La terminologia dei sistemi costruttivi usati dai Romani, in «Atti della
Accademia nazionale dei Lincei, Classe di scienze morali, storiche e filologiche)),
s. vm, a. v 1950, pp. 297-306: rassegna di termini e concetti propri del linguaggio
dell'architettura; L. CALLEBAT, Le vocabulaire de l'hydraulique dans le livre vm du 'De
architectura' de Vitruve, in RPh, a. XLV1111974, fase. 3 pp. 313-29: anche il vocabolario
più propriamente idraulico presenta le medesime caratteristiche di quello dell'ar-
chitettura: volgarismi, grecismi, metafore varie, ecc.; Io., La prose du 'De architectu-
ra' de Vitruve, cit. (vd. vol. 1 cap. 4, 4.2); lo., Denominations métaphoriques dans le voca-
bulaire de l'architecture, in LavLat, vol. IV pp. 633-42: le denominazioni metaforiche

55
INTRODUZIONE

del linguaggio dell'architettura sono esaminate nella loro origine, nel loro signifi-
cato, nella loro trasparenza e funzione; L. CALLEBAT-PH. FLEURY, Dictionnaire des
termes techniques du 'De architectura' de Vitruve, Hildesheim, Olms, 1995: strumento
di lavoro importante, non solo vengono riportate le singole forme distribuite per
aree semantiche, ma anche significati e luoghi; E. RoMANO, Fra astratto e concreto. La
lingua di Vitruvio, in VITRUVIO, De architectura, a cura di P. GRos, Torino, Einaudi,
1997: valido saggio introdurtivo in cui vengono esposte le principali caratteristi-
che della lingua di Vitruvio, soprattutto a livello di lessico; M. T. ScHIEFSKY, Tech-
nical Terminology in Greco-Rom an Treatises on Artillery Construction, in Antike Fachtex-
te, ci t., pp. 252-67: vengono presi in esame, nel loro significato, vari termini propri
dell'artiglieria antica, sia greci che latini, documentati. In Vitruvio si sottolinea il
libero ricorso al greco, quando questo appare piu tecnico o piu familiare per il
lettore.
].6. E. DE SAINT DENIS, Le vocabulaire des animaux marins en latin classique, Paris,
Klincksieck, 1947: lessico ampiamente descrirtivo, non solo significato ed etimo-
logia per ogni lessema, ma anche contestualizzazione e discussione dell'uso negli
autori latini anche non tecnici; H. LEITNER, Zoologische TerminoloJtie beim Alteren
Plinius, Hildesheim, Gerstenberg, 1972: studio ancora importante, ricco di riferi-
menti anche a usi non pliniani, decisiva l'interpretazione di molte denominazioni
zoologiche; F. CAPPONI, Ornithologia latina, Genova, 1st. di filologia classica e me-
dievale, 1979: lessico esaustivo e critico di tutte le possibili denominazioni degli
uccelli, corrispondente greco, testimonianze, identificazione in termini moder-
ni; Io., Natura aquatilium (P/in. Nat. hist. x), Genova, DARFICLET, 1990, in partic. pp.
219-40; lo., Plinio e la terminoloJtia zooloJtica, in Atti del Seminario sui lessici tecnici greci e
latini, a cura di P. RADici CoLACE e M. CACCAMO CALTABIANO, Messina, Accade-
mia dei Pericolanti, 1991, pp. 226-41: in entrambi i contributi l'autore dimostra la
scarsa tecnicità del linguaggio zoologico pliniano; Io., EntomoloJtia pliniana, Geno-
va, DARFICLET, 1994: anche nel vocabolario entomologico scarsi sono i tecnicismi
in Plinio, attento piu a registrare mirabilia e credenze popolari che non il risultato
di una rigorosa osservazione; A. ZuMBO, ZooloJtia, in Letteratura scientifica e tecnica di
Grecia e Roma, cit., pp. 586-94: utile presentazione complessiva e sintetica della
letteratura zoologica greca e latina; Les Zoonymes, a cura di S. MELLET, Nice, Univ.
de Nice, 1997: contiene anche contributi di lessicologia latina sui termini bos, iu-
vet!cus, iuvenca, iunix, ecc.; P. LI CAusi, Generare in comune. Teorie e rappresentazicmi
dell'ibrido nel sapere zoologico dei Greci e dei Romani, Palermo, Palumbo, 2008, pp. 62-
69: caratterizzazione della zoologia postaristotelica, attenta piu al singolo anima-
le che all'insieme, piu al meraviglioso che al comune o normale.
3·7· Pelagonii 54rs veterinaria', a cura di K.D. FISCHER, Leipzig, Teubner, 1980:

56
INTRODUZIONE

l'edizione, ancora oggi di riferimento, è seguita da un sintetico commento in lati-


no, attento anche alle peculiarità del linguaggio veterinario; J.N. AoAMS, Some
Latin fiéterinary Terms, in «Sileno», a. xv11990, pp.117-31: proposte di interpretazio-
ne di termini rari o unici ricorrenti presso i veterinari latini come obroboratio, pata-
Jtinare, vermicosus, e altri; L. BoosoN, Le vocabulaire des maladies pestilentielles et épizoo-
tiques, in SABBAH, Le latin, pp. 215-42: l'articolo sottolinea, tra l'altro, una serie di
termini ed espressioni esclusivi delle fonti veterinarie; J.N. AoAMS, Some Latin
fiéterinary Terms Relating to Diseases ofthe Back, in Studies in Latin Literature and Roman
History, a cura di C. DEROUX, Bruxelles, Latomus, 1992, pp. 480-504: esame di una
serie di termini, sia di tradizione medica, sia popolare, come ad es. pulmo, pulmun-
wlus, pispisa, pilupia, cancerfrigidum, a dimostrazione che la veterinaria possiede un
suo vocabolario specifico, di origine popolare, che si alterna con un altro di tradi-
zione medica; Io., Pelagonius and Latin fiéterinary Terminology in the Roman Empire,
Leiden, Brill, 1995: studio complessivo di notevole ampiezza e spessore scientifi-
co, in cui vengono ripresi anche gli studi precedenti sopra citati, incentrato su
Pelagonio scrittore {fonti, lingua, ecc.), ma anche sul contesto della sua opera:
arte veterinaria, pubblico, e altro; V. GITTON-RIPOLL, La chirurgie des chevaux dans
l'antiquité: étude lexical des termes latins désignant le personnel soignant, /es gestes chirurgi-
caux, /es instruments spécialisés, in Manus medica, a cura di F. GAmE e F. BIVILLE, Aix-
en-Provence, Univ. de Provence, 2003, pp. 206-27: attraverso lo studio di una
particolare terminologia, un contributo a varie tematiche, come storia della vete-
rinaria, pubblico dei vari trattati.
3.8. J. ANDRÉ, Contribution au vocabulaire de la viticulture: les noms de cépages, in
REL, a. xxx 1953, pp.126-56: utile raccolta di tutte le denominazioni dei vitigni, da
fonti agricole e non; le denominazioni dei diversi vitigni possono essere formate
secondo almeno tre criteri: toponimi, antroponimi dei viticultori, caratteristiche
della pianta; A. ERNOUT, Le vocabulaire botanique, in Io., Philologica m, Paris, Klinck-
siek, 1965, pp. 125-50: studio basato sui dati del Lexique des termes de botanique
dell'ANDRÉ: i vari termini botanici vengono raggruppati per categorie linguisti-
che e ne viene proposta un'interpretazione storico-sociologica; J. ANDRÉ, Noms
dcs plantes e noms d'animaux en latitl, in <<Latomus•>, a. XXII 1963, fase. 4 pp. 649-63: i
nomi delle piante derivati per tranifert da quelli degli animali vengono ripartiti per
tipologie, che a loro volta chiariscono le modalità e le motivazioni delle denomi-
nazioni botaniche stesse; G. M.AGGIULLI, Nomenclatura micologica latina, Genova,
l st. Filologia classica e medievale, 1977: prezioso e unico lavoro sulla identifcazio-
ne delle denominazioni latine dei funghi in base alle fonti antiche;]. ANDRÉ, Les
11oms des plants dans la Rome antique, Paris, Les Belles Lettres, 1985: rifacimento del
Lexique des termes de botanique en lati n del1956, con maggiore attenzione soprattut-

57
INTRODUZIONE

to alla identificazione della pianta in termini moderni, preziosa anche l'introdu-


zione in cui sono evidenziati alcuni caratteri del lessico botanico; M. FRUYT, Pro-
cédés de désignation dans les noms des plantes en lati n, in Les phytonymes grecs et lati ns.
Actes du Colloque International, Nice, 14-16 mai 1992, N ice, Univ. de N ice, 1993,
pp. 135-89: saggio incentrato sui procedimenti utilizzati in latino per la denomina-
zione delle piante, soprattutto metafora e metonimia, con esempi tratti anche da
altri linguaggi come quello degli zoologi o dei medici; F. BIVILLE, La réception des
hellénismes dans le lexique phytonymique latin (d'après Pline, 'Histoire nature/le?, ivi, pp.
7-62: lo studio risponde a due domande: perché le parole greche in Plinio botanico
sono cosi numerose e come vengono introdotte; P. FLOBERT, La faune de la flore la-
tine, ivi, pp.123-34: si dimostra, attraverso numerosi esempi il tranifert linguistico dal
mondo animale a quello vegetale; Des hommes et des plantes. Plantes méditerranéennes:
vocabulaire et usages andennes. Table ronde, Aix-en-Provence, mai 1992, a cura di M.
CL. AMOURETTI e G. CoMET, Aix-en-Provence, Publications de l'Univ. de Proven-
ce, 1993: esame di una serie di piante anche in relazione all'uso culinario; G. MAc-
GIULLI, Indpiant silvae cum primum surgere. Mondo vegetale e nomenclatura della flora di
Virgilio, Pisa-Roma, IEPI, 1995, e EAD., Per alta nemora. La poesia del mondo vegetale in
Seneca tragico, Pisa-Roma, Serra, 2007: ottimi lavori in cui le piante vengono identi-
ficate e insieme ne vengono descritte la funzione e la valenza poetiche; D. FAUSTI-
S. HAuTALA, Bibliografia della botanica antica, in «Lettre d'informations. Médecine
antique et médi.évale)), n.s., num. 6, 2007, pp.1-6o: bibliografia ricchissima e com-
pleta, che comprende anche una sezione sulla lingua botanica latina.
3·9· C. FRANZONI, Habitus atque habitudo militis. Monumenti funerari di militari nel-
la Cisalpina romana, Roma, «VErma)) di Bretschneider, 1987: saggio non linguisti-
co, tuttavia utile per la definizione e l'identificazione di tutta una terminologia
tecnica documentata dalle iscrizioni e relativa ad armi, uniformi, carriera milita-
re; DE MEo, Lingue, pp.171-207, 431-41; M. CLAuss, Lexicon lateinischer militéirischer
Fachausdriicke, Stuttgart, Theiss, 1999: lessico di facile accesso e molto utile. I sin-
goli lemmi comportano la traduzione esplicativa del termine latino, la segnala-
zione e talora anche la citazione delle fonti (perlopiu epigrafiche). Numerose
foto di reperti (epigrafi, rilievi, statue) completano le informazioni; DE MEo, Lin-
gue, pp.171-207, 431-41.
3.10. W. HERAEUS, Romische Soldatensprache, in ALLG, a. xn 1902, pp. 255-80:
contributo ancora utile per l'identificazione di una serie di espressioni tipiche
della lingua dei soldati; M.G. Mosci SASSI, Il sermo castrensis, Bologna, Pàtron, 1983:
una equilibrata introduzione precede la raccolta e il commento di passi, termini
ed espressioni di varia provenienza, ma propri del linguaggio dei soldati; P. FLURY,
Wortschatz aus dem Untergrund. Archéiologische Funde bereichern das lateinische Worter-

sB
INTRODUZIONE

buch, in Io., Aus der Werkstatt eines Lexikographen, Baden, Schweizer, 2005: illustra
alcuni termini militari, ignoti precedentemente, e documentati dagli ostraka di Bu
Njem, o dalle tavolette di Vindolanda.
3.11. R. FoRHALLE, Sur le vocabulaire maritime des Romains, in Mélanges P. Thomas,
a cura di P. FAIDER, Bruges, Imprimérie Saint Catherine, 1930: parole indoeuro-
pee, greche e greco-etrusche dimostrano l'Antichità del vocabolario marinaro dei
Romani, ma va detto che affermazioni su tal une singole forme oggi sono da con-
siderare inesatte e/o superate; E. DE SAINT DENIS, Le vocabulaire des mancruvres
nautiques en latin, Macon, De Protat Frères, 1935: vocabolario descrittivo; T. Bo-
LELLI, r-ilci marinaresche in latino, in «Studi Italiani di Filologia Classica••, n.s., a. xvii
1937. pp. 47-70: raccolta di voci marinare di origine greca e tentativo di individua-
zione dell'epoca della loro introduzione nella lingua latina; DE MEo, Lingue, pp.
248-60,270-71,489-94·
3.12. M.G. Mosci SASSI, l/linguaggio gladiatorio, Bologna, Pàtron, 1992: lavoro
complessivo sul tema, a tutt'oggi unico, presentazione dei caratteri della lingua
dei gladiatori nel contesto del gruppo sociale e analisi di passi, luoghi e documen-
ti significativi.
3-13.]. ANDREAU, Histoire des métiers bancaires et évolution économique, in «Opus», a.
m 1984, pp. 99-114: saggio sintetico, prima introduzione alla storia del sistema
bancario antico, utile il glossario iniziale. G. MASELLI, Argentaria. Banche e banchie-
ri nella Roma repubblicana, Bari, Adriatica, 1986: lavoro documentato, metodologi-
camente corretto sia sul piano storico che su quello filologico, la quarta sezione
del libro contiene una rassegna di termini relativi alle varie operazioni finanzia-
rie, peccato che la ricerca si concluda con l'epoca repubblicana; L. NADJO, I:argent
et /es a.ffaires à Rome des origines au Il" siècle avant ].-C. Étude d'un vocabulaire technique,
Louvain-Paris, Peeters, 1989: studio importante, di carattere lessicale e semantico,
illuminante per una serie di termini di ardua interpretazione, incentrato soprat-
tutto sulla terminologia documentata negli autori comici e satirici di epoca re-
pubblicana; C. DE MEo, Appunti sull'uso de/linguaggio del commercio e degli affari in
P/auto, in Mnemosynum. Studi in onore di A. Ghise/li, Bologna, Pàtron, 1989, pp. 195-
205, rist. in DE MEo, Lingue, pp. 347-57;]]. AuBERT, Business Managers in Ancient
Rome. A Social and Economie Study of 'Institores' 200 B.C.-A.D. 250, Leiden-New
York-Koln,Brill, 1994: saggio importante di carattere socio-economico sul mana-
geriato dipendente nel mondo romano; utili anche per una ricerca linguistica le
definizioni, caratteristiche e funzioni di varie figure, come vilicus, procurator, magi-
ster pecoris; P. GRòSCHLER, Die Tabellae-Urkunden aus den pompeianischen und herku-
lanensischen Urkunden, Berlin, Dunker & Humboldt, 1996: notevole contributo al
linguaggio economico latino, quale emerge dalle tavolette di Murecine. Viene

59
INTRODUZIONE

studiato, tra l'altro, il senso di espressioni tecniche come aaeptum dare, imaginaria
solutio, codex aaepti; M. loANNATou, Affaires d'argent dans la correspondance de Cicéron.
I.:aristocratie sénatorialfoce à ses dettes, Paris, De Boccard, 2006: si tratta di un lavoro a
prevalente carattere socio-storico, tuttavia molte espressioni tecniche latine risul-
tano illustrate nel contesto del discorso.
3.14. APICIUS, I.:art culinaire, a cura di J. ANDRÉ, Paris, Les Belles Lettres, 19742 :
fino ad ora si può considerare edizione di riferimento, sia per l'apparato critico,
sia per il commento, linguistico e no; In., I.:alimentation et la cuisine à Rome, ivi, id.,
1981 2 : introduzione alla storia e ai contenuti dell'alimentazione e della cucina ro-
mana e pertanto anche al linguaggio dei cuochi; F. MARCHESE, Aspetti della lingua
tecnica di Apicio, in «Atti e Memorie dell'accademia Toscana di Scienze e Lettere
La Colombaria)>, a. LII 1987, pp. 9-99: saggio importante, anche se non privo di
qualche ingenuità, incentrato soprattutto sulla interferenza greco-latina nel De re
culinaria; E. SALZA PRINA RICOTTI, Alimentazione, cibi, tavola e cucine nell'età imperiale,
in I.:alimentazione nel mondo antico. I Romani. Età imperiale. Catalogo della Mostra di
Roma, Roma, 1st. Poligrafico e Zecca dello Stato, 1987, pp. 71-130: saggio di agevo-
le lettura con una estesa rassegna di cibi e loro diffusione; R. GIACOMELLI, Lingua
quotidiana e grecismo ne/lessico culinario latino, in «Acme», a. XLV1111994, fase. 2 pp.
29-47: in base a un'analisi essenzialmente formale, e dunque alquanto riduttiva, di
alcuni termini propri della cucina, sostiene il carattere informale e diastratico del
lessico culinario; M. CoRBIER, La fava e la murena:gerarchie sociali dell'alimentazione a
Roma, in Storia dell'alimentazione, dir.J.L. FLANDRIN e M. MoNTANARI, Roma-Bari,
Laterza, 1996, pp. 214-36: saggio utile per comprendere il contesto culturale ed
economico in cui operano i cuochi; G. RAcE, La cucina del mondo classico, Napoli,
Esi, 1999: contiene un glossario specifico; P. FLOBERT, Latin et cuisine: /es recettes
d'Apicius, in De lingua latina Novae quaestiones. Actes du x< Colloque internationale
de Linguistique latine, a cura di CL. Moussv, Lovain-Paris-Sterling, Peeters, 2001,
pp. 321-26: riguarda le diverse forme verbali illocutorie; A. DALBY, Food in the An-
cient Worldfrom A-Z, London-New York, Routledge, 2003: definizione e descri-
zione di cibi, utensili da cucina, ecc. in base a fonti letterarie, ma anche archeolo-
giche e artistiche.
3.15.].N. AoAMS, Latin Wordsfor 'Woman' and 'Wife', in <<Glotta)>, a. L1980, fase. 3
pp. 234-55: una sintesi efficace dell'evoluzione semantica dei terrninifemina, mulier
e coniunx dall'epoca repubblicana fino alla tarda latinità, ai diversi livelli di lingua;
S. BoscHERINI, Come parlavano le donne a Roma, in Studi linguistici per i 50 anni del
circolo linguistico fiorentino, Firenze, Olschki, 1995, pp. 55-60: individuazioni di cam-
pi semantici in cui, a testimonianza degli stessi antichi, doveva essere piu marcata
la differenziazione della lingua delle donne rispetto alla comune; E. MALASPINA,

6o
INTRODUZIONE

La terminologia latina delle professioni femminili nel mondo antico, in <~Mediterraneo


antico. Economie, società, culture)), a. VI 2003, fase. t pp. 347-91: ampia raccolta,
derivata da fonti letterarie e documentarie, di denominazioni al femminile delle
varie professioni.
3.16. w HERAEUS, Die Sprache der romischen Kinderstube, in ALLG, a. Xlll1904, pp.
149-72: saggio d'insieme e specifico sul tema, ancora insostituito, con abbondante
documentazione, anche epigrafica. I suoi limiti sono quelli dell'epoca in cui è
stato scritto: assenza di correlazione tra lingua e società, non considerazione di
fonti e dati relativi alla tarda latinità; Maternité et petite enfance dans l'antiquité, dir. D.
GouREVITCH, A. MOIRIN e N. RouQUET, Bourges, Éditions de la ville de Bourges,
2003: catalogo di una mostra sul tema. Alcuni articoli, come quello sull'allatta-
mento, sui giochi, sulle stele funerarie, forniscono materiale sia per una ricerca
linguistica, sia per i presupposti storici, economici e sociali.

61
1

LATINO VOLGARE
O DEI CETI MEDI E INFERIORI

l. PREMESSA

Il latino volgare è stato oggetto di un crescente interesse da parte di la-


tinisti, romanisti e moderni grammatici, già a partire dalla seconda metà
del sec. XIX (si pensi allo studio fondamentale e ancora, per certi versi,
valido dello Schuchardt).
Sono stati compilati manuali, per delinearne le caratteristiche generali,
sono state fatte raccolte antologiche di testi e documenti, sono stati scritti
numerosissimi saggi sugli elementi volgari in questo o quell'autore, si so-
no svolti vari congressi, e tuttavia non si è ancora venuti a capo, o meglio
non c'è accordo unanime su questioni preliminari come quelle, in primis,
dell'esistenza stessa del latino volgare e della sua definizione.
Con il presente capitolo non si intende sostituire i manuali correnti,
peraltro di facile reperibilità e ancora molto validi, come quelli di Vaana-
nen e di Herman. Ci poniamo piuttosto i seguenti obiettivi: a) informa-
re lo studente sulle problematiche preliminari o di principio; b) presen-
tare, in estrema sintesi, i risultati della ricerca relativamente ad alcuni
caratteri linguistici salienti e alla loro collocazione cronologica; c) rilevare
alcune specificità regionali o territoriali; d) correlare alcuni caratteri tipi-
ci con i fattori psicologici, linguistici, storici che ne possono essere alla
base.

2. PRELIMINARI

Possono essere considerate problematiche preliminari le seguenti: a)


definizione del latino volgare; b) esistenza; c) collocazione cronologica;
d) concetto di sermo vulgaris secondo gli antichi; e) fonti per lo studio e la
conoscenza. Prendiamole in esame nell'ordine.
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.1. Definizione

Tutti intendono per latino volgare il latino parlato in opposizione a


quello scritto, molti aggiungono un'ulteriore precisazione: «parlato dai
ceti medi e inferiori)).
È evidente che, nel primo caso, con latino volgare si intende un latino
substandard (rispetto a quello letterario) costituito da un insieme molto
esteso di fonemi, morfemi, sintagmi e lessemi in uso nei vari ceti sociali,
come anche nelle piu svariate situazioni di comunicazione orale. Nel se-
condo caso invece si intende il latino parlato dai ceti medio bassi, in oppo-
sizione a quello, sempre parlato, dei ceti colti e/o aristocratici, pur anche
questo, a sua volta, articolato in contesti sociali e situazioni comunicative
che possono essere anche molto diverse.
In conseguenza o meglio in coerenza con queste due definizioni, si
sogliono utilizzare diverse denominazioni, cosi si parla anche di <datino
parlato)), di <datino lingua d'uso)), di «latino di tutti i giorni>>, di <datino
familiare)) nel primo caso, di <datino popolare)) nel secondo.

2.2. Esistenza del latino volgare

C'è stato chi ha negato l'esistenza per noi del volgare in base alla stessa
definizione di volgare come "latino parlato", affermando che esso, in quan-
to parlato, non è documentato né documentabile in alcun modo. C'è stato
anche chi lo ha asserito in base alla definizione di volgare come "latino
protoromanzo" (vd. sotto) nel senso che il latino fino a che è tale è sempre
latino e nel momento in cui non è piu tale è semplicemente romanzo.
Dunque per il volgare come protoromanzo non ci sarebbe spazio.
In effetti entrambe le posizioni sono conclusioni estreme, corrette solo
su un piano meramente teorico o astratto. Alla prima la maggioranza de-
gli studiosi risponde che è vero che il latino parlato non è documentato né
documentabile in quanto tale, ma è anche vero che è ricostruibile attra-
verso opere e documenti scritti, in cui se ne fa uso a scopo d'arte o a scopo
"politico", oppure come conseguenza di un'insufficiente conoscenza del
registro formale delle classi colte da parte degli scriventi. Alla seconda af-
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

fermazione si risponde che se da un lato è vero che gli elementi romanzi


presenti nella lingua dei secoli VI-VIII sono ormai evidenti e numerosi, in
qualche modo limitati solo dalla formazione culturale (seppure estrema-
mente povera) degli scriventi e dalla loro volontà di differenziarsi dal par-
lato vivo, dall'altro è anche vero che tutte le opere e i documenti scritti nei
secoli VI-VIII sono redatti ancora in latino.

2.3. Collocazione cronologica

All'interno delle definizioni di cui sopra ci si è posto il problema della


collocazione cronologica e ci si è chiesto: il latino volgare è sempre esisti-
to, parallelo al letterario, oppure è successivo a questo da cui deriva e in
qualche modo costituisce il protoromanzo (in questo senso si è parlato di
latino volgare anche come "latino protoromanzo")?
Si può dire subito che la posizione prevalente degli studiosi è quella di
riconoscere l'esistenza parallela di un latino volgare rispetto a quello let-
terario, un'esistenza che diventa piu marcata nella cosiddetta «epoca clas-
sica)) (fine Repubblica e primo Impero) per poi tornare a essere sempre
meno netta, perché il latino letterario torna ad avvicinarsi o addirittura a
identificarsi con quello parlato (cfr. la scomparsa del livello alto in epoca
romano-barbarica; vd. vol. I cap. 8, 4.2.2).

2.4. Gli antichi e il concetto di latino volgare

Gli antichi erano certamente consapevoli dello stacco esistente tra la


lingua parlata dai ceti alti e quella dai ceti bassi, come anche di quello tra
la lingua parlata a qualunque livello sociale e quella letteraria.
In effetti abbiamo una serie di affermazioni esplicite, in ogni epoca, cui
si possono aggiungere le frequenti variazioni di livello nella letteratura
d'arte in funzione dei diversi personaggi, in particolare del loro livello
culturale e sociale (basti pensare al parlare degli schiavi nelle commedie di
Plauto, alla lingua dei liberti nel Satyricon di Petronio).
Prendiamo in considerazione solo alcuni dei passi significativi per com-
prendere la consapevolezza degli antichi, circa l'esistenza di variazioni
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

parlate in rapporto alla lingua scritta e di diversità socialmente motivate


all'interno del parlato stesso.
Nella Rhetorica ad Herennium (cap. 4 parr. 12-16), nel contesto della dot-
trina dei tre generi del dire, si fornisce per ognuno dei tre livelli o generi
un esempio. Come esempio di stile basso viene presentato un quadro di
vita quotidiana e a proposito della lingua in esso utilizzata si parla di sermo
irifìmus e cottidianus, 'lingua infima' o 'quotidiana' o anche illiberalis, 'propria
degli schiavi'. Dunque è evidente nell'autore della Rhetorica la consapevo-
lezza di un linguaggio parlato e quotidiano in opposizione a uno scritto ed
elaborato, come anche di un linguaggio illiberalis, quindi marcato social-
mente.
Oltre che nella Rhetorica ad Herennium anche in Cicerone, Academica, in
Svetonio, in Quintiliano e altri ricorre variamente la iunctura sermo vulgaris
e sempre nel significato di 'linguaggio di tutti i giorni', in contrapposizio-
ne a quello elaborato, artistico, letterario.
Cicerone parla a piu riprese di un latino rusticus, agrestis, di cui descrive e
sottolinea soprattutto la pronuncia dilatata che non rispetta la quantità
delle sillabe, una lingua di mietitori. Si veda ad es. il De oratore (lib. 3 par.
46) o il Brutus (cap. 259). È evidente dall'insieme dei passi che Cicerone,
parlando di rusticitas, intende un livello parlato collocato nei ceti campa-
gnoli considerato rozzo e scorretto (vd. vol. I cap. 3, 4.1.1.1; sotto, cap. 5, 2.5).
La consapevolezza dell'esistenza di un latino rustico collocato in campa-
gna o in provincia, parlato da ceti inferiori, è direttamente o indirettamen-
te attestata non solo in Cicerone e suoi contemporanei come Varrone e
Nigidio Figulo, ma anche in scrittori piu antichi come Plauto e Lucilio,
fino a quelli cristiani di epoca romano-barbarica (vd. vol. I cap. 8, 4.1.3).
In sostanza è indubbio che gli antichi fossero consapevoli della variante
parlata in rapporto a quella scritta e delle varianti settoriali.

2.5. Le fonti per lo studio e la conoscenza

Le fonti del latino volgare possono essere distinte in documenti e opere


letterarie.
Tra i documenti si possono menzionare, in primis, le iscrizioni (su pie-

66
1 LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

tra, su coccio, su tavolette di metallo, sui muri, su cuoio, ecc.), in secondo


luogo le lettere commerciali, gli atti notarili, ecc. (vd. vol. 1, intr. 3.1.1-6).
Tra le fonti letterarie occupano un ruolo fondamentale la maggior par-
te delle opere scritte dopo la seconda metà del sec. VI, quando scompare
il genere alto (vd. vol. 1 cap. 8, 3.1.2). Anteriormente documentano carat-
teri di latino vivo o corrente o volgare soprattutto quei generi letterari che
si direbbe, per loro natura, rispecchiano la quotidianità o sono scritti per
un largo pubblico, il quale piu agevolmente accede ai registri del latino
parlato e informale. Concretamente, per esemplificare, attestano un mag-
gior numero di fenomeni propri del latino volgare, in specie del parlato
tout court (a prescindere dalle variabili di classe o ceto sociale), i seguenti
generi: la commedia, la satira, le epistole, il romanzo, la letteratura tecnica
(medicina, veterinaria, culinaria, agricoltura, ecc.), la letteratura cristiana,
ma in specie e soprattutto- al suo interno -le prime versioni della Bibbia,
le vite di santi, le regole monastiche e la letteratura monastica nel suo
complesso, le prediche, i resoconti di viaggi (vd. cap. 2, 2.5). Un genere,
per noi particolarmente ricco di informazioni in fatto di volgarismi mor-
fologici e lessicali, è quello grammaticale, cui si riportano, in elenchi con-
trastivi, le forme corrette e quelle che non lo sono, come ad es. l' Appendix
Probi. Anche per le fonti letterarie, come sopra rapidamente elencate, in
particolare per la loro varia utilità ai fini della descrizione dei caratteri del
latino volgare, vd. vol. 1, intr. 3.2.2-4.
Non si può parlare di fonti ma di strumenti per scoprire e comprovare
la natura volgare di forme e moduli, sia a proposito delle lingue romanze
«essenziale meccanismo di controllo)) (Herman, p. 20), sia a proposito dei
«fenomeni universali dell'orale[ ... ] che devono ritrovarsi in principio in
tutte le lingue11 (Koch, p.126).

3· CARATTERI LINGUISTICI E LORO COLLOCAZIONE CRONOLOGICA

Sarebbe troppo lungo e fuori luogo descrivere, in questa sede, tutti i


possibili caratteri del latino volgare o, peggio, farne una grammatica siste-
matica e completa, come se si trattasse di una lingua autonoma. Esso è
anzitutto latino e dunque possiede un codice sostanzialmente in comune
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

con quello letterario. I due latini, il letterario e il volgare sono piuttosto


due sottocodici, che a loro volta si caratterizzano non tanto per elementi
stabili e sistematici in contrasto ma per tendenze o scelte privilegiate, non
assolute. Insomma se ad es. la proposizione oggettiva resa con una con-
giunzione come quod + un tempo finito è preferita da testi o autori che
vogliono avvicinarsi al parlato, non è detto che lo stesso autore o testo non
possa fare uso della oggettiva resa con il soggetto in caso accusativo e il
verbo all'infinito. Quanto detto a proposito di uno scrittore o testo poteva
valere per lo stesso parlante.
Dunque nei paragrafi che seguono prendiamo in esame le principali
tendenze del latino volgare a livello di fonetica, morfologia, sintassi, lessi-
co come anche il loro rapporto con il greco. Nello stesso tempo, per le
singole tendenze cerchiamo ove possibile di fornire delle indicazioni cro-
nologiche (che, come per la maggior parte dei fenomeni linguistici, sono
solo approssimative e legate a un certo documento il quale tuttavia può
essere anche di molto posteriore alla prima manifestazione del feno-
meno).

3.1. Fonetica

A livello fonetico caratterizzano il latino volgare, in primis, due fenome-


ni che appaiono come due facce della stessa medaglia, l'accento intensivo
e la perdita del senso della quantità.
A questi due fenomeni se ne legano altri, come effetti e comunque
paralleli, in particolare, tra gli altri, i seguenti: sincope, apocope, monot-
tongazione, funzionalità del timbro, scambio di vocali.

3.1.1. Accento intensivo e perdita del senso della quantità delle sillabe. La carat-
teristica piu vistosa a livello fonetico del volgare e soprattutto, almeno fi-
no al tardo Impero e oltre, della lingua dei ceti inferiori e incolti, sembra
essere la propensione a sottolineare, nella pronuncia dell'accento, il suo
aspetto intensivo e non quello quantitativo. In termini molto semplici, il
parlante tende a distinguere la sillaba accentata o tonica mediante un au-
mento del volume e non mediante un innalzamento del tono. Vaccento

68
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

intensivo, per sua natura, proprio in funzione di un maggiore dispendio


di aria proveniente dai polmoni, finalizzato all'aumento del volume, fini-
sce per rendere impossibile il rispetto rigoroso della quantità di tutte le
sillabe e quindi si correla, strettamente, con la perdita del senso della
quantità.
Per quanto riguarda la collocazione cronologica e sociale dei due feno-
meni, in primis del fenomeno della perdita del senso della quantità delle
sillabe, possediamo indizi, testimonianze e prove, piu o meno espliciti.
Essi sono rappresentati da quei fenomeni fonetici che, rispetto ai due in
questione, si possono considerare effetti o concomitanti, faccio riferimen-
to in particolare alla chiusura dei dittonghi, alla sincope e all'apocope.
Veniamo ora alle testimonianze. Si può dire che, quasi sicuramente,
Cicerone allude al non rispetto della quantità sillabica e quindi anche
all'accento intensivo e non tonale, quando parlando dei caratteri della
pronuncia rustica (che per certi versi viene sentita vicina a quella arcaica;
vd. vol. I cap. 3, 4.1.1.1 e sotto, cap. 5, 2.5), ne evidenzia <(suoni strascicati
delle lettere», <(pesantezza dei suoni1> e la contrappone alla pronuncia
urbis propria di cui sottolinea tra l'altro «l'articolazione controllata della
bocca1>.
Una testimonianza diretta del fatto che la quantità sillabica non è piu
avvertita, e quindi anche della presenza dell'accento intensivo, e questa
sembra valere un po' per tutta la popolazione a prescindere dalla collo-
cazione sociale, è quella che ci viene dal grammatico Sacerdote che,
alla fine del III secolo, definisce un barbarismus nostri temporis, 'un barba-
rismo del nostro tempo', la tendenza ad abbreviare le sillabe lunghe in
fine di parola. Esplicita e generalizzata, ma con un preciso riferimento
geografico, gli Africani (quelli incolti come si può dedurre dal conte-
sto), è la testimonianza che si ricava da Agostino, De doctrina cristiana (li b. 4
cap. 10):
Cur pietatis doctorem pigeat imperitis loquentem, ossum potius qua m os dicere, ne ista syllaba
non ab eo, quod sunt ossa, sed ab eo, quod sunt ora, intellegatur, ubi Ajrae aures de correptione
''ocalium vel productione non iudicant?, 'Perché colui che predica l'amore deve avere a
noia parlando agli incolti di dire ossum invece che os, per evitare che questa sillaba
non sia intesa come derivante da ossa, ma come derivante da ora dato che le orec-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

chie degli Africani non sono in grado di discernere l'abbreviazione e l'allunga-


mento delle vocali?'.

Una testimonianza implicita della scomparsa progressiva del senso del-


la quantità a favore dell'intensità, anche presso le persone colte, o presso i
ceti alti dell'Italia, è costituita dalle parole di Ambrogio, che nel De olficiis
(lib. 1 parr. 99-104), parlando, tra l'altro, della pronuncia ideale del predi-
catore, del vescovo in particolare (dunque di persone colte, quali erano
appunto i vescovi all'epoca), raccomanda misura nell'articolare (pronuntia-
tionis modus) e ciò in contrapposizione alla pronuncia dei contadini (sonus
subrusticus).
Una testimonianza ulteriore, pure questa indiretta, della perdita del
senso della quantità, anche tra le persone colte le quali la apprendono a
scuola, viene, per il sec. VI, dalla lettera 57 di Avito. Costui, offeso perché
un certo Viventiolo lo ha criticato per aver pronunciato lunga la penulti-
ma sillaba di potitur, orgogliosamente ricorda i suoi studi letterari giovani-
li a scuola.
Indizi concreti della non percezione della quantità, da parte di singoli
scrittori o scriventi di livello meno colto (prima) e di livello piu alto (do-
po) si possono, forse, ricavare da "errori" metrici in testi scritti di epoca
imperiale. Probabilmente molto significative in questo senso sono alcune
finali di esametri in graffiti pompeiani del tipo supstenet amicos, in cui la
prima e di supstenet è considerata lunga pur essendo breve.
Indicative, perché ripetute, in questo caso anche per i ceti colti, possono
essere alcune finali di esametro in Commodiano (III sec.) del tipo datas a
summo in cui la prima sillaba di datas, che è prima sillaba di quello che do-
vrebbe essere il dattilo della penultima sede dell'esametro, in realtà è bre-
ve, ma probabilmente viene considerata lunga perché in effetti riceve
l'accento.

3.1.2. Sincope. La sincope avviene spesso in sillabe atone, p re e post toni-


che, costituite da vocali brevi, in particolare e piu frequentemente nella
penultima sillaba breve, costituita da vocali atone contigue con sonanti
cioè l, r, m, n. I primi esempi epigrafici quali poplo, poplom per populo, popu-

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1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

/um, 'al popolo, il popolo', e dedro per dederunt, 'diedero' (con accento sulla
tcrzultima) si incontrano già a partire dal III sec. a.C.; cosi anche, tra III e
II sec. a.C., forme come caldus per calidus, 'caldo'; calfacere per calefacere, 'ri-
scaldare', sono attestate variamente già in autori come Catone.
Nel tardo latino queste forme sincopate diventano sempre piu frequen-
ti c molte di esse sopravvivono come tali in tutta l'area romanza, cosi viri-
dem, 'verde', che sopravvive come verde in italiano, spagnolo, portoghese e
rumeno, come vert in francese, come birde in sardo.

3.1.3. Apocope. Vapocope si verifica soprattutto con le consonanti finali


piu deboli, in particolare -m e -s, e ciò con grave pregiudizio del sistema
dei casi (vd. sotto).
Una conferma esplicita della pronuncia impercettibile della -m finale si
legge nella Institutio oratoria di Quintiliano (lib. 9 cap. 4 par. 40):
Eadcm illa littera, quotiens ultima est et vocalem verbi sequentis ita contingit, ut in eam tran-
sirc possit, etiam si scribitur, tamen parum exprimitur, ut 'multum ille' et 'quantum erat: adeo
ut pacne cuiusdam novae litterae sonum reddat, 'La stessa lettera [scii. m] ogni volta che
si trova in ultima posizione ed è a contatto con la vocale della parola seguente, in
modo tale che può appoggiarsi su di essa, anche se si scrive, tuttavia si pronuncia
poco come in multum il/e e quantum erat al punto che sembra rendere il suono di
una lettera nuova'.

Per la omissione della -snella pronuncia, anche se limitatamente alla


finale -us troviamo una conferma esplicita in Cicerone in particolare nel-
l'Orator (cap. 46 par.161):
Qui11 etiam, quod iam subrusticum videtur, olim autem politius, eorum verborum, quorum
cacdem erant postremae duae litterae quae su nt in optumus, postremam litteram detrahebant,
nisi vocalis insequebatur, 'Anzi, ciò che ora appare quasi proprio del parlare dei rusti-
ci, un tempo però appariva piu raffinato: eliminavano dalla pronuncia di quelle
parole le cui ultime due lettere sono le stesse che in optumus la ultima lettera, salvo
che essa fosse seguita da vocale'.

Questa annotazione di Cicerone, che a proposito dell'apocope della -s


avvicina la pronuncia rustica all'arcaica, può costituire, indirettamente, un

71
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

indizio interessante anche per la collocazione molto antica dell'accento


intensivo nella pronuncia rustica.
Cenni concreti della non pronuncia delle lettere finali -m e -s si riscon-
trano nelle iscrizioni di tutti i tempi, a partire dall'epoca arcaica, e natural-
mente diventano sempre piu frequenti nel tardo-antico e romano-barba-
rico. Le piu antiche iscrizioni in cui viene omessa la -m finale sono quelle
degli Elogia Scipionis del III sec. a.C.: oino = oinom > unum, 'uno'; viro= viro m
> virum, 'uomo', omne = omnem, 'tutto'. Tra le documentazioni epigrafiche
piu antiche per la omissione della -s finale si può citare quella del CIL, 12
28, del IV secolo in cui si legge Poplitio per Poplitios.

3.1.4. Monottongazione o chiusura dei dittonghi. Il latino presenta i seguenti


dittonghi: ae (antico ai), au, ei, oe (antico oi), ou.
I dittonghi ou, oi ed ei scompaiono tra la seconda metà del III sec. a.C. e
la prima del II, con la seguente evoluzione: ou > u (douco > duco, 'conduco'),
ei >i (deico >dico, 'dico'), oi > u (oinos > unus, 'uno'), ma anche> oe, a condi-
zione che la sillaba seguente non contenga la lettera i, cosi accanto a poinio
> punio, 'punisco', si ha poina > poena, 'pena'. Parallelo al passaggio oi > oe si
ha anche quello ai > ae.
A proposito della monottongazione di ae, abbiamo un'importante testi-
monianza di epoca arcaica (II sec. a.C.) che ci permette di collocare il fe-
nomeno anche socialmente. Lucilio, riportato da Varrone (che peraltro
conferma la cosa) e ripreso anche da Diomede Grammatico, quando dice
che Cecilia diventa un pretore rustico se non viene pronunciata la a di
praetor, chiaramente colloca in ambiente rustico la monottongazione del
dittongo ae. Leggiamo Lucilio nella citazione varroniana nel De lingua la-
tina (lib. 7 cap. 96):
In pluribus verbis a ante e a/ii ponunt, a/ii non[ ... ] ac rustici pappum Mesium, non Mae-
sium, a quo Lucilius seri bit «Cecilius <preton ne rusticus fiat>>, 'In molte parole alcuni
pronunciano a davanti a e, altri no [... ] la gente di campagna pronuncia pappum
Mesium e non Maesium, per questo Lucilio scrive: «che Cecilius non diventi un
pretor di campagna))'.

Per quanto riguarda la chiusura del dittongo au (che tuttavia non arriva

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1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

mai a compimento in latino e sussiste ancora nel romanzo; vd. ad es. l'it.
causa), troviamo una prima esplicita collocazione in area rustica in Festo
che definisce orum per aurum, 'oro', oricla per auricula, 'orecclùa', pronunce
proprie della gente di campagna. Conferme indirette della collocazione
sociale in area rustica e plebea di au >o, sono presenti in una serie di oscil-
lazioni -aul-o, molto antiche (III-II sec. a.C.) in termini come Aulla/olia,
'pentola'; plaustrumlplostrum, 'carro'. In particolare, e significativamente,
troviamo la forma monottongata in Catone, l'altra in Plauto.
Clodio il famoso tribuna della plebe dels8 a.C., avversario di Cicerone,
che cambia il suo nomen in Clodius da Claudius, a marcare cosi la sua posi-
zione politica di popularis, rappresenta per il I sec. a.C. la conferma della
caratteristica popolare, in questo caso anche cittadina, della chiusura del
dittongo.
Per la monottongazione di au, anche in ambienti elevati, ma a livello di
lingua familiare, almeno limitatamente ad alcune forme, nello specifico
orida= auricula è significativo un passo del secondo libro delle Epistulae ad
Quintum Jratrem di Cicerone (ep. 13 par. 4), di carattere affettivo e collo-
quiale, in cui egli volendo sottolineare la duttilità del fratello in fatto di
politica lo definisce: oricla itifìma molliorem, 'piu flessibile della parte bassa
dell'orecchio'.
Se andiamo a dare uno sguardo alle epigrafi arcaiche, troviamo la grafia
t'per ae (ai) non in Roma ma in zone vicine come Preneste, Tusculo, Spo-
leto, già a partire dall'inizio del II sec. a.C. Anche la monottongazione di
au appare in primo luogo periferica rispetto a Roma, essendo documen-
tata dapprima nelle iscrizioni di territorio osco.

3.1.5. Qualità delle vocali o timbro. Le vocali lunghe sono naturalmente


anche di timbro stretto e le vocali brevi di timbro largo: si tratta di un fatto
111 sé fisiologico: perché un suono possa durare piu a lungo è necessario,
pe-r cosi dire, stringere il "rubinetto" da cui esce l'aria proveniente dai
polmoni, e tale rubinetto, in effetti, lo stringiamo aprendo o chiudendo il
cavo orale soprattutto con le labbra e la lingua. Ora nel latino classico o,
per meglio dire, con tutta probabilità nel latino parlato dei ceti colti e ari-
stocratici fino al III-IV sec. d.C. (vd. sopra 3.1.1), tutte le vocali possono

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LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

essere sia brevi che lunghe: ii, ii/e, eli, T/o, olu, u. La quantità (cioè la lun-
ghezza o meno) delle vocali è rilevante e funzionale a trasmettere signifi-
cati diversi cosi ad es. venit, 'viene' (presente), ma venit, 'venne' (perfetto);
cosi rosa, 'la rosa' (nominativo/soggetto), ma rosa, 'con la rosa' (ablativo/
complemento). Man mano che il senso della quantità scompare dalla sen-
sibilità del parlante, la differenza di timbro rimane l'unico elemento di-
scriminante e funzionale, differenza che ancora oggi può svolgere un ruo-
lo semantico decisivo, come nel caso di 'accétta' e 'accètta', strumento il
primo con cui si taglia la legna, voce del verbo accettare il secondo.
Nel passaggio tuttavia dal latino al romanzo la discriminante rimasta
unica, quella cioè del timbro o qualità, sulle vocali che prima erano insie-
me lunghe e strette, brevi e aperte, ha finito per determinare una serie
infinita di confusioni tra i brevi ed e lunghe, tra o lunghe e u brevi fino alla
seguente finale conclusione: a da ii e a, é da Ted e, è da e, i da l, ò da o, 6 da o
e u, u da ii. Questa particolarità è ampiamente documentata a partire dai
secc. III-IV d.C., quando la perdita del senso della quantità, almeno tra i
ceti inferiori, sembra un fatto generalizzato e definitivo.
A livello epigrafico non mancano tuttavia esempi anche in epoca arcai-
ca, basti pensare a forme ricorrenti negli Elogia Scipionis del III secolo a.C.,
quali ad es. fu et per fui t, 'fu'; dedet per dedit, 'diede'; tempestatebus per tempe-
sta ti bus, 'alle tempeste'.
In sintesi, si può dire che i due fenomeni fonetici della prevalenza dell'ac-
cento intensivo sul tonale e della perdita del senso della quantità comincia-
no a manifestarsi già a partire dal III o dal II secolo a.C. Questa verosimile
collocazione cronologica si basa su testimonianze esplicite e, soprattutto,
sulla documentazione dei fenomeni correlati sopra menzionati (apocope,
sincope, ecc.). Va anche detto che essi sembrano manifestarsi prima in pe-
riferia poi al centro (Roma), prima nella popolazione di campagna (vd. cap.
5, 3.1) poi in quella di città, prima nei ceti umili e incolti, poi nei ceti alti.

3.2. Moifologia

Sul piano morfologico le tendenze piu vistose del latino volgare si ri-
scontrano nel sistema nominale: progressiva eliminazione del genere neu-

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1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

tro e comunque instabilità del genere, riduzione dei morfemi dei casi,
passaggi da una declinazione all'altra (o meglio detto, da un tema all'altro)
con tendenza all'eliminazione della 4• e della 5" declinazione. Nel sistema
verbale si rilevano la riduzione dei morfemi caratterizzanti le diatesi me-
dia e passiva, i passaggi di coniugazione e l'eliminazione della 3• e altre
ancora. Prendiamo in esame piu da vicino alcuni di questi fenomeni mor-
fologici.

3.2.1. Genere neutro. I fattori che contribuiscono all'eliminazione dei mor-


femi del genere neutro sono di ordine fonetico, intrinseco e semantico.
Fattore di ordine fonetico è, in parte, la non pronuncia delle consonan-
ti finali -m e-s (correlabile a sua volta all'accento intensivo e alla perdita del
senso della quantità). È chiaro che ove le finali -m o -s non sono percepite,
non si distingue piu nemmeno la differenza di genere, per es. tra 'vinus',
'vino', nominativo maschile e vinum, nominativo neutro, oppure tra dulce,
'dolce', accusativo neutro e dulcem, accusativo maschile e femminile.
Fattore di ordine intrinseco è la "fragilità" ed "esiguità" dei morfemi
che esprimono il neutro (almeno in fase storica): il morfema -m che carat-
terizza il neutro singolare dei temi in -o caratterizza anche l'accusativo
maschile degli stessi; il neutro non possiede un suo specifico morfema in
altri casi come il dativo, il genitivo, l'ablativo; in altre declinazioni non lo
presenta nemmeno nel nominativo, per es. mdaver, 'cadavere'.
Fattore di ordine semantico è la non chiara distinzione o per lo meno
la non facile percepibilità (soprattutto con il passare del tempo e l'evolve-
re delle culture) dei concetti di "inanimato", "prodotto" espressi dal neu-
tro singolare e di "collettivo" espresso talvolta dal neutro plurale. Cosi per
es. appare incomprensibile la differenza di genere tra oculus, 'occhio' (ma-
schile), dunque concetto di animato e corpus, 'corpo' (neutro), dunque
concetto di inanimato, cosi anche tra templum, 'tempio' (neutro), e casa,
'capanna' (femminile).
Il risultato finale sarà, anche per la legge del minimo sforzo che induce
a preferire forme e categorie piu numerose (dunque piu facili da ritenere)
a quelle che lo sono meno, la perdita del morfema del neutro e l'immis-
sione tendenziale dei nomi neutri singolari della 2• declinazione tra i ma-

75
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

schili della stessa, dei neutri plurali tra i femminili della 1• declinazione,
dei neutri della 3• e 4a declinazione tra i maschili delle rispettive declina-
ZlOtu.
Per la tendenza all'eliminazione del neutro o meglio del suo morfema
già in epoca arcaica, può costituire un indizio una serie di doppioni, come
aevus/aevum, 'tempo', e coriuslcorium, 'pelle di animale', in Plauto, genus/
genum, 'ginocchio', in Lucilio.

3.2.2. Casi. I fattori che contribuiscono all'eliminazione graduale del


caso dall'uso funzionale sono da individuare in parte nei fenomeni fone-
tici sopra descritti come la perdita del senso della quantità, la caduta o
meglio la non pronuncia delle consonanti finali, la chiusura dei dittonghi,
in parte negli stessi morfemi dei casi, in parte nella loro equivocità funzio-
nale.
Una volta che non si avverte piu la quantità delle sillabe, una volta che
i dittonghi sono chiusi, una volta che la -m e/o la-s finali non vengono
avvertite nella pronuncia, si crea una serie infinita di equivoci a livello
parlato e, in secondo luogo, anche a livello scritto se viene meno un'ade-
guata formazione grammaticale come appunto accade soprattutto nei se-
coli romano-barbarici (vd. vol. I cap. 8, 4.2.3). Colui che ascolta una parola
come rosa non è piu in grado di riconoscere se essa è nominativo (rosa), o
ablativo (rosa), o accusativo singolare (rosam), o plurale (rosas), cosi colui
che ascolta una parola come lupus non è piu in grado di riconoscere se
essa è nominativo (lupus), o accusativo (lupum); e ancora, piu tardi (man
mano che il timbro tende a prendere il posto della quantità e la -u breve
tende a essere pronunciata aperta come fosse una o), non si avverte piu la
differenza tra lupus nominativo, lupum accusativo e lupo ablativo e cosi si
impone sempre la forma lupo, in cui ormai il morfema del caso ha perso
ogni funzione, appunto perché non è piu riconoscibile.
A queste ragioni di ordine fonetico che rendono i morfemi dei casi non
piu percepibili e dunque non piu funzionali, se ne aggiungono altre in-
trinseche: morfemi identici per casi diversi e funzioni molteplici per lo
stesso morfema. Un esempio di morfemi che (a un certo punto della loro
evoluzione fonetico-grafica) finiscono per essere identici per casi diversi,
1 • LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

può essere quello dei morfemi del dativo e ablativo singolari e plurali dei
temi in -o sempre, rispettivamente, lupo e lupls. Un esempio della molte-
plicità delle funzioni è certamente rappresentato dall'ablativo che ne som-
ma in sé svariate, le quali vanno dal mezzo alla causa, al paragone, al
punto di partenza, ecc.
I.:eliminazione del morfema del caso è piu difficile da collocare nel
tempo. Non sappiamo se gli esempi di omissione della -m finale dell'accu-
sativo singolare degli Elogia Scipionis siano solo un fatto fonetico oppure
anche morfologico. È solo nel periodo romano-barbarico {ovviamente
prima in testi e documenti di livello infimo) che gli esempi di morfemi
dell'accusativo su forme che rappresentano in realtà ora dei soggetti, ora i
piu svariati complementi {naturalmente in questi esempi la preposizione
svolge un ruolo essenziale), si fanno molto frequenti. È in questa fase che
possiamo parlare di eliminazione dei casi anche a livello morfologico e
troviamo centinaia di iscrizioni in cui si leggono frasi come queste: Hic
quiescunt duas matres duas fllias, 'Qui riposano due madri e due figlie' (CIL,
m 3551); eu mfllios suos tres, 'con i suoi tre figli' ( CIL, VIII 3933); posita aJratres,
'posta dai fratelli' (CIL, VIII 20300); breve de diversas species quae vinditae sunt
de successionem, 'elenco delle diverse cose che sono state vendute dall'eredi-
tà' (papiro ravennate del564).

3.2.3. Diatesi passiva e media. Anche alla caduta dei morfemi delle diatesi
media e passiva (essenzialmente -r) contribuisce una pluralità di fattori di
ordine fonetico e semantico: di ordine fonetico è la riduzione nella pro-
nuncia e nella percezione dei suoni finali; di ordine semantico è, per il
medio, la differenza non sempre facilmente percepibile in rapporto al ri-
flessivo (rispettivamente involontarietà e volontarietà delle azioni) e dun-
que la concorrenza delle forme riflessive.
Nel caso del passivo, fattore semantico è la differenza, ugualmente non
sempre cosi evidente per il parlante, tra le forme passive e quelle perifra-
stiche costruite con il participio passato piu il verbo essere: le prime indi-
cano un'azione subita dal soggetto nel momento in cui essa viene subita,
le altre esprimono uno stato raggiunto che, a sua volta, può essere anche
il risultato di un'azione subita.

77
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Facciamo due esempi banali, in contrasto, per comprendere l'opposi-


zione semantica tra medio e riflessivo da un lato, passivo sintetico e passi-
vo perifrastico dall'altro: lavor, 'vengo lavato', senza o contro la mia volon-
tà (per es. dalla pioggia), me lavo, 'mi lavo', dunque per mia volontà; Gallia
dividitur in partes tres, 'la Gallia viene divisa in tre parti', e subisce l'azione
del dividere; Gallia divisa est in partes tres, 'la Gallia si trova (attualmente)
divisa in tre parti', risultato di un'azione subita in precedenza e in atto.
La tendenza a eliminare i morfemi del medio e dunque a far confluire
il medio nell'attivo si rivela molto presto, già in epoca arcaica, nell'uso
indifferente di verbi sia nella forma media e che in quella attiva; quest'ul-
tima in molti casi finisce per essere eliminata dall'uso colto e letterario
nell'epoca tra fine Repubblica e primo Impero, per poi rientrare successi-
vamente. Esempi: nascere accanto a nasci, 'nascere', in Catone; hortare accan-
to a hortari, 'esortare', in autori antichissimi {secondo la testimonianza del
grammatico Prisciano) ed errore da evitare (dunque in uso) nel sec. IV
secondo la testimonianza del grammatico Diomede; luctare e luctari, 'lotta-
re', sequere e sequi, 'seguire', utere e uti, 'usare', sono forme attestate un po' in
tutto l'arco della latinità. Anche le iscrizioni pompeiane testimoniano una
quantità di forme attive per medie, cosi rixare per rixari, 'rissare', tutare per
tutari, ):>roteggere', e tante altre.

3·3· Sintassi

Le tendenze della sintassi volgare sono molteplici, tra queste vanno ri-
cordate almeno le seguenti: le frasi brevi; la struttura paratattica del perio-
do; la predominanza (o, in ogni caso, l'uso esteso) del nome sul verbo
(frase nominale); le omissioni di soggetto o predicato facilmente com-
prensibili al partner perché nel contesto; l'uso abbondante degli avverbi di
luogo e dei pronomi dimostrativi; la struttura della frase che tende a farsi
rigida nella sequenza dei membri fondamentali: soggetto~ predicato~
oggetto, come nella giustapposizione delle parti tra loro legate quali attri-
buto e nome, specificante e specificato; l'uso crescente della preposizione
in luogo del caso; la forma congiunzionale della proposizione oggettiva.
Tutti questi fatti e altri sono la conseguenza o l'effetto, diretto e indiretto
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

sia, in primis, delle esigenze della comunicazione immediata, sia, in secundis,


anche dei fatti fonetici e morfologici sopra accennati.
Ci soffermiamo, rapidamente, sulle seguenti tendenze: irrigidimento
nella successione soggetto ~predicato ~ complemento, diffusione della
preposizione a danno del caso, forma congiunzionale della proposizione
oggettiva.

3.3.1. Sequenza dei membri base della frase. Il latino letterario presenta varie
possibili sequenze tipo, in una frase in cui siano rappresentati i tre elemen-
ti fondamentali di soggetto, predicato, oggetto e precisamente: soggetto
~ predicato ~ oggetto, soggetto ~ oggetto ~ predicato, predicato ~
soggetto ~ oggetto, predicato ~ oggetto ~ soggetto, oggetto ~ soggetto
~ predicato, oggetto ~ predicato ~ soggetto.
Forse si può dire, in generale, che nel latino letterario viene privilegiata
la successione che vede il verbo alla fine, ma è certo che già in Plauto si
leggono frasi con il verbo al centro come per es. nel v. 463 dell'Amphitruo:
Amovi [... ] maxumam molestiam, 'Ho allontanato [... ] questa grandissima
seccatura'.
Il latino volgare tende a privilegiare la sequenza piu diffusa nel roman-
zo, quella appunto di soggetto ~predicato~ oggetto. Nei graffiti pom-
peiani (I sec. d.C.), soprattutto quelli molto colloquiali e semplici, in cui si
deve escludere ogni possibile velleità letteraria, gli esempi si fanno nume-
rosissimi, se non prevalenti: Sittius restituit elepantum, 'Sittio ha restituito
l'elefante'; quisquis ama t nigran, 'chiunque ama una ragazza nera'; noli amare
Fortunatam, 'non amare Fortunata'; Marcus amat Spendusam, 'Marco ama
Spendusa'; Dafrigidam, 'aggiungi un po' d'acqua fredda'. Questa tendenza
del latino volgare oggi nel romanzo costituisce quasi la regola.

3.3.2. Preposizione. l: avanzare della preposizione come supporto e inte-


grazione alla funzione del caso (che peraltro a causa della caduta delle
consonanti finali e delle oscillazioni vocaliche tende a diventare sempre
meno riconoscibile e che, comunque, assomma su di sé troppe funzioni;
vd. sopra 2.2.2) si riscontra molto presto e soprattutto in autori che piu
spazio concedono al volgare, cosi già in Plauto leggiamo questo esempio

79
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

tratto dai vv. 383-84 del Mi/es gloriosus, in cui la preposizione in rafforza la
valenza di moto a luogo che abitualmente, e per vari secoli ancora, nei
nomi di città è significata dal solo accusativo:
Hac nocte in somnis mea sororgeminast germana visa l venisse Athenis in Ephesum cum suo
amatore quodam, 'Questa notte mi è sembrato in sogno che la mia sorella gemella
fosse venuta da Atene a Efeso con un suo amante'.

~.:invadenza della preposizione come anche il moltiplicarsi delle sue


funzioni (ad es. alab non solo moto da luogo o agente, ma anche secondo
termine di paragone, de non solo origine o argomento, ma anche specifi-
cazione, mezzo) aumentano con il passare dei secoli, fino a determinare
la scomparsa del caso nelle lingue romanze, almeno a livello di consape-
volezza del parlante. Già in Cicerone (ma significativamente nelle Episto-
le e nel contesto di un proverbio popolare in cui, tra l'altro, la ripetizione
della sillaba de è chiaramente ricercata), si trova la preposizione de per in-
dicare il mezzo in aggiunta all'ablativo: duos parietes de eadem fidelia dea/bare,
'imbiancare due pareti con lo stesso secchia di calce'.
Nei graffiti pompeiani si fanno frequentissimi gli esempi in cui ormai
la preposizione ha esautorato il caso che, a sua volta, diventa indifferen-
te: cum soda/es, 'con gli amici'; cum discentes, 'con coloro che apprendono'; a
pulvinar, 'dal cuscino'; aurum pro Jerrum, 'oro per ferro'.

3·3·3· Oggettiva congiunzionale. La proposizione oggettiva resa in forma


congiunzionale (o analitica) è corrente nelle lingue romanze: «tutti sanno
che Roma è città antichissima». Nella lingua letteraria di età repubblicana
e primo Impero si incontra, quasi esclusivamente, la forma infinitiva: sog-
getto in caso accusativo e verbo all'infinito, omnes sciunt Romam antiquissi-
mam esse urbem.
La proposizione cosiddetta «oggettiva» in realtà rientra nel gruppo piu
ampio delle completive che, già in maggioranza, sono rese in forma con-
giunzionale cioè introdotte da una congiunzione che può essere ut o quod:
gaudeo, praetereo, miror quodo ;fieri potest, accidit, rogo ut La forma congiun-
o o o o o

zionale anche dopo i verbi dichiarativi, come dico, scio, nel caso della pro-
posizione oggettiva si impone, anche a livello di lingua scritta, solo nel

Bo
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

tardo Impero, dal III sec., per divenire prevalente a partire dalla seconda
metà del VI.
A livello di latino volgare o parlato la forma congiunzionale è probabil-
mente sempre esistita già da epoca arcaica se tale, cioè proposizione og-
gettiva, si debba intendere, come io credo nonostante alcune riserve, il
seguente periodo plautino tratto daii'Asinaria (vv. 52-53):
Equidem scio iam filius quod amet meus
istanc meretricem.
'Per la verità so già che mio figlio ama questa meretrice'.

Certamente volgare è l'uso congiunzionale che ne fa Petronio ad es. nel


cap. 71 par. 9 del suo romanzo: scis quod epulum dedi, 'sai che ho offerto un
pranzo'. Contribuisce in maniera determinante alla diffusione della strut-
tura congiunzionale nel latino letterario cristiano l'uso molto frequente
della oggettiva congiunzionale nelle prime traduzioni bibliche (~tus lati-
na), ma anche nella Vulgata, ove l'uso della forma congiunzionale rispon-
de anche a una esigenza fondamentale per i primi traduttori della Bibbia
cioè la letteralità rispetto al modello greco (vd. cap. 2, 4.1.1 e 4.1.4).

3-4· Lessico

Il lessico volgare (quello cioè preferito a livello parlato e soprattutto dai


ceti medi e inferiori) è riconoscibile da una serie di indizi (che possono
essere anche convergenti; e di fatto molto spesso lo sono) di ordine fone-
tico, morfologico e semantico. A loro volta le caratteristiche fonetiche,
morfologiche e semantiche rispondono a determinate esigenze della co-
municazione orale, come anche alla psicologia del parlante. Facciamo una
serie di esempi in base agli elementi che possono indurre a classificare
singole forme tra le privilegiate dal latino parlato. Ovviamente la stessa
forma o parola può contenere in sé piu indizi di diversa natura, ma piu ne
contiene e piu aumentano le probabilità della sua appartenenza al sotto-
codice del latino di cui ci stiamo occupando.
Va tuttavia sottolineato che l'appartenenza di una determinata forma al

81
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

sottocodice volgare non è né assoluta, né permanente. Ciò che appare


volgare in una certa epoca può non esserlo in un'altra. Quanto appena
detto vale per tutti i singoli elementi ascrivibili alle tendenze fonetiche,
morfologiche e sintattiche di cui abbiamo parlato sopra, ma anche, in
modo particolare, per singole forme lessicali o per singoli semantemi.
Esistono termini o semantemi che, nel corso degli anni e dei secoli, salgo-
no o scendono in quella che potremmo chiamare la "gerarchia della digni-
tà dell'uso" (dal parlato dei ceti inferiori a quello dei ceti superiori, dallo
scritto di opere di livello infimo, a quelle di livello medio o alto e vicever-
sa), per una serie di fattori anche del tutto esterni alla lingua, quali il cam-
biamento dei valori, l'ascesa o la discesa sociale di alcune categorie o pro-
fessioni, l'espansione o regressione di un'ideologia cui una certa forma è
legata. In coerenza con quanto appena detto, agli esempi che seguono,
raggruppati come sopra, non si può attribuire un'etichetta di "volgarità"
assoluta, ma solo in una determinata epoca e quando non sono gli unici ad
avere un determinato significato, ma in concorrenza con altre forme che
tuttavia non presentano gli stessi indizi.

3.4.1. Forme volgari di carattere fonetico. Tendenzialmente, possono essere


considerate volgari quelle parole che hanno subito fenomeni quali la chiu-
sura dei dittonghi, la sincope, l'apocope, l'assimilazione consonantica, op-
pure anche quelli della prefissazione e suffìssazione, epentesi, accorpa-
mento, ecc. Questi ultimi fenomeni (in parte contrari e speculari rispetto
ai primi) rispondono solitamente alla necessità di ricostruire la "sostanza"
fonica che si è "assottigliata" o comunque è troppo esigua (monosillabi),
oppure al bisogno di rendere nuovamente espressive alcune parti del di-
scorso, come pronomi, preposizioni, avverbi che il grande uso finisce, col
tempo, per rendere banali.
Esempi: deforis perJoris, 'fuori' (prefissazione ), a partire dalla r.i?tus latina;
domnus invece di dominus, 'padrone' (sincope), già in Terenzio poi in cri-
stiani come Ambrogio; mesisper mensis, 'mese' (assimilazione consonanti-
ca), frequentissimo nelle iscrizioni cristiane; oricla per auricula, 'orecchio'
(chiusura del dittongo au e sincope), a partire dalle Epistole di Cicerone; oli
per olim, 'una volta' (apocope), a partire dall'Appendix Probi; praevalereinve-

82
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

ce di valere, 'essere in grado di' (prefissazione), a partire dalle traduzioni


ippocratiche del sec. VI.

3.4.2. Forme volgari di carattere morfologico. Contengono elementi volgari di


carattere morfologico quelle forme che presentano, tra l'altro, l'elimina-
zione del neutro o comunque confusioni di genere, passaggi di declina-
zioni o tematici, eliminazione del deponente o medio, forme perifrasti-
che anziché sintetiche di passivi, passaggi di coniugazione.
Esempi: adorio per adorior, 'assalgo' (eliminazione del deponente), a par-
tire da Nevio; balneus per balneum, 'bagno' (eliminazione del neutro), a
partire da Petronio e iscrizioni pompeiane; cadere per cadere, 'cadere' (pas-
saggio dalla 3" alla 2" coniugazione), a partire da Mulomedidna Chironis; co-
rius per corium, 'pelle' (eliminazione del neutro), a partire da Plauto; dolor
femminile per dolormaschile, 'dolore' (confusione di generi), a partire dal
Carmen epigraphicum, 474 6 (II sec. d.C.);Jabulo per Jabulor, 'parlare' (elimi-
nazione del medio), a partire da Plauto;Jolia, -ae per Jolium, -i, 'foglia' (eli-
minazione del neutro), a partire dalla Mulomedidna Chironis;fugire perJuge-
re, 'fuggire' (passaggi di coniugazioni), dalla f!étus latina; gelus per gelum,
'gelo' (eliminazione del neutro), a partire da Catone.

3·4·3· Forme volgari di carattere semantico. Si possono considerare indizi di


carattere semantico quelli che rivelano significati o sfumature di significa-
to che sono piu vicini alla sensibilità del parlante in genere (e dei ceti infe-
riori in particolare), nel senso che si tratta di valenze affettivamente cari-
che (rispecchiano o evocano emozioni forti attraverso immagini o suoni,
riguardano primariamente gli animali, designano parti sessuali emotiva-
mente coinvolgenti), o tipiche di abitudini e modi di vita propri dell'infor-
male o dei ceti inferiori, o ancora tali da rispecchiare una banalizzazione
di un tecnicismo divenuto a un certo punto di moda per varie ragioni.
Possono essere considerate anche volgari dal punto di vista semantico le
parole banali, quelle cioè piu comuni e piu generiche in rapporto al con-
testo.
Esempi: bene e bonus, 'bene' e 'buono', in senso molto generico riferito
ai piu disparati verbi o sostantivi (parole banali) a partire da Catone; bucca
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

per os, 'bocca', ma primariamente 'mascelle', 'guance' (valenza affettiva-


mente carica), a partire da Catone;Jabulor per loquor, 'chiacchiero' (modo
informale colloquiale), a partire da Plauto; manducare per comedere, 'man-
giare', ma primariamente 'masticare' (abitudine informale), a partire da
Petronio; parabola, 'parola' (banalizzazione di un significato tecnico diffu-
so con il cristianesimo: 'parabola' = 'paragone'), a partire dalla Vulgata;
piangere e plorare per fiere, 'piangere gridando' e 'piangere disperatamente
colpendo le cosce o il petto' (valenza affettivamente carica); rostrum per osi
nasus!Jacies, 'muso', 'bocca', già da Plauto; testa per caput, 'capo', ma senso
primario 'coccio' (valenza affettivamente carica), a partire dal IV sec.,
glosse.

3·5· Parole ed espressioni greche

La presenza del greco nella lingua letteraria latina classica, dalle origini
all'epoca romano-barbarica, è un dato di fatto evidenziato a piu riprese nei
vari capitoli del vol. I. Il grecismo tuttavia non è solo un elemento lettera-
rio, si potrebbe dire che «il greco ha svolto nella realtà quotidiana dei
Romani un ruolo cosi importante come quello che ha svolto nei campi
del sapere, del pensiero e della creazione letteraria» (Bi ville, p. 38).
Che il ricorso piu facile al grecismo possa essere anche un elemento
volgare si può dedurre in qualche modo, e a priori, dal fatto che la presenza
piu estesa di grecismi vari si registra proprio nei generi che, piu da vicino,
rispecchiano il parlato, come la commedia, il romanzo, la satira, l'epi-
gramma, le lettere familiari.
È difficile parlare di caratteristiche specifiche del greco tipico del latino
parlato, tuttavia prendendo in considerazione alcuni documenti di prima
mano chiaramente volgari, per es. i graffiti di Pompei, quelli della Domus
tiberiana e altri o passi di opere letterarie che documentano espressioni di
lingua viva in contesti di informale quotidianità, se ne possono rilevare
alcune, in particolare le seguenti: a) privilegia soprattutto i campi seman-
tici del piacere, delle arti manuali; b) comporta numerosi elementi discor-
sivi, esclamativi, quindi verbi, esclamazioni, interiezioni.
Facciamo due esempi significativi di questi caratteri. Per l'uso certa-
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

mente volgare, cioè parlato in ambiente popolare di basso livello e relati-


vamente al campo semantico del piacere, può essere significativo l'epi-
gramma di Marziale (lib.to ep. 68):
Cum ti bi non Ephesos nec sit Rhodos aut Mitylene,
sed domus in vico, Laelia, Patricio,
deque coloratis numquam lita mater Etruscis,
durus Aricina de regione pater,
kyrie mou, meli mou, psyche mou congeris usque,
pro pudori Hersiliae civis et Egeriae.
'Sebbene o Lelia, non possiedi né Efeso, né Rodi, né Mitilene, ma una casa nel
vicolo Patricio, e sebbene la madre mai è stata abbellita dai belletti colorati etru-
schi e il padre rozzo provenga dalla regione di Ariccia, tu non cessi di accumulare
espressioni come kyrie mou, meli mou, psyche mou ['padrone mio, dolcezza mia,
anima mia']. O pudore! Si tratta di una concittadina di Ersilia [la moglie di Rom o-
lo] e di Egeria [ninfa italica]'.

Per le esclamazioni si può prendere ad es. il soph6s, 'bravo!' che ricorre ad


es. nel Satyricon di Petronio (cap. 40): sophos! Universi salutamus, 'bravo! Ac-
clamiamo tutti'.
Merita una rapida menzione anche quel greco che si introduce nel lati-
no parlato dai bilingui di livello culturale e sociale medio e inferiore di cui
abbiamo esempi nelle Lettere del soldato Terenziano dirette al padre o
negli ostraka di Mons Claudianus, o di Bu Njem, nei diversi papiri, in varie
traduzioni bibliche della Vétus latina, nei dialoghi degli Hermeneumata, in
alcune traduzioni del cotpusippocratico eseguite a Ravenna nel sec. VI, nei
ricettari tardo-antichi, ecc. Si tratta di grecismi soprattutto lessicali, ma
anche stilistici, sintattici e morfologici.
Facciamo un paio di esempi. Terenziano scrive al padre (pap. Mich.
468, r. 3):

A11te omnia opto te bene valere, que mihi maxime vota sunt, 'Prima di ogni cosa mi au-
guro che tu stia bene e sia felice, questo è il mio piu grande desiderio'.

La formula di augurio utilizzata da Terenziano corrisponde quasi parola


per parola a quella usata da lui nella versione greca della stessa lettera: prò
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

mèn panton euchomai se hygiainein kai eutychein moi, h6 moi euktai6n esti. Que-
sta formula è ben lontana da quella standard latina usata ad es. da Seneca
(ep. 15 par. 1): si vales bene est, ego valeo, 'se stai bene sono contento, io sto
bene', in un'epoca molto vicina. Si vede bene come la formula latina di
Terenziano rispecchia stile e spirito di quella greca.
Un certo Antistio Fiacco nell'astrakan del Mons Claudianus (n. 2) scrive:
aquam copiosissimam crevisse ydreuma, unde non minimam securitatem te consecuturum
spero, 'è sgorgata un'acqua abbondantissima, un ydreuma, da cui spero che tu potrai
trarre una sicurezza non piccola'.

Y dreuma è parola greca, equivalente al latino puteus, attestata tuttavia anche


altrove nella zona; evidentemente essa viene integrata nel contesto latino,
in quanto legata alla realtà materiale locale e per questo sentita forse come
piu espressiva ed efficace.

3.6. Vt:lrianti regionali o territoriali

La lingua letteraria, cosi come emerge dai diversi capitoli del vol. 1, non
rivela sostanziali differenze in rapporto alle varie regioni in cui è stata
prodotta o a cui appartenevano i singoli autori. Queste varianti territoria-
li, ove si manifestano, cominciano a emergere, a livello letterario, solo in
epoca romano-barbarica (vd. vol. I cap. 8, 4.2.9). I..:ambizione di raggiun-
gere un pubblico molto ampio al di là delle barriere geografiche, la diffu-
sione della scuola e la sostanziale identità dei programmi di studio in tutta
la pars occidentis, la grande mobilità degli scrittori (soprattutto in periodo
imperiale dalla periferia verso il centro), il grande peso dei modelli, l'aspi-
razione e l'orgoglio di essere cives Romani, sono tutti fatti che hanno con-
dotto a eliminare i regionalismi nell'ambito della lingua letteraria.
A livello tuttavia di lingua viva, parlata, le differenze locali sicuramente
c'erano ed erano consistenti, come peraltro si deve postulare da una serie
di fatti: a) le esplicite testimonianze degli antichi; b) le influenze e inter-
ferenze delle lingue di sostrato, cioè delle lingue esistenti nelle varie parti
dell'Italia e del mondo latinizzato prima della diffusione del latino, per
lungo tempo resistenti e conviventi con il latino stesso (vd. vol. I cap. 8,

86
1 • LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

4.2.5); c) le differenziazioni delle lingue romanze, nate tutte dall'evoluzio-


ne dei "latini" regionali.
I documenti di prima mano (papiri e iscrizioni di vario tipo), scritti per
una comunicazione locale, e perlopiu all'interno di ceti sociali bassi, do-
vrebbero essere e di fatto sono la principale fonte diretta delle varianti
locali ai diversi livelli di lingua, soprattutto fonetico. Non mancano testi-
monianze di varianti regionali da parte di singoli scrittori: alcune generi-
che, tali cioè che evidenziano la variazione ma non entrano nei dettagli, e
altre piu specifiche, limitate tuttavia a singole pronunce, o piu spesso a
singole parole.
Soffermiamoci sulle testimonianze generiche, per poi passare all'esame
delle varianti regionali desumibili dai documenti di prima mano, e infine
un cenno a quelle lessicali testimoniate da singoli scrittori.

3.6.1. Testimonianze generiche. Una prima testimonianza si può dedurre


da Lucilio (vd. vol. I cap. 2, 4.1.1). Una testimonianza indiretta dell'esi-
stenza di uno specifico accento africano si ricava dalla Vita Severi della
Historia Augusta (cap.19 par. 9), in particolare dall'annotazione che questo
imperatore, originario dell'Africa, aveva nella sua pronuncia un quid di
africano:
ipse decorus, ingens [... ] canorus voce, sed Ajrum quiddam usque ad senectutem sonans, 'di
bell'aspetto, dalla corporatura grande[ ... ], dalla voce forte, tuttavia con un quid di
africano che si sentiva fino alla vecchiaia'.

Altra testimonianza può essere quella di Agostino a proposito sempre


degli Africani che non hanno piu il senso della lunghezza e brevità delle
sillabe (vd. sopra 3.1.1). Una quarta è quella che ci fornisce Girolamo (per-
sonaggio che aveva viaggiato molto) nel Commento all'epistola di Paolo ai
Galati (cap. 2 par. 3):
[. ] eu m[ ... ] et ipsa latinitas et regioni bus quotidie mutetur et tempore, '[ ... ]dato che[ ... ]
la stessa lingua latina muta giornalmente in rapporto ai luoghi e ai tempi'.

Si tratta di testimonianze che confermano solo l'esistenza di specificità


LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

territoriali, ma, in concreto, su di esse non ci dicono nulla di preciso o


quasi; altre dello stesso tenore ci provengono da Cicerone, Marziale, Pli-
nio il Giovane, Macrobio e tanti altri.

3.6.2. Varianti nei documenti di prima mano. In linea di principio i docu-


menti di prima mano a uso soprattutto privato, come le iscrizioni funebri,
i graffiti, gli atti testamentari e notarili, le lettere, o anche quelli nati in
funzione di un pubblico ormai nazionale, come le Formule merovin)?iche,
dovrebbero fornirci indicazioni precise sulle particolarità regionali. In ef-
fetti la ricerca finora compiuta, lo spoglio delle iscrizioni, delle tabulae de-
flxionum, e di altro materiale non ha dato risultati netti, ha fatto solo emer-
gere delle tendenze quantitativamente piu rilevanti in una regione piut-
tosto che in un'altra. Elenchiamo in breve alcune di queste peculiarità
territorio per territorio.
Nel territorio italico, che per diverse tendenze non appare unitario ma
piuttosto diviso tra nord da un lato, centro e sud dall'altro:
a) omissione del morfema -t della 3• pers. sing. a partire dalla seconda
metà del IV secolo;
h) preferenza marcata per il morfema -is in luogo di -es nel caso dei
nomi in vocale o consonante della 3• declinazione;
c) conservazione delle parole parossitone in quanto tali in modo parti-
colare nell'Italia centrale e meridionale;
d) una rilevante mobilità del sistema vocalico nell'Italia del nord e di
quello consonantico nel centro e nel sud, soprattutto tra i secc. IV e V.
Nel territorio gallico:
a) la confusione tra Ted e (che nello scritto diventano, risp., e e i) parti-
colarmente frequente a partire dal V secolo;
b) la tendenza a usare, specialmente nella Gallia Lugdunense, la forma
del dativo singolare in -o, per temi in -o, invece del genitivo in -i.
Nella regione ispanica:
a) il nominativo plurale in -as per i temi della 1" declinazione verso la
fine del sec. VI;
b) una notevole mobilità del sistema vocalico in linea con quella riscon-
trabile nell'Italia del nord;

88
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

c) maggiore conservatorismo rispetto a singoli lessemi, tipo avis, 'uccel-


io',jàbulari, 'parlare', comedere, 'mangiare'.
In Africa:
a) confusione frequente tra led e;
b) persistenza del dittongo au;
c) assibilazione di ti e ci seguiti da vocale;
d) confusione dei casi;
e) una serie di nomi femminili in -osa del tipo Aeliosa, Feliciosa non do-
cumentati altrove.
La Sardegna sembra caratterizzarsi per una diffusa e persistente conser-
vazione delle gutturali anche laddove esse, in altre zone geografiche, ten-
dono a palatalizzarsi.

3.6.3. Varianti lessicali. Molti sono gli scrittori latini che testimoniano sin-
gole varianti lessicali, perlopiu appartenenti a linguaggi settoriali, all'inter-
no dell'Italia e nelle varie regioni o provincie dell'impero. Generosi di in-
formazioni in questo senso sono, tra gli altri, soprattutto Varrone, Columel-
la, Plinio il Vecchio, ma anche vari grammatici, Servio, Agostino, Girola-
mo e scrittori medici come Cassio Felice, Marcello Empirico, Muscione.
In tutte le epoche sono documentate singole varianti lessicali, ma esse
si moltiplicano soprattutto nel medio e tardo Impero e soprattutto in epo-
ca romano-barbarica. I settori che ne presentano un maggior numero so-
no quelli delle arti e dei mestieri, ma in concreto «flora e fauna rivelano
una tendenza particolare a ispirare variazioni locali)) (Adams, The Re,Rio-
nal, p. 271).
Le varianti regionali possono appartenere a diverse categorie, tuttavia
tra le piu comuni direi che si possono collocare gli arcaismi, gli elementi
indigeni o di sostrato e le forme onomatopeiche. Non rare volte le parole
definite regionalismi dagli antichi, trovano sicura conferma nella corri-
spondente sopravvivenza romanza. Due esempi tratti, nell'ordine, da Co-
lumella (lib. 5 cap. t par. 6) e da Plinio il Vecchio (lib. 35 par. 169):
Galli candetum appellant in areis urbanis spatium centum pedum in agresti bus autem CL,
quod aratores candetum vocant, 'l Galli chiamano candetum una superficie quadrata di
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

100 piedi in aree urbane, ma di 150 piedi in aree di campagna. In questo senso gli
aratori usano il termine candetum'.

Il termine candetum corrisponde, con tutta probabilità, al celtico *cantedon,


che passando in latino subisce la metatesi di due consonanti.
Non in Africa Hispaniaque e terra parietes, quos appellant Jormaceos, quoniam in forma
circumdatis II utrimque tabulis inferciuntur verius quam struuntur (.. .)?, 'Non ci sono
forse in Africa e Spagna pareti di terra che chiamano Jormaceos perché sono insac-
cate, piu che costruite, mediante due tavole sistemate in entrambi i lati( ... ]?'.

La parola formaceus, in effetti, sopravvive ancora oggi in spagnolo nella


forma hormaza, 'muro di pietra secca'. Per altri esempi vd. anche cap. 5,
3·2·5·

3·7· Sintesi dei caratteri del volgare


Volendo sintetizzare e schematizzare al massimo quanto è stato detto
fino ad ora sui caratteri del latino volgare, lo si potrebbe riassumere nei
seguenti punti:
a) a livello fonetico prevale l'accento intensivo e si perde il senso della
quantità. In concomitanza o come conseguenza si verificano sincope,
apocope, clùusura dei dittonglù, assimilazione consonantica, ma anche
suffissazione, prefissazione e altro;
b) sul piano morfologico i morfemi dei casi diventano sempre meno
riconoscibili, cosi anche quelli del genere neutro. La diatesi media tende
a scomparire, quella passiva diventa sempre piu perifrastica;
c) nella sintassi della frase o del periodo si impongono strutture brevi e
semplici (nominali); prevale l'indicativo; la preposizione prende sempre
piu, in esclusiva, le funzioni del caso; nelle proposizioni oggettive si im-
pone la struttura congiunzionale;
d) sul piano del lessico vengono preferite parole o forme che sono emo-
tivamente cariche ed espressive, o del tutto banali che sono piu brevi, o
anche che hanno subito fenomeni di rafforzamento della sostanza fonica
e dunque sono piu corpose;
e) la documentazione dei caratteri come sopra schematizzati copre un

90
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

po' tutto l'arco della latinità antica, ma si fa piu ricca in età tardo-antica e
romano-barbarica;
f) una serie di fenomeni soprattutto quelli fonetici e morfologici, ma in
parte anche quelli sintattici, appaiono in stretta correlazione o meglio di-
pendenza tra loro;
g) le varianti locali o regionali che possiamo documentare sono perlo-
più volgari: ne riflettono le tendenze foniche e caratterizzano in modo
particolare i linguaggi settoriali tipici soprattutto dei ceti inferiori, come
quello degli agricoltori.

4· IL CONTESTO STORICO, SOCIALE, PSICOLOGICO

In questa sezione non si intende entrare nei dettagli, ma rapidamente


collocare i fenomeni di cui sopra in dinamiche e fattori operanti sulla lin-
gua e che ormai sono acquisiti e condivisi sia dai linguisti, sia dagli storici:
a) che una serie di fenomeni fonetici siano effetti o correlati con lana-
tura intensiva dell'accento e la perdita del senso della quantità è, essenzial-
mente, la conseguenza di un fatto fisiologico. I.:accento intensivo com-
porta uno "sperpero" maggiore dell'aria a nostra disposizione nei polmo-
ni c, di conseguenza, la necessità di recuperarla in qualche modo. Il recu-
pcro avviene soprattutto attraverso la non pronuncia od omissione delle
sillabe pre e post-toniche, come anche delle consonanti finali (sincope e
apocope), oppure mediante avvicinamento dei suoni vocalici (chiusura
dci dittonghi) o consonantici (assimilazione). In questo modo il parlante
ottiene anche un altro risultato cioè la semplificazione e riduzione del si-
gnificante che si "assottiglia". Quando tuttavia il significante rischia di non
"significare" piu, data la sua esiguità e la confusione con altri significanti,
allora si verificano fenomeni contrari, funzionali a recuperare la massa
fonica "assottigliata", come l'attribuzione di una funzionalità al timbro, la
suffissazione nel sistema nominale, l'accumulo di pronomi nel sistema
pronominale, la prefissazione o rideterminazione dei prefissi nei verbi
composti, l'estensione dei suffissi iterativi o intensivi nel sistema verbale;
h) che tutti i fenomeni dai fonetici ai morfologici e sintattici siano, in
qualche modo, correlati è conseguenza della natura stessa della lingua,

91
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

che è un sistema organico di segni. Come in ogni sistema organico, com-


preso il nostro corpo, la modificazione che investe un settore si riflette
sull'altro, determinandone il potenziamento o la regressione-scomparsa.
Ove i fenomeni fonetici finiscono per indebolire o far scomparire i mor-
femi, la preposizione tende a prendere il posto del caso che non è piu in
grado di svolgere le sue funzioni. Cosi sul piano sintattico, quando il mor-
fema del caso scomparso o non percepibile non rende possibile riconosce-
re la funzione del nome, si ricorre all'irrigidimento della posizione del
nome nel quadro della frase per indicarne la funzione: l'oggetto dopo il
verbo, il soggetto prima;
c) vari caratteri del latino volgare rispondono a un'esigenza di fondo
della psicologia e del comportamento umani, quella del minimo sforzo e
del massimo rendimento: minore sforzo, o meglio minore controllo degli
organi fonatori, richiede l'accento intensivo rispetto a quello tonale, mi-
nore sforzo mnemonico è il vantaggio conseguente dell'eliminazione
delle forme e strutture minoritarie o poco significative come il neutro, la
diatesi media, i raggruppamenti tematici poco numerosi quali quelli della
4a es· declinazione;
d) se l'esigenza di minore sforzo porta a ridurre fonemi, morfemi e ge-
neri, accorpare declinazioni e coniugazioni, finisce però per contrastare
con un'altra esigenza fondamentale del parlante, quella del massimo ren-
dimento, che nel caso dello strumento linguistico è la massima comuni-
cabilità. In funzione di questa scattano meccanismi di riparazione o di
recupero, quindi accanto ai fenomeni fonetici che riducono la sostanza
fonica delle parole ne scattano altri che la ricostruiscono, accanto ai feno-
meni che riducono i morfemi si assiste alla sostituzione di questi con la
prepostziOne, e cosi via;
e) è noto come colui che parla, rispetto a colui che scrive, sia piu sogget-
to alla spinta dei sentimenti; e come la persona priva di un training psico-
logico di autocontrollo (perlopiu nel mondo antico - ma ancora oggi - è
tale colui che appartiene ai ceti medi e inferiori) si lasci influenzare nell'ac-
cento, nella velocità del parlare, nella scelta dei vocaboli dalla ressa dei
sentimenti del momento; è comprensibile quindi che, soprattutto a livel-
lo parlato (in particolare dei ceti medi e inferiori), l'accento finisca con il

92
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

coincidere con un maggiore volume, che si prediligano forme a parole


emotivamente cariche e insieme piu comuni;
f) tutti i fenomeni di evoluzione e trasformazione che investono una
lingua trovano un freno nella letteratura, nella scuola, nella burocrazia,
nella religione, nella classe dominante, insomma in tutti quei soggetti che
hanno bisogno di conservare a lungo (sia nello spazio che nei vari strati
sociali) un messaggio, il potere, e altro. Quando questi soggetti per ragioni
storiche si indeboliscono o scompaiono, perdono la capacità di incidere, di
frenare, la lingua si evolve piu rapidamente: questo fatto spiega l'accelera-
zione e la quantità dei fenomeni volgari nel periodo romano-barbarico.

5· BIBLIOGRAFIA
1. H. ScHUCHARDT, Der Vokalismus des Vulgiirlateins, Leipzig, Teubner, 1866-1868
(rist. an. Hildesheim-New York, Olms, 1976);j.B. HoFMANN, La lingua d'uso latina,
trad. it. Bologna, Pàtron, 19852 (ed. or. Heidelberg, Winter, 1951 3): il concetto di
lingua d'uso dell'Hofmann non coincide in tutto con quello di lingua volgare, ma
è certo che una serie di caratteri della lingua d'uso sono propri anche del volgare
come l'affettività, la concretezza. La traduzione è preceduta da una splendida in-
troduzione di L. RICOTTILLI, che colloca il lavoro dell'Hofmann nella temperie
culturale e scientifica dell'epoca in cui è stato scritto; V. VAANANEN, Introduzione al
latino volgare, trad. it. Bologna, Pàtron, 19823 (ed. or. Paris, Klincksieck, 19672):
manuale fondamentale per lo studio del latino volgare con piccola antologia
commentata di testi latini volgari in appendice;]. HERMAN, Vulgar latin, trad. ingl.
Pennsylvania, Pennsylvania Univ. Press, 2000 (ed. or. Paris, PuF, 1975): pratico
manuale, attento soprattutto ai fatti volgari che sono anche romanzi, contiene
utili annotazioni; E. VINEIS, Preliminari per una storia (ed una grammatica) de/latino
parlato, in F. SToLz-A. DEBRUNNER-WP. ScHMID, Storia della lingua latina, Bologna,
Pàtron, 1993\ pp. xxxvi-LVIII: interessante riflessione sui modi e i limiti di una
storia del latino parlato; B. SPAGGIARI, Il latino volgare, in SLeML, vol. 1 pp. 81-119:
efficace sintesi delle diverse problematiche relative al latino volgare; SToTz, Han-
dbuch: opera fondamentale per il latino medievale, ma anche per il periodo tardo-
antico e il romano-barbarico: lessico (evoluzione semantica e formazione delle
parole), fonetica, morfologia, sintassi e stilistica; LavLat: Atti di Congressi inter-
nazionali iniziati a Pecs nel1985 che continuano a scadenza triennale: una eccel-
lente palestra di confronto e di aggiornamento di teorie e ricerche sul tema del
volgare tra studiosi di tutto il mondo, latinisti e romanisti.

93
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2. G. CALBOLI, Latino volgare e latino classico, in SLeML, vol. 11 pp.1o-6o: chiarisce


bene questioni preliminari relative al latino volgare come il concetto e l'atteggia-
mento degli antichi e dei moderni nei confronti del volgare, ivi anche ampia bi-
biliografia.
2.4. F. BIVILLE, <(Qui Vu/go dicitur». Formes "vulgaires" de la création lexicale etz latin,
in LavLat, vol. IV pp. 193-203: documenta la consapevolezza dei Latini circa la
coesistenza di piu codici all'interno della loro lingua, e presenta una serie di for-
me, da loro considerate come volgari, nel senso di 'scorrette', 'popolari'; R. MOL-
LER, Wie <(Vu/giir>> ist der sermo vu/garis, in De lin~ua latina. Novae quaestiones, cit., pp.
1061-69: si sofferma sul termine vulgaris, sottolineando che esso riveste anche il
senso di 'appartenente all'uso comune', non necessariamente 'esclusivo dei ceti
inferiori'; R. MOLLER, Sprachbewufltsein und Sprachvariation im lateinischen Schrijtum
der Antike, Miinchen, Beck, 2001, pp. 117-76: importante raccolta di testimonianze
sul latino parlato e loro esame.
2.5. J. KRAMER, Litterarische Quellen zur Aussprache des Vu/giirlateins, Meisenheim
a.G., Hain, 1976: rassegna di testimonianze letterarie su fenomeni fonetici volga-
ri; B. LòFSTEDT, Riickschau und Ausblick auj die vu/giirlateinische Forschung. Quellen
und Methoden, in ANRW, 29!1, 1983, pp. 453-79: ampia rassegna di testi e docu-
menti volgari; P. KocH, Une langue camme toutes /es autres: lati n vulgaire et traits univer-
sels de l'ora/, in LavLat, vol. IV pp. 125-44: l'autore esamina una serie di moduli e
forme simili in varie lingue compreso il latino e insieme propri per loro natura
dell'espressione orale. Informazioni e caratteristiche delle principali fonti della-
tino volgare si ricavano anche da antologie come le seguenti: M. C. DiAZ v DiAZ,
Antologia dellatfn vulgar, Madrid, Gredos, 19622 ; G. RoHLFS, Sermo vulgaris latinus.
Vulgiirlatein Lesebuch, Tiibingen, Niemeyer, 19693 ; M. luEscu-0. SwsANSKI, Du
lati n aux langues romanes. Choix de textes traduits et annotés (du IF""' sec. a.]. C. jusqu'au
)('mr après ].C), Wilhelsfeld, Egert, 1991.
3· Per gli elementi volgari considerati nella sezione, ai vari livelli, come anche
per la loro collocazione cronologica, si ricavano indicazioni e dati dalle opere
complessive sul latino volgare già segnalate, ma anche dalle grammatiche storiche
e studi linguistici citati nel vol. 1, bibliografia, soprattutto nei capp.1, 4.1-4; 2, 4.2.2-
4; 3, 4.2.1-5; 8, 4.2.
Non poca importanza e utilità rivestono anche i commenti a opere e docu-
menti che si distinguono per il loro carattere volgare, soprattutto tardo-antichi,
ma non solo; eccone una selezione: E. LòFSTEDT, Philolo~ischer Kommentar zur Pe-
regrinatio Aetheriae: Untersuchungen zur Geschichte der lateinischen Sprache, Uppsala,
Almqvist & Wiksell, 1911 (rist. an. Darmstadt, Buchgeschichte, 1970): lavoro or-
mai per molti versi superato, che tuttavia ha avuto il grande merito di aver attira-

94
1 · LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

ro l'attenzione degli studiosi sull'importanza di testi e opere sottostimati e trascu-


rati all'epoca, anche a causa della mentalità classicista;]. SvENNUNG, Untersuchun-
~l'll zu Palladius und zur lateinischen Fach-und Volkssprache, Uppsala, Almqvist &
Wiksell, 1935: un classico ormai, che presenta, per tutti i fenomeni di rilievo, ai
,!i versi livelli di lingua, un ampio esame anche diacronico; B. L6FSTEDT, Studien
1i/wr die Sprache der langobardischen Gesetze, Stockholm, Almqvist & Wiksell, 1961:
eccellente lavoro incentrato soprattutto su fenomeni fonetici e morfologici, in-
quadrati non solo sincronicamente; A. STEFENELLI, Die Volkssprache im Werk des
Jietron im Hinblik aufdie romanischen Sprachen, Wien, Braumiiller, 1962: importante
la sottolineatura della continuità romanza dei volgarismi; V. VAANANEN, Le latin
t'll(~aire des inscriptions pompéiennes, Berlin, Akademie Verlag, 19663 : tutti i fenome-
ni volgari, soprattutto di livello fonetico e morfologico, ricorrenti nelle iscrizioni
pompeiane, sono registrati e, in premessa, collocati nella loro retrospettiva stori-
ca; H. HAPP, Die lateinische Umgangssprache und die Kunstsprache des Plautus, in <<Glot-
ta», a. XLV 1967, pp. 60-104: ampio saggio, talora superato, e tuttavia ancora utile,
almeno come rassegna e documentazione di una serie di elementi plautini che
scompaiono dall'uso classico, per riemergere nel tardo-antico, a conferma della
pcrsistenza di un certo latino vivo e sotterraneo, in qualche modo emarginato
dalla lingua letteraria dell'età di mezzo; L. CALLEBAT, Le 'sermo cotidianus' dans les
}vfaamorphoses d'Apulée, Caen, Publications de l'Univ. de Caen, 1968: uno stru-
mento ancora utile, soprattutto per la quantità di materiale che propone all'atten-
oJ
zione del lettore; J.N. ADAMS, The Text and Language a Vulgar Latin Chronicle
(A11onymus Valesianus II), London, Institute of Classica! Studies, 1976: edizione e
commento linguistico della seconda parte dell'Anonimo Valesiano, cioè la Chro-
IIÌW Theodoriciana, di cui si mettono in rilievo i numerosi elementi volgari, sovente
I~norati, se non addirittura emendati dai precedenti studiosi; Io., The Vulgar Latin
o( the Letters of Claudius Terentianus, Manchester, Manchester Uni v. Press, 1977:
primo studio completo ed esaustivo sul latino delle Lettere di Terenziano, di cui
vengono esaminati sia i fenomeni grafico-fonetici, sia gli aspetti morfosintattici e
l'ordine della parole; P. CuGUSI, Gli 'ostraca' latini dello Wiidi Fawiikhir per la storia del
latino, in Letterature comparate. Problemi e metodo. Studi in onore di E. Paratore, Bologna,
Pàtron, 1981, pp. 719-64: importanti sottolinea tu re e puntualizzazioni di contribu-
ti dagli ostraka per la storia della lingua latina viva; V. VAANANEN, Le Journal-épitre
d'Égérie. Étude linguistique, Helsinki, Suomalainen Tiedeakatemia, 1987: studio im-
portante per il latino volgare di Egeria e dell'epoca; G. CALBOLI, Zur Syntax der
llcucn vulgi:irlateinischen Urkunden aus Murécine, in LavLat, vol. v pp. 365-73: visione
d'insieme della lingua (volgarisrni, ma non solo) dei documenti dell'archivio dei
Sulpicii proveniente da Murecine; Io., Encore uneJois sur les tablettes de Murécine, in

95
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

LavLat, vol. vn pp. 155-68: accanto ai volgarismi, peraltro non numerosi, le tavo-
lette di Murecine documentano anche le tipicità del linguaggio giuridico a livello
sintattico, come per es. il grande impiego della frase relativa e del pronome is, ea,
id. In queste tavolette sono di notevole interesse anche le correzioni degli errori
che talora si trovano nella scrittura interior, da parte dello scrivano della scrittura
exterior; V. BINDER, Sprachkontakt und Diglossie. Lateinische Wiirter i m Griechischen als
Quellen Jur die lateinische Sprachgeschichte und das Vulgiirlatein, Hamburg, Buske,
2000: molte trascrizioni di termini latini in lingua greca, soprattutto nel neogreco,
confermano e documentano i vari fenomeni fonetici tipici del latino volgare;
ADAMS, Bilingualism, opera fondamentale sui rapporti tra il latino e le altre lingue,
italiche e no;J. CLACKSON-G. HoRROCKS, The Blackwell History ofthe Latin Langua-
ge, Oxford, Blackwell, 2007, pp. 229-64: si tratta del cap. 7, intitolato Sub-Elite Latin
in the Empire, dedicato a taluni documenti di prima mano, fonti importanti del
latino volgare tardo-antico: una tavoletta proveniente dall'archivio dei Sulpicii
(un prestito al commerciante di grano Novio Euno), una tavoletta da Vindolanda
(lettera del soldato Chrauttius a Veldeius); una delle cinque lettere in latino, su
papiro, del soldato Terenziano al padre; la composizione poetica di Marco Porcio
Iasuchthan proveniente dagli scavi di Bu Njem in Libia.
3.t.j.M. ANDERSON, A Study oJSyncope in Vu{xar Latin, in «Word,., a. xx11965,
pp. 70-85: la sincope è un fenomeno fonetico in linea di massima correlato alla
posizione e alla natura dell'accento, e tuttavia piu o meno frequente a seconda dei
contesti fonologici.
3·3· B. GARciA HERNANDEZ, El desarrollo de la expresion analitica en latin vulgar.
Planteamiento generai, in «Revista espaiiola de Linguistica», a. x 1980, pp. 307-30: il
fenomeno dell'analogia e quello analitico sono caratterizzanti per la morfosintas-
si del latino volgare.
3·4· A. ZAMBONI, Evoluzione e rinnovamento nel lessico de/latino volgare: tendenze
strutturali e derive interne, in LavLat, vol. VI pp. 419-35: il saggio è incentrato soprat-
tutto sulle dinamiche interne, alla base della formazione del lessico volgare, qua-
li ricomposizione e derivazione suffissale varia.
3-5· E. CosERIU, Das Problem des gn"echischen Ei'!fluss aufdas Vulgiirlatein, in Sprache
und Geschichte. Festschrift H. Meier, a cura di E. CosERIUS e W STEMPEL, Mi.inchen,
Fink, 1971, pp. 135-47: una panoramica della presenza del greco nel latino volgare;
G. CALBOLI, Vu{xiirlatein und Griechisches in der Zeit Trajans, in LavLat, vol. n pp. 23-
44: attraverso le lettere del soldato Terenziano si mostra la confluenza delle due
lingue (greco e latino) nel linguaggio corrente di un individuo che vive in un
contesto bilingue; F. BI VILLE, Le ~ree parlé en lati n vulgaire. Domaines lexicaux, structu-
res linguistiques d'accueil, in LavLat, vol. 111 pp. 25-39: segnala una serie di casi e con-
1 • LATINO VOLGARE O DEI CETI MEDI E INFERIORI

resti in cui l'uso del greco è chiaramente derivato proprio dalla lingua viva, a vari
livelli sociali e culturali; l. MAzziN l, Il grecismo lessicale elemento volgare nei testi medici
latini antichi, in LavLat, vol. IV pp. 667-84: il grecismo lessicale medico si moltiplica
nella tarda latinità e negli autori che si distinguono per un piu accentuato livello
volgare; AoAMS, Bilingualism, pp. 593-97: su Terenziano bilingue;]. BINGEN et al.,
Mons Claudianus. Ostraka graeca et latina, 3 voll., Le Caire, Institut français d'archéo-
logie orientale, 1992-2000: edizione degli ostraka.
3.6. P. GAENG, An Inquiry into Local Variations in Vulgar Latin as Rfjlected in the voca-
lism ofChristian Inscriptions, Chapel Hill, Univ. ofNorth Carolina Press, 1968: stu-
dio dedicato alla ricerca di varianti regionali nelle iscrizioni cristiane volgari; A.
AcQUATI, Il vocalismo latino volgare nelle iscrizioni africane, in «Acme», a. XXIV 1971, pp.
155-84; Io., Il consonantismo latino volgare nelle iscrizioni africane, ivi, a. xxvn 1974, pp.
21-56; lo., Note di morfologia esintassi volgare nelle iscrizioni africane, ivi, a. XXIX 1976, pp.
41-70: una considerevole raccolta di materiale che porta un contributo rilevante
allo studio delle specificità regionali del volgare in Africa;]. HERMAN, La langue
latine dans la Caule romaine, in ANRW, 29/2 1983, pp. 1044-60: utile sintesi delle
specificità volgari del latino della Gallia; l. VELAzQuEs SoRIANO, Las pizarras visigo-
das: ediciòn critica y estudio, Murcia, Univ. de Murcia, 1989: edizione di riferimento,
che fornisce testo, traduzione e interpretazione delle ardesie visigote scritte nei
secc. VI-VIII. Una edizione piu ampia della stessa studiosa è comparsa a Turn-
hout, Brepols, 2ooo;].N. AoAMS, British Latin: The Text, Intepretation and Language
4the Bath Curse Tablets, in «Britannia», a. xxm 1992, pp. 1-26: studio attento dita-
volette (perlopiu tabulae defixionum) trovate di recente e provenienti dal tempio di
Bath, collocabili tra i secc. II e IV d.C.; B. LUISELLI, Storia culturale dei rapporti tra
llltlndo romano e mondo germanico, Roma, Herder, 1992: alle pp. 513-21 un'importante
rassegna di fatti linguistici volgari e romano-barbarici; J. HERMAN, Les ardoises
"'is~~otiques et le problème de la d!fférentiation territoriale du lati n tardif, in LavLat, vol. IV
!Jp. 63-76: attraverso le ardesie visigote si intravede una interessante disintegrazio-
ne territoriale del latino occidentale, che oppone il latino parlato in Gallia a quel-
lo in Spagna e Italia centrale; A. GARciA LEAL, Rasgos vulgares en las inscripciones lati-
llas dc Asturias, in LavLat, vol. v pp. 365-73: si sottolinea lo scarso contributo delle
Iscrizioni, vuoi per il latino volgare, vuoi per le specificità ispani che dello stesso;].
HERMAN, D!fferenze territoriali nel latino parlato dell'Italia tardo-imperiale, in J. HER-
MAN-A. MARI NETTI, La preistoria dell'italiano. Atti della tavola rotonda di linguistica
storica, Tubingen, Niemeyer, 2000, pp.123-35: utile per la comprensione di tal une
specificità territoriali del latino volgare dell'Italia; AoAMS, The Regional: volume
ricchissimo di testimonianze e documentazione delle varianti regionali anche di
livello volgare e soprattutto di epoca tardo-antica e romano-barbarica.

97
2

LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

1. PREMESSA

È dagli anni Trenta del secolo scorso che si è cominciato a parlare di


latino "cristiano" o "dei cristiani", come di una lingua speciale. Al di là di
una serie di polemiche di cui faremo cenno sotto, dopo quasi un secolo di
ricerche, possiamo dire che l'idea originaria dell'esistenza di una consi-
stente variazione della lingua latina comune, in rapporto con la diffusione
della nuova religione, appunto il cristianesimo, da collocare soprattutto
nei secoli II-IV, oggi si può considerare dimostrata e acquisita.

2. PRELIMINARI

Prima di passare all'esame dei caratteri principali e della loro evoluzio-


ne è opportuno trattare, seppure velocemente, i seguenti argomenti: a}
storia del cristianesimo nei primi cinque secoli; b) condizioni culturali e
ambientali in cui nasce il concetto o, se si preferisce, l'ipotesi di ricerca
"latino dei cristiani"; c} aggiustamenti della prima ipotesi di ricerca; d}
presupposti sociali, culturali e storici che lasciano supporre una differen-
ziazione sul piano linguistico nei secc. II-IV; e} fonti e strumenti per lo
studio del latino dei cristiani; f) dati oggi acquisiti.

2.1. Storia del cristianesimo

La storia del cristianesimo antico, ai fini della descrizione e definizione


del latino cristiano, potrebbe essere distinta in due periodi: il precostanti-
niano (dalle origini all'editto di Costantino del312) e il postcostantiniano
(dal312 alla caduta dell'Impero romano di Occidente}. Nel primo si po-
trebbero distinguere due fasi: la giudaica fino al so, data del concilio di
Gerusalemme, e l'ellenistico-romana dal concilio fino al312.
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

2.1.1. Fase giudaica. La fase giudaica si caratterizza per una prima organiz-
zazione gerarchica (apostoli, discepoli, diaconi), per la vita comunitaria, e
soprattutto per una consistente adesione e aderenza alla lettera della reli-
v;ione ebraica. Soprattutto all'inizio, almeno fino al36, i Giudei cristiani di
(;erusalemme frequentano il tempio, praticano la circoncisione e si atten-
gono a diverse altre consuetudini ebraiche. Pur non mancando convertiti
pagani, la predicazione, come peraltro anche il successo della stessa, si
realizzano essenzialmente tra i Giudei. Questo fatto spiega le prime per-
secuzioni e i primi martiri opera di Giudei (si pensi alla lapidazione del
diacono Stefano), e la loro <<gelosia>>, menzionata negli Atti degli apostoli.
Dove l'evangelizzazione avviene fuori della Palestina, per es. Damasco,
Antiochia, Cesarea, sono soprattutto i Giudei a essere evangelizzati e a
costituire il nucleo piu numeroso delle varie comunità. Dall'autorità ro-
mana i cristiani sono visti come Giudei e la loro religione come giudaica e
quindi legittimata e accettabile, come tutte le altre dei popoli sottomessi.
La svolta e l'apertura verso il mondo pagano si fa sempre piu intenzionale
c programmata con i viaggi di Paolo in Macedonia, in Grecia e Roma, e di
Pietro a Roma.

2.1.2. Fase ellenistico-romana. La fase ellenistico-romana si caratterizza per


1 seguenti fatti: a) la diffusione crescente e inarrestabile tra i pagani, in
tutto il territorio dell'impero e soprattutto nelle città; b) le persecuzioni;
c) la produzione di una letteratura ingente greca e latina; d) l'organizza-
zione gerarchica.
Nel I secolo la diffusione avviene soprattutto in Oriente, in particolare
nei territori ellenofoni della Grecia, dell'Anatolia, della Siria e dell'Egitto.
Tra le chiese principali di cui abbiamo conoscenza dai documenti di que-
\to periodo possiamo annoverare Tessalonica, Filippi, Corinto, Atene in
Grecia; Troade, Smirne, Sardi, Mileto, Laodicea, Colasse, Antiochia, Tar-
so, in Anatolia; Damasco in Siria; Cafarnao, Pella in Palestina; Alessandria
in Egitto; Roma e Pozzuoli in Italia. Nel II secolo il messaggio continua a
espandersi soprattutto in Oriente, con l'aggiunta di altre chiese importan-
ti, come quelle di Cnosso a Creta; di Edessa, Larissa, Nicopoli in Grecia;
di lconio, Cesarea di Cappadocia in Anatolia. Cominciano a nascere nuo-

99
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ve comunità in regioni dell'Occidente ancora non raggiunte nel I secolo,


cosi Lione e Vienne in Gallia; Treviri e Colonia in Germania; Cartagine,
Madaura, C irta, Leptis Magna in Africa. N el III secolo si può dire che non
ci sia regione in cui non esistano chiese, fino agli estremi confini dell'im-
pero e anche oltre. Zone tuttavia piu densamente cristianizzate sono la
Spagna meridionale, l'Africa nord occidentale, l'Italia, l'Anatolia, la Siria e
l'Egitto.
Le persecuzioni si alternano con momenti di tolleranza o addirittura
simpatia da parte del potere politico e si accentuano in periodi di autocra-
tismo legato al culto imperiale o alla rivalutazione della religione pagana.
La prima persecuzione violenta, con molte vittime, è quella ordinata da
Nerone nel67; la seconda si ha sotto Marco Aurelio (161-180) provocata,
in qualche modo, da certi atteggiamenti estremisti di tal uni cristiani ereti-
ci, i Montanisti, che arrivano anche ad attaccare templi e simboli del paga-
nesimo. Una terza ondata persecutoria si verifica sotto gli imperatori De-
cio e Valeriano (250-260). Una quarta, praticamente l'ultima cruenta e su
vasta scala, fu quella ordinata da Diocleziano e Galerio nel 305-310. È so-
prattutto sotto i governi degli imperatori adottivi, in particolare di Adria-
no e dei Severi, che i cristiani non solo non vengono perseguitati, ma
quasi guardati con favore e viene permesso loro di uscire allo scoperto, di
costruire chiese, avere dei propri cimiteri e darsi una organizzazione ge-
rarchica, per cosi dire ufficiale. Come le persecuzioni nascono essenzial-
mente da conflittualità ideologiche, cosi la tolleranza o il favore si iscrivo-
no nel quadro di visioni della vita umanitarie, di concezioni religiose ten-
denti al monoteismo.
La produzione letteraria rispecchia lo sviluppo delle chiese e delle loro
problematiche. Cosi fino almeno a metà del II secolo essa è in lingua gre-
ca e tocca primariamente tematiche bibliche, di vita comunitaria, di mo-
rale e ascesi: i vari libri del Nuovo Testamento (Vangeli, Epistole, Atti degli
apostoli, Apocalisse), la Didachè, le Lettere di Clemente Romano e di Ignazio
di Antiochia, il Pastore di Erma, ecc. A partire dalla seconda metà del sec. II
e per tutto il III la produzione si moltiplica: apologetica, esegesi, lettera-
tura apocrifa, teologia, letteratura antieretica, ecc.
Tra gli scrittori e le opere in greco piu noti si può ricordare: il Dialogo con

100
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

Trifone giudeo di Giustino, Contro le eresie di Ireneo di Lione, Protrettico e


Pcdagogo di Clemente Alessandrino, i Principi e Contro Celso di Origene.
Per la produzione in lingua latina vd. vol. I cap. 7, 3.1.
In questa fase le chiese sono organizzate, soprattutto nel III secolo, con
una precisa gerarchia alla cui sommità sono i vescovi, seguono i presbiteri
c i diaconi e vari ordini minori come i suddiaconi, ma anche lettori, ostia-
ri, salmisti, questi ultimi però in genere laici.

2.1.3. Periodo postcostantiniano. Il periodo postcostantiniano si caratteriz-


za, tra gli altri, per i seguenti fatti o situazioni: a) l'assenza di persecuzioni,
anzi il sostegno aperto dello stato romano; b) la moltiplicazione e virulen-
za delle eresie; c) una straordinaria fioritura di letteratura patristica; d) la
diffusione del monachesimo; e) l'affermarsi del primato del vescovo di
Roma e della sua curia.
A iniziare da Costantino e dai suoi figli, esclusa la parentesi dell'impe-
ratore Giuliano, la chiesa cristiana e la sua gerarchia ricevono favori, soste-
gno finanziario e anche poteri civili: l'esenzione dai munera per gli eccle-
siastici, la potestà giudiziaria per i vescovi, la costruzione con pubblico
denaro di chiese, la persecuzione dei nemici della chiesa (pagani ed ereti-
ci), il divieto di pratiche e costumi contrari alla morale cristiana (i giochi
gladiatori, i matrimoni incestuosi, la prostituzione).
I movimenti ereticali iniziano già nel periodo precedente (Montani-
smo, Marcionismo) ma si moltiplicano nel presente e in questo riguarda-
no soprattutto questioni teologiche, in particolare cristologiche e trinita-
rie. Tra le eresie piu note e diffuse vanno annoverate le seguenti: Apolli-
narismo (nega la piena compresenza delle due nature, umana e divina in
Cristo); Arianesimo (Cristo non è coeterno rispetto al padre, ma da lui
generato nel tempo); Monofisismo (in Cristo c'è una sola natura, quella
divina); Donatismo (la chiesa appartiene ai puri, non può accogliere tutti
né essere uno strumento di salvezza per i peccatori). Sovente le eresie si
diffondono anche perché diventano strumenti di contrapposizione, di in-
tervento del potere politico, come anche di ambizioni carrieristiche e pri-
111atistiche di ecclesiastici. Al nascere delle eresie non sono estranei nem-
Ineno i movimenti filosofici del neopitagorismo, del neoplatonismo, del-

101
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

lo gnosticismo, che influenzano gli intellettuali cattolici, stimolando la


loro riflessione teologica. Insomma forse non è esagerato dire che al mol-
tiplicarsi dei movimenti ereticali non sono estranei i vantaggi terreni che
la religione cristiana ottiene in questo periodo che favoriscono ambizioni,
ingresso di intellettuali e aristocratici nelle alte gerarchie.
La letteratura cristiana conosce in questo periodo una fioritura senza
precedenti e senza confronti nei secoli successivi: è l'epoca dei grandi
Padri, sia in Occidente che in Oriente. Per l'Oriente basti ricordare Euse-
bio di Cesarea, Basilio il Grande, Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazian-
zio, Giovanni Crisostomo, tutti personaggi caratterizzati da una produ-
zione vastissima, da un livello linguistico alto e da una incredibile molte-
plicità di generi e temi: dall'innografìa, all'omiletica, al trattato teologico,
alla storiografìa. Per l'Occidente, vd. vol. I cap. 8, 3.1.1.
n monachesimo si diffonde prima in Oriente (dall'inizio del IV sec.),
poi in Occidente (dalla seconda metà del IV sec.). Attecchisce un po'
ovunque, ma soprattutto in Egitto, Palestina, Siria, Africa del Nord, Gallia
e Italia centrale. Nasce come fenomeno di contestazione della mondaniz-
zazione della chiesa e dei suoi capi, come ritorno allo spirito del cristia-
nesimo primitivo, ma anche, soprattutto in Occidente, come fuga da un
mondo che fa sempre piu paura per il suo progressivo imbarbarimento sia
in senso morale che politico ed economico.
È soprattutto Leone I (440-461) che, anche grazie all'appoggio appog-
gio dell'imperatore Valentiniano III, consolida il primato del papa di Ro-
ma e la sua autorità non solo spirituale, ma anche materiale. La base leo-
nina della dottrina del primato è «imperniata sulla trilogia Cristo-Pietro-
papa>> (Rizzo, p.175).

2.2. Concetto di latino cristiano e sua origine

I..:ipotesi di ricerca "latino cristiano" o "latino dei cristiani" nasce a Ni-


mega, in Olanda, negli anni Trenta del secolo scorso e viene avanzata per
primo da]. Schrijnen. I.: atmosfera culturale, in cui tale ipotesi nasce, è
quella di un crescente entusiastico interesse per la latinità tardiva e per la
linguistica. nnucleo del concetto di latino cristiano e le argomentazioni di

102
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

base, come prima dimostrazione, sono formulate dallo Schrijnen in un


piccolo libro dal titolo Charakteristik des altchristlichen Lateins, pubblicato a
Nimega nel1932. Le tappe e l'evoluzione della ricerca fino agli anni Set-
tanta sono sintetizzate da Ch. Mohrmann in un saggio dal titolo Dopo
quarant'anni, pubblicato insieme alla traduzione italiana del sopra citato
libro dello]. Schrijnen.

2.3. Ipotesi di partenza, critiche e aggiustamenti

Quando lo Schrijnen pubblicò il suo libro, l'ipotesi e proposta di ricer-


ca, fondamento e punto di partenza insieme della teoria del latino cristia-
no, secondo cui i primi cristiani avevano parlato e scritto una lingua latina
diversa e in parte incomprensibile per i pagani, andò incontro a non poche
critiche tra le quali le seguenti:
a) non si può parlare di una lingua latina cristiana, ma solo di una varia-
zione della lingua latina comune, limitata ad alcuni fenomeni e strut-
ture;
b) la differenziazione specifica può essere piu apparente che reale an-
che laddove ci troviamo di fronte a fatti di lingua attestati per la prima
volta da autori cristiani. Ciò per almeno due ragioni: la prima è quella che,
a un certo momento storico, la letteratura cristiana diviene l'unica dispo-
nibile; la seconda è quella per cui il latino dei cristiani rispecchia il parlare
di uno strato sociale, il quale a sua volta o non ha espresso una letteratura,
o comunque non è stato recepito interamente nella letteratura pagana
giunta fino a noi, appunto il latino parlato dai ceti inferiori;
c) la categoria dei cristianismi indiretti (integrali e parziali) va presa con
notevole prudenza, per quanto concerne sia la loro effettiva estensione o
ampiezza, sia la loro tipicità per i cristiani;
d) anche la distinzione tra cristianismi diretti e indiretti, in molti casi
può essere del tutto precaria e insicura;
c) la differenziazione sintattica e morfologica, peraltro molto debole,
potrebbe non essere altro che un comune latino volgare o parlato, di cui
dci resto porta tutti i segni;
f) non si può sottovalutare o ignorare il ruolo di grandi scrittori come

103
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Tertulliano o Agostino nella formazione del latino dei cristiani e il loro


contributo è in reciproco e dinamico rapporto con quello delle comu-
nità;
g) alla base della specializzazione della lingua latina cristiana, ne abbia-
mo un'altra precedente, quella cristiana greca, che va approfondita;
h) non si può ignorare nel processo di formazione del latino cristiano
nemmeno il contributo, almeno nel I secolo, delle comunità ebraiche.
Oggi nel parlare di latino dei cristiani si tiene conto dei rilievi e delle
osservazioni sopra elencate e tuttavia la concezione di fondo dello Schrij-
nen di una differenziazione da riconnettere a motivi di ordine sociale,
culturale e ideologico continua a rimanere valida e rappresenta ancora il
presupposto della ricerca.

2.4. Premesse sociali, culturali e storiche

È noto che i cristiani costituiscono nei primi secoli dei gruppi abbastan-
za chiusi nei confronti dell'esterno, compatti alloro interno e dunque
isolati. Ciò che determina tale fenomeno è, in primis, la disdplina christiano-
rum, da intendere sia come dottrina (insieme di convinzioni e fede), sia
come adesione pratica sul piano comportamentale alla dottrina stessa:
questa disdplina comporta determinati atti da compiere in comune (veglie,
uffìzi divini, pasti in comune, ecc.) che rafforzano i vincoli del gruppo al
suo interno e contribuiscono al suo distacco dalla società piii ampia cui il
gruppo appartiene, nella consapevolezza della incompatibilità della pro-
pria visione del mondo e della propria vita rispetto a quella degli altri. È
molto efficace per capire la natura della disdplina christianorum e i suoi ef-
fetti socio-culturali un passo tratto dal De idolatria di Tertulliano (cap. 46):
Licet convivere cum ethnids, commori non licet. Convivamus cum omnibus; conlaetemur ex
commu11ione naturae, non superstitionis. Pares anima sumus, non disciplina, compossessores
mu11di, non erroris, 'È lecito vivere insieme con i pagani, ma non è lecito morire con
loro. Viviamo pure insieme con tutti, rallegriamoci della comune natura, ma non
della superstizione. Siamo sullo stesso piano per l'anima, ma non per la dottrina e
il conseguente comportamento, abbiamo in comune il possesso del mondo, ma
non dell'errore'.

104
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

I.:isolamento e la diversità culturale, ideologica e di vita dei cristiani


sono sottolineati anche in un'altra operetta in lingua greca, risalente con
rutta probabilità ai primissimi secoli (si parla, da parte dei piu, del II sec.)
la Lettera a Diogneto (in partic. cap. 5 parr. 4-9). Leggiamone solo l'inizio,
particolarmente significativo:

Sebbene {i cristiani) vivano in città greche e no, come a ognuno è toccato in sorte,
sebbene si adattino alle consuetudini del posto per ciò che concerne l'abbiglia-
mento, l'alimentazione e tutto il modo di vivere, essi costituiscono una specie di
repubblica spirituale e, stando a quanto dicono tutti, paradossale.

Al motivo ideologico-religioso alla base dell'isolamento o chiusura si


aggiungano la forte coesione interna dei membri delle diverse comunità
(anche se molto variegate socialmente alloro interno), la formazione cul-
turale, la provenienza orientale o di madre lingua greca in Occidente (so-
prattutto nei secc. 1-11), la posizione equivoca, dal punto di vista legale,
dello status di cristiano che determina di tanto in tanto delle ondate perse-
cutorie.

2.5. Consapevolezza e volontà della differenziazione linguistica

La differenziazione della lingua dei cristiani da quella comune ha dei


presupposti sociali e culturali, ma questo non significa che ne sia stata
un'automatica conseguenza, o che sia avvenuta quasi inconsapevolmente
da parte degli stessi scrittori cristiani. Dietro alla differenziazione ci sono
anche un'intenzionalità e una volontà, piu o meno marcate, che si dedu-
cono da una serie di fatti:
a) consapevolezza, ma anche apprezzamento e giustificazione, da parte
degli scrittori cristiani della diversità o piuttosto del basso livello linguisti-
co delle traduzioni bibliche (Vetus latina): citiamo in proposito Arnobio
che, nel suo Adversus nationes (lib. 1 parr. 58-59), rispondendo alle critiche
dci non credenti in merito alla lingua delle traduzioni bibliche, ne ricono-
sce il fondamento, ma sostiene che il valore storico della Bibbia sia con-
nesso proprio con il basso livello della lingua:

105
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Sed ab indoctis hominibus et rudi bus scripta sunt et idcirco non suntfacili auditione credenda.
Vide ne magis haecforti or causa sit curi Ila sin t nullis coinquinata mendaciis [ ... ]. Trivialis et
sordidus sermo est[ ... ] Barbarismis, soloecismis obsitae sunt, [... ] res vestrae et vitiorum de-
Jormitate pollutae, 'Ma sono stati scritti [scil. i testi biblici] da uomini ignoranti e
incolti e pertanto non bisogna prestare loro una benevola attenzione. Rifletti se
non è piuttosto questo un motivo p ili solido per pensare che essi non sono inqui-
nati da menzogne [... ]. Il loro linguaggio è proprio del popolo e basso [... ]. I vostri
testi sono pieni di barbarismi, solecismi, [... ]sono inquinati da errori grossolani';

b) volontà chiara negli scrittori cristiani, almeno fino al IV secolo com-


preso, di evitare forme pagane: non è certamente un caso che laddove la
lingua latina possiede, in ambito sacrale, un vocabolario appropriato e
corrente, in qualche modo legato alla religione pagana, i cristiani facciano
ricorso a forme volgari o neologismi o grecismi, ma evitino tutto quanto
può in qualche modo ingenerare affinità con la religione pagana. Esempi:
mai vengono usate parole come amor, 'amore', ara, 'altare', portenta e prodi-
gia, 'miracoli', precatio, 'preghiera',fonum e templum, 'tempio', vates, 'profeta',
ma alloro posto, rispettivamente, caritas e dilectio, altare, magnalia, oratio, ec-
clesia e dominicum, propheta;
c) desiderio da parte di scrittori e predicatori di farsi intendere anche
dai piu umili, e quindi volontà di differenziarsi dalla lingua letteraria, co-
munque di scendere a compromesso ogni volta che ciò si renda necessa-
rio: la posizione, generalmente condivisa (anche se con sfumature diver-
se), secondo cui è piu importante il messaggio che non la sua forma, trova
già il suo primo fondamento in Paolo, in particolare in due passi della
prima Lettera ai Corinti (117 e 21-2), che recitano rispettivamente:
Non enim misit me Christus baptizare, sed evanj~elizare: non in sapientia verbi, ut non eva-
cuetur crux Christi, 'Cristo non mi ha mandato per battezzare, ma per far conoscere
la buona notizia, e questo non facendo ricorso alla scienza della parola, affinché il
senso della croce di Cristo non sia svuotato'.

Et ego, eu m venissem ad vosJratres, veni non in sublimitate sermonis aut sapientiae, adnun-
tians vobis testimonium Christi, 'E io, quando sono venuto a voi, fratelli, sono venuto
non facendo ricorso ai piu sofisticati strumenti della parola o della scienza, ma
semplicemente annunciandovi la testimonianza di Cristo';

106
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

d) una sorta di senso di colpa in alcuni autori cristiani per sentire il ri-
chiamo della grammatica o della retorica: significativo in questo senso un
passo di Girolamo nella lettera a Eustachio (par. 30), che riflette un suo
conflitto interno, ma certamente non esclusivo di lui:
l11tcrrogatus condicionem christianum me esse respondi. Et ille, qui residebat: «mentiris>>, ait,
aciceronianus es, non christianus; ubi thesaurus tuus, ibi et cor tuum», 'Interrogato sulla
mia identità risposi di essere cristiano. Ma colui che sedeva: <<menti)), disse, cc sei
ciceroniano, non cristiano; dove è il tuo tesoro, li è anche il tuo cuore));

e) la volontà di Agostino, convertito, di sconfessare alcuni termini ed


espressioni che sanno di pagano o addirittura non sono in uso nella Bib-
bia: leggiamo il seguente passo significativo, tratto dalle Retractationes (lib.
1 cap.1), in cui Agostino si pente di aver fatto uso del termine omen perché
mai utilizzato nei testi biblici e negli autori cristiani:
Hoc licet non serio sed ioco dictum si t, nollem tamen eo verbo uti. Omen quippe me legisse non
raolo sive in sacris litteris nostris si ve in sermone cuiusquam ecclesiastici disputatoris, quamvis
abominatio inde sit dieta, quae in diuinis libris assidue repperitur, 'Sebbene questa parola
ì: stata da me detta non seriamente ma per gioco, tuttavia vorrei non fare uso di
essa: in effetti ripensando non mi viene in mente di aver letto omen nella nostra
letteratura sacra, né in un discorso di un qualunque scrittore ecclesiastico, anche
se il termine abo minatio è derivato da li, termine che ricorre assiduamente nei libri
divini'.

2.6. Fonti per la conoscenza e lo studio

Fonte per lo studio di questa lingua, in quanto propria di una comunità


che si differenzia dal resto dei parlanti latino per una diversa ideologia, è
tutta la letteratura cristiana dei primi secoli, diciamo soprattutto i secc. Il-
IV, come anche le epigrafi cristiane.
Va da sé che questa letteratura (vd. vol. I cap. 7, 3.1) non rappresenta una
fonte ugualmente significativa della differenziazione cristiana. C'è una
serie di opere, scritte già a partire dalla fine del II sec. e inizio del III, che
aumentano in quantità nel IV sec. (si pensi all'Ottavio di Minucio Felice e
a grande parte della produzione di Tertulliano, ma anche di Arnobio,

107
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Lattanzio, Ambrogio, Agostino, Paolina da Nola, Girolamo, ecc.), le qua-


li sono dirette anche alla intellettualità pagana. Gli autori sono sf cristiani,
ma formati alle scuole di grammatica e retorica pagane: nelle loro opere
l'elemento tipico cristiano si riduce quasi esclusivamente al lessico, a sua
volta poi sottoposto a una revisione di impronta classicista.
È quella letteratura nata nelle comunità dei primi secoli, opera di perso-
ne rimaste senza nome, prive di ambizione e /o formazione letterarie,
funzionale alla vita spirituale delle prime comunità, che per noi rappresen-
ta la fonte primaria per lo studio e la conoscenza del latino dei cristiani.
In concreto dunque le fonti piu importanti e significative del latino dei
cristiani vanno ricercate nelle molteplici traduzioni della Bibbia (Vecchio
e Nuovo Testamento) anteriori (ma in alcuni casi anche posteriori) alla
Vulgata, eseguite nelle varie comunità cristiane dell'Occidente (Vétus lati-
na), su iniziativa delle singole comunità stesse, negli Acta martyrum e nelle
Passiones, nei Sermones o prediche, nelle vite dei santi, nei testi liturgici (es.
preghiere, rituali), nelle piu antiche traduzioni di opere greche collocabi-
li tra I e II secolo e ritenute quasi testi ispirati come la Lettera di Clemente
Romano ai Corinti (96), le sette Lettere di Ignazio di Antiochia a varie comu-
nità dell'impero (inizio del II secolo), il Pastore di Erma (142/155), la Didaché,
ecc. Significative sono anche le iscrizioni private cristiane, in particolare
quelle funebri.
È in questa letteratura, che il linguaggio delle prime comunità cristiane
si forma e viene recepito; ed è li che noi oggi possiamo rilevare tutta la
novità, la diversità e la rottura, dunque la specialità del latino dei cristiani.
Varie sono le ragioni per cui le opere appena menzionate e altre ancora
possono essere considerate lo specchio del linguaggio scritto e parlato del-
le primitive comunità: incapacità di coloro che scrivono di esprimersi al-
trimenti, disprezzo dei parametri e dei valori del mondo, indifferenza del
pubblico nei confronti della lingua colta, necessità di dare una forma, un
significante ai significati nuovi.
Queste opere primitive e, in qualche misura, "corali" finiscono per ac-
quisire una tale venerazione tra coloro che le leggono e sentono leggere,
che anche quando orecchi e sensibilità ben piu raffinati e molto piu aper-
ti entrano nella comunità dei credenti, le innovazioni di un tempo (so-

108
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

prattutto quelle a livello di lessico) rimangono, non stridono piu agli orec-
chi "educati". Esse sono, diciamo cosi, nobilitate dal messaggio che veico-
lano, e cosi sopravvivono anche nelle opere di piu alto livello, diventano
patrimonio della comunità dei parlanti, quando ormai è tutta cristianizza-
ta, e arrivano fino a noi.

J. CARATTERI LINGUISTICI

Oggi nessuno mette in dubbio l'esistenza di una lingua speciale cristia-


na, variazione della lingua comune, pur tenendo conto dei limiti e delle
riserve a suo tempo rivolte alla teoria dello Schrijnen. La ripartizione da
lui formulata delle peculiarità o specificità del latino cristiano, in cristiani-
smi diretti e indiretti, questi ultimi poi da distinguere in parziali e integra-
li, può essere ancora oggi accettata e utilizzata come strumento di orga-
nizzazione del materiale. Anche noi procediamo, nella nostra sintetica
esposizione, secondo questo schema.

3.1. Cristianismi diretti

Per cristianismi diretti si devono intendere quelle particolarità, riscon-


tra bili solo presso i cristiani, funzionali a designare "cose" (idee, usi, istitu-
zioni) esclusive dei cristiani. Come è evidente, essi appartengono solo al
livello del lessico. Si possono ripartire in grecismi, ebraismi, neologismi,
evoluzioni o variazioni semantiche.

3.1.1. Gredsmi. I grecismi, lessicali e semantici, costituiscono la parte piu


vistosa dei cristianismi diretti e ciò perché la differenziazione cristiana e
dunque la creazione di una lingua speciale avviene prima in greco:
a) in greco sono scritti (lingua originale o traduzione) i testi fondamen-
tali in uso tra i primi cristiani come il Vecchio e Nuovo Testamento, i testi
liturgici, le prime opere dottrinali o ascetiche;
b) greche o prevalentemente greche sono le prime comunità, anche
lluelle che sorgono in Occidente, come quelle di Cartagine, Roma, Lione,
Arles, fino alla metà circa del II sec.;

109
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

c) anche se con il tempo il numero dei parlanti latino all'interno delle


comunità occidentali aumenta, essi si trovano di fronte a una terminolo-
gia ormai canonica, soprattutto per le istituzioni, che non possono non
fare propria; un esempio del permanere del greco nell'ambito della co-
munità cristiana romana, accanto al latino, anche in contesti non istituzio-
nali può essere la formula gr. ichthys zonton, 'pesce dei viventi' (cioè dei
battezzati) della stele funeraria di Licinia Amias (vd. tav. 4a);
d) tra i membri delle comunità cristiane dei primissimi secoli prevalgo-
no persone appartenenti ai ceti inferiori, per le quali il purismo linguistico
non è importante.
Esempi di grecismi lessicali possono essere i seguenti: baptisma, 'battesi-
mo', gr. baptisma; catechumenus, 'catecumeno', gr. katechumenos; catechizo,
'catechizzo', gr. katechizo; diaconus, 'diacono', gr. dùikonos; ecclesia, 'chiesa', gr.
ekklesia; episcopus, 'vescovo', gr. episkopos; evangelium, 'vangelo', gr. euangélion;
scandalum, 'scandalo', gr. sktindalon; scandalizo, 'scandalizzo', gr. skandalizo.
Tra i numerosi esempi possibili di calchi lessicali o semantici, di neolo-
gismi o innovazioni semantiche (almeno parziali) avvenuti prima in greco,
possono essere elencati i seguenti: caro, 'carne', nel senso di passioni, pecca-
ti legati al sesso e al corpo, gr. stirx; gloria, 'gloria/vittoria del Signore', gr.
doxa; salvator, 'colui che salva l'anima dalla morte eterna', gr. soté r; regeneratio,
'rinascita in Cristo', gr. palingenesia; revelatio, 'rivelazione', gr. apokalypsis.
La quantità dei grecismi decisamente rilevante potrebbe far pensare a
una scarsa creatività della lingua latina cristiana, e in effetti è cosi, se ci si
limita a considerare gli scritti e le opere relative al campo del "rivelato". Si
nota invece una notevole creatività della lingua ove si prendano in esame
le opere relative alla teologia speculativa. In questo caso «i Padri latini
hanno messo in opera e hanno sviluppato tutte le potenzialità che loro
offriva la lingua latina, principalmente la lingua filosofica)) (Fredouille,
Langue, p.198), che aveva già una sua tradizione a partire dal I sec. a.C. (vd.
vol. I cap. 3, 4.2.5.2.2).

3.1.2. Ebraismi. Anche gli ebraismi sono presenti in una certa quantità e,
in buona parte, anch'essi sono destinati a passare nelle lingue romanze
attraverso il latino dei cristiani, divenuto lingua comune.

110
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

Essi entrano attraverso le prime traduzioni bibliche (U?tus latina), che li


derivano dai loro modelli, e attraverso i Giudei delle primitive comunità
cristiane (non si dimentichi che tutti gli apostoli sono Giudei).
Anche gli ebraismi si possono distinguere in lessicali, come geenna, 'in-
ferno'; pasca, 'pasqua'; rabbi, 'maestro'; satanas, 'demonio', e calchi semanti-
ci, perlopiu greci che poi passano in latino, come imprestiti lessicali o co-
me calchi; ad es. ecclesia, calco dell'ebraico qahal, 'riunione del popolo di
Dio', 'tempio di Dio', gr. ekklesia; gloria, calco del greco d6xa, a sua volta
però calco dell'ebraico kabod, 'gloria di Dio'.

3·1.3· Neologismi. I neologismi, in quanto forme non documentate prece-


dentemente, sono numerosissimi. Non è troppo azzardato pensare a vere
c proprie creazioni o neoformazioni, quando queste sono funzionali a
esprimere concetti o realtà del tutto nuovi e tipici dei cristiani: per es. tri-
nitas, 'trinità'; univira, 'la donna che ha avuto un solo marito'; univiratus, 'lo
stato della donna maritata solo una volta'. È legittimo pensare a vere e
proprie neoformazioni anche quando esse hanno un equivalente nel lati-
no, ma questo rivela, o può rivelare, una qualche parentela o rapporto con
la religione pagana e dunque viene evitato. È il caso di salvator, 'salvatore',
delle traduzioni bibliche (che poi finisce per imporsi) o della forma anco-
ra piu complessa e chiaramente creazione colta (tertullianea) salutifìcator,
'colui che salva', in luogo di una serie di denominazioni equivalenti, rife-
rite tuttavia a Giove o altre divinità pagane, come servator, conservator, sospi-
tator, tutator (vd. cap. 3, 3.1.1).
Può essere, al contrario, molto probabile che neologismi quali peccator,
'peccatore'; negator, 'apostata'; tribulatio, 'sofferenza', e tanti altri, siano as-
sunzioni dal parlato, e ciò sia perché sono forme che del parlato posseggo-
no alcuni requisiti (per es. suffìssazioni preferite nella lingua corrente co-
me -tar, -trix, -tio, espressività, voluminosità fonica, ecc.; vd. cap. 1, 3.4), sia
perché molto spesso designano realtà, persone, cose comuni.

3.1.4. Innovazioni semantiche. Le innovazioni semantiche cristiane si pos-


sono produrre sia a partire da una base greca (calchi semantici), sia da una
base latina. In ogni caso i semantemi procedono, perlopiu, dal concreto al

111
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

traslato, dal materiale allo spirituale, dal laico e profano all'ecclesiastico e


religioso. Alcuni esempi: aedi}ìcatio, 'costruzione dello spirito', s.p. 'costru-
zione di un edificio'; basilica, 'edificio del culto cristiano', s.p. 'edificio pub-
blico adibito a processi, commerci'; conflteor, 'lodo', s.p. 'confesso'; desertor,
'apostata', s.p. 'traditore'; dies natalis, 'giorno della morte', s.p. 'giorno della
nascita';flgulatio, 'creazione', s.p. 'attività del vasaio';figulus, 'creatore', s.p.
'vasaio'; pax, 'pace celeste', s.p. 'pace terrena' (vd. tav. 4b); peccator, 'pecca-
tore', 'colui che trasgredisce la legge del Signore', s.p. 'colui che commette
una trasgressione'; saeculum 'mondo', s.p. 'secolo'.

3.2. Cristianismi indiretti

Per cristianismi indiretti si intendono tutti quei fatti linguistici che, per
loro natura, non sono necessariamente legati a "cose" cristiane, che ricor-
rono solo (integrali) o prevalentemente (parziali) presso i cristiani. Sono
molto numerosi e sono il segno della profondità della differenziazione, al
di là anche dei settori del lessico direttamente coinvolti nella veicolazione
di "cose" cristiane.
Si tratta molto spesso di neologismi, comunque di forme che, perlopiu,
sono costruite con suffìssazioni predilette dalla lingua viva, del tipo -ficare,
-mentum, -tor, -tio, -tura, ecc. Alcuni esempi: beatifico, 'rendo felice'; glorifico,
'esalto'; sancti}ìco, 'santifico'; infestatio, 'persecuzione'; moechatio, 'adulterio';
execramentum, 'maledizione'; comestura, 'il divorare'.
Sono cristianismi indiretti anche i fatti morfologici e sintattici, che in se
stessi e per loro natura non esprimono "cose" cristiane; tra questi si posso-
no ricordare l'aggettivo in luogo del genitivo (es. angelicum gaudium, 'gioia
degli angeli'); l'infinito dopo i verbi come adicere, apponere, addere; benedice-
re con l'accusativo; ecc.

4· EVOLUZIONE DEL LATINO CRISTIANO

In questa sezione si tenta di presentare un percorso diacronico minimo


del latino cristiano, di cui sopra abbiamo già individuato alcune linee es-
senziali, in particolare sviluppando, seppure in modo sintetico, i seguenti

112
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

punti: a) evoluzione dal II sec. al IV compreso; b) nascita di ulteriori lin-


gue settoriali al suo interno.

4.1. Dal II sec. al IV

I vari cristianismi di diverso tipo, come sopra schematizzati a fini didat-


tici, si riscontrano in tutto il latino cristiano, o meglio nella documenta-
zione giunta fino a noi dal sec. II al sec. IV compreso e quindi si potrebbe
dire, in una prima e superficiale valutazione, che esso non subisce evolu-
zwne.
In realtà l'evoluzione c'è ma non è tanto diacronica o meglio diacroni-
camente netta, quanto piuttosto sincronica, a seconda del pubblico e delle
personalità degli scrittori; non è tanto qualitativa, ma piuttosto quantitati-
va, e ciò per una serie di ragioni:
a) le innovazioni, che vengono prodotte per significare cose non deno-
minate prima (istituzioni, concetti, realtà tipiche cristiane, ecc.), persisto-
no nel tempo perché legate a queste ultime;
b) ciò che in una prima fase va bene per una comunità ristretta, omoge-
nea sotto il profilo sociale e culturale, finisce per essere accettato anche dai
nuovi adepti, seppure appartenenti a ceti superiori, fino a quando questi
ultimi non diventano maggioranza, e anche allora, se nel frattempo le
forme e le strutture linguistiche si sono "nobilitate";
c) i fatti linguistici che appaiono sia nei testi biblici {soprattutto quelli
piu letti e ascoltati nella vita delle comunità), sia nei testi liturgici, sia in
opere di grande diffusione finiscono per "nobilitarsi" a causa del prestigio
e della popolarità dei contesti da cui provengono;
d) il processo di generale, crescente volgarizzazione della lingua let-
teraria nei secoli imperiali non può che favorire l'ascesa di livello, e dun-
que il persistere di elementi linguistici caratterizzanti ed entrati come
volgari o comunque come innovazioni nei primi tempi del latino cri-
stiano.
Nella produzione poetica l'evoluzione appare, in qualche misura, me-
no evidente, per la semplice ragione che la grande parte della letteratura
111 versi risale a dopo l'editto di Costantino {Giovenco, Prudenzio, Am-

113
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

bragia, Paolina da Nola, Sedulio e tanti altri) ed è fortemente condiziona-


ta, quasi sempre, dai modelli pagani, soprattutto da Virgilio, ma anche da
Lucrezio, Orazio, Ovidio, Lucano, e altri. Questa letteratura oltre che
scarsa in effetti <<stenta ad assurgere ai livelli letterari ormai raggiunti dalla
prosa» {Nazzaro, p.uo).
Per quanto sopra esposto il modo migliore per tracciare delle linee di
evoluzione del latino cristiano è forse quello di evidenziare i caratteri
fondamentali di uno dei primissimi e piu diffusi documenti del latino dei
cristiani, cioè la ~tus latina e poi mostrare quanto di questi caratteri con-
servano o innovano scrittori e opere di sicuro riferimento nella latinità
cristiana, e cioè, tra gli altri possibili, Tertulliano, Agostino e la Vu~ata di
Girolamo.

4.1.1. ~tus latina. Le versioni bibliche cosi denominate hanno suscitato


grandissimo interesse negli studiosi sia latinisti, sia romanisti. Nei primi
perché esse rappresentano la documentazione piu antica, piu consistente
e basilare del latino cristiano dei secc. II e III, su cui si fonda, in grande
parte, la lingua degli scrittori cristiani successivi; nei secondi perché que-
ste traduzioni sono considerate una vera miniera di elementi volgari e
preromanz1.
Si tratta di opere anonime, eseguite in varie comunità dell'Africa e del-
l'Europa (soprattutto in Spagna e in Italia), con una tradizione manoscrit-
ta diretta relativamente ricca e indiretta ricchissima (citazioni di tutti gli
scrittori cristiani almeno fino al V secolo, ma anche oltre). Ogni mano-
scritto ha particolarità differenti e proprie, e dunque a ognuno corrispon-
de se non una traduzione certamente una redazione diversa. Insomma si
ha l'impressione di trovarsi davanti a un numero cospicuo di traduttori. La
lingua presenta moltissimi volgarismi, neologismi, grecismi lessicali se-
mantici e sintattici. Una lingua insomma che, certamente, doveva distur-
bare i dotti dell'epoca anche cristiani e di questo fatto sono pienamente
consapevoli personaggi come Agostino e Girolamo (ma anche altri, per
es. Arnobio, vd. sopra 1.4). A conferma di quanto detto possiamo leggere,
nell'ordine, un passo dal De doctrina christiana di Agostino (lib. 2 cap. 11) e
uno dalla Praefatio in Evangelim di Girolamo:

114
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

Qui enim scripturas ex hebraea in ~raecam verterunt, numerari possunt, Latini autem inter-
Jirctes nullo modo. Ut enim cuique primis fidei temporibus in manus venit codex graecus et
,diquantumJacultatis si bi utriusque lin~uae ha bere videbatur, ausus est interpretari, 'Coloro
che hanno tradotto le scritture dall'ebraico in greco possono essere contati, i tra-
duttori latini però non lo possono in alcun modo. Non appena infatti a chiunque
venne in mano un codice greco e gli sembrava di avere una qualche conoscenza
di entrambe le lingue ha osato tradurre'.

Si cnim Latinis exemplaribus fldes est adhibenda, respondeant qui bus, tot sunt paene quot
nJdiccs. Sin autem veritas est quaerenda de pluribus, cur non ad graecam originem revertentes
t'tJ quae ve/ a uitiosis interpreti bus male edita ve/ a praesumptoribus inperitis emendata per-
I'Crsius ve/ a /ibrariis dormitantibus aut addita sunt aut mutata corrigimus?, 'Se si deve dare
credito agli esemplari delle traduzioni latine, dicano a quali. Le traduzioni latine
sono quasi tante quanti i codici. Ma se questa è la situazione, che dobbiamo anda-
re a cercare la verità tirandola fuori dal confronto con molte traduzioni, allora
perché non correggiamo, ritornando al modello originario greco, ciò che è stato
male edito da traduttori incompetenti o emendato in peggio da inesperti presun-
tuosi, oppure è stato aggiunto o modificato da copisti addormentati?'.

In sintesi, per quanto concerne la lingua, va subito detto che il carattere


fondamentale comune a tutta la ~tus latina è l'estrema letteralità. Questa
è: sentita come un'esigenza inderogabile in quanto legata alla sacralità del
testo originale in cui anche <d'ordine delle parole è mistero>>, come affer-
ma lo stesso Girolamo nell'Epistola 57, al par. 5·
La volontà di soddisfare questa esigenza unitamente all'assenza di scru-
poli puristici da parte dei traduttori, e alla loro scarsa conoscenza della
lingua letteraria ha finito per produrre una lingua particolare che si diffe-
renzia soprattutto per due elementi: volgarismi e grecismi. Detto questo
non si deve tacere che qua e là, in talune versioni, come quelle della Gene-
si, non mancano <<casi di traduzioni felici, in una lingua scelta, di buona
tradizione letteraria>> (Boscherini, Sulla lingua, p. 229).

4.1.1.1. Volgarismi.Riportiamo qui alcuni dei piu comuni e ricorrenti. A


livello fonetico si registrano soprattutto le seguenti oscillazioni nel siste-
Ina vocalico e consonantico: e per ae; ae per e; e per ì; i per y {vd. cap. 2,
2.3.1-s);Jper ph; cper eh; e altre ancora. Sul piano morfologico colpiscono

115
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

gli scambi di declinazioni (per es. neutri plurali della 2• declinazione inte-
si come singolari della t•); i passaggi di genere (ad es. neutri intesi come
maschili); passaggi da una diatesi all'altra, in particolare dal medio all'atti-
vo (vd. cap. 2, 3.2). Per quanto concerne la sintassi sono rimarchevoli la
posizione centrale del predicato rispetto al soggetto e all'oggetto; lo svuo-
tamento semantico dei pronomi il/e, hic, ipse, ormai equivalenti all'articolo
determinativo "il", come di unus sentito come articolo indeterminativo
"un"; l'oggettiva congiunzionale, introdotta dalle congiunzioni quod, quia,
quoniam piu un modo finito; le preposizioni che rafforzano o sostitui-
scono la funzione del caso, o che reggono casi del tutto inconsueti (vd.
cap. 2, 3-3).
Nel lessico moltissimi termini presentano uno o piu indizi che ne fan-
no supporre la natura volgare: sopravvivenza nel romanzo, rifiuto da par-
te di scrittori di livello alto, espressività, affettività, voluminosità fonica,
prefissi e suffissi prediletti dal volgare (vd. cap. 2, 2.3.4). Alcuni esempi:
coronamentum, 'corona' (Catone, Plinio, l--étus latina, Tertulliano, ecc.); deli-
ramentum, 'delirio' (Plauto, l--étus latina, Arnobio, Ambrogio, Agostino);
parturitio, 'il partorire' (l--étus latina, Cipriano, Agostino, Orosio, Girolamo);
potator, 'bevitore' (Plauto, l--étus latina, Tertulliano, Massimo di Torino,
Agostino); praecessor, 'predecessore' (l--étus latina, Agostino, Girolamo); sup-
plicamentum, 'pena' (Apuleio, l--étus latina, Tertulliano).

4.1.1.2. Grecismi. Non mancano nemmeno a livello morfologico (per


es. il medio confundor, 'mi vergogno', influenzato dal gr. aischynomai, oppu-
re il femminile ipsa latera per ipsum latus, 'il lato', condizionato dal femmi-
nile gr. he plinthos), sono tuttavia molto piu frequenti sul piano sintattico e
su quello del vocabolario. A livello sintattico, grecismi forti e diffusi sono,
tra gli altri, il participio presente con il valore dell'aoristo greco, il soggetto
neutro plurale e il verbo al singolare, il genitivo di comparazione, il mo-
dulo habeo + infinito a indicare il futuro, in come preposizione di mezzo.
A livello di vocabolario numerosi sono i grecismi lessicali soprattutto
tra i cristianismi diretti: catechumenus, 'catecumeno', gr. katechumenos (l--étus
latina, Tertulliano, Cromazio, Agostino, Girolamo); ethnicus, 'pagano', gr.
ethnik6s (l--étus latina, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino); evan.Reli-

116
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

:-o, 'annuncio il vangelo',~r. euan~elizo (ltétus latina, Tertulliano, Lucifero di


Cagliari, Ambrogio, Agostino, Girolamo); scandalizo, 'scandalizzo',gr. skan-
dalizo (ltétus latina, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino). Forse an-
che piu frequenti sono i calchi lessicali e/o semantici; qualche esempio:
dricola, 'adoratore di dio', gr. theosebts (ltétus latina, Girolamo); supersubstan-
rialis, 'che sostenta', gr. epinsios (ltétus latina, Agostino, Cassiano, Girolamo);
tldjectatio, 'ipocrisia', s.p. 'affettazione', gr. hyp6krisis (ltétus latina, Tertullia-
no, Cipriano, Ambrogio); consummatio, 'compimento della vita', 'morte',
s.p. 'somma', 'compimento', gr. teleutt (ltétus latina, Tertulliano, Cipriano,
Ambrogio, Agostino); lavacrum, 'battesimo', s.p. 'bagno', gr. liitr6n (ltétus
latina, Tertulliano, Cipriano, Arnobio, Agostino, Girolamo).

4.1.2. Tertulliano. Come si può dedurre anche dai pochi esempi riportati
nella sezione precedente a livello lessicale, come volgarismi ma anche
come grecismi lessicali o semantici, Tertulliano documenta la stessa "aper-
tura" al nuovo delle traduzioni bibliche.
Molto frequenti sono nei suoi scritti anche forme mai attestate prima,
con probabilità in grande parte sue creazioni, visto che spesso sono fun-
zionali a esprimere concetti e realtà nuovi (es. negator, 'apostata'; destructor,
'distruttore') oppure sono legate a esigenze retoriche e foniche del conte-
sto in cui ricorrono (es. inbonitas, 'assenza di bontà'; circumstagno, 'mi verso
intorno'; piaculanter, 'sacrilegamente'). Egli documenta anche neologismi
che, a differenza di quelli appena segnalati, «la lingua dei cristiani non ha
accettato pur essendo conformi alle tendenze generali della lingua cristia-
tlal) (Mohrmann, Observations, p. 239 ), come agnoscibilis, 'riconoscibile'; per-
J)('fratio, 'esecuzione'; profusor, 'dissipatore'; resuscitator, 'colui che risuscita';
JJivificator, 'colui che vivifica'.
Non mancano in Tertulliano nemmeno grecismi sintattici, ma perlo-
piu si tratta di quelli che ormai, ai suoi tempi, non apparivano piu cosi
dirompenti come i grecismi sopra segnalati nella ltétus latina. Si tratta di
sintagmi entrati anche nell'uso letterario grazie al bilinguismo che carat-
terizza tutta l'alta società imperiale, ma soprattutto quella degli Antonini
(vd. vol. I cap. 6, 2.5 e 4.2.6), cioè in sostanza anche la sua epoca, cosi per es.
Meri o reliqui +genitivo (cetera delictorum, 'gli altri delitti', in uso già da Tito

117
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Livio), oppure l'avverbio con funzione di attributo (solacia extrinsecus oculo-


rum, 'sollievo degli occhi esterni', già presente in Cicerone).
La differenziazione maggiore rispetto al latino cristiano delle traduzio-
ni bibliche si riscontra sui piani della fonetica, della morfologia, della sin-
tassi e dello stile: Tertulliano non presenta quei volgarismi fonetici, mor-
fologici e sintattici che sono presenti nella Vétus latina. Non solo, nei suoi
scritti è frequente il ricorso ad artifici della retorica pagana come anafore,
parallelismi, isocolie, antitesi, asindeti, poliptoti, climax; l'utilizzo della
clausola, elemento caratterizzante, insieme alle figure retoriche, dello sti-
le alto (vd. vol. 1 cap. 7, 4.2.2), è praticamente sistematico. La clausola ter-
tullianea, seppure non cosi articolata come quella ciceroniana, è certa-
mente ancora molto varia, e corretta dal punto di vista della quantità delle
sillabe, si tratta cioè di clausola metrica; alcuni esempi: trocheo + eretico,
dicoreo, eretico trocheo, spondeo + trocheo, doppio eretico.
Altro carattere rilevante della prosa tertullianea, in parte da correlare
alla sua personalità e formazione, ma del tutto assente nella Vétus latina, è
il notevole ricorso al linguaggio giuridico; cosi frequentemente si possono
leggere espressioni del tipo de suo periclitari, 'rischiare in proprio'; delicta
purgare, 'smontare le accuse'; sine excusatione damnatus, 'condannato senza
attenuanti'.
Dunque, in sintesi, Tertulliano presenta elementi in comune con la
Vétus latina rapportabili alla novità del messaggio cristiano, ma anche di-
versità legate alla persona dell'autore e al pubblico (un pubblico pagano
colto, soprattutto per le opere apologetiche).

4.1.3. Agostino. Come in Tertulliano, cosi anche in Agostino, già dai po-
chi esempi in prevalenza lessicali sopra riportati (3.1.1) si può dire che esi-
ste un nucleo di cristianismi comune con le prime traduzioni bibliche, un
fondo che è parte del patrimonio linguistico dello scrittore, ma soprattut-
to della comunità cristiana. Sopra questo fondo lo scrittore, il predicatore
Agostino, continua a costruire condizionato dalla concezione cristiana
della lingua, intesa come strumento di trasmissione di un messaggio diret-
to a tutti, e dalla tradizione precedente, soprattutto biblica (vd. sopra 1.4),
nonché dalla sua stessa formazione retorica, dalla profondità del suo pen-

118
2 • LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

siero e dal pubblico rappresentato non solo dagli umili, ma anche dai
dotti e dagli aristocratici dei suoi tempi.
Cosi si spiegano i volgarismi, i grecismi ormai entrati nell'uso cristiano,
i punicismi (concessione alla lingua dei Punici della sua diocesi), la retori-
ca popolare (giochi di parole, antitesi, rime) delle opere destinate a un
pubblico vasto e variegato, in particolare i Sermones.
Leggiamo i due brevi passi che seguono tratti, rispettivamente, dal Ser-
I/IO 301 (PL, 38 col.1383) e dalle Enarrationes in psalmos (133 par. 8):

Totus enim mundusJornax aurifìcis. Ibi iusti tanquam aurum: i bi impii tanquam palea. Ibi
trilmlatio sicut ignis. Ibi deus sicut aurifex, 'Tutto il mondo è crogiolo dell'orefice. Là i
giusti sono come l'oro, là gli empi sono come la paglia. Là la sofferenza è come il
fuoco. Là Dio è come l'orefice'.
Quod Punici dicunt iar ... hoc Graeci ara, hoc Latini possunt ve! solent dicere: putas, cum
ira loquuntur: putas, evasi hoc?, 'Ciò che i Punici significano con iar [... ] questo i Gre-
ci chiamano ara; questo significato i Latini possono o sogliono esprimere con pu-
ras, in un contesto come questo: putas evasi hoc? ['forse ne sono venuto fuori?').

Si noti nel primo esempio il periodare paratattico, le frasi nominali e le


strutture brachilogiche, il volgarismo e neologismo cristiano tribulatio,
'sofferenza' (già dalla ~tus latina), i semantemi cristiani iustus e impius (già
dalla ~tus latina), l'arcaismo volgare aurifex (Plauto, poi Apuleio e scrittori
cristiani). Nel secondo esempio si osservi l'introduzione di punicismi e
grecismi integrali accanto a un volgarismo semantico putas, funzionali alla
spiegazione di un contesto biblico.
È però nelle Confessiones, nel De dvitate Dei, nelle Epistole dirette a per-
sonaggi illustri, comunque negli scritti diretti a un pubblico colto, che il
periodare si fa elaborato e complesso, che riemergono moduli e strutture
classiche, pur nell'ambito di un linguaggio di fondo in cui ormai sono
profondamente penetrati moduli biblici e cristiani in genere. In sostanza
ove Agostino si trova a discutere con gente colta finisce per «opporre de-
clamazione a declamazione)) (Marin, p. 51).
Leggiamo un periodo dal De dvitate Dei (li b. 3 cap. 30), per farci un'idea
della distanza rispetto ai due passi sopra riportati, ma anche della presen-
za, che persiste, di quella che potremmo chiamare la christianitas:

119
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Huic adulescenti Caesari, ut eius potentia wntra Antonium nutriretur, Cicero Javebat, sperans
eum depulsa et oppressa Antonii dominatione instauraturum rei publicae libertatem, usque
adeo caecus atque inprovidusJuturorum, ut ille ipse iuvenis, cuius dignitatem ac potestatemfo-
vebat, et eundem Ciceronem oaidendum Antonio quadam quasi wnwrdiae pactione permitte-
ret et ipsam libertatem rei publicae, pro qua multum iIle clamaverat, dicioni propriae subiugaret,
'Cicerone favoriva questo giovane Cesare, affinché il suo potere fosse accresciuto
contro Antonio sperando che una volta eliminato e vinto il dominio di Antonio
avrebbe restaurata la libertà della repubblica, cieco e incapace di prevedere il futu-
ro a tal punto, che quello stesso giovane, di cui peraltro favoriva la posizione poli-
tica e il potere, con un patto per cosi dire di riconciliazione finiva per permettere
ad Antonio di uccidere il medesimo Cicerone, e soggiogava al proprio potere per-
sino la libertà di quella repubblica per la quale egli tanto aveva perorato'.

Si noti il periodare abbastanza complesso, la sua struttura circolare, le


iuncturae in climax (depulsa et oppressa, caecus atque inprovidus, dignitas ac pote-
stas), l'echeggiamento probabilmente sallustiano in depulsa dominatione
(pellere dominationes, Sallustio), la clausola finale molosso + trocheo. E tut-
tavia anche qui non si può dire sia scomparsa, a livello linguistico, la chri-
stianitas, cosi l'espressione dicioni subiugare, biblica, per la classica dicioni su-
bicere, la iunctura dignitas ac potestas frequente in Tertulliano (8 volte), ma
variamente ricorrente in Cipriano, Arnobio, Ambrosiaster e altri.

4·1.4· Vulgata. Il confronto tra la Vulgata e la ftétus latina è particolarmen-


te significativo per l'evoluzione del latino cristiano dal II al IV secolo,
trattandosi, in effetti, dello stesso testo (Vecchio e Nuovo Testamento)
tradotto e/o adattato in tempi diversi. La Vulgata nella forma attuale è la
versione ufficiale del Vecchio e Nuovo Testamento adottata dalla chiesa
cattolica nel Concilio di Trento: essa è, solo in parte, opera di Girolamo.
Oggi prevale l'opinione che egli abbia semplicemente rivisto i Vangeli e i
Salmi, non abbia toccato affatto le traduzioni preesistenti delle Epistole,
degli Atti degli apostoli, della Sapienza, Sirach, Baruch e Maccabei, che abbia
tradotto direttamente dall'originale, dunque dall'ebraico, i restanti libri
del Vecchio Testamento.
Nella Vulgata di Girolamo, in particolare nei libri da lui tradotti, si può
notare una chiara tendenza a preferire determinati moduli e forme appar-

120
2 • LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

tenenti all'uso delle persone colte dei suoi tempi. Naturalmente la tradu-
zione geronimiana, seppure deve e vuole adattarsi a una situazione socia-
le e culturale nuova, non può rinnegare del tutto una tradizione di lingua
biblica ormai ampiamente affermata, né una lingua speciale che ha messo
profonde radici nel popolo cristiano. Girolamo cercherà dunque di quali-
tìcarla con una patina di letterarietà e classicità, ottenuta non tanto attra-
verso l'introduzione di forme e modi propri della lingua letteraria di fine
Repubblica e primo Impero, e in certo senso già morti, quanto piuttosto
attraverso la valorizzazione e la preferenza di quegli elementi che, non
estranei alla lingua delle prime traduzioni bibliche, appartengono anche
all'uso dotto del tempo.
Taluni sintagmi, che nella Vt?tus latina sono chiaramente preferiti, nei
libri tradotti da Girolamo sono sostituiti con altri, a quella non estranei
(anche se decisamente meno frequenti), ma piu accettabili da un punto di
vista letterario. Si tratta di una sostituzione pressoché sistematica.
Facciamo solo un paio di esempi: proposizione oggettiva e proposizio-
ne interrogativa indiretta. Nei libri della Genesi, Esodo e Giosuè tradotti
direttamente da Girolamo la proposizione oggettiva è resa quasi sempre
con la congiunzione quod +congiuntivo, oppure con l'accusativo del sog-
getto e l'infinito del predicato. Le versioni pregeronimiane degli stessi li-
bri, al contrario, mostrano di preferire la costruzione con quia e l'indicati-
vo, anche se non ignorano quelle con quod + congiuntivo e accusativo +
tnfinito. La proposizione interrogativa indiretta resa con il congiuntivo è
praticamente la norma (con pochissime eccezioni) in Girolamo, l'esatto
contrario si può dire per i medesimi libri biblici della Vt?tus latina.
Dunque anche la VulJ:ata rivela un'evoluzione del latino cristiano, che
avviene soprattutto a livello di sintassi e di morfologia, in senso letterario,
che tuttavia non è negazione e rifiuto radicale di quei caratteri della spe-
cialità cristiana tipici soprattutto dei primi secoli.
Sono state notate anche delle differenziazioni, in modo particolare a
ltvcllo lessicale e semantico rispetto al latino delle prime versioni e dei
cristiani in genere, ma queste sono dovute a una maggiore aderenza di
Girolamo all'originale ebraico (per es. impius, 'cattivo', 'condannabile' e
non 'irriverente nei confronti della divinità'). Queste differenziazioni so-

121
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

no ovviamente ascrivibili solo a Girolamo e non frutto del contesto socia-


le e culturale nuovo.
In sostanza nel latino cristiano dei primi quattro secoli, accanto alla
costante delle innovazioni legate alla novità della religione, si rileva volta
per volta, a seconda della formazione degli scrittori e a seconda del pub-
blico cui essi si dirigono, il recupero e la ripresa di forme e moduli di tra-
dizione letteraria pagana.
Lo stesso fenomeno si nota anche nelle arti figurative e plastiche. I temi
e motivi schiettamente cristiani, sempre piu spesso, già a partire dalla se-
conda metà del III secolo si arricchiscono di richiami e simboli pagani:
cosi ad es. a una madonna delle catacombe, semplice donna con bambino
in braccio (catacomba di Priscilla, Roma, sec. III), si può trovare contrap-
posta una madonna contraddistinta dai simboli del potere imperiale, se-
duta su un trono con a lato due santi in divisa di guardie imperiali (con-
vento del Sinai, sec. VI); di fronte a un Cristo buon pastore con l'agnello
sulle spalle (catacomba di via Anapo, Roma), si può trovare un Cristo
pastore inserito in quadro bucolico, rappresentato come Orfeo che suona
il flauto (catacomba di Marcellino e Pietro, Roma, fine sec. IV), oppure un
Cristo con la barba dei filosofi, seduto su un trono, vestito di porpora co-
me un imperatore romano (mosaico di Santa Pudenziana, Roma, metà
del IV sec.).

4.2. Ulteriori lingue settoriali all'interno del latino cristiano

È certo che quando la società nel suo complesso o, se si preferisce, l'Im-


pero, diventano anche ufficialmente cristiani e la religione cristiana di-
venta la religione di stato (editto di Teodosio del 392), le peculiarità del
latino cristiano entrano, gradatamente, nel patrimonio della lingua comu-
ne. A questo punto nella società cristianizzata da un lato cominciano a
proliferare gruppi ideologici che propongono una differente interpreta-
zione del messaggio biblico, che intendono applicare una diversa discipli-
na di vita e dunque di ascesi, dall'altro inizia a farsi sempre piu forte il peso
di aristocrazie colte e strutture organizzative portatrici di esigenze espres-
sive nuove. I primi cominciano a produrre altre lingue speciali, per esern-

122
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

pio quelle degli eretici (es. Donatisti, Ariani) o dei monaci, le seconde
specifici linguaggi colti come il liturgico, il curiale, oppure mirati a un
pubblico di ascoltatori vario come quello della predicazione.
Poco o nulla è stato fatto a proposito delle lingue ereticali (né peraltro
abbonda il materiale), alcune ricerche invece, anche se parziali, sono state
avviate sulla letteratura monastica, quella curiale o dei documenti ufficia-
li, quella liturgica, e già lasciano intravedere una consistente differenzia-
zione linguistica.
In questa sede, solo a titolo informativo ed esemplificativo, trattiamo,
molto brevemente, del latino curiale, del monastico e di quello dei sermo-
ni al popolo.

4.2.1. Latino curiale. I documenti curiali, prodotti dalle diverse curie ve-
scovili e soprattutto da quella romana, tipo epistole ufficiali e canoni con-
ciliari, a partire dal sec. IV rivelano una chiara tendenza all'imitazione
dello stile curiale laico dell'epoca. Tale fenomeno si esplica attraverso la
ricsumazione di stilemi, sintagmi e anche di un lessico che i primi scritti
cristiani avevano bandito del tutto o quasi e che dovevano essere lontani
dall'uso vivo dei ceti inferiori. Cosi, tanto per esemplificare, in questi do-
cumenti ufficiali la proposizione oggettiva è resa quasi esclusivamente
con l'accusativo e l'infinito, la clausola non è solo accentuativa ma anche
quantitativa; vari termini accanto all'accezione tipicamente cristiana recu-
pcrano una valenza laica e pagana, cosi ad es. gli aggettivi gloriosissimus,
'gloriosissimo', e beatus, 'felice', un tempo riservati a martiri e confessori,
diventano anche titoli onorifici per vescovi, esattamente come nel lin-
guaggio curiale laico lo sono per imperatori e alti funzionari. I vescovi non
sono piu chiamati solo episcopi (grecismo cristiano introdotto nei primi
secoli) ma anche sacerdotes (s.p. 'sacerdote pagano') e soprattutto antistites
(s.p. 'primo sacerdote pagano'). Alla laicizzazione del linguaggio curiale fa
riscontro quella dell'abbigliamento ufficiale del Cristo, degli apostoli, dei
vescovi, dei santi vestiti come dottori, con rotoli o codici sulle mani, sedu-
ti in cattedra, con la barba dei filosofi; si pensi ad es. al Cristo del mosaico
absidale nella chiesa dei santi Cosma e Damiano a Roma o ai santi Sisto e
Ottavio nella catacomba di San Callisto ugualmente a Roma.

123
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

4.2.2. Latino monastico. La letteratura monastica occidentale, dunque la-


tina, inizia nel sec. IV ed è molto ricca. Al suo interno sono generi diversi,
come regole, epistole, vite di santi, trattati ascetici, sermoni per monaci,
dialoghi.
Tra i principali autori di opere classificabili come monastiche potrem-
mo menzionare il traduttore anonimo, in latino, della Vita di Antonio,
Agostino di Ippona, Giovanni Cassiano, Paolina da Nola, Girolamo, Ru-
fina, Eucherio, Benedetto da Norcia, Cesario di Arles, Gregorio Magno,
Sulpicio Severo, Eugippio, Fruttuoso, Isidoro di Sivi glia, e altri ancora. Si
tratta di autori e opere molto diversi tra loro, al cui interno si riscontrano
i due livelli letterari che si vanno sempre piu imponendo a partire dalla
seconda metà del sec. VI: il medio e l'umile (vd. vol. I cap. 8, 3.2.2). Al di là
dei generi diversi e degli autori si possono riscontrare elementi caratteriz-
zanti comuni, ovviamente soprattutto sul piano del lessico ma non solo,
come i seguenti: echeggiamenti continui di passi biblici, formazione di un
vocabolario specifico lessi cale e/o semantico, tendenze stilisti che molto
sviluppate anche se non esclusive. Esaminiamo un po' piu da vicino questi
tre elementi caratterizzanti la lingua monastica.

4.2.2.1. Echeggiamenti biblici. La parola biblica che è presente in ogni


momento della giornata del monaco, dalla celebrazione liturgica alla reci-
ta dei salmi nelle varie ore del giorno e della notte, ai pasti, alla lettura
individuale, finisce per spuntare un po' ovunque, nella letteratura mona-
stica, piu o meno parafrasata, in modo particolare nelle regole. Si pensi già
alle prime due righe della Regola di Benedetto da Norcia:

Obsculta, ofili, praecepta magistri, et inclina aurem cordis tui, et admonitionem pii patris li-
benter excipe et e.JJicaciter conple, 'Ascolta o figlio i precetti del maestro e piega l'orec-
chio del tuo cuore, e ascolta volentieri i suggerimenti di un padre che ti ama e
mettili in pratica'.

È chiarissimo il richiamo a Proverbi (4 2o):jìli mi ausculta sermones meos et ad


eloquia mea inclina aurem tuam, 'ascolta figlio mio quando parlo, porgi l'orec-
chio alle mie parole'.

124
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

4.2.2.2. Vocabolario specifico. Molto frequenti sono le innovazioni se-


111antiche e le creazioni lessicali nei campi semantici della spiritualità mo-
nastica, delle istituzioni e della gerarchia, delle strutture conventuali, del-
le aspirazioni ideali del monaco, dei suoi vizi e virtii e cosi via.
Si pensi per es. alla varietà e ricchezza dei termini, neologismi lessicali
c semantici, relativi alla designazione dei monaci (monachi, 'monaci'; mo-
11arhac, 'monache'; ascites, 'asceti'; renuntiantes, 'coloro che rinunciano al
mondo'; Jratres, 'fratelli'; sorores, 'sorelle'), alla denominazione della loro
abitazione (mansio, 'soggiorno del monaco'; cella, 'cella'; cellula, 'celletta';
mbiculum, 'giaciglio'; domus, 'casa'; focus monachi, 'luogo del monaco', coeno-
hillm, 'cenobio'), o del luogo preferito per la loro ascesi, il deserto o posti
solitari (eremus, 'eremo'; desertum, 'deserto'; solitudo, 'solitudine'; vastitas,
'spazio desolato'; recessus, 'rifugio').

4.2.2.3. Stilemi preferiti. Autori e/o testi monastici teorizzano in piu


occasioni lo stile semplice e umile, anche se di fatto non sempre rinuncia-
no ai.~ores, 'ornamenti', della prosa pagana, seppure tanto detestata perché
manifestazione di mondanità.
Non vi sono stilemi esclusivi della lingua monastica, né fatti sintattici,
però si può notare la predilezione e la frequenza di elementi volgari come
l'anacoluto, la frequenza dei pronomi dimostrativi, l'impiego crescente
della frase nominale, e cosi via, ma anche l'uso particolarmente frequente
di superlativi, di imperativi presenti e futuri, di perifrasi con debet piu un
verbo infinito. Soprattutto questi secondi stilemi sono significativi perché
riconducibili alla mentalità monastica che non ammette tentennamenti,
che punta ed esalta un unico scopo della vita, quello dell'ascesi.

4.2.3. Latino della predicazione. Quando, a partire dal IV secolo, nelle co-
nnrnità cristiane si manifesta la tendenza a un costante aumento, come
numero e come peso morale e ideologico, degli strati sociali elevati e col-
tr, quando, a partire dal V secolo, si fa sempre piu urgente la necessità di
convertire le masse rurali, attraverso un'opera di predicazione pubblica e
alla luce del sole, allora si moltiplicano i sermones o le prediche e le loro
raccolte, che poi finiscono per costituire dei modelli cui attingeranno gli

125
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ecclesiastici per i secoli successivi, e si moltiplicano le riflessioni sulla lin-


gua da adottare nella predicazione.
Dopo un elenco dei principali autori del genere sermones e dei teorici
del linguaggio della predicazione passiamo a una essenziale esposizione
delle riflessioni teoriche sul tema del linguaggio della predicazione e su
alcuni suoi caratteri salienti.

4.2.3.1. Autori e teorici delle prediche. Possediamo raccolte di prediche


di Zenone di Verona, Ambrogio, Vittricio di Rouen, Girolamo, Massimo
di Torino, Agostino di lppona, Pietro Crisologo, Quodvultdeus, Ilario di
Arles, Sidonio Apollinare, Leone I, Fulgenzio di Ruspe, Avito, Cesario di
Arles, Gregorio Magno, e altri ancora.
Tra le opere che affrontano il tema della lingua della predicazione si
può menzionare il De officiis di Ambrogio, il De catechizandis rudi bus e il De
doctrina christiana di Agostino, la Regula pastoralis di Gregorio Magno, il De
officiis Ecclesiasticis di Isidoro di Siviglia.

4.2.3.2. Riflessioni sul linguaggio della predicazione. In merito alla ri-


flessione sul tema fatta nei secc. IV-VII si possono riassumere le seguenti
tematiche, convinzioni o posizioni:
a) il quesito di fondo che si pongono tutti, in misura piu o meno diret-
ta è quello dell'opportunità o meno del ricorso, nella predicazione del
vangelo, agli strumenti dell'arte del dire, o meglio dell'eloquentia saecu-
laris;
h) nessuno contesta espressamente, in linea di principio, il rifiuto della
eloquentia saecularis, peraltro fondato sui due passi biblici sopra riportati
(par. 2.5c) ma, di fatto, si assiste a un suo recupero, seppure parziale, fun-
zionale alle esigenze della predicazione del vangelo. Il ricorso agli strU-
menti e alle tecniche dell'eloquenza secolare viene esplicitamente teoriz-
zato da Agostino, ma attuato e raccomandato da molti, tra cui Ambrogio,
Avito, Sidonio, Isidoro;
c) il condizionamento del pubblico, e dunque l'adattamento dell'evan-
gelizzatore a esso nei contenuti, nei modi e nel linguaggio, è ampiamente
condiviso tra gli evangelizzatori dei secoli in oggetto.

126
2 • LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

4.2.3·3· Caratteri salienti della lingua della predicazione. La caratteristi-


ca principale è lo sforzo di adattamento al pubblico e in particolare a quel-
]Ll medio basso: in questa direzione dunque il ricorso a verba rnstica, 'parole

proprie delle persone incolte', a vocabolari di sostrato (delle lingue cioè


prclatine e sovente parlate dai ceti inferiori, che in epoca romano-barba-
nca tendono a riemergere; vd. vol. I cap. 8, 3.2.5), a un sermo simplex et pede-
ifris, 'parlare semplice e terra terra', l'utilizzo di metafore e immagini trat-
te dalla vita quotidiana, il ricorso alla retorica popolare (periodi brevi,
giochi di parole frequenti, antitesi, anafore, ripetizioni di concetti).
Un'altra caratteristica è anche la varietà dei toni: rimprovero aspro, elo-
gio, dolcezza, comprensione, fermezza.
In una seconda fase, soprattutto nei secc. VII e VIII, prevale la volontà
di esprimersi in un livello medio, e ciò perché sembra farsi piu forte la
preoccupazione di non scontentare troppo e allontanare gli scholastici o
dotti.

5· STORIA, LETTERATURA, LINGUA

Da quanto esposto nel corso del capitolo emergono chiari alcuni colle-
gamenti o connessioni fra la storia del cristianesimo, la letteratura e la
lingua latina dei cristiani anche nel loro evolversi. Possiamo riassumerli,
schematicamente nei seguenti punti:
a) la presenza di ebraismi rappresenta il segno o l'impronta di quella
primitiva convivenza, difficile e tuttavia reale, tra cristiani ed ebrei, come
L!clla prima diffusione del messaggio cristiano tra i Giudei, e infine della
formazione culturale e umana dei fondatori e primi apostoli del cristiane-
'llno;
b) i numerosi grecismi che si introducono nel latino cristiano dei primi
'c coli, sono la naturale conseguenza della prima espansione del cristiane-
'_Hno nelle regioni di lingua greca e nelle comunità grecofone (in esse si
formano e si consolidano concetti, strutture e istituzioni che vengono
esportati con le denominazioni relative), della lingua parlata (appunto il
greco) dai primi evangelizzatori (apostoli e loro discepoli) e scritta (Vec-
cluo c Nuovo Testamento e prima letteratura);

127
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

c) i volgarismi a tutti i livelli di lingua sono da ricondurre a una serie di


condizioni e fatti di ordine culturale e sociale propri dei primi cristiani: il
basso profilo culturale dei primi traduttori biblici, la condizione sociale
mista e prevalentemente bassa dei primi seguaci di Cristo, il rifiuto del
"mondo" e con esso anche del purismo e della ricercatezza formale della
lingua;
d) la conservazione di elementi volgari e di grecismi di tradizione bibli-
ca, e comunque propri delle prime comunità, ma insieme l'adesione a un
livello di lingua piu alto, non esente da ricercatezze formali e retoriche di
taluni autori, come Tertulliano, Agostino, Ambrogio, Girolamo e tanti
altri, sono da collegare con una serie di fatti e condizioni di vario ordine:
la volontà di fedeltà alle origini, la "nobilitazione" di forme dovuta alle
fonti che le hanno trasmesse e ai valori che veicolano, l'influsso dei ceti
colti che in misura crescente entrano a far parte delle comunità, il livello
culturale e sociale dell'alta gerarchia ecclesiastica sempre piu spesso pro-
veniente dall'aristocrazia o comunque da ambienti elevati, i rapporti co-
stanti e frequenti con le autorità civili;
e) il latino monastico, volgare, infarcito di citazioni bibliche, è il latino
dei suoi utenti (monaci sovente incolti o anche analfabeti), è coerente con
gli ideali del monachesimo stesso (fuga dal "mondo" e dunque anche dai
suoi valori tra cui la retorica e le ricercatezze formali), riflette piu da vicino
la lingua dei testi sacri che sono il pane quotidiano del monaco: egli li
legge, o li ascolta quotidianamente;
f) il latino curiale, con le sue ricercatezze formali, con le titolature e le
allocuzioni proprie del linguaggio curiale laico, è la conseguenza inevita-
bile dell'ingresso nell'alta gerarchia di personaggi che sovente vengono
dall'aristocrazia o dalle carriere amministrative e burocratiche dell'epoca,
è il portato degli onori e delle funzioni anche civili che all'alta gerarchia
ecclesiastica sono concessi, è, in ogni caso, anche lo strumento di comuni-
cazione fra le autorità religiose e quelle laiche;
g) la ricerca di un linguaggio comprensibile per i ceti sociali piu bassi
(rustici) non a caso si fa piu pressante nel periodo che abbiamo chiamato
postcostantiniano: è ora che il problema si pone perché le differenze
all'interno delle comunità si fanno accentuate, perché il "pastore" sovente

128
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

non appartiene piu allo stesso ambiente culturale e sociale delle sue "pe-
core", perché il gusto e il peso dei ceti sociali alti, si fa sentire.

6. BIBLIOGRAFIA

2.1. Numerosi sono i manuali di storia del cristianesimo e della chiesa su cui
approfondire quanto appena accennato. Si rinvia a F.P. Rizzo, La Chiesa dei primi
sl'coli. Lineamenti storici, Bari, Edipuglia, 1999: volume di agevole consultazione,
essenziale, efficace anche grazie a numerose immagini; la bibliografia è selezio-
nata per temi.
2.2. J. ScHRIJNEN, I caratteri del latino cristiano antico, con un'appendice di CH.
MoHRMANN, Dopo quarant'anni, a cura di S. BascHERI NI, trad. it. Bologna, Pàtron,
20024 (ed. or. Nijmegen, Dekker & Van de Vegt, 1932): il "manifesto" del latino
cristiano, con le premesse metodologiche e una prima documentazione; S. Bo-
scHERINI, Introduzione, in ScHRIJNEN, op. cit., pp. 7-16: importanza della teoria
dello Schrijnen, sintesi delle critiche a essa mosse ed equilibrata valutazione delle
stesse; CH. MoHRMANN, Dopo quarant'anni, in ScHRIJNEN, op. cit., pp. 91-119: il
saggio rappresenta una sorta di commento critico e aggiornamento teorico del
lavoro dello Schrijnen. Sia negli aggiornamenti bibliografici in nota alla traduzio-
ne dello Schrijnen, sia nei supplementi inseriti in appendice alle singole edizioni,
eseguiti da l. Mazzini e B. Pieri, il lettore può trovare un'ampia bibliografia rela-
tiva ai temi dibattuti dallo Schrijnen e trattati anche nel presente capitolo: il con-
cetto di latino cristiano, i caratteri comuni del latino cristiano, le specificità della
V<·tus latina, di Tertulliano, di Agostino e della Vulgata.
2.3. A. G. HAMMAN, I cristiani del seondo secolo, trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1973
(ed. or. Paris, Hachette, 1971): il saggio evidenzia gli elementi socio-culturali tipi-
ci delle prime comunità cristiane; W.A. MEEKS, I cristiani dei primi secoli. Il mondo
sociale dci primi cristiani, trad. it. Bologna, Il Mulino, 1992 (ed. or. New Haven-
London, Yale Univ. Press, 1983): un quadro esauriente delle componenti sociali
delle primitive comunità cristiane.
2.4. M. BANNIARD, Viva voce. Communication écrite et communication orale du IV" au
IX· siècle en Occident latin, Paris, Études Augustiniennes, 1992, pp. 65-101: viene
sottolineata, come elemento di differenziazione consapevole, la volontà di vari
scrittori cristiani di farsi intendere anche dai meno colti.
2.5. Per lo studio e la conoscenza della letteratura cristiana latina, prima fonte
della lingua cristiana, è fondamentale il riferimento alle storie della letteratura
latina in generale, e in particolare di quella cristiana, di cui esistono varie storie,

129
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

piu o meno ampie. Eccone alcune: J. FoNTAINE, Letteratura latina cristiana, trad. it.
Bologna, Il Mulino, 2000 (ed. or. Paris, PuF, 1973): un manuale snello, limitato agli
scrittori latini cristiani maggiori, che si distingue per la contestualizzazione stori-
co-culturale della letteratura; G. BARDY-G. DI NoLA, Storia della letteratura cristiana
antica latina. Storia letteraria. Letteratura critica e approfondimenti tematici, Città del Va-
ticano, Libreria Editrice Vaticana, 1999: il volume, aggiornamento e integrazione
della sintetica ma validissima storia della letteratura latina cristiana del Bardy (Pa-
ris, Bloud & Gay, 1929), presenta un taglio didattico molto efficace: ricchissima
bibliografia introduttiva allo studio della letteratura cristiana latina, approfondi-
menti critici, bibliografia specifica, ecc. Per gli strumenti di approccio bibliografi-
co alle fonti del latino cristiano, vd. anche il vol. 1 Intr., 3.2.2.
3· Vari studi di sintesi sui caratteri specifici del latino cristiano sono stati prodot-
ti a partire dal libretto sopra menzionato di]. ScHRIJNEN. Ecco i principali: G.
BARDY, La question des langues dans l'église ancienne, Paris, Beauchesne, 1948: libro
ancora fondamentale per un'analisi linguistica e storica delle singole primitive
comunità cristiane; A. BLAISE, Manuel du lati n chrétien, Strasbourg, Le Latin Chré-
tien, 1955: raccolta di fatti linguistici ritenuti cristiani (ma talora semplicemente
tardi) ordinati secondo lo schema della grammatica tradizionale; CH. MoHR-
MANN, Études sur le latin des chrétiens, 4 voli., Roma, Edizioni di Storia e letteratura,
1961-1977= una serie di saggi, scritti dagli anni '30 agli anni '70, su tematiche piu o
meno generali concernenti il latino dei cristiani dai suoi inizi fino agli albori del
Medioevo, che, nel loro insieme, costituiscono lo studio piu ampio, articolato e
documentato sull'argomento, vi si leggono articoli su temi sviluppati anche nel
presente capitolo, come sui volgarismi e i grecismi, sulla lingua di Agostino, di
Tertulliano e di molti altri scrittori; V. Lm, Origini e caratteristiche della latinità cristia-
na, Roma, Boria, 1978: importante sintesi e aggiustamenti della teoria dello Schrij-
nen; C. CoooN'ER, Latin cristiano, lengua degrupo?, in <<Nova Tellus>>, a. 1111985, pp.
111-26: l'articolo evidenzia nel latino cristiano essenzialmente e soprattutto l'ele-
mento volgare; O. GARCIA DE LA FuENTE, Latin biblico y latin cristiano, Madrid,
CEES, 1994: individua la vera novità del latino cristiano nella Vétus latina; ].-C.
FREDOUILLE, <<Latin chrétien» ou <datin tard!f>?, in «Recherches Augustiniennes>>, a.
XXIX 1996, pp. 5-23: studio per certi versi provocatorio, nel senso che sostanzial-
mente nega la specificità del latino dei cristiani; S. DELEANI, Les caractères du latin
chrétien, in Il latino e i cristiani. Un bilancio all'inizio del terzo millennio, a cura di E. DAL
CovaLO e M. Som, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2002, pp. 3-25:
non un elenco di fatti caratterizzanti, ma piuttosto una sintesi degli studi com-
plessivi precedenti e delle posizioni emerse nel corso del secolo passato; SToTz,
Handbuch, pp. 35-65.

130
2 • LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

3.1.1. FREDOUILLE, Langue philosophique, cit., pp. 187-99.


4.1. A. V. NAZZARO, La poesia cristiana latina, in Il latino e i cristiani, cit., pp. 109-49:
rassegna essenziale della produzione poetica latina cristiana fino al sec. VI, con
inquadramento dei vari poeti, per generi. Utile l'informazione bibliografica sul
tema.
4.1.1. S. LuNDSTRòM, Ubersetzungstechnische Untersuchungen auf dem Gebiete der
christlichen Latinitéit, Lund, Gleerup, 1955: preziose annotazioni sulla tecnica di
traduzione adottata dai traduttori biblici (ma non solo) in particolare su traduzio-
ni errate riconducibili a motivazioni varie; S. BoscHERINI, Sulla lingua delle primi-
ti l'e versioni latine dell'Antico Testamento, in <<Atti delle Colombaria••. a. xxvi 1961-
1962, pp. 209-29: puntuale introduzione a taluni problemi connessi con le tradu-
zioni pregeronimiane della Genesi, dalla tradizione manoscritta alla tecnica di
traduzione, in particolare la letteralità; E. VINEIS, Studio sulla lingua dell'Itala, Pisa,
Pacini, 1974: una miniera di fatti linguistici raccolti e ordinati per categorie gram-
maticali; A. CERESA GASTALDO, Il latino delle antiche traduzioni bibliche, Roma, Stu-
thum, 1975: introduzione scolastica allo studio delle varie traduzioni bibliche,
dall'ebraico al greco, al latino; E. VALGIGLIO, Le antiche versioni latine del Nuovo Te-
stamento, Napoli, D'Auria, 1985: delle antiche versioni viene sottolineata la lette-
ralità ed evidenziata una serie di fatti linguistici caratterizzanti; E. VINEIS, Le anti-
che versioni latine dei Vangeli, in Storia e Preistoria dei Vangeli. Atti dei seminari orga-
nizzati dall'Università di Genova nell'anno accademico 1986-1987, a cura di A.
CERESA GASTALDO, Genova, DARFICLET, 1988, pp. 61-90: importante presentazio-
ne delle traduzioni bibliche pregeronimiane dei Vangeli, anche in funzione della
tesi che esse siano, in primis, un documento di latino volgare.
4.1.2. H. HoPPE, Sintassi e stile di Tertulliano, a cura di G. ALLEGRI, trad. it. Brescia,
Paideia, 1985 (ed. or. Leipzig, Teubner, 1903): lo studio riveste ancora una sua va-
lidità sul piano del reperimento dei dati e dei fatti linguistici, meno della loro
contestualizzazione storico-culturale, purtroppo la traduzione non è aggiornata;
CH. MoHRMANN, Observations sur la langue et le style de Tertullien, in EAo., Études, ci t.,
vol. 11 pp. 235-46: il saggio enfatizza la provenienza del lessico tertullianeo dal
linguaggio della comunità cristiana; T.P.T. O'MALLEY, Tertulliatl and the Bible: Lan-
guge Imagery Exegesis, Nijmegen, Dekker & Van Der Vegt, 1967: importante docu-
mentazione della presenza del linguaggio biblico in Tertulliano; R. BRAUN, Deus
christianomm. Recherches sur le vocabulaire doctrinale de Tertullien, Paris, Études Augu-
stiniennes, 197i: uno studio fondamentale sul vocabolario dottrinale di Tertullia-
no, da cui emergono sia creatività, sia dipendenza dai vari linguaggi colti dell'epo-
ca; P. PuENTE SANTIDRIÀN, Tertulliano y ellat{n cristiano. Revision de las diversas posi-
àones, in ((Durius••, a. VI 1978, pp. 93-115: sintesi delle discussioni sul tema del

131
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

contributo tertullianeo alla creazione del latino cristiano; C. MICAELLI, Retorica,


filosofia e cristianesimo negli scritti matrimoniali di Tertulliano, in ((Annali della Scuola
Normale Superiore di Pisa», s. 111, a. IX 1981, pp. 69-103: il saggio incentrato su al-
cuni passi delle opere matrimoniali di Tertulliano mostra in modo egregio l'uti-
lizzo delle tecniche espositive e linguistiche della retorica classica per la trattazio-
ne di tematiche cristiane; l. CADOPPI, Sul lessico ,Riuridico del/'54pologeticum' di Tertul-
liano, in ((Acme>>, a. XL 1996, pp.153-65: lo studio è dedicato a una serie di tecnici-
smi giuridici ricorrenti nell'Apologeticum; M. WELLSTEIN, Nova verba in Tertullians
Schriften ,Re,Ren di e Hiiretiker aus montanistischer Zeit, Stuttgart-Leipzig, Teubner, t 999:
studio pregevole non solo per la documentazione della creatività tertullianea, ma
anche per le novità delle traduzioni bibliche pregeronimiane e, non ultimo, per
una sintesi panoramica, a partire da Lucrezio e Cicerone, circa l'atteggiamento
degli antichi nei confronti dei neologismi; R. UGLIONE, Poeti latini in Tertulliano.
lntertestualità e riscrittura, in Il latino e i cristiani, cit., pp. 73-105: viene evidenziato un
aspetto poco rilevato, seppure in linea con i tempi e con la personalità dell'autore,
ovvero la sua capacità di alludere e rielaborare i grandi poeti del passato e di inse-
rirli nel suo tessuto linguistico. Importanti per lo studio della lingua di Tertulliano
sono anche le edizioni commentate delle sue opere, tra queste piu attente ai fatti
linguistici sembrano le seguenti: J.H. WASZINK, Quinti Septimi Florentis Tertulliani
'De anima', con intr. e commento, Amsterdam, North-Holland, 1947: un com-
mento che ancora costituisce un riferimento importante per fonti, stile, esegesi e
altro;J.P. WALTZING, Apologétique. Commentai re analytique ,Rrammatical, historique, Pa-
ris, Les Belles Lettres, 1984: commento attento soprattutto ai fenomeni linguistici
rari o inusuali rispetto al cosiddetto (datino classico»; V. HuNINK, Tertulliani 'De
Pallio', Amsterdam, Gieben, 2005: commento, capitolo per capitolo, attento so-
pratnttto ai fatti stilistici e alla loro funzione.
4.1.3. CH. MoHRMANN, Die altchristliche Sondersprache in den 'Sermones' des Hl. Au-
J!UStin, Nijmegen, Dekker & Van der Vegt, 1932 (rist. an. Amsterdam, Hakkert,
1965): studio ancora utile, anche se superato per la concezione dei cristianismi e la
considerazione come tali di alcuni in particolare; N. VERHEIJEN, Eloquentia pedis-
sequa. Observations sur le style des 'Confcssions' de saint Augustin, Nijmegen, Dekker &
Van der Vegt, 1949: esame del ricorso alla paratassi e della posizione del verbo; B.
LòFSTEDT, Augustin als Zeu,Re der lateinischen Umgangssprache, in Flexion und Wortbil-
dun,R, a cura di H. Rrx, Wiesbaden, Reichert, 1975, pp. 192-97: una rassegna di
forme ed espressioni che Agostino definisce proprie del linguaggio corrente, a
dimostrazione di un consapevole e intenzionale uso dei differenti registri; sulla
stessa linea l'articolo di GJ.M. BARTELINK, Augustin und die lateinische Ungangsspra-
che, in ((Mnemosyne», a. xxxv 1982, pp. 283-89; M. AVILEs, Predicati6n de san Agu-

132
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

La teoria de la retorica agustiniana y la pnictica en los sermones, in «Augustinus», a.


., 1;11 .
xxvm 1983, pp. 391-417: valutazione della concreta realizzazione da parte di Ago-
stino delle sue teorie retoriche nelle prediche; L.-J. WANKENNE, La langue de la
1wcspondence de Saint Augustin, in «Revue Bénédictine», a. c 1984, pp. 103-53: la
presenza del latino cristiano è ben evidente nel lessico, molto meno nella sintassi
nello stile; O. GARCIA DE LA FuENTE, Lengua y estilo de las 'Confessiones' de Satl
Ar~~ustfn, in f!érbo de Diosy palabras humanas, a cura di M. MERINO, Pamplona, Edi-
c1ones de la Univ. de Navarra, 1988, pp.117-28: si evidenzia il livello alto, letterario
,le Ile Confessiones; M. MARI N, La prosa d'arte cristiana latina, in Il latino e i cristiani, ci t.,
2 9-54: presenta un quadro degli studi sulla prosa d'arte nella letteratura cristiana e
si sofferma soprattutto sul De civitate Dei e sui Sermones per evidenziarne gli artifi-
ci retorici utilizzati in taluni passi particolari; B. PIERI, Retorica, conversione e intro-
r·crsioue. Su alcuni aspetti dello stile di Agostino, in BStudLat, a. XXIX 1999, pp. 523-40:
si sottolineano alcuni aspetti dello stile agostiniano in rapporto alla tripartizione
dci gmera dicendi e alla retorica classica. Particolarmente significativi per la com-
prensione della lingua di Agostino, dei suoi vari livelli, sono anche taluni com-
menti a singole opere. Tra questi merita una menzione almeno il seguente: Aure-
Iii Augustini Sermo cccii, testo, trad. e comm. a cura di B. PIERI, Bologna, Pàtron,
1998: saggio densissimo di osservazioni linguistiche relative alla lingua volgare,
alle tecniche di retorica popolare, ecc.
4·1.4· G .Q.A. MEERSHOEK, Le lati n biblique d'après saintJérome. Aspects linguistiques
dc la renwntre entre la Bible et le monde classique, Nijmegen, Dekker & Van der Vegt,
1966: una rassegna del pensiero di Girolamo su determinati usi biblici, in partico-
l.trc neologismi ed ebraismi. Dall'insieme dei luoghi emerge un atteggiamento
geronimiano piuttosto tollerante in virru della natura del testo biblico, testo rive-
Ltto; l. MAzziN!, Tendenze letterarie nella Vulgata' di Girolamo, in <<Atene e Roma)),
.t. xx11976, pp. 132-47: si dimostra attraverso sondaggi mirati la volontà di lettera-
nzzazione del testo biblico soprattutto nella Vulgata tradotta da Girolamo; R.
L1zzi-F. CoNSOLINO, Le religioni dell'Impero tardo-antico: persistenze e mutamenti, in
Stk, vol. mlt pp. 944-74: efficace e sintetica presentazione, accompagnata da nu-
tncrose immagini, delle religioni del tardo-antico, compresa la cristiana; il tutto
;lllchc in connessione con la realtà politica e sociale dei tempi; J. DE LA VILLA
PoLO, El orden de palabras de algunos determinantes en la 'Vulgata'yen la obra de]eronimo,
111GARciA HERNANDEZ, Latfn vulgary tardfo, cit., pp. 221-37: lo studio comparativo
di forme come hic, iste, ille, aggettivi possessivi, ecc., nella Vulgata dei Vangeli e
nella restante opera di Girolamo, rivela la tendenza letteraria dello scrittore; L.
SzNAJDER, "Impietas" et "iniquitas" dans la Vulgate': lati n biblique et latin chrétien, in Lati n
et l,urgues techniques, a cura diJ.-P. BERCHET e C. Noussv, Paris, PuPs, 2006, pp.

133
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

294-316: i termini di cui nel titolo appaiono rivestire nella Vulgata, significativa-
mente, valenze estranee al latino biblico pregeronimiano e al latino dei cristiani
nel suo insieme.
4.2. M. CoNDE SALAZAR, Estudio delléxico procedente de autores cristianos que pasa a
ser usado por autores paganos, Madrid, Univ. Complutense de Madrid, 1989: studio
dedicato all'espansione della lingua cristiana tra gli scrittori pagani.
4.2.1.1. MAzziNI, La terminologia dell'organizzazione gerarchica nei testi conciliari lati-
ni dei secoli IV e V, in <<Studi Urbinati~~. n.s. A, a. xxv 1972-1973, pp. 1-45: dall'analisi
di una serie di titoli onorifici emerge l'avvicinamento semantico e lessicale della
titolatura ecclesiastica a quella della burocrazia statale.
4.2.2. J. GoBRI, Storia del monachesimo, 2 voli., trad. it. Roma, Città Nuova, 1991
(ed. or. Paris, Fayard, 1985-1987): opera di riferimento nell'introduzione alle gran-
di personalità del monachesimo cristiano, come delle loro regole; S. PRicoco,
Alcune considerazioni sul linguaggio monastico, in <<Cassiodorus~~. a. v 1999, pp. 171-99:
saggio fondamentale e metodologico per successive ricerche in cui vengono
esposti esempi di diversificazione o specializzazione della lingua monastica (pri-
mariamente lessicali e/o semantici) come anche i presupposti socio-culturali; Io.,
Alle origini del latino monastico. Il vocabolario dell'ascesi dal 'Praeceptum' di Agostino alla
'Regula Benedicti', in Il latino e i cristiani, cit., pp. 165-84: sintetica esposizione oltre
che di alcuni elementi del latino monastico, anche di talune peculiarità delle pri-
me Regole.
4.2.3. MALASPINA, Ars, pp. 27-95; A. OuvAR, La predicacion cristiana antigua, Barce-
lona, Herder, 1991: presentazione dei piu importanti predicatori, la loro opera, le
teorie retoriche, la lingua e altro; S.M. 0BERHELMAN, Rhetoric and Homiletics in
Fourth-Century Christian Literature, Atlanta, Scholars Press, 1991: una sintesi delle
varie posizioni nei confronti della retorica nel IV secolo, da parte di Ambrogio,
Girolamo e Agostino; B. Lui SELLI, l/linguaggio della "evanJ:elizatio pauperum" nella
chiesa latina antica, in Cristianesimo e specificità regionali nel Mediterraneo latino (sec. IV-
VII}. XXII Incontro di studiosi dell'antichità cristiana, Roma, 6-8 maggio 1993,
Roma, Studia Ephemeridis Augustinianum, 1994, pp. 7-30: evidenzia la volontà
della chiesa, in vista dell'istruzione delle masse, di adottare forme metriche popo-
lari negli inni, come anche lingue indigene; l. MAzziN I, LiriJ:Ua e linJ:uaggi dell'evan-
J:elizzazione nell'Oaidente latino dal terzo all'ottavo secolo, in Evangelizzazione dell'Oai-
deute dal terzo all'ottavo secolo, a cura di l. MAzziN I e L. BACCI, Roma, Herder, 2001,
pp. 9-74: panoramica complessiva delle problematiche linguistiche connesse con
l'evangelizzazione, come anche dei caratteri del linguaggio della predicazione;
M. CAMPETELLA, "Sermo humili" e comunicazione di massa nei 'Sermones' di Cesario di
Arles, ivi, pp. 75-101: elementi linguistici regionali rustici sono un indizio della

134
2 · LATINO CRISTIANO O DEI CRISTIANI

volontà di Cesario di adattare la sua predicazione al pubblico dei rustici della regio-
ne; A. BRuzzoNE, Similitudini, metafore e contesto sociale nella lingua degli evangelizzato-
ri. Sa~io di ricerca su Eusebio Gallicano, ivi, pp. 125-36: convivenza del docere e dell'or-
11are nel corpus eusebiano; F. GoRI, [}oratoria cristiana antica: dall'improvvisazione alla
ripetizione. Il ruolo della memoria, in Nuovo e antico nella cultura greco-latina del IV-VI
secolo, a cura di l. GuALANDRI, F. CoNCA e R. PASSARELLA, Milano, Cisalpino, 2005,
pp. 351-70: tentativo di definizione dei caratteri dell'eloquenza cristiana in modo
particolare ai tempi di Agostino.

135
3

LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

1. PREMESSA

Una trattazione organica e diacronica della lingua sacrale pagana, in cui


ne vengano presentati e descritti i caratteri costanti nel tempo e quelli in
evoluzione, per tutto l'arco cronologico di cui possediamo adeguata docu-
mentazione (grosso modo dal IV sec. a.C. fino alla caduta dell'Impero ro-
mano di Occidente), è ancora da scrivere. Esistono, allo stato attuale, studi
indubbiamente pregevoli ma limitati a singoli generi, come per es. lepre-
ghiere, o a singoli documenti, oppure sintesi essenziali di taluni caratteri
principali e comuni.
Anche per questa impresa, certamente non facile, oggi le premesse esi-
stono: saggistica varia, edizioni affidabili di documenti, data base pressoché
completi, ecc.

2. PRELIMINARI

Premettiamo all'esposizione dei caratteri della lingua sacrale e della


loro evoluzione alcune informazioni utili a spiegarne e comprenderne la
ratio e la natura: a) storia della religione romana; b) fonti per lo studio
della religione e della sua lingua; c) presenza del linguaggio sacrale nella
letteratura d'arte e sua funzione; d) consapevolezza degli antichi circa la
specificità della lingua sacrale.

2.1. Storia della religione romana

Gli storici sono sostanzialmente d'accordo nel proporre per la storia


religiosa la medesima periodizzazione adottata per quella politica: epoca
regia, epoca repubblicana, epoca imperiale. La sovrapposizione della pe-
riodizzazione trova il suo fondamento nel carattere, essenzialmente po-
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

lirico, della religione pagana romana. Una serie di aspetti storico-religio-


si, persistenti nel tempo, meritano attenzione in quanto sono alla base
delle costanti linguistiche di cui parleremo piu avanti, cosi come taluni
caratteri specifici delle singole epoche spiegano le peculiarità linguistiche
dci vari periodi, l'evoluzione e trasformazione del linguaggio dei sacer-
doti.

2.1.1. Caratteri comuni alle varie epoche storiche. Possono essere considerati
aspetti o caratteri della religione romana costanti nel tempo e, in qualche
misura, alla base della sua trasformazione i seguenti: a) ritualismo; b)
rapporto di dipendenza della religione dalla politica; c) antropomorfi-
smo; d) assenza di una teologia; e) assenza di una norma etica collegata
alla religione; f) tolleranza religiosa; g) pluralità di religioni; h) sincreti-
smo; i) distinzione tra religione pubblica o del popolo romano e religioni
dci diversi gruppi sociali o anche delle singole città, municipi, province,
ecc.
Il rito costituisce l'essenza stessa della religione. Ciò che è veramente
importante nel rapporto uomo-divinità è la estrema precisione e corret-
tezza delle persone, degli atti e delle parole in ogni forma di celebrazione:
preghiera, sacrificio, lettura e interpretazione dei segnali provenienti dalla
divinità (divinatio), ecc. I..:inosservanza delle norme rituali costituisce im-
pictas, 'mancanza di rispetto verso gli dei' e l'inosservante è impius, 'empio'.
Se l'errore è volontario, chi lo commette è inexpiabilis, 'non può parvi ri-
medio', se invece è preterintenzionale il rito va ripetuto e l'errore va espia-
to con un sacrificio (piaculum). Tanto rigore scaturisce dalla convinzione
che il rapporto con la divinità è un vero e proprio contratto (<<trattativa
affaristica>), secondo North, p. 569), in cui non debbono insorgere equivo-
ci interpretativi da parte dei contraenti, in caso contrario si possono dare
conseguenze negative per l'uomo: la divinità non risponde e si adira con
lui. Un rito corretto, al contrario, impegna la divinità.
La dipendenza della religione dalla politica, o se si preferisce il control-
lo dell'autorità politica sulla religione, comporta una serie di fatti impor-
tanti e determinanti per lo sviluppo della religione romana, come per la
sua lingua: l'introduzione di nuovi culti o la loro persecuzione in base a

137
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE
l
ragioni di stato, la nomina delle autorità religiose da parte del .senato, il
sommarsi nella persona del magistrato di funzioni politiche e religiose,
l'esecuzione di riti e sacrifici su disposizione dell'autorità politica.
I.:antropomorfismo non è originario nella religione romana ma intro-
dotto per influenza etrusca e greca, come emerge dal fr. 38 degli Antiqui-
tatum rerum divinarum libri di Varrone (ed. Cardauns).
Una volta tuttavia che questo si è diffuso ed è stato accettato, la società
degli dei viene concepita come divisa in maschi e femmine, gerarchica-
mente organizzata, specchio delle virru, vizi, funzioni degli uomini. Gli
dei assumono una fisionomia, dunque cominciano a esistere nel momen-
to in cui vengono tirati in ballo per proteggere una categoria, rappresen-
tare una funzione o altro.
I.: assenza di una teologia è un carattere proprio della religione ufficiale
o di stato. «<sacerdoti dell'Antichità si preoccupano di riti, non di teolo-
gia)) (Troiani, p. 540). I.:unico riferimento "teologico" è costituito dal mos
maiorum, che è tradizione orale. Nel III sec. a.C., i sacerdoti cominciano a
mettere per iscritto i loro pareri e questa costituisce la prima base teorica,
ma del tutto disorganica. Il mito non è considerato fonte teologica, ma
piuttosto "invenzione" dei poeti. Il problema della natura della divinità
nasce e si pone al di fuori della religione, essenzialmente in ambienti filo-
sofici. Questo fatto costituisce indubbiamente un punto debole della reli-
gione romana, ma insieme consente il totale controllo su di essa da parte
dell'autorità politica, un sacerdozio che potremmo definire "laico".
La religione pagana non impone ai suoi "fedeli" un preciso comporta-
mento etico. Per essere "buoni" credenti è sufficiente rispettare le forma-
lità rituali. I.:unica etica collegata alla pratica religiosa è quella della pietas
che è insieme anche iustitia e che consiste in un rapporto formalmente
corretto e rispettoso verso la divinità.
Il sincretismo, cioè l'assimilazione e incorporazione di culti e divinità
diverse nel quadro del pantheon romano, operante fino dai tempi piu lon-
tani, se è ben compatibile con una religione pubblica che non ha una teo-
logia, non è rivelata, e non possiede un sacerdozio autonomo dall'autorità
politica, d'altro canto risponde a una linea politica costante, quella dell'ag-
gregazione crescente, in una grande entità politica che è lo stato romano,
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

di popoli e territori con tradizioni culturali e religioni diverse. In sostanza


il sincretismo è un atteggiamento piu politico che religioso.
Tutti i vari caratteri finora elencati, insieme al disegno politico di uno
stato e di una nazione multirazziali e multiculturali, consentono anche la
tolleranza e dunque la proliferazione dei piu diversi culti, privati o meno,
limitati a singole gentes, singole città o estesi in tutto il territorio. Gli unici
non tollerati e non tollerabili son quelli considerati in qualche modo pe-
ricolosi per lo status quo, per l'ordine pubblico: in questo senso si compren-
dono le persecuzioni contro il culto organizzato di Bacco, contro la reli-
gione cristiana, e altre forme religiose.

2.1.2. Epoca regia. Le nostre informazioni sui caratteri specifici della reli-
gione romana di epoca regia sono scarse e non sempre affidabili: sono
basate su fonti di molto successive, su ricerche linguistiche comparate tra
latino e lingue indoeuropee, tra latino e lingue italiche. In ogni caso si
possono considerare certi l'esistenza di una precisa gerarchia sacerdotale,
la celebrazione di alcune festività, il culto di talune divinità, una serie di
riti e concetti religiosi.
Sulla base di quanto si legge in Festa (p. 198 r. 30, ed. Lindsay) è possibi-
le ricostruire la seguente gerarchia sacerdotale: rex, 're';jlamen Dialis, 'fla-
mine di Giove';jlamen Martialis, 'flamine di Marte';jlamen Quirinalis, 'fla-
mine di Quirino' (antico dio italico, assimilato a Romolo divinizzato);
pontifex maximus, 'pontefice massimo'.
Le festività celebrate in questo periodo appaiono essere tipiche di una
società eminentemente pastorale e agricola: i Parilia o Palilia, sono cele-
l1fati il21 aprile, in onore della dea/dio Pales con fuochi di paglia purifica-
tori di pastori e greggi; i Lupercalia, istituiti da Romolo in onore di Lupercus,
dio che protegge i greggi dai lupi (da assimilare anche con Fauno), ricor-
rono ilts febbraio e nell'occasione i sacerdoti (luperci) sacrificano capre e
capri, recitano preghiere espiatorie e, coperti delle pelli degli animali sa-
crificati, percorrono le vie della città; i Fordicidia vengono celebrati il15
aprile, consistono nel sacrificio di una vacca gravida ({orda) alla dea Terra,
anch'essa gravida di semi, perché porti frutti abbondanti; gli Arvalia ven-
gono festeggiati dai Jratres arvales, 'fratelli contadini', con sacrifici, danze e

139
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

canti (il carmen arvale) in maggio, in onore della dea Dia (Cerere ), per otte-
nere la fecondità dei campi (arva).
Varie sono le divinità onorate, oltre quelle appena menzionate, alcune
anche italiche, il cui culto tende a scomparire già nell'epoca successiva:
Liber o Libera, che presiede alle funzioni generatrici, Flora che fa fiorire
piante ed erbe, Consus e Ops che ripongono il raccolto, ecc.
I riti, le convinzioni, le strutture osservati e praticati fin dalla preistoria
indoeuropea e che si possono considerare in vigore anche in epoca regia
sono svariati: i riti della libagione e della preghiera, il concetto di sacro e
santo, le divinità che potrebbero essere chiamate "metereologiche", per
es. il sole, la pioggia, i venti, il fulmine, i luoghi di culto all'aperto.

2.1.3. Epoca repubblicana. Nell'epoca repubblicana si potrebbero indivi-


duare due fasi: quella anteriore alle guerre puniche, in particolare alla se-
conda (218-201 a.C.) e quella successiva fino ad Augusto. La prima coinci-
de, di fatto, con la conquista del Lazio e dell'Italia meridionale, la seconda
con la conquista dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Nella prima fase si riscontra un consistente incremento, nel pantheon
romano, di divinità greche, ma anche italiche o l'assimilazione di queste
con le divinità tradizionali romane; nella seconda si assiste all'ingresso di
divinità orientali e culti misterici, allo sviluppo di una sorta di filosofia
religiosa che rappresenta una pietra miliare nella speculazione teorica e
che porta verso un monoteismo panteistico e verso processi di divinizza-
zione dei grandi personaggi.
L'introduzione di divinità e culti greci è parallela a quella della lettera-
tura e della lingua greche, ma anche dell'architettura, della scultura, della
scienza e cosi via, legate, a loro volta, in primis, alla conquista delle città
della Magna Grecia, senza tuttavia escludere il precedente contatto con la
civiltà greca attraverso la mediazione etrusca già a partire dall'ultimo se-
colo della monarchia (vd. vol. 1 cap. 1, 2.5; cap. 2, 2.5). Alcune divinità gre-
che, come i Dioscuri, Demetra, Dioniso, Apollo, Esculapio (vd. tav. sa),
Plutone, Persefone, e altre entrano nel pantheon romano, in questa prima
fase, diremmo in prima persona; altre entrano in quanto identificate con
divinità indigene, per es. Zeus con Giove, Hera con Giunone, Ares con
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

Marte, Aurora con Mater matuta, Hermes con Mercurio, Poseidone con
Nettuno, Artemide con Diana. Altre ancora si aggiungono anche per evo-
(atio, invito alle divinità protettrici delle città nemiche a passare dalla parte
dei Romani e costituzione (in caso di vittoria) di un culto loro riservato a
Roma. Questo è il caso della patrona di Veio Giunone Sospita e della cop-
pia Tanit e Baal protettrice di Cartagine.
Un ulteriore canale di arricchimento del pantheon romano è quello del-
lo sviluppo economico (ma questo canale resterà produttivo anche nei
secoli dell'Impero): man mano che, ad es., le attività e le colture agricole
si specializzano e si perfezionano, numerose divinità compaiono chiama-
te a proteggerle: Vervactor, 'dio dell'aratura'; Insitor, 'dio dell'innesto'; Occa-
M, 'dio dell'erpicatura'; Messor, 'dio della mietitura', e cosi via.
I culti di divinità greco-orientali (Cibele, Mitra, Iside e altre; vd. tav. 6b ),
prevedono un'iniziazione ma sono accessibili a prescindere dalla colloca-
zione sociale, e offrono un contatto mistico con la divinità, la liberazione
dell'anima, la vita eterna, il riscatto dalle sofferenze terrene, tali culti cono-
scono un successo crescente soprattutto a partire dal I sec. a.C. Il loro
successo è la conseguenza di una serie di fattori di ordine sociale, culturale,
religioso e psicologico (vd. vol. 1 cap. 3, 2.5), come la fuga dalla vita pubbli-
ca, la stanchezza della violenza prodotta da secoli di guerre di conquista
prima e civili poi, il ritualismo arido della religione ufficiale, che <<politi-
canti decisi non esitano a sfruttare a proprio vantaggim> (Bloch, p. 186).
La speculazione teorica sul problema di Dio, in sostanza la filosofia
religiosa, nel I sec. a.C. rappresentata soprattutto da Nigidio Figulo, Cice-
rone e Varrone, supera il politeismo e l'antropomorfismo per arrivare alla
concezione di un dio unico. Molto efficace è la sintesi delle diverse con-
cezioni della divinità diffuse in questo periodo, tratteggiata da Muzio Sce-
vola, pontefice massimo, quale si legge in un passo di Varrone, riportato
da Agostino nel De civitate Dei (lib. 4 cap. 27): la concezione dei poeti, sen-
za alcun valore, caratterizzata da fatti e azioni indegni degli dei; quella dei
tìlosofi, superflua e pericolosa per i popoli, che prevede un dio del tutto
lllunateriale e diverso dagli uomini; quella ufficiale dello stato adatta ai
~opali e concreta. È evidente come l'idea di divinità prospettata dai filoso-
h, peraltro condivisa anche da un pontefice massimo quale Mucio Scevo-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

la, aristocratico colto e letterato, rappresenta un elemento decisamente


nuovo nella storia della religione romana, un fattore dirompente, la causa
e il segno della crisi della religione pagana tradizionale.

2.1.4. Epoca imperiale. La religione di epoca imperiale si caratterizza so-


prattutto per quanto segue: recupero della religiosità arcaica romana, ac-
centramento del potere religioso nelle mani dell'imperatore, divinizza-
zione della figura dell'imperatore e suo culto, ulteriore crescita delle reli-
gioni misteriche e di quelle rivelate, diffusione e successo di scuole filoso-
fico-religiose.
Il recupero della religiosità degli avi è un fenomeno particolarmente
vistoso dell'epoca augustea, parte integrante della politica di moralizza-
zione della vita sociale e privata, voluta da Augusto e dal suo staff, ma in-
sieme parte integrante del processo di divinizzazione della figura dell'im-
peratore che fa risalire le sue origini, o meglio quelle della sua gens, a Enea
e in ultima analisi a Venere, che non a caso collega la sua dimora sul Pala-
tino con la grotta dei Luperci, con i templi di Apollo e di Vesta, detta Augu-
sta. Attingere alla religiosità arcaica comporta dei provvedimenti concreti
come il restauro o la ricostruzione di molti templi, il recupero di feste re-
ligiose andate in disuso quali quelle dei lupercalia, i ludi saeculares, ecc.
I.:accentramento delle cariche religiose piu importanti nelle mani
dell'imperatore, iniziato con Augusto e mantenuto fino a Valentiniano,
gli permette di continuare a determinare la politica religiosa e in sostanza
condizionare e creare i vari culti e le divinità.
La divinizzazione dell'imperatore (per la verità già iniziata con Cesare,
cui erano state erette statue con la scritta semideus) produce, mentre egli è
in vita, il culto del Genius Augusti perlopiu abbinato alla Dea Roma, inseri-
to nella festa dei ludi compitali. Dopo la morte, l'imperatore, una volta
deificato, viene onorato come un vero e proprio nuovo dio e il suo culto
affidato a uno specifico sacerdote o a collegi sacerdotali:.Jlamen Augustalis,
'sacerdote di Augusto';flamen Claudialis, 'sacerdote di Claudio'; sodales Au-
gusta/es, 'sacerdoti consacrati al culto dellagens Iulia'; sodales Flavia/es, 'sacer-
doti destinati al culto della gens Flavia'. Non mancano casi di imperatori
che anche in vita pretendono di essere onorati come dei e di farsi chiama-

14.2
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

re dominus et deus, per es. Domiziano. Nelle province, soprattutto orienta-


li, templi e sacerdoti sono dedicati anche a imperatori viventi, a continua-
zione di un costume diffuso, già precedentemente, nei regni ellenistici.
Le religioni misteriche di origine orientale, sebbene entrate già alla fine
della Repubblica, come sopra detto, trovano maggiore seguito e diffusio-
ne a partire dal III sec., favorite dal crescente immiserimento che aumen-
ta il senso di precarietà (vd. vol. I cap. 7, 2.5) e sostenute anche da taluni
imperatori. Piu note e diffuse sono quelle di Cibele e Attis, Osiride e Isi-
de, Mitra, Dioniso. Esse garantiscono ai propri fedeli una serie di vantaggi:
riscatto e redenzione da parte della divinità mediante il suo stesso sacrifi-
cio, immedesimazione con la divinità, liberazione dalle angosce e dai do-
lori terreni, prospettiva di risurrezione e vita beata dopo la morte. A diffe-
renza del freddo e impersonale ritualismo "contrattuale" della tradiziona-
le religione pagana, esse coinvolgono l'individuo, lo indiano, gli garanti-
scono la felicità eterna.
Varie scuole filosofiche con spiccati interessi per il problema religioso
si diffondono e trovano numerosi seguaci in epoca imperiale, soprattutto
a partire dal III sec. d.C.; tra queste vanno ricordate almeno il platonismo
(Plutarco, Apuleio), il neopitagorismo (Apollonia di Tiana, Filostrato) e il
neoplatonismo (Platino, Porfirio, Giamblico). Al di là delle differenze
che le caratterizzano, queste scuole predicano e diffondono alcune conce-
zioni comuni che bene si sposano con le mitologie e i culti misterici: a) la
divinità è unica e immutabile, regge le sorti del mondo a fin di bene, prov-
vede a tutti e a ognuno; b) il male non è riconducibile alla divinità ma al
principio del male; c) l'anima è immortale e per essa c'è un premio o un
castigo nell'aldilà; d) il premio dei buoni consiste nel possesso della divi-
nità, nella sua contemplazione.

2.2. Fonti per lo studio della religione romana e della sua lingua

Le fonti per la conoscenza della religione romana e della sua lingua


possono essere distinte in letterarie, epigrafiche e archeologiche. Le piu
antiche, se si escludono pochi documenti epigrafici o archeologici, parto-
no dal IV sec. a.C.

143
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.2.1.Fonti letterarie. In questa sede, anche in funzione degli obiettivi del


presente capitolo, ci limitiamo a segnalare le piu importanti. Sono fonti
primarie gli scritti nati nell'ambito dei vari culti, riti, sacerdozi o sodalizi
che contengono atti degli stessi, formule, inni, preghiere, procedure, ma
anche i trattati esplicitamente e primariamente dedicati ad argomenti re-
ligiosi. Sono fonti secondarie quelle opere letterarie in cui la descrizione
o l'allusione ai fatti religiosi è occasionale, risponde a scopi artistici, o po-
lemici, o apologetici, o filosofici.

2.2.1.1. Fonti primarie. Nate nell'ambito dei vari culti e prodotte per
essi, sono andate perdute in grande parte, o arrivate a noi solo in fram-
menti, soprattutto grazie a grammatici, storici, antiquari, enciclopedisti.
Tra queste vanno ricordate almeno le seguenti: Libri sibyllini, 'Libri delle
sibille', collezione ufficiale di libri profetici greci e interpretazione di essi
compiuta di volta in volta dai quindecemviri sacris faciundis; Libri Jetialium,
'Libri dei feziali': formule e preghiere connesse con la stipula di alleanze,
trattati di pace, dichiarazioni di guerra; Libri augurum, 'Libri degli àuguri':
regole, procedure per l'interpretazione degli auspicia, 'segni inviati dagli
dei'; Libri pontljìcum, 'Libri dei pontefici': annotazioni relative a fatti storici
ma anche a feste religiose, calendari, ecc.; Carmina e versus saliaria, 'formu-
le' e 'inni recitati dai Salii', fissati per iscritto nel IV sec. a.C., prima del fe-
nomeno del rotacismo.
Fra i trattati dedicati primariamente a tematiche religiose vanno ricor-
dati gli Antiquitatum rerum divinarum libri di Varrone, di cui possediamo
ampi frammenti di tradizione indiretta, il De divina tione e il De natura dea-
rum di Cicerone, il De deo Socratis di Apuleio, il DeJato di Plutarco. Fonda-
mentale, seppure in frammenti, per la ricostruzione di culti, credenze,
riti, ecc., l'opera di Varrone. Piuttosto documento della riflessione filoso-
fica, in fatto di religione e divinità, sono le altre opere appena menzio-
nate.

2.2.1.2. Fonti secondarie. Quasi ovunque nella letteratura latina giunta


fino a noi, come anche in quella romana di lingua greca, si possono incon-
trare accenni, descrizioni, allusioni a culti, cerimonie, divinità, preghiere

144
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

c cosi via. In questa sede ci limitiamo a ricordare le opere piu significative


per la ricostruzione della religiosità pagana di Roma: De agri cultura di Ca-
tone, le commedie plautine, De legibus di Cicerone, De lingua latina di Var-
rone, Aeneis di Virgilio, Fasti e Metamorphoseon libri di Ovidio, Ab urbe con-
dita libri di Tito Livio, Factorum dictorum memorabilium libri di Valeria Mas-
simo in particolare il libro 1 dedicato alla religione, Naturalis historia di
Plinio, De verborum signifìcatu di Verri o Fiacco epitomato da Festa e poi da
Paolo Diacono, Quaestiones romanae di Plutarco, De vita Caesarum di Sveto-
nio, Noctes atticae di Aula Gellio, Apologeticum di Tertulliano, De die natali di
Censorino, Historia Augusta, De errore profanarum religionum di Firmico Ma-
terno, Adversus nationes di Arnobio, Divinae institutiones di Lattanzio, Satur-
nalia di Macrobio, Servio, De civitate Dei di Agostino.

2.2.2. Fonti epigrafiche. Interessanti in modo particolare sono le leges arae,


'regolamenti dell'utilizzo di luoghi di culto' e i calendari. Fonti epigrafi-
che di notevole importanza sono anche gli Acta Jratrum arvalium e i Fasti
fratrum arvalium ritrovati nel loro santuario, il tempio della dea Dia. I fram-
menti degli Acta vanno dal14 al241, quelli dei Fasti dal2 a.C. al37 d.C. In
particolare negli Acta del214 si trova il cosiddetto Carmen arvale. Il testo del
Carmen riproduce abbastanza fedelmente la redazione riveduta da Augu-
sto nel12, ma conserva non pochi elementi arcaici, cioè risalenti al IV se-
colo a.C. Tra le fonti epigrafiche non vanno dimenticate le tabulae defixio-
num, 'tavolette di esecrazione', le iscrizioni votive, le dediche, le tabulae
.~ratulatoriae, 'tavolette di ringraziamento'.

2.2.3. Fonti archeoloj!,iche. Le fonti archeologiche sono rappresentate so-


prattutto da resti di templi, altari, sarcofagi, reperti tombali, statue. I resti
archeologici sovente, soprattutto per epoche molto antiche, sono l'unica
testimonianza di fatti storico-religiosi, cosi ad es. l'introduzione del culto
di Castore e Polluce a Roma nel V secolo a.C. è dimostrata dalla datazione
del tempio loro dedicato. Perlopiu confermano fatti già noti anche da altre
testimonianze: la volontà di Augusto di ricollegarsi alle origini eroiche di
Roma trova conferma ad es. nella recentissima scoperta del collegamento
tra la sua casa e il tempio dei luperci sul Palatino (vd. 2.1.2).

145
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.3. Generi e tipologie della letteratura religiosa

Il genere principale della letteratura religiosa è costituito certamente


dalla preghiera; altri generi possono essere considerati i responsi oracolari
e le loro interpretazioni, le disposizioni dei magistrati in materia religiosa,
gli atti delle congregazioni sacerdotali (sodalitates), i commentari della giu-
risprudenza religiosa (vd. sopra 2.2.1.1).
All'interno della preghiera si possono distinguere, come dalla Naturalis
historia di Plinio (lib. 28 par. 11), almeno tre tipologie: preghiere per otte-
nere (precationes impetritae), per allontanare (depulsoriae), oppure per affida-
re alla divinità qualcuno o qualche cosa (commendationes). A loro volta que-
sti tre tipi di preghiera possono comprendere, come si evince dai Factorum
dictorum memorabilium libri di Valeria Massimo (lib. 1 cap. 1 par. 1), i voti, i
ringraziamenti, il sacrificio, il sacrificio espiatorio, ecc.

2.4. Religione e letteratura

Si potrebbe dire che non vi è opera letteraria in cui non compaiano al-
lusioni, echeggiamenti, accenni a situazioni, formule, preghiere, e altro
riconducibili alla religione romana. Questi richiami, piu o meno espliciti,
sono per noi uno strumento per meglio intendere l'arte di un determina-
to scrittore, ma anche una sorta di cartina di tornasole della specificità del
linguaggio sacrale, della sua diffusione tra il pubblico dei lettori o uditori.
Il ricorso al linguaggio religioso svolge negli scrittori d'arte una serie di
funzioni che vanno dalla caricatura dei personaggi ad es. nelle commedie,
nel romanzo e nelle satire, alla sottolineatura del livello aulico nei poemi
epici, alla drammatizzazione delle scene nelle tragedie, all'accentuazione
della solennità e della veridicità del discorso nelle orazioni.
Sono soprattutto i caratteri sintattico-stilistici (vd. sotto 3.2) che piu
spesso vengono ripresi e inseriti in contesti diversi.
Facciamo alcuni esempi tratti da Plauto, Cicerone, Virgilio.

2.4.1. Plauto. Sono spesso le preghiere e il loro linguaggio che ricorrono


in bocca ai piu diversi personaggi plautini. Si tratta di invocazioni, esecra-
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

zioni o maledizioni, giuramenti, ringraziamenti, ecc., in forme piu o me-


no integrali, piu o meno adattate alla natura dei personaggi, con effetti
parodici e comici; questi nascono dalla sproporzione tra la solennità delle
formule e la natura di chi le pronuncia o l'occasione o l'oggetto della pre-
ghiera. Si può dire che in Plauto si trova il <<riflesso, deformato attraverso
il prisma della commedia, di formule autentiche» {Guittard, Formes,
P· 79).
Un esempio dai Captivi, vv. 768-71: il parassita Ergasilo rivolge a Giove
una gratulatio, 'ringraziamento', con moduli e iuncturae tipici e solenni, ma
il contenuto dei suoi ringraziamenti è estremamente banale, da ciò nasce
il riso:
Iuppiter supreme, servas me measque auges opes:
Maxumas opimitates opiparasque ojfers mihi:
Laudem lucrum, ludum iocum,Jestivitatem Jerias,
Pompa m penum, potationes saturitatem, gaudium.
'Giove supremo tu vegli su di me e aumenti le mie sostanze. Mi offri massime
ricchezze e copiose: lode e guadagno, divertimento e scherzo, allegria e feste,
compagnia e provviste di viveri, bevute e sazietà, piacere'.

Rimanda al linguaggio religioso una serie di fatti: l'attributo supremus ri-


volto a Giove, gli accumuli asindetici o meno di sinonimi integrali o par-
ziali: ludum iocum,Jestivitatem Jerias; penum potationes saturitatem; le iuncturae
allitteranti: opimitates opiparas, laudem lucrum ludum,Jestivitatem Jerias, pom-
pam penum potationes.

2.4.2. Cicerone. In Cicerone moduli, espressioni, formule del linguaggio


religioso e giuridico-religioso ricorrono quanto mai di frequente un po' in
tutta l'opera. Ma sono forse le Orationes quelle piu ricche di allusioni al
linguaggio religioso, in specie quello delle precationes, particolarmente ef-
fìcace ad attirare l'attenzione del pubblico e sottolineare la gravità delle
situazioni e ciò soprattutto nell'esordio e nella perorazione finale. Leggia-
1llone un esempio nella Pro Rabirio {cap. s):
Quae eu m ita sint, primum, quod in tanta di mica tione capitis,JàmaeJortunarumque omnium

147
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

fieri necesse est, ab Iove Optimo Maximo ceterisque dis deabusque immortali bus, quorum ope
et auxilio multo magis haec res publica qua m ratione hominum et consilio guber~~atur, pacem
ac veniam peto precorque ab iis, ut hodiernum diem et ad huius salutem consen~t:mdam et ad
rem publicam constituendam illuxisse patiantur, 'Stando cosi le cose, in primo luogo,
cosa che è da fare quando sono in gioco la vita, la fama e tutte le sostanze, chiedo
e supplico pace e favore da parte di Giove Ottimo Massimo e da parte degli altri
dei e dee immortali, grazie al cui sostegno e aiuto e non per merito dei calcoli e
delle decisioni degli uomini questo stato è governato, affinché accettino di illumi-
nare questa giornata per la salvezza di costui e per il consolidamento dello stato'.

Sono modi ed espressioni propri del linguaggio religioso almeno i se-


guenti: l'epiteto di Giove, Optimus Maximus, gli accumuli sinonimici ope et
auxilio, pacem ac veniam, peto precorque e l'allitterazione peto precorque.

2.4.3. Virgilio. In modo particolare nell'Eneide, le preghiere sono molte e


per le piu svariate occasioni, quali esecrazione, voto, richiesta di aiuto,
giuramento. Esse contribuiscono a sottolineare il pathos o la drammaticità
del contesto e tuttavia sul piano linguistico presentano una certa novità. Se
rientrano nella tradizione la struttura di base della preghiera, il nome del-
la divinità con gli attributi, l'attenzione a non omettere le divinità interes-
sate o coinvolte, l'accumulo di sinonimi e di allitterazioni, per nulla tradi-
zionali invece sono gli attributi delle divinità, le formule e le iuncturae. In
sostanza si nota <mna grande moderazione nell'uso del vocabolario tecni-
co in contesti di preghiera e no>> (Hickson, p. 142). In luogo di formule e
iuncturae tradizionali e asettiche si incontrano espressioni che si potrebbe-
ro definire piu personali, piu adatte al momento e allo stato d'animo del
personaggio che parla, dunque certamente piu coinvolgenti. Le spiega-
zioni possono essere diverse: da quella dell'attenzione a un pubblico piu
ampio propria di tutti i poeti di epoca augustea, a quella dell'influsso di
modelli greci e della lingua greca che nell'epoca ritorna a essere vistoso, a
quella del mutato atteggiamento (già dal I secolo a.C.) almeno tra gli in-
tellettuali, nei confronti della divinità: non solo e non piu un rapporto
contrattuale e formale, ma personale, informale, mistico.
Leggiamo l'inizio della imprecazione di Didone, ormai pronta al suici~
dio (Eneide, lib. 4, vv. 607-12):
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

Sol, qui terrarum jlammis opera omnia lustras,


tuque harum interpres curarum et conscia l uno,
rwcturnisque Hecate triviis ululata per urbes,
et dirae ultrices et di morientis Elissae,
aaipite haec meritumque malis advertite numen
et nostras audite preces.
·o sole che con i tuoi raggi illumini ogni opera, tu Giunone mediatrice e insieme
comapevole di queste sofferenze, Ecate invocata urlando di notte negli incroci
attraverso le città, furie vendicatrici, e voi dei di Elissa morente, ascoltate queste
parole, rivolgete la vostra potenza che è giusta contro i malvagi e ascoltate le no-
stre preghiere'.

È tipico del linguaggio religioso l'inserimento degli epiteti o degli attribu-


ti della divinità invocata, prima di formulare la richiesta, ma questi non
sono tradizionali, sono in qualche modo personalizzati e suppongono un
rapporto diretto tra l'arante e il dio: Giunone è interpres et conscia curarum,
Ecate è triviis ululata; tradizionali sono invece le iuncturae allitteranti come
OJ)('ra omnia, curarum et conscia, ululata per urbes, e gli accumuli di espressioni
equivalenti, almeno in parte, in cui tuttavia forte appare l'emozione et il
coinvolgimento conia divinità: accipite haec meritumque malis advertite numen
uostras audite preces.

3- CARATTERI LINGUISTICI

In questa sezione ci limitiamo a segnalare alcuni caratteri della lingua


sacrale romana, comuni e persistenti nel tempo, nella successiva cerche-
remo di evidenziare alcune tendenze evolutive. In particolare ci soffer-
rniamo su alcuni campi semantici specifici della religione romana e quin-
di del loro lessico, su una serie di iuncturae e formule piu comuni, sulla
struttura di talune preghiere.

3.1. Campi semantici e relativo lessico

Possono essere sufficientemente significativi per farsi un'idea delle ca-


ratteristiche del lessico religioso i seguenti campi semantici: divinità, sa-

149
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

cerdozio, luoghi di culto. Per ogni campo semantico riportiamo una serie
di termini specifici, per concludere con un paragrafo di sintesi.

3.1.1. Divinità. Le divinità dei Romani sono numerosissime; qui ci limi-


tiamo a riportare i nomi e gli appellativi di alcune delle maggiori, che
hanno un luogo di culto nella religione dello stato (selecti o pracipui, 'scelti'
o 'importanti') e di alcune delle minori.
Diespiter/Iuppiter, 'Giove', lett. 'dio padre'; etim. da a. ind. dyauh, 'dio', e
pita, 'padre'. Appellativi: Altitonans, 'che alto tuona'; Altisonus, 'che alto ri-
suona'; Capitolinus, 'del Campidoglio'; Conservator, 'salvatore'; Dolichenus,
'dolicheno' (da Dolica, città dove veniva onorato); Elicius, 'che attira i ful-
mini' (da elicere, 'attirare'); Exuperantissimus, 'che eccelle su tutti'; Fagutalis,
'fagutale' (dal faggio- Jagus- a Giove sacro sulla sommità dell'Esquilino);
Farreus, 'protettore del grano'; Feretrius, 'feretrio' (daJoedus ferire, 'stringere i
patti', formula usata dai feziali); Fulgurator, 'folgoratore'; Frugifer, 'portatore
di frutti'; Imperator, 'comandante'; Lapis, 'pietra' (in riferimento alla pietra
di fulmine, in nome della quale i feziali stringevano i patti); Latiaris o La-
tialis, 'laziale' (protettore della lega latina); Liberator, 'liberatore'; Lucetius,
'luminoso'; Lycaeus, 'del Liceo' (monte dell'Arcadia); Magnanimus, 'gene-
roso'; Magnus, 'grande'; Milichius, 'benigno', gr. meilichios; Omnipotens, 'che
può tutto'; Optimus Maximus, 'ottimo massimo' (nel senso che è superiore
a tutti gli altri Giovi onorati fuori Roma); Pluvius, 'pluvio' (padrone della
pioggia); Rector, 'rettore' (tutto governa); Rex, 're'; Ruminus, 'che nutre';
Serenator, 'che porta il sereno'; Stator, 'statore' (concede ai suoi la resistenza
in guerra); Servator, 'salvatore'; Summus, 'sommo'; Supremus, 'supremo'; To-
nans, 'che tuona'; Tonitrualis, 'che tuona'; Versor, 'che si trova ovunque'; Vi-
minius (dal Viminale); Victor, 'vincitore'; Vindex, 'vendicatore'.
Ianus, 'Giano', antichissima divinità italica; etim. da ianua, 'porta'. Ap-
pellativi: Biceps, 'dal doppio capo'; Biformis, 'biforme'; Bifrons, 'dalla doppia
fronte'; Clusius, 'che chiude'; Ianuarius, 'presiede all'inizio dell'anno'; Ma-
tutinus, 'che presiede all'inizio del giorno'; Pater, 'padre'; Patulcius, 'che
apre'.
!uno, 'Giunone'; etim. dalla radice iun- (la stessa di iuvenis, 'giovane'; iu-
ventus, 'giovenru'; iunixliuvenix, 'giovenca', 'giovane donna') che rimanda
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

ai concetti di giovinezza, verginità. Appellativi: Caprotina, 'caprina' (in re-


lazione alla capra come simbolo di fecondità}; Cinctia, 'cinzia' (da dngulum,
·cintura nuziale', che le donne depongono dopo il matrimonio); Curitis,
·curite' (protettrice del guerriero armato di lancia, curis, in sabino); Iuga,
'che unisce' (in quanto presiede ai matrimoni); Lanuvina, 'venerata a La-
nuvio'; Lucina, 'che preside ai parti' (da lux, 'luce dell'esistenza'; vd. tav. sb);
Afatcr, 'madre'; Maxima caelicolum, 'la piu grande degli abitanti del cielo';
Natalis, 'che presiede alle nascite'; Omnipotens, 'onnipotente'; Pronuba, 'ac-
compagnatrice della sposa'; Regina, 'regina'; Regia, 'regale'; Saturnia, 'figlia
di Saturno'; Sospita, 'protettrice'.
Mars, 'Marte'; etim. incerta; in latino e italico il nome Mars si presenta
sotto molteplici forme: Marmar, Mavors, Mamers, Marspiter, Martius. Appel-
lativi: Fortissimus belligerator, 'fortissimo guerriero'; Imperii nostri pater, 'padre
del nostro impero'; Omnipotens, 'onnipotente'; Parens, 'genitore'; Pater, 'pa-
dre'; Pater armorum, 'padre delle armi'.
Venus, 'Venere'; etim. dalla radice ven- (la stessa di venus, 'bellezza'; vene-
llltm, 'fascino magico'; venia, 'favore') che evoca i concetti di bellezza, be-

nevolenza. Appellativi: Alma, 'che dà la vita'; Augusta, 'venerabile'; Caele-


stis, 'celeste'; Calva, 'calva' (da calvare/i, 'ingannare': inganna gli amanti);
Cloacina, 'purificatrice' (come le cloache che evacuano le acque sporche);
Cytherea, 'di Citera' (isola dell'Egeo consacrata a Vene re); Erycina, 'di Erice'
(monte in cui la dea è venerata); Felix, 'generosa'; Genetrix, 'genitrice';
Genctrix patris nostri, 'genitrice del nostro padre'; Moneta, 'cha ammonisce';
Multipotens, 'che molto può'; Murcia o Murtia, 'del mirto' (il mirto è pianta
sacra alla dea}; Regina, 'regina'; Sale nata, 'nata dal mare'; Verticordia, 'che
trasforma i cuori'.
Gli dei minori sono numerosissimi, non hanno un culto pubblico, han-
no funzioni molto specifiche e delimitate, o nel tempo, o nello spazio.
Alcuni esempi, in base alloro ambito operativo.
In agricoltura: Messor, 'Mietitore' (dio della mietitura}; Nodutus, 'Nodu-
to' (favorisce la formazione dei nodi nei gambi dei cereali); Patelana, 'Pa-
telana' (protegge il grano nell'uscita dalla spiga da patere, 'essere aperto');
Sarritor, 'sarchiatore' (soccorre nella sarchiatura); Segetia, 'Segetia' (tutela le
Incssi, segetes}; Seia, 'Seia' (protegge le messi ancora sotto terra); Sterculinus,
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

'Stercolino' (protegge la concimazione); Tutilina, 'Tutilina' (conserva al


sicuro- tuto -le messi raccolte); Volutina, 'Volutina' (protegge la formazio-
ne dell'involucro del grano, da volvere, 'avvolgere').
Nell'infanzia: Abeona, 'Abeona' (protegge i piccoli quando si allontana-
no, da abire, 'allontanarsi'); Adeona, 'Adeona' (protegge quando i bambini si
avvicinano, da adire, 'avvicinarsi'); Cunina, 'Cunina' (assiste l'infante nella
culla, cuna); Educa, 'Educa' (assiste nel mangiare, da edere, 'mangiare'); Fa-
bulinus, 'Fabulino' (aiuta nel pronunciare le prime parole, da Jabulari, 'par-
lare'); Levana, 'Levana' (protegge la levata da terra del neonato); Paventia,
'Pavenzia' (spaventa i bambini da pavere, 'avere paura'); Potina, 'Potina' (as-
siste nel bere, da potare, 'bere'); Rumina, 'Rumina' (assiste nel periodo
dell'allattamento, da ruma, 'mammella'); Statilinus, 'Statilino' (sostiene nei
primi passi da stare, 'essere in piedi').
Nella casa: Cardea, 'Cardea' (si cura dei cardini della porta); Forculus,
'Forculo' (protegge i battenti, da Jores, 'battenti'); Limentinus, 'Limentino'
(il dio che sta a guardia della soglia, da limen, 'soglia'); Lateranus, 'Laterano'
(si cura dei mattoni del focolare, da later, 'mattone'); Arculus, 'Arculo' (dio
della cassaforte, da arcula, 'piccola cassa').

3.1.2. Sacerdozio. Augures, 'àuguri': per la sua lontana origine indoeuropea


il termine può trovare dei corrispondenti nel sanscrito ojah, 'forza', e
nell'avestico aogar, 'forza'. La forma originaria latina augos era di genere
neutro e (<avrebbe dapprima designato la "promozione" accordata dagli
dei a una impresa>> (Benveniste, p. 398), un esempio di passaggio dalla
cosa alla persona come, peraltro, anche nel significato dijlamen (vd. sotto).
Gli etimologisti moderni collegano il termine augur, come del resto altre
forme (auctor, auctoritas, augustus), alla radice di augere, in cui c'è si il signifi-
cato di 'aumentare' ma anche quello di 'produrre dal proprio seno', 'pro-
muovere', ed è proprio questo secondo che è da vedere, a parere del Ben-
veniste, nella forma augur. Gli àuguri, come interpreti della volontà divina,
hanno la funzione di ottenere e ricercare il consenso degli dei per inizia-
tive e imprese soprattutto pubbliche. Interpretano i loro segni, che posso-
no essere di vario genere, all'interno di uno spazio ideale, in cielo o in
terra, definito dall'augure e chiamato templum.
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

Duoviri/Decemviri /Quindecemviri sacrisfadundis, 'i due/i dieci/i quindici


incaricati di fare cose sacre': in realtà loro compito è la consultazione dei
libri sibillini. La loro istituzione risale all'epoca dei Tarquini, duoviri; di-
ventano decemviri nel367 a.C. e quindecemviri in epoca sillana.
Fetiales, 'feziali': il termine secondo alcuni deriva dalle radici indoeuro-
pee dhe*, 'porre una norma legale', o bhii", 'parlare', oppure dajòedus, 'ac-
cordo', e dalla sua radice fld. L: ultima etimologia è in linea con il compito
principale, dichiarare guerra o concludere accordi di pace con riti e sacri-
tìci. l:istituzione risale al tempo dei re, in particolare attribuita ora a Nu-
ma, ora a Tullio Ostili o, ora ad An co Marzio. La loro esistenza è attestata,
almeno nelle fonti epigrafiche, fino alla metà del sec. III d.C.
Flamines, 'flamini', 'sacerdoti':jlamen è forma indoeuropea da assimilare
all'antico indiano briihmana. Il suffisso -men tipico del neutro, sta probabil-
mente a significare che il termine prima di indicare la persona indicava la
funzione. Vengono distinti in maiores e minores, 'maggiori' e 'minori'. I
maggiori sono tre, assegnati alla triade capitolina: Dialis, 'di Giove', Mar-
tialis, 'di Marte', e Quirinalis, 'di Quirino'; i minori, dodici, sono assegnati
a divinità primitive, in parte rustiche e di cui sappiamo ben poco: Carmen-
talis, 'di Carmenta'; Cerealis, 'di Cerere'; Falacer, 'di Falacre'; Floralis, 'di
Flora'; Furrinalis, 'di Furrina'; Palatualis, 'di Pales'; Pomonalis, 'di Pomona';
Portunalis, 'di Portuno'; Virbialis, 'di Virbio'; Volcanalis, 'di Vulcano'; Voltur-
nalis, 'di Volturno'. La loro istituzione risale a epoche antichissime, certa-
mente non posteriori all'età regia. In epoca imperiale si aggiungono vari
jlamines destinati al culto di imperatori divinizzati e delle loro gentes: jla-
lllcn Iulialis, 'di Giulio Cesare';jlamen Augustalis, 'di Augusto';jlamen Clau-
dialis, 'di Claudio', ecc. Con il moltiplicarsi dei divi, si hanno degli accor-
pamenti per cui ad es. il }lamen Augustalis assume anche le funzioni del
jlamcn Iulialis.
Fratres arvales, 'fratelli arvali': etimologia da arva, 'campi da coltivare'.
L'appellativoJratres deriva dal fatto che, secondo la tradizione, erano dodi-
CI fratelli, figli di Acca Laurentia, nutrice di Romolo e Remo. Sono istitui-
ti come sacerdozio, in epoca regia, da Romolo, che prende il posto di uno
di loro, morto. Celebrano i loro riti, in onore della dea Dia, ma anche dei
lari, di Marte e dei Semoni (da semen, 'seme', dei della semina) nel mese

153
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

di maggio, per ottenere la fecondità dei campi. In epoca imperiale il col-


legio è presieduto dall'imperatore. Scompaiono nel sec. IV.
Luperci, 'luperci': il termine dagli antichi viene etimologicamente colle-
gato a lupa, 'la lupa', che avrebbe allattato Romolo e Remo, oppure a Lu-
percal, la grotta sul Palatino luogo dell'allattamento. I moderni lo ricondu-
cono piuttosto alle forme lupus e arcere, oppure a lupus e hircus. Nella prima
etimologia si trova conferma della natura di "scacciatore di lupi" del dio
Fauno Luperco, venerato appunto nei Lupercalia, nella seconda della du-
plice natura impersonata dai Luperci, lupi e capri. La loro istituzione vie-
ne fatta risalire a Romolo, o addirittura a una fase anteriore, al mitico re
Evandro proveniente dall'Arcadia. Sono divisi in due collegi Quinctiales e
Fabiani, un terzo viene istituito in onore di Cesare, quello degli Iuliani. Il
sodalizio dei Luperci è attivo fino al sec. V d.C.
Pontiflces, 'pontefici'; pontijèx maximus, 'pontefice massimo' (capo del
collegio dei pontefici); pontiflces minores, 'pontefici minori' (scribi del col-
legio dei pontefici): gli etimologisti hanno collegato il termine, inteso
come composto, con le forme pons, 'palizzata, tavolato', eJacere, 'fare'. Non
è chiaro il passaggio dal significato di 'costruttori di tavolato o palizzata', a
'sacerdoti'. L'istituzione è di epoca regia: il loro compito è quello di presie-
dere a tutte le strutture normative e religiose. In epoca imperiale il colle-
gio è retto dall'imperatore che detiene la carica di pontifex maximus, fino a
Graziano (382).
Salii, 'salii': gli etimologisti antichi e moderni riconducono la denomi-
nazione di questo collegio, confraternita (sodalitas), al verbo salire, 'danza-
re'. Funzione principale è quella di aprire e chiudere le stagioni di guerra
con danze, canti e custodire 12 scudi di cui uno caduto dal cielo. Secondo
la tradizione sono istituiti da Numa, con sede sul Palatino, donde il nome
di Salii Palatini. L'esistenza della confraternita è attestata fino all'inizio del
IV sec. d.C.
Rex sacrorum o sacriflculus o sacriflcus, 're del sacro' o 're sacrificatore o sa-
crificante': le specificazioni si aggiungono al termine rexall'inizio dell'epo-
ca repubblicana, una volta finita la monarchia. Compie alcune cerimonie
religiose in epoca regia riservate al re, da ciò la denominazione di rex. Du-
ra fino all'epoca di Teodosio (t 395).

154
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

3.1.3. Luoghi di culto. Per designare i luoghi di culto il linguaggio sacrale


fa ricorso ai seguenti termini.
Aedes, 'tempio'. La forma viene ricondotta alla radice indoeuropea ai-
dii*, 'bruciare', 'ardere'. Il suo significato originario poteva essere, stando
alla radice, quello di 'focolare del dio', da cui quello di 'casa del dio'. Si usa
in questo senso soprattutto al singolare, accompagnata dal genitivo di una
divinità del pantheon greco romano (es. aedes Iovis, 'casa di Giove'). I casi di
uso al plurale sono rari e in genere specificati da attributi come sacrae, sa-
cratae o dal genitivo deorum immortalium.
Ara, 'altare'. Il termine, la cui forma piu antica secondo Varrone era asa,
trova corrispondenza nell'asco aasa e nell'umbro iisa. La radice as*, 'brucia-
re', 'diventare secco' e i suoi vari derivati attestati in molte lingue indoeu-
ropce, denunciano chiaramente che si tratta di «Un termine di natura in-
docuropea'' (Cernia, p. 126).
Delubrum, 'area esterna al tempio destinata a un dio', 'luogo in cui si
trova un'immagine dedicata a un dio', 'luogo sacro dedicato a piu potenze
divine'. I tre significati sono esplicitati da Varrone, citato da Servio nel
commento all'Eneide (li b. 2, vv. 225-26). l:etimologia (proposta da Varrone
c seguita anche dai moderni), che riconduce il termine alla radice comune
con il verbo deluere, 'lavare', lascia supporre un luogo non coperto, esposto
alla pioggia e dunque "lavato"; in questo senso conferma i significati elen-
cati sopra, in particolare il primo. Il vocabolo ricorre perlopiu al plurale ed
L' accompagnato da attributi che ne sottolineano la sacralità come relif?iosis-
simum, sanctissimum; di rado è accompagnato dalla specificazione di una
precisa divinità (es. delubrum ~stae). Nelle iscrizioni, tra i vari termini che
designano un luogo di culto, è il meno usato.
f.(mum, 'edificio addetto al culto', 'luogo definito dagli àuguri per la
lettura dei segni'. Trova riscontro solo in altre lingue italiche: flisnu osco,
./('\11 umbro e peligna; in tutte è costruito sulla radice * dhe e pertanto può
essere considerato <mn'innovazione esclusiva latino-italica11 (Morani, Les-
sico rel(~ioso, p. 182).
Lararium, 'luogo destinato al culto dei Lari'. Compare nelle fonti lette-
rarie solo in età imperiale.
Lucus, 'bosco sacro'. Esistono precisi corrispondenti in ambito indoeu-

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LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ropeo: sanscrito loka, antico tedesco !oh, lituano loukas, ove tuttavia non
riveste il valore specifico religioso di 'bosco sacro', come in latino e in altre
lingue italiche (osco luvkei e umbro vuku), ma di 'radura in mezzo al bo-
sco'. Il significato religioso del termine è sottolineato da Servio nel com-
mento alli b. 1, v. 310, dell'Eneide virgiliana, in cui lo definisce con arborum
multitudo cum religione, 'insieme di alberi con carattere di sacralità'. Non si
può tuttavia escludere, almeno in una fase piu antica, il significato di 'ra-
dura in mezzo al bosco' altrimenti mal si comprenderebbe la distinzione
che Catone fa nelle Ori~ines (li b. 2 fr. 21, ed. Jordan) tra lucus Dianius e ne-
mus Aridnum: Lucum Dianium in nemore Aridno [... ] dedicavi t dictator Latinus,
'Nel bosco di Ariccia dedicò una radura a Diana[ ... ] il dittatore latino'.
Sacrarium, 'luogo di culto privato', 'tempio di culto pubblico'. Il primo
significato è piu comune. Nel secondo il termine è sempre accompagnato
da specificazioni del tipo sacrarium Fidci, 'tempio della Fides'; sacrarium Ce-
reris, 'tempio di Cerere'. Viene ricondotto alla radice sak, comune al latino
e all'asco e all'umbro, radice cui si collegano tanti altri termini latini di
ambito religioso e molto antichi come sakros (lapis niger), sacer esto (xn Ta-
vole), sacrifldum, sacrile~us, ecc. Non appaiono cosi evidenti legami con for-
me indoeuropee.
Sacellum, 'piccolo spazio di culto pubblico', 'piccolo spazio di culto pri-
vato'. Si tratta di formazione diminutiva da sacrum. Il termine compare a
partire dal I sec. a.C.; è attestato per la prima volta da Cicerone, ma divie-
ne sempre piu raro in epoca imperiale.
Templum, 'edificio consacrato a una divinità', 'uno spazio delimitato da-
gli àuguri, in cielo o in terra, secondo determinati riti'. Nel primo signifi-
cato esso è il termine di gran lunga piu usato di tutti gli altri sopra esamina-
ti. Nella maggior parte dei casi è preceduto o seguito dal nome delle divi-
nità del pantheotl greco-romano. Nelle iscrizioni di epoca imperiale si legge
anche templum Isidis, 'tempio di lside'; templum Mitrae, 'tempio di Mitra',
ecc. Nel senso di spazio delimitato, viene di solito specificato dall'aggettivo
inau~uratum, 'definito dagli àuguri'. Quanto all'etimologia, il nome che non
sembra trovare riscontri nell'italico, ove ricorre la forma verfale, viene n-
condotto alla radice tem-, comune con il verbo greco témni5, 'taglio', 'separo'.
Nella radice è sottesa l'idea di circoscrizione dello spazio che, peraltro, è
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

evidente nei significati di templum e del corrispondente termine greco té-


IIH'IIOS, 'recinto sacro'. Templum è documentato a partire da Plauto.

Non tutte le denominazioni degli edifici di culto ricorrono, nel latino


per noi documentato, con la stessa frequenza. Ecco alcuni dati non defini-
nvi, tuttavia orientativi presentati da Dubourdieu e Scheid, p. 64: il termi-
ne di gran lunga piu usato è templum con 827 frequenze tra letterarie ed
epigrafiche, segue aedes con 6os,fonum con 255, delubrum con 136, sacrarium
con 53, sacellum con 52.

3-1.4· Sintesi. Il lessico religioso, in particolare quello attinente ai campi


scmantici di cui si sono forniti degli spedmina, presenta alcune caratteristi-
che che vale la pena sottolineare:
a) nell'etimologia, nel confronto con le diverse lingue indoeuropee e
ttaliche e nei significati, il lessico dei tre campi semantici rivela nel suo
Insieme origini molto lontane che si perdono nella preistoria, e una note-
vole stratificazione attraverso il tempo (vd. anche sotto 4.1);
h) i nomi delle divinità e i loro attributi, le denominazioni dei sacerdo-
ti c degli edifici di culto sono perlopiu trasparenti. Indicano le funzioni:
es. Pluvius, Fabulit1us, Sterculinus (già Servio nel Commento alle Georgiche -
lih. 1, v. 21 -annotava: nomina numinibus ex offidis constat imposita, 'i nomi
alle potenze divine risultano imposti in base alle loro funzioni'); segnala-
Ilo l'appartenenza: es. flamen Dialis, Martialis, Quirinalis; si riferiscono
~di'origine: es. Cytherea, Lycaeus; evidenziano le caratteristiche fisiche o
psiChiche: Bifrons, Sacellum, Tonans, Tonitrualis, Alma, Bona; sottolineano la
posizione gerarchica: Summus, Supremus, Regina;
c) le valenze di cui sopra emergono da suffissi (preferiti sono -alis, -eus,
-inus, -ulus), piu esplicitamente dall'antonomasia (es. Messor, Sarritor) e il
ptù delle volte, soprattutto per gli attributi, dal senso corrente (Belligerator,
L·!ix, Supremus, Summus).

3.2. Sintagmi, stilemi, struttura

. La lingua sacrale, in particolare quella della preghiera nelle sue varie


ttpologie, ma non solo, si caratterizza anche per la grande frequenza di

157
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

una serie di sintagmi, iuncturae, figure retoriche, correlati alla sua natura e
alla sua finalità. Questi sono la conseguenza soprattutto di tre esigenze o,
se si preferisce, di tre condizioni in cui il rapporto con la divinità e comun-
que il messaggio religioso si realizza: la contrattualità, l'oralità e l'atempo-
ralità della divinità.
Il contratto esige l'estrema precisione dei termini, pena il fraintendi-
mento da parte della divinità con danno per l'uomo; in questa prospettiva
si rendono opportuni l'accumulo dei sinonimi, integrali o parziali, la fissi-
tà dei titoli o attributi, il ricorso a formule ampiamente comprensive.
La comunicazione orale esige (almeno in epoca preistorica) la memo-
rizzazione del discorso da fare alla divinità, che viene agevolata dal ricorso
a determinati espedienti formali, come allitterazione, assonanza, omote-
leuto, anafora, ritmo (quantitativo o accentuativo).
La convinzione diffusa che la divinità è al di fuori del tempo, comporta
in qualche misura anche la fissità delle formule usate nel passato, dunque
il ricorso agli arcaismi che, da sempre, sono un elemento caratterizzante
di un linguaggio di livello alto, quale appunto si conviene nei confronti
della divinità.
Per quanto concerne in particolare la preghiera, la natura contrattuale
del rapporto con la divinità esige un do ut des che finisce per condizionare la
struttura e organizzazione di tutta la preghiera, oltre che l'estrema precisio-
ne nella specificazione dell'oggetto della richiesta, come del destinatario.
Fatte queste premesse passiamo a leggere una piccola antologia di brani
religiosi (preghiere pubbliche e private, una !ex arae e una tabula difixionis)
che vanno dal IV sec. a.C. al III d.C., con lo scopo di contestualizzare i
fatti linguistici di cui stiamo parlando e di mostrarne la persistenza nel
tempo. Segue una scelta dei fatti sintattico-stilistici riscontrati e comuni,
nonché l'evidenziazione degli elementi costitutivi e della loro disposizio-
ne all'interno dei singoli brani.

3.2.1. Antolo,Ria. A) Carmen Arvale, redazione di epoca augustea ma vici-


na, seppure con inevitabili ammodernamenti, alla stesura scritta da collo-
care nel sec. IV a.C. Il testo è quello che possiamo leggere negli Acta del
218 d.C. (da Scheid, Recherches, pp. 295-96):
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

[;"IJc's Lases iuvate, <emos Lases iuvate, enos Lases iuvate! Neve lue rue, Marmam, sins in
, 111-rl'rl' ilz pleores, neve lue rue Marmar <sims incurrere in pleores, neve lue rue Marmar sins
in<urrcrc in pleores! Satur Ju,Jere Mars! Limen sali, sta berber! Satur Ju,Jere Mars! Limen
"di, sta berber! SaturJu,Jere Mars! Limen sali, sta berber! <Sem>Unis alternei advocapit con-
,1,,_,, stJilUnis alternei advocapit conctos, semunis alternei advocapit <conotos! Enos Marmor
1111 ·t~to, enos Marmor iuvato, enos Mammor iuvato! Triumpe, triumpe, triumpe, triumpe,
rnulll<pe, tri>Umpe!, 'Aiutateci, o Lares, aiutateci, o Lares, aiutateci, o Lares! Non
pcr!llettere o Marte che la dissoluzione e la rovina si riversino sul popolo, non
permettere o Marte che la dissoluzione e la rovina si riversino sul popolo, non
permettere o Marte che la dissoluzione e la rovina si riversino sul popolo! Sii sazio
0 feroce Marte! Salta sulla soglia rimani berber! Sii sazio o feroce Marte! Salta sulla
soglia rimani berber! Sii sazio o feroce Marte! Salta sulla soglia rimani berber! Invo-
cherà i Semoni uno dopo l'altro tutti, invocherà i Semoni uno dopo l'altro tutti,
mvocherà i Semoni uno dopo l'altro tutti! Aiutateci o Marte, aiutateci o Marte,
.uutateci o Marte! Vittoria, vittoria, vittoria, vittoria, vittoria, vittoria!'.

B) Preghiera a Marte per la purificazione dei campi, da Catone, De agri


mlr11ra (cap.141 parr. 2-3, ed. Goujard, p. 90):
.\lars pater, te precor quaesoque, uti sies volens propitius mihi domo jàmiliaeque nostrae:
<fll<'il's rei ergo, agrum terram jundumque meum suovitaurilia circumagi iussi; uti tu morbos
1·is,,_, il1visosque, viduertatem vastitudinemque, calamitates intemperiasque prohibessis difen-

,1,,_, <ll'arutiCesque; utique tu Jruges, frumenta, vineta virgultaque grandi re beneque evenire
siris; fhJstores pecuaque salva servassis duisque bonam salutem valetudinemque mihi domo
/c1111iliacque nostrae, 'O Marte padre ti prego e ti imploro, che tu sia benevolo e pro-
]l!Zio a me, alla mia casa e alla miaJàmilia. Per questa ragione ho dato disposizione
che un maiale, un montone e un toro siano condotti intorno al campo, alla terra
c al mio fondo; che tu tenga lontano, respinga e storni le malattie visibili e non
VIsibili, la sterilità e la devastazione, le malattie delle piante e gli squilibri atmosfe-
nu; che tu permetta ai raccolti, ai cereali, ai vigneti e ai virgulti di crescere e arri-
vare a buon fine; che tu conservi sani i pastori e le gregge; che tu dia buona salute
a me, alla mia casa e alla mia jàmilia'.

C) Preghiera di evocazione pronunciata da Scipione Emiliano in occa-


Sione dell'assedio di Cartagine del146 a.C., da Macrobio, Saturnalia (lib. 3
Clp. 9 parr. 7-8, ed. Willis):

Si dnt;~ si dea est, cui populus civitasque Carthaginiensis est in tutela, teque, maxime, il/e qui

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LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

urbis huius populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto ut vos
populum dvitatemque Carthaginiensem deseratis, [oca tempia sacra urbemque eorum relin-
quatis, absque his abeatis eique populo avitati metum Jormidinem oblivionem iniciatis, pro-
ditique Romam ad me meosque veniatis, nostraque vobis foca, tempia sacra, urbs aaeptior
probatiorque sit, mihique populoque Romano militibusque meis praepositi sitis. Si haec ita
feceritis ut sciamus intellegamusque, voveo vobis tempia ludosque Jaaurum, 'Se è un dio 0
una dea che tiene sotto la sua protezione il popolo e rutti i cittadini cartaginesi, e
te, soprattutto, che hai assunto la rutela della città e di questo popolo, io prego, a
te rendo omaggio, e a voi chiedo il favore che abbandoniate il popolo e i cittadini
cartaginesi, lasciate i luoghi, i templi che vi appartengono e la città loro, che vi
allontaniate da questi e incutiate a quel popolo, ai cittadini paura, terrore, dimen-
ticanza e che trasferiti a Roma, veniate da me e dai miei e che i nostri luoghi, i
templi dedicati a voi, la città siano i piu accetti e graditi, che siate a capo di me, del
popolo romano e dei miei soldati. Se farete rutto questo, in modo che lo sappiamo
e lo comprendiamo, vi faccio voto di erigere templi e organizzare giochi'.

D) Catullo, c. 76 (vv.17, 19-20,25-26, ed. Della Corte):


O di si vestrum est misereri [... ]
me miserum aspicite et si vitam puriter egi
eripi te ha ne pestem perniciemque mihi [ ... ].
Ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.
O di reddite mi hoc pro pietate mea.

'O dei se è proprio di voi avere compassione [... ]rivolgete lo sguardo verso me
infelice e se la mia vita è stata senza macchia, strappatemi di dosso questa peste
che mi distrugge [... ]. Io desidero stare bene e lasciare questo male oscuro. O dei
concedetemi questo in cambio del mio comportamento corretto nei vostri con-
fronti'.

E) Preghiera alle Moire (divinità che presiedono al destino degli uomi-


ni), recitata in occasione del sacrificio in loro onore compiuto nella notte
fra il30 maggio e ilt 0 giugno del17 a.C., in presenza di Augusto e Agrippa.
nel Campo Marzio. Il testo è tràdito negli atti ( CIL, VI 32323, pp. 92-99, ed.
Pighi, p.114):
Moerae! Uti vobis in illeis libris scriptum est, quarum rerum ergo, quodquc mclius populo
Romano Quiritibus, vobis novem agnisJèminis et novem caprisJeminis propriis sacrum Jiat:

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3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

1, 0s quaeso prewrque, uti imperium maiestatemque populi Romani Quiritium duelli domi-
,111e auxitis, utique semper Latinus obtemperassit, inwlumitatem sempiternam, victoriam
1 -a/etudinem populo Romano Quiritibus duitis Javeatisque populo Romano Quiritibus le-
.~;0,;busque populi Romani Quiritium, rem publicam populi Romani Quiritium salvam
scn!l'fis maioremque faxitis, ut sitis volentes propitiae populo Romano Quiritibus, Quinde-
(('IIIIJirum collegio, mihi, domo,Jamiliae, et uti huius sacrifici acceptrices sitis novem agnarum
ji·111inarum et novem caprarum Jeminarum propriarum immolandarum; harum rerum ergo
- 11 wte hac agna Jemina immolanda estote,fltote volentes propitiae populo Romano Quiriti-
b11s, Quindecemvirum wllegio, mihi, domo,Jamilae, 'Moire come è stato scritto per voi
in questi libri [si tratta dei Libri sibyllini interpretati dai Quindecemviri sacrisJaciundis],
quali che siano le ragioni e perché sia meglio per il popolo romano e i Quiriti, sia
fatto un sacrificio per voi con nove agnelle femmine e nove capre femmine esclu-
sivamente per voi. Vi prego e vi supplico, che voi aumentiate il dominio e la so-
vranità del popolo romano e dei Quiriti in guerra e in pace, che il Latino sempre
obbedisca, che diate l'incolumità eterna, la vittoria e la salute al popolo romano e
ai Quiriti, che accordiate il vostro favore al popolo romano, ai Quiriti e alle legio-
ni del popolo romano e dei Quiriti, che conserviate salvo lo stato del popolo ro-
mano e dei Quiriti e lo rendiate piu grande, che siate benevole e favorevoli nei
confronti del popolo romano e dei Quiriti, del collegio dei Quindecemviri, di
mc, della casa, della famiglia e che voi accettiate questo sacrificio di nove agnelle
femmine e di nove capre femmine destinate esclusivamente a voi per essere sa-
crificate. Per queste ragioni siate onorate con il sacrificio di questa agnella femmi-
na; diventiate benevole e favorevoli verso il popolo romano, i Quiriti, il collegio
dci Quindici, me, la casa e la famiglia'.

F) Consacrazione e regolamento di un altare al Numen di Augusto


dcll'u d.C., iscrizione trovata a Narbona (ed. CIL, xn 4333):
Nu111oz Caesaris Augusti patris patriae, quando tibi hodie hanc aram dabo dedicaboque, his
h:~ilms hisque regioni bus da bo dedicaboque, quas hic hodie palam dixero, uti inflmum solum
'"'iusque arae titulorumque est: si quis tergere ornare rejìcere volet, quod beneficii causa flat,
ius_làsque esto; sive quis hostia sacrum faxit qui magmentum nec protollat, idcirw tamen
Jnohcjàctum esto; si quis huic arae donum dare augereque volet liceto, eademque /ex ei dono
csto quae arae est; ceterae leges huic arae titulisque eadem sunto, quae sunt arae Dianae in
Ai'cntino, 'Potenza divina di Cesare Augusto padre della patria, dato che oggi ti
d:lrò e dedicherò questa ara, con queste norme e in questo spazio darò e dediche-
ro che qui oggi davanti a tutti espongo come appare la parte infima di quest'ara e
delle iscrizioni: se qualcuno vorrà pulire, ornare, rifare, purché sia fatto a fin di

161
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

bene, sia consentito dalle leggi e dagli dei; se qualcuno voglia fare un sacrificio con
vittima, costui non faccia offerte supplementari, con questi limiti tuttavia sia per-
messo; se qualcuno vorrà fare una donazione a quest'ara e ingrandirla sia consen-
tito, valgono per la donazione le stesse disposizioni che per l'ara; le altre disposi-
zioni concernenti quest'ara e le iscrizioni siano le stesse che sono in vigore per
l'ara di Diana sull'Aventino'.

G) Tabula deflxionis, con preghiera alle ninfe della metà del II sec. d.C.
(ed. Audollent n. 129):
Q. Letinium Lupum, qui et vocatur Caucadio, qui estfilius Sallusties f!éneries sive Venerioses,
hunc ego apud vostrum numen demando devoveo desacrifìco, uti vos, AquaeJerventes, si ve vos
Ninfas si ve quo alio nomine voltis appellari, uti vos eum interematis interficiatis intra annum
istum, 'Quinto Letinio Lupo, che è chiamato anche Caucadio, che è figlio di Sal-
lustia Veneria o Veneriosa, costui io affido, dedico, sacrifico alla vostra potenza,
che voi, Acque bollenti, sia che vogliate essere chiamate Ninfe o con qualunque
altro nome, che voi lo togliate di mezzo, uccidiate entro questo anno'.

H) Preghiera di Cascelia Elegans al Dominus aeternus (vd. tav. 6a) ritro-


vata nel Mitreo di S. Stefano Rotondo, databile al III sec. d.C. inoltrato
(ed. Panciera, pp. 99-100):
Domine aeterne, rogat te Cascelia Elegans, per misericordiam tuam, pro se et pro suos omnes.
Quomodo tu hibus [= vivus] c[~iatoribus misertus es, rogat te, aeter(ne1 per te[~am et mare di-
vinum, per quidquid [b]oni creasti, per sal et seminata sac(ra), et mi meis rog(o] eis miserearis. Per
tua m pietatem, per legem viva m, per creatu(ras), aeterne, te propitium (rogo), pro me[o] conservo
et pro nata mea et pro domino meo Primo et Celia patroni (uxore), domine, 'O signore eterno,
ti prega Cascelia Elegans, per la tua misericordia, a favore suo e di tutti i suoi. Come
tu vivo, hai avuto pietà delle creature, ti prega Cascelia Elegans o eterno, per la terra
e il mare divino, per qualunque cosa buona hai creato, per il sale e i sacri seminati, ti
prego abbi misericordia di me, dei miei. Per la tua pietà, per la legge viva, per le
creature, o eterno, prego, o signore, che tu sia benevolo nei confronti del mio con-
servo, della mia figlia e del mio Signore Primo e Celia moglie del padrone'.

3.2.2. Sintesi dei sintagmi e degli stilemi. Quasi tutti i documenti riportati
nella sezione precedente si caratterizzano per gli stessi fatti sintattico-sti-
listici, talora nella medesima formulazione, anche se non identica in tutti
è la loro frequenza. Eccone una selezione:
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

a) accumuli di sinonimi (o antonimi), piu o meno integrali: lue rue A;


1m:cor quaesoque B; volens propitius B; mihi domoJamiliaeque B; precor venerorque
I'Ciliamque a vobis peto C; me meosque C; populo civitati C; pestem perniciemque
D; quaeso precorque E; populo Romano Quiritibus E; da bo dedicaboque F; deman-
do devoveo desacriflco G; mi meis rog[o] H;
b) allitterazioni: fu Jere A; alternei advocapit A; salva servassis B; venerorque
I'CI!iamque a vobis C; pestem perniciemque D; salvam servetis E; donum dare F;
demando devoveo desacriflco G; seminata sac(ra) H;
c) omoteleuti: neve lue rue A; morbos visos invisosque B; !oca tempia sacra C;
a.~11is feminis D; his legibus hisque regionibus E; tergere ornare reficere F; demando
dcvoveo desacriflco G; pro me[o] conservo et pro nata mea et pro domino meo H;
d) arcaismi: lases (= lares) A (vd. vol. I cap.1, 4.2.2); pleoris (= plures) A (vol.
1 cap. 1, 4.3); uti (= ut) B, E, G; quoius (= cuius) B (vol. I cap. 2, 4.2.2); prohibes-

sis (= prohibueris) B (vol. 1 cap. t, 4.3); duelli(= belli) E (vol. I cap. t, 4.2.2); au-
xitis (= auxeritis) E (vol. I cap. t, 4.3); liceto F (vol. I cap. t, 4.4);
c) nessi binari e ternari: visos invisosque, viduertatem vastitudinemque, cala-
mitates intemperiasque B; novem agnis Jeminis et novem capris Jeminis C; salvam
scrvetis maioremqueJaxitis E; per te[r]am et mare divinum [... ] per sal et seminata
sac(ra) H;
f) formulazioni estese e comprensive nel caso in cui non si conosce il
nome del dio, accumulo di attributi nel caso di divinità nota: si deus, si dea
est C; sive vos Ninfas sive quo alia nomine voltis appellari G.

3.2.3. Elementi costitutivi delle preghiere e loro disposizione. Le varie preghiere


sopra riportate presentano, sostanzialmente gli stessi elementi costitutivi
c una loro organizzazione o, se si preferisce, un loro schema abbastanza
simili. Esemplifichiamo brano per brano. A: identificazione della divinità,
richiesta generica di aiuto, richiesta dettagliata di assistenza, richiesta ge-
nerica di aiuto, esaltazione del dio; B: identificazione della divinità, richie-
sta di benevolenza, promessa di sacrificio, richiesta dettagliata di protezio-
ne; C: identificazione della divinità, richiesta di benevolenza, richiesta
dettagliata di assistenza e favori, promessa di ricompensa (templi e giochi);
l): caratteristica degli dei, richiesta della grazia, offerta in cambio da parte
dell'arante; E: identificazione della divinità, presentazione dell'offerta se-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

condo il responso dei libri sibillini, richiesta dettagliata di protezione e


assistenza, presentazione del sacrificio e preghiera di accettazione dello
stesso, richiesta generica di benevolenza; G: identificazione della persona
oggetto di esecrazione, identificazione della divinità, richiesta di interven-
to contro l'esecrato; H: identificazione della divinità e sue caratteristiche,
richiesta di protezione e assistenza, fondamento della richiesta.

4· EVOLUZIONE DEL LATINO SACRALE

In linea di massima si può dire che questa lingua rimanga sostanzial-


mente invariata nelle sue caratteristiche formali, pur cambiando nei con-
tenuti. Il lessico in grande parte perdura nel tempo, ma in certi periodi
alcuni lessemi cadono in disuso, altri si rivestono di nuovi significati, altri
nuovi vengono introdotti. La sintassi e lo stile, o meglio l'insieme delle
figure, in sé rimangono, muta il materiale linguistico con cui vengono
costruite; la struttura della preghiera, o meglio gli elementi costitutivi, si
conservano, cambia il contenuto.
Tracciamo ora, per sommi capi, esemplificando soprattutto dal mate-
riale linguistico riportato nella sezione precedente, il percorso evolutivo
attraverso le fasi storiche sopra delineate.

4.1. Epoca regia

Per il periodo regio disponiamo solo di informazioni concernenti il


lessico religioso, posteriori o fondate sulla ricerca linguistica comparata.
Sono certamente correnti all'epoca i nomi delle principali divinità il cui
culto si continua anche nelle età successive, per es. Diespiter, Iuppiter, Ianus,
!uno, Mars, come probabilmente molti loro appellativi, soprattutto quelli
che richiamano la loro natura di divinità primitivamente agresti o pasto-
rali o meteorologiche, per es. Elicius, Farreus, Frugifer, Fulgurator, Ruminus,
Serenator, Tonans nei confronti di Giove, Clusius, Matutinus, Patulcius in rife-
rimento a Giano, oppure quelli che sono legati alla organizzazione politi-
co religiosa, come Rex nei confronti di Giove.
Si possono ugualmente collocare in età regia anche nomi di divinità
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

minori di cui conosciamo la pratica del culto all'epoca, quali Dia, Pales,
Lupercus, o la loro natura agricolo-pastorale come Libera, Flora, Ops, o la
derivazione da forme in disuso nelle epoche successive, per es. Rumina da
mma, 'mammella'.
Anche le denominazioni delle figure che svolgono una funzione reli-
giosa pubblica, di cui conosciamo l'istituzione in quell'epoca, attribuita
ora a un re ora a un altro, sono sicuramente correnti all'epoca: Duoviri sacris
fàciundis, Fetiales, Fratres arvales, Luperd, Salii.
Correnti dovevano essere in epoca regia anche quelle forme designan-
ti cose e persone essenzialmente religiose, comuni con l'indoeuropeo,
oppure con le lingue italiche: aedes, ara, augures,Janum,jlamines, lucus; pax,
'equilibrio tra gli dei e gli uomini', umbro pase (abl. sing.); pius, 'colui che
è in rapporti corretti con la divinità', osco piihui (dat. pl.), volsco pihom
(neutro); precari, 'supplicare', umbro persimu 'orante', osco persklum, 'sup-
plica'.

4.2. Epoca repubblicana

I documenti in nostro possesso risalenti al periodo in questione sono


sufficientemente numerosi, soprattutto a partire dalla seconda guerra pu-
nica, e tali che ci permettono non solo di individuare parole del vocabola-
rio religioso che vanno ad arricchire il lessico dell'epoca regia, ma anche
di precisare formule, sintagmi, stilemi e strutture del discorso religioso, in
particolare della preghiera.

4.2.1. Lessico. l:accoglimento nel pantheon romano di tante divinità stra-


niere, greche, ma anche italiche, cartaginesi, orientali, comporta la rice-
Zione nel lessico religioso anche dei loro nomi. Qualche esempio: Apollo,
Acsculapius, Castor, Cybele, Demetra, !uno Sospita, Dionisus, lsis, Pluto, Pollux,
Saapis. Con le nuove divinità anche nuovi appellativi, cosi Apollo viene
chiamato Arquitenens, 'arciere'; Crinitus, 'chiomato'; Delphicus, 'delfico'; La-
tonius, 'figlio di Latona'; Medicus, 'medico'; Pater, 'padre'; Pythius, 'di Pytho
- nome antico di Delfi -; Sanctus, 'santo'; Dioniso Optimus Pater, 'ottimo
padre'; Vitisator, 'piantatore della vite'. Anche taluni appellativi di divinità

165
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

già venerate nell'epoca regia si aggiungono ai precedenti; essi rimandano


a luoghi di culto extra italici o a proprietà attribuite agli dei in seguito a
nuove concezioni della divinità, tipiche soprattutto dell'ultimo secolo re-
pubblicano (superamento del politeismo e dell'antropomorfismo, come
anche un rapporto meno freddo, ma piu mistico e personale con la divi-
nità). Cosi in questa fase storica Giove diventa Omnipotens, Regum rerumque
deus, Supremus, Summus, Dolichenus, Lycius.
Per quanto concerne i nomi delle divinità tradizionali romane si assiste
in questa fase anche a un loro arricchimento semantico, nel senso che agli
dei indigeni, e dunque ai loro nomi, si aggiungono le caratteristiche di
quelli greci con cui vengono assimilati: nel nome di !uno anche le caratte-
ristiche di H era, in Mercurius anche di H ermes, in Neptunus anche di Poseidon,
in Mater matuta anche di Aurora, e cosi via.
Arricchiscono il lessico religioso anche le denominazioni di nuove isti-
tuzioni o pratiche cosi quella dellectisternium, 'lettisternio' (banchetto of-
ferto agli dei davanti a mense imbandite).

4.2.2. Sintagmi e stilemi. I sintagmi e gli stilemi sopra sottolineati ed evi-


denziati (par. 3.2), sono tutti documentati in questa fase storica e certa-
mente sono parte integrante del linguaggio religioso, in particolare di
quello della preghiera. Probabilmente facevano parte di formule e carmi
in uso anche nell'età precedente. I Carmina Arvale e Saliare, di cui noi pos-
sediamo frammenti vengono attribuiti, per la loro redazione, al sec. IV,
ma non si può escludere che essi nella loro tradizione orale risalissero
all'epoca regia, periodo in cui peraltro quei sacerdozi furono istituiti.
Ciò che certamente, in fatto di sintagmi e iuncturae, va considerato in-
novazione di questo periodo, in particolare dell'epoca tardo-repubblica-
na, è l'introduzione di espressioni che riflettono una concezione piu uma-
na, personale e mistica della divinità. Espressioni come volens propitius
della preghiera catoniana (B), veniam peto della preghiera di Scipione Emi-
liano (C), si vestrum est misereri della preghiera di Catullo (D), denotano
una richiesta di partecipazione spontanea, volontaria della divinità alle
sorti dell'uomo, e una concezione della divinità attenta piu che alle offer-
te materiali o alle formalità del rito, al vivere onesto dell'uomo: si vitam

t66
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

1mriter egi (D). Prodotto del nuovo atteggiamento nei confronti della divi-
nità sono anche le espressioni pacem veniamque precari, 'chiedere pace e
benevolenza', ad es. in Li vi o (li b. 39 cap.1o par. s), nel contesto del raccon-
to dei Baccanali, pacem ac veniam petere nella Pro Rabirio (par. s) di Cicerone
(vd. 2.4.2). In queste iuncturae il termine venia che si aggiunge a pax indica
chiaramente il superamento del concetto primario di pax come non bel-
ligeranza, l'uomo chiede di piu: un atteggiamento di favore, di compren-
sione.

4·3· Epoca imperiale

La lingua sacrale di epoca imperiale si caratterizza per una serie di in-


novazioni, sia sul piano del lessico che su quello dei sintagmi e degli stile-
mi, soprattutto a causa di due fatti: la centralità della figura imperiale nel-
la politica religiosa, l'ulteriore e grande diffusione dei culti orientali e del
m onoteismo.

4.3.1. Lessico. Per quanto concerne i tre campi semantici su cui ci siamo
soffcrmati sopra (3.1) agli appellativi tradizionali degli dei se ne aggiungo-
no alcuni strettamente legati alla figura dell'imperatore, o all'impero o me-
glio alla sua espansione, cosi per Marte l'appellativo di Imperii nostri pater,
per Ve nere quelli di Genetrix Aeneadum e di Genetrix patris nostri, per Giove
Dolichenus. Nuovi dei si uniscono ai tradizionali: il Genius Augusti, il Nu-
lllcn Augusti, tutti gli imperatori divinizzati (consacrati), il Sole. Ai diversi
jlmnines esistenti nell'epoca precedente si aggiungono quelli destinati al
culto dei vari imperatori deificati: soda/es augustales,jlamen claudialis, e tanti
altri. Nell'ambito del sacerdozio dei Luperci un terzo collegio, quello dei
Luperci Iuliani, viene istituito in onore di Cesare.
_ Fatto sicuramente ancora piu caratterizzante è la comparsa sempre piu
frequente di attributi rivolti a Giove che ne sottolineano il carattere unico,
universale, non antropomorfo, come ad es. i seguenti che compaiono in
un'epigrafe del III sec. d.C. (CIL, vnr 18219): Iuppiter deorum princeps,guber-
'!ator rerum caeli, terrarunque cultor, 'Giove, primo tra gli dei, che governi i
fenomeni celesti, che ti prendi cura della terra'.
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

4.3.2. Sintagmi e stilemi. La divinizzazione degli imperatori dopo la mor-


te, prassi diffusa in tutta l'epoca imperiale seppure con modalità diverse,
produce una serie di espressioni tecniche religiose che sono tipiche di
questa fase storica: honores celestes decernere, 'decretare onori celesti' (Tacito);
honores deorum decernere, 'decretare onori divini' (Tacito); divumldivam ap-
pellare, 'chiamare dio/dea', o divinos honores tribuere, 'tributare onori divini'
(Eutropio); aliquem conseaare, 'divinizzare qualcuno', e in numerum deorum
referre, 'portare nel novero degli dei' (Svetonio); in numerum deorum consaaa-
re, 'divinizzare e portare nel numero degli dei' (Macrobio ); oppure espres-
sioni formulari del tipo: devotus numini maiestatique eius, 'devoto al nume e
alla maestà sua' (DNMQE) o in honorem domus divinae, 'in onore della do-
mus divina', frequenti nelle iscrizioni dedicate a imperatori.
Le iuncturae che denotano un rapporto meno asettico con la divinità,
meno contrattuale, che fanno la loro comparsa già nell'ultimo secolo del-
la Repubblica, ora si moltiplicano, sia in riferimento alle divinità dei culti
misterici, come Mitra, lside e Osiride, sia in riferimento agli dei tradizio-
nali. Un esempio di questo rapporto meno asettico è certamente quello
della preghiera di Cascelia riportata sopra 3.2.1. Un altro può essere quello
della preghiera di Lucio alla Luna, nelle Metamorfosi di Apuleio (lib. 11 cap.
1 par. 3):

Tu meis iam extremis aerumnis subsiste, tu Jortunam conlapsam adfirma, tu saevis exanclatis
casi bus pausa m pacemque tribue; sit satis laborum, sit satis periculorum. Depelle quadripedis
di ram Jaciem, redde me conspectui meorum, redde me meo Lucio, ac si quod offensum numen
inesorabili me saevitia premit, mori saltem liceat, si non licet vivere, 'Tu già da ora porta
sollievo alle mie pene estreme, tu rinsalda la fortuna precipitata, concedi tregua e
pace alle disgrazie spaventose che ho vissuto fino in fondo: siano abbastanza le
sofferenze, siano abbastanza i pericoli. Allontana da me questo aspetto maledetto
di quadrupede, restituiscimi alla vista dei miei cari, restituiscimi a me stesso, a
Lucio; se la potenza di un dio offeso mi opprime con una crudeltà che non lascia
spazio alle preghiere, allora mi sia almeno consentito di morire, se non mi è con-
sentito di vivere'.

Oltre agli attributi significativi rivolti a Giove di cui abbiamo fatto cen-
no sopra (4.3.1), si diffondono sempre di piu, soprattutto in epoca tardo-

t68
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

antica, espressioni che designano un dio unico, senza nome, non antropo-
morfo del tipo Numen unicum, Numen superius, Numen sempiternum, Celeste
11 wnen, Deus summus, che ricorrono in scrittori come Apuleio e Ammiano
Marcellino, come anche in numerose iscrizioni di carattere piu o meno
religioso.

5· STORIA, LETTERATURA, LINGUA

Da uno sguardo complessivo e retrospettivo a quanto esposto nelle


precedenti sezioni, emergono alcune correlazioni che si possono riassu-
mere nei punti che seguono:
a) gli appellativi delle divinità, per es. quelli di Giove, nel loro accumu-
larsi e stratificarsi nel tempo, rivelano e confermano chiaramente l'evolu-
zione della concezione della divinità da "meteorologica", "forza della na-
tura", a entità unica e suprema;
b) l'etimologia delle denominazioni delle divinità, dei sacerdoti, dei
luoghi di culto, è perfettamente in linea anche con la preistoria e la storia
più lontana dei Latini, popolazione indoeuropea, in contatto con i vari
popoli italici prima, con i Greci poi;
c) le divinità che affollano il pantheon romano, che appaiono e scompa-
iono nel culto e nella venerazione dei credenti, rispecchiano anche le
trasformazioni dell'economia, le conquiste territoriali, gli orientamenti
politici, ecc.: le divinità agricole e pastorali di epoca regia, sono il segno e
la conferma di un'economia essenzialmente pastorale e agricola; il recu-
pcro di feste e divinità agricole arcaiche in epoca augustea sono il riflesso
c il segno della politica di valorizzazione dell'agricoltura e della moraliz-
zazione dei costumi sul modello antico; le divinità straniere che man ma-
no entrano nel pantheon romano segnano le tappe delle conquiste territo-
riali, dal Lazio, fino agli estremi confini dell'impero;
d) la struttura e la formularità del discorso che il Romano allaccia con
la divinità (esecrazione, evocazione, voto, rendimento di grazie, ecc.) so-
no essenzialmente conservatrici nel loro aspetto formale, riflesso di una
concezione contrattuale e insieme di scambio, tipica da sempre di ogni
relazione umana con il dio;
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

e) all'interno della continuità delle strutture e delle forme, il mutamen-


to dei contenuti (l'offerta di sé e della propria condotta morale da parte
dell'uomo e la richiesta, in cambio, di un'adesione volontaria della divini-
tà, di un bene non solo e non necessariamente materiale) è coerente con
una umanità che diventa piu civile, piu "umana", piu spirituale, bisognosa
anche dei beni dello spirito;
f) le allusioni al linguaggio religioso in tutta la letteratura latina, nei suoi
diversi generi, sono la conferma della sua diffusione, conoscenza e perce-
zione tra un pubblico molto vario socialmente e culturalmente, e, in de-
finitiva, anche della grande religiosità del mondo antico;
g) il linguaggio religioso del culto imperiale, non diverso, in sostanza,
nella formularità e nella struttura da quello del culto degli altri dei, è per-
fettamente in linea con la realtà politica della religione romana, che con-
tinua ad avere le sue somme autorità nello stato e dunque negli uomini
che lo rappresentano.

6. BIBLIOGRAFIA
2.1. J. BAYET, La religione romana. Storia politica e psicologica, trad. it. Torino, Einau-
di, 1959 (ed. or. Parigi, Payot, 1957): il libro abbraccia un periodo molto ampio,
dalla preistoria all'avvento del cristianesimo. Il saggio è talora superato, tuttavia è
ancora utile per una serie di dati, ricostruiti perlopiu su fonti di epoca repubblica-
na e imperiale (culto privato, sacerdozi, divinità, riti, ecc.) e interessante per l'at-
tenzione ai risvolti sociali e psicologici della religione; R. BwcH, La religione roma-
na, in Le religioni del mondo classico, a cura di H.CH. PuEcH, trad. it. Roma-Bari,
Laterza, 1987, pp. 155-207 (ed. or. Paris, Gallimard, 1970-1976): saggio pregevole
soprattutto per la sottolineatura della connessione tra storia religiosa e storia so-
ciale, culturale, economica, è incentrato in modo particolare sulla religione di
epoca regia e repubblicana;]. NoRTH, La religione repubblicana, in StR., vol. n/t pp.
557-90: un buon saggio che tiene conto, nel descrivere i caratteri della religione
romana di epoca regia e prima Repubblica, anche dei piu recenti ritrovamenti
archeologici; LIZZI-CONSOLINO, Le religioni, cit., pp. 895-974;]. ScHEID, La religion
des Romains, Paris, Colin-Masson, 1998: libro utile e di facile accesso in cui vengo-
no esposte le linee generali, i caratteri principali, gli elementi piu importanti e
costitutivi della religione romana. Chiara, sintetica ed efficace è la definizione del
valore di termini chiave come: pius, pietas, sanctus, sacer, religiosus, religio, superstitio; L.
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

TROIANI, La religione nel mondo romano, in E. GABBA et al., Introduzione alla storia ro-
1/ralla, Milano, LEo, 1999, pp. 534-40: saggio basato soprattutto su una serie di
frammenti delle Antiquitates rerum divinarum di Varrone;J. ROPKE, Die Religion der
J<.iimer, Mtinchen, Beck, 2001: lavoro di sintesi che affronta temi legati alla religio-
ne, come le divinità, i riti, il sacerdozio. Interessante in questa pubblicazione l'at-
tenzione per i risvolti sociali e politici come anche l'utilizzo di fonti archeologi-
che c antropologiche, oltre che letterarie;]. ScHEID, Religione romana. Età repubbli-
,,,a, in F. GRAF, Introduzione alla filologia latina, trad. it. Roma, Salerno Editrice,
2003, pp. 625-51 (ed. or. Stuttgart, Teubner, 1997): saggio di agevole lettura, ricco
di dati (sacerdozio, santuari, riti, politeismo, fonti) e spunti metodologici, come
;lllche di bibliografia; M. BEARD, Religione romana, 2. Età imperiale, ivi, pp. 653-88:
saggio di facile accesso, schematico con informazioni e dati essenziali (culto del-
l'imperatore, sacerdozi e gruppi religiosi, culti orientali, fonti), ma anche indica-
zioni metodologiche e ricca bibliografia; D. FISHWICK, The Imperia/ Cult in the
Latilr West. Part 1. Institution and Evolution; Part 2. The Provincia/ Priesthood; Part J. The
Provincia/ Centre; Part 4· Bibliography, Indices, Leiden, Brill, 2002-2005: opera fonda-
mentale, documentatissima sul culto imperiale, fornisce anche molti dati di inte-
resse linguistico; A. FERRARI, Dizionario di mitologia, Torino, UTET, 2006: un buon
dizionario di consultazione rapida, su divinità e personaggi, riti, ecc., in cui ven-
gono forniti dati essenziali, anche linguistici e letterari.
2.2. Tra le raccolte di frammenti delle fonti primarie, vanno menzionate alme-
no le seguenti: Acta Fratrum Arvalium quae supersunt, restituit et illustravit G. HEN-
I.EN, Berlin, Reimer, 1874 (rist. an. Berlin, De Gruyter, 1967): la raccolta, a tutt'og-
f,';i insostituita, è accompagnata da un commento essenziale di carattere storico,
rìlologico ed epigrafico; A. AuoOLLENT, Defixionum tabellae, Paris, Fontemoing,
1904 (rist. an. Frankfurt a.M., Minerva,1967): lavoro ancora insostituito, anche se
non piu completo, le tabelle edite sono tradotte e annotate; G. APPEL, De Roma-
llorum precationibus, Giessen, Toepelmann, 1909 (rist. an. New York, Arno Press,
1975): lavoro ancora utile non tanto per l'ampia raccolta di preghiere, quanto per
le osservazioni linguistiche; Acta Fratrum Arvalium quae post annum MDCCCLXXIV
n·pcrta sunt, ed. AE. PAsou, Bologna, Zuffi, 1950: ed. a completamento della prece-
dente di Henzen, è accompagnata da un commentario di carattere storico, epi-
grafico e filologico; E. NoRDEN, Aus altriimischen Priesterbiichern, Lund, Gleerup,
1939 (rist. an. Stuttgart-Leipzig, Teubner, 1995): vengono riportati testi e preghie-

re di tradizione cultuale, con interessanti e importanti annotazioni anche di carat-


tere linguistico; G.B. PIGHI, La poesia religiosa romana. Testi frammenti per la prima
r•olta raccolti e tradotti, Bologna, Zanichelli, 1958: contiene frammenti dai libri degli
Jl 1guri, dei quindici, dei pontefici, dei feziali, come pure inni e carmi, preghiere,
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

anche cristiani, si tratta di un'antologia ricca, con preziose introduzioni ai singoli


generi o tipologie di testi religiosi; illuminanti sono anche le note critico esegeti-
che;]. ScHEID, Recherches archéologiques à la Magliana. II. Commentarii Fratrum Arva-
lium qui supersunt. Les copies épigraphiques des protocoles annuels de la confrérie arvale (21
av.-304 ap. ].-C.}, avec la collaboration de P. TAsSI NI et]. ROPKE, Rome, École
Française, 1997; F. CHAPOT-B. LAUROT, Corpus des prière grecques et romaines, Turn-
hout, Brepols, 2001: il volume raccoglie ogni forma di preghiera {greca e latina),
pubblica o privata, di tradizione letteraria o epigrafica, arcaica e tarda, nel conte-
sto di inno, di devotio, evocatio, maledizione, ecc. La raccolta è preziosa, non solo
per i documenti piu eterogenei riportati, ma anche e soprattutto per il commen-
to, la bibliografia, la traduzione che li accompagnano e l'introduzione.
2.3. Alcuni saggi significativi sulla presenza del linguaggio e del tema religiosi
nei diversi generi della letteratura latina: N.l. HEREscu, De Catulle a saint Cyprien,
in «Orpheus>>, a. VI 1959, fase. 3 pp. 119-34: nel contesto dell'evoluzione del rap-
porto con la divinità, da contrattuale a mistico, vengono sottolineate nel c. 76 di
Catullo alcune innovazioni, anche linguistiche, rispetto alla tradizione della pre-
ghiera romana; R. ScHILLING, Ovide interprète de la religion romaine, in REL, a. XLVI
1969, pp. 222-35 {rist. in Io., Rites, cultes, dieux de Rome, Paris, K.lincksieck, 1979, pp.
11-22): il saggio, incentrato soprattutto sui Fasti, documenta una religione tradizio-
nale nei riti, ma ormai nella sostanza trasformata dal sincretismo e dalla perdita
del contatto con la teologia che l'aveva generata; G. GASPAROTTO, La mantica,
componente della poesia di Vi~ilio, in <<Atti e Memorie dell'Accademia Virgiliana di
Modena», a. LVII 1989, pp. 135-56: analisi ampie di termini come presagium, augu-
rium, auspicium, carmen e altri; C. CoooNER, Lexique du sacré et réalités religieuses chez
Pétrone, in RPh, a. LXIII 1989, pp. 47-59: il lessico del sacro applicato a Priapo, svolge
una funzione parodistica e assume una valenza licenziosa; C. GuiTTARD, Formes et
Jonctions de la prière dans /es comédies de Plaute et de Térence, in Actes du xxrv Congrès de
l'APLAES, Tours, 24-26 mai 1991, Tours, APLAES, 1992, pp. 75-99: vengono riporta-
ti molti passi di preghiera e ne vengono sottolineati, volta per volta, i caratteri,
come abbondanza verbale, figure dell'assonanza, allitterazione, genealogie degli
dei, ecc., non è trascurato il significato storico dei passi considerati; F. V. HicKsoN,
Roman Prayer Language Livy and the 'Aneid' {sic!) oJVergil, Stuttgart, Teubner, 1993:
saggio dedicato a tre forme di preghiera {petizione, voto, giuramento) in Livio e
Virgilio: dal punto di vista filologico e storico linguistico è piu utile la parte {in
alcuni punti deficitaria) dedicata a formule e parole chiave del linguaggio della
preghiera; F. FERNANDEZ PALACIOS, La religiòn en Tibulo, in «Polis>>, a. VIII 1996, pp.
23-49: evocazione poetica di feste e culti tradizionali, soprattutto di epoca repub-
blicana; w. FAUTH, Carmen magiwm: das Thema der Magie in der Dichtung der rami-

172
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

,chen Kaiserzeit, Bern-Frankfurt a.M., Lang, 1999: utile soprattutto per la raccolta
c segnalazione di luoghi; H.D.JocELIN, Gods, Cult and Cultic Language in Plautus
hjJidicus, in Studien zu Plautus Epidicus, a cura di U. AuHAGEN, Tiibingen, Narr,
2 oo1, pp. 261-96: saggio importante soprattutto per i limiti e le funzioni del lin-
guaggio religioso in Plauto; H. LEIBINGER, KultischeSituation in lyrischerund epischer
[)ichtung. Untersuchungen zum Realitiitsbezug in einigen Gedichten von Horaz, Properz,
Tibull, Statius und Claudian, Tiibingen, Univ. Tiibingen, 2000: tesi con ampia rac-
colta di passi di contenuto religioso, indubbiamente utile per una veduta di insie-
me della presenza e del significato di tematiche religiose anche nella poesia roma-
na; B. Lwu-GILLE, Une lecture "religieuse" de Tite Li ve 1: cultes, rites croyances de la Rome
archaique, Paris, Klincksieck, 1998: Livio ci tramanda una documentazione relati-
vamente ricca riguardo alla religione romana arcaica: una raccolta e interpretazio-
ne del materiale liviano rappresenta un contributo importante alla conoscenza
della religione e della sua lingua nel periodo; A. SANCHEZ OsTiz, Notas sobre Nu-
lln'rl y Maiestas en Apuleyo, in <<Latomus,,, a. LXII 2003, pp. 844-63: una formula de-
vozionale piegata in Apuleio a mostrare lealtà verso l'imperatore.
3.1. M.L. CERNIA, Rapporti tra il lessico sacra/e asco e latino, in «Archivio Glottolo-
gico ltalianm>, a. XLVI 1961, fase. 2 pp. 97-138: esclusi alcuni dettagli, il lavoro rima-
ne valido e costituisce una dimostrazione ulteriore degli stretti legami culturali
tra i popoli italici, come anche dell'Antichità preistorica di concetti, realtà e forme
religiosi romani, tipo lucus, sacer,Janum, ara; H. FuGIER, Recherches sur l'expression du
wré dans la langue latine, Paris, Les Belles Lettres, 1963: pur con le invitabili inade-
guatezze in relazione alla documentazione datata, nel suo insieme, il lavoro con-
serva un suo valore notevole nella definizione del vocabolario del sacro: sanctus,
sacrr, pius, ecc.; É. BENVENISTE, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 2 voll., trad.
1t. Torino, Einaudi, 1976 {ed. or. Paris, Minuit, 1969): ormai un classico, punto di
riferimento importante per forme e realtà religiose romane in qualche modo ri-
conducibili alle lontane origini indoeuropee; M. MoRANI, Latino ~acer' e il rapporto
/1( 1 1110-dio ne/lessico religioso latino, in «Aevum,>, a. LV 1981, fase. 1 pp. 30-46; lo., Dal

lessico religioso latino, ivi, a. LVII 1983, fase. 1 pp. 44-50: i due articoli a partire da alcu-
ni termini chiave come sacer, venia, profanus mostrano l'evoluzione del rapporto
uomo-dio nell'Antichità in direzione di una maggiore umanizzazione o persona-
lizzaione della divinità; M. BEVILACQUA, Gli indigitamenta, in lnvLuc, a. x 1988, pp.
21-33: contributo modesto, utile tuttavia per la segnalazione di una serie di divini-
tà minori e dei loro nomi; C. PICHECA, Delubrum templi, ivi, pp. 253-61: delubrum
nel contesto templi delubra indica una parte del templum; R. SGARBI, A proposito del
lcssemalatino <<FETIALES,>, in «Aevum,>, a. LXVI 1992, fasc.1 pp. 71-78: convincen-
te proposta etimologica del termine Jetiales da Joedus; M. M oRANI, Lessico religioso

173
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

latino e italico a confronto: alcune riflessioni, in Grammatica e lessico delle lingue "morte", a
cura di U. RAPALLO e G. GARBUGINO, Alessandria, Edizioni Dell'Orso, 1998, pp.
175-94: dall'esame di una serie di termini di area religiosa, comuni al latino e
all'italico, si desume che è soprattutto a un'epoca preettiica {anteriore all'arrivo o
allo stanziamento dei Latini e degli Italici nelle sedi storiche) che essi risalgono;
O. DE CAZANOVE, Le lieux de culte italiques. Approches romaines, désignations indigenes,
in Lieux sacrés, lieux de culte, sanctuaries. Approches terminologiques, méthodologiques, hi-
storiques et monographiques, dir. A. VAUCHEZ, Rome, École Française, 2000, pp. 31-41:
le corrispondenti forme italiche di Janum, le testimonianze e i significati; A. Du-
BOURDIEu-J. ScHEID, Lieux de culte, lieux sacrés: les usages de la langue. I.:Italie romaine,
ivi, pp. 59-80: sono esaminati i termini templum, aedes,Janum, delubrum, sacrarium e
sacellum. Nel confronto i significati ricorrenti in contesti religiosi e giuridici appa-
iono piu rigorosi e definiti rispetto a quelli in contesti letterari; DE MEo, Lingue,
pp. 133-70, 411-30.
3.2. S. PANCIERA, Il materiale epigrafico dello scavo di S. Stefano Rotondo, in Mysteria
Mithrae, a cura di U. BIANCHI, Leiden, Brii!, 1979, pp. 87-125, in partic. pp. 99-100:
vengono presentate, trascritte, discusse varie epigrafi {voti, preghiere e altro) in-
dirizzate a Mitra e trovate nel mitreo di S. Stefano Rotondo.
3.2.3. CH. GuiTTARD, Invocations et structures théologiques dans la prière à Rome, in
REL, a. LVI 1999, pp. 71-92: si sottolinea il carattere linguistico della precisione e
completezza degli attributi rivolti alle diverse divinità nella parte iniziale della
preghiera, quella dell'invocazione, e insieme anche il significato teologico; Io.,
Si ve deus si ve dea: les Romains pouvaient-ils ignorer la nature de leurs divinités?, in REL, a.
LXXX 2002, pp. 25-55: formulazioni estese e ampiamente comprensive, rivolte agli
dei, come quella del titolo e altre simili, vengono interpretate e inserite nel con-
testo del pensiero teologico antico e della sua evoluzione.
4· Aiutano a farsi un'idea dell'evoluzione del linguaggio religioso, alcuni studi
specifici, ma parziali, riservati al lessico, alla sintassi e allo stile. Sono utili anche le
storie della religione {vd. sopra), che volta per volta sottolineano evoluzione e
trasformazione di strutture, nascita di nuovi culti e nel contesto ne evidenziano
una serie di termini tecnici. Alla bibliografia di cui sopra si può aggiungere la se-
guente: CH. MoHRMANN, Quelques observations sur l'évolution stylistique duca non de la
messe roma in, in<< Vigiliae Christianae>>, a. IV 1950, fasc.1 pp.1-9, rist. inEAo., Études,
cit., vol. m pp. 227-44: con opportuni esempi l'autrice sottolinea la persistenza di
stilemi e figure del linguaggio religioso pagano in quello cristiano e in specie nel-
le preghiere del canone della messa; R. LIVER, Die Nachwirkung der antiken Sakral-
sprache im christlichen Gebet des lateinischen und italienischen Mittelalters, Bern, Francke,
1979: nel libro viene riportata una copiosissima messe di forme, iuncturae proprie

174
3 · LATINO SACRALE PAGANO O DEI SACERDOTI

della preghiera cristiana medievale e ne viene segnalato, ove esiste, il loro prece-
dente uso pagano, attingendo soprattutto alle fonti letterarie; W KIERDORF, 'Fu-
1/IIS' und 'consecratio'. Zur Terminologie und Ablauf der riimischen Kaiserapotheose, in
«Chirom, a. XVI 1986, pp. 42-69: il saggio si sofferma soprattutto sull'evoluzione
delle modalità secondo cui viene praticata l'apoteosi degli imperatori, e nel con-
testo viene messa in evidenza una serie di espressioni tecniche inerenti; G. FILO-
RAMO, Il monoteismo tardo-antico, in !:Esperienza religiosa antica, a cura di M. VEGETTI,
Torino, Bollati Boringhieri, 1992, pp. 196-207: l'articolo evidenzia, nel quadro pe-
raltro di un interesse storico non linguistico, una serie di espressioni religiose e
attributi divini, legati al diffondersi, in epoca tardo-antica, del monoteismo.

175
4

LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI


E GIURECONSULTI

1. PREMESSA

Una trattazione sistematica della lingua giuridica latina {normativa e


giurisprudenziale), in cui vengano descritti sia i caratteri comuni ad ogni
genere della letteratura giuridica, per tutto il periodo storico antico di cui
possediamo la documentazione, sia i caratteri specifici in rapporto ai vari
generi della letteratura giuridica e ai vari periodi storici, è ancora da scri-
vere. Questo nonostante l'indiscussa rilevanza della lingua giuridica, non
solo per l'interpretazione dei testi giuridici dell'Antichità, ma anche per
una corretta esegesi di una quantità di luoghi della letteratura profana,
d'arte o meno.
Le premesse per delineare uno studio d'insieme oggi non mancano:
studi linguistici parziali variamente estesi, limitati o meno a singoli autori
(addetti all'arte e profani) o documenti, raccolte affidabili di testi e cono-
scenza piu o meno approfondita delle problematiche concernenti l'am-
biente culturale, politico, sociale in cui si forma e si sviluppa la lingua del
diritto romano.
Ci proponiamo di presentare, in forma molto sintetica, alcuni caratteri
generali piu comuni della lingua giuridica latina e tracciare alcune linee
fondamentali dell'evoluzione del linguaggio giuridico.

2. PRELIMINARI

Preliminari allo studio del latino giuridico appaiono almeno i seguenti


argomenti: a) tappe principali nella storia del diritto romano; b) fonti oggi
disponibili per lo studio della lingua del diritto; c) tipologie o generi della
letteratura specifica; d) presupposti per la differenziazione della lingua di
coloro che operano nell'ambito del diritto; e) consapevolezza degli anri-
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

chi circa la diversità o specialità della lingua giuridica antica; f) lingua


letteraria e linguaggio giuridico.

2 .1. Storia del diritto romano

Gli storici ormai concordano nel ripartire la storia del diritto romano in
quattro grandi periodi, convenzionalmente chiamati: arcaico, secc. VIII-
IV (metà) a.C.; preclassico, secc. IV (metà)-I a.C.; classico, secc. II-III;
postdassico, secc. IV-VI.

2.1.1. Periodo arcaico. Per questa fase non possediamo praticamente nes-
suna documentazione di tradizione diretta. Sappiamo tuttavia da fonti
antiche che la società è governata dal mos maiorum, 'diritto consetudinario',
dalle lexes regiae (ius Papirianum) e dal diritto pontifìcale, nell'insieme un
diritto «in assoluta prevalenza orale» (Schiavone, I saperi, p. 569). Nel V
secolo le leggi orali cominciano a trovare una prima sistemazione scritta
nelle leggi delle xn Tavole, di cui si conservano frammenti di tradizione
indiretta.
Sul piano sociale ed economico prevalgono le strutture gentilizie e
l'economia di uso.

2.1.2. Periodo preclassico. È caratterizzato, a partire dal sec. IV, dalla nascita
della giurisprudenza (intesa come pratica costante di consulenza, studio e
Interpretazione dello ius) e, soprattutto, da una crescente contrapposizio-
ne tra la classe aristocratica, che con i suoi pontifìces tende a mantenere il
lllonopolio della produzione normativa e della sua conoscenza, e il popo-
lo (plebe) con i suoi rappresentanti desiderosi di accedere alla conoscenza
del_ diritto e di legiferare, di fissare la legge nello scritto.
E chiaro che l'ultimo dei fatti appena accennati e caratterizzanti il pe-
nodo va ricollegato al passaggio da un'economia basata prevalentemente
sull'uso di prodotti, a una economia di scambio con una piu ampia libera-
hzzazione del traffico delle merci, legata all'espansione territoriale di Ro-
ll1a prima nel Lazio e in Campania, poi nella Magna Grecia, e al formarsi
d1 una plebe piu vivace, piu ricca (vd. vol. I cap. t, 2.2-3).

177
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.1.3. Periodo classico. l: età in questione è contraddistinta, oltre che, corne


ovvio, dal prosieguo, anzi dall'intensificarsi dell'attività legislativa, da una
serie di fatti e fenomeni di rilievo, che fanno di questa fase il periodo d'oro
della storia del diritto antico e della sua produzione letteraria: crescita e
massimo sviluppo della giurisprudenza nel senso sopra specificato, perfe-
zionamento e sviluppo del linguaggio tecnico giuridico, istituzione di
scuole di diritto anche nel quadro di un sapere che diventa «scienza di tipo
ellenistico)) (Schiavone, Pensiero, p. 465), applicazione universale dello ius
civile, 'il diritto dei cittadini romani', progressiva monopolizzazione del-
l'attività legislativa da parte degli imperatori, soprattutto a partire da
Adriano.
La crescita vigorosissima dell'attività giurisprudenziale è senza dubbio
il carattere piu vistoso. I giuristi compongono manuali, commentari
all'editto pretorio, raccolte di casi, danno pareri, e cosi via. Tutto questo
materiale è anche fonte del diritto e incide direttamente sull'applicazione
della giustizia (iurisdictio). I piu famosi giuristi di questo periodo sono i
seguenti: Aquilio Gallo, S. Sulpicio Rufo, M. Antistio Labeone, Masurio
Sabino, C. Cassio Longino, L. Nerazio Prisco, P. Giovenzio Celso, Salvio
Giuliano, Sesto Pomponio, Gaio Marcello, Q. Cervidio Scevola, Emilio
Papiniano, Giulio Paolo, Domizio Ulpiano. La figura del giurista diventa
sempre piu spesso quella dello studioso piuttosto che quella dell'uomo
politico.
Collegato con questa intensa attività e produzione giurisprudenziale è
un grande arricchimento del lessico giuridico (peraltro da inserire nel qua-
dro della formazione, crescita, perfezionamento dei linguaggi tecnici tra
fine Repubblica e primo Impero; vd. vol. I cap. 3, 4.2.5.2). È per la prima
volta in questo periodo, sotto Augusto, che si avverte l'esigenza di un les-
sico giuridico, concretamente scritto da Elio Gallo, per noi perduto, inti-
tolato De verborum signifìcatu quae ad ius civile pertinent.
Lo studio del diritto è parte essenziale della formazione del giovane
romano. In questa fase storica, tra I sec. a.C. e I sec. d.C., si costituiscono
due grandi scuole, o sette, di giurisprudenza, quella di Proculo allievo di
Labeone, e quella di Sabino allievo di Capitone. Lo studio e l'interesse
diffusi per il diritto trovano conferma anche nelle frequenti allusioni a
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

esso e al suo linguaggio nella letteratura d'arte, soprattutto a partire dal I


sec. a.C. (vd. sotto, 2.6 e bibliografia relativa).
In questa fase accanto allo ius civile o ius Quiritium diventa sempre piu
rilevante lo iusgentium, 'diritto comune a tutti i popoli', sempre piu utiliz-
zato a causa del progressivo e crescente accesso dei provinciali alla vita
politica ed economica romana.
L'attività normativa degli imperatori (peraltro assistiti da insigni giuri-
sti), in particolare degli Antonini, si fa sempre piu estesa e si esprime an-
che in forme nuove e diverse, come rescripta, edicta, epistulae.
È chiaro che la trasformazione e la crescita nel senso sopra descritto
vanno ricollegate all'aumento di cause e processi correlato al grande be-
nessere del periodo, nonché alle profonde trasformazioni del sistema di
governo attraverso liberti e burocrati e alla estensione di un unico diritto
m tutto il territorio dell'impero (vd. vol. I cap. 6, 2.2-4).

2.1.4. Periodo postclassico. Il quarto periodo della storia del diritto romano
~mtico è caratterizzato, in sintesi, dai seguenti fatti tra loro strettamente
connessi: scomparsa della giurisprudenza libera, monopolizzazione com-
pleta dell'attività legislativa da parte degli imperatori iniziata già nella fase
precedente (in sostanza «passaggio da un modello di diritto giurispruden-
ziale a uno fondato sulla legislazione)), Schiavone, Dai giuristi, p. 963), rac-
colta delle leggi in grandi corpora o codices, progressivo mutamento del lin-
guaggio giuridico nella direzione di una maggiore discorsività, ampollosi-
tà, astrazione.
Dalla seconda metà del III secolo l'attività creativa giurisprudenziale
dci iuris prudentes, 'giurisperiti', praticamente cessa e, di fatto, non si produ-
cono piu opere che rientrano nei generi letterari dei responsa, delle quae-
stiot~cs, dei commentaria (vd. sotto). Il patrimonio normativa e giurispru-
denziale dei secoli precedenti si fissa e si seleziona in manuali scolastici
L'lo grandi raccolte, opere curriculari nelle scuole degli operatori del di-
ntto (avvocati, burocrati e tecnici della cancelleria imperiale); mi riferisco,
per fare esempi concreti, all'Epitome Gai, ai Tituli ex corpore Ulpiani, alle
I>au/i sententiae), ai codici Ermogeniano e Gregoriano prima e poi al Codi-
cc di Teodosio e infine al Corpus iuris di Giustiniano.

179
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Il monopolio dell'attività legislativa con le Costituzioni imperiali, co-


me anche la sistematizzazione della legislazione precedente da parte del-
l'imperatore (che opera, essenzialmente, attraverso il consilium prindpis,
'consiglio del principe', di cui fanno parte anche giurisperiti di grande
fama), si rendono sempre piu necessari, anche a causa della crisi econo-
mica che, attanagliando sempre piu l'impero a partire dalla seconda metà
del III secolo, costringe a porre fine alle autonomie locali (vd. vol. I cap.
7, 2.3).

2.2. Fonti per lo studio della lingua giuridica

Le fonti per lo studio e la conoscenza della lingua giuridica antica si


possono distinguere in primarie e secondarie.

2.2.1. Fonti primarie. La letteratura giuridica prodotta dall'Antichità, fon-


te primaria per lo studio e la conoscenza della lingua giuridica, si potrebbe
definire immensa se ci fosse giunta tutta o in grande parte. Quanto posse-
diamo, che tuttavia non è poca cosa, è costituito dal Codex Theodosianus, dal
Corpus iuris, e da altre fonti non organiche come i Tituli ex corpore Ulpiani,
le Sententiae di Paolo (di autore ignoto), le Institutiones di Gaio e le loro
Epitomae, testi giuridici di tradizione epigrafica e papirologica.
Il Corpus iuris comprende: a) il Codice: Costituzioni imperiali di ogni
tipo, di Giustiniano e di imperatori antecedenti; b) le Novellae: leggi ema-
nate dal535 al575la maggior parte in greco (sorta di appendice}; c) il Dige-
sto: raccolta di excerpta di opere di giuristi classici, non riportati fedelmente,
ma adattati al diritto allora vigente (in questo senso la tradizione dei giu-
risti classici confluita nel Digesto è fortemente interpolata}; d) le Institutio-
nes: rielaborazione soprattutto delle Institutiones di Gaio, che, di fatto, fini-
sce per sostituire come manuale per gli studenti di diritto.

2.2.2. Fonti secondarie. Si possono trovare richiami e citazioni di leggi, ri-


echeggiamenti dello stile giuridico un po' in tutta la letteratura latina di
tutte le epoche, ma ovviamente essi sono piu frequenti soprattutto nella
letteratura storiografica, retorica, filosofica, comica e tragica. Possono es-

180
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

sere considerati fonti secondarie anche documenti legati al quotidiano,


ma che rispecchiano da vicino determinate norme giuridiche, come i te-
stamenti, gli atti di compravendita, ad es. tavolette Albertini (vd. tav. 7, e
vol. I Intr., J.t.s), talora anche di prima mano come tavolette cerate, papiri
o altro.

2.3. Tipologie o generi della letteratura giuridica antica

Tutto il materiale scritto nell'Antichità, che contribuisce a formare, in


senso lato, la letteratura giuridica, si può distinguere in tre grandi sezioni:
atti normativi, letteratura giurisprudenziale, manualistica.

2.3.1. Atti normativi. Con questa espressione si comprendono tutte le


disposizioni scritte, emanate da varie autorità fornite di potere legislativo,
tra cui le leges magistratuali (rogatae, 'presentate', o datae, 'imposte'); i plebi-
~cita, 'deliberazioni della plebe' su proposte di magistrati; i senatus consulta,
'consulti del senato', pareri rilasciati dal senato su proposte o di un magi-
strato o, in epoca imperiale, dell'imperatore; le constitutiones principum, 'at-
ti normativi del principe', termine generico che comprende rescripta, epi-
stulac, edicta, mandata; gli edicta magistratuum, 'norme generali stabilite dai
singoli magistrati' (soprattutto pretori) relativi alla loro attività, nell'anno
111 carica.

2.3.2. Ldteratura giurisprudenziale. È costituita dai seguenti generi prodot-


ti dai giureconsulti: i responsa, 'pareri': cioè soluzioni giuridiche date apre-
tori, giudici o anche privati circa determinati casi; le quaestiones, 'processi':
raccolte di casi di scuola; i commentaria, 'commenti' a editti, leggi, a opere
di altri giuristi, ecc.; i digesta, 'digesti': raccolte di letteratura giurispruden-
Ziale.

2.3.3. Manualistica scolastica. È costituita da due tipi di testi: le institutiones,


trattazioni elementari per principianti (un esempio arrivato fino a noi è
r_appresentato dalle Institutiones di Gaio) e le instructiones, trattati piu appro-
fonditi e specifici.

181
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2.4. Presupposti per la d!fferenziazione della lingua giuridica

I presupposti per la differenziazione della lingua del diritto rispetto alla


comune vanno cercati nelle finalità specifiche della letteratura giuridica,
nella sua storia, nella condizione sociale e culturale di quelli che potrem-
mo chiamare, in senso lato, gli operatori del diritto, cioè giureconsulti,
legislatori, avvocati, giudici, burocrati.
Finalità specifica e primaria è indubbiamente quella della chiarezza, in
funzione dell'eliminazione dell'equivoco e dunque della possibilità di ag-
girare la norma.
La storia della lingua giuridica è ovviamente collegata strettamente alla
storia della formazione del diritto romano, e questo, come abbiamo visto,
inizia il suo cammino già in epoca regia, viene prodotto inizialmente dal-
la classe aristocratica e pontificale, è soltanto orale in una prima fase ante-
cedente le XII Tavole, e non «si sottrae al codice dell'oralità neppure nelle
situazioni di massima alfabetizzazione» (Poccetti, p. 23): tutto questo de-
termina un patina di arcaicità ed elementi propri dell'oralità che caratte-
rizzeranno questa lingua per secoli.
Gli operatori del diritto, sia estensori o propositori delle leggi, sia inter-
preti delle stesse, appartengono necessariamente alla classe colta (anche se
non sempre aristocratica) con un livello di scolarizzazione superiore e
sono formati, soprattutto in epoca medio e tardo-imperiale, in apposite
scuole. È a partire certamente dal II sec. d.C. che l'apprendimento e l'in-
segnamento del diritto prima legati, essenzialmente, all'ascolto e al segui-
to dei grandi giureconsulti, come i vari Mucii Scaevolae, si istituzionalizza
in stationes ius publice docentium aut respondentium, 'circoli di coloro che inse-
gnano il diritto pubblicamente e rispondono a questioni', di solito vicini a
templi che dispongono di biblioteche. È sempre a partire dal II e III sec.
che si scrivono i manuali e le raccolte di responsa e commenti, i quali rap-
presenteranno i testi canonici per l'insegnamento del diritto, in cui sem-
brano continuare ad avere un loro posto le leggi delle XII Tavole. Questi
fatti consentono, anzi favoriscono la familiarità e l'uso di una formularità
standardizzata, una piu o meno marcata differenziazione dal linguaggio
comune.

182
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

z.s. Consapevolezza degli antichi circa la specialità del linguaggio giuridico


Quando Cicerone è sollecitato dal fratello Quinto a formulare le leggi
che regolano le cerimonie religiose e il culto ufficiale delle stato, dice che
cercherà di enunciarle secondo lo stile delle leggi stesse. Leggiamo dal De
hgibus (lib. 2 par.t8):
E-.:promam equidem, ut potero, et quoniam et focus et sermo Jamiliaris est, legum leges voce
rmponam, 'Tenterò come sarò in grado, anche perché sia il luogo sia la conversa-
zione sono familiari, ed esporrò le leggi con lo stile delle leggi'.

Uno stile che, come egli subito sotto precisa, è caratterizzato da una certa
fissità e antichità del lessico (antichità tuttavia non arcaica quanto quella
delle xn Tavole) che conferisce alle leggi stesse maggiore autorità:
Sunt certa legum verba, Quinte, neque ita prisca ut in veteribus XII sacratisque legibus, et ta-
un'n, quo plus auctoritatis habeant, pau/o antiquiora qua m hic sermo est. Eum morem igitur
mm brevitate, si potuero, consequar, 'Ci sono determinate parole proprie delle leggi,
Quinto, non cosi antiquate come nelle leggi antiche e sacre delle dodici tavole e
tuttavia un poco piu antiche della lingua che usiamo e ciò affinché le leggi ne ri-
cevano una maggiore autorevolezza. Cercherò pertanto di osservare, se mi riusci-
rà, questa tradizione insieme alla brevità.'

Quintiliano in due passi della sua Institutio oratoria (in partic.lib. 5 cap.14
par. 34 e lib.u cap. 2 par. 41) evidenzia altri caratteri del latino giuridico: la
precisione e l'estraneità dall'uso comune. Leggiamo i due passi nell'or-
dine:
Nam et saepe plurimum lucis adfert ipsa translatio, cum etiam iuris consulti, quorum summus
circa verborum proprietatem labor est, <~litus» esse audeant dicere, <~qua jluctus eludi t», 'La
traduzione spesso apporta molta luce, quando anche i giureconsulti, che peraltro
dedicano grandissimo lavoro alla proprietà dei termini, osano dire che litus è il
luogo dove le onde giocano';

et poetica prius, tum oratorum, novissime etiam solutiora numeris et magis ab usu dicendi
remota, qualia sunt iuris consultorum, 'prima si apprendano i brani poetici, poi quelli
degli oratori, per ultimo anche quelli privi di ritmo e piu lontani dall'uso corrente,
quali appunto sono quelli dei giureconsulti'.
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Seneca nelle Quaestiones natura/es (li b. 2 cap. 1 par. 2) cosi si esprime:


Tertia illa pars de aquis terris arbustis satis quaerit, et, ut iurisconsultorum verbo utar, de
omnibus quae solo continentur, 'La terza parte tratta delle acque, delle terre, degli
arbusti, dei seminati e, per usare una espressione dei giureconsulti, di tutte le cose
che sono contenute dal suolo'.

Pomponio in un frammento conservato nel Digesto (lib. so tit.t6, fr.19),


definisce l' hereditas come nomen iuris, cioè 'termine proprio del linguaggio
giuridico':
Hereditatis appellatio si ne dubio continet etiam damnosam hereditatem: iuris enim nomen est
sicuti bonorum possessio, 'Il termine hereditas senza dubbio implica anche l'eredità
dannosa: è [scii. in questa sua valenza) un termine proprio del diritto, come bono-
rum possessio ['possesso di beni')'.

Festa (p. 247, ed. Lindsay) scrive:


Parens vulgo pater aut mater appellatur, sed iuris prudentes avos et proavos, avias et proavias
parentum nomine ape/lari dicunt, 'Comunemente è chiamato parens, il padre e la
madre, ma i giurisperiti sostengono che con il nome parentes sono chiamati i non-
ni e i bisnonni, le nonne e le bisnonne'.

Servi o nel commento all'Eneide di Virgilio (in parti c. alli b. 11, vv. 842-
43): crudele luisti l supplidum, 'terribile la pena che hai pagato', afferma che
Virgilio iuris verbis usus est, 'ha usato le parole del diritto'.
Si potrebbero addurre molti altri esempi di questa consapevolezza, non
solo espliciti, come quelli sopra riportati, ma anche impliciti, come ap-
punto l'uso intenzionale di forme e iuncturae proprie del linguaggio giuri-
dico nella letteratura d'arte (vd. sotto).
Dai luoghi sopra citati emerge chiaramente la consapevolezza degli an-
tichi circa l'esistenza di peculiarità che caratterizzano il latino giuridico, in
particolare: patina di arcaicità, brevità e concisione, precisione e appropria-
tezza, estraneità dall'uso comune, ricorso a iu11cturac e forme esclusive.

2.6. Lingua letteraria e linguaggio giuridico

Esistono ormai molti studi da cui appare evidente quanto sia importan-
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

te riconoscere le caratteristiche del latino giuridico, e i suoi tecnicismi, per


comprendere effetti poetici, allusioni, metafore, ambienti culturali, ecc.,
nella letteratura d'arte, ad es. in Plauto, Terenzio, Cicerone, Virgilio, Ora-
zio, Petronio, Apuleio, Tertulliano, Draconzio e tanti altri. Gli esempi che
si potrebbero fare sono numerosissimi, ne consideriamo solo due, il pri-
mo da Orazio, Satire (lib. 2 satira 1, vv. 4-5, 7-9), il secondo da Virgilio,
Eneide (lib. 4, vv. 227-28):
«[ ... ) Trebati
quidjàciam?praescribe». <(Quiescas» [... ).

[... ) Teruncti
transnanto Tiberim somno qui bus est opus alto
irriguumque mero sub noctem corpus habento.
'((Trebazio prescrivimi tu che cosa fare>>. «Stattene quietm> [... )'.
'Coloro che hanno bisogno di un sonno profondo attraversino a nuoto il Teve-
re tre volte unti di olio, e abbiano il corpo annaffiato, la sera, di vino schietto'.

A Orazio il quale chiede che cosa fare di fronte alle critiche rivolte alle sue
satire, il famoso giureconsulto Trebazio risponde in modo secco, di star-
sene tranquillo, e suggerisce di nuotare nel Tevere e bere vino schietto se
vuole dormire profondamente. Lo stile giuridico dei versi in questione,
giova a caratterizzare la personalità di Trebazio che parla un linguaggio
tecnico giuridico: risposte asciutte, che non ammettono replica: quiescas;
uso degli imperativi futuri transnanto e habento; frasi brevi; avverbio ter
frequente nelle leggi delle XII Tavole. Il tutto inserito in un contesto diver-
so, con un contenuto nuovo, crea la parodia.
Non illum genetrix no bis pulcherrima talem
promisit Graiumque ideo bis vindicat armis,
'La genitrice bellissima non ce lo ha promesso cosi e per questo scopo lo ha riven-
diclto due volte strappandolo alle armi dei Greci'.

Il verbo vindicare riveste qui il valore tecnico giuridico di 'rivendicare una


cosa posseduta da altri in modo illegittimo'; nei versi in questione Giove

185
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ricorda l'azione di Venere di rivendicare il proprio figlio dalle armi dei


Greci e con questo verbo sottolinea la legittimità della rivendicazione in
funzione del destino glorioso di Enea.
È evidente dunque che la non percezione delle valenze tecnico-giuri-
diche in termini ed espressioni particolari nella letteratura d'arte può por-
tare non solo ull' offuscamento nella percezione del pensiero e del ragio-
namento, ma addirittura [... ] a un vero e proprio fraintendimento del te-
sto>> (Coraluppi, p. 686).
Tanti echi, imitazioni, allusioni al linguaggio dei giuristi sono la conse-
guenza della familiarità con detto linguaggio che doveva essere propria,
soprattutto nella tarda Repubblica e in epoca imperiale, non solo dell'uo-
mo di alta cultura, ma anche dell'uomo di media e bassa cultura, di colui
che aveva seguito solo l'insegnamento delludi magister (scuola elementa-
re), o delgrammaticus (scuola secondaria).
Qualche esempio, a riprova della familiarità diffusa con il linguaggio
giuridico: Cicerone nelle Leggi (lib. 2 cap. 59) afferma che quando era ra-
gazzo, puer (la pueritia arriva fino a 17 anni), lui e i suoi compagni appren-
devano a memoria le leggi delle xn Tavole: discebamus [... ] pueri XII ut car-
men necessarium, 'Da ragazzi imparavamo [... ] le dodici tavole come un
formulario di leggi necessario'. Sempre Cicerone, nelle Leggi (li b. 2 cap. 9),
ricorda al fratello come, fin da piccoli, avevano appreso a citarle:
A parvis enim, Quinte, didicimus <<si in ius vocat » atque alias eius modi leges nominare, 'Da
piccoli infatti, o Quinto, abbiamo appreso a citare si in ius vocat ['se l'attore chiama
in giudizio'] e altre leggi del genere'.

Un manuale di scuola elementare chiamato Hermeneumata pseudodosi-


theana, che si colloca nei primi secoli dopo Cristo, riporta diversi brani che
dovevano rispecchiare vari livelli linguistici, e tra questi, significativamen-
te, due di latino giuridico: le Sententiae, 'risposte scritte a quesiti', di Adria-
no imperatore e una monografia sulla manumissio, 'affrancamento degli
schiavi'.
Non vanno dimenticati, come spiegazione dei frequenti richiami e al-
lusioni al linguaggio giuridico negli scrittori profani, nemmeno l'affinità.
o meglio gli elementi in comune, tra le arti della retorica e della giurispru-

t86
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

dcnza, che tanta parte hanno nella formazione sia dei dotti in genere
dell'Antichità, specie a partire dal I sec. a.C., sia degli oratori e dei giuristi
in particolare.

J. CARATTERI LINGUISTICI

Prima di entrare in argomento è opportuno premettere alcune osserva-


zioni di carattere generale e definire i limiti della presente trattazione:
a) mentre altre lingue speciali sono caratterizzate soprattutto dal lessi-
co, nella differenziazione della lingua giuridica latina giocano un ruolo
rilevante anche elementi sintattici e stilistici;
b) all'interno della lingua giuridica si può distinguere uno stile legisla-
tivo e uno giurisprudenziale, in cui prevalgono, rispettivamente, un carat-
tere precettivo e uno esplicativo. All'interno sia dello stile legislativo, sia
di quello giurisprudenziale, si possono individuare varietà connesse con i
diversi tipi di provvedimenti, con le differenti epoche di redazione, con le
diverse provenienze geografiche, ecc. Pur nella varietà e diversità sopra
detta, esistono caratteri di fondo comuni a tutto il linguaggio del diritto,
che attraversano i generi, che permangono nel tempo;
c) in questo capitolo ci limitiamo a sottolineare alcuni caratteri comuni,
persistenti nel tempo, riscontrabili nei vari generi, e ad accennare alcune
tendenze evolutive da ricollegare anche a fattori esterni alla lingua giuri-
dica stessa.
In concreto i caratteri persistenti nel tempo, peraltro individuati già da
Cicerone, Quintiliano, Seneca, Pomponio e altri, appaiono essere come
detto sopra i seguenti: patina di arcaicità, brevità e concisione, precisione
e appropriatezza, ricorso a forme e iuncturae esclusive del linguaggio giu-
ndico. Si è parlato anche di volgarismo come carattere del linguaggio
giuridico ma in realtà i vari esempi di volgarismi addotti, alla prova di in-
dagini piu approfondite, si rivelano piuttosto arcaismi divenuti tecnicismi,
funzionali alle caratteristiche appena enumerate.
La tendenza evolutiva consiste, in estrema sintesi, nel progressivo an-
nacquamento, ma non definitivo abbandono, di questi caratteri.
Passiamo ora ad approfondire e documentare, con opportuni esempi, i
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

principali caratteri che persistono nel tempo e le tendenze evolutive dei


latino giuridico.

3.1. Arcaicità

I.: arcaicità nel linguaggio del diritto si riscontra ai livelli grafico e mor-
fologico (soprattutto in taluni testi di legge), sintattico, lessicale, e stilisti-
co. Essa potrebbe essere definita come <d'insegna emblematica, alla cui
ombra si raccoglie e si compone>> il linguaggio giuridico (Pascucci, Diritto,
p. 166). Esemplifichiamo concretamente.

3.1.1. Arcaismi grafici e moifologici. In linea di massima gli arcaismi grafici o


morfologici (meno numerosi degli altri, perché in contrasto piu evidente
con la chiarezza e la comprensibilità, requisiti necessari del testo giuridi-
co) si conservano soprattutto in formule e iuncturae standardizzate. Ecco i
piu comuni:
a) dativo in -e della 3• declinazione- fase intermedia nel passaggio da -ei
ad -i: formule come iure dicundo, 'per l'amministrazione della giustizia',
operefociundo, 'in funzione dell'opera da realizzare', sono variamente ricor-
renti in testi di legge di epoca repubblicana e imperiale;
b) genitivo in -us per temi in consonate della 3• declinazione: es. partus
per partis, 'della parte'; Castorus per Castoris, 'di Castore', nella Lex Bantina
del tempo dei Gracchi (vd. tav. 8);
c) genitivo singolare in -s per fomilia: nelle iuncturae pater, mater, filius,
ecc.,fomilias estremamente diffuso sia nei testi legislativi che nella giuri-
sprudenza;
d) morfema finale dell'infinto passivo in -ier: ad es. avocarier, adducier, per
avocari adduci nella Lex de repetundis;
e) la congiunzione quom per eu m;
f) i pronomi quoius, quei ecc. rispettivamente per cuius e qui: si incontra-
no in molti documenti giuridici - leggi e giurisprudenza - di età repub-
blicana e imperiale.

3.1.2. Arcaismi sintattici. Tra gli arcaismi sintattici si potrebbero menzio-

188
4 ·LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

11 are,la predilezione e/o conservazione per alcune congiunzioni, avverbi,


modi con un valore particolare, la predilezione per la paratassi, ecc. Esa-
miniamone concretamente alcuni:
a) necnel senso di 'non', senza aggiunta di valore copulativo 'e non'. Due
esempi tra i moltissimi che si potrebbero addurre, il primo dalla legge
delle XII Tavole, 3 6, e il secondo da Procopio come ripreso nel Digesto (lib.
23 tit. 4 fr. 17): nec valere id pactum conventum, 'Non abbia valore ciò che è
stato pattuito'; magistratus nec oboedientem et noxium dvem multa, vinculis ver-
hcribusve coerceto, 'il magistrato costringerà il cittadino che non obbedisce e
arreca danno con una ammenda, con la prigione e con le frustate'. A con-
ferma dell'arcaicità della negazione nec priva di valore copulativo si può
citare Festo, che nella sua Epitome del De verborum signifìcatu di Verrio Fiac-
co (p.158 r. 27, ed. Lindsay), scrive:
si dili,Rentius inspiciatur [... ) intellegi possit eam [scii. coniuntionem nec) positam esse ab
antiquis pro non, 'se si osservasse pili attentamente [... )si potrebbe comprendere
che (la congiunzione nec) dagli antichi era usata in luogo di non';

h) uso dell'avverbio unde in luogo e nel senso di ab eo, 'da lui', a quo, 'dal
quale', a quibus, 'dai quali': Lex de repetundis (CIL, 12 583, 26) is quei petet et
1111de petetur, 'Colui che chiede {attore) e colui dal quale è richiesto (il con-
venuto)'. A conferma della diffusione del significato in questione di unde
in epoca arcaica un esempio dal De agri cultura di Catone (cap.s par. 3): duas
mlf tresJamilias ha beat unde utenda roget, 'Abbia una o due famiglie a cui chie-
dere gli attrezzi';
c) imperativo futuro in -to: gli esempi che si potrebbero addurre già
dalle leggi delle XII Tavole sono numerosissimi, leggiamone un frammen-
to tramandatoci da Gellio nelle Noctes atticae (lih.17 cap. 2 par.to):
c''lnperoranto ambo praesentes: post meridiem praesenti litem addicito: si ambo praesentes, sol
''ccasus suprema tempestas esto, 'insieme entrambe le parti presenti espongano le loro
argomentazioni, dopo il mezzogiorno aggiudichi la lite alla parte presente; se
tutte e due le parti sono presenti, il tramonto del sole sia l'estremo limite di tempo
concesso'.

Se l'imperativo futuro positivo è frequentissimo nel linguaggio del diritto


LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

(«un segno peraltro dell'oralità presente nel linguaggio giuridico», Mi-


chel, p. 972), ma non è impossibile trovarlo anche nella restante letteratu-
ra, soprattutto quella tecnica, l'imperativo futuro negativo è esclusivo del-
la lingua giuridica. Gli esempi sono numerosissimi, qui solo due: Lex Lud
di Spoleto (CIL, 12 366, del III sec. a.C.) hanc loucom ne quis violatod, 'questo
bosco nessuno violerà'; Lex Iulia municipalis del 45 a.C., neve capito, neve ge-
rito, neve habeto, 'non prenderà, non porterà, non avrà'.

3.1.3. Arcaismi lessicali e semantici. Si conservano attraverso il tempo vari


termini ed espressioni tecnici, costruiti su verbi che significano 'parlare' o
'gestire', che permangono in uso anche quando, in realtà, l'azione o la cosa
significata non viene piu espressa attraverso il parlare o il gesticolare, ma
anche o esclusivamente attraverso lo scrivere. Si tratta di forme e iuncturae
che risalgono ovviamente a un'epoca in cui la società non conosceva an-
cora la scrittura, o comunque i suoi componenti solo in minima parte
erano in grado di leggere o scrivere.
Passiamo alla esemplificazione prendendo in esame alcune forme e
iuncturae chiave nel linguaggio giuridico del mondo antico: iudex, 'giudi-
ce', contiene in sé le radici delle forme ius, 'diritto', e dico: iudex dunque è
colui che dicit ius, 'dice il diritto'; le azioni del giudice sono sententiam dicere,
'emettere la sentenza', causam dicere, 'giudicare la causa', diem dicere, 'fissare
il giorno'; la designazione formale dei magistrati viene espressa con for-
mule che contengono il verbo dicere: dicere magistratum, 'nominare il magi-
strato', dicere dictatorem, 'nominare il dittatore', dicere consulem, 'nominare il
console'; il verbo rogare essenzialmente legato al parlare (domandare,
chiedere) nel caso del linguaggio giuridico, in varie formule conserva
quello che Festa individua come un significato antico come cioè equiva-
lente di Jacere (antiqui rogare dicebant pro agere, 'gli antichi dicevano rogare
[chiedere] con il valore di agere [fare]') cosi causam e litem rogare, 'patrocina-
re una causa', legem rogare, 'proporre una legge'; vocare, 'chiamare', è parola
essenzialmente legata all'oralità, ma persiste in una serie di espressioni
giuridiche del tipo in ius vocare, 'citare in giudizio', in cui il valore non è pili
solo orale.
Tra le parole e le forme che continuano nell'uso giuridico, che in realtà

190
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

110 n designano piu un gesto come nel loro valore originario, si può men-
zionare mancipare o mancipatio, originariamente 'prendere con la mano un
hronzo non coniato e gettarlo sulla bilancia in cambio di un prodotto o un
oggetto acquistato', nel linguaggio del diritto vale 'vendere', 'alienare' (es .
.~hsetztia solent mancipari, 'sogliano essere vendute le cose non presenti'), 'far
passare dalla protezione o dipendenza di uno a un altro'.

3-2. Brevità e concisione

La brevità e la concisione caratterizzano soprattutto la fase piu antica


della lingua del diritto e della giurisprudenza; esse sono da ricondurre a
una serie di fattori operanti soprattutto, ma non esclusivamente, nella fase
più antica della storia del diritto, in particolare i seguenti: l'oralità sia del
testo legislativo che della sua interpretazione; l'assenza di una formazione
retorica e letteraria nei giuristi (vale fino al II sec. a.C.); la familiarità degli
addetti all'arte con la cosa (il diritto), e questo è un fattore valido un po' per
tutte le lingue speciali o tecniche.
Segni della concisione e brevità possono essere considerati, tra gli altri,
1 seguenti: a) le frequenti ellissi; b) il periodare breve; c) la sinteticità delle
definizioni.

3.2.1. Ellissi. Le ellissi sono molto comuni e possono essere di vario tipo;
tra le piu frequenti si possono annoverare l'omissione del sostantivo in
una espressione costituita da sostantivo e aggettivo, l'omissione del sog-
getto, del predicato, ecc. Facciamo alcuni esempi di omissioni del sostan-
tivo e del soggetto.
Nelle espressioni costituite da sostantivo e attributo, o un genitivo spe-
cifìcante, è particolarmente frequente l'omissione del sostantivo, ove esso
<: comune e soprattutto in abbinamento necessario con l'attributo o il ge-
llltivo specificante: questo è il caso di sostantivi comunissimi nellinguag-
glo del diritto come possono essere actio, 'azione legale, processo', !ex, 'leg-
ge', senatus consultum, 'consulto del senato', testamentum, 'testamento', ecc.
Alcuni esempi: aestimatoria (scil. actio), 'azione di estimo o valutazione';
!'i.f?lleraticia (scil. actio), 'azione funzionale a dare o a porre un pegno o una

191
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ipoteca su un bene'; rescissoria (scil. actio), 'azione di annullamento'; ablati


(scii. actio), dove si ha una doppia ellissi nel senso che ab/ati sta per furturn
ablatum, 'azione concernente un furto per sottrazione'; municipalis (scii.
!ex), 'legge che fornisce norme generali concernenti i municipi e le colo-
nie'; Cornelia (scil. /ex), 'legge proposta da un Cornelio'; inofficiosum (scil.
testamentum), 'testamento che ignora i doveri del testatario nei confronti
dei parenti', ecc.
!:omissione del soggetto avviene, come ovvio, quando si tratta di sog-
getti molto frequenti in contesti e tematiche giuridici. Il fenomeno ricor-
re piu spesso nei testi legislativi piu antichi, come ad es. nelle leggi delle
XII Tavole, da cui sono tratti i due esempi che seguono, risp. 1, 1 e 8, 12: si in
ius vocat <ita>, 'se (l'attore) chiama in giudizio (il convenuto) vada'; si nox
Jurtum foxit, si i m oaisit, iure caesus esto, 'se (il ladro) di notte ha commesso un
furto, se (il derubato) lo ha ucciso, sia ucciso legalmente'.
Anche nel caso dell'omissione del predicato, sono i verbi piu frequenti
nel contesto del discorso giuridico a essere omessi.

3.2.2. Periodare essenziale. Anche questo è un carattere della fase preclas-


sica (soprattutto nelle leggi) in modo molto piu marcato rispetto a quella
successiva, e anche in esso si può scorgere un elemento di oralità, o se si
preferisce di parlato, e insieme il segno di una cultura giuridica, come di
una società, piu elementari o semplici.
In genere lo schema del periodo, cosi come si presenta nelle leggi, si
compone di due parti: la descrizione della situazione e la disposizione,
una parte descrittiva e una precettiva. La parte precettiva di solito segue,
ma non sempre. In alcuni casi la descrizione è essenziale, in altri estesa, ma
in questi tende a predominare l'accostamento in forma paratattica dei par-
ticolari della situazione descritta. La parte precettiva è rappresentata da un
imperativo, ma non sempre, si può dare anche l'indicativo o il congiunti-
vo; anche in questa parte i precetti, ove molteplici, sono disposti general-
mente in parallelo tra loro, non insubordinazione.
Facciamo alcuni esempi: XII Tavole, 1, 2: si calvitur pedemve struit, manu:
endo inicito, 'se cavilla [scil. il convenuto] e punta il piede, metti le man~
addosso': tutto il periodo è composto di due frasi descrittive, condizionali

192
l. Iscrizione funeraria dei gladiatori Purpurius e Filematius.Benevento, Museo
del Sannio.
a~------------~--------

b ~~------

2. Tavoletta Archivio dei Sulpicii, 91 1-2 (ed. G. CAMODECA,


Roma, Quasar, 1999). Napoli, Museo Nazionale.
3· Cippo di Lucio Calpurnio Daplmo (I sec.). Roma, Pa-
lazzo Massimo alle Colonne.
4· a) Stele funeraria di Licinia Amias (III sec.). - b) Tavola funeraria di Prisco con
simboli cristiani (sec. IV). Entrambe a Roma, Museo Nazionale Romano, Ter-
me di Diocleziano.
s. a) Base dedicata al dio Esculapio (III sec. a.C.).- b) Lamina bronzea di ringra-
ziamento a Giunone Lucina (III sec. a.C.). Entrambe a Roma, Museo naziona-
le romano, Terme di Diocleziano.
6. a) Altare iscritto sui 4lati, dedicato da Cascelia Elegans al Dominus aeternus (III
sec.).- b) Rilievo di Mitra Tauroctono ('che uccide il toro') (III sec.). Entrambe
a Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.
7- Atto di compravendita, Tavoletta Albertini (a. 494). Alger, Musée Nationale
d' Antiquités.
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71'- 'INVbMAIMAS·tMNfl.l·P!IlTVM~Pifl·f)l.· COMONOi'ER TEMf l Zlt'EIZE10Z ICE't\
(.t{MIJNONI·HIPIO· Nl-rOtANTrOS~PO.Ir.E)I.A~ COMONO·..,Afl Ei\ T 'VI( ODI l AT·<AlTP.iOLOV'.'\
,.{N( 1 TVAS-FA( TVOI'avJ·TOYTO·O(IVATVNJTN'J(;INOMO [ICANJ- JTOMOAT·fl Alt IOICTANGINtl\
, . / DfiCVMI'DO·YAI.JI.fMOM·TOVTI coM·TADAIHZVMNfJ'.ffrAW> POO·M·DAT- ZAt CGMAD"MIN
-· f)[IVAID·DOCVDM.ALVO. JVA.CriJ. <ONTRVO·EX·fLCJ~ffA(Vl ~A.VrfCOMONOHo vJY.MOLTo-UA
JO.Cll'VO-N·0 (1)-INlVNPil·fONC·FO/l TII·""EDDil·MOLTAVM,.,EilElL-.MPf/l"FMI JT!!_(IJ· Il
f (ITVA~MOLTA~MOLTAVM·I:.ICITVD .IVACriJ·rllVMEDOIXVOALT/l(I~AHfi..O TtEITVAl
Z!COLOM-1> l CV!TIZI C· COMO'"' OM Hlrll>Nf .roN-or-ToVT" D·PETIRYI'lllJVRVl TSI i'Vl'l'iAVM'OOlOM
MALLD""'IN<1NfVM·Z 1co•ov rorrl'.fMVJTN TIROfti(JNEII'MAIJ·roMnS· COM·Pil CiVATWAc TVD \
j rRVTrl'l.rAMM[D ICAJINOM·D IDfJT l NrON POJMOM( ONl'f'.( IV-' IVOY/lVJ!TIJYCCNz 1tYLVO )
ZltOl.OM·)I.X )c..N!j,MVM·COM·C..NOM·NIHifiO. ~VA(riJ· CONTJl'VP.Cx.EIC·F'rFACVJT·ION<:SVA( rl\· j
1
\
l<fllEJ~MfDOilMOLTAYML ICIT.YOAMrEHMflfA Cil'~fTfll·EITYA I·LICITYD- f\ON· C[NITVA. (
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IIW IZ(f(· \/INCTEIHI VjT.(OMfNCI-L.,._MATI"- l'l'· MIO Clll'.vO·TO'IT-'DI'I.A(JfNTIP.NilVM·DOL 'M
M"LL O.M<INAM'AI(.ATVD·Al LO.fA.MELO·IN·EI·liVOM·.I'ACI CIZU! fYJT·I'-'fANC<NlTD-i+'JT f1
TOYnco·EI TVC> Nl: ~ YAf"PA-'UV(YJrOO·rolT-D<, A.~ 8-'NlAf-FV)T·IVA[·/'1)·0/''fiZ.Oil" (OM \ l
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8. Tavola bantina (II sec. a.C.), !ex in lingua latina (sull'altro lato norme costitu-
zionali in lingua osca). Napoli, Museo Nazionale.
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

e paratattiche e di una principale precettiva; Ulpiano dal Digesto (lib. so tit.


16 fr. 243) lata culpa est nimia negligentia, id est non intelligere quod omnes intelli-
,~unt, 'È colpa generica la eccessiva negligenza, cioè non comprendere ciò
che tutti capiscono': il periodo è composto di due frasi parallele, nella
prima si trovano sia la descrizione, costituita da un'espressione che funge
da soggetto (nimia negligentia), sia la parte precettiva espressa da un predi-
cato nominale all'indicativo (lata culpa est); una costituzione di Costantino
del314 riportata nel Codice di Giustiniano, lib. 3 tit. 24 cost.1:
Quicumque non illustris, sed tantum clarissima dis:nitate praeditus virginem rapuerit vel}ìnes
aliquos invaserit ve/ in aliqua culpa seu crimineJuerit deprehensus, stati m intra provinciam in
qua foci nus perpetravit publicis legibus subiugetur necfori praescriptione utatur, 'Chiunque,
che non ha il rango di illustris, ma solo la clarissima dignitas, ha rapito una vergine,
oppure ha violato alcuni confini, oppure è stato sorpreso in una qualche colpa o
crimine, sia sottoposto subito a giudizio nella provincia nella quale ha commesso
il reato secondo le pubbliche leggi, né si avvalga della facoltà di declinare il tribu-
nale'.

In questo caso il periodo è piu complesso, ma solo apparentemente. An-


che qui abbiamo la parte descrittiva e la parte precettiva, solo che sia la
prima che la seconda sono piu ampie perché prevedono diverse possibili-
tà, tuttavia sempre collocate in parallelo tra loro, cioè strutturate in forma
paratattica.

3.2.3. Sinteticità delle difinizioni. La definizione è sintetica per sua natura.


Quella giuridica contiene molto spesso una serie di termini tecnici per cui
finisce per comportare un accumulo di definizioni.
Prendiamo come esempio la notissima definizione di ius risalente al
giureconsulto Celso riferita da Ulpiano e contenuta nel frammento con
cui inizia il Digesto, lib.1 tit.1 fr.1: Ut eleganter Celsus difinit, ius est ars boni et
aequi, 'Come appropriatamente Celso lo definisce, il diritto è l'arte del
buono e del giusto'.
È chiaro che, in questa sintetica definizione, ogni termine ha una sua
precisa valenza: ars, 'la virtli di trovare la soluzione giusta'; bonum, 'moral-
mente buono'; aequum, 'conforme a giustizia'.

193
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

3·3· Precisione e chiarezza


La evidente volontà di precisione e chiarezza da parte del legislatore e
del giurista nasce dalla esigenza di non lasciare spazio a scappatoie o dub-
bi interpretativi, che possano vanificare la norma. Questa volontà si può,
concretamente, esplicare in vari modi, come per es. la predilezione per il
verbo piuttosto che per il sostantivo, l'esplicitazione puntigliosa di circo-
stanze possibili, le definizioni dei termini usati, ecc.

3.3.1. Predilezione per il verbo. La preferenza accordata al verbo piuttosto


che al sostantivo risponde alla esigenza di descrittività, precisione e insie-
me chiarezza, nel senso che il diritto e la sua lingua sono legati essenzial-
mente alla soluzione di casi concreti, non astrazioni, non concetti, e i casi
vanno descritti. In sostanza la cosa si può ricondurre anche al tipico modo
di pensare dei giuristi, che «guardano le questioni di rilevanza giuridica
[... ]nel loro concreto attuarsi» (Kaser, p.139). Cosi è significativo che in
vari campi del diritto civile la lingua finisce per prediligere l'uso di verbi,
ignorando, di fatto, talora, il sostantivo corrispondente, peraltro in uso
presso i profani, e ciò almeno nel periodo arcaico e classico della storia del
diritto. I.:ingresso, per converso, del deverbativo astratto nel linguaggio
giuridico tardo-antico non è da ricondurre a una esigenza tipica del pen-
siero giuridico, ma a una generale temperie linguistico-culturale (vd. vol.
I cap. 8, 4.2.8).
Facciamo alcuni esempi: nel diritto delle persone e della famiglia, di
fronte alle espressioni tecniche correnti concedere e adimere peculium, 'conce-
dere' e 'sottrarre il peculio', raramente si incontrano le espressioni sostan-
tivali concessio peculii e ademptio peculii; di fronte al comune natalibus restitue-
re o reddere, 'concedere lo stato giuridico di un nato libero', si incontra solo
natalium restituito, 'concessione dello stato giuridico di un nato libero', e
solo all'epoca di Giustiniano. Nel diritto della tutela a fronte di espressio-
ni tecniche come se tutela abdicare, 'rinunciare alla tutela', o corifìrmare tuto-
rem, 'confermare il tutore', non si riscontrano sostantivi o espressioni so-
stantivali del tipo abdicatio tutelae, 'rinuncia alla tutela'. Nel diritto della
proprietà, a fronte di un verbo comune nelle fonti del diritto come occupa-

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4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

re, nel senso di 'appropriarsi di una cosa senza padrone o comunque ab-
bandonata', il termine occupatio, che peraltro è usato nella letteratura pro-
fana (per es. Cicerone) nel senso di 'appropriazione di cosa senza padro-
ne', è rifiutato dai giuristi, i quali invece ne fanno un uso condiviso con i
profani nel senso di 'occupazione', 'attività'.

3.3.2. Puntigliosità nei dettagli. La puntigliosità nei dettagli è funzionale,


chiaramente, a evitare la possibilità di aggirare la norma. Questa esigenza
talora determina accumuli di sinonimi, elenchi stucchevoli, che sovente
nei testi di legge, o giurisprudenziali di un certo maggiore livello stilistico,
sono strutturati secondo esigenze retoriche, in concreto in sequenze ca-
ratterizzate da figure come l'allitterazione, l'omoteleuto, il chiasmo.
Facciamo, nell'ordine, solo tre esempi per aiutare a comprendere il
carattere in questione: il primo è tratto dal Senatus consultum de bacchanali-
bus, in particolare è relativo al divieto delle varie possibili forme di adesio-
ne ai baccanali; il secondo è preso dalla Lex Quinctia concernente la prote-
zione degli acquedotti del I sec. a.C., tramandata da Frontino nel De aquae
ductibus (cap. 29); il terzo è derivato dal Senatus consultum de imperio U!spa-
siani del 69 e concerne il divieto di operare contro ogni possibile disposi-
zione normativa per il presente e per il futuro:
IH've post hac inter sed coniurase neve convovise, neve compromeisise velet, 'né alcuno voglia,
dopo questo divieto, reciprocamente insieme giurare, o fare voto, o fare pro-
messe'.
Quicunque post hanc legem rogatam rivos, specus,Jornices,fistulas, tubulos, casti/la, lacus
aquarum publicarum quae ad urbem ducuntur sdens, dolo malo Joraverit, ruperit, Joranda
mmpendave curaverit, peioraveJecerit [... ] is populo romano centum mili a dare damnas esto,
'Chiunque dopo che questa legge è stata votata, scientemente e in malafede avrà
f<.)rato o rotto, avrà fatto forare o rompere, o avrà danneggiato canali artificiali,
condotte sotterranee, volte, tubi e tubicini, serbatoi, cisterne, raccolte di acque
pubbliche che sono condotte in città[ ... ], costui sia condannato a pagare al popo-
lo romano 1oo.ooo sesterzi'.
. Si quis huiusce legis ergo, adversus leges, rogationes, plebisve scita, senatusve consulta feci t,
)cccrit [... ],'Se qualcuno in grazia di questa legge ha agito o agirà contro le leggi, le
proposte di legge da votare, i plebiscita e i consulti del senato[ ... ]'.

195
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Si notino, nell'ordine, le seguenti enumerazioni legate tra loro da asinde-


to, segno della volontà del legislatore di specificare tutti i dettagli, al fine
di non lasciare al possibile trasgressore alcuna giustificazione: neve [... ]
coniurase neve convovise neve compromeisise; rivos, specus,Jornices,fistulas, tubulos,
castiila, lacus [... ] sciens, dolo malo Joraverit, ruperit,Joranda rumpendave curaverit,
peioraveJecerit; leges, rogationes, plebisve scita, senatusve consulta.

3·3·3· Dtjìnizioni. Rientra nell'esigenza di chiarezza e precisione il fre-


quente ricorso a definizioni o delimitazioni semantiche. Una conferma
dell'esigenza di precisione (richiesta crescente man mano che la scienza
giuridica e la legislazione si arricchiscono e si fanno piu complesse) sono,
già in epoca repubblicana, le perdute Dtjìnitiones attribuite a Mucio Scevo-
la. Da piu parti è stato sottolineato come nel ricorso alla dtjìnitio da parte
dei giuristi non sia estraneo l'influsso dell'arte retorica.
La definizione può essere esplicita, introdotta da verbi e espressioni
come: est; quod est; id est; quod appellatur; dici, appellari, dtjìniri potest, debet,
solet, ecc., oppure implicita, per es. in endiadi, in cui a un termine generico
segue uno specifico, oppure, caso meno frequente, a uno specifico segue
uno generico, comunque sempre in funzione di precisare l'essenza di un
determinato concetto.
Facciamo sei esempi, di cui i primi tre di definizione esplicita, i secondi
tre di definizione implicita, presi sia dalla legislazione che dalla giurispru-
denza.
Gaio, dal Digesto (lib. so tit.16 fr. 24):

Nihil est aliud 'hereditas' quam successio in universum ius quod defunctus habuit, 'L'eredità
nulla altro è che la successione in ogni diritto che il defunto aveva'.

Ulpiano, passo tratto dal Digesto (lib. 24 tit.1 fr. 58):

Hoc autem ex eo venit, quod dtjìniri so/et eam demum donationem [... ], quae et donantem
pauperiorem et accipientem Jaciet locupletiorem, 'Questa è la logica conseguenza del
fatto che suole essere definita donazione [... ] quella che renderà piu povero il
donante e piu ricco colui che la riceve'.
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

Codice di Giustiniano (lib. 7 tit. 39 cost. 2), una costituzione degli im-
peratori Valente e Valentiniano del365:
Eos autem possessores non convenit appellari, qui ita tenent, ut ob hoc ipsum solitam debeant
praestare mercedem, 'Non è opportuno che siano chiamati possessores coloro che di-
spongono (di terreni) in questo modo, cosi che per questa ragione debbono paga-
re abitualmente un affitto'.

xii Tavole, 1, 2: si calvitur pedemve struit, 'se cerca cavilli o fugge'; Lex Quin-
ctia del9 a.C. concernente gli acquedotti o gli eventuali danneggiamenti e
relative pene: quicumque post hanc legem rogatam [ ... ] sciens dolo malo Joraverit,
ntperit [... ],'chiunque dopo che questa legge è stata presentata[ ... ], consa-
pevolmente, con intenzione cattiva abbia forato, rotto [... ]'; Modestino, in
un passo ripreso dal Digesto (li b. 28 ti t. 1 fr. 19): Si filius fa milias, aut pupillus,
aut servus testa menta Jecerit signaverit [... ], 'Se un figlio della famiglia, un pu-
pillo o un servo ha steso, firmato, testamenti[ ... ]'.

3·4· Ricorso a forme e "iuncturae" esclusive

La maggior parte degli esempi concreti addotti sopra allo scopo di esem-
plificare i tre caratteri fondamentali della lingua giuridica già individuati
dagli antichi (arcaicità, brevità e concisione, precisione e chiarezza) posso-
no anche essere esempi del quarto carattere cioè forme e iuncturae esclusi-
ve del linguaggio giuridico.
A proposito di queste forme e iuncturae potremmo parlare, come per
altre lingue speciali, di "giuridicismi" diretti integrali o parziali e indiretti
integrali o parziali (ovviamente consapevoli dei limiti di questo tipo di
classificazione di cui al cap. 2, 2.3). Con i primi intendiamo forme e iunctu-
rae in uso nella lingua giuridica designanti "cose" (istituzioni, strutture,
istituti, ecc.) in sé proprie del diritto (diretti), che ricorrono soltanto nella
letteratura giuridica (integrali) o anche nella letteratura profana (parziali).
Con i secondi intendiamo forme e iuncturae che non designano "cose" in
sé proprie del diritto (indiretti), che tuttavia sono esclusive della letteratu-
ra giuridica (integrali) o che sono comuni anche alla letteratura profana
(parziali). È chiaro che per la differenziazione dalla lingua comune i giu-

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LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ridicismi indiretti e parziali non sono particolarmente significativi e dun-


que su di essi non ci soffermiamo.
Facciamo alcuni esempi tra i moltissimi che si potrebbero addurre.
Giuridicismi diretti integrali (lessemi e/o semantemi) possono essere i
seguenti: abigeatus, 'furto di bestiame' {Emilio Macra, Ulpiano, Arrio Me-
nandro); abigeator, 'ladro di bestiame' {Ulpiano); adrogator, 'adottante' {Ul-
piano, Istituzioni di Giustiniano); aestimatorius, 'concernente l'estimo'
(Gaio, Pomponio, Ulpiano, ecc.); amotio, 'destituzione di un magistrato di
un funzionario' (Gaio); manumissor, 'colui che libera un servo' (Gaio, Pom-
ponio, Papiniano, Paolo, Codice di Teodosio); obligatorius, 'obbligatorio'
{Gaio, Istituzioni di Giustiniano); pignoratidus, 'concernente un pegno o
un'ipoteca' (Codice di Giustiniano).
Giuridicismi diretti parziali (lessemi e/o semantemi): actio, 'azione giu-
diziaria, processo' (Gaio, Paolo, Emilio Macra, legge Manlia - 357 a.C. -,
Codice di Giustiniano, ma anche Cicerone, Quintiliano, Gellio); actor,
'colui che intenta una causa' (Mucio Scevola, Gaio, Paolo, ma anche Rhe-
torica ad Herennium, Cicerone, Quintiliano); aditio, 'entrare in possesso di
una eredità' (Papiniano, Giavoleno, ma anche Simmaco, Ammiano Mar-
cellino); petitor, 'querelante' {Codice di Teodosio, Novelle di Valentiniano
III, ma anche Quintiliano, Cassiodoro); petitorium, 'istanza scritta' (Codice
di Teodosio, ma anche Ennodio).
Giuridicismi indiretti integrali (lessemi e/o semantemi): accep"7latio,
'quietanza' {Gaio, Modestino, Ulpiano, Pomponio); adaeratio, 'adegua-
mento in denaro' {Codice di Teodosio, Codice di Giustiniano); oaupator,
'colui che occupa un luogo per possederlo' {Legge delle miniere di Vipa-
sca del II sec. d.C., Codice di Teodosio, Novelle di Valentiniano).
Va precisato, in appendice a quanto sopra, che la categoria dei giuridi-
cismi indiretti in effetti è piuttosto precaria, nel senso che un termine,
anche se designa una cosa in sé non strettamente attinente il diritto, tutta-
via nel suo contesto può talora farlo. In questa direzione si è arrivati tutta-
via a esagerazioni, a mio parere non condivisibili, come quella di chi è
giunto a definire termini propri del diritto anche forme assolutamente
comuni come per es. l'aggettivo personale meuso il pronome relativo quod,
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

ove questi ricorrano in contesti come ex edicto meo, 'dal mio editto', oppure
mancipium, adversus quod .. ., 'servo, contro il quale ... ', ecc.
La composizione da parte di Elio Gallo del De verbo rum quae ad ius (civi-
le} pertinent signiflcatu (opera perduta) costituisce la conferma della specifi-
cità del lessico giuridico, e testimonia la necessità, per gli stessi giuristi
dell'epoca, di uno studio adeguato. Conferma della specificità di tale les-
sico è anche il titolo del Digesto (lib. so tit. 16), De verborum significatione, ca.
260 lemmi, derivati dalle opere di vari giuristi come Pomponio, Gaio,
Ulpiano e vari altri.

4· EVOLUZIONE DEL LATINO GIURIDICO

I fatti che caratterizzano le quattro fasi principali della storia del diritto
(leggi e giurisprudenza) come sopra descritte, determinano anche una
considerevole evoluzione dei caratteri del latino giuridico. Non è questa
la sede per una disamina esauriente di tutti gli elementi in evoluzione nel
corso delle quattro fasi o periodi, mi limito a evidenziare solo alcune no-
vità, con rapidi esempi che caratterizzano il passaggio dal periodo classico
al postclassico. Nel periodo postclassico appaiono elementi di novità ri-
marchevoli, tra gli altri i seguenti: l'introduzione di formule e iuncturae
estranee alla tradizione giuridica condizionate dall'ideologia cristiana;
l'arricchimento del lessico (anche greco) in funzione di una validità della
norma sempre piu estesa geograficamente e socialmente; una certa am-
pollosità e prolissità negli attributi e nel dettato come pure, in determina-
ti contesti, una del tutto inusuale emotività o affettività.

4.1. Formule e termini nuovi riconducibili all'etica cristiana

Tra gli altri esempi di formule, espressioni e iuncturae che cambiano per
influsso dell'etica o, piu in generale, dell'ideologia cristiana (vd. vol. 1 cap.
8, 3.5; 4.2.7), può essere particolarmente significativo, quello relativo alla
terminologia dell'istituto del matrimonio.
Espressioni e termini tecnici e insieme anche comuni, in tutta l'Anti-
chità per designare l'azione dello sposarsi da parte dell'uomo e il matri-

199
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

monio sono, rispettivamente, ducere uxorem e matrimonium. Questi due


tecnicismi a partire da una costituzione di Costanzo (vd. Codice di Teo-
dosio, lib. 16 tit. 8 cost. 6), vengono evitati ove si tratti di matrimoni con-
dannabili moralmente, come quelli tra parenti di primo grado o con
ebrei, e alloro posto si introducono espressioni e termini come ducere in
contubernium, 'condurre in convivenza', ducere in consortium, 'condurre in
associazione'; consortium, 'associazione'; contubernium, 'convivenza'. Contu-
bernium è termine piuttosto dispregiativo nel senso che designa le unioni
tra schiavi o tra un libero e una schiava (vd. ad es. Codice di Giustiniano,
lib. 5 tit. 5 cost. 3), consortium è termine piuttosto generico nel senso di
'associazione'.
Merita attenzione il seguente passo da una Costituzione dell'imperato-
re Zenone, che vieta l'uso del termine matrimonium, per matrimoni moral-
mente condannabili come quelli tra zio e nipote, o tra fratelli. Leggiamo
nel Codice di Giustiniano quanto segue (li b. 5 ti t. 5 cost. 9):
Ab incestis nuptiis universi qui nostro reguntur imperio noverint temperandum. Nam rescrip-
ta quoque omnia ve/ pragmaticasJormas aut constitutiones impias, quae quibusdam personis
tyrannidis tempore permiserunt scelesto contubernio matrimonii nomen imponere, ut fratris
flliam ve/ sororis et eam, quae cum fratre quondam nuptiali iure habitaverat, uxorem legiti-
mam turpissimo consortio liceret amplecti, aut ut alia huiusmodi committerentur, viri bus care-
re decernimus, ne dissimulatione culpabili nefonda licentia roboretur, 'Sappiano tutti quan-
ti sono governati dalla nostra autorità che ci si deve astenere da nozze incestuose.
Decretiamo che siano privi di valore legale, affinché a causa di una colpevole co-
pertura non venga rafforzata una licenza nefanda, anche tutti i re scritti o provve-
dimenti legislativi specifici o le costituzioni empie che nel tempo della tirannide
hanno consentito ad alcune persone di dare il nome di matrimonio a una scelle-
rata convivenza, cosi che fosse lecito prendere in moglie, secondo le leggi, in
un'unione vergognosissima la figlia del fratello o della sorella e quella donna che
aveva coabitato con il fratello secondo il diritto nuziale, o che comunque fossero
commesse altre scelleratezze di questo genere'.

4.2. Arricchimento del lessico

È soprattutto la validità universale delle leggi in tutti i settori del vivere


e in ogni angolo dell'impero, e la correlata progressiva eliminazione delle

200
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

autonomie locali, che inducono il legislatore ad arricchire il lessico della


legislazione nel tardo Impero, comunque dopo il III sec., introducendo
sinonimi piu comprensibili o efficaci in questa o quella provincia, in que-
sto o quel contesto sociale, grecismi piu o meno integrali. Sovente si tratta
di forme sconosciute diversamente, cioè non documentate altrove, ma
solo nella tradizione giuridica: è il caso di agrariensis, 'nave che trasporta
prodotti campestri e naviga lungo i corsi dei fiumi'; alethinocrnsta, -ae, 've-
stito di color porpora'; ardiniensis, 'pane di bassa qualità'; curagendarius, 'am-
ministratore'; curatoridus, 'cavallo a disposizione degli agenti pubblici';jla-
turarius, 'colui che fonde i metalli'; parabalani, 'personale addetto alla cura
dci malati nella chiesa di Alessandria, infermieri probabilmente di bassa
condizione sociale'; paracharacta, -ae (gr. parachardktes), 'falsificatore di mo-
nete'; parapetasius, 'edificio che serve di rifugio'; prototypia, -ae, 'reclutamen-
to di soldati'; proximatus, 'la dignità di stare vicino all'imperatore'; spatangius
(gr. spatdnges), 'riccio di mare'.
Alcuni esempi di contesti da cui sono tratti i termini sopra riportati,
possono aiutare a capire le motivazioni e le finalità di questo arricchimen-
to del lessico, nel senso che dai contesti si evince chiaramente quanto il
legislatore diviene attento nei confronti di attività produttive particolari o
locali, quanto è preoccupato di farsi intendere anche dai provinciali, quan-
to piu capillare e insieme opprimente si è fatta la burocrazia, quanto la
legislazione si occupi di "minuzie" riguardanti la quotidianità anche dei
ceti inferiori, ecc.
Leggiamo dunque alcuni passi in cui ricorrono talune delle parole di
cui sopra. Codice di Teodosio (lib.14 tit.17 cast. s; li b. 9 tit. 21 cast. 6; lib. 6
tit. 29 cast. t):
id populum: civis romanus, qui in viginti panibus sordidis, qui nunc dicUiztur ardinienses,
•JIIillquaginta urzcias comparabat, triginta et sex uncias in bucellis sex mundis sine pretio
'''llscquatur, ita ut ius in his nullus habeat officialis, nullus servus, nemo qui aedijìciorum
JWcipiat panem, 'Al popolo: il cittadino romano che con 20 pani di bassa qualità che
ora sono chiamati ardiniemes si procurava 50 once di pane [un'oncia equivale a ca.
30 g.], ora ottenga senza pagare 36 once in sei pani bianchi, facendo in modo che
.1 questi pani non abbia diritto alcun funzionario, alcuno schiavo, nessuno che
percepisce il pane delle strutture da cui dipende'.

201
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Comperimus nonnullos flaturarios maiorinam pecuniam non minus criminose quam cre-
bre separato argento ab aere purgare. Si quis igitur post haecJuerit in hac machinatione depre-
hensus, capita/iter se Jecisse cogrzoscat, 'Sappiamo che alcuni fonditori di metalli non
meno criminosamente che frequentemente ripuliscono di argento separandolo
dal bronzo le monete grandi; se qualcuno dopo queste disposizioni sarà sorpreso
in questa truffa, sappia che lo ha fatto a rischio di pena capitale'.

Ii, quos curagendarios sive curiosos provincialium consuetudo appellat, proprio arbitrio
quos esse reos putaverintJeralibus carcerum tenebris mancipare non dubitant, 'Costoro che
i provinciali chiamano per consuetudine curagendarios o curiosos, non esitano a con-
dannare, con propria decisione, coloro che abbiano ritenuto rei, alle fatali tenebre
del carcere.

4-3· Ampollosità, prolissità, affettività

Nel quadro di un concetto dell'autorità laica, paternalistico e assoluti-


stico, nella situazione di una invadenza crescente degli spazi del potere
da parte della chiesa cattolica e della sua gerarchia, nel contesto di un no-
stalgico recupero dei grandi letterati del passato (vd. vol. I cap. 7, 2.3-5,
cap. 8, 3-3-5), si assiste, nella stesura delle leggi nelle varie forme, ai fe-
nomeni di una crescente elaborazione retorica del dettato legislativo,
all'amplificazione dei titoli onorifici (vol. I cap. 8, 4.2.8), all'inserimento
nel linguaggio normativa, di per sé asettico, di una serie di espressioni e
parole che tradiscono l'emotività del legislatore. I.:elaborazione retorica
del dettato legislativo è resa possibile anche grazie ai burocrati che mate-
rialmente redigono il testo normativa, i quali sono "allevati" nelle scuole
superiori di diritto. l:amplificazione dei titoli onorifici risponde alla ne-
cessità di esaltare le autorità agli occhi dei sudditi, dagli imperatori ai di-
gnitari ecclesiastici, come grandi benefattori e padri scelti da Dio per go-
vernare il popolo, di ottenere il consenso delle masse, di creare sicurezza
in un'epoca in cui tutto vacilla, compresa l'economia (vd. vol. I cap. 7, 2.3,
cap. 8, 2.3). I.:emotività rispecchia la commistione, provocata soprattutto
dall'insegnamento cattolico, di morale e legge, di diritto umano e di-
vmo.
Facciamo solo un paio di esempi. Epistula dell'imperatore di Oriente

202
4 LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

Leone all'Imperatore di Occidente Antemio del469, riportata nel Codice


di Giustiniano (lib.1 tit. 3 cost. 30 par. 2):
Projecto enim quis locus tutus et quae causa esse poterit excusata, si veneranda dei tempia
pccuniis expugnantur? Quem murum integritati aut vallum fldei providebimus, si auri
sacra James penetraii a veneranda proserpit? Qui d denique cautum esse poterit aut securum,
si sanctitas incorrupta corrumpitur?, 'In verità quale luogo sarà sicuro, quale cosa
potrà essere risparmiata, se i venerandi templi di Dio sono espugnati con il de-
naro? Quale vallo potremo prevedere a difesa dell'integrità, quale muro a difesa
della fede, se la esecranda fame dell'oro si insinua nei penetrali venerandi? Che
cosa in fine potrà essere rispettata o sicura se la santità incorrotta viene cor-
rotta?'.

Decreto dell'imperatore Zenone del 477. riportato nel Codice di Giu-


stiniano (lib.1 tit. 2 cost.16):
Decernimus, ut antiquatis ac inflrmatis junditus, quae contra ipsum orthodoxae religionis
dcum quodammodo Jacta sunt, in integrum restituantur universa et ad suum ordinem revo-
cmtur, quae ante profectionem nostrae mansuetudinis de orthodoxae religionis fide et sanctis-
si ma rum ecclesiarum et martyriorum sta tu flrmiter obtinebant, 'Decretiamo che, trattan-
dosi di decisioni superate e annullate pienamente, tutto quanto è stato fatto in
certo modo contro lo stesso dio della religione ortodossa, tutto sia ricondotto
nella condizione primitiva e tutto sia restituito al suo ordine, quanto prima della
partenza della nostra mansuetudine ottenevano dalla fede della religione orto-
dossa e dallo stato legale delle santissime chiese e tombe dei martiri senza che
nessuno mettesse in discussione la cosa'.

Nel primo esempio si notino le seguenti figure retoriche: anafora: quis


focus ... quae causa, quem murum ... quid denique .. .; parallelismi: i tre periodi
sono costruiti in parallelismo strutturale, tutti e tre si compongono di una
condizionale interrogativa che segue e di una principale che precede; cli-
lllax: il contenuto delle condizionali è sempre piu grave dal punto di vista
etico, infatti si va dalla violazione dei tempia, alla corruzione della stessa
sanctitas. Si considerino anche le riprese poetiche, termini e iuncturae: auri
sacra fames (Virgilio), penetralia (Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Pao-
lina da Nola), proserpit, verbo in uso presso Plauto, poi in Apule io e infine
abbastanza frequente in cristiani come Ambrogio con valore di subdola

203
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

penetrazione in riferimento al male e al peccato; infine si ponga attenzio-


ne ai riecheggiamenti della grande prosa e dei piu importanti pensatori
cristiani: expugnare pecunia {Cicerone), veneranda penetralia (Apuleio), incor-
rupta sanctitas (Cipriano, Agostino, ecc.).
Nel secondo esempio si osservino i neologismi antiquatus e inflrmatus, e
l'appellativo imperiale mansuetudo che rientra nel quadro della presenta-
zione paternalistica dell'imperatore. Si noti infine anche la prolissità del
dettato.
I:emotività che traspare anche nei due esempi sopra riportati, in parti-
colare nelle espressioni auri sacra Jàmes, veneranda penetralia, incorrupta sancti-
tas, o in quello sopra riportato (4.1) in specie nelle iuncturae turpissimo consor-
tio e nefanda licentia è confermata dalla frequenza in testi legislativi di paro-
le come abominabilis, abominamur, odiosus, detestabilis, detestatus, ecc. In so-
stanza il legislatore tardo-antico è «uno che ama e odia)) {Lanata, p. 67).
Un ulteriore esempio di ricerca di emotività nel linguaggio giuridico di
epoca tarda può essere il ricorso a un certo lessico medico, per cui il male
morale (per es. l'eresia) viene denominato con termini che designano
gravi malattie o pestilenze e il legislatore presentato quasi come un medi-
co che, vietando e comminando pene, si comporta come un dottore buo-
no che cura il malato. Si vedano ad es. nel Codice di Teodosio i seguenti
passi: lib. 16 tit. 5 cost. 65, o lib. 16 tit. 4 cost. 2, o lib. 16 tit. 5 cost. 6, e molti
altri, in cui l'eresia viene presentata come insania, 'follia'; pestis, 'peste'; la bes,
'pestilenza'; conta.{!iv, 'infezione'; eruptio, 'emorragia'. All'ingresso di una ter-
minologia medica coinvolgente nel linguaggio giuridico del tardo Impe-
ro, almeno in contesti di legislazione religiosa, può aver contribuito la
letteratura cristiana in genere e quella apologetica cristiana. In questa il
ricorso a immagini mediche è frequente e nasce dai parallelismi quali
animaicorpo, Cristo/medico.

5· STORIA, LETTERATURA, LINGUA


Quanto esposto permette di intravedere una serie di nodi, o connessio-
ni tra storia del diritto, ma anche storia tout court, letteratura giuridica e
non, e lingua. Piu evidenti appaiono i seguenti:

204
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

a) la patina di arcaicità riscontrabile soprathltto nel linguaggio delle leg-


gi se è il frutto di un conservatorismo, proprio di chi possiede il potere, è
anche il risultato di una tradizione di legiferazione, che affonda le sue ra-
dici in epoca regia; non da ultimo rappresenta anche un ornamento che al
testo dona rispettabilità, venerabilità e prestigio;
b) il carattere della brevità e concisione, che si esplica nelle ellissi, nel
periodare essenziale, nelle definizioni e cosi via, è certamente il frutto
della familiarità degli addetti con la materia, e in questo senso è un ele-
mento proprio di ogni lingua settoriale; insieme tuttavia, esso è anche,
nell'ambito dei giuristi, il risultato sia di una tradizione di oralità che risa-
le alle epoche piu antiche, anteriori alle leggi scritte, sia dell'assenza di
formazione retorica, almeno fino al II sec. a.C.;
c) la puntigliosità nei dettagli, apparentemente in contrasto con la con-
cisione, risponde all'esigenza di eliminare possibili scappatoie per il desti-
natario della norma e, non a caso, si esplica soprathltto nei divieti;
d) l'ampollosità del linguaggio, il ricorso a forme astratte e non concre-
te, un certo coinvolgimento emotivo riscontrabile nel linguaggio giuridi-
co del tardo Impero, il tutto è in netto contrasto, con i caratteri di conci-
sione, di arcaicità, riscontrabili nello stesso linguaggio del periodo delle
origini e del periodo classico. Questo capovolgimento di stile e linguaggio
è coerente con il capovolgimento della concezione dello stato o meglio
della concezione del potere, che diventa assoluto, illuminato, paternalisti-
co; ed è in linea anche con la formazione degli uomini che scrivono le
leggi, burocrati di formazione retorica;
e) il grande uso da parte della letteratura profana di tecnicismi giuridici,
praticamente in ogni genere letterario, è in linea con la formazione del
pubblico (abituato, già fin dall'adolescenza, a cimentarsi con testi giuridi-
ci) e, data la collocazione "alta" o di prestigio, si presta a elevare il tono di
determinati contesti, ma anche a suscitare comicità, quando il tono alto
dc! linguaggio giuridico contrasta con l'argomento o il personaggio;
f) l'introduzione, nella legislazione del tardo Impero, di cristianismi è
la conseguenza inevitabile del "grande compromesso": lo stato fa propria
l'ideologia cristiana e la chiesa accetta la protezione-interferenza dello
stato.

205
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

6. BIBLIOGRAFIA

2.1. A. BERGER, Encyclopedic Dictionary of Roman Law, Philadelphia, American


Philosophical Society, 1953: strumento di lavoro ancora fondamentale per cono-
scere concetti, strutture, realtà, linguaggio del diritto romano; A. ScHIAVONE, I
saperi della città, in StR, vol. 1 pp. 546-74: il saggio lumeggia i rapporti tra diritto,
religione e politica in epoca regia e nei primi secoli repubblicani; Io., Pensiero
giuridico e razionalità aristocratica, in StR, vol. nlt pp. 415-78: lo studio colloca la tra-
sformazione del diritto in scienza tra fine Repubblica e primo Impero nel suo
contesto economico, culturale; Io., Dai giuristi ai codici. Letteratura giuridica e legisla-
zione nel mondo tardoantico, in StR, vol. m/2, pp. 963-83: con i due precedenti, il
presente completa, in un'ottica ampiamente interdisciplinare, il panorama della
storia del diritto romano; R. WITTMANN, Thesaurus und Romisches Recht, in Wie di e
Bldtter am Baum, so wechseln die Worter, a cura di D. KRbMER, Stuttgart-Leipzig,
Teubner, 1995: un utile "promemoria" per colui che si occupa di lingua giuridica
romana circa l'importanza e l'utilità del Thesauruslinguae latinae; M. Ducos, Roma
e il diritto, trad. it. Bologna, Il Mulino, 1998 {ed. or. Paris, Librairie Générale, 1996):
manualetto essenziale e agevole, che introduce a temi importanti come le fonti
del diritto, il cittadino e la società, la procedura, ecc. Prezioso il glossarietto dei
termini tecnici in appendice; Ab urbe condita. Fonti per la storia del diritto romano
dall'età regia a Giustiniano, a cura di N. PALAZZOLO et al., Catania, Torre, 2002 3 : rac-
colta di passi latini con traduzione, a documentazione della storia del diritto ro-
mano, sistemati per argomenti e in ordine cronologico: personaggi, istituti, lette-
ratura, formazione dei giuristi, fatti storici e altro; G. ScHERILLO-F. GNoLI, Diritto
romano. Lezioni istituzionali, Milano, LEo, 2003: manuale universitario, agevole in-
troduzione ai concetti e agli istituti fondamentali del diritto romano; U. MANTHE,
Diritto privato romano, in GRAF, Introduzione, ci t, pp. 596-622: essenziale introduzio-
ne al diritto romano: sintesi del diritto civile, succinta storia e fonti del diritto ro-
mano; Dizionario giuridico, Napoli, Simone, 2006 4 : strumento di consultazione
rapido, di interesse soprattutto per principianti.
2.2.1. Per le varie fonti primarie oggi si dispone di edizioni scientifiche affida-
bili. Ecco le piu importanti e insieme piu facilmente reperibili. Legislazione ante-
riore a Giustiniano: S. RiccoBoNo et al., Fontes iuris romani anteiustiniani, 3 voli.,
Firenze, Barbera, 1940-19692 : i tre volumi sono dedicati, nell'ordine, a leges, auctores
e negotia; M. H. CRAWFORD, Roman Statutes, 2 voli., London, Institute of Classica!
Studies, 1996: contiene leggi di tradizione diretta giunte a noi per via epigrafica;
per ogni documento: introduzione, testo, traduzione, apparato critico e com-
mento. Nell'introduzione si può leggere anche un capitolo, il 12, sui caratteri

206
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

della lingua delle leggi; P. KRUGER et al., Corpus Iuris civilis, 3 voli., Berlin, Weid-
mann, 1872-1895 (rist. an. dell'edizione 1928-1929, Dublin-Zi.irich, Weidmann,
1988-1989): i tre volumi contengono, nell'ordine, Corpus iuris civilis, Institutiones e
Digesta. Esistono varie traduzioni in lingue moderne del Corpus iuris: per l'italiano
completa e corredata di note, ma invecchiata, è quella di G. VIGNALI, Corpo del
diritto, a cura di di D. GoTOFREDO e C.E. FREIESLEBEN, voli. 1-111, Napoli, Pezzuti,
1856, e voli. Iv-x, Napoli, Morelli, 1857-1862; recente ma parziale è quella S. ScHJ-
PANI, Iustiniani Augusti Digesta seu pandectae, testo e trad., di cui sono usciti i voli. I-
m, Milano, Giuffrè, 2005-2008.
2.3. A. D'oRs, Letteratura giuridica, in AA.W., Introduzione allo studio della cultura
classica, Milano, Marzorati, 1973, vol. 11 pp. 117-45: rassegna ancora utile (anche se
invecchiata) della letteratura giuridica, dalle leges, agli editti, alle formule proces-
suali, ai testi della giurisprudenza, agli autori e cosi via, in cui sono presentati e
discussi anche problemi filologici, come la trasmissione, i caratteri stilistici, il con-
testo culturale; D.M. BERTONE, Il testo giuridico, in SLeRA, vol. 1 pp. 433-68: presen-
tazione e descrizione, in forma piana e accessibile ai principianti delle varie forme
della produzione giuridica dell'Antichità;J.H. MICHEL, Eléments de droit romain à
/'usage des juristes, des latinistes et des historiens, Bruxelles, ULB, 1998: manuale pratico
in cui si affrontano tematiche di natura filologica, ma non solo, relativamente ai
testi giuridici; F. AReARlA, Le fonti di produzione del diritto romano. Epoca classica e
postclassica, Catania, Torre, 2001 2 : utile manualetto di introduzione alle fonti del
diritto, ordinate anche cronologicamente: leggi, senatus consulta, editti magistra-
tuali, atti del principe e altro;J.-L. FERRARY, I.:épigraphiejuridique romaine: historio-
graphie, bi/an et perspectives, in Le monde roma in à travers /'épigraphie: méthode et pratiques.
Actes du XXIv" Colloque international de Lille, 8-10 novembre 2001, a cura di J.
DESMULLIEZ, Lille, Press de l'Univ. Ch. De Gaulle, 2005: un'ampia rassegna del
patrimonio giuridico di tradizione epigrafica scoperto piu o meno recentemente,
cd estesa bibliografia.
2.4. G. CALBOLI, La lingua latina tra giuristi e retori, in Il latino del diritto. Atti del
Convegno internazionale, Perugia, 8-10 ottobre 1992, a cura di S. ScHIPANI e N.
ScJVOLETTO, Roma, Univ. Tor Vergata, 1994, pp. 63-75: mostra i rapporti tra giu-
risti e retori, due categorie sociali e due professioni sovente coincidenti nella
stessa persona, e insieme rileva una diversa apertura del linguaggio retorico ri-
spetto a quello giuridico nei confronti dell'innovazione; P. PoccETTI, Latino e di-
ritto: vicende di una specularità, in Il latino del diritto, cit., pp. 3-38: vengono sottolinea-
ti alcuni aspetti della lingua del diritto di epoca repubblicana: oralità, autonomia,
influsso sulle lingue italiche, ma anche antichissima fissazione nella scrittura.
2.6. I saggi che affrontano il tema dell'uso del linguaggio giuridico nella lette-

207
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ratura d'arte sono numerosi. Eccone alcuni tra i piu significativi e/o recenti: A.
CENDERELLI, Varroniana. Istituti e terminologia giuridica nelle opere di M. Terenzio Var-
rone, Milano, Giuffré, 1973: Varrone è fonte importante per la conoscenza di un
diritto romano vivo, attuale, concretamente rispondente alla pratica quotidiana;
J.W TELLEGEN, The Roman Law ofSuccession in the Letters ofPliny the rounger, Zut-
phen, Terra Publishing, 1982: le Lettere di Plinio il giovane rivelano una profonda
e sicura conoscenza del diritto quale esso era praticato ai tempi; G. MoRETTJ,
Lessico giuridico e modello giudiziario nellafavolafedriana, in <<Maia,,, a. XXXIV 1982, pp.
226-40: il lessico giuridico è presente, ove piu ove meno, in tutta la raccolta di fa-
vole, anche in funzione retorica, non solo come possibile riflesso delle vicende
giudiziarie dell'autore; M. Ducos, Sénèque et le monde du droit, in Présence de Sénèque,
a cura di R. CHEVALLIER e R. PmGNAULT, Paris, Touzot, 1991, pp. 109-26: raccolta
ed esame di una serie di allusioni alle leggi e ai tribunali nell'opera di Seneca; M.
Ducos, Horace et le droit, in REL, a. LXXII 1994, pp. 79-89: oltre a esaminare il passo
oggetto di questa sezione, l'autore tratta delle convinzioni oraziane in merito
all'origine del diritto; G. LoTITO, Linguapgio giuridico e linguapgio filosofico in Seneca.
La prima lettera a Luci/io, in Per la storia del pensiero giuridico. Da Augusto agli Antonini.
Atti del seminario di S. Marino, 12-14 gennaio 1995, a cura di D. MANTOVANI, To-
rino, Giappichelli, 1996, pp. 111-45: nel saggio viene studiato l'uso senecano dita-
lune parole ed espressioni tecniche giuridiche (si bi vindicare, suus esse, manus iniectio,
ecc.) e se ne sottolinea la funzione, non tanto cognitiva, quanto «esortativa,,;].
STERN, Iuris peritorum eloquentissimus, eloquentium iuris eloquentissimus: à propos de /'in-
terprétation de quelques textes littéraires concernant le droit successoral, in RPh, a. LXXI 1997,
pp. 133-45: esame di una serie di passi di Cicerone, Svetonio, Valerio Massimo, a
dimostrazione della necessità di conoscere il linguaggio giuridico per intendere il
senso anche di luoghi della letteratura profana; G. SANTI NI, Aspetti de/lessico giuri-
dico in Draconzio, De raptu Helenae (Romul. 8), in Tra IV e V secolo. Studi sulla cultura
lathza tardoantica, a cura di L GuALANDRI, Milano, Cisalpino, 2002, pp. 253-96: una
puntuale disamina di parole ed espressioni rivela in Draconzio un consapevole e
articolato uso del lessico giuridico, anche in situazioni non necessariamente ri-
conducibili al diritto; O. RoBINSON, Quintilian (Book m} and his Use ofRoman Law,
in Quintilian and the Law, a cura di O. TELLEGEN-CouPERUS, Leuven, Leuven
Uni v. Press, 2003, pp. 59-67: Quintiliano è fonte importante per il diritto proces-
suale, ma da usare con cautela, in quanto i suoi riferimenti passano piuttosto at-
traverso Cicerone; M.G. SASSI Mosci, Il matrimorzio di Medea e Giasone: metafore
giuridiche in Ov. Epist. 12, in <<Paideia", a. LVIII 2003, pp. 139-55: il saggio coglie una
serie di allusioni piu o meno esplicite a formule e istituti giuridici (stipulatio, obli-
gatio, vocatio in ius, ecc.), funzionali a presentare Medea come donna consapevole

208
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

dei suoi diritti, forte e determinata, peraltro in linea con l'ascesa sociale e cultura-
le del sesso femminile in epoca augustea (vd. vol. I cap. 4, 2.4); L.F. CoRALUPPI, Uso
retorico de/lessico giuridico nel 'de Tobia' di Ambrogio: considerazioni preliminari, in Nuovo
c antico nella cultura greco-latina di IV e VI secolo, a cura di l. GuALANORJ, F. CoNCA e
R. PASSARELLA, Milano, Cisalpino, 2005, pp. 685-730: acuto esame articolato di
termini, come sors, thesaurus, caput, e delle allusioni che comportano, se intesi nel
loro valore tecnico giuridico.
Sui legami tra giurisprudenza e retorica hanno scritto in tempi recenti: L. CAL-
nou MoNTEFusco, La dottrina degli "status" nella retorica greca e romana, Hildesheim-
Zlirich-New York, Olms-Weidmann, 1986: un'ampia ricerca fondata sui testi per
una visione d'insieme della dottrina degli status; EAo., Logica, retorica egiurispruden-
za nella dottrina degli status, in MANTOVANI, Per la storia, cit., pp. 209-28: indica nella
dottrina degli status un punto di incontro tra retorica e attività giudiziaria; S. TA-
FARO, Ambiguitas, in Il latino del diritto, cit., pp. 96-150: anche dal senso attribuito
dagli antichi giuristi alle forme ambigere, ambiguitas e ambiguus, si può evincere una
intenzionale applicazione delle tecniche dell'arte retorica; G. CALBOLI, Die Topik
ilz ]urisprudenz und Rhetorik, in Topik und Rhetorik: ein interdiszipliniires Synposium, a
cura di TH. ScHIRREN e G. UEDING, Tiibingen, Niemeyer, 2000, pp. 555-65: lato-
pica costituisce appunto l'elemento comune che lega le arti della retorica e quella
della giurisprudenza.
3· W. KALB, DasJuristenlatein. Vt?rsuch einer Charakteristik aufGrundlage der Digesten,
Ni.irnberg, Sebald, 1888 (rist. an. Aalen, Scientia, 1961): si tratta del primo studio
sulla lingua giuridica, ricco di materiale, ma ormai invecchiato nel metodo e an-
che nei dati; B. BIONDI, La terminologia romana come prima dommatica giuridica, in Io.,
Scritti giuridici, Milano, Giuffrè, 1965: il saggio variamente rielaborato rispetto a
stesure precedenti, tratta dell'evoluzione del lessico giuridico da comune a tecni-
co, nella sostanza meritevole di attenzione, ma scarsamente efficace a causa della
mdeterminatezza dei concetti di "comune" e "tecnico", come anche dell'appros-
simazione nella scelta della documentazione; G. PAscucci, Aspetti de/latino giuri-
diw, in «Sntdi italiani di Filologia classica11, a. XL 1968, pp. 3-43 (rist. in Io., Scritti,
ci t., vol. I pp. 309-50): lavoro importante e basilare, sopratnltto per la evidenziazio-
ne degli aspetti arcaici e insieme anche volgari del latino giuridico; lo., Diritto, ci t.
pp. 161-73 (rist. in lo., Scritti, ci t., vol. 1 pp. 353-69); F. ScHULZ, Storia della giurispru-
dmza romana, trad. it. Firenze, Sansoni, 1975 (ed. or. Weimar, Bohlaus Nachfolger,
1961): osservazioni puntuali sulla lingua giuridica alle pp. 174-78, 465-70, 585-87; A.
CARCATERRA, Struttura de/linguaggio giuridico-precettivo romano, Bari, Cacucci, 1968, e
In., Semantica degli enunciati normativo-giuridici romani. Intepretatio iuris, ivi, id., 1972: i
due saggi tentano di precisare il concetto di "tecnico" e non, nel linguaggio giuri-

209
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

dico, a livello di lessemi e di semantemi; talora fantasiosi, talora superficiali sono


comuque ricchi di spunti e di materiale interessanti; S. BoscHERINI, La lingua
della lepge delle xu Tavole, in Società e diritto nell'epoca decemvirale. Atti del Convegno di
Diritto romanzo, Capannello, 3-7 giugno 1984, Napoli, Esi, 1988, pp. 45-54: inte-
ressante puntualizzazione di alcuni caratteri linguistici; M. Ducos, Droit, esthétique
et rhétorique à Rome: La notion d"élegantia iuris' chez !es juristes romains, in <<Helmanti-
ca», a. L 1999, pp. 345-59: la ricerca, condotta su testi giuridici del medio Impero,
secc. II e III, ne testimonia la volontà di eleganza formale, accanto a quella della
chiarezza e della semplicità;J.H. MICHEL, Le droit romain et l'oralité en latin, in De
lingua latina. Novae quaestiones, cit., pp. 971-80: articolo incentrato sui caratteri lin-
guistici riconducibili all'oralità nei documenti piu antichi del diritto romano in
particolare le XII Tavole; DE MEo, Lingue, pp. 68-131, 395-409.
3.1.2. G. CALBOLI, Latin vulgaire et latin juridique, in LavLat, vol. IV pp. 613-32:
contestazione della presenza del volgarismo {definito un "fantasma") nel linguag-
gio delle leggi e dei giuristi.
3.1.3- M. Ducos, La formation du lexique juridique latin: des pontifS aux prudents, in
<< Voces», a. vm-Ix 1997-1998, pp. 155-70: il lessico giuridico di epoca arcaica e clas-
sica si presenta vario: arcaismi, volgarismi e neologismi di epoca augustea.
J.2.1.J.B. HoFMANN-A. SzANTYR, Stilistica latina, a cura di A. TRAINA, trad. di B.
PIERI, aggiorn. di R. 0NIGA, Bologna, Pàtron, 2002.
3.2.3. R. MARTIN!, Di nuovo sulla dtifìnitio. Fra retorica egiurisprudenza, in «Labeo,,,
a. xu1995, pp.169-8o: un confronto tra Quintiliano e Giavoleno giurista, contem-
poranei, dimostra l'applicazione nella definizione degli schemi della retorica.
J.3. Sulla esigenza di chiarezza, anche a scapito dell'eleganza della lingua, so-
prattutto in Gaio, ma anche in Ulpiano e altri, si sofferma con numerosi esempi
W KALB, Ober di e Latinitiit des Juristen Gaius, in ALLG, a. 1 1884, pp. 82-92.
3.3.1. M. KAsER, Zur juristischen Terminologie der Romer, in Studi in onore di Biondo
Biondi, 2 voll., Milano, Giuffrè, 1965, pp. 98-142: il saggio, limitatamente alle fonti
arcaiche e classiche, e al diritto privato, evidenzia la predilezione, nella letteratura
giuridica, per il verbo rispetto al sostantivo da esso derivato.
4.1. P.-P.JoANNOU, La législation imperiale et la christinisation de l'empire romain (311-
476), Roma, Pontificium Institutum Orientalium Studiorum, 1972: rassegna di
leggi e provvedimenti vari presi dagli imperatori ma ispirati a problematiche cri-
stiane, il tutto è preceduto da una buona introduzione; G. DE BoNFILS, La termi-
nologia matrimoniale di Costanzo II. Uso della lingua e adattamento politico, in «Labeol>,
a. XLII 1996, pp. 254-66: il ricorso a espressioni insolite per definire il matrimonio
illegittimo è da ricondurre alla volontà di sottolinearne la condanna insieme lega-
le e morale, non a ignoranza della lingua da parte dell'estensore della legge.

210
4 · LATINO GIURIDICO O DEGLI AVVOCATI E GIURECONSULTI

4.2. H. KROGER, Bemerkungen ii ber den Sprachgebrauch der Kaiserkostitutionen im 'Co-


d~·x justinianus',
in ALLG, a. x 1898, pp. 246-52 e a. XI 1900, pp. 453-67: vengono
esaminati l'uso, la diffusione e il significato di alcuni termini chiave nelle Costitu-
zioni imperiali e altrove, in alcuni casi si rileva un arricchimento e comunque
un'evoluzione del vocabolario nel tempo, il saggio ha tutti i limiti tipici dell'epo-
ca, in primis l'assenza della contestualizzazione del fatto linguistico; B. PASTOR DE
AROZENA, Hapax legomena en el 'Codex Theodosianus', in <<Emerita>>, a. XL 1992, pp.
143-50: un ampio elenco di hapax nel Codice di Teodosio e la loro collocazione
socioculturale; EAD., Retorica y burocracia: hapax y prima dieta en ellenguaje de las can-
(cllerias, in <<Latomus», a. uv 1995, pp. 370-76: si sottolinea, con opportuni esempi,
la tendenza all'uso e abuso di parole e forme ampollose, anche a danno della
chiarezza e della concisione.
4·3· W.E. Voss, Recht und Rhetorik in der Kaisergesetzen der Spiitantike, Frankfurt
a.M, Lowenklau, 1982: si analizzano e sottolineano gli elementi retorici della le-
gislazione tardo-antica; G. LANATA, Sul vocabolario della legge nelle Novelle, in EAD.,
Società e diritto nel mondo tardo antico, Torino, Giappichelli, 1994, pp. 63-82: con una
serie di esempi evidenzia la partecipazione emotiva del legislatore, rivelata da
vari termini ed espressioni del tutto inusuali nei testi normativi delle epoche
precedenti. I.:indagine è condotta sul testo greco, ma le motivazioni e i caratteri
sono trasferibili anche alla versione latina; M. V. EscRIBANO PANO, El uso del voca-
holario médico en las leyes del 'Codex Theodosianus', in La cultura scientijìco-naturalistica
11ci padri della chiesa (I-V sec.). xxv Incontro di studiosi dell'Antichità cristiana, Ro-
ma, 4-6 maggio 2006, Roma, Institutum Patristicum Augustianianum, 2007, pp.
605-26: un buon saggio in cui si documenta con esempi l'uso e la funzione della
terminologia medica nella legislazione del tardo Impero.

211
5

LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

1. PREMESSA

Il latino degli agricoltori e la letteratura agricola latina hanno suscitato


l'interesse di numerosi studiosi nel secolo scorso, sia linguisti, sia letterati,
sia storici dell'economia. L'interesse trova la sua motivazione principale
nella centralità e primarietà delle attività agricole nella vita sociale ed eco-
nomica degli antichi Romani, soprattutto di epoca regia e primo-repub-
blicana, ma anche in quella tardo-antica e romano-barbarica.
Sono state prodotte varie storie dell'agricoltura romana, un discreto
numero di saggi sulla lingua di singoli scrittori agricoli latini, numero-
se indagini lessicali e semantiche su singoli termini o campi semantici
del settore, sull'uso poetico e letterario di questo linguaggio in scrittori
d'arte.
Ciò che ancora è da scrivere, anche nel caso della lingua agricola, è un
lavoro di sintesi completo, che tratti non solo di lessico ma anche di sintas-
si e di stile, che sia sincronico e diacronico. L'unico tentativo di definizione
globale, almeno per alcuni caratteri piu vistosi, è il capitolo dedicato all'ar-
gomento da De Meo, Lin~ue, tentativo che tuttavia è privo di una impo-
stazione diacronica. Nemmeno con il presente capitolo si pretende di af-
frontare l'argomento in modo globale ed esaustivo, ma come sopra ci li-
mitiamo a sintetizzare quanto la ricerca ha finora appurato da ogni pro-
spettiva.
Prima di entrare in argomento è opportuno precisare che cosa inten-
diamo quando parliamo di agricoltori e di lingua agricola in riferimento
al mondo antico, anche al fine di giustificare l'impostazione del capitolo e
la selezione degli argomenti.
Per agricoltori intendiamo ciò che gli antichi significavano con i due
termini chiave del settore, a~ricola e rusticus: una gamma di soggetti molto
ampia, dal punto di vista culturale, sociale e professionale: proprietari ter-

212
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

rieri (piccoli e grandi, colti e incolti), lavoratori dei campi (schiavi e non,
specializzati in culture particolari o meno), pastori e allevatori (schiavi e
liberi, specializzati o meno in determinati allevamenti). Per lingua agrico-
la si può intendere, conseguentemente, tutto quanto poteva essere tipico
di questo variegato insieme di persone (fonetica, lessico, stilemi, sintag-
mi), in riferimento all'agricoltura.
Al di là delle intenzioni, in concreto, la descrizione della lingua agrico-
la cosi intesa urta tuttavia in una difficoltà preliminare considerevole: la
natura delle fonti. A differenza di altre lingue socialmente marcate (per
esempio quella medica o quella giuridica) quella agricola è documentata
nella quasi totalità in opere scritte da autori che, seppure indubbiamente
esperti di agricoltura, non esercitano direttamente il mestiere dell'agri-
coltore, non eseguono materialmente i lavori agricoli. Si tratta di perso-
naggi che appartengono alle categorie sociali dei grandi proprietari terrie-
ri, degli equites o dei senatori, che hanno rilevanti interessi culturali, filo-
sofici, ecc., che posseggono un'alta formazione retorica e che infine non
scrivono tanto per i loro dipendenti, quanto per la medesima categoria
sociale cui appartengono. Se tenessimo conto, acriticamente, delle infor-
mazioni derivanti da queste opere, come documento della lingua dei la-
voratori dei campi, cadremmo nell'assurdo di attribuire alla loro lingua,
tanto per fare un esempio, le immagini poetiche virgiliane riprese da Co-
lumella.
Volendo rimanere nei limiti del presente manuale, senza rinunciare a
fornire un quadro il piu realistico possibile della lingua agricola in uso
presso i lavoratori della terra, cercheremo, nella sezione 3, di individuare
alcuni caratteri che effettivamente possono essere attribuiti al parlante
lavoratore, pur partendo dalle fonti di cui abbiamo appena detto. Se è in-
fatti molto probabile che il proprietario terriero conosca e intenda il lin-
guaggio dei lavoratori, e per ciò ne sia per noi testimone affidabile, non è
vero il contrario.
Al termine della sezione dedicata ai caratteri del latino rustico parlato
dai lavoratori agricoli, ne aggiungiamo una breve dedicata al linguaggio
dci grandi proprietari colti e ricchi, ovviamente in rapporto a tematiche
agricole.

213
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2. PRELIMINARI

È certamente utile, al fine di meglio comprendere la ratio di alcuni ca-


ratteri del latino agricolo e la loro evoluzione nel tempo, conoscere, alme-
no per sommi capi, quanto segue: a) tappe fondamentali nella storia
dell'agricoltura romana; b) fonti utili per la ricostruzione del linguaggio
agricolo; c) natura e tipologie della letteratura agricola; d) presupposti per
la sua differenziazione; e) coscienza della specificità del linguaggio agri-
colo da parte degli antichi; f) funzione e utilizzo del linguaggio agricolo
nella letteratura d'arte.

2.1. Storia deli'agricoltura romana


Gli storici dell'agricoltura romana propongono la seguente periodizza-
zione: epoca regia e prima Repubblica (secc. VIII-IV a.C.), medio-tarda
Repubblica e primo Impero (secc. III a.C.-I d.C.), medio e tardo Impero
(secc. 11-V).

2.1.1. Epoca regia e prima Repubblica (sea. VIII-IV a.C.). Si è creduto, fino a
un passato recente, che in questa fase fosse predominante l'attività pasto-
rale, oggi si tende a pensare che, in effetti, fossero sviluppate anche le atti-
vità piu propriamente agricole, come quelle della coltivazione dei cereali
e della vite. Costituiscono conferme indirette dello sviluppo dell'agricol-
tura una serie di divinità onorate all'epoca (testimonianza da Servio che a
sua volta riferisce la sua fonte: Fabio Pittore) come Vervactor, 'dio protetto-
re del maggese'; Insitor, 'dio protettore degli innesti'; Occator, 'dio della
zappatura' e altri (vd. anche cap. 3, 2.1.2), come anche varie feste religiose,
legate alle attività propriamente agricole, quali i Jornacalia, 'festa della dea
Fornace', istituiti dal re Numa per celebrare la torrefazione del farro; i
Robigalia, 'festa in onore della dea Robigo ('Ruggine del grano')' e altre. La
coltura della vite trova conferma in una serie di disposizioni o divieti attri-
buiti al re Numa.
In questo periodo domina, in modo assoluto, la piccola proprietà con-
sistente in pochi iugeri, coltivata direttamente per l'uso e il consumo della

214
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

famiglia, come confermano gli episodi e le notizie concernenti personag-


gi famosi quali Cincinnato, dittatore nel 458 a.C., come si deduce dalle
prime assegnazioni ai coloni del terreno sottratto ai nemici, nella dimen-
sione di pochi iugeri.

2.1.2. Medio-tarda Repubblica e primo Impero (sea. III a.C.-I d. C). I fatti piu
vistosi e caratterizzanti di questo periodo sono il continuo crescere delle
dimensioni delle aziende agricole considerate ideali (dai 20-50 ettari del-
l'epoca catoniana ai 2000-2500 dell'epoca di Columella), l'imporsi delle
culture specializzate, la produzione finalizzata al commercio e non solo
all'autoconsumo, l'organizzazione gerarchica e complessa dellajàmi/ia ru-
stica, 'insieme di dipendenti del dominus che risiedono in campagna'. Le
cause di questa trasformazione (che peraltro non è totale, nel senso che la
piccola proprietà, seppure marginale, sopravvive) vanno ricercate nelle
guerre continue con immense espropriazioni e vendite di terreno a prez-
zi stracciati, nella riduzione in schiavim di centinaia di migliaia di persone
tra i vinti, nell'abbandono della terra da parte dei piccoli proprietari deci-
mati dalle guerre e costretti a vendere per indebitamento (vd. vol. I capp.
2, 2.4; J, 2.4; 5, 2.J).

2.1.3. Medio e tardo Impero (sea. II-V d.C.). Elementi di continuità rispetto
all'epoca precedente sono la produzione in funzione del profitto e l'azien-
da di grandi dimensioni. Elementi di novità, peraltro in continua crescita
sono, in estrema sintesi, i seguenti: a) la diminuzione costante della mano-
dopera schiavile (si esauriscono le fonti di approvvigionamento degli schia-
vi); b) «la dissociazione della proprietà dalla coltivazione>> (Frézouls, p.
69), il diffondersi cioè della figura del colonus partiarius, 'mezzadro', che va
a sostituire quelle del colonus, 'affìtuario', e dello schiavo; c) la legittimazio-
nc della serviru della gleba; d) l'aumento delle terre incolte e delle colture
estensive con la correlata diminuzione delle specializzate; e) la progressi-
va autonomia, non solo economica, della villa rustica rispetto alla città che
peraltro si spopola.
Questi elementi si accentuano ulteriormente nei secoli delle invasioni
barbariche, perché aumentano le cause che ne sono alla base. Queste ulti-

215
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

me sono da ricercare nei fatti politici ed economici che le precedono e ac-


compagnano, come le grandi epidemie, l'instabilità politica, le pressioni sui
confini, gli alti costi dell'organizzazione statale e militare, il fiscalismo esa-
sperato, l'inflazione conseguente, ecc. (vd. vol. I capp. 6, 2.4; 7, 2.4; 8, 2.3).

2.2. Fonti per lo studio deli'agricoltura romana e della sua lingua

Anche per lo studio dell'agricoltura romana come della sua lingua pos-
siamo disporre di una serie di fonti di diverso genere. Le fonti letterarie
ovviamente sono le piu importanti, e tuttavia preziose sono le conferme
e il completamento che possono provenire dai reperti archeologici di va-
rio tipo e dall'epigrafia.

2.2.1. Fonti letterarie. Come nel caso degli altri linguaggi settoriali, le fon-
ti letterarie possono essere primarie e secondarie.

2.2.1.1. Primarie. Sono fonti primarie il De agri cultura di Catone, il De re


rustica di Varrone, il Bucolico n li ber (Bucoliche) e i Georgicon libri (Georgiche)
di Virgilio, i Libri rei rusticae e il Liber de arbori bus di Columella, le Edogae,
di Calpurnio Siculo, il De hortis di Gargilio Marziale, l'Opus agriculturae e
il De insitione di Palladio, il libro 17 (capp. 6-11) delle Etymologiae di lsidoro.
Fonti primarie sono anche i pochi frammenti a noi giunti di altre opere
agricole perdute, in particolare quelle dei Saserna padre e figlio, di Igino
Bibliotecario, Cornelio Celso, Giulio Grecino, e altri. A questa letteratu-
ra, diciamo "originale", vanno aggiunte due traduzioni latine, di cui re-
stano solo pochissimi frammenti, quella dei 28libri di Magone cartagine-
se, decisa dal senato nel146 a.C. ed eseguita da Silano e quella dell'Econo-
mico di Senofonte eseguita da Cicerone. Possono essere considerati fonte
primarie anche i libri 14-19 della Naturalis historia di Plinio, dedicati alla
vite, all'olivo e agli alberi da frutta, alla quercia, alle conifere e alle altre
piante boschive, al lavoro dei campi, alle piante coltivate e non commesti-
bili.
È appena il caso di sottolineare che ben superiori sono l'importanza e
l'utilità degli scritti agricoli di Catone, Varrone, Columella e Palladio, ai

216
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

fini della conoscenza e definizione del linguaggio agricolo, rispetto alle


opere in versi di Virgilio e Calpurnio Siculo.

2.2.1.2. Secondarie. Sono fonti secondarie, certamente di grande utilità,


quelle opere letterarie che contengono riferimenti alla vita e alla coltiva-
zione dei campi, talora anche in un contesto utopico: le commedie plau-
tine, alcune lettere di Cicerone e di Plinio il Giovane, la poesia di epoca
augustea, in particolare Orazio, Tibullo, Ovidio, il Moretum dell'Appendix
virgiliana, gli scholia alle Bucoliche e alle Georgiche di Virgilio, la letteratura
cristiana nel suo complesso, ma in specie le prediche di Agostino e di Ce-
sario di Arles, le Epistole di Gregorio Magno, i libri 32-33 del Digesto. Im-
portanti fonti secondarie sono anche gli scritti di arti affini, come quelli di
astronomia-astrologia, zoologia, veterinaria, botanica, culinaria (vd. lntr.,
risp. 3-3, 3.6, 3-7, 3.8, 3.14) e di gromatica.

2.2.2. Archeologia. Gli scavi forniscono importanti conferme e informa-


zioni supplementari rispetto alle fonti letterarie, in particolare quelli di
ville rustiche come quelle di Settefinestre presso Cosa, di Colombara
presso Acqualagna, di Manna Felice nei pressi di Civitavecchia, e moltis-
sime altre un po' in tutte le regioni dell'impero.

2.2.3. Epigrafia. Sono giunte a noi numerose epigrafi dedicate o fatte in-
cidere da schiavi di livello alto della famiglia rustica come vi/ici o actores. Da
CJUeste emergono conferme della diffusione di determinate funzioni e
rispettive denominazioni.

2.3. Natura e tipologie della letteratura agricola

La letteratura sopra elencata non si può definire unitaria né per il gene-


re letterario cui appartiene, né per il pubblico cui si rivolge, né di conse-
guenza per la lingua in essa adottata. Poesia didascalica sono le Georgiche di
Virgilio, il decimo dei Libri rei rusticae di Columella, dedicato alla coltura
degli orti, il De insitione di Palladio; poesia bucolica sono le Bucoliche Virgi-
lio, e le Ecloghe di Calpurnio Siculo; dialogo sono i Rerum rusticarum libri di

217
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Varrone; trattatistica agricola i Libri rei rusticae, con l'esclusione del decimo,
di Columella. Sono parte di opere enciclopediche i libri 14-19 della Natu-
ralis historia di Plinio, il De hortis di Gargilio Marziale, il libro 17 delle Ori-
gines di Isidoro di Siviglia.
Questo non significa che non esistano elementi comuni, i quali, in con-
creto, si possano ridurre a due: a) l'ambiente culturale alto in cui e per cui
si produce letteratura agricola; b) l'ideologia tipicamente romana della
terra: l'agricoltura è attività degna del cittadino romano, fonte di guada-
gno lecito e onesto.
Tutta questa letteratura è concepita primariamente per un pubblico di
proprietari agricoli di alto livello culturale o come meglio si esprime Ma-
laspina, Ars, p.111, come «manuale tecnico per persone colte[ ... ) rivolto a
soddisfare l'utilità pratica [... ) e quel diletto intellettuale che [... ) un Ro-
mano di formazione liberale si attendeva comunque da un testo scritto)).
In sostanza due appaiono gli obiettivi di questa produzione: la delectatio e
l'utilitas. Si può dire che prevale il primo, ma senza esclusione del secondo,
nella poesia didascalica e in tutta l'opera di Columella, il secondo nella
restante produzione; il primo obiettivo sta a cuore soprattutto al pubblico
degli occupati, 'occupati in attività pubbliche', il secondo agli studiorum otio-
si, 'persone che hanno il tempo per studiare'.
Il pubblico colto, occupati o studiorum otiosi, determina nella letteratura
agricola latina un livello di lingua mediamente alto, ovviamente in rap-
porto ai tempi e alla preminenza data all'uno o all'altro degli obiettivi. Di
conseguenza tale letteratura rispecchia, almeno e soprattutto a livello sin-
tattico e stilistico, il parlare dei proprietari terrieri, non quello del lavora-
tore dipendente, seppure anche questo di livelli culturali e sociali diversi-
ficati.

2.4. Presupposti per la diversificazione del latino agricolo da quello comune

Le premesse per una differenziazione della lingua agricola da quella


comune vanno indubbiamente ricercate nella specificità dell'attività lavo-
rativa, rispetto alle altre, ma anche nella crescente emarginazione dei col-
tivatori della terra in rapporto alla continua crescita dell'economia cittadi-

218
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

na e al fenomeno dell'urbanesimo in costante aumento a partire dall'ulti-


mo secolo della Repubblica fino al medio Impero compreso.

2.5. Consapevolezza degli antichi circa le peculiarità del linguaggio agricolo

La coscienza che la lingua della gente di campagna (rustici) presenti


delle peculiarità emerge da una serie di testimonianze, provenienti non
solo da scrittori agricoli, ma anche, diciamo cosi, "profani".
Alla pronuncia chiusa dei dittonghi, alludono, indirettamente, Lucilio,
quando dice che Cecilia diventa un pretore rustico se non viene pronun-
ciata la a di praetor o Pesto che definisce orum per aurum, 'oro', come oricla
per auricula, 'orecchia', pronunce proprie della gente di campagna (vd.
sopra, cap. 1, 3.1.4).
Di litterae valde dilatandae, 'suoni strascicati delle lettere', di gravitas !in-
guae, 'pesantezza dei suoni', di omissione della -s finale parla Cicerone in
vari suoi scritti, come nel De oratore (lib. 3 parr. 43-44), nel Brutus (cap. 259)
c altrove. Indirettamente, sempre Cicerone, afferma la presenza nella lin-
gua rustica di un accento intensivo. In effetti le litterae valde dilatandae e la
gravitas linguae presuppongono un accento intensivo, mentre, al contrario,
la suavitas, 'soavità', e soprattutto l' oris pressus, 'articolazione controllata del-
la bocca', l'accento tonale o musicale (vd. cap. 1, 3.1.1, 3.1.3-4, e vol. I cap. 3,
4.1.1.1). «La sostanziale differenziazione della pronuncia rustica rispetto a
quella cittadina trova una conferma, anche in dettagli particolari emer-
genti anche in altri autori come Lucilio, ma anche Plauto e Varrone>>
(Adams, The Regional, p. 146).
Quintiliano nella sua Institutio oratoria (lib. 6 cap. 3 par.17), mettendo in
evidenza come la lingua della città si differenzia da quella delle campagne
sia nella pronuncia, sia nell'uso delle parole, sottolinea, indirettamente,
come quest'ultima cambia non solo sul piano fonetico ma anche su quello
lcssicale e semantico:

Nam et urbanitas dicitur, qua quidem significari video sermonem praeferentem in verbis et
sono et usu proprium quendam gustum urbis et sumptam ex conversatione doctorum tacitam
cruditionem, denique cui contraria sit rusticitas, 'Viene chiamata urbanitas, con la quale

219
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

noto che si intende un parlare che nelle parole, nel loro uso e nella loro pronuncia
rivelano un gusto tipico della città e una tacita erudizione derivata dalla frequen-
tazione dei dotti, in definitiva il contrario della rusticitas'.

Martino di Braga, nel 572, nella prefazione al Pro correctione rusticorum


parla di sermo rusticus; dunque, ai suoi tempi il latino della gente di campa-
gna si caratterizza non solo per fatti fonetici o lessicali, ma anche morto-
logici, sin tattici e stilisti ci:
Necesse me fui t in~entem praeteritorum temporum gestorumque silvam breviato tenuis com-
pendii sermone contingere et cibum rusticis rustico sermone condire, 'Ho dovuto accennare
nella breve trattazione di un esile riassunto la grande selva dei tempi e degli avve-
nimenti passati, e condire il cibo destinato ai rustici con una lingua rustica'.

Si può discutere sul senso dell'espressione sermo rusticus. Certo essa nel sec.
VI non designa solo ed esclusivamente il linguaggio specifico della gente
di campagna, ma piu ampiamente quello delle persone umili e incolte.
Tuttavia è fuori discussione che all'epoca la popolazione vive per la stra-
grande maggioranza nelle campagne, che nel periodo in questione l'evan-
gelizzazione da parte della chiesa cattolica è diretta, soprattutto, alla con-
quista delle genti di campagna, che Martino si rivolge ai rustici intesi come
abitanti delle campagne.
Potrebbe completare il quadro dell'ampiezza della diversificazione del
linguaggio dei contadini, la testimonianza di Ovidio (da prendere con
cautela considerato il contesto poetico) in Metamorfosi (lib. 14, v. 522), che
parla di convicia agrestia, 'ingiurie proprie dei contadini'.
Le testimonianze sopra addotte sono solo una minima parte di quelle
arrivate fino a noi, tuttavia esse sono piu che sufficienti a dimostrare una
consapevolezza diffusa a vari livelli sociali e culturali, e persistente nei
secoli.

2.6. Funzione e utilizzo del linguaggio agricolo nella letteratura d'arte

Tecnicismi agricoli si riscontrano ovunque nella letteratura d'arte, ma


anche in quella filosofica, religiosa. Essi possono riguardare ora la pronun-

220
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

eia, ora la denominazione di strumenti e tecniche, ora modi di dire ed


espressioni tipiche. A loro volta tanta messe di allusioni svolge le funzioni
più diverse, come caratterizzare un personaggio, esaltare un'epoca, creare
un ambiente, commuovere o convincere il pubblico dei lettori.
Ci limitiamo a un paio di esemplificazioni tratte rispettivamente dalla
Mostellaria di Plauto (vv. 45-46) e dal De fini bus ciceroniano (li b. 5 cap. 14
par. 39).
Nel contesto di un battibecco e scambi di insulti, Tranione, il servo di
città complice dell' adulescens Filolachete accusa lo schiavo Grumione,
campagnolo, di 'averlo inondato di aglio', obluisti alium. Grumione reagi-
sce con l'orgoglio e l'ironia del rustico dicendo:
Tu ti bi istos habeas turtures piscis aueis:
Si ne me aleato fungi Jortunas meas.
Tu tieni per te queste tue tortore, pesci e uccelli, lascia che io, puzzolente di aglio,
segua il mio destino'.

Ah·ato in bocca a Grumione contiene tre elementi di pronuncia rustica:


-ca- per -ia- (vd. al contrario alium in bocca a Tranione, v. 39), la conserva-
zione arcaica ma insieme anche rustica della vocale tematica -o e l'omis-
sione del morfema -m dell'accusativo singolare. Con questi rusticismi
messi in bocca a un servo di campagna Plauto caratterizza il personaggio
Grumione, peraltro non a caso cosi chiamato dagrumus, 'mucchio di terra'.
La volontà di mettere in bocca allo schiavo di campagna elementi propri
del linguaggio rustico trova conferma anche nella forma arcaica del v. 22,
pc~~raecaminei. Se, come appare abbastanza evidente, il contrasto tra i due
schiavi si sostanzia anche in una contrapposizione linguistica, allora forse
non è affatto da escludere l'emendamento rustix proposto dal Vetter per il
rusticus del v. 40 tràdito dai codici che, peraltro, presenta delle difficoltà
Inctriche. La forma rustix «può essere spiegata come rusticismo attraverso
l'Umbro e l'Osco, dove la sincope della u tematica di rusticus è normale>>
(Pctersmann, pp. 205-6).
Pisone (personaggio dialogante del De finibus), dopo aver esposto la
necessità di educare la parte migliore di noi stessi, sia dell'anima che del

221
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

corpo, passa a dimostrare come l'azione educativa sia necessaria, per poter
portare frutti adeguati, non solo negli uomini, ma persino nelle piante:
Earum etiam rerum, quas terra gignit, educatio quaedam et perfectio est non dissi milis ani-
mantium, itaque et 'vivere' vitem et 'mori' dicimus arboremque et 'novellam' et 'vetulam' et
'vigere' et ~enescere~ Ex quo non est alienum, ut animantibus, sic illis et apta quaedam ad
naturam putare et aliena earumque augendarum et alendarum quandam cultricem esse, quae
sit scientia atque ars agricolarum, quae circumcidat, amputet, erigat, extollat, adminiculet, ut,
quo naturaJerat, co possint ire, ut ipsae vites, si loqui possint, ita se tractandas tuendasque esse
Jateantur, 'Una certa educazione e perfezionamento di quelle cose che produce la
terra non differiscono da quelli degli animali; non a caso usiamo, a proposito
della vite, i verbi "vivere" e "morire", a proposito degli alberi, gli aggettivi "giova-
ne" e "vecchio", i verbi "essere nel pieno del vigore" e "invecchiare". In conse-
guenza di ciò non è inopportuno che, come nei confronti degli esseri animali,
cosi nei confronti di ciò che produce la terra, riteniamo alcune cure conformi alla
loro natura e altre estranee, e consideriamo che esiste una qualche coltivatrice
delle cose prodotte dalla terra che vanno cresciute e alimentate; questa coltivatri-
ce potrebbe essere la conoscenza e l'arte degli agricoltori, la quale si propone lo
scopo di recidere i getti che crescono intorno, di potare, disporre in posizione
eretta, sollevare, mettere dei sostegni, affinché la pianta possa andare là dove la
natura la vuole condurre, cosi che le viti, se potessero parlare, direbbero che in
tale modo devono essere trattate e custodite.

Significativi e tecnici appaiono i verbi che designano gli interventi diciamo


cosi "educativi" che il contadino compie sulla pianta, soprattutto la vite.
Circumddere, nel senso di 'tagliare intorno' alla pianta tutto quanto può es-
serle dannoso, ricorre variamente in contesti agricoli, in particolare in Co-
lumella e Plinio, ma anche in Seneca; Amputare è ancora piu frequente in
contesti agricoli, in particolare e soprattutto nel senso di 'recidere rami'
superflui o in eccesso, come anche le loro punte, in primis in Columella e
Plinio, ma anche in Seneca, Tacito, Aulo Gellio e altri; molti scrittori cristia-
ni ne fanno un uso metaforico, a indicare l'operazione di recisione dei su-
perbi e dei malvagi, da parte del bonus agricola che è Cristo. Meno frequente
appare erigere nel senso di 'mettere in posizione eretta' le viti che altrimenti
tendono a sdraiarsi, tuttavia il suo valore tecnico non si può escludere se
ricorre nel senso appena detto in Columella, giusto in riferimento alla vite,

222
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

c in molti autori cristiani, come in Paolina da Nola, Ambrogio, Massimo da


Torino, ma in senso traslato in riferimento agli umili che vengono riscatta-
ti. ai peccatori che vengono salvati. Non sembra avere un valore tecnico
I'Xtollere, evitato dagli scrittori agricoli ma molto frequente, con senso piu
che altro morale o traslato, di 'sollevare/sollevarsi', 'esaltare/esaltarsi'. An-
che il verbo adminiculare, peraltro non cosi frequente, riveste al di fuori del
passo ciceroniano il senso prevalentemente morale di 'aiutare', 'sostenere',
come in Agostino. Gli scrittori agricoli preferiscono fare ricorso in riferi-
mento alla vite a espressioni del tipo adplicare adminiculo, 'legare a un soste-
gno' (Columella); adminiculo adquiescere, 'appoggiare a un sostegno' (Colu-
mella); adminiculisfirmare, 'rinforzare con sostegni' (Palladio).
In conclusione forse non è un caso che Cicerone faccia ricorso, nel
descrivere l'azione "educatrice" svolta dall'uomo sulla vite, a tre verbi tec-
nici propri del linguaggio agricolo, e a due non propriamente tali, usati in
~enso prevalentemente traslato e morale; in questo modo forse vuole tor-
nare a sottolineare il paragone che sussiste in tutto il passo tra l'educazio-
ne, ugualmente necessaria, seppure in modalità diverse, delle piante (nel-
la fatti specie della vite), degli animali e dell'uomo.

3- CARATTERI LINGUISTICI

Come le altre lingue tecniche il latino agricolo si differenzia soprattut-


to per il lessico, ma non si può dire sia del tutto privo di sue tipicità a livel-
lo di fonetica, di fraseologia o anche di stilemi propri come particolari
metafore, metonimie, brachilogie.
A conclusione di questa sezione cercheremo di sottolineare, almeno
ove esse appaiono verisimili in base alle nostre fonti, alcune diversificazio-
ni in rapporto alle varie categorie di addetti al lavoro agricolo, come sopra
precisate (vd. Premessa).

3-t. Fonetica

Sulla pronuncia della gente di campagna, ben distinta da quella di città,


c sulla caratteristica chiusura dei dittonghi, su «suoni strascicati)) e <(pesan-

223
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

tezza dei suoni>>, fatti questi ultimi che fanno supporre anche l'accento
intensivo, si è detto sopra (vd. 2.5).
Alle testimonianze di cui sopra si possono aggiungere conferme indi-
rette derivanti da oscillazioru grafico-fonetiche in termiru tipicamente
agricoli, ricorrenti in scrittori di agricoltura. Possono rappresentare, per
es. una conferma della tendenza alla chiusura dei dittonghi le seguenti
forme: aulalolla, 'pentola' (Catone); caulislcolis, 'gambo', 'fusto' (Catone e
Columella);jènum, 'fieno' (Palladio),Joenum (Catone, Varrone, Columel-
la), ma}èniculum, 'finocchio' (Catone); gleba, 'zolla' (Catone e Palladio),
glaeba (Varrone e Virgilio); plaustrumlplostrum, 'carro' (Varrone), Catone
solo plostrum.

3.2. Lessico

Ci soffermiamo sul lessico prendendo in esame alcuru campi semantici


specifici, in particolare quelli del personale e degli strumenti per lavorare
la terra, una serie di vocaboli defimti esplicitamente propri dei contadini
o di una particolare categoria di essi, infine grecismi e regionalismi agrico-
li. A conclusione una sintesi delle principali caratteristiche.

3.2.1. Personale addetto ai diversi lavori. Per ogni denominazione degli ad-
detti ai lavori agricoli (con l'esclusione del personale con funzioni di so-
vrintendenza o direzione) vengono fornite le seguenti informazioni, uti-
li a tirare delle conclusioni specifiche e generali sul lessico agricolo: signi-
ficato tecruco agricolo e fonti (tecruche e no); significato non agricolo
(s.n.a.), se documentato.
Arator, 'aratore' (Varrone, Virgilio, Columella, Palladio, Lucrezio, Ovi-
dio), s.n.a. 'contadino', 'appaltatore dei beni demaniali'; alligator, 'legatore
delle viti' (Columella); armentarius, 'custode degli armenti' (Varrone, Vir-
gilio, Lucrezio, Valerio Placco); asinarius, 'asinaio' (Catone, Varrone, Vale-
rio Massimo e Svetoruo); auceps, 'uccellatore' (Varrone, Columella), s.n.a.
'persona astuta', 'spia'; bubulcus, 'custode dei buoi' (Catone, Varrone Colo-
mella, Palladio, Cicerone, Ovidio, Giovenale); caprarius 'capraio', 'custode
delle capre' (Varrone, Columella, Vittore di Vita, Isidoro); capulator, 'rac-

224
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

coglitore e travasatore dell'olio che fluisce dal torchio' (Catone, Columel-


la); colonus, 'affituario', ma anche 'lavoratore schiavo', 'agricoltore' (Cato-
ne, Varrone, Columella, Palladio, Cicerone, Virgilio, Seneca), s.n.a. 'abi-
tante di città colonie'; custos, 'custode', termine generico che assume signi-
tìcati particolari grazie al contesto, oppure grazie a genitivi specificanti del
tipo custos gallinarnm, 'custode delle galline', custos vineae, 'custode della vi-
gna' (Catone, Varrone, Columella, Palladio);foctor, 'addetto alla spremitu-
ra delle olive' (Catone), s.n.a. 'colui che fa o compie qualche cosa';foenisex,
'falciatore di fieno' (Varrone, Columella, Plinio), s.n.a. 'contadino';fortor,
'addetto all'ingrasso dei volatili' (Columella, Terenzio, Cicerone e Ora-
zio);fossor, 'scavatore', 'zappatore' (Virgilio, Columella, Palladio, Catullo,
Ovidio);Jrondator, 'colui che sfronda' o 'taglia piccoli rami' (Virgilio, Pli-
nio, Catullo e Ovidio); gallinarius, 'custode delle galline' (Varrone, Colu-
mella, Cicerone, Plinio il V.); holitor, 'giardiniere' (Columella, Plauto,
Apuleio); messor, 'mietitore' (Virgilio, Columella, Cicerone, Ovidio), s.n.a.
'colui che raccoglie frutti di vario genere positivi o negativi' (da Plauto a
numerosi cristiani); olearius, 'addetto alla produzione dell'olio' (Columel-
la, Plauto); opera, 'operaio agricolo', 'lavoratore libero salariato' (Catone,
Columella, Cicerone), s.n.a. 'qualunque persona che presta la sua opera a
pagamento'; operarius, 'lavoratore agricolo libero salariato', 'lavoratore
agricolo schiavo' (Catone, Varrone, Columella, Palladio), s.n.a. 'lavorato-
re' in generale; opi/io, 'pecoraio' (Catone, Virgilio, Varrone, Columella,
Plauto, Apuleio, Di,Resto); pampinator, 'spampanatore' (Columella); pastina-
t or, 'zappato re della vigna' (Columella), s.n.a. 'zappato re della vigna spiri-
tuale' (Agostino); pastor, 'pastore' (Catone, Virgilio, Varrone, Columella,
Palladio, ma anche molti autori non agricoli), s.n.a. 'sacerdote cristiano',
'Cristo' estremamente diffuso presso gli scrittori cristiani. Il termine può
essere specificato dal genitivo dell'animale che viene portato al pascolo:
jJastor gallinarnm, 'pastore delle galline' (Varrone), pastor pavonum, 'pastore
dci pavoni (Columella); porculator, 'allevatore di porci' (Columella); puta-
tor, 'potatore' (Virgilio, Columella, Palladio, Agostino); salictarius, 'addetto
alla cura del saliceto' (Catone); stabularius, 'stalliere' (Columella), s.n.a.
'ostiere', cioè colui che ospita a pagamento uomini e animali, diffuso so-
prattutto negli scrittori cristiani; strictor, 'raccoglitore delle olive' (Catone);

225
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

subulcus, 'custode dei porci' (Catone, Varrone, Virgilio, Columella, Palla-


dio, Sulpicio Severo, Girolamo); vindemiator, 'vendemmiatore' (Varrone,
Columella, Orazio, Arnobio, Agostino); vinitor, 'vignaiolo' (Virgilio, Co-
lumella, Cicerone).

3.2.2. Strumenti per lavorare il terreno. Aratrum, 'aratro' (Catone, Virgilio,


Varrone, Plinio, Columella, Palladio, Lucilio, Catullo), s.n.a. 'forza', 'vigo-
re' della fede, della speranza, della buona novella, di Cristo, presso gli
scrittori cristiani; bidens, 'bidente' (Virgilio, Columella, Palladio, Accia,
Lucrezio), s.n.a. 'animale da offrire in sacrificio fornito di due file di denti',
'uomo con due denti'; bipalium, 'vanga' (Catone, Varrone, Plinio, Colu-
mella); capreolus, 'piccola zappa a due corni' (Columella), in agricoltura
anche 'viticcio' (Columella), e 'piccola capra' (Virgilio), s.n.a. 'sostegno';
ligo, 'zappa lunga e pesante' (Columella, Palladio, Orazio, Ovidio), s.n.a.
'agricoltura', 'arma'; dola bra, 'ascia' a doppia testa, una a lama tagliente e una
a lama ricurva (Columella, Palladio); dolabella, 'piccola ascia' (Columella);
marra, 'zappa a larga testa' (Plinio il V., Columella, ma anche Giovenale),
s.n.a. sorta di 'arpione per pescare'; pala, 'badile con lama di ferro' (Catone,
Varrone, Columella, Livio), s.n.a. 'pietra di un anello', 'albero delle Indie',
'omoplata'; pastinum, 'strumento di ferro a due denti' utilizzato per pianta-
re le talee (Columella); raster, 'rastrello' per affinare le zolle (Catone, Vir-
gilio, Varrone, Plinio, Columella, Palladio, Plauto, Ovidio), s.n.a. in senso
traslato 'strumento di purificazione dell'anima' presso molti scrittori cri-
stiani, 'miseria' in Terenzio; runco, 'falcastro' (Palladio); sarculum, 'sarchio'
(Catone, Varrone, Plinio, Columella, Palladio, Plauto, Apuleio); vanga,
'vanga munita di barra orizzontale per poggiare il piede' (Palladio).

3.2.3. Denominazioni tecniche attribuite da fonti antiche ai contadini. Queste


denominazioni utilizzate da Columella e da altri scrittori, sia agricoli che
profani, appartengono a svariati campi semantici, come aratura, cultura
delle viti, cura del bestiame, ecc. Troppo lungo sarebbe enumerarle tutte.
Sia sufficiente qui prendere in considerazione quei settori in cui la creati-
vità e l'espressività dei contadini sembrano essere state piu fertili, in parti-
colare il campo semantico della viticultura e quello del mondo animale.

226
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

3.2.3.1. Viticoltura. È soprattutto Columella che ci informa su denomi-


nazioni specifiche dei rustici che si occupano della vigna, vinitores, e le sue
informazioni sono particolarmente affidabili, dato lo spazio e l'attenzione
che egli dedica alla cultura della vite (peraltro in linea con l'agricoltura dei
suoi tempi): illib. 3 per intero, e dellib. 4 i capp 1-29.
Cantherius, 'cavalletto', costituito da due pali uniti tra loro al vertice me-
diante un terzo per sostenere i tralci delle viti giovani (Columella, li b. 4
cap.12):
Si r~~ionis conditio permittit, de vepribus hastilia, quibus adnectantur sin~ulae transversae
perticae in unam partem ordinis; quodgenus iugi cantherium vocant rustici, 'Se le condizio-
ni della regione lo permettono (faremo ricorso) a paletti di bosco ai quali viene
legata una pertica trasversale, in una sola parte rispetto alla fila; questa specie di
giogo i contadini chiamano cantherium'.

La metafora è evidente: il cavalletto applicato a sostegno della vite viene


paragonato al cavallo castrato (cantherius), parola non priva di una certa
sfumatura negativa e popolare (Plauto, Lucilio, Cicerone, Apuleio, Ar-
nobio).
Sagitta, 'estremità del tralcio' (Columella, lib. 3 cap.17), spiega la ratio di
questa denominazione propria dei rustici:
Sa.~ittam rustici vocant novissimam partem surculi, sive quia longius recessit a matre et quasi
cmicuit atque prosiluit seu quia cacumine attenuata praedicti te/i speciem gerit, 'l contadini
chiamano sagittam l'estrema parte del tralcio, sia perché è andata piu lontana dalla
madre, e in un certo senso è balzata e schizzata via, sia perché, assottigliata nella
punta, appare simile a detta freccia'.

Spado, 'tralcio che non porta frutto' (Columella, lib. 3 cap.10):


Itaque, ut ad consuetudinem agricola rum revertar, eiusmodi surculos, qui nihi/ tulerint, spada-
Il es appellant, quod non facerent, nisi eos suspicarentur inhabiles Jrugibus, 'Ecco perché i
coltivatori, tanto per fare riferimento alle loro abin1dini, chiamano spadones que-
sto tipo di tralci che non sogliono portare nulla. Non li chiamerebbero cosi se non
li ritenessero inadatti a fruttificare'.

Il termine è comune in tutta la latinità e non è privo, sovente, di una va-

227
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

lenza popolare negativa, a significare 'eunuco' in riferimento agli uomini


e 'castrato' in rapporto agli animali (Publilio Siro, Orazio, Petronio, Mar-
ziale e tanti altri).
Suffrago, 'pollone che nasce alla radice della vite' (Columella, li b. 4
cap. 24):
Nam ut ab ima vite quasi a quibusdam Jundamentis incipiam, semper circa crus dola bella
demovenda terra est; et si suboles, qua m rustici suffraginem vocant, radici bus adhaeret, diligen-
ter explantandaJerroque adlevanda est, 'Per cominciare dalla parte piu bassa della vite,
quasi dalle fondamenta, la terra va smossa con la do/abel/a [una piccola ascia] intor-
no al piede; e se il pollone che i contadini chiamano suffrago aderisce alle radici,
esso va separato dalla pianta con prudenza e tagliato con uno strumento di ferro'.

Suffrago nel caso in specie è metafora derivata dall'anatomia animale, ove


il termine designa il garretto dei quadrupedi, la parte che sta immediata-
mente sopra allo zoccolo (Palladio, lib.14 cap. 9).
Umerus, 'tralcio che nasce nella metà del tronco della vite', adatto per
talee o maglioli da innestare o piantare (Columella, lib. 3 cap.ta):
Itaque custodiemus, ut e praedictis locis, quos umeros rustici vocant, semina legamus, eaque
tamen tulisse Jructum animadvertemus, 'Pertanto facciamo attenzione a scegliere le
talee dai suddetti punti che i contadini chiamano umeros, e tuttavia noteremo
quelle che hanno già portato frutto'.

Il significato agricolo di umerus è chiaramente metafora del primario


senso anatomico di 'spalla', sia di uomo che di animale, estremamente
diffuso e comune in ogni epoca e livello di lingua.

3.2.3.2. Mondo animale. Varie sono le denominazioni afferenti in qual-


che modo al mondo animale, che vengono definite proprie dei rustici,
esaminiamone alcune: coriago, 'coriaggine' (Columella, lib. 6 cap.13):
Est et infesta pestis bubulo pecori- coriaginem rustici appellant- eu m pellis ita tergori adha-
eret, ut adprehensa manibus diduci a costis noti possit, 'C'è una un'altra malattia dannosa
per il bestiame bovino, i contadini la chiamano coriaginem: la pelle aderisce cosi al
tergo che non si riesce a staccarla con le mani dalle costole'.

228
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

Il termine viene utilizzato anche da Vegezio (vd. lntr. 3-7). Si tratta di for-
mazione denominativa mediante il suffisso -ago su corium, 'pelle di anima-
le', suffisso che esprime l'idea di 'insieme', 'accumulo'.
Catlitio, 'periodo del calore animale', che coincide con il periodo in cui
soffia Favonio, o Zefiro (Plinio, Naturalis historia, lib.16 par. 94):

Catlitionem rustici vocartt, gestiente natura semina accipere eaque animam ferente omnibus
__.,,tis, 'I contadini lo chiamano tempo del calore, quando la natura smania di rice-
vere il seme e dà vita a tutto quanto è stato seminato'.

Il termine presenta un suo aspetto chiaramente volgare, che ben si addice


anche al linguaggio contadino, oltre che nel suo significato primario deri-
vato dal verbo catulire, 'andar in calore dei cani', anche nella sua morfolo-
gia: nome in -tio, suffisso amato a livello volgare, e sincope, catlitio per ca-
tulitio, anch'essa fenomeno fonetico privilegiato dal volgare (vd. cap. 1,
3-1.2).
Gluttientes, 'chioccie' (Columella, lib. 8 cap. s):
Notenturque quae quoque die sunt edita, et quam recetltissima supponantur gluttientibus (sic
mi m rustici appellant avis eas quae volunt incubare}, 'Si faccia un segno su quelle uova
che giornalmente vengono fatte e le piu recenti vengano messe sotto alle gluttien-
rcs (cosi la gente di campagna chiama quelle galline che vogliono covare)'.

La forma, participio presente del verbo gluttire, 'inghiottire', nasce sicu-


ramente dalla iunctura gluttire vocem, lett. 'ingoiare il suono'; in effetti il
verso della gallina che diventa chioccia, può richiamare la voce, o meglio
il suono mozzo e inarticolato, emesso dagli uccelli che vengono strango-
lati, come esplicitamente affema Plinio nella Naturalis historia (lib. 10 par.
33):gluttiunt vocem velut strangolati, 'ingoiano la voce come strangolati'.
Terraneola, 'allodola' (Fedro,Jabula 30):
llr•is, quam dicunt terraneolam rustici, 'Uccello che i contadini chiamano terraneola'.

Il termine terraneola, diminutivo costruito sull'aggettivo terraneus è espressi-


vo in sé in quanto formazione diminutiva con valore epicoretico e in quan-
to è descrittivo delle abitudini dell'uccello, che appunto nidifica a terra.

229
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

Titiunculus, 'gheppio' (Columella, lib. 8 cap. 8):


Genus aaipitris titiunculum vocant rustici;fere in aedificiis nidosfoci t, 'Una sorta di rapace,
i contadini lo chiamano titiunculum; di solito nidifìca negli edifici'.

Con tutta probabilità si tratta di formazione diminutiva, epicoretica, su


titio, 'tizzone', alludente al colore scuro dell'animale o al fatto che spaven-
ta e caccia via gli altri rapaci. Il termine, attestato solo da Columella e de-
finito come «proprio dei contadini», costituisce a sua volta una formazio-
ne analogica e insieme etimologia popolare (se la derivazione da titio cor-
risponde a verità) della forma tinnunculus, s.l. 'dal grido acuto', utilizzata da
Plinio (lib.1o par.109) per designare lo stesso animale.

3.2.4. Grecismi e imprestiti vari. Il linguaggio agricolo non può definirsi


cosi ricco di grecismi integrali o adattati, lessicali o semantici, come ad es.
quello medico o quello cristiano (vd. capp. 2, 3.1.1; 6, 3.1.3). Le ragioni sono
evidenti tenuto conto del livello culturale della gente di campagna e della
sostanziale autonomia dell'agricoltura italica. Tuttavia non mancano gre-
cismi in nessun autore agricolo, perlopiu indicanti attrezzatura varia,
piante, animali, ecc., di volta in volta introdotti dal mondo ellenistico e
perlopiu di uso comune, anche al di fuori del linguaggio agricolo. Alcuni
esempi: apotheca, 'dispensa', gr. apothéke (Varrone, Columella, Cicerone,
Orazio, Vitruvio); apyrinus, 'frutto privo di nocciolo', gr. apj'renos (Colu-
mella, Seneca e Marziale); carenum, 'vino cotto con miele', gr. karoinon
(Columella, Palladio, Apicio e Marziale); clibanus, 'teggia per cuocere pa-
ne e altro', gr. klibanos (Columella, Celso); kytisus, 'citiso', gr. kytisos (Varro-
ne, Plinio, Columella, Palladio, Virgilio, Ovidio); orca, 'recipiente per vino,
olio', gr. hyrche (Catone, Varrone, Columella, Orazio, Persia); t(h)omix
'corda di canapa', gr. thominx (Columella, Palladio, Vitruvio).

3.2.5. Re~ionalismi agricoli. Il linguaggio agricolo, in particolare quello dei


lavoratori manuali, doveva essere caratterizzato, come del resto il latino
volgare o dei ceti medi e inferiori, da una presenza di regionalismi, alme-
no a livello lessicale, piu marcata rispetto a quella riscontrabile in altri
linguaggio tecnici, come quello medico o giuridico. Una serie di confer-
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

me esplicite ci vengono dagli scrittori agricoli, e non solo. Alcuni esempi:


arula, 'mucchio di terra', Campania (Plinio); cormeus, 'cumulo di pietre',
Gallia (CGL); porculetum, 'terreno lavorato a praci', Umbria (Plinio); pul-
!um solum, 'terreno friabile', Campania (Plinio; Columella); regia, 'varietà
di ulivi', Sabina (Plinio); vd. anche sotto 3.5.1.

3.2.6. Sintesi dei caratteri de/lessico agricolo. Riepilogando, si può dire che il
lessico agricolo presenta le seguenti particolarità:
a) i termini che designano cose o persone piu o meno note anche in
altri settori o ambienti del vivere, ricorrono con frequenza anche nella
letteratura non agricola (per esempio cristiana, ma non solo) e vi assumo-
no, non di rado, anche valori traslati, cosi aratrum, arator, auceps, messor, pa-
stinator, pastor, raster;
b) le parole legate a colture specifiche tipiche di un certo periodo se-
guono, come ovvio, la fortuna delle stesse, es. alligator,Jartor, pampinator,
pastinum;
c) le denominazioni degli addetti ai vari lavori agricoli sono costruite,
piu spesso, con i suffissi -tori-ore -arius, su terni designanti, rispettivamen-
te e piu sovente, cose, attività e animali, cosi per es. alligator,Jartor,fossor,
frondator, olitor, pampinator e armentarius, asinarius, caprarius, gallinarius;
d) le denominazioni degli strumenti ne richiamano sovente la forma, o
la funzione come bidens, bipalium, capreolus, pala, pastinum, runco;
e) le forme esplicitamente attribuite al parlare dei lavoratori della terra
appaiono fortemente espressive, e ciò per varie ragioni: evocano situazio-
ni, persone, comportamenti, anche estranei all'agricoltura, per se stessi
coinvolgenti in quanto legati al sesso come cantherinus e spado; sottolinea-
no un verso particolare o una caratteristica dominante: gluttientes, sagitta,
titiunculus; presentano una serie di elementi morfologici e fonetici piu
frequenti nel parlare dei ceti inferiori, come i suffissi -tio, -culusl-ulus, e la
sincope: catlitio, terraneola, titiunculus;
f) i grecismi agricoli appaiono, per il significato e per l'uso perlopiu
comune anche ad altri linguaggi, di provenienza extra-agricola, comun-
que da altri linguaggi in cui piu familiare è il ricorso a grecismi, come per
es. quello culinario: apotheca, apyrinus, carenum, clibanus;

231
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

g) i regionalismi, seppure quelli documentati non siano molto nume-


rosi, sono in linea con la natura del linguaggio dei lavoratori manuali del-
la terra che, in quanto ceto infimo nella scala sociale del mondo antico,
non viene raggiunto dalle innovazioni linguistiche né subisce l'influsso
normalizzatore e omologante della grammatica e della scuola.

3-3· Fraseologia

Si può rilevare nei testi agricoli una serie di frasi ed espressioni che ri-
tornano di frequente e che sovente sono definite proprie dei contadini sia
da non addetti all'arte, sia dagli stessi scrittori agricoli. Queste possono
essere distinte in due categorie: frasi nate dalla simbiosi che si instaura tra
il contadino, il mondo animale e vegetale (frasi empatiche); espressioni
piu schiettamente tecniche, abbinamento esclusivo tra un determinato
verbo che indica una precisa azione e il suo oggetto.

3.3.1. Frasi empatiche. Anche Cicerone segnala una frase empatica, nel
quadro dell'esortazione rivolta all'oratore a fare ricorso a metafore cui
peraltro, egli sottolinea, ricorrono non solo gli abitanti delle città, ma an-
che i rustici: nell'Orator (cap. 81) la frase sitire agros, 'i campi hanno sete'.
Questa frase ricorre anche in Columella (lib. 7 cap. 9). Nella stessa dire-
zione vanno tutte le espressioni che hanno per soggetti animali o vegetali
e per predicati verbi come amare, non 'amare', ma 'crescere bene', preferi-
re', 'essere adatto per'; interire, non 'morire', ma 'non attecchire', 'non cre-
scere', 'inaridire'; laetari, non 'rallegrarsi', ma 'sviluppare rigogliosamente';
laborare, non 'stare male', ma 'crescere con difficoltà', 'non ambientarsi',
'risentire negativamente'; odere, non 'odiare', ma 'rifiutare', 'non adattarsi
a'; pati, non 'soffrire', ma 'crescere con difficoltà'.
Alcuni esempi: Catone (cap. 45 par. 1): ne liber laboret, 'affinché la cor-
teccia non ne risenta negativamente'; Varrone (lib. 3 cap.1o par. 7): quod
[scil. anseres] amant locum purum, 'infatti le oche preferiscono un luogo
pulito'; Plinio, Naturalis historia (li b. 18 cap. 123): lens amat solum tenue magis
quam pingue, 'la lenticchia preferisce un terreno leggero, piu che uno
grasso'.

232
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

3.3.2. Espressioni tecniche. Si possono rilevare nel linguaggio agricolo, co-


me del resto in altri linguaggi tecnici, molte espressioni precise, costituite
da verbi correlati soltanto con determinati oggetti/soggetti, funzionali a
designare specifiche operazioni agricole; si tratta di espressioni che o non
ricorrono altrove, oppure altrove hanno un senso diverso. Talora anche
queste vengono evidenziate dagli scrittori come proprie dell'uso contadi-
no e non raramente sono tradotte in termini piu generali o comuni.
Un esempio, tra i molti che si potrebbero addurre dai Rerum rusticarum
libri di Varrone (lib.t cap. 29 par. 2):
Terra m eu m primum arant, proscindere appellant, cum iterum, o.JJringere dicunt, quod prima
r1ratione glaebae grandes solent excitari; cum iteratur, o.lJringere vocant, 'Quando arano la
terra per la prima volta dicono proscindere ['rompere'), quando per la seconda volta
dicono o.JJringere ['frantumare'), infatti con la prima aratura si sollevano grandi
zolle; quando si ripete l'operazione chiamano questa o.lJringere'.

Queste espressioni tecniche con il tempo possono anche banalizzarsi, non


essere piu cioè specifiche per una sola operazione o tecnica e finire per
indicare una serie di operazioni simili. È significativo in proposito quanto
si legge in Columella (li b. 3 cap. 18) a proposito del significato primitivo di
rcpastinare vineas veteres, 'ripiantare le vigne vecchie':
Pastirzum autem vocant agricolaeJerramentum bifurcum, quo semina pmzguntur, unde etiam
rcpastinari dictae sunt vineae veteres, quae rifodiebantur. Haec enim propria appellatio resti-
hilis vineti erat; riUnc antiquitatis inprudens consuetudo, quidquid emoti soli virzeis praepara-
lllr, repastinatum vocat, 'Pastinum chiamano i coltivatori un attrezzo di ferro con due
denti, con il quale si fissano in terra le talee, da cui si diceva un tempo, a proposito
delle vigne vecchie che venivano di nuovo scassare, anche repastinari ['essere ri-
piantate'). Questo in effetti era il termine tecnico per un vigneto da rinnovare.
Ora l'uso, che ignora le antiche consuetudini, chiama repastinatum ['ripiantato')
ugni terreno smosso per le vigne'.

3.4. Stilemi particolari


Allo stesso modo che nel latino medico, sono frequenti alcune figure,
l}uali la metafora, la metonimia e la brachilogia, riconducibili alla "confi-

233
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

denza" o familiarità degli addetti all'arte con le "cose" e le azioni per loro
piu usuali e frequenti.

3.4.1. Metafore. Le piu frequenti sono quelle che nascono dalle somi-
glianze, reali o immaginate, tra le "cose" familiari per il contadino, come
animali, vegetazione, strumenti, strutture, esseri umani. Ecco, per esem-
plificare, una serie di strumenti che ricordano nella forma animali, parti
anatomiche e che pertanto da questi prendono il nome: ciconia, 'impalca-
tura con listelli incrociati per misurare la profondità di un solco', ma anche
'cicogna' di cui lo strumento evoca le lunghe zampe (Columella); rostrum,
'parte finale e appuntita della falce', che ricorda il rostrum, 'becco' degli
uccelli (Varrone, Virgilio, Columella); lupus, 'sega dai lunghi denti', che fa
pensare al lupo, animale temuto proprio per i suoi denti (Plinio). Altre
metafore trasparenti sono certamente capreolus (3.2.2), cantherius, spado,
umerus (3.2.3.1).

3.4.2. Metonimie. Le piu frequenti sono quelle che riguardano il tutto per
la parte, l'effetto per la causa, il contenuto per il contenente; piu raro il
contrario, anche se possibile. Alcuni esempi: vinea, 'vigna' per vitis, 'vite',
nell'espressione vineam recidere o putare, 'tagliare la vigna' o 'potare' (Cato-
ne, Varrone, Columella); vitis per palmes, 'tralcio' o jlagellus, 'getto', nel-
l'espressione vites pampinare, 'asportare rami e fogliame dalle viti' (Catone,
Varrone, Palladio); olivetum, 'uliveto', per olea, 'ulivo', in olivetum putare,
'potare l'oliveto' (Catone, Columella); vites per terra, nel caso di occare vites,
'zappare le viti' (Catone, Plinio); herba per semen, 'seme', o granum, 'granel-
lo', nel caso di herba nascitur'nasce l'erba' (Catone, Columella).

3·4·3· Brachilogie. Le piu frequenti sono quelle che "accorciano", diciamo


cosi, il processo, mettendo in evidenza solo l'azione e il suo effetto, ma
non gli strumenti o le modalità che, peraltro, per gli addetti ai lavori sono
piu che ovvi. Alcuni esempi: arbores stercorare per terram stercorare ubi sunt
arbores, 'concimare la terra dove sono gli alberi' (Plinio, Columella); semi-
nare agrum, in luogo di un'espressione come semina deponere in agro, 'depor-
re i semi nel campo' (Plinio, Palladio);fodere vineam, per una frase come

234
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

(;1dcre terram vineae destinata m, 'scassare la terra destinata alla vigna' (Catone,
-Varrone, Columella, Palladio).

3·5· Il latino agricolo dei proprietari terrieri

Certamente non doveva appartenere ai grandi proprietari urbanizzati


c colti la pronuncia rustica di cui sopra. Al contrario potevano essere noti
a questa categoria sociale termini agricoli greci o comunque stranieri,
strumento di esibizione o frutto di erudizione, come anche iuncturae di
tradizione poetica, soprattutto virgiliane, ma non solo.

3.5.1. Grecismi e imprestiti da altre lingue. Varrone e Columella introducono


sovente termini o espressioni con un esplicito richiamo alla corrisponden-
te forma greca attraverso iuncturae usuali, del tipo Graeci vocant, Graeci ap-
pcllant. Queste parole greche cosi introdotte hanno una funzione solita-
mente informativa ed erudita. Si riscontrano, non a caso, piu spesso all'in-
terno di opere agricole, in contesti di medicina veterinaria, e non a caso in
un'epoca (secc. I a.C. e I d.C.) in cui la medicina veterinaria stava diven-
tando una scienza (vd. Intr., 3-7), peraltro legata alla medicina ove l'uso del
grecismo è estremamente diffuso (vd. cap 6, 3.1.3). Esempio: Columella
(lib. 7 cap. 7):
Nam eu m distendetur aqua cutis, quod vitium Graeci vocant hydropa, sub armo pellis leviter
i11àsa perniciosum transmittat umorem, 'Quando la cute viene tesa dall'acqua, questa
malattia i Greci chiamano hydropa, una leggera incisione sotto la spalla faccia usci-
re il liquido pernicioso'.

Abbiamo occasioni in cui il ricorso al greco è mera esibizione da parte


di autori colti e bilingui, davanti e in funzione del loro pubblico di pro-
prietari terrieri, ugualmente ellenofili, piu o meno bilingui, come nella
premessa allib. 8 della sua Res rustica in cui Columella si rivolge a Publio
Silvino:
/11 Pii/a est quod appellant Graeci orneithones kai peristereones, atque etiam, eu m datur liquo-
ri;jàcultas, ichthyotropheia sedula cura exercentur. Ea sunt omnia, ut Latine potius loquamur,

235
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

sicut avium cohortalium stabula nec minus earum, quae conclavibus septae saginantur, ve/
aquatilium animalium receptacula, 'Ha luogo nella fattoria questo genere di alleva-
mento che i Greci chiamano orneithOnes kai pcristereoncs, e anche quando c'è dispo-
nibilità di acqua, si pratica con attenta cura la ichthyotropheia. Sono tutte queste le
attività, ma chiamiamole con nomi latini, come avium cohortalium stabula ['ripari
per i polli da cortile o per i volatili che vengono ingrassati in locali chiusi'] o aqua-
tilium animalium receptawla ['rifugi per animali aquatici'].

Per esempi simili a questo in Varrone, De re rustica, vd. lib. 3 cap. 3 par. t;
cap. 9 par. 2; cap. 11 par. 2.
Ancora piu lontani dal parlare dei contadini, dovevano essere i giochi
etimologici e poetici, le allusioni alla mitologia greca, di cui non raramen-
te Columella diletta il pubblico dei suoi colleghi proprietari, come quelli
che si leggono ai vv.171-72 dellib.to della sua opera:
et male da mnati maesto qui sangui ne surgunt
Aeaciijlores immortalesque amaranti.
'e i giacinti, ingiustamente condannati che nascono dal sangue mesto di Aiace, e
gli immortali amaranti'.

Si noti il tono epico e patetico del mito eziologico dei giacinti, e l'epiteto
immortales che Hibadisce il significato del nome greco amaranti e ne costi-
tuisce il calco» (Boldrer, p.10).
Non mancano nemmeno, soprattutto in Varrone e Columella, im-
prestiti da altre lingue parlate, celtico, iberico, illirico, anche questi da
ricondurre, essenzialmente, alla curiosità linguistica e all'esibizione di
questi due autori e del loro pubblico. Leggiamo ad es. Columella (lib. 5
cap. 5):
Quos nostri agricolae mergos, Galli candosoccos vocant eosque adobruunt simplici ex causa, 'l
nostri contadini chiamano questi tralci mergi, i Galli candosocci, e li interrano sem-
plicemente'.

Altre parole definite galliche sono candetu m, 'misura di 150 piedi' (Colu-
mella, li b. 5 cap. 5), legarica, 'un insieme di cereali che si raccglie eradicando
le piante' (Varrone, lib.t cap. 32 par. 2).
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

3.5.2. Espressioni poetiche o ricercate. La sensibilità, l'interesse e dunque la


confidenza con formule poetiche da parte dell'aristocrazia terriera roma-
na, è confermata non solo dalla composizione di opere poetiche di conte-
nuto agricolo-pastorale (vd. 2.3), ma anche da un frequente ricorso, anche
nella prosa, in particolare di Varrone, Columella e Palladio, a espressioni
poetiche come anche a esplicite citazioni, specialmente da Virgilio.
Un esempio di contesto poetico, in linea con la sensibilità dei proprie-
tari terrieri colti può essere ad es. la presentazione del custode delle arnie
che fa Palladio (lib. 1 cap. 37 par. 4), come un «precettore all'antica che
veglia su una giovenru ingenua» (Martin, p. 48), sottolineata dalla disgiun-
zione purus. et castus, dalla iunctura poetica e antropomorfa rudis iuventus:
Pums custos Jrequens et castus aaedat, habens nova alveraria preparata, qui bus excipiatur
cxaminum rudis iuventus, 'Il custode delle arnie si accosti spesso puro e casto avendo
pronti gli alveari, nei quali venga accolta l'ingenua giovinezza degli sciami'.

4· EVOLUZIONE DEL LATINO AGRICOLO

In base alle fonti in nostro possesso, primarie e secondarie, non vi sono


c le menti per parlare di una sostanziale evoluzione del linguaggio agricolo
a livello di fonetica o di fraseologia, come nemmeno di figure stilistiche.
La fonetica presenta, anche nelle attestazioni piu antiche (Plauto, Lucilio,
Cicerone), elementi che in qualche misura sono già volgari e preromanzi,
come la tendenza alla chiusura dei dittonghi, all'accento intensivo, l'omis-
sione della -s finale.
Una certa evoluzione è documentabile solo nel lessico, in particolare
per vari gruppi di parole si può parlare di ingresso o scomparsa nell'uso in
differenti epoche storiche, e ciò in rapporto alla trasformazione dell'agri-
coltura, come attività produttiva.

4.1. Epoca regia e prima Repubblica

Certamente facevano parte integrante del linguaggio agricolo di questa


fase le divinità legate alla coltivazione dei campi, come Vervactor, Insitor,

237
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ecc. (vd. sopra 2.1); forme indoeuropee designanti animali, piante, attrezzi
agricoli quali ovis, 'pecora'; caper, 'capro'; quercus, 'quercia'; forme italiche
come scrofa, 'scrofa'; rufus, 'rosso', o anche forme greche che portano il se-
gno della mediazione etrusca, per es. amurca, 'morchia', gr. am6rge; cummis,
'gomma', gr. k6mmi; sporta, 'cesta', gr. spyrida (vd. vol. I cap. 1, 4·5-3). Sono
ascrivibili a questa fase anche forme greche che presentano il fenomeno
dell'apofonia della vocale radicale come patina, 'piatto', gr. pattine; trutina,
'bilancia', gr. tryttine, oppure forme legate alla cultura e produzione dell'oli-
vo e dell'olio (importate della colonie greche dell'Italia meridionale nei
secc. VI-V), quali olea, 'oliva', gr. e/aia; oleum, 'olio', gr. élaion; cupa, 'mano-
vella della macina', gr. kope (vd. vol. I cap. 1, 4-5-5). Sono da attribuire con
ogni verosimiglianza a quest'epoca forme epiceniche per designare ani-
mali, specificate dagli aggettivi mas!Jemina, documentate in Catone, o an-
che nei pochi frammenti di letteratura anteriore, per es. nelle XII Tavole,
cosi agnus, 'agnello' e 'agnella'; bos, 'bue' e 'mucca'; porcus, 'maiale' e 'scrofa'.
Ugualmente sono ascrivibili a questa fase storica forme monottongate
che, successivamente, per influsso della lingua colta, presentano anche il
dittongo come plostrum per plaustrum, 'carro'; colis per caulis, 'fusto'; gleba
per glaeba, 'zolla'.
In sostanza il linguaggio agricolo di questa fase, che peraltro può dirsi
in grande parte anche lingua comune, è già notevolmente ricco, comun-
que specchio di un'agricoltura molto sviluppata, che non coltiva solo ce-
reali, ma alleva bestiame, produce olio e vino, possiede una certa tecno-
logia.

4.2. Medio-tarda Repubblica e primo Impero

In questa fase storica l'attività agricola è in continua crescita, sia in ter-


mini quantitativi che qualitativi, in fatto di personale, tecnologia, prodotti
e loro commercializzazione. Di conseguenza il linguaggio agricolo si ar-
ricchisce enormemente di nuovi lessemi e semantemi, funzionali a desi-
gnare realtà, attività, strumenti, tecniche di coltivazione, personale quali-
ficato, non esistenti prima. Già Catone documenta per la prima volta
molti termini legati a una azienda, si di piccole dimensioni (rispetto a
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

quella dei secoli successivi), ma comunque in funzione della produzione


per il profitto, con una serie di culture specializzate e/o di importazione,
con personale gerarchicamente organizzato. Per esemplificare limitata-
mente al personale, e riprendendo gli esempi di 3.2.1, Catone documenta
già l'esistenza di varie figure caratterizzate da compiti specifici: asinarius,
bubulcus, capulator, colonus, Jactor, opera, operarius, opi/io, pasto r. In Varrone,
Virgilio, Columella e Plinio, alle figure catoniane se ne aggiungono varie
altre, rese necessarie dalla ulteriore diversificazione e specializzazione
della produzione: arator, alligator, armentarius, auceps, caprarius,Jaenisex,Jartor,
jòssor,Jrondator, holitor. Anche la struttura gerarchica all'interno dellaJamilia
rustica, che cresce a dismisura in termini numerici, si articola e si fa piu
complessa: al vilicus catoniano si aggiungono "ufficiali" e "sottufficiali":
procurator, 'sovrintendente generale, anche per l'aspetto amministrativo'
(Columella); magister pecoris, 'responsabile del bestiame', equivalente del
vilicus nell'attività pastorale (Varrone, Columella); monitores, 'dirigenti dei
lavori' (Columella); operum magistri, 'sorveglianti dei lavori' (Varrone Co-
lumella); promus, 'custode della dispensa e della cantina' (Varrone, Colu-
mella); ergastularii, 'addetti alla custodia dell' ergastulum', luogo in cui sono
tenuti legati gli schiavi (Columella).
Se prendiamo in considerazione altri aspetti dell'attività agricola, gli
allevamenti, le varie culture specializzate, l'attrezzatura registriamo il me-
desimo significativo arricchimento del lessico (vd. 3.2.2, 3.2.3).
Anche i vari grecismi, di cui nella sezione 3.2.4, sono in linea con la
crescita della produzione agricola in questa fase storica, in particolare sono
rivelatori del rapporto piu stretto con l'agricoltura dei paesi di lingua gre-
ca e con l'arte culinaria sempre piu raffinata.

4·3· Medio e tardo Impero

Almeno due sembrano i caratteri del lessico agricolo di questa fase


storica, che risaltano: a) la scomparsa di una certa terminologia dell'epoca
precedente, legata alla specializzazione delle culture e quindi del persona-
le; b) un certo influsso del linguaggio settoriale dei cristiani.
Appare significativo che certi termini legati a culture specialistiche, re-

239
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

lative attrezzature e personale, non ricorrano piu, non solo in Palladio, ma


nemmeno tra gli scrittori "profani" di questo periodo, cosi ad es. per gli
allevamenti specializzati:glirarium, 'luogo di allevamento dei ghiri' (Varro-
ne); meleagris, 'gallina africana di grandi dimensioni' (Varrone); coclearium,
'luogo di allevamento di lumache' (Varrone); per i lavoratori specializzati:
alligator, auceps, Jaenisex, Jrondator, pampinator, pastinator (vd. 3.2.1); per gli
strumenti: capreolus, dola bella, pastinum (3.2.2). Non ricorrono piu nemme-
no alcune denominazioni di "ufficiali" o "sottuffìciali" come il procurator, i
monitores o gli ergastularii (4.2). Significativa nella stessa direzione è la dimi-
nuzione o scomparsa dall'uso di molte denominazioni di vitigni. Parlano
da sé alcuni dati, anche se non definitivi, deducibili da André, contribution:
Plinio segnala 72 nomi di vitigni, Columella 42, Macrobio 18.
È notorio che i cristiani, a partire dai testi sacri (si pensi alle parabole
agricole), fanno ricorso con grande frequenza alla terminologia agricola
attribuendo a essa un valore traslato. Non si può escludere tuttavia (e la
cosa sembra verificarsi anche in altre lingue socialmente marcate nel tar-
do-antico, come quella medica; cap. 6, 4.2) anche il fenomeno contrario,
cioè l'influsso della lingua cristiana, soprattutto quella dell'etica, sul lin-
guaggio agricolo, ove finisce per recuperare un valore concreto. Questo
sembra il caso di alcune espressioni ricorrenti in Palladio:
puritas vini, 'purità del vino' (lib. 11 cap. 13 par. 12), è facilmente collega-
bile a iuncturae del tipo puritas animi, 'purezza dell'animo', puritas mentis,
'purezza della mente', puritas cordis, 'purezza del cuore', e altre simili di
frequenza altissima e praticamente esclusiva in scrittori cristiani, come
Arnobio, Ambrogio, Ambrosiaster, Agostino e altri; rancor prateriti anni,
'acidità dell'anno precedente' - nei vasi contenenti olio - (lib. 11 cap. 10
par. 2): anche rancor è esclusivo dei cristiani, a partire da Agostino, sia in
senso concreto rancor stomachi, sia in senso morale 'rancore'; malitia seminis
lini, 'cattiveria, avidità del seme' (lib. 11 cap. 2): l'affinità con la iunctura
esclusiva dei cristiani malum semen e simili 'seme cattivo' (Lucifero di Ca-
gliari, Ambrogio, Agostino e molti altri) è abbastanza evidente; malitia
terra e, 'infertilità della terra' (lib.1 cap. 6 par.16): l'espressione altrove ricor-
re solo nei cristiani (Arnobio e Origene latino), ovviamente in senso tra-
slato, 'malvagità degli uomini'.
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

5· STORIA, LETTERATURA, LINGUA

Pur nella relatività che caratterizza le conclusioni di ogni ricerca sul


mondo antico, si possono intravedere abbastanza chiaramente alcuni nodi
o interconnessioni tra la lingua degli addetti all'agricoltura e le condizioni
storiche, come anche la letteratura. Queste correlazioni si possono riassu-
mere come segue:
a) le denominazioni dei lavoratori manuali del settore, come anche
degli attrezzi agricoli, si moltiplicano in numero e in specificità, nel perio-
do compreso tra i secc. II a.C. e II d.C., in connessione con la crescita
dell'agricoltura sui piani della produttività, dell'organizzazione lavorativa,
della tecnologia e delle colture specialistiche;
b) le metafore sottese a molti termini definiti dagli antichi come propri
dei lavoratori agricoli, o della gente di campagna, come anche una serie di
espressioni empatiche, rispecchiano bene la psicologia dei ceti inferiori in
genere e dei campagnoli in particolare, una psicologia condizionata dal
vivere in stretto contatto materiale e affettivo con l'ambiente naturale e
animale;
c) l'esistenza di denominazioni agricole tipiche di una determinata re-
gione, nella gente di campagna, si comprende bene in quanto il linguag-
gio è piu conservatore, perché in minor misura influenzato dai fattori che
abitualmente determinano l'evoluzione delle lingue {settoriali e no);
d) gli elementi eruditi {grecismi) e ornamentali (poetismi) rispondono
alle esigenze e sensibilità dei grandi proprietari terrieri che scrivono e in-
sieme sono pubblico primario, e nel contempo ne rispecchiano l'ambien-
te culturale e sociale dal I sec. a.C. fino al V d.C.;
e) la scarsa presenza dei grecismi nella lingua tecnica agricola in uso
presso i lavoratori è certamente il riflesso della sostanziale autonomia del-
l'agricoltura italica rispetto a quella del mondo greco, eccetto che per al-
cune colture iniziali, come quella dell'ulivo;
f) la presenza di elementi propri della lingua dei cristiani nel tardo Im-
pero è da considerare in linea con la generale cristianizzazione della lin-
gua latina, a sua volta da ricondurre alla crescente occupazione degli spazi
culturali e non, da parte della chiesa cristiana.
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

6. BIBLIOGRAFIA
2.1. E.M. STAERMAN-M.K. TROFIMOVA, La schiavitu nell'Italia imperiale, trad. it.
Roma, Editori Riuniti, 1975 (ed. or. Mosca, Nauka, 1971): alle pp. 28-71 un ampio
elenco di epigrafi dedicate da e alla popolazione rurale di epoca imperiale, e l'in-
terpretazione del loro significato; E. FRÉzouLs, La vie rurale au bas Empire d'après
l'reuvre de Palladius, in «Ktema••, a. v 1980, pp. 193-210: il saggio documenta il fatto
nuovo nella storia agricola del tardo Impero, la diffusione del colonato come
strumento di gestione della grande proprietà terriera; K.D. WHITE, Agricoltura/
Implements of the Roman World, Cambridge, Cambridge Uni v. Press, 1967: descri-
zione di arnesi da lavoro alla luce di informazioni provenienti dalla letteratura
(soprattutto agricola), dai monumenti e dai mosaici, studio utile anche per ricer-
che semantiche; non c'è interesse per l'aspetto morfologico dei lessemi esamina-
ti; Io., A Bibliography ofRoman Agricolture, Reading, Univ. ofReading, 1970: la bi-
bliografia è divisa per settori, dalle fonti letterarie e archeologiche, alla storia
economica, ai lavoratori; Io., Roman Farming, Itaca-New York, Cornwell Univ.
Press, 1970: l'autore tratta vari aspetti dell'attività agricola (concimazione, colture,
pastorizia) essenzialmente sulla base di Catone, Varrone e Columella, in varie
appendici vengono riportati elenchi lessicali per campi semantici, per es. perso-
nale, tipi di terreno; Io., Farm Equipment cif the Roma n World, London-New York-
Melbourne, Cambridge Univ. Press, 1975: esame di lessemi relativi all'organizza-
zione materiale dell'azienda agricola; medesimo metodo e medesima organizza-
zione del materiale del sopra citato Agricoltura/ Implements;J.K. EvANS, Plebs rustica.
The Peasantry cf classica/ Italy, in <<AmericanJournal of Ancient History•>, a. v 1980,
fase. 1 pp. 19-73. e fase. 2 pp. 134-73: un saggio stimolante (ma piuttosto fragile
nella documentazione) sulle condizioni igieniche e alimentari dei lavoratori del-
le campagne, anche alla luce della dietologia moderna; A. MARCONE, Storia del-
l'agricoltura romana. Dal mondo antico all'età imperiale, Roma, Carocci, 1997: ampia
presentazione complessiva dei caratteri dell'agricoltura romana nelle varie epo-
che e della sua letteratura, con ricca bibliografia.
2.2. R. MARTIN, Recherches sur les agronomes latins et leurs conceptions économiques et
sociales, Paris, Les Belles Lettres, 1971: un'attenzione particolare viene dedicata ad
autori quali Catone, Virgilio, Varrone e Columella, alle loro fonti, come anche
alle condizioni dell'agricoltura in quel periodo; S. DIERDERICH, Das riimische Agrar-
handbuch als Medium der Selbstdarstellung, in Antike Fachtexte. Ancient Technical Texts,
a cura di TH. F6GEN, Berlin-New York, De Gruyter, 2005, pp. 270-88: presentazio-
ne degli scrittori agricoli latini (Catone, Varrone, Columella, Palladio) e sottolinea-
tura del fatto che il loro linguaggio non è solo tecnico, ma anche ideologico.
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

2.3. MALASPINA, Ars, pp. 99-210.


2.5. E. CoLONNA, Il sermo rusticus di Martino di Braga, in lnvLuc, a. XIII-XIV 1991-
1992, pp.120-47: lo sforzo di Martino per rendersi comprensibile ai rustici, consi-
ste anche in una scelta di frasi e parole accessibili, e sovente sinonimiche; AoAMS,
The Regional, pp. 124-47: ampia rassegna dei passi ciceroniani sul tema della pro-
nuncia rustica e proposte interpretative degli stessi.
2.6. A. PERUTELLI, I 'Brachia' degli alberi. Designazione tecnica e immagine poetica, in
«Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici», a. xv 1985, pp. 9-48: intreccio
tra uso poetico e tecnico in un ampio ventaglio di autori da Catullo ad Avieno;
M.A. ANDRÉS SANZ et al., Una possible tipologia de los usos figurados dellexico agricola en
cllatin cristiano, in «Voces,>, a. VI 1995, pp. 81-106: una rassegna interessante dei
numerosi usi traslati del lessico agricolo nella letteratura cristiana; H. PETERS-
MANN, Die Nachamung des 'Sermo rusticus' auf der Biihne des Plautus und Terenz, in
«Acta Antiqua Accademiae Scientiarum Hungaricae», a. XXXVII 1996-1997, pp.
199-211: il linguaggio contadino è assente in Terenzio, ma svolge un ruolo impor-
tante in Plauto; il saggio oltre a evidenziare una serie di rusticismi e la loro funzio-
ne comica, formula varie interessanti proposte critiche ed esegetiche; A. FouLON,
La campagne dans le Corpus Tibullianum, in «Caesarodonum», a. XXXVII-VIII 2003-
2004, pp. 23-39: ampia rassegna di passi agresti nelle elegie tibulliane, da cui risul-
ta l'interesse del poeta per la campagna e per il linguaggio agricolo, come anche
l'utilizzo di questo a fini d'arte.
3.1-4. Caratteri della lingua agricola, a livello di fonetica, lessico, fraseologia e
stilemi vari vengono sottolineati in alcuni studi o edizioni commentate relativi a
singoli autori agricoli, come anche in saggi limitati a specifici temi relativi alla
lingua agricola nel suo complesso. Tra i primi meritano una menzione almeno i
seguenti: per Catone: S. BascHERI NI, Lingua e scienza greca nel 'De agri cultura' di
Catone, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1970: saggio fondamentale, per l'uso e la
natura dei grecismi catoniani; per Columella: L. DALLINGES, Science et poésie chez
Columelle, in <&tudes de Lettres», a. VII 1964, pp. 137-54: armonica fusione di ele-
menti tecnici e poetici in Columella; per Gargilio Marziale: Q. GARGILII MARTIA-
us De hortis, intr. testo critico e trad. di l. MAzziN!, Bologna, Pàtron, 19882 : ampia
introduzione in cui sono evidenziati elementi letterari, volgari e tecnici dell'auto-
re; per Palladio: L. DALMAsso, Il vocabolario tecnico di un tardo scrittore georgico, in
«Atti dell'Accademia delle Scienze di Torino», a. XLVIII 1912-1913, pp. 688-706; lo.,
Appunti lessicali e semasiologici in Palladio, in «Athenaeum», a. III 1914, pp. 52-68 e
45o-6o: i due saggi sono in grande parte superati: possono ancora rivestire una
l}llalche utilità nella identificazione dei semantemi; SvENNUNG, Untersuchung, cit.
Sulla lingua agricola nel suo complesso, in particolare e soprattutto per il lessi-

243
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

co, importanti sono i seguenti studi:]. MARouzEAU, Le latin langue de paysans, in


Mélanges linguistiques ojferts à]. Vendryes parses amis et ses élèves, Paris, Champion, 1925,
pp. 251-64: si ricercano nel vocabolario latino le caratteristiche di una civiltà pri-
mariamente rurale; A. LAGRANGE, Notes sur le vocabulaire viticole, in REL, a. xxv
1947, pp. 77-80: esame di una serie di termini propri della viticoltura; ANDRÉ, Con-
tribution, cit., pp.126-56; M.G. BRuNo, Il lessico agricolo latino, Amsterdam, Hakkert,
1969 2 : i vari termini lemmatizzati sono ripartiti in sezioni (campi, bestiame, fatto-
ria, ecc.), per ciascun termine viene fornita la traduzione in italiano, segnalate le
occorrenze e, ove possibile, la continuazione romanza. Importante è il saggio
d'insieme (pp. 237-62) su alcuni aspetti del lessico agricolo, in particolare la prove-
nienza geografica e cronologica, la continuità nel romanzo; R. MARTIN, Familia
rustica: /es esclaves chez /es agronomes latins, in Actes du Colloque sur /'esc/avage 1972, Paris,
Les Belles Lettres, 1974, pp. 271-76: un contributo alla identificazione di una serie
lavoratori agricoli; S. ANDREI, Aspects du vocabulaire agricole latin, Roma, «L'Erma~
di Bretschneider, 1981: classificazione parziale della terminologia agricola per
aree semantiche. Il lavoro, utile come raccolta di forme è, peraltro, da prendere
con cautela nelle sue conclusioni, troppo spesso apodittiche; RJ. BucK, Agricoltu-
re and Agricultural Practice in Roman Law, Wiesbaden, Steiner, 1983: prevale l'inte-
resse per le questioni giuridiche, ma dedica anche spazio alla classificazione e in-
dividuazione di uomini e cose della terra, in questo senso interessa anche la storia
della lingua agricola; W. ScHEIDEL, Agricola, colonus, cultor, rusticus: Beobachtungen
zum rechtlichen und sozialen Status der «Landwirto) in Columellas Schrift 'De re rustica',
in <<Maia», a. XLII 1990, pp. 249-57: i termini studiati, non presentano in sé una
connotazione giuridico-sociale netta e vanno pertanto intesi nel contesto; L. Pt-
REZ CASTRO, Sobre las terminologias technicas latinas: ellexico de las 'Res rusticae', in IX
Congreso espaiiol de estudios clasicos, Madrid, Clasicas, 1998, pp. 211-15: si sostiene la
perfetta integrazione della lingua tecnica agricola e pastorale nella lingua comu-
ne; G. GILIBERTI, Servi della terra. Ricerche per una storia del cotonato, Torino, Giappi-
chelli, 1999: lo studio è di natura giuridica, ma porta anche un contributo seman-
tico per termini come colonus, conductor, inquilinus, adscripticius, e altri; S. EL Bouzi-
DI, Le vocabulaire de la main d'tEUvre et dépendante dans le 'De agricultura': pluralité et
ambiguité, in «Dialogues d'Histoire Anciennell, a. xxv 1999, fasc.1 pp. 57-90: anali-
si lessicale e storica in funzione della definizione dello stato giuridico e della ge-
rarchia.
3·5· Alcuni elementi tipicamente letterari, presenti nella letteratura agricola e
certamente estranei alla lingua dei lavoratori manuali del settore, vengono studia-
ti e messi in rilievo in vari saggi, tra cui i seguenti:]. HEURGON, I:ejfort du style dans
/es 'Res rusticae' de Varron, in RPh, a. xxm 1950, pp. 57-71: sottolinea una serie di

244
5 · LATINO AGRICOLO O DEGLI AGRICOLTORI

f1tti linguistici (chiasmo, variatio, concinnitas) che testimoniano la ricerca di un li-


vello di lingua alto; G. MAGGIULLI, l/lessico non virgiliano del x libro di Columella, in
« Orpheus••. a. I 1980, pp.127-51: un ampio esame delle caratteristiche della lingua
poetica di Columella, non solo delle fonti; importante la sottolinea tura della pre-
senza del Moretum, come fonte; F. BoLDRER, Immortales amaranti: su un nesso etimo-
/,~~ico bilingue in Columella, in lnvLuc, a. xx 1998, pp. 7-22: Columella analizza, usa
variamente grecismi e li piega a scopi artistici; E. DI LoRENZO, Palladio Virgilio e il
fi'twle del 'Carmen de insitione', ivi, a. xxn 2000, pp. 23-29: sottolinean1ra della ripresa
·virgiliana negli ultimi versi del carme; A. DE ANGELIS, Elementi virgiliani nell"Opus
~~~riculturae' e nel 'De veterinaria medicina' di Palladio, in «Annali della Facoltà di Let-
tere e Filosofia dell'Università di Perugia••, a. XXXIII1997-2000, pp. 23-31: Palladio
fJ un grande ricorso a Virgilio soprattutto nel De insitione: allusioni, richiami, ri-
prese integrali; Io., Lessico tect1ico e citazioni letterarie in greco nelle 'Res rusticae' di Colu-
lllclla, in <<Seminari Romani», a. VI 2003, pp. 301-12: il greco tecnico è introdotto a
scopo informativo, le citazioni poetiche contribuiscono a elevare il livello lettera-
rio e stilistico delle Res rusticae.

245
6

LATINO MEDICO O DEI MEDICI

1. PREMESSA

Il latino dei medici, come lingua di gruppo, si forma soprattutto in epo-


ca imperiale, quando cioè i Latini, sempre piu numerosi, esercitano la
professione medica ed essa acquisisce un prestigio non conosciuto prima.
I.:interesse per questa lingua socialmente marcata da parte dei filologi
classici è piuttosto recente, ma a partire dagli ultimi decenni del secolo
scorso sono stati prodotti molti studi particolari e complessivi, per cui ora
possiamo dire di averne una conoscenza adeguata. Notevoli progressi so-
no stati compiuti anche nell'edizione di opere mediche inedite o male
edite, come pure nella ricerca storico-medica. Per questa ragione i tempi
sono ormai maturi per dedicare un capitolo a questa lingua anche in un
manuale universitario come il presente.

2. PRELIMINARI

Sono preliminari per una migliore comprensione dei caratteri della lin-
gua medica, come della sua evoluzione nel tempo, almeno le seguenti
informazioni: a) dati essenziali di storia dell'arte medica romana; b) fonti
disponibili per lo studio della lingua medica; c) tipologie e generi della
letteratura medica; d) premesse socioculturali per la formazione e diffe-
renziazione di una lingua tecnica del settore; e) consapevolezza della dif-
ferenziazione da parte dei medici e dei profani; f) medicina e letteratura
non medica.

2.1. Storia dell'arte medica romana

Volendo tracciare una rapidissima sintesi, grazie ad una documentazio-


ne adeguata possiamo individuare due fasi: quella ellenistico-romana (secc.
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

Il a.C.-II d.C.) e quella medio-tardo imperiale e romano-barbarica (secc.


III-VIII).

Fase ellenistico-romana. Se da un lato in questa fase la medicina roma-


2.1.1.
na, come techne, rimane in sostanza ellenica ed ellenistica, dall'altro entra-
no a far parte del suo bagaglio "ideologico" e della sua prassi, a partire
dalla seconda metà del I sec. a.C., alcuni ideali, convinzioni, problemati-
che, fatti e pratiche, che appaiono essenzialmente romani: la figura del
medico amico e la sua formazione globale (tecnica, culturale e umana); la
creazione, o almeno il tentativo di creazione, di una lingua tecnica medi-
ca; nuove scuole mediche o sette; una certa considerazione e attenzione
per la medicina indigena e popolare romana; un concetto positivo di salu-
te; una maggiore correlazione tra i concetti di salute e morale, salute fisica
c salute dell'anima; la crescita di interessi e discipline mediche specialisti-
che, quali la psichiatria, la geriatria, la chirurgia e medicina estetica.
È convinzione documentata per la prima volta in Celso, in particolare
nella prefazione al De Medicina, par. 73, quella secondo cui l'azione del
medico è piu efficace sul malato, se i due sono amici:
Ideoque, quum par scientia sit, utiliorem tamen medicum esse amicum, quam extraneum,
'Pertanto, a parità di conoscenze, è piu efficace per il paziente se il medico è un
amico, che se è un estraneo'.

La figura del medico amico di Celso è riconducibile, in qualche misura,


alla tradizione tipicamente romana e documentata da Catone della fun-
zione del medico impersonata dal paterJamilias, e, in ogni caso, per i tempi
di Celso, rispecchia la realtà di medici membri della Jamilia (ovviamente a
livello di aristocrazia).
La globalità della formazione - tecnica, culturale e umana (filosofia,
storia, diritto, virru, ecc.)- richiesta per l'oratore ideale da Cicerone, sem-
bra caratterizzare anche il medico ideale celsiano quale emerge dal De
medicina: non deve essere avido di guadagno (lib. 3 cap. 4 par. 9), deve esse-
re esperto (Prefazione, par. 73; lib. 3 cap. 4 par. 9; cap. 6 par. 6), essere con-
vincente con le parole e il comportamento (lib. 3 cap. 6 par. 6). Ma sono
soprattutto medici di lingua greca, che operano a Roma tra il I e il II sec.,

247
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

quali Sorano di Efeso, Galeno e altri, coloro che, concretamente, incarna-


no questo ideale di medico dalla formazione culturale globale.
Celso è praticamente l'unico autore latino di questa fase che è consape-
vole della mancanza di una lingua tecnica medica latina e di quelle che ne
dovrebbero essere le caratteristiche, e che concretamente rivela una pre-
cisa volontà di crearla. Significative in proposito, tra le altre, le seguenti
affermazioni (risp.lib. 6 cap.18 par.1, e lib. 7 cap. 7 par. 2):
Proxima sunt ea, quae ad partes obscoenas pertinent: quarum apud Graecos vocabula et tole-
rabilius se ha ben t, et aaepta jam usu sunt; quum in omni Jere medicorum volumi ne atque
sermone iactentur: apud nos Joediora verba, ne consuetudine quidem aliqua verecundius lo-
quentium commmdata sunt: ut d!flìcilior haec explanatio sit simul et pudorem et artis prae-
cepta servantibus, 'Segue ciò che riguarda le parti oscene; per designare queste i
Greci posseggono parole piu accettabili e insieme entrate nell'uso, dato che sono
tirate in ballo in ogni libro scritto da medici e in ogni discorso degli stessi. Presso
di noi esistono parole piuttosto sporche, non raccomandate nemmeno dall'abitu-
dine a farne uso da parte di coloro che parlano con un certo pudore, sicché questa
esposizione si presenta piuttosto difficile per coloro che vogliono rispettare i pre-
cetti dell'arte e insieme quelli del pudore'.

In eadem palpebra supra pilorum locum tuberculum parvulum nascitur, quod a similitu-
dine hordei a Graecis crithe nominatur, 'Nella stessa palpebra, sopra i peli, spunta un
piccolo tubercolo, che i Greci data la somiglianza con l'orzo chiamano crithe'.

In fatto di psichiatria è soprattutto a partire dal I sec. a.C. (Asclepiade,


Celso, Rufo di Efeso, ecc.) che si registrano un interesse e una letteratura
specifici, e ciò in conseguenza delle scoperte anatomiche relative al siste-
ma nervoso del III sec. a.C., e in seguito alla diffusione dello stoicismo, in
particolare della dottrina di origine platonica, sulla netta distinzione tra
anima e corpo. Le novità acquisite, rispetto alla letteratura ippocratica,
consistono soprattutto nelle seguenti convinzioni: a) la malattia mentale
non è piu vista solo come riflesso e manifestazione di quella fisica, ma può
avere anche una sua causa, e una sua terapia, non necessariamente fisiche;
b) si distinguono e si definiscono le differenti sindromi psichiatriche, in
particolare la frenite, la mania e la melancolia, in base al sintomo della
febbre, presente solo nella frenite, e in base all'umore causa immediata
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

(bile gialla e nera) e alle manifestazioni (euforia e depressione), nel caso


della mania e melancolia.
La relativa novità della chirurgia estetica, tra la fine del I sec. a.C. e l'ini-
zio del I d.C., si ricava indirettamente da un certo disagio che Celso sem-
bra tradire nel trattare interventi sostanzialmente estetici e dal bisogno
che sente di giustificarli con l'argomento del decus, come ad es. la copertu-
ra del glande scoperto. Tra gli interventi chirurgici di questo tipo, non
descritti prima della Medicina di Celso, si possono annoverare le ricostru-
zioni delle mutilazioni a orecchie, naso e labbra, l'operazione dell'ernia
ombelicale e inguinale, l'eliminazione delle cicatrici.

2.1.2. Fase medio-tardo imperiale e romano-barbarica. Questa fase, sul piano


dell'arte, non vede un sostanziale progresso rispetto alla precedente, ma
piuttosto un costante regresso. In concreto, a partire dal III sec. appaiono
caratterizzanti i seguenti fatti: una considerevole diminuzione dell'attività
di ricerca e un contestuale recupero della farmacologia popolare e magica
insieme a un certo rifiuto dei prodotti esotici; l'istituzione di pubbliche
scuole di medicina; un crescente condizionamento del cristianesimo; una
letteratura medica sempre piu povera e manualistica.
Significativi per lo scetticismo nei confronti dell'attività di ricerca e per
l'esaltazione della medicina popolare, sono i seguenti due passi tratti, ri-
spettivamente, dagli Euporista di Teodoro Prisciano (lib. 1 par. 24) e dalla
lettera prefatoria ai figli che Marcello Empirico premette al suo De Medi-
camentis (par. 2):
Si medicinam mi nus eruditi ac rustici homines, natura tantum conscia, non philosophia, oau-
J!asscnt et leviori bus aegritudinum incommodis vexaremur, et faciliora remedia caperentur
[ .] si quis igitur in sene et quantulaecunque scientiae medico hanc simplicem curationis via m
i11/aboratamque miretur, no veri t me in utroque genereJacere qua m di cere potius elegisse, 'Se si
fossero appropriati della medicina uomini meno eruditi e semplici, e solo la natu-
ra fosse stata loro maestra e non la filosofia, oggi saremmo oppressi da sofferenze,
Jovute alle malattie, piu sopportabili, e verrebbero assunti medicamenti piu ac-
cessibili [... ] se qualcuno si stupisce di trovare in un vecchio e medico, che possie-
de una scienza seppure modesta quanto si vuole, questa maniera semplice e poco

249
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

elaborata di curare, sappia che io in ognuna delle due opere ho preferito agire
piuttosto che disquisire'.

Secutus opera studiosornrn virornrn, qui licet alieni Juerint ab institutione rnedicinae, ta-
rnen huiusrnodi causis curas nobiles intulernnt, libellurn de ernpyricis quanta potui sollertia
diligentiaque conscripsi, rernediornrn physicornrn sive rationabiliurn confectionibus et adnota-
tionibus Jarturn undeunde collectis [... ] non solurn veteres rnedicinae artis [... ] lectione scru-
tatus surn, sed etiarn ab agresti bus et plebeis rernedia fortuita atque sirnplicia, quae experirnen-
tis probaveunt di dici, 'Seguendo l'esempio di uomini dotti, che, sebbene privi di una
institutio medica, hanno introdotto terapie famose per malattie di questo genere,
ho messo insieme un libello di rimedi sperimentati con tutta l'abilità e la diligen-
za di cui sono capace, un libello pieno di ricette tratte da ogni parte, per medica-
menti costituiti sia di prodotti naturali, sia di prodotti dell'intelligenza [.. .]. Ho
letto ed esaminato a fondo non solo gli antichi autori dell'arte medica[ ... ] ma ho
appreso anche da persone di campagna e plebei alcuni rimedi semplici e trovati
casualmente, la cui efficacia hanno provato per averla sperimentata personal-
mente'.

I.:istituzione di scuole pubbliche di medicina inizia, con tutta probabi-


lità, a partire dal sec. III d.C. Ciò si evince, tra gli altri, dai seguenti docu-
menti: un decreto di Alessandro Severo, pubblicato tra il222 e il235, in cui
si enumerano i professori pagati con pubblico denaro e per cui lo stato
mette a disposizione i locali, e tra questi sono menzionati anche quelli di
medicina; una lettera dell'imperatore Giuliano (362) all'archiatra Zenone
di Alessandria, professore di medicina. In precedenza l'insegnamento e
l'apprendimento sono privati, né sembra esistere una verifica ufficiale del-
la preparazione acquisita dal futuro medico.
L'influenza del cristianesimo sulla medicina del periodo, si rivela parti-
colarmente vistosa (gravida di conseguenze, anche linguistiche) su talune
problematiche mediche piu sensibili per la morale cristiana, come quelle
dell'aborto e della sessualità e soprattutto sulla concezione stessa della
medicina, sui suoi limiti. Relativamente all'aborto, alle ragioni di ostilità
condivise dai medici pagani si aggiunge la convinzione del tutto cristiana
che il feto sia dotato di anima.
A proposito dell'omosessualità Celio Aureliano, nel trattare il tema, ne
esprime una netta condanna sul piano morale e ne esclude una qualche
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

giustificazione sul piano medico patologico; in proposito possiamo legge-


re le Tardae sive chroniwe passiones (li b. 4 par. 131):
Non enim hoc humanos ex natura venit in mores; sed pulso pudore libido etiam indebitas
rartes obscenis usibus subiugavit. Cum nullus cupiditati modus, nulla satietatis spes est, sin-
~ulis Spartae non sufficiunt suae (nam sic nostri corporis foca divina providenti a certis destina-
l'il officiis) tu m denique utentes veste atque gressu et aliis femminini rebus; quae sunt a pas-
sùmibus corporis aliena, sed potius corruptae mentis vitia, 'Si tratta di un comportamento
che non è venuto a far parte dei costumi umani per nascita [scii. l'omosessualità];
ma è stata la libido che dopo aver cacciato il pudore ha assoggettato a usi osceni
parti del corpo a ciò non destinate. Quando il desiderio non ha misura, quando le
aspettative non si saziano, non basta a ciascuno la sua Sparta {la divina Provviden-
za ha destinato le parti del nostro corpo a funzioni ben precise), allora si vestono
camminano come donne e assumono altri atteggiamenti femminili. Questi
comportamenti non hanno nulla a che vedere con malattie del corpo, essi sono
piuttosto patologie connesse con una mente depravata'.

Riguardo alla concezione della medicina, è da ricondurre all'influsso


cristiano l'accentuazione del suo aspetto umanitario senza distinzione di
classe, e l'attribuzione del potere di guarire unicamente alla divinità, che
peraltro può servirsi del medico e delle medicine. Anche per questi aspet-
ti parlano da soli tra gli altri i due esempi che seguono tratti, nell'ordine,
dalle prefazioni alle Quaestiones medidnales dello Pseudo Sorano e al De
ohservatia dborum di Antimo:
\Jc sit superbus sed pauperes et divites, servos et /iberos pariter curet, una enim apud eos est
lllcdicina, 'Non sia superbo [scii. il medico] ma curi allo stesso modo poveri e ric-
chi, servi e liberi: infatti la medicina è unica per loro'.

Propterea diligenter consta t observare, quae a nobis suggesta sunt, auxilio divinae maiesta-
tis et domini nostri Iesu Christi, a cuius gratia longiorem vita m et praecipuam sanitatem ha-
f,camus, 'Pertanto giova osservare attentamente ciò che ho suggerito, con l'aiuto
della divina maestà e del nostro Signore Gesu Cristo, dalla cui grazia riceviamo
una vita piu lunga e una salute perfetta'.

La produzione medica soprattutto a partire dal VI sec. è costituita qua-


si esclusivamente di riduzioni e sillogi, essenziali, con funzione eminen-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

temente pratica, perlopiu anonime o pseudoepigrafe, derivate a p ili ripre-


se dai grandi del passato, o piuttosto da antologie degli stessi.
Il tutto si spiega con una serie di fattori di ordine generale, che determi-
nano un certo clima culturale e sociale, sempre meno favorevole alla me-
dicina di alto profilo. Tra questi vanno messi il diffondersi di filosofie e
religioni mistiche con tendenze rinunciatarie, quali il neopitagorismo, il
neoplatonismo e il cristianesimo, la crisi economica crescente con l'impo-
verimento dei ceti medi, culturalmente piu vivaci, l'aumento delle masse
dei coloni, lo spopolamento delle città, la sicurezza dei traffici in costante
calo, le invasioni barbariche con il loro indotto di distruzione.

2.2. Fonti per lo studio della lingua medica


Anche per lo studio e la conoscenza della lingua settoriale dei medici
possiamo attingere da fonti primarie e fonti secondarie.

2.2.1. Fonti primarie. Numerosi sono gli scritti medici giunti fino a noi.
Essi si collocano in tutto l'arco della latinità antica e romano-barbarica,
tuttavia la stragrande maggioranza di essi appartiene ai secc. IV-V e seguen-
ti: alcuni capitoli del De agri cultura di Catone; De medicina di A. Cornelio
Celso; Compositiones di Scribonio Largo; i libri 20-32 della Naturalis historia
di Plinio il Vecchio; Medicinae ex holeribus et pomis di Gargilio Marziale; Epi-
stula Vindiciani comitis archiatrorum ad Valentinianum, Epistula ad Pentadium,
Gynaecia e Epitome altera, De natura generis humani, De semine di Vindiciano;
Medicina Plinii; Liber medicinalis di Sereno Sammonico; Euporista di Teodoro
Prisciano; Celeres sive acutae passiones, Tardae sive chronicae passiones, Gynaeda,
Medicina/es responsiones di Celio Aureliano; De herba vettonica; De taxone e
Li ber medicinae ex animali bus attribuiti a Sesto Placito; Herbarium dello Pseu-
do Apuleio; Epistula adfllios e Epistula Hippocratis ad Antiochum regem di Lar-
gio Designaziano; De medicamentis di Marcello Empirico; De medicina di
Cassio Felice; De observatione ciborum di An timo; De curis herbarum, De herbis
Jeminis, Dynamidia, Damigeron. Una lunga serie di traduzioni di classici greci
quali: De acre aquis et locis, Aphorismi, Prognosticon, De septimanis, De victus ratio-
ne di lppocrate; Liber medicinalis dello Pseudo Democrito; De materia medica

252
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

di Dioscoride; De podaJ?,ra di Rufo di Efeso; Gynaecia di Sorano di Efeso


(Muscione); De sectis, Ad Glauconem de medendi methodo di Galeno; Introduc-
tio seu medicus dello Pseudo Galeno; Synopsis, Euporista di Oribasio, tutte
collocabili nel sec. VI. Molti commenti: agli Aphorismi di Ippocrate; al De
scctis, Ad eos qui introducuntur, Ars medica, De pulsibus ad tirones, Therapeutica ad
Glauconem di Galeno, tutti collocabili verosimilmente sempre nel VI sec.
Una serie di trattatelli specilistici quali: Liber Aure/i e Liber Aesculapi, Epistu-
la deJebribus Galieni, Quaestiones medicina/es Ps. Sorani, De urinis Galieni, Regu-
lae urinarum, Ypoaatis prognostica, Epistula de phlebotomia, Li ber chirurgiae Hip-
poaatis, Diaeta Theodori, databili ai secc. VI-VIII; e dello stesso periodo una
serie vastissima di ricettari, in grande parte ancora inediti.

2.2.2. Fonti secondarie. Informazioni preziose sul linguaggio dei medici ci


vengono anche dalla letteratura profana, che non raramente riporta e de-
scrive situazioni, personaggi in rapporto con la medicina e dunque anche
con un linguaggio pertinente. Le occasioni possono essere molteplici, e
anche in relazione a esse il riferimento al linguaggio è piu o meno fre-
quente, piu o meno esplicito. Tra gli autori da cui è possibile trarre infor-
mazioni sulla lingua dei medici, si può menzionare Plauto, Lucilio, Lu-
crezio, Cicerone, Virgilio, Ovidio, Petronio, Seneca, Aula Gellio, Apu-
lcio, Tertulliano, Girolamo, Agostino di Ippona.

2.3. Tipologie o generi della letteratura medica

La letteratura medica romana di lingua latina presenta una rilevante


varietà di livelli linguistici e ciò in relazione al contenuto, ai generi lette-
rari e al pubblico, alla formazione degli autori.
Per quanto concerne il contenuto possediamo trattati specialistici di
Emnacologia come le Compositiones di Scribonio Largo; di patologia per
es. le Celeres sive acutae passiones e le Tardae sive chronicae passiones di Celio
Aureliano; di dietetica il De observantia ciborum di Antimo; di ginecologia
per es. i Gynaecia di Muscione; raccolte di semplici, quali le Medicinae ex
ho/cri bus di Gargilio Marziale.
In rapporto al genere letterario la maggior parte degli scritti medici si

253
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

presenta in forma di trattato, ma non mancano composizioni in versi ele-


giaci come il Liber medicinalis di Sereno Sammonico o l'ultimo libro del De
medicamentis di Marcello Empirico, né opere catecheti che, costruite su do-
mande e risposte, come le Medicina/es responsiones di Celio Aureliano.
Il pubblico cui viene rivolta l'opera medica può essere costituito da
medici, da profani colti o, infine, da coloro che vivono in luoghi remoti o
sono in viaggio e non hanno la possibilità di volgersi a medici. Ai primi
sono destinate le opere specialistiche sopra ricordate; ai secondi le parti di
enciclopedie di ampio respiro, quali i libri dei semplici della Naturalis hi-
storia di Plinio, il De medicina di Celso; agli ultimi la Medicina Plinii e il De
medicamentis di Marcello Empirico.
Tra gli autori di medicina diverso è il livello sia stilistico, sia scientifico:
si preoccupano di fornire un prodotto di livello elevato autori come Cel-
so, Vindiciano, Celio Aureliano; sono attenti piu al contenuto che alla
forma autori come Scribonio Largo o Teodoro Prisciano; accolgono ac-
canto a elementi di medicina colta anche altri di medicina popolare, auto-
ri quali Plinio il Vecchio e Sereno Sammonico.

2.4. Presupposti per la differenziazione della lingua dei medici

Le premesse socioculturali sono rappresentate dalla formazione preva-


lentemente greca anche dei medici latini, dal bilinguismo tra loro diffu-
so, dalla condizione sociale non elevata (in grande parte schiavi e liberti),
soprattutto tra fine Repubblica e primo Impero, e soprattutto dall'appar-
tenere a un'arte che tende a essere, come chiaramente emerge dal giura-
mento di lppocrate, chiusa in sé stessa: «Trasmetterò gli insegnamenti
scritti e verbali e ogni altra parte del sapere ai miei figli, cosi come ai figli
del mio maestro e agli allievi che avranno sottoscritto il patto e giurato
secondo l'uso medico, ma a nessun altro)).

2.5. Consapevolezza della differenziazione

La differenziazione o specializzazione della lingua medica antica, ri~


spetto a quella comune è una realtà di cui sono consapevoli sia i media

254
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

che i profani. Per i medici si può leggere il passo sopra riportato (2.1.1) del
[)c medicina celsiano, in cui implicitamente si riconosce l'esistenza di una
differenziazione presso i Greci e se ne avverte, ai tempi, la mancanza pres-
so i Romani.
Significative sono anche le numerosissime espressioni riscontrabili un
po' presso tutti i medici, soprattutto negli scrittori piu colti, con cui si sot-
tolinea la differenziazione delle denominazioni mediche da quelle usate
lL·dla gente comune, dai profani, dai poeti o filosofi, del tipo: medici appel-
lali t, 'i medici chiamano'; vulgus appellat, 'il popolo chiama'; vulgo vocant,
·comunemente chiamano'. Un esempio dal De medicina di Cassio Felice
(cap. 51 par. t):
cflìcitur [~cil. colica passio] cogente intere/usa ventositate inter cutem et peritonaeum, id est
111cmbranam quam vulgo mappam vocant, '[la colica] si produce a causa della pressione
dd gas compreso tra la cute e il peritoneo, cioè quella membrana che comune-
mente chiamano mappa'.

La consapevolezza è anche diacronica, nel senso che gli autori medici si


rendono conto che il loro linguaggio, in particolare la terminologia speci-
tìca, è in evoluzione, in rapporto ai tempi, alle scuole, alle conoscenze.
Leggiamo in proposito un altro passo dal De medicina di Celso (lib. 3 cap.
27 par. t):

.l t resolutio nervorumJrequens ubique morbus est: sed interdum tota corpora, interdum partes
''!/èstat. ~teres auctores illud apoplexian hoc paralysin nominaverunt: nunc utrumque pa-
ralysin appellari video, 'Il rilassamento dei nervi è malattia frequente e diffusa ovun-
que: talora colpisce tutto il corpo, talora assale singole parti. Gli antichi autori
l'hanno chiamata nel primo caso apoplb:ian, nel secondo paralysin, ora vedo che
l'ntrambe le patologie sono chiamate paralysin'.

Anche i non addetti all'arte sono consapevoli della differenziazione


dc Ila lingua medica dalla comune. Tra i molti esempi possibili, citiamo un
passo dal De natura deorum di Cicerone (lib. 2 cap. 54 par. 136), e uno dai
Dialogi di Gregorio Magno (lib. 3 cap. 33):
Scd cum aspera arteria (sic enim a medicis appellatur) ostium habeat adiunctum linguae radi-

255
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

ci bus, 'Ma poiché l' aspera arteria (cosi infatti è chiamata dai medici) ha il suo orifizio
alle radici della lingua'.

Nam cum quodam tempore in monasterio positus incisionem vitalium paterer, crebrisque
angustiis per horarum momenta ad exitum propinquarem - quam medici molestia m graeco
eloquio sincopin vocant [... ] paschalis supervenit dies, 'Una volta, quando stavo in mo-
nastero, dovendo subire un intervento chirurgico su organi vitali, e a causa delle
continue sofferenze, col passare delle ore, avvicinandomi alla fine, a quella condi-
zione di sofferenza, che i medici chiamano, in lingua greca, sincopin [... ]giunse il
giorno di Pasqua'.

2.6. Medicina e letteratura non medica

Quando la sofferenza, sia fisica che psichica, è oggetto di poesia, di ri-


flessione filosofica, di racconto storico e cosi via, il riferimento, le allusio-
ni ai Realien e alla lingua dell'arte medica diventano necessari e inevitabili.
In questi casi la conoscenza della lingua dei medici, come della realtà me-
dica di una determinata epoca, diventano indispensabili strumenti per
eseguire una corretta critica testuale e una sicura esegesi di un testo lette-
rana.
Ci limitiamo a una sola esemplificazione, rinviando per numerose altre
alla bibliografia riportata a conclusione del capitolo. Leggiamo dalle Odi
di Orazio (lib. 2, carme 2 vv.14-16), tenendo conto delle conoscenze e del
linguaggio medico dei tempi:
[... ] nisi causa morbi
fusterit venis et aquosus albo
corpo re languor [.. .].
'[ ... ]se la causa del male non fugge dalle vene e con essa dal corpo bianco la ma-
lattia acquosa[ ... ]'.

Solo pochi hanno visto nel passo un'allusione a un particolare tipo di idro-
pisia, quella che Celso chiama, con parola greca leukojlegmatia, allusione
che, unica, permette di risolvere le difficoltà interpretative, presentate
dall'espressione aquosus languor. Alcuni traduttori, trovando la iunctura srra-
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

na, hanno riferito l'attributo aquosus ad altro sostantivo presente nel con-
testo come corpore o ad altro assente come humor o, infine, hanno omesso
di tradurlo. In realtà aquosus in rapporto a languor non costituisce alcuna
difficoltà, piuttosto ne rappresenta l'esplicitazione della causa. Un'autore-
vole conferma alla valenza medica del luogo oraziano viene dalla ripresa
da parte di Sereno Sammonico, vv. 509-12:
Est qui praevalidum fricto sale miscet acetum
atque olei suco, refricatque albentia membra
aut calido jìlids radicem mollit lnaccho,
unguine quo frangi t vires languoris aquosi,
'C'è chi mescola un aceto fortissimo con il sale abbrustolito o con il succo dell'uli-
vo e massaggia le pallide membra, oppure ammorbidisce nelle acque calde del-
l'Inaco la radice della felce e con questo unguento spezza il vigore della patologia
acquosa'.

Si considerino a conferma le corrispondenze stringenti: albentia mem-


hralalbo corpore; languoris aquosi/aquosus languor.

J. CARATTERI LINGUISTICI

In questa sezione tracciamo una sintesi dei caratteri salienti che persi-
stono nei secoli dell'Antichità, e che sono comuni anche ai vari linguaggi
specialistici i quali si formano all'interno del linguaggio medico. Come è
stato già rilevato per le lingue tecniche nel loro insieme, la differenziazio-
ne dalla lingua comune avviene soprattutto a livello di vocabolario, ma
anche nella sintassi e nello stile.

3.1. Vocabolario

Per farsi una prima idea sui lessemi e semantemi del linguaggio medi-
co è sufficiente sfogliare il Thesaurus linguae Latinae. Ognuno può notare
quanti termini, di significato medico e no, ricorrono esclusivamente o
prevalentemente nei testi medici.
La distinzione introdotta dallo Schrijnen, a proposito degli elementi

257
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

che fanno la differenziazione della lingua dei primi cristiani rispetto a


quella comune, in cristianismi diretti e indiretti (vd. cap. 2, 3.1-2), a loro
volta integrali e parziali, può adattarsi (pur nella consapevolezza dei limi-
ti insiti in questa, come in ogni altra schematizzazione), ahneno come stru-
mento euristico, anche agli elementi propri della lingua dei medici antichi
e può aiutare a meglio comprendere sia l'ampiezza, sia la profondità della
differenziazione. Cosi potremmo parlare di "medicismi" (si consenta il
neologismo) diretti e indiretti, significando con i primi quelli che designa-
no realtà mediche (interventi chirurgici, cure, medicamenti, parti anato-
miche, teorie, ecc.), con i secondi quelli che indicano elementi non esclu-
sivi dell'arte medica; integrali o parziali a seconda che siano propri dei
medici oppure ricorrano anche presso i non addetti all'arte.
Va da sé che, stando alla definizione appena data, solo nel lessico si tro-
vano i medicismi diretti e che, al contrario, gli altri livelli della lingua (in
particolare sintassi e stile) possono presentare solo medicismi indiretti.
Sono prova dell'esistenza di una differenziazione non solo l'uso esclusivo
di determinati forme e sintagmi, ma anche il sistematico rifiuto di termini
e forme che pure, per il loro significato, potrebbero appartenere al lin-
guaggio dell'arte medica.

3.1.1. Medicismi lessicali e semantici diretti e indiretti, integrali o parziali. Elen-


carli tutti sarebbe oltre che noioso, tutto sommato, anche inutile.
Lessicali diretti integrali: concoctio, 'trasformazione dei cibi nello stomaco'
(Celso, Plinio il V.); defricatio, 'massaggio' (Filagrio, Celio Aureliano, Cassio
Felice);fricamentum, 'frizione' (Teodoro Prisciano, Celio Aureliano).
Semantici diretti integrali: accidens, 'sintomo' (Teodoro Prisciano, Celio
Aureliano); blandior, 'curo dolcemente' (Celso, Plinio il V., Gargilio Mar-
ziale); commotio, 'irritazione' (Teodoro Prisciano, Celio Aureliano, Mu-
scione ); carbunculus, 'carbonchio' (Celso, Plinio il V., Scribonio Largo, Cas-
sio Felice).
Lessicali indiretti e integrali: excale}àcio, 'riscaldo' (Scribonio Largo, Me-
dicina Plinii, Marcello);gluten, 'colla' (Celso, Scribonio Largo, Medicina Pli-
nii); infriftidatio, 'raffreddamento' (Celio Aureliano).
Medicismi (lessicali e semantici) diretti parziali: caligo, 'vertigini', 'ceci-
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

tà' (Celso, Scribonio Largo, Plinio, Gargilio Marziale, Vulgata, Agostino);


collectio, 'tumore', 'ascesso' (Scribonio Largo, Plinio, Gargilio Marziale, Se-
reno Sammonico, Seneca); destillatio, 'catarro' (Celso, Scribonio Largo,
Plinio, Seneca e Tertulliano).
È chiaro che i medicismi diretti e parziali sono significativi per la diffe-
renziazione della lingua tecnica medica dalla comune soprattutto se sus-
sistono buone ragioni per supporre che essi siano passati dall'uso medico
negli scrittori profani e non il contrario. Si può ragionevolmente supporre
che siano primariamente termini in uso presso i medici, quelli che abbia-
no una o piu delle seguenti caratteristiche: a) ricorrono negli autori profa-
ni solo dopo un uso consolidato nei medici; b) compaiono nei profani in
contesti chiaramente tecnici o metaforici rispetto a situazioni e realtà me-
diche; c) sono estranei al vocabolario e al livello stilistico cui, peraltro,
l'opera non medica in cui ricorrono appartiene. Uno o piu di questi carat-
teri posseggono i termini sopra elencati.

3.1.2. Forme designanti realtà mediche ed evitate nei testi medici. Soprattutto
per la profondità della differenziazione del vocabolario medico da quello
comune, appare significativa l'assenza, integrale o parziale, nei medici (as-
senza che non può essere considerata casuale perché non limitata a singo-
le opere o autori) di forme che esprimono concetti o realtà esclusivamen-
te, o anche, medici. Alcune forme, evitate dai medici, presentano chiara-
mente determinate caratteristiche, che se per un verso giustificano il loro
rifiuto, per un altro confermano l'intenzionalità e comunque la funziona-
lità del rifiuto stesso.
Troppo generiche, affettivamente o emotivamente o ideologicamente
cariche, dovevano apparire ai medici latini parole come per es. aegrotus,
'malato'; aegritudo, 'malattia'; anima, 'vita'; artus, 'corpo'; crinis, 'capello'; cruor,
'sangue'; exta, 'visceri'; letum, 'morte'; niveus, 'bianco come la neve'.
Certamente volgari (o Joeda verba come dice Celso, v d. sopra 1.2) e ben
lontane dall'asetticità emotiva del linguaggio scientifico suonavano alcun
termini designanti azioni e attività sessuali o escrementi, evitati da tutti gli
autori medici, come culus, 'sedere'; cauda, 'pene';Jutuo, 'fotto'; inrumo, 'eia-
culo'; masturbor, 'mi masturbo'; mentula, 'pene'; merda, 'merda'.

259
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

La consapevolezza, nei medici, della differenziazione del vocabolario


medico da quello popolare, proprio nell'elemento emozionale, mi pare
risulti abbastanza chiaramente dalla seguente affermazione di Celio Au-
reliano, nelle Celeres passiones (lib. 2 par.162):
Siquidem vulgus quadam consuetudine propria ac dominantia magnis nominibus appellet, ut
magnum mare sacrum mare, atque luem deifìcam ve/ epilepticam passionem, 'Il popolo in
effetti ha l'abitudine di designare le cose speciali e significative con nomi grandi,
cosi chiama un grande mare, sacrum mare ['mare sacro'], e luem deifìcam ['calamità
proveniente da Dio'] anche l'epilessia'.

3.1.3. Il ~recismo lessicale e semantico. I grecismi lessicali e semantici poteva-


no essere inseriti legittimamente nella sezione 3.1.1, in effetti essi sono,
nella quasi totalità dei medicismi diretti e indiretti. Tuttavia è opportuno
dedicare a essi una specifica sezione data la loro presenza cosi massiccia e
qualificante nella letteratura medica come in nessun'altra letteratura tec-
nica latina.
C'è una serie di fattori, sociali, culturali e storici, che spiega la vistosità
del fenomeno grecismo nel linguaggio dei medici latini, scritto e parlato
dal I sec. a.C. alla caduta dell'impero. Essi sono, in estrema sintesi, i se-
guenti: a) la superiorità assoluta della scienza medica greca e del suo lin-
guaggio; b) la provenienza etnica e geografica greca o comunque elleniz-
zata dei medici piu famosi e preparati, autori di opere mediche e capiscuo-
la; c) il prestigio e la protezione della medicina e dei medici greci presso e
da parte dell'aristocrazia e del ceto dirigente romani; d) la formazione del
medico, anche se di madre lingua latina, su testi e presso scuole sostanzial-
mente o prevalentemente greci; e) la noncuranza (per formazione, per
classe sociale e per praticità) da parte degli autori di medicina nei confron-
ti del purismo linguistico.

3.1.3.1. Grecismi lessicali. Uno studio, sia pure sommario, dei primi 254
grecismi lessicali medicismi diretti riportati dal Thesaurus lin~uae latinae,
dalla lettera A alla G, con l'esclusione tuttavia dei nomi dei semplici (pian-
te, erbe, minerali, ecc.) mi ha permesso di individuare una serie di fatti e
tendenze significativi:

260
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

a) il numero assoluto dei grecismi lessicali nella lingua medica latina


(escluse le denominazioni dei semplici) è da considerare elevatissimo: se
solo nelle prime 7 lettere dell'alfabeto il Thesaurus registra 254 grecismi
medicismi diretti, si può pensare a una cifra complessiva, in tutto il lessico
medico latino di almeno 1000; se poi si considerassero anche le denomi-
nazioni dei semplici questo numero salirebbe ulteriormente e di molto;
h) i grecismi lessi cali medicismi diretti sono molto piu frequenti in au-
tori di livello scientifico piu alto: parlano da soli, tenendo anche conto
della estensione delle rispettive opere, i 59 di Celso o i 36 di Scribonio
Largo, rispetto ai 34 di Plinio il Vecchio o ancor piu rispetto agli 8 di Gar-
gilio Marziale, ai 7 dello Pseudo Apuleio, ai 6 della Medicina Plinii. Ugual-
mente sono piu numerosi nelle branche maggiormente debitrici della ri-
cerca scientifica greca: si confrontino ad es. i 137 della patologia, contro i 4
della dietetica;
c) la maggior parte dei grecismi lessicali medicismi diretti entra nell'uso
medico latino nei secoli I a.C., I d.C. e V-VI d.C.: rispettivamente 56 e 109,
su 205 diretti che si riscontrano solo nei medici;
d) le funzioni principali del grecismo lessicale nell'ambito di tutta la
letteratura medica latina, sembrano le seguenti:
t) informazione e introduzione del lettore al linguaggio tecnico medi-
co greco in generale o anche di scuola, come elemento di differenziazione
rispetto al linguaggio comune, o di altre scuole. In questo caso il grecismo
è sistematicamente introdotto da perifrasi quali Graeci vocant, f',raece dicitur,
a Graecis nominatur, Methodici appellant, nos appellamus, medici dicunt;
2) arricchimento tipologico, nel caso di inesistenza di termini latini ap-
propriati, per designare ulteriori varianti di una patologia, di una situazio-
ne clinica, ecc.; prendiamo ancora un esempio dal De medicina di Celso
(lib. 3 cap. 21 parr.t-2):
Atque eius tres species su nt [... ] primum tympanften, secundum leukophlegmatfan ve/ hypo-
scirka tertium askiten Graeci nominarunt, 'Le specie dell'idropisia sono tre: [... ] la
prima i Greci hanno chiamato tympanften, la seconda leukophlegmatfan o hyposarka,
la terza askiten';

3) descrizione e definizione sintetica (data la grande capacità del greco


LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

di creare termini composti) di una realtà "complessa", come ad es. una


condizione patologica o le varie proprietà di un farmaco. Leggiamo un
esempio dal De medicina di Cassio Felice (cap. s):
Sed nomen alopeciae accepit, siquidem postquam Juerint curati tenues canosos et veluti jlavos
capillos ostendant, sicut animalis vulpeculae quam Graeci alopeca vocant, 'Ha preso il no-
me di alopecia, infatti i malati mostrano, dopo che sono stati curati, capelli sottili
bianchi e quasi gialli, come i peli della volpe che i Greci chiamano alopeca';

4) traduzione o spiegazione di un altro termine tecnico, come chiara-


mente nelle Celeres passiones di Celio Aureliano (lib. 3 par.144):
Item alii hanc passionem chordapson vocavernnt quod non aliter quam chordae intestina
tendantur: nam veteres Graeci intestina chordas vocavernnt, 'Altri hanno denominato
questa malattia chordapson, perché gli intestini si tendono non diversamente dalle
corde: infatti gli antichi Greci hanno chiamato gli intestini chordas';

s) spiegazione o informazione di fatti storici o linguistici relativi a pato-


logie, farmaci o altro, come fa ancora Celio Aureliano nelle sue Celeres
passiones (lib. 2 par. s6):
Vicina atque si milis est lethargiae passio qua m Graeci catalepsin appellant [... ] Praxagoras
[... ) catochen appellavi t, 'È simile e vicina alla letargia la malattia che i Greci chiama-
no catalepsin [... ) Prassagora [... )la chiamò catochen';

6) uso libero, non giustificato dalle funzioni di cui sopra, esattamente


come se si trattasse di vocabolo latino comune: cosi per es. Teodoro Pri-
sciano nei suoi Euporista (li b. 2 par. 46): aliqui [... ) adhibuerunt [... ) arterioto-
mian, 'alcuni fanno ricorso all'arteriotomian [scil. contro i dolori del capo)'.

3.1.3.2. Calchi lessicali e semantici. Il calco è un modo per evitare il gre-


cismo lessicale, uno strumento per formare, arricchire un vocabolario,
pur in osservanza delle regole del purismo. Si può parlare con maggiore
verosimiglianza di calchi, piuttosto che di forme e valenze autonoma-
mente costituite, soprattutto nel caso di un preciso riscontro con la fonte
greca o di una corrispondenza con la denominazione greca esplicitamen-
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

te richiamata dallo stesso autore. I calchi non sono pochi e si riscontrano


piu numerosi nell'ambito della medicina in senso stretto; alcuni esempi:
radius, 'radio', gr. kerkis; resolutio, 'paralisi', gr. pardlysis; suffusio, 'cateratta', gr.
hyp6chysis.
Sono da considerare ugualmente calchi alcune particolari iuncturae, in
se stesse perfetti equivalenti di composti greci, conseguenza della reticen-
za della lingua latina a formare composti: aquae timor, 'idrofobia', gr. hydro-
_t;Jbia; levitas intestinorum, 'lienteria', gr. leienteria; malus corporis habitus, 'ca-
chessia', gr. kachexia.

3.2. Sintassi e stile

È chiaro che, a livello di sintassi e stile, è arduo parlare di medicismi


integrali cioè esclusivi dei medici. La grande diffusione o predilezione nei
testi medici per determinati moduli, sintagrni, figure, iuncturae altrove me-
no frequenti o inusuali, è tuttavia un fatto incontestabile.
La specialità di questi fenomeni consiste, è importante che ciò sia chia-
ro, soprattutto negli ambiti semantici e funzionali, essenzialmente medi-
ci, in cui essi vanno, di fatto, a realizzarsi e nelle singole forme che essi
assumono. In definitiva e per essere concreti, non è ad es. la brachilogia in
sé a essere tipica della lingua speciale dei medici, ma le singole brachilo-
gie, con precisa valenza e funzione medica. Passiamo ora a esemplificare
alcuni dei principali fatti di sintassi e stile propri o piu frequenti nei testi
medici.

3.2.1. Elex con valore comitativo o strumentale. Sono quasi esclusivi dei me-
dici gli usi comitativi e strumentali della preposizione e/ex, soprattutto in
contesti farmacologici, in particolare per introdurre gli ingredienti o lo
strumento terapeutico. Due esempi: dal De medicina di Celso (lib. 1 cap. 3
par. s): leviter peifricare ex oleo, 'frizionare delicatamente la parte con olio';
dalla Naturalis historia di Plinio (li b. 31 par. 128): circumligantur [sci l. spongeae]
[ .. ] siccae vel ex aqua tepida poscave, 'le spugne vengono fissate tutt'intorno
alla parte[ ... ] o asciutte o bagnate con acqua tiepida oppure con acqua e
aceto'.
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

3.2.2. Nominativo assoluto. È nominativo assoluto quello completamente


staccato da una frase, in sostanza un nominativo frase a sé. Si riscontra
sovente negli erbari, rappresentato dal nome dell'erba, insieme titolo del
capitolo e soggetto di un predicato inespresso, cosi anche negli elenchi di
sintomi, di rimedi, costituito dagli stessi. Leggiamo un esempio dall'Erba-
rio dello Pseudo Apuleio (cap.120 par. 3):
H erba hedera crisocanthe [scii. vocatur1 ideo quia grana jert coloris aurei; haec grana xx in
vini sextario contrita bibantur, 'L'erba edera [si chiama] crisocante per questo, perché
porta dei grani di colore aureo; venti di questi grani siano ingoiati in un sesta rio di
. '
vmo.

3.2.3. Infinito con valore imperativo. Particolarmente frequente nelle pre-


scrizioni, nel contesto di ricette, con verbi che significano 'applicare', 'ver-
sare', 'imporre', 'strofinare', o comunque eseguire una determinata tera-
pia, un esempio tra i numerosissimi può essere quello che si legge negli
Euporista di Teodoro Prisciano (lib. 2 cap. 79):
Ci bis nutriendi sunt epatici, exerceri similiter et fricari, 'I malati di fegato vanno nutriti
con cibi, parimenti devono essere tenuti in movimento e devono essere massag-
giati'.

3.2.4. Presente o futuro in luogo dell'imperativo. Ugualmente frequente in


modo particolare nelle ricette e nelle prescrizioni terapeutiche latine è il
ricorso al presente indicativo o futuro, soprattutto in 2• pers. sin g., in luogo
dell'imperativo presente o futuro, cosi come ad es. nel De medicina di Cas-
sio Felice (cap. 30): Molli linteolo diligenterobtrudes, 'Ricoprirai accuratamen-
te con un pannolino morbido'.

3.2.5. Paratassi. Come per altri fenomeni sintattici, ma in modo partico-


lare per la paratassi, va ricordato che essa non può essere considerata un
elemento tecnico in se stessa, in quanto modulo strutturale, ma solo in
quanto, di fatto, in determinate circostanze, è chiaramente condizionata
dal soggetto trattato. Cosi ad es. la paratassi è particolarmente frequente
e funzionale nelle descrizioni di sintomi, effetti e prescrizioni paralleli,
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

nell'accostamento antitetico di concetti, rimedi, sintomi rovesciati, come


anche nelle descrizioni anatomiche. In concreto la paratassi si realizza sia
a livello di principali, sia di subordinate.
Leggiamo un esempio di paratassi a livello di principali dal De mediana
di Celso (lib. 7 cap. 22 par. s):
Sed tum quoque in~uen incidendum, media tunica promenda atque excidenda est; idem imae
jàciundum; nerous, ex quo testiculus dependet, praecidendus, 'Ma allora l'inguine va inci-
so, la tunica intermedia va estratta e tagliata; la stessa cosa va fatta alla tunica piu
profonda; il nervo a cui il testicolo è appeso va tagliato'.

3.2.6. Proposizioni relative a catena. Nelle descrizioni anatomiche, in parti-


colare nei casi in cui si devono evidenziare i percorsi o le tangenze dei
vari organi, lo scrittore medico privilegia il ricorso soprattutto a proposi-
zioni relative a catena. Leggiamo l'esempio che presenta Celso nel suo De
mediana (lib. 8 cap. t par. 4):

Sub iis [quo]que musculis, qui tempora conectunt, os medium in exteriorem partem inclina-
tum positum est. At Jacies suturam habet maximam, quae a tempore incipiens per medios
oculos naresque transversa peroenit ad alterum tempus; a qua breves duae sub interioribus
an~ulis deorsum spectant, 'E sotto i muscoli che uniscono gli ossi temporali, c'è un
osso mediano rivolto verso l'esterno. La faccia poi presenta la sutura piu grande,
quella che cominciando da una tempia e attraversando gli occhi e il naso giunge
all'altra. A partire da questa, due corte, sotto gli angoli interni dell'occhio, si diri-
gono verso il basso'.

3.2.7. Brachilogie. Soprattutto nelle parti piu tecniche e piu ripetitive co-
me negli elenchi di sintomi ed effetti, nelle ricette, nelle cartelle cliniche,
ccc. si rilevano varie forme di brachilogie, in qualche modo opportune
per evitare noiose ripetizioni, in ogni caso facilmente comprensibili per
un pubblico esperto (medici o studenti di medicina), trattandosi di realtà,
situazioni, azioni estremamente comuni e familiari nell'ambito dell'arte.
Tra le forme di brachilogie piu frequenti si possono menzionare le se-
guenti: a) ellissi del predicato; b) ellissi del soggetto o oggetto; c) omissio-
ne di un elemento qualificante, in genere il sostantivo, in iuncturae varie:
numerale+ sostantivo, attributo+ sostantivo, attributo+ sostantivo+ com-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

plemento, pronome + sostantivo+ complemento, ecc.; d) struttura nomi-


nale in luogo della verbale.
Ecco due esempi esplicativi, nell'ordine, uno per un caso di omissione
del predicato 'giovare', 'essere utile' in riferimento a un medicamento,
nelle Compositiones di Scribonio Largo (cap.111), e uno per l'uso della strut-
tura nominale in luogo della verbale dal De medicina di Celso (Prifazione,
par. 2):
Ad coeliacos, id est qui subito et multa deiciunt, item et ad alvum citatam [scii. prodest], 'Ai
celiaci cioè coloro che evacuano immediatamente e in grande quantità, ugual-
mente alle evacuazioni frettolose (fa bene);

Herbas aliaque prompta in auxilium vulnerum morborumque noverunt, 'Sono venu-


ti a conoscenza delle erbe e di altri preparati in soccorso delle ferite e delle ma-
lattie'.

3.2.8. Uso indifferente dei verbi composti e semplici. La necessità di variatio in-
duce i medici, soprattutto nei ricettari, in particolare nelle indicazioni, a
creare dei composti e a usarli in luogo dei semplici, senza sostanziale dif-
ferenza semantica; esempi: unguolinunguolsuperinunguo, 'ungo'; linolilli-
no/superillino, 'spalmo'; spargolaspargol superaspargo, 'spargo'.

3.2.9. "Iuncturae" ricercate e "iuncturae" evitate. Si riscontrano un po' in tutti


i medici iuncturae ed espressioni che sono proprie della loro lingua (e quin-
di da considerare elementi tecnici) in quanto tali, non per la loro valenza
globale, né tanto meno per i singoli elementi costituenti, ma proprio per
la particolare e tipica combinazione degli stessi; alcuni esempi: alvum du-
cere, 'provocare l'evacuazione'; alvus fusa, 'diarrea'; caput purgare, 'liberare il
capo'; cicatricem ducere, 'cicatrizzare'; urinam movere o commovere, 'favorire la
minzione'; mulierem purgare, 'provocare le mestruazioni'; tumorem discutere,
'eliminare un gonfiore'.
Al contrario, come a proposito di particolari parole {vd. sopra, 3.1.2),
cosi anche a proposito di determinate iuncturae, che pure potrebbero ap-
partenere, per il loro significato, al linguaggio della medicina, si nota un
certo rifiuto, un rifiuto che si giustifica con la carica emotiva e affettiva che

266
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

esse posseggono. Frequentemente i medici si trovano costretti a esprime-


re le realtà ad es. della morte (morire, uccidere) o dell'amore (avere rap-
porti sessuali), ma non ricorrono mai a espressioni del tipo animam ponere,
animam amittere, 'morire'; adficere feto, dare feto, dare morti, 'uccidere'; caedere,
futuere, mofere, premere, e.ffodere mufierem, 'avere rapporti sessuali'.

3.2.10. Metafore. Varie metafore sono proprie dell'uso medico e sovente


arrivano fino a noi e sono ancora di uso corrente, talora calcate sulle cor-
rispondenti greche, talora genuinamente latine. Due esempi celsiani, ri-
spettivamente del primo e del secondo tipo: Prefazione (par. 15) e De medi-
cina (lib. 7 cap. 7 par.12):
Et injlammationem, quam Graeci phlegmonen nominant, excitat, eaque injlammatio talem
motum ej]ìcit, qualis in Jebre est, ut Erasistrato placuit, 'E provoca l'infiammazione e
questa determina quel movimento che come ritiene Erasistrato si verifica nel
caso di febbre'.

Clavi autem vocantur callosa in albo oculi tubercula: qui bus nomen afiJ?urae similitudine
est, 'Sono chiamati clavi ['chiodi'] dei tumoretti callosi del bianco dell'occhio, che
ricevono il nome dalla somiglianza della forma'.

Grande parte di queste metafore deriva dal linguaggio delle arti e dei
mestieri o comunque da denominazioni della realtà quotidiana, solo qual-
che esempio: aranea, 'un tipo di erpete', s.p. 'ragnatela'; carbuncufus, 'car-
bonchio', s.p. 'piccolo carbone'; cancer, 'cancro', s.p. 'granchio';Jrenum, 'fre-
nulo', s.p. 'briglia (morso) del cavallo'; panus, 'gonfiore ghiandolare', s.p.
'spola avvolta di filo'; penicillum, 'tasta', s.p. 'pennello'.

Metonimie. Sono il frutto sia dell'esigenza di variatio in contesti


3.2.11.
necessariamente ripetitivi, sia della confidenza dell'addetto all'arte con la
cosa significata. Tra le metonimie piu comuni le seguenti: la parte malata
o il malato per la malattia, e viceversa, il tutto per la parte e viceversa, il
contenente per il contenuto, la causa per l'effetto, lo strumento per l'ope-
razione e viceversa, la pianta per il suo estratto, l'effetto per la malattia,
l'azione medicamentosa per il medicinale, e cosi via. Esempi: afvus e venter,
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

'feci', s.p. 'alvo' e 'ventre'; articuli, 'artrite', s.p. 'articolazioni'; caligo oculorum,
'occhi annebbiati', s.p. 'nebbia degli occhi'; caput, 'cuoio capelluto', s.p. 'ca-
po'; corpus, 'alvo', s.p. 'corpo'; Jerrum, 'intervento chirurgico', s.p. 'ferro';
scorpiones, 'punture di scorpione', s.p. 'scorpioni'.

3·3· Differenziazioni specialistiche

All'interno della lingua tecnica medica latina si possono intravedere


delle specificità tipiche ora di questa specialità medica, ora di quella, ora di
questa scuola medica (setta), ora di quella. Si tratta di ulteriori variazioni
linguistiche che contraddistinguono gruppi minori nell'ambito del grup-
po sociale dei medici. La profondità e l'ampiezza della differenziazione,
all'interno della comune lingua speciale medica, sono, ovviamente, diret-
tamente proporzionali alla perfezione, sviluppo e autonomia raggiunti
dalla singola branca medica, come anche dalla scuola.
Differenziazioni abbastanza vistose ed evidenti si rintracciano nelle
branche piu affermate e documentate della chirurgia, della dietetica, della
ginecologia e farmacologia.
Qui ci limitiamo a evidenziare alcuni fatti e dati ricavati da un sondag-
gio sui testi ginecologici.

3.3.1. Lingua ginecologica latina. La specificità del linguaggio ginecologico


rispetto a quello medico, diciamo generico, si avverte a livello di lessico e
di fraseologia.
Per quanto concerne il lessico sembra esserne una caratteristica, se non
esclusiva, certo piu evidente, il livello stilistico. In esso si può scorgere la
concretizzazione di quella ricerca, o meglio, quel desideratum di asetticità
emozionale, che chiaramente traspare da Celso (lib. 6 cap. 18 par. 1; vd.
sopra par. 2.5).
La ricerca di sterilità emozionale è rilevabile, come è comprensibile,
soprattutto nelle denominazioni delle parti genitali esterne, note anche ai
profani, coinvolte nell'atto sessuale, quindi gli organi genitali nel loro in-
sieme, la vagina, le labbra e il clitoride. Essa si evince sia dal significato
etimologico delle varie forme utilizzate, e dal loro uso nella letteratura

268
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

profana di livello alto, sia dal rifiuto di forme che dovevano essere corren-
ti, soprattutto a livello di lingua volgare.
Il significato etimologico della maggior parte delle denominazioni
esterne usate dai medici richiama sentimenti di pudore e rispetto (puden-
da, 'cose di cui provare vergogna'; verenda, 'cose di cui provare timore'), o
realtà estremamente vaghe e sfumate (loci, 'luoghi'; partes, 'parti'; muliebria,
'cose di donne';feminina, 'cose femminili'), o la funzione generatrice (geni-
talelgenitalia, 'parte/i che generano'; matrix, 'matrice'; natura, naturale, 'na-
tura'), o la forma e natura {fibra, 'fibre'= 'labbra vulvari'; labra, 'labbra vul-
vari'; pinnacula, 'pinnacoli'= 'labbra vulvari'; canalis, 'canale'= 'vagina'; si nus,
'cavità'= 'vagina'; pulpa, 'polpa'= 'clitoride', ecc.); in sostanza si tratta di
significati emotivamente sterili o funzionali.
Gli autori e le opere non medici in cui i termini sopra citati possono
ricorrere appartengono alla buona letteratura pagana (filosofia, epica, sto-
riografia) o cristiana.
Sono sistematicamente evitate negli scritti ginecologici di ogni periodo
denominazioni emotivamente cariche, usate soprattutto in testi e contesti
chiaramente volgari come commedie, satire, letteratura pornografica: per
i genitali femminili nel loro insieme, non ricorrono mai ager, 'campo'
(Plauto); hortus, 'orto' (Carmina priapea);fossa, 'fossa' (Carmina priapea); ba-
rathrum, 'baratro' (Marziale); per il clitoride non si incontrano nasus, 'naso'
(Carmina priapea); crista, 'cresta' (Giovenale).

3.3.2. Fraseologia. A livello di fraseologia si rimarca una certa volontà di


selezionare e tecnicizzare varie iuncturae e moduli diretti a significare alcu-
ne azioni o concetti o manifestazioni tipicamente ginecologici, come:
provocare i mestrui, arrestarli o regolarli, concepire e partorire, provocare
il parto, estrarre le seconde, provocare l'aborto e somministrare abortivi.
La volontà di cui sopra appare emergere soprattutto dal fatto che le espres-
sioni, preferite per indicare operazioni suddette, sono in realtà poche, sia
in tutto l'arco cronologico considerato (I-VII sec. d.C.), sia in un determi-
nato periodo o autore. Facciamo alcuni esempi: per. 'provocare i mestrui':
purgare [scil. mulierem] (Celso, Scribonio Largo, Plinio), pellere menstrua (Pli-
nio, Gargilio Marziale); per 'provocare il parto': eicere infantem (Celso, Mu-
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

scio ne), extrahere partum (Plinio il V., Gargilio Marziale), adducereJorislforas


infantem (Muscione), educere fetum (Celio Aureliano, Gynaecia); per estrar-
re le seconde: evocare secundas (Plinio, Gargilio Marziale, Celio Aureliano
Gynaecia, Muscione ), excludere secundas (Cassio Felice, Sorano-Celio Aure-
liano, Gynaecia, Muscione).

4· EVOLUZIONE DEL LATINO MEDICO

Anche la lingua medica latina antica rispecchia l'evoluzione dell'arte,


come pure dello status sociale e culturale degli addetti all'arte.
Va tuttavia detto subito che la documentazione, o se si preferisce, le
fonti primarie della nostra conoscenza del latino medico antico (vd. sopra
2.3.1) non sono distribuite uniformemente in tutto l'arco di tempo di no-
stro interesse: esse appartengono quasi tutte all'epoca imperiale e, nella
grande maggioranza, si collocano nei secc. IV-VIII. Questo fatto non per-
mette di tracciare un quadro evolutivo organico ma solo di fissare alcune
specificità del primo Impero e del periodo dal IV all'VIII secolo. Soffer-
miamoci brevemente su queste.

4.1. Fase ellenistico-romana

Il latino medico del primo Impero, quello rappresentato in sostanza


dall'opera di Plinio, Scribonio Largo, Celso viene prodotto e scritto in un
contesto che è il seguente: periodo di espansione dell'economia (vol. 1
cap. 5, 2.3), sviluppo degli insediamenti urbani (vol. 1 cap. 6, 2.3), diffusio-
ne sempre piu capillare del greco (vol. 1 cap. 5, 2.5, cap. 6, 2.5), interesse
diffuso per la medicina tra le classi colte e ricche, crescita di dignità e im-
portanza della professione medica, grandi progressi della scienza medica,
soprattutto ellenistica, dunque di madre lingua greca nei settori, in parti-
colare, della chirurgia, della farmacologia e della psichiatria (vd. sopra
2.1.1).
Tutti questi fatti direttamente e indirettamente influiscono sull'arte
medica e determinano vari caratteri della lingua medica del periodo che
possono essere sintetizzati come segue:
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

a) cura della lingua a livello sintattico e stilistico: specie Celso (ma, in


confronto con altri autori di medicina, anche Plinio) è certamente in-
fluenzato, nella scelta del livello di lingua, da un pubblico di lettori costi-
tuito non solo da addetti all'arte, ma anche e forse soprattutto da persone
colte in genere. Cura sintattica e stilistica significa in questi autori periodi
articolati (pur all'interno di una certa tendenza alla paratassi o predilezio-
ne per proposizioni relative condizionate dall'esposizione della materia;
vd. sopra 3.2.5-6), ricorso a figure retoriche quali anafora, climax, paralleli-
smo, variatio, ecc.;
h) introduzione, per la prima volta, nel latino medico di una serie di
termini tecnici latini (lessemi e/o semantemi): si tratta di varie centinaia,
resi necessari sia dall'accettazione sistematica nel mondo romano di una
quantità di tecniche, concetti, Realien (relativi soprattutto alle branche del-
la chirurgia farmacologia, oculistica, psichiatria), già ampiamente diffusi
nella medicina ellenistica, sia dalla volontà di creare una lingua tecnica
medica latina (in linea con lo sforzo già in atto tra fine Repubblica e primo
Impero di creare vari linguaggi settoriali di cui il latino era sprovvisto,
quali quelli della filosofia, della fisica, dell'architettura; vol. 1 cap. 3, 4.2.5.2.1-
4). Si leggono per la prima volta in testi medici di questo periodo termini
come: astringentia 'farmaci astringenti'; bullula, 'piccola bolla'; calefacientia,
'farmaci con proprietà riscaldanti'; cicatricola, 'piccola cicatrice'; contusa,
'contusioni'; convulsa, 'convulsioni'; emacrescolmacesco, 'divento magro'; ex-
sanio, 'faccio suppurare'; extussio, 'emetto con la tosse'; fissa, 'spaccature';
fracta, 'fratture'; !an ula, 'fiocco di lana'; pus moventia, 'medicamenti suppura-
rivi'; rifrigerantia, 'medicamenti rinfrescanti'; resolutio, 'paralisi'; suffusio, 'ca-
teratta'. Lo strumento privilegiato in questo lavoro di arricchimento è in-
dubbiamente quello del calco lessicale o semantico;
c) utilizzo moderato e funzionale del lessico tecnico greco: l'accetta-
zione di forme greche integrali o traslitterate, piti o meno adattate al si-
stema morfologico latino (pensiamo soprattutto a Celso) è in sé notevo-
le, ma non può essere definito spontaneo e casuale, come sarà nei secoli
successivi; generalmente è regolato da effettive necessità espressive, op-
pure dal bisogno di informare il lettore sul linguaggio tecnico medico
greco.

271
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

4.2. Fase medio-tardo imperiale e romano-barbarica


Anche il latino medico dei secc. III-VIII, risente di una serie di fattori
piu o meno direttamente influenti sull'arte medica e i medici, che in estre-
ma sintesi possono essere cosi elencati: impoverimento crescente e gene-
ralizzato, decadenza delle scuole anche quelle mediche a partire dalla se-
conda metà del sec. VI (vol. 1cap. 7, 2.2-5 e cap. 8, 2.2-5), progressiva scom-
parsa della conoscenza diffusa del greco in modo particolare dalla seconda
metà del sec. VI, forte retrocessione-involuzione delle branche mediche
specialistiche, diffusione di una medicina caritativa, crescente influsso
dell'ideologia cristiana.
In seguito e come conseguenza di questi fatti appena ricordati, la lingua
medica presenta i seguenti elementi distintivi:
a) ingresso nel lessico tecnico di numerosi termini di probabile tradi-
zione volgare. Esempi: cribello, 'passo al setaccio'; cinisa, 'cenere'; diacasto-
reum, 'medicamento a base di castorio'; Jricamentum, 'frizione'; infrigido,
'raffreddo'; perbullio, 'faccio arrivare a ebollizione'; radicina, 'piccola radice';
re}lato, 'respiro'; salefacio/sa/facio, 'metto sale'; superaspargo, 'cospargo';
b) greco "imbarbarito": il greco che pur continua a essere presente, so-
prattutto nella denominazione dei medicamenti e degli ingredienti, è to-
talmente devitalizzato, avulso dalla lingua greca viva, inserito in una lin-
gua latina "imbarbarita", irriconoscibile probabilmente anche per l'utente
non solo e non tanto a causa della trascrizione itacistica, della vocale eta,
dei dittonghi ei oi, ecc., ma anche a causa di una serie di trascrizioni errate,
effetto della confusione grafico-fonetica che caratterizza il periodo roma-
no-barbarico: raddoppiamenti e scempiamenti consonantici fuori luogo,
inserimento dell'aspirazione in luogo di consonanti sorde nel greco, unio-
ne in un solo termine di piu parole greche, ecc. Alcuni esempi tratti
dall'Antidotario Bodmer: apopiras, 'esperimentato', gr. apò peiras; diaynantis,
'che contiene infìorescenza della vite', gr. dià oinanthes; toclidion, 'chiavetta',
gr. tò kleidion;
c) cristianismi lessicali che diventano medicismi: tra i medicismi di pro-
venienza cristiana, si possono distinguere delle forme eticamente o teolo-
gicamente motivate e, in quanto tali, adottate dal medico cristiano, da al-

272
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

tre assunte, forse, solo a causa della loro grande diffusione nell'uso comu-
ne. Possono appartenere al primo gruppo termini designanti il feto, o
comunque legati al contesto dell'aborto, che per un verso entrano solo dal
IV sec. nell'uso medico e che per un altro sono introdotti e usati, in primo
luogo dai padri della chiesa, a sottolineare la concezione cristiana del feto
come essere vivente, provvisto di anima, in polemica con la posizione
pagana, in particolare quella stoica, del feto visto quale portio viscerum; tra
questi si pensi ad anima, animai, exhalatio concepta, infans, neophytus e pecus.
Appartengono al secondo gruppo forme esclusive, o comunque di larghis-
simo uso nelle comunità dei cristiani dei primi secoli, che entrano nel lin-
guaggio dei medici con significato medico solo nei secoli tardi, quali adiu-
torium, adiuvamentum, mede/a, 'medicamento'; catholicus, 'universale' (in ri-
ferimento a un medicamento di vasta applicazione); baptizo, 'lavo'; obdulco,
'addolcisco'; obduratio, 'indurimento';
d) introduzione sempre piu frequente nella lingua dei medici di termi-
ni propri dei ceti medi e inferiori: sono soprattutto i medici di epoca tar-
do-imperiale e romano-barbarica, come Cassio Felice, Celio Aureliano,
Pseudo Apuleio, che segnalano e utilizzano termini popolari, da loro stes-
si definiti tali: aranea verrina, 'un tipo di herpes', s.p. 'ragno porcino' {Cassio
felice); bulbus pruriosus, 'scilla' o 'cipolla marina', s.p. 'bulbo che provoca
prurito' {Celio Aureliano); cordis dolor, 'dolore alla bocca dello stomaco',
s.p. 'dolore del cuore' {Celio Aureliano); mappa, 'peritoneo', s.p. 'drappo,
mantello' (Cassio Felice).

5. STORIA, LETTERATURA, LINGUA

Da quanto sopra si è detto emergono abbastanza chiaramente alcuni


collegamenti o connessioni, che si possono sintetizzare come segue:
a) la presenza notevolissima di temi e lingua medici nella letteratura
profana è coerente sia con la realtà della vita di sempre, sia con l'interesse
diffuso per la medicina da parte delle persone colte, già dall'età di Plauto,
c poi in continua crescita nei secoli successivi;
b) la cura per la lingua di base e un certo purismo, soprattutto in Celso,
111a anche in taluni scrittori piu tardi, come ad es. in Vindiciano, l'utilizzo

273
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

del verso da parte di Sereno Sammonico (ma anche Marcello Empirico) si


giustificano e si comprendono con l'interesse dei ceti colti e aristocratici
per la medicina e anche con la formazione globale di tal uni medici;
c) la lingua di base piu trascurata, ricca di elementi volgari, in altri auto-
ri, soprattutto tardi e romano-barbarici, è coerente sia con la loro forma-
zione letteraria piu modesta, sia con la volontà di raggiungere un pubblico
piu ampio, anche per motivi etici e umanitari;
d) la presenza del greco, lessemi e semantemi, vistosa fino al sec. VI, è
perfettamente in linea con una serie di dati di fatto: l'arte raggiunge il suo
massimo splendore e realizza le conquiste piu avanzate nel mondo greco
ed ellenistico; i piu grandi maestri della medicina antica sono di lingua
greca e scrivono in greco, anche in epoca imperiale; fino a tutto il II sec. la
maggior parte dei medici è di lingua greca, e quelli di lingua latina cono-
scono e sovente scrivono in greco; soprattutto in epoca imperiale esiste
una larga e capillare diffusione e conoscenza della lingua greca, almeno tra
i ceti di media e alta cultura;
e) il grande numero di fatti sintattici e stilistici propri della lingua dei
medici è coerente sia con la specificità dell'arte, sia con la tendenza della
categoria medica a fare ceto chiuso, geloso delle proprie conoscenze;
f) la formazione, all'interno del linguaggio medico di ulteriori linguag-
gi specialistici, tipica dell'epoca imperiale è in linea con il moltiplicarsi
delle branche specialistiche (peraltro a loro volta da collegare alla doman-
da di benessere, proveniente da una società ricca);
g) i cristianismi che diventano medicismi sono il chiaro riflesso della
fortissima e crescente influenza della religione cristiana e della sua mora-
le, sulla società civile e dunque anche sui medici e la medicina, a partire
dal IV sec.

6. BIBLIOGRAFIA

1.1. MAzziN I, Testi medid latini antichi e altomedievali. Gli ultimi venti anni di ricerca:
consuntivo e prospettive, in Tradidòn griega y textos mèdicos latinos en el periodo presalerni-
tano, a cura di Arsenio Ferraces Rodriguez, A Coruiia, Univ. de Coruiia, 2007, PP·
13-37·

274
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

2.1.1-2. B. LANçoN, La médecine dans la pensée des lettrés chrétiens de l'antiquité tardive
(P-V siècle), in Tradiciéin e Innovaciéin de la medicina latina de la antigiiedad y de la alta edad
11 ,cdia, a cura di M. E. VAzQUEZ BuJAN, Santiago de Compostela, Uni v. de Santiago
dc Compostela, 1994, pp. 331-41: sintesi della posizione dei padri, dunque del cri-
stianesimo nei confronti della medicina e del medico; I. MAzziN!, Formazione
Jlnifcssionale dei medici ed educazione sanitaria di massa nel mondo occidentale, nei secoli
IV-VI, in Incontri di popoli e culture tra V e IX secolo. Atti delle VI giornate di studio
sull'età romano-barbarica, a cura di M. RoTI LI, Napoli, Arte tipografica, 1999, pp.
39-55: la formazione dei medici del periodo e la diffusione delle conoscenze me-
diche tra i laici; lo., Cassiodoro testimone del passaggio dalla medicina tardo antica alla
111cdicina monastico-altomedievale, in «Cassiodorus», a. VI-VII 2000-2001, pp. 115-32: a
partire dalla varia 19 dellib. 6 viene illustrato il passaggio dalla medicina laica a
quella monastica, da quella tardo-antica a quella romano-barbarica; lo., La medi-
cilw romana, in lo., I medici di Roma antica in cattedra. Salute, bellezza, benessere, Forli,
Victrix, 2007, pp. 7-33: una sintesi dei caratteri peculiari della medicina romana di
epoca ellenistica e tardo-antica; ivi anche una bibliografia essenziale sui singoli
caratteri della medicina romana di cui si è fatto cenno.
2.2.1. Bibliographie des textes médicaux latins. Antiquité et haut Moyen Age, dir. G.
SABBAH, P.P. CoRSETTI e K.D. F1scHER, Saint Étienne, Publications de l'Univ. de
Saint-Étienne, 1987; K.D. FISCHER, Bibliographie des textes médicaux latins. Antiquité
et haut Moyen Age, Prémier supplément 1986-1999, ivi, id., 2000; lo., Second supplément
à la bibliographie des textes médicaux latins. Antiquité et haut Moyen Age, in versione
elettronica sul sito della BlU M, 2002 (www.bium.univ-paris5.fr): tre strumenti
importantissimi e tra loro complementari che presentano un panorama completo
della letteratura medica in lingua latina. Per ciascuna opera/autore vengono for-
nite sintetiche informazioni storico-letterarie, edizioni, traduzioni in lingua mo-
derna, saggistica. Piu aggiornata, ma parziale (come dal titolo) la bibliografia cu-
rata da A.M. URso, La letteratura medica latina nell'Africa tardo antica: consuntivo degli
studi, in «Lettre d'informations. Médecine antique et médiévale.), n.s., 4 2005, pp.
1-40; 5 2006, pp.1-30; 6 2007, pp. 76-93·
2.2.2. l. MAzziNI, Medicina e letteratura non medica nel mondo antico (Un secolo di
studi: tema tiche, risultati, orientamenti}, in BStudLat, a. xxxvn2007, pp.172-214: rasse-
gna sostanzialmente completa dei vari studi, per la verità molto numerosi, in cui
si descrive la presenza di tematiche mediche nella letteratura profana, greca e la-
tina.
2.3.1. MAzziNI, La medicina dei Greci e dei Romani, Roma,Jouvence, 1997, vol. 1
pp. 9-117: una panoramica della letteratura medica dell'Antichità, compresa quel-
la romana in lingua latina, fino al V sec.: quadri introduttivi alle singole epoche

275
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

storiche, profili dei singoli autori medici, caratteristiche principali della letteratu-
ra medica latina; M. FoRMI SANO, Le letterature temico-scientifiche nello ~pazio letterario
tardo latino, Roma, Carocci, 2001: profili abbastanza estesi di taluni autori medici,
come ad es. Teodoro Prisciano e Marcello Empirico; S. ScoNOCCHIA, Medicina, in
Letteratura scientifica e tecnica di Grecia e Roma, cit., pp. 275-388: lavoro simile al sopra
menzionato di l. Mazzini, piu ricca è la bibliografia.
2-4. J. ANDRÉ, Etre médecin à Rome, Paris, Les Belles Lettres, 1978: lavoro divul-
gativo, ma fondato sulle fonti antiche, circa la condizione sociale del medico a
Roma, la sua formazione,le specializzazioni,la deontologia professionale, e altro;
F. KuoLIEN, Die Stellung des Arztes in der romischen Gesellschafi, Stuttgart, Steiner,
1986: studio scientifico, incentrato sullo status sociale dei medici nel mondo roma-
no, fondato soprattutto su documenti letterari ed epigrafici; E. RoMANO, Medici e
filosofi. Letteratura medica e società altoimperiale, Palermo, Grifo, 1991: saggio fonda-
mentale sulle relazioni tra filosofia, etica e medicina, o meglio sulle tematiche
comuni sia a medici che a filosofi; l. ANDORLINI-A. MARCONE, Medicina, medico e
società nel mondo antico, Firenze, Le Monnier, 2004: manuale diretto a studenti di
medicina, in cui si affrontano, con rapide presentazioni seguite da brani scelti,
vari temi storico-sociali e culturali della medicina antica greca e romana.
2.5.1. MAzziN!, Il lessico medico latino antico. Caratteri e strumenti della sua ddferenzia-
zione, in SABBAH, Le latin, pp. 175-84: nell'articolo vengono addotti vari passi di
autori antichi, medici e non, che testimoniano la consapevolezza della differen-
ziazione della lingua dei medici, soprattutto limitatamente al lessico, rispetto alla
comune. Seguono numerosi esempi di medicismi diretti e indiretti.
2.6. Negli ultimi decenni sono stati pubblicati numerosi studi incentrati sulla
presenza del tema medico nei profani e sull'utilizzo, a fini stilistici, del linguaggio
tecnico. In questa direzione si possono menzionare, tra gli altri, i seguenti saggi:
l. MAzziNI, La medicina nella letteratura latina, 1. Osservazioni e proposte interpretative su
passi di Luci/io, Lucrezio, Catullo e Orazio, in <<Aufidus)), 1988, fase. 4 pp. 45-74; J.P.
RAssJNIER, Le vocabulaire médical de Saint Augustin. Approche qualitativc et quantitave,
in SABBAH, Le lati n, pp. 379-96: uso metaforico di termini medici come cancer, phre-
neticus, phrenesis, in funzione parenetica; l. MAzziN I, La medicina nella letteratura la-
tirw, m. P/auto: conoscenze mediche, situazione e istituzioni sanitarie, proposte esegetiche, in
Civiltà materiale e letteratura nel mondo antico, a cura dello stesso, Macerata, Univ. di
Macerata, 1992, pp. 67-113: rassegna dei luoghi plautini a contenuto medico e pro-
poste esegetiche e intepretative nuove a proposito di tal uni di essi; P. MIGLIORINI,
Alcune dmominazioni della malattia nella letteratura latina, in Studi di lessicologia mediUJ
antica, a cura di S. BoscHERINI, Bologna, Pàtron, 1993, pp. 93-132: un attento studio
comparativo delle denominazioni della malattia, nei medici e negli scrittori pro-
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

fmi; I. MAzziN!, Didone abbandonata: innamorata o pazza? La psichiatria antica, una


chiave di lettura per il Iv libro dell"Eneide', in <<Latomus11, a. uv 1995, pp. 92-105: vede-
re un senso medico dietro a forme poetiche permette di individuare nel IV libro
dell'Eneide un percoroso psicopatologico in Didone abbandonata e suicida, del
tutto in linea conia fisiopatologia mentale com'era concepita dai medici dell'epo-
ca; P. MIGLIORINI, Scienza e terminologia medica nella letteratura latina di età neroniana,
Frankfurt a.M.-Berlin-New York-Wien, Lang, 1997: lavoro originale ed estrema-
mente interessante che mostra l'uso e la funzione artistica del linguaggio medico
in autori profani di epoca neroniana; D.R. LANGSLOW, The Language ofPoetry and
rhc Language ifScience: The Latin Poets and <<Medicai Latin;;, in Aspects ojthe Language
4Latin Poetry, a cura diJ.N. AnAMS e E.G. MAYER, Oxford-New York, Oxford
Univ. Press, 1999: a partire da una serie di esempi di uso metaforico del lessico
medico nei poeti, propone alcune ipotesi interpretative di interesse storico e so-
ciolinguistico; I. MAzziN!, La letteratura cristiana antica e la medicina 1 eu, in «Les
Études Classiquesll, a. LXX 2002, pp. 353-72, e a. LXXI 2003, pp. 62-83: un'ampia
rassegna di luoghi a contenuto medico nella letteratura cristiana, sia greca che
latina, allo scopo di individuarne la funzione sia ideologica, sia letteraria, ma an-
che l'apporto alla storia della medicina antica; G. SABBAH, Médecine et patristique:
nwladies, nature, miracle, in Rationel et irrationel dans la médecine ancienne et médiévale,
a cura di N. PALMIERI, Saint-Étienne, Publications de I'Univ. de Saint-Étienne,
2003, pp. 265-90: nel saggio si mette in evidenza la solidità dei legami tra pensiero
cristiano e medicina razionale, ma insieme anche il superamento di questa in una
medicina spirituale, quella del Cristo vero medico.
J. G. BAADER, Lo sviluppo dellinguapgio medico dall'Antichità al primo Medioevo, in
«Atene e Romall, a. xv 1970, pp.1-19: non una trattazione sistematica e in diacro-
nia della lingua tecnica medica, come il titolo lascia supporre, ma spunti e osser-
vazioni, che comunque hanno contribuito a far nascere l'interesse per questa
lingua socialmente marcata; A. ÙNNERFORS, Das medizinische Latein von Celsus bis
Cassius Felix, in ANRW, 37/t 1993, pp. 227-392: una rassegna molto ampia di fatti
linguistici, tipici, ma che sembra rimanere fine a se stessa, in quanto tali fatti non
vengono inseriti nel contesto storico e culturale che li produce; MAzziN I, La me-
diritta, cit., vol. 1 pp. 9-117= vengono descritti i caratteri fondamentali e comuni ai
linguaggi medici greco e latino; D.R. LANGSLOW, Medicai Lati n in the Roman Empi-
re, Oxford, Oxford Univ. Press, 2000: saggio ampio e approfondito sulla lingua
medica latina di epoca imperiale, fondato soprattutto su Celso, ma anche su Teo-
doro Prisciano, Celio Aureliano, Marcello Empirico e altri; S. ScoNOCCHIA, La
lingua della medicina greca e latina, in Testi medici latini antichi. Le parole della medicina:
lessico e storia, a cura di M. BALDINI, M. CECE RE e D. CRI SMANI, Bologna, Pàtron,

277
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

2004, pp. 493-554: esemplificazione dei caratteri linguistici per generi letterari
all'interno della letteratura medica; DE MEo, Lin~ue, pp. 224-36, 457-78.
Un contributo rilevante all'approfondimento dei caratteri della lingua medica
viene da studi specifici dedicati alla lingua di singoli autori od opere, come anche
da edizioni commentate. Eccone una selezione: Celso: D.R. LANGSLOW, Celsus
and the Makings ofa Latin Medicai Terminology, in La Médecine de Celse. Aspects histori-
ques scientifiques et litteraires, a cura di G. SABBAH e PH. MuoRY, Saint-Étienne, Pu-
blications de l'Univ. de Saint-Étienne, 1994, pp. 297-318: varie espressioni vengono
prese in esame, che si possono considerare traduzioni di termini tecnici greci e
che, peraltro, sono usate esclusivamente da Celso; H. PINKSTER, Notes on the Syn-
tax of Celsus, in «Mnemosyne)), a. XLV 1992, pp. 513-24: vengono esaminati alcuni
fatti sintattici e stilistici, come predicativi, pronome is, imperativi, proposizioni
sostantive; I. MAzziN I, A. Cornelio Celso, La chirurgia. Libri VII e VIII del 'De medicina',
testo, trad. e commento, Pisa-Roma, IEPI, 1999: ampio il commento anche lingui-
stico, attento ai caratteri specifici del latino medico celsiano. Scribonio Largo: C.
GRASSI, Note linguistiche sulle 'Compositiones' di Scribonio Largo, in <<Archivio Glotto-
logico ltalianm>, a. LVIII 1968, pp. 104-40: studio dedicato soprattutto ai volgarismi;
S. ScoNOCCHIA, Per una nuova edizione di Scribonio Largo, Brescia, Paideia, 1981: il
cap. 3 è dedicato a una serie di questioni di lingua e di stile; Io., I:opera di Scribonio
Largo, in ANRW, 37/1 1993, pp. 845-922, in partic. alle pp. 890-922: un elenco di
fatti di un qualche interesse dal lessico, alla sintassi. Gargilio Marziale: B. MAI RE,
Gar~ilius, Les remèdes tirés des lé~umes et des fruits, texte établi, traduit et commenté,
Paris, Les Belles Lettres, 2002: commento ampio, attento sia ai Realien medici, sia
ai principali fenomeni linguistici. Cassio Felice: G. SABBAH, Noms et description des
maladies chez Cassius Felix, in Maladie et maladies dans /es textes latins, a cura di C.
DERoux, Bruxelles, Latomus, 1998, pp. 295-312: nella denominazione delle malat-
tie da parte di Cassio Felice, si possono intravedere i segni della sua esperienza di
medico e delle sue conoscenze di maestro, a servizio dei suoi discepoli e degli
altri medici; A. FRAISSE, Cassius Felix, 'De la médecine', texte établi, traduit et annoté,
Paris, Les Belles Lettres, 2002: commento linguistico piuttosto scarno, comunque
utile. Teodoro Prisciano: M. CoNDE SALAZAR, Nuevas incursiones en el vocabulario de
Teodoro Prisciano, in «Emerita>>, a. LXVI 1998, pp. 321-3T evidenzia talune scelte ti-
picamente letterarie, pur accanto a volgarismi. Celio Aureliano: A.M. URso, Il
vocabolario nosologico di Celio Aureliano fra tradizione e innovazione, in Le traité des ma-
ladies aigues et des maladie chroniques de Caelius Aurelianus. Nouvelles approches, a cura
di PH. MuoRY, O. BIANCHI e D. CASTALDO, Nantes, Univ. de Nantes, 1999, PP·
213-58: Celio realizza una vera codificazione del vocabolario della patologia, non
solo greca, ma anche latina; A. 0RLANDINI, Lexique et sémantique du dia~nostique
6 · IL LATINO MEDICO O DEI MEDICI

dmzs !es maladies chroniques de Caelius Aurelianus, in Latin et langues tecniques, a cura di
j.P. BRACHET e CL. Moussv, Paris, PuPs, 2006, pp. 79-94: l'autrice sostiene che
Celio Aureliano dimostra di possedere, nella formulazione della diagnosi, una
perfetta padronanza delle modalità logico-semantiche, al punto da domandarsi se
non fosse un «medico linguista». Ippocrate latino: I. MAzziN I, Dc conccptu. Estratti
di zm'antica traduzione latina del 'Peri gynaikeion' pseudoippocratico l. 1, Bologna, Pàtron,
1983: nell'introduzione vengono evidenziati fatti linguistici salienti, volgari e me-
dici. Alessandro di Tralle latino: D.R. LANGSLOW, The Latin Alexander Trallianus,
London, Society far Promotion ofRoman Studies, 2006: tradizione manoscritta,
testo e preziose annotazioni anche linguistiche.
3.1. Numerosi sono gli studi sul lessico medico latino. Eccone alcuni dedicati a
insiemi di forme relative a uno o piu campi semantici: J. ANDRÉ, Le vocabulaire
la thz de l'anatomie, Paris, Les Belles Lettres, 1991: esame esteso di parole chiave del
lessico anatomico; M. GRMEK, La dénomination latine des maladies considérécs com me
1zouvelles par !es auteurs antiques, in SABBAH, Le lati n, pp.195-214: una serie di termini
cd espressioni relativi a malattie considerate nuove come morbus campanus, menta-
gra, carbunculus, tumidum guttur, al fine di individuare una tipologia dei processi
utilizzati nella creazione del vocabolario patologico; Nommer la maladie. Recherches
sur le lexique gréco-latin de la pathologie, a cura di A. DEBRU e G. SABBAH, Saint-
Étienne, Publications de l'Univ. de Saint-Étienne, 1998: una serie di saggi, in par-
ticolare su vari aspetti del lessico patologico, raggruppati per campi semantici
(patologie della vista: F. BIVILLE; epilessia: A. 0RLANDINI), e per autori medici
antichi (Celio Aureliano: F. GAIDE; Cassio Felice: A. FRAISsE). Un indice dei ter-
mini studiati agevola la consultazione.
3.1.2. J.N. ADAMS, Il vocabolario del sesso a Roma. Analisi de/linguaggio sessuale nella
latinità, trad. it. Lecce, Argo, 1997 (ed. or. London, Duck, 1990): dallo studio emer-
ge l'esclusione nei testi medici di determinate forme relative al campo semantico
del sesso e insieme volgari; E. MoNTERO CARTELLE, Lengua médica y léxico sexual.
La constituci6n de la lengua técnica, in V AzQUEZ BuJAN, Tradici6n e Innovaci6n, cit., pp.
207-23: nella sfera del sesso il linguaggio medico dall'Antichità al Medioevo rivela
una progressiva tecnicizzazione nel senso di una preferenza per termini non con-
notativi, ma neutri o eufemistici.
3.1.3. L. RIPPINGER, La provenance des emprunts au grec du lati n médical du 1" siècle de
11otre ère. Étude d'un èchantillon: le 'De medicina' de Ce/se, in «Travaux de Linguisti-
que•>, a. 11995, pp. 93-130: si evidenzia la provenienza letteraria e socioculturale di
una serie di grecismi celsiani; I. MAzziN I, Il grecismo lessicale elemento volgare nei testi
llicdici latini antichi, in LavLat, vol. IV pp. 667-84: gli autori medici che meno sono
interessati al purismo linguistico fanno un uso piu disinvolto e frequente del gre-

279
LINGUE SOCIALMENTE MARCATE

cis m o lessicale; A. FRAISSE, Piace et fonction des hellénismes dans la dénomination des
maladies dans Cassius Felix, in Nommer la maladie, cit., pp.121-32: la grande presenza
di grecismi nella lingua di Cassio Felice contribuisce ad arricchire la lingua medi-
ca latina.
3.2.8. F. GAmE, À propos de li,gare, vincire et leurs préflxés. Enquete dans quelques textes
médicaux latins, in Manus medica, ci t., pp. 37-47: la variatio produce anche una serie di
idioletti nei vari medici.
3.2.10. S. BoscHERINI, La metafora nei testi medici latini, in SABBAH, Le latin, pp.
187-94: studio di una serie di metafore mediche latine e della loro origine.
3.3.1. l. MAzziN I, l/linguaggio della ginecologia antica: lessico efraseologia, in BosCHE-
RJNJ, Studi di lessicologia, cit., pp. 45-91: nel contributo vengono studiati ed eviden-
ziati i caratteri specifici del linguaggio ginecologico latino.
4.2. l. MAZZIN!, La presenza dell'elemento cristiano nel vocabolario medico latino dei
secoli IV e V, in Eulogia. Mélanges ojferts à A.A.R. Bastiaensen, Steenbrugis, Vonk-
steen, 1991, pp. 184-92: non pochi cristianismi, per es. alcune denominazioni del
feto, si diffondono nel linguaggio medico e ivi si tecnicizzano negli autori dei
secc. IV-V.

280
EPILOGO

Il presente libro non ha l'ambizione di aver presentato un quadro com-


pleto delle lingue settoriali del mondo antico, dei loro caratteri e della
loro storia. Quanto tuttavia è stato esposto permette di trarre alcune con-
clusioni di carattere generale, o meglio di intravedere delle tendenze pro-
prie delle lingue settoriali latine, in sincronia e in diacronia, che possono
essere riassunte come segue:
a) in rapporto alla natura della documentazione in nostro possesso, le
lingue settoriali si differenziano tra loro e rispetto alla comune, primaria-
mente per il lessico; a livello di sintassi non si individuano fenomeni
esclusivi, ma piuttosto la predilezione per singoli sintagmi o stilemi;
b) tutte le lingue socialmente marcate, pur non esenti dal condiziona-
mento degli eventi della grande storia (per es. il passaggio dalla monarchia
alla repubblica, le grandi conquiste territoriali, ecc.) subiscono l'influsso e
portano i segni delle situazioni e dei fatti storici che volta per volta condi-
zionano piu direttamente i componenti il gruppo sociale, o la professione
di cui la lingua è espressione. Non necessariamente i fattori che agiscono
sui diversi gruppi sociali e sulle varie lingue settoriali sono sincronici, e
pertanto non sincronica è l'evoluzione specifica delle singole lingue. Per
l'evoluzione della lingua sacrale pagana un fattore determinante è l'intro-
duzione del culto imperiale, nei primi secoli della nostra era, e dunque in
tale fase essa registra notevoli cambiamenti; per il linguaggio giuridico
una causa di trasformazione è la concezione assolutista e paternalistica
dell'autorità che si instaura nel tardo Impero, e cosi in quei secoli subisce
rilevanti cambiamenti;
c) gli antichi sono consapevoli dell'esistenza e delle caratteristiche delle
diverse lingue socialmente marcate e ne percepiscono le peculiarità. Non
è dunque un caso che i diversi scrittori nei vari generi letterari facciano
ricorso a moduli o termini specifici, di questa o quella lingua settoriale,
per ottenere i piu diversi effetti: stilistici, estetici, parenetici, descrittivi,
emotivi, ecc.;
d) le specificità di ogni lingua settoriale sono in qualche misura diretta-

281
EPILOGO

mente proporzionali alla coesione interna del gruppo, al suo isolamento,


all'esclusività delle conoscenze che lo caratterizzano: è pertanto logico ad
es. che i lessemi esclusivi dei medici siano molto piu numerosi di quelli
dei contadini; per lo stesso motivo non si può considerare casuale il fatto
che i cristianismi integrali siano molto piu numerosi prima del riconosci-
mento della religione cristiana, o comunque prima della conversione a
essa della grande maggioranza dei parlanti;
e) gli imprestiti da lingue straniere nei linguaggi settoriali sono diretta-
mente proporzionali al rapporto di dipendenza culturale, economica,
ideologica, ecc., del gruppo sociale rispetto al popolo o al territorio ove la
lingua straniera è parlata e scritta: cosi è chiaro che i grecismi entrano
nella lingua giuridica quando il centro del potere politico si sposta a Co-
stantinopoli, cosi è comprensibile che la lingua dei medici sia ricca di
grecismi se è dalla Grecia e dal mondo ellenistico che vengono il sapere
medico e i medici piu illustri;
f) le lingue speciali si "dissolvono", se l'elemento che fa la differenza di
un gruppo sociale rispetto agli altri si dissolve: il volgare come lingua par-
lata dai ceti medi e inferiori diventa in qualche modo lingua comune, non
solo parlata, ma anche scritta, quando i cosiddetti <<ceti superiori>> in qual-
che modo si dissolvono, nel senso che si riducono di numero e non con-
trollano piu la scuola, il potere politico;
g) le osmosi tra le lingue settoriali e la comune sono normali, perché
ogni parlante una determinata lingua settoriale è costretto a rapportarsi
necessariamente agli altri, al di fuori del suo gruppo. Tuttavia il processo
asmatico tra le singole lingue speciali, come anche tra esse e la comune è
direttamente proporzionale all'intensità o allo spessore del "luogo" del
contatto: in questo senso ad es. è comprensibile come la lingua dei veteri-
nari abbia moltissimo in comune con quella dei medici, essendo comuni
la maggior parte delle conoscenze, degli strumenti, delle tecniche e mo-
dalità chirurgiche, terapeutiche; per la stessa ragione moltissimi sono ~
lessemi agricoli propri anche della lingua comune, poiché caratteristici di
agricoltori e insieme di consumatori, sono per es. i prodotti agricoli ali-
mentari, d'altro canto esperienza e conoscenza dell'attività agricola al-
l'epoca erano molto piu diffuse di oggi anche tra i non addetti;
EPILOGO

h) in linea di massima si può sostenere che nel mondo antico dovevano


essere piu numerose e piu consistenti quelle lingue settoriali che avevano
il loro elemento differenziatore nel fattore sociale, rispetto a quelle che lo
avevano in quello tecnologico. Questa convinzione, anche se non sempre
dimostrabile per mancanza di documentazione specifica, trova il suo fon-
damento nel dato oggettivo delle profonde differenze sociali e dello scar-
so progresso tecnologico.
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

I profili letterario-linguistici riguardano scrittori oppure opere anonime e im-


portanti documenti latini menzionati nei due volumi, dei quali si è cercato di
fornire, in estrema sintesi, alcuni dati fondamentali sulla vita, le opere (nel caso di
autori), l'importanza, le caratteristiche salienti della loro lingua. Figurano anche
taluni scrittori e opere anonime greci, rilevanti nel quadro della storia della lette-
ratura e della lingua latine, esclusivamente al fine di una loro essenziale colloca-
zione storico-letteraria. I profili non sono esaustivi, ma contengono solo quelle
informazioni che possono essere di supporto nella letntra del manuale e possono
concorrere al raggiungimento delle sue finalità.

Ahsirto: veterinario originario della Bitinia; si colloca nella prima metà del sec.
IV. I suoi due libri di veterinaria sono utilizzati ampiamente da Pelagonio e
nella Mulomedicina Chironis.
Accio: Lucio Accio nasce intorno al170 a.C. a Pesaro. Vive quasi sempre a Roma,
sino alla morte (ca. 84 d.C.). È autore di tragedie di argomento sia greco che
latino. Scrive anche di storia (Anna/es), di critica letteraria (Didascalica). I fram-
menti piu numerosi, quelli delle tragedie, rivelano in lui uno stile maturo, una
padronanza notevole dei mezzi retorici propri della poesia arcaica, dagli omo-
teleuti, agli accumuli di sinonimi, alle anafore.
Acilio: Gaio Acilio, senatore romano del sec. II a.C. Scrive Anna/es in greco (per-
duti).
Acta martyrum: atti dei processi contro i martiri dei primissimi secoli; sono tra i
primi documenti del latino e della letteratura cristiani.
Acta martyrum Scilitanorum: atti del processo dei martiri di Scili avvenuto nel180,
sotto Commodo. La trascrizione degli atti in discorso diretto costituisce un
interessante esempio del latino vivo dei tribunali.
Adamnanus: abate di Iona (isoletta sulla costa nord-occidentale della Scozia), vive
nel sec. VII; è autore di una Vita Columbae, capolavoro dell'agiografia insulare;
sono probabilmente opera sua anche dei commentari alle Bucoliche e alle Geor-
giche di Virgilio. La sua lingua, artificiale come quella di tutti gli scrittori insu-
lari, perché appresa sui libri, risente soprattutto di modelli classici.
Adriano: vive tra il76 e il138; è imperatore dal117. È autore di scritti in latino e in
greco e cultore di poesia dotta; abbiamo notizia e qualche frammento di un'au-
tobiografia, di orazioni ed epistole. Ci restano anche alcuni frammenti di poe-
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

sie in latino e quattro epigrammi in greco. Le caratteristiche linguistiche di


quel poco che ci rimane sono quelle tipiche dei poetae novelli.
Aegritudo Perdicae: epillio anonimo, di 290 versi collocato dai p ili intorno al sec. V
d.C., in ambiente africano. Il poemetto dal punto di vista linguistico è un tipico
prodotto tardo-antico nel senso che è ricco di riprese e allusioni ai grandi ele-
giaci di epoca augustea.
Afranio: Lucio Afranio, poeta comico latino della seconda metà del sec. II a.C.
Possediamo solo frammenti e alcuni titoli, dai quali si ricava l'impressione,
sotto il profilo linguistico, di legami piuttosto evidenti con Plauto, ma insieme
anche un considerevole sforzo di inserimento nel linguaggio letterario di ter-
mini popolari, dialettalismi e grecismi.
Agostino: Agostino di Ippona nasce nel 350 a Tagaste e muore nel 430 a Ippona.
Viene ordinato sacerdote nel391 e vescovo di Ippona nel396. La mole dei suoi
scritti è immensa e in grande parte è legata alle esigenze della chiesa del suo
tempo, alle polemiche con gli eretici, ai problemi della sua diocesi. I generi
della sua produzione sono i piu diversi, dalle opere filosofiche, alle esegetiche,
autobiografiche, ascetiche, didattiche, prediche. I registri e i livelli di lingua cui
attinge sono estremamente vari e diversificati, in conseguenza della sua forma-
zione, dei temi affrontati, del pubblico piu diverso cui si rivolge: si va dallo
stile ciceroniano della Città di Dio, al linguaggio parlato, condito di retorica
popolare e non privo di "intenzionali errori" nelle prediche. La lingua di Ago-
stino, dato anche l'enorme peso della sua autorità, finisce per divenire modello
per gli scrittori medievali, in particolar modo a partire dal sec. VII.
Agrecio: vescovo di Sens, vive nel sec. V. È autore di un trattato di ortografia da cui
attinge anche Cassiodoro.
Alceo: lirico greco originario di Mitilene, vive nei secc. VII-VI a.C.; canta temi
connessi con la passione politica e l'amore.
A/cesti di Barcellona: poemetto anonimo collocabile nella prima metà del sec. IV
d.C. Dal punto di vista linguistico l'opera rivela la mano di persona che cono-
sce gli strumenti e le tecniche poetiche e retoriche, come anche i grandi poeti
dell'epoca classica, di cui frequenti sono i richiami e le riprese. Non mancano
alcuni esempi di colloquialismi.
Aldelmo: Aldelmo di Malmesbury, di famiglia regale, monaco, vescovo, autore di
opere varie in versi e prosa di carattere scolastico e ascetico. Vive tra il640 e il
709. In fatto di grammatica scrive un latino corretto, ma dal punto di vista les-
sicale e sintattico la sua lingua è chiaramente libresca, come quella degli altri
scrittori insulari, con il risultato che si alternano termini arcaici e volgari, se-
mantemi del tutto inusuali, strutture antiquate.
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Ambrogio: nasce a Treviri nel333-340, vescovo di Milano, muore nel397. Ha lascia-


to un'opera imponente composta da scritti di teologia, di polemica antiariana,
di esegesi biblica, un epistolario, inni, prediche e altro. Come nel caso di Ago-
stino si può dire che la lingua di Ambrogio attinge, in funzione del pubblico e
del contenuto, ai piu diversi livelli e registri sui piani della sintassi e del lessico,
pur essendo sempre classica sul piano morfologico. Si va dalle strutture sintat-
tiche semplici, paratattiche, dalla prevalenza dello stile diretto, dalle frasi brevi
alle figure di retorica popolare nei discorsi rivolti al popolo, nel De sacramentis,
al periodare ciceroniano dei trattati dottrinali o del De qj/ìciis ealesiasticis, alla
retorica elaborata dei sermoni funebri.
Ambrosiaster: con questo nome si designa l'autore di una decina di commenti alle
epistole paoline. In base a indizi interni all'opera, questo anonimo suole essere
collocato a Roma sotto il pontificato di Damaso (366-384).
Ammiano Marcellino: nasce in Antiochia intorno al335, partecipa a varie campagne
militari. Dopo la sconfitta dei Romani da parte dei Goti a Adrianopoli, cioè nel
378, si ritira a Roma, ove trascorre il resto della sua vita e muore intorno al400.
La sua opera storica, che va dal principato di Nerva fino alla sconfitta di Adria-
nopoli (giunta a noi soltanto in parte), costituisce un'ideale continuazione del-
le Historiae di Tacito. Per quanto riguarda la sua lingua, essa è ben lontana da
quella del suo predecessore Tacito, il suo periodare è ampio e faticoso, il voca-
bolario ricco di neologismi e grecismi (questi ultimi anche sintattici).
Anniano: Anniano Falisco, poeta latino del II secolo d.C.; di lui possediamo solo
5 verst.
Anonimo Valesiano: l'opera nota come Anonymus Valesianus o anche Excerpta Vale-
siana, si divide in due parti: Origo Constantini imperatoris (305-337) e Chroniw
Teodericiana (474-526). Le due parti non hanno nulla in comune, nemmeno
l'autore: la prima è scritta in un buon latino, la seconda è fortemente volgare.
Anthologia Latina: raccolta di epigrammi e poesie latine, perlopiu di epoca impe-
riale.
Antidotario Bodmer: cosi chiamato dal codice Bodmer 84 che lo tramanda, è redat-
to in un'epoca compresa tra i secc. VI e IX. Contiene anche ricette riconduci-
bili a medici di gran lunga anteriori, come ad es. Antonio Musa, medico di
Augusto. Il tutto è, linguisticamente, omogeneizzato secondo i caratteri del
latino romano-barbarico di livello umile.
Antimaco di Colofone: poeta epico ed elegiaco greco della prima metà del sec. IV
a.C. Di lui ci restano solo frammenti.
Antimo: medico di origine bizantina; si colloca nei se cc. V-VI. Il suo De observatio-
ne ciborum costituisce un importante documento non solo per la storia dell'ali-

286
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

mentazione dell'epoca, ma anche per la lingua volgare e per i numerosi germa-


IÙsmi, taluni ignoti diversamente .
.-111tipatro: Lucio Celio Antipatro, storico del II secolo a.C., dedica la sua opera
alla seconda guerra punica. Di lui possediamo solo frammenti. La sua lingua
doveva distinguersi, stando a un noto passo del De oratore di Cicerone, rispetto
a quella degli annalisti precedenti, per una maggiore cura dello stile .
.--lpicio: Marco Gavi o Apici o nasce intorno al25 a.C. Sotto il suo nome possediamo
una raccolta di quasi 500 ricette col titolo di De re coquinaria. La redazione a noi
giunta, di epoca tarda, tra IV e V secolo, è documento interessante anche lin-
guisticamente per una serie di ragioni: i numerosi volgarismi, non solo lessica-
li, i grecismi provenienti dall'uso culinario greco, i frequenti punti di contatto
a livello di lessico tec1ùco con la lingua medica, in particolare quella dei ricet-
tari.
Apocalisse: xxvii e ultimo libro del Nuovo Testamento, di carattere profetico,
opera dell'apostolo Giovanni.
Apollonio di Tiana: filosofo, asceta pitagorico, venerato e paragonato a Cristo dai
suoi seguaci che gli attribuiscono miracoli, vive nel I secolo d.C.
Appendix Probi: un elenco di forme considerate errate e delle corrispondenti
corrette, stilato verso la metà del V secolo; prende il nome di Appendix Probi,
perché in un codice bobbiese si trova in appendice a un trattato grammaticale
dello Pseudo Probo. Si tratta di un documento estremamente importante per
la storia della lingua, perché fornisce uno specimen di quanto, al periodo, era
considerato, dal punto di vista grafico e morfologico, corretto per la lingua
scritta e quanto da evitare; e dunque fornisce anche una sorta di rassegna degli
"errori" piu comuni all'epoca.
Appiano: Appiano di Alessandria vive nel II secolo d.C.; è autore di una Storia ro-
mana in greco che arriva fino a Traiano, conservata solo in parte.
Appio Claudio Cieco: personaggio politico e scrittore di primo piano tra IV e III
secolo a.C. Conosciamo solo alcuni suoi scritti: De usurpationibus (un insieme
di azioni legali) e una raccolta di proverbi. Da Cicerone viene considerato an-
che un grande oratore.
Apuleio: Lucio Apuleio è originario dell'Africa: nasce a Madaura, località situata
nell'odierna Algeria, nel125 d.C. Muore prima del190. È autore di opere dei
piu svariati generi, dalla poesia erotica ai trattati scientifici e filosofici, al ro-
manzo, alle orazioni; scrive sia in greco che in latino; è un tipico rappresentan-
te di quella cultura bilingue che caratterizza l'epoca degli Antonini e il mondo
della seconda sofistica. La lingua di Apuleio, in particolare quella delle Meta-
morfosi, è una sorta di miscela omogenea di arcaismi, volgarismi, grecismi, neo-
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

logismi, termini del linguaggio corrente nei diversi livelli, non differenziata
per personaggi o per contesti sociali, come invece lo è ad es. quella di Pe-
tronio.
Aquilio Gallo: giureconsulto, scolaro del pontefice Mucio Scevola, vive nel I seco-
lo a.C.
Arato: poeta greco ed erudito del III secolo a.C., autore del poema astronomico
Fenomeni.
Aratore: di nobile famiglia ligure, vive tra il490 e ilsso. Scrive, tra l'altro, un poema
epico sugli Atti degli apostoli, che ottiene un grande successo ai suoi tempi e in
tutto il Medioevo. La ricerca di preziosismi, come di un livello stilisti co e reto-
rico alto, finisce per rendere il suo linguaggio arduo, difficile da comprendere.
Aristarco di Samotracia: filologo alessandrino che vive tra i secc. III e II a.C.
Aristofane: il maggiore autore della commedia antica ateniese, vive nei secc. V-IV
a.C.
Aristotele: di Stagira, uno dei piii grandi filosofi-scienziati di tutti i tempi. Nasce
nel 384, muore nel 322. La sua opera, immensa, lascia una traccia profonda
nella cultura romana e sugli scrittori romani, si pensi ad es. a Cicerone.
Arnobio: retore pagano e, dopo la conversione, apologista cristiano, vive nella se-
conda metà del III secolo e i primi decenni del IV. Il suo Adversus nationes costi-
tuisce un attacco alla religione pagana. La lingua di Arno bio a livello di sintassi
e di stile è piuttosto enfatica e ridondante e insieme tendenzialmente classi-
cheggiante e ciceroniana: accumulo di sinonimi, pleonasmi, ripetizioni, enu-
merazioni, periodi interminabili, ma anche clausole metriche e insieme ritmi-
che, struttura della frase ciceroniana; a livello di vocabolario notevoli sono la
ricchezza e la varietà: forme di tradizione letteraria e poetica, ma anche volga-
rismi, neologismi, arcaismi.
Arrio Menandro: giurista del III secolo, autore anche di un'opera di diritto milita-
re, di cui possediamo solo estratti confluiti nel Digesto.
Asclepiade: Asclepiade di Bitinia, medico ma anche oratore, soggiorna a lungo a
Roma, vive tra il II e il I secolo a.C.
Asconio Pediano: grammatico che vive nel I secolo d.C.; di lui possediamo un
commento storico a cinque orazioni di Cicerone. Il suo modo di esprimersi è
limpido, lineare, quasi scarno.
Ateneo di Naucrati: erudito greco, si colloca tra il II e il III secolo d.C. È autore dei
Deipnosofisti ('Sofisti a banchetto'). .
Atti degli Apostoli: libro della Bibbia (Nuovo Testamento), che narra i primordl
della chiesa in Gerusalemme e nelle comunità vicine.
Attico: Tito Pomponio Attico, uomo di cultura, storiografo, ma anche economi-

288
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

sta, editore, amico di Cicerone, che con lui ha un intenso scambio epistolare,
vive tra il109 e il37 a.C. La sua opera è perduta.
Augusto: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, ere-
de di Giulio Cesare, nasce nel63 a.C. e muore nel14 d.C. Di lui ci restano le
Res gestae divi Augusti, una grande iscrizione in cui riassume, in stile conciso, le
sue tmprese.
Ausonio: Decimo Magno Ausonio, originario di Bordeaux, vive tra il310 e il400.
Di lui ci sono rimasti epigrammi celebrativi, poemetti, orazioni. La sua lingua
è chiaramente neoclassica, nella sintassi e nel lessico, nonostante alcuni ele-
menti, non numerosi peraltro, propri dell'epoca, come ad es. la struttura con-
giunzionale della proposizione oggettiva.
Avieno: Rufio Festo Avieno, uomo politico del IV secolo, è autore di una rielabo-
razione dei Fenomeni di Arato e di due opere geografiche in versi. La lingua dei
Fenomeni si caratterizza per la ripresa di modi e moduli di Cicerone e Germa-
nico. Nelle opere geografiche il linguaggio non è privo di fraintendimenti del
modello greco.
Avito: Alcimo Edicio Avito discendente di famiglia aristocratica romana, vescovo
di Vienne, vive negli anni 460-518. È uno scrittore raffinato ed elegante, sia in
versi che in prosa; soprattutto nella produzione in versi si nota in lui lo sforzo
e la volontà di attivare un registro poetico tale da evitare il contagio con la mi-
tologia pagana, come ad es. l'utilizzo del nome del dio Marte per designare la
guerra.

Basilio il Grande: originario di Cesarea dove nasce nel330. Oltre che come scrit-
tore si ricorda anche come organizzatore e fondatore di monasteri e istituzioni
umanitarie. Muore nel379.
Bebio ftalico: vd. Ilias Latina.
Beda: Beda il Venerabile, esponente di primo piano della letteratura latina britan-
nica, autore fecondissimo, trascorre quasi tutta la sua vita (che si colloca negli
anni 672-735) nel monastero di Wearmouth-Jarrow (Inghilterra centro-orien-
tale}. Scrive dei piu svariati argomenti, da teologia a storia, scienze naturali,
grammatica; compone anche inni sacri. La lingua di Beda è, come quella degli
scrittori insulari, artificiosa, nel senso che è costruita sui glossari e sull'imitazio-
ne dei testi sacri, è lontana dall'uso vivo.
Benedetto da Norcia: padre del monachesimo occidentale, vive tra il480 e il560. Di
lui possediamo solo la Regola. La lingua della Regola è caratterizzata dalla pre-
senza massiccia di rievocazioni bibliche e di riecheggiamenti delle regole pre-
cedenti a livello di immagini, metafore e anche vocabolario; sono evidenti i
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

caratteri del latino vivo, parlato nel sec. VI, in particolare e soprattutto a livello
sintattico: l'uso costante della struttura congiunzionale nell'oggettiva, l'impie-
go diffuso ed esteso della preposizione nei casi obliqui, ecc.
Boezio: Anicio Manlio Severino Boezio è una delle piu grandi figure di intellet-
tuali dell'epoca romano-barbarica. Nasce nel48o e muore, giustiziato, nel524.
La sua fama è legata soprattutto alla Consolazione della filosofia, un'opera di gran-
de poesia e di pensiero. La lingua, di alto livello letterario, è fortemente condi-
zionata dai modelli ciceroniano e virgiliano, rispettivamente per la prosa e per
i versi, ma non mancano elementi propri dell'epoca.
Bonifacio: originario di Exeter, nasce nel672/675, viene ucciso in Frisia dove svol-
geva la sua opera evangelizzatrice. È autore di vari scritti grammaticali e di un
importante epistolario. Quest'ultimo è molto significativo anche per la lingua
perché, non destinato alla pubblicazione, riflette il latino vivo in uso nell'am-
biente ecclesiastico, non italico, dell'epoca.

Callimaco: Callimaco di Cirene vive tra il320 e il240 a.C. È il poeta ellenistico
che esercita l'influsso piu profondo e ampio sulla poesia e cultura romana.
Calpurnio Fiacco: retore, autore di declamazioni e controversie, in grande parte
perdute. Vive nel II secolo d.C.
Calpurnio Siculo: Tito Calpurnio Siculo si colloca in epoca neroniana; nulla o
quasi conosciamo della sua vita; di lui possediamo un corpus di 7 ecloghe. Lo
stile e il linguaggio di Calpurnio sono generalmente di livello letterario, anche
nei dialoghi tra i pastori, un carattere questo certamente virgiliano. Un certo
elemento di novità tuttavia, rispetto alla tradizione bucolica, è il ricorso fre-
quente a tecnicismi agricoli.
Calvo: Gaio Licinio Calvo, poeta neoterico che vive nella prima metà del I seco-
lo a.C., è autore di epitalami, elegie ed epigrammi, di cui restano solo fram-
menti.
Capitone: Gaio Atei o Capitone, giureconsulto, opera sotto i principati di Augusto
e Tiberio; dai Sabiniani è considerato il fondatore della loro scuola.
Capro: Flavio Capro, grammatico del II secolo d.C. A lui viene attribuito, falsa-
mente, il De dubiis verbis, operetta in realtà della tarda latinità. I.: opera piu im-
portante, il De latinitate (perduta), una specie di grande thesaurus totius latinitatis,
è stata ripresa e utilizzata dai grammatici successivi.
Carisio: Flavio Sosipatro Carisio, grammatico, vive nel sec. IV d.C.; è attivo, pro-
babilmente, a Costantinopoli. La sua opera, Ars grammatica, è giunta fino a noi,
seppure mutila; vuole essere la sintesi di tutte le conoscenze linguistiche acqui-
site ai suoi tempi. Una caratteristica particolare è il grande spazio dedicato alle

290
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

desinenze nominali e verbali e la ripresa passiva di tal uni grammatici anteriori,


tra cui Remnio Palemone.
Carmen ad senatorem: poemetto anonimo di carattere didascalico, parenetico, in
cui si esorta un senatore a tornare alla fede; normalmente viene collocato dagli
studiosi verso la fine del IV secolo, in ambiente romano. I caratteri linguistici,
il contesto culturale come anche la scuola di retorica cui è da ricondurre sono
forse gli stessi del Poema ultimum.
Carmen Arvale: carme religioso recitato dai sacerdoti Arvali addetti al culto di
Cerere. È giunto a noi in una tavola di marmo in cui è riportato il protocollo di
una seduta della sodalitas dei fratelli Arvali dell'anno 218 d.C. Il carme è molto
interessante per gli elementi di arcaicità della lingua che conserva.
Carmen contra paganos: composizione poetica anonima di critica della religione
pagana, da situare, secondo gli studiosi, verso la fine del IV secolo, in ambiente
romano. I caratteri linguistici, come il contesto culturale, sono molto simili a
quelli del Carmen ad senatorem e del Poema ultimum.
Carmen Saliare: carme religioso dei sacerdoti Sali, addetti alla custodia e al culto
di uno scudo caduto dal cielo come pegno della futura grandezza di Roma. Del
carme possediamo solo alcuni frammenti in un oscuro latino arcaico, tuttavia
importanti per la conoscenza della lingua delle origini.
Carmina Einsidlensia: due egloghe di epoca neroniana (o meglio due frammenti
di 49 e 38 versi), con forti analogie con quelle di Calpurnio Siculo.
Carmina Priapea: raccolta anonima di carmi dedicati al dio Priapo, il dio custode
dei campi, perlopiu di carattere osceno. La silloge viene collocata nel I secolo
d.C. L'autore è sconosciuto ma, secondo la critica moderna, unico e dotato di
notevole cultura letteraria e giuridica. La lingua si distingue, tra l'altro, per la
varietà metrica che alleggerisce, in qualche modo, la monotonia del tema. Con
il termine priapea si intende anche un genere poetico che ha avuto i suoi culto-
ri in autori come Catullo, Virgilio, Orazio.
Carvilio Ruga: uno dei primi maestri di retorica a Roma, ove insegna nella secon-
da metà del III secolo a.C.
Cassiano: Giovanni Cassiano, monaco, vive dal 360 al 430-435. Le sue opere di
spiritualità monastica, soprattutto le Collationes o Conferenze, contribuiscono
ampiamente alla diffusione del monachesimo in Occidente. La lingua di Cas-
siano varia a seconda del pubblico e delle finalità: quella dell'opera antieretica
è curata, ricca di figure ed espedienti retorici; piu umile e semplice quella del-
la produzione monastica.
Cassio Felice: medico africano da collocare nel V secolo d.C. La lingua del suo De

291
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

medicina è quanto mai interessante, non solo come documento di latino tardo,
ma anche per i numerosi grecismi lessicali e semantici e per gli africanismi.
Cassio Longino: Gaio Cassio Longino, giurista, allievo di Masurio Sabino, espo-
nente della scuola sabiniana, console, vive nella prima metà del I secolo.
Cassiodoro: Flavio Magno Aurelio Cassi odoro, originario di Squillace (Calabria),
vive dal490 als8o; è una delle figure piu illustri dell'intellighenzia e nobiltà ro-
mana dei tempi. Famose e importantissime, per la storia politica ed economica
del periodo, le sue Varie, 12libri di disposizioni e lettere ufficiali, modello nel
Medioevo dello stile cancelleresco. Dopo la conversione al cristianesimo, suc-
cessiva al554, scrive una serie di opere didattiche, monastiche e teologiche. Dal
punto di vista linguistico l'opera di Cassiodoro è un esempio di alternanza dei
livelli alto e medio, in rapporto sia al pubblico che ai periodi della sua vita,
prima e dopo la conversione, prima e dopo la guerra greco-gotica. Nel caso
specifico delle Varie i livelli stilistici, la ricercatezza formale, l'abbondanza del-
le figure retoriche, pur nel quadro di un tono sempre letterario, variano a se-
conda del destinatario; la produzione successiva alla conversione tende a ripie-
gare su un registro medio, si arricchisce di elementi cristiani e volgari, come
anche tipicamente monastici, concede spazio agli elementi di latino vivo.
Catone: Marco Porcio Catone il Censore nasce a Tuscolo (attuale Frascati) nel234
a.C., muore nel149; per i suoi tempi è un homo novus. La sua attività di scrittore
è molteplice: o razioni, trattati tecnici, storia, enciclopedia. Ci restano il De agri
cultura e molti frammenti delle altre opere. La lingua e lo stile di Catone sono,
in rapporto ai tempi, piuttosto complessi ed elaborati, nel senso che rivelano
un livello abbastanza elevato nelle orazioni e nelle Origines, piu basso nel De
agri cultura. Ovunque è notevole la volontà di arricchimento del lessico e una
certa predilezione per il vocabolo espressivo e corposo. Nei contesti tecnici
introduce anche molti grecismi lessicali e semantici.
Catullo: Gaio Valeria Catullo, originario di Verona, vive tra l'87/82 e il 54/52 a.C.
In rapporto alla sua epoca è una personalità rivoluzionaria, per la vita e per
l'opera (Carmina), incentrate essenzialmente sul privato: amori, amicizie, di-
vertimento, polemica personale, imitazione della poesia ellenistica. La novità
dei temi e i modelli poetici ellenistici inducono Catullo a creare un linguaggio
poetico fortemente innovativo rispetto alla tradizione romana, un linguaggio
leggero, vivace, naturale, con molti elementi del parlato, inseriti tuttavia in un
quadro di elaborazione e ricercatezza letterarie.
Ceci/io Sta zio: nasce probabilmente a Milano intorno al230. Delle sue commedie
possediamo solo frammenti per un totale di circa 300 versi e varie decine di
titoli di soggetto sia latino che greco. I pochi versi giunti fino a noi non consen-

292
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

tono una valutazione sicura della lingua del comico, tuttavia appaiono abba-
stanza evidenti certe tecniche, peraltro anche plautine, come la mescolanza o
meglio l'accostamento di registri diversi, l'abbondanza delle figure di suono,
l'introduzione di espressioni vivaci e colorite.
Celio Aureliano: vive verosimilmente nel V secolo in Africa. Di lui possediamo le
Celeres si ve acutae passiones, Tardae sive chronicae passiones, e i Gynaeda, traduzioni
originali ed elaborate delle opere di Sorano di Efeso. La lingua di Celio Aure-
liano è di buon livello in rapporto all'epoca e rispetto a quella di altri autori
medici del periodo; interessanti sono i grecismi, perlopiu ignoti altrimenti;
numerosi sono i neologismi, spesso calchi lessicali del greco. Sovente è il primo
a documentare per noi il termine volgare, o meglio profano, di non poche
patologie.
Celso: Aulo Cornelio Celso vive tra il I secolo a.C. e il I d.C. La sua opera medica,
De mediana, parte di un'enciclopedia perduta intitolata Artes, compendia un po'
tutta la scienza medica dei suoi tempi dalla dietetica, alla farmacologia, alla
chirurgia. Il sapere in essa tràdito è senza dubbio, nella sostanza, quello di ma-
trice greca ellenistica, ma non mancano motivi tipicamente romani, specie sul
piano etico-filosofico. Con riferimento alla lingua è stato definito il «Cicerone
della medicina,,: in effetti, entro i condizionamenti costituiti dalla materia stes-
sa, costruisce un periodare armonioso, ricerca la variatio, evita un uso superfluo
dei grecismi, si sforza di creare un vocabolario tecnico medico latino facendo
ricorso soprattutto allo strumento del calco semantico.
Celso: Publio Giovenzio Celso, giureconsulto e uomo politico, vive nell'età di
Adriano imperatore; scrive numerosi libri giuridici come Digestorum libri, Com-
mentarii e Quaestiones, di cui restano solo frammenti o excerpta.
Censorino: grammatico del III secolo d.C. Il trattato De die natali, che possediamo,
contiene una serie di informazioni, apparentemente slegate tra loro, relative
alla nascita degli esseri umani. La lingua del piccolo trattato, con esclusione del
capitolo di dedica, si caratterizza per la stringatezza. Per lo storico della lingua
latina sono di interesse i numerosi neologismi, gli hapax legomena, il rilevante
numero di termini tecnici greci integrali.
Cervidio Scevola: giureconsulto del II secolo d.C., probabilmente consigliere di
Adriano.
Cesare: Gaio Giulio Cesare nasce a Roma nel1oo a.C., muore assassinato nel44.
In primis egli è uno dei piu grandi strateghi e politici di tutti i tempi. Non secon-
dario è il suo peso nella storia della lingua letteraria e della linguistica, sia per
l'opera storiografica finalizzata anche alla trasmissione di un messaggio propa-
gandistico, sia per le sue posizioni in fatto di analogia, difesa della purezza

293
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

della lingua contro i tentativi di introdurre in essa vocaboli ed espressioni nuo-


vi. In concreto nelle sue opere egli realizza un linguaggio semplice, nitido,
privo di sinonimi, ridondanze, forme emotivamente cariche, insomma un lin-
guaggio tutto cose, teso a dare l'impressione di impassibilità, distacco, dunque
imparzialità.
Cesario di Arles: vescovo di Arles, vive tra il470 e il540. Scrive varie opere mona-
stiche e ascetiche ma è noto soprattutto per le sue prediche. Il suo linguaggio,
in genere, in particolare nelle prediche, è volutamente semplice nel periodare,
ricco di elementi popolari a livello di lessico, vocaboli propri della quotidianità
e materialità dei ceti inferiori; in questo senso costituisce per noi una miniera
di forme preromanze non attestate altrove in precedenza. I suoi scritti mona-
stici documentano una serie di monasticismi lessicali e semantici, segno e ri-
prova di una nuova lingua speciale cristiana, ormai in fase di avanzata forma-
zione: la lingua speciale monastica.
Cicerone: Marco Tullio Cicerone è originario di Arpino, nasce nel1o6 a.C., muo-
re assassinato dai sicari di Antonio a Formia, il 7 dicembre del43. La sua opera
giunta fino a noi è vastissima: orazioni (perlopiu legate ai fatti politici del suo
tempo), opere filosofiche, morali e retoriche, poesia epica, un ricchissimo epi-
stolario. Nella storia della lingua letteraria latina costituisce un classico e un
modello per secoli, soprattutto per la costruzione del periodare prosastico,
ampio e armonioso, basato sulla concinnitas, cioè simmetria, disposizione equi-
librata delle parti. Rilevante e determinante, nella storia della linguistica latina,
è anche la sua concezione di innovazione moderata della lingua.
Cinna: Gaio Elvio Cinna, poeta neoterico, autore di un poemetto mitologico,
Zmyrna, e di una serie di carmi; possediamo solo alcuni frammenti. La Zmyrna
si doveva caratterizzare per l'estrema cura formale e concisione, fino ad appa-
nre oscuro.
Cipriano: Tascio Cecilio Cipriano nasce a Cartagine, di cui sarà vescovo, all'inizio
del III secolo, muore martire nel258. Personaggio di notevole formazione re-
torica e letteraria, è autore di scritti polemici e antieretici, ma anche ascetici ed
esegetici; interessantissimo il suo epistolario. La lingua di Cipriano diviene un
modello, o meglio il modello per i prosatori cristiani anteriori ad Agostino
soprattutto per le caratteristiche coniugate della semplicità e dell'armonia. Egli
unisce l'imitazione dei grandi modelli della prosa classica, da Cicerone a Sene-
ca, all'utilizzazione dei testi biblici.
Claudiano: Claudio Claudiano, probabilmente originario di Alessandria, si collo-
ca tra il374 e il404. Vive a Roma e si lega ai personaggi politici piu influenti per
i quali scrive panegirici poetici, in particolare a Stilicone, potente generale

294
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

vandalo. È autore anche di poemi epici, celebrativi degli avvenimenti dell' epo-
ca e delle imprese dei suoi protettori. Il linguaggio di Claudiano è alto, basato
sui migliori modelli, soprattutto epici, in primis Virgilio.
Claudio Quadrigario: annalista del I secolo a.C.; della sua opera, in almeno 22 libri
{dal390 all'82 a.C.), ci restano solo frammenti. Il linguaggio, per quanto è possi-
bile dedurre dai frammenti, doveva essere particolarmente limpido e incisivo.
Clemente Alessandrino: maestro di filosofia in Alessandria, di cultura greco-elleni-
stica, presbitero vive tra il II e III secolo d.C. Ha scritto molto; tra le opere piu
note, il Protrettico e il Pedagogo.
Clemente Romano: vescovo di Roma dall'88 al 97· La traduzione latina della sua
Lettera ai Corinti, collocabile nella prima metà del II secolo, costituisce uno dei
piu antichi documenti di latino cristiano e si caratterizza pertanto per una serie
di elementi cristiani "arcaici" e significativi cristianismi indiretti.
Codice di Teodosio: varato nel 438, prende il nome dall'imperatore Teodosio II; è
costituito da 16libri e 312leggi. La tradizione diretta è incompleta.
Codice Ermogeniano: non è meglio noto a noi del Codice Gregoriano; di questo
vuoi essere una sorta di completamento. Doveva contenere soprattutto rescrit-
ti di Diocleziano.
Codice Gregoriano: si tratta di una raccolta di leggi varate a partire dal principato di
Adriano fino al291; prende il nome dal suo compilatore, Gregorio, un buro-
crate imperiale. Conosciamo parte del contenuto solo per via indiretta, soprat-
tutto attraverso la Lex Romana Wisigothorum.
Colomba: Colomba di Iona, detto anche Columcillo, monaco irlandese, nasce nel
521 e muore nel597; fonda monasteri in Irlanda e Scozia. Gli vengono attribu-
iti una Regola e un poema abecedario rimato e ritmato, intitolato Altus prosator.
La lingua del poema è molto artificiosa, costruita con grande libertà sulla base
di glossari. Egli crea arbitrariamente parole come Jatimen, 'confessione', da Jate-
ri, 'confessare', assegna a parole greche come polyandria, 'molta popolazione', il
significato di 'sepolcri'.
Colombano: monaco di origine irlandese, vive dal543 al615; noto come fondatore
di grandi abbazie tra cui le piu note quella di Luxeuil e Bobbio, la sua regola
condiziona la vita religiosa, ascetica e culturale della Francia e dell'Italia setten-
trionale. La lingua di Colombano, quella delle Lettere, talora si fa involuta, a
causa della ricerca di complicazioni stilistiche. Nel complesso il suo latino è tra
i piu classicheggianti dell'epoca.
Columella: Lucio Giunio Moderato Columella proviene da Cadice, Spagna, vive
nel sec. I d.C. Di lui possediamo un trattato De re rustica, in prosa, con tuttavia
un libro, il decimo, in versi: una sorta di omaggio e continuazione delle Geor-

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

giche di Virgilio. Con riguardo alla lingua, Columella è stato definito il Cicero-
ne dell'agricoltura, per il classicismo quasi perfetto, caratterizzato da ricerca di
variatio, concinnitas, :finali di periodo esametriche, ecc. Il debito da Virgilio, so-
prattutto nel libro in versi, è evidente ed è stato sottolineato variamente.
Commento all"Ad Glauconem de medendi methodo': tràdito insieme ad altri com-
mentari alle opere di Galeno, come De sectis, Ars medica; probabilmente si tratta
di una rielaborazione dei commentari alessandrini, da parte di Agnello di Ra-
venna, un professore di medicina vissuto nei secc. VI-VII. L'interesse linguisti-
co è notevole, sia per il livello medio basso della lingua, sia per la tecnica di
traduzione.
Commodiano: non conosciamo praticamente nulla della sua vita, né della colloca-
zione cronologica che si fa oscillare tra III e V secolo. Le sue due opere poeti-
che, Instructiones e Carmen apologeticum, hanno una valenza didattica {come si
deduce dal ricorso all'acrostico per sintetizzare l'idea centrale del componi-
mento, o alla scansione dei concetti in due versi) e sono dirette sia a convertiti,
sia a pagani e giudei. La lingua si caratterizza per numerosi elementi volgari, a
livello di lessico e di sintassi, come anche provincialismi cui ricorre con note-
vole libertà.
Consenzio: grammatico del V secolo, autore di un' Ars grammatica, interessante
anche dal punto di vista della storia della lingua, in quanto gli esempi di barba-
rismi che egli riporta nella sezione dedicata alla latinitas sono tratti, per sua
esplicita affermazione, dalla lingua corrente.
Corippo: Flavio Cresconio Corippo è il principale rappresentante della poesia la-
tina in Africa tra la prima e la seconda metà del sec. VI. L'opera {poemi epici e
panegirici) è perlopiu propagandistica. La lingua di Corippo, come anche la
sua tecnica narrativa, sono saldamente ancorate a Virgilio.
Cornelio Gallo: Gaio Cornelio Gallo nasce a Fréjus nel69 a.C., muore suicida nel
26 a.C.; poeta alessandrineggiante traduce gli epilli di Euforione, scrive elegie;
della sua opera ci restano solo pochi versi, rinvenuti di recente e da tal uni con-
testati.
Cornelio Severo: poeta epico e storico, amico di Ovidio, vive nel I sec. a.C. Di lui
ci restano solo pochi frammenti,
Cornelio Sisenna: storico dell'epoca di Silla; scrive una ventina di libri di Historiae,
dedicati agli avvenimenti della sua epoca, perduti.
Cremuzio Cordo: Aulo Cremuzio Cordo, storiografo, vive nel I secolo a.C., è au-
tore di Anna/es, perduti, dall'ultimo secolo della Repubblica :fino all'inizio
dell'Impero.
Crisippo di Soli: :filosofo stoico, vive nel sec. III a.C. Gli sono stati attribuiti piu di
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

700 scritti, dei quali possediamo solo frammenti. La dottrina stoica, come a noi
nota, porta la sua impronta.
Curzio Rufo: nulla conosciamo della sua vita, collocata dai piu tra la prima e la se-
conda metà del I secolo d.C. Vanno sotto il suo nome Le Storie di Alessandro
Magno. La lingua di Curzio Rufo si distingue per chiarezza: pochi arcaismi e
neologismi, una struttura del periodo simile a quella di Tito Livio. Alcuni aspet-
ti dello stile, come un certo susseguirsi di interrogazioni, ellissi, alternarsi dei
tempi dei verbi sembrano creare un ritmo veloce che, in qualche maniera forse
riflette l'ansia di Alessandro Magno per una veloce conquista del mondo.
Curzio Valeriano: grammatico del V secolo, fonte, tra l'altro, di Cassiodoro.

Damaso: papa dal366 al384, è un promotore del culto dei martiri nel cui onore
scrive una serie di epigrammi non senza pregio. Questi linguisticamente si
caratterizzano per lo stile trionfale, proprio dell'arte cristiana dell'epoca, e in-
sieme rappresentano una delle prime riuscite trasformazioni cristiane della
poes1a pagana.
Damigeron: trattato anonimo sulle proprietà curative delle pietre preziose; si trat-
ta di una traduzione dei secc. V-VI da un originale greco piu antico; lingua
molto volgare.
De aere aquis et locis: traduzione latina dei se cc. V-VI dell'opera del corpus ippocra-
tico dallo stesso titolo. Linguisticamente interessante per la tecnica di traduzio-
ne e per una serie di volgarismi e grecismi prodotti da un traduttore di proba-
bile madre lingua greca.
De curis herbarum: erbario del sec. VI derivato da fonti diverse, come Dioscoride
e il De herbisJeminis. Si tratta di un documento in latino tardo e volgare, interes-
sante anche per la serie di fenomeni linguistici preromanzi che presenta.
De herbis feminis: erbario che si colloca nel sec. VI, derivato in parte da Dioscoride
in parte da altre fonti. La lingua è molto simile a quella del De curis herbarum.
'De materia medica' di Dioscoride: traduzione della Materia medica di Dioscoride in
cinque libri, probabilmente del sec. VI; va anche sotto il nome di <<Dioscoride
Longobardo». Si tratta di un documento linguistico molto interessante, una
delle fonti piu ricche per lo studio del latino volgare e preromanzo.
De podagra: traduzione dei secc. V-VI della corrispondente opera di Rufo di Efeso.
De rebus bellicis: operetta dedicata alla descrizione di macchine da guerra piu o
meno fantastiche da collocare nella seconda metà del sec. IV. La lingua latina
è, in rapporto all'epoca, di livello alto, come testimonia tra l'altro la prosa rit-
rruca.
De septimanis: traduzione frammentaria dell'omonima opera del corpus ippocrati-

297
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

co collocabile nei secc. V-VI; la lingua è simile a quella delle altre traduzioni
mediche dello stesso periodo.
De urinis Galieni: trattatello pseudogalenico dei secc. VI-VII che elenca gli ele-
menti di diagnosi e di prognosi deducibili dalle urine. Interessante documento
del latino vivo barbarico del periodo.
Diaeta Theodori: operetta dietetica, da collocare nei secc. VI-VII, falsamente attri-
buita a Teodoro Prisciano, in realtà traduzione molto rielaborata del n libro
della Dieta pseudoippocratica. Dal punto di vista linguistico interessante per i
numerosi elementi di latino vivo dell'epoca.
Didachè: operetta greca di catechesi, anonima, da collocare tra la fine del I secolo
e l'inizio del Il; la traduzione latina, sostanzialmente coeva, costituisce un do-
cumento importante del primo latino cristiano.
Dio mede: grammatico, vive nella seconda metà del sec. IV. La sua Ars grammatica si
articola, come quella di Donato, in minor e maior ed è sostanzialmente triparti-
ta, cioè distribuita in tre parti, dedicate rispettivamente alla parola in sé, alla
parola nel contesto e allo stile o latinitas.
Dione di Prusa: sofista e retore viaggiante, si colloca nei secc. 1-11 d.C.
Dioscoride: Dioscoride Pedanio, originario di Anazarbo, medico greco, del I seco-
lo a.C. autore del De materia medica, la più completa raccolta di semplici dell'An-
tichità.
Disticha Catonis: raccolta di sentenze, in 4 libri, scritta in esametri appaiati; me-
scolano sapienza popolare e detti di filosofi, riflettono principi tradizionali
dell'etica romana; risalgono probabilmente al III sec. d.C. Linguaggio povero,
senza ambizioni letterarie.
Donato: Elio Donato, grammatico della metà del sec. IV, maestro di Girolamo,
scrive commenti a Terenzio, Sallustio, Livio, Persio e soprattutto Virgilio; è
per noi fonte preziosa di notizie erudite e antiquarie. Famose ai suoi tempi e
nel Medioevo sono le grammatiche intitolate Ars minor e Ars maior: rivelano
evidenti preoccupazioni didattiche e pedagogiche, che determinano uno stile
semplice e una struttura schematica.
Dos{teo: grammatico del IV secolo, è autore di un' Ars grammatica accompagnata da
una traduzione in greco, destinata a grecofoni che vogliono apprendere il lati-
no. Si tratta di un lavoro rivolto alla scuola, molto significativo per l'ambiente
scolastico e sociale degli studenti di latino nella pars orientis, ma anche e soprat-
tutto per il peso che il linguaggio tecnico greco continua ad avere su quello
latino, per il suo ruolo in qualche modo chiarificatore.
Draconzio: Blossio Emilio Draconzio, poeta africano del V secolo, è autore di
componimenti poetici di vario genere, dall'epica alla tragedia, non privi di
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

ispirazione: nuovo sul piano dell'argomento è il De !audi bus dei un poema epico
di argomento teologico. La lingua di Draconzio si caratterizza soprattutto per
la ricerca di elementi che abbiano effetto sul lettore, come la creazione di pa-
role eccentriche; non mancano elementi di latino tardo, per es. nella prosodia
e nella metrica.
Dynamidia: compilazione anonima della seconda metà del sec. VI, in quattro libri,
in cui l'autore opera un rimaneggiamento della traduzione del libro II del Re-
gime o Dieta pseudoippocratico e lo completa con fonti diverse tra cui Gargilio
Marziale. Si tratta di un documento molto interessante linguisticamente, in cui
essendosi stratificate fonti di epoche diverse, si può rilevare che cosa e quanto
della lingua del passato è ancora comprensibile e corrente nel sec. VI, in un
ambiente di livello culturale medio basso.

Egeria: cosi viene chiamata l'autrice della Pere~rinatio, una cristiana colta, monaca,
che scrive per le sue consorelle un resoconto dettagliato del suo pellegrinaggio
nei luoghi santi. L'operetta è di grande interesse linguistico, in quanto docu-
mento di latino vivo colto dell'epoca. Viene collocata tra la fine del IV e l'inizio
del V secolo.
Elio Aristide: celebre oratore e conferenziere greco del II secolo d.C.
Elio Gallo: autore di un lessico giuridico, da collocare tra fine Repubblica e inizio
Impero; forse un grammatico o un giurista.
Elio Peto: giurista del II secolo a.C., gli viene attribuita un'opera intitolata Triper-
tita (perduta) che, tra l'altro, conteneva anche un commento alle XII Tavole.
Emilio M acro: del I secolo a.C., autore di poemi sugli uccelli e le loro metamorfo-
si, come anche sui serpenti velenosi e i rimedi contro i loro morsi. Abbiamo
solo pochi frammenti (6 esametri interi e una decina di pezzetti).
Emilio Macro: giurista dei tempi dei Severi, scrive opere di diritto pubblico e mi-
litare, di cui ci restano solo estratti confluiti nel Digesto.
Emilio Se auro: personalità che riveste alte cariche e svolge un ruolo di primo piano
nella vita politica della seconda metà del II secolo. Scrive un'autobiografia di
cui ci restano solo alcuni frammenti.
Ennio: Quinto Ennio originario di Rudiae, odierna Lecce, nasce nel239, muore a
Roma nel169. È un vero poligrafo, autore di poemi epici, tragedie e comme-
die, satire, scritti filosofici, gastronomici, fortemente dipendenti dalla lettera-
tura greca. Di lui ci restano solo frammenti. Elementi caratterizzanti della lin-
gua di Ennio possono essere considerati i numerosi grecismi, molto spesso
veri e propri omerismi, la ricerca di moduli e forme arcaici, la varietà dei livel-

299
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

li per cui ai toni solenni si alternano altri dimessi e pacati, la ricerca del sublime
nelle tragedie.
Ennodio: Ennodio Magno Felice, poeta e retore, vescovo di Pavia, vive negli anni
473-521; è uno dei piu illustri rappresentanti della letteratura di livello alto dei
secc. V-VI, cristianizzata piu in superficie che in profondità. Il linguaggio di
Ennodio è essenzialmente classicheggiante, suoi modelli sono gli autori latini
che facevano parte del bagaglio culturale degli intellettuali del suo tempo, in
definitiva i poeti e gli scrittori di fine Repubblica e primo Impero; va detto
tuttavia che, pur nell'ambito di un neoclassicismo di moda, non manca in En-
nodio la ricerca di elementi tesi a stupire, nella scelta dei vocaboli, nelle meta-
fore, nella complessità del periodare.
Epicuro: Epicuro di Samo vive negli anni 341-270 a.C., è il fondatore della scuola
filosofica che da lui prende il nome; il suo pensiero esercita un influsso profon-
do nella cultura romana, soprattutto nei secoli I a.C. e I d.C.
Epigrammata Bobiensia: raccolta di epigrammi collocabili tra fine del sec. IV e
inizio del V, rinvenuta a Bobbio nel XV secolo. Si tratta di composizioni deri-
vate in grande parte da modelli greci e nate in ambito pagano, che imitano, per
il metro e per la lingua, la poesia di epoca augustea.
Epistola (Lettera) a Diogneto: apologia del cristianesimo in greco, anonima, indi-
rizzata a un certo Diogneto, da collocare nel II secolo.
Epistula defebribus Galieni: esposizione elem1 ttare dei diversi tipi di febbre, falsa-
mente attribuita a Galeno, scritta nei secc. V-VI. Lingua volgare a tutti i livelli.
Epistula de phlebotomia: un testo in forma di domande e risposte, attribuito ora a
Galeno, ora a Ippocrate, ora ad altri, in realtà traduzione di un originale bizan-
tino, eseguita nei secc. VI-VII. La lingua è volgare, con vari grecismi, sovente
irriconoscibili come tali.
Eucherio: vescovo di Lione, vive nel sec. V, è un rappresentante di quella nobiltà
che, stanca e sfiduciata a causa dell'instabilità, delle guerre e delle invasioni
barbariche, trova sollievo e rifugio nel monachesimo, nel suo caso in quello di
Lerino. È autore di vari scritti di ascesi monastica, ma anche di esegesi in un
linguaggio abbastanza elaborato a seconda del pubblico (frutto della sua for-
mazione retorica precedente), linguaggio che tuttavia documenta, in crescen-
do con il passare degli anni, anche la presenza della lingua speciale monastica,
ai tempi in formazione.
E•~genio di Toledo: vive nel sec. VII, vescovo di To ledo, è noto soprattutto per una
raccolta di carmi di contenuto vario, dal funerario al giocoso. Sono punti di
riferimento di Eugenio, sia per i contenuti che per la lingua, soprattutto Ora-
zio, Virgilio, Stazio e Marziale; va in ogni caso detto che i modelli oppure i

300
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

luoghi comuni in lui finiscono per essere personalizzati, rivissuti intensamen-


te, ricollocati nell'atmosfera dei suoi tempi.
Eugippio: si colloca tra la seconda metà del sec. V e la prima del VI, è autore di
letteratura monastica, tra cui anche una Regula. Il testo della Regula è tràdito da
un manoscritto quasi coevo rispetto all'autore e dunque molto verosimilmen-
te ne riflette da vicino anche la grafia. Questa documenta una serie di allogra-
fie proprie dell'epoca e dell'ambiente culturale medio-basso cui la Regula è
diretta.
Eumenio: di origine greca, maestro di retorica in Augustodonum (attuale Autun)
dove nasce nel250; vive fino ai primi decenni del sec. IV; di lui possediamo 4
orazioni, di cui 2 sono panegirici. La lingua è essenzialmente classica, prodotto
di scuola costruita soprattutto su Cicerone, persino le clausole.
Eusebio di Cesarea: vescovo cortigiano a Costantinopoli, padre della storiografia
ecclesiastica, vive tra il265 e il340.
Eutropio: storiografo della seconda metà del sec. IV, maestro di retorica, gramma-
tico, ma anche burocrate imperiale. La lingua e lo stile del Breviarium ab urbe
condita, del tutto chiari, fondamentalmente classici in ragione anche delle fonti
(soprattutto Tito Livio), sono funzionali all'obiettivo didattico dell'opera, or-
dinata dall'imperatore Valente, che voleva per sé e per il suo entourage una in-
formazione sintetica dei principali fatti della storia romana e delle caratteristi-
che dei suoi predecessori.
Evagrio: Evagrio di Antiochia vive nella seconda metà del IV secolo. È autore di
una traduzione latina della Vita Antoni scritta da Atanasio di Alessandria in cui
è chiara la volontà di attingere a un livello linguistico piuttosto alto, evidente-
mente in funzione di un pubblico, dal punto di vista letterario, più qualifi-
cato.

Fabio Pittore: vive nel sec. III a.C. Scrive Annali, in greco (poi tradotti in latino),
che iniziano dalla leggenda di Enea per arrivare al217. Possediamo solo pochi
frammenti latini di tradizione indiretta.
Fausto di Riez: abate di Lerino e vescovo di Riez, vive nel sec. V; è autore di talu-
ne omelie e opere teologiche. I suoi scritti rivelano un livello di lingua medio,
attento più alle cose che alla forma, lontano dalle ricercatezze.
Faventino: Marco Cezio Faventino, autore dell'Artis architectonicae privatis usibus
adbreviatus liber, trae il materiale della sua opera soprattutto da Vitruvio, in par-
ticolare dai libri I-II e v-vm, ma non solo. La lingua si distingue da quella vitru-
viana per la riformulazione dei periodi complessi e per l'eliminazione o ridu-
zione dei tecnicismi.

301
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Favorino di Aries: oratore brillante del II secolo; pur essendo originario della Gal-
lia, scrive e si esprime preferibilmente in greco.
Fedro: originario della Macedonia, liberto di Augusto, autore di una raccolta di
favole, vive tra il2o a.C. e il so d.C. Il suo linguaggio si caratterizza per la linea-
rità e la semplicità, soprattutto a livello di sintassi.
Fenestella: annalista, scrive sotto Tiberio. Dei suoi Anna/es possediamo solo pochi
frammenti che rivelano interesse soprattutto per i fatti della realtà quotidiana,
per la linguistica e la letteratura.
Fescennini: canti rustici, probabilmente nuziali, dei Latini antichi, in genere a ca-
rattere licenzioso.
Pesto: Sesto Pompeo Festa, erudito del II secolo d.C. A lui dobbiamo un compen-
dio del De verbomm sixnifìcatu di Verrio Fiacco, giunto a noi in un solo mano-
scritto, molto lacunoso, frammentario e assai danneggiato. Nel suo lavoro Fe-
sta utilizza anche altre fonti e non manca di fare annotazioni personali. Il com-
pendio conservato, in quanto tale, solo in parte e ulteriormente riassunto da
Paolo Diacono, costituisce per gli studiosi una miniera di informazioni prezio-
se relative non solo alla storia della lingua latina, ma anche della cultura e della
società.
Filagrio: medico greco, originario dell'E piro, attivo prima del360 d.C. È autore di
non meno di 70 monografie, di cui tuttavia sono rimasti solo alcuni frammen-
ti e pochi titoli sicuri. Possediamo un estratto in traduzione latina dedicato alla
milza, ricco di volgarismi e grecismi, un documento interessante e poco stu-
diato di latino tardo e volgare.
Filastrio: vescovo di Brescia nella seconda metà del sec. IV; è autore di scritti sulle
eresie.
Filostrato: esponente della seconda sofistica, autore della vita di Apollonia di Tia-
na, scritta con lo scopo di esaltare la filosofia pitagorica, vive tra il II e il III se-
colo d.C.
Firmico Materno: vive in Sicilia nella prima metà del IV secolo; di lui possediamo
un trattato di astrologia e un'opera apologetica in difesa del cristianesimo e
contro gli errori delle religioni idolatriche. L'ipotesi che per l'opera astrologica
si dovesse supporre un autore diverso da quello dell'opera apologetica si può
considerare superata a causa della sostanziale identità della lingua al di là, ov-
viamente, degli specifici linguaggi tecnici. Lo stile è molto retorico e prolisso;
comune a tutta l'opera a noi giunta è una serie di fatti, come la frequenza del
genitivo di inerenza e dei sinonimi, l'ablativo di comparazione introdotto dal-
la preposizione ab, il rigoroso rispetto delle regole, delle clausole.

302
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Flavio Felice: scrittore di epigrammi e altre brevi composizioni in versi, vive nel
Nord Africa all'epoca del re vandalo Trasamundo (496-523).
Floro: Publio Annio Floro, retore di origine africana, vive ai tempi dell'imperato-
re Adriano di cui è amico; di lui possediamo un'epitome delle storie di Tito
Livio, ricca di artifici retorici che producono uno stile brillante e prezioso, in
linea con quello delle pubbliche declamationes e redtationes particolarmente in
voga ai tempi. L'obiettivo di presentare la storia di Roma come una storia trion-
fale e gloriosa lo conduce a mettere in atto una serie di accorgimenti pr Jpri
dello stile poetico-drammatico, come la collocazione delle parole in posizione
inabituale, le iuncturae enigmatiche, i neologismi, le clausole.
Foca: grammatico, vive a cavallo tra i secc. IV e V, è autore di un'operetta sul nome
e il verbo in cui espone le regole piu importanti della flessione. Scrive anche
una Vita di Virgilio in versi esametri, preceduti da un proemio in strofe saffiche.
La Vita è una sorta di centone composto di passi e iuncturae più o meno rielabo-
rati, tratti dagli autori di scuola della sua epoca, come Virgilio, Orazio, Ovidio,
Lucano, Stazio, Marziale.
Formule merovingiche: documenti di carattere giudiziario, di epoca merovingica;
dal punto di vista linguistico sono interessanti per l'evoluzione del latino delle
Gallie.
Fredegario (Pseudo): è autore di una Chronica in 4libri, ambientata nella Gallia dei
secc. VI-VII, in cui predominano l'aneddotico e il favoloso. La lingua, vera-
mente barbara e incolta, è significativa per il livello di latino umile nella Gallia
del periodo e interessante soprattutto per lo studio delle origini romanze.
Frontino: Sesto Giulio Frontino vive tra la seconda metà del I secolo e la prima
del II. È autore di opere tecniche di strategia militare, di architettura (acque-
dotti), di gromatica. Il suo linguaggio è tecnico, stringato, privo di artifici
retorici.
Frontone: Marco Cornelio Frontone proviene dall'attuale Costantina, in Algeria,
dove nasce intorno al1oo, muore intorno al165 a Roma. Scrive versi in greco e
latino, consolationes, esercitazioni retoriche su tematiche proprie della seconda
sofistica, discorsi, epistole. Ci rimane l'epistolario, con gli imperatori e con gli
amici, un esempio del linguaggio artificioso, vario, ricercato dei suoi tempi e di
cui egli è anche uno dei teorici piu illustri.
Fruttuoso: vescovo di Braga, è autore di due regole monastiche ispirate, anche sul
piano linguistico oltre che su quello contenutistico, alla regola di Benedetto da
Norcia. Muore nel665.
Fulgenzio di Ruspe: vescovo di Ruspe (Africa), vive tra il467-533; è autore soprat-
tutto di letteratura polemica contro ariani e pelagiani, non solo in prosa ma

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

anche in versi come il Salmo contro gli Ariani. La lingua di Fulgenzio, dati anche
il pubblico e le tematiche, è ricca di elementi linguistici che dovevano essere
familiari alle masse, dunque numerosi cristianismi lessicali e semantici entrati
nell'uso delle comunità cristiane già con le prime traduzioni bibliche, ma an-
che volgarismi sintattici e morfologici diffusi all'epoca nella letteratura rivolta
ai pauperes, come l'infinito finale, !'in strumentale.

Gaio: vive nel II secolo d.C., è attivo soprattutto sotto il principato di Antonino
Pio. La sua opera maggiore che possediamo, le Institutiones, è un testo scolastico
per principianti, lezioni messe in circolazione all'insaputa dell'autore. Questo
fatto potrebbe spiegare la notevole trascuratezza nella lingua e nello stile; rile-
vante, e peraltro in linea con i tempi, la presenza del greco, anche a livello di
sintassi.
Galeno: originario di Pergamo, vive tra il129 e il199 d.C., medico celebre, insieme
anche filosofo e grammatico. Di lui ci resta un'opera medica imponente, in
greco, fonte di riferimento per secoli, fino all'età moderna.
Gargilio Marziale: Quinto Gargilio Marziale vive nel III secolo; vanno sotto il suo
nome vari trattati o meglio ampi frammenti di medicina e agricoltura, di cui
sono da attribuire a lui, con ogni probabilità, solo il frammento agricolo De
hortis e quello medico Medicinae ex holeribus et pomis. La sua lingua rivela un
notevole sforzo di elaborazione formale, peraltro contraddetto da numerosi
volgarismi.
Cellio: Aulo Gellio, probabilmente di origine africana, vive tra ilt251t30 e il192.
Di lui ci restano le Notti Attiche, un'opera erudita, di carattere enciclopedico,
curata nella forma, documento della cultura dei suoi tempi. Il suo linguaggio è
in buona sostanza classico, ciceroniano, lo stile piacevole e scorrevole; non
sempre è coerente con se stesso, quando condanna il ricorso ai verba inaudita e
poi ne fa un uso abbastanza esteso, piu ampio di quello di Frontone: nei suoi
scritti i neologismi sono piu frequenti che in quelli di Frontone.
Germanico: Giulio Cesare Germanico nasce nel15 a.C.; è considerato l'erede di
Tiberio; muore prematuramente nel19 d.C. ad Antiochia. Come letterato è
autore di epigrammi e soprattutto di due opere tecniche di astrologia e mete-
orologia, traduzioni piu o meno libere di Arato. La lingua di Germanico è
molto condizionata dal genere o meglio dall'argomento, se è vero che, nono-
stante la forma in versi, esametri, sono presenti elementi sintattici e stilistici
(paratassi, brachilogie varie, espressioni della lingua d'uso) e lessicali {tecnici-
smi) riscontrabili anche in opere in prosa, come nell'Astronomia di Igino.
Giamblico: filosofo neoplatonico, discepolo di Porfirio, vive ai tempi di Costanti-
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

no. Nella sua speculazione trovano spazio, accanto alle idee platoniche, con-
vinzioni proprie del neopitagorismo e delle religioni orientali.
Giavoleno: Ottavio Fidio Tossiano Giavoleno Prisco, giureconsulto, vissuto tra il
43 e il125/3o, ricopre importanti cariche politiche, è autore di vari responsa e
quaestiones raccolti in vari libri di epistulae, che tuttavia non sono giunti fino a noi
se non in estratti.
Gilda: Gilda il Saggio, fondatore di monasteri in Irlanda e sulla terra ferma, vive
tra il493 e il570, è autore di un'importante cronaca della Britannia, dall'inva-
sione romana ai suoi tempi, ma anche di scritti minori di carattere ascetico, in
prosa e versi. La lingua di Gilda è sovente costituita da uno strano impasto,
peraltro tipico del latino insulare, di parole latine modificate nella grafia, gre-
che ed ebraiche.
Giordane: goto, storico di cultura latina, si colloca nel sec. VI. È noto soprattutto
per una Storia dei Goti, derivata, in grande parte, da quella di Cassiodoro che per
noi è perduta. Il suo stile è prolisso e insieme ricercato.
Giovanni Crisostomo: vescovo di Costantinopoli; nasce in Antiochia nel345, muo-
re in esilio nel407. Oratore famoso, è autore soprattutto di scritti omiletici ed
esegetici.
Giovenale: Decimo Giunio Giovenale nasce in Aquino tra il so e 6o, muore tra il
130 e il140; è autore di 16 satire. Carattere principale della sua lingua sono,
probabilmente, le forti variazioni di registro, ottenute con abbondanza di
mezzi retorici: enfasi, lessico comune, forme di lingua alta e nobile si alter-
nano.
Giovenco: Vettio Aquilino Giovenco, prete spagnolo, di formazione pagana, vive
intorno alla metà del IV secolo. Nella parafrasi in versi dei quattro evangeli
avverte l'esigenza di un dialogo con i pagani colti del suo tempo e dunque
l'opportunità di presentare i testi sacri in una forma linguistica per loro accet-
tabile. Questo significa, per Giovenco, introdurre nel racconto evangelico pa-
rafrasato l'armamentario stilistico della poesia epica, dai composti altisonanti,
alle formule canoniche come haec ubi dieta, ai recuperi di versi famosi, ecc. Imi-
ta e riprende nei modi tradizionali i poeti più studiati dell'Antichità da Virgilio,
a Ovidio, a Lucano attraverso gli strumenti della parafrasi, dell'ampliamento,
della sintesi.
Girolamo: Girolamo Sofronio Eusebio nasce a Stridone, in Dalmazia, vive, grosso
modo, tra gli anni 345 e 420. A lui si deve una parziale traduzione e revisione di
grande parte della Bibbia e una serie di opere ascetiche, antieretiche, storiche,
di vite di santi. La lingua di Girolamo è sostanzialmente classicheggiante in
rapporto ai tempi in cui scrive; in lui il peso della sua formazione sui testi della
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

classicità, del suo ciceronianismo si fa sentire, come egli stesso ammette e nello
stesso tempo se ne fa colpa. Va tuttavia detto che in lui, come in molti altri
scrittori cristiani di livello alto, sono evidenti la volontà di adattamento alle
condizioni del pubblico e quindi anche il ricorso a registri e livelli di lingua
inferiori e/o correnti ove il pubblico lo richiede: un esempio di stile alto pos-
sono essere le lettere a papa Damaso, ma un esempio di latino vivo e quotidia-
no sono le lettere a Marcella.
Giuliano di Toledo: arcivescovo di Toledo, si colloca nel sec. VI; è autore di nume-
rose opere teologiche, apologetiche, biografiche, in uno stile piuttosto classi-
cheggiante, caratterizzato da un periodare ampio e curato.
Giuliano Pomerio: retore, maestro di Cesario di Arles, autore di un'opera sulla vita
contemplativa, muore dopo i1498. Nonostante le sue esplicite dichiarazioni di
rifiuto e disprezzo per la cura della forma, Giuliano Pomerio si rivela uno
scrittore attento, molto sorvegliato, con echeggiamenti e richiami alle sue let-
ture classiche.
Giulio Greci no: cavaliere romano, vive nella prima metà del I secolo d.C.; è autore
di un trattato agricolo, perduto, sulle vigne la cui lingua, secondo Columella,
era curata e non priva di reminiscenze virgiliane.
Giulio Paolo: giurista del tempo dei Severi; autore di numerosi libri di Responsa e
Quaestiones, di lui non possediamo nulla di completo, solo molti estratti conflui-
ti nel Digesto.
Giulio Vtllerio Pomelio: autore di una Historia Alexandri Magni, romanzata, partico-
larmente fortunata, soprattutto nel Medioevo; si colloca fra III e IV secolo.
Giunio Nipso: gromatico del II secolo d.C., è autore di trattatelli sulla misurazione in
piedi, sulla misurazione di un fiume. La lingua, caratterizzata da fatti già prero-
manzi, ha indotto alcuni a collocarlo, cronologicamente, nella tarda Antichità.
Gorgia di Leontini: sofista itinerante; vive tra i1473 e il386 a.C.
Grattio: Grattio Falisco autore di un poemetto sulla caccia, i Cynegetica, ampia-
mente dipendente da Virgilio e da autori greci perduti, si colloca nel I secolo
d.C. Molti sono gli hapax, che secondo taluni sarebbero l'espressione della sua
povertà di linguaggio; lo stile è, nel complesso, impacciato e appesantito dai
numerosi tecnicismi, estranei alla tradizione poetica.
Gregorio di Nazianzio: vescovo di Costantinopoli, di nobile famiglia, vive dal330
al390; è autore versatile, tra l'altro, di vari discorsi e numerose composizioni
poetiche.
Gregorio di Nissa: vescovo di N issa, fratello minore di Basilio il Grande, vive negli
anni 335-394; è autore di numerosi scritti: prediche, trattati teologici e ascetici,
biografie.

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Gregorio di Tours: vescovo di Tours, vive tra il 538 e il 594· È autore di una vasta
produzione storica, agiografica, teologica. Nei suoi scritti rifiuta esplicitamen-
te lo stile alto. I volgarismi fonetici, morfologici, sintattici, che pullulano nelle
sue opere, sembrano il frutto di una sua precisa volontà di esprimersi in modo
accessibile a un pubblico molto ampio, piuttosto che il risultato della sua igno-
ranza, come egli, per modestia, sostiene.
Gregorio Magno: papa e scrittore di primaria importanza, vive tra il 540 e il 604.
Nelle sue opere si fa notare per la consapevole scelta degli stili in funzione del
pubblico, anche in questo imitando il suo grande maestro Agostino di Ippona.
Nel complesso rivela un atteggiamento di rifiuto nei confronti delle regole
grammaticali classiche. Il suo linguaggio, specie quello dei Dialoghi, recepisce
forme e modi della lingua parlata e si pone a livello di sermo humilis; ove tuttavia
contesto e pubblico lo richiedono, come nelle epistole dirette ai potenti, dimo-
stra di saper mettere in atto tutti gli strumenti e le tecniche dello stile elevato.

Herbarium ps.Apulei: raccolta di erbe medicinali risalente alla tarda Antichità. Ne


esistono piu redazioni. Interessante linguisticamente, non solo per gli elemen-
ti volgari, ma anche per le denominazioni delle erbe in varie lingue oltre il la-
tino e il greco.
Hermeneumata pseudodositeana: strumenti didattici bilingui per l'apprendimento
del latino da parte di grecofoni o, anche viceversa, del greco da parte di latino-
foni, le cui origini si collocano probabilmente già nel sec. III d.C. Si compon-
gono di glossari, esercitazioni di traduzione e conversazione. Questi, a loro
volta, dovrebbero risalire a un <<Ur-pseudo-Dositheus)) del sec. I d.C., cui si
possono ricondurre i vari glossari, o meglio estratti di glossari ritrovati in tempi
recenti in frammenti papiracei. La redazione degli Hermeneumata giunta fino a
noi, tràdita da molti manoscritti, è di epoca medievale, e consta di almeno nove
differenti recensioni. Quella piu ampia è chiamata, dal manoscritto che la tra-
manda, Hermeneumata Leidensia. Gli Hermeneumata sono di estremo interesse
per la storia dell'insegnamento e l'apprendimento delle lingue in epoca impe-
riale, come anche per la conoscenza della lingua viva, sia greca che latina.
Hisperica famina: una raccolta di 612 versi, in cui si descrivono varie situazioni
della vita, scritta probabilmente in Irlanda nella metà del sec. VII. La lingua è
uno strano miscuglio di parole latine, greche, semitiche, celtiche e pure inven-
zioni dell'autore.
Historia Apollonii regis: romanzo d'amore e di imprevisti che si colloca nei secc.
III-IV d.C., con integrazioni e rimaneggiamenti successivi, che aggiungono
elementi cristiani sia sul piano della lingua che dei contenuti. Qualcuno ha

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

pensato a una derivazione da un modello greco; va detto tuttavia che gli ele-
menti linguistici, i grecismi, che lascino supporre ciò non sono molti; piu evi-
denti sia sul piano della lingua, sia su quello degli intrecci appaiono i legami
con il romanzo di Apuleio, le Metamorfosi.
Historia Augusta: una raccolta di biografie di imperatori (da Adriano a Numeria-
no, 117-284 d.C.), taluni Cesari e alcuni usurpatori. I.:opera non ci è giunta
completa, in quanto mancano le biografie imperiali degli anni 244-253, da Fi-
lippo l'Arabo alla prima parte del regno di Valeriano (253-260). Nei manoscrit-
ti figurano sei autori vissuti fra la fine del III e l'inizio del IV secolo: Giulio
Capitolino, Elio Sparziano, Elio Lampridio, Trebellio Pollione, Flavio Vopi-
sco, Volcacio Gallicano. Le notevoli somiglianze che rivelano questi sei autori,
sia nello stile sia nell'organizzazione della materia hanno indotto la critica re-
cente a supporre invece che l'autore fosse uno solo.

lasuchthan: Marco Porcio Iasuchthan, centurione di stanza in un forte romano a


Gholaia, in Libia (oggi Bu Njem), è autore di un carme di circa 30 versi a com-
memorazione dell'erezione di una porta del forte, scritto sotto il regno di Mar-
co Aurelio. Pur non essendo di madre lingua latina introduce nella sua compo-
sizione vari elementi di lingua poetica di livello colto.
Igino Bibliotecario: Gaio Giulio Igino, liberto di Augusto, prefetto della bibliote-
ca palatina, è autore di varie opere erudite di agricoltura, storia, ecc., tutte per-
dute.
Igino Cromatico: è autore di opere tecniche, concernenti la misurazione dei terre-
ni. Appartiene all'epoca di Traiano.
Igino (mitografo e astronomo): personaggio vissuto tra i se cc. II-III, è autore di un
trattato mitologico diviso in due parti, Genealogiae e ràbulae. A lui e non a Igino
il Bibliotecario la critica piu recente tende ad attribuire anche quattro libri di
Astronomica.
Ignazio di Antiochia: vescovo di Antiodùa, vive tra il I e il II secolo d.C. È autore
di varie lettere, in greco, a comunità cristiane, concernenti la vita e le questioni
interne alle comunità stesse.
llario di Arles: vescovo di Arles intorno al430, monaco di Lerino, è autore di una
Vita di Santo Onorato, suo predecessore come abate lerinense.
Ilario di Poitiers: vescovo di Poitiers dal350 al367, grande difensore dell'ortodossia
cattolica. Nella sua opera teologica ed esegetica profonde anche un certo im-
pegno stilistico e letterario; in particolare, accanto all'influsso linguistico di
Tertulliano, sono evidenti elementi quintilianei, peraltro già percepiti da Giro-
lamo.

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

[/ias Latina: riduzione poetica in circa mille versi dell'Iliade omerica, situabile in
epoca Giulio Claudia. Va anche sotto la denominazione di Homerus Latinus.
I.:operetta è sostanzialmente priva di valore artistico: disordinata, abbonda di
richiami virgiliani e ovidiani. Da tal uni viene attribuita a Be bio Italico.
Ippocrate: il più famoso medico greco, vive nei secc. V-IV a.C. Sotto il suo nome
vanno moltissimi scritti, che costituiscono il Corpus Hippocraticum, ma solo po-
chi, riconducibili al periodo in cui visse, hanno probabilità di risalire diretta-
mente al maestro.
Ireneo di Lione: vescovo di Lione negli ultimi decenni del II secolo; è autore di
scritti antieretici in greco di cui tuttavia possediamo solo le versioni latina e
armena.
Isidoro di Siviglia: certamente la figura di maggiore spicco tra gli uomini di cultu-
ra spagnoli del suo tempo. Vive tra il560 e il 636. La sua opera è molto vasta:
trattati teologici e ascetici, trattati scientifici, biografia e storiografia. Famose e
fonti di informazioni preziose, soprattutto nel Medioevo, sono le sue Etymolo-
giae; la lingua di Isidoro nel suo insieme (lingua che ha esercitato un profondo
influsso sul latino medievale) può essere considerata quasi un latino "misto",
una lingua "media", che oscilla tra l'equilibrio misurato del periodo classico e
il barocchismo e l'artificioso tardo-antichi, tra il modello dei grandi scrittori
cristiani e il linguaggio della evangelizatio pauperum.
Itinerarium Anonimi Piacentini: resoconto del viaggio di un anonimo pellegrino che
da Piacenza si reca in terra santa negli anni 560-570. Il racconto ci è giunto in due
versioni: una più breve e meno curata linguisticamente, ma originaria, e una più
estesa riscritta secondo la riforma del latino di Carlo Magno e Alettino. La com-
parazione delle due versioni è molto importante per noi, per la storia della lin-
gua latina, perché permette chiaramente di vedere la degenerazione grafica e
fonetica cui era arrivato il latino scritto e parlato in epoca precarolingia.
Itinerarium Antonini Augusti: descrizione dei viaggi compiuti da Antonino Pio,
scritta ai tempi di Diocleziano.
Itinerarium Burdigalense: resoconto anonimo di un viaggio compiuto nel 333 da
Bordeaux a Gerusalemme e ritorno.

Labeone: Marco Antistio Labeone, maestro di giurisprudenza dell'epoca di Au-


gusto, ma anche esperto di dialettica, grammatica e filosofia; a lui viene attri-
buita una produzione immensa, di cui tuttavia restano solo frammenti. Fra i
titoli giunti fino a noi si possono ricordare i Responsa, le Epistulae, i Pithanà, ecc.
I Proculiani lo considerano il fondatore della loro scuola. Il suo insegnamento
giuridico si distingue soprattutto per l'attenzione al significato preciso delle
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

parole (interpretatio verborum) che ricerca anche facendo riferimento al greco. In


questo senso certamente contribuisce in modo rilevante alla formazione del
linguaggio giuridico romano.
Laberio: Decimo Laberio, mimografo, vive nel I secolo a.C. Di lui possediamo 43
frammenti e il prologo della competizione con Publilio Siro.
Largio Designaziano: autore di una breve Epistula ad filios e della rielaborazione
dell' Epistula Hippocratis ad Antiochum regem, come sono tramandate da Marcel-
lo nell'introduzione al suo De medicamentis. Nulla è possibile dire intorno alla
persona e all'opera di Largio Designaziano, escluso il fatto che certamente è
anteriore a Marcello.
Lattanzio: Firmiano Lattanzio, apologista cristiano, vive tra il 250 e il 326. La sua
opera in prosa e in versi risente della sua formazione retorica e della sua profes-
sione di retore; è il primo scrittore cristiano a fare largo uso della letteratura
pagana senza demonizzarla, vista come strumento per trasmettere la verità in
forma allegorica o velata. I.: accettazione della letteratura e della poesia pagane,
come strumento di conoscenza, di argomentazione anche per le verità cristia-
ne, costituisce una premessa naturale per l'accettazione e l'imitazione della lin-
gua letteraria pagana, Cicerone in testa, con tutto l'armamentario retorico che
la caratterizza e la qualifica. Va detto tuttavia che la sua classicità non gli impe-
disce di utilizzare un certo numero di cristianismi, sia lessicali che sin tattici.
Laus Pisonis: un lungo panegirico in esametri in cui viene esaltata la figura di
Calpurnio Pisone, probabilmente quell'aristocratico che aveva guidato la con-
giura contro Nerone, repressa nel sangue.
Leandro di Siviglia: fratello maggiore di Isidoro di Siviglia, muore intorno al6oo.
Di lui possediamo epistulae e un'opera ascetica. Il suo linguaggio elegante risen-
te delle letture dei classici pagani e cristiani.
Leggi delle XII Tavole: le piu antiche leggi di Roma giunte fino a noi, seppure in
frammenti, e risalenti agli anni 451-450 a.C. La lingua ha indubbiamente subito
degli adattamenti nel tempo, tuttavia conserva ancora molti elementi arcaici
soprattutto a livello di sintassi e morfologia, e pertanto rappresenta un docu-
mento prezioso per la storia della lingua dell'età dei re e delle xn Tavole.
Leggi regie: si chiamano cosi le leggi che si riteneva fossero state proposte e appro-
vate all'epoca dei re. Ne vengono ricordate parecchie nell'Antichità, per es.
quelle attribuite a Numa Pompilio circa i sacerdoti, i sacrifici, le vestali, quelle
attribuite a Servio Tullio sulle obbligazioni e i delitti.
Leone 1: Leone Magno, papa dal 440 al461, è tra le figure di maggiore spicco del
suo tempo, caratterizzato dai fatti traumatici della discesa di Attila e del sacco
di Roma nel445 a opera dei Vandali. Sul piano letterario sono importanti le sue

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

omelie. Esse si presentano, quanto alla forma, perfette non solo sul piano
grammaticale e sintattico, ma anche su quello stilistico, per es. le clausole.
Questo fatto ha indotto a credere che egli scrivesse e correggesse i suoi sermo-
ni prima di pronunciarli.
Lex Bantina: nota anche come tabula Bantina, è un importante reperto provienen-
te dal municipio di Bantia (Lucania) che risale agli anni 133-118 a.C. Contiene
norme costituzionali. Dal punto di vista linguistico riveste grande importanza
perché scritta in latino e osco.
Lex de repetundis: legge che concerne i delitti di estorsione compiuti da magistra-
ti romani, ne definisce i vari tipi, ne prevede pene e appositi tribunali; nel
corso della storia ne vengono promulgate diverse.
Lex Salica: legge attribuita a Clodoveo promulgata dopo il 507. Non contiene
praticamente tracce dell'antico diritto romano. È documento interessante an-
che dal punto di vista linguistico per i numerosi volgarismi e germanismi.
Lex Wisigothorum: ampia raccolta di leggi e provvedimenti dei sovrani visigoti
che vanno dagli inizi del sec. VI al VII. I..:interesse linguistico è legato soprat-
tutto ai numerosi germanismi e volgarismi.
Liber Aesculapi: va sotto questo titolo la seconda parte del manualetto relativo alle
malattie croniche, la cui prima parte è intitolata Liber Aure/ii (vd. sotto); si trat-
ta di compilazione del sec. VI, basata sulle Malattie croniche di Celio Aureliano.
La maniera con cui l'opera di Celio Aureliano viene rielaborata costituisce per
noi un interessante documento dell'evoluzione (o meglio involuzione) della
medicina e della lingua.
Liber Aureli: piccolo trattato sulle malattie croniche, rielaborazione del sec. VI
della omonima opera di Celio Aureliano (vd. sopra Li ber Aesculapi).
'Liber epistolarum' della cancelleria Austrasica: epistole uscite dalla cancelleria del
regno di Austrasia, costituiscono un documento prezioso per la conoscenza
del latino di uso comune nella Gallia del sec. VI, non solo dal punto di vista
fonetico e grafico, ma anche sin tattico e morfologico.
'Liber medicinalis' dello Pseudo Democrito: una compilazione derivata soprattutto
dalla Synopsis di Oribasio (vd. Oribasio Latino), traduzione di un originale
greco perduto dei secc. V-VI. La lingua presenta tutti i caratteri degli scritti di
livello umile del periodo.
Licinio Macro: Gaio Licinio Macro, uomo politico e annalista del I secolo a.C.,
padre del poeta Licinio Calvo. Dei suoi Annali, dedicati al periodo delle origini
di Roma, nulla è arrivato fino a noi.
Livio: Tito Livio nasce e muore a Padova, vive tra il 59 a.C. e il17 d.C. Dedica
tutta la sua vita alla stesura di una monumentale storia di Roma in 146libri, ove

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

narra gli avvenimenti dalle origini di Roma al 9 a.C., della quale ci restano 35
libri. Si tratta di un'opera di grande importanza storica e linguistica; sotto que-
sto secondo aspetto il carattere piu vistoso sono forse i poetismi e gli arcaismi,
soprattutto nella prima decade; non va trascurata la sapiente alternanza dei
registri.
Livio Andronico: greco di Taranto, schiavo di Livio Salinatore, da lui ottiene la li-
bertà e il nome gentilizio di Livi o. Vive nel III secolo a.C. Rappresenta il primo
tramite fra la letteratura latina e quella greca, di cui traduce opere fondamen-
tali come l'Odissea, insieme a varie tragedie e commedie. Della sua opera pos-
sediamo solo frammenti. Cerca di trasferire nella nascente epica latina i carat-
teri della poesia america, soprattutto l'arcaicità, andando ad attingere, per il
latino, alla tradizione della poesia sacrale, del linguaggio giuridico, delle for-
mule magiche, ecc.
Lucano: Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca, nato a Cordova nel 39 d.C., è
costretto a suicidarsi nel6s. Gran parte della sua opera {epilli, poesie di argo-
mento vario e persino una tragedia) è andata perduta; possediamo la Pharsalia,
un poema epico incentrato sul periodo della guerra civile tra Cesare e Pom-
peo. In questo poema sono ben presenti richiami ed echeggiamenti virgiliani
e oraziani, pur in una sostanziale novità, costituita da un gusto particolare per
l'orrido, il fantasioso, cui inaspettatamente si accompagnano formulazioni
conc1se e mgegnose.
Luciano di Samosata: retore greco, narratore brillante, autore di dialoghi, satire e
racconti; vive nel II secolo d.C.
Lucilio: Gaio Lucilio è il primo aristocratico della letteratura romana che si dedica
alla poesia, in particolare alla satira incentrata sui vizi del suo stesso ceto socia-
le. Nasce a Sessa Aurunca, probabilmente tra il180 e il168 a.C. e muore a Na-
poli nel102. Della sua vasta opera satirica ci restano solo frammenti, circa 1400;
tra essi alcuni rivelano anche uno specifico interesse per problematiche lingui-
stiche. In linea con le caratteristiche del genere, la lingua sembra distinguersi
per la naturalezza e la semplicità proprie del parlato, il rifiuto dell'artificioso,
dell'affettazione, dell'abuso del grecismo.
Lucrezio: di Tito Lucrezio Caro possiamo ricostruire, con approssimazione, la
data di nascita tra il98 e il94 e quella di morte tra ilss e il 51 a.C. È autore di un
poema filosofico scientifico, di struttura epica, il De rerum natura, il cui scopo è
liberare gli uomini dalla paura attraverso la conoscenza. Il poema ha fatto scuo-
la per secoli ed è stato imitato anche dai piu grandi autori, come Virgilio. Il
linguaggio lucreziano, non privo di arcaismi ricercati al fine di dare solennità a
un discorso dalle implicazioni cosmiche, si caratterizza per la volontà di chia-

312
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

rezza e precisione, come si conviene a un'opera che vuole essere "scientifica".


Le due esigenze, in qualche modo opposte, di solennità e chiarezza determi-
nano nell'insieme uno stile vario, multiforme.
Lussorio: grammatico e poeta, vive nel sec. VI; è autore di un Epithalamium e un
libro di epigrammi tràditi nell'Anthologia Latina. La lingua che pure conserva
ancora molti caratteri del latino classico non è priva di elementi romano-bar-
barici come la struttura congiunzionale della oggettiva, vel nel senso di et, l'ag-
gettivo neutro con valore avverbiale.

Maccabri: quattro libri del Vecchio Testamento di cui i primi due sono conside-
rati canonici e fanno parte della Vulgata.
Macrobio: Ambrogio Macrobio Teodosio, africano, vive tra il385/90 e il430; paga-
no, ricopre importanti cariche politiche, è autore di un'opera enciclopedica, in
forma di dialogo, i Saturnalia, significativa e importante per farsi un'idea del
sapere del tempo diffuso tra i ceti colti e aristocratici. Il linguaggio è tipico di
un'epoca che guarda, in tutto, a modelli del passato, nella fattispecie, per la
prosa, al modello ciceroniano.
Manilio: Marco Manilio cronologicamente si colloca tra il I secolo a.C. e il I d.C.
È autore di un poema didascalico sull'astronomia. Notevole è la sua dipenden-
za, tra gli altri, da Lucrezio, anche nello stile, che tende alla precisione e alla
chiarezza (come confermano i frequenti riepiloghi e annunci nel corso della
trattazione). Ricorre di frequente alla paratassi, alle perifrasi, a neologismi egre-
cismi, il tutto in ogni caso nel quadro dell'ideale classico della misura e dell'equi-
librio compositivo. Stretto è il suo rapporto con il poema astronomico di Ara-
to, da cui derivano, tra l'altro, molti dei suoi grecismi.
Marcello Empirico: autore di uno scritto medico intitolato De medicamentis, tratto in
grande parte da Scribonio, Plinio il Vecchio, Pseudo Apuleio, e altri, vive nel
sec. V. La lingua di Marcello è interessante per lo storico della lingua latina
soprattutto per i numerosi elementi di latino volgare e per i gallicismi che do-
cumenta.
Mario Vittorino: africano, professore di retorica e di filosofia, opera a Roma tra il
280 e il363. Scrive di grammatica e filosofia e, dopo la conversione al cristiane-
simo, di esegesi, teologia e polemica antieretica. Soprattutto negli scritti com-
pilati dopo la conversione, si attiene a uno stile semplice, che può apparire
anche trascurato, vicino alla lingua parlata, anche se qua e là un certo gusto
raffinato, evidentemente retaggio della sua formazione e professione, affiora.
Martino di Braga: monaco, vescovo di Braga (Portogallo), vive tra il515 e ilsBo.
Scrive opere ascetiche e filosofiche in cui dipende da Seneca. Per la storia della

313
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

lingua è significativa la sua consapevolezza della opportunità di attingere ai


diversi livelli a seconda del pubblico e, in particolare, è molto importante per
noi il modello di predica da tenere agli umili, esemplificato nel Pro correctione
rusticorum. Questa sorta di predica tipo rivolta ai rustici documenta molti termi-
ni del linguaggio agricolo, magico, superstizioso, altrimenti ignoti, e insieme
costituisce anche un metro del latino comprensibile per i rustici della zona,
grosso modo l'attuale Galizia.
Marziale: Marco Valerio Marziale proviene da Bilbilis, in Spagna, ove nasce fra il
38 e il41 d.C.; trascorre quasi tutta la sua esistenza a Roma, ma la conclude nel
paese di origine dopo ilto2. È celebre per i suoi epigrammi, documento estre-
mamente significativo non solo per la vita dell'epoca, ma anche per la lingua
della quotidianità e dell'osceno. Non si deve dimenticare che accanto al lin-
guaggio della quotidianità in Marziale grande è la ricerca dell'eleganza, in par-
ticolare nei componimenti celebrativi e adulatori.
Marziano Capella: Marziano Felice Capella, africano, vissuto tra il IV e il V sec., è
autore di un'opera enciclopedica, che riflette la cultura e la nostalgia del passa-
to del ceto aristocratico pagano del tempo. Il suo è un linguaggio vario, ricco
di figure retoriche, volgarisrni e arcaismi.
Massimiano: poeta elegiaco, vive tra i secc. V e VI. Le sei elegie che ci sono giunte
sono incentrate sul tema dell'amore che è descritto dal punto di vista del vec-
chio. Il linguaggio poetico di Massimiano è fortemente dipendente da quello
dei grandi elegiaci classici (Tibullo, Properzio, Ovidio) nelle immagini, nelle
metafore, nella ripresa di luoghi. Non mancano i tipici caratteri tardo-latini
come per es. la predilezione per i giochi di parole, per le antitesi.
Massimo di Tiro: greco, conferenziere itinerante, attivo a Roma sotto l'imperatore
Commodo.
Massimo di Torino: vescovo di Torino, da collocare tra la fine del sec. IV e la prima
metà del V; le sue prediche sono un importante documento storico-culturale
delle comunità cristiane del periodo. Dal punto di vista linguisticointeressan-
ti soprattutto per lo studio del latino vivo dell'epoca sono gli elementi di
oralità, che si concentrano in modo particolare negli exempla, una sorta di
presentazione visiva di concetti, attraverso paragoni ed episodi tratti dalla vita
reale.
Merobaude: uomo d'armi e poeta, vissuto nella prima metà del sec. V, è autore di
componimenti d'occasione e panegirici. La sua lingua può essere definita con-
servatrice e di impianto classico; attinge dai modelli per eccellenza, soprattutto
Virgilio e Cicerone, ma anche dagli scrittori del primo Impero: le deroghe a
questo comportamento di massima sono piuttosto rare, ma non mancano del

314
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

tutto, con l'inserimento di taluni elementi di lingua tarda, come ad es. l'uso
della completiva introdotta da quod.
Mimnermo di Colofone: poeta elegiaco greco del VII secolo a.C.
Minucio Felice: di origine africana, vive nel II secolo. È autore di un dialogo tra un
cristiano e un pagano, una delle prime opere apologetiche del cristianesimo,
diretta e concepita per un pubblico pagano colto. Sul piano della lingua, pur
dominando il modello ciceroniano, non sono assenti importanti reminiscenze
bibliche.
Modestino: Modestino Erennio, giurista del sec. III d.C., discepolo di Ulpiano,
autore delle Excusationes (opera scritta in greco), può essere considerato l'ulti-
mo rappresentante della giurisprudenza romana.
Mucio Scevola: giureconsulto (140-82 a.C.). I suoi t8 libri di ius dvi/e, purtroppo
perduti, che hanno rappresentato la prima sistemazione del diritto civile, era-
no ancora oggetto di studio nel II secolo d.C. Non v'è accordo tra gli studiosi
nell'attribuzione a lui delle Diftnitiones.
Mulo medicina Chironis: trattato anonimo di medicina dei cavalli, scoperto nelt855
in un codice di Monaco, si colloca nei secc. IV -V d.C. Si tratta di uno dei pochi
esempi giunti a noi di manuali di precettistica concreta ed empirica, destinati a
gente comune. Rappresenta anche uno dei documenti piu significativi della-
tino tardo e volgare, nei suoi diversi livelli: fonetico, grafico, morfologico e
sin tattico.
Muscione: personaggio di cui non sappiamo nulla. Va sotto il suo nome una tradu-
zione dell'opera ginecologica di Sorano, in cui, peraltro, confluiscono anche
brani derivati da altri medici; è da collocare, grosso modo, nel sec. V. Si tratta di
un'opera linguisticamente interessante, perché, scritta per ostetriche, tiene
conto del loro livello culturale e linguistico, e documenta, talora anche in mo-
do esplicito, alcune peculiarità del linguaggio femminile.

Nemesiano: Marco Aurelio Olimpio Nemesiano, vissuto nel III secolo, scrive un
poemetto sui cani e la caccia e alcune ecloghe. La lingua è sostanzialmente
classica, imitata dai modelli preferiti che sono Virgilio, Manilio e Calpurnio
Siculo, da cui riprende temi e soprattutto forme e moduli espressivi. Anche la
metrica nell'insieme è classica e corretta.
Nepote Cornelio: nasce forse a Pavia e cronologicamente si colloca tra iltoo e il3o
a.C.; vive a Roma dove frequenta ed è in amicizia con personaggi illustri della
letteratura e della politica, da Catullo, ad Attico, a Cicerone; egli stesso è poeta,
storico, biografo. La lingua di Nepote è assai semplice, sia a livello di struttura
del periodo, sia a livello di lessico.

315
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Neoteroi: sotto questa denominazione Cicerone designa poeti della sua età che si
atteggiano a innova tori, prediligono argomenti mitologici o leggeri, dedicano
grande cura alla forma, imitano gli Alessandrini. Sono compresi sotto questa
denominazione Licinio Calvo, Furio Bibaculo, Elvio Cinna, Catullo e altri. La
lingua dei Neoteroi, per noi rappresentata soprattutto da Catullo, può essere
considerata una lingua viva, fatta per essere compresa da tutti, senza tuttavia
essere banale.
Nerazio Prisco: Lucio Nerazio Prisco giureconsulto, membro del consiglio degli
imperatori Traiano e Adriano, di famiglia senatoria, console nel n è autore di
numerosi responsa, quaestiones, epistulae; rimangono solo estratti nel DiResto.
Nevio: originario della Campania nasce intorno al275 a.C. e muore in Africa ver-
so la fine del secolo. È autore di tragedie e commedie, e anche di un poema
epico di argomento romano non tradotto dal greco; di lui possediamo solo
frammenti. La lingua di Nevio sembra caratterizzarsi per ricerca di arcaicità e
insieme per una particolare stringatezza, quasi propria delle iscrizioni trion-
fali.
Nigidio Figulo: coetaneo di Cicerone, vive negli anni 98-44 a.C. Uomo con inte-
ressi molto vasti, dalla filosofia (pitagorica), all'astrologia, alla divinazione, alla
grammatica, alla zoologia, scrive molte opere che trattano tutte queste scienze,
ma di lui possediamo solo pochi frammenti; si dedica anche alla vita politica e
arriva alla pretura.
Nonio Marcello: grammatico del IV secolo. Di lui possediamo un'opera lessicogra-
fica, il De compendiosa doctrina, in 20 libri, di cui tuttavia il xvi è perduto. La se-
conda parte (libri xm-xx) è una specie di dizionario enciclopedico che fornisce
informazioni intorno a varie realtà materiali quali navi, armi, abbigliamento.
Questa seconda parte è molto importante per lo studio di talune lingue tecni-
che. La sua opera è per noi preziosa anche perché ci tramanda una quantità di
frammenti di scrittori, soprattutto arcaici.
Novaziano: vescovo scismatico (da lui sono ispirati e denominati i Novaziani),
vive nel III secolo, è autore di opere teologiche e ascetiche come il De Trinitate,
il De ci bis iudaicis (tramandato sotto il nome di Tertulliano). Le sue opere rive-
lano una notevole preparazione filosofica e retorica, e insieme una profonda
conoscenza dei testi biblici, da cui la sua lingua non di rado è influenzata, pur
nel quadro complessivo di una forma colta e letteraria.
Novio: autore di atellane, è da collocare nella prima metà del I secolo a.C. Della
sua opera restano molti titoli e un centinaio di frammenti; per quanto è possi-
bile dedurre da questi ultimi, la sua lingua sembra caratterizzarsi per bizzarre
creazioni di tipo plautino e per fini parodie dello stile elevato.
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Octavia: unica tragedia giunta a noi di argomento romano (praetexta). Narra la


vicenda drammatica di Ottavia, prima moglie di Nerone e da lui fatta uccidere.
Il linguaggio è, essenzialmente, quello senecano, ma la tragedia, seppure a Se-
neca attribuita, certamente non gli appartiene a causa di fatti descritti e raccon-
tati, sicuramente posteriori alla morte di Seneca stesso.
Omero: nome cui sono attribuiti i due poemi epici piu noti studiati e imitati del-
l'Antichità, anche latina, cioè l'Iliade e l'Odisseo, il cui nucleo si fa comunemen-
te risalire al sec. VIII a.C.
Optaziano: Optaziano Porfìrio Publilio, vive tra la seconda metà del III secolo e la
prima del IV. La sua raccolta di carmi in lode di Costantino si caratterizza in
modo particolare per i giochi metrici, basati su tecniche astruse e nuove, in
parte di sua invenzione.
Orazio: Quinto Orazio Fiacco, originario di Venosa, nasce nel 65 a.C. e muore a
Roma 1'8 a.C. Poeta tra i piu grandi della letteratura antica, è autore di odi,
epodi e satire. La lingua oraziana, sembra caratterizzarsi in primis per una sem-
plicità ricercata, vicina alla conversazione urbana, vivace, mai banale nelle Sa-
tire; per la naturalezza nel senso che evita l'aulicità, soprattutto nelle Odi, ove
pure il poeta non rinuncia a una notevole elaborazione stilistica. L'effetto fina-
le è di sobrietà e di cesellatura.
Oribasio: tra gli autori medici in lingua greca è certamente il nome piu illustre del
suo secolo, prima metà del IV e fine dello stesso. Dei suoi scritti ci sono rimasti
le Collectiones medicae, la Synopsis ad Eustathium e gli Euporista.
Oribasio Latino: con questo nome vengono indicate le traduzioni latine della Sy-
nopsis e degli Euporista di Oribasio. Si tratta di traduzioni talora letterali, talora
libere, con integrazioni da varie fonti, compreso anche Cornelio Celso, ese-
guite a Ravenna nel sec. VI, da traduttori probabilmente greci e destinate a
studenti di medicina. Dal punto di vista linguistico sono opere di straordinaria
importanza, perché sono specchio abbastanza fedele del latino vivo dell'epoca
in una città di fatto bilingue, abitata da molti bizantini, Ravenna, e perché alcu-
ni manoscritti si possono considerare quasi coevi. Quest'ultimo fatto significa
che anche le numerose oscillazioni grafico-fonetiche sono da ricondurre al-
l'epoca e non a scribi distratti.
Orienzio: vescovo e letterato del V secolo, probabilmente gallico, è autore di un
poema, il Commonitorium, in distici elegiaci, il verso per eccellenza dell'amore,
tuttavia dedicato all'amore cristiano; gli echeggiamenti dei poeti classici nei
suoi versi si alternano con i numerosi cristianismi.
Origene: nasce in Alessandria d'Egitto nel183. Catechista, teologo, esegeta, è auto-
re di un numero sternùnato di opere in greco. Muore intorno al253·
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Grosio: Paolo Orosio, prete spagnolo che vive tra il 375/380 e il 415, è autore di
un'opera storica contro i pagani, esempio di storiografia cristiana, caratterizza-
ta da una concezione lineare e non circolare della storia dell'umanità. Sul piano
della lingua, O rosi o sembra caratterizzarsi piu per lo stile che non per le pecu-
liarità grammaticali o sintattiche, in particolare per la varietà e la ricchezza
degli espedienti retorici messi in atto. Va anche rilevata, come specificità oro-
siana, la diversità di livello e di scelte linguistiche a seconda che riferisca i fatti
o li commenti: nel primo caso sembra evitare accuratamente cristianismi e
sembra volersi mantenere su un livello formale, nel secondo caso introducen-
do cristianismi vari, iberismi, ecc., sembra voler attingere a un livello di lingua
meno formale, piu soggettivo.
Osidio Geta: poeta africano del III secolo è autore di un centone, la Medea, costrui-
to mettendo insieme versi virgiliani (soprattutto dell'Eneide); si tratta di una
tragedia composta sul modello delle senecane.
Ovidio: Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel43 a.C., muore a Torni nel17
d.C. È perfettamente integrato nella vita del mondo elegante e raffinato di Ro-
ma del suo tempo. La sua produzione poetica è molto estesa e varia, dall'elegia,
anche amorosa, all'epica, alle epistole. La lingua ovidiana, in maniera non molto
diversa da quella di Virgilio, si può dire sia caratterizzata dalla ricerca di equili-
brio tra una componente viva e vivace e una piu sofisticata e di tradizione,
nell'obiettivo di raggiungere un pubblico piu vasto, ma anche di buona cultura.

P acuvio: Marco Pacuvio, originario di Brindisi, trascorre la maggior parte della


sua esistenza a Roma. Vive, all'incirca, tra il220 e il130 a.C.; è legato al circolo
scipionico. È noto soprattutto per le tragedie di cui ci restano solo frammenti.
Pur tenendo conto della precarietà di un giudizio sulla lingua di un autore di
cui possediamo solo frammenti, si ha l'impressione che Pacuvio cerchi di crea-
re un linguaggio tragico, forzando, per cosi dire, la lingua latina letteraria dei
suoi tempi: per un verso egli riprende elementi arcaici che Ennio sembra aver
evitato nelle tragedie, per un altro introduce parole greche nuove, crea agget-
tivi particolarmente audaci.
Palladio: Palladio Rutilio Tauro scrittore di agricoltura, si colloca nel sec. IV. No-
nostante l'epoca tarda, il trattato di Palladio è scritto in un latino relativamente
classico, tenuto anche conto del fatto che, in genere, le opere tecniche tendono
ad accogliere elementi propri della lingua volgare. Gli elementi postdassici
sono indubbiamente presenti, ma non piu numerosi di quanti se ne incontrano
in scrittori anche di buon livello della sua epoca, per es. l'interrogativa indiret-
ta con l'indicativo, il comparativo per superlativo,focere + infinito.

318
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Paolino da Milano: autore della Vita di Ambrogio, vive nei se cc. IV-V.
Paolino da Nola: Paolino vescovo di Nola, originario di Bordeaux, vive tra i1354 e
il431. Di lui possediamo i carmi e l'epistolario, esempio, i primi, di cristianiz-
zazione di temi e linguaggio poetici pagani, documento interessantissimo del-
le problematiche dell'epoca il secondo.
Paolo apostolo: chiamato anche «Apostolo delle genti o pagani>>. Scrive in greco
Lettere a varie comunità cristiane primitive, base fondamentale della teologia
cristiana. Vive tra l'inizio del I secolo e ilsS/68.
Paolo Diacono: nasce nel720 e muore nel799; precettore della figlia di Desiderio,
il re dei Longobardi, monaco di Cassino, qui trascorre grande parte della sua
vita. È autore di opere storiche e biografiche (tra cui piu significativa la Ristoria
Langobardorum, storia nazionalistica tipicamente medievale quanto all'impo-
stazione) come di scritti destinati alla scuola. Svolge un ruolo importante nel
quadro della rinascita carolina, nell'ambito del recupero della lingua e della
civiltà del mondo antico. La sua lingua è classica dal punto di vista grafico e
morfologico, la struttura del periodo invece è perlopiu tarda e medievale, piu
lineare che circolare.
Paolo Pesto: con la denominazione Paolo Festo si suole indicare l'insieme dei
compendi del De verborum signijìcatu di Verrio Fiacco fatti da Festo e Paolo Dia-
cono (cui si deve il compendio del compendio).
Papiniano: Emilio Papiniano, giureconsulto di primo piano, vive tra la seconda
metà del II sec. e il primo decennio del III, all'epoca di Marco Aurelio e dei
Severi; è noto soprattutto per i suoi libri di Responsa, Quaestiones e Definitiones,
perduti, ma conservati in estratti nel Digesto. Il suo linguaggio sembra caratte-
rizzarsi per una certa volontà di superare i tecnicismi della lingua giuridica,
attingendo alla lingua comune.
Papiriano: autore di un'Orthographia, si colloca tra IV e V secolo. Della sua opera ci
restano solo frammenti. In linea anche con i curricula scolastici del tempo, egli
trae esempi soprattutto da Virgilio.
Passione di Fruttuoso e compagni: racconto del martirio di Fruttuoso e compagni,
avvenuto nel259. La passione rappresenta un interessante documento del lati-
no vivo dell'epoca nella Spagna Terraconensis, territorio corrispondente grosso
modo alla attuale Galizia.
Passione di Perpetua e Felicita: racconto del martirio di Felicita e Perpetua, avve-
nuto nel203 a Cartagine. Dal punto di vista linguistico il racconto presenta li-
velli diversi: un misto di linguaggio biblico e ciceroniano nella prefazione;
lingua d'uso corrente quella utilizzata da Perpetua, in cui spiccano forme con-
crete, espressive e plasticamente efficaci.

319
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Pastore di Erma: opera cristiana, allegorico-profetica, in greco, dell'inizio del Il


secolo, è attribuita a un certo Erma, da cui la denominazione corrente. Le due
versioni latine, vulgata e palatina, collocabili rispettivamente nel sec. II e nel
IV-V sono, piu che due traduzioni distinte e unitarie, due sillogi di traduzioni,
in sostanza indipendenti tra loro. Soprattutto la versione vulgata è significativa
sia per la tecnica di traduzione improntata a grandissima letteralità, sia per il
latino cristiano piu antico di cui documenta una serie di termini successiva-
mente messi da parte e forme pagane di solito evitate dai cristiani.
Patrizio: evangelizzatore dell'Irlanda, muore nel492. A lui vengono attribuiti con
certezza due scritti latini: Confessio ed Epistula ad milites Carotici. Caratteri fon-
damentali della lingua di Patrizio sono considerati gli elementi volgare e scrit-
turistico.
Pausania: scrittore greco della seconda metà del II secolo d.C.; a lui dobbiamo una
Periegesi, una descrizione della Grecia dei suoi tempi divisa per regioni.
Pelagonio: scrittore di veterinaria da collocare nel sec. IV d.C. La lingua, in parti-
colare quella della redazione a noi giunta, sicuramente posteriore al sec. IV, è
volgare a tutti i livelli. La redazione originaria, di cui si possono intravedere
tracce, doveva al contrario essere caratterizzata da una certa resistenza al vol-
garismo, si pensi ad es. che i comparativi perifrastici sono molto rari. Notevole
è il numero dei termini documentati per la prima volta, sia greci che latini.
Pentadio: personaggio del III secolo, autore di quattro epigrammi e due elegie ri-
portati nell'Anthologia Latina. Si tratta di composizioni caratterizzate da un labo-
rioso studio lessicale, con riflessi anche sul piano grammaticale e sintattico.
Persio: Aulo Persio nasce a Volterra nel34, muore nel62. Fa parte dei gruppi stoi-
ci e conservatori di opposizione a Nerone e tale opposizione traspare, seppure
molto velata, anche nelle Satire. La lingua di quest'opera si presenta come mol-
to particolare, soprattutto per l'utilizzo della lingua d'uso e per la forzatura del
significato delle parole, una forzatura che avviene in particolare attraverso
combinazioni molto ardite.
Pervigilium Veneris: poemetto che celebra la nascita di Venere in primavera. Sul
suo autore sono state fatte varie ipotesi, nessuna tuttavia definitiva. La colloca-
zione cronologica oscilla dal I secolo al IV. Un lavoro di scuola, come tale ricco
di tutti gli artifici della tradizione poetica.
Peto Tràsea: Publio Clodio Peto Tràsea, stoico, personaggio politico dell'epoca
neroniana, autore di una Vita di Catone, perduta, muore suicida per ordine di
Nerone nel66.
Petronio: nulla o quasi sappiamo di Petronio scrittore e molto poco anche del-
l'opera Satyricon a lui attribuita: in merito a questa c'è incertezza tra gli studiosi,

320
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

vuoi per il genere, vuoi per l'estensione, vuoi per il titolo. È opinione prevalen-
te che l'autore del Satyricon sia da identificare con il Petronio arbiter elegantiae
('maestro di raffinatezza') di Nerone. La lingua di Petronio ha suscitato da
sempre l'interesse dei linguisti, soprattutto per una caratteristica, l'adesione al
livello culturale e sociale dei vari protagonisti, per cui essa è divenuta una vera
e propria miniera per la conoscenza della lingua viva o volgare, anche e soprat-
tutto dei ceti inferiori e dei vari pan;enus e ciò non solo a livello sintattico, ma
anche lessicale e persino fonetico e morfologico.
Pietro Crisologo: vescovo di Ravenna dal 425 al 451, è autore di omelie, scritte in
uno stile personalissimo e molto retorico: giochi di parole, ridondanze, anafo-
re, assonanze, allitterazioni, il tutto in una perfetta prosa ritmica.
Platone: allievo di Socrate, celeberrimo filosofo ateniese, vive tra il 427 e il347. Il
suo pensiero influisce moltissimo sulla cultura romana, sia direttamente, sia
attraverso la sua scuola, cioè l'Accademia.
Plauto: Tito Maccio Plauto è il piu grande commediografo latino. Nasce a Sarsina
nel250 a.C., muore a Roma nel184 a.C. Di lui ci restano 21 commedie intere e
vari frammenti di molte altre. Le commedie plautine sono composte sul mo-
dello della commedia attica nuova, in particolare quella di Difilo, Filemone e
Menandro, e tuttavia rispetto al modello sono notevolmente originali, non
solo per le situazioni romane, ma anche per il gusto delle scenette, i dialoghi
buffoneschi, ecc. Sul piano linguistico il carattere piu vistoso è certamente
quello della creatività, una vera fucina di parole, come anche quello della va-
rietà dei livelli in funzione comica; nello stesso tempo la lingua delle comme-
die rappresenta un documento interessantissimo della vivacità del parlato:
paratassi, ellissi, anacoluti, espressioni gergali e altro.
Plinio il Giovane: Gaio Plinio Cecilio Secondo detto il Giovane, nipote di Plinio il
Vecchio, nasce a Como intorno al62 e muore in Bitinia intorno al113. Di lui ci
è rimasto un discorso considerato il primo panegirico giunto a noi e l'epistola-
rio. Lo stile generalmente sobrio e insieme elegante, risente, in certo modo, di
quello ciceroniano, soprattutto nell'epistolario.
Plinio il Vecchio: Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio nasce a Como nel 23-24,
muore a Stabia nel79 nel corso dell'eruzione del Vesuvio che seppellisce Erco-
lano e Pompei. Scrive di storia, di arte militare, di retorica, ma a noi sono giun-
ti solo i libri della Naturalis historia, una grande opera enciclopedica, modello e
fonte di sapere per secoli, fino al Rinascimento. La lingua di Plinio, in partico-
lare della Naturalis historia, è in linea di massima piuttosto faticosa, incoerente,
disarmonica, indubbiamente conseguenza anche della maniera frettolosa con
cui sono stati stesi gli appunti, presi anche dai suoi collaboratori. Non mancano

321
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

brani, soprattutto quelli a contenuto etico, in cui lo scrittore mette in atto arti-
fici e ricercatezze retoriche.
Plotino: filosofo, originario dell'Egitto, vive nel III secolo. Nei suoi scritti, in gre-
co, accanto all'ideologia platonica di fondo, introduce elementi egizi, giudaici
e cristiani.
Plozio Gallo: è uno dei primi maestri (per professione) di retorica in Roma; vive
nel I secolo a.C., tiene le sue lezioni in latino e su soggetti romani, ottenendo
un grande seguito, soprattutto tra coloro che non possono permettersi sog-
giorni in Grecia.
Plutarco: Plutarco di Cheronea, autore greco molto fecondo di opere etiche, reli-
giose, biografiche, ecc. Nell'insieme della sua opera, ma soprattutto nelle Vite
parallele, tende a comparare ed equilibrare la storia e la cultura romane con
quelle greche, atteggiamento tipico di un periodo di crescente avvicinamento
e compenetrazione delle due civiltà. Vive tra il I e il II secolo d.C.
Poculo: maestro di diritto, scolaro di Labeone.
Poema ultimum: cosi chiamato perché quarto e ultimo in una serie di componi-
menti inediti attribuiti a Paolino di Nola scoperti dal Muratori. Oggi nessuno
crede piu alla paternità paoliniana sostenuta dal Muratori; si pensa a un anoni-
mo di ambiente romano, da collocare verso la fine del IV secolo. Si tratta di un
poemetto di genere didascalico, una esortazione ad abbracciare la fede cristia-
na. La lingua non è priva di ricercatezze retoriche; la metrica presenta alcune
particolarità come una considerevole frequenza dello iato, che va ricondotta
non a ignoranza dell'autore, ma piuttosto va considerata un virgilianismo in-
tenzionale e, si direbbe, di moda.
Poetae novelli: con questo nome si suole designare alcuni poeti latini minori del II
sec. d.C., tra cui Anniano Falisco, Settimio Sereno, Alfio Avito, che si caratte-
rizzano per una particolare raffinatezza metrica e per la quotidianità delle te-
matiche.
Polibio: Polibio di Megalopoli, storico greco, vicino al circolo degli Scipioni, vive
nel II secolo a.C.
Pompeo Trogo: storico, vive in epoca augustea. Delle sue Historiae Philippicae posse-
diamo solo un estratto di Giustino (sec. III d.C.); esse trattano dello spazio e
della storia dei popoli del Mediterraneo fino ai tempi dell'autore, una sorta di
storia universale, nel quadro dell'universalismo romano che comincia a nasce-
re appunto nel periodo. Scrive anche un'opera zoologica, una sorta di Historia
animalium peraltro perduta, di cui si trovano citazioni in Plinio il Vecchio. La
lingua di Pompeo Trogo presenta una qualche somiglianza con quella di Tito
Livio e tuttavia le frasi appaiono piu concise e sentenziose.

322
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Pomponio: Lucio Pomponio, autore di atellane, si colloca nel I secolo a.C.; di tutta
la sua produzione ci restano 70 titoli e circa 20 versi in frammenti. Per quanto
è possibile dedurre dai frammenti, la sua lingua si doveva distinguere per i
giochi di parole, l'uso parodistico del linguaggio elevato, il ricorso a termini
oscem.
Pomponio: Sesto Pomponio, giurista del II secolo d.C.; la sua attività fu essenzial-
mente di commentatore e per questa fu apprezzato nell'Antichità, in partico-
lare per la chiarezza. La sua opera viene molto utilizzata e citata nel Digesto.
Pomponio Mela: scrittore spagnolo dell'epoca di Claudio, è autore di un'opera
geografica, interessante per le annotazioni, anche di carattere storico e antro-
pologico. La lingua di Mela è costruita con estrema ricercatezza e artificiosità;
ogni allontanamento dalla sintassi ciceroniana, ove si registra, è in linea con le
tendenze dell'epoca cui lo scrittore appartiene; la ricercatezza e l'artificiosità
sono anche il prodotto del ricorso, in un contesto peraltro descrittivo, come
appunto è il tema geografico, a poetismi, alla variatio, a numerose figure retori-
che, come anafore, parallelismi, chiasmi.
Porfirio: Porfirio di Tiro, esponente di primo piano e molto influente del Neopla-
tonismo, discepolo di Plotino, vive nel III secolo d.C.
Possidio: biografo e amico di Agostino, vive tra i secc. IV e V. Il suo linguaggio
appare particolarmente vivace nella narrazione anche grazie al discorso diretto
che spesso introduce. Il suo narrare non è privo di allusioni ed echeggiamenti
letterari.
Postumio Albino: Aulo Postumio Albino, di famiglia patrizia, console nel151, scri-
ve annali in greco, per noi perduti.
Precatio omnium herbarum: invocazioni alle erbe medicinali prima della loro rac-
colta, da ricondurre, probabilmente, al III secolo; in tutto una cinquantina di
trimetri giambici mal riusciti.
Prisciano di Cesarea: grammatico vissuto a cavallo dei secc. V-VI, è autore di una
grammatica latina, che riscuote grande fortuna fino al Medioevo e si compone
di ben 16 libri. L'opera si distingue dalle precedenti dello stesso genere a noi
giunte per la vastità della documentazione, l'acribia dell'analisi e soprattutto per
lo spazio, inusitato nella tradizione grammaticale latina, assegnato alla sintassi.
Proculo: giureconsulto della prima metà del I secolo d.C.; da lui prende il nome la
scuola dei Proculiani che si oppone a quella dei Sabiniani. Della sua opera, tra
cui Notae ai libri postumi di La beone ed Epistulae, possediamo solo frammenti.
Prognosticon: traduzione latina dei se cc. V-VI dell'omonima opera del corpus ippo-
cratico; la lingua è un interessante documento di latino vivo del periodo, in un
contesto culturale medio basso.

323
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Properzio: Sesto Properzio nasce in Assisi intorno al so a.C. e muore intorno al16
a.C. È famoso per le elegie, che possediamo, dedicate in grande parte a Cinzia
ma anche alle tematiche proprie della politica morale e sociale di Augusto. Il
modo di esprimersi di Properzio appare ricercato e difficile, nel senso che è
denso di metafore, ricco di nessi audaci, in una sintassi non sempre piana.
Prudenzio: Aurelio Prudenzio Clemente, poeta cristiano, vive tra il 348 e il 405.
Personaggio colto, funzionario imperiale, dopo la conversione compone un
corpus di opere poetiche in cui tocca i piu diversi generi, dal lirico, all'epico di-
dascalico, all'invettiva e alla satira. La sua lingua poetica è piuttosto varia e
dunque nuova, nel senso che attinge, e ne risente, dalle fonti e dai livelli piu
disparati, dai poeti classici e pagani alle traduzioni bibliche, dalla lingua alta a
quella corrente.
Publilio Siro: mimografo, liberto di origine orientale, padrone di una compagnia,
lui stesso attore, vive tra la prima e la seconda metà del I secolo a.C. Possedia-
mo pochi frammenti dei suoi mimi, che lasciano supporre uno stile sentenzio-
so, riflessivo.

Quaestiones medicinales Ps. Sorani: testo apocrifo tardo, da collocare tra i secc. V
e VI, una sorta di introduzione alla medicina in forma catechetica.
Quintiliano: Marco Fabio Quintiliano, originario di Calahorra in Spagna, nasce
intorno al35 e muore a Roma nel96. La sua Institutio oratoria è di capitale im-
portanza per la conoscenza della situazione scolastica dei suoi tempi; presenta
ed esalta l'ideale della formazione globale per l'oratore. La sua lingua è sostan-
zialmente ciceroniana, tuttavia caratterizzata da una maggiore coloritura e ric-
chezza lessicale, come anche da una notevole libertà nell'uso di poetismi e
greasm1.
Quodvultdeus: vescovo di Cartagine, amico e corrispondente di Agostino, vive tra
IV e V secolo. Sul piano linguistico si distingue per una retorica ridondante,
caratterizzata, tra l'altro, dall'abuso dell'apostrofe.

Rabirio: Gaio Rabirio, poeta epico di età augustea, è autore di un De bello Alexan-
drino di cui possediamo solo pochi frammenti. La lingua sembra caratterizzata
da un'enfasi retorica rilevante, per molti versi simile a quella del successivo
Lucano.
Remnio Palemone: famoso insegnante di grammatica del I secolo d.C., conta tra i
suoi allievi Persia e Quintiliano; le sue opere, una grammatica (riutilizzata da
Carisio) e poesie alla maniera alessandrina, sono perdute.
Reposiano: poeta minore del III secolo, autore di un breve carme sugli amori di

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Veneree Marte; un prodotto di scuola, perfetto sul piano metrico e prosodico,


con frequenti ricercatezze formali, come allitterazioni, parallelismi interni,
ripetizioni in caso diverso della stessa forma.
Rhetorica ad Herennium: manuale di retorica da collocare negli anni So del I seco-
lo a.C., e probabilmente da ricondurre all'ambiente della scuola di retorica di
Plozio Gallo, una scuola che era rivolta a formare oratori anche al di fuori del-
la cerchia aristocratica; infatti nel manuale traspaiono tendenze graccane e
manane.
Rufino di Aquileia: monaco amico prima e nemico poi di Girolamo; vive tra la
seconda metà del IV secolo e la prima del V. È noto soprattutto come tradut-
tore.
Rufio Pesto: burocrate, vive nel sec. IV; è autore del Breviarium scritto in concor-
renza con quello di Eutropio, ugualmente ordinato dall'imperatore Valente; è
più attento alla storia orientale, pur cominciando dal periodo dei re. La lingua
è improntata al tono cerimonioso del linguaggio di corte, quindi una certa
enfasi e abbondanza di titoli onorifici.
Rufo di Efeso: medico greco originario di Efeso, che vive tra la fine del I secolo
d.C. e la prima metà del Il.
Rustio Barbaro: soldato romano che vive tra I e II secolo d.C.; di lui possediamo
cinque lettere su ostrakon, ritrovate a Wadi Fawakir {Egitto}: sono di grande
importanza per il latino volgare dell'epoca di cui presentano tipici fenomeni
fonetico-grafici, oltre che lessicali e sintattici.
Rutilio Lupo: retore di epoca augustea, autore di un trattato sulle figure di parola
e di pensiero, in sostanza una traduzione dall'opera di Gorgia.
Rutilio Namaziano: Claudio Rutilio Namaziano vive nel sec. V. Di lui possediamo
solo il poemetto De reditu suo, un importante documento poetico, ma anche
storico, culturale e sociale, nel senso che aiuta a comprendere gli effetti delle
invasioni barbariche e delle loro distruzioni sull'economia e sullo stato d'ani-
mo diffuso in quel periodo storico. La lingua è particolarmente curata e di
tradizione alta, le consuetudini prosodico-metriche sono rispettate.

Sabino: Masurio Sabino, discepolo di Capitone, giurista del I secolo d.C., da lui
prende il nome la scuola dei Sabiniani. Scrive varie opere soprattutto di diritto
civile, di cui possediamo solo frammenti confluiti nel Digesto.
Sacerdote: grammatico, vive tra la fine del III secolo e l'inizio del IV. È autore di
un' Ars grammatica in 3 libri, di cui il primo mutilo all'inizio.
Saffo: poetessa d'amore originaria di Lesbo; vive tra i secc. VII e VI a.C., è model-
lo per vari poeti latini come Catullo e Orazio.

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Sallustio: Gaio Sallustio Crispo, originario di Amiterno, vive tra 1'86 e il 31 a.C.;
scrive opere storiche monogra6che importanti: il De coniuratione Catilinae e il
Bellum Iugurthinum, giunte integre fino a noi, e le Historiae, di cui ci sono rimasti
solo frammenti. Lo stile sallustiano è decisamente nuovo e originale, in forte
contrasto con il modello ciceroniano, un periodare disarmonico, asimmetrico,
discontinuo, irto di arcaismi, non solo lessicali, ma anche sintattici, con prefe-
renza per la coordinazione sulla subordinazione.
Sa/viano di Marsiglia: scrittore cristiano del V secolo, le sue prediche sono uno
specchio estremamente interessante della situazione sociale ed economica
creata dai barbari, in certa misura visti positivamente, almeno in relazione ai
loro costumi, meno corrotti di quelli dei Romani. I suoi anatemi oratori ricor-
dano la grande eloquenza di epoca repubblicana. La sua partecipazione e il suo
coinvolgimento emotivo si riflettono nella lingua: ne sono una spia le molte
particelle che rivelano la tendenza a svuotarsi dei loro contenuti semantici
tradizionali per assumere sfumature affettivamente piu cariche: cosi ad es.Jere
e admodum possono accentuare sia la piccolezza, sia il contrario.
Salvio Giuliano: Ottavio Cornelio Salvio Giuliano è giureconsulto di origine afri-
cana, del II secolo d.C. Non possediamo la sua opera per intero, ma solo in
estratti giunti a noi attraverso il Digesto.
Saserna: padre e figlio, autori di trattati di argomento rustico, o forse meglio di un
insieme di consigli per il padre di famiglia, simili a quelli contenuti nel De agri
cultura catoniano. Si collocano nella seconda metà del II secolo a.C.
Scribonio Largo: medico che esercita nel I secolo d.C.; è autore di una raccolta di
medicamenti, Compositiones, interessante anche linguisticamente, come docu-
mento di latino volgare e insieme temi co.
Sedulio: poeta cristiano della prima metà del sec. V, è autore di un Pasca/e carmen,
rielaborazione in forma epica di motivi vetero e nuovo testamentari, in dipen-
denza da poeti classici come Virgilio, Ovidio e altri.
Senatus consultum de bacchanalibus: il senatoconsulto è un parere espresso dal se-
nato su una questione sollevata da un magistrato; in particolare in questo si
tratta della risposta del senato relativamente alla pratica dei baccanali o al culto
di Bacco, datato 186 a.C. È un documento di estremo interesse linguistico, per
i numerosi arcaismi soprattutto grafico-fonetici e morfologici, che, proprio in
virtli della sua natura di testo giuridico, conserva e tramanda.
Seneca: Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova, in Spagna, verso il 4 a.C., muore
suicida a Roma nel 65. La produzione letteraria giunta fino a noi è notevole,
soprattutto quella filosofica come i Dialogi, il De clementia, la Consolatio ad Hel-
viam, ma anche i trattati tecnici come le Quaestiones natura/es, le Epistulae ad
PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

Luciliurn e le tragedie. Dal punto di vista della storia della lingua l'opera di Se-
neca costituisce una profonda rottura con la lingua letteraria precedente, so-
prattutto sul piano della struttura del periodo e dello stile: frasi brevi e d'effet-
to, insistente gioco di antitesi, parallelismi, anafore, accanto a un vocabolario
sovente forzato al limite delle valenze correnti, attinto dai vari e piu diversi
registri.
Seneca il Vecchio: padre di Seneca filosofo, originario di Cordova ove nasce nel 56
a.C.; muore a Roma nel4o d.C. Di lui ci restano Controversie e Suasorie, testimo-
nianza e prodotto, tra l'altro, della pratica diffusa delle declamazioni, discorsi
su temi fittizi. Scrive anche una storia di Roma dall'età dei Gracchi al suo tem-
po, di cui possediamo solo due frammenti. Nel complesso la lingua di Seneca
padre appare fondamentalmente influenzata dal modello ciceroniano per cui
mostra di avere ammirazione, ma in essa non sono del tutto assenti elementi
moderni, come l'inserimento di poetismi.
Sententia Minuciorurn: sentenza dei fratelli Minucii relativa a questioni di territo-
rio tra popolazioni locali, è tràdita in una tavola di bronzo conservata a Geno-
va, datata 117 a.C. Si tratta di un documento dalla fonetica e grafia molto arcaiz-
zanti e insieme incoerenti, quindi significativo per l'evoluzione grafico-foneti-
ca della lingua dell'epoca.
Sereno Sarnrnonico: va sotto il suo nome un poemetto di argomento medico, il
Li ber rnedicinalis, collocabile in un arco cronologico compreso nei secc. II e IV.
La lingua del poemetto è ampiamente debitrice dei grandi poeti classici, so-
prattutto Virgilio e Orazio, di cui riecheggia e riprende iuncturae e versi, ma fa
ricorso liberamente anche a tecnicismi e volgarisrni.
Servio: Servio Onorato, commentatore di Virgilio, vive nel V secolo. Del com-
mento virgiliano esistono due versioni. Oggi si propende a credere che auten-
tica sia quella piu breve.
Sesto Placito: nome legato a un trattatello di Medicina ex animali bus, da situare nei
secc. V-VI. Lingua di livello umile; documento di latino volgare.
Settirnio Sereno: uno dei poetae novelli, di incerta collocazione cronologica tra II e
III secolo d.C.; di lui ci restano solo una ventina di frammenti di argomento
prevalentemente campestre. La lingua, per quanto si può dedurre da quel che
ci rimane, doveva essere caratterizzata, come quella dei poeti del suo gruppo,
da una falsa ingenuità, da giochi di parole, da ricerca di diminutivi e soprattut-
to da una grande varietà metrica.
Siculo Fiacco: un gromatico dell'età dei Flavi, è autore di un De condicionibus agro-
rum, scritto in uno stile elegante e raffinato.
Sidonio Apollinare: vive tra gli anni 431-486, è vescovo dell'attuale Clermont-Fer-

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PROFILI LETTERARIO-LINGUISTICI

rand; di lui ci restano una raccolta di Carmi e un Epistolario. La sua produzione


riflette, sia nella lingua estremamente curata e ricca di figure retoriche, sia nei
temi che nei costumi, il mondo culturale della vecchia aristocrazia gallica del
secolo, in rovina, arroccata in se stessa di fronte alla fine dell'Impero in seguito
alle invasioni barbariche.
Silio Italico: Tiberio Cario Silio Italico, aristocratico, oratore e poeta, vive tra il
25/29 e iltotlto4. La sua opera, i Punica, è un poema epico sulla seconda guer-
ra p unica che ha come fonte Tito Li vi o e come modello Virgilio. La lingua di
Silio è modellata piu su quella di epoca augustea che non su quella di rottura
dell'epoca in cui vive. La vicinanza linguistica a Virgilio emerge, per es., an-
che dalla metrica: la frequenza notevole e ricercata dello spondeo nell'esa-
metro.
Silla: Lucio Cornelio Silla, generale e dittatore, vive tra i1138 e il78 a.C. Scrive dei
Commentari rerum gestarum, per noi perduti, esempio di letteratura di propagan-
da politica e di parte.
Simmaco: Quinto Aurelio Simmaco, personaggio politico e oratore di primo pia-
no, uno degli ultimi intellettuali pagani, vive tra il340 e il402. Di lui ci restano
l'epistolario, alcune orazioni e una raccolta di documenti ufficiali relativi alla
sua attività come prefetto di Roma. La sua lingua è sostanzialmente di impian-
to classico: i grandi poeti e prosatori di fine Repubblica e primo Impero ven-
gono costantemente ripresi o riecheggiati, da Cicerone a Virgilio, a Properzio;
va detto tuttavia che non mancano elementi del suo tempo, come ad es. la
forma congiunzionale della proposizione oggettiva, la clausola metrica, insie-
me anche ritmica.
Sofocle: poeta tragico greco che vive tra i1497 e 406 a.C.; rappresenta un modello
di stile tragico, anche per i tragediografi latini.
Sorano: Sorano di Efeso, medico greco, esercita a Roma sotto Traiano; è autore di
opere fondamentali e originali di medicina, ma anche di scritti filosofici e lin-
guistici, in greco.
Stazio: Publio Papinio Stazio vive dal4o/so al95, prima a Napoli dove nasce, poi
a Roma. È soprattutto un poeta epico, ma anche autore di poesie d'occasione
di argomento vario. Nei poemi epici imita mo