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Marco Ciaffone

World Wide Control [1]

Partiamo adesso per una panoramica dei “controllori” sparsi


per il pianeta. Esaminerò macroaree geografiche zoomando ad
intermittenza su alcuni paesi che per un motivo o per l’altro
meritano particolare attenzione, prima di vedere, nel prossimo
e ultimo capitolo, i due casi di filtraggio del web ad oggi
maggiormente significativi, quelli di Cina ed Iran.
In questa sezione cercherò soprattutto di mettere in luce, dove
possibile, anche i punti salienti che caratterizzano l’ambiente
sociale, economico, culturale o legislativo nel quale la Rete si
trova a vivere, così da contestualizzare, e quindi comprendere
al meglio, il filtraggio stesso e le pratiche brevemente illustrate
dal punto di vista tecnico nel capitolo precedente. In fondo al
capitolo, una tabella che riassume l’uso di queste stesse
tecniche nei paesi oggetto di quanto segue. Un ultimo appunto:
le dinamiche che si mettono in moto all’interno e tra gli stati in
questione spesso sono simili e ricorrono anche a migliaia di
chilometri di distanza; mi toccherà così essere a volte ripetitivo
nelle descrizioni, e me ne scuso in anticipo col lettore.

Asia

L ’ Asia appare divisa in una miriade di


realtà, e basti ricordare come essa ospiti i due
più popolosi paesi del mondo per capire quanto multiforme
possa essere l’universo del Web al suo interno. Un dato su tutti:
in India nel 2005 c’era la quinta comunità online del pianeta,
ma essa rappresentava solo il 4% della popolazione nazionale.
La sua estensione geografica fa sì che da un capo all’altro del
continente ci si ritrovi in paesi che tra loro hanno molto poco in
comune; la trattazione degli stessi non può che seguire questa
caratteristica del contesto, soprattutto perché la diversità socio-
culturale e politica che esiste tra loro si traduce anche in
approcci e misure distanti per ciò che concerne Internet.
Dunque, il titolo del paragrafo è forse improprio: come già
specificato, l’Iran e la Cina li vedremo nel prossimo capitolo, e
vi si faranno qui solo degli accenni, mentre i paesi del Medio
Oriente e quelli post-sovietici sono trattati in paragrafi a parte.
Ma nonostante la scrematura, rimane da prendere in esame un
intero continente all’interno del quale convivono alcuni dei
paesi con il maggior grado di penetrazione di Internet e alcuni
di quelli più svantaggiati: Giappone, Corea del Sud e Malesia
hanno una penetrazione del 65%, nel 2005 Singapore
raggiungeva il 67%, Thailandia e Vietnam hanno raggiunto una
penetrazione di un quarto della popolazione, mentre
Afghanistan e Myanmar restano due dei circa trenta paesi al
mondo ad avere meno dell’1% di utenti online, con il Nepal
che si ferma all'1,4%; ciò nonostante, in queste nazioni
aumenta la richiesta di contenuti e servizi come il VoIP, i blog e
le chat. Il mercato di Internet in Nepal si sta sviluppando
rapidamente, e questo è dimostrato da un competitivo mercato
degli ISP e dal conseguente basso costo della connessione.
Anche la situazione dell’accesso alla banda larga è squilibrata.
La Corea del Sud ha il più alto tasso di penetrazione nel
mondo, e già nel 2005 il 75% delle connessione era broadband;
sono i risultati degli investimenti di stato che dopo la crisi
asiatica degli anni ’90 ha fatto sì che si mettesse in piedi un
network nazionale nel quale dati viaggiano a 50 mbps. In
Pakistan, invece, l’Internet ad alta velocità è disponibile solo
per gli individui più ricchi e per il loro business, mentre la
maggior parte degli utenti domestici è connesso tramite un
modem a bassa velocità e i cyberpoint switchano una
connessione tramite modem o DLS a tutti i computer della
postazione riducendone così drasticamente la velocità. In questi
paesi, a giocare un ruolo nel digital divide sono anche le
differenze etnico-culturali interne che, causando spesso
conflitti, rendono difficile una diffusione omogenea; a questo si
aggiungono trattamenti spesso diversi delle autorità fiscali tra
le varie regioni e la forte presenza di realtà rurali affette da
cronico digital divide (l’area rurale è un problema in Francia e
Italia, figurarsi in Vietnam!). In ogni caso, anche le situazioni
peggiori non impediscono che si diffonda tra i cittadini la
stessa percezione che vediamo nei contesti a noi più familiari
in merito alla rilevanza del mezzo per la società. Anzi, la
libertà data da Internet agli utenti è maggiormente percepita là
dove il contesto generale è molto poco democratico. Ad
esempio, l’1% di utenti del Nepal sono un numero
ristrettissimo ma anche incredibilmente propositivo; in
Malesia, ad Hong Kong, a Singapore, a Taiwan ed in India e
Thailandia il 41% dei blogger è “attivo”, cioè dedica almeno
tre ore al giorno a questa attività, e la maggioranza è di sesso
femminile (India a parte). Ovviamente, l’età degli internauti
gioca un ruolo fondamentale: in Vietnam metà della
popolazione è sotto ai 30 anni, in Cina il 35% della
popolazione del web è compresa tra i 18 e i 24 anni e oltre il
70% dei circa 21 milioni di blogger sono nati dopo il 1980. Va
da sé che le autorità risultino preoccupate dal fatto che un così
potente mezzo è appannaggio delle classi più giovani e attive.
Iniziamo dal dire che Afghanistan, Malesia e Nepal non usano
espedienti tecnici per eseguire il controllo del Web, che lo stato
si assicura tramite il suo apparato legislativo [3], mentre
Myanmar e Vietnam, come la Cina, esercitano un controllo
pervasivo volto soprattutto all’arginamento della libera
circolazione di conoscenza, idee e libertà d’espressione,
soprattutto politica. In particolare in Vietnam il filtraggio
politico è pervasivo, quello sociale selettivo e quello degli
strumenti sostanziale, oltre ad essere decentralizzato. La bassa
coerenza si associa ad un’altrettanto bassa trasparenza.
Thailandia [4] e Pakistan presentano un controllo tarato su
obiettivi più specifici, e bloccano sostanzialmente siti che
trattano di particolari contenuti considerati illeciti. Anche gli
altri stati presi in esame filtrano sulla base di pochi argomenti
sensibili: in India la preoccupazione è il conflitto etnico e
religioso, in Corea del Sud [5] vengono bloccati i siti che
contengono la propaganda nordista per la riunificazione delle
Coree su base socialista oltre che un piccolo numero di siti di
gioco d’azzardo, a Singapore c’è tolleranza zero in materia di
pornografia e un filtraggio selettivo (ancorché molto coerente e
molto trasparente, oltre che decentralizzato) sui temi sociali.
Tra le nazioni che filtrano i contenuti politici, la maggiore
profondità e ampiezza di raggio la presentano Cina, Myanmar e
Vietnam, censurando su argomenti come diritti umani, attività
di riforma e di opposizione al regime, media indipendenti e
discriminazione rispetto alle minoranze etniche e religiose.
Molto meno pervasivo, in questo senso, il controllo di Pakistan
e Thailandia.
Un più ristretto insieme di contenuti sociali viene bloccato
negli stati asiatici. Il Pakistan filtra contenuti come le vignette
danesi che ritraevano Maometto considerandole blasfeme,
mentre in India risultano inaccessibili i siti che propongono
visioni estremiste delle religioni. Blocchi tarati sulla questione
“conflitto e sicurezza” sono applicati in Cina, Myanmar, Corea
del Sud, India, Pakistan e Thailandia più frequentemente nei
confronti di gruppi implicati in attività di promozione della
secessione o indipendenza, o riguardo a gruppi che sollevano
questioni di territori e confini. Myanmar, Cina, Vietnam,
Thailandia e Singapore filtrano servizi del Web, inclusi
provider che offrono e-mail gratuite, blog, e più
frequentemente server proxy e altri strumenti che permettono
l’elusione dei blocchi stessi. La Corea del Sud blocca i pirati su
base nominale.
Ognuno dei paesi che praticano un filtraggio pervasivo della
Rete ha predisposto un più o meno esteso quadro legale e
regolatore che faccia rientrare il web e i suoi utenti sotto la
completa supervisione delle autorità, anche se la fattibilità di
un controllo così totale, lo ripeto, è tutta da dimostrare. Nella
regolamentazione del cyberspazio, le dinamiche più comuni
sono la delega alle forze di polizia per il monitoraggio dello
stesso e la responsabilizzazione attiva degli ISP (e degli
intermediari in generale tramite il sistema delle licenze e dei
deterrenti penali), oltre che degli utenti stessi. Vietnam e Cina
applicano una forma più diretta di censura tramite la
detenzione dei cyberdissidenti. Mentre non sono stati registrati
casi di persone imprigionate per aver visto e scaricato contenuti
proibiti, sono innumerevoli le vicende di giornalisti, scrittori e
attivisti che hanno conosciuto la detenzione per aver pubblicato
contenuti critici nei confronti del governo su Internet, anche
solo nella forma di canzoni o discussioni su riforme politiche
tramite VoIP. Va da sé che uno dei frutti di una così ampia e
cumulativa censura sia una sempre più diffusa autocensura sul
web.
Ma non per tutte le questioni i governi si preoccupano di darsi
una base legale entro la quale agire con il filtraggio, e spesso lo
esercitano senza bisogno di darsi autorizzazioni da soli. In
Thailandia, dove le libertà di stampa e i diritti dei cittadini si
sono erosi negli ultimi anni, non è ad esempio chiaro a quale
l’autorità legale spetti il filtraggio. Infatti, la censura in Rete
potrebbe contraddire le protezioni previste nella Costituzione
del 1997, che garantisce ai cittadini tailandesi il diritto di
espressione delle opinioni e il libero accesso all’informazione.
Il golpe militare del 2006 ha allargato l’incertezza attorno a chi
fosse legittimato a tale compito, soprattutto a causa della
dichiarazione della legge marziale che fece impennare le
pratiche di filtraggio. Il nuovo governo prese misure arbitrarie
come la soppressione della Costituzione e dei partiti
d’opposizione, ma le categorie comprese nella lista del
filtraggio rimasero le stesse di quelle previste dal governo del
deposto Primo Ministro Thaksin Shinawatra. L’esplosione della
rivolta delle “camicie rosse” nella primavera del 2010 non ha
fatto che aumentare la carica repressiva del potere, anche in
merito alle opinioni espresse sulla corona: il reato di lesa
maestà è un’altra arma in dotazione alle autorità censorie.
Un altro espediente spesso utilizzato dai governanti di
Singapore, Malesia e Cina per combattere i loro nemici politici
sono le leggi sulla diffamazione e altre infrazioni sociali
contigue, le cui generiche formulazioni le rendono estendibili
spesso a piacimento. Inoltre, la categoria “contenuti osceni”
diventa un pretesto: in essa vengono fatte rientrare ogni genere
di espressioni, critica politica su tutte. Ad esempio, l’IT Act
indiano rimette all’organismo CERT-IN l’autorità del filtraggio
di contenuti definiti osceni, ma questo stesso organismo ha
usato questo quadro per censurare discorsi religiosi ed etnici
che incitavano alla rivolta. A margine, gli stati predispongono
misure legali di attività come quelle dei cyberpoint: Myanmar,
Cina, India, Vietnam e Pakistan impongono ai gestori di questi
di registrare in maniera puntuale ogni utente e di monitorarne
le attività. Riguardo al Vietnam e ai suoi progetti di filtraggio
negli Internet point che sarà implementato verso la fine del
2011 ha preso una dura posizione Google: l’analista politica di
Mountain View Doroty Chou sul blog ufficiale dell’azienda [6]
ha affermato che il sistema che verrà installato risulta
inaccettabile in quanto permetterà un arbitrario blocco e
filtraggio della Rete da parte del governo di Hanoi, città che
per prima sarà interessata dalla nuova politica.
I cittadini in molti paesi non sono informati dell’esistenza di
questi filtri nella loro navigazione, e il mancato accesso a
determinati contenuti viene spesso imputato a occasionali e
involontari errori tecnici. La trasparenza è mediamente molto
bassa nel continente asiatico. Virtualmente tutti i governi
stanno mettendo a punto meccanismi di notifica, ma nella
realtà difficilmente ammettono l’esistenza del filtro
all’opinione pubblica. Eccezione fu Singapore nel 1999,
quando annunciò il blocco di 100 siti di pornografia e la
creazione di una commissione governativa sui “valori asiatici”,
spesso indicata come responsabile della censura attuale.
Il filtraggio ai gateway internazionali è invece l’eccezione in
Asia, ma nell’estremo oriente vive uno dei casi limite del web
mondiale: la Corea del Nord, ufficialmente Repubblica
Democratica popolare di Korea. L’isolatissimo regime
socialista di Pyongyang non si limita a filtrare il web, ma
agisce alla radice, permettendo la connessione esclusivamente
ad una intranet nazionale, la Kwangmyong, nella quale sono
compresi solo una trentina di siti approvati dal governo e alla
quale può accedere solo una minoranza privilegiata. Ad
un’ancor più ristretta cerchia di persone e agli stranieri è invece
concessa la connessione al World Wide Web, anche per una
questione di accessibilità economica (le tariffe degli Internet
point non sono compatibili con gli stipendi medi dei cittadini).
I siti accessibili nella Kwangmyong sono per lo più siti di
propaganda del regime, i siti delle agenzie governative, siti di
apologia di Kim Jong Il e di suo padre Kim Il Sung, e siti che
inneggiano alla riunificazione su base socialista delle due
Coree (che come abbiamo visto risultano inaccessibili nella
repubblica del Sud). Non esistono in generale media
indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è
controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una
particolarità: non avendo attivato un dominio di primo livello, i
server sui quali si basa la Nordcorea sono in Cina, Giappone,
Germania e perfino Texas, comprese le pagine www.korea-
dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e www.kcna.co.jp
(la home page della Korean Central News Agency). Le
richieste di attivazione del dominio .kp sono invece state
ripetutamente respinte dall’ICANN. Molti cittadini stanno
guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili
che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet
libero fino ad un certo punto) e che vengono attivate su
dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti
vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Come
dicevo, c’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla
diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana:
pc, corsi di alfabetizzano digitale e connessioni sono
incredibilmente costose per i sudditi di Kim Jong Il, e c’è da
credere che sia lo stesso regime da lui governato a far sì che le
tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l'articolo 67 della
Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di
stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio
dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque
manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio
si apre nell’estate 2010, quando il governo decide di aprire un
proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati
sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli
oppositori (repubblica del Sud inclusa), ma insieme
all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato
questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.
Caso simile è il Myanmar. Anche qui l’accesso broadband ad
Internet è strutturato in modo che il suo costo sia assolutamente
proibitivo per i suoi abitanti; l’accesso tramite modem e linea
telefonica è così fornito con già implementate le tecniche di
monitoraggio dello stato, un servizio di e-mail e una collezione
di siti già approvati dal governo. Per preservare questo
monopolio, il governo del Myanmar nel 2006 ha bloccato tutti i
servizi di posta elettronica presenti nel paese. La ricerca ONI
rileva un filtraggio pervasivo in merito ai temi politici e un
filtraggio sostanziale per gli altri tre settori. Lo stesso filtraggio
è mediamente trasparente e decentralizzato.
Alti contesti interessanti sono l’India, il secondo paese più
popoloso al mondo nonché la più grande (dal punto di vista
numerico) democrazia del pianeta, e il rivale Pakistan.
La rilevazione dell’ONI in India suggerisce l’assenza di
filtraggio politico o sociale, ma ne trova traccia in ambito
conflitto/sicurezza e strumenti del web. Il filtraggio in
questione è selettivo e trasparente, nonché decentralizzato. Le
tematiche in questione sono relative per la maggior parte ai
decennali attriti sulla questione del Kashmir con il Pakistan,
paese che di riflesso presenta un pervasivo e coerente
(ancorché trasparente) controllo sullo stesso tema.
All’interno dello stato indiano vivono contraddizioni e conflitti
tra classi sociali, etnie e religioni, che fanno finire nelle maglie
del filtraggio anche i siti di movimenti come quello dell’Unità
indù www.hinduunity.org; il filtraggio tecnico però si è rivelato
spesso poco efficace, tanto da portare a nuove norme che
responsabilizzano direttamente gli ISP (153 quelli presenti nel
paese a tutto il 2006). Nel luglio 2010 arrivava dal governo di
Nuova Dheli un ultimatum ad alcuni dei maggiori content
provider che operano nel paese per ciò che riguarda l’accesso
delle autorità di sicurezza ai contenuti in ottica di prevenzione
al terrorismo; naturalmente, nella lista non poteva mancare
Google, al quale è stato intimato di far sì che i contenuti di
Gmail fossero resi in un formato accessibile alle autorità, pena
la cessazione del servizio sul territorio indiano. Stesso discorso
per Skype. Recentemente sono stati anche registrati episodi di
attacchi DDOS contro siti di pirateria; a metterli in atto dei
cracker assoldati dalla società Aiplex Software con l’obiettivo
di bloccare la circolazione illegale dei contenuti di Bollywood.
Gli attacchi vengono messi in atto dopo un esplicito avviso ai
gestori dei siti e dopo un loro eventuale ignorare gli stessi.
Tuttavia, la nazione è in un momento di evoluzione economica
e politica, la popolazione giovane è numerosissima e
consapevole delle potenzialità della Rete e le università di
ingegneria informatica sfornano migliaia di laureati ogni anno.
Tutto questo rende l’Internet indiano maggiormente in balìa
degli eventi e degli sviluppi futuri.
Dal canto suo, il Pakistan è un paese che va visto in una
prospettiva diversa: l’orizzonte dello sviluppo non è chiaro
come quello del vicino indiano (nel 2008 erano circa 3,7
milioni gli abbonati ad Internet, e calcolando un utilizzo per
circa venti milioni di utenti siamo attonro al 10% di
penetrazione) e le situazioni ancora irrisolte sono importanti,
non ultimo il ruolo di incubatrice svolto dal paese nei confronti
del radicalismo islamico di matrice talebana. Il ruolo della
religione è forte e le istituzioni ne sono impregnate, e non
potrebbe essere diversamente per una nazione nata proprio per
distinguere una comunità musulmana da una più grande indù. Il
controllo dei mezzi di informazione da parte del governo è poi
un dato di fatto dall’inizio dell’era Musharraf (1999), il
generale che da soli due anni ha svestito gli abiti militari. La
censura e il filtraggio sono dunque diffusi: oltre alla questione
indiana, ci sono i siti degli indipendentisti Baluchi, quelli dei
ribelli Sindhi, quelli che riuniscono le comunità Pashtun (anche
se per quest’ultima categoria il filtro sembra una misura inutile,
dato l’impressionante grado di analfabetismo presente in questa
comunità), oltre ai contenuti considerati blasfemi e immorali.
Ma il controllo non avviene in un organico sistema tecncico-
giuridico, ci si muove a tentoni e questo fa sì che spesso al
censura si riveli rozza e grossolana, come quando per censurare
un blog si mise offline tutta la piattaforma di Blogger o
quando, nel maggio 2010, una corte pachistana ha imposto al
Governo di mettere temporaneamente offline l’intero
Facebook. Il motivo? La comparsa sul social network di un
gruppo che intendeva trasformare il 20 maggio nella giornata
del "Tutti disegnino Maometto", con l’intento di protestare
contro le organizzazioni estremiste che erano insorte (come già
successo per le vignette satiriche danesi) contro i creatori del
cartone animato South Park, nel quale veniva raffigurato il
Profeta dell’Islam vestito da orso. La decisione arrivava dopo il
ricorso di alcuni avvocati islamici alla Corte Suprema
pachistana [7]. Da tutto ciò ha comunque preso il via nel corso
del 2010 un’escalation di filtraggi nel paese con l’Alta Corte di
Lahore che ha nel mirino anche Google, Yaooh! e Amazon,
tanto da lasciar trasparire un progetto di monitoraggio esteso e
pervasivo nei prossimi anni. Il governo pakistano pratica
inoltre un filtraggio selettivo in merito alla politica e agli
strumenti del web.
Dal canto loro, pur in un ambiente asfittico, i propugnatori
della libertà di espressione (non solo sul web) sfruttano proprio
gli interstizi che questo muoversi in maniera spesso incerta del
governo crea, e provano a far sì che gli anni a venire diano al
Pakistan non solo una Rete più libera, ma con essa, e tramite
essa, una società progressivamente sempre più emancipata da
un potere politico e da una situazione sociale ancora
scarsamente democratica.
Passando all’Indonesia, l’atteggiamento del governo verso la
Rete è riassunto bene dalle parole del ministro delle
Comunicazioni Tifatul Sembiring, che ha così annunciato un
imminente decreto legge volto alimitare l'accesso a determinati
contenuti della Rete : “"Vogliamo ridurre al minimo l'impatto
negativo che Internet ha sui nostri ragazzi, perché c'è il serio
rischio che arrivi a distruggere la nostra nazione" [8].
L’obiettivo è quello di impedire l’accesso a siti che permettono
gioco d’azzardo e contengono controversi materiali religiosi.
Negli ultimi mesi è passata in fase esecutiva la legge che
obbliga tutti i provider del paese al completo oscuramento dei
siti pornografici, provvedimento che ha suscitato proteste
spesso curiose, come quella di un hacker che ai primi di agosto
2010 ha immesso nel circuito delle televisioni del parlamento
un video hard andato avanti per un quarto d’ora. Inoltre, c’è
l’obiettivo di costringere le postazioni di connessione pubblica
ad implementare sistemi di filtraggio e controllo. Le intenzioni
di Sembiring sono chiare da tempo ma le sue proposte hanno
sempre trovato larghe opposizioni; nel maggio 2010, tuttavia,
un video amatoriale cambiava le carte in tavola: esso ritraeva
una popolare rockstar in atteggiamenti sessuali con due
altrettanto popolari modelle. Finito in Rete, ha destato scandalo
dando così al ministro il pretesto per una nuova, e forse
definitiva, offensiva alla libertà su Internet.

Russia

I 45 milioni di utenti Internet della Russia non saranno forse


tantissimi in relazione ai suoi 140 milioni di abitanti, ma le
percentuali di crescita a due cifre fanno prevedere altri scenari
già dal più prossimo futuro, soprattutto per un mercato del
mobile in netta espansione e alla luce del fatto che a utilizzare
la Rete sono i soggetti più giovani, istruiti, attivi e
indipendenti.
E’ chiaro che il caso russo non può che essere presentato in
appendice di questa prima parte del lavoro, essendo
sensibilmente diverso rispetto ai precedenti. La dissoluzione
dell’impero sovietico ha lasciato spazio ad un sistema di
governo tendente all’autoritarismo, dove l’attuale primo
ministro Vladimir Putin sembra avere ben salde nelle sue mani
le leve del potere (anche tramite il suo “prolungamento” nelle
vesti di Capo dello Stato Dimitry Medvedev) a dispetto della
facciata democratica dello stato.
L’influenza del potere politico sul sistema mediatico russo si
esplica in maniera multiforme e complessa, con un sistema
legislativo che di per se stesso non è censorio o dispotico. Ma
gli interventi burocratici e finanziari sulle reti mediatiche fanno
la differenza, oltre ad un ovviamente poco diffuso senso della
libertà democratica sia nei cittadini sia negli operatori dei
media, al di là delle eccezioni di chi mette a repentaglio la
propria vita, spesso perdendola: nel 2000, come si evince da un
rapporto di Reporters without Borders, sono stati 23 i
giornalisti assassinati in Russia; enorme clamore ha sucitato
poi l’assassinio, nell’ottobre del 2006, di Anna Politkovskaja.
Il primo passo di Putin è stato sottrarre agli oligarchi che lo
avversavano il controllo di imprese mediatiche e reti televisive
nazionali come la NTV che avevano potuto scalare grazie alla
debolezza di Boris Eltsin. All’indomani delle elezioni del 1999,
Putin riaffermò il controllo sui media di proprietà governativa,
estromettendo di fatto questi oligarchi (due nomi su tutti:
Berezowsky e Gusinsky) e favorendo “i suoi”. In questa
manovra sfruttò il gigante dell’energia controllato dal governo
Gazprom e il sistema secondo il quale le reti regionali sono
controllate dai rispettivi governi locali.
Lo stato russo si presenta così come possessore di un
estesissimo e ramificato impero mediatico “Nel complesso –
afferma Manuel Castells a pag.340 del suo “Comunicazione e
potere”- tutti i gruppi mediatici sono o sotto il controllo diretto
dello stato o dipendono dalla buona volontà dello stato e dei
suoi ispettori”.
In più, un giornale scomodo potrebbe ricevere improvvisi
controlli dell’ufficio d’igiene, le rotative potrebbero incepparsi,
l’ascensore andare fuori uso e impedire il rispetto dei tempi di
lavoro, tutte cose meno attribuibili alle pressioni governative
rispetto ad una legge contro la libertà di stampa. Le
associazioni sorte a tutela dei giornalisti, poi, hanno dovuto
chiudere i battenti quando hanno iniziato a lavorare in maniera
indipendente, come le cosiddette Camere Legali sui Reclami
dell’ Informazione. In questo ambiente dominano
di conseguenza autocensura e propaganda governativa.
Certo non mancano anche leggi volte ad oliare il meccanismo.
Ad esempio, la censura è proibita, ma sono previste eccezioni
in casi che riguardano la sicurezza nazionale. Niente di
assurdo, se non fosse che quei casi sono spesso presi a pretesto
per una epurazione di portata più ampia. E nonostante il
controllo dello stato sia principalmente sulle
infrastrutture della comunicazione, i vertici del paese
attuano una estesa sorveglianza anche sui contenuti. Ad
esempio, le leggi Sorm 1 del 1996 e Sorm 2 del 1998
impegnavano i provider all’installazione di dispositivi che, a
spese dei provider stessi, permettessero all’FSB di intercettare
e-mail e transazioni online. L’FSB, l’agenzia di sicurezza
nazionale erede del KGB, viene così autorizzato a controllare
tutte le comunicazioni (SORM 2 impone agli ISP di fornire
l'FSB, il Servizio di Sicurezza Federale con statistiche su tutto
il traffico Internet che passa attraverso i server provider di
servizi Internet, compreso il tempo di una sessione online,
l'indirizzo IP dell'utente, e i dati che sono stati trasmessi; gli
ISP sono anche responsabili per il costo e la manutenzione di
hardware e connessioni; questo tipo di norme mettono anche a
serio repentaglio la tutela dei dati personali degli utenti nei
confronti dell’autorità); i suoi poteri sono poi rafforzati dalla
“dottrina sulla sicurezza dell’informazione”, aggiunta nel 2000
alla Sorm 2, volta a prevenire pirateria e hacking su Internet,
nonché la “propaganda “ e la “disinformazione”. Di cosa poi si
parli realmente con questi due termini, dipende in ultima
istanza dal giudizio del potere. Ma le restrizioni maggiori
arrivano nel 2007, quando una manovra per combattere l’
“estremismo” riduceva nettamente le critiche che i media
possono muovere ai pubblici ufficiali, pena sospensione della
pubblicazione o carcere fino a tre anni. Negli anni seguenti, la
lotta alla cyber criminalità non ha fatto che rafforzare questo
sistema nel quale una conversazione privata su Internet non è
realmente tale nei confronti dell’autorità, che ha la possibilità
di applicarvi tutte il ventaglio di norme per i rati a mezzo
stampa. Ancor piu immediati i provvedimenti quando si tratta
di contenuti “alla luce del sole”: a metà del 2010 un giudice
ordinava all’ISP Rosnet di rendere irraggiungibile l’intera
piattaforma di Youtube, rea di aver ospitato un video dal titolo
“Russi for Russian”, giudicato razzista e xenofoboe dunque
pericoloso per lo sviluppo di una Russia multietnica.
Per non parlare dell’effettivo controllo sui contenuti che
passano per i media mainstream, che porta alla rimozione di
personaggi scomodi dalla televisione e la tolleranza zero anche
per la satira. Non che sia il governo ad avere la lista nera di
questi personaggi: sono le emittenti stesse a compilarla volta
per volta interpretando l’aria che arriva dal Cremlino.
Ecco l’ambiente dentro il quale si inserisce Internet in Russia.
Un ambiente che evidentemente non ne pregiudica
l’espansione: in costante crescita risultano siti come
Vkontakte.ru, il Facebook russo, e il numero di blog presenti in
Russia è pari al 2% del mondo. Di questi blog solo una piccola
parte gravita attorno ai temi della politica, ma in essi gli
internauti trovano uno spazio di libero scambio di idee, se non
una fonte di notizie irreperibili altrove. A questo si aggiunge
l’importanza della capacità di un mezzo di mettere in contatto
le persone, in un paese dove non si può prescindere, per “tirare
avanti”, dall’avere una fitta rete di relazioni personali, una
specie di welfare a rete sociale.
Ma anche sul web il controllo del governo passa per il possesso
dei media: grazie agli ingenti capitali di strutture come la
Gazprom il governo può acquistare i siti più popolari,
stabilendo così un controllo “legittimo” sui contenuti che
veicola. Un esempio su tutti, RuTube, equivalente russo di
YouTube, creato nel dicembre 2006 e acquistato da Gazprom
Media nel 2008, quando catalizzava l’attenzione di 300000
utenti al giorno.
Ultima, raffinata e subdola strategia, l’immissione continua,
massiccia e sistematica di opinioni favorevoli al governo
nell’ambiente digitale, tramite un gran numero di “tastiere” che
saturano i blog con i loro commenti e ne creano di propri
propagandando e confutando opinioni contrarie con la forza
che gli dà l’appoggio (e il denaro) del governo. Frasi
stereotipate e insulti ai dissidenti, con esplosioni di violenza
verbale innescate da “parole chiave” come Cecenia, fino
all’alimentazione di un qualunquismo che, come si sa, critica
tutto ma lascia che le cose restino come sono. Un vantaggio
anche a livello economico per il governo: un gran numero di
blogger pagati discretamente conviene molto di più di una
campagna propagandistica per mezzo di giornali e televisioni;
questa tesi è sostenuta da Anton Nosik, primadonna del web
russo fin dagli anni Novanta e direttore del Giornale in Diretta
(confronta in merito Castells Manuel, op. cit., pag.349). Nel
settembre 2010 le autorità di Mosca si ritrovavano però senza
un “appoggio” importante: in un’intervista al New York Times,
infatti, il patron di Microsoft Bill Gates annunciava
l’intenzione di fornire licenze speciali e assistenza legale a tutte
quelle organizzazioni no profit per i diritti umani che operano
in terra russa i cui mezzi informatici vengono spesso
sequestrati proprio con la scusa dell’utilizzo di software pirata.
Da parte loro le autorità hanno risposto alla loro maniera:
hanno chiesto alle suddette ONG di presentare entro poche ore
tutta la documentazione relativa alla loro attività, fino a
formare una massa di carte assolutamente impossibile da
mettere insieme in poco tempo.
Il quadro che risulta è quello di un sistema ibrido:
regolamentazione e controllo convivono in un paese con un
sistema politico che è a sua volta un ibrido di democrazia e
autoritarismo. Certo, quando il web russo diventerà
onnipresente queste strategie “soft” potrebbero non bastare, e
allora la differenza la farà il grado di maturità raggiunto
dall’opinione pubblica russa in materia di libertà e democrazia.
Ma se il governo avrà ancora la possibilità di esercitare un
controllo così pervasivo sui media, molto probabilmente per
non essere travolto dalla Rete si orienterà verso altri sistemi di
controllo.

Commonwealth degli Stati Indipendenti


Esaminiamo ora la serie di paesi più meno piccoli che si sono
resi indipendenti dall’Unione Sovietica a cavallo della sua
dissoluzione. I “figli”
della superpotenza sovietica ereditano da essa la tradizione di
autoritarismo, scarso sviluppo dei media indipendenti e una
situazione di latitanza dei diritti umani. Sembra dunque il
contesto ideale per un controllo pervasivo e sostanziale di
Internet. La realtà è, invece, variegata e complessa. Parliamo
nello specifico di Azerbaijan [9], Bielorussia [10], Kazakhstan
[11], Kyrgystan, Moldova, Tajikistan [12], Ucraina e
Uzbekistan [13].
La penetrazione di Internet in questa regione è relativamente
bassa (per quanto in ascesa costante e rilevante negli ultimi due
anni soprattutto per i paesi che partivano da numeri bassissimi)
e diffusa soprattutto nelle zone urbane; non c’è differenza di
genere nella diffusione della Rete, situazione figlia naturale
della parità dei sessi che vigeva nell’Unione Sovietica. Il
reddito medio nel CIS è generalmente basso, a fronte di un alto
costo di mezzi e connessioni. Va da sé che l’uso di Internet è
più modesto che in altri contesti: la Bielorussia con un 29% è il
paese della regione con la più alta penetrazione della Rete,
seguita da Azerbaijan (18,3%), Ucraina (14,6%), Moldova
(16,2%), Kyrgyzstan (13,8%) e Kazakhstan (12,3%). Ultime
piazze per Uzbekistan (poco più del 8,8%), Georgia (7,8%),
Armenia (5,8%), Tajikistan (6,6%) w Turkmenistan (1,4%). Le
stime però in questo caso sottovalutano le reali dimensioni
vista l’ampia diffusione delle pratiche di fruizione della Rete da
luoghi di lavoro ed Internet point; ad esempio, in Kyrgystan
quasi il 50% degli utenti non ha una connessione domestica ma
si connette regolarmente da postazioni outdoor.
Gli stati di questa regione del mondo, dicevo, hanno un
rapporto conflittuale e ambivalente con Internet; alcuni sono la
casa di misure repressive tra le più dure in merito al controllo
degli strumenti del web, mentre altri sono tra i maggiori esempi
di quanto profondamente la Rete può influenzare la vita
politica e sociale di un paese. Questi ultimi hanno infatti
adottato strategie di sviluppo nazionale che danno alle ICT un
ruolo importante nella crescita economica, dichiarando di voler
diventare potenze delle tecnologie informatiche. In questo sono
favoriti dalla tradizione sovietica di incentivo allo studio nei
settori ingegneristici e matematici nonché delle tecnologie
informatiche. Fino alla sua dissoluzione nel 1991, l’URSS era
una delle poche nazioni ad avere una propria capacità di
supercomputazione, crittografia e analisi dei codici, e apparati
di intelligence sparsi per tutto il mondo. Attualmente molti
cittadini di quella che fu l’unione Sovietica sono leader di
grandi aziende di ICT.
Allo stesso modo, i governi di questi paesi sono sulla difensiva
nei confronti della capacità di fare rete della società civile e
delle attività di resistenza che queste nuove tecnologie rendono
possibile. In anni recenti, Ucraina, Georgia e Kyrgystan hanno
avuto esperienza delle “rivoluzioni colorate”, dove i movimenti
di opposizione “a rete” (sebbene movimenti che si sono basati
più sull’uso dei telefoni cellulari che su Internet) hanno
effettivamente contestato e ribaltato gli esiti di elezioni
impopolari e palesemente fraudolente. Il Kyrgystan ha
ultimamente sperimentato anche la lotta interetnica: a giugno
2010 nella città di Osh violenze tra kirghizi e uzbeki hanno
causato la morte di 45 persone e il ferimento di circa 600,
aumentando il novero dei nervi scoperti nel paese.
I governi limitrofi temono che questi esempi possano essere
seguiti anche nei loro paesi, magari con l’aiuto di ONG
straniere, e si guardano bene dal lasciare il settore della Rete
libero e non regolamentato.
Dei paesi presi in analisi, comunque, l’unico che presenta un
controllo pervasivo è l’Uzbekistan. Qui la principale agenzia di
intelligence, la National Security Service (BNS), controlla il
segmento uzbeko di Internet e tramite il principale organo di
regolamentazione impone la censura. Gli ISP devono affittare i
canali dai fornitori di monopolio statale, il che suggerisce come
il traffico Internet venga registrato e monitorato attraverso un
sistema centralizzato. Negli altri paesi ci sono più blandi
esempi di filtraggio, che appaiono soprattutto nelle reti di
aziende, scuole e agenzie di ricerca e in luoghi come gli
Internet point, dove la gestione dei contenuti è funzionale
all’ottimizzazione della banda per i fruitori. Nello stesso
tempo, in tutti questi paesi le autorità hanno adottato misure
legali per regolare il loro spazio informativo; la generale
tendenza dei governi di quest’area è stata un’espansione delle
normative relative ai mass media per mettere in linea con essi
la Rete. Tra i maggiori provvedimenti: l’estensione alla Rete
delle leggi su diffamazione e calunnia per perseguire e
scoraggiare blogger e media indipendenti a diffondere
materiale critico nei confronti del governo e delle autorità (nel
caso della Bielorussia anche in merito a satira e umorismo);
criteri più stringenti su ciò che è considerato accettabile nello
spazio mediatico nazionale, fino alla de registrazione dei siti
che non rispettano tali norme (come in Kazakhstan);
costringere i siti a registrarsi come i tradizionali mass media
così da rendere più facile il filtraggio dei contenuti illegali;
leggi su ciò che riguarda la sicurezza nazionale (come in
Ucraina); richieste formali o informali agli ISP in merito
all’oscuramento di siti, contenuti e servizi.
Questa serie di misure ha come maggiore effetto quello di
creare un ambiente mediatico dove si sperimentano varie
pratiche di autocensura da parte di operatori e utenti, nonché
degli ISP, che possono vedere compromesse le loro licenze ad
operare sul territorio. Le voci fuori dal coro possono conoscere
anche il carcere. Le normative restrittive hanno sollevato ben
poche proteste in questi paesi, a riprova della tradizione di
scarsa opposizione interna e scarsa presenza dei media
indipendenti. Tuttavia, esistono alcune eccezioni. Per esempio,
in Tagikistan e Azerbaigian si è sollevata la protesta di
movimenti civili contro le leggi volte a far rimuovere i
contenuti politicamente sensibili dal cyberspazio. In Tagikistan
i siti web politici che sono stati vietati durante le elezioni di
dicembre 2006 sono stati restaurati. E in Azerbaigian un sito
Web vietato perché critico nei confronti della politica
governativa di innalzamento dei prezzi è stato restaurato e al
suo autore revocato il fermo di polizia. Entrambi i casi sono
significativi perché i passi indietro sono scaturiti dall’opacità
rilevata nei provvedimenti giudiziari; proprio quella voluta
opacità dietro la quale si nascondono le peggiori pratiche
censorie.
Le costituzioni di (quasi) tutti i paesi della CIS sanciscono i
principi di libertà di espressione e di divieto della censura.
Tuttavia, spesso queste norme vengono interpretate in maniera
"flessibile” in fase di attuazione. L ’ autorità
del Kazakistan spesso ricorrono a vari meccanismi di
repressione semi-legali o "amministrativi" per reprimere
informazioni “inadeguate” o sopprimere i nomi di dominio ai
quali fanno riferimento i movimenti di opposizione.
Innegabile l’influenza a tutto campo che la legislazione della
Russia esercita sui sistemi normativi dei paesi di quest’area, e
diversi governi della CIS hanno seguito l'esempio del
Cremlino.
Il livello generale di trasparenza è basso e coperto da sottili
manovre di comunicazione. Per fare un esempio, il governo
dell'Uzbekistan ha sempre negato un suo coinvolgimento nelle
pratiche di censura. A sostegno delle sue tesi cita il fatto che il
filtraggio non è coerente tra i vari ISP, il che ha lasciato aperta
la possibilità (per chi ci vuole credere) che le pratiche di
filtraggio fossero state auto-imposte dai provider stessi. Queste
strategie tramite le quali lo stato nega ogni coinvolgimento
nelle pratiche di filtraggio, rendono necessarie ricerche
approfondite. Spesso le leggi ufficiali sono messe a punto in
maniera ingannevole ma efficace. Altro caso è
quello dell’Azerbaijan, dove l'autore di un sito Web
critico verso il governo viene arrestato senza formalità e senza
alcuna sanzione giuridica ufficiale. In altri casi, come le
politiche di filtraggio pervasivo degli Internet point in tutta la
regione, la decisione di limitare il contenuto è formalmente
controllata dai proprietari delle postazioni, per cui è difficile
discutere se il filtraggio derivi dalla paura di sanzioni per aver
consentito l’accesso a determinati materiali o da scelte
personali. Certo, l’obiettivo dei proprietari degli Internet point
non è quello di fare politica attiva ma quello di campare con le
rendite dell’attività, e va da sé che siano portati a sbarrare la
strada a ciò che può compromettere i loro affari . In Tagikistan,
per esempio, la ricerca suggerisce che il filtraggio è realmente
basato su scelte economiche, piuttosto che dal timore della
sanzione da parte delle forze di sicurezza. La tendenza a
coprire il filtraggio è comunque causata da due principali
ordini di motivi: la necessità di non mettere al repentaglio lo
sviluppo di un settore, come quello dei nuovi media,
considerato strategico per il più generale sviluppo del paese e
l’integrazione economica che questi stati perseguono verso i
paesi dell’Europa continentale: misure giudicabili “contro i
diritti umani” potrebbero compromettere tali accordi economici
e politici.
Nella regione è rintracciabile così la presenza di filtraggio “ad
orologeria”, cioè quello che si mette in moto in determinate
occasioni, soprattutto le tornate elettorali. Questa
forma di filtraggio eseguita tecnicamente si differenzia
dalle forme di filtraggio più convenzionali (come quelle che si
basano su liste di siti da bloccare) ed è più difficile da
rintracciare e accertare definitivamente. Per esempio, durante
le elezioni parlamentari in Kirghizistan del 2005, due provider
sono stati interrotti da attacchi DDoS, prima che un "hacker a
noleggio" postasse minacce agli ISP colpiti indicando come
unica strada per fare cessare gli attacchi la
rimozione di determinati contenuti. Questo tipo
di misura ha avuto successo anche per via della ridotta
larghezza di banda, che rende il tilt del server per overload più
semplice e veloce da raggiungere. Durante le elezioni politiche
del 2006 in Bielorussia parecchi siti web dell’opposizione
risultavano inaccessibili, apparentemente per problemi di
connessione e infrastrutture di rete. Allo stesso modo, nel pieno
delle proteste seguite al voto uno dei maggiori provider con
base a Minsk ha cessato di fornire connessione a causa di
“problemi tecnici”. Queste forme di controllo e filtraggio si
rivelano dunque, oltre che le più flessibili, anche la meno
attribuibili alle autorità. Queste ultime giustificano invece i
pochi casi di filtraggio trasparente con la necessità di tutelare la
sicurezza e gli interessi nazionali.
La situazione delle connessioni di questi paesi è particolare: a
dispetto della dimensione dell’area, le infrastrutture delle Reti
sono poco sviluppate, così che ci si appoggia soprattutto al
sistema centralizzato russo; allo stesso tempo, l’area è contigua
all’Europa e immersa nell’Asia, il che rende multiforme la
realtà di ISP e fornitori di contenuti che operano nei confini di
questi paesi, e che a seconda della loro provenienze si
interfacciano in maniera peculiare con ogni singola realtà.
Infine, il basso sviluppo del mercato fa si che operino
all’interno di questi paesi provider esteri, alcuni dei quali però
forniscono un servizio “pre-filtrato”, soprattutto per i provider
che hanno base in Cina.
Una menzione particolare la merita l’Ucraina, che eccezion
fatta per il gigante russo è il paese più esteso e popolato della
zona. Stesso discorso vale per il mercato
delle telecomunicazioni e la disponibilità di
strutture,che resta comunque classificabile come
sottosviluppata, non avendo certo le dimensioni e la
penetrazione dei paesi occidentali. Il governo ucraino sta però
investendo per lo sviluppo di un mercato considerato ormai in
maniera unanime come indispensabile volano per l’economia
tutta. Si guarda così alle tecnologie Wi-Fi e Wi-Max,
soprattutto alla luce di una penetrazione della telefonia mobile
del 50%, per l’area notevole. Infine, pur non avendo giocato un
ruolo di primo piano nella “rivoluzione arancione” del 2004, la
Rete è stata in un modo o nell’altro utilizzata da chi ha
sovvertito il potere politico, uscendo così sensibilmente
rafforzata l’immagine di un mezzo potente per l’emancipazione
della popolazione da un potere dispotico che i cittadini ucraini
hanno spesso sperimentato nella loro storia. Tuttavia, proprio
questa immagine ha fatto sì che le autorità non risparmiassero
negli anni seguenti un occhio di riguardo alla Rete (oltre a
spingere i governi confinanti, come il bielorusso, ad una stretta
sul controllo del mezzo), che ha così assunto una forma ibrida:
i naviganti ucraini godono di un libero accesso a Internet, il
paese dispone di un'infrastruttura orientata verso gli Internet
provider europei e, quindi, gli ISP non sono influenzati dalle
politiche dei fornitori russi; ma i governi hanno costruito un
intricato sistema di organismi e regolamenti che possono essere
orientati alla sorveglianza delle informazioni veicolate sulle
reti di telecomunicazione, Internet compresa. I servizi di
sicurezza hanno sviluppato la capacità di sorvegliare il traffico
Internet e dalla legislazione è stato proposto di limitare
l'accesso a "contenuti discutibili”, per motivi di sicurezza
nazionale. I servizi di sicurezza hanno anche il potere di
avviare indagini penali e utilizzare dispositivi di intercettazioni
in maniera spesso arbitraria; come in Bielorussia, dove gli 007
conducono una sorveglianza attiva e senza mandato delle
attività Internet con il pretesto della sicurezza nazionale con un
sistema simile a SORM-II. Altra peculiare situazione è il fatto
che la principale telecom del paese, l'Ukrtelecom, è
privatizzato ma ancora posseduto per quasi il 93% dallo stato.
In conclusione, la regione del CIS è senza dubbio da tenere
d’occhio negli anni a venire, perché il controllo, lo sviluppo
delle infrastrutture e l’importanza riconosciuta dagli utenti al
mezzo Internet crescono l’una al fianco dell’altra e in maniera
costante.

Medio Oriente e Nord Africa

E passiamo ad uno dei contesti più caldi del pianeta.


Dall’indagine dell’ONI risulta come in quest’area otto paesi
filtrano il web in maniera evidente: Iran, Oman [14], Arabia
Saudita [15], Sudan [16], Siria [17], Tunisia [18], Emirati Arabi
Uniti [19] e Yemen [20]. Altri quattro stati, Bahrain [21],
Giordania [22], Libia [23] e Marocco [24], filtrano un numero
ristretto di siti, mentre non si hanno tracce di filtraggio
“tecnico” messo in atto dalle autorità per Algeria, Egitto,
Israele ed Iraq.
La maggior parte dei contenuti bloccati nell’area attiene
questioni di religione e moralità. Ma non mancano certo le
scremature politiche, essendo dominanti nella regione i regimi
politici autoritari e di impronta islamica. Importanti anche i
blocchi tarati sugli annosi e irrisolti conflitti all’interno dei
paesi (per un alto numero di cause) e tra di essi, in particolare
in merito ad Israele. La censura di Internet in Medio Oriente e
Nord Africa avviene in maniera multimodale: oltre al filtraggio
tecnico, si rilevano arresti, intimidazioni, e una grande varietà
di misure legali volte a disciplinare la capacità di diffondere e
fruire dei contenuti della Rete.
Il ruolo delle ICT nello sviluppo economico dei paesi in
questione non è in dubbio per nessuno di essi, ma le autorità
hanno ben chiari anche i pericoli che esso può portare alla
stabilità dei loro regimi, soprattutto alla luce del fatto che i
cittadini arabi sembrano aver essi stessi compreso l’alto valore
di emancipazione e libertà che le nuove tecnologie della
comunicazione possono loro fornire. Tuttavia, ed è una
tendenza presente non solo in quest’area, la Rete viene
utilizzata anche da chi si identifica con la cultura, la tradizione,
la religione e le istituzioni politiche del proprio paese, le
apprezza e le sostiene anche tramite un post su un forum o
l’upload di un video su siti dedicati. Infine, le autorità
politiche, ma soprattutto religiose, sfruttano esse stesse Internet
come nuovo spazio di propaganda. Quindi, per le autorità del
luogo risulta praticabile più che in altre aree quella che avevo
definito influenza sociale nel controllo dei contenuti di
Internet.
Nonostante le iniziative dei governi del MENA volte ad
aumentare la penetrazione interna del web, l’area resta tra le
meno connesse al mondo: nel 2006 un numero inferiore al 4%
degli abitanti del mondo arabo aveva accesso regolare alla
Rete, stando alle stime dell’International Telecommunications
Union [25]. Rappresentano eccezioni Israele (62%) ed Emirati
Arabi Uniti (35%). I maggiori ostacoli sono rappresentati
dall’arretratezza delle infrastrutture e dalla povertà diffusa,
oltre alla ancora primitiva liberalizzazione dei mercati delle
telecomunicazioni. Gioca invece a favore della crescita futura
la popolosità e la densità dell’area, oltre alla straordinaria
incidenza delle classi giovanili nelle percentuali demografiche.
Un esempio su tutti: oltre il 50% della popolazione in Yemen,
Oman, Arabia Saudita, Giordania, Marocco ed Egitto ha meno
di 25 anni [26].
Curiosità: siamo nella zona del mondo dove la banda larga
cresce ai maggiori livelli, con punte del 38% nel 2006, pur
partendo da numeri reali relativamente bassi; portabandiera
della crescita delle broadband connection sono Qatar, EAU e
Libano.
In costante ascesa anche il mercato del mobile di terza
generazione, così come gli investimenti per tecnologie come il
Wi-Max, disponibile in commercio alla fine di marzo 2009 in
Algeria, Bahrain, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita e Tunisia.
Importante anche l’implementazione dell’arabo nei browser,
obiettivo che le classi dirigenti dell’area perseguono anche
mediante partnership con aziende come Microsoft.
L’ambiente legale entro il quale si muovono i giornalisti non è
certo ottimale: in tutta l’area vigono ancora regole ferree che
contemplano, tra l’altro, reati come la lesa maestà e l’offesa ai
vari organi dello stato e alla religione, la violazione dell’etica e
il mancato rispetto dei principi della famiglia, fattispecie
utilizzabili, e utilizzate, dalle autorità per incarcerare giornalisti
interpretando le norme spesso arbitrariamente e facendovi
rientrare anche sobrie critiche al loro operato. Situazione che
ha portato, nel mese di aprile 2009, la Federazione
Internazionale dei Giornalisti a reputare necessaria una
revisione radicale della legislazione sui media in Medio
Oriente.
Oltre a leggi specifiche per Internet e per i suoi operatori
(adottate soprattutto da Arabia Saudita ed EAU) le autorità
sfruttano i mezzi legali allargando al web la portata di misure
contro il terrorismo (ad esempio in Marocco, dopo gli attentati
del 2003, il potere censorio delle forze di polizia è estesissimo)
e situazioni di emergenza. I codici penali coprono in maniera
pesante tutte le attività, arrivando a casi come la Siria dove è
proibita la diffusione di notizie all’estero. Tutto questo rende lo
spazio online dell’area uno dei più sorvegliati e censurati al
mondo. In Egitto ad esempio nel 2009 le autorità hanno
disposto l’arresto di un giovane blogger con una motivazione
tristemente anacronistica:”sfruttamento del clima democratico
in vigore nel paese per rovesciare il regime”.
Anche il controllo basato sugli ISP è diffusissimo, stabilito già
dalle regole che permettono loro di operare nei confini dei
paesi (dinamica che abbiamo già osservato un po’ dappertutto).
In Algeria ad esempio nel 1998 veniva introdotta una norma
che rende responsabili i provider per i contenuti illeciti che
circolano sulle proprie reti, e impone loro di "adottare tutte le
misure necessarie a garantire il controllo costante" dei
contenuti per impedire l'accesso al "materiale in contrasto con
l'ordine pubblico e il buon costume”. Nello stesso anno in
Tunisia si dotavano le autorità del diritto a controllare il
contenuto delle email.
Gli Internet point sono sottoposti a massima sorveglianza:
registrazioni puntuali dei clienti e dei loro dati di traffico (i
quali devono essere conservati), telecamere, sequestri, software
di controllo della navigazione, oltre alle norme secondo le quali
i monitor devono essere visibili al supervisore durante la
fruizione del sevizio.
Oltre al filtraggio di contenuti ritenuti illegali anche nei paesi
democratici (come la pedopornografia) e la lotta al cyber
crimine, finiscono sotto censura anche siti e immagini relativi a
gay, lesbiche, escort, abbigliamento provocante e tutto ciò che
si pone in contrasto con la religione, per non parlare di siti che
criticano esplicitamente la religione musulmana o incitano i
suoi aderenti alla conversione verso altre fedi. Filtrati in più
paesi risultano anche i siti che parlano di alcool, droghe e gioco
d’azzardo. Molti paesi, inclusi Bahrain, Arabia Saudita e
Tunisia rendono inaccessibili i contenuti relativi al rispetto dei
diritti umani. Non manca neanche qui una diffusa autocensura
dovuta al clima di sorveglianza imposto dai regimi. Il filtraggio
viene spesso esteso ai siti di social networking e ai servizi di
traduzione, che in un modo o nell’altro potrebbero essere
utilizzati per aggirare i controlli. Ampiamente diffuso anche il
blocco basato su parole-chiave: in Yemen sono ad esempio
censurati i siti che contengono la parola sesso.
Importante anche il ruolo del filtraggio “ad orologeria”, per
paesi che sottopongono i loro governanti a tornate elettorali
nominalmente libere ma che hanno organi dello stato di più
alto grado a garantire che i governi stessi vengano formati
all’interno di una determinata linea politica: è così in Yemen e
Bahrain, dove nel 2006 sono stati bloccati, in vista delle
elezioni parlamentari, siti e contenuti riconducibili a partiti e
movimenti di opposizione, filtraggio esteso negli anni a venire
anche a forum e gruppi di discussione nei quali emergevano
tendenze antigovernative.
Interessante il fatto che il sito dell’ONI risulta censurato il
Tunisia, mentre gli utenti siriani non possono usufruire, oltre
che di Facebook, neanche di Youtube ed Amazon. Infine, le
leggi che impongono ai siti web di essere registrati come le
testate giornalistiche, il che ovviamente rende per essi tutto più
oneroso nonché più sorvegliabile dai ministeri della
comunicazione.
La trasparenza del controllo è in media molto alta tra i paesi
della regione; fa eccezione il filtraggio operato ai danni di
oppositori politici e siti per la tutela dei diritti umani.
Dicevamo della consapevolezza degli internauti sulle
potenzialità offerte dal mezzo. In Arabia Saudita, il 93% degli
internauti prova ad eludere i controlli [27] sfruttando le
difficoltà che gli ISP hanno nel controllare i contenuti delle
email. Altra tecnica è quella di spostare i materiali censurati da
un sito con alta visibilità (e relativa alta probabilità di essere
bloccato) ad una miriade di altri con bassa visibilità, contando
anche su una diffusione virale che porti i contenuti a
fuoriuscire dai recinti imposti dalla censura in più punti.
Tendenza in crescita sono invece i cyber attacchi che gruppi e
fazioni in lotta portano ai siti dei rivali: succede tra sunniti e
sciiti, tra essi e altri sottoinsiemi dell’Islam, per non parlare dei
siti israeliani oggetto di attacchi di “arabo hacker” palestinesi
riconducibili al libanese Hezbollah. Attacchi che gli israeliani
ricambiano puntualmente. Facciamo così un piccolo zoom sul
paese figlio del sionismo: enclave dell’occidente nell’area,
nella quale rappresenta l’unica democrazia, è patria di uno
sviluppo in materia di ICT tra i più marcati del pianeta (nel
2003 sono stati investiti 1,1 miliardi di dollari statunitensi dalle
società pioniere delle nuove tecnologie, cifra seconda solo alla
Silicon Valley e a Boston) soprattutto in materia di
penetrazione della banda larga. In generale, lo sviluppo della
Rete nel paese è andato avanti a ritmi lenti fino al 2001,
quando una nuova politica di concorrenza tra i provider
imposta dal governo ha fatto sì che il mercato decollasse con
un generale abbassamento dei prezzi. Ad oggi più del 62% dei
cittadini si connette ad Internet. La regolamentazione della
Rete è materia del Ministero delle Comunicazioni. Dunque,
nessun regime speciale per Internet, che non è neanche
sottoposto ad alcun tipo di filtro, se non del tipo osservato per
la prima parte del lavoro (pedofilia, cyber crimine, spamming,
diffamazione, ecc.). Tuttavia, l’informazione in Israele è
sempre stata materia problematica: la libertà di farla e riceverla
non è in discussione, ma la situazione del paese fa sì che essa
sia considerata funzionale anche alla stessa sopravvivenza di
uno stato che fin dal giorno della sua fondazione, nel 1948, è
nel mirino dei paesi circostanti, alcuni dei quali non hanno mai
nascosto l’intenzione di cancellarne la presenza sulle cartine
geografiche. Va da sé che nei momenti di crisi il governo e gli
organi militari abbiano cercato di controllare e veicolare
l’informazione nella direzione considerata più congeniale sia
all’interno del paese che verso l’esterno; esempi sono, durante
la guerra del 2006 contro Hezbollah in Libano, la messa al
bando di reportage e servizi su truppe e armamenti che
potessero mettere in pericolo le truppe israeliane; la Corte
Suprema ha emesso sentenze che legittimano la censura di
contenuti che possono in maniera “tangibile” e “pressoché
certa” mettere in pericolo la pubblica sicurezza. Ma ripeto,
nonostante la Knesset, il Parlamento, discuta da tempo leggi
che possano venire incontro ai problemi di sicurezza sollevatisi
con l’esplosione di Internet, il mezzo non è sottoposto né a
filtri né a regimi speciali. E così in Israele è sempre acceso il
dibattito sulla ricerca dell’equilibrio tra libertà di informazione
e sicurezza nazionale. Mentre è proprio la difesa della
“sicurezza nazionale” la motivazione addotta dalle autorità
degli Emirati Arabi Uniti per giustificare il blocco che dall’11
ottobre investirà il traffico Internet dei blackberry presenti nel
paese; misura subito imitata dall’Arabia Saudita, dove di
questo tipo di dispositivi se ne contano diverse centinaia di
migliaia. Per evitare il buio totale nel regno wahabita la
Research In Motion (RIM), azienda canadese che fabbrica i
dispositivi, ha così annunciato che renderà visibili alle autorità
di Riad, su richiesta delle stesse, il traffico di posta elettronica
dei suoi clienti arabi. Simile dinamica si è innescata in India.
Da poche settimane invece lo stato di Israele ha acquistato
l’account Twitter @israel, creato da un certo Israel Meléndez
nel 2007. La vendita è stata necessaria visto che l’ambiguità
del nick faceva sì che molti utenti del sito di microblogging
riconducevano i cinguettii di Meléndez allo stato
mediorientale, il che creava problemi anche
al proprietariodell’acount che si ritrovava spesso a
leggere messaggi antisemiti o antisraeliani. Il ministero degli
Esteri di Tel Aviv ha così inziato a gestire lo spazio su Twitter,
sulla scia della strategia comunicativa che ha portato il Primo
Ministro Netanyahu ad aprire una pagina Facebook, Flickr,
nonché all'avvio di un canale su YouTube.
In conclusione, nel MENA gli investimenti e gli sforzi per fare
della Rete un elemento di crescita economica in chiave globale
viaggiano in perfetto parallelo con le tecniche di filtraggio e
censura, alle quali si affiancano le numerose ed estese norme
legali, intreccio che finisce spesso per creare un danno proprio
allo sviluppo di Internet.
Africa Sub-Sahariana

L’Africa sub-sahariana sperimenta attualmente il più basso


livello di restrizioni tecniche in materia di Internet, ma questo e
dovuto alle intuibili difficoltà di accesso causate dal digital
divide più che da fantomatiche libertà civili e politiche. La
sorveglianza della Rete è dunque ampiamente praticata,
soprattutto tramite l’apparato legale in una regione che ha
comunque per tradizione una certa affinità nel controllo dei
mezzi di comunicazione. Oltre alla lotta contro la criminalità
informatica, che ha visto anche la nascita di organismi
sovranazionali [28] sono diffuse leggi ad hoc per materie come
la pornografia e i contenuti considerati osceni.
Così, in questa regione è prevedibile un incremento di pratiche
censorie parallelo all’aumento della fruizione del mezzo
Internet, condizioni socio-economiche permettendo; è infatti
difficile parlare di sviluppo di Internet laddove non è ancora
scontato non solo l’approvvigionamento energetico (solo il
17% degli abitanti della zona ha accesso all’energia elettrica),
ma spesso anche quello idrico e alimentare. Gli utenti africani
del web rappresentano così ad oggi solo il 5% di quelli
mondiali, a fronte di una popolazione che arriva al 15% di
quella del pianeta. La maggior parte dei paesi presenta
percentuali di penetrazione minori all’1%, con soli cinque
paesi ad avere tassi superiori al 10% (dei quali solo lo
Zimbabwe non è un piccolo stato costiero); le connessioni
domestiche sono proibitive, dal punto di vista economico, in
tutta l’area.
Lo studio dell’ONI ha rilevato palesi ed incisive tecniche di
filtraggio nella solo Etiopia [29] il cui tasso di penetrazione di
Internet (0,4%) è il penultimo del continente [30]. In questo
paese, che risulta anche tra i più centralisti nella gestione del
mercato (la Telecommunication Agency etiope garantisce il
monopolio alla statale Telecommunication Corporation), si
assiste all’implementazione di leggi tra le più dure e repressive
del mondo. Il blocco dei siti in Etiopia appare comunque
contraddittorio: basato soprattutto sulle tematiche di
opposizione politica, gruppi di minoranze
etniche, organizzazioni di news indipendenti e diritti
umani, colpisce piattaforme come Blogger e Nazret.com [31],
ma lascia accessibili siti molto più importanti come CNN,
Voice of America, Human Rights Watch e Amnesty
International. Il governo etiope sembra poi piegarsi
progressivamente alle pressioni, anche internazionali (come ad
esempio le relazioni sullo stato dei diritti umani diffuse dalle
agenzie statunitensi), per lo sblocco di contenuti, come
avvenuto nel 2009 per il sito del Committee to Protect
Journalists, che sostiene la riforma politica nel paese.
Il controllo statale del web più esteso risulta essere così quello
dello Zimbabwe, paese attraversato da una crisi economica che
ha portato nel 2009 l’inflazione a tassi record e sottoposto al
dispotico regime dell’ex leader anticoloniale Robert Mugabe.
Un atto del 2000 fa sì che il controllo governativo sul web sia
lecito in ogni forma e a qualunque profondità, misura che ha
resistito anche alla sentenza di incostituzionalità emessa dalla
Corte Suprema del paese. Nel 2006 viene poi istituita
un’agenzia di intercettazioni con poteri immensi, mentre agli
ISP è assegnato l’onere di monitorare ciò che transita sulle
proprie reti. Negli altri paesi dell’area le varie leggi vanno tutte
in questo senso: il governo può intercettare tutto, gli ISP
devono sorvegliare, gli Internet point tracciare e consegnare i
dati alle autorità. Tendenze censorie che hanno subito un
brusco incremento dopo l’11/9/2001, con i governi che si sono
dotati di strumenti legislativi ancor più incisivi col pretesto
della lotta al terrorismo. Sono ormai diffusissime pratiche come
la minaccia e l’arresto per giornalisti, blogger e altri utenti. Per
non parlare di quanto intimidatoria possa essere l’irruzione,
condita da arresti, in un Internet point, come avvenuto nel 2005
nello Zimbabwe (ammanettate 40 persone con l’accusa di aver
diffuso una mail anti-Mugabe) e nel 2008 in Eritrea (3 fermi
per motivi non meglio specificati). Mi tocca essere ripetitivo
nello specificare quanto l’autocensura sia diffusa in questo tipo
di ambiente.
Pur non documentando un filtraggio sistematico in Uganda,
l’ONI ha rilevato il blocco di una radio indipendente durante le
elezioni presidenziali del 2006, oltre a quello di 600 siti
estranei al processo. Non è difficile che ciò si ripeta nel 2011.
La libertà di espressione è garantita in molte delle costituzioni
dei paesi oggetto di questo paragrafo, ma va da sé che le
situazioni contingenti rendano il tutto meno ideale, a partire dai
limiti alla libertà di parola e di stampa imposti dalla
legislazione per materie come la diffamazione e la calunnia,
che come abbiamo visto arrivano a comprendere fattispecie di
reato abbastanza generiche (sicurezza nazionale e terrorismo),
antiquate (lesa maestà, oltraggio alla
bandiera) o vergognosamente discriminatorie
(leggi contro l’omosessualità e le diversità in genere) da
permettere di fatto l’incriminazione per rati d’opinione. Alcuni
paesi stanno cercando di mitigare certe distorsioni, come il
Rwanda, che nel 2002 ha varato un nuova Legge sulla Stampa
meno restrittiva, mentre altri, come la Nigeria, stanno pensando
ad un trend opposto (ne è l’esempio la proposta di legge “Same
Sex Marriage Prohibition Act”, che restringerebbe i diritti delle
coppie omosessuali, delle loro associazioni e il loro diritto
d’espressione). Altro esempio di restrizioni in aumento è
l’Etiopia, dove una legge del 2008 certifica il potere
governativo di chiudere testate ritenute una minaccia alla
sicurezza nazionale, aumenta le multe per i giornalisti accusati
di diffamazione e certifica ulteriormente i poteri del ministero
dell’Informazione. Alcuni paesi scelgono di varare norme ad
hoc (Sud Africa, Malawi e Zimbabwe), mentre altre estendono
al web le leggi già esistenti in materia di libertà di stampa,
diritto di parola e manifestazione del pensiero. Per tutti è però
chiara la necessità di impegnarsi nel settore: in Malwi, ad
esempio, il documento “ICT per lo Sviluppo” chiede al
governo di “mettere in atto i meccanismiche possano
salvaguardare ragazze, ragazzi e donne da frodi, informazioni
ingannevoli e contenuti immorali durante l’uso delle ICT” e
spinge il Malawi Censorship Board a “indirizzale le
problematiche etiche della cultura digitale nell’ottica di
aumentare le protezioni per i consumatori vulnerabili”; il
documento omologo delle autorità della Tanzania afferma che
“il Governo provvederà a scoraggiare un uso inappropriato
delle ICT che è contrario ai valori culturali, etici, tradizionali e
morali come lo è fruire della pornografia”. Dunque, in un
contesto dove religione e tradizioni sono forti, il settore dei
contenuti “osceni” sarà una delle priorità di legislatori e
censori.
Risultano ancora da valutare le legislazioni sul copyright: di
certo nell’ A frica Sub-Sahariana la pirateria di
materiale audiovisivo non rappresenta una piaga da
combattere in maniera prioritaria. In uno stato come il Sud
Africa, con un grado di sviluppo maggiore in merito, la
legislazione è già più avanzata, e ricalca in parte quella vista
negli altri contesti democratici, comprese le eccezioni del “fair
use” e i problemi sulla responsabilità dei provider e degli altri
intermediari.
Tuttavia, sono molti i paesi africani che attribuiscono alla Rete
un ruolo importante nel percorso di emancipazione da questa
situazione e investono i loro sforzi nella predisposizione di
strutture e progetti per il suo sviluppo prima ancora che per il
suo controllo. Il Ruanda ad esempio ha già predisposto un
piano di sviluppo della Rete che dovrebbe portarla nel 2020 ad
avere un’accettabile penetrazione e avanzati sistemi
infrastrutturali e normativi, e la Nigeria segue il suo esempio.
Progetti supportati da considerazioni come il fatto che, al netto
di numeri reali di partenza e di arrivo comunque bassissimi,
l’utilizzo della Rete è cresciuto nella regione del 530% tra il
2000 e il 2004 [32]. Anche qui, come in tutte le aree
sottosviluppate passate in rassegna, sembra il mercato del
mobile il motore della crescita, mentre le liberalizzazioni dei
mercati delle telecomunicazioni muovono i loro primi passi.
E chissà che il processo di sviluppo delle infrastrutture della
Rete nel continente tutto non abbia già subito un’accelerazione
importante il 2 luglio 2010, data nella quale è stato attivato il
cavo sottomarino in fibra ottica Main One, che partendo dal
Portogallo attraverserà Nigeria e Ghana per estendersi a
Marocco, Senegal, Isole Canarie e Costa d'Avorio. Con una
capacità di 1,92 Terabit, il nuovo collegamento aumenta di
dieci volte la velocità disponibile col precedente South Atlantic
Terminal (SAT-3) e di venti quella delle attuali connessioni
satellitari dell’interna Africa Sub-sahariana. Quanto profonde
possano essere le ricadute della diffusione della banda larga
nell’area lo spiega la Banca Mondiale [33]: un 10% di
penetrazione in più per la broadband si tradurrebbe, grazie alla
nascita di nuove imprese, mercati e posti di lavoro, in una
crescita del PIL tra lo 0,1% e l’1,4% .

Australia e Nuova Zelanda

Trovare gli stati del continente oceanico in questa sezione può


sembrare strano a chi legge, in quanto democrazie figlie
naturali di quelle europee. E’ sembrato strano anche a chi
scrive dovercele inserire. Ma l’Australia in merito ad Internet
presenta alcune delle più restrittive norme del mondo
occidentale, mentre la Nuova Zelanda, pur presentando un
approccio meno rigoroso sul tema, si pone in scia in più di una
materia. Certo, preciso subito che non siamo ai livelli di
controllo dei paesi autoritari precedentemente descritti.
Senza un esplicito riferimento alla libertà d’espressione nella
sua Costituzione, il governo australiano ha utilizzato il suo
“potere sulle comunicazioni” per regolare l’accessibilità ai
contenuti online ritenuti oltraggiosi, dotandosi del potere di
emanare bandi di rimozione per i contenuti online ospitati
all’interno del paese. Nel 1992 il Broadcasting Services
Amendment (Online Services) Bill conferisce il compito di
regolamentare il web all’ Australian Communications
and Media Authority (ACMA), con una delega che
prevede anche la possibilità di censurare contenuti. L’ACMA
non ha il compito di setacciare Internet alla ricerca di questi
contenuti, ma ha il potere di iniziare le indagini senza una
denuncia di terzi, e di rimuoverli se, ospitati in Australia,
rientrano nella lista di categorie contenute nel Commonwealth
Classifications (Pubblications, Films and Computer Games)
Act del 1995. In quest’ultimo provvedimento si definiscono
come oltraggiosi i materiali che possono disturbare i minori (i
quali possono rimanere sulla Rete solo se presentano dei
sistemi di autenticazione dell’età degli utenti), e quelli che
presentano contenuti di sesso nonviolento tra adulti
consenzienti. Sono soggetti alla scure dell’ACMA se ospitati in
server australiani la pedopornografia, il feticismo e le istruzioni
per mettere in atto un crimine. Gli intermediari e i server che
ospitano i contenuti illegali non vengono comunque considerati
responsabili della presenza di questi contenuti, ma hanno il
dovere di provvedere alla loro rimozione dopo la segnalazione
dell’ACMA. Tuttavia, la classificazione dei contenuti online
non è la stessa dell’offline; può così capitare che contenuti
leciti in generale siano proibiti sulla Rete e viceversa.
Il governo australiano ha inoltre promosso e finanziato
programmi di filtraggio “opt-in”, nel quale gli utenti di Internet
accettano il filtraggio tramite software (come il Family
Friendly Filters) che bloccano contenuti oltraggiosi ospitati su
server che risiedono al di fuori dei confini del paese. I governi
locali hanno una varietà di regole che non rispecchiano
puntualmente tutte queste caratteristiche e componenti ma si
muovono entro questo range. Al momento non è presente un
piano per l’istituzione di un sistema di filtraggio statale basato
sugli ISP, anche se più di un segnale fa pensare che il governo
di Canberra voglia aumentare il raggio d’azione delle sue
pratiche censorie. Ad esempio, nel 2006 vennero stanziati
116,6 milioni di dollari australiani per un’iniziativa chiamata
“Protecting Australian Families Online”, nella quale si
prevedeva tra le altre cose la distribuzione gratuita di filtri per
la Rete; la loro implementazione negli apparecchi privati
restava in generale facoltativa, ma la National Librery of
Australia fu obbligata ad implementarli nei suoi computer.
Per quanto riguarda crimini come l’istigazione all’odio (di
qualunque genere), l’Australia si rifà al Racial Discrimination
Act del 1975, dove si vieta ogni espressione di discriminazione
razziale partorita in qualunque sede, sia in atti che in parole;
una corte ha applicato la norma in Internet per la prima volta
nell’ottobre 2002 quando impose al direttore dell’Adelaide
Institute, Frederick Toben, di rimuovere dal sito dell’Istituto
materiale che negando l’olocausto si poneva in
contrapposizione all’articolo 18 dell’Act del 1975. Allo stesso
modo, nel 2006 fu imposta a Google la rimozione dai risultati
di ricerca di un sito simile a quello appena menzionato. In ogni
caso, in questo contesto l’autorità è della magistratura prima
ancora che dell’ACMA.
In materia di copyright, Canberra si allinea a quanto prevedono
le leggi degli Stati Uniti. Non è un colonialismo 2.0, ma il
risultato dell’Australian-United States Free Trade Agreement
firmato dai due paesi nel 2004 e contenuto nei più generali
accordi dello stesso anno stilati tra i due stati. L’Act è stato
arricchito nel 2006 dalle disposizioni del Copyrights
Amendment Act, considerate dai critici (tra cui Google in
prima linea) talmente restrittive da poter
rendere potenzialmente illegale il solo possesso di
un’iPod, in quanto dispositivo utilizzabile per la riproduzione
di materiale acquisito illegalmente. Ed è proprio basandosi su
questo insieme di regole che una corte australiana ha
considerato, nel 2006, il gestore di mp3s4free.net, Stephen
Cooper, responsabile della violazione di copyright nonostante
questo sito non avesse caricato materiale illegale, ma fungesse
solo da aggregatore di link. Abbiamo visto come la
giurisprudenza in giro per l’occidente abbia risposto in maniera
diversa a questo tema. Ecco un elemento in più. Ma la corte
australiana va oltre, in quanto condanna anche l’ISP per aver
postato pubblicità sul sito incriminato ed essersi dimostrato
riluttante nell’oscurarlo. Per come è formulata, fanno poi
notare analisti come Dale Clapperton della Electronic Frontiers
of Australia, la sentenza espone a rischio condanna anche lo
stesso Google. In un articolo comparso il 19 dicembre 2006 sul
Sydney Morning Herald, Clapperton affermava che “quanto
fatto da Cooper è sostanzialmente la stessa cosa che fa
Google”. Anzi, Google farebbe addirittura di peggio, visto che
“permette la ricerca di ogni tipo di file, mentre questo sito
(quello di Cooper, nda) mette solo a disposizione la ricerca per
i file MP3”. Abbiamo visto parlando di IsoHunt come
l’argomento “lo fa anche Google” stia prendendo piede nei
tribunali.
Indiscrezioni di Palazzo rivelano che, mentre si scrive, il
governo australiano sta pensando ad una legge sulla data
retention che permetterebbe l’archiviazione dei dati di
navigazione degli utenti per un periodo che potrebbe arrivare ai
dieci anni, il che ha fatto insorgere tutte le associazioni a tutela
dei naviganti oceanici. Emerge però da Canberra la volontà di
allinearsi gradualmente alle normative adottate in Europa, ma
in merito poco si sa perché le consultazioni tra governo e
operatori del settore avvengono in gran segreto e i documenti
che ne scaturiscono vengono ampiamente scremati prima di
essere diffusi in pubblico.
Più in generale, l’atteggiamento delle autorità australiane tende
ad irrigidirsi ulteriormente col passare degli anni; ad esempio, è
di pochi mesi fa la norma con la quale si obbligano le persone
in entrata nel paese dei canguri a dichiarare se nei dispositivi
elettronici che portano con loro (dal telefono cellulare al pc)
sono presenti materiali pornografici. Bisogna indicarlo in un
apposita scheda consegnata alla dogana; se si risponde si, parte
la “perquisizione dell’hard disk” alla ricerca di eventuali
contenuti illeciti, se si risponde no e poi si viene scoperti si
rischia una sanzione. Anche Google, dopo aver alzato la voce
nei confronti della Cina, si è opposto alle nuove proposte di
filtraggio del governo australiano che vorrebbero inserire
nell’Act del 1995 anche temi delicati dal punto di vista socio-
politico come eutanasia ed aborto. Il timore espresso da Google
è che l’Australia rischia di creare un precedente: un paese che
fonda il suo impianto istituzionale sulla democrazia liberale
che però attua pratiche di filtraggio degne di un paese
autoritario. Ulteriore motivo di scontro tra le autorità
australiane e Mountain View è stata la vicenda dei dati di
traffico intercettati dalla Google Car (vedi il capitolo
sull’Italia), con il ministro per le Comunicazioni Stephen
Conroy che ha definito la vicenda come una delle più grandi
violazioni della storia della privacy [34]. Conroy è uno dei
maggiori sponsor della stretta sulla Rete, nonché personaggio
al centro di aspre polemiche, come ad inizio giugno 2010
quando furono smentite le sue parole secondo le quali la
stragrande maggioranza (l’85%) dei provider australiani era
d’accordo con le pratiche di filtraggio al vaglio del governo di
Canberra. Dal canto suo, uno dei portavoce di iiNet, tra i
maggiori fornitori di connessione del paese oceanico, che fa
sapere come l’apprezzamento sia arrivato per alcune modifiche
ad un piano comunque rifiutato nella sua formulazione iniziale
e che comunque resta inaccettabile per i vertici di iiNet, i quali
reputano le misure che Conroy e soci intendono mettere in atto
inutili e inadatte a proteggere i minori da pornografia,
adescamenti e truffe online. Comunque, lo stesso ministro ha
annunciato che il discorso sull’implementazione dei filtri sarà
ripreso solo nel 2011.
In tema di cyber crimine invece il governo ritiene che allo
sforzo pubblico debba unirsi ogni singolo cittadino/utente: la
relazione finale di una commissione sul cyber crimine
presieduta da Belinda Nepal ha proposto di fare pressione sugli
ISP affinché obblighino ogni singolo utente all’installazione di
dispositivi anti virus e anti malaware. Il Criminal Code Act del
1995 inseriva invece esplicitamente gli attacchi DDOS tra le
pratiche illegali e perseguibili a livello penale.
L’atteggiamento semi-censorio viaggia comunque in parallelo a
quello che sembra essere invece sostegno aperto nei confronti
dello sviluppo infrastrutturale della Rete: il governo, all’interno
del piano di sviluppo National Broadband Network, ha
annunciato nel giugno 2010 di aver raggiunto un accordo con il
maggiore provider del paese, Telstra, per riconvertire la sua
rete in rame e doppini verso la fibra ottica. In una dinamica che
come abbiamo visto si sta sviluppando anche da noi, il governo
si è impegnato a investire 11 miliardi di dollari australiani
(circa 8 miliardi di euro)per superare il vero ostacolo, cioè il
fatto che Teltra non voleva sobbarcarsi i costi di un tale onere
infrastrutturale. L’obiettivo è portare una connessione a 100mb
nel 90% delle case del paese oceanico. La stessa Telstra è però
al centro delle pressioni delle autorità che vorrebbero far si che
l’azienda ex-statale termini il suo ruolo di monopolista
dividendo i suoi tanti business e favorendo l’ingresso nel
mercato di altri operatori (non sfuggiranno certo al lettore le
affinità tra Telstra e Telecom). Comunque, nonostante la
risicata maggioranza sulla quale si appoggia il governo
formatosi all’indomani delle elezioni politiche del settembre
2010, il progetto di rete in fibra ottica sembra appoggiato in
maniera abbastanza trasversale da metterlo al sicuro.
La Nuova Zelanda è invece meno ferrea nella regolazione di
Internet. Il governo mantiene una meno rigorosa definizione di
contenuto oltraggioso e la stretta sulla regolamentazione di
Internet è finalizzata soprattutto alla soppressione della
pedopornografia.
Nel paese vigono inoltre regole generali come il Films, Videos
and Pubblications Classification Act del 1993, dove vengono
indicati come illeciti (non solo per il web) materiali che
“descrivono, mostrano, esprimono o offrono in altra maniera
contenuti come sesso, orrore, crimine, crudeltà, o violenza in
una maniera tale da offendere il pubblico senso del pudore”,
con menzione particolare per abusi sessuali e pedopornografia,
torture e pratiche palesemente disgustose, fissando pene che
arrivano ai dieci anni di reclusione. Attivo è il Department of
Internal Affairs (DIA), con compiti in materia di Internet simili
all’ACMA, ma che a differenza del corrispettivo australiano
non ha il potere di ordinare agli ISP la rimozione dei contenuti.
Più specifiche le norme neozelandesi in merito alla
discriminazione, contenute nello Human Rights Act del 1993;
in questo caso, la DIA ha potere diretto di investigare sul
materiale.
In Nuova Zelanda nel momento in cui si scrive le leggi sul
diritto d’autore stanno attraversando un momento di
cambiamento. Non ci sono norme che si riferiscono
esplicitamente all’universo del Web, ma ci si rifà al Copyright
Act del 1994, che di fatto protegge l’utilizzo privato dei
materiali audiovisivi e fissa il copyright per gli autori e i
proprietari di un prodotto fino a cinque anni oltre la morte degli
stessi, ma è in fase di perfezionamento un Copyright
Amendment Bill che ridurrebbe, molto più dello statunitense
Digital Millennium Act, la libertà di circolazione dei contenuti.
Prendono inoltre piede proposte di legge volte
all’implementazione della “three strike doctrine”
nell’ordinamento.
In materia di sicurezza online sono invece ampi i poteri
concessi da entrambi i paesi alle forze di polizia e di
sorveglianza per il monitoraggio delle comunicazioni su
Internet (e non solo).

America Latina

L ’ America Latina, dal canto suo, presenta in


linea di massima lo stesso set di obiettivi dei paesi che
abbiamo fatto rientrare sotto l’ombrello della
regolamentazione; tuttavia, i mezzi giuridici e amministrativi,
lo sviluppo democratico e l’apertura del dibattito pubblico in
Sudamerica non sono così avanzati come nelle democrazie più
sviluppate. Questo fa sì che i paesi di quest’area geografica
sperimentino diversi sistemi di controllo della Rete, in
particolare tramite un intricato e fitto sistema normativo (sia
tarato per il web che generico) e non presentino elementi di
filtraggio sistematico. La libertà di espressione è in linea di
massima garantita dalle costituzioni nazionali e dai trattati
internazionali ratificati da tutti gli stati del continente (non
ultima la Convenzione Americana sui Diritti dell’Uomo), ma la
realtà è spesso ben diversa: intimidazioni e arresti per i
giornalisti sono molto più frequenti che nelle democrazie, il
potere della censura è ancora visibile, l’autocensura diffusa. E’
poi importante la forza dei gruppi criminali organizzati, sono
diffusi corporativismi e corruzione, mentre il potere militare
spesso si trasforma in comitato d’affari. Tutto questo, insieme
alla recente escalation di regimi autoritari nell’area (Venezuela
di Chavèz su tutti), rende la situazione dell’ America
Latina assolutamente peculiare.
In ogni caso, la penetrazione media della Rete nell’area è di
circa il 12% [35]; la maggior parte degli utenti risiede in
Brasile e Messico, mentre Giamaica, Cile e Argentina fanno
registrare le percentuali più alte di penetrazione (fino a
sfondare il 40% nella patria della musica reggae). Nella regione
spicca l’uso del VoIP, soprattutto per via della prevalenza delle
connessioni tramite postazioni pubbliche rispetto a quelle
domestiche.
L’unico contesto a sperimentare un controllo della Rete
tranquillamente definibile paranoico è Cuba, considerato “uno
dei dieci paesi più repressivi al mondo” da Reporters Without
Borders (www.rsf.org). Nonostante il governo cubano abbia
dichiarato che l'accesso a Internet è un "diritto fondamentale"
del popolo cubano, e lo stesso Fidel Castro venga dipinto dal
Los Angeles Times come un “drogato di Internet”, tutti gli
accessi alla Rete richiedono l'autorizzazione del governo de
L’Havana tramite il Ministero della Computer Technology e
della Comunicazione. Nominalmente c’è concorrenza piena tra
gli ISP, ma di fatto sono tutti sotto il controllo e la supervisione
del governo. Ristretto è l’ accesso sia all’
acquisto degli hardware sia alla connessione: poter
acquistare un computer a Cuba è un lusso per i soli funzionari
stranieri dal 1998, mentre dal 2002 l’acquisto di computer,
stampanti, e altri hardware è stato bandito da un decreto del
Ministero del commercio interno; la vendita di modem era già
stata vietata in precedenza. Bandito è anche il Voce over IP. Le
restrizioni governative e l’embargo degli USA si sommano alle
difficoltà prettamente economiche all’accesso: gli Internet
point sono tarati praticamente solo per i turisti, con tariffe che
sfiorano i dieci euro l’ora, a fronte di stipendi medi mensili
praticamente della stessa entità. Dunque, connettersi ad
Internet è roba per pochissimi, per lo più scienziati, medici e
ricercatori, il cui traffico online è totalmente monitorato. Per
coloro che accedono a Internet o lo usano illegalmente le pene
sono severe e contemplano fino a venti anni di carcere per
attività “contro la rivoluzione” praticate sulla Rete e fino a
cinque per il collegamento illegale . Inutile sottolineare come
anche qui l’autocensura è dilagante.
Per il regime attualmente sotto la guida di Raùl Castro la più
grande preoccupazione è la capacità che la Rete offre alle
opposizioni interne, movimenti che in ogni caso riescono ad
organizzarsi per portare avanti la proprie lotte: la dissidente
Yoani Sànchez è ad esempio la più grande minaccia
proveniente dal cyberspazio per il regime. Con il suo blog
Generation Y [36] sta raccontando la vita dei cubani al di là
delle mistificazioni dei vertici de L’Havana, dipingendo le reali
difficoltà dei cubani, la disperazione e lo scontento che tra essi
dilaga. Ma far arrivare i suoi reportage di strada sulla Rete non
è uno scherzo: li scrive sul suo pc, li carica su una chiavetta
USB, si connette da un hotel per qualche minuto, il tempo di
inviare il materiale ai suoi amici all’estero che provvedono al
caricamento sulla Rete. Purtroppo questa realtà fa sì che ben
pochi cubani possano leggere le sue pagine web, tanto che nel
paese molti la conoscono più per le demonizzazioni alla quale
gli altri media cubani la sottopongono quotidianamente, mentre
all’estero fioccano premi dalla stampa internazionale. Inoltre,
la blogger ha già subito due sequestri intimidatori. In ogni caso,
come lei tanti altri blogger operano dall’isola, molti dei quali
addestrati proprio da Yohani che tiene corsi privati (e
clandestini) in casa sua. Le timide aperture al mercato praticate
dal nuovo governo di Raùl Castro sono ancora insufficienti a
far uscire un popolo da una situazione senza dubbio critica, e
nonostante il futuro di Cuba sia ancora tutto da scrivere,
attualmente il suo ambiente Internet è tra i più restrittivi e
asfittici del mondo.
Tornando nel continente, in Venezuela le restrizioni crescono in
parallelo all’irrigidirsi del controllo che Chavèz ha sulla vita
politica del paese. Oltre ad aver sfruttato le leggi sulla
diffamazione per aumentare il novero delle attività perseguibili
all’interno della libertà d’espressione, il governo di Caracas ha
nel 2007 nuovamente nazionalizzato la telecom CANTV, che
occupando la stragrande maggioranza del mercato mediatico
del paese centroamericano rende lo stesso più facilmente
controllabile dall’entourage del presidente aspirante dittatore.
In conclusione, i governi e i tribunali dell’America Latina sono
impegnati nell’adattarsi progressivamente all’ambiente della
Rete per regolamentare e controllare l'attività online e i
contenuti che ne scaturiscono. In molti paesi la responsabilità
per il filtraggio dei contenuti non adatti ai minori è stata
delegata agli ISP, mentre una vasta gamma di attori, tra cui
funzionari governativi, aziende di telecomunicazioni, individui
privati, nonché giudici, hanno cercato di indurre o imporre il
filtraggio, caso per caso, recitando un proprio ruolo e
influenzando gli spostamenti di questo processo di adattamento
delle norme. Per questi motivi, il Sudamerica è un contesto in
merito al quale è estremamente difficile fare previsioni sulla
forma che assumerà la Rete negli anni a venire.

Conclusioni

Sembra proprio che anche Internet abbia dei confini, e che


l’altezza e l’ampiezza di tali confini dipendano dagli stati che li
mettono a punto. Questo sembra contraddire l’idea degli
utopisti della prima ora. Ma in realtà l’informazione, di ogni
genere, è più libera oggi, con la Rete, di quanto lo sia mai stata,
perché anche dove c’è censura se un utente è disposto a
rischiare le ritorsioni che ne derivano può far circolare una
notizia scomoda con una facilità e un velocità prima
impensabili. Il regime dittatoriale che sperimentano i paesi che
filtrano la Rete è preesistente alla Rete stessa. Dunque, in un
ambiente mediatico comunque già ipercontrollato, il brandello
di libertà che ci si riesce a ricavare all’interno di una Rete
sorvegliata, censurata e filtrata è comunque un canale
aggiuntivo e prezioso che potrebbe servire sul lungo periodo a
scardinare il controllo stesso in un circolo virtuoso verso un
sempre maggiore grado di libertà.
Note

[1] I dati statistici presenti in questo capitolo, ove non ulteriormente specificato, sono da
considerarsi ricavati dal lavoro dell’Open Net Initiative http://opennet.net/ e dal già citato testo
“Access Denied”.

[2] Deibert Ronald, Palfrey John, Rohozinski Rafal, Zittrain Jonathan, op. cit. , p. 13

[3] In Afghanistan, ad esempio, alla fine di giugno 2010 il ministero delle Comunicazioni ha
obbligato tutti i provider del paese a filtrare alcuni contenuti del web, in particolare materiale
riguardante sostanze alcoliche, sesso, gioco d’azzardo e appuntamenti online sulle principali
piattaforme social; oscurati risultano così Facebook e simili. Per il momento, la scarsa quantità
di accessi alla Rete sul suolo afghano (500000 utenti nel 2008) rende facile il controllo senza
mezzi tecnici particolari, che potrebbero però rendersi necessari con la crescita degli internauti
e sono già al vaglio delle autorità. Autorità che sembrano aver cambiato di poco il loro
approccio ad Internet rispetto ai Talebani, che nel 2001 avevano bloccato ogni accesso alla
Rete (pur se a fronte di un utenza nulla).

[4] La Thailandia esercita un filtraggio selettivo per politica e strumenti del web e sostanziale
per contenuti sociali, con livelli medi di trasparenza e coerenza e alta decentralizzazione.

[5] La Corea del Sud presenta un filtraggio sociale selettivo e uno pervasivo per
conflitto/sicurezza; il filtraggio è decentralizzato, coerente e trasparente.

[6] http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2010/06/disturbing-concerns-in- vietnam.html

[7] Stessa decisione presa a fine mese dalle autorità del Bangladesh, nello specifico dalla
Commissione per la regolazione delle telecomunicazioni del paese (Btrc).

[8] http://news.yahoo.com/s/afp/20100616/tc_afp/indonesiainternetmedia

[9] Filtraggio selettivo in materia di contenuti politici, scarsamente trasparente e poco coerente;
il filtraggio appare decentralizzato.

[10] Sospetto filtraggio politico e sociale.

[11] Sospetto filtraggio politico.

[12] Filtraggio selettivo in ambito politico, con media trasparenza e bassa coerenza; il filtraggio
è decentralizzato.
[13] Filtraggio sostanziale in ambito politico e selettivo per sociale e strumenti del web,
caratterizzato da alta coerenza e bassa trasparenza; il filtraggio è sia centralizzato che
decentralizzato.

[14] Filtraggio pervasivo sui temi sociali e sospetto per gli strumenti del web; il primo è molto
coerente ma anche molto trasparente, nonché centralizzato.

[15] Filtraggio sostanziale per la politica e strumenti del web, pervasivo nei temi sociali e
selettivo per conflitto/sicurezza; alti livelli sia di coerenza che di trasparenza: si registrano casi
di siti bloccati per i quali il governo chiede al cittadino di compilare un forum in cui può
spiegare perché la pagina richiesta non dovrebbe essere bloccata; il filtraggio è centralizzato.

[16] Filtraggio pervasivo a livello sociale e sostanziale per strumenti del web; livelli alti di
coerenza e trasparenza; il filtraggio è centralizzato.

[17] Filtraggio pervasivo per la politica, selettivo in merito a temi sociali e conflitto/sicurezza e
sostanziale per gli strumenti del web; il filtraggio appare molto coerente ma mediamente
trasparente; il filtraggio è decentralizzato.

[18] Filtraggio selettivo per conflitto/sicurezza, pervasivo per politica e temi sociali e
sostanziale per gli strumenti del web; ad un’alta coerenza corrisponde una bassa trasparenza; il
filtraggio è centralizzato.

[19] Filtraggio selettivo per politica e conflitto/sicurezza, pervasivo per i temi sociali e
sostanziale per gli strumenti del web; media trasparenza e bassa coerenza; il filtraggio è
decentralizzato.

[20] Filtraggio selettivo per politica e conflitto/sicurezza, mentre un filtraggio pervasivo


caratterizza i contenuti sociali, col filtraggio degli strumenti del web che appare sostanziale. La
media trasparenza fa da contraltare ad un’alta coerenza; il filtraggio è decentralizzato.

[21] Filtraggio sostanziale per la politica e selettivo per sociale e strumenti del web,
caratterizzata da alta coerenza e bassa trasparenza; il filtraggio è centralizzato.

[22] Filtraggio selettivo per la politica, coerente ma non trasparente; il filtraggio è


decentralizzato.

[23] Filtraggio sostanziale per la politica, coerente ma non trasparente; il filtraggio è


centralizzato.

[24] Filtraggio selettivo per conflitto/sicurezza e gli strumenti del web, coerente ma non
trasparente; il filtraggio è centralizzato.

[25] www.ameinfo.com/80162.html

[26]http://opennet.net/research/regions/mena#footnote6_8g096xw

[27] Stando a quanto documenta il King Abdul Aziz City for Science and Tecnology (KACST),
vedi www.arabnews.com/?page=1&section=0&artcile=71012&d=2&m=10&y=2005

[28] E’ il caso della Comunità dell'Africa orientale (composta da Kenya, Tanzania e Uganda) e
della Suoth African Development Community (composta da Malawi, Mozambico, Sud Africa,
Zambia e Zimbabwe), che hanno adottato piani per standardizzare le leggi sulla criminalità
informatica nelle loro aree di riferimento.

[29] Filtraggio selettivo per sociale, strumenti del web e conflitto/sicurezza; filtraggio
sostanziale per le materie politiche; ad un’alta coerenza corrisponde una bassa trasparenza; il
filtraggio è centralizzato. Praticamente controllato in ogni dettaglio il traffico dagli Internet
Point.

[30] Fanalino di coda è la Sierra Leone con lo 0,2%.

[31] Servizio di aggregazione di contenuti etiope.

[32] Questo dato è ricavato dallo studio World Telecommunication Indicators 2006
dell’International Telecommunication Union.

[33] http://punto-informatico.it/2935263/PI/News/africa-connettivita-fresca.aspx

[34] http://punto-informatico.it/2897007/PI/News/street-view-google-dice-no- berlino.aspx

[35]http://devdata.worldbank.org/external/CPProfile.asp?PTYPE=CP&CCODE=LAC

[36] http://www.desdecuba.com/generaciony/