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CAPITOLO QUARTO LEGALIT, LEGITTIMIT E REGOLARIT. LO STATO E LA GUERRA NELA SOCIET INTERNAZIONALE CLASSICA 1 Societ, guerra e dirito.

Il modello vestfaliano e lo jus publicum europaeum Sistema vestfaliano: Attorno alla pace di vesfalia si addensarono i mutamenti giurici e politici che la produssero in modo lento e discontinuo. opinione comune che essa sia associata a un doppio trauma egualmete produttivo di violnza. Il primo la scoperta del nuovo mondo che, oltre a innescare una competizione immediata per la concquista delle terre e dei mari divenuti disponibili, si riverber sulla stessa Europa aprendo un nuovo ciclo di lotte per l'egemonia, imponenedo il problema del tutto nuovo di un ordinamento spaziele di diritto internazionale valido per l'intero globo terrestre e sfuggendo nelo stesso tempo, alla capacit mediatrice del papato il quale venne estromesso da queste dispute. L'altro grande trauma costituente dell'ordinamento politico e giuridico moderno fu la scoperta di un nuovo modo del Cristianesimo, originata e propagata dalla Riforma, a spezzare definitivamente l'impalcatura politica e spirituale dell'universalismo medioevale e a diffondere, sulle sue rovine, un epedimia di conflitti confessionali e guerre civili di relligione- guerre senza limiti, appunto, non soltanto perch estrme, ma anche perch inclini a minare o dissolvere i basamenti di qualnque ordine internazionale, attraverso la disarticolazione dei legami esistenti di fedelt e la diffusione, al loro posto, di fazioni superterritorili in mobilitazione politica permanente. L'ordinamento politico-giuridico moderno fu la risposta a questa ondata di decomposizione. La ricerca di un argine alla violenza non fu uno dei suoi problemi, bens il suo problema fondamentale. 1. Politica internazionale e politica interstatale. Il monopolio degli stati sulle istituzioni della pace e della guerra. Nell'edificio politico-giuridico del sistema vestfalianom la politica inernazionale si riorganizz essenzialmente come politica interstatale, per la stessa ragione per la quale la gurra riprese forma solo come guerra fra stati. L'equiparazione tra politica internazionale e politica interstatale il contrassegno riconosciuto del sistema internazionale moderno. Il principio di sovranit si impose come il principio normativo fondametale o costituzionale della politca internazionale moderna, quello che stabil chi fossero i soggetti politici e giuridici della coesistenza e afferm l'idea della societ di stati come forma politica di organizzazione politica dell'umant, al poto di idee alternative quali quello di un impero universale, o di una comuit cosmopolita di singoli eseri umani, o di uno stato di natura e di guerra hobbesiano. Tutto attorno all'aspetto intersatatale della convivenza internazionale continu sempre a fiorire una societ internazionale fatta di scambi commerciali, migrazioni, credenze comuni, istituzioni indifferenti ai confini. Mentre, accanto e a volte in competizione con gli stati, altri soggetti calcarono sempre questa scena, da attori potentissimi quali le compagnie commerciali impigate nelle vicende colonaili, le chiese, fino ad arrivare nell'ultimo secolo alla multinazionali. La natura esssenzialmente interstatale della politica internazionale moderna mantenne sempre un contenuto meno totalizzante, e allo stesso tempo, pi incisivo. Da un lato, la centralit dello stato signific ne piu ne meno che la supeiorit materiali degli stati sugli altri soggetti, e perch si diostrarono pi efficaci del sisitema internazionale. Dall'altr lato, l'equiparazione tra politica interstatale e politica internazionale non si esaur mai sul terreno del potere. Gli stati si imposero come gli unici titolari della piena leggittimit internazionale- in quanto soggetti escluvi della jus publicum europaeum e, in assenza di un legislatore internazionale dotato del potere di porre norme valide erga omnes, anche perch unici

soggetti in grado di creare norme comuni, amministrarle, interpretarle, legittimarle, adattarle al mutamento o imporle come la minaccia e l'uso della forza. Se il sisitema internazionale pot evolversi in societ internazionale, tale socit si caratterizo a propria volta come un insieme di istituzioni fondate sullo stato- a cominciare dal riconoscimento reciproco , dal momento che sarebbe impossibile avere una socit di stati sovrani se ciascuno di essi, nello stesso momento in cui pretende la sovranit per s, non riconoscesse tale diritto anche a tutti gli altri. Se infatti, sul terreno delle relazioni economiche e commerciali,e a maggior ragione, su quello delle relazioi culturali e religiose, gli stati dovettero sempre adattarsi alla convivenza e alla conpetizione con soggetti diversi da loro- fu nelle questioni relative alla pace e alla guerra che l'aspetto interstatle delle ralzioni internazionale si ritagli uno spazio rigorosamente riservato e chiuso( circoscritto) nei confronti dell'esterno. La guerra interstatle si present come un fenomeno ircoscritto, aperto a chiunque avesse avuto la forza di combattere- come sarebbe in un anarchia senza limiti- ma solo a chi avesse avuto la forma giuridica dello stato e avesse rispettato le procedure della jus publicum europaeum. 1.2 Legalit e legittimit. Lo jus publicum europaeum e la rimozione del problema della giustizia. Una volta che, con la rottura dellunit pollitica e religiosa della Repubblica Christiana, il richiamo alla giustizia si fu trasormato, nella sua pluralit soggettiva, da principio della pacea a terreno di cultura nella guerra civile, la soluzione al problrma della violenza passs attraverso la rinuncia a tale richiamo, cio attraverso l'esclusione della morale dalla politica- diretta, in quel contesto, non contro una morale quasiasi, ma contro una morale relgiosa con pretese politiche: il Silete theologi in munere da Alberico Gentili che Carl Schmitt pone all'origine dello Jus publicum europaeum. La separazione fra la fera interna e quella eserna allo stato consent di ritagliare dal campo delle competenze religiose uno spazio poiticamente e giuridicamente neutrale riservato alla politica e al diritti internazionale, trasformando l' alternativa morale tra bene e male in quella politica tra pace e guerra. Grazie alla sovranit assoluta, l'interno di ciascuno stato fu rigorosamene delimitato nei confronti degli interni degli altri stati, col risultato di consentire loro di contrapporsi liberamenete e autonomamente li uni agli altri, su un piede di parit e indipendentemente dalla loro costituzion interna fosse essa cattolica o protestanta, monarchica oppure repubblicana. Fu un virt di questo riconoscimento recipoco e di questa autolimitazione che anche la guerra pot diventare, nello stesso tempo, l'espressione per eccellenza della libert e dell'eguglianza sovrana degli stati e il luogo di massima istituzionalizzazione della vita internazionale: guerr en forme (Vattel). La guerra, come scrisse Grozio agli albori del diritto internazionale moderno, sarebbe stata da quel momento in poi giusa nella stesso senso in cui si dice testamento giusto, giuste nozze: a condizione, cio, cheentrambi le parti che lo fanno siano investite nella loro nazione dell'autorit sovrana e che osservano determinate formalit 2 Le forme del classico (I). L e chiare distinzioni e la clausara della violenza L'inquadramento nella geometria politica e giuridica dello stato le chiari distinzioni tra esterno e interno, guerra e pace, neutrale e non neutrale, militari e civili consent di sottoporre la violenza a una triplice e, a propria volta, rigoroso processo di clausura. Al vertice di questa piramide dell'inquadramento fu posta la clausura stessa della guerra in quanto violenza pubblica. rivolta contro soggetti altrettanto pubblici e chiaramete destinata alla condizione opposta della pace. Da un lato, nelle mani dello stato e del suo diritto, la distinzione tra violenza pubblica e violenza

privata acquist una forza incomparabilea a quella che veva avuto in passato. Quando, invece, i giuristi europei dell'epoca moderna presero ad affermare il principio che la guerra doveva essere pubblica da entrambe le parti, cio dovesse essere condotta soltanto da stati sovrani territoriali, essi intesero ritagliare deinitivamenete la guerra intesa come azione puublica da tutte le altre azioni private di violenza. - cio da tutte quelle manifestazioni di di violenza che, non essendo impiegate dai titolare esclusive della jus belli. La guerra privata, da quel momento, non divenne pi soltanto ingiusta, ma non fu pi nemmeno guerra. Avrebbe potuto essere qualunque altra cosa: ribellione, sedizione, pirateria. Per assicurare l'obbietivo minimo di qualunque ordine internazionale, la possibilit di saper in comune chi e quando in pace o in guerra, lo jus publicum euroapeum non si accontent di strappare pace e guerra dall'indeterminatezza dei comportamenti e delle intenzioni individuali per trasformarle in altrettanti status di diritto internazionale, chiaramente separati fra loro dalla dichiarazione di guerra, all'inizio, e dalla proclamazione dell'armistizio alla conclusione. L'ordinamento politico-giuridico moderno stese attorno alla guerra un secondo cordone di sicurezza, fondato sulla rinuncia a porre il problema della giustizia e realizzato ancora una volta attraverso istituti specificamente giuridici quali la neutralit, o addirittura, la neutralizzazione permanente di singoli stati come la Svizzera e il Belgio. Cos come la pace e a guerra, anche la condizione del neutrale divenne uno staus caratteristico del diritto internazionale, connesso al godimento di determinati diritti e al rispetto di determinati doveri ma, soprattutto, chiaramente collocato ala di fuori del recinto della guerra, quasi a simboleggiare la tenuta e la continuazioni delle relazioni sociali circostanti. E proprio a questo si colleg anche il seondo capitolo della clausura della violenza. Perch non fosse pregiudicato l'ordinamento complessivo delle relazioni internazionali non fu sufficente circoscrivere la guerra rispettoa ogni altro tipo di violenz, ma fu necessario circoscrivere la violenza all'interno della guerra. Questa razionalizzazione e umanizzazione della guerra, avenuta attraverso uno sviluppo senza precedenti dello jus in bello, trov la propria espressione plastica nell'idea continuamente rinnovata della clausua della battaglia, intesa contemporaneamente come lugo della decisione e recingto della violenza ma di una violenza appunto, parsimoniosa. Ma lo strumento nel quale la clausura della violenza trov la propria sistemazione giuridica pi coseguente fu, dal 1815 in poi, l'istituto dell'occupatio bellica, cio della presa di possesso provvisoria di un territorio da parte dell'esercito di un altro stao. Il divieto rivolto all'occupante di apportare muaenti ostituzionali nel teritorio occupato, sia al punto di vista politico, che da quello economico e sociale, non istitu soltanto una comunit giuridica tra il nemico e gli abitanti del territorio occupato, ma rinserr definitivamente la guerra all'interno del solo aspetto interstatale della convienza internazionale. Nell'istituto dell'occupatio bellica, la concezione della guerra terrestre ontinentale come pura guerra di combattenti, cio come un scontro tra eserciti statal contrapposti, fuse dentro di se tutte le distinzioni costituenti dello jus pubblicum europaeum: quelle tra diritto pubblico e diritto privato, quelle tra l'ambito militare e tutti gli altri ambiti, dell'economia, della vita civil e spirituale, della Chiesa e della societ; quella, infine, tra i rispettivi protagonisti di tali ambiti, i combattenti e i non combattenti. A simboleggiare questa marginalizzazione della vilenza pens poi l'ultimo elemento della clausura della violenza. Perch la clausura della guerra e, al su interno, della battaglia potessero essere assicurate fino in fondo, a partire dalla seconda met del Seicento cominci a essere perseguita la clausura stessa dei combattenti rispetto ai non combattenti una clausura istituzionale, culturale e iconograica e persini, anzi soprattutto, fisica. L e caserme divennero i segni tangibili della razionalizzazione dello stato sulle societ europee . L'isolamento dell'esercito rispose esigenze logistiche e aministrative, a cominciare dalla necessit di sostituire il sistema dell'acquartieramento pi o meno coatto delle truppe presso i civili, per porre fine a due ridchi eguali e contrari che ci che comportava, quello dei saccheggi e quello della fraternizzazione. Ma il suo effetto conclusivo fu quello di isolare progresivamente le istituzioni militari dal coplesso della societ, sottoponendole a regole, rituali e modelli comportamentali propri, anzi perseguendo un ideale di autosufficcienza che avrebbe trovato realizzazione proprio in

quei reggimenti didattici da cui, all'epoca dell'illuminismo, sarebbe venuto lo stesso Clausewitz vere e proprie istituzioni totali ceh, rinchiuse nelle citt presidio, non si sarebbero accontentate di procure l'addestramento militare, ma avrebbero istituito anche scuole per educare i giovani ufficaili. L'adozione dell'uniforme al posto del fasto dei colori e dell'arbitrio degli ornamenti precedenti, anche questa innovazione fu favorita da mutamenti sociali e culturali quali la trasformazione dei format militari degli eserciti europei, la diffusione di modi di produzione sandardizzati. 3. Le forme del classico (II). L'invenzione della regolarit e la sobriet della violenza. La disciplina, la seconda e pi nascosta architrave dell'edificio classico della guerra moderna. La diffusione dei procedimenti disciplianari non fu una prerogativa esclusiva delle istituzioni militari. Al contrario, essa divenne una forma di controllo generale, estesa nell'ambito dei colleggi, elementari, ospedali e, appunto, nelle caserme, e caratterizzata dallo stesso insieme di obbiettivi e tecniche funzionali: una disarticolazio e ricomposizione del corpo umano -- un autonimia politica del dettaglio. Fabbricando corpi sottomessi ed esercitati, corpi docili appunto, la disciplina ottenne di aumentare le forze del corpo in termini economici di utilit e diminuire queste stesse orze in termini poltici di obbedienza. Per quanto generalizzata, questa imponenete impresa di disciplinamento trov proprio nel militare il suo lugo d'elezione e il suo modello. Fu dall'esercito, anzi sempre pi spesso nella clausura delle caserme e degli accampamenti dai quali cominci a essere precluso l'ingresso non autorizzato dei civil che la disciplina prese la sua forma pi rigorosa, sia sul versante negativo del sistema durissimo delle punizioni che su quello positivo dell 'addestramneto e della sua messa in scea, la manovra. Nella disciplina, l'ideale della semplicit si spos gradualmente con quella dell' efficenza, diventando una tecnica di base per l'esistenza dell'esercito, non pi come folla ammassata, ma come unit che ricava da questa stessa unit una maggioraza di forze. Altreanto riconoscibili sono i modelli culturali a cui questa riscoperta, appunto, della disciplina fu ispirata. Un modello, o per meglio dire, una pratica comune era quella ancora vitale delle comunit monastiche. L'altro modello, esplicitamente richiamato tanto da diventare una sorta di topos letterario, era invece quello classico della legione romana. La disciplina diede finalmete corpo all'idea dell'esercito regolare - cio di un esercito ispirato, appunto, a una nozione di regolarit, tramandata attraverso un esercizio permanente e garantita da un sistema di sanzioni e di vigilanze gerarchiche. La disciplina forn a questa impresa lo strumento che le era necessario uno strumento anch'esso a suo modo classico, non soltanto per il riferimento dichiarato alla falange politica, a quella macedone o alla legione romana, ma perch ispirato agli stessi ideali di chiarezza, corenza e sobriet che il razioalismo sei-settecentesco scelse di oppoe alla sfrenateza e all'imprendibilit della guerra civile. In primo luogo, la disciplina consent di perfezionare la clausura dei combattenti dando loro rituali e modelli di comportamento propri, anzi sottoponendoli a un ideale altrettanto peculiare di virt quello che Clausewitz avrebbe chiamato virt militaredestinanta a trasformare definitivamente la guerra in una attivit determinata (...) differente e distinta dalle altre attivit riguardanti la vita umana In secondo luogo, la disciplina asssicur definitivamente la dipendenza della guerra dalla politica e della politica dallo stato cio la tenuta dela cornice pi comprensiva dell'ordine politio-giuridico moderno, quella che Clausewitz avrebbbe espresso nella succsione ordinata politica-strategi-tattica e nella quale avrebbe continuato a riflettersi l'idea stessa della guerra come strumento docile della politica e dell'esercito come strumento docile della guerra. In terzo luogo, e in stretta associazione con questa impresa di ralzionalizzazione, la disciplian impose un modello di sobriet dela violenza in modo conclamato, per una volta non soltanto dal vecchio ideale di virtus del cavaliere strurrurato attorno all'asse prodezza-fedelt-cortesia e domainato dall' ansia di primeggiare e dal desiderio di glorai, ma soprattutto da quella sfrenatezza

disordinata della violenza che l'Europa del Seicento aveva appea sperimetato in quelle guerre civili e di religione e quella che Clausewitz avrebbe osservato, in opposizione alla virt razionale dell'esercito, nel coraggio, nell'abilit, nella resistenza alle fatiche e nell'entusiasmo dei popoli bellicosi. Infine, la disciplina lasci aperto, olter i margini della regolarit, uno spazio per manifestazioni residuali di irregolarit ma, uno spazio, a suo volta, delimitato, sovergliato e soprattutto subordinato, come sono tutti gli spazi che gli ordini consolidati riservano allo sppettacolo del disordine. In tutti gli eserciti europei, piccole unit di irregolari vennero mantunete al fianco delle truppe regolari per il pattugliamento, la ricognizione e le scaramucce cosacchi, stradioti, caccaitori, highlanders,. Destinate alla piccola guerra, tali unit perpetuarono l'idea della superiorit dell'audacia sulla disciplina, ma al solito prezzo di un esercito sfrenato della violenza una teatralit barbarica. 4. Le forme del classico (III). Un monumento alla simmetria Infine, questa duplice iscrizione nell' universo della legalitt e in quello della regolarit, avvenuta contemporaneamnte in tutti gli stati europei, diede alla guerra interstatale un carattere impressionante di simmetria. Le guerre in Europa divennereo non solo culturalmente, ma anche nella forma organizzativa e istituzionale dei combattenti - guere tra simili, cio tra eserciti regolari strutturati secondo linee gerarchiche e ordinamenti paralleli e accomunati da uno stesso codice comportamentale bellico rispetoso, almeno in lineo di principio, di cerimoniali aristocratici. Il fondamento di questa simmetria si trova, come di cosueto, su terreno giuridico. I confini tra gli stati territoriali nel quadro del moderno diritto internazionale europeo smisero di implcare una semplice esclusione per coprendere, invece, un reciproco riconoscimento di diritto internazionale, che conteneva gi un afermazione di somiglianza e, con essa, l'accettazione dell'altro come nemico legittimo. Ma al di sopra di questo basamento, la simmetria della guerra interstatale si espresse sempre di pi nella somiglianza pura e semplice delle concezioni e delle esperienze concrete della guerra.

5. I basamenti politici, sociali e culturali della repubblica diplomatica europea Se, donqu, la socit internazionale moderna riusc a prevenire a una propria e caratteristica di limitazione della guerra attraverso unintelaiatura senza precedenti di istituzioni , il succeso di questa impresa fu possibile dal verificarsi di tutte quelle condizione che, nel capitolo precedente, abbiamo indicato come necessarie a qualnque impresa passata o futura di limitazione della guerra. a) Affermazione dello stato: Definito da Schmitt cime portatore adeguato dell'ordinamento. b) Interessi comuni fra gli sati: Lo sviluppo di una rete straordinariamnete fita di relazioni, riflessa nel concetto sei-settecentesco di sistema degl stati e nella sua regola omeostatica, l'equilibrio, e sviluppata fino al punto di cncepire la guerra stessa come uno strumento per conservare il sistema invece che per spacarlo. L'insediamento di corpi diplomatici, i continui negoziati, fanno dell'Europa moderna una specie di repubblica i cui memebri, indipendeti ma legati dall'interesse comune, si uniscono per mantenervi l'ordine e la libert Emmerich de Vattel 1758 c) Distribuzione favorevole del potere, sistema multipolare, balance of power: L' affermazione

degli stati come unici soggetti in grado di fare e finanziare la guerra diede alla politica internazionale un carattere stabilmente oligopolistico, dominato da un numero di attori sufficentemente limitato da consentire loro di cocordare regole comuni e vigilare sulle rispettive violazioni. Il multipolarismo il fondamento storico concreto dello sviluppo di principi, di norme e regol comuni. In primo luogo,apr lo spazio stesso per gurre limitate, e soprattutto estrabee all'endiadi tipica dei sistemi bipolari tra rinuncia alla guera e guerra generale. In secondo luogo, a differenza del bipolarismo del periodo 1945- 90, il multipolarismo del periodo 1648-1945 procur alle limitazioni alla guerra la garanzia delle strategie di reciprocit di pi grandi potenze e, quindi, del timore da parte di ciascuna di esse che le proprie violazioni non sarebbero stae tollerate o, peggio, ne avrebbero incoraggiate di nuove da parte di qualcun'altro. d) Omogeneit culturale e ideologica: Rousseau a met del 700 per spiegare perch il legame associativo tra i popoli europei, bench imperfetto, facesse dell'Europa, al di sotto del suo stato di perpetua agitazione, un sistema denso da rendere ormai impossibile qualunque grande rivoluzione: tutte le potenze europee formano tra di loro una sorta di sistema che le unisce attraverso la comune religione, il comune diritto delle genti, i costumi, la cultura, il commercio, e in forza a una specie di equilibrio che scaturisce necessariamente da tutto ci e che, pur non mantenendosi per per l'effetiva ur di nessuno, non sarebe poi cos tanto facile da rompere come tanta gente pensa. proprio in virt di questo tessuto di comunanze che il sistema europeo pot evolvere in societ internazionale. e) Costituzione del diritto internazionale: Anche sotto questo profilo, la soluzione in forma intersatatale del problema della violenza pot contare almno finno alla Rivoluzione Francese e, con difficolt sempre crescenti, fino alla catastrofe della WWI, con una corrispondenza quasi perfetta con i pricipi fondamentali della societ internazionale dell'epoca. In primo luogo, ad apparire plausibile fu l'obbietivo stesso di limitare la guerra, al posto dell'altro possibile obbiettivo di vietarla. La tensione che abbiamo vito esistere tra jus ad bellum e jus in bello venne risolta, nello jus publicum eurapeum, con una sostanziale subordinazione del primo al secondo, che apr lo spazio per lo sviluppo di regole esclusivamente formali e procedurali. 6. Oltre la linea. La penombra extraeuropea delle limitazioni della gurra Vincolati com'erano all'esistenza di stati dotati di eserciti regolari e portatori di visioni uguali o almeno conciliabili della politica, le limitzioni della guerra cessarono di operare ogniqualvolta un esercito regolare si trov a combattere contro bande di irregolari o contro eserciti simili nella forma ma non pi nella concezine della politica come gli eserciti napoleonici portatori degli ideali della rivoluzione. La societ internazionale classica conserv un carattere eurocentrico ed esclusivo, simboleggiato dalle amity lines istituite dal 1559 per isolare l'Europa dalla competizione che aveva luogo nel nuovo mondo e dal significato concreto che esse impressero sulla celebre e famigerata espressione beyond the line l'idea, appunto, che tutto quanto osse accaduto al di l della linea sarebbe rimasto al di fuori delle limitazioni morali, politiche e giuridiche riconosciute al di qua di essa. CAPITOLO QUINTO. LA GUERRA IN BILICO. IL NOVECENTO TRA EROSIONE DELLA SOCIET INTERNAZIONALE ED EQUILIBRIO DEL TERRORE La geometria di basamenti e limiti della societ internazionale classica cominci irresistibilmente a incrinarsi nel corso del XIX secolo, per corllare definitivamente nel secolo successivo.

La violenza del novecento non ha conservato niente dell'impianto classico delle guerre precedenti: tanto che le sue metafore pi caratteristiche, la guerra totale e la guerra fredda, hanno in comune proprio il ribaltamento e la dissoluzione delle chiare distinzioni dello JUS PUBLICUM EUROPAEUM, cio l'assorbimento dei non combattenti e dei neutrali nel vortice della guerra, da un lato, e la crescente indistinguibilit tra questa e la pace dell'altro. La guerra civile europea del 900 stata l'incarnazione pi compiuta della guerra senza limiti: perch nessun limite stato rispettato; perch il superamento dei limiti stato giustificato e, non di rado, celebrato da milioni di individui e centinaia di intellettuali. 1. LE CORRENTI DI EROSIONE DELLA FORMA DELLA GUERRA 1.1 Il secolo della decolonizzazione e della guerra civile Il primo fattore di questa erosione fu il lento riaffioramento delle due sottospecie della guerra e dell'inimicizia che la societ classica aveva da sempre rimosso e emarginato, la guerra civile e la guerra coloniale. Nel corso del 900 come contraccolpo della profoda lacerazione ideologica introdotto dalla rivoluzioe bolscevica e completata dalla rivoluzione nazista, e sullo sfondo delle grandi vicende storiche della disgregazione degli imperi e del riflusso dell'impatto occidentale sul resto del mondo, guerra civile e guerra coloniale tornarono al centro della politica internazionale del novecento, tanto da penetrare se non addirittura prendere possesso delle stesse guerre interstatali. Se l'insieme di principi, norme e regole sviluppate nei secoli precedenti non riusc a trattenere la violenza novecentesca fu perch fin trascinato oltre la linea al di l della quale aveva sempre cessato di avere vigore. Nelle loro guerre extra europee combattute questa volta non per costruire ma per difendere i propri imperi coloniali paesi come FR e UK contrinuarono a seguire pratiche clamorosamente incoerenti con i valori rivendicati dagli stessi paesi in Europa, le guerre coloniali continuarono a essere quello che erano sempre state, guerre indifferenti a ogni limite a cominciare da quello tra combattenti e non combattenti. 1.2 Tra battaglie di materiali e dissoluzione della battaglia. Carl Schmitt: lo sconfinamento della violenza dalla sua base originaria non pu esaurire le ragioni di crisi della guerra interstatale classica, per la stessa ragione per la quale il protagonista dello sconfinamento, il partigiano non pu incarnare da solo il passaggio dalla guerra limitata alla guerra senza limiti. Ancora prima di infrangersi contro a fenomeni intrattabili con le proprie categorie politiche e giuridiche e pi tardi, nella stessa epoca in cui questo confronto stava avvenendo, la messa in forma della guerra operata dalla JUS PUBLICUM EUROPEAM cess concretamente di operare anche tra i soggetti, gli stati, e nello spazio, l'Europa, a cui era destinata. Sotto la spinta della rivoluzione industiale e della crescita economica e demografica, dalla seconda met dell'ottocento e per tutto il secolo successivo l'universo della violenza fu invetito da una rivoluzione permanente degli affari militari, che pass attraverso il miglioramento esponenziale delle armi esistenti (aumento gettata, precisione, frequenza) e l'innovazione altrattanto continua di nuove armi (sommergibili, aerei, mezzi corazzati, missili) e nuovi strumenti di distruzione (esplosivi incendiari, nucleari) benefici dell'uso a fini militari delle tecnologie altrettanto inedite nel campo delle comunicazioni e dei trasporti, per sfociare in una trasformazione onnicomprensiva della prassi e delle concezioni strategiche della guerra. La standardizzazione e la semplificazione delle armi da fuoco accorciarono al massimo i tempi dell'istruzione militare, dando la possibilit di iniare al fronte milioni di reclute dopo poche settiamne di addestramento ma, soprattutto, rovesciando l'impatto sociale delle armi da fuoco che, da protagoniste dell'allontanamento dai campi di battaglia delle moltitudini, si trasform come

strumento per eccellenza del loro reingresso. La diffusione delle ferrovie dei veicoli e degli aerei da trasporto, consent di mobilitare e spostare in tempi sempre pi rapidi quatit sempre crescenti di uomini e materiali. La crescita della produttivit economica e il miglioramento altrettanto spettacolare della bilancia demografica consentirono una riproducibilit senza precedenti di uomini e materiali, avviando la guerra verso un' et di spreco sistematico, incarnato nelle offensive ripetute e spesso irresponsabili della WWI e riassunte nella tendenza impressionante alla crescita delle vittime militari e civili della violenza. Nella stessa misura in cui si spostarono in avanti i limiti tecnologici della guerra questo processo mise sotto pressione e, alla fine, distrusse anche la sua forma tradizionale. Il primo elemento di questa lacerazione fu ancora una volta uno sconfinamento. La connessione tra ORDNUNG e ORTUNG ordinamento e localizzazione che Schmitt pone alla base della concretezza, e con essa, della portata ordinatrice dello JUS PUBLICUM EUROPEAM, aveva racchiuso fino ad allora anche l'immagine spaziale determinata di un teatro di guerra suddiviso secondo terra e mare. Tale distinzione fu travolta dall'avvento dell'aviazione, che port la guerra in uno spazio del tutto estraneo al diritto precedente e indifferente alla separazione tra gli spazi di superficie caretteristici degli altri due tipi di guerra. La prima si rivel concretamente impermeabile alla forma delle seconde per effetto di quello che sempre Schmitt individua come un completo ribaltamento del nesso tradizionale tra tipo di guerra e diritto di preda. Su questo nesso aveva poggiato fino ad allora la distinzione tra guerra marina e guerra terrestre. Mentre la prima era rimasta una guerra di preda, rivolta direttamente contro la propriet privata del nemico e addirittura del neutrale, la seconda aveva potuto evolversi nella direzione opposta, simboleggiata dalla trasformazione dell'occupazione bellica in un istituto giuridico del diritto internazionale ma sorretta, sulla connessione Hobbesiana tra protezione e obbedienza. Schmitt: la potenza marittima autrice di un blocco, a differenza della potenza terrestre autrice di un occupazione, non ha il minimo interesse nel vedere regnare la sicurezza e l'ordine all'interno della zona bloccata -- nel bombardamento aereo la mancanza di relazione tra il belligerante e il territorio, congiuntamente alla popolazione nemica che in esso si trova, diventa assoluta; qu non rimasta nemmeo pi l'ombra della connessione tra protezione e ubbedienza Un impatto altrettanto disgregante l'evoluzione tecnologica lo ebbe sull'altro caposaldo della soluzione moderna al problema della violenza: la connessione tra stato guerra e sovranit. Tale connesione risult indebolita contemporaneamente tanto verso il basso quanto verso l'alto, inaugurando un processo di cui, come vedremo, il contesto attuale costituisce la piena realizzazione. Da un lato, la produzione di armi di uso sempre pi facile, costruite in modo tale da poter essere messe nelle mani di tutti spalanc la strada alla fuori uscita della violenza dagli argini dello stato e alla rimilitarizzazione di frazioni crescenti della societ come nei fenomeni della guerra civile e della guerra partigiana. Dall'altro lato, la corrente continua dell'innovazione tecnologica e il costo e la complicazioen crescente delle armi decisive alimentarono un movimento contrario verso la concentrazione del potere militare nelle mani di un gruppo sempre pi ristretto di grandi potenze fino al duopolio US URSS. Stretti in questo rapporto perverso tra concentrazione e decentrazione del potere, quasi tutti gli stati, piccoli e medi, persero la capacit concreta di procurare la sicurezza ai propri cittadini. La sovranit di tali stati perse il proprio rapporto essenziale con il monopolio della pace e della guerra. Ma l'efffetto pi distruttivo dell'energia incontenibile della tecnica fu l'inversione e la compenetrazione delle categorie e dei rispettivi spazi di pubblico e privato, statale e sociale, pace e guerra. La tecnica si rivel a Junger come un'energia destinata a ritorcersi contro questo ordine rivelandone l'assoluta impotenza. Al posto del confinamento della violenza ai margini della societ, la guerra trasform la societ nel suo complesso in una macchina per la produzione di violenza. ci che Junger riassume nell'esperienza e nel concetto di MOBILITAZIONE TOTALE:

in questo impiego assoluto dell'energia potenziale, che trasforma gli stati industriali belligeranti in fucine vulcaniche si annunica nel modo forse pi evidente il sorgere dell'et del lavoro...realizzare questo scopo il compito della mobilitazione totale, un'atto in cui il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato co un solo colpo di leva nella grande corrente dell'energia bellica. In questa turbina finirono fuse anche tutte le distinzioni e le clausure della guerra precedente, a cominciare da quella capitale co la condizione opposta della pace. Se, infatti, la convinzione della polarti culturale, morale ed estetica fra pace e guerra fu, nel '14, il principale ingrediente della sua accumulazioen iniziale, l'esperienza dell'intima analogia fra le societ industriali e le guerre che conducono fu il cuore del disincanto successivo la guerra totale. Nello stesso momento in cui sbiadiva la propria raffigurazione tradizionale di continuazione della politica con altri mezzi, la guerra rivelava un rapporto acora pi stretto con l'industria-un rapporto tanto stretto da non richiedere pi lo stacco di una decisione: Junger: la mobilitazione totale non una misura da eseguire, ma qualcosa che si compie da s, essa , in guerra come in pace, l'espressione della legge misteriosa e inesorabile a cui ci consegna l'et delle masse e delle macchine. Se nella guerra in forma della societ internazionale classica i membri delle istituzioni militari poteano considerarsi come un mondo a parte, nell'et della tecnica la continuit tra pace e guerra fece piazza pulita di quello che restava della vecchia casta militare per incarnarsi, invece, in un tipo del tutto nuovo di combattente che Junger esprie nella figura del lavoratoreun'uomo che agisce secondo la stessa misura in pace e in guerra e che, non a caso, porta in guerra l'esperienze di lavoro maturate in pace. Il lavoratore non sarebbe restato, per sopravvivere psichicamente al terrore della battaglia, che identificarsi pienamente con il meccanismo tecnico delal guerra, fino a trovare nella sostituibilit la propri virt e nell'anonimato la propria dimensione specifica: quella che, non a caso, sarebbe stata celebrata nella figura archetipica del milite ignoto e che, in una pagina visionaria Junger vede prefigurata al massimo grado nel progetto del proiettile umano. Una volta che la mobilitazine totale della societ industriale l'ebbe trasformata in battaglia di materiali, essa smarr automaticamente sia il proprio carattere circoscritto nel tempo e nello spazio, sia in modo pi controverso, quello di centro di gravit della guerra. Da un lato, le battaglie diventarono sempre pi lunge, mentre anche le loro dimensioni spaziali si allargarono fino a ternta, o quaranta, o cinquanta volte pi che nel 18esimo secolo, fino a mettere il soldato a piedi nell'impossibilt pratica di raggiungere i limiti e, quindi, di sfuggire alla zona dell'uccisione. Dall'altro lato, ci che divenne impossibile per il singolo soldato divenne sempre pi facile per le macchine deputate al movimento. Si perse cos il concetto del TEATRUM BELLI ma si cre uno spazio reso opaco dalla distanza e dalla mimetizzazione, all'interno del quale i contendenti non avrebbero pi avuto la possibilt di guardarsi in faccia. Dopo che all'inizio di WWI la difesa era stata ancora concepita come tenuta della prima linea di trincea, gi partire dal 1916 la nuova dottrina della difesa elastica introdusse un elemento di maggiore flessibilit, che trov compimento nella dottrina della difesa in profondit: non pi l'immagine della linea, bens quella di una rete in cui il nemico sarebbe stato in gradi di penetrare qu e l per poi essere interamente avvolto dalla resistenza delle maglie su tutti i lati. 1.3 Il tramonto del gioco politico e diplomatico europeo Ad aggravare l'impatto della WWI fu il fatto che l'archittetura istituzionale chiamata a reggerne il peso aveva gi perso, nel frattempo, la propria coerenza, per effetto di una combinazione altrettanto distruttiva di mutamenti politici, sociali e culturali, culminati nella guerra- fonte (di disordine, invece che di ordine) del 1914-18 ma gi attivi, sebbene in misura diversa tra loro, nel secolo e mezzo precedentequando, dopo il trauma della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche, i trattati di Vienna non riuscirono a essere per la Rivoluzione quello che la pace di Vestafalia era stata

per la Riforma. L'indebolimento e la progressiva dissoluzione della scissione tra foro esterno e foro interno non tordarono, inoltre, a trovare un complemento istituzionale, prefigurato dalla leva in massa decretato dal nuovo governo rivoluzionario in Francia e dal suo impatto distruttivo sulla forma precedente di guerra. Nel corso dell'800 le dimensioni degli eserciti europei continuarono a crescere, con l'ovvio risultato di indebolire la separatezza delle istituzioni militari rispetto al complesso della societ. L'introduzione, verso la fine del secolo, di diverse forme di coscrizione obbligatoria fece il resto. Se, all'epoca d'oro della societ internazionale classic, la subordinazione della violenza all'intelligenza politica aveva trovato la propria espressione unitaria nell'idea di ragion di stato e il proprio trumento corrispondente nel segretoARCANA IMPERIla nazionalizzazione della masse inaugur, al suo posto, un'epoca di trasparenza e di conflitto. Da un lato, l'universalizzazione del mestiere delle armi sugger ai governanti che ormai la guerra dovesse avere un senso per coloro che rischiavano la propria vita. Dall'altro lato, a mano a mano che l'intelligenza politica della guerra si troa fare i conti con l'opinione pubblica, esa on soltanto cadde in ostaggio della societ ma fin lacerata nei suoi conflitti. A rafforzare in modo decisivo gli effetti del duplice ricongiungimento tra morale e politica e politica interna e politica estera contribu una corrente di mobilitazione politica paragonabile per intensit a a quella che aveva alimentato le guerre civili di religione sebben collocata, questa volta, sul terreno secolarizzato delle ideologie. Il richiamo alla giustizia apr nuovamente la strada all'emergere di visioni alternative e inconciliabili di quale fosse il suo contenuto e alla mobilitazione, in loro nome, di fazioni e partiti politici indifferenti ai confini tra gli stati oppure aspiranti a crearne di nuovi al posto di quelli esistenti come le internazionali ideologiche o i movimenti nazionalisti attivi per tutto l'800 e la prima met del 900. Non c' dubbio che la lacerazione ideolologica introdota dalla Rivoluzione Francese non fu pi ricomposta, anzi produsse una corrente di mobilitazione politica destinata a culminare nella nuova frattura del 1917 e a esaurirsi soltanto 70 anni pi tardi con la sconfitta del cominismo. Questa corrente fu l'altro lato, quello decisivo, della mobilitazione totale. Il suo presupposto. Questa disponibilit fu ci che mosse milioni di europei ad acclamare lo scoppio di WWI nell'agosto del 1914 e che, anche dopo, il disincantato prodotto della guerra, continu a muovere i fanatici delle nuove ideologie secolari e i loro nemici, garantendo alla violenza novecentesca una riserva quasi illimitata di volontari. Ma a spezzar via ogni traccia di dimensione lucida provvide l'irruzione di un gruppo sempre pi folto i stati dichiaratamente estranei al gioco politico e diplomatico europeo e, anzi, portatori di concezioni dichiaratmnte alternative a esso: dei peretti guastafeste, nei termini di Huizinga. Il primo in ordine di tempo, ma anche per importanza, fu l'incarnazione per antonomasia del Nuovo Mondo, gli USA. La polemica nei confronti della vecchia Europa e del suo ordine politico giuridico costituisce l'impronta poriginaria della cultura internazionalistica americana e della sua pretesa di costruire il nuovo Occidente gi espresso in quel ribaltamento epocale dell'immagine globale del mondo che fu la linea del Western Hemisphere. A partire da questa dichiarazione di estraneit gli US poterono orientare la propria politica estera verso una singolare oscillazione tra isolazionismo e interventismo e su una combinazione di assenza, sul piano formale, e presenza sul piano fattuale. Ma a comprendere e in termini politici a portare fino in fondo questa esternazione fu il rifiuto della guerra come strumento normale della prassi politicodiplomatica- un rifiuto che non avrebbe affatto escluso il ricorso periodico allo strumento militare, ma ne avrebbe vincolato la legittimit al confronto con soggetti anormali: non dei propri pari con i quali dovere avere relazioni pacifiche ma dei criminali e dei selvaggi con i quali non potere avere alcuna relazione. Una sfida pi radicale, diversa non soltanto nel contenuto ma anche nella vicenda storica dal quale proveniva, fu quella posta sempre dall'esterno dell'Europa dal gruppo continuamente crescente dei membri non Occidentali del sistema internazionale. Con la Persia, Cina, Siam, Giappone l'estensione del sistema internazionale oltre l'Europa e

l'America ricevette il primo riconoscimento formale alla conferenza dell'AIA del 1899. Mentre per la definitiva trasformazione del sistema euro occidentale in sistema mondiale si dovette attendere la creazione della Societ delle Nazioni. Sebbene suddivisa in diverse ondate, la cooptazione segu un andamento pressoch costante. A una prima fase di accettazione dei principi e delle norme del diritto internazionale europeo ne segu una seconda di ripensamento, se non di aperta contestazione e a innagurare questo processo fu la prima grande potenza non occidentale del sistema internazionale moderno, il Giappone. Vedi gg 232. Ancora pi pervasiva, si sarebbe rivelata la rivolt contro l'Occidente dell'epoca della decolonizzazione. In una prima fasequella della lotta per l'indipendenzaanch'essa pass dall'accettazione dei criteri fondamentali di appertenenza alla societ internazionale europea. A cominciare dalla staualit corsa allo stato. Ma bastarono pochissimi anni perch i nuovi stati non occidentali portasero all'ordine del giorno della societ internazionale (l'assemblea generale ONU) una messe di rivendicazioni dichiaratamente estranee alla centralit euro-occidentale, dalle eguaglianza razziale al nuovo ordine economico internazionale alla riaffermazione delle culture tradizionali indigene. Ma non fu soltanto il duplice collasso a Ovest e a Sud della centralit europea a condannare il gioco politico e diplomatico del passato. Al contrario, per tutto il corso del 900 i guastafeste pi radicali venenro acora non dall'esterno ma dall'interno stesso del sistema internazionale europeo es. URSS, Germania nazista, dichiratamente impegnate a mettere in ridicolo il vecchio ordine. E tuttavia n i guastafeste n i nostalgici del tradizionale gioco politico diplomatico europeo poterono nascondere o aggiungere qualcosa alla lezione che era gi contenuta nell'ultimo e decisivo fattore di erosione della guerra, la catastrofe del 1914-18:il fatto che il gioco non funziona pi poich non era pi cos che veniva inteso da coloro che lo conducevano; poich la loro stessa capacit di giocarlo sembrava essere del tutto venuta a meno nel corso del coflitto; poich alla sua conclusione diversi dei partecipanti non erano sopravvissuti all'esito della partita. WWI fu per il tramonto dello JUS PUBLICUM EUROPEAM quello che la pace di Vestfalia era stata per la sua origine: il luogo di confluenza di tutte le correnti disgregative precedenti, ma anche la fonte di correnti disgregative del tutto nuove, a cominciare da quelle con la quale si intrecci da subito tra il 17-19, la rivoluzione, le due facce di un evento di portata cosmica. 2. LA CRISI DEI BASAMENTI POLITICI, SOCIALI E CULTURALI DELLA SOCIETA' INTERNAZIONALE La manifestazine pi superficiale della crisi fu quella che invest il funzionamento del multipolarismo. Tra lafine del 800 e l'inizio del 900 il sistema internazionale cominci a perdere la sua carattersitica multipolare, da prima per l'effetto dell'architettura semi-istituzionale del sistema bismarchiano- che, pur consolidano l'assetto internazionale, ne ridusse il grado flessbilit- e poi, pi decisamente con il fatale riallineamento delle potenze avvenuto tra il 1890 e il 1907 (l'alleanza franco russa del 1891-94, l'entente franco inglese del 1904 e l'intesa anglo russa del 1907) che imbust definitivamente il multipolarismo in una doppia camicia di forza istituzionale, tanto da conferirgli gi una struttura pre-bipolare. Il bipolarismo si rivel molto meno favorevoe alla tenuta delle istituzioni, in quanto concentr la reciprocit nelle mani di due soli attori sollevandoli al di sopra delle capact di controllo e sanzione di tutti gli altri; e in quanto, attorno ai primi favor la costituzione di due sistemi di alleanza monoliticidue blocchi appuntoche garantivano in anaticipo ai potenziali violatori il sostegno dei propri alleati, indebolendo nella stessa misura la credibilit e l'osservanza delle norme comuni. Una crisi ancora pi pervasiva invest il sistema internazionale come talecio la continuit stessa delle relazioni tra gli attori dalla quale dipende la disponibilit a sacrificare i vantaggi di breve periodo in vista di vantaggi futuri. Da un lato il grado di conosolidamento del sistema internazionale dimin progressivamente all'interno della stessa Europa, insieme all'aspettativa condivisa almeno dai prinicpali attori che le loro relazioni reciproche fossero destinate a perpetuarsi.

Tra il 1859 e il 1871 scompravero per rivoluzione o conquista pi membri della societ internazionale di quanti ne fossero scomparsi durante il secolo e mezzo tra il 1648 e il 1795. Mentre per effetto della WWI a scomparire furono addirittura alcuni degli attori fondamentali a cominciare da quello che aveva pi di tutti la continuit secolare delle relazioni internazionali europee, l'impero asburgico. Ma ci che avvenne in Europa era soltanto una parte di un processo pi comprensivo destinato a sovvertire il pi prfondo dei basamenti della societ internazionale europea, la centralit dell'Europa. Questo processo l'altro lato della crisi delle continuit delle relazioni tra gli attori. Se infatti il sistema eurocentrico del passato aveva tenuto stertti i propri membri, mettendoli nella condizione di non potere permettersi di non avere riguardo gli uni per gli altri, il nuovo sistem mondiale prefigurato dalla conferenza di pace di Parigi del 1918-19 incluse un numero sempre maggiore di potenze che non erano pi collegate tra loro da un ordinamento spaziale comune, come lo erano state le grandi potenze del diritto europeo. L'ampiamento progressivo del sistema internazionale min in almeno tre modi la sua capacit di subordinare i comportamenti egoistici degli attori alla percezione di un interesse comune alla sopravvivenza delle loro relazioni. Il primo e quello su cui insiste Schmitt il fatto che una famiglia o una comunit dinastica di stati europei aprisse in tal modo improvvisamente le porte a tutto il mondo comport in realt soltanto lo smarrimento della coscienza della struttura spaziale del proprio ordinamento la dissoluzione del generale universale. A questa perdita di concretezza contribu un secondo fattore. la distinzione posta da Martin White tra sitemi internazionali aperti--cio esposti a pressioni esterne esistemi internazionali chiusi--cio liberi appunto da tali pressioni. Il sistema internazionale globale del 900 sarebbe stao il primo sistema interstatale completamente chiuso della storia: un sistema nel quale la moderazione non avrebbe pi trovato l'incentivo della difesa comune. Infine, l'ampliamento del sistema internazionale comport di per se la nascita di nuovi sistemi regionali non ancora consolidati e, quindi, ancora incapaci di procurare una aspettativa credibile e condivisa nella cotinuazione delle relazioni fra gli attori es. medioriente e israele. Il cedimento del terzo basamento, l'omogeneit istituzionale culturale e ideologica tra gli attori. AL suo posto il novecento sperimet un eterogeneit estrema e come fa osservare Aron a tutto azimut: nelle dimensioni, nella cultura, nel grado di sviluppo economico, nell'ideologia o nel principio costitutivo dello stato, nella struttura dello strumento militare. Tra tutte le forme di eterogeneit nessuna pes in maniera pi distruttiva sulle norme della convivenza internazionale e tra esse, su quelle relative alla guerra di quelle ideologiche e culturali. Alimentata da un lato dalla frattura ideologica culminata nella rivoluzione bolscevica e, dall'altro, dalla corrente inarrestabile alla deoccidentalizzazione del sistema internazionale. In questa orrente sempre pi impetuosa di conflitti fin travolto anche il pi fondamentale dei basamenti della societ internazionale moderna, quello a partire del quale essa era stata concepita e senza il quale nessuna delle sue istituzioni poteva sopravvivere: lo stato. L'idea stessa della piena sovranit dello stato sul proprio territorio caduta poco a poco in discredito per cedere il passo a immagini come quella della GOVERNANCE multilivello dell'INTERMESTIC AFFAIRS o di un neo-medioevalismo. Va comunque sottolineato che gli stati potenti sono rimasti di gran lungo gli attori principali delle relazioni internazionali; che, infine, per quato abbia potuto crescere il peso di tutti gli altri attori, questi hanno cotinuato a dipendere da un minimo di pace e ordine che soltanto gli stati, al momento, sono capaci di procurare. Se non che anche su questo terreno, quello della pace e della guerra, che la presa dello stato sulla politica venne apertamente sfidata nel corso del 900. Lo sviluppo e la diffusione di armi semplici e alla portata di tutti si spos con l'irruzione di una moltitudine di soggetti (partiti, movimeti internazionali ideologiche) alternativi allo stato e disposti a usare quelle armi al di fuori o contro le sue determinazioni. La mobilitazione totale, scrive Junger, cambia terreno ma non cambia senso, quando invece che gli eserciti regolari, incomincia a mettere in movimento le masse della guerra civile. a partire da questo momento l'azione irrompe in spazi

che l'ordine della mobilitazione militare non in grado di raggiungere. 150 anni dopo Clausewitz, la continuit tra guerra e politica venne ristabilita non pi a partire dallo stato ma all'opposto contro di esso. E' il rovesciamento operato dal pi grande tecnico della guerra partigiana del 900, Mao Tse Tung, il quale iafferm esplicitamente la dipendenza clausewitziana della guerra dall'intelligneza politica, ma non prima di aver affidato quest'ultima a un soggetto alternativo e superiore allo stato, il partito. Ed lo stesso rovesciamento che produsse l'altra metafora tipicamente novecentesca del soldato politico. Il soldato politico sarebbe diventato, direttamente, il nuoo soggetto della politicarispetto al quale sarebbe toccato questa volta allo stato retrocedere al rango di strumento o a terra di nessuno atraversata in lungo e in largo dai nuovi combattenti. Infine, la medesima corrente storica spazz via anche la duplice fiducia sulla quale si era retta la razionalizzazione della guerra operata dalla JUS PUBLICUM EUROPEAM. La prima era la fiducia stessa nella possibilt di limitare la guerra e il convincimento che le era associato, che questo, e non il suo divieto, dovesse essere l'obiettivo della societ internazionale e del suo diritto. L'esperienza di WWI rovesci radicalmente quest'ordine di priorit non solo perch era la grande guerra e aveva rilevato come le vecchie istituzioni non fossero pi in grado di mantenere le loro promesse. Molto pi che la guerra in forma dello JUS PUBLICUM EUROPEAM quella del 19141918 era parsa materializzare la guerra inferno del generale Shermann: un'esperienza disumana, e quindi moralmene inaccettabile, a cui non avrebbe dovuto essere pi permesso di ripetersi. Il discredito caduto sull'obbiettivo delle limitazioni della guerra lasci posto al suo tradizionale antagonista, il divieto. A esso s'ispirarono la grande corrente pacifista diffusa nell'opinione pubblica e nel mondo intellettuale europeo per tutti gli anni '20, gli esperimenti di sicurezza collettiva incarnati nell'inedita istituzione internazionale del dopoguerra, la Societ delle Nazioni; i primi accordi collettivi, multilaterali e bilaterali di riduzione concordata degli armamenti o del divieto della guerra attraverso il diritto; l'adozionie stessa di politche estere dirette a evitare a ogni costo una nuova guerra come la politica di appeasement dell'UK nei confronti di Hitler. Ma insieme alla fiducia nelle possiblit di porre limiti alla guerra venne meno la fiducia stessa nella possibilit di opporre mediazioni giuridiche, estetiche o ceremoniali alla realt. Diversi fattori contribuirono alla scomparsa del senso della forma: il sentimento stesso dell'inimicizia totale, che non poteva che disprezzare o trovare ridicolo il ceremoniale politico e diplomatico dell'et precedente; la nazionalizzazioe delle masse, il primato attribuito in comune dalla societ borghese e dai suoi nemici per il che cosa rispetto al come. La stesas forma che tocc allo stato tocc anche alla guerra. Liberata dagli orpelli e dalle iporisie del gioco politco e dplomatico europeo, essa avrebbe potuto finalmente essere quello che, in fondo, era sempre stata: un massacro senza fronzoli e, insieme, senza limiti, a cominciare da quello che aveva preteso di riservare agli stati i l potere di dichiarare quando ci fosse e quando no vera guerra, invece di affidare tale riconoscimento alla realt pura e semplice della violenza e dell'odio politico. 3. DA UNA GUERRA DEI TRENT'ANI ALL'ALTRA. IL RITORNO DELLA GUERRA SENZA LIMITI L'espressione stessa che viene imppiegata per rappresentare il ciclo trentennale di guerrre cominciate nel 14 e finite nel 45 costituisce il ribaltamento esplicito della nozione di guerra limitata: la guerra totale fu per antonomasia una guerra indifferente a qualunque distinzione e per questo costitutivamente indiscriminata. Essa intrattene un rapporto a volte sotterraneo ma ancora pi spesso ostentato con il terrore e con un terrore a propria volta sconfinato perch sempre pi faticosamente trattenuto entro i confini della guerra interstatale e in quelli ancora pi comprensivi della distinzione tra pace e guerra. I primi imponenti cedimenti investirono il complesso della JUS IN BELLO sul quale il diritto internazionale europeo aveva concentrato i propri sforzi. Le guerre novecentesche sopravvanzarono enormemente per numero di vittime e quantit di distruzioni tutte le guerre dei trecento anni

precedenti, fra le vittime il numero dei civili crebbe fino a superare il numero dei militari spesso per effetto di politiche di sterminio o bombardamenti contro il morale e sempre a proposito di inermi il principio dell'immunit dei prigionieri pat violazioni crescenti; infine, l'intera impalcatura diretta a isolare l'aspetto interstatale delle relazioni internazionali e la sua misura estrema, la guerra, dal complesso delle altre relazioni cedette sotto il peso di una corrente destinata a rimettere al centro della guerra il diritto di predacio non soltanto il diritto di trasformare la costituzione politica sociale ed economica del nemico vinto, ma anche quella di sconvolegere i diritti privati di propriet esistenti, attraverso politiche di requisizione, di colonizzazione, o addirittura di sterminio o di espulsione dei titolari precedenti. I civili divennero sempre pi spesso protagonisti di un nuovo ciclo di guerre irregolari, pi importante anche questo di tutti quelli del passato. La prima fase era stata quella della resistenza anti-napoleonica. Erano stati i partigiani spagnoli, quelli tirolesi e, qualche mese pi tardi, quelli russi a contrappore all'esercito regolare di Napoleone quell'insieme di entusiasmo, odio, sete di vendetta che a torto ci si attende soltanto dall'entusiasmo religioso dall'VOM KRIEGE di Clausewitz. Proprio questa fuoriuscita della guerra dagli argini dello stato si realizz pienamente nell'ultima fase quella novecentesca. Ancora pi delle precedenti essa mostr un'andamento discontinuo e per molti versi incoerente. Aron la prima guerra del XXesimo secolo, quantomeno in Europa, si arrest alle soglie dell'armamento del popolo. Dalla resistenza anti-giapponese in Cina alla WWII fino alla miriade di gguerre della decolonizzazione, l'uso della violenza da parte di soggetti diversi dagli stati divenne un fenomeno generalizzato e, all'epoca della Guerra Fredda prevalente rispetto alla guerra interstatale. Ancora pi che dal punto di vista quantitativo la privatizzazione della violenza si rafforz dal punto di vista qualitativo. Sebbene sul piano logistico la lotta partigiana continuasse a dipendere dall'appoggio di quello che Schmitt definisce un terzo interessato. Tocc a Mao fare il passo decisivo. Scrivendo dall'interno dell'esperienza della guerra rivoluzionaria in Cina Mao non esit a riconoscere che il partigiano non aveva pi bisogno di riconoscere che il partigiano non aveva pi bisogno di essere legittimao dall'esterno, perch la legittimazione se la poteva, anzi se la doveva, procurare da s attraverso il partito. Vedi gg.250 Il cedimento di questo secondo argine (fuoriuscita della guerra dallo Stato) contribu a travolgere quello che restava del primo (JUS IN BELLO). Da un lato la grammatica stessa della guerriglia erose ulteriormente il carattere spazialmente e temporalmente puntuale della battaglia. Ma a completare e a portare fino in fondo la portata disgregante della guerra irregolare sui principi e i limiti della guerra regolare provvide l'effetto contaminante che la prima sulla seconda. Non soltanto perch, posti di fronte a una guerra che avvertivano come estranea alla tradizione e al diritto i regolari stessi replicarono con metodi altrettanto estranei all'una e all'atrosecondo la logica che i partigiani si possono combattere alla maniera dei partigiani. Ci che contribu pi di tutto a conferire a questa spirale un carattere epidemico fu l'ulteriore e decisivo indebolimento che la guerra irregolare produsse sulla distinzione tra combattenti e non combattenti. Rifiutando di abbracciare una volta per tutte l'identit di combattenti e di non combattenti, i partigiani resero pi difficile per i loro nemici accordare status e diritti diversi per gli uni e gli altri. Dal momento che i combattenti potevano sempre trasformarsi in non combattenti e vice versa, nessuno pot pi essere risparmiato dal sospetto della violenza il camouflage. Nel corso del 900 la distinzione tra guerra esterne e guerre interne fin dissoluta nella vicenda comune della guerra civile europea. La separazione tra belligeranti e neutrali si smarr nell'intrico di una variet di figure intermedie. La distinzione stessa tra pace e guerra perse la propria riconoscibilit sotto i colpi di un insieme eterogeneo di fattori di erosione: il declino delle istituzioni circostanti e tra essi dei tradizionali standard diplomatici; la diffusione, anche in tempo di pace, di pratiche tradizionalmente associate alla guerra quali la sovversione, lo spionaggio, l'embargo commercialemanifestazioni, le une le altre di un radicale rovesciamento della forma clausewitziana, che avrebbe fatto apparire questa

volta la pace come una continuazione della guerra con altri mezzi: la caduta in desuetidine della prassi della dichirazione della guerra; la diffusione stessa di forme di guerra (civili, coloniali, e di disgregazione territoriale) che tale dichiarazione non l'avevano mai richiesta e non l'avrebbero potuta richiedere, per l'assenza di una controparte conosciuta a cui presentarla. Al posto della chiara distinzione tra pace e guerra il Novecento speriment una commistione sempre pi stretta tra una condizione e l'altra, che avrebbe trovato la propria incarnazione definitiva nell'ibrido politico e strategico della Guerra Fredda e nel suo strumento caratteristico, la dissuasione: uno strumento capace s di sospendere l'aperto scatenamento della violenza ma con l'obbiettivo di prevenire il conflitto, bens solo con quello di accrescere il numero degli attrezzi a disposizione nel BARGAINING sistematico tra duellanti. 4. LE PERPEZIE DELL'INNOCENZA. LA CRISI DI LEGITTIMIT DEI LIMITI DELLA GUERRA Se le regole poterono essere violate con quella frequenza e con quella trasparenza fu perch esse cessarono a poco a poco di apparire plausibili; perch venne meno il senso stesso della violazione. Questo scetticismo invest tanto per cominciare il rapporto ferreo che lo JUS PUBLICUM EUROPEUM aveva istituito tra sovranit e JUS BELLI: il principio in base al quale il diritto di ricorrere alla guerra doveva essere riconosciuto, nella stessa misura a tutti gli stati e negato nella stessa misura a tutti gli altri soggetti. Da un lato, l'idea che tutti gli stati avessero egual diritto all'esercizio della JUS BELLI, indipendentemente dalle loro buoe o cattive ragioni,entr progressivamente in conflitto dapprima con la cultura politica e poi con la cultura giuridica circostante che scelse di richiudere lo spazio nel quale il sistema vestfaliano aveva collocato l'innocenza del potere. Non un caso che dopo i tentennamenti del primo dopoguerraquando il trattato di Versailles ariv gi a dichiarare la Germania responsabile della guerra e Gugliemo II personalmente colpevole della pi grande violazione della moralit internazionale ma senza pervenire ancora a un processo nei suoi confronti all'indomani della guerra successiva ache la tradizionale forma archetipica del duello cedette definitivamente il posto a quella del tribunale. Qui il successo della procedura non consisteva pi nella tutela della forma ma nella promessa di una sanzione efficacie. Al posto della vecchia eguaglianza formale tra gli stati, la guerra-tribunale impose una assimetria tra sanzionante e sanzionato: la parte che agiva nel nome del diritto, della democrazia o, i casi estremi, dell'umanit non poteva pi essere messa sullo stesso piano di chi era chiamato a giudizio. Dall'altro lato, una volta esplicitamente e enfaticamente riammesa la questione della giustizia, l'idea che questa ovese rimanere un monopolio degli stati non tard ad apparire a propria volta incoerente con il riconoscimento del'esistenza di stati ingiusti, detinati a violare i diritti degli individui soggetti a qualunque titolo al proprio potere. qui che va cercato l'altro lato, della fuoriuscita della guerra dagli argini dello stato: oltre che imporsi sul terreno dell'effettivit, la riappropazione della violenza da parte di soggetti non statuali fu considerata legettima, per tutto il corso del 900, da una parte considerevole della ocit internazionale. Ma a fare definitivamente precipitare l'imprendibilit della distinzione fra pace e guerra comtribu, la paradossale biforcazione imboccata dalla cultura politica novecentesca: da una parte, la tenedenza comune alla Societ delle Nazioni e dell' ONU a impiegare, al posto del vecchio vocabolario della guerra uscito screditato dalla catastrofe del 1914-18, un vocabolario nuove essenzialmente pacifistica che non conoscva pi la guerra ma solo esecuzioni, sanzioni, spedizioni punitive, pacificazioni, difesa dei trattati, polizia internazionale, misure per la preservazione della pace, dall'altra parte, l'inclinazione opposta dei movimenti e dei partiti rivoluzionari a vedere la guerra sempre e ovunque, screditarono questa volta la pace come semplice maschera o, al massimo, sospensione di una guerra ineluttabile e gi in corso. In un caso, la guerra non poteva mai essere illuminata nell'altro, doveva essere nominata sempre ma con il risultato comune di renderla irriconoscibile dalla condizione della pace.

La neutralit cadde nello stesso sospetto nel quale cade l'indifferenza ogni volta che in gioco la scelta tra il bene e il male. Il diritto a rimanere neutrali fin soppiantato da il dovere di non esserlo. L'aspetto culminante della crisi di legittimit delle vecchie regole della guerra fu quello che invest direttamente la distinzione tra combattenti e non combattenti. Se nel corso delle guerre totali del 900, i non combattenti poterono essere oggetto di atti sempre pi frequenti di violenza indiscriminata, fu perch anche la plausibilit politca e morale del principio dell'immunit degli inermi fu rimessa apertamente in discussione insieme al suo tradizionale ancoraggio all'innocenza. La crisi distruttiva dell'innocenza prese almeno 4 forme, che possono essere considerate come altrettante matrici delle giustificazioni del terrorismo contemporaneo. 1. EMERGENZA SUPREMA: anche senza escludere che i civili restassero innocenti, questa si accontent di sospendere per cos dire la questione o, meglio, di dissolverla in un equazione universale. In un contesto storico nel quale era in gioco la sopravvivenza di valori fondamentali, la vita di alcuni innocenti poteva essere sacrificata per la salvezza di tutti gli altri. Chrchill 2. INCLUDERE FRA I COMBATTENTI TUTTI COLORO CHE CONTRIBUIVANO DIRETAMENTE DALLO SFORZO BELLICO: Sotto l'impulso dello sviluppo economico e tecnologico delle societ industriali e delle loro guerre.Vennero quindi inclusi lavoratori e funzionari impiegati nelle industrie della difesa, dei rifornimenti energetici, o delle comunicazioni oppure sul versante immateriale ma alterttanto cruciale della mobilitazione e della propaganda. 3. DEMOCRAZIA DELLA MORTE: indicata da Junger come l'alra faccia della mobilitazione totale. In un epoca come questa l'idea che si dovesse continuare a discriminare tra combattenti e non combattenti smise di apparire plausibile. Il superamento della distinzione avvenne perch combattenti e non combattenti furono visti come egualmente colpevoli o perch furono visti come egualmente innocenti. 1. Il coinvolgimento dei non combattenti nella WWII prese un carattere punitivo come nel caso dei bombardamenti effettuati sulle citt tedesche, la logica era: la popolazione non meritava di essere risparmiata perch aveva consentito alla guerra o comunque non aveva fatto abbastanza per impedirla. 2. La seconda modalit di superamento di questa distinzione si poggiava sul riconoscimento che on l'introduzione della coscrizione obbligatoria i soldatie e i civili non erano poi cos diversi: se avessero potuto anche i soldati non avrebbero certamente parteciapato alla battagli. Una volta che combattenti e non furono riconosciuti come egualmente innocnti torn ad apparire leggittimo scambiare la vita dei primi con la vita dei secondi. Es: la giustificazione del bombardamento atomico in Giappone: quello sterminio di civili, si disse, aveva risparmiato la vita di centinaia di migliaia di militari americani e giapponesi. 4. L'INNOCENTE, IN GUERRA NON ERA Pi IL NON COMBATTENTE BENS CHI ERA CONDANNATO A COMBATTERLA: questo rovesciamento del significato della distinzione tra combattenti e non cre un cameratismo del fronte - un mondo isolato, tagiato fuori, di uomini emarginati che rivendicavano il titolo di nazone che il resto del paese non meritava pi e persino di forme di solidariet col nemico, percepito come pi degno di rispetto di coloro che, in patria, avevano potuto permettersi di stasene ai margini dell'inferno. Questa inclinazione dei combattenti a percepirsi come innocenti strappati a forza dall' inncenza produsse una ostilit senza limiti nei confroti degli ex-innocenti, coloro che erano stati risparmiati. I non combattenti furono degradati a imboscati, pesce cani, sciacalli di mezza et,

In questo rovesciamento radicale delle parti cominci a intravedersi una nuova, sebbene brutale, via di uscita all'inferno della guerra una via di uscita che ci conduce alla logica del terrorismo contemporaneo: se l'immunit dei veri colpevoli era diventata la condizione del sacrificio dei veri innocenti, l'unico modo di salvarei i secondi sarebbe stato quello di trascinare nell'inferno i primi. Un'argomentazione che compare in un articolo do Orwell nel 1944 riguardo i bombardamenti; questi avendo portato il vero carattere della guerra davanti agli occhi di coloro che l'avevao sostenuta hanno infranto l'immunit dei civili, una delle cose che avevano reso possibili la guerra. I bombardamenti quindi l'avrebbero resa meno probabile in futuro. 5. UNA SOCIET INTERNAZIONALE IBRIDA. Alla facciata classica della societ internazionale si sovrappose un'arabesco di ibridiframmenti di altri edifici, aggiustamenti, trompe l'oieul istituzionali e concettuali. Il caso pi rappresentativo per la portata stessa dell'allontanamento della regolarit fu quello della guerra partigiana. Gia nel REGOLAMENTO PER LA GUERRA TERRESTRE siglato all'Aia nel 1907, le milizie, i corpi volontari, e quanti si univano a sollevazioni popolari di massa furono messi, a certe condizioni, alle stesse garanzie dei combattenti legittimi. Le condizioni indicate per l'equiparazione degli irregolari ai regolari (esistenza di superiori responsabili, contrassegni fissi, visibilit delle armi) sottopose il loro riconoscimento alla rinuncia a ci che, concretamente, costituiva proprio il loro caratteristico modo di combattere (evita di farsi vedere armato, imboscate, mimetizza, clandestinit). Ma l'ibridazione pi profonda venne dalla riscoperta e dal successivo sviluppo di una visione alternativa e inconciliabile dell'ordine internazionale, fondata non pi sul particolarismo della societ internazionale degli stati ma sul cosmopolitismo della cosidetta societ globale. La visione cosmopolita sugger un modello normativo alternativo a quello vestfaliano, prefigurato dagli esperimenti di siurezza collettiva del periodo infra-bellico e definitivamente assemblato nella carta dell'ONU. I suoi principi fondamentali si discostarono in almeno quattro snodi dal modello normativo precedente. a) I soggetti della societ e del diritto internazionale non sarebbero pi stati esclusivamente gli stati, bens anche le organizzazioni internazionali e i singoli individui in quanto titolari di diritti fondamentali. b) Anche senza un legislatore internazionale ERGA OMNES, sarebbe stata riconosciuta l'esistenza di veri e propri principi generali dell'ordinamento giuridico internazionale, vincolanti per tutti gli stati e superiori ai trattati e alle norme consuetudinarie. c) Sviluppo di apparati centralizzati per l'accertamento e l'applicazione coercitiva del diritto. d) Infine, contro il principio cardine dello JUS PUBLICUM EUROPEAM, quello che affidava a ciascuno stato il diritto di ricorrere alla guerra, il nuovo diritto avrebbe ripreso la prospettiva kantiana dell'eliminazione dell guerra elevando a proprio principio fondamentale la norma per la quale la guerra permessa solo come una reazione a un torto soffertovale a dire, come una sanzionee che ogni guerra che non ha questo carattere un delitto, cio una violazione del diritto internazionale. Ci che imped definitivamente al modello della carta dell'ONU di istituire un vero ordinamento internazionale fu il fatto che, sebbene apparentemente avvantaggiato dalla maggiore coerenza con

l'evoluzione economica, sociale, culturale circostanteessa non riusc a soppiantare il modello di vestfalia, bens soltanto ad affiancarlo in quella che sis sarebbe rivelata una societ internazionale costitutivamente ibrida, poich fondata su un equilibrio instabile e competitivo tra principi contradittori. La stessa ONU fu il monumento a questo ibrido istituzionale: un'organizzazione dichiaratamente universale, ma ancora costituita da nazioni; capace di trasferire al proprio consiglio di sicurezza il potere di autorizzare l'uso della forza ma, una volta constata l'impossibilit di costruire un proprio strumento militare, obbligata ad appaltare agli stati l'esecuzione delle sanzioni; espressione del tradizionale principio dell'eguaglianza formale degli stati, tradotto anche istituzionalmente nell'organo dell'Assemblea Generale, ma controbilanciato e reso concretamente ineffettivo dal riconoscimento giuridico della diseguaglianza di potere, il veto. 6. L'EQUILIBRIO GLOBALE DEL TERRORE E I SURROGATI DELL'ORDINE VESTFALIANO Se, malgrado tutto, questo processo di scomposizioni istituzionale non produsse la catastrofe definitiva dell'ordine internazionale fu perch esso incontr sulla propria strada i pi rudimentali tra i limiti che la politica internazionale sa opporre allo scatenamento della violenza: quelli dettati non dalle istiuzioni ma da potere. L'obbietivo pi elementare dell'ordine internazionale torn a essere abbandonato alla meccanica del potere. Il cedimento di freni goriziani fu trattenuto o almeno controbilanciato dalla tenuta di quelli clausewitziani. Se le temperie della guerra civile europea non produsse una guerra senza fine e se quando la guerra fu effettivamente combattuta, gli avversari rinunciarono a impiegare qualcuno dei mezzi a propria disposizione fu perch almeno le grandi potenze rimasero in equilibrio tra lorotanto che fu solo quando questa venne del tutto menonegli ultimi mesi di WWII che la vocazione distruttiva della guerra totale non incontr pi limiti (Hiroshima e Nagasaki). Ma fu proprio il contesto internazionale successivo a questo scatenamento del terrore a ricostruire al livello pi alto la forza frenante dell'equilibrio. Reinsaldato dall'avento delle armi nucleari e di vettori missilistici in grado di annullare il tradizionale vantaggio strategico della distanza, l'equilibrio del terrore surrog in forma rigorosamente asociale le limitazioni precedenti della guerra. La prima, la limitazione del ricorso alla minaccia e all'uso della forza, trov il proprio nuovo fondamento nel timore della mutua distruzione assicurata. La seconda limitazione, quella relativa ai modi di condurre la competizione, fu surrogata dal timore delle rappresaglie e, nell'immaginazione strategica del confronto nucleare, da quello ancora pi forte della perdita di controllo sulla crisi, riassunta nella parola simbolo escalation. Infine persino la nozione di BELLUM fu salvata in modo paradossale dell'equilibrio del terrore. Sar pur vero infatti che la Guerra Fredda costitu il punto culminante della confusione tra pace e guerra. Ma quella condizione intermedia e la sua continua oscillazione tra tensione e distensione veniva vissuta in comuna da tutte e due le parti. La distinzione tra pace e guerra che non era pi possibile tracciare sul terreno del diritto fu riconosciuta sul terreno della paura. Il secondo freno fu scaturito dalla dimensioe della geopolitica. Il 900 fu il secolo della globalizzazione, perch con la globalizzazioe della partita politica strategica tra le superpotenze, i contesti regionali giunsero sempre pi ad assomigliarsi tra loro per interessi politici, sistemi di alleanza e relazioni di potere; perch persino i linguaggi delle appartenenze e dei conflitti finirino per modularsi su due linguaggi universali della guerra fredda. Questa globalizzazione politica e strategica produsse un effetto ambivalente sulla guerra: da un lato, come fu evidente sin dallo scoppio di WWI, essa ag come un potentissimo fattore di diffusione dei conflitti politici, ideologici, e militari; dall'altro lato, come non si tard a scoprire nel corso della guerra fredda, la globalizzazione svolse un ruolo altrettanto moderatore sullo scoppio e sulla conduzione di ciascuno di essi. Il rispetto dei limiti e la denuncia delle violazioni altrui diventarono un capitolo della seduzione

ideologica: era la fiducia nella possibilit di convincere gli indecisi o addirittura di convincere i nemici che obbligava a non fare ci che avrebbe pregiudicato la propria reputazione, anche a prezzo di non usare tutti i mezzi a disposizione per vincere le singole partite. Infine a trattenere la fuoriuscita definitiva della violenza dai suoi argini provvidde ci che rest della vecchia barriera d'accesso all'universo della guerra. Nonostante questa soglia si fosse abbassata notevolmente questi soggetti continuarono a patire un vantaggio rassicurante in tutte e tre le dimensioni fondamentali dei conflitti: comunicazione, movimento, distruzione. Mentre sempre da qui scatur anche il principale dilemma del terrorismo non statuale, oltre che la tendenza che gli deriv a essere meno indiscriminato di quello statuale. Il modo migliore di diffondere il terrore, colpire in modo indiscriminato avrebbe indebolito la sua efficacia come strumento di propaganda, mentre il modo migliore di assicurare la comunicazione, colpire obbiettivi simbolici, avrebbe indebolito sia l'effetto di diffusione del terrore che il suo principale vantaggio, la sorpresa. Se la mancanza di discriminazione avrebbe avuto il vantaggio di diffondere pi facilmente la paura, essa avrebbe avuto, anche lo svantaggio di essere comunicativamente opaca: nessuno si sarebbe sentito al riparo ma, in compenso, nessuno avrebbe capito. Nella globalizzazione politica e strategica del 900 il partigiano rimase una figura secondaria, capace s di resistere dove il nemico aveva deciso di portare la guerra, ma non di portare la guerra dove il nemico aveva deciso di non portarla. Per tutto il 900, pre perdendo il monopolio sulla politica e sulla guerra, gli stati conservarono saldamente il monopolio sulla catastrofe, anzi lo portarono fino all'estrema coclusione della minaccia e dell'uso del terrore nucleare. CAPITOLO SESTO. IL TERRORE LIBERATO. LA GUERRA INEGUALE E IL LABIRINTO DELLE LEGITTIMIT. La guerra scomparsa non perch sia scomparsa la violenza nella politica internazionale, ma perch si dissolta la forma politica e giuridica che consentiva di disegnarla come la guerra. Le polemiche politiche degli ultimi ani hanno messo sotto gli occhi di tutti quanto sia difficile, stando soltanto alla realt delle cose, stabilire se e quando una guerra possa dirsi conclusa: se al momento della caduta di Baghdad, o nel momento in cui il vincitore ha dichiarato unilateralmente la fine delle pincipali operazioni militari, oppure solo quando i combattimenti violenti e diretti sono finalmente cessati (non ancora).

1.

Dopo la guerra fredda. L'unipolarismo e i suoi doppi.

Il collasso del sistema internazionale bipolare ha eliminato anche i residui freni che il 900 aveva opposto alla scomposizione della forma della guerra. Al primo di essi, l'equilibrio del terrore. La simmetria tra i contendenti l aprima vittima dell'evoluzione attuale della guerra. La superiorit di cui gli Stati Uniti godono nei confronti di tutti i loro possibili competitori non ha precedenti nella storia delle relazioni internazionali moderne. Questo monopolio militare si gi pienamento realizzato nel dominio di tutti e tre gli spazi comuni (cielo, aria, spazio) da cui dipende la possibilit dell'egemonia mondiale. Le guerre combattute dagli Stati Uniti sono del tutto prive delle dimensioni dell'azzardo (di quelle del 900). Il ricorso sempre pi frequente alla minaccia o all'uso di forza ha un rapporto indubbio, sebbene inconfessabile, con la certezza dell'impunit, cos come la nuova dottrina della guerra preventiva deve la propria razionalit strategia all'impensabilit di un SECOND STRIKE da parte dell'avversario. Gli Stati Uniti sanno di avere i mezzi per svincolarsi dall'universo clausewitziano dell'azione reciproca. L'avversario degli Usa non impone pi la sua legge ma, immobilizato dall'Air Power e

dalla guerra elettronica, si trasforma in un oggetto vivente ma passivo, senza reazione un oggetto con il quale la guerra pu finalmente trasformarsi in un gioco a costo zero o, almeno, in un gioco eccezionalmente parsimonioso se confrontato con i costi del nemico. Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti abbiamo ricorso in maniera eccezionalmente frequente all'uso della forzapi di una volta ogni due anni: 1989 (Panama), 1991 (Iraq), 1993 (Somalia), 1995 (Bosnia), 1996 (Iraq), 1998 (Afghanista, Sudan, Iraq), 1999 (Jugoslavia), 2001 (Afghanistan), 2003 (Iraq). Nello stesso tempo che ha spazzato via ci che divideva il mondo, la fine del bipolarismo ha cancellato anche ci che lo univa: anzi ha rivelato una volta per tutte che ci che divideva il mondo e ci che lo univa erano, politicamente, la stessa cosa. Oggi il sistema internazionale molto meno interdipendente, sul piano politico-strategico, di quanto non fosse fino a quindici anni fa. La fine del bipolarismo ha operato in maniera opposta sul terreno economico-commerciale e su quello politico-strategico. Mentre sul primo la globalizzazione cresciuta sia in quantit che in qualit, sul secondo la geografia del sistema internazionale si scomposta sempre di pi in una rete di geografie distinte, ciascuna dotata di propri spazi di propri confini e di proprie struture di potere. A istituire un elemento di connessione tra i diversi contesti regionali rimane, sul terreno politico, soltanto la politica estera degli Stati Uniti. Non ' bisogno di sposare la tesi di Samuel Huntington sui conflitti di civilt per riconoscere che la fine della guerra fredda ha coinciso con l'apertura di una nuova fase di deoccidentalizzazione del sisema internazionale, gi segnata della riappropriazione dei linguaggi locali tanto nell'opera di legittimazione quanto in quella di contestazione del potere ma, soprattutto, incline a richiudere lo spazio globale della comunicazione in una frammentazione di spazi e pubblici diversi, indifferenti gli uni alle vicende e alle sensibilit degli altri. Infine, anche la soglia d'accesso all'universo della guerra ha dato segni di ulteriore cedimento che 9/11 ha simboleggiato. Nella riuscita degli attacchi all'America si sono mischiati, infatti, tutti i principali effetti che il fenomeno della globalizzazione economica e tecnologica tende ad avere una sua morfologia della guerranon riproducendo una guerra globale ma consentendo a soggetti diversi dagli stati di globalizzare costi e conseguenze dei rispettivi conflitti locali. Il primo aspetto di questo processo l'ampliamento e la diversificazione delle fonti di comunicazione, che consente agli attori non statuali non soltanto di disporre i informazioni e conoscenze in passato inaccessibili o protette dal segreto degli stati, ma anche di diffondere attraverso canali indipendenti informazioni e conoscenze proprie, destinate alla propaganda o al reclutamento o al coordinamento interno. Il secondo aspetto la capacit di diffusione e circolazione della violenza. Anche operizzazioni non governative di natura terroristica o, pi genericamente, criminale operino con sempre maggiore facilit attraverso i confini, negli stessi modi delle reti economiche, commerciali o finanziarie. Lo stato moderno ha un impegno a perimetrare un ambito interno di ordine e di sicurezza in cui non pu capitare di tutto. L'aumento delle capacit offensive dei soggetti non statuali si sta gi realizzando per effetto di una sfortunata combinazione tra abbassamento della soglia d'accesso alla violenza e aumento della vulnerabilit dei suoi destinatari. Da un lato si rafforzata la tendenza costante negli ultimi due secoli al miglioramento, alla semplificazione e alla diminuzione dei costi delle armi leggere e degli esplosivi. Ci comporta una crisi delle pretese al monopolio legittimo della violenza e degli ordinamenti politici e giuridici corrispondenti, aggravata nel sistema internazionale attuale della proliferazione di stati deboli o al collasso (failing states) eccezionalmente vulnerabili all'emergere dei competitori militarmente organizzati. L'incontro fra questi due processi ha fatto delle armi leggere le vere armi di ditruzione di massa degli anni 90. La drastica diminuzione dei loro costi e delle loro difficolt d'impiego non ha soltanto abbassato a livelli storicamente inediti la soglia d'accesso alla violenza ma, ha giocato un ruolo

fondamentale nella crisi di molti stati del terzo mondo e nelle guerre civili che ne sono seguite. La globalizzazione economica e tecnologica ha drasticamente accorciato le distanze tra tecnologie civili e tecnologie militari, consentendo sempre di pi a chi iin possesso delle abilit richieste per le prime di adattarle o piegarle alle esigenze delle seconde. Questa combinazione la lezione pi appariscente di 9/11. Se l'abbassamento della soglia di accesso alle armi leggere aumentava la vulnerabilit della societ e degli stati deboli, la propensione delle tecnologie civili a essere trasformate in strumenti offensivi aumenta prima di tutto quella delle societ complesse. 2. La guerra ineguale e la dissoluzione delle reciprocit Nessuna delle condizioni necessarie a produrre e difendere regole comuni presente nel contesto attuale: l'equilibrio ha lasciato posto alla ombinazione tra il massimo della concetrazione e il massimo della diffusione di potenza; continuit delle relazioni tra gli attori stata allentata dalla mancanza dell'archittettura globale del sistema precedente, che ha aperto lo spazio per incursioni opportunistiche in sistemi regionali diversi dal proprio e dai quali si resta liberi di liberarsi; il grado di omogeneit istituzionale, ideologica e culturale tra gli attori ulteriormente diminuito per l'effetto concomitante del riflusso dell'impatto occidentale sul resto del mondo e dell'abbassamento deglia soglia d'accesso all'universo della guerra; si accentuata la crisi del monopolio sulla violenza del portatore del vechio ordinamento politico e giuridico, lo stato, mentre i portatori potenziali di un nuovo ordinamento (a partire dall'ONU) non si sono ancora dimostrati all'altezza dei propri compiti. A cancellare definitvamente le codizioni per una limitazione efficace della violenza la mancanza di qualunque traccia di eguaglianza tra i contendenti, una dissoluzione della reciprocit che non deve esere banalizzata nei termini tecnico-militari della guerra asimmetrica. Le guerre dell'unipolarismo hanno qualcosa in pi rispetto a quelle del passato. Sono caratterizzate da una diseguaglianza di mezzi e chances di vittoria che non deriva, volta per volta, dalla relazione diaica tra singoli avversari ma dalla struttura stessa del sistema internazionale. La guerra ineguale l'espressioe dell'unipolarismo nella dimensione della violenza. Diseguaglianza investe tutte le dimensioni della morfologia della guerra, inclusa quella delle risorse di potenza. Esempio Israele: l'assimetria dei contendenti (contro Palestina, Libano) dipesa dal possesso di risorse poste a livelli incommensurabilmente diversi di sviluppo tecnologico e organizzativo (stessa cosa in Usa contro Panama, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia). Alla diseguaglianza di potere si collega diseguaglianza delle poste in gioco. In occasione di tutte le crisi e le successive guerre del dopo guerra fredda il dibattito e le esitazioni europee e Usa si sono tutte basate sul rischio di subire perdite eccessive. (Bush voleva giocare d'anticipo contro Saddam Hussein per non perdere troppi uomini). L'opposto vale per i contendenti pi deboli. Non essendo in condizioni di competere sul terreno del potere e no potendosi appoggiare a un alleato pi forte l'unica chace che resta a loro quella di non perdere troppo o di elevare i costi della vittoria dell'avversario fino al punto in cui essa non risulti pi conveniente. Anche la posta in gioco per loro si allarga ino a includere l'occupazione parziale o totale del paese, la caduta del regime politico, e anche la traduzione di fronte a qualche tribunale internazionale o locale. La differenza di potere si traduce in una differenza di vulnerabilit, che la minaccia globale del terrorismo scalfisce solo marginalmente. Essa non rimette neanche lontanamente in gioco l'egemonia del paese pi forte n l'integrit del suo territorio o la sopravvivenza del suo regime politico e della sua stessa popolazione. Malgrado lo choc di 9/11 la vulnerabilit degli Usa nei confronti del terrorismo rimane incomparabilmente pi bassa sia di quella che essi hanno patito nei confronti dell'URSS sia di quella che i loro potenziali nemici patiscono oggi nei loro confronti. Oltre alla certezza della vittoria gli interventi degli Usa e i loro alleati (dopo la guerra fredda) sono

accomunati proprio dal fatto di essere interventi: ovvero combattuti su territorio altrui, in una situazione dove l'invulerabilit del proprio territorio assicurata. Un altro esempio il sistema di basi americane che stanno mano a mano sostituendo con una rete di basi leggere, pensate come stazioni di rifornimento o trampolini di lancio per la proiezione nelle aree limitrofe e l'assicurazione di un grado di mobilit strategica precluso a tutti gli altri attori. La guerra ineguale ribala anche la caratteristica pi impressionante delle guerre del Novecento, la guerre del dopoguerra fredda hanno sperimentato una divaricazione significativa nel grado di mobilitazione delle parti. Alla mobilitazione Totale e reciproca delle guerre novecentesche succeduto un movimento contrario di smobilitazione totale e asimmetrica, in quanto riservata a una soltanto delle parti in conflitto. La drastica il passaggio avvenuto con la diminuzione degli effettivi delle forze armate europee e americane che ha circosritto l'esperienza del rischio e della morte; e alla tendenza crescente nei paesi che ricorrono on maggiore frequenza all'uso della forza (USA e GB) ad appaltare funzioni tradizionalmente affidate a eserciti regolari a compagnie private. (in Iraq attualmente 20,000 privati=pari a tutti i cotingenti Usa messi insieme). Infatti, a manifestare le maggiori perplessit e ad avanzare i principali dubbi sull'opportunit dell'inervento sono stati i vertici militari, cio i rappresentati dell'unica frazione della societ acora soggetta a mobilitazione. Ineguaglianza espressa in: risorse di potere, posta in gioco, rapporto con lo spazio, grado di mobilitazione ha l'effetto combinato di creare una guerra diseguale nell'esperienza della guerra. Per una delle due parti (quella debole) la guerra rimane quello che sempre stata (esperienza quotidiana di paura, vulnerabilit e morte), per l'altra, invece, la guerra pu assumere l'apparenza della pace, riflessa nel linguaggio eufemistico di PEACE ENFORCING ma basata prima di tutto sulla concreta possibilit di ignorare la sua esistenza. La guerra non comincia nello stesso momento per tutte due le parti n ha la stessa incombenza per ciascuna di esse. Al contrario, essa impone la propria presenza a una parte proprio mentre si nasconde agli occhi dell'altraanche quando, come nel caso israelopalestinese, chi gode della pace vive a pochi chilometri di chi non pu sfuggire alla guerra. 3. La guerra ineguale come una guerra senza limiti La diseguaglianza tra contendenti sta riportando la guerra alla forma che ha quasi sempre avuto spedizioni punitive condotte lontano da casa senza alcun coinvolgimento da pare delle rispetive opinioni pubbliche in virt della consapevolezza che il rischio peggiore sarebbe stato quello di tornarsene indietro. Nella guerra ineguale i contendenti non hanno n le stesse possibilit di vittoria n la stessa concezione di he cosa sia e debba essere uan vera guerra , quindi, la disponibilit di riconoscersi reciprocamente il diritto di combatterla. Carl Schmitt: se le armi sono in modo evidente impari cede il concetto di guerra reciproca. Si acuisce allora in misura corrispondente il contrasto tra le parti in lotta. Chi in stato di inferiorit sposter la distinzione tra potere e diritto negli spazi del BELLUM INTESTINUM. Chi superiore vedr invece nella proprio superiorit sul piano delle armi una prova della sua giusta causa e dichiarer il nemico criminale, dal momento che il concetto di JUSTUS HOSTIS non pi realizzabile. 3.1 Una guerra offensiva bilaterale. La guerra ineguale non dispone di una nozione condivisa di che cosa sia o debba essere una guerra normale o una buona guerra, perch le due parti possiedono strumenti e abilit del tutto diverse e inconciliabili da combattere, perch inevitabile che ciascuna di esse si sforzi di portare la guerra

sul terreno sul quale si aspetta di essere pi efficente, perch l'impossibilit di concordare su dove, quando e come impiegare la violenza rende difficile o impossibile convenire tra le parti su quali forme di aggressione siano lecite, onorevoli, o degne di veri combattenti. Se il terrorista di qualcuno il combattente per la libert di qualcun'altro, la minaccia asimmetrica di una cultura il modus operandi standard di qualcun'altro. Rispetto alle guerre del passato, il contesto unipolare amplia ulteriormente lo spazio dell'asimmetria :perch l'abissale superiorit di cui godono gli Usa incoraggia non soltanto gli attori non statuali, ma gli stessi a uscire dai modi e dai mezzi della guerra regolaresecondo un processo di appredimento perfettamente esemplificato dal modo opposto in cui l'Iraq ha condotto la guerra del 91 e quella del 2003. Mano a mano che cresce il gap generazionale nelle armi e nelle forze militari aumenta l'incentivo a portare lo scontro in livelli sempre pi bassi. Guerra panoptica di Foucault una macchina per dissociare la coppia vedere e essere visti nell'anello periferico si totalmente visti senza mai vedere, nella torre centrale si vede tutto senza mai essere visti. Dal lato del pi debole, al contrario, ci che il pi forte cerca di ottenere con la trasparenza non pu che essere seguito attraverso la profondit. Regolare e irregolare continuano a combattere ciascuno nella propria dimensione ma portandola in tutti e due i casi alle soglie dell'abisso. Intanto perde ancora pi significato la tradizionale prescrizione che imponeva ai combattenti compresi quelli irregolari di avere un segno distintivo isso e riconoscibile a distanza e portare le armi apertamente. Questa prescrizione, che era gi contradditoria on i modi propri di qualunque guerra partigiana divenne addirittura grottesca alla luce dello sviluppo contemporaneo delle tecnologie belliche. Come accade in ogni situazione nella quale la difesa appare impossibile o troppo rischiosa, la comune dialettica tra offesa e difessa lascia sempre pi il posto a una sorta di guerra offensiva bilaterale, perfettamente opposta alla morfologia preedente della guerra bipolare. Invece di una coppia di difensori, la nuova guerra comprende una coppia di attaccanti, ciascuno dei quali si sente incentivato a colpire per primo nella convinzione di non poter parare, ne replicare efficaciemente al colpo dell'altro. agire contro le minaccie emergenti prima che esse si siano pienamente formate: dottrina che erode ulteriormente il confine tra guerra e pace. 3.2. La fenomenologia della violenza tra confiamento e contaminazione Viene travolta la nozione stessa di guerra come condizione reciproca, riconosciuta in comune da tutte e due le parti, dalla condizione opposta della pace e da tutte le altre forme di violenza. Questa condizione suggerisce ai protagonisti della guerra ineguale due strategie opposte, ma egualmente sfavorevoli agli sforzi di limitazione e istituzionalizzazione della guerra: la parte pi forte, che ha il vantaggio del potere ma, proprio perch non mette in gioco la propria sopravvivenza, ha lo svantaggio di avere un interesse minore alla vittoria, ha un comprensibile incentivo a combattere guerre chirurgiche, leggere-secondo la formula dell'attuale segretario alla difesa americano Rumsfelde soprattutto al minor costo possibile in termini di perdite umane e sforzi economici. confinamento della violenza. I vantaggi in termini di potere sono massimizzati per minimizzare gli svantaggi in termini di mobilitazione. Usa tenere la guerra a distanza ricorso preventivo dell'uso della forza, uso sistematico air power. L'incentivo opposto muove gli attori pi deboli. Mettendo in gioco interessi pi rilevanti, essi non sono soltanto disponibili a subire costi pi alti per un periodo di tempo pi lungo, ma si sforzano di massimizzare questo vantaggio in termini di mobilitazione per minimizzare gli svantaggi in termini di potere. Quasi il 30% delle guerre asimmetriche del passato si sono concluse con la vittoria della parte pi debole. La debolezza stata riconosciuta come il segreto della vitoria: dal momento che il pi deboe metteva in gioco la propria sopravvivenza, il suo investimento risultato alla lunga incomparabile a quello del pi forte. Due vantaggi di questa strategia: rispetto all'epoca della difesa degli imperi coloniali e della lotta

contro il comunismo internazionale, la disponibilit delle societ europee e americane a pagare costi per guerre considerate evitabili anora pi bassa; i soggetti non statuali protagonisti della guerra ineguale non sono pi vicolati alla contiguit geografica, n a mezzi di dsitruzione irrisori n, come vedremo, alle esigenze e gli scrupoli della comunicazione. E' qu che entra in gioco il terrorismo globale del tipo di Al-Qaida. Il terrorista un partigiano senza territorio , perch un territorio non lo possiede o on possiede un senso del territorio. La mobilit del terrorista la mobilita del campo di battaglia. Il terrorista non agisce dietro le linee, le ignora: la sua efficacia tutt'uno con la sua capacit di spostare la guerra dove e quando gli stati non la praticano. La strategia di azioni terroristiche il perfetto rovesciamento delle strategie di confinamento della guerra eguite dai paesi pi forti. I terroristi fanno irrompere la guerra in questo spazio in modo che la normalit non sia pi possibile per nessuno. L'obiettivo immediato del terrorismo questa brutale redistribuzione della vulnerabilit. I terroristi non si sforzano di conquistare le menti e i cuori di popoli nemici perch sanno che non possono essere conquistate. Non c' propaganda, il terrorismo pu tornare alla sua forma pura di diplomazia della violenza come strumento degradato ma, a suo modo, razionale per alzare i costi della guerra a chi di costi ne vuole pagare il meno possibile. Questa rincorsa tra confinamento e contaminazione appare in un caso come il conflitto israelopalestinese in cui la contiguit degli spazi riservati alla pace e alla guerra richiama qualcosa della ridicola vicinanza a casa delle trincee della WWI. All'epoca della prima intifada Walzer racconta come una negoziante di Ben Yahudda Street si lamentasse con lui del turismo e dei negozi e degli alberghi vuoti. Dava la colpa ai media che mostrava immagini di palestinesi che lanciavano sassi, e dei soldati israeliani con manganelli e lacrimongeni, dice le immagini sono false, basta guardare come tutto tranquillo. Per anni il governo d'Israele ha dichiarato che la linea verde non esisteva ma ora l'intifada ha rimesso in gioco la linea sia sul terreno che nella memoria. Quando le persone dicono che il problema sta dall'altra parte si riferiscono sempre alla linea. Il ripristino della linea verde il risultato maggiore dell'intifada. Questo ripristino l'espressione plastica delle strategie di confinamento della violenza nonch il pi evidente elemento di continuit nella politica di sicurezza di Israele. La sicurezza del muro rientra perfettamente nello spirito della guerra panoptica: una sicurezza che garantisce di colpire senza essere colpiti, di far scorrerie senza poterne subire, di tenere sotto controllo senza poter essere controllati. L'obiettivo del terrorismo palestinese nel decennio successivo alla prima intifada, divenne proprio la condizione normale della negoziante di Ben Yehudda Street: la pretesa di continuare a vivere in pace mentre a pochi chilometri di distanza, altri restavano condannati all'inferno della guerra. Questa rivendicazione di normalit ci che continua a attirare l'ostilit di chi confinato oltre la lineala stessa ostilit che i soldati brutalizzati dalla guerra di trincea avevano gi indirizzato ottant'anni prima verso chi li aveva precipitati all'inferno ma ne era stato risparmiato. 4. L'ineguaglianza e il fantasma della guerra interstatale. Nessuna delle guerre degli ultimi quindici anni ha compreso forme di riconoscimento reciproco dalle parti. Anche il diritto assume un ruolo di separazione e discriminazione fra i contendenti. Da un lato perch divide soggetti autorizati all'uso della forza da soggetti non autorizzati. Dall'altro perch invece di limitare la guerra, il diritto diventa la forma di legittimazione di guerra senza limiti, perch condotte cotro fuorilegge privi di requisiti di appartenenza alla societ internazionale. Gli Usa, anche nelle ostilit militari contro altri stati non hanno mai riconosciuto al nemico un eguale diritto, tanto che tutte queste guerre si sono concluse di fronte a un tribunale e che l'unica che non l'ha fatto, la Guerra del Golfo del 1991 passata per questa ragione come incompiuta. In un sistema internazionale nel quale tutti i principali stati s'ispirano ai principi democratici e

liberali, quote crescenti dello JUS BELLI vengono riappropriate dai paesi democratici proprio mentre vengono sottratte ai paesi non democratici. Per i paesi non democratici persino il pi elementari degli attributi della sovraneit, il diritto all'autodifesa, rischia di essere pregiudicato dalla possibile iscrizione nell'elenco di ROGUE STATES o dei gruppi terroristici. Come sul terreno del potere, anche su quello del diritto la guerra ineguale si rivela l'espressione dell'unipolarismo nella dimensione della violenza. La guerra diviene l'espressione di una societ internazionale pi esigente ma meno inclusiva che al tradizionale principio dell'eguaglianza formale tra gli stati tende sempre di pi a sostituire un principio di discriminazione a favore delle democrazie. Dall'altro lato nella crisi delle sovranit come soglia d'accesso riconosciuta alla piena legittimit inetnazionale altri soggetti, diversi dagli stati, tornano a rivendicare il diritto di difendere con le armi i propri diritti. Carl Schmitt: 4 criteri del partigiano 1) irregolarit 2) accrescuta mobilit 3) intensit dell'impegno politico 4) carattere tellurico