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La Civiltà contro la Criminalità.

La mafia non è il fenomeno oscuro sempre polemizzato, ma non è neppure un fenomeno di


'arcaicità'. Questa seconda visione, cinematografica e spettacolare, non è a sua volta veritiera:
suggerisce che la mafia consista solo nel collocare in assolate campagne siciliane qualche rara
persona con una coppola in testa la quale, da dietro un fico d’India, sia pronta a sparare con un
fucile a canne mozze.
Del resto una delle origini etimologiche del termine trova riscontro nel “Movimento Anti Francese”
che tra il 1700 fino all’unità d’Italia era espresso nel Regno delle Due Sicilie dalla resistenza di tutto il
suo popolo per evitare di essere assoggettati dalla dominazione Francese che era alle porte, ed allora
non si trattava certo di criminalità ma della naturale resistenza dei valori di civiltà di un popolo che si
vedeva minacciato da un popolo invasore.
Naturalmente l’antropologia non può limitarsi a territori netti, definiti, ma deve rischiare la
contaminazione, deve avventurarsi negli ‘inferni’. L’antropologia non è una scienza pacata che
sollecita e induce rasserenamenti, deve invece assumere la contraddittorietà del reale per cercare di
spiegarla, o almeno per fornirne alcune chiavi interpretative. E cosi convenzionalmente definiamo
mafia qualunque fatto criminoso soprattutto se organizzato. Ed allora pensiamo sia corretto, e
fortunatamente lo è nel linguaggio criminologico, giuridico, parlare più esattamente di criminalità
organizzata di fronte ai fatti criminosi che si verificano nella nostra società specie se di tipo
organizzato e mettiamo da parte le visioni cinematografiche ed evitando le speculazioni concettuali
che sempre invece hanno fatto comodo proprio alla criminalità.
La cultura di un paese è il suo tessuto connettivo, nel bene e nel male. A volte può dare un
precipitato perverso, come in questo caso, ma bisogna avere il coraggio di assumere la specificità
culturale, che di per sé non è né una colpa né un merito bensì un dato storico e modificabile; inoltre
le diversità culturali, anche quelle rapportabili alla mafia o ad altri fenomeni degeneri, costituiscono
in parte la ricchezza di un paese. Ciò significa che, in una società multietnica e multiculturale,
bisogna individuare quali valori sono tali da potere essere condivisi da tutti nel senso proprio di guida

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per l’azione - di meta culturale - e quali devono invece essere combattuti perché negativi, portatori di
morte e di sopraffazione, ostacoli permanenti alla vita associata.
Oggi c’è una consapevolezza maggiore e c’è un maggiore senso della necessità di opporsi al
fenomeno a livello di società civile. Tale tendenza viene spesso segnalata in maniera retorica e
predicatoria, ma bisogna comunque sottolineare la presenza di questi momenti e di questi nuclei di
aggregazione, allo stesso modo in cui ci rendiamo conto dei mali a cui essi si oppongono.
In una società come la nostra, nella quale coesistono tanti filoni che possiamo non necessariamente
identificare come politici ma più propriamente come industriali, per conseguire un determinato fine si
cercano degli accordi - bonariamente definiti "di sindacato" - che in realtà hanno scopi di tipo
essenzialmente criminoso. Se ciò corrisponde a verità, allora la lotta non può essere effettuata solo a
livello socio-intellettuale ed esclusivamente in determinate aree, ma deve investire tutta la società
italiana e quella occidentale in genere.
Abbiamo il dovere di essere protagonisti di una lotta alla criminalità organizzata, per le stesse ragioni
etico-politiche, di contrastare tutti quegli altri atteggiamenti che non rientrano nella norma del
rispetto reciproco e del rispetto delle regole che ci siamo dati.
E’ convinzione ormai, finalmente, comune che si potrà sconfiggere, o perlomeno limitare in
maniera precisa, il fenomeno della criminalità organizzata quando si daranno risposte alle domande
che lei pone, cioè risposte a quelle domande di sicurezza, che tutti i cittadini vogliono nella
quotidianità.
La storia ci ha mostrato come uno dei possibili metodi per sconfiggere la criminalità organizzata è il
pentitismo. Ma sempre la storia ci mostra come non sia possibile sconfiggere definitivamente alcune
forme di criminalità organizzata. C'è la necessità di ridurre il tutto in termini fisiologici.
Ogni società sviluppata fa i conti con forme di criminalità organizzata.
L'obiettivo è quello di ridurre al massimo l'incidenza della criminalità organizzata. Per le forme di
criminalità organizzata il ricorso allo strumento del pentito - che non è una categoria dello spirito,
ma è una persona che decide di collaborare e di dire le cose che sa - è stato sicuramente
importantissimo e determinante per arrivare a scoprire, dall'interno, meccanismi, logiche e
funzionamento.

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I pentiti sono una serie di persone, più di mille oggi, che per motivazioni diverse hanno scelto di
collaborare. Collaborare significa dare qualche cosa per avere qualche altra cosa in cambio. Questo
non significa che si debba credere ai pentiti come se fossero un Vangelo.
Normalmente si cerca di andare a trovare i riscontri. Nell’attuale contesto è assolutamente necessario
una revisione dei meccanismi del pentitismo, che però salvaguardi lo strumento del collaboratore di
giustizia. Pur con tutti gli aggiustamenti che sono necessari per evitare le disfunzioni, che ci sono
state, il pentito è uno strumento indispensabile per contrastare la criminalità organizzata di stampo
mafioso. Niente in assoluto, di quello che è umano, possa essere protetto in maniera assoluta. Anche
alcuni Presidenti degli Stati Uniti d'America, che sono protetti molto attentamente, sono stati
assassinati. Le stragi di Capaci e di Via d'Amelio hanno dimostrato che avevamo a che fare con
organizzazioni in grado di portare attacchi frontali allo Stato.
Lo hanno anche dimostrato nel '93, mettendo bombe a Milano, a Roma, a Firenze, in un'ottica che
era quella di sfidare lo Stato.
Questa è la caratteristica della criminalità organizzata - e quando diciamo mafia diciamo un sistema
criminale integrato tra mafia, camorra, Sacra Corona Unita e ndrangheta - nei cui confronti però lo
Stato, dal '91 in poi, ha fatto sicuramente tanto. Una delle cose che ha fatto è stato quello di
prendere spunto dall'esperienza di Falcone e Borsellino per trasformare la lotta in una lotta di
organizzazioni alle organizzazioni. In quest'ottica è nata la Sezione Investigativa Antimafia; in
quest'ottica sono nate le Procure Distrettuali Antimafia; in quest'ottica è nata e si è sviluppata la
Direzione Centrale per i Servizi Antidroga. Sono organismi interforce in cui ci sono carabinieri, polizia
e guardie di finanza. Mettendo assieme energie e professionalità, mettendo al lavoro una struttura
organizzata, si possono ottenere grandi risultati, risultati che in questi anni sono sotto gli occhi di
tutti.
La criminalità organizzata, in particolare quella che viene chiamata Cosa Nostra siciliana, ma anche la
ndrangheta e la camorra, sono state fortemente caratterizzate, nel corso degli ultimi anni, non solo
da una grande potenza militare, non solo da una grande potenza di reinvestimeto di capitali di
provenienza illecita, ma anche dalla capacità di instaurare un certo tipo di rapporti con spezzoni della
politica, con uomini della politica, non con la politica in genere, né con tutti i partiti politici, e
rapporti con qualche spezzone delle istituzioni. Questa capacità ha fatto diventare le organizzazioni

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criminali nel nostro paese un momento patologico. Qualsiasi società economicamente sviluppata si
deve confrontare con meccanismi di criminalità organizzata, perché la criminalità organizzata ha lo
scopo di lucro e quindi tende a far soldi e dove l'economia è sviluppata i soldi ci sono e i soldi si
fanno. E' assolutamente importante però recidere questa possibilità di avere questo tipo di rapporti,
di avere questo tipo di infiltrazioni tra criminalità organizzata e politica. Quando si riuscirà a far
questo, potremo dire di aver ridotto il fenomeno a un momento fisiologico, cioè a un momento con
il quale si può continuare a fare i conti, uscendo da una situazione di patologia quale è stata - e qual'
è, per alcuni versi, ancora in questo momento. Diciamo che ci sono collusioni, queste collusioni da
parte di singoli sono emerse in tutte le realtà. Si potrebbe rispondere: come si fa allora a lavorare se
non dovessimo fidare, se non potessimo fidarci di tutti coloro che lavorano con noi? Di certo c'è
una necessità: bisogna aver fiducia nello Stato, bisogna aver fiducia nelle istituzioni. Crediamo che
sia importante schierarsi. Se si vuole avere giustizia bisogna credere nel concetto che ci sarà pure un
giudice onesto. Perché, se non si crede in questo concetto, bisogna rassegnarsi a subire l'ingiustizia,
e, quindi, la scelta è tra il continuare a subire l'ingiustizia giorno per giorno, oppure credere che ci
sino poliziotti, carabinieri e finanzieri onesti, come ce ne sono, e ce sono tanti, e sono la maggior
parte, e credere che ci sia un giudice onesto.
Questa è la sfida. In questa sfida bisogna credere. Di certo ci vuole coraggio.
Però se non ci si crede tutto diventa più difficile. Ognuno di noi è uomo con tutti i pregi e con tutti i
difetti. Crediamo che raccogliere la sfida di stare dalla parte della legalità significa, ogni qual volta che
è possibile, mettere in discussione se stesso in difesa, non tanto del singolo, che in quel momento ha
bisogno di aiuto, ma in difesa di quella società a cui tutti apparteniamo.
Lo Stato nel Meridione mostra molto più spesso la faccia feroce che la faccia di uno Stato che c'è e
che aiuta. Però chiediamoci anche se noi abbiamo sempre visto nello Stato, noi meridionali in
particolare, abbiamo sempre visto nello Stato un qualcosa di distante e di lontano, un qualcosa che
sta altrove, un qualcosa che è diverso da noi, una vacca da mungere, un qualcosa a cui ricorrere
quando si ha bisogno. Lo Stato siamo tutti, e lo dobbiamo essere momento per momento.
Non si chiede a nessuno di essere eroe, però o si crede nella possibilità del cambiamento e quindi ci
si impegna ognuno per la sua parte, oppure si dà per certo che bisogna rassegnarsi a vivere sempre
peggio. Questa è la sfida. Non che ognuno deve necessariamente fare l'eroe e aspettare a ogni

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fermata di autobus uno scippatore per andarlo a prendere. Ma semplicemente: "comportati in queste
situazioni come tu desideri che gli altri si comportino nel momento in cui tu vieni scippato". C'è un
problema di omertà. Lo Stato deve riuscire a capirlo. A volte è la paura che crea questo muro di
silenzio.
Lo Stato sta cercando - mai come nel corso degli ultimi sei, sette anni - di dare risposte sempre più
precise alle richieste di sicurezza che provengono da parte di tutti i cittadini. E' assolutamente
necessario che ogni cittadino sappia che lo Stato, da solo, non può fare tutto. Perché una persona
venga condannata occorre che ci sia qualcuno che vada a testimoniare; perché una persona venga
arrestata occorre che ci sia qualcuno che vada a fare la denunzia. Lo Stato non è dietro ogni
lampione.
Guai se fosse così, con tutta una serie di telecamere, come un "grande fratello" che controlla tutti
quanti. Nessuno di noi vorrebbe una cosa di questo genere. Rispetto ai singoli fatti criminosi è
necessario che, da parte del singolo cittadino, ci sia un qualcosa in più. Ci rendiamo conto che è
assolutamente difficile chiedere un qualcosa in più ai singoli cittadini nel momento in cui lo Stato
sembra assente o mostra la sua faccia feroce. Non si può risolvere il problema della grande e della
piccola criminalità solo attraverso gli interventi di tipo repressivo. Ci sono una serie di interventi che
riguardano il mondo del lavoro, l'occupazione, la sanità, l'edilizia, ecc.
E' chiaro che, se non c'è questo, i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri e i magistrati non bastano.
E' una cosa su cui ognuno di noi deve dare un minimo di partecipazione, perché se non c'è questa
partecipazione da parte dei singoli, poco potrà cambiare. Crediamo che la vera criminalità
organizzata - ma questo non per fare gradazioni di pericolosità - sia qualcosa di molto più pericoloso
di quello storico movimento anti francese da cui ha origine la parola mafia. La criminalità
organizzata è un sistema criminale che è in grado, in certi momenti, di porsi come antagonista allo
Stato, di porsi come anti-Stato, di porsi come soggetto che ritiene di poter contrastare lo Stato. Le
bombe del '93, tra le altre cose, avevano anche l'obiettivo di sfidare lo Stato sul problema del 41 bis,
cioè dell'isolamento per i detenuti per criminalità organizzata. Questa è la vera criminalità, che
magari è quella che non si vede per le strade, che magari è quella che scopriamo all'improvviso
essere il nostro vicino di casa o il professionista che noi conoscevamo come persona per bene. La
criminalità organizzata è quella che non si vede, che però, quando si vede, fa male, come quando fa

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le stragi. Quello che deve essere chiaro è che si può criticare lo Stato, perché pagando tutti le tasse
abbiamo tutti diritto di criticare lo Stato e chiedere allo Stato di fare sempre qualcosa di più. Però,
per chiedere allo Stato di fare qualcosa di più, soprattutto sul tema della sicurezza, bisogna
cominciare a dare qualcosa in prima persona. Capita spesso di sentire parlare di "vecchia mafia" e
"nuova mafia". Non esiste la "vecchia mafia" e la "nuova mafia". Esiste la criminalità, che però è
cambiata nel tempo perché si è adattata ai cambiamenti dell'economia e della società in genere. La
mafia è, dapprima, agricola, perché l'economia in quel periodo era agricola. Personaggi emblematici
di questa fase sono il famoso Don Calò Vizzini e Genco Russo.
Questi erano l'espressione di una mafia che aveva un forte interesse soprattutto verso il potere.
In questa fase storica il potere viene avvertito come la più appetibile delle conseguenze dell'essere
mafioso: anche il denaro è importante, ma ha una dimensione secondaria. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale si avvia in tutto il paese, e naturalmente anche in Sicilia, la ricostruzione edilizia. La mafia
scopre un nuovo affare, una nuova possibilità di fare molti soldi, intervenendo nella speculazione
edilizia, ossia nella parte distorta della ricostruzione. In questo momento storico si cominciano a
saldare i rapporti con la politica e con la pubblica amministrazione. La mafia non può non avere un
rapporto con la pubblica amministrazione, perché altrimenti non riuscirebbe a far variare i piani
regolatori secondo le proprie convenienze, riuscendo a farla franca pur violando le regole. In una
fase successiva, che va collocata storicamente intorno alla metà degli anni Settanta, già alcune
famiglie mafiose si dedicavano al traffico degli stupefacenti. In quel periodo Cosa Nostra, nel suo
complesso, decide di entrare in massa in questo grande traffico. Il salto di qualità c'è stato col
traffico degli stupefacenti, e quindi con la disponibilità di enormi capitali, guadagnati con questo
traffico di morte - la droga è morte - e quindi con il riciclaggio e il reinvestimento anche
nell'economia "legale" di queste somme guadagnate col traffico illecito.
Questo percorso della mafia ha una continuità, che segue i mutamenti e i cambiamenti
dell'economia.
Gli appalti sono una ulteriore presenza mafiosa nel campo dell'edilizia. Le imprese nate per costruire
palazzi a un certo punto si sono avventurate in questo settore, che è lucrosissimo, in quanto
vengono investiti, per dare opere pubbliche ai cittadini - strade e quant'altro - migliaia e migliaia di
miliardi di danaro pubblico. Non dobbiamo credere che la mafia sarà sconfitta, un giorno, soltanto

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con l'opera della magistratura e delle forze della polizia. La soluzione del problema comporta
necessariamente il massimo di efficienza da parte di magistratura e polizia. Guai a indebolirle:
sarebbe un disastro.
Accanto e insieme a questo occorre una grande scelta politica di fondo e, soprattutto, una grande
opera di cultura della legalità per le nuove generazioni. Che cosa può fare il singolo?
Vi è la necessità di stabilire che il pilastro fondamentale della democrazia risiede tutto nel rispetto
delle regole, cioè nella legalità. La legalità conviene. Gli appalti pubblici, ad esempio, se sono gestiti
rispettando le regole, senza corruzione e senza cedimenti nei confronti della mafia, costano dieci
volte meno.
La legalità conviene anche da un punto di vista economico. L'evasione fiscale non è una forma di
illegalità? In Italia è enorme. Questo comporta che quelli che pagano le tasse, ne pagano un pezzo in
più per compensare il mancato afflusso da parte di quelli che le tasse non le pagano.
Se tutti le pagassimo, tutti pagheremmo meno.
La scommessa vera, in un paese democratico che vuole crescere come l'Italia che va in Europa, è
quella di formare le giovani generazioni alla cultura della legalità. La certificazione antimafia ad un certo
punto si era risolta in una iperburocratizzazione del rilascio, con conseguenze anche talvolta
paradossali e comunque di appesantimento di tutte le procedure. Allora si è pensato di ricorrere
all'autocertificazione per semplificare i procedimenti amministrativi, che erano diventati ormai
assolutamente non moderni, non efficienti. Occorre una gestione diversa da parte del potere politico
e dell'amministrazione della gestione degli appalti. Non è facile, perché, come è superfluo ricordare,
spessissimo le imprese mafiose si creano una parvenza di legalità mediante i famosi "prestanome",
che sono persone magari apparentemente degnissime. Rispetto al lassismo che c'è stato in passato,
che è stato talvolta vergognoso, si vede che già si sono fatti molti passi avanti e che altri se ne
faranno.
Non c'è dubbio che tra tutte le operazioni che riguardano le attività mafiose dal punto di vista
dell'investigazione, la più difficile da scoprire è quella del riciclaggio, perché si ricorre a strumenti
anche modernissimi. Il denaro, sapete benissimo, "ha le gambe di una lepre".
Adesso, con le operazioni telematiche, girano capitali ingentissimi da un continente all'altro. Quindi
è molto complicato fare queste indagini. In Italia non avevamo una legge sul riciclaggio, che

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prevedesse comportamenti e sanzioni. Questa legge adesso c'è da diversi anni, dai primi degli anni
Novanta.
Non ha funzionato molto bene e quindi è una legge che merita un'attenta riflessione sull'esperienza
negativa, che si è fatta, per cercare di correggerla e migliorarla. E' questa l'unica strada possibile.
Per quanto riguarda il discorso del segreto bancario, spesso anche questo dà adito a qualche
confusione. Per il giudice penale il segreto bancario non esiste in Italia. Questa è una cosa che molti
non sanno.
Chi fa il procuratore della repubblica, colui che in genere gestisce le indagini sulle organizzazioni
criminali, ha accesso -a determinate condizioni, autorizzato dal giudice delle indagini preliminari - ai
conti bancari. Quindi, per il momento di indagine, non esiste il segreto bancario in Italia.
Toglierlo completamente, con una maggiore dimensione, è una scelta politica delicata.
Ci sono due scuole di pensiero sull'argomento e francamente non ci sentiamo di sposare al cento per
cento la causa di chi vuole abolire totalmente il segreto bancario. Tra l'altro non è una particolarità
italiana: in tutti i paesi occidentali, capitalisti, dove il sistema creditizio è al centro della dinamica del
mercato, vi sono forme di segreto bancario più o meno, talvolta strettissime.
Si fa sempre l'esempio della Svizzera eppure molto accortamente, pur avendo una tradizione di
segreto bancario molto severa, aprirono i conti e trovammo una serie di riscontri e di prove che poi
hanno portato alla condanna di molti criminali. L'ecomafia è oggi la novità. Questo è un settore che
gli ambientalisti hanno messo in evidenza. Lega Ambiente, in particolare, ha fatto degli studi molto
interessanti. Si è scoperto veramente qualche cosa, che solo fino a poco tempo fa era abbastanza
sconosciuto e si apre un nuovo grande tema alla risposta repressiva.
Un'altra attività di cui non avevamo parlato è quello dell'estorsione, che è l'attività classica, anche
perché è lo strumento attraverso il quale si garantisce il controllo del territorio, che è la base
fondamentale del potere intimidatorio della mafia.
Il ricavato dell'estorsione, dal punto di vista economico, è notevolissimo.
Nell'estorsione c'è un ricavato molto importante anche in termini di potere, perché l'imposizione del
pizzo, in maniera capillare, dà una prevalenza all'organizzazione mafiosa, di presenza sul territorio, a
discapito della presenza istituzionale. Se noi riuscissimo, attraverso le forze di polizia, ad avere un
controllo del territorio, il pizzo non lo pagherebbe nessuno. La minaccia di un attentato rimarrebbe

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tale se il controllo del territorio fosse perfettamente in mano alle istituzioni. Invece il pizzo è
diventato una sorta di polizza d'assicurazione che il povero imprenditore paga nei confronti del
carnefice, affinché il carnefice non diventi tale. Questa possibilità che il carnefice diventi tale è legata
dal fatto che il controllo del territorio rimane ancora oggi il presupposto fondamentale della struttura
di potere, che è una delle componenti essenziali dell'organizzazione criminale. Quindi nell'estorsione
non solo è importante l'aspetto del profitto, che l'organizzazione consegue, ma è importante
l'aspetto del potere che questo garantisce all'organizzazione: sono sempre due cose che si saldano
sempre.
L’enorme quantità di danaro, guadagnata illegalmente, deve essere riciclata e inserito nell'economia
legale. A ciascun miliardo - e qui parliamo di migliaia l'anno - corrisponde, guadagnato col traffico di
armi, oltre che di droga -, corrisponde un miliardo inserito nell'economia legale.
Questo è un dato certo, perché se non lo si inserisce nell'economia legale non sai cosa fare di quel
danaro. In quelle dimensioni la funzione del danaro è quella di assicurare altro profitto. Viene
investito perché deve garantire altri ricavi. Allora è facile pensare che la quantità di capitali, di
provenienza illecita, inseriti ormai nel circuito dell'economia legale, è apprezzabile. Non è poco.
Allora il problema si pone nel riuscire a fermare il riciclaggio. Occorrono leggi sul riciclaggio,
perfezionate e affinate. L'aspetto repressivo è fondamentale - per impedire che se ne riversi
continuamente altro - con effetti nefasti per la salute dell'economia.
La possibilità che il crimine ha avuto di divenire impresa, può derivare anche dalla lentezza
burocratica e probabilmente avrà trovato anche delle agevolazioni in questo, ma lì proprio, come
dire, lo sviluppo è fisiologico. Questa progressiva organizzazione a modello imprenditoriale è
derivata dalla capacità - che è una delle caratteristiche più significative della mafia - di adattarsi al
mutamento dell'economia, del contesto sociale ed economico in cui opera. Il vero ruolo della
democrazia è stato sicuramente quello di aver lasciato, al suo interno, porte aperte agli interessi
mafiosi. Adesso non prendiamocela con tutta la burocrazia, perché le generalizzazioni sono sempre
il peggior modo di esprimere un giudizio.
Mentre sul rapporto tra mafia e politica si è intuito, denunciato e adesso anche dal punto di vista
giudiziario, ci si è mossi con qualche risultato apprezzabile, mentre sul rapporto tra mafia e
burocrazia si è fatto meno, non perché si è voluto fare meno, ma perché le opportunità investigative

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sono state minori. La burocrazia ha avuto un ruolo, ma non tanto perché è lenta, bensì perché è
permeabile in qualche suo ganglio. Abbiamo detto che la mafia e anche le altre organizzazioni
criminali sono diventate imprese, per cui all'interno di un'impresa ci sono dei dirigenti, ci sono dei
dipendenti.
Tant'è vero che spesso, per esempio, i killer materiali non sono altro che persone mandate.
Queste persone che sono mandate a fare queste cose, che fanno queste cose, che vantaggi traggono
e perché lo fanno?
Queste persone vogliono fare carriera dentro l'organizzazione: è molto semplice.
Sono gli stessi meccanismi della società legale. Questa gente entra nell'organizzazione mafiosa, e la
selezione avviene su questo piano: se sai produrre bene l'eroina e se sai ammazzare.
In una società normale avviene se sei uno che sa usare bene il computer o sa organizzare bene un
reparto d'azienda. Adesso non so bene quali possano essere i meccanismi selettivi della classe
dirigente. Lì è il delitto; non c'è niente da fare. Tutto è costruito sul delitto.
Chi diventa mafioso lo fa per accrescere il suo denaro e il suo potere. Molte volte questo accada
anche perché lo Stato non è in grado di garantire un futuro, cioè di dare lavoro, e quindi l'attività
illegale diventa l'unica fonte di sopravvivenza. Molti giovani sono indotti a fare questa scelta per
mancanza di un alternativa di lavoro legale: questo è un dato scontato. Ecco perché, in quadro sulla
strategia politica complessiva, di lotta seria fino alla sconfitta della mafia, indubbiamente l'argomento
del lavoro, specialmente nel Mezzogiorno, è una delle grandi scommesse da vincere.
Diciamo una cosa, che può anche sembrare banale: se avessimo una occupazione legale garantita ai
giovani, del cento per cento, probabilmente la mafia farebbe più fatica a reclutare manovalanza.
Questo è quasi sicuro, e scusateci se può apparire banale.

Catania, 03 Maggio ‘07

Gaetano La Tella

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