Anda di halaman 1dari 40

A cura del CENTRO GIOVANNI MOIOLI

PER LO STUDIO DELLA TEOLOGIA SPIRITUALE


presso la FACOLTA' TEOLOGICA
DELL'ITALIA SETTENTRIONALE
GIOVANNI MorOLI
Veni Creator Spiritus
EDIZIONI VIBOLDONE
1987
VENI, CREATOR SPIRlTUS
Alcune osservazioni generali
1. Questo inno allo Spirito Santo l'inno allo Spirito
creatore dell'uomo: l'uomo spirituale la creatura
dello Spirito Santo.
Tocchiamo qui la prospettiva pi profonda e pi ca-
ratteristica dell'antropologia cristiana, cio della manie-
ra in cui il cristiano vede l'uomo secondo la Parola di
Dio, secondo la sapienza di Dio.
L'inno invita perci a cogliere lo Spirito Santo nella
sua azione sull'uomo e per l'uomo.
Canta questa azione, la confessa; ma poich confessa
e canta un contenuto, il canto e la confessione non
sono che il ripercuotersi della comprensione del-
l'agire dello Spirito sull'uomo e per l'uomo. Diventa
perci difficile dire se, in quest'inno, si parla pi dello
Spirito di Dio o dell'uomo, se si parla dell'uno e del-
l'altro insieme, nel loro reciproco rimando. Ricordiamo
la grande pagina del capitolo 8 della lettera ai Romani,
dove si svolge il discorso sullo Spirito che crea l'uo-
mo, sull'uomo che spirito, perch creato dallo Spi-
rito Santo. Questi due discorsi si intrecciano continua-
mente e si rimandano.
V aIe la pena che una pagina come questa venga ri-
letta e rimeditata, e fatta oggetto di preghiera, tenen-
dola sullo sfondo e vedendo il Veni Creator come
una specie di canto o di confessione a partire dalla
9
grande pagina di Paolo sullo Spirito di Dio e sullo
spirito dell'uomo, nel loro reciproco rimando.
2. Lo Spirito creatore dell'uomo non lo Spirito crea-
tore generico (cio un modo per dire Dio); e neppure,
o tanto meno, lo Spirito indeterminato.
E' lo Spirito Santo. E dire Spirito Santo significa dire
quello Spirito che noi conosciamo dalla rilettura il
Nuovo Testamento fa: cio lo Spirito Santo lo Spmto
di Ges Cristo.
I contorni determinati che lo Spirito Santo riceve de-
rivano da questo fatto: da una parte totalmente
rito a Cristo, e dall'altra ci riferisce a Cristo. Qumdi,
ci che di determinato dobbiamo dire sullo Spirito
Santo anzitutto in questo orizzonte cristologico.
Tuttavia si deve riconoscere che, in questo inno, ri-
mane poco sullo sfondo che lo Spirito Santo lo
Spirito di Ges Cristo; ma l'uomo che viene creato
quello della nuova creazione: l'uomo ri-creato
secondo l'immagine (quindi liberato dal peccato, che
la deformazione dell'immagine) e conformato all'im-
magine concreta dell'uomo che Ges Cristo.
Lo Spirito non potrebbe creare l'uomo se. cosi; e
l'uomo non pu lasciarsi creare dallo Spmto se non
lasciandosi creare secondo l'immagine. Ricordiamo la
lettera di Paolo ai Colossesi, quando parla dell'uomo
interiore, che si rinnova secondo l'immagine.
3. Sullo sfondo ancora rimane la Chiesa: immediatamen-
te il rapporto Spirito - uomo nuovo, o -
creatura ad essere considerato qui. Anzi, e l uomo m
, .
quanto chiede la visita dello Spirito per ver-
so la pienezza della sua nuova creazione. E gia l uomo
lO
nuovo quello che canta lo Spirito Santo nel Veni Crea-
tot; e chiede la visita, questo modo di farsi presente,
di agire di Dio, sulla base di qualcosa che gi stato
creato, perch si arrivi alla perfezione: Mentes tuotum
visita, imple superna gratia quae tu creasti pectora.
Se la prospettiva della Chiesa non dunque immediata-
mente presente, resta invece la prospettiva dell'uomo
nuovo che chiede la visita dello Spirito, la nuova crea-
zione, che cominciata e deve completarsi, per raggiun-
gere la pienezza.
E' una prospettiva, questa, dell'uomo che chiede la
visita dello Spirito perch si realizzi la pienezza della
nuova creatura in lui, se non propriamente soggettiva,
certo di personalizzazione della figura dell'uomo nuovo,
che non riconosciuta possibile senza la visita creatrice
dello Spirito creatore, senza il primato dell'iniziativa
di Dio.
Non dobbiamo aver paura che Egli si concentri sulla
persona, su quel soggetto che siamo noi. Dio crea le
persone a una a una: la libert la cosa pi personale
che abbiamo. Sarebbe soggettivismo, se vedessimo il
mondo chiuso sulla nostra persona. Invece, la persona-
lizzazione di questa figura di uomo nuovo un modo
molto esigente di essere uomo: che non si realizza
come autonomia assoluta, ma come progetto all'inter-
no di un'iniziativa di grazia. E solo dentro questa ini-
ziativa risulta intelligibile e realizzabile il progetto
dell'uomo nuovo.
E' questa la tesi fondamentale dell'antropologia cri-
stiana. Non quindi il rischio di un soggettivismo che
noi incontriamo cantando l'inno Veni creator, an-
che se la prospettiva della Chiesa immediatamente non
evocata; dobbiamo piuttosto vedervi l'invito all'aspet-
11
to profondo, personale o personalizzante, che la figura
dell'uomo nuovo deve rivestire per noi.
4. L'architettura dell'inno si potrebbe presentare cosi:
~ la prima strofa d il tema nella sua innervatura es-
senziale;
- la seconda e la terza strofa presentano l'azione del
protagonista principale, lo Spirito Santo; ma insieme
gi danno, ovviamente, alcuni dei tratti della fisiono-
mia dell'uomo nuovo. Si parla dello Spirito che fa
qualcosa, e si parla di ci che sorge quando lo Spirito
fa qualcosa;
- le successive tre strofe si muovono nella medesima
direzione, ma l'attenzione - certo sempre per allu-
sioni essenziali - all'uomo spirituale e alla sua si-
tuazione concreta diventa prevalente: lo Spirito che
fa l'uomo; l'uomo in situazione, in quanto viene
creato dallo Spirito;
- l'ultima strofa, mentre prospetta il sapere del-
l'uomo spirituale (il suo sapere Dio), confessa an-
che l'identit dello Spirito: Spirito del Figlio e del
Padre.
Il commento non sar l'esegesi di tutti i versetti e di
tutte le espressioni che formano l'inno, ma seguir que-
sta architettura.
Prenderemo alcune delle affermazioni allusive pi pre-
gnanti e cercheremo di rifletterci e di pregarci su.
Ci muoveremo perci con una certa libert, proprio
perch non faremo l'esegesi, restando tuttavia ancorati
all'inno.
12
LA VISITA
DELLO SPIRITO CREATORE
1. - Creator Spiritun>
Vieni, Spirito Creatore
visita l'intimo dei tuoi fedeli
riempi della tua grazia divina
il cuore che tu hai creato.
- Lo Spirito Creatore lo Spirito che fa sorgere qual-
cosa con sovrana libert: libert che dovuta a se
stesso, libert che buona, che non arbitrio.
E' una caratteristica che la Bibbia riconosce profon-
damente sia allo Spirito di Jahv, come espressiol1e
della potenza creatrice di Dio, nell'Antico Testamento,
sia allo Spirito Santo, lo Spirito di Ges Cristo, nel
Nuovo Testamento.
Noi confessiamo la sovrana libert dell'azione dello Spi-
rito, che fa sorgere qualcosa di nuovo. La confessiamo
nella gioia, nella sicurezza che questa libert per noi.
In questa prospettiva, possiamo rileggere alcuni testi si-
gnificativi: Ez. 37; Gv. 3, 1-14; 20, 19-20; Rm. 8.
Una pagina come quella di Ez. 37, dove si parla delle
ossa aride, pu essere applicata al mondo. Ma cerchia-
mo di non pensare troppo al mondo, in questi giorni,
per non correre il rischio di riferirla agli altri, lasciando
noi sempre fuori discussione, perch sono gli altri che
non vanno bene. Sar opportuno che il campo delle
ossa aride sia visto in rapporto a noi: qualcosa di
13
nuovo va fatto sorgere: perch sempre qualcosa di
arido sta nella nostra esistenza, di fronte al quale dob-
biamo guardare alla sovrana capacit di far sorgere
qualcosa di grande per noi.
Questo tema viene richiamato da Gv. 3, 1-14 (il collo-
quio di Ges con Nicodemo). Lo Spirito come il
vento che soffia, che si sente, ma non si sa da dove
viene e dove vada. Una libert sovrana, che non passa
accanto, ma incide, e tuttavia incontenibile. Questa
la nostra speranza. Per cui nessun punto di partenza
un punto di partenza definitivamente chiuso. Dob-
biamo credere a questo.
Le situazioni in cui possiamo trovarci di fronte all'azio-
ne dello Spirito sono diverse. Si pu essere morti in
tante maniere: la routine, la sfiducia, le nostre abitudi-
ni..., che sembrano non lasciar spazio a niente di nuovo.
Rileggiamo una pagina come questa, dove il Signore
parla dello Spirito incontenibile, che passa senza che
noi lo possiamo imprigionare, ma sempre accogliere.
Rileggiamo anche il capitolo 20 di Giovanni (che richia-
ma il testo di Gen. 1, lo Spirito che si librava sulle
acque), l dove il Signore effonde lo Spirito, d il potere
di perdonare i peccati, cio la capacit di rifare un uomo
completamente nuovo (perch la cosa vecchia il peccato,
la cosa nuova la carit). Lo Spirito fa le cose nuove.
E poi ancora il capitolo 8 della lettera ai Romani, gi
ricordato.
Dire Creator Spiritus significa rifarsi a questa pro-
spettiva dello Spirito che fa sorgere con sovrana libert
una cosa interamente nuova, per cui nessun punto di
partenza abbastanza vecchio perch lo Spirito non vi
possa far sorgere una cosa nuova.
14
- Cantiamo lo Spirito come creatore. Al principio non
sta n il nulla, n l'uomo. Al principio, in assoluto, sta
lo Spirito creatore, da cui prende movimento tutto il
resto. E l'uomo sta come realt radicalmente riferita:
consistente, certo, ma consistente appunto in quanto
riferita. E' il riferimento che gli d consistenza. Dio
non invidioso della consistenza che non lui, ma che
fatta sorgere da lui. L'uomo, nella prospettiva cri-
stiana, sempre una realt riferita; e non potr mai
apparire come capacit indefinita o infinita di farsi da s.
Noi possiamo confessare a parole che siamo creati da
Dio, ma poi protestare praticamente. Dobbiamo invece
realizzare quanto confessiamo, cos da poter dire, come
Ignazio di Loyola: Prendi tutta la mia libert.
Camminare perch si realizzi questa parola una grande
avventura, un grande itinerario cristiano. Ed cosa
difficile.
Se non realizziamo le verit di Dio, queste verit ten-
dono a diventare verit nominali, non affermazioni
reali: tutta la nostra consistenza radicale, e quindi la
verit del nostro modo di consistere, dipende dal rico-
noscere che al principio non siamo noi: al principio
sta lo Spirito creatore.
- L'uomo, come realt riferita, come una realt che
riceve i contorni; realt disponibile, plastica: lo
Spirito che d i contorni secondo una libert che
non arbitrio, che non viola e non prescinde dalla
verit dell'uomo. Lo Spirito libert funzionale alla
nostra verit. Quando ci trovassimo nella situazione di
protesta che sorge dentro di noi di fronte alla proposta
della libert dello Spirito, e fossimo tentati di dire:
Tu mi imponi una cosa che non la mia verit,
15
dovremmo riflettere che non l'uomo vero quello che
parla in quel momento. La libert che viene a darci i
contorni , comunque, una libert secondo la nostra ve-
rit. Noi sappiamo quali sono i contorni di questa
verit ricevuta e non sovracostruita: sono fissati nel-
l' <<umano di Ges Cristo. E' l'umano di Ges Cristo
che la verit di ogni nostro umano. Allora, questa
libert vuoI darci i contorni secondo la nostra verit,
cos1 da saper bene in che direzione camminiamo.
E' la direzione dell'uomo spirituale.
Il fatto che si dica che l'uomo trova i suoi autentici
contorni quando uomo spirituale, quando imma-
gine di Ges Cristo, significa che sta un disegno di
Dio sull'uomo, cio una libert. E, proprio perch
questa libert non n arbitraria n autoritaria (nel
senso di fare a meno della verit dell'umano), la verit
dell'umano aperta, senza tradire se stessa, a ricevere
questi contorni. Cio, l'uomo resta veramente tale per
il fatto che chiamato ad essere figlio di Dio come
Ges Cristo; per il fatto che pensato e voluto cos.
L'uomo deve allora riconoscere che la sua autenticit
concreta, storica, consiste nell'essere a immagine di Cri-
sto, nell'essere uomo spirituale. Cos1 da poter dire:
In Ges Cristo riconosco un modo vero di realizzarsi
dell'umano, tanto autenticamente umano da essere di
fatto la misura anche della mia verit di uomo, del
mio modo concreto, il pi vero, il pi autentico, di
essere uomo.
Se i contorni di questa verit ricevuta si vedono in
Ges Cristo, possiamo anche aggiungere che l'espres-
sione limite della verit di questo umano l'umano
di Maria. Maria l'umano vero secondo Ges Cristo,
nella sua situazione limite. Umano vero, non allo stes-
16
so modo dell'umano di Cristo, perch anche l'umano
di Maria ricevuto, conformato a Ges Cristo. Per
questa ragione dalla nostra parte, e tuttavia come
nella sua singolare espressione. Per questo si dice che
Maria l'immagine della Chiesa, il tipo della nuova
creatura.
- L'espressione Creator Spiritus richiama l'idea di
nuova creazione. E' nuova, non nel senso di una
creazione accanto all'antica, ma nel senso di un inter-
vento creatore, storicamente definibile, perch si espri-
me sostanzialmente nell'avvenimento di Ges Cristo.
Intervento creatore, che rinnova l'originale (o l'origina-
rio); lo rimette in valore, lo rimette in evidenza.
E l'originale dell'uomo il Cristo Ges.
Allora, nuova creazione significa l'intervento di Dio in
una storia molto complessa, in cui ha luogo il peccato, il
tradimento, il rifiuto. E questo intervento di Dio, come
abbiamo detto, rinnova l'originale, lo mette continua-
mente in esistenza in noi e per noi.
Bisogner che non lo dimentichiamo.
Se lo Spirito Santo deve essere anche il nostro creatore,
deve fare la nuova creazione dentro di noi: deve farci
accettare di essere a immagine di Ges Cristo, cio deve
farci accettare che Egli non una sovrastruttura della
nostra verit, per quanto libera sia questa determina-
zione.
Bisogner che lo Spirito continuamente rinnovi, rimetta
in evidenza, ci faccia scoprire e accettare questo origi-
nale secondo il quale noi siamo pensati e voluti al di
l del nostro essere peccatori, al di l delle proteste e
delle incoerenze del peccatore che dentro di noi. Bi-
sogner che lo Spirito ci persuada dei cambiamenti
17
profondi che Egli deve realizzare in noi, perch emer-
ga l'originale.
2. Creasti pectora
E' un'altra espressione significativa della prima strofa:
Spirito creatore del cuore.
- Il centro, o la radice della nuova creazione, il cuore
dell'uomo: o l'uomo come cuore.
E' questa una maniera comprensiva e profonda di de-
signare l'uomo, propria della Bibbia. Nella Bibbia, in-
fatti, il cuore quella realt estremamente unitaria
e sintetica, che qualifica tutti gli aspetti dell'esistenza.
E' il cuore che qualifica: il cuore che buono
o cattivo, e perci anche l'uomo; perci esistono tanti
tipi di uomo quanti i tipi di cuore: l'uomo vecchio ha
il cuore di pietra; poi c' il cuore maligno; il cuore
di carne; il cuore in cui scritta la legge della carit;
il cuore in cui la legge deve essere scolpita come sulla
pietra, perch gli estranea; il cuore che vive nella pau-
ra di Dio (timore servile); il cuore che vive nel timore
filiale di Dio, nella fiducia: tanti tipi di uomo, tanti
tipi di cuore. Ci vuoI dire che la realt dell'uomo
sinteticamente si esprime e sinteticamente vale o pesa
secondo il suo cuore (cfr. Mc. 6; la requisitoria del
Signore e la polemica contro i sacrifici: Tu credevi
che io fossi come te).
Il Signore vuole che la sua legge sia scritta dentro il
nostro cuore. Se il cuore che qualifica l'uomo, il
cambiamento del cuore che cambia la qualifica del-
l'uomo.
18
Se l'uomo deve cambiarsi, il cuore che deve cambiare'
se la nuova creazione deve realizzarsi, il cuore c h ~
deve essere creato nuovamente. E' la creazione del
cuore che radicalmente, sinteticamente riassume il sen-
so della creazione dell'uomo secondo Dio.
- Ora, il cuore che lo Spirito crea , evidentemente,
il cuore buono; il cuore come legge nuova.
Ricordiamo due testi significativi: Le. 11 e 2 Coro 3.
In. Luca leggiamo come il Signore, parlando della pre-
ghIera, conclude: Se voi, che siete cattivi, sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto pi il Padre vostro
dar lo Spirito Santo a coloro che lo chiedono. Ci
sta a indicare il legame tra il dono dello Spirito, la
bont del Padre, e il cuore cattivo che lo Spirito dovr
rendere buono.
Il dono dello Spirito all'antitesi del cuore cattivo. Ma
il giudizio inesorabile: Se voi, che siete cattivi....
Se un giorno trovassimo che nulla in noi ha bisogno
dello Spirito, una delle due: o in errore il Signore,
o siamo noi in errore. Ma san Giovanni ci d la rispo-
sta: Se non confessiamo che siamo peccatori, noi lo
facciamo bugiardo.
Nella seconda lettera ai Corinti, al capitolo terzo (ca-
pitolo difficile, ma profondo; difficile per il metodo
di procedere, secondo una logica non immediatamente
percepibile, ma dove le allusioni sono grandi), Paolo
riprende questo tema, facendo il confronto tra le due
leggi: la legge scritta sulle tavole di pietra e quella
nuova. Lo Spirito colui che scrive la legge nel cuore.
Paolo parla di ministero dello Spirito, dell'alleanza
dello Spirito. E questo ministero una diaconia, un
essere a servizio dello Spirito. Paolo ricorda il signi-
19
ficato della sua azione dentro l'alleanza dello Spirito,
come diaconia allo Spirito, che fa una cosa sola: scrive
la legge nei cuori.
E questa legge nuova, scritta nei cuori, vissuta, la
lettera commendatizia, cio la riprova della bont del
suo ministero: La mia lettera siete voi.
Se vi sono cristiani che vivono la legge nuova, questa
la raccomandazione: lettera scritta nei cuori let- ,
ta e conosciuta da tutti gli uomini. E' noto infatti che
voi siete una lettera di Cristo, composta da noi, scritta
non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente;
non su tavole di pietra ma sulle tavole di carne: sui
vostri cuori.
Le allusioni sono numerosissime. Le tavole di pietra
non sono solo le tavole della prima legge, ma, rilette
secondo le citazioni profetiche, le tavole sono anche il
simblo del cuore di pietra, su cui la legge non pu
che essere scolpita dall'esterno, violentemente. Il cuore
nuovo il cuore di carne, dove la legge scritta dal
dito dello Spirito di Dio; e questa lettera lettera di
Cristo, scritta dallo Spirito di Cristo, servita dal mini-
stero dell'apostolo, che ministero dell'alleanza, allean-
za secondo lo Spirito. L'azione dello Spirito trasforma
il cuore di pietra in un cuore di carne; e quindi la si-
tuazione della legge diversa, perch nel cuore di carne
la legge scritta dallo Spirito Santo e, in definitiva, si
chiama la carit: La carit di Dio diffusa nei nostri
cuori mediante lo Spirito che ci dato.
20
3. - Mentes tuorum visita
La Vlslta che si domanda suppone la creazione: di
quelli (<<tuorum) che gi gli appartengono.
Siamo gi creature nuove dello Spirito e chiediamo
una visita dello Spirito: mentes tuorum, dei tuoi,
di coloro che ti appartengono.
La creazione fonda la comunione e l'appartenenza. La
alleanza creatrice. Possiamo pensare al battesimo.
Siamo gi creati dall'alleanza, siamo gi suoi: mentes
tuorum.
E l'alleanza, che creatrice, suscita il partner in co-
munione; la volont di alleanza crea il popolo di Dio;
l'iniziativa dell'alleanza suscita, non ha paura, non
schiaccia il termine della comunione, ma lo fa sorgere.
Proprio qui sta il fatto che la grazia non pu essere
in antitesi con la libert, perch l'alleanza che suscita
l'uomo come libert che la accolga.
E' nella intenzione della grazia avere una libert co-
me interlocutrice perch l'accolga e stia nella comu-
nione. Quindi, per principio, non si tratta di due for-
ze del medesimo ordine che tirano in due direzioni
diverse. E' la comunione tra uno che assolutamente
primo e che, essendo assolutamente primo, suscita l'in-
terlocutore, la consistenza e la libert dell'interlocutore.
Ora, su questo sfondo, sta il tema della visita di Dio.
La visita di Dio: sono gli interventi che esprimono la
fedelt del Dio dell'alleanza. Il Dio dell'alleanza, che ha
costituito un popolo in comunione con s, visita, si fa
presente, interviene. E' un Dio che non resta fuori della
storia, ma fa delle cose nella storia.
21
Sono gli interventi omogenei all'alleanza che dimostrano
sempre la fedelt e la coerenza di Dio. Interventi omo-
genei all'alleanza, perch vanno nella medesima dire-
zione, e dimostrano la coerenza e la fedelt di Dio anche
quando non la vediamo (anche quando Israele sembra
abbandonato da Dio, anche allora c' un intervento se-
condo la linea dell'alleanza). Pensiamo a tutta la me-
ditazione profetica sui castighi di Dio che sembrano
l'abbandono di Dio (Dio che si dimentica): donde la
preghiera che diventa lamento, che non mette per mai
in discussione la fedelt di Dio, perch sempre piena
di speranza, trova sempre la speranza: qualsiasi avve-
nimento pu essere omogeneo al Dio dell'alleanza e
alla sua coerenza.
Dio visita perch non si smentisce, perch fedele,
perch coerente con l'alleanza, perch giusto.
Questi interventi, proprio perch esprimono la fedelt
di Dio, giudicano la fedelt o l'infedelt: ci giudicano
come vediamo Dio, come vediamo noi stessi; e suscitano,
appellano alla coerenza e alla fedelt. Chiamano alla
coerenza e alla verit del rapporto di alleanza da parte
di chi dovrebbe accoglierla.
Dio mette nella verit, inquieta per metterci nella ve-
rit, pacifica o salva o suscita la speranza; ma tutto
sempre in funzione di questa grande realt che la
fondamentale: l'alleanza.
Ora, colui che ha creato (<<creasti) questa realt di al-
leanza, adesso visita. Si chiede la visita da parte di
Dio in funzione della nuova creatura che deve realiz-
zarsi dentro di noi.
Qui la visita di Dio, del suo Spirito, nella interiorit
dell'uomo (<<mentes tuorum visita). Richiama Ges
22
che parlava della dimora e diceva: Verremo e dimo-
reremo in lui.
La dimora dentro l'uomo, perch la prospettiva
quella dell'uomo, della persona. La visita di Dio non
la visita nella storia o nel mondo, ma la visita
dello Spirito dentro l'uomo, dentro coloro che sono
gi tuoi, dentro il cuore che tu hai creato.
L'alleanza creatrice prima. Adesso ti si chiede che
tu operi una visita, che tu operi una presenza, un in-
tervento coerente con la nuova alleanza, per dare realt,
pienezza alla vocazione ad essere nuova creatura: la
nuova creatura che quella di ciascuno di noi.
Visita. Fa' che possiamo celebrare la tua presenza
dentro di noi; fa' che possiamo vedere nei tuoi in-
terventi nella nostra vita l'azione coerente del Dio del-
l'alleanza. Fa' che non mettiamo mai in discussione la
fedelt e la coerenza al Dio dell'alleanza. Fa' che, quando
ci sembra di sperimentare la tua assenza, abbiamo a fare
come dice il profeta: Star di sentinella ... E se la vi-
sione tarda a venire, aspettala. E quando immediata-
mente questa presenza sembra consolare, anche questo
non possiamo vederlo come qualcosa che possiamo go-
dere e pensare che tutto finito: perch sempre un
appello anche alla coerenza, alla fedelt, al cammino.
Perch dobbiamo camminare, e abbiamo davanti a noi
colui che ha camminato per primo, ed Ges Cristo, e
ci conduce fino al tabernacolo vero, alla comunione defi-
nitiva con lui.
Chiediamo questa visita, chiediamo la presenza, l'azione,
la grazia, il dono di poter vedere la visita di Dio nella
nostra vita: sempre, in tutte le circostanze.
23
Chiediamo la v1sIta di Dio con fiducia e con abban-
dono; con la volont di rispondere al Signore e di im-
pegnarci con lui.
Mentes tuorum visita. Che lo Spirito visiti l'uomo
nella mente: e qui lo rinnovi e qui susciti ci che
conforme al cuore buono ed alla figura dell'uomo
nuovo. Quasi una psicologia nuova; certo una perso-
nalit nuova.
Quando, all'inizio del vangelo di Marco, il Signore va
a pregare, dopo una giornata di fatica, e vengono a
chiamarlo, egli dice: Andiamo, per questo sono ve-
nuto. Questo bisogna che io faccia esprime una
persona che si piega e vede il suo bene in quella cosa.
Quante cose nel cristianesimo non sono il nostro bene,
finch non viene una visita del Signore, che conclude
magari uno sforzo faticoso, e fa dire: E' bene per
me.
La costante questa: che lo Spirito ci visiti, e faccia
che diventi bene per me ci che invece l'uomo vec-
chio giudica non bene per me.
A me piace tanto, quando leggo l'episodio di Pietro,
anche se non so se sia esegeticamente esatto, dare que-
sta interpretazione, l dove il Signore gli dice: Va'
via da me! . Veramente opiso mou, stai dietro
me; non voler insegnare a me come si fa ad andare
avanti per la strada; vieni dietro. Mi piacerebbe tanto
che il Signore lo dicesse qualche volta: Vieni dietro,
mettiti dietro a me, sapendo che questo bene. E ci
non in generale, perch ognuno di noi ha i suoi punti,
per i quali dice al Signore: Vorrei che tu fossi il Sal-
vatore, ma non in questo modo per me. Per gli altri
forse, ma non per me. Il Signore dice: Opiso mou:
24
mettiti dietro, non stare davanti per essere d'inciampo,
come se tu dovessi farmi da battistrada. La strada sono
io, la conosco io, non ho bisogno di alcun battistrada.
Ho bisogno soltanto di gente che dice: E' bene per me
che io ti stia dietro.
4. - Imple superna gratia
- Lo Spirito dei tempi nuovi lo Spirito dei tempi
compiuti. I tempi di Cristo e della sua Pasqua: i
tempi della nuova Pentecoste, quella definitiva, della
nuova alleanza.
Il tempo che succede all'avvenimento ultimo, che
Ges Cristo, il tempo compiuto: lI tempo com-
piuto (Mc. 1, 15); quando venne la pienezza dei tem-
pi (Gal. 4, 4; Rom. 9, 26).
Il Battesimo di Ges il tempo compiuto. E quan-
do Ges inizia la predicazione, si compie il tempo.
L'Antico Testamento ha preparato questo tempo ul-
timo, che il tempo di Cristo. Oltre questo tempo,
non c' nulla. Non perch questo nostro tempo non
vi sia, ma perch non pu andare oltre l'avvenimento
definitivo, insuperabile che l'avvenimento di Cristo.
Allora, l'attesa dell'et dello Spirito, come superamen-
to dell'et di Cristo, non potrebbe mai essere cosa
accettabile: perch lo Spirito sempre lo Spirito di
Ges Cristo.
E Ges Cristo non pu venire se non come colui che
manda lo Spirito, perch lo stesso Spirito operi la
fedelt a lui, faccia memoria di lui.
Per questo, l'invocazione imple superna gratia
come una domanda allo Spirito che venga la Pentecoste,
25
che si compiano i tempi, che si dimostri lo Spirito
dei tempi nuovi: nella nostra vita in concreto, nella vita
della comunit, della Chiesa.
E' una domanda, perch si realizzi in noi l' <<uomo
nuovo.
- Ora, lo spirito dell' uomo nuovo lo spmto del-
l'uomo compiuto, non dell'uomo dell'Antico Testa-
mento. Ed lo Spirito che lo va compiendo in pie-
nezza.
Anche di Ges Cristo la lettera agli Ebrei dice che
fu compiuto, raggiunse la perfezione attraverso le
cose che pat.
Cosi anche per noi. E' lo Spirito che ci compie in
pienezza.
Questa la perfezione: dove perfezione indica il
realizzarsi in pienezza; indica l'uomo compiuto. Nel
disegno di Dio l'uomo compiuto l'uomo spirituale;
che deve compiersi e realizzarsi sempre pi.
Allora, il senso dell'invocazione imple superna gratia
questo: Riempi e porta a compimento. Tu, che hai
creato e posto l'uomo nell'alleanza, compilo. Perch
l'uomo creato e visitato da te l'uomo che deve com-
piersi, che deve raggiungere la sua pienezza.
Colma il nostro vuoto. Colma la nostra fame e la ne-
stra sete. Colma la nostra incompiutezza di creature,
che sono soltanto la primizia, che gemono, perch han-
no in s soltanto l'inizio della creazione nuova.
Come a dire: Realizza il nostro essere speranza. Vi-
sita la nostra interiorit, dimora nell'intimo della no-
stra persona; e fatti presente in essa per colmare, per
realizzare in pienezza, per soddisfare la fame e la sete
che noi siamo. E per fare che questa primizia, questa
26
garanzia che ci data nel dono dello Spirito abbia fi-
nalmente la sua ultima risposta: che viene data man
mano che camminiamo; e viene data in maniera defi-
nitiva quando lo Spirito, che ha fatto risorgere Ges
Cristo, far risorgere anche noi, come Lui.
Si pu richiamare, qui, tutto il deserto: dove le esi-
genze dell'uomo sono ridotte all'essenziale: la fame,
la sete, cercare e trovare la strada ... Ma, ridotto all'es-
senziale, l'uomo vede fino a che punto la fame e la
sete sono come degli esistenziali che lo definiscono.
(Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni una magnifica
meditazione: sull'uomo come fame e come sete e su ci
che rappresenta il superamento della fame e della sete
per l'uomo).
Colmare il nostro vuoto ...
Colmare la nostra fame e la nostra sete ...
Realizzare il nostro essere-speranza, cio il nostro es-
sere inizio.
Pur essendo nei tempi compiuti, noi siamo inizio della
nuova creazione. In questo senso lo Spirito, anche lo
Spirito dei tempi compiuti, lo Spirito che non solo
ci fa sperare, ma ci fa speranza.
Lo dovremmo ricordare meditando il capitolo 8 della
lettera ai Romani.
E' bello essere speranza, prima ancora di fare l'atto di
speranza. Perch, se siamo speranza, per quello che di-
pende da Dio, questo inizio si compie. Noi non sappia-
mo cosa domandare, e rischiamo di sbagliare, perch
pensiamo che Dio sia risposta: ma allora facciamo Dio
a nostra immagine e somiglianza; o pensiamo che sia
27
domanda, e allora pensiamo che dobbiamo dare. Ma
non cos.
Il pensare che, nello Spirito, noi siamo fatti domanda
vera il senso che dobbiamo dare all'espressione es-
sere-speranza: siamo una domanda vera nello Spirito
Santo. Per quello che dipende da Dio, Dio sar la ri-
sposta vera. Su questo poggia la nostra fiducia e la
nostra confidenza e la nostra esigente ripresa del cam-
mino.
Non possiamo mai dire: Adesso basta! Noi siamo fatti
speranza. Il nostro camminare, il nostro riprendere,
il.nostro sperare sta su questi due poli: noi siamo fatti
domanda. Ma Dio risposta vera a questa domanda.
C' un punto di partenza. C' da pregare lo Spirito
Santo che, colmando il nostro vuoto, ci faccia prendere
coscienza che siamo speranza. E ci faccia vivere di
speranza anche nell'impegno concreto della nostra vita,
verso il nostro compimento. E cos1 sia.
28
L'IDENTITA'
DELLO SPIRITO SANTO
Tu difensore di Cristo
dono dell'Altissimo Iddio
sorgente viva, fuoco, carit
soave persuasore dell'uomo interiore;
Vieni a noi con i tuoi sette doni
o dito della mano del Padre
o dono grande promesso da Dio
con la tua sapienza
d forma alla nostra parola.
Seguendo il medesimo metodo, che quello di indicare
delle prospettive, o di riunire delle suggestioni, sce-
gliamo quattro caratteristiche, che ci aiutano a mettere
in evidenza l'identit dello Spirito Santo: Qui di-
ceris: chi sei tu.
1. - Paraclitus. La derivazione giovannea di questo
appellativo molto evidente: si ritrova nel capitolo 14,
15 ss. e nel capitolo 16.
Il Paraclito colui che si chiama vicino, che assiste,
che difende; ed eventualmente accusa, perch difende
secondo verit.
Noi parliamo di Paraclito, e mettiamo sempre in evi-
denza che paraclito per noi, che il nostro consola-
tore; e diamo facilmente allo Spirito Santo una fun-
zione genericamente consolatoria.
29
In realt, se leggiamo bene il capitolo 16 di Giovanni,
vi appare con chiarezza che lo Spirito Santo anzitutto
il paraclito di Ges Cristo: colui che difende,
anzi la difesa di Ges. Ges non ha altra difesa se
non questa.
Il Paraclito difende Ges Cristo di fronte al mondo,
contro il mondo: quel mondo che Dio ama, ma che,
nella sua ambivalenza, anche la realt incompatibile
con lui. Difende Ges Cristo contro il mondo, e per-
ci anche contro noi stessi, nella misura in cui anche
noi siamo mondo.
Ma, proprio per questo, il nostro difensore: difen-
sore della nostra testimonianza e della nostra accusa
di fronte al mondo; difensore della nostra verit, se
la verit di noi stessi sta non nell'essere comunque,
ma nell'essere come Ges Cristo.
Che lo Spirito difenda Ges Cristo contro noi stessi
una grande grazia, perch la difesa della nostra
verit.
Che sia dato lo Spirito, che ci sia dato lo Spirito, que-
sta la difesa di Ges.
Riconoscere che lo Spirito paraclito, che egli venga
in noi come paraclito e ci visiti come paraclito, chie-
dere che egli difenda Ges Cristo in noi, e da noi.
Difenda cio la <<nuova creatura che in noi a im-
magine di Cristo; non permetta che la vanifichiamo,
che ne facciamo sperpero, proprio perch non siamo
capaci di crearla, ma siamo capaci di distruggerla. La
difenda da noi stessi: dalla nostra sapienza, che non
sempre la sapienza della croce; dalle nostre sovra-
strutture, dalle nostre metodologie di interpretazione di
Ges, che pi non lo rendono il Ges della Scrittura
30
e della Chiesa, ma lo fanno variare a seconda di come
lo pensiamo.
Che lo Spirito non ci permetta di inventare un al-
tro Ges Cristo; e lo difenda dal rischio di essere co-
struito secondo noi: per questo, lo Spirito dato:
per essere memoria di Ges Cristo.
Difenda Ges Cristo: accusandoci ogni volta che noi
lo deformiamo. (Dobbiamo accettare la grazia del ri-
morso come grazia dello Spirito Santo, come azione
dello Spirito che ci visita per difendere Ges Cristo.
E dobbiamo chiedere allo Spirito il rimorso vero, pro-
fondo: non quello che genera l'angoscia, il turbamen-
to, gli scrupoli, ma quello che d pace. Lo Spirito
non pu dare pace falsa: per questo, la grazia del ri-
morso dono dello Spirito Santo).
Difenda Ges Cristo: liberandoci dalla tentazione di
accusare noi il mondo, gli altri. Ci dia la passione per
la verit, che non accusa contro questo o quest'altro:
invece dire la verit per amore della verit e con la
fatica di cercarla.
Difenda Ges Cristo: facendocelo accettare per la for-
za della sua testimonianza, quella che lo Spirito rende
dentro di noi con la sua interiore persuasione.
Difenda Ges Cristo: mettendoci nella nostra verit,
anche se pu essere doloroso. Perch soltanto illu-
sione quella verit che abbiamo costruito noi e che
magari amiamo.
Costa passare dall'illusorio al reale; e abbiamo paura
a fare questo passaggio.
Lo Spirito difenda dunque Ges Cristo, mettendoci nel-
la nostra verit, non abbandonandolo - e non abban-
donandoci - alla nostra fragilit di peccatori.
31
Il Figlio di Dio uno solo: noi possiamo anche con-
traffarlo, ma non possiamo che misurarci su di lui per
diventare figli di Dio.
Che lo Spirito Santo non abbandoni Ges Cristo in noi.
Che continui ad essere il suo difensore!
E' bello pensare che lo Spirito il difensore di Ges
Cristo, perch ci mette al riparo da ogni maniera psi-
cologistica e consolatoria di pensare la difesa dello Spirito
Santo. Non una cosa senza contorni, o che ha i contorni
di un nostro bisogno immediato (in questo senso pu
sembrare non immediatamente consolatoria, perch non
ci lascia nelle nostre illusioni): una cosa sempre solida
e diritta, come diritta la verit.
Anche noi dobbiamo chiedere al Signore che ci aiuti a
non consolare illudendo. Non bisogna illudere mai; bi-
sogna invece pregare lo Spirito Santo che non permetta
mai che ci illudiamo. N noi diventiamo veri, n noi di-
ventiamo solidi attraverso procedimenti facili.
Che lo Spirito agisca cos1. E che noi non abbiamo troppa
paura quando ci accusa per difendere in noi Ges Cristo;
perch, difendendo Ges Cristo, difende noi, la nostra
verit, la verit del nostro essere a immagine di lui.
2. - 5piritalis Unetio. Anche questa espressione di
Giovanni (1 Gv. 2, 20-21) e pu trovare un richiamo
nel capitolo 14.
Il linguaggio simbolico. L'unzione ci orienta a pensare
all'azione dello Spirito come penetrazione silenziosa e
diffusa, non violenta e tuttavia reale. Cos la penetra-
zione della verit attraverso la parola silenziosa, l'in-
segnamento senza strepito di parole del Maestro in-
teriore: Il Maestro interiore sar in voi e vi inse-
32
gner ... Vi insegner come un'unzione, che penetra e
si diffonde.
Penetrazione non violenta: il mistero della verit
questo. Noi non possiamo catturarlo, ma neanche la
verit ci cattura. Si presenta alla nostra libert, e noi
possiamo anche tentare di catturarla, ma non ci riu-
sciamo. Verit e libert sono un mistero. E' il gioco
del presentarsi e del farsi accettare della verit, che
implica quella realt cos sintetica e profonda che ci
definisce e si chiama la libert.
Penetrazione non violenta, e che persuade: Cloe con-
vince, fa piegare ci che non si piega; fa sapere, cio
fa possedere, nel modo proprio e globale del sa-
pere la verit. Sapere la verit non come sapere
qualunque altra cosa: sapere la verit appello ra-
dicale alla nostra libert. Si sa la verit quando si di-
mora nella verit, cio ci si mette nella verit; e quindi
non pu essere solo un fatto intellettuale. Implica la
decisione. (Pensate quante volte l'esperienza di per-
sone che devono prendere una decisione vocazionale
nella vita ci d questa percezione: penetrato qual-
cosa. Pi ancora, quando una persona passa da un
emisfero di non fede all'emisfero della fede, come se
raggiungesse un altro continente).
Sapere la verit poi sempre sapere Ges Cristo.
Il cristiano sa completamente la verit quando ha ac-
cettato che la verit Ges Cristo: e la verit diventa
una misura, cio fa prendere i contorni concreti di
Ges Cristo.
Lo Spirito Consolatore sar in voi (Gv. 14, 17): vi
insegner, vi far comprendere, vi far ricordare ... E
ci che va ricordato sempre Ges Cristo.
33
l discepoli si ricordarono di Ges Cristo. Maria Mad-
dalena si volta indietro. Tommaso tocca le ferite. E'
sempre un ricordare.
L'avvenimento gi capitato: si tratta di penetrarlo,
di capirlo. L'itinerario della fede sempre dentro, e
riferito, a quell'avvenimento.
- Lo Spirito persuade alla fede. E' la pi grande
e fondamentale persuasione.
Persuade, con una specie di dolcezza che non sdol-
cinatura, alla visione delle cose secondo la fede: perch
essa un senso della vita, delle cose, del mondo;
una prospettiva.
Persuade all'azione secondo la fede.
Persuade all'impegno morale secondo la fede, quan-
do questo impegno morale pu sembrare a noi una
imposizione, una violenza.
Se non camminiamo secondo la via del Signore, siamo
di quelli che dicono: Signore, Signore ... ; lascia che
ti faccia un po' di gesti religiosi, ma poi lasciami in
pace ... . E cosi i gesti religiosi sono fatti, e la vita va
in pace; nella divisione per, nello stravolgimento.
E' troppo difficile, se manca la persuasione dello Spi-
rito, lasciarsi persuadere all'agire morale secondo la
fede.
Dentro di noi sta l'uomo indocile, da snidare con-
tinuamente. E l'uomo duro, che non piega il collo.
Dentro di noi sta l'uomo senza Dio e senza Cristo,
come dice Paolo: l'uomo che pu provare fastidio di
essere riferito a Dio e a Cristo.
Proprio per questo, l'unzione ci necessaria. E' ne-
cessaria per noi stessi, per lo scontro delle sapienze
che avviene dentro di noi: quella della carne, quella
34
dello Spirito. Lo scontro delle sapienze avviene su tan-
tissimi fronti, anche sulle banalit. Anche il pi pic-
colo gesto cristiano una scelta di tutta una sapienza,
quando esso coerente con una prospettiva; e le diffi-
colt che incontriamo anche di fronte al pi piccolo
gesto cristiano sono l'espressione di questo scontro del-
le sapienze, che dentro di noi.
L'unzione necessaria per la nostra presenza nel mon-
do, secondo la vocazione che il Signore ci d: que-
sto mondo che Dio ama e che lo Spirito accusa, pro-
prio perch lo ama. Non pu amarlo che secondo ve-
rit: per questo lo accusa.
Lo Spirito accusa, perch egli la difesa di Ges,
la testimonianza a favore di Ges, il giudizio che
dimostra che la ragione dalla parte di Ges. Guai
a rendere anonimo lo Spirito Santo!
Se dobbiamo restare nel mondo, l'unzione ci neces-
saria perch lo scontro delle sapienze non solo den-
tro di noi, ma anche intorno a noi.
L'unzione necessaria per dare alla presenza della Chie-
sa nel mondo (dei cristiani, dei discepoli di Ges nelle
loro diverse vocazioni) il suo senso, per renderla te-
stimonianza a favore di Ges. E accettare la sfida,
la fatica di essere nel mondo a costruire la storia con
questo tipo di presenza.
Perch l'unzione, cosi profonda, cosi capace di sorreg-
gere una decisione, pur essendo senza violenza, forte
come la convinzione.
Se non rende duri di fronte a Cristo, perch fa
piegare il cuore e il collo, rende duri e saldi a fa-
vore della verit che lui: lui che rese la sua faccia
dura come la pietra, dirigendosi a Gerusalemme, an-
35
dando solo, avanti agli altri (cfr. Le. 9,51); mettendosi
in disparte e in solitudine fuori del proprio paese,
estromesso, come dice Marco; fino a morire fuori
dell'accampamento, come lo descrive Paolo nella let-
tera agli Ebrei.
Questo mistero della solitudine e della dolcezza del Si-
gnore la sua durezza: in questo forte come la
pietra, perch questo deve fare.
Questa , allora, la durezza che l'irruzione dello Spi-
rito deve creare dentro di noi.
Non la durezza del nostro cuore di pietra, e che
scambiamo con la virt della fortezza, ma non ha nulla
a che fare con essa: poich essa suppone un uomo
espropriato a favore della verit, mentre la nostra for-
za piena di tutt'altro che dell'esproprio di fronte
alla verit.
Non la medesima cosa avere un carattere forte, e
avere la virt della fortezza. Non la medesima cosa
dire, comunque, le cose che si hanno dentro (cosi sono
stato sincero!), e dirle nell'esproprio totale, quasi in
ginocchio, come uno cui non appartengano le cose che
dice. C' distanza tra la virt della fortezza, l'essere
resi duri dallo Spirito per la verit e per la giusti-
zia, e l'essere duri perch siamo peccatori. E' tutta
un'altra cosa.
Non possiamo nulla - dice Paolo - contro la ve-
rit; ma solo a favore di essa. E' l'unzione che fa i
testimoni, che fa i martiri.
36
3. - Digitus paternae dexterae
Il richiamo, immediatamente, al modo con cui Luca
presenta la risposta di Ges a coloro che lo ritengono
un indemoniato. Ges si difende, dicendo che lo Spi-
rito di Dio che arriva e vince: Se con il dito di
Dio io scaccio i demoni... (11, 20).
Sullo sfondo, l'inno richiama per tutta la simbologia
biblica e tutta l'esegesi patristica, che riprendono il
tema dell'unit dell'azione salvifca di Dio: il braccio,
la mano, il dito, l'indice di Dio ... .
San Giovanni della Croce, in quella specie di Veni
Creator che la Fiamma d'amor viva, ha un suo mo-
do di commentare l'azione della Trinit, riprendendo
questo commento simbolico.
Ma basti pensare a Gregorio Magno per ritrovare questa
simbologia: il braccio di Dio la potenza del Padre; la
mano il Figlio; il dito lo Spirito.
Al di l dell'allegorizzazione che questo discorso con-
tiene, possiamo coglierne il significato profondo.
E' il dito di Dio: perch l'indice che si punta indica la
direzione dell'opera, e opera ci che indica. Il gesto
unico: il gesto di salvezza che il Padre, il Figlio,
lo Spirito realizzano.
La potenza del braccio, che opera nella mano e nel gesto
dell'indicare e del realizzare indicando, ancora il tema
del Creator Spiritus.
Indica: e, nell'indicare, fa.
Non so se Michelangelo pensava a questo quando ha
dipinto la creazione. Il braccio del Padre l'indice che
puntato, e quell'altra realt informe, che va prendendo
forma, la mano dell'uomo che si tende. Michelangelo
37
esprime con un genio estetico una intuizione molto
cristiana.
- Spirito l' indice nel gesto unico di salvezza.
A LU1 e affidata, alla sua presenza, alla sua azione la
. . '
nuova creaZione:. i tempi dello Spirito, che sono com-
presi nel tempo di Ges ,perch lo Spirito lo Spirito
di Ges.
- Che cosa significa, allora, invocare la visita di Colui
che digitus Dei?
Significa l'onnipotenza di salvezza: 1'0nnipo-
tenza creatnce ... quella che ci fa nuove creature
secondo diversit di doni e di carismi. Molti sono i
carismi, ma uno lo Spirito che li distribuisce.
Pensiamo al nostro essere cristiani e alla nostra voca-
zione: pensiamo all'una ed all'altra cosa come ad una
creazione, non come a una legge esteriore.
Chiediamo di essere creati e ricreati: la vocazione una
cosa viva, fatta per crearci e ricrearci.
Chiediamo che lo Spirito Santo sia il dito di Dio che
crei questa forma di nuova creatura, che la vocazione
di di per. essere in modo una par-
teCipaZiOne, un espressiOne, un riflesso della pienezza
della realt di Cristo. '
di credere sempre alla potenza, alla capa-
Cita mfimta, sovranamente rinnovatrice, mai ripetitiva,
sovranamente libera dai condizionamenti che possiamo
porre, di questo dito di Dio: cosi che, anche da que-
sta materia condizionata, venga fuori qualcosa di
estremamente grande, espressivo, come pu essere la
immagine di Dio.
38
_ Crearci e ricrearci secondo la legge, cio secondo
l'immagine che Cristo (cfr. 2 Coro 3).
Il tema del dito di Dio si collega quasi spontanea-
mente col tema della legge di Dio che lo Spirito scrive
in noi, e che capace di renderci a sua immagine.
Dio ha scritto queste cose; la mano di Dio ha scritto
queste parole.
Allora, il richiamo di questo dito di Dio, che opera
indicando (<<questa la tua strada; questa la tua
via!), si arricchisce di questo riferimento alla legge
di Dio e al rapporto che sussiste tra legge antica e
legge nuova; e assume il riferimento alla legge che
viene scritta non pi fuori di noi, ma dentro di noi:
nel cuore.
Il dito di Dio: Colui che scrive la legge, perch opera
la legge dentro di noi; perch opera la conformit a
Cristo, opera il dono della carit dentro di noi. Noi
non siamo legge a noi stessi, non siamo persone senza
legge, senza norma, perch persone senza verit: ma,
nella verit che Cristo, nella possibilit e nella voca-
zione a conformarci a Cristo, abbiamo la nostra legge.
Che lo Spirito crei in noi questa conformit.
Ci crei e ricrei: quando siamo fedeli e quando abbiamo
l'impressione di non essere fedeli; quando abbiamo l'im-
pressione di stare sulla strada o di smarrire la strada.
Cosi che, nonostante l'esperienza che talvolta ci fa
sentire senza Dio e senza Cristo, nonostante questo,
crediamo che pu nascere in noi la nuova creatura;
crediamo che, se abbiamo la pazienza di lasciarla cre-
scere in noi, possiamo diventare legge a noi stessi: in
quanto la legge sta dentro di noi, e non perch la in-
ventiamo, ma perch ritroviamo la nostra verit.
39
Verit e libert non sono due cose che si contrappon-
gono (anche se questa dissociazione cos facile nel
nostro mondo, per cui la verit l'antitesi, il limite
della libert: nella prospettiva cristiana, i due conte-
nuti di verit e libert si chiamano sempre Ges Cristo.
Sarebbe un gioco abbastanza assurdo (anche se il pro-
testantesimo, e certi moralisti, recentemente lo hanno
pensato) se la legge di Dio servisse solo a mostrare
un progetto che escatologico: che non si compie per-
ci mai (e noi saremo sempre al di qua!), e serve solo
a farci capire che siamo incapaci, che siamo peccatori.
Questo estraneo alla concezione dell' Alleanza.
Dovremmo pensare Dio e l'uomo come le due mani
della creazione di Michelangelo. Il dito lo Spirito
Santo; la mano dell'uomo incapace di sollevarsi; ma
l'altra mano gli viene incontro. Solo che Michelangelo
pone quell'infinitesimale spazio tra le due mani per
esprimere la distanza tra Dio e l'uomo. E noi potrem-
mo dire: S, questa distanza c'. E non si supera:
Dio Dio; l'uomo l'uomo. Eppure ci detto: Voi
dimorate in me ... (Cv. 15, 4). Come, allora, pu es-
sere Dio quello che dice all'uomo: Tanto tu sarai
sempre quello che sei?.
Questo non il Dio dell'alleanza.
Se lo Spirito scrive la legge, non la scrive come uno
che semplicemente la indica: Devi fare cos! .
Lo Spirito scrive la legge, la indica, come uno che por-
ta un dono. Il comandamento c', perch c' il dono.
Senza il dono, Dio non ci avrebbe dato il comanda-
mento.
Confidiamo, e camminiamo per questa strada, sapendo
che la libert che mettiamo nel nostro modo di com-
portarci pi grande di quella che riusciamo a realiz-
40
zare. Ma, alla fine, quello che Dio guarda la libert,
l'amore che l'uomo mette nelle cose che fa.
Invochiamo lo Spirito Santo come colui che indica, e
scrive mentre indica: cio crea. Crea la norma dentro
di noi.
Che lo Spirito ci preservi dalla tentazione, venga in
nostro aiuto nei momenti duri, quando abbiamo l'im-
pressione che il cristianesimo sia solo legge, che la vo-
cazione sia solo legge, che il camminare sia soltanto
legge. Non dimentichiamo che questa legge viene scrit-
ta nel cuore.
Lo Spirito ci faccia trovare le motivazioni, ci dia la
speranza, la fiducia, e ci sostenga, ci dia la pazienza,
perch le situazioni difficili si risolvano, mentre i pas-
si falsi restano fatti, e diventa poi pi difficile ritor-
nare sulla strada.
Avevo un amico prete che un giorno mi disse di voler
fare qualche passo fuori, per vedere com'. Ma
brutto fare qualche passo fuori, perch pu succedere
che poi non si pi in grado di ritornare. E' meglio
restare, con la pazienza e la speranza, pregando il dito
di Dio che scriva la legge dentro i nostri cuori.
E quando ci sentiamo la mano rattrappita che tende-
rebbe a cadere gi e a ripiegarsi ( ancora l'immagine
di Michelangelo), il pensiero che c' il dito di Dio che
indica e che crea ci dia il coraggio di dire: possi-
bile aprirsi, possibile tendere verso l'incontro, sol-
levarsi a prendere quella mano.
San Giovanni della Croce, muovendosi nella medesima
linea, ci inviterebbe a guardare alla croce come al luo-
go nel quale possibile questo incontro di comunione
e di alleanza. E' dalla croce che viene tesa questa mano:
e noi la possiamo afferrare. E, afferrandola, non ci ri-
41
pieghiamo, non ci afflosciamo, ma ci realizziamo e con-
sistiamo: cio abbiamo consistenza in noi stessi da-
vanti al Signore.
4. - Sermone ditans guttura
E' lo Spirito che d alla gola le parole. E' lo Spirito
che fa parlare. Fa parlare nella Pentecoste, e nella te-
stimonianza, anche nella testimonianza dura: Non
preoccupatevi di ci che direte... lo Spirito parler in
voL. (Le. 12, 12).
Fa parlare nella profezia, quella autentica, non quella
improvvisata. Non facile essere profeti. Lo Spirito
deve contestare molto prima di fare l'uomo profeta.
Perci, se non ci stata fatta la contestazione dello
Spirito, bisogna avere il sospetto che siamo davvero
dei profeti. Lo Spirito fa fare cose scomode ai profeti:
basti guardare da Amos in avanti.
Quale distacco da se stessi, quale capacit di soffrire
ci vuole per essere profeti!
Fa parlare le parole di Dio: cio fa dare il senso delle
cose di Dio secondo una novit, una imprevedibilit
omogenea con il discorso, la parola di Dio.
Ma il senso del far parlare dello Spirito sempre
uno solo: Ges il Signore.
Nessuno pu dire che Ges il Signore, se non nel
dono dello Spirito Santo.
- L'unzione spirituale, dunque, si articola in parole;
e dice Ges Cristo. In tanti modi, a tanti livelli, in
tante direzioni: ma non pu dire altro, non sa dire
altro che Ges Cristo, crocifisso e risorto.
42
Molteplici parole, in fondo, dicono una parola sola:
Ges Cristo.
Per questo, lo Spirito che fa parlare lo Spirito non
della parola uniforme, ma della parola unica, della pro-
clamazione unica della fede: Un solo Spirito, un solo
Battesimo, una sola fede, un solo Vangelo ... (Ef. 4).
Non lo Spirito della parola senza contorni e senza
contenuti: perch Cristo non senza contorni; Cristo
non il cristianesimo, ma Ges di Nazareth.
Come dire: la fede si pu dire, la fede si dice, la
fede deve dirsi. E si deve poter dire che questa
la fede e perch questa la fede.
Si deve poter dire che questo Ges Cristo e perch
questo Ges Cristo.
- Vorrei sottolineare, ora, alcuni momenti o aspetti
della parola in cui si articola l'unzione:
La confessione e la lode
Esse prendono biblicamente e cristianamente corpo in
due parole precise: Amen; Alleluja.
Amen: cosi, sicuro, garantito, c' fedelt (quindi
non discontinuit, non incoerenza): per cui anch'io do
fede, presto fede, mi fido, mi colloco, mi radica in
questo.
Non facile poterlo dire. E' lo Spirito che, attraverso
l'unzione, mi fa articolare questa parola.
Alleluja. Vedo in questo la fedelt e la misericordia:
in Ges Cristo, nell'Eucaristia, nel Battesimo, nella
Penitenza, in questo avvenimento della mia vita, nella
vocazione, nel pentimento, nel rimorso, nella gioia,
nella pace, in un piccolo atto di carit compiuto, in un
perdono concesso, in un rancore superato, in una du-
43
rezza infranta, in una forza per la verit. In tutto que-
sto, che si realizza in me e negli altri, vedo la fedelt
e la misericordia. Imparo a rendere grazie, perch qual-
cosa mi dato, mi garantito, mi promesso. Vedo
un senso, nonostante l'esperienza del non senso delle
cose: vedo il senso delle cose, vedo la speranza; e per
questo rendo grazie e dico alleluja, magari anche fra
le lacrime.
E' facile dire Amen e Alleluja? Non n sempre
n talmente facile, se comprendiamo ci che le due pa-
role vogliono dire; e quanto impegnative siano, e quale
capacit di sintetizzare l'uomo spirituale abbiano queste
due parole.
Non facile pronunciarle, soprattutto in certi momenti
difficili, di esperienza logorante; in certe situazioni non
gratificanti (che magari sembrano tali agli occhi degli
altri); in certe fasi di esperienza interiore di assenza,
di lontananza di Dio ...
Eppure bisogna imparare ad articolare queste due pa-
role, e lasciarci da esse educare.
Bisogna che lo Spirito insegni e faccia ritrovare che
giusto dire Amen, o che almeno giustificato; che
giustificato dire Alleluja, perch qualcosa sta prima di
noi e senza di noi, e sta per noi.
Sta prima di noi e per noi il dono di Ges Cristo, sta per
noi la morte e la risurrezione di Cristo.
E' difficile raccordare la nostra situazione con il dono
di Dio. Ma sta qualcosa: ed l'unzione dello Spirito,
che persuade che non insipiente dire: Questo il
senso, questa la speranza, questa la fedelt, questa
la ragione per cui mi devo collocare su questa roccia
e non su quest' altra che pure mi sembrerebbe pi roccia
della prima e in realt sabbia mobile! .
44
Quando lo Spirito ci avr educato a dire queste parole
pienamente, ci avr educati pienamente ad essere figli
di Dio.
n parlare con Dio e la domanda
Non la paura, il timore; ma la parresia: cio il corag-
gio di parlare: osiamo dire ... .
Coraggio di parlare: che nasce dal senso non di estra-
neit tra noi e Dio, ma di vicinanza.
Dio si fatto vicino in Cristo e nel dono dello Spirito.
Ci ha reso figli: ed essere figli significa avere con Lui
quella vicinanza che propria del suo Figlio unigenito.
Da qui il coraggio di parlare, nonostante la nostra estra-
neit di peccatori (che in taluni momenti pu essere
sentita molto acuta!): perch chi si fatto vicino in
Cristo e nello Spirito, il Padre ... E' Lui che non ha
paura di farsi vicino, di sedersi a mensa con i peccatori...
Per questo, oso dire. Perch non sono un estraneo.
Perch Tu ti sei fatto vicino, Tu vuoi farmi vicino. E Tu
mi insegni a dire "rimetti a noi i nostri debiti...! ".
Il cammino di fede e di preghiera conosce anche questi
momenti in cui osare dire Padre pu sembrare troppo
difficile. Li conosce anche il cammino della nostra
infedelt.
Ma non dimentichiamo la parabola del figlio prodigo.
Il Signore pu farci incontrare momenti difficili, per-
ch vuoI dirci che Lui Lui; vuoI farci capire (pen-
siamo alle pagine di certi profeti) la sua santit, che
non pu tollerare il peccato.
Pensiamo a Ges Cristo, cos vicino al Padre e cos
solidale con i peccatori.
Allora, quando emerge il senso della nostra infedelt,
non dimentichiamo che essa non ha impedito la solida-
45
riet del Figlio di Dio, fino a fargli vivere il mistero
di angoscia e di turbamento.
L'unzione suscita il coraggio di parlare con Dio, mette
le parole in bocca, fa sorgere la parola; non la spegne,
ma la suscita.
Parlare con Dio domandando: non declassando la do-
manda, ma imparando a domandare. Perch lo Spirito
che ci fa domanda vera: cos che la risposta di Dio
sia risposta vera. E la domanda vera nella misura
in cui esprime questa domanda che siamo noi, fatta e
creata in noi per l'unzione dello Spirito Santo.
Non disimpariamo a domandare: per non disimparare
un aspetto essenziale del senso di Dio e del senso del-
l'uomo; e della drammaticit del rapporto tra Dio e
l'uomo, che progetta e vuole, rinunciando per ad es-
sere il salvatore e lasciando che Dio soltanto sia il
Salvatore.
Non disimpariamo a domandare: il Signore molto
preoccupato di questo e, nel Vangelo, soprattutto
sulla domanda che insiste.
Impariamo a percorrere questo cammino: nella consa-
pevolezza che lo Spirito che ci fa domanda: do-
manda di compimento, di pienezza. In definitiva, la
domanda della risurrezione di Cristo.
Questo l'orizzonte in cui dovremmo collocare tutte
le nostre domande.
Allora, possiamo vedere in questa prospettiva tutto il
nostro domandare: come qualcosa che trova la sua
verit quanto pi rimane dentro questa prospettiva.
46
L'UOMO
E LA SUA SITUAZIONE
Illumina con la tua luce il nostro pensiero
metti l'amore nei nostri cuori
rendi forte con la tua azione creatrice
la nostra fragile natura umana.
- La prospettiva della quarta e quinta strofa dell'inno
che stiamo commentando quella dell'uomo e della sua
situazione. La nuova creazione e la visita devono rag-
giungerlo a tutti i livelli, per renderlo uomo spiri-
tuale; e lo devono raggiungere nella situazione con-
creta, che quella della lotta e del cammino.
- I livelli dell'uomo, raggiunto dallo Spirito, vengono
richiamati utilizzando uno schema tripartito dell'uomo:
il senso il cuore, il corpo. Ognuno di questi li-
velli deve' essere a suo modo visitato dallo Spirito
Santo: Accende lumen sensibus; infunde amorem cor-
dibus; infirma nostri corporis virtute firmans perpeth>.
1. - Accende lumen sensibus
Illumina, diventa come una lampada per i nostri sensi.
La lampada come il fuoco: ha due risvolti: la luce
e il calore. Qui si sottolinea l'aspetto della luce.
- Per capire il senso di questa richiesta allo Spirito, vale
la pena di soffermarci sulla parola sensus, che non
47
corrisponde n a ci che noi istintivamente pensiamo
quando parliamo dei sensi, n al sentimento. Pi gene-
ricamente, questi sensi, per i quali lo Spirito Santo
deve accendere il lume, sono tutta la zona del per-
cepire dell'uomo (l'uomo che percepisce): fino al li-
vello pi alto, quello del vedere dell'intelligenza, quel-
lo del capire.
- Noi abbiamo bisogno di capire: e il capire, il perce-
pire un vedere. Che cosa fa vedere?.
E' la luce, che fa vedere: cio la luce la capacit
di capire. Chi non ha la capacit di capire ci che l'altro
dice, non vede.
L'uomo, che ha la luce per percepire e per capire,
illuminato; l'uomo che non illuminato non pu
capire, non vede.
La luce la forza interiore per cui si capiscono o non
si capiscono certe cose. Nella preghiera allo Spirito San-
to invochiamo questa capacit di percepire.
- E' chiaro, allora, in che senso la visita dello Spirito
deve accendere la luce nel nostro percepire; e deve
diventare come lampada di fuoco o la fiamma che il-
lumina i nostri sensi. E' come la colonna di fuoco
nell'Esodo; come il cero pasquale della notte del Sa-
bato Santo. Colleghiamo queste due cose, il fuoco e il
cero, con la nostra situazione: e preghiamo che la luce
di Cristo illumini i nostri sensi.
Ci che dobbiamo percepire il mondo della fede, il
mondo secondo Dio, secondo Ges Cristo.
Percepire questo mondo come reale, plausibile; percepir-
lo come valore ( bene per me!); e assumerlo come
prospettiva e come norma di giudizio e di azione.
48
Non ci che tutti dicono bene bene: ma solo ci che
corrisponde alla verit di Ges Cristo.
Ecco ci di cui il nostro senso ha bisogno.
Ecco i criteri per la valutazione.
Ma ci che non siamo capaci di fare, che siamo con-
tinuamente tentati di non fare.
Da qui l'invocazione: Dio mio, illumina le mie tene-
bre: la mia cecit, la mia incapacit a vedere, la mia
tentazione di dire: tutto quello che si pu vedere
questo e solo questo, cio nessun'altra prospettiva al
di fuori della mia, nessun altro mondo al di fuori del
mio.
Siamo figli della Sapienza, ma tentati continuamente di
vedere soltanto il nostro piccolo mondo, senza aprirci
a una prospettiva pi grande.
Dio mio, rischiara le mie tenebre ... .
- Il testo di riferimento, per meditare su questa in-
vocazione della luce, 1 Coro 2, dove Paolo parla dello
Spirito che permette all'uomo spirituale di giudicare
tutto e di non essere giudicato da nessuno: nel senso
che, se il giudizio quello dello Spirito, distanza su-
prema. Dopo la Sapienza non c' pi risposta.
Utile anche il richiamo al commento che l'antica teo-
logia dei doni dello Spirito Santo faceva in proposito,
parlando di scienza, intelletto, sapienza come
tre doni relativi al percepire dell'uomo. (Si pu notare
come questa teologia, alimentata da una profonda di-
mestichezza con la Scrittura, pur attraverso categorie
schematiche, ritrovava prospettive profondamente cri-
stiane sull'uomo e sul suo modo di comportarsi).
49
- La scienza la percezione del mondo secondo lo
Spirito: cio la capacit di conoscere le cose, le crea-
ture come realt, come segno, rimando; ma anche come
insieme delle creature che non sono il Creatore. Un
non solo apparentemente negativo, che lascia spazio
a un desiderio, a un rimpianto, a una speranza.
E' la percezione acuta che le creature hanno una consi
stenza, hanno un valore, sono un segno: ma non sono il
Creatore. E questo d il senso della provvisoriet del-
l'uomo, che fatto per un altro destino.
Al dono della scienza collegato il dono delle la-
crime: l'uomo piange perch in esilio, itinerante;
ha il desiderio della patria, perch il suo compimento
definitivo non pu essere in questo mondo,che pure
vede ed ama, valuta e considera; che pure gli parla
(pensiamo al Cantico delle Creature di san Francesco!).
Ma le creature, il mondo non sono il Creatore. Sono,
valgono (e l'uomo non ne ha paura), ma non sono il
valore, non sono Cristo. La tradizione cristiana ha sot-
tolineato questo fatto. Leggiamo in san Gregorio Ma-
gno: Animae videnti creatorem angusta est omnis
creatura (<<Qualunque creatura piccola per l'anima
che vede il Creatore).
Questo il dono di scienza.
- L'intelletto la percezione del valore autentico,
ma relativo, del nostro discorrere, del nostro ragionare,
anzi di ogni nostro concetto, di ogni parola umana di
fronte alla realt di Dio, o alla realt secondo Dio.
Grande cosa il capire: ma ci che dobbiamo capire
non un gioco di concetti, ma una realt. Dio la
realt di Dio, non un'idea:
Lo Spirito tiene aperta l'intelligenza dell'uomo, perch
non si faccia misura del reale e del vero, ma perch se
ne lasci misurare. E ultimamente si lasci misurare dalla
realt di Ges Cristo.
Che anche l'intelligenza sia aperta al comprendere
proprio della fede ed al suo dinamismo, verso un per-
cepire contemplativo e verso un vedere definitivo,
che il sapere proprio di una comunione totale.
Che lo Spirito tenga aperta l'intelligenza verso la ve-
rit, con il senso che la verit pi grande dell'in-
telligenza.
Che lo Spirito tenga aperta l'intelligenza quando leg-
giamo la Scrittura, perch le parole siano relative a
una Parola. E la lettura lentissima, pazientissima delle
parole del libto ispirato rimandi alla Parola, al Verbo
che si fatto carne, e ha anche parlato. Il rapporto
con il Verbo fatto carne non soltanto un rapporto
tra parole che si capiscono: , come diceva Charles de
Foucauld, una percezione del cuore. Questo il mi-
stero della piet.
Si capisce, cos, come un rapporto personale ha biso-
gno s di parole, ma a un certo punto le supera. La
realt di un rapporto non quando le pa-
role sono l'ultima cosa del rapporto stesso, ma quando
hanno detto i due termini del rapporto e hanno per-
messo la dimensione del rapporto, che la comunione
totale.
E'questo, come abbiamo detto, il percepire contem-
plativo.
- La sapienza. Il sapere Dio per il dono di scien-
za e per il dono di intelletto culmina nel sapere
51
Dio secondo sapienza. Che un saperlo per amore.
(E' bella l'analisi scolastica della sapienza, perch
recupera la totalit della visione dell'uomo, cio del-
la realt in cui crede e a cui aderisce nella comunione).
Saperlo per amore: da come lo si ama, da ci che si-
gnifica amarlo, da ci che l'amarlo produce nella no-
stra vita e nella nostra esperienza sappiamo chi .
Cio, dall'amore e attraverso l'amore, Dio saputo:
Amor ipse notitia est (Gregorio Magno). E' l'amore
stesso che diventa sapere, che fa conoscere. L'amore
fa vedere: l'amore falso fa vedere falsamente. L'amore
vero, l'amore secondo verit fa vedere in verit.
La sapienza l'amore vero al Dio vero, che sposa
il punto di vista di Dio (se lo appropria), o che sposa
Dio, il Dio vero, quello di Ges Cristo, come punto
di vista sulla realt. Ed il momento pi alto del sa-
pere Dio.
Allora le cose non sono il Creatore. Le parole, anche
le parole di Dio, non sono la Parola, pur mediandola.
Questa la sapienza.
Quando invochiamo accende lumen sensibus, chiedia-
mo il triplice dono di intelletto, sapienza e scien-
za, in stretta collaborazione tra loro per percepire
quello che deve essere percepito.
2. - Infunde amorem cordibus
L'uomo cuore (ma non nel senso emotivo del ter-
mine); l'uomo capacit di amare: nel senso pi pro-
fondo, comprensivo, integrale del termine, che implica
la libert dell'uomo (il suo donarsi libero) e non lo
riduce ad attrazione.
52
La VISIta dello Spirito, che deve rinnovare ed ali-
mentare continuamente l'uomo nuovo, l'uomo spiri-
tuale, deve infondere l'amore nel cuore.
L'amore qui , evidentemente, la carit.
- Il testo di riferimento, che viene praticamente ri-
preso alla lettera, quello di Rom. 5, 1-11 (propria-
mente il v. 5).
L'agape - questo amore caratteristico e specifico -
il dono sintetico per eccellenza secondo il Nuovo
Testamento: amore come fatto non emozionale, ma di
scelta, gratuito, spoglio.
Come definisce Dio e Ges Cristo (cfr. 1 Gv. 3 - 4),
cos dovrebbe definire sinteticamente il cristiano nel
suo essere e nel suo agire.
L'agape la legge: non solo nel senso che tutte le
leggi si riassumono in questo imperativo, che , per
Giovanni, il comandamento nuovo e antico; ma
nel senso pi profondo che essa la legge scritta nel
cuore, che essa l'essere stesso dell'uomo in quanto
figlio di Dio, in quanto vicino e partecipe dell'agape
stessa di Dio. Misura cio la somiglianza dell'uomo
con l' immagine ritrovata.
- L'agape non un qualunque amore: l'amore di
Dio; l'amore di Cristo, nel senso che il modo
di amare, di servire, o di dare la vita, di chi come
Dio che ama per primo, di chi come Cristo.
Bisogna dunque diventare amore come Dio e come Cri-
sto, per amare cosi.
Per questo, l'agape non sorge, come per generazione
spontanea, dal nostro cuore: tanto pi da un cuore
cattivo come il nostro. Infatti, anche se possiamo
53
dire che la profondit dell'uomo il suo amore, non
abbiamo detto nulla dell'agape: abbiamo detto soltan-
toche l'uomo una possibilit anche di questo modo
di amare; e che, se Dio gli dar questo dono, non vio-
ler la natura profonda dell'uomo. E' una possibilit,
una disponibilit che va nel senso della natura dell'uo-
mo, ma non sorge dal suo cuore.
L'agape sta di casa nel cuore nuovo per eccellenza,
che il cuore di Cristo. Cuore aperto; intimit di-
schiusa: in cui possiamo dimorare.
L'agape viene infusa nel nostro cuore dallo Spirito
Santo che ci dato, il quale lo Spirito di Cristo.
Noi non siamo la carit, ma in noi dimora la carit,
che lo Spirito di Cristo.
- E' questo l'amore che fa sapere Dio e Cristo. Li
fa sapere appunto come amore che serve in quel
modo; che si dona in quel modo: Vedendolo morire
in quel modo, disse: "veramente costui il figlio di
Dio" (cfr. Mt. 27, 54).
In quel modo tutta la logica di Cristo. E quel modo
tutto il Vangelo. Allora si capisce perch la carit
tutto il Vangelo.
Donarsi in quel modo, servire in quel modo, ab-
bandonarsi in quel modo, perdonare in quel modo,
essere forti in quel modo, cercare la volont di Dio
in quel modo, fare la faccia dura verso Gerusa-
lemme in quel modo ... non sono fuori della carit,
ma sono le condizioni interne perch quel modo
prenda corpo progressivamente nella nostra vita. Allora
vero che tutti i precetti sono racchiusi in uno solo:
Amerai il prossimo tuo come te stesso. E' l'agape
che fa amare il Vangelo e la via di Cristo; e, reci-
54
procamente, il Vangelo e la via di Cristo che fanno
assumere all'amore, secondo una sempre maggiore veri-
t, i connotati dell'agape.
E' un'interazione continua, una specie di contraccam-
bio a Cristo, anche se dobbiamo ammettere che il nostro
amore sar sempre impari al suo amore per noi e
come una sua sbiadita immagine. Egli infatti ci ha
amato per primo (cfr. 1 Gv. 4, lO) e con l'esempio
del suo amore diventato per noi come un richiamo
per renderci conformi alla sua immagine, spogliarci
dell'uomo terreno e rivestirci dell'uomo celeste. Come
ci ha amati, cos dobbiamo amarlo. Ci ha lasciato, in-
fatti, un esempio, perch seguiamo le sue orme (cfr.
1 Pt. 2, 21)>> *.
3. - Infirma nostri corporis
- L'oscurit, l'opacit dei sensi indubbiamente un
grande sintomo della nostra infermit e, allo stesso
modo, lo la nostra incapacit, la nostra resistenza ad
essere agape di Cristo e di Dio.
Ma l'attenzione sulla infermit dell'uomo si concentra
facilmente sul corpo: questo, secondo il libro del-
la Sapienza, che aggrava l'anima.
L'antropologia paolina parla essa pure di corpo (ma
il corpo dice tutto l'uomo in quanto essere vivente,
visibile, localizzabile, che agisce ... ) e di carne: ma
la carne l'uomo come fragilit e come fragilit pec-
catrice, che contraddice allo Spirito, alla sua logica,
* Dai Trattati di BALDOVINO DI CANTERBURY. PL 204, 513-514.
55
alla sua sapienza; e produce frutti antitetici a quelli
dello Spirito (cfr. Gal. 5).
_ Ad ogni modo non il problema del corpo che ci
interessa come tale. E' il problema della infirmitas
dell'uomo, della sua fragilit, della sua incapacit a pos-
sedersi, a durare ... ; potremmo dire: dell'uomo in quan-
to natura; in quanto sottoposto a un'infinit di con-
dizionamenti, pur essendo cos1 grande; in quanto una
libert e una coscienza dentro infiniti condizionamenti.
In ogni caso, viene da questa invocazione allo Spirito
l'invito a vedere che anche quel livello di noi stessi,
che la nostra corporeit, non qualcosa da perdere,
da svalutare, da sottrarre all'azione dello Spirito, alla
sua visita, come se fosse indegno di una realt cos1
profonda quale la realt di Dio. Dio creatore del-
l'uomo intero: per cui non c' nulla, nell'uomo, inde-
gno della visita dello Spirito: Os, lingua, mens con-
fessionem personent. Lo Spirito di Cristo lo Spirito
della risurrezione come Cristo, della nuova creatura.
Lo Spirito di Cristo lo Spirito che associa la nostra
inhrmitas (anche a livello biologico) a Cristo, che
ha preso su di s le nostre infermit (Mt. 12). Dob-
biamo crederlo: anche quando sperimentiamo che il
corpo aggrava l'anima, come malattia o come ribel-
lione (quel sentire e sperimentare ci che non si vor-
rebbe sentire e sperimentare), anche quando sperimen-
tiamo questa nostra inhrmitas in tutte le direzioni.
Lo Spirito di Cristo lo Spirito che - nella fede, nel-
la speranza, nella carit - ci rende pi forti delle no-
stre stesse fragilit, facendole portare per la forza
della fede.
I
56
Lo Spirito di Cristo lo Spirito che pu operare an-
che il miracolo, come segno della sua capacit di sal-
vare tutto l'uomo, hno alla risurrezione.
- Dobbiamo, allora, chiedere allo Spirito che, con la
sua potenza, sia la hrmitas (la forza, la fermezza) an-
che di questi aspetti della nostra infermit, della
nostra fragilit.
Che sia il nostro appoggio, anche cos.
Che sia il nostro appoggio, dandoci la fortezza che
ci fa reggere (<<lI Signore la mia forza ... rende i miei
piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa cam-
minare ... ), in attesa che si compia la beata speranza
e noi possiamo essere definitivamente nella risurrezione
di Cristo.
E cos1 sia.
57
LA LOTTA E IL CAMMINO
Allontana da noi il nostro nemico
e Tu nostro difensore donaci la pace
cos mentre cammini davanti a noi
potremo evitare ogni male.
La quinta strofa dell'inno mette in evidenza l'uomo
in situazione, cio la situazione concreta in cui l'uomo
si trova. E tale situazione viene espressa secondo le
due immagini della lotta e del cammino.
Fermiamoci sul primo di questi aspetti.
1. - Hostem repellas longius) pacemque dones protinus
- E' un altro aspetto della visita dello Spirito: ri-
ferito ad un aspetto della situazione dell'uomo, quella
in cui si trova la nuova creatura dentro di noi.
La <<nuova creatura minacciata; l'uomo spirituale
non cresce senza una lotta, senza una vittoria sul
nemico.
- La lotta dentro di noi anzitutto: noi non siamo
appena coloro che non hanno luce per vedere, o
non hanno carit, o non hanno fermezza e solidit ...
Noi siamo coloro che dicono di no alla luce, alla carit,
al cammino ... Non solo si sottraggono, ma si rifiutano ...
Siamo coloro che hanno in s chi dice di no, chi respinge
la nuova creazione.
59
Si tratta di diventare realisticamente consapevoli delle
cose come sono. C' una lezione che non si riesce mai
a far imparare a noi stessi, perch sta dentro di noi
uno scolaro testardo.
Paolo dice che l'uomo spirituale minacciato dal-
l'uomo carnale che dentro di noi: cio una fra-
gilit che si oppone alla sapienza di Dio, alla direzione
dello Spirito (cfr. Rom. 8, 5-13; Gal. 5, 16-25).
La lotta, dunque, dentro di noi. La complicit den-
tro, nel senso che, in noi, non sta appena colui che
non vede, ma colui che non vuole.
- La lotta per anche intorno a noi, e fuori di noi
(cfr. El. 5, 10-19). E' questa lotta che d alla vita,
spesso, anche se non esclusivamente, il carattere della
tentazione intesa come prova. Cio, la situazione di
difficolt, interna ed esterna, la situazione di resisten-
za, di contrariet, intorno a noi e in noi, contribuisce
a dare alla vita il carattere di tentazione, come messa
alla prova.
Ma, anche qui, dobbiamo cercare il significato delle
cose, dobbiamo lasciare che il significato ci venga in-
contro. Il significato sta dentro le cose, ma cosi, come
esse si presentano, non lo rivelano. Esso va scoperto.
E dobbiamo imparare a darglielo.
Prendiamo, ad esempio, il dolore. Il dolore mi viene
incontro come la negazione del significato, come un
non senso. Ma se mi lascio prendere da questo atteg-
giamento e non cerco se io posso vivere con signifi-
cato la situazione del dolore, esso non diventer mai
croce, non diventer mai partecipazione al dolore del
Signore.
60
C' dunque un atteggiamento virile, forte, che non si
lascia travolgere, ma sta in piedi di fronte agli avve-
nimenti, non schiacciato dalla durezza o dalla resi-
stenza della situazione.
La prova, dal punto di vista biblico, cristiano, ha
una ricchezza singolare: perch mette bene in eviden-
za il significato dell'appello personale nella situazione
dura in cui l'uomo pu trovarsi nei pi diversi con-
testi (si interpellati per dare un significato!); e
fa della vita cristiana un'associazione e un prolunga-
mento della tentazione stessa di Cristo, quella che Mat-
teo e Luca descrivono all'inizio della vita pubblica di
Ges, e quella di cui Luca ancora parla al capitolo 22
(vv. 28-34).
La tentazione di Cristo certamente non rovesci la
sua resistenza, ma gli fece vivere la tentazione stessa
con quell'atteggiamento che conosciamo. La fede d
significato alla prova.
Bisogna leggere la vita cristiana tenendo presenti an-
che le tentazioni di Cristo: ci che Cristo respinge,
ci che Cristo sceglie, la difficolt della scelta, la dif-
ficolt di dover decidere di fronte a delle spinte con-
trarie ... Vale la pena di leggere le tentazioni di Cri-
sto, perch diventano come un riferimento emblema-
tico, come una chiave di interpretazione concreta della
nostra esistenza; perch ci aiutano a leggere le condi-
zioni stesse della vita cristiana e ci permettono di co-
gliere in profondit il senso della preghiera: Non ci
indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
- E' la preghiera della fragilit dell'uomo in lotta.
Non abbandonarmi alla tentazione e nell'ora della
tentazione ... Liberami dal male e dal maligno: dammi
61
la libert per il bene ... Aiutami a credere che non so-
no tanto pi libero quanto pi posso contestare il tuo
comandamento, ma quanto pi lo faccio talmente mio
da orientarmi soltanto in questa direzione. Aiutami a
credere che tanto pi sono libero quanto pi il tuo
comandamento dentro il mio cuore.
Detta allo Spirito Santo, questa preghiera non di-
versa: resta sempre la preghiera del figlio di Dio
rivolto al Padre, la preghiera, dunque, dell'uomo che
lo Spirito rende figlio e che fa pregare con il senso
della pietas e il coraggio proprio della pietas.
Essa sorge dall'interno di un dato che non mai mes.-
so in discussione, perch non si mette mai in discus-
sione l'identit dell'Interlocutore, cio la paternit di
Dio, la sua misericordia, nonostante tutto quello che
succede nella vita.
Per questa ragione nasce la fiducia, nasce la pazienza,
il coraggio, l'umilt.
Non senza forza questo. C' spazio per il lamento,
c' spazio per il grido, per la domanda. Ma con spe-
ranza.
L'unico modo, secco, arido, con cui l'uomo pu du-
rare, non quello di decidere lucidamente di affrontare
la situazione: mancherebbe la pietas, realt molto
specifica dell'atteggiamento cristiano. E' piuttosto quel-
lo del figlio che domanda e non ha paura di dire:
Liberami dal male.
- Tre doni potremo qui considerare, in rapporto alla
situazione di lotta: il timore, la piet, la fortezza.
- Il primo dono il timore: non quello servile, ma quel-
lo filiale, o addirittura della sposa. Temere Dio per
amore, come quando si teme per una persona o una
62
cosa cara, come riflesso del senso del valore della per-
sona o della cosa, cio non solo per quello che per
me, ma per quello che in s.
Timore che confina con il rispetto: e d il senso che
vale stare con Dio.
Temerlo per amore, perch non lo si vorrebbe perdere;
e lo si pu invece perdere. Lo si pu perdere perch
siamo fragili, incostanti; perch la nostra libert non
solo libert per il bene; perch il bene e la verit ci
sembrano imbrigliare la nostra libert, e quindi la no-
stra libert recalcitra dinanzi al limite del bene e della
verit.
Lo si pu perdere, perch abbiamo tante complicit den-
tro e fuori di noi.
Il timore non la paura: anzi la paura scacciata
fuori, come dice Giovanni.
Mi ha sempre meravigliato trovare tanta gente che
impaurita di fronte a Dio. Non so da che cosa dipende.
Sar per il fatto che l'uomo traumatizzato.
L'importante evangelizzare anche questa situazione
dell'uomo. E il Vangelo la parabola del figlio pro-
digo. La santit di Dio non pu pesare fino al punto
da far cambiare il volto di Dio.
Ma il discorso difficile, se implica anche il livello
psicologico.
Lo Spirito Santo deve insegnare alla paura a diventare
timore, e a percorrere tutti i gradi del cammino del timo-
re. Questo dono del timore non , dunque, la paura. E
nondimeno resta un timore: tanto grande la cosa
che si ha e che non si vorrebbe perdere... e tanto
reale la situazione di lotta e di fragilit.
Ma bisogna anche aggiungere: tanto reale il senso
di Colui su cui possiamo e dobbiamo contare.
63
Appare, qui, che il senso del timore non un discorso
semplice, n si giustifica (come spesso noi facciamo nei
confronti dei valori cristiani) semplificando i dati: o
timore o speranza. Implica atteggiamenti umani che so-
lo apparentemente sono semplici: il timore, la fiducia ...
In realt, sono atteggiamenti dialettici, per cui non si
pu definire l'uno senza includere l'altro, o meglio,
c' una circolarit permanente di timore-fiducia, timore-
speranza: che fa si che il timore sia come deve essere,
e la speranza-fiducia pure. L'uno si definisce includendo
l'altra, arrivando all'altra. Come a dire che, per defi-
nire il timore cristiano, si deve includere la speranza,
perch, proprio nella definizione del timore cristiano,
sta la speranza. E viceversa.
Ogni tentativo di semplificazione, come per ogni no-
stra esperienza spirituale, ci fa spezzare una sintesi,
che deve essere continuamente costruita.
Sarebbe come avere una fiducia cosi incontrollata e in-
giustificata da diventare vana, senza fondamento; da di-
ventare irreale, perch non tiene conto delle condizio-
ni concrete in cui si trova colui che confida.
Colui che confida invece colui che ha il senso della
sua fragilit e ha insieme il senso della grandezza della
cosa che non vorrebbe perdere. E tuttavia sa che
la pu perdere. Ma sa pure che pu contare assoluta-
mente su Colui che fedele, e manterr la sua promessa.
Allora timore e fiducia stanno insieme. E dicono la
possibilit di fare un salto: sappiamo che cadiamo
nelle mani di Dio, anche se non lo vediamo.
Lo Spirito costruisce in noi questo atteggiamento com-
plesso, che il dono del timore cristiano.
64
- La piet. Il senso di questo dono, e di questo aspetto
della visita dello Spirito, gi tutto in quanto ab-
biamo detto sulla dialettica, sulla circolarit permanen-
te del timore-fiducia. E' il senso di poter contare, di
potersi fidare: come Ges Cristo stesso nell'ora della
sua tentazione: Io non sono solo, perch il Padre
con me (Cv. 16, 32). Allora, non la mia, ma la
tua volont sia fatta (Mt. 26, 39); nelle tue mani
affido il mio spirito (Le. 23, 46).
E' un fidarsi assoluto: non misurato sulla solidit degli
appoggi che ci sono o non ci sono (come se questo
fosse uno degli appoggi, tra i tanti). Non uno della
serie. Anche se tutti gli appoggi crollassero, questo
sta, perch non uno della serie, e non si comporta
come gli appoggi di questo mondo.
Questo fidarsi assoluto misurato sul senso del Padre,
sul senso di Cristo, sul senso dello Spirito che ci dato.
Per questo, perch non parte n da me n dal mondo,
la speranza sorregge assolutamente: sta fissa in Dio.
E Dio il fondamento fuori serie della speranza.
Quando io so che Dio per me, so che vi un fon-
damento assoluto per sperare. Potrei anche immagina-
re che crollino tutte le cose, ma resterebbe ancora que-
sto punto di riferimento: egli per me, non per delle
ragioni per cui tanti sono per me, ma per delle ragioni
assolutamente sue. Ed per me senza pentimenti.
In questo senso la pietas ha un carattere parados-
sale, come la fede. Che l'uomo debba sperare per vi-
vere, che ci debba essere una speranza, un futuro, che
il possibile sia aperto ... ancora cosa accettabile. Ma
che si debba sperare perch Dio Dio, perch Dio
Padre di Ges Cristo e mio, questo pu sembrare una
cosa senza senso, una mistificazione (come quando vie-
65
ne il sospetto che la motivazione religiosa sia in fondo
mistificante).
Che sia solo un motivo di fede a sorreggere la speranza!
lo credo che, in certi momenti, non ci vuole meno
della grazia dello Spirito per reagire a questo sospetto
di mistificazione. (Pensiamo alla verginit per il Re-
gno!). Badiamo che, se questa motivazione di fede
non alimentata, noi siamo doppiamente infelici, per-
ch abbiamo l'impressione di dover tenere in piedi un
edificio dove quella motivazione umana che ci soster-
rebbe non c', e dove abbiamo perduto quell'altra.
Una personalit religiosa una personalit sui generis.
E bisogna bene che ci rendiamo conto di come si ten-
gono in piedi certe scelte, altrimenti l'esperienza del
vuoto ancora pi paradossale, pi tremenda: perch,
per principio, certe scelte, o certe cose che si sono
realizzate, non si fondano su motivazioni umanamente
accettabili.
Quando svuotata l'unica ragione della fede, allora
il vuoto tremendo. E, quanto pi il riferimento reli-
gioso si allontana e non alimentato, tanto pi di-
ventiamo sensibili al vuoto e alla solitudine. Le crisi
sono pi aperte in questo senso. Se crediamo di tenerci
in piedi per una motivazione che non quella della
fede, la percezione del vuoto, dell'inconsistenza, della
fragilit e del non-senso ancora pi grande.
Perch Dio Dio noi speriamo. E speriamo ci che
umanamente pu sembrare illusorio.
Il dono della piet anche la forza di raccogliere
questa sfida, per quella persuasione dal di dentro,
che lo Spirito sa operare. lo non sono senza Padre,
io non sono senza nessuno ... Anzi ho un Padre, ho
Ges Cristo, ho Dio ... .
66
C' qualcosa di oggettivo davanti a noi.
Ci sono delle ali di aquila che ci sollevano, anche se,
apparentemente, non abbiamo nessun'ala per volare (cfr.
Dt. 32).
Allora possiamo e dobbiamo ripetere con pazienza: Non
siamo senza nessuno. Abbiamo proprio tutto!.
La consolazione dello Spirito Santo faccia la sintesi:
cosi che non solo con le parole diciamo ho un padre,
ma abbiamo la gioia di trovarlo. E questa gioia riempia
la nostra esistenza e ci ridia un senso nuovo del mondo.
Come Francesco.
Come san Giovanni della Croce, che faceva dire all'ani-
ma innamorata: Miei sono i cieli e mia la terra. Miei
sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori.
Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose
sono mie. 10 stesso Dio mio e per me, poich Cristo
mio e tutto per me. *
- La fortezza. La fortezza dell'uomo spirituale la for-
tezza della carit, e quindi della sapienza: la fortezza di
chi ha in s la persuasione dello Spirito e ha sposato
il punto di vista di Dio, del Dio vero; o - se si vuole
e meglio - ha sposato il Dio vero come punto di vista
radicale, onnicomprensivo sulla realt.
Per questo una fortezza libera, povera, disarmata. Tan-
to pi forte quanto pi libera: da se stessi, dal proprio
punto di vista, da prevenzioni, da timori, da giudizi. E'
forte solo della forza del timore e dell' adesione al punto
di vista di Dio. Quante battaglie, invece, noi facciamo
per qualcosa che noi stessi!
* Cfr. S. GIOVANNI DELLA CROCE, Opere (trad. ital.), Roma 1967,
pago 1087.
67
Tanto pi forte quanto pi povera: non ha nessun
interesse da difendere, o da raggiungere, se non il per-
dere Colui che si possiede.
Tanto pi forte quanto pi disarmata, perch non
ha potere.
Sorretta da un'immensa fiducia in Dio, da un timore
pieno d'amore, di senso della fragilit della propria li-
bert, di speranza; sorretta da un attaccamento al suo
unico Signore, che per nessuna cosa al mondo si vor-
rebbe perdere, e dalla cui verit non ci si vuole in
alcun modo distaccare.
Questa la fortezza dell'uomo spirituale.
Fortezza libera da ogni punta, da ogni ripiegamento;
senza artigli. Ma fortezza reale.
- Proprio per questo, proprio perch la fortezza quel-
la vera, rimanda al nucleo centrale, che la piet.
La piet dunque sorregge e permea sia il timore (perch
lo fa confluire nella speranza), sia la fortezza (perch
la ragione della fortezza questo voler e poter contare
su Dio). Timore filiale, fortezza che ha radici profonde,
ed per se stessa sorgente della pace: Pacemque dones
protinus. Anche se la pace che si raggiunge - quella
che si potrebbe considerare al caso di El. 2 - sem-
pre la pace di una tregua, nella lotta che continua,
perch cos la nostra vita: Militia est vita hominis
super terram.
Ma la pace di poter contare assolutamente su Dio;
la pace che fa sospirare la grande, definitiva pace, quella
del sabato di Dio.
Ma non potremo mai pensare di essere arrivati a que-
sto sabato: ne abbiamo solo anticipi, perch il grande
sabato quello della vita eterna.
68
Perci, mentre chiediamo la pace legata al dono della
piet, sospiriamo la pace del sabato di Dio, quando
il pellegrinaggio nel deserto finalmente sar concluso.
2. - Ductore sic te praevio, vitemus omne noxium
- Questa seconda domanda ci fa pensare alla situazione
dell'uomo come ad un cammino.
L'uomo in cammino: l'idea della lotta e del cammino
non si giustappongono.
E' un camminare tra nemici, tra pericoli, tra difficolt
da evitare o da superare.
Dobbiamo pregare lo Spirito Santo perch ci faccia supe-
rare tutto quello che ci nocivo: Vitemus omne
noxium.
Il problema, qui, quello della strada: che sia una
strada giusta e sicura; che si possa discernere il sentiero
che conduce alla meta.
E il problema della strada diventa cos quello della
guida: Figli di Dio sono quelli che sono guidati dallo
Spirito di Dio (Rom. 8, 14).
Ductore sic te praevio: sei Tu la guida che cammini
davanti a noi, come la colonna di fuoco davanti al po-
polo ebreo quando usciva dall'Egitto.
Allora anche noi facciamo questa traversata e arriviamo
alla Terra promessa.
- Lo Spirito conduce. Per tutto quello che gi abbiamo
detto. Perch scrive la legge e d la carit; perch di-
fende Cristo in noi e da noi; perch persuade; perch
insegna a parlare; perch fa vedere; perch sostiene
69
l'infirmitas; perch d il timore, la fortezza, la piet;
perch infonde la pace.
Ma qui giusto che sottolineiamo la situazione difficile,
complessa entro cui lo Spirito conduce nella giusta di-
rezione.
Ci apparsa un po' sempre questa situazione difficile:
perch il riferimento ha dovuto essere continuo al mon-
do, all'uomo carnale, al nemico. Ma ora la ve-
diamo soprattutto nella prospettiva del pellegrinare,
del camminare nei tempi e tra i tempi, del dover scegliere
quali sono i passi giusti e i passi falsi, del dover decifrare
la direzione del cammino, decifrarla e tenerla, perch
sia secondo Dio.
E si invoca cos la visita dello Spirito: perch sia la
guida del figlio di Dio in questo mondo.
- Questa visita, o questo aspetto della visita dello
Spirito ci che la teologia dei doni considerava come
consiglio.
La visita, che d consiglio, invocata per discernere
i passi da fare, nei tempi e tra i tempi, nelle situazioni
concrete di difficolt, durante il pellegrinare verso la
Patria.
E' invocata di fronte al senso della fragilit a cui
esposta la decisione. E questa decisione la pruden-
za, cio la capacit di discernere in concreto la vo-
lont di Dio: applicando il senso generale del Vangelo
in questa situazione contingente; con una adesione ret-
ta ai valori assoluti dell'esistenza cristiana, ma nella
situazione concreta; domandandosi che cosa significa ope-
rare secondo il senso di Dio, secondo il mistero di Dio.
(Siamo quasi alla contemplazione nell'azione). Ma,
questa prudenza, che mette in rapporto l'assoluto del
70
valore e la situazione concreta perch qui si traduca
in valore, pu spingere fino al rischio.
Il nostro deciderci in concreto di fronte al Vangelo
cio esposto alla fragilit; minacciato.
La minaccia triplice:
- La prima sul versante della rettitudine soggettiva.
Devo giudicare e non posso prescindere da me, che
stabilisco questo rapporto tra il disegno di Dio e la
situazione concreta. Se io non sono retto, se non amo
la verit di Dio, se ho tanti interessi, la mia rettitu-
dine minacciata, il mio giudizio prudenziale mi-
nacciato: minacciato in me.
- La seconda sul versante della lettura della realt
e della sua interpretazione secondo il disegno o il
consiglio della sua volont.
Se devo leggere in concreto la volont di Dio, devo
leggere in concreto - guardandola in faccia - la si-
tuazione, ma avendo come riferimento il disegno di
Dio. Questa lettura concreta della realt non mi data
automaticamente dal Vangelo.
Se io conosco male il disegno, se non cerco di assimi-
larlo, di approfondirlo, di cogliere il senso della fede,
oppure se non analizzo la realt, se non la guardo bene,
facilmente, nonostante la mia rettitudine, il rapporto
tra le due cose non sar mai un rapporto oggettivo.
Quando noi dobbiamo decidere, la responsabilit del-
la decisione porta effettivamente sui due versanti, e
nessuno dei due si pu dare per scontato. N basta
sapere il disegno di Dio n basta analizzare la realt
con i mezzi di analisi della realt. Occorre fare la sin-
tesi delle due prospettive.
71
- La terza sul versante della decisione operativa.
E' la paura di decidere, l'incapacit a decidere, che
ha tanti versanti di carattere psicologico e di carattere
etico.
Poich il giudizio prudenziale operativo di sua
natura, non opera se la decisione non interviene.
Ci pu essere, infatti, la rettitudine (cio la libert
interiore, la disponibilit per la verit), ci pu essere
anche la lettura della realt secondo l'esatta compren-
sione del disegno di Dio; ma non bastano.
Bisogna poi passare all'azione.
La decisione prudenziale comporta tutti e tre gli
aspetti.
La visita dello Spirito di consiglio viene invocata per-
ch liberi la prudenza da questa triplice minaccia:
che renderebbe imprudenti, dunque non conformi al
consiglio della sua volont, le nostre decisioni.
Capacit di decidere: ma senza autosufficienza, e nella
rettitudine.
Lo Spirito non ci toglie il rischio delle nostre decisioni,
non si sostituisce a noi, non il contrario del reali-
smo. Ci d questa capacit.
Capacit di leggere e di interpretare: realisticamente,
e tuttavia secondo Dio.
Non siamo tanto pi realisti quanto pi dimentichiamo
Dio. Se Dio non un nome, non una parola, un'idea,
i! riferimento a lui dovrebbe rendere pi liberi. Oc-
corrono tutti i dati, tutti i dati concreti, ma avendo
il punto di vista: quello del consiglio della sua vo-
lont.
72
Rettitudine: nulla contro la verit, ma per la verit,
per il giusto, per il bene ... : dove verit, giusto, bene ...
si chiamano Ges Cristo.
Noi non saremo uomini di fede finch non accettiamo
questo.
Allora, dire secondo il consiglio dello Spirito lo
stesso che dire secondo il pensiero di Ges Cristo.
Di qui pu venire la domanda: Che cosa si pu fare
per portare la situazione verso la redenzione?
Non si tratta di acquiescenza. Lo Spirito del consiglio
quello che d il coraggio e la capacit di interpretare
realisticamente la situazione, secondo Dio. La rettitu-
dine deve restare il grande imperativo fondamentale.
Il dono del consiglio e il dono della forza, a questo
punto, stanno molto vicini.
Occorre una forza, la forza della rettitudine, la forza
di procedere realisticamente, di mettere in atto le cose
secondo Dio.
E' una forza piena di piet: che nasce dalla carit,
dal senso della sapienza, dal senso del riferimento a
Dio. Ma non di un Dio autoritario: perch il consi-
glio della sua volont non l'autoritarismo di Dio.
E' la verit di Uno che ci ama, e dobbiamo amare,
come nessun altro. E' la verit di Uno, di cui abbiamo
sposato il punto di vista, che la cosa pi preziosa
che abbiamo.
Scopriamo cosi il senso della dolcezza che nasce da
questa forza. E' la dolcezza della pietas. E' la dol-
cezza che nasce dal poter contare su Dio, dalla libert
che viene da questo riferimento cosi assoluto, cosi fon-
damentale. E' la dolcezza che viene dal Meus cibus
(Gv. 4, 34), che davvero riassume il senso della vita.
73
n dono della piet ci renda forti. Ma di una for-
tezza piena di dolcezza. Ci renda capaci di decidere,
ma secondo la rettitudine e secondo la verit del con-
siglio di Colui che ci ha amati e ci ha donato il Figlio
suo. Cos sia.
74
LO SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO
Guidaci tu a conoscere il Padre,
a imparare il Figlio Ges
e fa' che crediamo in te
che del Padre e del Figlio
sei lo Spirito eterno.
Commentiamo brevemente l'ultima strofa, conclusiva
dell'Inno, tenendo sullo sfondo due testi biblici: El. 3,
14-21 e Gv. 17, 3-19.
Facciamo tre considerazioni.
1. - Te utriusque Spiritum
La prima il richiamo all'identit dello Spirito Santo:
Te utriusque Spiritum.
Avevamo identificato lo Spirito nel dito della ma-
no destra del Padre: Si in digito Dei eicio daemo-
nia ... . Dio si esprime nella sua azione, nel suo ve-
nirci verso, nel suo crearci. Questo il senso del-
l'immagine o del simbolo. Dio si esprime da come fa.
L'economia di Dio rivela, manifesta la realt di Dio.
n nostro Dio si fa vedere. n che non significa che noi
lo esauriamo nel suo mistero. Di qui la confessione:
utriusque Spiritum, cio del Figlio e del Padre.
I capitoli di Giovanni, 14 e 16 particolarmente, an-
dranno riconsiderati in proposito.
75
Spirito del Padre: perch egli l'origine; ma del Pa-
dre e del Figlio, perch prende del mio e ve lo an-
nuncia, dice Ges.
La fede nello Spirito Santo, il credere nello Spirito
Santo e allo Spirito Santo, la condizione per cono-
scere il Padre e per conoscere il Figlio: perch, per
noi, credere nello Spirito Santo e allo Spirito Santo
significa credere allo Spirito di Ges Cristo, essere in
comunione con lui; quindi, essere figli di Dio come
Ges Cristo e, perci, sapere il Padre, come lo sa
Ges Cristo.
Dice Paolo: lo piego le ginocchia perch siate for-
tificati dallo Spirito nell'uomo interiore (cfr. El. 3,
14 ss.). Ci che lo Spirito fa dentro di noi l'uomo
interiore, che confgurato a Cristo, e quindi sa il Pa-
dre come lui.
Credere nello Spirito e allo Spirito, affidarsi allo Spi-
rito, fidarsi dello Spirito lasciare che lo Spirito per-
suada dal di dentro, crei la fede interiore e insie-
me la faccia incontrare con la fede che si proclama;
lasciare che lo Spirito metta in noi la parola della
fede; e la parola pronunciata, che si incontra con
la parola scritta, con la parola proclamata nella Chiesa,
riesprime la preghiera che domanda e insieme dice
1'Amen e 1' Alleluja.
Tutto questo riassunto, ripreso nel credamus.
Credere nello Spirito Santo , dunque, la condizione
per conoscere il Padre e il Figlio.
- La tentazione pi generale e insistente, nella tradi-
zione cristiana, quella di dire che lo Spirito solo
76
del Padre; non anche del Figlio, non riferito e non
riferente si a lui (vedi tradizione ortodossa).
La conseguenza che l'economia, il rivelarsi di Dio,
non dice pi come Dio.
Ma lo Spirito presiede al manifestarsi del Figlio, per-
ch ha pertinenza al Figlio, riceve da lui. Cio, quan-
do il Figlio si manifesta, lo Spirito che lo fa visibile.
- La tentazione non solo della tradizione ortodos-
sa, ma anche della spiritualit. E' la tentazione di
pensare che lo Spirito va oltre, supera Ges, pre-
scinde da lui. E' la tentazione di pensare che lo Spi-
rito si possa creare una condizione filiale senza perti-
nenza a quella di Ges.
Si parla di et del Padre, del Figlio, dello Spirito.
Lo Spirito la pienezza della glorificazione. E far
ricordare, far capire quello che non comprendiamo
ancora.
Ma una volta per tutte, una volta per sempre avviene
la Pasqua di Cristo. Lo Spirito resta Colui che sta
riferito e riferisce a questo unico avvenimento del Figlio.
- Anche la teologia della donna ha recentemente cam-
minato in tal senso, agganciandosi a teologie di questo
genere: cio, si dice, la condizione femminile sarebbe
spirituale, e quella maschile sarebbe cristica.
Ma questo un modo di fare del Figlio e dello Spirito
due realt irrelate. No: lo Spirito lo Spirito di Cristo.
L'uomo spirituale, che uomo e donna, ha i contorni
del Figlio, nello Spirito Santo; memoria (non ri-
petizione, ma identit!) del Figlio, nello Spirito Santo.
Spirituale e cristiano sostanzialmente coincidono:
Non c' n uomo n donna, ma tutti sono uno in
Cristo Ges (Gal. 3, 28).
77
Nessuna condizione, n quella maschile n quella fem-
minile, per se stessa spirituale: lo la condizione
del cristiano.
2. - Credamus, sciamus, noscamus
- Sembra che nel modo di presentare questi verbi
- credere, sapere, conoscere - il verbo cre-
dere sia al livello pi basso. Crediamo allo Spi-
rito del Figlio e del Padre, e poi arriviamo al sape-
re e al conoscere sia il Figlio che il Padre. Sembra
dunque che il credere allo Spirito Santo sia l'ini-
zio, e quindi venga superato dal sapere e dal co-
noscere.
C' qualcosa, in questa progressione, che potremmo ri-
trovare anche in Giovanni, quando dice: Credete alle
opere ... perch sappiate e conosciate ... (cfr. lO, 37).
In realt, questa progressione non pone il sapere ol-
tre il credere: piuttosto il processo stesso del cre-
dere che viene messo in evidenza.
Il credere porta con s, nel suo affermarsi (o nel
dimorare del discepolo) un sapere e un conosce-
re. Coloro che credono, sanno, conoscono: la ma-
turazione della fede.
E cos anche in Paolo: la fede e la carit fanno cono-
scere le dimensioni di Cristo (cfr. El. 3).
Del resto, anche lo Spirito viene saputo e cono-
sciuto (cfr. Gv. 14, 16-17). Soltanto che egli si fa co-
noscere riferendosi e riferendo. Ma non cos anche
del Figlio Ges Cristo?
78
- Ricaviamo per un'altra conclusione: la retta fede
nello Spirito condizione per discernere lo Spirito stes-
so, la sua azione.
Anche lo Spirito affermato in quanto si crede ad una
parola che lo annuncia, che ne d i connotati. Ed letta
nella Chiesa.
Noi non possiamo affermare lo Spirito, se non credendo.
Non ogni Spirito lo Spirito.
Non ogni uomo spirituale spirituale.
Non ogni ispirazione dello Spirito.
Il banco di prova il riferimento a quel credamus,
che ha dentro di s la sua dinamica di crescita, che di-
venta sapere e conoscere.
3. - 5ciamus Patrem, noscamus Filium
Lo Spirito si fa conoscere, riferendosi e riferendo:
5ciamus Patrem, noscamus Filium.
- Quello che vorrei ricavare da questa posizione dello
Spirito, che si riferisce, il senso cristologico della pa-
ternit di Dio: perch il volto del Padre, i contorni del
Padre non sono quelli di cui disporremmo noi spon-
taneamente. Sono quelli che l'esperienza vissuta di Ges
ci fa conoscere. Sono quelli che lo Spirito del Figlio
ci permette di raggiungere.
- Dobbiamo allora imparare da Cristo il senso della
paternit di Dio: perch il nostro diventare, a modo
nostro, come Lui, che costituisce la nostra posizione di
figli. Ed la sua posizione di Figlio che svela la verit
del Padre.
79
Dobbiamo vedere il Figlio, e come si comporta il Figlio,
per cogliere la verit del Padre.
Dobbiamo recuperare questo senso fondamentale che la
Origine buona (al principio non sta l'ambiguit ra-
dicale) e il termine buono.
Per cui si pu sempre sperare.
E si pu recuperare questo senso fondamentale che
l'Origine e il termine sono buoni, perch davanti a noi
sta comunque un fatto, sta comunque un dato: il dato,
il fatto di Ges Cristo.
Per dubitare dell'Origine e del termine, bisognerebbe
svuotare questo dato, questo fatto; svuotare questo es-
sere per noi, cosi incondizionato, di Cristo, svuotare
il suo morire e il suo risorgere per noi.
E' la consolazione profonda della speranza cristiana.
Il capitolo sullo Spirito si chiude cosi: non come in-
genua riduzione dei problemi e degli enigmi della vita
e della morte, ma come loro smitizzazione. Non per
dire che questi aspetti non ci sono, ma perch c' an-
cora un'ultima parola; perch abbiamo una chiave uni-
versale che permette di leggere in maniera ultimativa
tutta la realt.
Si smitizzano i problemi, perch non sono l'ultima pa-
rola. Ce n' sempre ancora una: l'amore di Cristo Ges.
Chi ci separer dunque dall'amore di Cristo? Forse
la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la
nudit, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo trattati come pecore da macello". Ma in tutte
queste cose noi siamo pi che vincitori per virt di
colui che ci ha amati. lo sono infatti persuaso che n
morte n vita, n angeli n principati, n presente n
avvenire, n potenze, n altezza n profondit, n al-
80
cun'altra creatura potr mai separarci dall'amore di Dio,
in Cristo Ges, nostro Signore (Rom. 8, 35-38).
Vorrei aggiungere un secondo gruppo di penSierI.
- n nostro sapere Dio, il nostro sapere Ges Cristo
per la fede che cerchiamo di vivere nello Spirito Santo,
deve ubbidire a una legge.
Non come sapere una cosa il sapere Dio. Non
come fare l'esperienza di una cosa in laboratorio: ma
sapere un rapporto, il nostro rapporto con Dio.
n sapere Dio il sapere un rapporto che non si co-
struisce comunque, perch un rapporto di comunione
e di ubbidienza alla legge della comunione.
Sapere l'ubbidienza alla comunione: questo il modo
in cui sappiamo Dio, in cui sperimentiamo Dio.
E l'ubbidienza alla comunione si sa, quando l'esperienza
della pienezza; ma si sa anche quando l'esperienza non
della pienezza: perch si sa Dio nell'ubbidienza della
comunione, quando si ubbidisce a Dio nella fede, quan-
do si cammina secondo la sua parola, quando questo})
Dio il Dio per cui la nostra vita ha preso questi
contorni.
Dio quello che mi fa scegliere in questo modo,
quello che mi fa soffrire in questo modo, quello per
cui godo in questo modo, quello per cui certe cose
le faccio e certe altre no. Tutte queste cose entrano nella
vita e danno forma alla vita.
lo so Dio, sapendo la mia vita come vita di ubbidienza
a una comunione.
Non immaginiamo l'esperienza di Dio come fosse una
visione. Se anche lo fosse, non sarebbe questa la co-
81
munione con Dio, perch la comunione con Dio pi
profonda, e arriva fino al cuore.
Non immaginiamo l'esperienza di Dio come una speri-
mentazione o come una emozione forte.
L'esperienza di Dio non soltanto una emozione forte,
anzi le emozioni forti passano e poi viene il tessuto
quotidiano della vita.
Prendiamo l'esperienza di Dio come .
E' l'esperienza di una vita che entra in rapporto, che
si lascia formare dalla legge di un rapporto, dalle esi-
genze di un rapporto, che ha la pazienza di prendere
i contorni lieti, tristi, faticosi, sereni, pieni di rimorso,
di pentimento ...
Tutto questo fa il mio cammino di ubbidienza alla co-
munione, fa l'esperienza reale, quella che ci possibile,
di Dio.
Impariamo ad accontentarci cosi, di questa esperienza,
che la pi vera, la pi solida, quella che non lascia
fuori nessun aspetto della nostra vita, perch tutta la
nostra vita, in fondo, una vita che vuole essere ub-
bidienza alle esigenze della comunione.
Accettare di essere noi che ci rapportiamo all'altro,
perch l'Altro la nostra verit; e quando noi pren-
diamo i suoi contorni siamo noi stessi, siamo rea-
lizzati, siamo nella pienezza.
Ma il rapporto non da pari a pari. La verit nostra
Ges Cristo, non siamo noi la verit di Ges Cri-
sto. E la nostra fortuna che la nostra verit la tro-
viamo in Ges Cristo. Quando accettiamo questo, an-
che noi siamo noi stessi.
Che lo Spirito Santo ci persuada in questo senso.
82
- Un ultimo pensiero. Ci suggerito dalla preghiera
di Ges: Non ti chiedo che tu li tolga dal mondo,
ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nel-
la verit. La tua parola verit. Come tu mi hai man-
dato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per
loro io consacro me stesso, perch siano anch'essi con-
sacrati nella verit (Gv. 17,15-19).
S, noi non siamo del mondo, perch il nostro rappor-
to, quello su cui si fonda la nostra vita, il rapporto
con Dio. E non con qualunque Dio, ma con il Dio di
Ges Cristo.
Consacrali nella verit ... . lo sono la verit ... . Co-
me io sto davanti a te, e sono la verit di questo rap-
porto, cosi siano essi....
E' lo Spirito che ci persuade a stare davanti a Dio e
ad essere di Dio, secondo Ges Cristo. E' lo Spirito
che ci persuade a non essere del mondo. Non perch
lo guardiamo a distanza, ma perch la radice vera, il
senso vero del nostro essere nel mondo di essere di
Dio, del vero Dio: il Dio di Ges Cristo.
E anche questo lo Spirito Santo ce lo insegni, e anche
di questo lo Spirito ci persuada e ci faccia sentire che la
consacrazione non estraneazione. Ges Cristo non
estraneazione dal mondo, ma una presenza di Dio nel
mondo, la presenza di Dio nel mondo; il modo
autentico di essere nel mondo.
Il Signore ce lo faccia ,sentire cosi, per la grazia dello
Spirito Santo. Cosi sia.
83
INDICE
Presentazione
V eni, Creator S piritus
La visita dello Spirito Creatore
L'identit dello Spirito Santo
L'uomo e la sua situazione
La lotta e il cammino
Lo Spirito del Padre e del Figlio
pago 7
9
13
29
47
59
75