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Aristotele
Le opere.
Con alcune osservazioni sulla terminologia aristotelica

Renato Curreli
Filosofia e Storia
Liceo classico G. Siotto Pintor
Cagliari
 Opere

• Non possediamo tutte le opere di Aristotele, dato che un certo


numero di esse è andato perduto.

• Ci è comunque pervenuto un vasto corpus di scritti, costituito


perlopiù da trattati scientifici, che consente una ricostruzione
dettagliata e articolata del pensiero aristotelico.

• La tradizione ha distinto il complesso degli scritti di Aristotele in due


sezioni, quelli essoterici e quelli esoterici o acroamatici.
Analisi terminologica

1. Opere essoteriche È lo stesso Aristotele a utilizzare, in vari


punti dei suoi trattati, la locuzione
ἐξωτερικοὶ λόγοι (exōterikòi lógoi)1.
• Queste opere – andate perdute, Tenendo presente che l’aggettivo
sebbene di talune si siano conservati dei ἐξωτερικός (exōterikόs) significa
esteriore, esterno (da ἔξω, éxō, fuori),
frammenti – trattavano tematiche di possiamo tradurre l’espressione
carattere generale esponendole in aristotelica con Discorsi (o scritti o
opere) esterni.
forma prevalentemente dialettico- __________________
argomentativa. 1 Peresempio in Metaph. M 1, 1076 a 28; Eth. Nic. I 13, 1102
a 26-28; VI 4, 1140 a 1-3; Eth. Eud. I 8, 1217 b 20-23; II 1,
1218 b 32; Pol. III 6, 1278 b 30-32.

Un certo numero di questi λόγοι furono destinati dall’autore stesso


alla pubblicazione. Tali sono i dialoghi e scritti di altro genere rivolti a
un pubblico ampio e non necessariamente specialistico.
• Le opere essoteriche non vanno però Espressioni in evidenza
1) ἑκδεδομένοι λόγοι (ekdedoménoi
ridotte ai soli scritti pubblicati, dato lógoi), opere edite ;
che questi sono specificamente 2) ἑνκύκλια φιλοσοφήματα (enkýklia
philosophḗmata, studi/trattati che
designati da Aristotele con la formula vanno in giro/che circolano).
ἑκδεδομένοι λόγοι oppure con ἑνκύκλια
φιλοσοφήματα1.
ἑκδεδομένοι λόγοι, discorsi editi

Aristotele chiama le
opere pubblicate

_________________ ἑνκύκλια φιλοσοφήματα, trattati che vanno in giro


1 Cfr. De caelo I 9, 279 a 30-31; Eth. Nic. I 3, 1096 a 3-4.
• In un passo dell’ Etica Eudemia (I 8, 1217 b 22) Aristotele distingue gli
ἐξωτερικοὶ λὸγοι dai λόγοι κατὰ φιλοσοφίαν, le opere di pura filosofia,
(dove filosofia va inteso nel senso di disciplina scientifica
specialistica), inducendo a pensare che i primi siano esterni non alla
scuola ma alle scienze dimostrative o, più precisamente, a quella
singola disciplina scientifica che si sta al momento esponendo in un
corso di lezioni, caratterizzata da un suo ben preciso oggetto.
[...] diciamo che il pensare che vi sia l’idea non soltanto del bene, ma di qualsiasi
altra cosa è teoria puramente logica e vana; ed essa è stata discussa in molti modi
sia nelle opere essoteriche, sia nelle opere di pura filosofia.
Espressioni in evidenza
Aristotele, Eth. Eud. I 8, 1217 b 2 (corsivo mio).
λόγοι κατὰ φιλοσοφίαν
(lógoi katà philosophían),
opere di pura filosofia)
• Gli ἐξωτερικοὶ λὸγοι risulterebbero esterni a queste ricerche
specialistiche sia per il loro carattere dialettico, e non dimostrativo,
sia perché non si occupano di un oggetto specifico di ricerca, ma
spaziano su tematiche più generali.
.
Nell’Etica Eudemia, Aristotele distingue

Le opere essoteriche, ἐξωτερικοὶ λόγοι

da

Le opere di pura filosofia, λόγοι κατὰ φιλοσοφίαν


• Quindi, tirando le somme del discorso, questi scritti esterni, tutti
caratterizzati dal contenuto tematico generale e non specialistico e
dalla forma dialettico-argomentativa, possono essere classificati nel
modo seguente:
• DIALOGHI
Grillo o Della Retorica; Simposio; Sofista; Eudemo o Dell’anima; Nerinto; Erotico; Della ricchezza; Della preghiera; Della
nobiltà; Del Piacere; Dell’educazione; Del regno; Alessandro o Delle Colonie; Politico; Dei poeti; Della filosofia; Della giustizia.

• TRATTATI, STUDI, DISCORSI, RICERCHE


Del bene; Delle idee; Protreptico; Estratti dalle Leggi di Platone; Estratti dalla Repubblica di Platone; Divisioni; Sui Pitagorici;
Su Archita; Su Democrito (ad eccezione del Protreptico queste opere non furono, con tutta probabilità, pubblicate).

• SCRITTI DI TIPO STORICO ERUDITO


Vincitori a Pito (Pitionici), lista dei vincitori nei Giochi Pitici di Delfi stilata in collaborazione con lo storico Callistene;
Vincitori ad Olimpia, elenco dei vincitori dei giochi olimpici.
A queste opere va aggiunta la Costituzione di Atene, ritrovata in
papiri egiziani rinvenuti alla fine del 1800, che faceva parte di una raccolta Analisi terminologica
(questa andata perduta) di 158 costituzioni greche. È probabile si trattasse Acroatico: ἀκροατικός, akroatikόs (o
di un lavoro collettivo diretto da Aristotele che si avvalse della ἀκροαματικός, akroamatikόs), destinato all’ascolto;
collaborazione di un gruppo di suoi allievi. esposto a voce; da ἀκρόασις, akrόasis, ascolto, cosa
ascoltata, declamazione, lettura [dal verbo
ἀκρoάομαι, akroàomai, presto orecchio, ascolto].
2. Opere acroatiche o esoteriche Può darsi che questa terminologia sia stata
introdotta da Andronico di Rodi, il curatore della
prima edizione integrale dei trattati aristotelici, I sec.
• Caratteri generali a.C., forse per sottolineare il fatto che essi si
ascoltavano nel corso delle lezioni orali tenute da
Gli scritti acroatici (o acroamatici) Aristotele (anche il latino lectio, da legĕre, leggere,
conserva traccia di ciò, ossia del fatto che
derivavano dall’attività scientifica di l’insegnante leggeva il testo utilizzato come base
della sua esposizione).
Aristotele e costituivano la base del suo Esoterico: da ἐσωτερικός, esoterikόs interno
[ἔσω, dentro, all’interno]. L’uso dell’aggettivo, che
insegnamento. Erano quindi scritti che anche in questo caso non sembra risalire ad
Aristotele, farebbe riferimento alle opere interne alla
venivano letti e commentati nel corso delle scuola, anche se talvolta fu usato per alludere a una
presunta dottrina segreta del filosofo.
lezioni o, in altri casi, in occasione di
incontri o conferenze riservati a un pubblico
esperto e competente. Per questi scritti si può perciò parlare di
semipubblicazione.
Si può inoltre osservare che avendo essi un raggio di circolazione
limitato agli studenti o agli studiosi, restavano comunque nelle mani del
loro autore, il quale era libero di fare le revisioni che di volta in volta
riteneva più opportune. Questo aspetto appare evidente in non poche
pagine aristoteliche.
• Gli antichi cataloghi
Una così vasta mole di scritti comportò l’esigenza di una
catalogazione. I cataloghi antichi – che menzionano anche le opere
essoteriche – sono fondamentalmente tre e li troviamo conservati nelle
biografie di:
1. Diogene Laerzio (180-240 d.C.), la cui fonte potrebbe essere Ermippo di Smirne (III-II sec. a.C),
bibliotecario di Alessandria che scrisse una Vita di Aristotele citata da Diogene, o anche
Aristone di Ceo (III sec. a.C.) scolarca del Liceo di Atene. Si tratterebbe, ad ogni modo, di un
autore del III sec. a.C., perciò il catalogo di Diogene dovrebbe rispecchiare quali fossero le opere
di Aristotele conosciute in quel periodo ad Alessandria se non, addirittura, nel Liceo di Atene.

2. Esichio di Mileto (V-VII sec. d.C), lo storico bizantino il cui catalogo sembra provenire dalla
stessa fonte di Diogene (Ermippo o Aristone), seppure per diverse vie, ed è utile per confronti e
integrazioni con quello proposto da Diogene medesimo.

3. Ibn Abī Uṣaybiʿa (1194-1270 d.C.) all’interno della sua Vita dei medici. Quest’ultima lista
deriverebbe da quella stilata da Andronico di Rodi nel I sec. a.C., ossia da colui che pubblicò il
Corpus delle opere aristoteliche secondo un ordine che poi si è tramandato nei secoli.
• Come ci è pervenuto il Corpus aristotelicum
Il catalogo di Ermippo, da cui dipende quello di Diogene Laerzio,
presenta dei titoli che non corrispondono a quelli comunemente
conosciuti; i titoli a noi familiari li ritroviamo invece nel catalogo di Ibn
Abī Uṣaybiʿa , che dipende da quello di Andronico di Rodi.
Questo si spiegherebbe col fatto che nel I sec. a.C. Andronico di Rodi
fece una grande edizione dei trattati aristotelici che era riuscito a
raccogliere e ad avere a disposizione.
Secondo lo studioso di Aristotele Olof Gigon (1912-1998) ci furono già in
precedenza delle edizioni delle opere non pubblicate di Aristotele: forse
la prima fu fatta dai suoi discepoli Teofrasto di Ereso (371-287 a.C.) ed
Eudemo di Rodi (IV sec. a.C.), mentre la seconda sarebbe stata fatta in
ambito ellenistico e corrisponderebbe all’elenco di Ermippo. Poi sarà il
turno dell’edizione iniziata da Tirannione il vecchio (I sec. a.C.) e
compiuta da Andronico di Rodi (I sec. a.C.) Questa edizione fu realizzata
con criteri diversi da quella precedente, cercando di mettere insieme i
trattati di Aristotele in raccolte più ampie e perciò meno numerose che
corrispondono a quelle che possediamo oggi.1
Sulla scorta della ricostruzione di Gigon, risulta difficile credere a tutti i
particolari della storia riferita da Strabone (I sec. a.C. - I sec. d.C.) che
racconta come i trattati di Aristotele furono riscoperti dopo un lungo
oblio e giunsero fino a Roma, dove inizialmente Tirannione e poi
Andronico ne curarono la "prima" edizione.
_________________
1 Cfr. O. Gigon, Aristoteles Einführungsschriften, Einleitung, DTV. , München 1961 -1982.
Strabone racconta che alla morte di Aristotele (322 a.C.) i suoi trattati
andarono al suo collaboratore, e successore alla guida del Liceo,
Teofrasto. Quando anche questi morì (287 a.C.), gli scritti passarono
nelle mani dello scolaro di Aristotele, e dello stesso Teofrasto, Neleo di
Scepsi (III sec. a.C.), figlio di Corisco, già allievo di Platone e signore di
Asso. Neleo portò i manoscritti di Aristotele da Atene a Scepsi, dove i
suoi eredi li avrebbero nascosti in una cantina per evitare che cadessero
nelle mani dei re Attalidi, impegnati a recuperare testi per la biblioteca
di Pergamo.1
In questa cantina i manoscritti di Aristotele sarebbero rimasti per due
secoli, fino al momento in cui Apellicone di Teo, un bibliofilo ateniese
________________________________________

1 Gli Attalidi erano la dinastia che creò il regno di Pergamo in Asia Minore, governandolo dal 230 al 133 a.C.
che era venuto a conoscenza dell’esistenza dei libri, non riuscì a
comprarli e a portarli poi ad Atene, dove ne fece fare varie copie.
Nell’86 a.C. Silla conquistò Atene, dove confiscò opere d’arte e di
cultura, tra cui la biblioteca del defunto Apellicone, che portò con sé a
Roma. Qui un grammatico, greco di nascita ma condotto a Roma come
prigioniero e successivamente liberato, Tirannione di Amiso (il cui vero
nome era Teofrasto), cominciò a curare l’edizione dei testi di Aristotele
che fu poi proseguita e portata a termine dal suo allievo Andronico di
Rodi.

Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.)


• Le edizioni a stampa
L’ordine dato da Andronico alle opere di Aristotele subirà nel corso
dei secoli solo marginali modifiche, limitate ai trattati retorico-etico-
politici.
Si lavorò molto, invece, sul testo, al fine di risolvere i dubbi formali e
contenutistici: ci saranno così nuove edizioni, parafrasi e commenti – tra
i quali, famosissimo, quello di Alessandro di Afrodisia (II-III sec. d.C.).
I più antichi manoscritti giunsero in Europa tutti dall’Oriente
bizantino. Questo si spiega da un lato col fatto che Bisanzio, dove era
forte la tradizione di studi aristotelici, aveva avuto sempre rapporti con
il meridione d’Italia e con Venezia e dall’altro con la venuta in Italia, a
causa della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi (1453), dei
dotti bizantini, tra i quali il cardinale Bessarione (1408-1472) che portò
con sé tutta l’opera di Aristotele lasciandola, alla sua
morte alla città di Venezia (sarà il primo nucleo di
quella che diverrà la Biblioteca Marciana).
Si giunse così alla prima grande edizione a
stampa del Corpus aristotelicum, quella che Aldo
Manuzio (1449/1552-1515), umanista ed editore,
pubblicò a Venezia tra il 1495 e il 1498. 1
Sarà però tra il 1831 e il 1870 che uscirà la grande
edizione critica completa del Corpus, curata da A.delfino, Manuzio (sullo sfondo l’ancora e il
la marca tipografica delle
August Immanuel Bekker (1785-1871), filologo e edizioni Aldine)

grecista, per l’Accademia delle Scienze di Berlino. Tale edizione è ancora


oggi il punto di riferimento per gli studiosi aristotelici di tutto il mondo. .il
________________________________________

1 Questa di Aldo Manuzio è detta anche editio princeps.


.

A. I. Bekker (Berlino,1785-1871), il curatore dell’Edizione Bekker


ELENCO DELLE OPERE DI ARISTOTELE SECONDO L’EDIZIONE BEKKER1

• ORGANON ( Categorie, Sull’interpretazione, Analitici primi, Analitici secondi, Topici, Elenchi sofistici)
• FISICA
• DE COELO
• DE GENERATIONE ET CORRUPTIONE
• METEOROLOGICA
• DE MUNDO*
• DE ANIMA
• PARVA NATURALIA (Del senso e dei sensibili, Sulla memoria e sulla reminiscenza, Sul sonno e sulla veglia, Sui sogni, Sulla
divinazione nel sonno, Sulla longevità e brevità della vita, Della gioventù e della vecchiaia, Sulla vita e sulla morte,
Sulla respirazione)
• DE SPIRITU*
• HISTORIA ANIMALIUM
• DE PARTIBUS ANIMALIUM
___________________________________________

1 I titoli segnati con l’asterisco sono di incerta attribuzione.


• DE ANIMALIUM MOTIONE • MAGNA MORALIA
• DE ANIMALIUM INCESSU • ETHICA EUDEMIA
• DE ANIMALIUM GENERATIONE • DE VIRTUTIBUS ET VITIIS *
• DE COLORIBUS * • POLITICA
• DE AUDIBILIBUS * • OECONOMICA
• PHYSIOGNOMONICA* • ARS RETHORICA
• DE PLANTIS * • RHETHORICA AD ALEXANDRUM *
• DE MIRABILIBUS AUSCULTATIONIBUS * • POETICA
• QUAESTIONES MECHANICAE *
• PROBLEMATA *
*
• DE INSECABILIBUS LINEIS *
Nel 1891, Sir Frederic George Kenyon (1863-1952)
• VENTORUM SITUS ET APPELLATIONES pubblicò, in base ai papiri conservati al British Museum,
• DE MELISSO, XENOPHANE ET GORGIA * la COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI.
• METAPHYSICA
• ETHICA NICOMACHEA
• Indicazioni di Aristotele sull’ordine dei trattati
Negli scritti di Aristotele è possibile rintracciare alcune indicazioni su
quale possa essere il modo di dare un ordine ai suoi trattati.
Particolarmente utili in tal senso sono le osservazioni che compaiono
all’inizio dei Meteorologica dove si ricapitola un percorso di trattazione
che partendo dalla fisica, passa poi allo studio dei corpi celesti e a
quello della generazione e corruzione, giungendo infine all’esame dei
fenomeni meteorologici. Aristotele dà poi la notizia che a queste
indagini faranno seguito lo studio degli animali e delle piante.
Il percorso potrebbe continuare con l’inizio dei Parva Naturalia, dove
si trova un riferimento esplicito al De Anima e al suo oggetto.
Un’altra indicazione la si ritrova verso la fine dell’Etica Nicomachea,
dove Aristotele afferma che si dovrà poi trattare della Politica.
Gli esempi citati, ma ve ne potrebbero essere altri, mostrano che
tutto sommato, l’ordine che la tradizione ha dato ai trattati aristotelici –
quell’ordine che si ritrova nell’edizione di Andronico e in quella di Bekker
– non è arbitrario ma ha una sua ragione d’essere.
 Alcune osservazioni sulla terminologia aristotelica
• Organon
Non abbiamo elementi per stabilire se l’uso del termine Organon, nel
senso di strumento del pensiero e della ricerca scientifica (Ὄργανον,
"strumento"), risalga ad Aristotele; più probabile – anche se non c’è
accordo unanime tra gli studiosi – che esso sia stato introdotto proprio
da Andronico, che lo ha utilizzato per intitolare la raccolta dei testi logici
aristotelici. L’ Organon è composto dai seguenti trattati:
Categorie (Κατηγορίαι, lat. Categoriae)

Dell’interpretazione (Περὶ ἑρμηνείας, Perì hermeneίas; lat. De interpretatione)

Analitici Primi (᾿Αναλυτικὰ πρότερα, Analytikà prόtera; lat. Analytica priora)


Scritti di logica
Analitici Secondi (᾿Αναλυτικὰ ὕστερα, Analytikà hýstera; lat. Analytica priora)

Topici (Τὰ τοπικά, Tà Topiká; lat. Topica)

Confutazioni sofistiche (Περὶ σοφιστικῶν ἐλέγχων, Perì sophistikṑn elénchos; lat. Elenchi sophystici)
• Organon: per ulteriori analisi terminologiche e concettuali vedi i seguenti approfondimenti

• https://www.scribd.com/document/384478272/Aristotele-Organon-parte-I-by-Renato-Curreli

• https://docs.google.com/presentation/d/e/2PACX-1vSgEL0zxWUtQLfgGuLrWiuKa2KDO6NoOUu7iF46eDeYzG-
eqamvhZVwgfFBux_VSJPTepSnaf2PugLz/pub?start=false&loop=false&delayms=3000&slide=id.g3966d5c4de_3_2 -by-Renato-Curreli
• Le scienze teoretiche Analisi terminologica
Aristotele chiama teoretiche le scienze ϑεωρητικός [ϑεωρέω, theōréō, guardo,
che studiano il necessario, ossia quegli vedo, osservo; considero, rifletto],
theōrētikόs, che considera e studia in
aspetti che caratterizzano sempre e modo puramente concettuale.
necessariamente la struttura profonda ϑεωρία [ϑεωρός, theōrόs spettatore],
theōría, il guardare, l’osservare; vista;
dell’essere e che fanno sì che esso non considerazione, studio.
possa essere diverso da quel che è.
Lo scopo di queste scienze, che sono la Filosofia prima, la Fisica e la
Matematica, è quello di comprendere in modo disinteressato, cioè per il
puro piacere di conoscere e senza scopi pratici, la realtà.
Il metodo utilizzato dalle discipline teoretiche è quello dimostrativo
sebbene, soprattutto nel momento della ricerca, possano avvalersi di
quello dialettico-argomentativo.

• La filosofia prima
Per Aristotele la filosofia prima (πρώτη φιλοσοφία) è la scienza che ha
come oggetto l’ente in quanto ente (τὸ ὄν ᾖ ὄν). Essa, studiando i principi
primi dell’ente, è la scienza superiore a qualunque altra.
La filosofia prima è tradizionalmente chiamata Metafisica, termine
che però non si trova nei testi aristotelici. L’espressione deriva dal greco
μετὰ τὰ φυσικά e può essere interpretata come dopo i libri di fisica o
anche oltre le cose fisiche.
La paternità del termine potrebbe essere proprio di Andronico di
Rodi che lo introdusse derivandolo dal fatto che nella sua edizione gli
scritti di filosofia prima venivano dopo (μετά) quelli di fisica (τὰ φυσικά). In
seguito l’espressione avrebbe assunto il significato più tecnico di studio
di quei principi profondi della realtà che vanno oltre il piano fisico,
diventando così sinonimo di filosofia prima.
Agli studiosi non è comunque passato inosservato il fatto che nel
catalogo conservatoci da Esichio, risalente al III sec. a.C. (vedi supra), sia
citata una Metafisica (in dieci libri 1).

________________________________________

1Un libro, al tempo dei Greci, indicava uno scritto intorno a un determinato argomento. Per esempio, nella sua edizione della Metafisica
Andronico radunò sotto tale titolo comune quattordici di tali unità tematiche.
A questo proposito, non va poi dimenticato quanto sostiene
Alessandro di Afrodisia (II-III sec. d.C.), celebre esegeta di Aristotele:
la scienza […] della quale ci stiamo occupando è la sapienza e la scienza teologica, ovvero quella che
<Aristotele> intitola Mετὰ τὰ φυσικά per il fatto che nell’ordine <delle scienze>, rispetto a noi, essa
viene dopo la fisica.1
Commentario alla Metafisica, 171, 5 ss.

Si deve inoltre considerare una testimonianza di Asclepio di Tralle


(VI sec. d.C.), filosofo neoplatonico commentatore della Metafisica, che
lascia intendere come una prima raccolta di questi scritti si deva proprio
ad Aristotele, cosa che lascerebbe aperta la possibilità che il titolo possa
______________________________________________________

1 Uno dei luoghi in cui Aristotele espone quest’ordine delle cose e della conoscenza è il seguente: «È naturale che si proceda da quello che è più
conoscibile e chiaro per noi verso quello che è più chiaro e conoscibile per natura: perché non sono la medesima cosa il conoscibile per noi e il
conoscibile in senso assoluto. Perciò è necessario procedere in questo modo: da ciò che è meno chiaro per natura ma più chiaro per noi a ciò che
è più chiaro e conoscibile per natura.» Phys. I, 1, 184 a 18-20; cfr. Metaph. Z 3, 1029b3 ss.
essere dovuto se non al filosofo stesso, perlomeno, ai suoi discepoli. 1
Questi indizi non sono però riusciti a convincere gli studiosi più
autorevoli del pensiero aristotelico. Secondo loro, il titolo Metafisica che
compare nel catalogo di Esichio potrebbe essere frutto di una
interpolazione posteriore e quanto asserito da Alessandro e, in
particolare da Asclepio, non sembra essere, su questa specifica
questione, particolarmente attendibile.

______________________________________________________

1 Cfr. Asclepio, Commentario alla Metafisica, p. 4, 4-16


.
Studia l’ente in quanto ente (τὸ ὄν ᾖ ὄν)

Determina le cause e principi primi di ciò che è

La
Metafisica
(Filosofia prima)
Analizza cosa si deve intendere per realtà (οὐσία):
la forma (εἶδος), la materia (ὕλη ), il sinolo (σύνολον ).

Individua Dio come motore immobile e atto puro


• Οὐσία, εἶδος, ὕλη, σύνολον Analisi terminologica
οὐσία (usía): [dal participio presente
Il sostantivo οὐσία deriva da οὖσα, participio presente di εἰμί (eimí= io sono), ὤν-οὖσα-ὄν
femminile del verbo εἰμί (= io sono). Può essere perciò (ṓn-úsa-ón)], essenza, entità, realtà,
ciò che è. Indica perciò l’essere
tradotto con essenza, entità, realtà o anche con ciò che è.1 strutturale di una cosa: in primo luogo
Indica quindi, secondo i contesti: la sua materia, in secondo luogo ciò
che determina e modella la materia
1) la materia di cui un ente è eventualmente costituito, conferendole le caratteristiche
in greco ὕλη; specifiche di un certo ente, ossia la
forma, in terzo luogo, il composto di
2) la caratteristica propria di un ente, quella che fa sì che entrambi gli elementi, il sinolo.
esso sia quello che è, ossia la forma, in greco εἶδος; È comune la traduzione di οὐσία con
sostanza [ attraverso il latino
3) l’unione di materia e forma, ovvero il σύνολον, perché substantia, da substans, participio
per Aristotele tutto quello che esiste si presenta come presente di substare, stare sotto],
tradizionale ma a mio avviso
stretta unità di questi due elementi. Fa eccezione la impropria, perché non rispetta il
Divinità, pura energia priva di ogni materia. vocabolo greco originario e invade il
______________________________________________________ campo semantico di subiectum o
1 La derivazione di οὐσία da οὖσα (colei che è) sembrerebbe inclinare verso una traduzione del substratum, traduzioni di
tipo la cosa che è, francamente un po’ pesante. ὑποκείμενον.
.

Analisi terminologica
εἶδος (éidos): [cfr. οἶδα, óida (so, conosco, sono
informato) e εἶδον, éidon (vedo, guardo,
osservo; vedo mentalmente, comprendo )].
Forma, aspetto, figura; qualità, caratteristica,
Analisi terminologica modo di essere.
La forma esprime il modo di essere proprio di un
ὕλη (hýlē): ha originariamente il
oggetto, individuando quella qualità che lo fa
significato di selva, foresta, bosco, poi
essere quello che è. Per esempio, la razionalità è
quello di legna, legname, materiale
la caratteristica propria dell’uomo, quella che lo
da costruzione, materia.
distingue da ogni altro ente, così come l’avere
È il materiale di cui le cose sono tre angoli è la qualità specifica del triangolo.
costituite e rappresenta il substrato o Da un punto di vista ontologico, l’ εἶδος plasma
sostrato (ὑποκείμενον, hypokéimenon) e struttura la materia, conferendole la
che riceve l’azione modellante e caratteristica fondamentale che la porterà a
strutturante dell’εἶδος. essere una determinata cosa. Da un punto di
vista logico-linguistico l’ εἶδος, che è espresso
dalla definizione, serve a spiegare quale sia la
natura di un oggetto.
Talvolta Aristotele usa la parola
.

Analisi terminologica
σύνολον (sýnolon): [σύν (sýn),
insieme; ὅλος (hólos), tutto,
intero], il tutto insieme, sinolo
(sostantivazione dell’aggettivo
σύνολος,). L’unione di materia e • La materia, la forma e il sinolo, ossia il composto di entrambe
forma e, quindi, la realtà
individuale e concretamente
Tutte le realtà (οὐσίαι) sensibili hanno materia. È realtà il sostrato
esistente. (ὑποκείμενον), cioè in un certo senso la materia [con materia (ὕλη)
intendo quella che non essendo un questo (τόδε τι) in atto, è un
questo in potenza], e in un altro senso la definizione (λóγος) e la
forma (μορφή), la quale, essendo un questo, è separabile nel
pensiero; in un terzo senso poi <è realtà> ciò che <è costituito> da
queste <ultime>, del quale solo c’è generazione e corruzione […]
Aristotele, Metaph. H, 1042 a 25 ss.
• Εἶδος o μορφή?
Analisi terminologica
μορφή (morphḗ ): forma, figura, aspetto,
Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che, nel brano parvenza, sembianza. Aristotele talvolta,
appena citato, Aristotele utilizza μορφή e non εἶδος. come nel passo citato, usa μορφή al posto
di εἶδος. Pur non essendo la forma
Qual è la differenza? In generale nessuna; però riducibile al puro aspetto morfologico di un
un’analisi più attenta può porre in luce che εἶδος ente, indicandone piuttosto la
configurazione concettuale visibile
(con la radice –id al suo interno, connessa col vedere)
all’occhio dell’intelletto (in tal senso, ad
allude a quelle caratteristiche più sottilmente connesse esempio, l’essere un oggetto-su-cui-sedersi
con la funzione di un oggetto – come la proprietà di è la forma-εἶδος della sedia) è chiaro che
però la forma come elemento che plasma
pensare per l’essere umano – caratteristiche che solo e determina la materia deve arrivare, in
l’intelletto sa cogliere e inquadrare concettualmente, questa sua opera organizzatrice, a
delineare anche la figura esteriore-μορφή
mentre μορφή è più attinente al modo specifico di di una cosa, ossia la sua morfologia.
apparire di una cosa nel suo darsi alla vista e al tatto.
Vediamo a riguardo il commento di W.D. Ross, noto studioso di
Aristotele:

"Forma" abbraccia per Aristotele una varietà di significati. Talvolta è usata per aspetto
sensibile, come quando si dice che lo scultore impone una nuova forma al suo materiale.
Ma più spesso forse è pensata come oggetto del pensiero anziché del senso, come la
natura interna di una cosa, espressa nella sua definizione, come il piano della sua
struttura. […] In generale μορφή si riferisce all’aspetto sensibile ed εἶδος alla struttura
intelligibile, e quest’ultima è l’elemento fondamentale della nozione aristotelica della
forma. Così λóγος (formula o definizione) e τὸ τί ἦν εἶναι (il "quel che doveva essere così e
così", cioè l’essenza) sono costantemente usati come sinonimi di εἶδος. Ma spesso
accade che Aristotele identifichi la forma con la causa efficiente e con quella finale. Sir William David Ross (1877-1971)

Tuttavia, se sono la stessa cosa "il loro essere non è lo stesso". La forma è il piano
strutturale considerante come formante un particolare prodotto della natura o dell’arte.
La causa finale è lo stesso piano considerato come non ancora incorporato nella cosa
particolare, ma come quello cui mira la natura o l’arte.
[…] Questa causa formale-finale è evidentemente anche la causa efficiente. […] La forma
di un letto o di un’erma, come è colta dall’immaginazione dell’artista, è effettivamente
"nella sua anima", e la forma nella sua anima è quel che lo mette all’opera per
incorporarla nel legno o nel marmo.
W. D. Ross (1923; 1976, p. 77)
.

Analisi terminologica
τὸ τί ἦν εἶναι (tò tί ễn éinai): il che cos’era essere (una
determinata cosa). L’espressione indica il modo di Analisi terminologica
essere o la natura propria, e perciò l’εἶδος , di un τόδε τι (tόde ti) qualcosa di determinato (Berti [2017,
determinato ente. Essa pare essere la risposta alla p. 20] traduce un questo).
domanda che ci si era posti all’inizio della discussione
Con questa espressione Aristotele intende una realtà
e che chiedeva che cos’era essere una certa cosa.
determinata, individuata e separabile, che ha la
Molti traduttori traducono con essenza, soluzione qui
possibilità di esistere in sé e non in altro: «[…] sembra
riservata alla voce οὐσία, per la sua derivazione dal
che siano proprietà fondamentali dell’οὐσία la
participio οὖσα (cfr. supra), senza però scordare la
separabilità e l’individualità, ed è questo il motivo per
tridimensionalità semantica di οὐσία esposta in
cui sembrerebbe che l’ εἶδος e il σύνολον di ὕλη e εἶδος
precedenza.
siano οὐσία più autenticamente che non la ὕλη.»
Per alcuni problemi di traduzione delle espressioni
(Aristotele, Metaph., 2019 a 25-30).
aristoteliche , vedi Berti (2017)
La forma è una entità separabile (οὐσία, τόδε τι) non nel
senso platonico, ma in quello di essere l’elemento che
proprio perché determinato è in grado di determinare la
materia e originare così la realtà individuale
concretamente esistente, il sinolo. È chiaro che lo stesso
sinolo, in quanto realtà individuale ed esistente in sé, è
un questo (τόδε τι).
• Potenza e Atto Analisi terminologica

La potenza è, in generale, la Potenza: δύναμις, dýnamis (forza, potere,


capacità di una cosa di produrre o potenza, possibilità di fare-agire-essere; cfr.
δύναμαι, dýnamai, posso, ho forza, ho potenza).
subire dei cambiamenti. In un senso più Atto: Aristotele utilizza due espressioni,
ἐνέργεια, enérgheia (energia, attività, forza; da
specifico e tecnico, la possibilità di una ἔργον, érgon, opera, esecuzione, lavoro,
occupazione) oppure ἐντελέχεια, entelécheia
cosa di passare da uno stato ad un altro (piena realizzazione, compiutezza, entelechìa),
(cfr. Ross [1923], p.170), così come nel vocabolo forse coniato proprio dal filosofo e che
deriva dall’unione di ἐντελής, entelés (finito,
dormiente c’è la possibilità di divenire perfetto, completo, integro, da ἐν, in, entro, e
τέλος, fine, scopo) col verbo ἔχω (échō, ho,
sveglio o in colui che conosce l’arte del possiedo). Il termine perciò allude a una realtà
costruire la possibilità di costruire che ha conseguito il fine che le è proprio.
Va precisato che risale ad Aristotele anche il
effettivamente (cfr. Metaph. Θ 1045 b termine ἐνέργεια , perlomeno nel suo uso
tecnico.
27 ss.).
Il concetto di atto non è facilmente definibile, ma lo
possiamo cogliere in rapporto a quello di potenza.
Esaminiamo alcuni casi:
- la statua di Ermete è in potenza nel legno mentre il
suo atto consisterà nella sua realizzazione e nel suo
diventare una concreta entità;
- la retta contiene in potenza la semiretta, ma
quest’ultima esisterà davvero in atto solo nel
momento in cui ne individuiamo l’origine sulla retta
medesima.
Fidia?, Ermete (copia romana)

O
Negli esempi pare che l’atto consista in un certo movimento-
mutamento finalizzato alla realizzazione di qualcosa di diverso da se
stesso e dal punto di partenza (come la statua dalla pietra e dalle
operazioni dello scultore). Questo significato è quello più originario e
comune del termine enérgeia, ma per Aristotele esso esprime una
forma imperfetta di atto, quello correlato al movimento. Vi è, infatti
una forma perfetta di atto, ed è quella che rivela una più radicale
dimensione ontologica perché manifesta direttamente l’essere stesso di
un ente.
Consideriamo altri due casi:
- colui che ha gli occhi chiusi ha la vista in potenza, mentre colui che
guarda esercita la vista in atto;
- l’anima ha in potenza la capacità di pensare, ma penserà in atto solo
quando rifletterà su un contenuto effettivo.
In questi esempi l’attività non implica movimento-mutamento e
conseguimento di un fine esterno, ha invece in se stessa il suo fine
(τέλος) e consiste perciò nel manifestarsi dell’ εἶδος, ossia della natura
propria di un certa realtà: l’anima razionale ha, infatti, come attività
propria e perfetta il pensiero. In questo caso, ma anche in quello della
vista, l’atto è perfetto e la parola ἔργον assume quel nuovo e più
specifico significato che entelechìa dice in maniera più esplicita.
In tal senso si comprende perché Aristotele pone la potenza in
relazione con la materia e l’atto con la forma, conferendo alla coppia
potenza-atto un chiaro e centrale significato ontologico.
Diventa inoltre chiaro perché l’atto inteso come forma sia prioritario
rispetto alla potenza-materia essendo, infatti, proprio la forma
l’elemento capace di portare a compimento finale le potenzialità della
materia.

ὕλη δύναμις
La forma è L’atto è
prioritaria prioritario
rispetto alla rispetto alla
materia potenza

εἶδος ἐνέργεια / ἐντελέχεια


• Il testo di Aristotele.
È atto (ἐνέργεια) l’esistenza reale dell’oggetto in un senso diverso da come diciamo che
l’oggetto è in potenza. Noi diciamo che una cosa è in potenza nel senso che, ad esempio,
Ermete è presente in potenza nel legno o la semiretta è presente in potenza nella retta
intera, perché può essere staccata da questa, e chiamiamo scienziato anche colui che
non sta conoscendo teoreticamente, qualora egli sia in grado di farlo […] Ciò che qui
intendiamo dire risulta evidente nei casi particolari per mezzo dell’ induzione , e non
bisogna cercare la definizione di tutto, ma basta che riusciamo a cogliere l’analogia, nel
senso che nello stesso rapporto in cui chi sta costruendo è con chi ha la capacità di
costruire, anche chi è sveglio in rapporto con chi sta dormendo, e chi vede con chi, pur
avendo la vista, ha gli occhi chiusi […]
[…] è evidente che la sostanza (οὐσία) e la forma (εἶδος) sono atto (ἐνέργεια). E così, in
base a questo ragionamento, risulta con chiarezza che, relativamente alla sostanza,
l’atto è anteriore alla potenza e, come dicevamo, un atto presuppone sempre, in
ordine al tempo, un altro atto, finché non si pervenga all’atto del primo eterno motore.
Aristotele, Metaph. Θ, 1048 a 30 – 1048 b 1-10; 1050 b 1-5
• Principio di non contraddizione

E il principio più saldo di tutti è quello a proposito del quale è impossibile cadere in errore,
giacché esso è necessariamente quello che è il più noto (tutti, infatti, cadono in errore su
quelle cose che non conoscono) e che non è fondato su ipotesi. Difatti un principio che
deve essere necessariamente posseduto perché si possa comprendere qualsivoglia delle
cose esistenti, non può essere affatto un’ipotesi; e ciò che si deve conoscere qualora si
intenda conoscere qualsiasi altra cosa , non può non essere posseduto prima di ogni altra
ogni altra conoscenza. […] Esso è il seguente: è impossibile che il medesimo attributo, nel
medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima
relazione.
[…] È impossibile, infatti, supporre che la medesima cosa sia e non sia, come certuni
credono che, invece, sostenga Eraclito. 1
Aristotele, Metaph. Γ, 1005 b 12 ss.

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1Il brano riportato è solo un esempio parziale delle varie formulazioni del principio di non contraddizione (ἀξίωμα τῆς ἀντιφάσεως, axίōma tễs
antifáseōs). Altri luoghi sono: 996 b 29-30, 1005 b 25 ss., 1006 b ss., etc.
• Commento
Il principio (ἀρχή, ἀξίωμα) più saldo di tutti deve essere non-ipotetico, non può
perciò dipendere da alcuna assunzione o condizione precedente. Al contrario, sarà
esso il presupposto o principio di ogni conoscenza.
La prima formulazione
è impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al
medesimo oggetto e nella medesima relazione

pone in primo piano l’aspetto logico-linguistico: non è possibile attribuire e


contemporaneamente non attribuire a un soggetto una certa proprietà; ossia, non è
possibile affermare e contemporaneamente negare qualcosa di qualcosa.
La seconda formulazione
è impossibile, infatti, supporre che la medesima cosa sia e non sia
fa cadere l’accento sull’aspetto ontologico: non è possibile che una qualsiasi realtà che
è, contemporaneamente non sia.
Nelle molte formulazioni aristoteliche del principio di non contraddizione,1 sono
implicite due conseguenze:

• Ogni cosa è uguale a se stessa, ossia quello che in seguito sarà chiamato principio
di identità;

• Tra gli opposti contradditori non si dà possibilità intermedia, e cioè quello che verrà
detto il principio del terzo escluso (Tertium non datur).2

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1Cfr. la nota al brano della Metafisica riportato in precedenza.


2«Tra gli opposti, la contraddizione non ammette un intermedio. Questa è infatti la contraddizione : un’antitesi di cui solo uno dei due termini è
presente in una cosa qualsiasi, e che non ha perciò alcun intermedio.» (Metaph. I , 1057 a 33-35)
Possiamo scrivere i tre principi in maniera chiara e compatta ricorrendo al
linguaggio della logica contemporanea:
• principio di non contraddizione
e
Nell’alfabeto del Calcolo proposizionale (o degli enunciati) si indica con A, B, C, etc., una proposizione (o
un enunciato) qualsiasi per cui il p.d.n.c. assumerebbe questa forma:
¬(A ∧ ¬A)
non è possibile affermare una proposizione A e (contemporaneamente) negarla.
Se invece ricorriamo al linguaggio del Calcolo dei predicati del primo ordine, indicheremo con x, y, z, …
una variabile individuale (che indica una cosa generica) e con le costanti predicative P, Q, R,… i predicati;
avremo poi bisogno del simbolo di quantificazione universale ∀, che si legge per ogni. Per cui scriviamo:
∀x ¬(Px ∧ ¬ Px)
non è possibile che una cosa x abbia la proprietà P e, allo stesso tempo, non la abbia .
• principio di identità
Questo principio afferma che una cosa qualsiasi deve essere uguale a se stessa (A=A). Nel linguaggio del
calcolo degli enunciati scriveremo:
A A
ossia, se A allora A: una proposizione A afferma esattamente quello che afferma (ed è bene riflettere sul
fatto che questo principio solo apparentemente dice una cosa banale).
Nel calcolo dei predicati possiamo scrivere
∀x (Px Px )
Per tutti gli x, se x ha la proprietà P allora x ha la proprietà P.

• principio del terzo escluso


Procedendo come sopra, scriviamo:
A v ¬A
e cioè: o A o non A (che è ciò che consegue dal fatto che non c’è una terza possibilità).
Possiamo anche scrivere:
∀x (Px v ¬ Px)
Ogni x o ha la proprietà P oppure non la ha.
Va notato come nel linguaggio del calcolo proposizionale ci limitiamo a considerare le proposizioni senza
poterne analizzare la struttura interna, cosa che invece il calcolo dei predicati rende possibile. Perciò,
quest’ultimo linguaggio, da questo punto di vista, è più potente.
• BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
ARISTOTELE, Opere, a cura di G. Giannantoni, 11 voll., Laterza, Roma-Bari 1984. Il vol. I contiene anche la Vita di Aristotele di D. Laerzio.
ARISTOTELE, Organon, testo greco a fronte, coordinamento generale di M. Migliori, Bompiani, Milano 2016.
ARISTOTELE, Metafisica, testo greco a fronte, a cura di E. Berti, Laterza, Roma-Bari 2017.
ARISTOTELE, I Dialoghi, testo greco a fronte, a cura di Marcello Zanatta, BUR, Milano 2008.
ARISTOTELE, Frammenti. Opere logiche e Filosofiche, testo greco a fronte, a cura di Marcello Zanatta, BUR, Milano 2010.
E. BERTI [2017], Tradurre la Metafisica di Aristotele, Morcelliana, Brescia.
C. NATALI [2014], Aristotele, Carocci, Roma.
W. D. ROSS [1923], Aristotle, Methuen & Co. Ltd, London; trad. it. di A. Spinelli, Aristotele, Feltrinelli, Milano 1976.
.

Ideato e realizzato da:

Renato Curreli
Docente di Filosofia e Storia
Liceo G. Siotto Pintor – Cagliari

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Nota: Testi e schemi grafici sono produzioni originali dell’autore. Laddove si facciano citazioni, si cita la fonte con espliciti
riferimenti bibliografici. L’origine delle immagini è invece Internet, a cui si rinvia per il reperimento di ulteriori informazioni.
L’autore quindi non possiede alcun diritto relativo a tali immagini e ne ha fatto uso per puri e soli scopi didattici.